IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE (augurio ai nostri affezionati 25 lettori) – L’Italia (irrimediabile?) di GOFFREDO PARISE (da il Corriere, rubrica dei lettori, 1974-75), scrittore globale (inviato nel mondo), ma con solide radici locali (sul greto della Piave) che descrive un’ITALIA IN LOTTI, amorfa e disillusa

LA CASA NELLA GOLENA DEL PIAVE A SALGAREDA, ULTIMA DIMORA DI PARISE – Nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie» Goffredo Parise si chiedeva cosa, nel grande mondo che aveva conosciuto da Capri a New York a Parigi, lo inchiodasse «a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine». Si riferiva a quello che amava anche definire «IL MIO ANGOLO DI PARADISO SUL PIAVE» e cioè alla casa nella golena di Salgareda, dove visse dal 1970 al 1983 e che, da 12 anni, per volere di Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon, è diventata la «CASA DELLE FATE», un luogo dove ricordare lo scrittore vicentino e le sue opere. (casa che il 30 ottobre 2018 ha subìto la PIENA DEL PIAVE, acqua che ha rovinato la collezione di oggetti, lettere, libri e quadri lì raccolti in sua memoria) (Milvana Citter, “il Corriere del Veneto”, 4/11/2018)
GOFFREDO PARISE (Vicenza 1929 – Treviso 1986) si era trasferito a MILANO dove scriveva per il “Corriere della Sera”, e lavorava nella casa editrice di Livio Garzanti. Nella città conobbe anche Leo Longanesi e con lui pubblicò uno dei suoi romanzi più noti, IL PRETE BELLO (1954), con cui fu consacrato autore di fama anche all’estero. Dopo il 1964 si trasferì da Milano a ROMA, vicino di casa di Carlo Emilio Gadda; nel frattempo, però, diede inizio a un lungo periodo di viaggi in tutto il mondo.

   “La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte ho ricevuto un certo numero di lettere….non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro Paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto, ma solo provvisoriamente: e la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro….”
“…L’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro e della chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano, e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali, vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai….”
“….Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime, proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.”…..
(L’ITALIA DEI “LOTTI” di Goffredo Parise, RISPOSTE ai lettori, da “il Corriere della Sera”, febbraio 1975)
Questo è il tema della risposta al lettore del Corriere della Sera alla rubrica che teneva Goffredo Parise; una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, da noi riprese dal libro (un piccolissimo libro, una settantina di pagine, ma assai intense) dal titolo “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” (Adelphi, 2013, 7 euro).
Pertanto non è un vero e proprio racconto quello che Vi proponiamo per questo Natale: forse è uno “sfogo”, una constatazione di difficoltà… di un grande scrittore che osserva una realtà che non gli piace: fatta di un’ambiente che si degrada sempre più; che in definitiva interessa assai a pochi che sia conservato, tutelato, salvaguardato.. Un’Italia chiusa in se stessa (e Parise scrive nel 1975…..). Un Paese dove lo scrittore lamenta una mancanza di comunicazione vera (e la sua rubrica coi lettori lui la vive, anche lì, con una difficoltà di capirsi). Un Paese (l’Italia) che non sa godere (e conservare) le sue bellezze naturali, i suoi paesaggi, l’arte e le mirabili architetture del passato che vi si trovano.
La risposta alla lettera di un lettore (che qui di seguito Vi proponiamo), il signor Framarin, torinese ma vicentino di nascita come Parise (peraltro allora soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso), che gli chiede di intervenire sulla questione di tutela del suo (loro) paesaggio dell’altopiano vicentino (la montagna veneta Verena-Campolongo), su questo Parise esprime uno stupendo e doloroso sfogo che il giornale intitola “L’Italia dei lotti”, un piccolo capolavoro di prosa, elevato nella forma, ma ancor di più nei contenuti (buona lettura, buon Natale) (s.m.)

«La mia ragione e il mio sentimento sono condotti da un’idea estremamente elementare: l’enorme difficoltà di molti italiani a concepire non soltanto l’idea dello Stato ma soprattutto l’idea della democrazia». Così scriveva Goffredo Parise nella rubrica di corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera tenuta tra il 1974 e il 1975. Alcune di quelle risposte sono raccolte da Adelphi in DOBBIAMO DISOBBEDIRE (76 pagine, 7 euro a cura e con una postfazione di Silvio Perrella) (http://fabriziofalconi.blogspot.com/)

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L’ITALIA DEI LOTTI

Goffredo Parise, 1975, Corriere delle Sera
La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte, ho ricevuto un certo numero di lettere: non ho mai risposto perché mi è parso corretto (e come si vedrà, non soltanto corretto) lasciare la risposta ad altri, per così dire agli specialisti. Prima fra tutti Italia Nostra, poi Alfredo Todisco e Antonio Cederna che dalle colonne di questo giornale si battono con non minore passione di Giorgio Bassani.
Inoltre non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto; ma solo provvisoriamente. E la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro.
E nel futuro (immediato) quel provvisoriamente scomparirà e l’azione devastatrice continuerà per una ragione importantissima: che gli interessi politici legati al prestigio dell’ecologia sono troppo deboli rispetto agli interessi politici che, a fatti, sono contrari all’ecologia. La causa dunque, a mio avviso, rimane persa e il paesaggio italiano continuerà a mutare, a corrompersi, a degradare inesorabilmente sotto la spinta più forte che esista al mondo e che non so come chiamare se non “la forza delle cose”.
Questa volta però rispondo. Al signor Franco Framarin, soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che mi scrive da Torino. Il signor Framarin mi scrive soprattutto come concittadino (entrambi siamo nati a Vicenza) in difesa delle prealpi vicentine (Altopiano di Asiago, Pasubio, Verena, Cima Dodici, Ortigara…) che stanno anch’esse crollando sotto “la forza delle cose” della speculazione edilizia.
La sua lettera è piena di dati italianamente credibilissimi, come questo: “… Dopo aver facilmente convinto gli amministratori di Roana, uno dei sette Comuni – paese che però non trarrà dalla operazione alcun vantaggio, perché il suo insediamento turistico sorgerà a 8 km – dopo aver ottenuto le necessarie protezioni politiche, questo gruppo di stimati professionisti vicentini e padovani, unicamente alla ricerca di un investimento dei loro sudati guadagni, ha deciso e ottenuto di costruire nel cuore del Verena-Campolongo – la più ricca ed integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato sopra – un hotel con piscina coperta e shopping center di 10.000 metri cubi…”.
Il Signor Framarin così conclude la sua lettera: “… spenda per favore qualche sua parola per queste montagne. I dati che ho scritto sono certissimi. E’ bene che voi intellettuali dibattiate problemi generali e difendiate i grandi principi. Ma il mondo è fatto anche, meglio anzitutto, di rocce, di boschi, di animali selvatici. Di queste rocce, di questi boschi, di questi animali. Finiti questi non ce ne saranno altri”.

Perché rispondo proprio al signor Framarin e non ad altri che mi hanno scritto sullo stesso argomento? Perché egli scrive a me come concittadino, e dunque particolarmente affezionato a quei paesaggi, a quelle montagne. Ecco la mia risposta.
Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l’intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la “forza delle cose”. Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l’Italia di venti-trent’anni fa. E la colpa non è mia, ma della “forza delle cose” (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese.
Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni consce e subconscie. Prima fra tutte perché l’Italia di trent’anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perché non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c’è più, scomparsa assieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perché, la realtà del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l’hanno perduta.
Le speculazioni edilizie avvengono e così la degradazione dell’Italia di ieri. Ho detto degradazione che implica un giudizio di ieri, avrei dovuto dire mutamento che è un giudizio di oggi. Le cose mutano, per “la forza delle cose”, e non soltanto degli uomini, non c’è niente da fare.
La splendente villa palladiana La Malcontenta, ai bordi della laguna, tornata gloriosamente di proprietà del mio amico conte Antonio Foscari, è un bizzarro fantasma circondato dai fiumi e nebbie e sbarramenti di ciminiere e depositi di carburante di Marghera. Potrebbe tranquillamente scomparire, perché la sua alta essenza è andata perduta; al contrario, l’essenza dei depositi di carburante, i fumi e le nebbie tossiche, vivono e si espandono.
Inoltre, e questo è il concetto fondamentale della mia risposta, l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento.
Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai.
Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile.
Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare in questa rubrica, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.
I fanti del ’15-’18 sono quasi tutti morti o sono molto vecchi, signor Framarin, e sono stati gli ultimi a credere di amare l’idea di uno Stato italiano. Non so cosa succederà dei figli degli italiani di oggi, quelli del “lotto”. Probabilmente una parte tenderà a difendere coi denti il “lotto”, per il quale darebbe cento Palazzi Pitti e l’intera flora del paese.
Negli Stati Uniti, paese senza Colossei, tutto ciò è fragile e affascinante: città si formano nei deserti di pietra da assembramenti di carovane nell’Arizona, nel Nevada: appaiono e scompaiono nel giro di pochi anni. Eppure in queste città che vanno e vengono come fantasmi su un pianeta, c’è l’idea dello Stato americano che si consuma, si rinnova, si consuma.
Da noi si parla tutto di consumo (anch’io ne parlo) ma quelle villette, quei bunker, sono destinati a durare più di qualunque villa palladiana, tenuto conto di come è gestito il patrimonio artistico nazionale. E il fatto che sia gestito così non è soltanto colpa degli uomini, dei responsabili, di quegli ometti vestiti di cartone grigio o cartone blu, con villetta, con bunker, con cani, che vengono chiamati chissà perché “i governanti”. La colpa non è soltanto di questi ometti italiani di oggi, che stanno alla pari col loro tempo e devono pur tirare avanti, ma la colpa, se si può parlare di colpa, è della “forza delle cose” che emana, tutta intera e potente, da un intero paese, dal suo paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, che lei deplora.
Come posso io a questo punto, signor Framarin, “spendere qualche parola per queste montagne”?
(Goffredo Parise, 1975, da “il Corriere della Sera”)

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Goffredo Parise in riva al Piave, all’altezza di Salgareda (Treviso) foto dal CORRIERE DEL VENETO – DEL VENETO, PARISE AMAVA TUTTO. MA ERA ANCHE MOLTO INQUIETO. FUGGIVA; faceva dei VIAGGI SPERICOLATI in cui, per il «Corriere», raccontava le GUERRE (in VIETNAM, in BIAFRA) e dei viaggi nei quali voleva soltanto conoscere (l’AMERICA, la CINA, il GIAPPONE); prendeva casa a ROMA, nel quartiere della CAMILLUCCIA, vicino a quella di un altro suo padre: CARLO EMILIO GADDA; tornava in Veneto; tornava a Roma, magari per rinchiudersi in un monolocale assurdo tutto foderato di legno di radica come una tabacchiera; aveva nostalgia dell’aria di CORTINA; in VENETO BARBARO DI MUSCHI E NEBBIE, scritto probabilmente in quella assurda stanza, metteva giù queste righe: «Riflettevo: alla sublime bellezza di CAPRI, alla emozionante vita a NEW YORK, alla dolce PARIGI, alla cupa MOSCA, alla polverosa e immensa PECHINO, alla bellezza del MEDITERRANEO con il suo MARE E COSTE su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: CHE COSA MI INCHIODAVA sempre più spesso a quell’ALBERO DI MORE, a quelle NEBBIE, al fiume PIAVE, alle MONTAGNE vicine?». (Giorgio Montefoschi, “il Corriere della Sera”, 26/9/2016)

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“DOBBIAMO DISOBBEDIRE”, LE RISPOSTE DI GOFFREDO PARISE AI LETTORI DALLE PAGINE DEL CORRIERE DELLA SERA
Post di ALBERTO CELLOTTO, da https://librobreve.blogspot.com/   DOBBIAMO DISOBBEDIRE (Adelphi, pp. 76, euro 7) è ricavato in parte da VERBA VOLANT. PROFEZIE CIVILI DI UN ANTICONFORMISTA, libro assai più corposo curato sempre da SILVIO PERRELLA per LIBERAL LIBRI nel 1998. Il curatore ci fa presente che gli scritti scelti per questa silloge sono quelli dove lo scrittore, “scrollandosi di dosso la cenere dell”attualità’, rende visibile il fuoco sottostante.”
Vi riscopriamo un Goffredo Parise magnificamente abbandonato, tra la pedagogia e la fantasia. Questa una delle sue cifre. Il volume raccoglie alcuni interventi giornalistici nati attorno a una rubrica che nel biennio 1974-75 lo scrittore veneto tenne sulle pagine del Corriere della Sera. Trovo significativa la collocazione temporale di questo esperimento accolto con entusiasmo da Parise, con un abbrivio poi esauritosi naturalmente, e per la stanchezza accumulata, e per la difficoltà di trovare lettere che lo “aiutassero” davvero a scrivere qualcosa di significativo e pedagogico, stimoli veri per immaginare il futuro e non per rimpiangere inutilmente il passato, lettere-stimolo insomma che non fossero pavide o a circuito chiuso, per nulla dialogiche.
Dicevo della significativa collocazione temporale di quest’esperienza, tra la pubblicazione del primo volume einaudiano dei Sillabari e prima della stesura di quel gran libro, scritto sul finire dei Settanta ma pubblicato solo dopo la morte, che si scopre ne L’ODORE DEL SANGUE.
Il funzionamento della rubrica del Corriere era quello “classico” di un autore affermato che risponde ai lettori del grande quotidiano “nazionale”. Scrivo “classico”, ma nello stesso tempo mi chiedo quale autore affermato abbia poi ripetuto l’esperimento riuscendo a suonare con tanto coraggio la tastiera del dialogo con i lettori di un quotidiano.
Scrivo quotidiano “nazionale” ma nel farlo mi chiedo se già allora il Corriere vendesse poche copie fuori dalla Lombardia. Parise accettò quel lavoro giornalistico anche per “curiosità umana” (lo afferma lui stesso), la stessa molla che anni prima l’aveva condotto a passare a quello stesso quotidiano scritti di ben altra natura dalle zone calde del pianeta. IN QUESTI SCRITTI NIENTE BIRMANIA, LAOS, VIETNAM, CINA O BIAFRA, NIENTE FRIGIDA ELEGANZA GIAPPONESE: QUI TROVERETE SOLAMENTE L’ITALIA.
Ho letteralmente massacrato questo libretto leggerissimo di pesanti orecchie, tanti sono i passi memorabili della scrittura di Parise e tanto significativi sono pure i brandelli di lettere che Parise preleva e campiona con la sua nasuta sonda, nel gran mare della corrispondenza che non di rado lo accusa, lo biasima o, manco a dirlo, lo taccia di essere, a seconda dei casi, comunista o fascista o giù di lì.
Verrebbe da dire che da buon medico, usando i sensi e la lingua, Parise individua molti dei sintomi dei cancri italiani (cosa che del resto aveva già iniziato a fare con IL PRETE BELLO o IL PADRONE).
Quest’abilità di diagnosi appare chiara, finanche lampante, quando parla della “povertà”, che significa capire bene fino in fondo ciò che è “necessità”, capire le differenze tra le cose in un paese che è diventato “un’enorme bottega di stracci non necessari”, un rimedio nella “povertà” – aggiungo ora, in questi giorni – ben lontana dalle favolette delle “decrescite” che tengono banco da anni, con aggettivi qualificativi plurimi, in calderoni d’opinioni che si crogiolano spesso in bassezze e vigliaccherie, come quelle dell’agroalimentare minimal-slow-OgmFree per partito preso (signori miei come si tiene in vita una popolazione mondiale in crescita? Tutti alimentati con l’agnello dell’Alpago presidio slow o a pane, magari non banale pane ma un “Pan di Sorc” e “botìro di Primiero di malga”? O con innovative ricette ottenute mischiando la “Pecora Villnösser Brillenschaf” con “Aglio di Resia”? Che vivacchi pure lo Slow Food nel suo territorio definito in negativo rispetto al Fast Food, ma che non si spacci per cultura un’invenzione del marketing più territorialmente segmentato, per quanto possano essere buone le sue cose da mangiare o da bere).
Quasi ci inquieta leggere le pagine dove Jaufré “incapsulato / in una botte” (sono i versi lagunari di Montale a lui dedicati) prende di mira quell’uccellin di lettore che vorrebbe un’esperienza di lettura del giornale rilassante ed evasiva, senza le brutte notizie, o quando mette a segno un altro colpo da maestro del giornalismo parlando della dissonanza tra l’umanesimo che impronta l’offerta scolastica italiana, allora come oggi, e la società nata sul gran falò televisivo (ora digital-televisivo) che di questa scuola deve incomprensibilmente servirsi, oppure quando si sofferma sui politici e sulle loro facce, così come sono percepite e pre-giudicate da una cultura contadina (sì, “facce”, avete letto bene, e tra tutte sono sicuro che vi resterà l’analisi della faccia di Berlinguer).
E poi parte letteralmente in quarta, nello stupendo e doloroso scritto intitolato L’ITALIA DEI “LOTTI”, dove è marcato e ricorrente il senso di uno Stato italiano che non c’è e forse mai ci sarà. In quest’occasione Parise quasi rimbrotta un malcapitato signor Framarin che gli chiede di intervenire sulla questione di tutela del suo (loro) paesaggio d’altopiano vicentino, la montagna veneta Verena-Campolongo. Parise dice che non vuole ricordare quel paesaggio che non c’è più (lo stesso paesaggio onirico che forse s’insinua tra la foschia chagalliana de Il ragazzo morto e le comete), che non avrebbe senso farlo, e produce un pensiero molto più utile, un piccolo capolavoro di prosa giornalistica del quale non riesco a non riportare un brano abbastanza lungo, la cui verità sembra sempre più sotto gli occhi di tutti (anche se sta prendendo magari nuove forme):
“L’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro e della chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano, e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali, vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai.
Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime, proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.”

Ma non pensate che sia solo questo il Parise che risponde ai lettori del Corriere, e meglio ancora potreste fare vostra questa convinzione se venite a capo del più ricco volume VERBA VOLANT. Ad una lettera anonima che si interrogava sul suicidio, Parise rispose:
“Mi dispiace molto che non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome, ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato vivere (qualunque essa sia sempre bella appunto, perché imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo”.
(Questo libro si legge in una quarantina di minuti. Ho preso metà di questo tempo per scrivere, forse troppo disordinatamente, un brano che avrei potuto sintetizzare in una frase: se vi capita, leggete questo libro appena uscito. Ogni tanto consiglio apertamente.) (Alberto Cellotto)

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Affetto Allegria Altri Amicizia Amore Anima Antipatia – Bacio Bambino Bellezza Bontà – Caccia Carezza Casa Cinema Cuore – Dolcezza Donna – Eleganza Estate Età – Fame Famiglia Fascino Felicità – Gioventù Grazia Guerra – Hotel – Ingenuità Italia – Lavoro Libertà – Madre Malinconia Mare Matrimonio Mistero – Noia Nostalgia – Odio Ozio – Paternità Patria Paura Pazienza Poesia Povertà Primavera – Ricordo Roma – Sesso Simpatia Sogno Solitudine… Con un criterio molto semplice, quello alfabetico e tematico dei SILLABARI, PARISE trae motivo per raccontare storie di sentimenti umani elencandoli dall’A alla Z; arrivò di fatto alla lettera S e si fermò dicendo che la poesia lo aveva abbandonato

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GOFFREDO PARISE, UN’IRONIA INQUIETA

– Uno spirito libero che amava la sua terra e viaggiava in tutto il mondo –
di Giorgio Montefoschi, da “il Corriere della Sera” del 26/9/2016
(..) Morì, Goffredo Parise, cinquantasettenne, il 31 agosto del 1986, a 30 anni dalla morte, nel 2016, Adelphi ha ristampato, con la prefazione di Cesare Garboli e la cura di Domenico Scarpa, GLI AMERICANI A VICENZA: vale a dire la raccolta dei suoi racconti giovanili. Riletti dopo tanto tempo, sembrano quasi tutti (fatte solo pochissime eccezioni), belli, molto belli, o bellissimi: come i racconti dei due SILLABARI.
L’AMBIENTE È IL VENETO. LA PROVINCIA VENETA CATTOLICA E BIGOTTA DEL SECONDO DOPOGUERRA (quando «arrivarono gli americani»), con i suoi patronati per i ragazzi, governati da preti severi e loschi, immersi nelle cupe penombre della sopraffazione e del peccato; con i collegi per le orfane rivestite con le maglie di lana dei morti e le salme imbalsamate delle monache circondate dalle candele, dall’odore della morte perenne e dal mormorio estenuante delle preghiere; le osterie impregnate dal sentore forte del tabacco e del vino; i conventi con le monachine che per ore lavano i panni guardando in basso e un giorno si scoprono a prolungare lo sguardo oltre, verso il cielo e il profilo nero dei monti; i vagheggini che all’angolo di una strada, appoggiati a una colonna palladiana, aspettano per mesi, e anni, che una mano femminile sollevi una tendina; le pensioni modeste sulle Prealpi, sulla strada, alle quali si arriva in corriera per una breve vacanza; la campagna «barbara» e selvaggia, con i suoi torrenti e i suoi canali, l’erba e il fieno, le casupole arroccate sui burroni, le ville misteriose abitate da personaggi «strani», la nebbia, il suono lento e sperduto delle campane.
Il mondo è quello che una parola stantia potrebbe definire «surreale», in cui hanno cittadinanza gli imbroglioni e i galantuomini, gli stupidi e i furbi, i poveri e i ricchi, i saltimbanchi e gli irreprensibili, le signore e le «monelle», la verità e le frottole, le apparizioni e le allucinazioni. E nel quale, a conferire la cittadinanza a chiunque lo attraversi con la sua vita, è una profonda pietà.
PARISE AMAVA IL VENETO. AMAVA IL CONTATTO CON LA NATURA, GLI ORTI, I FRUTTI, le piante, le sue acque, i suoi temporali oscuri che negli ultimi anni gli toglievano la vista. Amava il greto del Piave sul quale si era costruito una casetta nella quale viveva solo, con pochi libri e i gufi che entravano dal camino, il focolare e la stufa. Amava GIOVANNI COMISSO, lo scrittore veneto che in questo libro è riconoscibile nel personaggio che dà il titolo a un racconto: FRATE GIOIOSO, perché in lui (che poi, in molti altri racconti, avrebbe descritto fisicamente come un contadino con la nuca larga o un mediatore di bestiame) vedeva incarnata, oltre alla figura paterna che inseguì per tutta la vita, l’alchimia inscindibile dell’uomo e della terra.
Amava le case venete di campagna. Quelle grandi case coloniche con una parte disabitata e fredda e una parte riscaldata dal focolare o magari da una nuova stufa di ghisa, dove, nelle prime sere di inverno — come in uno splendido racconto dei SILLABARI intitolato CASA — ci sono degli ospiti, fuori fa freddo, arriva pure un prete, al centro della tavola c’è una pentola di patate al sugo, si parla di riscaldamento e di cibo, si esce in cortile, qualcuno pronuncia la parola «oca» e in quello stesso istante comincia a cadere la neve.
DEL VENETO, PARISE AMAVA TUTTO. MA ERA ANCHE MOLTO INQUIETO. FUGGIVA; faceva dei viaggi spericolati in cui, per il «Corriere», raccontava le guerre (in Vietnam, in Biafra) e dei viaggi nei quali voleva soltanto conoscere (l’America, la Cina, il Giappone); prendeva casa a Roma, nel quartiere della Camilluccia, vicino a quella di un altro suo padre: CARLO EMILIO GADDA; tornava in Veneto; tornava a Roma, magari per rinchiudersi in un monolocale assurdo tutto foderato di legno di radica come una tabacchiera; aveva nostalgia dell’aria di Cortina; in VENETO BARBARO DI MUSCHI E NEBBIE, scritto probabilmente in quella assurda stanza, metteva giù queste righe: «Riflettevo: alla sublime bellezza di Capri, alla emozionante vita a New York, alla dolce Parigi, alla cupa Mosca, alla polverosa e immensa Pechino, alla bellezza del Mediterraneo con il suo mare e coste su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: che cosa mi inchiodava sempre più spesso a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume PIAVE, alle montagne vicine?».
QUANTO ERA BRAVO! ANIMATO DAL MEDESIMO DONO MATERICO E ISTINTIVO CHE AVEVA COMISSO, nonché dalla folgorante capacità di penetrare nell’anima di chiunque, in particolare dei diseredati, dei vecchi e dei bambini, e degli apparentemente felici, allo stesso modo del TRUMAN CAPOTE dei primi racconti, scriveva — come giustamente osserva Garboli nella prefazione a GLI AMERICANI A VICENZA — prima di pensare (dote, questa, fondamentale, sconosciuta ai più), riuscendo a definire in pochissimi tratti l’essenza dell’individuo.
Con Capote si erano conosciuti a Venezia, quando entrambi erano al loro primo libro: lui, appena ventunenne, aveva scritto IL RAGAZZO MORTO E LE COMETE, l’altro, venticinquenne, “Altre voci, altre stanze”. Truman, già famoso e parecchio più snob di Parise, sfoderò subito una battuta mondana: «Andiamo all’Harris Bar: fanno il più buon latte bollito del mondo». Dieci anni più tardi si rividero a New York, al Morocco, un noto locale notturno frequentato dal jet set. Dal latte bollito, Capote era passato a ben altri tipi di bevande. Era ingrassato un po’, infatti. Stava con una ragazza che Parise non riconobbe subito: piccola di statura, ma di proporzioni perfette, aveva un vestitino molto corto di Bloomingdale, scarpe da tennis impolverate di rosso, niente calze, capelli biondissimi e occhiali da vista, «si sarebbe detto completamente nuda sotto quella maglietta di filo di scozia». Era MARILYN MONROE.
GOFFREDO LA INVITÒ A BALLARE: «AL CONTRARIO DELLA SUA IMMAGINE CINEMATOGRAFICA, Marilyn, come del resto il suo accompagnatore, era UN UNICUM, si sarebbe detto organico, tanto da far pensare a un corpo trasparente, un po’ come le libellule, attraverso il cui corpo si vede. La voce, quel pigolio-miagolio, lo confermava e ancora una volta, come sempre, l’odore: non il profumo, bensì l’odore, qualcosa tra lo zolfo e una capretta di latte».
SONO TRASCORSI TRENT’ANNI: COSÌ VELOCEMENTE. E CI MANCA MOLTO LA VOCE DI GOFFREDO PARISE. Ci manca la sua intelligenza libera, non asservita a nulla, con la quale rispondeva, sui temi più astrusi e più semplici, alle domande che gli rivolgevano i lettori del «Corriere della Sera» (per esempio sulla educazione sessuale nelle scuole: lui rispose che, all’età giusta, sua madre lo affidò a un missionario cinese che non sapeva una parola di italiano, e così, in quel silenzio, si educò).
Ci manca la sua aristocrazia intellettuale. Ci manca l’ironia con la quale prendeva in giro Franco Fortini (autore di un articolo in cui si auspicava il «parlar chiaro» che lui aveva riletto quattro volte senza capire nulla). Ci manca la ferocia con la quale sferzava gli intellettuali — italiani e francesi — asserviti al Partito comunista. Ci manca di sapere cosa avrebbe detto, oggi, di quello che sta capitando nel mondo: dei finti buoni e dei veri cattivi, della letteratura corrente e delle scuole di scrittura e dei loro insegnanti, del Papa e della Chiesa, del mare, del clima, delle città, della Cina senza Mao, di Putin e di Obama, della bioetica, dei generi maschile femminile e neutro, di qualunque cosa.
A ME, POI, MANCA PROPRIO LA SUA VOCE: QUELLA VOCE ROCA, DA FUMATORE, lievemente cantilenante. Mi dava consigli molto pratici per la pagina (sposti un pochino, faccia più dialogo, così il lettore non si spaventa del muto delle parole, ecc.) e molto pratici per la vita. Quando prendemmo un aperitivo a via Veneto, prima che partisse per il Giappone, per esempio, si raccomandò caldamente che conservassi lo scontrino: «Così, sorrise, la casa editrice glielo rimborsa».
E quando mi proposero un lavoro per il quale dovevo stare in ufficio dalla mattina alla sera, cosa che mi spaventava moltissimo, mi spiegò il trucco: «Lei si mette in ufficio una brandina smontabile e il pomeriggio si fa il suo sonnellino». Lo sentii l’ultima volta pochi mesi prima che morisse, al telefono. Era uno di quei pomeriggi insulsi, ancora con poca luce, nei quali uno si immagina cosa sta facendo un’altra persona. Io ero a Roma, lui in Veneto. «Che fa?» gli domandai. «Vado in macchina», mi rispose. «E perché?». Mi rispose: «Perché me la sento addosso, caro Montefoschi».
25 settembre 2016
(Giorgio Montefoschi)

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Goffredo Parise (Vicenza 1929 — Treviso 1986) davanti alla fermata della metropolitana San Babila a Milano – su “L’ITALIA DEI LOTTI: parte letteralmente in quarta, nello stupendo e doloroso scritto intitolato L’ITALIA DEI “LOTTI”, dove è marcato e ricorrente il senso di uno Stato italiano che non c’è e forse mai ci sarà. In quest’occasione Parise quasi rimbrotta un malcapitato signor Framarin, torinese ma vicentino di nascita come Parise (peraltro allora soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso). Parise dice che non vuole ricordare quel paesaggio che non c’è più (lo stesso paesaggio onirico che forse s’insinua tra la foschia chagalliana de Il ragazzo morto e le comete), che non avrebbe senso farlo, e produce un pensiero molto più utile, un piccolo capolavoro di prosa giornalistica… (…)

SU “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” DI GOFFREDO PARISE

di Alessandra Trevisan
“Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere dei beni minimi e necessari […] Povertà significa, insomma, educazione elementare alle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. […] Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro paese compra e basta. (pp. 18-19)
proprio come scuola, la televisione insegna a guardare (non a vedere), mentre la Scuola di Stato insegna a leggere e a scrivere (cioè a pensare, a scegliere), esercizio lento, molto più lento e faticoso che guardare. (p. 38)
l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, […] ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere «paesani», «paisà», perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai. Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in «lotti», in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, […] l’Italia è il «lotto», il proprio terreno, la propria villetta, il proprio «bicamere e servizi», costruiti da geometri o finti architetti secondo i proprio gusti e soprattutto in materiali presocché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. (pp. 57-58)”
DI ALESSANDRA TREVISAN DA https://poetarumsilva.com/
Una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, già uscite nel 1998 con il titolo VERBA VOLANT (Firenze, Liberal Libri): da quel volume che riporta la prefazione di Silvio Perrella nasce DOBBIAMO DISOBBEDIRE di Goffredo Parise (Milano, Adelphi, 2013). Una scelta di significativi scritti attorno a temi caldi al Parise di quegli anni (e non solo!) quali la politica, la lotta per la salvaguardia dell’ambiente, la povertà e il consumismo, la televisione in rapporto all’educazione, potremmo dire tutti temi investiti da un conformismo che non riguarda solamente la borghesia; ma anche l’idea stessa di partecipazione alle battaglie civili e politiche di un Paese mutato irreversibilmente nel secondo dopoguerra sono ciò di cui l’autore e giornalista (in queste vesti) vuole parlare.
Parise non è Pasolini (imprescindibile riferimento e ‘pensatore’ coevo, a cui possiamo e dobbiamo paragonarlo): afferma Perrella nella postfazione che in Parise non vi è alcuna ‘nostalgia’ del passato ma un’autentica lettura del presente più presente intaccato dalla “forza delle cose” (la storia). NOSTALGIA, a ben vedere, è anche il titolo di uno dei racconti dei SILLABARI, presumibilmente facente parte di quella lista compresa tra FELICITÀ E SOLITUDINE, di testi usciti tra il 1973 e il 1980 sullo stesso quotidiano sopraccitato.
La nostalgia declinata da Parise in termini peculiari nei SILLABARI è un ‘non avvenimento’: la rinuncia alla ‘passeggiata’ in compagnia che la protagonista Laura non può portare a termine a causa di un pasticcio combinato dal figlio. Nostalgia è anche un termine chiave per comprendere il distacco di Parise nei confronti del suo tempo e il suo sguardo sul mondo, che muove da un’”essenziale rapidità, con forza icastica e spesso con originalità spiazzante” ricorda Perrella, il quale sottolinea come l’autore sia conscio della propria “integrità perduta” (e della giovinezza che non c’è più) ma anche – si può aggiungere – appaia contrariato dal non poter afferrare la misura delle cose che cambiano in relazione ad un presente in cui si dovrebbe avere una ‘pretesa’ di dialogo con i lettori (ma con gli uomini, i cittadini, e con il mondo) più alta e ‘altra’ di quella sperimentata in questi testi.
Parise lamenta una mancanza, polemizzando sul non riuscire ad avere un dialogo con i lettori su due tematiche complementari, soprattutto: la democrazia e il senso di appartenenza nazionale [tra gli esempi riportarti in testa, qui]; per queste ragioni egli forza la penna su un individualismo italico talmente radicato da apparire quasi o del tutto inestirpabile. Ancora Perrella ricorda come queste posizioni di difficoltà interlocutoria siano comuni anche ad ANNA MARIA ORTESE, la quale scriveva in CORPO CELESTE: «Non c’è più nessuna intesa tra lo scrittore e la vita della gente». Infatti ‘il dire’ di Parise resta inascoltato, non morto anzi vivissimo (attualissimo!), ma ‘inutile’ o utopico:
“Forse ha ragione il mio amico Cesare Garboli quando mi dice: «Tu rincorri il sogno di una società italiana che non c’è, e allora la inventi»; forse sono veramente così candido, così «socialmente» ingenuo, da continuare a sperare, insieme al sogno inattuato di uno Stato italiano, la formazione in progress di una nuova società che lo formi e lo plasmi o che, una volta formato e plasmato, lo viva. (p. 62)”
Può non essere casuale per un’altra ragione questa vicinanza con Ortese sostenuta da Perrella; con la scrittrice Parise condivide il destino di poeta postumo (lo si tenga a mente) ma anche la realtà di un ruolo, quello che Alfonso Berardinelli definirebbe di ‘intellettuale critico’ e, come la maggior parte degli intellettuali, di “inclassificabile singolo”.
“Credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini italiani per un discorso politico (come pubblico è un giornale). E credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non è possibile l’una senza l’altra. Alla democrazia in Italia credo con la ragione, per carattere e per nascita. Alla pedagogia credo con il cuore. Quando, come piace agli snob, scrivo un romanzo o un racconto e, secondo il loro modo di esprimersi «faccio della poesia», io non penso mai soltanto a loro. Non penso nemmeno agli altri, ai più. Penso semplicemente a tutti, a cui, teoricamente, mi rivolgo. Quei tutti li penso simili a me (anche se non sono) o tali da provare simpatia per loro o loro simpatia per quello che scrivo. Non mi è mai passato per la testa di avere un pubblico preciso, individuabile, da cui qualcuno sia escluso. (p. 50)”
La lezione di Beradinelli si può mutuare dal volume “Che intellettuale sei?” (Roma, nottetempo, 2011) che contiene altre qualità cardini di cui Parise gode in quel momento storico e di cui godrà anche dopo, in “L’eleganza è frigida” e “Lontano”, raccolte di articoli (e trame) pubblicati sul Corriere nei primi anni Ottanta (oggi reperibili in Adelphi). In particolare ci si può soffermare sulla “valorizzazione pubblica dell’individuo” costitutiva del modo di essere degli intellettuali secondo Berardinelli, proprio perché essi stessi sono in grado di pensarsi in primo luogo sempre come ‘individui’; carattere, questo, proprio del Parise autore a tuttotondo. Ed è da aggiungere che questo carattere fa parte anche della funzione dell’uomo-intellettuale-critico in grado di radicalizzare il ruolo che incarna proprio perché «Non diversamente dalla poesia, la critica “non fa succedere niente”. Non cambia il mondo. Ne fa parte.» (Alessandra Trevisan)

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La casetta di Parise dall’alto, immersa nell’acqua (dal Corriere del Veneto del 1/11/2018)

RICORDI E LIBRI DI PARISE AFFONDANO NELLA GOLENA PER LA PIENA DEL PIAVE
– Anche la famosa «casetta rosa» dello scrittore sommersa dal fiume –
di Milvana Citter, da “il Corriere del Veneto”, 4/11/2018
SALGAREDA (Treviso) – Nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie» Goffredo Parise si chiedeva cosa, nel grande mondo che aveva conosciuto da Capri a New York a Parigi, lo inchiodasse «a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine». Si riferiva a quello che amava anche definire «il mio angolo di paradiso sul Piave» e cioè alla casa nella golena di Salgareda, dove visse dal 1970 al 1983 e che, da 12 anni, per volere di Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon, è diventata la «Casa delle Fate», un luogo dove ricordare lo scrittore vicentino e le sue opere.
PATRIMONIO A RISCHIO
Una casa che da martedì è prigioniera della piena del Piave, come non lo era mai stata in questi anni. L’acqua di quel fiume che aveva «inchiodato» lo scrittore a Salgareda, ha infatti raggiunto un livello di oltre quattro metri e ora si teme abbia rovinato la collezione di oggetti, lettere, libri e quadri raccolti in sua memoria. Non si tratta dell’archivio ufficiale di manoscritti e carteggi, pubblicazioni e articoli, che è invece custodito a Casa Parise, l’abitazione in centro a Ponte di Piave dove lo scrittore scelse di vivere gli ultimi anni della sua vita. Quello è rimasto al sicuro, trasferito al primo piano della villetta trasformata in Casa di Cultura, quanto l’allerta per l’esondazione del fiume Piave è stata estesa anche al capoluogo. Ma di una collezione privata, raccolta con passione da Vidotto, che ieri ha potuto vedere la «CASA DELLE FATE» solo con le foto scattate da un drone.
ACQUA MAI COSÌ ALTA
«La golena è sommersa dall’acqua, solo domani (oggi per chi legge, ndr) potremo raggiungere la casa e capire quanto grave è la situazione – spiega con la voce rotta dall’emozione -. Abbiamo però già accertato che l’acqua ha superato di 40 centimetri il primo piano e questo significa che molte delle cose che abbiamo raccolto sono andate distrutte». Non è la prima volta che la «CASETTA ROSA», altro nome con il quale è conosciuta per il colore delle pareti, viene allagata dalla piena del fiume, ma mai prima d’ora l’acqua aveva raggiunto un livello così alto. «Abbiamo sempre custodito le cose più preziose al primo piano, provvedendo a spostare i mobili e alcune suppellettili quando arrivava la piena. Ma questa volta probabilmente non è bastato».
LA RACCOLTA FONDI PER SALVARE I RICORDI
Nella casa ci sono anche l’eschimo e gli stivali dello scrittore: «Ma quelli si possono pulire, così come i mobili. A preoccuparci sono le prime edizioni dei suoi libri, da quella del “Ragazzo morto e le comete” alle opere più recenti. Oltre ad alcune prime edizioni di altri autori che Parise aveva collezionato. Ci sono anche libri con dediche autografe dello scrittore. E poi c’è un’ampia rassegna di quadri e cataloghi di Giosetta Fioroni, la compagna di Parise che visse con lui a Salgareda. E molte lettere di suoi ammiratori. Un patrimonio di ricordi e di storia della Casa che potrebbe essere stato spazzato via». Vidotto però si è già attivato per ripristinare tutto, e ha aperto un conto per raccogliere fondi con la causale «Casa di Parise, emergenza Piave Salgareda Iban IT65B0200832974001511388577».

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http://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2018/11/ven-Lungo-la-golena-del-Piave-nella-Casa-delle-fate-Goffredo-Parise-6ca3b100-12f1-4389-96e8-1f7f07c24ce2.html

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RACCONTO (DAI SILLABARI)

GOFFREDO PARISE – ITALIA
da https://www.doppiozero.com/
Nei SILLABARI di Goffredo Parise anche la voce “Italia” viene raccontata come fosse un sentimento; senza nulla concedere al sentimentalismo, tuttavia, né alla retorica o ai luoghi comuni. Domestica e tuttavia quasi arcana, familiare e insieme inesplicabile, come del resto il mistero dell’esistenza, l’allegoria del paese è l’ordinaria parabola di vita di una coppia che si ama: la storia di un uomo e una donna “visibilmente italiani”. Un senso dell’onore privato e recondito, come primitivo, ne è il suggello. Ma forse, come suggeriva Natalia Ginzburg, il senso di questo come di tutti i racconti della raccolta, va rintracciato nell’uso “struggente” dei tempi verbali.

Un giorno di settembre sotto un’aria che sapeva di mucche e di vino due italiani di nome Maria e Giovanni si sposarono in una chiesa romanica già piena di aria fredda con pezzi di affreschi alti sui muri di mattoni: raffiguravano il poeta Dante Alighieri, piccolissimo, inginocchiato davanti a un papa enorme e molto scrostato, seduto sul tono. C’era anche un cagnolino nero. La chiesa appariva in quegli anni lontani solitaria nel mezzo di una pianura di granoturco e aveva accanto uno stagno con anatre e oche grandi e piccole.

Entrambi erano giovani, Maria aveva 18 anni, Giovanni 25, si conoscevano fin da ragazzi, anche le famiglie si conoscevano e avevano una discreta fiducia fra loro. Il padre di Giovanni disse al figlio, subito dopo le nozze: “Non fidarti di nessuno. Tutti dicono che l’onore non conta niente e invece conta più della vita. Senza onore nessuno ti rispetta”. Strano discorso il giorno delle nozze ma Giovanni capì benissimo anche senza capirlo il discorso del padre, che tutti credevano un bonaccione.

Giovanni e Maria erano visibilmente italiani, bruni con bei denti bianchi, Maria aveva seni molto belli e capelli castano scuri che da ragazza teneva pettinati in due lunghe e grosse trecce. Poi li tagliò corti. Giovanni era di statura piccolo e tutto muscoli e nervi; Maria, pure non essendo affatto grassa era un poco rotonda, nel volto, nei seni, nel sedere; ma aveva la vita stretta e il punto esatto della vita sembrava come una piega di carne da cui partivano le anche, il ventre convesso ed elastico e il sedere alto sulla curva della schiena. La sua carne era solida e i peli, le sopracciglia, le ciglia erano nerissimi, ricciuti, duri e lucenti. Aveva però mani piccole e magre.

Non ricordavano più quando avevano cominciato a “fare peccato” ma certo erano giovanissimi, Maria avrà avuto 13 anni. Si baciavano molto nelle sere di primavera, accanto a piccole sorgenti in una cava di tufo, nascoste tra ciuffi di capelvenere che sgocciolavano e sapevano odore di umidità e di terra. Certe volte, di giorno, durante l’estate, andavano a fare il bagno in un torrente molto vasto con ciottoli arroventati e pozze gelide, tra sole e cespugli coperti di polvere bianca. Deve essere stato tra quei cespugli e forse vicino alla sorgente, ma tutto è molto confuso dato il tempo passato. Maria pianse un paio di volte, non si sa bene perché dal momento che lo stringeva molto, abbracciata con le braccia e anche con le gambe tra le stelle e lo sgocciolio del capelvenere.

Cominciarono ad amare molto i loro odori e sapori. Spesso, d’estate, Maria aveva la pelle che sapeva di sale e Giovanni, dopo il bagno nel torrente aveva i capelli profumati di cioccolato. Molti erano gli odori e i sapori che piacevano uno all’altro come l’odore delle barene nella laguna di Venezia, il sapore del cocomero, più di tutto il spore del pane e quello delle patate fritte. Erano troppo giovani: non avevano ancora imparato ad amare l’odore delle erbe, la mentuccia, il rosmarino, la salvia, l’aglio, avrebbero cominciato ad amarli più tardi, in età matura. In quell’età cominciarono a mangiare più spesso pesce e a provare piacere nei mari profondi del sud dell’Italia.

Avevano molto il senso dell’onore di cui aveva parlato il padre di Giovanni il giorno del matrimonio: l’onore significava la fedeltà uno all’altro, il non dire mai nulla di sé che non fosse stato uno dei due e non ad altri. Per antica abitudine sapevano che l’onore non avrebbe permesso a nessuno di non rispettarli, ad entrambi per questo piaceva molto dormire insieme la notte nello stesso letto. Affondavano in un sonno profondo protetti dalla forza dell’onore fra i loro odori e sapori perché in quegli anni, e per educazione, non si lavavano enormemente come oggi, ma moderatamente, il “necessario”. Oggi si direbbe di loro che erano “sporchi”.

Passarono gli anni, erano sempre anni di gioventù e dunque era come se non passassero perché nulla cambiava in loro essendo profondamente radicati alla loro regione anche se avevano cominciato a viaggiare. Le altre regioni d’Italia erano un po’ come stati esteri, ma piano piano capirono che i cittadini di quegli stati esteri erano anche essi italiani e che tutti, ognuno in un modo diverso, erano come avvolti in un loro onore regionale. Spesso avevano momenti di silenzio entrambi, non sapevano cosa dirsi e Giovanni come un ragazzino con un amico prendeva la mano di Maria e con l’altra mano le batteva colpetti sul dorso. Questa era la “confidenza” così vicina e simile all’onore: capirono come era vero che la sola persona di cui potevano fidarsi era l’uno e l’altra. Non che avessero un’idea precisa dell’istituto della famiglia o del matrimonio così come si intende, avevano semplicemente la pratica della vita insieme e la sempre più grande coscienza che degli altri, italiani come loro, ci si poteva fidare, sì, abbastanza, ma non molto, meglio poco. Cosa significava “fidarsi”?

Non lo sapevano bene perché erano ancora giovani, e qualche volta erano tentati di “fidarsi” ma era una cosa vaga, l’opposto di un’altra cosa vaga che era il tradimento, per cui il rapporto con le altre persone, anche con i loro amici d’infanzia, era molto sincero ma nessuno dei due diceva tutto: bisognava tacere per vivere.

Ebbero un bambino che chiamarono Francesco. Erano “dotati” per vivere, avevano quel genio italiano, ma non di tutti gli italiani, di muoversi, di camminare e di sorridere che è come bagnato dal mare Mediterraneo. Il sole dell’Adriatico fa molto ma non è come il mare Mediterraneo nei corpi e nelle movenze delle persone veramente italiane. Questo dava loro un forte senso di familiarità, anche come fratello e sorella, e di sempre maggiore complicità. La complicità era dovuta a una grande naturalezza forse nata da matrimoni fra bisnonni ed avi ed è legata ai movimenti comuni che si fanno in gioventù nella stessa terra quando si mangia e si dorme vicini in casa e ad un’aria di famiglia che in quegli anni moltissimi italiani avevano.

Giovanni conservava nel corpo, come del resto Maria, i muscoli, i nervi, i sonni e la fame di un ragazzo, Francesco era come lui. Certe volte gli amici prendevano in giro Giovanni perché durante il lavoro si stringeva nel suo camice, seduto accanto ad uno al microscopio, gli appoggiava il capo su una spalla e dormiva. Aveva una testa piccola con molti capelli arruffati e così dormendo teneva le mani intrecciate in grembo. Era molto distratto, nuotava e sciava bene, ma di colpo si stancava, certe volte quando era distratto e mangiava alla mensa in distrazione, masticava come uno che non sente nessun sapore e teneva gli occhi fissi al pensiero, non dentro di sé, guardando e parlando col pensiero, ma come se il pensiero fosse una persona, seduta o lontana da lui, sola.

Non litigavano mai. Maria non ebbe mai un altro uomo e Giovanni non ebbe mai un’altra donna. Non ebbero mai questioni di gelosia in quanto si amavano in modo sempre diverso col passare del tempo e sempre pensando ognuno all’onore dell’altro. Giovanni ogni tanto si arrabbiava, allora diventava pallido, perdeva la voce e si picchiava la testa per non dare pugni in testa a Maria. Si arrabbiava perché Maria era permalosa di carattere, si incupiva, piangeva disperatamente con il moccio come i bambini.

Ebbero una bambina che chiamarono Silvia come la nonna di Giovanni, era nata con un leggero difetto all’anca per cui diventando grande zoppicava un po’, pochissimo. I genitori se ne crucciarono molto ma quando Silvia ebbe tredici anni e cominciò a mostrare tutta la sua bellezza tra russa e tartara, non ebbe più crucci. Quel lieve zoppicare quasi non si vedeva e dava a Silvia quello che moltissime altre donne non avevano.

Ormai non erano più giovani ma la loro pelle, la carne, la saliva e i capelli erano ancora abbastanza giovani. Giovanni era invecchiato nel volto, aveva dei capelli grigi, le borse sotto gli occhi e due pieghe dure ai lati del piccolo naso infantile. Maria non era ingrassata, ma aveva anche lei qualche capello grigio e i seni e la carne non erano più veramente quelli: non c’era più la durezza. Giovanni che li toccava sempre fin da ragazzo per scherzo e sul serio smise di farlo per discrezione. Maria capì questa discrezione ma il capirlo fu una cosa oscura e ogni tanto, guardandosi allo specchio e nel bagno, nuda, diceva tra sé a voce altra: “Sono vecchia”. E si copriva anche a se stessa, perché la gioventù se n’era andata.

Ogni estate andavano al mare e qualche volta facevano dei viaggi in Italia. Nella loro mente Capua veniva immediatamente prima di Porta Capuana perché videro entrambi i luoghi uno dopo l’altro: ricordavano Cuma e le zolfare. Quei viaggi in Italia rimasero ben netti nella loro mente anche se ogni anno che passava i loro sensi avevano sempre minor forza: gli odori dell’aria, il sapore dei cibi e le profondità dei mari erano ogni anno meno sorprendenti anche se più dolci al pensiero e al ricordo. Essi non lo sapevano ma una leggerissima stanchezza nei sensi, cioè nella vita, si era infiltrata nei loro corpi e nei loro pensieri. Passarono altri anni, rapidamente quanto lentamente passava un giorno della loro gioventù lontana, Silvia era molto amata, una delle donne più amate d’Italia e Francesco diventò dirigente sindacale di un partito politico da giovanissimo: era un idealista.

Un giorno Giovanni a un collega francese che si preoccupava delle sorti dell’Italia disse: “Tout se tient en Italie”.
“Sì, ma per quanto tempo?”
“Per sempre.”
Così dicendo (si era in un ristorante di piazza Santa Maria in Trastevere a Roma, tra luci, lampi e scintillii di oro) vide come illuminarsi davanti a sé l’intero territorio italiano e gli parve che chiese, torri, cupole, ruderi e forre, campagne e oliveti ventosi cucinassero al sole, circondati dal mare. L’omertà era un concetto difficile da spiegare a uno straniero e Giovanni lasciò perdere.

Giovanni e Maria invecchiarono di colpo ma, come sempre, per quella misericordiosa stanchezza che avevano entrambi ereditato dalle illusioni infinite della chiesa cattolica senza saperlo, nessuno dei due se ne accorse veramente. Nessuno dei due si accorse di avere già vissuto tutta la vita da qualche tempo ormai e non parve a loro di vedere i cieli di Roma al mattino, il pomeriggio al Lido di Venezia quando i bagnini cominciano ad avvolgere le tende per la notte, o le palme di agosto a piazza di Spagna, per le ultime volte. Maria andava a San Pietro. Non era mai stata in chiesa se non da ragazza ma ora le piaceva andare a San Pietro, senza pregare ma per guardare gli altari, l’arco della piazza, sentire l’odore dell’incenso e vedere il Papa dire Messa: il figlio la prendeva in giro e Maria rideva con gli occhi con gli stessi denti bianchi da negretta di quando era ragazza.

Maria si accorse un giorno di giugno che parlando perdeva le frasi che rimanevano nel pensiero e si esprimeva in modo confuso e spesso incomprensibile. Quando la udì dire quelle frasi senza senso Giovanni si fece molto serio e lo prese un dolore infinito perché capì che sarebbe morta. Infatti Maria morì e di lei non rimase nulla in casa.

Giovanni visse ancora undici anni: camminava molto e lavorò sempre, ma la cosa si era rotta e la vita continuò a passare anche dopo, dopo che morì Giovanni e nessuno vedeva più i due sposi da tanto tempo. Rimanevano però Silvia e Francesco che a loro volta avevano figli grandi. La figlia di Francesco si chiamava Maria, come la nonna, e come lei aveva piccole labbra color corallo e denti molto bianchi.

(GOFFREDO PARISE, SILLABARI, Mondadori, Milano 1984)

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La Cina che Parise visita è quella della rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Una Cina poverissima, ma mai misera o miserevole, il cui popolo è votato, in maniera ridondante e quasi psicotica (per via di quella sottile operazione psicologica di persuasione e convinzione che Parise definisce “lavaggio del cervello”) alla ricostruzione socialista del paese, attraverso la lettura e l’applicazione della precettistica di Marx e Mao; un popolo e un paese impregnati di un’ideologia profondamente radicata nel loro essere, che avvolge la cultura, la scuola, l’università, lo spazio dopolavoristico, il quotidiano, l’intera vita. Un popolo chiuso in se stesso, che ha sempre sacrificato la libertà individuale per il bene collettivo, fin dai tempi della dominazione imperiale, e che ha fatto della famiglia il perno della società. Difficile comprendere la realtà orientale, tanto dissimile da quella occidentale, senza preconcetti alcuni.

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Nicola De Cilia: “(…..) PENSARE IN TERMINI TOPOGRAFICI, scrive ROBERT MACFARLANE, uno dei grandi “SCRITTORI CAMMINATORI” contemporanei, significa rendersi conto che NOI SIAMO IN QUALCHE MODO PENSATI DAI LUOGHI. Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare, entrambi, la propria natura. Il percorso è duplice: anche I LUOGHI SI MODIFICANO SOTTO L’EFFETTO DEL NOSTRO SGUARDO, SPECIE QUAND’ESSO SI TRADUCE IN PAROLA. NOI VEDIAMO, scrive l’autore inglese, IN FORMA DI PAROLE. A loro volta, quelle parole si offrono a chi legge: trasformandone lo sguardo e – ne consegue – la percezione dell’ambiente. Una catena di CONTAMINAZIONI E TRASFORMAZIONI VIRTUOSE.(….)” (Nicola De Cilia, 15/11/2018, da “Il Mattino di Padova”)

«QUEL VENETO “RICCO E STRANO” SVELATO AI MIEI OCCHI DALLE PAROLE DEI GRANDI CANTORI DI QUESTA TERRA»
di Nicola De Cilia, 15/11/2018, da “Il Mattino di Padova”
– De Cilia, nel suo libro pubblicato a novembre 2018 (“SATURNINI, MALINCONICI, UN PO’ DELIRANTI: incontri in terra veneta” Ronzani Editore, euro 16,50) rilegge paesaggio e cultura attraverso i testi di BERTO, COMISSO, PARISE, ZANZOTTO e NIEVO «I pensieri di questi autori danno una realtà nuova agli alberi, alle colline, ai fossi, allo stesso cielo» –
GIUSEPPE BERTO è stato il mio primo amore letterario. Ho iniziato nel 1978 con “La gloria”, libro difficile per un ragazzo di quindici anni, che mi lasciò un’impressione profonda: il Giuda nevrastenico e fegatoso di Berto contribuì a prestarmi parole, opere e omissioni. “Il cielo è rosso” mi conquistò definitivamente: nonostante i quarant’anni che mi separano da allora, non posso rileggere le pagine in cui compaiono i giovani protagonisti del romanzo, senza avvertire un’aritmia in cui ancora inciampa il respiro.
Non si è trattato, tuttavia, solamente di questo: “Il cielo è rosso” è ambientato nella mia città e nella campagna veneta dove nasce il fiume Sile. Daniele cammina e s’innamora percorrendo gli stessi luoghi nei quali anch’io sono vissuto. Nelle pagine di Berto, quei luoghi sono trasfigurati in qualcosa di “ricco e strano”. Ho cominciato, così, a osservare con occhi nuovi il territorio in cui mi muovevo, ad abitarlo con rinnovata consapevolezza. Poco per volta, ho intuito che le parole di uno scrittore sono in grado di dare, non soltanto diversa consistenza a sentimenti, emozioni, pensieri, ma anche una realtà nuova agli alberi, alle colline, ai fossi, allo stesso cielo. Diventano paesaggio.
Ripercorrendo le strade a quel modo, come Adamo ho imparato a dare un nome alle cose che fino ad allora avevo guardato senza realmente vederle. Un apprendistato che non si è concluso con l’adolescenza, quando lo si pratica con fervente vigore. Dopo di allora, ho infatti letto e amato scrittori europei, statunitensi, sudamericani, scrittori di tutto il mondo, ma non ho mai provato, come nel leggere gli autori veneti, quel senso di intimità, di confidenza, la camaraderie letteraria che nasceva da privilegio d’anagrafe. GIOVANNI COMISSO, GOFFREDO PARISE o IPPOLITO NIEVO mi facevano sentire a casa. Il paesaggio da loro raccontato ed evocato è quello stesso in cui avevo preso gusto ad abitare e in cui stavo prendendo gusto a scrivere.
(…) Negli ultimi vent’anni il territorio veneto è radicalmente cambiato e, con esso, la lingua degli scrittori: (…) le colline e i palù del Quartier del Piave di Andrea Zanzotto, l’altopiano di Asiago percorso da Antonio Giuriolo, Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern, le cime dei monti sopra Valdobbiadene, rifugio per Toni Adami, e le prealpi a ridosso di Revine dove ha casa Luciano Cecchinel, la pianura trevigiana di Giovanni Comisso e il Piave di Goffredo Parise.

(NICOLA DE CILIA – “SATURNINI, MALINCONICI, UN PO’ DELIRANTI: incontri in terra veneta” Ronzani Editore, euro 16,50 – Non è un’antologia, non è un saggio, non è un romanzo. Il libo dello scrittore trevigiano Nicola De Cilia è uno splendido viaggio, durato vent’anni dal 1998 al 2018, nella letteratura veneta del secondo Novecento. Un susseguirsi di incontri e conversazioni intense, partecipate, rispettose, intime con gli scrittori di questa terra. Incontri che si dipanano seguendo un uni filo conduttore: il legame degli autorio proprio con la terra e il paesaggio, quel legame viscerale e dichiarato che trasforma le forme del “visto” in forme della coscienza. De Cilia è insegnante e critico letterario, con una grande passione per il cinema.

PENSARE IN TERMINI TOPOGRAFICI, scrive ROBERT MACFARLANE, uno dei grandi “scrittori camminatori” contemporanei, significa rendersi conto che noi siamo in qualche modo pensati dai luoghi. Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare, entrambi, la propria natura. Il percorso è duplice: anche i luoghi si modificano sotto l’effetto del nostro sguardo, specie quand’esso si traduce in parola. Noi vediamo, scrive l’autore inglese, in forma di parole. A loro volta, quelle parole si offrono a chi legge: trasformandone lo sguardo e – ne consegue – la percezione dell’ambiente. Una catena di contaminazioni e trasformazioni virtuose.
Rileggere in tale luce le parole degli autori presenti in questa breve rassegna ha significato, per me, rileggere il territorio in cui vivo e, in particolare, ripensare in termini nuovi l’andamento stesso della letteratura veneta a partire dal secondo dopoguerra. Questa, l’esperienza che spero di essere riuscito a trasmettere. Attribuendole, con qualche presunzione, anche un certo valore di resistenza all’atomizzazione del territorio, esteriore e interiore. “Si tratterà, individuato di volta in volta il terreno adatto, di abitarlo col giusto atteggiamento, così che le immagini vi germoglino spontaneamente, con quella forza sorprendente e addirittura, per me, commovente, che hanno certe piante quando bucano l’asfalto, o mettono radici in una crepa sul muro, o nell’incavo di una grondaia trascurata, e crescono e si sviluppano, in una parola vivono, senza rendersi conto che non è lì che dovrebbero essere, e di quanto precaria sia la loro situazione”. Così, VITALIANO TREVISAN in “Tristissimi giardini”. Quasi una lontana, a noi vicinissima eco dei versi di ANDREA ZANZOTTO: “Rari sono i luoghi in cui resistere, / luoghi dove le Muse si danno convegno / per mantenere l’eco di un’armonia”. (Nicola De Cilia, autore di “Saturnini, malinconici, un po’ deliranti”)

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A MILANO Parise, dove scriveva per il “Corriere della Sera”, e lavorava nella casa editrice di Livio Garzanti, conobbe anche Leo Longanesi e con lui pubblicò uno dei suoi romanzi più noti, IL PRETE BELLO (1954), con cui fu consacrato autore di fama anche all’estero

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la piena e i danni ala casa delle fate

NELLA CASA DELLE FATE HO VISTO L’OFFESA DELL’ACQUA E DEL FANGO

di Francesco Maino, 21/11/2018, da “la Tribuna di Treviso”
Va bene, lo confesso, mea culpa: è stato con occhio di guardone (voyeur) che intorno a una mezzanotte bianca di fine ottobre (giorno 29), alle 00. 30 (nel 2018) mi son trovato invasato in sella alla graziella d’élite approntato a goder dello spettacolo (osceno) dell’onda di piena del fiume Sacro alla Patria – per fatalità nei giorni del ricordo del bollettino di Vittorio Veneto (1918) – che i diaconi ossessi del Meteo Regionale davano di passaggio, in spinta travagliante, alle quattro del mattino, tra i marmorei piloni del ponte, all’altezza della medagliata città di San Donà di Piave, del suo civico dormitorio: Musile di Piave.
In verità la mia malizia di sguardo, pur molto snob, e come dire, tutta a me interna, discretamente otturata dal talento di mimesi (tipico di alcuni intellettuali in incognito), ho pensato, esternamente: dava l’idea ch’io fossi più attratto dal voyeurismo popolare: stavano, infatti, non diversamente, assiepati contro i vibranti parapetti del Ponte della Vittoria, in località Sancto Donato (già Vescovo di Arezzo), come dicevo, almeno un mezzo migliaio di domiciliati morbosi telefonetto-muniti, single o affamigliati, per le irripetibili riprese video o photo-istantanee dell’irresistibile vagito fluviale; qualche giorno prima del c. d. main event, il terrorizzante picco di piena per l’appunto, apparito giovanilmente alla TV di regime, un azzimato mezzo-busto-Arcangelo della neo Rebubblica Gibutiana Pedemontana, dott. Zhaia Luca, abbacinato dalla fosforescenza del giubbotto (taglia XXL) in dotazione alla Protesione Zivile, con logo in bella vista, parlava apertamente di tempesta perfetta: in ciò affocando ancor più gli animi e i cuori dei compaesani: il popolo dei nativi Prozeki, molto più antichi dei Protohenetizi, che sciamavano dagli innumeri bar-templari, (6 per metro quadro) già dopo le diciannove (19.00, ora-cena-locale) onde dirigersi, eroticamente in mandrie composte, in platea, ossia lungo gli argini veneziani, dopo aver sorbito liturgicamente tripla soluzione alcolica per via orale, a godersi il preveduto esondo.
Si annuncia una notte in bianco impestata di scirocco: un vento che appiccica, appanna, asfissia; si direbbe quasi il sentimento d’un vento che trasfigura, né maschio né femmina, vento omosessuale o transessuale…? caorloto o chioggiotto…? Insomma: un vento contro-natura, direbbero i tradizionalisti, che impedisce alle acque (dolci) d’essere ricevute, in grembo, dal mare salino, o ancora: un vento che rende l’acque una scipita broda di paluda, un bacile di succhi amniotici, aria placentare, si direbbe, permanente, presente-assente, che tanto pesa sul respiro fin quasi a inibire i polmoni, impedendo loro di negoziare ossigeno col cervello, o allo spirito di esistere quale fattore intellettuale, eccomi: io, trasfigurato a causa di quel lontano sentore marino, iodio salsedine ruggine freschino, che solo noi captiamo e capiamo dalla concava campagna: annuncia capogiri, naufragi, apocalissi d’acque-alte, parti indotti… come se il campanile de San Marco crollasse di botto, consumato dall’onda lunga, improvvisa, di battigia… un castelluccio di sabbie liquefatte, e noi ne avvertissimo il tonfo di rovina, da lontanissimo, nell’entroterra, eccomi quindi: io, pedalante, travestito all’americana, felpa, jeans, scarpette da pallacanestro, orfano del mito americano, come sempre accade: omogeneizzato gnuiorcoide chiamato moda… invece mi figuro (ancora io…! ) d’essere il naturalizzato tenente Nicola Adami o Nicolas Damo, di Thiene o Abano, un crocerossista della grande guerra (di quale secolo stiamo parlando? di quale grande guerra? ), infermiere sui generis a bordo d’un mezzo di fortuna a ruote ellissoidali, bastone tra le cosce, trazione umana, asso del pedale! pajasso sgasa-rutto… a tracolla: un tascapane! Gli scarponi di pezze: verde fagiolino! Il berretto: da burbetta! A mio modo uniforme autorevole… e lì giù a distribuire generi ai nuovi fanti disperanti d’un conflitto oscuro che si combatte senza quartier generali, comandi, cartucce, aviazione, armi di convenzione… di che ha bisogno davvero la borgo-borghesia al fronte dopo la nuova Caporetto planetaria, bancaria, dopo la doppia-coppia: Cadorna e Zonin, Badoglio e Galan? Sigarette di trinciato clandestino? Cartoline porno-educative? La copiosa-radiosa cioccolata? Un decreto-dignità del governo provvisorio per i fanti fondenti? In realtà pedalo senza rifornimenti lenitivi, il fiume tira che è un piacere, stiamo sopra i 9.000 metri cubi al secondo? Sotto un lampione del genio civile, tra piovaschi sghimbesci al caffelatte, la corrente ha il colore del kebab, del biscotto boschivo, si sente il grido grande della terra che si smuove, inonda tutto, una percussione sorda, non sordida, abissale, che giunge, in picchiata, dalle valli del nord, borborigmi bestiali nei gorgogli, mulinelli ingoiativi nell’alveo, lacerti d’alberi trascinati, e cassepanche rovesce gambe divelte, i potenti eserciti dei curiosi assistono all’opera crescente del fiume enfio… si notano i mille flash, per la notte ribaltata di San Lorenzo: la notte delle stelle basse dette photo-camere… è il prezzo artesiano del voyeurismo plebeo…
Raggiungo il battaglione italiano della destra-Piave, passo il ponte sminato: identiche son le scene…! In trincea v’è tutta la Classe dei ’99, dei Millennials di Fabri Fibra (sarà lo stesso? ), passo e trapasso con leggiadria di sogno cruento dagli austro-ungheresi ai catanzaresi, da caporali a maggiori, da Visegrad a Riace, da Victor Orban a Domenico Lucano, da portantini e fucilieri, da Budapest a Cosenza, dai neonati adulti ai vecchi rimasti bambini… La divisa è la stessa… mi accoglie in linea il capitano Paravicini, un architetto liberale che non ha memoria dei futuri capannoni, sono inabissato nel racconto di Hemingway (“Qualcosa che mai proverete”, Nick Adams giunge in Veneto da Chicago, dai grandi laghi della pesca alla trota con cavallette…), i corpi morti sono apparecchiati a grumi per il pranzo delle mosche, chi li ristorerà nell’aldilà? Le ossa delle gambe son contorte come pezze di bambole, carte ovunque, lettere ai cari, azioni della Popolare di Vicenza: carta strazza, carta stracca, foto di gruppo al tempo della felicità (terrena), del risparmio garantito, del risparmio energetico, Classe A, dell’Enel col fiume a letto, questa volta intubato, sedato, regimentato, buono solo, in tempo di pace, a parte la corrente prodotta, per le grigliate del 25 aprile, Festa Zonale dello Sport (FZS) con le bisnonne dei lupetti, le lor tortiglie al limone pompeiano, ovi di galline allevate a terra, le pattinatrici-bambine in esibizione, la schola de ballo lìssio col suo saggio gesuita, la vergogna dei bengalesi d’un metro e cinquanta, che occupano senza titolo le most important location for barbecue, il discorso di ringraziamento dei Sindaci del Territorio, tutti uniti contro il terrorismo dell’Isis , i terroni del Ciad, il trend del prosecco boliviano, il brand gli asparagi del Congo…
L’indomani pomeriggio (giorno 30), ore 15.30, sole pediatrico, tre chilometri più a monte, in località Salgareda, sinistra orografica, scongiurato un nuovo Sessantasei, nonostante la disperazione dei becchini dell’attualità che avrebbero preferito la lunga lista dei dispersi, gli sfollati, la lenta ricostruzione del Dopo, elicotteri sibilanti, mezzi anfibi, commissari per la bonifica, gru, angeli del fango, tonnellate di polemiche a venire per l’eternità, chi ha sbagliato? Chi pagherà per il rischio idrogeologico divenuto tragedia? L’acqua ha toccato i quattro metri e 1/2, ci sono i segni, li ho visti, sopra il solaio della casa del grande scrittore: GOFFREDO PARISE, la raggiungo con i mezzi a disposizione, sacchi neri della spazzatura alle gambe, su, sino all’inguine, faccio l’ultima curva prima del tempietto, un lungo rettifilo con melma agli stinchi, quattro chiacchiere con Messer Giuseppe, pazzo spilungone dal bel dialetto, tonsura totale della testa, eccetto un codino bigio tenuto come coda di cagnolino hare-krishna, pala in mano, stivali conci, mollo giù la Peugeot, schizzi sulle rode, mi spiega alcune teorie astrali sulla golena esoterica del Piave, della sua idea di costruire una porta delle stelle (star-gate) proprio lì, in effetti, penso, il luogo è (super)spirituale: sento un coro di uccelli preistorici annunziare il mio arrivo, ovviamente coro tragico di omeni tramutati in cuculi carnivori del Pliocene a cura d’una Circe cimbra (Farra d’Alpago 62milioni-60milioni a.C.), la casetta è stata visitata dal fango, dice Moreno, l’amorevole proprietario, una polta bianca, lunare la cinge coprendola lungo il prativo; la vigna didietro (glera? ) appare scheletrita, un gelso è caduto, altro, invitto, ce l’ha fatta…!
Resiste un roseto che ha sbocciato sott’acqua un paio di rosse suprematiste (la tinta della nova bandiera partigiana?), un traliccio dell’alta tensione, trasfigurato dalla bruma buia che cala, in lontananza, senza base, senza vetta, sembra un’installazione della Biennale, se scavassimo forse troveremmo l’esercito in plastica dell’imperatore Qin Shi Huang, qualcuno direbbe: è il prezzo della globalizzazione…!
Arrivano perfino dall’oltretomba, rifatti, questi malnati cinesi da asporto! A farla breve dopo melmose chiacchiere, mi si schiudono le porte del tempio, la finestrella vista Dolomiti è sempre lì senza le Dolomiti, mancano: copia del letto di Tolstoj nell’isba di Jasnaja Poljana, messo in sicurezza, pure alcune prime edizioni che forse non si salveranno o forse sì, vedremo… alcuni documenti autografi sono persi, amen…!
Ma so che l’invisibile fienile tornerà a splendere tra il verde disordinato, di viti nane pioppeti e salici… E mentre guardo e penso a lui, Parise, a loro, i Gadda-Comisso-Moravia, agli ultimi, non so per quale ragione – il motivo è oscuro – mi figuro d’essere incarnato in un Sillabario, alla lettera C di casa, un don Antonio in visita alla famiglia X di coloni, ora di cena, pollo, patate al sugo in tavola, polenta, pane, radicchi, bianchetto pretto, punge il freddo di fuori, forse nevicherà, qualcuno ha cambiato metodo di riscaldamento, non più legna ma gasolio, quanto costa un litro? Quanto riscalda un chilo di legna? Il mondo cambia, signori-belli…!
La piena è passata… dieci secoli son defluiti in un’ora, è come con gli alfabeti e le lettere in libri per uomini che non sono più… ho una gran voglia di mettermi a scrivere solo per i passeri, nella lingua volatile, acuta, pennuta… scrivere per loro col becco-stilo: per uomini-passeri ascesi per ufficio d’ali ai rami maestri di pioppi fluviali… un conte volante russo di Mosca, stralunato, scalmanato, sarei… viola vestito, naso d’aquilotto, fronte corta, fili di capelli pepe-sale, tempie lucide, mai più perso nelle nebbie, mai nei muschi… avrò almeno un’upupa di compagnia per letture notturne nel prossimo Veneto lituano? (Francesco Maino)

interno della casa delle fate di Parise

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IN UN VERDE DISORDINATO C’ERA UN RELITTO DI CASA

di GOFFREDO PARISE, da “Veneto barbaro di muschi e nebbie”
– “Era un tardo pomeriggio di fine agosto, un po’ ventilato: la famosa pioggia c’era già stata e la stagione stava calando verso l’autunno. Due uomini si avviavano verso il greto del fiume Piave, a…”
Era un tardo pomeriggio di fine agosto, un po’ ventilato: la famosa pioggia c’era già stata e la stagione stava calando verso l’autunno. Due uomini si avviavano verso il greto del fiume Piave, a cavallo, e di colpo Guido, uno dei due, scartò di lato fino a inoltrarsi prima in un piccolo bosco di pioppi, poi in una minuscola radura sopraelevata e strana. Avvolto in un ampio verde disordinato, tra viti nane e alberi da frutto e altri pioppi e salici c’era un relitto di casa, una sorta di fienile quasi invisibile, coperto da un grosso gelso storto che gli stava di fronte. L’atmosfera, per quanto di pochi metri quadri, era strana e felice: un piccolo Eden profumato di sambuco, dove il vento leggero e già fresco volteggiava insieme ai molti uccelli: merli, passeri e improvvisamente un cuculo e un picchio. L’aria era color viola, oltrepassarono il luogo di strano incanto e sguazzarono nel fiume limpido, al guado. L’altro uomo ero io e già avevo deciso che avrei comprato quel fienile.
Costò pochissimo, quasi nulla, lo riattivai con piccoli lavori, a Natale entrai in casa con le pareti gocciolanti di umidità. C’era però un camino, un focolare, e una stufa a gasolio che durante la notte si spegneva con un boato e riempiva la casa di un fumo nero di petrolio. Il giorno di Natale nevicò un poco e passarono le pecore con la loro lentezza. Il pastore dai capelli rosso fuoco vestito di feltro entrò in casa e domandò acqua per fare una polenta lì di fronte. Così passarono stagioni e anni. L’upupa arrivava a maggio e anche faceva il nido a un palmo da una finestrella a fianco del mio letto, il picchio beccava come un tamburino a due metri da quella finestrella, rane di notte, civette e lucciole occupavano il terreno nella stagione giusta. Ero un uomo solo che viveva solo, felice e infelice come sempre capita.
Che cosa mi inchiodava sempre più spesso a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine? Forse il Veneto, la “madre terra” come diceva Moravia, o invece il suono delle rane, il picchio e l’enorme gufo che entrò dal camino portando con sé una diabolica nube di fuliggine e due occhi invece innocenti, gialli ed enormi? La “madre terra”, lì dove stavo io, era barbara e brutale, ancora un rimasuglio, un resto genetico e somatico delle invasioni nordiche, con facce di unni, di finni, di mongoli, in un impasto talora quasi picassiano di genetiche composite e degenerate o rigenerate dal tempo, dai secoli dai millenni.
Qui, sul Piave ero circondato da una cultura assai precedente: la “tabula rasa” dell’erba e il suo profumo al tempo dello sfalcio, le rane, la luce riflessa dalla laguna non lontana, il limpido fiume-torrente dalla cui corsa lasciarsi trascinare d’estate in un gorgoglio di acque dal sapore e dall’odore di torrente, rane, chiù e cuculi, e d’inverno le grandi distese di neve sulle montagne di Cortina, dove gli sci scricchiolano sul manto fresco e i camosci sorpresi e scattanti di muscoli fuggono come volando sulle rocce affioranti tra i pini e gli abeti.
GOFFREDO PARISE, da “Veneto barbaro di muschi e nebbie”
per gentile concessione di Giosetta Fioroni
da IL MATTINO DI PADOVA del 21/11/2018

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