L’ITALIA DEL CATTIVISMO (figlio dell’INSICUREZZA) del Rapporto CENSIS 2018: geografia di un Paese impoverito in preda al SOVRANISMO PSICHICO, che odia gli immigrati e non trova un’idea di sviluppo e coesione sociale – Come ripartire da valori come SOLIDARIETÀ, GIUSTIZIA, ECOLOGIA e INNOVAZIONE?

IL RAPPORTO CENSIS 2018 – L’ITALIA DEL RANCORE – Per il 75% degli italiani gli IMMIGRATI fanno aumentare la CRIMINALITÀ, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare – SOLO IL 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una CONDIZIONE SOCIO-ECONOMICA MIGLIORE DI QUELLA DEI GENITORI. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza

   Il Censis (sigla che sta per Centro Studi Investimenti Sociali), fondato nel 1964, è un (emerito) istituto italiano di ricerca sociale su vari campi del vivere quotidiano nel nostro Paese; e dal 1967 propone un annuale (interessantissimo e vasto) RAPPORTO sui più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE.

Giunto alla 52ª edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. LE CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo LA TRANSIZIONE DA UN’ECONOMIA DEI SISTEMI A UN ECOSISTEMA DEGLI ATTORI INDIVIDUALI, verso un APPIATTIMENTO della società. Nella SECONDA parte, LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2018, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le RADICI SOCIALI di un SOVRANISMO PSICHICO, prima ancora che politico, le tensioni alla convergenza e le spinte centrifughe che caratterizzano i rapporti con l’Europa, gli snodi da cui ripartire per dare slancio alla crescita. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le ANALISI PER SETTORI: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, i SOGGETTI E i PROCESSI ECONOMICI, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, la SICUREZZA e la CITTADINANZA.

   Il 7 dicembre scorso ha reso noto il 52° RAPPORTO annuale, che ha suscitato molto clamore, nel modo (scientifico, statistico) con il quale si è individuata la crisi italiana: nel modo di pensare, nel rapportarsi ai (nuovi) mezzi di informazione, nelle differenze geografiche territoriali. Recependo la presenza di un popolo (italiano) incattivito, e insicuro del proprio presente e ancor più del futuro.
Dicevamo, che dal Rapporto ne esce un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza. La rabbia, che nel frattempo è diventata «cattiveria», si sta tramutando in «SOVRANISMO PSICHICO», nella ricerca di un «sovrano autoritario» al quale affidare le sorti del Paese. (sul significato di “sovranismo psichico”, termine inventato per l’occasione ora dal Censis, vi invitiamo a leggere il primo articolo qui di seguito in questo post che abbiamo ripreso da “il Fatto Quotidiano”).

COS’È IL CENSIS – Il Censis (CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI) è un ISTITUTO DI RICERCA SOCIO-ECONOMICA italiano fondato nel 1964. Dalla sua fondazione svolge attività di studio, ricerca, consulenza e assistenza tecnica. La maggior parte delle attività dell’istituto è incentrata sulla REALIZZAZIONE DI STUDI SUL SOCIALE, L’ECONOMIA E L’EVOLUZIONE TERRITORIALE o su programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, l’ECONOMIA, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, il GOVERNO PUBBLICO, la SICUREZZA e la CITTADINANZA. Alcuni anni dopo la sua nascita, esattamente nel 1973 è diventato una fondazione riconosciuta con D.P.R n. 712/1973. A partire dal 1967 ogni anno le attività e gli spunti di analisi dell’istituto vengono condensati nel RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE, nato dalla volontà di fornire una NARRAZIONE PUNTUALE DEI MUTAMENTI SOCIO-ECONOMICI IN CORSO. (da Wikipedia)

   L’insicurezza è il sentimento di base della società. Si dà tutta la colpa alle “cose straniere”, in primis all’immigrazione dai paesi poveri; ma anche agli organismi internazionali: dall’Unione Europea (cui è calato fortemente il pathos “europeista” che una volta avevamo), al Fondo Monetario, i Mercati che ci prestano i soldi…tutto quel che viene da fuori.

(considerazioni dal rapporto Censis) – “Rancore e pregiudizi sono radicati fra le persone più fragili, ossia più povere anche di sapere. Persone che non riuscendo a capire la complessità sono alla ricerca di spiegazioni semplici: vere o false che siano. L’unica strada per uscire dalla crisi è quella della coesione sociale che si concretizza in più servizi e più occupati in ambito pubblico” (Francesco Gesualdi, da AVVENIRE del 22/12/2018) (immagine da “Avvenire”)

   E’ prioritario comunque, secondo il Rapporto Censis, come una gran parte degli italiani attribuisca agli immigrati la responsabilità della propria decadenza, pensando che si siano appropriati del nostro lavoro, delle nostre case popolari, dei nostri sussidi. Che gli immigrati ci sottraggano posti di lavoro; che rappresentano un peso per il nostro welfare; che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani… E il tutto porta al risentimento, all’avversione, e ad ogni altra forma di pregiudizio.

OSTILITÀ VERSO L’IMMIGRAZIONE – Il capitolo migrazione è un nervo scoperto. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%). Ma neppure l’immigrazione da Paesi comunitari è vista di buon occhio: è infatti negativa per il 45% (rispetto al 29% media Ue). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in casa nostra; il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare, solo il 37% ne sottolinea invece l’impatto favorevole sull’economia nazionale. Per il 75% degli italiani l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. E il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse (foto da Il fatto Quotidiano)

   Il senso e l’origine di questa crisi probabilmente sorge da una crisi generalizzata della classe media dei paesi ricchi iniziata nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando venne ridefinito l’ordine economico mondiale e venne riscritta la geografia internazionale del lavoro: le fabbriche andarono nei Paesi poveri dove il costo del lavoro era assai basso; e nei paesi ricchi una classe di lavoratori si trovò in difficoltà, o disoccupata; o dovendo sopportare assai bassi salari. Pertanto i ricchi (industriali, finanzieri) ci guadagnarono molto, la maggioranza della popolazione si trovò (e si trova) in difficoltà a mantenere livelli alti di consumi cui si era abituata: una rivoluzione economica e normativa passata alla storia sotto il nome di GLOBALIZZAZIONE.
E’ così che il LIBERO COMMERCIO e la GLOBALIZZAZIONE, oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri del pianeta (cosa non da poco: PIÙ DI UN MILIARDO DI PERSONE HA POTUTO USCIRE DALLA FAME, mandare a scuola i loro figli, avere un inizio di sanità, poter spostarsi da un luogo all’altro…), ma tutto questo ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. Un economista di New York, BRANKO MILANOVIC, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Eccolo:

Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 75% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Ma questo accadde in tutto il mondo, non solo in Italia. Però, specificatamente in Italia, dice il Censis, i continui trasferimenti produttivi, associati a una crescente automazione (l’informatica, i robot…), produssero meno occupazione e meno diritti al Nord, più lavoro sfruttato al Sud. E sia a Nord che a Sud si sono fortemente abbassate le retribuzione dei lavoratori dipendenti, ma anche il reddito di artigiani, commercianti, che hanno risentito della grande crisi economica. E’ andata bene, anche da noi, per i detentori di capitale (se non sono incappati nella crisi italiana, ma mondiale, delle banche, del sistema finanziario), ma al tempo stesso si è creato un grande disagio e incazzatura per chi si è trovato ad avere meno soldi (o niente…) e non poter esaudire il livello di vita (e godere del welfare pubblico) che si era conquistato.

IL DIVERSO PERCEPITO COME UN PERICOLO – C’è un 63,6% convinto che nessuno ne difenda interessi e identità e quindi devono pensarci da soli. Quota che sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi. Il non sopportare gli altri si traduce nel via libera ai pregiudizi. L’essere diverso diventa, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. E non è una questione di basse percentuali: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom; il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che vengono prima gli immigrati, altro che “prima gli italiani”, e questo 52% diventa il 57% tra le persone con redditi bassi.

   E il Censis, nel Rapporto reso noto adesso, nel dicembre 2018, individua quali sono gli squilibri sociali, gli squilibri territoriali. Un quadro allarmante, su cui, su tutto, pesa molto la condizione lavorativa dei giovani, con precarietà, sottoccupazione, part-time non voluto ma subìto…

(nella foto: il dominio globale dello smarthphone) – CENSIS 2018: POCA FIDUCIA NELLA CRESCITA – Alla base di questo processo, secondo il Censis, c’e’ “l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”. E l’analisi ci ricorda che l’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 35,6% degli italiani è pessimista, guarda all’orizzonte con delusione e paura; il 31,3% è incerto e il restante 33,1% è ottimista.

   L’involuzione e l’arrabbiatura che vi è, porta a fenomeni negativi di chiusura, di odio… a cattivismo e sovranismo psichico, come dice il Censis. La soluzione a questo stato di crisi non è facile (individuarla e praticarla). Tentiamo qui di iniziare a definirla per (nel nostro piccolo) contribuire ad arrivare a possibili soluzioni. (s.m.)

I MEZZI USATI COME INFORMAZIONE

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Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». NEL LABIRINTO DELLE PAURE. POLITICA, PRECARIETÀ, IMMIGRAZIONE (Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) ruota intorno a questo focus ed è il volume – bello e terribile – di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO. Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra gli haters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti. (MARCO REVELLI, da “IL MANIFESTO” del 27/12/2018)

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COS’È IL ‘SOVRANISMO PSICHICO’ E PERCHÉ PUÒ AIUTARCI A CAPIRE LA REALTÀ DI OGGI
di LUCIANO CASOLARI (medico psicoanalista), da “IL FATTO QUOTIDIANO del 18/12/2018)
Studio e lavoro in campo psicologico da oltre trenta anni ma non avevo mai sentito parlare di “SOVRANISMO PSICHICO”. Sono rimasto colpito nel leggere che il RAPPORTO DEL CENSIS cita questo modello per descrivere l’atteggiamento mentale degli Italiani in questa fase storica.
La descrizione attuata dal DR. GIUSEPPE DE RITA (segretario del Censis) è “un’espressione psichica con cui tendiamo ad affermare quello che è il modello di sviluppo Italiano. Cioè abbiamo la necessità, di fronte a un mondo sempre più globale, di dire noi sappiamo stare nel mondo globale con un modello che è però tutto nostro”.
Se ho ben capito l’idea è che,invece di adattarci e accettare la GLOBALIZZAZIONE e le sue regole, cerchiamo come popolo di arrestarla o rallentarla. Per giustificare questo tentativo, che corrisponde all’invocazione “fermate il mondo! Voglio scendere”, come popolo abbiamo sviluppato l’idea di essere gli unici a sapere come dovrebbero andare le cose. In questo modo si spiega perché tutti vogliamo usufruire dei prodotti della globalizzazione a basso prezzo, come i telefonini che vanno per la maggiore provenienti dalla Cina o dalla Corea ma, allo stesso tempo, vogliamo che si preservi il nostro tranquillizzante posto di lavoro fisso.
Comperiamo auto che vengono per il 75% da altri Paesi per poi pretendere che non chiudano gli stabilimenti Italiani di automobili. Vogliamo gli operai a basso costo che vengono dall’Africa, perché i nostri figli non voglio fare certi lavori, per poi arrabbiarci se circolano per strada perché ci sentiamo invasi. Pretendiamo come governo di spendere i soldi, come e quanto ci pare, ma poi li chiediamo in prestito ai mercati internazionali. Tutte queste contraddizioni non emergono perché noi italiani la sappiamo lunga e abbiamo un nostro modo per tenere assieme capra e cavoli.
Nel BAR SPORT, immortalato dallo scrittore STEFANO BENNI, che molti di noi hanno, in qualche misura, frequentato c’è sempre un personaggio che sa come dovrebbe andare il mondo. Bisogna fare così o cosà e in un batter d’occhio i problemi più complessi dell’umanità si risolverebbero. Siamo divenuti come popolo come il personaggio del bar che spara tutte le sue apodittiche affermazioni? Non accettiamo la realtà del nostro futuro che sarà nella globalizzazione dei mercati e in una società multietnica e multirazziale? Noi italiani che corrispondiamo a meno dell’1% della popolazione mondiale vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi?
Naturalmente, in questo modello di pensiero, se gli altri popoli non si adeguano ci sentiamo INCOMPRESI E ACCERCHIATI per cui costruiamo dei NEMICI MENTALI che in questo momento storico sono I MIGRANTI e LE ISTITUZIONI SOVRANAZIONALI come L’UNIONE EUROPEA , I MERCATI, IL FONDO MONETARIO, etc. Ringrazio il Censis e il Dr. De Rita per aver chiarito, inventando il termine SOVRANISMO PSICHICO, questo modello di pensiero e perché poi, inevitabilmente, sfoci in rabbia e cattiveria verso gli altri. (Luciano Casolari)

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PAURA DEI MIGRANTI, E IL RANCORE DIVENTA CATTIVERIA

RAPPORTO CENSIS. UN QUADRO ALLARMANTE, SU CUI PESA MOLTO LA CONDIZIONE LAVORATIVA DEI GIOVANI: PRECARIETÀ, SOTTOCCUPAZIONE, PART-TIME INVOLONTARIO
di Luigi Pandolfi, da “il Manifesto” del 8/12/2018
Un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza. Non è la Francia dei Gilet jaune, che molto sta facendo parlare di sé in questi giorni. E’ l’Italia di oggi, raccontata alla luce delle sue frustrazioni nell’ultimo Rapporto del Censis.
L’Italia che il 4 marzo aveva affidato la cura della sua rabbia sociale ai partiti populisti, oggi uniti in matrimonio nel governo giallo-verde, che adesso non nasconde un certo disincanto per come stanno andando le cose, a cominciare dall’andamento dell’economia (pesa lo shock per l’arretramento del Pil dopo 14 trimestri di crescita).
Complice lo «sfiorire della ripresa», monta la convinzione che gli anni a venire non saranno affatto quelli del miglioramento delle condizioni materiali di vita della stragrande maggioranza della popolazione, di quelli che maggiormente hanno pagato il prezzo della crisi nell’ultimo decennio.
Non c’è un crollo del consenso verso i partiti di governo, non ancora, ma l’idea che «anche questa volta» le aspettative su un cambio radicale di marcia del Paese possano andare deluse è già presente in una fetta larga dell’elettorato. Nessuna rivalutazione di «quello che c’era prima», beninteso. La rabbia, che nel frattempo è diventata «cattiveria», si sta tramutando in «sovranismo psichico», nella ricerca di un «sovrano autoritario» al quale affidare le sorti del Paese.
Per decenni, in Europa, le nuove generazioni hanno vissuto nella certezza che la loro vita sarebbe stata migliore di quella dei propri padri. Ora non è più così. In Italia più che altrove. Nel nostro Paese, secondo le rilevazioni del Censis, solo il 23% dei cittadini dichiara di aver migliorato la propria condizione socio-economica rispetto ai genitori, contro una media Ue del 30%.
Quasi nessuno, poi, tra le persone con un basso titolo di studio o a basso reddito pensa che il futuro possa riservare alla propria esistenza materiale qualcosa di meglio.
Un salto indietro di un secolo, almeno. L’ascensore sociale si è di nuovo bloccato, è andato in frantumi il patto sociale su cui si è retta l’Italia per oltre un sessantennio. Cala la fiducia nella politica, cresce il risentimento verso le istituzioni europee (solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza alla Ue abbia fatto bene all’Italia, a fronte di una media europea del 68%), gli immigrati fanno sempre più paura (sono un problema per il 63% degli italiani).
Il dominio del capitale è entrato in una fase nuova. Se ieri i nostri problemi derivavano dal fatto che avevamo vissuto «al di sopra delle nostre possibilità», oggi la causa dei nostri mali andrebbe ricercata nella concorrenza e nell’invadenza di chi sta sotto di noi. Per il 58% degli italiani gli immigrati sottrarrebbero posti di lavoro ai connazionali e minaccerebbero la tenuta di ciò che resta del welfare state.
Coperta corta, risorse scarse, ognuno a casa propria. Il problema non è l’iniqua distribuzione della ricchezza ma la sottrazione di risorse da parte di chi entra in casa nostra «senza averne diritto».
Eppure, se in Italia i salari sono aumentati soltanto dell’1,4% dal 2007 al 2017, mentre in Francia e in Germania l’aumento è stato nello stesso periodo, rispettivamente, del 13,6 e del 20,4%, una domanda bisognerebbe porsela sullo stato delle nostre relazioni industriali, su come le stesse si siano via via modificate in questi anni.
Il Rapporto del Censis dice anche che il potere d’acquisto delle famiglie italiane è sceso del 6,3% rispetto al 2008 (in termini reali) e che negli ultimi tre anni si è allargata la forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali (-1,8% le famiglie operaie, +6,6% quelle degli imprenditori). IL PROBLEMA È DI COPERTA CORTA O DI DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA?
A maggior ragione se si tiene conto di un altro SQUILIBRIO: quello TRA NORD E SUD DEL PAESE. Dopo la crisi, c’è stata una parte dell’Italia che ha recuperato quasi tutto il terreno perduto ed un’altra che è andata ancora più indietro, che rischia spopolamento e desertificazione economica.
Squilibri sociali, squilibri territoriali. Un quadro allarmante, su cui pesa molto la condizione lavorativa dei giovani. Precarietà, sottoccupazione, part-time involontario. In dieci anni, da 236 giovani laureati occupati ogni 100 anziani si sarebbe scesi a 99. Eppure, proprio i giovani avrebbero più fiducia nel progetto di integrazione europea: il 58% dei 15-34enni e il 60% dei 15-24enni. (Luigi Pandolfi)

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LA PROPOSTA

DAL SUPER DEBITO AL CATTIVISMO. ORA SERVIREBBE UN GIUBILEO

di Francesco Gesualdi, da “Avvenire” del 22/12/2018
– Il Censis segnala che l’insicurezza è il sentimento di base della società. Che dà tutte le colpe allo straniero –
L’immagine che ci restituiscono le analisi della società italiana, in particolare il 52° Rapporto Censis, è quella di una nave inclinata sulla quale, invece di darsi da fare per rimettersi in asse, si spendono le energie per tenere lontani i naufraghi di altri relitti in cerca di un pezzo di legno a cui aggrapparsi. Un’immagine che forse si attaglia all’intero Occidente. Sulla nostra nave inclinata i più agguerriti sono i passeggeri dei piani bassi, dove si accalcano i viaggiatori di terza classe. Qui l’acqua è già entrata, in qualche cabina si combatte addirittura per non annegare e, mentre in tutti cresce la paura di finire sott’acqua, si fa sempre più forte la convinzione che la vera minaccia non sia né il mare grosso né l’inettitudine dell’equipaggio, ma i naufraghi dispersi in mare che cercano riparo sulla loro imbarcazione. Così avanza la richiesta di tirare su tutte le funi e di puntare le armi contro chiunque osi tentare la scalata. Conclusione affrettata di chi, pensando che il peso sia l’unica causa di inabissamento, individua nel divieto d’ingresso la sola strada per mantenersi a galla.
Abbandonando la metafora e venendo alla realtà, il Rapporto Censis rivela che una gran parte degli italiani attribuisce agli immigrati la responsabilità della propria decadenza, pensando che si siano appropriati del nostro lavoro, delle nostre case popolari, dei nostri sussidi. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati ci sottraggano posti di lavoro. Il 63% è convinto che rappresentino un peso per il nostro welfare. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani. Convinzioni che sfociano nel risentimento, nell’avversione e in ogni altra forma di pregiudizio: il 75% dei nostri connazionali pensa che l’immigrazione aumenti il rischio di criminalità, il 69,7% non vorrebbe come vicini di casa rom, zingari, gitani, nomadi, il 24,5% persone di altra etnia, lingua o religione.
«Sono i dati di un CATTIVISMO DIFFUSO – avverte il CENSIS – che erige muri invisibili, ma non per questo meno alti e meno spessi». E il rapporto non smette di sottolineare che rancore, pregiudizi e cattivismo sono particolarmente radicati fra le persone più fragili ossia più povere non solo di soldi, ma soprattutto di sapere. Persone che non essendo in grado di capire la complessità in cui siamo immersi sono alla disperata ricerca di spiegazioni semplici, non importa se vere o false. E in un’epoca in cui superficialità e pensiero breve la fanno da padrona anche in politica, non manca chi quelle spiegazioni semplici le dà, alimentando un sentimento di odio verso gli ultimi che tuttavia non serve a sollevare la sorte dei penultimi. Altrove, infatti, si annidano le ragioni della nostra decadenza.
Volendo riavvolgere il filo della crisi nella quale ancora ci dibattiamo, dovremmo sicuramente andare a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando venne ridefinito l’ordine economico mondiale e venne riscritta la geografia internazionale del lavoro secondo i bisogni esclusivi delle grandi imprese. Una rivoluzione economica e normativa passata alla storia sotto il nome di globalizzazione che oltre a lanciare il lavoro nella tormenta provocò un’ingiustizia crescente nella distribuzione del reddito e della ricchezza.
I continui trasferimenti produttivi, associati a una crescente automazione, produssero meno occupazione e meno diritti al Nord, più lavoro sfruttato al Sud. E in ambedue gli emisferi si registrò una caduta della massa salariale. Nei soli Paesi industrializzati, dal 1975 al 2014, la quota di prodotto lordo andato ai salari è sceso di 9 punti percentuale dal 72% al 63%. Dolce musica per i detentori di capitale, ma al tempo stesso rumore sordo di tempesta: se i salari scendono come si chiuderà il cerchio fra produzione e consumi?
Non volendo penalizzare i profitti, si cercò di mettere una toppa spingendo il sistema a comprare a debito. Fra il 2000 e il 2008 si ebbe il raddoppio della massa debitoria mondiale, la pratica del debito divenne così abituale che molti istituti bancari, sulle due sponde dell’Atlantico, persero il senso della misura fino ad arrivare alla bancarotta.
L’immagine degli impiegati che il 15 settembre 2008 uscirono con gli scatoloni da una Lehman Brothers ormai fallita è diventata il simbolo di come si sia conclusa l’ubriacatura da debiti. Ma IL FALLIMENTO DELLA LEHMAN BROTHERS ERA SOLO L’INIZIO DELLA FINE. Per il ruolo giocato dalle banche, ogni crisi bancaria finisce con il travolgere l’economia reale e volendo evitare il peggio, in Europa tutti i governi sono intervenuti per salvare i propri istituti. Ma i soldi da pompare negli istituti bancari i governi non li avevano e successe che per salvare le banche i governi indebitarono se stessi. Fra il 2008 e il 2014 il debito pubblico interno all’Unione Europea è aumentato di 24 punti percentuale passando dal 68 al 92% del Pil. Quanto all’Italia che già viaggiava cronicamente con un debito oltre il 100%, è arrivato al 132% del Pil, anche se, va detto, solo in minima parte per i salvataggi bancari.
Tutta questa storia non avrebbe senso di essere riepilogata se non fosse che in Europa ha avuto un epilogo drammatico, in particolare nei Paesi dell’Eurozona. Ossessionati dall’imperativo di mostrarsi debitori affidabili, i Governi europei si sono imbarcati in misure di austerità che hanno reso ancora più grave la crisi innescata dai fallimenti bancari. E le tre piaghe, DISOCCUPAZIONE, POVERTÀ e DISUGUAGLIANZE, tipiche dei tempi di recessione, hanno lasciato un segno profondo in tutta Europa, in particolar modo quella meridionale. In Italia ce lo ricordano i tre milioni di disoccupati e i venti milioni di persone a rischio povertà. Sacche di risentimento che i capi popolo indirizzano strumentalmente verso gli immigrati.
Ma se il CATTIVISMO è FIGLIO DELL’INSICUREZZA, è questa che dobbiamo eliminare per riportare concordia e accoglienza. E la strada non può essere quella delle riforme che per corteggiare il mercato abbassano diritti e salari. L’unica strada possibile è quella della COESIONE SOCIALE che si concretizza in PIÙ SERVIZI PUBBLICI E PIÙ OCCUPATI IN AMBITO PUBBLICO.
Traguardo possibile, ma che richiede due azioni coraggiose: maggiori introiti da una più equa politica fiscale che torna a incidere sui super ricchi e una diversa gestione del debito pubblico. La morale tedesca che impone di ripagare i debiti a ogni costo va salvaguardata, ma quando il debito diventa così ingombrante da compromettere la convivenza umana, allora VA RISCOPERTO IL GIUBILEO. Gli ebrei lo praticavano come abitudine ogni 50 anni. Noi lo potremmo praticare come misura eccezionale per ripartire. Ma serve un movimento culturale che spinga in questa direzione. Potrebbe essere il nostro impegno per convogliare in un’azione positiva le energie oggi spese verso il cattivismo. (Francesco Gesualdi)

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LA FORMA DEL NOSTRO PRESENTE (parafrasando “LA FORMA DELL’ACQUA” di Camilleri o la SOCIETÀ LIQUIDA di Bauman)
di ALDO BIANCHIN, 24/10/2018, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/
Uno dei romanzi di Camilleri (il primo con protagonista “Montalbano”) si intitola ”La forma dell’acqua”. L’acqua ha una forma? Quale?
In quel caso era una forma ingannevole. Bisognava capirlo per arrivare al dunque.
Bauman, descrivendo la società in cui siamo immersi, la chiama “liquida”. Non ha una forma definita. Non ha punti di riferimento stabili nella percezione comune. È in movimento, ha superato le ideologie del Novecento: è straripata oltre i confini globali in cui si pensava (pur con le turbolenze del caso) dovesse fluire.
QUALE CONTENITORE A SOSTITUIRE I “VECCHI PARADIGMI”? SE POI UN “CONTENITORE” CI DEVE ESSERE?
Che cosa si vede in merito?
Una atomizzazione della società diffusa e generalizzata che pone l’accento sullo sviluppo dell’individuo, sui suoi diritti. C’è una rivendicazione dei diritti del singolo soggetto che si allarga a forme e gruppi specifici (esodati, disoccupati, precari, donne, handicappati, rifugiati, poveri, etc.)…
…chi più ne ha, più ne metta. Non si vuole escludere nessun segmento. Non si vuol negare nessuna richiesta di “diritti” per ognuno.
MA A CHI SI RIVOLGE LA RICHIESTA?
Sembra che si dia per scontato che qualcuno risponda ed in ogni modo che si debba “sbrigare”. Non c’è tempo da perdere lo smartphone ci occupa.
Le urgenze sono!
Non c’è dubbio, e ciascuno ha dato una sua forma all’ “acqua”. Non c’è preoccupazione dell’ “insieme”. E’ un di più che sfugge nel panorama. SIAMO APPUNTO “LIQUIDI”.
Non si nega la possibilità di muoverci in libertà senza pesi dovuti a paradigmi vecchi e fuori uso; incapaci di dare risposte alle esigenze emerse e alle condizioni che si vivono. I VECCHI PARADIGMI NON SONO PIÙ UTILIZZABILI. Non rispondono più alle nuove necessità.
E ALLORA?
Parlare di “insieme” dopo le esperienze del passato non invoglia nessuno. Chi vorrebbe riprendere in mano dialoghi sui “Massimi Sistemi”?
Stiamo sul ”concreto” e non perdiamoci in elucubrazioni distanti e strane, si dice.
Carpe diem come diceva il poeta.
In fondo UNA QUALCHE “PROVVIDENZA” C’È CHE MANTIENE INSIEME I “MOLTI”. Anzi ce n’è più di una: LA FINANZA, LA TECNICA, LA GLOBALIZZAZIONE, GOOGLE, ETC.
Anche loro hanno dato forma all’“acqua”
TUTTI TRANQUILLI?
TUTTO A POSTO?
NON SEMBRA. LE “FORME GENERALI EMERSE” COMINCIANO A FARCI PAURA e la paura è una cattiva consigliera. Si tenta allora di dare risposte, e siccome PER DARE RISPOSTE NON BASTA UN CLICK, il richiamo della foresta è potente e le risposte da dare urgenti.
Che cosa di meglio si può fare che spolverare vecchi arnesi che abbiamo tra le mani. Ci risparmiano fatiche, ci liberano da ricerche lunghe e fastidiose.
Si torna allo STATO NAZIONALE, perché no? (radice di due guerre mondiali); si torna alle CHIUSURE DELLE FRONTIERE (radici delle diseguaglianze interne ed esterne più grevi); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (non si sa mai: cosa potrebbe succedere? Lo sappiamo!)
E L’IDENTITÀ DOVE LA METTIAMO? Si riscopre di averne UNA SOLA: ma non si diceva comunque frutto di pluralità di apporti e di livelli e non di prodotto univoco? …per di più su base istintuale (e la cultura, e l’etica, e la creatività, e i diritti, e i rapporti…. tutto monocorde?)
VECCHI ARNESI CHE ABBIAMO SPERIMENTATO E SONO STATI FALLIMENTARI.
Alla faccia di Historia magistra vitae

Vediamo di non perderci e proviamo anche noi a DARE UNA” FORMA” ALL’ACQUA.
L’abbiamo scelta all’inizio di questo nostro percorso perché ci sembrava rispondere in verticale ed in orizzontale ad una dimensione d’“insieme”: IL LAVORO.
Riguarda la condizione di tutti e attraversa perciò la pluralità: DI CHE E COME SI CAMPA?
Impegna i vertici globali magari non con le stesse priorità di: CHE SI VUOL FARE E CHI LO FA?
Diamo voce ai molti?
Parlano solo i pochi che contano?
IL CHE FARE È NEGOZIABILE E SE SÌ COME?
L’“INSIEME” DOVREBBE ESSERE CURA DI TUTTI!
Tanto per continuare vediamo a che punto siamo, e per mantenerci coerenti con l’impegno partiamo da una ricerca voluta dal FMI, dalla BM (Banca Mondiale) e dall’ ONU (tre “insiemi” non trascurabili comunque vogliamo metterla, altri di questa portata non ce ne sono per ora).
Anche una pluralità di ricerche nel mondo universitario, nelle realtà economiche, nella politica, nelle associazioni di categoria, trattano IL TEMA DEL LAVORO. La trasformazione in atto a livello produttivo e quindi sociale pone sul piatto il problema.

Sembra che ci si posizioni su QUATTRO LIVELLI DI MASSIMA, sempre tenendo presente che tutti dichiarano che siamo in UN PROCESSO DI CAMBIAMENTO IN ATTO NON ANCORA COMPIUTO – tutto può cambiare ancora – e comunque non si può essere certi di quale “forma” prenderà il futuro in
merito. Se ne propongono quattro.
1) C’È CHI DICE CHE IL LAVORO NON AVRÀ FUTURO. E’ arrivato al capolinea. Robotizzazione spinta e uso sempre più avanzato dell’A.I. (Intelligenza Artificiale) espellerà dalla produzione i “molti” e sarà in grado di sostituirli. Non ci sarà più bisogno di manodopera. Un REDDITO DI CITTADINANZA INCONDIZIONATO ci garantirà le basi per il vivere. Una rivoluzione radicale che coinvolgerà la concezione della società in modo globale. …UN ALTRO MONDO!…
2) C’È CHI DICE CHE IL PROCESSO DI ROBOTIZZAZIONE E A.I. SOSTITUIRÀ BUONA PARTE DEI LAVORI, non solo in settori di basso livello, ma anche in settori specializzati. Si AUMENTERÀ L’IMPIEGO NEI SERVIZI ALLA PERSONA con un ventaglio a tutto tondo, moltiplicando le opportunità di cura. Il personale umano avrà un utilizzo sempre maggiore in settori relazionali con riduzione dell’orario per aumentarne la qualità di indirizzo. …QUALITÀ DEL LAVORO!…
3) C’È CHI DICE CHE LE NUOVE TECNOLOGIE APPLICATE AI PROCESSI PRODUTTIVI ELIMINERANNO in tempi non tanto lunghi (20/30 anni) BUONA PARTE DELL’OCCUPAZIONE (35/50 per cento degli occupati attuali) .
Una notevole parte dell’attuale forza lavoro non sarà utilizzabile né recuperabile per gli standard richiesti sul “nuovo lavoro” quindi sussidi di disoccupazione. …LAVORARE MENO E LAVORARE TUTTI?…
4) C’È CHI DICE CHE L’EVOLUZIONE IN ATTO, come è avvenuto in situazioni simili nel passato per i cambiamenti produttivi, PORTERÀ CON SÉ CERTAMENTE UNA MUTAZIONE DEGLI IMPIEGHI. Le risorse tecniche miglioreranno il lavoro e le prestazione degli occupati in tutti i settori. Nel tempo poi ci sarà una sistemazione degli impieghi che tenderà pian piano a riequilibrare il mercato del lavoro. Il problema è accompagnare il cambiamento riducendo i disagi con assistenze mirate in grado di reggere gli scompensi occupazionali nella transizione. …IL SOLITO, PRUDENZA!…

Nessuno è nato indovino! Il cambiamento ci interroga tutti al di là della “forma” che prenderà. In parte dipenderà anche dalle scelte che “ciascuno e i molti” decideranno di fare.
Come vogliamo metterci in proposito?
(ALDO BIANCHIN)

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(SCHEDE) – CENSIS 1
CENSIS COMUNICATI STAMPA – Il capitolo «COMUNICAZIONE E MEDIA» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018

Roma, 7 dicembre 2018 –
LE DIETE MEDIATICHE DEGLI ITALIANI NEL 2018: una transmedialità matura. Nel 2018 la TELEVISIONE ha registrato una leggera flessione dei telespettatori, determinata dal calo delle sue forme di diffusione più tradizionali (la tv digitale terrestre e la tv satellitare si attestano, rispettivamente, all’89,9% e al 41,2% di utenza tra gli italiani: entrambe cedono il 2,3% di pubblico nell’ultimo anno), mentre continuano a crescere la tv via internet (web tv e smart tv possono contare su una utenza del 30,1%, +3,3% in un anno) e la mobile tv (che è passata dall’1% del 2007 all’attuale 25,9% di spettatori, con un aumento del 3,8% nell’ultimo anno). La RADIO continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media: complessivamente, i radioascoltatori sono il 79,3% degli italiani. Ma se la radio tradizionale perde 2,9 punti percentuali di utenza (oggi al 56,2%), come l’autoradio (il 67,7% di utenza, -2,5% rispetto allo scorso anno), la flessione è compensata però dall’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (lo fa il 17% degli italiani) e soprattutto attraverso lo SMARTPHONE (con una utenza al 20,7%, +1,6% rispetto allo scorso anno).
Gli italiani che usano INTERNET passano dal 75,2% al 78,4%, con una differenza positiva del 3,2% rispetto allo scorso anno e del 33,1% dal 2007. Quelli che utilizzano gli smartphone salgono dal 69,6% al 73,8% (con una crescita annua del 4,2%, mentre ancora nel 2009 li usava solo il 15% della popolazione). Gli utenti dei social network aumentano dal 67,3% al 72,5% della popolazione. Continuano ad aumentare gli UTENTI DI WHATSAPP (il 67,5% degli italiani, l’81,6% degli under 30), mentre più della metà della popolazione fa ricorso ai due social network più popolari: FACEBOOK (56%) e YOUTUBE (51,8%). Notevole è il passo in avanti compiuto da INSTAGRAM, che arriva al 26,7% di utenza (e al 55,2% tra i giovani), mentre TWITTER scende al 12,3%.
I MEDIA A STAMPA invece ristagnano nella crisi, a cominciare dai quotidiani, che nel 2007 erano letti dal 67% degli italiani, ridotti al 37,4% nel 2018. Questo calo non è stato compensato dai GIORNALI ONLINE, che nello stesso periodo hanno registrato un aumento dell’utenza solo dal 21,1% al 26,3%. Invece, aggregatori di notizie online e portali web di informazione sono consultati dal 46,1% degli italiani. Nel campo dei PERIODICI, restano stabili i settimanali (il 30,8% di utenza, -0,2% in un anno) e i mensili (il 26,5% di utenza, -0,3%). Anche i lettori di LIBRI in Italia continuano a diminuire anno dopo anno. Se nel 2007 il 59,4% degli italiani aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno, nel 2018 il dato è sceso al 42% (-0,9% rispetto allo scorso anno). Né gli E-BOOK (letti solo dall’8,5% degli italiani, -1,1% nell’ultimo anno) hanno compensato la riduzione dei lettori.
L’andamento della SPESA DELLE FAMIGLIE PER I CONSUMI MEDIATICI nell’intervallo di tempo tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2017 evidenzia come, mentre il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza ancora ritornare ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali), la spesa per L’ACQUISTO DI SMARTPHONE ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom, di fatto triplicando in dieci anni (+221,6% nell’intero periodo, per un valore di quasi 6,2 miliardi di euro nell’ultimo anno), quella per l’acquisto di computer ha conosciuto un rialzo rilevantissimo (+54,7%), mentre i SERVIZI DI TELEFONIA si riassestavano verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-10,4%, per un valore però di quasi 17,5 miliardi di euro nell’ultimo anno) e, infine, la SPESA PER LIBRI E GIORNALI ha subito un vero e proprio collo (-38,8%).
Il CAMBIO DI PARADIGMA NELL’INFORMAZIONE. Nella graduatoria dei media che gli italiani utilizzano per informarsi, telegiornali e Facebook sono ancora in vetta. Ma mentre i tg rafforzano la loro funzione (la loro utenza passa dal 60,6% del 2017 al 65% del 2018), nell’ultimo anno Facebook ha subito una battuta d’arresto (-9,1% di utenza a scopi informativi). Il calo ha coinvolto anche YouTube (-5,3%), Twitter (-3%) e la rete in generale (i motori di ricerca hanno perso il 7,8% di utenza a fini informativi). In particolare, Facebook perde il 15,8% degli utenti a scopi informativi tra gli under 30 (dal 48,8% al 33%), i motori di ricerca passano dal 25,7% al 16,5% (-9,2%), YouTube dal 20,7% al 17,6% (-3,1%), Twitter dal 10,6% al 3,9% (-6,7%). Numerosi sono gli utenti delle tv all news (22,6%) e dei giornali radio (20%), mentre solo il 14,8% degli italiani ha letto i quotidiani cartacei negli ultimi sette giorni per informarsi (e solo il 3,8% dei giovani).
LA RADIO OTTIENE IL PRIMATO DELLA CREDIBILITÀ, con il 69,7% di italiani che la considerano molto o abbastanza affidabile. La televisione è considerata affidabile dal 69,1%. Anche la stampa viene considerata molto o abbastanza affidabile da una quota maggioritaria di italiani: il 64,3%. Nella parte inferiore della graduatoria si collocano invece i siti web d’informazione: solo il 42,8% degli italiani li considera credibili.
ULTIMI IN CLASSIFICA I SOCIAL NETWORK, RITENUTI NON DEL TUTTO AFFIDABILI dal 66,4% degli italiani. Sono gli ANZIANI a essere I PIÙ DIFFIDENTI (78,2%), mentre il 45,8% dei giovani li considera molto o abbastanza credibili.
L’USO POLITICO DEI SOCIAL NETWORK. I giudizi positivi sulla disintermediazione digitale in politica sono espressi da una percentuale che sfiora la metà degli italiani: complessivamente, il 47,1%. Il 16,8% ritiene che siano preziosi, perché così i politici possono parlare direttamente, senza filtri, ai cittadini. Il 30,3% pensa che siano utili, perché in questo modo i cittadini possono dire la loro rivolgendosi direttamente ai politici. Invece, il 23,7% crede che siano inutili, perché le notizie importanti si trovano nei giornali e in tv, il resto è gossip. Infine, il 29,2% è convinto che siano dannosi, perché favoriscono il populismo attraverso le SEMPLIFICAZIONI, gli SLOGAN e gli INSULTI rivolti agli avversari.
I NUOVI RITI, TIC E TABÙ DELLA DIGITAL LIFE. Il 59,4% degli italiani che possiedono un cellulare evoluto dichiara che, invece di telefonare, preferisce inviare MESSAGGI PER COMUNICARE. Il 50,9% controlla le notifiche del telefono come prima cosa al risveglio o come ultima prima di andare a dormire. Il 48,4% controlla le PREVISIONI METEO nel corso della giornata. Il 30,1%, invece di digitare sulla tastiera, invia MESSAGGI VOCALI. Un’altra piccola ossessione quotidiana riguarda il RAPPORTO CON LA MEMORIA. Il cellulare diventa una «PROTESI» UTILE AI NOSTRI RICORDI E ALLE NOSTRE CONOSCENZE, al punto che il 37,9% degli utenti, quando non ricorda un nome, una data o un evento, si affida alle risposte della rete per fugare ogni dubbio. E il 25,8% non esce di casa senza portare con sé il CARICABATTERIA DEL CELLULARE.
I PROBLEMI PRINCIPALI DELL’ERA DIGITALE. La classifica dei principali problemi dell’era digitale secondo gli italiani riflette una visione molto individualistica, prevalentemente centrata su di sé e sull’impatto negativo che le tecnologie digitali possono eventualmente avere sul proprio vissuto quotidiano. Per il 42,5% il problema numero uno è la diffusione di COMPORTAMENTI VIOLENTI, dal CYBER-BULLISMO alle DIFFAMAZIONI E INTIMIDAZIONI ONLINE. Al secondo posto, il 41,5% colloca il tema della protezione della PRIVACY. Segue il rischio della manipolazione delle informazioni attraverso le FAKE NEWS (40,4%) e poi la possibilità di imbattersi in reati digitali, come le FRODI TELEMATICHE (35,5%). Solo a grande distanza vengono citati problemi di sistema, come l’ARRETRATEZZA delle INFRASTRUTTURE DIGITALI del nostro Paese e l’INADEGUATEZZA dei SERVIZI ONLINE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE (14,9%), oppure le MINACCE ALL’OCCUPAZIONE che possono venire da algoritmi, intelligenza artificiale e robotica (10,5%).

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IL RAPPORTO

SE L’ITALIA DIVENTA CATTIVISTA

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera£ del 7/12/2018
– La fotografia del Censis –
La pancia del Paese da indolente è diventata cattiva e siamo davanti a una trasformazione antropologica degli italiani che non sono più la «brava gente», hanno preso invece a moltiplicare egoismi, chiusure e invidie
Dobbiamo deciderci ad aggiornare la fotografia buonista della società italiana. Lo chiede il Censis che pure ha raccontato negli anni con continuità e compiacimento la capacità adattiva degli italiani, il ventre molle che li portava ad essere protagonisti riluttanti della modernizzazione del Paese.
Proprio per questa sottolineatura Giuseppe De Rita ha attirato su di sé l’accusa di essere indulgente con le pigrizie italiane, se non addirittura di giustificarle. Ebbene nel Rapporto 2018 la fotografia buonista va in soffitta e spunta la parola «cattiveria», indicata come sostantivo ricco di significati e denso di contenuti sociali.
La pancia del Paese da indolente è diventata cattiva e siamo davanti a una trasformazione antropologica degli italiani che non sono più la «brava gente», hanno preso invece a moltiplicare egoismi, chiusure e invidie. Argomenta il Rapporto: «Sono diventati normali opinioni e comportamenti che erano indicibili solo fino a qualche tempo fa». E ancora: «Le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi e la dimensione culturale della insopportazione degli altri sdogana ogni sorta di pregiudizi, anche i più passatisti».
È FRANCAMENTE DIFFICILE NON CONDIVIDERE LA FENOMENOLOGIA di cui sopra, la si può rintracciare quotidianamente nelle cronache nazionali ma al momento di indagarne le motivazioni il Rapporto Censis scarta ed evita una lettura tutta politica e forse scontata. L’innesco della cattiveria non viene prevalentemente dall’alto, dall’azione consapevole e cinica di soggetti politici come Lega e Cinque Stelle, la radice di questa trasformazione va cercata in basso, negli orientamenti popolari più profondi. La politica e le sue retoriche — dice il Censis — rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo definito «psichico» in quanto si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani.
MA SE LA RADICE NON È POLITICA DOVE HA PRESO ALIMENTO LA SVOLTA DELLA CATTIVERIA? La prima risposta rimanda all’economia e alla materialità della crisi con il suo carico di esclusione, sofferenze e privazioni. La fenomenologia anche in questo caso è ben nota e riporta al miraggio di una ripresa durata troppo poco, al ristagno del Pil, ai consumi piatti, allo stop degli investimenti e persino dell’export e soprattutto rimanda alla MANCANZA DI LAVORO.
È stato dunque un pervasivo sentimento di solitudine sociale ad alimentare un sovranismo spicciolo che vede l’ingiustizia e la disuguaglianza tutte originate dalla sottrazione di potere nazionale. E che si nutre di un FACILE CAPRO ESPIATORIO: L’IMMIGRAZIONE. Più i cittadini italiani si sentono fragili più la loro contrapposizione alla società aperta si fa radicale e le opinioni sul fenomeno migratorio registrano un’impennata della diffidenza.
La seconda risposta ci porta alla relazione che si è stabilita tra il popolo del rancore, il suo peso gettato nelle urne e l’auspicato cambiamento. Il Rapporto non è tenero con la maggioranza gialloverde guidata da Giuseppe Conte non perché ne sottolinei l’incompetenza e l’improvvisazione ma perché dà già per scontato che il cambiamento miracoloso promesso da Matteo Salvini e Luigi Di Maio resterà al palo e la successiva disillusione non produrrà certo il ritorno agli equilibri politici ex ante. Renderà, invece, ulteriormente cattivi gli italiani che «sono pronti ad alzare ulteriormente l’asticella, sono disponibili persino a un salto nel buio». La metafora è di quelle forti ed evoca il peggio. (Dario Di Vico)

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CENSIS 2
CENSIS COMUNICATI STAMPA
Le «CONSIDERAZIONI GENERALI» DEL 52° RAPPORTO CENSIS sulla situazione sociale del Paese/2018
ANDIAMO DA UN’ECONOMIA DEI SISTEMI VERSO UN ECOSISTEMA DEGLI ATTORI INDIVIDUALI. Senza la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al progetto, l’annuncio politico da profetico si fa epigonale. Serve una responsabilità politica che non si perda in vicoli di rancore o in ruscelli di paure –
Roma, 7 dicembre 2018 – Nell’ultima parte dell’anno scorso e nella prima parte di quello che si va chiudendo, il miglioramento dei parametri economici, la fiducia delle famiglie e delle imprese, le positive dinamiche industriali e dell’occupazione facevano percepire la possibilità concreta di vedere completato il superamento della crisi e dei dubbi sul nostro modello di sviluppo. La ripartenza poi non c’è stata: è sopraggiunto un inciampo, un rabbuiarsi dell’orizzonte.
Guardando agli ultimi mesi, segnati da un rallentamento degli indicatori macroeconomici, da un volgersi al negativo del clima di fiducia delle imprese, da un impoverimento del vigore della crescita, dal rinforzarsi di vecchie insicurezze nella vita quotidiana e dal costituirsene di nuove, verrebbe da pensare che tutto arretra. Specie se si guarda, nella cronaca quotidiana, al rapido affermarsi della convinzione che siamo oggi nel bel mezzo di un annunciato ritorno a una economia dello «zero virgola qualcosa».
Sono sotto gli occhi di tutti: lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi migratori; l’insicura assistenza alle persone non autosufficienti, interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato; l’incapacità di sostenere politiche di contrasto alla denatalità; la faticosa gestione della formazione scolastica e universitaria; il cedimento rovinoso della macchina burocratica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa; la scarsità degli investimenti in nuove infrastrutture e nella manutenzione di quelle esistenti; il ritardo nella messa in sicurezza del territorio o nella ricostruzione dopo le devastazioni per alluvioni, frane e terremoti.
LA SOCIETÀ VIVE UNA CRISI DI SPESSORE E DI PROFONDITÀ: gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica è riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto l’impegno, il lavoro, la fatica dell’aver compiuto il proprio compito di resistenza e di adattamento alla crisi. L’impresa che ha saputo ristrutturarsi, anche a costo di sacrifici e di tagli occupazionali, non trova risposte nella modernizzazione degli assetti pubblici,
nel fisco, nella giustizia, nelle reti infrastrutturali, nella ricerca.
L’operaio, il dirigente, il libero professionista o il commerciante che hanno affrontato la crisi economica hanno atteso, troppo spesso invano, il miglioramento del contesto che a quegli sforzi dava senso e direzione. Le famiglie e le aziende che si sono sostituite al welfare pubblico hanno sperato in una uscita dalla provvisorietà, ma hanno finito per rimanere via via più isolate.
Tuttavia, si avvertono segnali che da tempo mancavano: la ripresa degli investimenti nel settore delle costruzioni, dopo anni di progressiva e strutturale decadenza; il consolidamento di una positiva bilancia commerciale nelle tecnologie; il primato italiano nell’economia circolare, con uno spread tecnologico positivo e in costante miglioramento rispetto al sistema industriale tedesco; il crescente fatturato dei tanti soggetti dell’economia esplorativa (dalle piattaforme per i portapacchi dell’era digitale ai tanti settori dell’industria e della ricerca globale).
Andiamo da un’economia dei sistemi verso un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società. In un ecosistema di attori ‒ e qui sta la potenza del cambiamento ‒ ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale.
Ognuno organizza la propria dimensione sociale fuori dagli schemi consolidati: il lavoro dipende da qualche specializzazione e quindi non ha un padrone, ma tanti committenti; ci sono per ciascuno momenti di successo e momenti di regressione; convivono interessi diversi e anche contrapposti; non si opera più dentro le istituzioni per cambiarle, ma ci si mobilita al di fuori. Il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità, rompe l’empatia verso il progresso, teme le turbolenze della transizione.
Il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con una interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale. I riferimenti alla società piatta come soluzione del rancore, e alla nazione sovrana come garante di fronte a ogni ingiustizia sociale, hanno costruito il consenso elettorale e sono alla base del successo nei sondaggi politici in Italia come in tante altre democrazie del mondo. Siamo di fronte a una politica dell’annuncio.
Ma la funzione politica, la responsabilità della classe dirigente, il ruolo dell’establishment stanno nel proporre una prospettiva nel futuro. L’annuncio, senza la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al progetto politico, da profetico si fa epigonale. L’errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua ad essere diffuso e diseguale. Bisogna prendere coscienza del fatto di avere di fronte un ecosistema di attori e processi. C’è bisogno di un dibattito sull’orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definirne i nuovi traguardi. Ritorna il tema dell’egemonia e del ruolo delle élite. Serve una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, che non si perda in vicoli di rancore o in ruscelli di paure, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi.

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“SPAVENTATI E INCATTIVITI”: IL CENSIS FOTOGRAFA GLI ITALIANI

Il Rapporto 2018: “Solo due su dieci guardano al futuro con ottimismo”
di Francesco Grignetti, da “La Stampa” del 8/12/2018
È dura da dirlo, ma gli italiani si sono «spaventati e incattiviti». Eppure non è detto che sia un male. «Nel sottofondo delle dinamiche collettive, si vede una efficacia dei processi in atto. E si conferma l’antica verità che solo le risoluzioni delle crisi inducono uno sviluppo».
È l’ultimo Rapporto del Censis a certificare che siamo entrati in una fase nuova, sociale prima ancora che politica. «C’è stato nel 2018 un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo». Al contrario, gli italiani vedono sempre più nero. Di qui la scoperta di un «sovranismo psichico» che precede il sovranismo economico. La fase della cattiveria. C’entra l’immigrazione, che per una larga fascia del corpo sociale «ruba» lavoro: il 69,7% degli italiani non vorrebbe i rom come vicini di casa e il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani (ma si sale al 57% tra le persone più povere).
C’entra un senso di profonda insicurezza: su 100 italiani, secondo il Censis, 30 si dicono «arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle»; 28 sono «disorientati» in quanto ammettono di «non capire cosa stia accadendo»; 21 sono negativi, «le cose andranno sempre peggio». Appena il 21% guarda alla realtà con uno stato d’animo «positivo» in quanto «viviamo un’epoca di grandi cambiamenti».
DOPO LA GRANDE CRISI
Il Rapporto Censis racconta di una società in crisi di spessore e di profondità. «Gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro». Dilaga il risentimento «di chi non vede riconosciuto l’impegno, il lavoro, la fatica dell’aver compiuto il proprio compito di resistenza». Si citano le imprese che hanno saputo ristrutturarsi, anche attraverso vie dolorose di sacrifici e tagli all’occupazione, ma non vedono risposte. Non è pervenuta la modernizzazione degli assetti pubblici, del fisco, della giustizia, delle reti infrastrutturali, della ricerca. «L’operaio, il dirigente, il libero professionista o il commerciante che hanno affrontato la crisi economica hanno atteso, troppo spesso invano, il miglioramento del contesto che a quegli sforzi dava senso e direzione».
È dura da dire, ma la risposta è appunto il «sovranismo psichico», ovvero un popolo che «si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale». Non sono mancati i commenti del governo. Luigi Di Maio: «Il rapporto parla di italiani sempre più arrabbiati: hanno ragione, noi siamo i primi arrabbiati per quello che non si è fatto in questi anni». E Matteo Salvini: «Stiamo cercando di gettare acqua sul fuoco che qualcun altro ha acceso». (Francesco Grignetti)

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CENSIS 3
CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2018» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese
L’Italia preda di un sovranismo psichico. Dopo il rancore, la cattiveria: per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. Il potere d’acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008. Emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143) –
Roma, 7 dicembre 2018 – Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche.
È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive.
L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli (e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi). La insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili.
Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi. Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista. Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio).
I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.
La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. E i soldi restano fermi, preferibilmente in contanti: nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) riferito al portafoglio totale delle attività finanziarie delle famiglie.
La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. Fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014). Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori – divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento – avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.
Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi. I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati.
E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo,
potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più.
E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani). Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica. L’area del non voto in Italia si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato: sono gli astenuti e i votanti scheda bianca o nulla alle ultime elezioni politiche.
La percentuale dell’area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall’11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici.
L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica. Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.
La leadership perduta dell’Unione europea. Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l’area dell’euro e l’Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%.
Ma emerge il fallimento dei processi di convergenza. Tra i 19 Paesi aderenti all’euro, solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%. Le ragioni economiche dello stare insieme. Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l’export è cresciuto (+26,2%).
Nel 2017 le esportazioni di merci hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Siamo il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). E tutto ciò si svolge per la gran parte dentro l’Europa (il 55,6% del valore dell’export). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei.
Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%. Crescere nell’innovazione: il traino comunitario.
La spesa pubblica destinata in Italia alla ricerca è scesa da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017. Nel periodo è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nella dimensione dell’innovazione, l’unica chance per l’Italia è una maggiore integrazione nei processi che si realizzano a livello comunitario.
Per beneficiare del traino che l’Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all’Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.
Le quattro Europe: identità plurime e punti di rottura. Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell’Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest’anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell’Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell’Irlanda e il +4% della Finlandia.
Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell’Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l’Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%. I giovani europeisti e le diversità culturali come destino. Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza.
La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%.
Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei. Gli snodi da cui ripartire: l’ipoteca sul lavoro. Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti.
Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. Mentre nel segmento più istruito i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni.
Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011. I persistenti squilibri nella formazione del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più.
Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d’acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado.
Il divario più ampio è relativo all’educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più). La crescita diseguale dei territori: l’Italia che va e quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l’Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria. Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258.
A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

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“PATRIA, SOVRANITÀ E CONFINI. È IL SOVRANISMO PSICHICO”

di Francesco Grignetti, da “La Stampa” del 8/12/2018
Quelli del Censis, inventori di definizioni fulminanti, ci sorprendono ancora. Stavolta è il «sovranismo psichico» che segna lo stato d’animo collettivo del 2018. Bella immagine, ma esattamente che cosa è? «Dopo il tempo del rancore, è arrivato il tempo della cattiveria. Ciò che abbiamo definito “sovranismo psichico” è uno stato d’animo pre-politico. È la necessità, di fronte a un mondo sempre più globale, di affermare: Noi sappiamo stare nel mondo globale, ma con un modello che dev’essere tutto nostro», risponde GIORGIO DE RITA, SEGRETARIO GENERALE DEL CENSIS.
Ci spieghi meglio.
«Premesso che la dimensione economica e quella sociale formano un impasto complesso, noi sosteniamo che l’Italia è delusa perché ha creduto seriamente alla ripartenza dopo la grande crisi, ma se pure l’economia ha dato segni di vitalità, non si sono visti effetti nella società. Ecco perché c’è stata la grande discontinuità del voto del 4 marzo: una larga fetta della società ha voluto mettere in discussione un modello di sviluppo (e anche i partiti tradizionali) che stava dentro i processi sovranazionali. E qui sono riemerse antiche parole d’ordine, come patria, sovranità, confini».
Voi dite che questa reazione è propositiva?
«Il corpo sociale ha reagito con la riaffermazione della sovranità, ovvero della politica, visto che l’economia non è riuscita a risolvere i problemi. Dopo tanti anni di rancore, il corpo sociale ha voluto riaffermare la propria centralità e la voglia di spezzare il declino che si vede avanzare passo dopo passo».
In effetti si sente spesso lo slogan: prima i cittadini, poi i numerini. Salvo che con la legge di Bilancio la maggioranza è chiamata a una prova di realtà.
«Esatto. Un conto è affermare che serve un nuovo modello di sviluppo, altro è riuscirci. Ma è innegabile che già l’anno scorso, come affermavamo nel Rapporto 2017, si stava chiudendo un ciclo. Avevamo visto che era in arrivo una reazione emotiva. Per questo diciamo che è finita la stagione del rancore, e si è aperta quella della cattiveria. La differenza è che il rancore era sterile, fine a sé stesso. Ora, con il sovranismo psichico, c’è voglia di riscatto».
Non è propriamente una lettura di sinistra, vero?
«Mi rendo conto che il mainstream di sinistra non sarà d’accordo, ma resta il fatto, secondo noi, che questa rottura esprime un progetto e abbandona la fase sterile del puro risentimento. C’è una domanda di regole da parte degli italiani che è sempre più forte. Regole per la gestione del territorio, per il welfare, per l’istruzione, per la convivenza civile. E non è soltanto isolazionismo. Gli italiani sono, per certi versi, sempre gli stessi. Riaffermano il mondo come società possibile, come luogo dove esprimere la capacità degli italiani e del modello di sviluppo italiano di essere dentro i processi globali».
Quindi lei, De Rita, vede una reazione positiva?
«Vedo che da parte del corpo elettorale c’è stato un mandato politico forte a una rottura con un modello di sviluppo. Naturalmente la richiesta è accompagnata da alcune condizioni. Ne vedo due in particolare: che il nuovo modello sia aderente alla realtà e che nel procedere non ci siano tentennamenti. Nel momento in cui si vedesse che la politica si perde per strada, non la perdoneranno. Ogni incertezza rispetto agli annunci sarà punita».
Lei dice che comincia anche la stagione della paura. Ma quand’è che gli italiani si acquieteranno?
«Quando ci sarà una risposta al primo dei problemi, che è il lavoro. Se l’economia riparte ma non ci sono dividendi per il lavoro, gli italiani non riconoscono il nuovo senso di marcia. È quel che ha penalizzato Renzi: puoi dare tutti i bonus che vuoi, ma devi riuscire a dare il senso di uno scatto in avanti della società. Questo è il mandato che hanno ricevuto le forze politiche vincenti il 4 marzo».
Che ci riescano, come dicevamo, è tutto da vedere.
«Naturalmente. Ma io sono ottimista. Credo che l’Italia riuscirà ad affermare un nuovo modello di sviluppo».

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CENSIS 4
CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «IL SISTEMA DI WELFARE» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018

Roma, 7 dicembre 2018 – DIVERSI E SOLI: GLI ITALIANI DI FRONTE ALLA SANITÀ. È una convinzione diffusa che il rapporto dei cittadini con il Servizio sanitario sia fortemente differenziato a causa dell’incidenza di una serie di variabili: dalla territorialità dell’offerta alla condizione socio-economica, all’età delle persone. Il difficile accesso alla sanità genera costi aggiuntivi, con la conseguente corsa a comportamenti opportunistici e una crescente sensazione di disuguaglianze e ingiustizie, con la convinzione che ognuno deve pensare a se stesso.
Più della metà degli italiani (54,7%) pensa che in Italia le persone non abbiano le stesse opportunità di diagnosi e cure. Lo pensa il 58,3% dei residenti al Nord-Est, il 53,9% al Sud, il 54,1% al Centro e il 53,3% al Nord-Ovest. Addirittura ci sono oltre 39 punti percentuali di differenza nelle quote di soddisfatti tra il Sud e le isole e il Nord-Est, che registra il più alto livello di soddisfazione tra le macroaree territoriali.
Emblematici sono i dati sul grado di soddisfazione rispetto al Servizio sanitario della propria Regione: il valore medio nazionale del 62,3% oscilla tra il 77% al Nord-Ovest, il 79,4% al Nord-Est, il 61,8% al Centro e il 40,6% al Sud e nelle isole. Autoregolazione della salute sì, «fai da te» deregolato no. Nella tutela della salute e nel rapporto con la sanità è sempre più diffuso il principio dell’autoregolazione della salute, nel solco del sapere esperto.
Sono 49,4 milioni le persone che soffrono di piccoli disturbi (mal di schiena, mal di testa, ecc.) che condizionano la funzionalità e la qualità della loro vita quotidiana. Il 73,4% degli italiani si è detto convinto che sia possibile curarsi da solo in tali casi (con un incremento del 9,3% rispetto al 2007). Il 56,5% ritiene che sia possibile curarsi autonomamente perché ognuno conosce i propri piccoli disturbi e le risposte adeguate, il 16,9% perché è il modo più rapido.
Decisivo è il rapporto con i saperi esperti nella autoregolazione della salute: nonostante la crescita del web (28%), i principali canali informativi degli italiani rimangono il medico di medicina generale (53,5%), il farmacista (32,2%) e il medico specialista (17,7%). Uno dei terreni su cui maggiormente si esprime l’autoregolazione della salute è quello del ricorso a farmaci da automedicazione: infatti, è la quasi totalità degli italiani a curarsi utilizzando farmaci senza obbligo di ricetta, acquistati liberamente in farmacia. Le conseguenze per la qualità della vita delle persone e per la funzionalità dei lavoratori sono rilevanti. Sono 17,6 milioni gli italiani che l’ultima volta che hanno avuto un piccolo disturbo hanno preso un farmaco da banco: una scelta che si è rivelata decisiva perché hanno potuto continuare a svolgere le attività che altrimenti avrebbero dovuto lasciare.
Sono 15,4 milioni i lavoratori che hanno continuato a lavorare grazie all’effetto del farmaci di banco in presenza di piccoli disturbi. Il valore di coaching e orientamento per l’accesso al welfare. La domanda di coaching nel rapporto con il welfare trova oggi soluzioni nel «fai da te» delle reti di relazione familiare oppure sul mercato. Non basta aumentare il numero e la tipologia di servizi e prestazioni nel welfare, se poi non si creano le condizioni affinché le persone che ne hanno bisogno e diritto li utilizzino realmente. Il 52,7% degli italiani non sa a chi rivolgersi in caso di un problema di welfare. Il 44,9% si è rivolto a familiari e amici che già avevano affrontato il problema, il 27,1% ha fatto ricorso all’aiuto pagato di società specializzate, il 24,8% ha rinunciato a risolvere un problema perché non è riuscito a capire a chi rivolgersi.
A fronte del 51,5% di italiani convinti di poter affrontare i problemi da soli, il 48,5% invece non è in grado di affrontare autonomamente le difficoltà. I territori con poco lavoro e quelli che non lo creano: i rischi per i sistemi di welfare locali. La risposta migliore al disagio resta la creazione di nuovo lavoro vero, sostenibile, con retribuzioni appropriate. In alcune aree territoriali il disagio è più marcato: tra le province il cui tasso di occupazione presenta un divario rilevante rispetto al tasso di occupazione nazionale ci sono Reggio Calabria (-20,4%), Foggia (-19,8%) e Agrigento (-18,2%).
Mostrano invece performance positive in termini di crescita dell’occupazione nel periodo 2013-2017 le province di Barletta-Andria-Trani (+4,7%) Siracusa (+2,5%), Enna (+4%), Caltanissetta (+3,4%), Palermo (+2,6%) e Napoli (+1,0%). Sul fronte dell’occupazione giovanile sono presenti dinamiche di restrizione nel periodo 2013-2017 che interessano le province di Bolzano (-2,2%), Sondrio (-2,8%), Cuneo (-2,1%), Brescia (-2,7%) e Verbano-Cusio-Ossola (-1,1%). Di fronte ad una geografia così specifica della creazione o meno di occupazione, anche le risposte di welfare non possono che modularsi sulle peculiarità locali. L’importanza delle pensioni per il benessere quotidiano delle famiglie.
Le pensioni assolvano oggi a funzioni sociali più rilevanti rispetto a quella di pura tutela per la vecchiaia per cui erano storicamente nate. Sarebbe un limite grave non cogliere questa dimensione che si collega strettamente con la vita quotidiana delle famiglie. Sono oltre 16 milioni le persone che percepiscono pensioni in Italia. Il numero è diminuito nell’ultimo anno, visto che le persone che hanno smesso di percepire pensioni sono di più dei nuovi pensionati.
Anche i redditi pensionistici sono in contrazione, perché quelli dei nuovi pensionati sono inferiori a quelli dei cessati: 15.000 euro contro 16.700 euro annui. Circa il 50% delle famiglie italiane è formato o ha al suo interno un pensionato, per un totale di 12 milioni di nuclei. I pensionati che vivono soli sono il 27,8%, il 36,2% vive in coppia senza figli, il 18% in coppia con figli, l’8% è un genitore solo. Per il 63,3% delle famiglie i trasferimenti pensionistici sono pari ad oltre tre quarti del proprio reddito, per il 26,4% la pensione costituisce il totale del reddito familiare. Fondamentale è l’apporto delle pensioni nella riduzione del rischio di povertà per le famiglie più vulnerabili: la pensione riduce il rischio di povertà del 12,4% per le famiglie monogenitoriali, del 9,6% per le coppie con figli, del 6,8% per le persone sole, del 2,8% per le coppie senza figli.

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IL «SOVRANISMO PSICHICO» DI UN’ITALIA POVERA E INCATTIVITA

di Roberto Ciccarelli, da “il Manifesto” del 8/12/2018
– Rapporto Censis. I migranti il capro espiatorio degli italiani passati alla «difesa delle trincee». Il reddito ristagna: tra il 2000 e il 2017, 400 euro in più all’anno contro i 6 mila in Francia –
Sovranismo psichico, prima ancora che politico. È la definizione del Censis nel 52esimo rapporto presentato ieri al Cnel a Roma. Più che un’analisi sui dati dell’economia, e della sua crisi, l’indagine trova un suo interesse per il panorama che offre sulla crisi della soggettività nell’epoca del risentimento e del «populismo» al potere.
L’espressione ridondante di «sovranismo» non allude solo al conflitto tra Stato-Nazione e tecnocrazia europea, ma al cittadino-consumatore che «assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio». Si esprime «in un egolatrico compiacimento nei consumi» mentre il suo reddito ristagna – tra il 2000 e il 2017, solo 400 euro in più all’anno contro i 6 mila in Francia dove sono insorti i gilet gialli – ed è drammatica l’emergenza casa (solo 4 mila alloggi sociali costruiti) in un paese di gente senza casa e di case senza gente.
LA CACCIA AL CAPRO ESPIATORIO è auspicata, per motivi elettorali, dai populisti. Dall’alto, sul balcone di Facebook c’è un ministro dell’Interno che gestisce un’economia psichica che ieri aveva al centro il «rancore» e oggi la «cattiveria» contro gli inermi. In basso, si registrano le aggressioni, quella fascista di Macerata o quella a una ragazza rom l’altroieri nella metro di Roma.
L’alto e il basso si saldano nelle norme del cosiddetto «Dl sicurezza»: galera contro «l’accattonaggio molesto», oppure per i sindacati e movimenti che fanno blocchi stradali o occupano. In entrambi i casi si prospetta l’uso penale del diritto contro il dissenso e i poveri.
«La conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata», rilevata dal Censis, non è uno stato di natura, ma una condizione governata attraverso l’uso mediatico di un’emergenza fittizia.
VIVIAMO IN UN’«ERA biomediatica» dove si è rovesciato il rapporto tra l’io e il sistema dei media. Il soggetto ne è diventato il protagonista centrale, anche perché senza di lui Facebook o Twitter non esistono. Geniale invenzione: piattaforme senza contenuti che realizzano i loro profitti con i contenuti personali prodotti gratuitamente dai loro utenti.
Ciò che legittima questa situazione è la «VETRINIZZAZIONE DEL SÉ», LA VITA TRASFORMATA IN UN BRAND DELL’IO. Le fashion blogger, gli «autori» o i politici, ad esempio. Il Censis interpreta questa trasformazione nei termini della «CELEBRITÀ». Un terzo del suo campione ritiene che la POPOLARITÀ SUI SOCIAL NETWORK sia un INGREDIENTE «FONDAMENTALE», a dispetto dei titoli di studio (il 41,6% tra i 18-34enni). Ma, allo stesso tempo, un quarto afferma che i «divi» non esistono più (il 24,6%). Nell’economia digitale, tuttavia, tutti sono sollecitati a mettersi in mostra.
LA NOSTRA ESISTENZA COINCIDE CON LA «VISIBILITÀ» e, talvolta, con la sua monetizzazione. Non è un’eccezione, è la regola. I social media fanno parte della politica – non sono «pre-politica», né sovrastruttura. È politico il lavoro di chi, nello stato e nel mercato, forma il senso comune a partire dal sistema pulviscolare degli account personali. Il «sovranismo psichico» unisce le élite al loro popolo reinventato quotidianamente sulle piattaforme digitali. E lo chiama «popolo».
SIAMO PASSATI DALL’ASSALTO al cielo alla «DIFESA DELLE TRINCEE», la formula del Censis è efficace. Segno che per questa soggettività introflessa, vulnerabile e capace di affermare la sua passione per le merci che non riesce più ad acquistare, la salvezza sta nel difendere l’ultima proprietà che resta: la sovranità sull’identità. L’intolleranza verso gli stranieri, sui confini esterni, ha un analogo all’interno.
L’identità è sessuata, maschile, tradizionalista e patriarcale. Il 43,2% del campione interpellato non vuole convivenze tra persone non sposate, il 37,1% è paladino della tradizionale divisione dei ruoli e il 22,7% è convinto che le faccende domestiche debbano essere svolte dalle donne. Lo pensa anche il 19,7% delle interpellate. È in questa torsione reazionaria che nascono le violenze maschili contro le donne, quelle che il movimento femminista Non una di meno denuncia instancabilmente da tre anni, non solo in Italia.
IL RISCHIO DELLE INDAGINI che intrecciano crisi individuali e sociali è limitare la clinica della paura alla dimensione psicologica e morale di un Io desovranizzato. La salvezza non sta in una nuova accumulazione del «capitale umano». Questa è una parte del problema, come emerge, ad esempio, nel libro di FEDERICA GIARDINI “I NOMI DELLA CRISI. ANTROPOLOGIA E POLITICA” (Wolters Kluwer), una diagnosi chirurgica del nostro presente. Concorrenza, prestazione, empowerment – i valori del «capitale umano» – mescolano il tratto vitale delle passioni con una nuova gerarchia tra chi è più o meno concorrenziale.
Il «sovranismo psichico» è una reazione a questa situazione impossibile, prodotta dal mercato e usata dal populismo. E va decostruito con una critica dell’economia politica, e psichica, di quello che siamo diventati in questa bolla dell’odio e dell’impotenza.
Le alternative esistono. Ieri Giuseppe De Rita ha accennato al DESIDERIO DI UN ALTRO MONDO, «UN SENSO DIVERSO DEL FUTURO», DI UN «MONDO COME SOCIETÀ POSSIBILE». In Italia c’è una società viva che lo sta cercando. Lo dimostrano, a nostro avviso, anche le manifestazioni antirazziste da Milano, a Catania, a Roma. Ci vuole coraggio nel rendere queste testimonianze politicamente attive. (Roberto Ciccarelli)

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CENSIS 5
COMUNICATI STAMPA

Il capitolo «I SOGGETTI ECONOMICI DELLO SVILUPPO» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018

Roma, 7 dicembre 2017 –

SEGNALI DI ALLARGAMENTO DELLA FORBICE SOCIALE NEI BILANCI DELLE FAMIGLIE. Negli ultimi 5 anni la capacità di spesa delle famiglie italiane ha mostrato un costante progresso. La quota che dichiara un aumento della capacità di spesa rispetto all’anno precedente ha raggiunto il 31,9% del totale. Quelle che invece hanno visto un peggioramento sono oggi il 15%. Anche con riferimento alle attese per il futuro si conferma una tendenza alla divaricazione delle famiglie. Nel 2018 gli ottimisti si attestano al 42,2% del totale, circa 12 punti in più rispetto al 2013. Si registra però una risalita dei pessimisti (dal 22,4% del 2015 al 23,2% del 2016, fino al 26,8% del 2018). Con riferimento al futuro del Paese, invece, i pessimisti (44,5%) superano di gran lunga gli ottimisti (18,8%). Paura, inquietudine, preoccupazione riguardano il Paese e i suoi scenari evolutivi molto più che la propria situazione familiare.

CIRCULAR ECONOMY: UN’OPPORTUNITA’ DA COLTIVARE CON ATTENZIONE. Il mondo dell’impresa manifesta oggi un interesse crescente per la circular economy. Secondo un panel qualificato di più di mille persone interpellate dal Censis, i più convinti delle potenzialità della transizione sono proprio gli imprenditori e i liberi professionisti (32,6%). In posizione intermedia si collocano i funzionari pubblici e i dirigenti d’impresa (28,6%). Un più diffuso scetticismo sembra invece attraversare l’ambiente accademico: solo il 19,2% dei docenti universitari e dei ricercatori accetta l’idea di trovarsi di fronte ad un nuovo paradigma. Certamente sull’economia circolare l’Italia ha carte importanti da giocare. Perché ha il più basso consumo di materiali grezzi in Europa (8,5 tonnellate pro-capite contro le 13,5 della media Ue). E si colloca ai primi posti tra i Paesi europei per quanto concerne la capacità di generare valore a partire dalle risorse impiegate nei processi produttivi: il rapporto tra Pil e Dmc (Domestic material consumption, definito come la somma di tutte le materie prime estratte all’interno del territorio nazionale più tutte le materie importate, meno tutte le materie esportate) è di 3,34 euro/kg contro un valore medio europeo di 2,21 euro/kg.

SHARING ECONOMY: IL RUOLO TRAINANTE DEI MILLENNIALS. Nella sharing economy l’Italia è ancora in ritardo, soprattutto rispetto a Paesi come la Germania, ma le percentuali di italiani coinvolti in qualche modo in azioni di sharing, di noleggio sostitutivo o di acquisto di prodotti ricondizionati non sono trascurabili (il 19%, il 14% e il 22% rispettivamente). Il car sharing ha raggiunto nel 2017 1.310.000 iscritti e 7.030.000 noleggi. Significativa anche la crescita delle biciclette in condivisione, che sfiorano oggi le 40.000 unità con 265 Comuni coinvolti. Il 38,5% degli italiani è disposto a sperimentare queste nuove formule di utilizzo del mezzo privato. Nel 2005 i giovani di 18-29 anni rappresentavano il 13,4% dell’immatricolato. Nel 2016 sono scesi al 7,9%. Per contro gli ultrasessantacinquenni, che coprivano il 10% delle vendite nel 2005, oggi si attestano al 17,6%. E supera il 50% la quota di giovani di 18-34 anni che manifesta interesse verso il car sharing.

REPUTAZIONE E ATTRATTIVITA’ DEL PAESE: l’esigenza di una strategia nazionale. La quota di italiani che hanno fiducia nel Governo è del 17%, nel Parlamento il 18%. Per la Francia i valori sono rispettivamente 38% e 31%, per la Germania 59% e 61%. Non va molto meglio per le istituzioni locali: il 23% di fiducia in Italia, il 57% in Francia e addirittura il 76% in Germania. Questo spiega perché uno dei più importanti indici di capacità competitiva dei sistemi-Paese (il Global Competitiveness Index del World Economic Forum) colloca l’Italia al 43° posto sui 137 Paesi analizzati. Nonostante l’Italia resti la 7ª economia al mondo per produzione industriale, il 2° Paese manifatturiero d’Europa, l’8° esportatore e la 5ª destinazione turistica al mondo.

CRESCERE IN COMPETENZE DIGITALI PER ABITARE L’INTERNET SOCIETY. Il 36,4% della popolazione è raggiunta da una connessione che ancora non supera la velocità di 30 Mbps, mentre solo il 29,3% degli utenti ha la possibilità di collegarsi ad almeno 100 Mbps. Inoltre, al crescere dell’età cresce la quota di chi possiede basse o addirittura inesistenti competenze digitali di base. È il 33,3% degli italiani ad avere basse competenze e il 3,3% ad averle nulle, mentre il dato sale rispettivamente al 47,9% e al 6,9% nel caso dei 64-74enni. Una bassa o inesistente capacità di relazionarsi con gli strumenti digitali rappresenta un problema sia nell’immediato che nel lungo periodo, soprattutto se si pensa alla sempre maggiore digitalizzazione dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione e ai servizi commerciali sempre più digital first.

TRASFORMAZIONE DEI COMPORTAMENTI ALLA LUCE DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA. Ancora oggi l’89,8% delle auto immatricolate è alimentato a benzina o a gasolio. Ma la produzione di energia elettrica nei parchi fotovoltaici viene guardata con simpatia dalla quasi totalità degli italiani, se si esclude quel 16,7% convinto che qualsiasi impianto sia da osteggiare se operante nel proprio territorio. In merito agli scenari energetici del futuro, il 57,6% è convinto che grazie all’innovazione tecnologica avremo finalmente tutta l’energia di cui abbiamo bisogno senza impatti significativi sull’ambiente. Il 52,3% pensa invece che l’energia sarà oggetto di razionamento e i costi d’accesso diventeranno molto elevati. E il 36,4% ritiene molto probabile che nel 2050 il possesso di un’auto sarà garantito solo alle fasce benestanti della popolazione.

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LE MAGLIE STRETTE DEL RANCORE

di Marco Revelli, da “Il Manifesto” del 27/12/2018
– Scaffale. «NEL LABIRINTO DELLE PAURE», un saggio di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO per BOLLATI BORINGHIERI. Tra politica, precarietà e immigrazione: quando la solidarietà diventa reato e la crudeltà virtù civica –
«Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». NEL LABIRINTO DELLE PAURE. POLITICA, PRECARIETÀ, IMMIGRAZIONE (Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) ruota intorno a questo focus ed è il volume – bello e terribile – di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO. Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra gli haters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti.
UN SOCIOLOGO di territorio e un amministratore metropolitano, entrambi col gusto delle interrogazioni radicali, s’immergono nel magma sociale che ha sostituito la vecchia società di classe alla ricerca del punto di caduta in cui «il percorso della paura si è fatto rancore e razzismo». E dal «rovesciamento antropologico» che nell’ultimo ventennio del ’900 ha trasformato l’Italia da Paese di emigranti in meta di immigrati si è passati all’«inversione morale» di questi tempi ultimi, quando la solidarietà diventa reato e la crudeltà (non più solo l’indifferenza, la crudeltà ostentata) virtù civica, proclamata dai palazzi del governo.
LO CERCANO, quel punto cieco, testardamente. Con un accanimento che non è solo culturale e scientifico, ma anche etico e politico, sapendo che i vecchi strumenti giacciono a terra inutilizzabili: il «termometro del lavoro», ormai incapace di dirci la temperatura sociale dopo che il suo oggetto è stato travolto dalla «lotta di classe dall’alto» che ne ha annientato la soggettività e la capacità di far racconto di sé; l’antico «sistema ordinatorio delle classi« dopo che il salto di paradigma del Capitale le ha triturate in un pulviscolo indecifrabile; lo stesso conflitto – il grande «nominatore» dei processi sociali nell’età industriale -, ora diventato opaco, persino torbido, fattosi orizzontale, competizione intraspecifica, non più basso verso alto, lavoro versus capitale, poveri contro ricchi, ma forma raggrumata del rancore e dell’invidia sociale indirizzata verso il vicino o, come antidoto, l’inferiore, il più povero, il più marginale, il più «nudo».
E ALLA FINE LO TROVANO QUEL PUNCTUM DOLENS, grazie alla consapevolezza che per uscire dal labirinto – o quantomeno per sapersi orientare nei suoi meandri – «occorre avere il coraggio di inoltrarsi nel salto d’epoca». Esso si chiama «apocalisse culturale» – nel senso usato da Ernesto De Martino, di fine di un mondo, crisi della presenza – ed è il lato oscuro della globalizzazione, quello non raccontato dalle narrazioni apologetiche da fine della storia ma sperimentato da milioni di atomi sociali, fatta di declassamento, dequalificazione dei lavori tradizionali e loro messa fuori corso, erosione del reddito, precarizzazione mascherata da flessibilità, logoramento dei luoghi sotto la spinta sradicante dei flussi, incertezza che si fa paura e, nella solitudine degli individui, psicosi individuale e collettiva.
SAREBBE STATA necessaria una rete a maglie strette di ammortizzatori sociali, un welfare rimodulato sulla prossimità e la resilienza del legame sociale (un welfare di comunità), una narrativa risarcitoria nei confronti delle vittime di quel terremoto (i loser dimenticati nel racconto dei winner). In sostanza una ridefinizione in chiave post-industriale del vecchio patto socialdemocratico, per tenere insieme «il senso della convivenza e l’utile degli interessi». Invece niente. Anzi, il contrario, con l’affermarsi del modello feroce dell’austerità, del calcolo micranioso del dare e avere all’insegna dei Guai ai vinti! La narrativa dei vincitori (pochi, al vertice della piramide, sempre più in alto) fattasi norma, anzi grundnorm, costituzione materiale del nuovo mondo «nell’epoca dell’individualismo compiuto e dell’egologia».
E AL POLO OPPOSTO, in basso e in mezzo, il rancore che cresceva, e si faceva odio sociale indifferenziato, riflesso cannibalico di una società lasciata sola. Liquida, come scrive Bauman, di una «liquidità al mercurio» come dice Bonomi, tossica, avvelenata e avvelenante, passata senza quasi accorgersene, senza riflessione politica né allarme sociale, dall’originario istinto all’accoglienza quando ancora all’inizio degli anni ’90 si profilarono i primi migranti (e Bonomi lo registrò in uno studio pionieristico), alla successiva prevalenza dell’intolleranza e poi alla «xenofobia, al razzismo, alla guerra civile molecolare, alla guerra di civiltà» finché ti ritrovi nel labirinto delle paure. Stretti tra «l’adattivismo senza visione politica» del sociale e il narcisismo predatorio delle élites (quello che in Francia è entrato nel mirino dei gilet jaunes), con in mezzo niente. O quasi. Soltanto un immenso sommerso che non è solo quello del lavoro nero e dell’evasione o elusione fiscale ma è soprattutto il rendersi invisibile di un gigantesco reticolo sociale: «invisibili ai poteri, alle tasse, ai mercati, così confluendo, come detriti, nel fiume dei tanti precipitati nel sommerso della povertà, della società dello scarto e dei dannati della terra, il cui fiume è diventato il cimitero Mediterraneo».
SONO QUELLI che si era ancora riusciti a tracciare nei successivi cicli di discontinuità, «dal fordismo alla città fabbrica» fino al «postfordismo dei distretti e delle piattaforme produttive» quando ancora si sviluppavano saperi, competenze, conflitti, forme di rappresentanze sociali, economiche, politiche, adeguate ai tempi delle dissonanze, ma di cui poi si sono perse le tracce nel labirinto del «lavoro e dei lavori nell’industria 4.0, del lavoro autonomo di prima generazione che si fa maker, di quello di seconda generazione che si fa partita iva terziaria e di quello di terza generazione uberizzato e messo al lavoro nella dittatura dell’algoritmo». Caduti gli uni, quelli posizionati sul fronte avanzato del tempo – quelli che dovrebbero «mangiare futuro» – nella crisi della presenza di chi brancola «nel dilagare delle opportunità inafferrabili»; gli altri, quelli che non si riconoscono più in quello che gli era abituale, in un’elaborazione del lutto che «non produce nostalgia consapevole ma depressione disperante».
SONO LORO le componenti di una moltitudine che non produce soggettività ma che, anzi, della crisi della soggettività è il prodotto (o il sintomo). In qualche modo la forma. I conflitti cui darà origine, se ci saranno, saranno conflitti ambigui – «sporchi», nel senso di non limpidi – in qualche misura molto destabilizzanti e poco costituenti. Che tuttavia come segni di vita dovranno essere colti, da chi non si arrende alla dittatura dell’esistente. A noi, che ci chiediamo ogni giorno Che fare, il libro indica la strada del mettersi in mezzo, lavorare a forme di comunità di cura che siano anche operose, innestate nel tessuto della società liquida diventata tossica, per tentare la via della ricostruzione di brandelli almeno di legame ed evitare che tra l’avvelenamento del sociale e il narcisismo del politico resti il vuoto. (Marco Revelli)

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CENSIS 6
CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «LAVORO, PROFESSIONALITÀ, RAPPRESENTANZE» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018
Roma, 7 dicembre 2018 – DAL CONTRASTO ALLA DISOCCUPAZIONE ALLA LOTTA ALLA DISUGUAGLIANZA: LAVORO POVERO E LAVORO «A OGNI COSTO». Nel 2017 il 12,4% degli occupati nella classe d’età 20-29 anni era a rischio povertà. Si tratta di circa 330.000 persone, in crescita rispetto al 2016 di circa 10.000 unità. L’incidenza del rischio risulta più accentuata tra gli occupati che svolgono un lavoro in forma autonoma o indipendente (18,1%), rispetto a chi lavora alle dipendenze (11,2%). Il rischio di povertà tra le persone con meno di 14 anni aumenta di quasi 5 punti percentuali, passando dal 20,4% al 25,1%.
Fra i 15 e i 24 anni si osserva una incidenza ancora maggiore, con un incremento in termini percentuali di quasi 6 punti: un giovane su quattro è a rischio povertà, condizione questa che si riduce fra gli individui nella classe d’età 25-34 anni (poco sopra il 20%) e soprattutto tra gli anziani con almeno 65 anni (17,1%). Sono 163.000 nella classe d’età 25-34 anni i sottoccupati (il 4% degli occupati), pari al 23,5% dei sottoccupati complessivi. E gli occupato in part time involontario sono 16 su 100 giovani occupati di 25-34 anni, ovvero 675.000 persone (il 24,3% di tutti gli occupati con part time involontario). Le attese di crescita dalla filiera della ricerca. Tra il 2015 e il 2016 le imprese hanno portato la spesa per ricerca e sviluppo sui 14 miliardi di euro, pari al 60,8% del totale, che si è attestato sui 23 miliardi.
L’aumento di risorse destinate alla ricerca è stato del 9,3% per le imprese, mentre nell’insieme dell’economia la crescita è stata pari al 4,6% e ha portato così l’incidenza sul Pil all’1,38%. Le università pubbliche e private contribuiscono per 5,5 miliardi di euro, le istituzioni pubbliche sfiorano i 3 miliardi e le istituzioni non profit si avvicinano ai 600 milioni.
Le imprese portano gli impegni nel 2018 a 14,7 miliardi di euro, con un aumento di circa 700 milioni rispetto al 2016. Il miglioramento della performance di spesa ha portato con sé anche un ampliamento della base occupazionale degli addetti alla ricerca e sviluppo. Se nel 2012 gli addetti erano poco più di 364.000, quattro anni più tardi se ne contavano oltre 435.000 (quasi 71.000 in più, ovvero +19,5%). La componente più pregiata, quella dei ricercatori, è cresciuta del 17,7%, portandosi nel 2016 a poco meno di 186.000 unità, arrivando a coprire una quota del 42,7% degli addetti complessivi della ricerca. Il lavoro pubblico in cerca di concretezza. Il 70% degli italiani ritiene che la Pubblica Amministrazione in Italia funzioni piuttosto male (52,1%) o molto male (17,9%).
Le motivazioni del giudizio sono concentrate sulla cattiva organizzazione e la scarsa cultura del servizio e dei diritti dei cittadini (25,8%), la presenza di dipendenti poco motivati non licenziabili e l’assenza di incentivi per chi merita (24,3%), l’interferenza della dimensione politica che condiziona la scelta dei dirigenti e alimenta la corruzione (23,3%), l’eccesso di burocrazia con troppi adempimenti, autorizzazioni, controlli (22,7%).
L’occupazione complessiva della Pa (personale a tempo indeterminato, dirigenti a tempo determinato e altre componenti) è pari a 3.247.000. La distribuzione per genere vede prevalere la componente femminile con il 56,6% del totale, mentre il 17,7% ha solo la scuola dell’obbligo e il 44,3% un titolo di scuola superiore. Solo il 6,5% ha un’età inferiore a 34 anni, mentre il 56,4% ha più di 50 anni. Le conseguenze del blocco del turnover e lo spostamento in avanti dell’età d’accesso alla pensione hanno innalzato l’età media degli occupati, che tra il 2001 e il 2016 passa da 44,2 a 50,7 anni. Il 30,9% ha un’anzianità inferiore ai 10 anni, mentre chi supera la soglia dei 30 anni di anzianità è il 16%.
L’accesso alle professioni dei giovani: effetto demografico, percorsi formativi e selettivi. Sono 425.000 i liberi professionisti under 40 nel 2017, con una riduzione di circa 8.000 unità rispetto al 2016 e 22.000 in meno dal 2013. Sul totale degli occupati, la quota dei professionisti under 40 resta ferma ormai da tre anni al 5,4%, mentre si porta al 30,4% sul totale dei liberi professionisti (6 punti percentuali in meno rispetto al 2010 e quasi 11 punti se si confronta il 2017 con il 2006).
Nell’ultimo anno la variazione dei giovani liberi professionisti è stata del -6,1%, contro una riduzione del 27,3% degli occupati nella fascia d’età 15-39 anni. Nello stesso periodo i liberi professionisti sono cresciuti del 27,3%. La situazione attuale è il risultato di un saldo fra l’effetto demografico, che ha ridotto in generale la componente giovanile nell’occupazione, e la tenuta dell’opzione della libera professione nelle scelte di lavoro dei giovani. Nell’ultima indagine sull’avvocatura del Censis emerge però che le cause della perdita di appeal della professione è la precarietà a cui sono costretti i giovani per troppo tempo (43,8%). Il 21,3% ritiene che la professione di avvocato non garantisce più adeguati sbocchi professionali.

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A PROPOSITO DI CATTIVISMO:
IL CASO FRANCIA DEI GILET JAUNE

“NEGLI SCONTRI DI PARIGI È NATA LA SECESSIONE SOCIALE”

di ANAIS GINORI, da “la Repubblica” del 3/12/2018
– Intervista CHRISTOPHE GUILLUY (geografo, ricercatore dei fenomeni sociali, e che ha studiato la mappa delle classi sociali escluse dalla globalizzazione) – “Ora tutti vedono il problema di una classe media che non arriva a fine mese. Ma ormai siamo arrivati all’insurrezione”
PARIGI – Il geografo Christophe Guilluy ha inventato quattro anni fa il termine “FRANCE PÉRIPHÉRIQUE” mappando sul territorio le classi popolari escluse dalla globalizzazione. «Per molto tempo non sono stato ascoltato», ricorda Guilluy, citato oggi come uno dei primi intellettuali ad aver avviato una riflessione sul divorzio tra popolo ed élite. I suoi libri – l’ultimo “NO SOCIETY” che sarà tradotto in Italia – sono al centro dell’analisi sui gilet gialli, la grande rivolta della Francia Periferica. «È in corso una secessione interna all’Occidente», spiega Guilluy.
La Francia è l’epicentro di questa crisi?
«Da anni spiego che c’è un elefante malato in mezzo al negozio di porcellana. Molti rispondevano: ma no, è solo una tazza scheggiata. E invece l’elefante eccolo qui: è la classe media. Sono agricoltori e operai, famiglie delle zone semiurbane, piccoli commercianti e imprenditori che non arrivano a fine mese. Dopo Brexit, elezione di Trump, cambio di governo in Italia, tutti vedono il problema ma siamo ormai arrivati a un punto di insurrezione».
Quando è cominciata la “secessione” tra popolo ed élite?
«Io prendo come inizio la famosa frase di Margaret Thatcher del 1987: “There is no society”. Il suo messaggio è stato ripreso non solo dai conservatori ma dall’insieme delle classi dominanti occidentali. Tutte hanno abbandonato la nozione di bene comune in favore della privatizzazione dello Stato. Siamo così entrati in quella che definisco “a-società”, con la crisi della rappresentanza politica, l’atomizzazione dei movimenti sociali, l’arroccamento delle borghesie, l’indebolimento del welfare».
Tutte le statistiche dimostrano che la Francia è oggi più ricca di qualche decennio fa. Non è un paradosso?
«È un andamento che giova solo al ceto medio alto: sono i vincenti della globalizzazione ormai asserragliati tra Parigi e le altre grandi metropoli. Il modello economico non sa integrare la maggioranza dei lavoratori».
C’è una specificità francese?
«Esiste una Francia periferica come esiste un’Italia periferica, tra Mezzogiorno e altre zone remote.
Mentre la sinistra pensa sia solo una questione sociale, la destra riduce tutto a una crisi identitaria.
Sbagliano entrambi. E a complicare le cose in Francia c’è un sistema di fabbricazione delle élite che produce un pensiero conformista».
Dove porterà questa crisi?
«È solo l’inizio. La buona notizia è che ormai i perdenti non sono più invisibili. Quel che succede in Francia ne è una straordinaria dimostrazione».
Ovvero?
«Non è un caso che il movimento abbia preso come simbolo il gilet giallo usato dagli automobilisti per essere avvistati sulle strade. È un modo rudimentale di combattere contro l’invisibilità sociale. I gilet gialli hanno già vinto la loro battaglia culturale come direbbe Gramsci. Finalmente si parla di loro».
L’unico collante della protesta è l’opposizione a Macron?
«Molti hanno pensato che potesse affrancarsi dall’ideologia dominante. Invece Macron si è allineato, come già avevano fatto Hollande, Sarkozy. Adesso l’unica soluzione per il presidente è prendere sul serio le rivendicazioni del popolo».
Alla fine sono i populisti che cavalcano la rabbia e ci guadagnano.
«I populisti si adattano alla domanda politica. Un buon esempio è Salvini, che viene dalla sinistra, è stato neoliberista, secessionista e oggi invece è in un governo che fa votare il reddito di cittadinanza e si fa applaudire nel sud Italia. Nel medio periodo però il voto populista non risolve nulla».
Perché?
«Le classi popolari non vogliono mendicare, non si accontentano di un nuovo sussidio o del reddito di cittadinanza. Quel che vogliono è poter vivere dignitosamente con un lavoro e una giusta remunerazione».
La Francia Periferica è orfana della sinistra?
«La gauche ha compiuto una doppia cesura: con la sua base popolare e con la sua visione teorica. Il partito comunista è stato forte perché rappresentava il proletariato, ma aveva una classe intellettuale capace di elaborare strumenti di trasformazione sociale. Solo ristabilendo un legame di fiducia tra l’alto e il basso si potranno ricostruire le società occidentali».

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CENSIS 7
CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «PROCESSI FORMATIVI» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018
Roma, 7 dicembre 2018 – ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO: È TEMPO DI BILANCI. Nell’anno scolastico 2017-2018 si è concluso il primo triennio di attuazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro nella scuola secondaria di II grado, così come delineati dalla «Buona scuola». Secondo i dirigenti scolastici consultati dal Censis emerge che nei licei la principale criticità è lo scetticismo da parte dei docenti per la temuta contrazione del tempo per le discipline curricolari (punteggio 6,85 in un range da 1=nessuna criticità a 10=massima criticità).
Segue la realizzazione di un numero troppo alto di percorsi in alternanza, a causa di eterogeneità e piccola dimensione delle strutture disponibili (6,45). Minori sono i livelli di problematicità segnalati per i percorsi tecnici e professionali. Ci sono però differenze tra gli istituti del Centro-Nord e quelli delle aree meridionali del Paese, che anche a causa della rarefazione del tessuto imprenditoriale lamentano una maggiore difficoltà nel coinvolgere le imprese.
Il 51% dei dirigenti è molto d’accordo e il 32% abbastanza d’accordo sul fatto che l’alternanza scuola-lavoro disegnata dalla riforma sia una pratica positiva, migliorabile e da continuare per accrescere l’occupabilità degli studenti. Sicurezza e benessere a scuola. Nello scorso anno scolastico gli edifici senza certificato di agibilità erano 21.606 (il 53,8% del totale), senza certificato di prevenzione incendi 23.907 (59,5%) e senza entrambe le certificazioni 15.946 (39,7%). È il Lazio la regione in testa alla classifica della non conformità con oltre il 70% degli istituti scolastici privi delle due certificazioni, seguita da Sardegna (65,1%), Abruzzo (63,4%) e Calabria (63,3%). Oltre un quinto degli edifici scolastici (23,1%) è stato costruito prima del 1960 (quota che supera il 40% in Campania), il 28,2% è nato per un uso diverso da quello scolastico (in Liguria si arriva al 49,8%).
Secondo gli oltre 900 dirigenti scolastici interpellati dal Censis, sono gli episodi di bullismo (75,9%), cyberbullismo (67,3%) e furti ai danni di altri studenti o insegnanti (60,4%) a interferire più frequentemente con il normale vissuto scolastico. A questi si aggiungono gli atti di vandalismo verso la struttura e le dotazioni (54,4%), insubordinazione o violenza verso il corpo docente (42,4%), discriminazione verso donne, stranieri o disabili (34,3%).
Lo spaccio e il consumo di droghe nelle vicinanze della scuola sono segnalati dal 31%, il consumo da parte degli studenti dal 23,9%. Per contrastare a scuola uso e spaccio di droghe, il 64,6% dei dirigenti si è dichiarato molto d’accordo nel privilegiare la collaborazione tra scuole, aziende sanitarie locali e associazioni che operano nella prevenzione, il 54,5% ritiene necessario preparare meglio gli insegnanti, il 45,7% punta sulla necessità di lavorare in via preventiva su informazione ed educazione degli studenti, il 46,7% ritiene comunque che il rafforzamento di videosorveglianza e controlli fuori dalle scuole più a rischio tranquillizzi famiglie e ragazzi.
Le dinamiche di internazionalizzazione di domanda e offerta di istruzione universitaria. Grande è il consenso tra le nuove generazioni europee, e tra i giovani italiani in particolare, verso ogni tipo di esperienza che abbia la transnazionalità a fattore comune. Gli scambi interculturali tra scuole e università dell’Ue sono considerati molto importanti dal 69% dei giovani italiani, a fronte del 53% degli europei.
La creazione di lauree erogate da reti di università europee, con la possibilità di studiare in diversi Paesi, è giudicata molto importante dal 67% degli italiani (valore medio europeo: 54%). Nel 2016 35,5 studenti europei su 1.000 erano iscritti in un Paese Ue diverso da quello di origine (nel 2013 erano 33,2 su 1.000). In Italia nel 2013 erano 1,8 ogni 1.000 e 2,4 nel 2016, con uno scarto superiore rispetto a Francia (da 2,4 a 2,8 ogni 1.000 studenti), Spagna (da 1,2 a 1,4) e Regno Unito (da 0,5 a 0,8). Il Paese europeo più scelto dagli italiani è l’Austria (23,1 studenti 1.000), seguita da Regno Unito (4,6), Francia (3,0), Spagna (2,9) e Germania (2,2).
In Italia i corsi a carattere internazionale nell’anno accademico 2017-2018 sono 862, di cui 341 totalmente e 161 parzialmente in inglese. Rispetto a due anni prima, i corsi erogati in lingua italiana sono diminuiti del 2,1%, quelli completamente (+37,5%) o parzialmente (+147,7%) in inglese son molto cresciuti. Sono ingegneria-architettura e il gruppo economico-statistico le due aree disciplinari che accolgono le quote più alte di corsi a carattere internazionale, rispettivamente con il 34,4% e il 31,8% del totale. Educazione degli adulti: per molti, ma non per tutti. Nel 2016 il 41,5% degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva partecipato ad attività formative formali e non formali, con un aumento rispetto al 2011 di 5,9 punti percentuali. Il valore è più basso della media europea (45,1%) e lontano da Paesi Bassi (64,1%), Svezia (63,8%), Regno Unito (52,1%), Germania (52%) e Francia (51,3%).
Permane la differenza di genere: partecipa il 44% degli uomini di 25-64 anni contro il 39,1% delle donne. La partecipazione degrada con l’età, più lentamente fino alla fascia d’età 45-54 anni (41,8%), più bruscamente tra gli over 54 (33%). Il 75,4% di chi ha partecipato ad attività non formali ha preso parte ad attività correlate al lavoro (il 59% ad attività di iniziativa datoriale). Il 33,3% dei 25-64enni ha partecipato ad attività job-related, perlopiù promosse dal datore di lavoro (27,1%).
Si contrappone uno zoccolo duro di 25-64enni (43,3%) che non ha partecipato ad attività formative formali e non vuole parteciparvi in futuro, cui si aggiunge il 16,2% di chi, pur avendo partecipato, ritiene conclusa la propria esperienza formativa. Gli adulti italiani sono meno pro-attivi degli europei nel ricercare occasioni di apprendimento.
Lo ha fatto il 14,3% dei 25-64enni, a fronte di una media europea del 21,9%. Formazione per la cittadinanza, formazione per il professionista: le iniziative innovative dell’Enpab. Il sostegno alla professione rappresenta uno dei pilastri delle azioni di welfare integrato che le Casse previdenziali dei liberi professionisti hanno sviluppato per rispondere ai bisogni diversificati dei propri iscritti. In modo del tutto originale, l’Enpab (Ente nazionale per la previdenza e l’assistenza a favore dei biologi) ha dato avvio a due progetti per supportare una platea giovane di iscritti: la Giornata nazionale del biologo nutrizionista, che mette in contatto un numero crescente di professionisti con i cittadini per educarli ad abitudini alimentari e stili di vita corretti, e il progetto Biologi nelle scuole, per la realizzazione di un percorso educativo rivolto ai bambini delle elementari.
Una indagine del Censis finalizzata a valutare il livello di gradimento dei biologi che hanno partecipato evidenzia come gli stessi biologici ritengano strategiche queste iniziative per la propria crescita professionale: l’84,6% nel primo caso, il 96,1% nel secondo. Tra gli aspetti più apprezzati c’è il fatto che anche la collaborazione e il confronto con i colleghi è risultato un valore aggiunto: per il 99,7% nel primo caso, il 99,2% nel secondo.

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CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «SICUREZZA E CITTADINANZA» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018
Roma, 7 dicembre 2018 – CHE FINE HA FATTO L’INTEGRAZIONE? La provincia italiana in cui l’integrazione dei migranti sembra essersi realizzata meglio e di più è VICENZA, che occupa la prima posizione del ranking elaborato dal Censis. Seguono altre province del Nord e del Centro, come Brescia, Pesaro e Urbino, Bergamo e Pistoia. NELLE PRIME 20 POSIZIONI NON COMPARE NEANCHE UNA PROVINCIA DEL MEZZOGIORNO. LA PRIMA È TERAMO, che si trova in 33ª posizione.
LA POSIZIONE GEOGRAfiCA E LA DIMENSIONE DELLA COMUNITÀ DI ACCOGLIENZA sembrano essere i due driver principali che hanno guidato i processi d’integrazione sul territorio. Il ranking dell’integrazione economica colloca al 1° posto Prato, dove la propensione all’imprenditorialità dei cittadini cinesi consente loro di conseguire redditi e patrimoni consistenti. Il ranking dell’integrazione sociale è guidato da Trieste, seguita da Biella e da Genova (è questa l’unica dimensione in cui si affacciano nelle posizioni di testa le grandi aree urbane).
Il ranking dell’integrazione demografica colloca Brescia al 1° posto, seguono Bergamo, Lodi, Vicenza, Cremona, Bolzano e Treviso. Primi tra gli ultimi: gli stranieri poveri. Le famiglie residenti in Italia che si trovano in condizione di povertà assoluta sono 1.793.000, pari al 6,9% del totale (nel 2016 erano il 6,3%). Nell’ultimo anno sono aumentate del 10,6%. Le famiglie di soli stranieri che versano in condizione di miseria sono 455.000 (il 29,2% del totale): una famiglia di stranieri su 3. Negli ultimi 4 anni, a fronte di una crescita media del 22% delle famiglie in stato di grave indigenza, le famiglie italiane povere sono cresciute dell’11,5%, le famiglie di soli stranieri sono cresciute del 20,6% e quelle miste addirittura del 183,1%. Ancora più preoccupanti sono i dati relativi agli individui a rischio di povertà relativa. In Italia sono il 17,5% dei nativi (media Ue: 15,5%), il 28,9% degli stranieri comunitari (media Ue: 22,3%) e il 41,5% dei cittadini non comunitari (media Ue: 38,8%).
Negli ultimi 10 anni, mentre i cittadini italiani in situazione di povertà relativa sono stazionari, gli stranieri comunitari a rischio sono aumentati del 13,6% e i non comunitari del 12,7%. Nello stesso periodo, in Europa i nativi a rischio di indigenza sono stabili, i cittadini comunitari si sono ridotti dell’8,7%, i cittadini non comunitari sono aumentati del 9,9%. Solo la Spagna presenta un quadro peggiore di quello italiano, con a rischio di povertà il 17,8% dei nativi, il 38,9% dei cittadini stranieri comunitari e il 52% di quelli non comunitari.
LA SCOMPARSA DEI MIGRANTI ECONOMICI. Nel 2016 i permessi per motivo di lavoro sono stati 12.873, pari al 5,7% del totale. Per avere un’idea di quanto si sono ridotti, basti pensare che nel 2010, quando la crisi economica era già in corso (ma c’era appena stata una regolarizzazione), erano stati 358.870, pari al 60% del totale. Nel 2011, al netto degli effetti della regolarizzazione, scendono a 124.544, per poi continuare a calare di anno in anno.
Per un migrante entrare in Italia per lavoro è diventato praticamente impossibile: alla crisi economica ha corrisposto una riduzione degli ingressi previsti dal Decreto flussi e la fine delle sanatorie. Il rischio è che un aumento dei controlli e un restringimento della normativa portino a una situazione nella quale il nostro Paese apparirà desiderabile solamente per una ridotta porzione di migranti: le persone più deboli dal punto di vista economico e sociale.
La conferma viene dai dati relativi al livello di istruzione dei cittadini stranieri non comunitari che vivono nei diversi Paesi europei, da cui risulta che l’Italia si trova all’ultimo posto, con una quota del 61,5% con un basso livello di istruzione (al massimo la scuola secondaria di primo grado), a fronte di una media europea pari al 46,2%. In Spagna la percentuale è del 54%, 51,3% in Francia, 49,8% in Grecia, 49% in Germania. In Irlanda solo l’8,1% dei cittadini non comunitari residenti ha un basso livello di istruzione e nel Regno Unito la quota è pari al 17,1%.
INGIUSTIZIA È FATTA. Sono 15,6 milioni (pari al 30,7% della popolazione adulta) gli italiani che nell’ultimo biennio hanno rinunciato a intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto. Si tratta di un comportamento diffuso trasversalmente nella popolazione, ma che si presenta con più intensità nel Sud (37,5%). Tra i motivi al primo posto ci sono i costi eccessivi (29,4%), poi la lunghezza dei tempi necessari per arrivare a un giudizio definitivo (26,5%). C’è poi la sfiducia nella magistratura e nel funzionamento della giustizia (16,2%). Evidentemente non è diffusa la consapevolezza degli sforzi che si stanno facendo per migliorare qualità e ed efficienza del nostro sistema giudiziario. Il 38,2% degli italiani ritiene che nell’ultimo anno la giustizia è peggiorata (nel Sud la quota sale al 41,1%). Solo il 5,7% è convinto invece che la situazione sia migliorata. Il 52,6% ritiene che non ci sono stati cambiamenti. Il risultato è che 7 italiani su 10 pensano che il sistema giudiziario non garantisca pienamente la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo (solo il 18,2% ritiene che tali diritti siano assicurati).
SEMPRE PIÙ PRODOTTI A RISCHIO, SOPRATTUTTO PER I BAMBINI. Nel 2017 gli articoli non sicuri sequestrati da Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza sono stati quasi 125 milioni in 3.976 operazioni, in crescita costante nell’ultimo decennio (+1.215,8%), quando complessivamente sono stati condotti 28.377 sequestri e confiscati 915 milioni di articoli che avrebbero messo a rischio la salute dei consumatori. I casi più frequenti riguardano il rinvenimento di prodotti privi della marcatura Ce o che al suo posto hanno il marchio China Export, del tutto simile a quello comunitario. Al primo posto tra i prodotti non sicuri sequestrati nell’ultimo anno ci sono 35 milioni di accessori di abbigliamento, tra cui soprattutto cinte, borse, portafogli. Seguono 18 milioni di giochi e giocattoli, poi 17 milioni di profumi e cosmetici. Nell’ultimo decennio il record è però dei 270 milioni di giocattoli sequestrati, destinati a finire nelle mani di bambini. Ai giochi seguono i 132 milioni di accessori di abbigliamento e i 90 milioni di apparecchi elettrici.

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CENSIS COMUNICATI STAMPA
Il capitolo «TERRITORIO E RETI» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2018
Roma, 7 dicembre 2018 – MAL DI CASA: L’ECLISSI DELL’INTERVENTO PUBBLICO E L’EMERGENZA SENZA RISPOSTE. CRESCE IL DISAGIO ABITATIVO anche per l’estrema debolezza del sostegno pubblico. Troppo esiguo, obsoleto e in costante riduzione è il patrimonio di edilizia sociale pubblica, che su tutto il territorio nazionale è oggi ridotto a meno di 1 milione di alloggi (contro gli oltre 5 milioni della Francia, ad esempio).
Non solo la realizzazione di nuovi alloggi sociali è ridotta ai minimi termini (appena 4-5.000 unità all’anno), ma anni di vendite del patrimonio (poco meno di 200.000 le abitazioni vendute dal 1993 a oggi) hanno ridotto il già contenuto stock di alloggi sociali. In attesa c’è però una domanda inevasa enorme: almeno 650.000 famiglie in graduatoria. Nel 2017 gli sfratti emessi (che ormai in 9 casi su 10 sono riferibili alla morosità dell’inquilino) sono stati quasi 60.000, quelli eseguiti 32.000: in pratica in Italia ogni giorno lavorativo oltre 100 famiglie vengono sfrattate.
LA RETE AUTOSTRADALE, SPINA DORSALE DEL POLICENTRISMO ITALIANO. Tra il 1970 e il 2017 l’estensione della rete monitorata (quella delle autostrade in concessione) è aumentata di circa il 70%, ma l’incremento era già stato del 45% al 1980. Fortissimo invece l’incremento del traffico, che in quasi cinquant’anni è stato del 460%. Dal 1970 al 2017 è in particolare il traffico pesante a registrare l’incremento più significativo (+600%), rispetto a quello dei mezzi leggeri (+430%). Negli ultimi decenni gli interventi sulla rete autostradale sono stati indirizzati prevalentemente a un incremento degli standard di qualità e di sicurezza. Tra il 2001 e il 2017 l’estensione della rete in concessione è aumentata solo di 410 km (+7,3%), ma la parte di questa ancora a sole due corsie è scesa dal 73,4% al 67,8%. Prima del cantiere: project review e dibattito pubblico per le grandi opere.
Negli ultimi anni sul fronte della revisione e della rimodulazione dei grandi progetti si sono registrati significativi passi avanti, sia sul fronte delle opere già progettate e decise, sia su quello delle opere ancora in fase di definizione, per le quali l’iter progettuale è appena al livello dello studio di fattibilità. Un caso significativo è quello della linea ferroviaria Torino-Lione. Il progetto preliminare del 2011 prevedeva, nella tratta italiana, opere consistenti di adduzione al tunnel di base: 84 km di nuova linea ferroviaria, che grazie al lavoro di revisione operato dalla Struttura tecnica di missione del Ministero e dall’Osservatorio, e alla scelta di utilizzare in gran parte la linea storica (rimandando la realizzazione della Gronda merci di Torino), sono stati ridotti a 25 km.
Ulteriori potenziamenti, con realizzazione di nuovi binari, sono rimandati a valutazioni successive all’entrata in esercizio del tunnel e della linea. Così facendo la spesa ipotizzata per la tratta nazionale italiana è scesa da 4,4 a 1,7 miliardi di euro. Grazie anche ad altre scelte (come l’esclusione del tunnel dell’Orsiera dal programma di interventi), il costo complessivo previsto per la linea Torino-Lione si è praticamente dimezzato, passando da 8,9 a 4,3 miliardi. Si conferma peraltro la riduzione dei tempi di percorrenza tra Torino e Lione, che passeranno da 3 ore e 43 minuti a 1 ora e 56 minuti. Rappresentare i territori nell’epoca dei flussi e delle città.
DAL 2014 ABBIAMO IN ITALIA 10 NUOVI ENTI CHE SI CHIAMANO CITTÀ METROPOLITANE. A questi se ne sono aggiunti altri 4 voluti dalle Regioni a statuto speciale. Territori ampi, ma con densità abitativa non certo da area metropolitana (470 abitanti/kmq in media, con un massimo di 2.630 abitanti nell’area napoletana e un minimo di 172 in quella reggina). Il confronto con altre realtà europee mostra che la Métropole du Grand Paris ha più di 7 milioni di abitanti, con una densità di circa 8.600 abitanti/kmq, la Greater London conta 8,8 milioni di abitanti, con una densità di circa 5.600 abitanti/kmq, l’area metropolitana di Berlino supera i 5 milioni di abitanti, con una densità di 5.700 abitanti/kmq.
LA DEMOGRAfiA DEL NOSTRO PAESE RIMANDA AL CARATTERE TERRITORIALMENTE DISTRIBUITO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE: gli attuali 111 capoluoghi di provincia raccolgono nel complesso poco più di 18 milioni di abitanti, ossia non più del 30% del totale. L’aumento dei divari interni nelle regioni italiane. La variabilità infra-regionale è aumentata nell’ultimo decennio per tutti i principali indicatori socio-economici. Le regioni che divaricano al loro interno non sono solo quelle dove è presente un grande magnete metropolitano, che determina fenomeni di accentramento che possono incidere sulla misura della variabilità regionale complessiva.
L’aumento dei divari interessa quasi tutte le regioni. Ad esempio, il Pil pro-capite mostra una variabilità media infraregionale di 6.160 euro/anno, con un aumento di 750 euro/anno nell’ultimo decennio. Ai margini del margine: il peso dei comuni periferici nelle aree del Mezzogiorno. Le aree interne raccolgono il 60% circa della superficie nazionale, il 53% dei comuni italiani e una popolazione di circa 13,5 milioni di abitanti. Ma anche le aree interne possono essere più o meno marginali e dunque molto diverse tra loro. I comuni periferici e ultraperiferici sono 1.842 (il 23,2% del totale) e risultano maggioritari in alcune regioni, come la Basilicata (84,7%) e la Sardegna (59,7%), e sono molto presenti in Trentino Alto Adige (47,6%), Sicilia (44,9%), Molise (43,4%) e Calabria (40,3%).
La popolazione presente in questi territori (circa 4,5 milioni di abitanti) evidenzia profonde differenze su base geografica. Nelle aree del Mezzogiorno si arriva al 15,7% (con una punta del 63,7% in Basilicata), nel Nord-Ovest non si va oltre il 2,6%. La dinamica demografica degli ultimi 10 anni è negativa per i comuni periferici e ultraperiferici (-2% a fronte di un valore complessivo nazionale del +4,1%), con punte di impoverimento demografico che superano il 10% in Friuli e Molise. Quando il Sud tiene in piedi l’offerta formativa superiore delle regioni del Nord.
È più vivo che mai il fenomeno dell’EMIGRAZIONE MASSICCIA DI STUDENTI DAI TERRITORI PIÙ MARGINALI ECONOMICAMENTE VERSO I POLI METROPOLITANI del Centro e del Nord. Sono 172.000 gli studenti che partendo da una regione del Sud sono iscritti ad un corso di laurea in un’università del Centro-Nord (pari all’11% di tutti gli iscritti all’università), mentre sono poco più di 17.000 quelli che compiono il percorso inverso. Il saldo netto fra gli ingressi e le uscite in queste regioni, sin dalla prima immatricolazione ad un percorso universitario (laurea triennale o magistrale a ciclo unico), risulta molto negativo per alcune regioni del Sud (Puglia -35.000 studenti, Sicilia -33.000, Calabria -23.000). Le regioni in grado di calamitare la maggior parte degli studenti fanno registrare un saldo fra arrivi e partenze molto positivo: Lazio (+48.607), Emilia Romagna (+32.918), Lombardia (+24.449) e Toscana (+14.268).

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