La BREXIT arenata sulla QUESTIONE IRLANDESE sta portando a una crisi assai grave il REGNO UNITO – L’ipotesi possibile è di rimandare tutto a tempi migliori e rimanere nel MERCATO UNICO EUROPEO senza parteciparvi politicamente – il caso BREXIT come l’emblema della necessità degli STATI UNITI D’EUROPA

CARTELLI AL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE CONTRO LA SEPARAZIONE – Il BACKSTOP è quella clausola di salvaguardia introdotta per evitare il ritorno ad un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Questa clausola mantiene l’IRLANDA DEL NORD NEL MERCATO UNICO EUROPEO, e IL RESTO DEL REGNO UNITO nell’UNIONE DOGANALE dell’Ue; per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un futuro accordo bilaterale migliore fra Londra e l’Unione.

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IPOTESI – IL REGNO UNITO ABBANDONA SENZA ACCORDO FINALE, CHE SUCCEDE? – Se il parlamento non vota il patto, a questo punto ci si abbandona senza accordo di divorzio e non si richiede la rinegoziazione. NESSUN PERIODO DI TRANSIZIONE, NESSUN ACCORDO TEMPORANEO. Il Regno Unito sarebbe uno stato terzo a tutti gli effetti dalla scadenza prevista. PER QUANTO RIGUARDA IL COMMERCIO utilizzerebbe le REGOLE DEL WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), CON DAZI E CONTROLLI IN ENTRATA E USCITA. Un ‘uscita senza accordo, fra le innumerevoli conseguenze, sarebbe una CATASTROFE PER I MERCATI, con la STERLINA, per esempio, CHE SI DEPREZZEREBBE da subito. PORTI E AEROPORTI CON LUNGHE FILE, CHILOMETRI (o miglia, dipende dal luogo) DI CAMION che attendono in fila sulle strade. (immagine tratta da http://www.giornaledicomo.it/)

 

Brexit: i termini dell’accordo

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   La questione irlandese sta mettendosi in crisi il regno Unito nel suo processo di uscita dall’Unione Europea (dopo il voto al referendum del 23 giugno 2016 con la vittoria di chi vuole la separazione dagli altri 27 Stati che formano la UE). Il grosso problema si chiama “BACKSTOP”, cioè la clausola di salvaguardia per l’Irlanda nell’ “Accordo di recesso”: accordo condiviso dalle due parti, approvato il 25 novembre dal Consiglio europeo – cioè i leader dei 27 Stati – ma che la primo ministro inglese Teresa May ha problemi a far ora accettare in patria.

12/12/2018: THERESA MAY ha ottenuto la fiducia del Partito Conservatore britannico e resterà così in carica come leader del partito e prima ministra del Regno Unito. I voti a favore sono stati 200 su 317, quelli contrari 117. Ora il partito non potrà votare di nuovo contro di lei per almeno un anno.

   L’accordo serve, tra le tante cose stabilite nelle più di 500 pagine, in particolare ad EVITARE CHE TORNI AD ESSERCI UNA FRONTIERA RIGIDA TRA LA REPUBBLICA DI IRLANDA (che è nella UE) e l’IRLANDA DEL NORD, l’Ulster (che fa parte del Regno Unito, pertanto ora fuori dalla UE). E, oltre il confine materiale, il “backstop” prevede di mantenere l’Irlanda del Nord nel Mercato Unico Europeo e il resto del Regno Unito nell’Unione doganale dell’Ue (questo almeno fino alla fine del 2020), per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un FUTURO ACCORDO BILATERALE migliore fra Londra e la UE (pertanto, come potete vedere da queste ultime decisioni, l’accordo anche se entra in vigore prevede un parziale stand by fino alla fine del 2020, tanto per dimostrare come questo divorzio faccia molta paura ai due soggetti, in primis il regno Unito, ma anche la UE).

MANIFESTAZIONE CONTRO LA BREXIT A LONDRA

   Se accadesse che l’accordo stabilito dalla primo ministro Teresa May con la Ue non venisse approvato entro marzo 2019 dal parlamento britannico, tutta questa regola salterebbe, e entrerebbero in funzione regole internazionali stabilite dal WTO, cioè l’Organizzazione Mondiale del Commercio: ci sarebbero dazi e controlli in entrata e uscita, sui porti, sugli aeroporti: navi e aerei fermi aspettando il loro turno per l’esame dei container, e dei camion su strada e su nave. Un ritorno al passato, peggio perché non preparati, organizzati a questo; con un rallentamento dei commerci, dell’economia, di tutto…un vero caos per un Paese come il Regno Unito (ricordiamo, formato da Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del nord).

LA DIVISIONE GEOGRAFICA IN GRAN BRETAGNA DEL VOTO “PRO” O “NO” BREXIT DEL 23 GIUGNO 2016 (“regno disunito” – DA LIMES – http://www.limesonline.com/)

   E questo metterebbe sì in seria difficoltà il Regno Unito, ma in parte anche gli Stati dell’Unione Europea che commerciano con la Gran Bretagna, e pur indirettamente, da questo ingorgo, tutti i paesi anche extraeuropei che hanno rapporti col Regno Unito.

Prime Minister Theresa May speaking in the House of Commons

   Ma se tutto appare inevitabile e catastrofico (per gli inglesi); dall’altra essi sperano forse di trovare qualche rimedio a una situazione nella quale la mobilità delle merci (ma anche delle persone) tornerà ad essere assai complicata; però la sostanza del regresso, del ritorno al passato, non cambia. Cioè il danno è (sarà) fatto.

OSLO, NORVEGIA – IPOTESI: IL REGNO UNITO, COME LA NORVEGIA, NELLO “SPAZIO ECONOMICO EUROPEO”? – OPZIONE VOTO PER “NORVEGIA PER ADESSO”. Nel fine settimana AMBER RUDD, ministro del Lavoro e fedelissima della May, è stata il primo ministro in carica a dichiarare che se l’accordo sarà respinto allora l’opzione meno negativa sarebbe quella NORVEGESE. La Rudd l’ha definita una “OPZIONE PLAUSIBILE ANCHE SE NON DESIDERABILE.” Numerosi deputati nelle ultime settimane hanno sostenuto questa ipotesi, dicendosi convinti che avrebbe una maggioranza in Parlamento e potrebbe quindi essere approvata senza troppe scosse. – La Gran Bretagna entrerebbe nello SPAZIO ECONOMICO EUROPEO, restando quindi nel mercato unico e non ci sarebbero contraccolpi per l’economia. Al contrario della Norvegia, dovrebbe restare anche nell’unione doganale per evitare il problema del confine interno irlandese. Con questa soluzione non ci sarebbero contraccolpi per l’economia e per gli scambi commerciali e Londra uscirebbe dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune sulla pesca. – La Gran Bretagna dovrebbe però accettare la libera circolazione delle persone e quindi non potrebbe limitare l’immigrazione e “riprendersi il controllo delle frontiere” come ha promesso la May. Inoltre dovrebbe rispettare regole imposte dalla Ue e continuare a versare contributi al budget Ue. L’OPZIONE VIENE CHIAMATA “NORVEGIA PER ADESSO” perché nelle intenzioni dei deputati che la sostengono sarebbe una soluzione temporanea per tre anni in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio definitivo con la Ue.

   Il coltivare un sogno di autonomia e indipendenza (da chiunque) del popolo inglese, almeno una metà (il referendum per la Brexit è stato vinto dal 51,83% degli elettori il 23 giugno 2016), è sorto forse dal credere di non aver bisogno di nessuno (e di avere rapporti con tutti, agevolati dal dover decidere da soli). Più probabilmente è dato da paura della eccessiva immigrazione (ma Londra ha votato per restare nella UE!); dall’incazzatura che sempre più persone hanno, forse data dalla crisi economica di questi ultimi 10 anni. E di dialogare positivamente con il vecchio impero britannico, con le proprie nazioni “sorelle” (come l’Australia), i possedimenti e le zone di storica influenza (l’area dei 53 Paesi del Commonwealth, che conta ora 2 miliardi e mezzo di persone: la UE “solo” 500 milioni).

IPOTESI – LA GRAN BRETAGNA ADERIRA’ ALL’EFTA? (….IMPROBABILE, DATE LE AMBIZIONI INGLESI NON DA PICCOLO STATO) – CHE COS’È L’EFTA? L’Associazione europea di libero scambio (EFTA dall’acronimo inglese EUROPEAN FREE TRADE ASSOCIATION), fu fondata il 3 maggio 1960 come alternativa per gli stati europei che non volevano, o non potevano ancora, entrare nella Comunità Economica Europea, ora Ue. L’Efta è attualmente costituita da quattro stati: ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA e SVIZZERA (MAPPA PAESI EFTA, da WIKIPEDIA)

   Ma, ribadiamo, il voto anti-Europa del referendum del 2016 (che probabilmente si riconfermerebbe anche adesso) è dato dall’ “aria che tira” dappertutto: crisi economica, impoverimento, voglia di chiusura, ritorno razzistico, paura degli immigrati…(vecchi fantasmi e “soluzioni spicce” che riappaiono sempre nei momenti di difficoltà collettiva). A volte paure e preoccupazioni che possono essere realistiche, altre (molto spesso) del tutto immotivate sorte dalla sola “percezioni di pericolo” e da messaggi subliminali sui media, dal mondo politico… Ed è questa la condizione attuale di tutto il pianeta (o quasi tutto, almeno dei paesi che hanno goduto, e stanno godendo, un relativo benessere e welfare ora messo un po’ in discussione).

LE AREE DEL COMMERCIO MONDIALE AL 2017

   Tornando alla questione inglese di separazione dall’Europa, molti osservatori pensano che è stato un grave errore la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona. In particolare il famoso articolo 50, con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea: questa cosa ha creato un’opportunità che gli stati non hanno, ha indebolito quel sentimento comune che oramai, bene o male, sembrava acquisito di un comune destino europeo. Che poi è nei fatti: nei commerci, nei viaggi, negli spostamenti nella nostra bellissima Europa, nelle opportunità che vi sono ben maggiori, nelle loro potenzialità, nell’Erasmus dei giovani…. (perché perdere tutto questo?).

Irlanda

   Questo pathos europeo, questo sentimento comune, c’è anche in definitiva in chi non vuole credere nell’Europea e parla di ristabilire frontiere, confini rigidi. Invece l’«affezione», il sentimento positivo, nei confronti dell’Unione si può sviluppare spontaneamente nelle collettività politiche, nella condivisione di un progetto comune senza limiti temporali. Pertanto quella previsione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona toglie possibilità all’idea di una “patria comune” (o perlomeno agli “Stati Uniti d’Europa”), e tende a individuare il progetto e il sogno europeo come una mera cooperazione fatta di contabilità nel dare e avere, una assai misera questione di costi e benefici. Speriamo che ci sia un ritorno alle origini del “sentirsi europei”. (s.m.)

L’ARTICOLO 50 del TRATTATO DI LISBONA, che è entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha introdotto per la prima volta una procedura per uno Stato membro che decide di uscire volontariamente dall’UE. L’ARTICOLO 50 fa parte del Diritto dell’Unione Europea e con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea. Si è molto dibattuto su di esso dopo il Referendum sulla permanenza del regno Unito nell’Unione Europea nel quale il 51.89% dei votanti è stato a favore dell’uscita della Brexit, dell’uscita dalla UE. DOPO CHE L’ARTICOLO 50 VIENE ATTIVATO, SI HA UN LIMITE DI TEMPO DI DUE ANNI PER COMPLETARE I NEGOZIATI. SE I NEGOZIATI NON PRODUCESSERO RISULTATI, il paese che decide di uscire e l’UE SEGUIREBBERO LE REGOLE DELL’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL COMMERCIO SUI DAZI. Quest’articolo è stato utilizzato dal regno Unito il 29 Marzo 2017. Pertanto con accordo o senza accordo dopo due anni (IL 29 MARZO 2019) L’USCITA DALLA UE DEL REGNO UNITO È IRREVERSIBILE. (immagine/schema qui sopra tratto da “il Sole 24ore”)
Manifestazione contro la Brexit, sempre a Londra

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L’UNIONE, IL NOSTRO DESTINO

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 11/12/2018
Oramai l’accordo tra Londra e l’Europa non esiste più. Eppure proprio i fatti drammatici di questi giorni confermano che l’Europa è ineluttabile. La si può e la si deve cambiare, riformare, rifondare; ma l’Europa è più che mai il nostro destino. Pure per gli inglesi, che non riescono a lasciarla, e non lo faranno mai del tutto.
La settimana di dibattito a Westminster è stata un esame di coscienza collettivo. L’autobiografia di una nazione, avrebbe detto Gobetti. Aperta da un voto storico, in cui molti conservatori si sono uniti all’opposizione per censurare il governo e accusarlo di aver mancato di rispetto al Parlamento. La colpa di Theresa May era di non aver pubblicato integralmente i documenti della trattativa con l’Europa. Subito dopo i Comuni hanno approvato una mozione che consente loro di modificare il «deal», l’accordo con Bruxelles, vanificando la strategia della premier, basata sull’alternativa «o accordo o nulla».
In due mosse il Parlamento britannico ha confermato la propria centralità; proprio nelle ore in cui a Parigi la polizia ricorreva a ogni durezza per reprimere la rivolta di piazza, in Germania gli assetti politici cambiavano non al Bundestag ma in un congresso di partito, e in Italia la Camera era chiamata a votare la fiducia a una manovra immaginaria, restando quella vera ancora da scrivere. In sostanza, il Paese che ha inventato il Parlamento ha ricordato al mondo che la democrazia rappresentativa rimane la peggior forma di governo, tranne tutte le altre.
Esiste però anche la democrazia diretta. Che si è espressa con il referendum del 23 giugno 2016. Dal dibattito, cui hanno partecipato direttamente o indirettamente le principali istituzioni finanziarie e culturali del Paese, è emerso con chiarezza che la classe dirigente britannica considera la Brexit un pasticcio che può diventare un disastro. L’hanno capito anche molti che la Brexit l’avevano sostenuta, magari per cavalcare la tigre del malcontento popolare, da Boris Johnson allo stesso Jeremy Corbyn, sempre molto tiepido sull’Europa per non precludersi la chance di conquistare Downing Street.
Però le ragioni che hanno indotto il 52% a votare per il Leave sono ancora lì, intatte. A cominciare dalla più importante: la tutela del lavoro, della specificità, dell’identità britannica. Londra non è più una città inglese ma la capitale del mondo multiculturale; infatti Londra è contro la Brexit; ma gran parte del Paese non riconosce più la propria capitale, così com’è diventata. Molti sono contrari alla libera circolazione dei lavoratori, arrivati a centinaia di migliaia dal Sud e dall’Est dell’Europa, in particolare da Italia e Polonia. Molti, ancora scossi dalle immagini della giungla di Calais abitata da africani in attesa di passare la Manica, temono che i flussi migratori arrivino fin qui. Più in generale, l’Europa è pensata come una gigantesca costruzione burocratica in mano ai tedeschi; e molti inglesi non vogliono saperne di obbedire al popolo che hanno sconfitto in due guerre mondiali.
Eppure uscire dal mercato comune europeo non conviene neppure a loro. Ridurre l’interdipendenza finanziaria non è certo nell’interesse della più grande fabbrica di ricchezza, la City. Ostacolare l’arrivo di studenti dall’Europa penalizzerebbe la seconda industria di Londra, l’istruzione. Fermare i lavoratori d’Oltremanica danneggerebbe le multinazionali della ristorazione e dei servizi. Infine, toccare la frontiera tra l’Ulster e la Repubblica d’Irlanda, che resterebbe in Europa a pieno titolo, significa evocare il fantasma di una guerra secolare; e proprio su questo scoglio si è arenata la May.
A rendere ancora più interessante la questione è la parabola di Nigel Farage. Il paladino della Brexit è uscito dal partito che lui stesso aveva fondato, in polemica con la deriva di estrema destra. Farage è un nazionalista britannico, ma è anche un sincero liberale. In ufficio ha la foto di Margareth Thatcher. Un movimento xenofobo e antislamico non gli interessa; il suo obiettivo resta dividere i conservatori e rifondarli su basi antieuropee. Non ci riuscirà; ma è consolante pensare che pure il populismo trova in Inghilterra un suo «modus», un metodo, un limite.
A questo punto può succedere di tutto. Un nuovo accordo. O anche un nuovo referendum. Ma una cosa è chiara: se non sarà possibile un ripensamento, una qualche forma di legame con l’Europa è inevitabile. E questo dovrebbe far riflettere gli anti-europei di casa nostra. All’uscita dall’euro i 5 Stelle sembrano aver rinunciato. La sovranità monetaria rimane il sogno proibito di qualche apprendista stregone della Lega. Ma Salvini non parla più di far saltare l’Europa, semmai di riorientarla sull’asse popolare-populista, sostituendo i socialisti come partner di un’alleanza meno ossessionata dall’austerity e più attenta alle identità nazionali e agli interessi dei ceti produttivi. È un progetto che può rivelarsi una velleità, di fronte alla tenuta tedesca. Di sicuro, al tempo dei Trump e dei Putin, dell’impero cinese e dell’avanzata islamica, pensare di fare del tutto a meno dell’Europa è un errore che neanche gli inglesi possono permettersi. (Aldo Cazzullo)

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LONDRA E LA UE

UN LEGAME CHE ORA VA DIFESO

di Maurizio Ferrera, da “il Corriere della Sera” del 13/12/2018
Se davvero succederà (come sembra ormai difficile da evitare), la Brexit avrà serie conseguenze per tutte le economie europee. Per quella del Regno Unito gli effetti saranno però devastanti. Le imprese e le banche inglesi sono sgomente, i sindacati molto preoccupati. Il ministro degli Esteri non esclude che ci possano essere dei tumulti per le strade, quello della Sanità sta preparando un ponte aereo per garantire i medicinali agli ospedali, nel caso si bloccassero le frontiere. COME SI È POTUTI ARRIVARE A UNA SITUAZIONE TANTO ASSURDA?
Le responsabilità sono molteplici. Tutto è nato con l’incauta promessa elettorale fatta da David Cameron nel 2015, quella di indire un referendum sulla Ue. Poi le intransigenti linee rosse che Bruxelles ha posto in tema di controllo dell’immigrazione verso il Regno Unito: una maggiore flessibilità avrebbe consentito a Cameron di evitare la consultazione popolare. La propaganda menzognera e manipolatoria dell’Ukip e di tanti conservatori anti-Ue ha fatto il resto. Una risicata maggioranza di elettori si è fatta convincere a votare
leave
Dopo il referendum, la sequenza di errori è continuata. L’establishment politico e burocratico inglese ha smarrito la sua proverbiale capacità di maneggiare i problemi complessi, di valutare nei dettagli i possibili scenari.
La domanda posta agli elettori era chiara e semplice: restare oppure uscire. Ma l’élite politica non poteva non sapere che l’uscita sarebbe stata difficile. Che non si trattava di chiudere una porta e aprirne un’altra per fendere incontrastati le onde della globalizzazione. L’economia internazionale non è più una prateria da conquistare cantando l’inno Rule Britannia . È diventata un sistema complesso, pieno di regole che vanno rispettate o ri-negoziate. Un percorso a ostacoli molto rischioso senza lo scudo Ue.
Può darsi che durante il negoziato degli ultimi mesi le linee rosse di Bruxelles siano state, di nuovo, eccessive. In uno dei tanti vertici recenti sulla Brexit, una stizzita Theresa May ha chiesto «rispetto» per le sue richieste. Un’osservazione legittima. Ma a Bruxelles l’impressione è che Londra si aspettasse di abbandonare la Ue alle proprie condizioni: una sorprendente ingenuità. Soprattutto considerando che c’è una scadenza (il 29 marzo 2019) oltre la quale la posizione degli altri partner prevale automaticamente e che senza accordo Londra si troverà a saltare nel vuoto.
Un’ipotesi che è diventata più probabile con l’indebolimento della premier, che al voto di fiducia del Parlamento è stata confermata, ma col voto contrario di un numero sorprendentemente elevato di parlamentari conservatori.
Col senno di poi, sono in molti a ritenere che la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona sia stato un grave errore. Il famoso articolo 50 ha indebolito quel sentimento di «affezione» nei confronti dell’Unione che si sviluppa spontaneamente nelle collettività politiche nate per condividere un progetto comune senza limiti temporali.
L’esplicita previsione di una opzione di uscita logora l’affectio societatis e tende a ridurre la cooperazione a una mera questione di costi e benefici. Nel dibattito che si svolse su questa clausola già all’inizio degli anni 2000, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer disse che la Ue non poteva trasformarsi nel salone di un grande albergo, nel quale si può entrare per poi uscire volteggiando.
Dare questa impressione, metterla addirittura nero su bianco, sarebbe stato un invito a nozze per i partiti euroscettici. L’allora ministro degli esteri francese, Hubert Vedrine, rispose che la clausola non sarebbe stata usata con leggerezza: «Non dobbiamo sottovalutare la saggezza dei nostri popoli». La sua era una visione «greca» della democrazia. Come il coro delle tragedie, il popolo deve essere insieme spettatore e partecipante della rappresentazione democratica. All’epoca di questo dibattito non eravamo però ancora entrati nella politica della post-verità.
Né sapevamo che la globalizzazione avrebbe potuto far scoppiare crisi improvvise e distruttive. E che anche i grandi Paesi europei sarebbero diventati troppo piccoli per farcela da soli. Soprattutto, ci eravamo dimenticati che l’eccesso di democrazia diretta gettò l’Atene classica nelle mani dei demagoghi e la condannò a diventare una provincia dell’impero macedone.
UNITI NELLA DIVERSITÀ: questa è l’unica prospettiva che i popoli europei hanno oggi per salvaguardare la propria prosperità (e la pace) nel futuro. La diversità è e deve restare legittima perché si tratta di un valore e insieme di una risorsa, una garanzia di dinamismo. Ma a condizione che non venga meno l’impegno verso l’Unione, sennò la diversità si trasforma in isolamento auto-distruttivo. Questa è – per ora – la lezione della Brexit. La geografia assegna le isole britanniche al continente europeo. Prima del 29 marzo c’è ancora un po’ di tempo per evitare che la politica recida questo legame, con un atto di colpevole irresponsabilità. (Maurizio Ferrera)

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BREXIT, MAY SUPERA LA MOZIONE DI SFIDUCIA

di Domenico Cerabona, 13/12/2018,

da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Nella serata di ieri si è tenuto il voto all’interno del gruppo parlamentare del Partito conservatore. Il voto era stato richiesto, come da regolamento interno dei Tories, da almeno quarantotto MP (Member of Parliament). A mandare la lettera di sfiducia al Capogruppo (Chief Whip) era stata la corrente dei Brexiteers, capitanati in questa fase da Jacob Rees-Mogg. Il tentativo di spallata è arrivato in seguito al rifiuto da parte del primo ministro di sottoporre al voto del Parlamento il testo dell’accordo trattato con l’Unione Europea che si sarebbe dovuto tenere l’11 dicembre.
Theresa May, ancora una volta, lottando con le unghie e con i denti, è riuscita a sopravvivere e – sempre secondo il regolamento dei Tories – per un intero anno non potrà vedere la sua leadership contestata dal suo gruppo parlamentare. Tuttavia, il risultato del voto segreto tenutosi ieri sera è tutt’altro che confortante per il premier britannico. Su 317 parlamentari, infatti, ben 117 hanno votato per sfiduciarla. Quasi un terzo del suo gruppo parlamentare. Per rendere l’idea della drammaticità della spaccatura all’interno dei Tories vale la pena di ricordare che Margaret Thatcher quando si dimise dalla leadership del Partito conservatore ottenne la fiducia di 204 parlamentari, una cifra non ritenuta sufficiente dalla Lady di ferro per mantenere la guida del partito e del governo. Theresa May si è fermata a 200 voti a favore. Un numero molto esiguo se si tiene inoltre conto che la May, per ottenerlo, ha dovuto promettere di rinunciare a guidare il partito alle prossime elezioni, previste nel 2022. Sostanzialmente, la May avrebbe chiesto un mandato limitato al conseguimento della chiusura della Brexit, ma nonostante questo ha subito una ribellione molto più ampia del previsto e – numeri alla mano – non limitata all’ala più oltranzista del suo partito.
Insomma, una vittoria che per la May rischia di essere di Pirro, perché – a meno di clamorosi colpi di scena – testimone di come non ci siano assolutamente i numeri in Parlamento per approvare il suo accordo sull’uscita dall’Unione, poiché ai ribelli Tories vanno aggiunti i voti contrari di tutte le opposizioni e dell’alleato di governo della May, il DUP (Democratic Unionist Party).
Un voto che, a questo punto, non si sa neanche esattamente quando avrà luogo. Sappiamo solo che, obbligatoriamente, si dovrà tenere entro il 21 gennaio, a poco più di due mesi dalla data in cui – secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona – la Brexit entrerà in vigore, anche in caso non si sia raggiunto un accordo.
Il primo ministro sta continuando a trattare con l’Unione Europea, ricevendo però risposte molto secche da parte di tutti. Merkel, Juncker e Tusk hanno infatti tenuto la stessa posizione: “non ci sono margini di trattativa, l’accordo non può più essere cambiato”. La speranza di ottenere ulteriori concessioni circa la complicata situazione del “backstop” per quanto riguarda il confine tra Nord Irlanda e Irlanda del Nord pare dunque molto vana. Nelle giornate di oggi e domani si terrà un Consiglio europeo in cui è stata inserita in agenda una ulteriore discussione sulla Brexit, ma difficilmente la May riuscirà a riportare in Parlamento qualcosa che possa cambiare la situazione che – al momento – pare per lei disperata. Ancora una volta appare troppo debole per andare avanti ma, allo stesso tempo, si fa forte della mancanza di valide alternative all’interno di un Partito conservatore, sempre più spaccato e sempre più timoroso all’idea di nuove elezioni anticipate. Una eventualità che, invece, è richiesta a gran voce dal Partito laburista guidato da Jeremy Corbyn che, da settembre, chiede di tornare al voto.
La crisi politica che attanaglia ormai da anni il Regno Unito è dunque molto lontana dall’essere risolta, nonostante la scadenza per la Brexit si avvicini a grandi falcate ricca di incognite e incertezze. (Domenico Cerabona)

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LONDRA-BRUXELLES

BREXIT, JUNCKER: NON RINEGOZIEREMO L’ACCORDO

da http://www.rainews.it/ , 11/12/2018
– L’incontro con Theresa May. Il presidente della Commissione europea: “Possiamo chiarificare, interpretare, ma non riaprire l’intesa”. May vede anche Angela Merkel e il premier olandese Mark Rutte –
Jean-Claude Juncker chiude la porta all’ipotesi di rinegoziare l’accordo con Londra sulla Brexit. “Non c’è alcuna ragione per una rinegoziazione” dell’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Ue, avallato dal Consiglio europeo il 25 novembre e accettato dal governo britannico.
“Possiamo chiarificarlo, interpretarlo, ma senza riaprirlo. Questo non succederà, tutti devono saperlo”, dice il presidente della Commissione europea nel suo intervento davanti alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo (l’11/12/2018, ndr), in vista del vertice Ue.
La premier britannica Theresa May, che ieri (10 dicembre, ndr) ha annunciato il rinvio del voto della Camera dei Comuni sull’accordo con l’Ue, di fronte alla prospettiva di una pressoché certa bocciatura, sarà a Strasburgo per incontrare il presidente della Commissione. “Sono stupito – ha detto Juncker – perché ci eravamo messi d’accordo con il governo britannico il 25 novembre. Sembra che ci siano dei problemi a fine corsa. Vedrò il primo ministro Theresa May stasera e devo dire qui, come ho già fatto in passato, che questo accordo è il miglior accordo possibile, l’unico possibile: non c’è nessun margine per una rinegoziazione. Ma naturalmente, questo intervallo di tempo, fino al voto del Parlamento britannico, può essere usato in modo intelligente, per chiarire e interpretare” l’accordo.
IL NODO IRLANDESE
Juncker ha ricordato che “il grosso problema è il ‘BACKSTOP'”, la clausola di salvaguardia per l’Irlanda nell’Accordo di recesso. Questa clausola mantiene l’Irlanda del Nord nel mercato unico e il resto del Regno Unito nell’Unione doganale dell’Ue, per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un futuro accordo bilaterale migliore fra Londra e l’Unione.
Ma nel Parlamento britannico, sia i “Brexiteer” duri che le forze (come i laburisti) favorevoli a un secondo referendum o a restare nel mercato unico Ue, sia gli unionisti nordirlandesi criticano duramente il fatto che Londra non potrà mai porre termine unilateralmente al ‘backstop’, ma dovrà dipendere dalla decisione unanime dei Ventisette. “Dobbiamo proteggere l’Irlanda” “Abbiamo una comune determinazione a non utilizzare il ‘backstop’, ma dobbiamo prepararlo comunque, perché dobbiamo essere nelle condizioni di proteggere l’Irlanda. L’Irlanda non deve essere mai lasciata sola”, ha concluso il presidente della Commissione europea.
Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha confermato che “l’Assemblea di Strasburgo è sulla stessa posizione”, e ha sottolineato “l’unità di tutte le istituzioni Ue e degli Stati membri” su questo. “Va bene ricevere la May, dialogare, ma non possiamo cambiare posizione”, ha concluso.
Jean-Claude Juncker incontrerà il primo ministro britannico Theresa May stasera. Theresa May chiederà ai leader dell’Unione europea “rassicurazioni legali addizionali che il Regno Unito non potrà essere intrappolato in modo permanente nel backstop irlandese”. Lo ha detto il sottosegretario britannico per la Brexit, Martin Callanan, al suo arrivo al Consiglio Affari generali dell’Ue.
Il backstop, la soluzione di sicurezza per evitare il ritorno della frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord, è “al cuore delle preoccupazioni espresse da molti membri del Parlamento” britannico, ha detto Callanan. “E’ molto importante che queste siano rassicurazioni addizionali legalmente vincolanti”, ha spiegato.
Merkel non aiuterà May per la riapertura negoziato “E’ sempre bene parlare ma non ci sarà nessuna rassicurazione sulla riapertura del negoziato”. Lo ha detto il ministro tedesco degli Affari europei, Michael Roth, riguardo all’incontro tra Theresa May, premier britannica, e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Nel corso della sua missione sul Continente, May ha incontrato il premier olandese. “Stamani ho ricevuto il primo ministro Theresa May all’Aja per una colazione di lavoro, in preparazione del Consiglio europeo di questa settimana. Un dialogo utile, che ci ha visti discutere gli ultimi sviluppi sulla Brexit”, scrive Mark Rutte su Twitter, accompagnando il messaggio con una foto in cui è rappresentato seduto con May sul divano. I due si stringono la mano e appaiono molto sorridenti.
La Francia considera il “no deal” (il “non accordo”) non improbabile: “Siamo molto preoccupati per il posticipo del voto britannico sulla Brexit. Abbiamo fatto molto per aiutare Londra, questo accordo è l’unico possibile ed abbiamo fatto molte concessioni per raggiungerlo. Speriamo ci possa essere una maggioranza per la ratifica a Westminster, ma dobbiamo essere pronti per una mancata intesa, perché non è improbabile. Per questo stanotte il nostro Parlamento ha votato un progetto di legge, per prepararci. Siamo pronti”. Così il ministro francese per l’Europa, Nathalie Loiseau.

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COSA FARÀ ORA THERESA MAY

IL RINVIO DEL VOTO SU BREXIT AL PARLAMENTO BRITANNICO L’HA MESSA IN UNA POSIZIONE SCOMODA, DA CUI SARÀ DIFFICILE USCIRE
11/12/2018 https://www.ilpost.it/
Dopo aver rinviato il voto in Parlamento sull’accordo su Brexit, la prima ministra britannica Theresa May si trova ora in una posizione molto complicata. Dopo aver detto per settimane che l’accordo trovato fra negoziatori europei e britannici era l’unico possibile, ora è costretta a chiedere alcune modifiche per convincere i sostenitori di una Brexit più “dura” a votarlo. Quasi certamente non riuscirà ad ottenerle: l’Unione Europea ha fatto sapere più volte che considera chiusi i negoziati, dopo le trattative durate un anno e mezzo e il voto del Consiglio Europeo del mese scorso. Il suo governo non ha ancora annunciato quando calendarizzerà il nuovo voto al Parlamento britannico: al momento l’ipotesi più concreta è che si voti a gennaio.

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CON BREXIT SIAMO IN UN LIMBO

da “Il Post.it” del 13/12/2018 (https://www.ilpost.it/ )
– Quelli a cui non piace l’accordo non hanno i numeri per sostituire May, ma sono abbastanza da bloccarla in Parlamento: quindi? –
Dopo che ieri sera la prima ministra britannica Theresa May ha ottenuto la fiducia del suo partito, quello dei Conservatori, il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si trova in una specie di limbo. I sostenitori di una Brexit più “dura”, cioè con meno legami con l’Unione Europea, hanno dimostrato di non avere i numeri per sostituire May, ma rimangono forti abbastanza da bloccare l’approvazione dell’accordo in Parlamento.
Il voto era previsto per l’11 dicembre ma è stato sospeso in attesa che May trovi tutti i voti necessari (all’accordo si oppongono anche il Partito Laburista, i Liberal-Democratici e il partito unionista nordirlandese). Non è chiaro come le cose possano evolversi nei prossimi giorni.
May non riceverà una mano dai suoi colleghi europei, che riuniti a Bruxelles per l’ultimo Consiglio Europeo dell’anno. Brexit sarà di nuovo all’ordine del giorno, ma non ci saranno grosse novità. Nei giorni scorsi May aveva chiesto ai leader dei principali paesi europei di cambiare l’accordo trovato a metà ottobre, che lei stessa però aveva definito «il migliore possibile», per introdurre alcune modifiche al cosiddetto backstop – l’accordo temporaneo che sarà in vigore fra la fine del periodo di transizione e il futuro accordo commerciale – e sperare così di convincere qualche parlamentare scettico a votare l’accordo in Parlamento.
Non succederà. L’accordo conviene parecchio all’UE – soprattutto per ragioni economiche e commerciali – e riaprendo i negoziati l’Unione Europea rischierebbe di perdere la faccia, dopo aver dichiarato in tutte le sedi che le trattative erano finite. La bozza della dichiarazione che il Consiglio Europeo pubblicherà , letta dal Financial Times, contiene solo alcune generiche rassicurazioni sul fatto che il BACKSTOP «non è un’opzione desiderabile» per l’UE, e che le trattative per negoziare l’accordo commerciale definitivo inizieranno il prima possibile.
Da giorni i politici vicini a May lasciano intendere che all’ultimo minuto l’Unione Europea potrebbe accettare delle modifiche al backstop: ancora oggi il segretario per Brexit, Steve Barclay, ha insistito sul fatto che «si sta muovendo qualcosa».
Il governo britannico ha fatto sapere che intende far votare l’accordo entro il 21 gennaio: probabilmente utilizzerà queste settimane per cercare di convincere più parlamentari Conservatori possibili ad appoggiare l’accordo, per poi provare a perdere “bene” la prima votazione e riprovarci nei primi mesi del 2019. Per ora i sostenitori di una Brexit “dura” non sembrano inclini a fare compromessi. Ieri sera uno dei loro leader, il parlamentare Jacob Rees-Mogg, ha detto alla BBC che nonostante il voto di fiducia May dovrebbe comunque prendere in considerazione le dimissioni.

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BREXIT, MAY RINVIA IL VOTO IN PARLAMENTO PER EVITARE LA DISFATTA. GIÙ LA STERLINA. CINQUE SCENARI POSSIBILI
di Nicol Degli Innocenti, da “il Sole 24ore” del 10/12/2018
La Premier Theresa May dovrà portare a Westminster il testo del WITHDRAWAL AGREEMENT, l’intesa sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, e che possa avere il sostegno di almeno 320 deputati e possa quindi essere ratificato. Secondo le regole la premier ha tempo fino al 21 gennaio per presentare il testo al Parlamento.
Le tensioni politiche sono tali però che la situazione potrebbe sfuggire di mano alla premier. Vediamo QUALI SONO LE OPZIONI POSSIBILI:
OPZIONE VITTORIA
Se l’opera di persuasione della May va a segno e la premier ottiene un testo accettabile alla maggioranza dei deputati, nelle prossime settimane il voto potrebbe andare a suo favore. Questo sarebbe l’esito più semplice: la May resterebbe in sella e ci sarebbe la certezza che la Gran Bretagna uscirà come previsto il 29 marzo 2019 e che, come stabilito con la Ue, ci sarà un periodo di transizione che dovrebbe finire nel dicembre 2020 ma che potrebbe essere prorogato. Le possibilità che questa opzione diventi realtà sono però remote perché oggi sia l’Unione Europea che il premier irlandese LEO VARADKAR hanno ribadito che non intendono tornare al tavolo delle trattative. I margini di manovra della May sembrano quindi estremamente limitati.
OPZIONE DIMISSIONI MAY
Dopo l’ennesima umiliazione da parte del suo stesso partito, la May potrebbe concludere che non ha la fiducia del Parlamento e dei Tories e rassegnare le dimissioni. L’opzione è però improbabile sia perché la premier è molto determinata ad “andare fino in fondo”, come ha ripetuto diverse volte, sia perché non c’è un successore ovvio e quindi una sua uscita di scena non risolverebbe il problema. Il partito è talmente diviso in fazioni che non c’è un candidato che avrebbe il sostegno necessario. DAVID LIDLINGTON, il vicepremier de facto, potrebbe prendere le redini in via temporanea ma non sarebbe una soluzione di lungo termine.
OPZIONE “NO DEAL”
In teoria, la posizione predefinita o conseguenza inevitabile di un voto contrario in Parlamento sarebbe un “no deal”, cioè un’uscita dalla Ue senza un accordo. In pratica, però, è una possibilità remota perché il Governo è contrario e non c’è una maggioranza in Parlamento per procedere. Solo una manciata di oltranzisti pro-Brexit ritiene positiva l’opzione di lasciare la Ue senza un’intesa, che economisti e imprese considerano devastante per l’economia. La Banca d’Inghilterra ha avvertito che porterebbe alla recessione e avrebbe un impatto immediato sulla sterlina. Il Parlamento la settimana scorsa ha approvato una mozione che concede ai deputati il potere decisionale sui passi successivi alla sconfitta dell’accordo, quindi è improbabile che il “no deal” sia contemplato. La decisione della May di rinviare il voto ha però galvanizzato il fronte pro-Brexit, che spera di cogliere l’occasione per forzare un’uscita senza accordo.
OPZIONE SECONDO REFERENDUM
La novità emersa nel fine settimana è che anche gli oltranzisti pro-Brexit si stanno preparando a un secondo referendum. Dato che l’ipotesi da loro preferita di un “no deal”, l’uscita senza accordo, è ormai considerata remota a causa dell’opposizione del Parlamento, i sostenitori di una hard Brexit puntano ora a organizzare la campagna in vista di un secondo voto per convincere gli elettori a votare di nuovo a favore di uscire dalla Ue. Richard Tice, coordinatore di “Leave means Leave” si è detto convinto che un secondo referendum potrebbe essere indetto entro due settimane e che le chance sono 50/50.
L’opzione di un secondo referendum, che era stata proposta da un gruppo di deputati pro-Ue di diversi partiti, ha conquistato consensi nelle ultime settimane. La May si è schierata contro perché lo ritiene un tradimento della volontà popolare espressa nel 2016, ma i sostenitori sottolineano che un secondo voto sarebbe democratico perché permetterebbe agli elettori di esprimere la loro opinione con maggiori informazioni a disposizione sulle conseguenze di Brexit.
Il 10 dicembre la Corte di Giustizia Europea ha pronunciato il suo verdetto su un caso avviato mesi fa da alcuni deputati anti-Brexit e ha confermato, come previsto, l’opinione espressa la settimana scorsa dall’avvocato generale. La sentenza conferma quindi che la Gran Bretagna può revocare l’articolo 50 e quindi annullare Brexit unilateralmente, senza il permesso della Ue o dei 27, cosa che faciliterebbe un secondo referendum.
Il Governo deve prima approvare la legge necessaria per indire un altro voto. Per poterlo organizzare servono diverse settimane, quindi sarebbe necessario anche chiedere alla Ue di concedere più tempo, rinviando Brexit ben oltre la data prevista del 29 marzo 2019. I sostenitori del cosiddetto “People’s vote” sono convinti che i 27 Paesi membri sarebbero d’accordo e che un secondo referendum, ora che gli elettori sono più informati, porterebbe alla scelta di restare nella Ue.
OPZIONE VOTO PER “NORVEGIA PER ADESSO”
Nel fine settimana Amber Rudd, ministro del Lavoro e fedelissima della May, è stata il primo ministro in carica a dichiarare che se l’accordo sarà respinto allora l’opzione meno negativa sarebbe quella norvegese. La Rudd l’ha definita una “opzione plausibile anche se non desiderabile.” Numerosi deputati nelle ultime settimane hanno sostenuto questa ipotesi, dicendosi convinti che avrebbe una maggioranza in Parlamento e potrebbe quindi essere approvata senza troppe scosse.
La Gran Bretagna entrerebbe nello Spazio Economico Europeo, restando quindi nel mercato unico e non ci sarebbero contraccolpi per l’economia. Al contrario della Norvegia, dovrebbe restare anche nell’unione doganale per evitare il problema del confine interno irlandese. Con questa soluzione non ci sarebbero contraccolpi per l’economia e per gli scambi commerciali e Londra uscirebbe dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune sulla pesca.
La Gran Bretagna dovrebbe però accettare la libera circolazione delle persone e quindi non potrebbe limitare l’immigrazione e “riprendersi il controllo delle frontiere” come ha promesso la May. Inoltre dovrebbe rispettare regole imposte dalla Ue e continuare a versare contributi al budget Ue. L’opzione viene chiamata “Norvegia per adesso” perché nelle intenzioni dei deputati che la sostengono sarebbe una soluzione temporanea per tre anni in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio definitivo con la Ue. (Nicol Degli Innocenti)

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BREXIT, DA LINEKER A MCEWAN, L’APPELLO DELLA SOCIETÀ CIVILE: «LASCIATECI VOTARE E (STAVOLTA) SCEGLIEREMO LA UE»
di Armando Iannucci, Gary Lineker, Natascha McElhone, Ian McEwan, Sir Patrick Stewart, Corriere della Sera del 11/12/2018
– Registi, ex calciatori, attrici e scrittori si mobilitano e ricordano come a ottobre 700 mila persone siano scese in piazza per chiedere un voto popolare –
Uno sceneggiato televisivo britannico degli anni Ottanta, intitolato «Auf Wiedersehen, Pet» (Addio, tesoro) metteva in scena la vita di sette uomini i quali, per sfuggire alla disoccupazione rampante in Gran Bretagna, emigravano nella Germania dell’ovest per trovare lavoro come operai nei cantieri edili. Da quei giorni, la libertà di movimento ha facilitato enormemente la vita, il lavoro e gli spostamenti dei cittadini da un capo all’altro dell’Unione Europea.
Nell’industria dell’intrattenimento, il nostro lavoro ci costringe spesso a viaggiare e lavorare ovunque in Europa, e da quasi trent’anni la libertà di movimento ci è venuta incontro nella vita e nel lavoro. E non solo a noi. Oltre un milione di britannici oggi vivono in altre parti d’Europa, e molti di loro hanno avviato imprese di successo, si sono sposati e hanno messo su famiglia.
Oggi, invece, in base alle normative della Brexit di Theresa May, quei diritti stanno per arrivare al capolinea. Le future generazioni di giovani inglesi, molti dei quali non hanno avuto modo di esprimere il loro parere nel referendum del 2016, perderanno i diritti di cui hanno goduto le generazioni precedenti.
La Gran Bretagna rischia di ritirarsi dalla scena internazionale, e solo perché ai suoi cittadini sono state raccontate vere e proprie menzogne nel 2016. I sostenitori della Brexit avevano promesso ai cittadini che avrebbero continuato a godere «di tutti i vantaggi» dell’Unione Europea, riservandosi semplicemente la prerogativa di «riprendersi il controllo». L’accordo della Brexit, negoziato da Theresa May, ahimè, sta a dimostrare invece che tutte quelle promesse resteranno disattese.

La Gran Bretagna si è impegnata a versare un assegno di divorzio da 50 milioni di sterline, ma a quale scopo? Non avremo nulla in cambio. Anzi, perderemo i nostri diritti di Stato membro dell’Unione Europea, vale a dire meno commercio, meno opportunità e standard di vita inferiori. I britannici perderanno il diritto a vivere, lavorare e studiare senza necessità di visto in tutta Europa. E in virtù di quella che si rivelerà la più grave perdita di sovranità e controllo nella storia inglese, dovremo continuare a seguire le regole europee, senza tuttavia aver diritto a partecipare alla loro formulazione.
Decine di migliaia di imprese britanniche — la stragrande maggioranza delle quali si fonda sul libero scambio commerciale, importare ed esportare cioè verso ogni punto dell’Europa — oggi si ritrovano a vivere in un’atmosfera di intensa e prolungata incertezza. L’accordo per la Brexit si limita a promettere scambi commerciali senza scossoni per i prossimi due anni, ma non dà garanzie su nulla oltre quella scadenza.
Sempre più lavoratori nel Regno Unito oggi scoprono che il loro posto di lavoro è a rischio. Le aziende chiudono le fabbriche oppure decidono di non fare ulteriori investimenti in quanto non hanno alcuna certezza sulle prospettive a lungo termine. Le famiglie in Gran Bretagna già si vedono costrette ad affrontare spese crescenti, per la perdita di valore della sterlina. E milioni di euro di finanziamenti europei per la ricerca, le scienze e le arti, sono altresì minacciati. Lo stesso governo ha ammesso che l’accordo della Brexit danneggerà gravemente l’economia britannica. Dominic Raab, il membro di gabinetto responsabile per i negoziati della Brexit, è stato costretto a riconoscere che questo accordo è peggio che restare nell’Unione Europea.
I sondaggi di opinione mostrano come una percentuale chiaramente maggioritaria di elettori in quasi tutti i distretti oggi esige di esprimere il proprio parere in un voto popolare. Una netta maggioranza della popolazione oggi voterebbe per restare nell’Ue. A ottobre, 700.000 persone da ogni angolo del Paese sono confluite nel centro di Londra per chiedere il diritto di dire l’ultima parola sulla Brexit, in un voto appunto popolare.
Ora spetta ai politici eletti in parlamento respingere con il loro voto questo nefasto accordo della Brexit e restituire l’ultima parola ai britannici. Se avranno il coraggio di farlo, chiediamo al vostro P aese e a tutta l’Unione Europea di concedere alla Gran Bretagna un lasso di tempo sufficiente per esprimere questo voto popolare e per ripensare la Brexit. Ne va del futuro di moltissime persone.
(Traduzione di Rita Baldassarre, 11 dicembre 2018)

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L’ACCORDO CON LA UE

di Nicol Degli Innocenti. Da “il Sole 24ore” del 27/11/2018
– Il costo di Brexit per gli inglesi? Oltre mille sterline a testa –
Brexit costa cara, molto più cara del previsto. La prospettiva è di un calo del 3,9% del Pil britannico entro il 2030, pari a un costo di 100 miliardi di sterline, oltre mille sterline a testa per ogni abitante del Regno Unito. Questo lo scenario delineato nel primo studio condotto dopo l’accordo raggiunto tra Londra e Bruxelles e approvato dai 27 Paesi membri dell’Unione il 25 novembre.
Il rapporto presentato il 26/11 su “Gli effetti economici dell’accordo su Brexit proposto dal Governo”, condotto dal National Institute of Economic and Social Research (Niesr), esamina l’impatto dei cambiamenti nei rapporti commerciali tra la Gran Bretagna, la Ue e altri Paesi dovuti all’intesa. «La nostra stima è che se l’accordo proposto su Brexit diventerà realtà, il Pil sul lungo termine subirà un calo del 4% rispetto a se la Gran Bretagna fosse rimasta nella Ue – afferma il rapporto -. Questo è equivalente a perdere l’intero contributo annuale del Galles o del settore finanziario a Londra».
Se la Gran Bretagna restasse a oltranza in un’unione doganale con la Ue o se il “backstop”, la polizza di assicurazione sul confine irlandese, venisse utilizzata, il danno sarebbe minore ma comunque consistente, con un calo del 2,8% del Pil o 70 miliardi di sterline. Se invece il Parlamento britannico respingesse l’accordo proposto dal Governo e la Gran Bretagna uscisse dalla Ue senza un’intesa, la cosiddetta opzione “no deal”, allora la contrazione del Pil sarebbe del 5,5% o 140 miliardi di sterline.
GUARDA IL VIDEO / Brexit, ecco tutte le date del divorzio
La conclusione principale è che anche se l’accordo verrà approvato ci sarà una forte riduzione negli investimenti e negli scambi commerciali (-46%), soprattutto nel settore dei servizi, e questo avrà un impatto diretto sul tenore di vita dei cittadini britannici.
Continuerà anche a regnare l’incertezza sul tipo di rapporto futuro che Gran Bretagna e Ue avranno dopo la fine del periodo di transizione il 31 dicembre 2020. L’incertezza ha un impatto negativo misurabile: secondo gli ultimi studi l’esito del referendum del 2016 e i punti interrogativi sul futuro che ha sollevato hanno già pesato per il 2% del Pil.
Lo studio presentato ieri è stato commissionato e finanziato dal People’s Vote, la campagna a favore di un secondo referendum, ma condotto dagli economisti del Niesr, che è un centro di ricerca prestigioso e con impeccabili credenziali di indipendenza. Il Niesr ha sottolineato ieri che le stime sono necessariamente «incerte dato che non esiste un precedente storico di un Paese che lascia un grande blocco commerciale come la Ue».
Un secondo referendum su Brexit, che sembrava una chimera fino a poco fa, è adesso una possibilità realistica. Se l’accordo proposto dal Governo verrà respinto dal Parlamento, come sembra probabile, le opzioni sul tavolo sono un “no deal” osteggiato dalla maggioranza dei deputati, un ritorno al tavolo negoziale che la Ue ha ripetutamente escluso, elezioni anticipate che solo l’opposizione laburista vuole nella speranza di vincere, oppure un secondo referendum che potrebbe annullare Brexit.
(…..) (Nicol Degli Innocenti)

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https://www.what-europe-does-for-me.eu/it/home

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BREXIT, DAL PASTICCIO AL CAOS

di Gianni De Fraja, 11.12.2018 da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/
– Per la Brexit è arrivato il momento della resa dei conti. All’ultimo minuto Theresa May rinvia il voto del Parlamento sull’accordo raggiunto con la Ue dopo due anni di trattative. La sconfitta apre una fase ancor più caotica della storia del Regno Unito. –
TRE BATOSTE PARLAMENTARI PER THERESA MAY
Nel film Przypadek, un incontro fortuito e a prima vista irrilevante conduce il protagonista a tre destini, la cui graduale ma radicale divergenza è descritta dal regista polacco Krzysztof Kieślowski in tre opposte sequenze di eventi. Gli storici futuri potranno identificare un momento simile nei rapporti tra Ue e Regno Unito nella decisione, in seguito definita idiota, di un paio di deputati laburisti di aggiungere il loro nome al modulo della candidatura di Jeremy Corbyn a leader laburista, pur non avendo alcuna intenzione di votarlo, ma per permettergli di competere, con il fine di “ampliare il dibattito” interno al partito.
La storia non si fa con i “se”, ma credo davvero che se i due non avessero preso questa decisione, oggi il primo ministro David Cameron e il capo dell’opposizione Yvette Cooper, si scontrerebbero ai comuni sull’atteggiamento di politica estera che la Ue dovrebbe tenere verso la crisi in Ucraina e l’attacco alla libertà accademica in Ungheria.
Invece, quando non sono impegnati in distopiche discussioni da film post-apocalittico, i politici inglesi si azzannano per la Brexit. Da un lato, il governo offre promozioni e cavalierati a deputati tory vacillanti, dall’altro l’opposizione rispolvera l’umile richiesta, un arcano e desueto regolamento parlamentare, con il quale sconfigge il governo tre volte.
Se l’accusa di vilipendio al Parlamento per il rifiuto di pubblicare l’opinione sull’accordo porta l’avvocato dello stato alle lacrime, anche perché è la prima volta nei sette secoli di vita del Parlamento, la sconfitta più bruciante è la vittoria della mozione dell’ex-ministro Tory Dominic Grieve. Permetterà ai deputati di proporre emendamenti a ogni proposta del governo successiva a un eventuale voto contrario all’accordo con la Ue, di fatto assegnando al Parlamento la decisione finale sui rapporti con la Ue. È un duro colpo alla strategia del divide et impera che il governo sperava di seguire.
L’idea era quella di far votare il Parlamento, prima del voto finale di martedì 11 dicembre su vari possibili scenari che potrebbero verificarsi in caso di bocciatura dell’accordo. Così ogni alternativa (dal secondo referendum al trattamento diverso tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna) sarebbe stata eliminata e il dibattito ai comuni sarebbe finito con un aut-aut netto, senza se e senza ma: o “no deal” o il trattato firmato da May con la Ue. La speranza era che un numero sufficiente di deputati pro-europei preferisse la padella della proposta May alla brace dell’assenza di ogni accordo.
Ora che l’opinione legale è pubblica, è anche ovvio perché il governo era restio a pubblicarla: il documento chiarisce che il Regno Unito non potrà lasciare l’unione doganale senza il consenso della Ue, e sulla spinosa questione dell’Irlanda del Nord non lascia dubbi sul fatto che, senza un accordo specifico sul commercio da concludersi entro il 2022 “la Gran Bretagna sarà alla stregua di un paese terzo per quanto riguarda scambi tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna”: come per la nazionale di rugby non ci sarà divisione tra le due Irlande, ma ci sarà separazione tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna. Ironico che la separazione legale del Regno sia proposta da un partito il cui nome ufficiale è “conservatore e unionista”.
COSA SUCCEDERÀ?
Con un cambio di marcia disperato, dopo aver ribadito fino a un’ora prima che non lo avrebbe fatto, Theresa May ha posticipato il voto, nella assoluta certezza che ne sarebbe uscita strapazzata, visto che oltre 100 parlamentari tory avevano dichiarato che si sarebbero schierati come tutti gli altri partiti contro l’accordo.
È davvero impossibile azzardare previsioni. Da un lato le posizioni si chiariscono, i costi drammatici della Brexit diventano sempre più evidenti, il ministro dell’Economia cambia tono e ammette che l’economia peggiorerà, mentre la Bank of England stima vari scenari e prevede una perdita secca del Pil del 10 per cento qualora non ci sia un trattato con la Ue, attirando sul governatore insulti su insulti. Dall’altro lato, però, i sondaggi mostrano solo un leggero spostamento anti-Brexit dovuto soprattutto al cambio demografico dal giugno 2016, giovani che diventano maggiorenni sostituiscono gli anziani che muoiono, pochissimi elettori sembrano cambiare idea.
In teoria, l’emendamento Grieve sposta il potere decisionale dal governo al Parlamento; in pratica, in mancanza di una costituzione formale, il governo potrebbe ignorarlo e ha infatti già messo le mani avanti spiegando che lo status quo rimane l’uscita senza accordo. Non penso, però, che riuscirebbe facilmente a spazzarlo via del tutto, visto che, come uno squalo che sente odore di sangue, con le tre vittorie in aula il Parlamento è uscito dalla paralisi che nei due anni successivi al referendum del 2016 lo ha reso imbelle e sordo a qualunque scemenza uscisse dalla bocca del governo e dei brexiter.
Le spaccature interne ai due partiti principali creano situazioni paradossali: ci sono deputati tory che implorano Corbyn e la leadership laburista di opporsi al governo del loro partito e c’è un governo che accusa il Parlamento che lo sostiene di tradire la democrazia. Perché l’accordo entri in vigore un voto del Parlamento è obbligatorio per legge.
Anche nel caso in cui la sconfitta fosse numericamente pesante, non è ovvio che Madam May si dimetta: potrebbe rimanere in carica, in equilibrio tra gli opposti estremismi dei due gruppi del partito che le si oppongono, per gestire un secondo referendum, nonostante lo abbia escluso categoricamente, sul quale comunque gli elettori appaiono confusi. Consoliamoci almeno, con l’effetto più inatteso della Brexit: l’emergere di note di umorismo nella sinistra marxista e addirittura in Germania. (Gianni De Fraja)

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BREXIT: STORIA DI UN MATRIMONIO PIENO DI CONTRASTI

(…..) La chiusura della pratica iniziata con il voto del 2016 per la Brexit, dunque, sembra non arrivare mai. Ma i contrasti tra Regno unito ed Europa sono antichi. Era il 1946 quando a Zurigo Winston Churchill pronunciò il famoso discorso (http://www.isesp.eu/discorsoChurchill.pdf ) rivolto agli studenti universitari, nel quale proponeva la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Ci vollero però quasi trent’anni, perché il Paese decidesse di votare a favore dell’ingresso nella Comunità Economica Europea, avvenuto nel 1973 e confermato da un referendum nel 1975, nel quale il 67% dei cittadini britannici votò per rimanere nella CEE.
Un ingresso lento, caratterizzato da un percorso tortuoso e pieno di ostacoli. Negli anni, infatti, la politica inglese resta fortemente divisa sul tema dell’Europa, dove le voci contrarie alla perdita di sovranità nazionale attraversano sia il partito dei conservatori, sia quello dei laburisti, arrivando a spaccare quest’ultimo, per dare origine al partito social democratico. Negli anni 90, è la lady di ferro, Margaret Thatcher a esprimere in modo chiaro le tendenze contrastanti che animano i Britannici. Tra gli elementi di contrasto tra Europa e Regno Unito, un ruolo importante è stato ricoperto dalla posizione sulla moneta comune. Il no ad abbandonare la sterlina, infatti, ha confermato una distanza che non si era mai ridotta. L’elezione al governo di Toni Blair sembra avvicinare il Regno Unito all’Europa, ma le spinte contrarie non si indeboliscono. E si prendono una inaspettata vittoria nel 2016, quando il 51,9% dei britannici vota contro l’Unione Europea.

La storia di questo matrimonio difficile, commentata da Carlo Altomonte, docente di Economia dell’integrazione europea all’università Bocconi e Attilio Geroni, caporedattore della redazione Esteri del Sole 24 Ore.
Vedi il video de il sole 24ore:

https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/brexit-storia-un-matrimonio-pieno-contrasti/AEVx5sxG
Per approfondire:
Brexit: abbiamo sbagliato. Da oggi il dietrofront è possibile
Che cosa vogliono i britannici? I diversi scenari della Brexit

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OSLO NON VUOLE LONDRA NELL’EFTA. SPARISCE L’OPZIONE NORVEGIA PLUS PER LA BREXIT
“Viste le motivazioni dell’abbandono dell’Ue non è nel loro interesse, e non è nel nostro”. Forti dubbi anche dagli imprenditori nordici
7/12/2018 da https://www.eunews.it/
BRUXELLES – Si complica sempre di più la situazione dei brexiters britannici: le vie d’uscita dall’Unione europea si stanno trasformando i precipizi. Dopo le preoccupazioni espresse dal governatore della Banca d’Inghilterra, e di tanti altri economisti, sui disastrosi esiti di un “no deal”, ora arriva il secco “no” dei politici norvegesi all’idea, proposta da molti in Gran Bretagna, di un’adesione del regno all’Efta, lo European Free Trade Area”, composto da Norvegia, Islanda e Liechtenstein, come piano “B” in caso di mancato accordo con l’Unione.
Il quotidiano The Guardian ha sentito Heidi Nordby Lunde, deputata del partito conservatore al governo in Norvegia leader del Movimento europeo norvegese, la quale ha spiegato che le sue opinioni riflettono quelle del partito, anche se il primo ministro norvegese, Erna Solberg, è stata più diplomatico ed ha detto che la Norvegia avrebbe esaminato una eventuale richiesta del Regno Unito, sulla quale Oslo può porre il veto.
Lunde spiega che “in realtà l’opzione norvegese non è un’opzione. Lo diciamo da un anno e mezzo, dai tempi del referendum, quindi sono sorpresa che dopo tutto questo tempo l’idea faccia ancora parte del dibattito nel Regno Unito. Si aspettano un invito da parte nostra, piuttosto che considerare se la Norvegia vorrà presentare un tale invito. Potrebbe essere nell’interesse britannico entrare nel nostro accordo, ma non sarebbe nel nostro interesse”.
“I tre Paesi dell’ Efta – ha spiegato Lunde – devono essere d’accordo su tutti i regolamenti provenienti dall’Ue, quindi se un Paese pone il veto su qualcosa dobbiamo tutti porre il veto, il che significa che se il Regno Unito entra nella piattaforma Efta e inizia a porre il veto ai regolamenti che noi vogliamo, questo influenzerà non solo il Regno Unito ma anche noi. Parte del successo che abbiamo avuto con questo accordo è che da 25 anni che accettiamo le norme e i regolamenti che escono dall’Ue, soprattutto perché è nel nostro interesse”.
Ma, secondo la deputata, “se, come ho capito, i politici britannici non vogliono essere governati da regolamenti provenienti da altri Paesi, perché dovrebbero accettare che un Paese con 38.000 cittadini come il Liechtenstein sia in grado di porre il veto alle norme che il Regno Unito vuole? Perché questa sarebbe la situazione”.
Come membro della commissione per gli Affari economici del Parlamento norvegese, insiste che “non è nell’interesse del mio paese avere a bordo il Regno Unito, e non vedo come sia possibile che un accordo Efta sia nell’interesse del Regno Unito: in base all’intesa con l’Ue accettiamo la migrazione e la libera circolazione, abbiamo sì un nostro organo giudiziario, ma si conforma alla Corte di giustizia europea. Accettiamo le regole e i regolamenti del Mercato unico”.
Secondo la parlamentare, “non è un’opzione per il Regno Unito rimanere all’interno dell’Unione doganale, perché così Londra propone di risolvere il problema del confine con l’Irlanda del Nord, entrando a far parte dell’accordo Efta, dal momento che Efta ha il suo accordo come blocco commerciale. Abbiamo 29 accordi commerciali con 39 paesi al di fuori dell’Ue che il Regno Unito dovrebbe accettare, e non capisco perché sarebbe nell’interesse britannico stipulare accordi commerciali sulla base di intese che sono state negoziate nei nostri interessi e non in quello del Regno Unito”.
Gli unici politici norvegesi che vorrebbero che il Regno Unito aderisse all’Efta, a quanto pare, sono quelli del partito euroscettico che punta a distruggere i rapporti della Norvegia con l’Ue, ha sostenuto Lunde.
Preoccupazioni simili le ha espresse Ole Erik Almlid, della Confederation of Norwegian Enterprise Business Association, che ha anche messo in dubbio il fatto che il Regno Unito sarebbe disposto a passare da “rule maker al rule taker”. Secondo lui la Norvegia risentirebbe da un’adesione britannica all’Efta e parti di questo accordo con l’Ue dovrebbero essere sospese se un membro dell’Efta come il Regno Unito si rifiutasse di rispettare gli obblighi dell’accordo.

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«È TROPPO TARDI PER TORNARE INDIETRO PAGHEREMO TUTTI UN COSTO ALTISSIMO»
INTERVISTA a ELMAR BROK (Ppe): no al nuovo referendum
di Luigi Offeddu, da “il Corriere della Sera” del 13/12/2018
E’ stato fino alle due del mattino rinchiuso nel Parlamento Europeo, con gli altri colleghi, mentre per le strade di Strasburgo un uomo di ventinove anni sparava sugli innocenti. Quel Parlamento si è trasformato in «una prigione». Ed ora, dice ELMAR BROK, «sono davvero stanco». Ma questo non gli impedisce di analizzare ciò che sta accadendo oggi in Europa, a Bruxelles, a Strasburgo e a Londra. Brok, tedesco, eurodeputato del partito Popolare, è considerato uno dei politici più esperti in queste aule nei negoziati internazionali.
Come vede ora la situazione, mentre Londra sta sul ponte che può allontanarla per sempre dal resto del continente?
«Brexit è un male. È un male per tutti. E avrà un costo altissimo per tutti».
Non c’è più alcuna possibilità che Theresa May, o qualcun altro al suo posto, cambi idea all’ultimo momento?
«Solo in teoria. Ma sarebbe un disastro: avere una doppia consultazione sulla Brexit sarebbe un doppio disastro. E sarebbe troppo tardi persino per cambiare opinione».
Ma da che cosa è nato, quali sono le prime radici di questa catastrofe?
«Dal fatto che l’opinione pubblica britannica non ha mai fatto pace con il concetto di Europa, al massimo ha acquisito il concetto di mercato comune. E poi, ci sono stati altri tre o quattro fattori che hanno giocato il loro ruolo importante».
Quali?
«Il populismo modello Trump. La rinascita in certi Paesi di un nazionalismo alla Mussolini. E certi aspetti negativi della globalizzazione. Oltre alle paure relative alla propria sicurezza. Ma noi che viviamo in questo continente non abbiamo capito una cosa».
Quale?
«Che solo gli Stati dell’Unione Europea tutti insieme possono garantire la loro sicurezza e affrontare certi problemi. Tutti insieme, come insieme dobbiamo competere con altri poteri e fattori esterni».
Gli Stati Uniti, la Cina?
«Naturalmente. Ma non c’è solo un Trump, come nostro competitore. C’è anche un Putin».
E la sua Germania, per decenni la locomotiva d’Europa, può fare ancora qualcosa?
«No. Neppure lei. L’ho detto: o tutti insieme, tutti e ventisette insieme, oppure niente può cambiare».
È preoccupato per la situazione al confine irlandese?
«Sì. Solo una ventina di anni fa il Good Friday, il Venerdì santo, ha riportato la pace. Ma certi vecchi sentimenti non sono scomparsi del tutto. E ora potrebbero tornare».
In Francia c’è una tensione sociale e politica che ha portato in piazza i «gilets jaunes», i gilet gialli. E in tutta Europa c’è gente che soffre. Da che cosa nasce anche politicamente tutto questo?
«Forse dal fatto che destra e sinistra non sono più pronte per alcun compromesso. Non vogliono più riflettere con realismo, ma solo in modo ideologico e in molti non sono interessati a comprendere le sofferenze della gente, ma solo al proprio potere».

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