I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

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   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

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PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

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QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale,seppure non perfetto, per ridurre in maniera economicamente efficiente le emissioni di gas a effetto serra. Ogni impresa che nei settori inquinanti supera il limite massimo a essa assegnato, deve comperare delle quote di emissioni in aste pubbliche oppure sul libero mercato al pari di un titolo azionario o di qualsiasi altro prodotto finanziario, quote poste in vendita da altre imprese che hanno inquinato di meno e che quindi non hanno utilizzato i loro diritti.
La ratio legis sottostante è che le imprese inquinanti, pur di non sostenere costi senza alcuna creazione di valore aggiunto, investano in innovazione di processo e tecnologie verdi per limitare le proprie emissioni, se non addirittura per riconvertire i propri impianti produttivi utilizzanti petrolio, carbone e gas naturale.
I paesi più interessati all’allocazione di queste quote sono i più industrializzati dell’Unione europea come la Germania (20,3 per cento), la Gran Bretagna (11,3 per cento), la Francia (10,3 per cento), ovviamente l’Italia (9,7 per cento), la Polonia (8,7 per cento) e la Spagna (7,5 per cento), dove tra parentesi è indicata la quantità equivalente di biossido di carbonio emessa nel 2015 da ciascuno Stato membro, quantità dettata dalla presenza delle industrie più inquinanti come centrali per la produzione di energia elettrica e di calore, raffinerie di petrolio, acciaierie, ferriere, cementifici, cartiere, vetriere come pure l’aviazione civile.
Il mercato europeo delle emissioni, detto anche Eu Ets, dall’inglese “European union emissions trading system”, è attivo in 31 Paesi, include oltre gli Stati membri dell’Unione europea, anche l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il sistema consente di limitare le emissioni prodotte da oltre dodicimila impianti ad alto consumo di energia e da 1.400 compagnie aeree che collegano i trentuno Paesi, e copre circa il 45 per cento delle emissioni di gas a effetto serra.
Il sistema di scambio di quote di emissione è un mercato a tutti gli effetti come quello dei capitali o dell’elettricità, gestito da intermediari finanziari come le banche. Il mercato europeo, non solo è il primo al mondo per costituzione, ma anche il primo per valore economico stimato a circa 12,4 miliardi di euro a fine 2017 che, secondo la Banca mondiale, equivale al 38 per cento del mercato mondiale delle emissioni.
Secondo alcuni, il mercato delle emissioni dell’Unione europea è perfino il mercato dell’energia che rende più di tutti, ovvero più delle azioni delle grandi compagnie petrolifere e minerarie. Alla fine del 2018 il prezzo delle quote delle emissioni è più che triplicato rispetto alla fine 2017, passando a circa 23,5 euro per tonnellata di CO2 equivalente immessa nell’atmosfera.
Una crescita strabiliante se si considera che quasi tutte le grandi compagnie petrolifere hanno registrato perdite del capitale azionario, dal 2 per cento dell’italiana Eni al 6 per cento della cinese Sinopec, dal 10 per cento dell’anglo-olandese Royal Dutch Shell, fino al 25 per cento dell’americana ExxonMobil.
Come confermano gli analisti, la tendenza del prezzo delle quote di emissioni è di crescita quasi esponenziale. Se questo inverno continuerà a essere freddo così come si prospetta, allora è molto probabile che la produzione di energia elettrica e calore dovrà fare ricorso agli impianti a combustibile fossile, molti dei quali usati solo come riserva, e dunque il prezzo è certamente destinato a salire. Un brutto segnale per il contenimento del cambiamento climatico, nonostante le fonti rinnovabili abbiano registrato quest’anno un incremento del 6,3 per cento rispetto a qualsiasi altro combustibile, uno sviluppo mai rilevato prima d’ora.
Se questa situazione persiste, i costi di gestione delle industrie più inquinanti, che sono anche le più grandi e potenti, saranno destinati ad aumentare riducendo i profitti dei grandi investitori, inclusi i governi nazionali, che a un certo punto chiederanno esplicitamente di passare alle rinnovabili o ad altre tecnologie meno utilizzatrici di energie non rinnovabili.
Dunque, l’aspetto positivo di questa vicenda è che l’industria delle rinnovabili è destinata a subire una spinta ancora maggiore verso nuove proposte più economiche e di più facile uso. Alla fine dello scorso ottobre, Wael Sawan, responsabile delle piattaforme marine di Royal Dutch Shell per le esplorazioni e le estrazioni in acque profonde, ha pubblicamente dichiarato che i ricavi generati dalla produzione di idrocarburi da trivellazioni fino a 300 metri di profondità serviranno solo per finanziarie progetti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, una dichiarazione che non lascia dubbi sulla direzione che le grandi compagnie petrolifere stanno per intraprendere.
Questa condizione ha un impatto rilevante sul sistema sia economico sia ambientale, impatto che potrebbe favorire cambiamenti ineluttabili e accelerare impegni improcrastinabili. Tuttavia, non bastano le iniziative delle singole imprese, ma è necessario un piano di politica industriale che supporti non solo le imprese, ma anche i centri di ricerca e le università per una collaborazione integrata e coordinata allo scopo di raggiungere obiettivi strategici nazionali ed europei di lungo termine. Ne vale della competitività dell’Italia. E non solo. (Angelo Richiello)

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LA COP 24 DI KATOWICE È TERMINATA. LE DECISIONI ADOTTATE E LE CRITICHE DEGLI AMBIENTALISTI
16/12/2018 da https://www.lifegate.it/
– Alla Cop 24 di Katowice sono state approvate le regole che dovrebbero rendere operativo l’Accordo di Parigi. Ma che non convincono le ong ecologiste –
Sono state necessarie 24 ore più del previsto per consentire ai 196 governi che hanno partecipato alla Cop 24 di Katowice di trovare un’intesa e non far fallire i negoziati. Le regole che il mondo si è dato per rendere operativo l’Accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziose. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali. E rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. Ma di passi in avanti ne sono stati fatti pochi. E il nodo delle promesse di riduzione delle emissioni di CO2 – i cosiddetti Indc – non è ancora stato risolto.
IL PRESIDENTE DELLA COP 24: “ACCORDO POSITIVO PER IL PIANETA”
Attorno alle 22:20 di sabato (15/12), il presidente della Conferenza – il vice-ministro polacco dell’Ambiente, MICHAL KURTYKA, ha dichiarato chiusi i negoziati. «È stato – ha affermato – un cammino lungo. L’impatto del pacchetto di misure che abbiamo deciso è positivo per il pianeta. Ci avvicina a concretizzare le ambizioni dell’Accordo di Parigi». Ma il compromesso raggiunto a Katowice, secondo le organizzazioni non governative, non è sufficiente. E riflette le divisioni emerse tra i governi.
Le prime avvisaglie di una conferenza particolarmente difficile, d’altra parte, erano arrivate già nei primi giorni di trattative. Nel corso dei quali, normalmente, sono soltanto i tecnici a confrontarsi. Ma gli ostacoli sono apparsi talmente complessi da aver richiesto già dopo due giorni di lavori l’intervento dei rappresentanti politici.
Le difficoltà sono state evidenti, poi, quando è stata pubblicata la prima bozza di conclusioni finali, sabato 8 dicembre. Colma di questioni ancora da dirimere. In particolare, quattro nazioni – Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait – hanno insistito per non inserire parole che lasciassero intendere un sostegno alle conclusioni dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (INTERGOVERNMENTAL PANEL ON CLIMATE CHANGE: è il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite, e monitora il riscaldamento globale, ndr) sul clima. Secondo il quale, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
“IL TESTO OMETTE ELEMENTI ESSENZIALI PER RENDERE LA TRANSIZIONE EQUA E GIUSTA”
“A due mesi dalla pubblicazione di quel documento, la Cop 24 rappresentava un’opportunità per adottare regole utili a contenere la temperatura entro i limiti prefissati. Il testo approvato il 15 dicembre rappresenta una prima base. Ma omette elementi essenziali per rendere la transizione giusta, inclusiva, equa e per dare risposte ai più vulnerabili”, ha commentato in un comunicato la RÉSEAU ACTION CLIMAT, della quale fanno parte decine di associazioni ambientaliste.
In particolare, spiegano queste ultime, “il documento non include i temi dei diritti umani, della sicurezza alimentare, dell’uguaglianza di genere”. Inoltre, “benché 128 milioni di dollari siano stati promessi per il Fondo d’adattamento, le regole decise sono troppo poco stringenti per garantire che tali stanziamenti siano reali”. Inoltre, la somma “rappresenta una goccia rispetto a quanto necessario per rispondere alle necessità delle nazioni più vulnerabili”, ha sottolineato Fanny Petitbon della ong Care.
Tutto il testo, inoltre, è particolarmente tecnico. È possibile trovarvi ad esempio una sezione dedicata interamente al modo in cui gli stati dovranno rendere conto dei loro impegni in materia di riduzione dei gas ad effetto serra: da come contabilizzarli a su che base calcolare le diminuzioni. Fino alla flessibilità accordata ai paesi in via di sviluppo sul tema. Ma ciò che appare chiaro è che i “denominatori comuni” sono stati pochi tra i governi.
Ciò nonostante, alcuni protagonisti dei negoziati come il ministro dell’Ambiente spagnolo, TERESA RIBERA, hanno accolto con favore il documento: “È sufficientemente chiaro per rendere operativo l’Accordo di Parigi. E questa è una buona notizia. Date le circostanze attuali, continuare a portare avanti il progetto è già un successo”. “Un fallimento nell’adozione del “rulebook”, dato anche il clima politico internazionale, avrebbe rischiato di rimettere in discussione i passi avanti degli ultimi anni. Ci sono stati progressi sulle regole di trasparenza così come nei fondi stanziati”, osserva RACHELE RIZZO, dell’Italian Climate Network.
“ALLA COP 24 I POPOLI PIÙ VULNERABILI SONO STATI ABBANDONATI”
Decisamente più negativo il giudizio di CLÉMENT SÉNÉCHAL, di Greenpeace: “Si è scavato un fossato tra la realtà dei cambiamenti climatici descritta dalla scienza, con le sue conseguenze drammatiche per le popolazioni di alcune regioni del mondo, e l’azione politica. La Cop 24 ha offerto il triste spettacolo di nazioni che difendono i loro interessi economici e industriali, mentre quelle più vulnerabili si giocano la sopravvivenza. La realtà è che quei popoli sono stati abbandonati”.
Inoltre, il Brasile del presidente in pectore di ultra-destra JAIR BOLSONARO ha bloccato le trattative sul mercato mondiale delle emissioni di CO2. Sistema che dovrebbe rappresentare un deterrente economico per chi inquina – in quanto costretto a pagare per ogni tonnellata di emissioni – ma sul quale i governi non hanno trovato un accordo per quanto riguarda la contabilizzazione della CO2 dispersa nell’atmosfera.
Anche la TURCHIA ha reso complicati i negoziati, come già accaduto in precedenti edizioni delle Cop. Ankara rifiuta infatti di essere classificata nella lista dei paesi sviluppati dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Uniti sui cambiamenti climatici, perché ciò le impedirebbe di accedere ad una serie di aiuti finanziari.
PROCRASTINATO UN ACCORDO SUL MERCATO DELLE EMISSIONI DI CO2
Le ong, inoltre, hanno puntato il dito contro “la presidenza debole della Polonia che ha limitato la portata del testo”. Ma anche nei confronti della Francia di EMMANUEL MACRON, “che si era lanciata in progetti diplomatici come il ONE PLANET SUMMIT ma la cui presenza politica a Katowice è stata talmente ridotta al minimo da averne compromesso il ruolo di leader mondiale in seno alle Nazioni Unite”.
Resta irrisolto un altro tema-chiave della lotta ai cambiamenti climatici: quello dei cosiddetti INDC (INTENDED NATIONALLY DETERMINED CONTRIBUTIONS). Ovvero delle promesse di riduzione delle emissioni di CO2 che furono avanzate dai singoli governi prima della Cop 21, nel 2015. Secondo quegli impegni, infatti, la temperatura media globale, alla fine del secolo, aumenterò di oltre 3 gradi centigradi. È chiaro, perciò, che il successo dell’umanità nella battaglia per salvare il clima dipenderà dalla revisione di tali promesse. “Senza azioni immediate – ha osservato in questo senso JENNIFER MORGAN, direttrice di Greenpeace International – anche le regole più rigide non porteranno da alcuna parte. Ci aspettavamo degli impegni ma i governi non hanno risposto. Ciò è moralmente inaccettabile”.
IL DISCORSO DI GRETA THUNBERG, 15ENNE CHE HA SCOSSO LA COP 24
Il mondo non ha dunque ascoltato le richieste giunte “dal basso”. Come quella della quindicenne Greta Thunberg, che ha scosso i delegati alla Cop 24 con un discorso breve, conciso e particolarmente duro. Rivolgendosi ai rappresentanti dei governi ha affermato: “Voi avete paura di essere impopolari, io no. Quando sarò vecchia un giorno forse mi chiederanno di voi, di cosa avete fatto quando eravamo ancora in tempo per agire. Questa è una crisi e non possiamo risolverla senza trattarla come tale. Ma non siamo venuti qui per implorarvi: ci avete ignorato in passato e lo farete anche stavolta. Siamo venuti qui per spiegarvi che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no”.
Il tema degli Indc sarà riproposto alla prossima Cop 25, che si terrà a SANTIAGO, in CILE, nel novembre del 2019. In America Latina, infine, si dovrà affrontare – per l’ennesima volta – il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi alla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, e mai stanziati per intero. L’Italia, invece, si è candidata ad ospitare la Cop26, che si terrà nel 2020. A confermarlo è stato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. (da https://www.lifegate.it/)

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LA COP24 A KATOWICE, IN SLESIA, CAPITALE POLACCA DEL CARBONE: IL REPORTAGE REALIZZATO DA VALERIE GAURIAT PER EURONEWS
Vi invitiamo a vedere questo bel servizio (15 m.) di EURONEWS sulla Polonia e il carbone e le difficoltà per una riconversione energetica verso fonti meno inquinanti:
https://www.youtube.com/watch?v=SrqdaVNOt-c


POLONIA, LA PATRIA DEL CARBONE: MEGLIO IL LAVORO O L’AMBIENTE?
(Trasmissione INSIDERS, da Euronews (https://it.euronews.com/ del 21/12/2018)
SE SULLE 50 CITTÀ PIÙ INQUINATE D’EUROPA, BEN 33 SONO IN POLONIA, allora c’è qualcosa che non va. Serve ben a poco, da parte polacca, smentire categoricamente il collegamento esistente tra inquinamento atmosferico ed estrazione del carbone, ma è evidentemente che l’ancor esistente industria mineraria, soprattutto nella regione della SLESIA, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. Del resto, nonostante la recente conferenza sul clima COP24 di Katowice, in Polonia il carbone è ancora considerato come il vero “oro nero”, che dà lavoro a migliaia e migliaia di persone, nonostante le numerose miniere chiuse negli ultimi anni. E allora diventa veramente difficile scegliere tra la necessità del lavoro e le esigenze dell’ambiente e della nostra salute.
Prendendo spunto dal REPORTAGE REALIZZATO DA VALERIE GAURIAT PER EURONEWS in Polonia, insieme alla collega Sophie Claudet si discute proprio del presente e del futuro della Polonia: IL PAESE PIÙ “CARBONIZZATO” D’EUROPA, HA UN PROGETTO IN DIREZIONE-ENERGIE RINNOVABILI?
Sophie Claudet:
“Valerie, abbiamo visto all’inizio del tuo reportage che le persone si lamentano dell’inquinamento, ma la maggior parte di loro non sembrano preoccuparsi dello smog, eppure sappiamo che uccide 50.000 persone all’anno. Molte città polacche sono tra le città più inquinate del mondo insieme a Pechino e New Delhi…i polacchi sono scettici sul clima? E il governo? Che succede là?”
Valerie Gauriat:
“Beh, c’è ovviamente una certa dose di scetticismo. Le persone che abbiamo incontrato come il leader sindacale, ad esempio, mi hanno detto: ‘non c’è unanimità scientifica sul cambiamento climatico e anche l’accademia polacca delle scienze non è d’accordo con il gruppo internazionale sui cambiamenti climatici per quanto riguarda il legame tra carbone e riscaldamento globale’…quindi sì, c’è scetticismo, ma direi che oltre allo scetticismo, c’è una sorta di fatalismo climatico…vivono li da sempre…però c’è un movimento di attivisti per il clima che sta iniziando a esprimersi anche in Polonia e il Cop24 è stata un’opportunità per farsi notare, ma si trovano di fronte a una lobby del carbone molto potente e ironicamente le aziende minerarie più grandi della Polonia sono stati persino sponsor del Cop24”.
Sophie Claudet:
“Abbiamo visto che l’attaccamento che i polacchi hanno per il carbone è quasi romantico…c’è questa festa a cui partecipi dove vedi che gli ex minatori sono sinceramente commossi di far parte di questo movimento, di questa storia, di questa corporazione”.
Valerie Gauriat:
“Le persone sono orgogliose delle loro tradizioni minerarie, benché i minatori siano stati sempre presi in giro in città come Varsavia; ma in regioni come la Slesia, che dipendono completamente dal carbone, non si riesce a trovare una sola famiglia, che in un modo o nell’altro, non abbia un legame con l’estrazione del carbone…c’è sempre stato qualcuno che ha mantenuto la famiglia lavorando nel carbone o in una società industriale legata all’estrazione del carbone…ma per tutte le persone della zona è veramente un rapporto personale e intimo con il carbone, che è davvero un pezzo importante della loro identità. D’altra parte, c’è anche questa convinzione che il carbone sia un simbolo dell’indipendenza della Polonia. produce tanto, ma deve importare carbone dalla Russia, per esempio…l’opinione pubblica mondiale ormai è contro il carbone, quindi in un certo modo credono che se rinunceranno completamente al carbone, perderanno anche la loro identità, la loro indipendenza politica”.
Sophie Claudet:
“In effetti, ho appena letto un sondaggio in cui si afferma che i minatori in Polonia sono rispettati a livelli paragonabili ai professori universitari e più dei medici e degli insegnanti. Ora la Polonia dice che vuole diminuire la quota di carbone nella sua produzione di energia. Lavorando alle energie rinnovabili. Hai notato qualcosa di concreto quando eri la?”
Valerie Gauriat:
“Sì, ci sono progetti, ma la concezione delle energie rinnovabili è più rivolta all’energia nucleare che altro. Di recente c’è stato un grande dibattito in quanto il governo ha fatto sapere che vuole distruggere tutte le pale eoliche sul territorio e passare alle pale eoliche in mare aperto. E’ ancora una cosa molto discussa e nessuno sa esattamente cosa succederà dopo”.
Sophie Claudet:
“La Polonia fa parte dell’UE, la Polonia trae enorme beneficio dall’essere parte dell’UE e tuttavia non è soggetta alle regole quando si tratta di emissioni di carbonio. Riduzione delle emissioni di carbonio, per essere precisi. Si sta esponendo a sanzioni, multe e controversie legali all’interno dell’UE?”
Valerie Gauriat:
“Beh, la Polonia è stata criticata dalla Corte di giustizia europea per quanto riguarda l’inquinamento e la qualità dell’aria, ma quando si parla di emissioni di CO2 la Polonia vi dirà che rispetta le regole: la Polonia è firmataria dell’accordo Cop21 di Parigi, e così ribadisce che seguirà le regole. Ora, se accadrà o no, se gli obiettivi saranno raggiunti entro il 2030, deve ancora essere dimostrato e quando si tratta di obiettivi più ambiziosi, è chiaro che non si può andare oltre, ma la Cop24 non ha fatto progressi…c’è un accordo per uno status quo sull’accordo di Parigi di Parigi, e per ora non si andrà oltre…in questo senso la Polonia, almeno per adesso, è abbastanza al sicuro”.
(da https://it.euronews.com/)

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IL VERTICE SUL CLIMA

CARBONE, PERCHÉ IL MONDO NON RIESCE A FARNE A MENO?

di Sara Gandolfi, inviata a Katowice, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2018
– La Cina, da sola, consuma la metà della produzione globale. In Europa si fanno già i conti della conversione, rischi sociali connessi –
«La senti la puzza qua fuori, lo vedi il colore del cielo?». Aleksy è uno dei pochi che si ferma, sotto la neve, all’uscita dall’anonimo edificio, in perfetto stile sovietico, accanto alle bandiere ormai stinte di Solidarnosc. «Qui non si respira, ma se chiudono chi ci dà un altro lavoro. Quindi, va bene così…», dice prima di scappar via, come i suoi compagni di lavoro. I minatori di Wujek.
È sotto queste due ciminiere che nel 1981 si è consumato uno dei momenti più drammatici dello scontro fra il sindacato di Walesa e il regime di Jaruzelski. Poco dopo l’entrata in vigore della legge marziale, i miliziani aprirono il fuoco sui minatori e ne uccisero nove. Il dittatore la chiamava «pacificazione».
Oggi le due ciminiere sputano ancora fumo e puzza, a una manciata di chilometri dal centro di KATOWICE e dal palazzone dove centinaia di ministri, sherpa ed esperti hanno discusso, in un’estenuante trattativa targata Onu, di clima e futuro del pianeta. Ironia della geopolitica, il mondo si è ritrovato proprio qui, nella «capitale europea del carbone», a decidere i destini dell’accordo di Parigi del 2015.
E il carbone, motore dell’era industriale, è diventato «l’elefante nella cristalleria dei negoziati sul clima», come dice il Wwf. Il fallimento è dietro l’angolo. E sul banco degli imputati — assieme a Trump e alla Russia — finisce anche la Polonia, che ha ospitato il vertice e ancora ottiene l’80 per cento della sua energia dalle centrali a carbone. Il presidente Andrzej Duda lo ha ribadito: «Non uccideremo le nostre miniere».
Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Perché è così difficile abbandonarlo? «Perché ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra.
Potenti compagnie, sostenute da governi potenti, spesso sotto forma di sussidi statali, si affrettano ad espandere i loro mercati prima che sia troppo tardi», ha risposto il New York Times con una recente inchiesta. «In Europa si stanno facendo grandi sforzi per abbandonarlo. L’Italia è un buon esempio, la Gran Bretagna se ne è ormai liberata quasi completamente — spiega Luca Bergamaschi, esperto del think tank europeo E3G e dell’Istituto Affari Internazionali —. Nonostante i proclami di Trump, perfino in Usa la produzione di elettricità dal carbone ha raggiunto i minimi storici».
Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite di +1,5°, entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma bisogna fare i conti con l’Asia. La Cina, da sola, consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
In Europa, invece, si fanno già i conti della conversione, rischi sociali connessi. Lo ha ricordato a Katowice SVENJA SCHULZE, ministro dell’Ambiente della Germania, che ha chiesto un aumento dei fondi dell’Ue a supporto di una «giusta transizione» per evitare che «la gente indossi i gilet gialli».
Trentatré delle città più inquinate d’Europa sono in Polonia. I vecchi non si lamentano. «Prima era molto peggio — assicura Andrej, che in miniera lavora da oltre trent’anni —. In epoca sovietica, eravamo tutti ammalati». «Il carbone prodotto qui in Alta Slesia ha avuto un’importanza strategica sia per la Germania che per la Polonia. Nessuno, fino a quarant’anni fa, si era mai preoccupato dell’ambiente», spiega lo storico KAROL CHWASTEK. Anche suo padre era minatore, come quasi tutti i padri dei giovani di Katowice. Lui, invece, si è laureato e ora lavora al Museo di Wujek.
Dopo la fine del comunismo, quasi la metà delle miniere dell’Alta Slesia sono state chiuse. Gli impiegati del settore sono passati da 300 mila a 80 mila in tutta la Polonia. Anche perché il carbone polacco non è di buona qualità né economico da estrarre. Costa meno importare quello della Russia. A Wujek è rimasta l’ultima vena, a 630 metri di profondità. «Quando finisce, si chiude», conferma Karol, senza rimpianti: «Il carbone è la nostra storia, non il nostro futuro».
L’architettura sovietica dà i primi segni di cedimento. E non è solo colpa dell’usura del tempo, secondo JOANNA FLISOWSKA del Climate Action Network: «Nella città di Bytom, costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano il collasso». La fine di un’era? (Sara Gandolfi)

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SOS TERRA FERMIAMO L’APOCALISSE

da L’ESPRESSO 30/12/2018
A qualcuno piace caldo. A Satana, per esempio. È nota la preferenza diabolica per le alte temperature e lo ha ricordato all’Italia, se non al mondo, il capo di gabinetto del ministro leghista Lorenzo Fontana. Cristiano Ceresani ha individuato nell’anti-Cristo il responsabile del cambiamento climatico, contro il parere dello stesso pontefice che in Laudato sì, enciclica pubblicata nello stesso anno degli accordi di Parigi sul “climate change” (2015), attribuisce il disastro prossimo venturo a «una conseguenza drammatica dell’attività incontrollata dell’essere umano». Ma Francesco che ne sa? Nel contesto politico dilagante, in Italia e nel mondo, uno vale uno e chi ha sorriso della rivelazione tv di Ceresani dovrebbe pensarci due volte.
La Cop24, la ventiquattresima conferenza sul clima tenuta in dicembre a Katowice in Slesia, nel cuore dell’Europa a trazione sovranista, è stata una partita dal risultato incerto. Per alcuni è stata una vittoria, per altri un pareggino. Per Greta Thunberg, quindici anni e grinta da leader, è un trionfo dell’ipocrisia e una sconfitta del futuro. «Bisogna tirare il freno a mano», ha detto la studentessa svedese dal palco di Katowice ricordando gli impegni presi tre anni fa a Parigi per salvare il pianeta da una catastrofe a puntate. Le emissioni di Co2 sono in crescita costante e il 2018 sarà peggio del 2017.
«L’unico momento in cui le emissioni sono scese è stato il biennio della crisi 2008-2009», dice Marco Bindi dell’università di Firenze, uno degli italiani autori dell’allarmante rapporto Onu-Ipcc pubblicato in ottobre. Eppure a giugno del 2017 Donald Trump ha annunciato di volere uscire dagli accordi di Parigi sul clima e in occasione dei catastrofici incendi in California dello scorso novembre se l’è presa con le guardie forestali Usa minacciando di revocare i fondi federali. In Polonia ha mandato una delegazione a sostenere i grandi benefici dei combustibili fossili che stanno ammazzando il pianeta. Intanto i rappresentanti di Vanuatu, lo stato del Pacifico meridionale che sta già finendo sott’acqua, accusano di sabotaggio i negazionisti.
«L’obiettivo delle zero emissioni nel 2050 è ancora raggiungibile», dice Paolo Bertoldi del Joint research centre (Jrs) dell’Ue e coautore dell’allarmante rapporto Onu-Ipcc uscito in ottobre. «Certo non sarà facile. Se si va oltre un aumento di 1.5° tutti i fenomeni si moltiplicheranno per intensità e frequenza. Il Mediterraneo si riscalderà mettendo a rischio la biodiversità con un impatto importante sui sistemi produttivi italiani. C’è ancora molto da fare dal lato dei trasporti, delle biomasse, dell’assorbimento del carbonio ed è difficile capire che cosa fanno i singoli paesi. Di sicuro ognuno di loro è titolare di una quota di emissioni e ognuno di loro gioca ad aspettare i movimenti delle superpotenze».
La contrapposizione fra negazionisti e realisti si ripropone da cinquant’anni ossia dalla fondazione del primo gruppo di studiosi del clima nel 1968. È il CLUB DI ROMA, nato su iniziativa del torinese Aurelio Peccei, ex partigiano di Giustizia e libertà diventato industriale e manager Fiat. Quattro anni dopo, anche grazie a un finanziamento di 50 mila dollari da parte della Volkswagen, usciva “LIMITS OF GROWTH”, vero e proprio libro della Genesi per gli studi sul cambiamento climatico a firma di quattro scienziati del Mit poco più che ventenni: gli statunitensi William Behrens, Donella e Dennis Meadows e il norvegese Jørgen Randers.
“Limits of growth”, tradotto in trenta lingue con 30 milioni di copie vendute, ha polarizzato fin dall’inizio il dibattito. Con loro grande sorpresa gli scienziati del Mit si sono visti classificare come eversori bolscevichi o, nella migliore delle ipotesi, come seguaci del teorico del controllo demografico, l’inglese Thomas Robert Malthus. Se si pensa alla definizione dell’ultraliberista Friedrich Hayek, che definisce l’economia del capitale come il diritto di «produrre, vendere e comprare tutto ciò che è suscettibile di essere prodotto, venduto e comprato», l’accusa ha un vago fondamento.
Un pilastro della critica marxista si basa sulla dinamica di crescita esponenziale del capitalismo che non può conoscere «alcun limite morale o naturale». I riflessi di questo antagonismo vennero replicati con le critiche di Ronald Reagan a “Limits of growth” durante il discorso di insediamento del suo secondo mandato (1985). IL successore di Reagan alla Casa Bianca, George Bush senior, fu ancora più esplicito nel discorso alla conferenza mondiale di Rio de Janeiro, lo Earth Summit del giugno 1992: «Venti anni fa alcuni parlarono dei limiti dello sviluppo. Oggi sappiamo che lo sviluppo è amico dell’ambiente».
Oggi la divisione ideologica resta netta. Jair Bolsonaro, neopresidente del Brasile, promette di travolgere ogni resistenza ambientalista sullo sfruttamento intensivo dell’Amazzonia. In Europa i quattro del gruppo di Visegrad (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria) sono schierati su una posizione non interventista verso la minaccia ambientale mentre il movimento francese dei gilet gialli contro la carbon tax sul carburante introdotta dal governo Macron è stato strumentalizzato da Marine Le Pen fin da prima degli scontri di piazza che hanno portato a oltre 2 mila arresti e hanno obbligato Macron alla retromarcia. Il presidente francese aveva già perso a fine agosto una pedina prestigiosa della sua squadra di governo, il ministro della Transizione ecologica Nicolas Hulot, dimissionario perché deluso dall’immobilismo dell’esecutivo.
In Italia, si segnalano gli scetticismi di Beppe Grillo sulla strage di alberi in Veneto e Friuli, nonostante il ministro grillino dell’Ambiente Sergio Costa, in visita a Katowice fino al 13 dicembre, abbia una posizione sensibile ai temi del cambiamento climatico. Che poi l’ex generale protagonista delle indagini sulla terra dei fuochi in Campania riesca a tradurre la teoria in pratica di governo è un altro discorso. Per adesso al suo attivo c’è un accordo sul clima con gli Emirati Arabi in settembre, una posizione contraria agli inceneritori chiesti dall’alleato leghista e una proposta di mettersi all’avanguardia dell’Ue nella riduzione delle emissioni. La buona volontà non basta e viene dopo il consenso. Il tentativo grillino di inserire in manovra un’ecotassa sulle utilitarie da trasformare in bonus per l’acquisto di auto ecologiche è stato bocciato in un batter d’occhio da parte dell’alleato di governo Matteo Salvini («con il sostegno della Lega non passerà mai») e del comparto produttivo una volta tanto unito nella lotta tra imprenditori, Fca in testa, e una larghissima parte del sindacato.
DITTATORI REDENTI
Con questi dati di cronaca, il tema politico è se la democrazia sia il sistema più efficace per contrastare il cambiamento climatico in una finestra così stretta di anni utili per intervenire. Dennis Meadows, coautore di “Limits of growth” e del sequel del 1992 “Beyond the limits”, propende a malincuore per il no.
Oggi la risposta più energica in termini di contrasto al “climate change” viene, a sorpresa, dalla Cina post-maoista che ha annunciato il grande balzo in avanti per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi (-40 per cento di emissioni di gas serra entro il 2030). Il governo di Pechino, pecora nera dell’inquinamento su scala mondiale, investirà 2500 miliardi di yuan (circa 317 miliardi di euro) nella lotta al Co2 entro il 2020 creando 13 milioni di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili.
L’India del democratore Narendra Modi sta mobilitando capitali pubblici e soprattutto privati con l’obiettivo di portare al 57 per cento la produzione di elettricità da fonti pulite entro il 2027. Nella lista degli investitori ci sono colossi come il gruppo Softbank del tycoon giapponese Masayoshi Son (20 miliardi di dollari nell’energia solare) e i francesi di Edf con 2 miliardi di dollari da investire nelle rinnovabili in India.
In parallelo, il subcontinente ha bloccato l’apertura di nuove fabbriche alimentate a carbone e sta incentivando l’uso di veicoli elettrici. Il primo e il secondo fra i paesi più popolati e più inquinati al mondo si stanno muovendo con una forza d’urto proporzionale alle loro dimensioni e applicando processi decisionali molto abbreviati. Così non stupisce che il Marocco sia finito nella parte alta all’elenco compilato a ottobre dal gruppo di ricerca Climate action tracker. Il regno di Mohammed VI è all’avanguardia nell’applicazione di Parigi 2015 e punta a quota 42 per cento da energie rinnovabili entro il 2020 grazie alla costruzione del più grande impianto di energia solare del mondo.
L’unico altro paese che ha la possibilità di raggiungere l’obiettivo di un aumento di soli 1,5° di temperatura è il Gambia. Buoni propositi a parte, l’Italia fatica a emergere nelle classifiche della compliance ambientale. Secondo l’analisi di Climate action su 56 paesi, la Svezia guida la graduatoria con un punteggio vicino a 75 punti su 100 ottenuto con una politica che mira a emissioni zero entro il 2045. Seguono Lituania, Marocco e Norvegia.
L’Italia è sedicesima dopo India e Francia. I peggiori cinque sono gli Stati Uniti di Trump, seguiti da Australia, Corea del Sud e Iran. Ultima è l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman. A marzo del 2017 era andata peggio. In un’altra classifica, quella del Climate leader board dell’Ue, l’Italia era penultima a pari demerito con altri sei paesi e la Polonia delle miniere di carbone ultima. Al tempo il governo Gentiloni e il suo ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, venivano segnalati fra quelli che «spingevano per indebolire la proposta della Commissione europea» sull’applicazione degli accordi di Parigi.
LA FINANZA VOTA VERDE
I predicatori del Cop 24 a Katowice si sono trovati fra l’incudine del potere governativo, il cui indice di gradimento finale è la creazione di posti di lavoro, e le imprese private, che hanno il profitto come parametro di giudizio finale. Le due istanze possono convergere verso una economia pulita capace di dare una spinta alla crescita valutata da uno studio della Global Commission on the Economy and Climate in 26 mila miliardi di dollari.
Il rapporto dell’Ipcc pubblicato in ottobre, una sorta di vademecum intermedio fra il quinto assessment (2014) e il prossimo in uscita nel 2022, sottolinea che l’investimento annuale in opere di mitigazione necessarie a contenere l’aumento delle temperature a quota 1.5° è stimabile in 900 miliardi di dollari da qui al 2050. Riferito al pil globale (74,5 trilioni di dollari nel 2016 contro 87,5 previsti per il 2018), la cifra oscilla poco sopra l’1 per cento.
Un report recente di Bank of America-Merrill Lynch ipotizza che l’impegno contro il riscaldamento globale potrebbe creare 65 milioni di posti di lavoro. Tra i più sensibili al tema ci sono proprio gli investitori privati cioè quelle istituzioni finanziarie, fondi, società di asset management e banche di investimento che hanno l’utile come stella polare.
A giugno del 2018, quattro mesi prima che l’Ipcc lanciasse l’allarme, entità private che insieme gestiscono un patrimonio da 26 trilioni di dollari hanno chiesto ai paesi del G7 di aumentare il loro impegno contro il cambiamento climatico. A guidare la consorteria era, non certo a caso, il colosso della banca assicurazione Allianz che, come l’intero settore, si trova in prima fila a pagare i danni delle devastazioni indotte dai gas serra.
E sono già passati dieci anni da quando un gruppo di fondi pensione svedesi ha chiesto alla Banca Mondiale di elaborare il primo “green bond”, un’obbligazione ambientalmente corretta che ha raccolto 500 miliardi di dollari a oggi. Secondo dati raccolti da Bloomberg, nel 2017 i bond verdi hanno raggiunto vendite record nell’ordine di 160 miliardi di dollari.
La finanza Usa ha già accettato di fare i conti con i disastri ambientali prossimi venturi dopo una serie di uragani, da Sandy nel 2012 a Florence nello scorso autunno. Ad aprile la newsletter di Jp Morgan asset management sull’energia ha indicato come possibile investimento la costruzione della barriera per proteggere le coste di New York e di parte del New Jersey (2,7 milioni di dollari al metro) sottolineando che i fondi pubblici non basteranno a pagare il conto e si dovrà ricorrere a emissioni obbligazionarie o ad appalti ai privati.
Le Seychelles, che sono minacciate da vicino come tutti gli stati composti da piccoli arcipelaghi, hanno da poco emesso il primo “blue bond” a sostegno di progetti di tutela dell’ambiente marino. Lo stesso ha fatto Fiji. Fanny Mae, l’istituto di credito fondiario Usa scampato al fallimento durante la crisi dei subprime del 2008-2009, ha raccolto oltre 27 miliardi di dollari nel 2017 dalla vendita prodotti finanziari verdi.
Naturalmente non manca la speculazione ai limiti dello sciacallaggio di chi sta facendo incetta di terreni a basso prezzo in zone interne vicine ai paradisi immobiliari, come la Florida, destinati a subire l’impatto di tifoni, nubifragi e inondazioni sempre più frequenti. Per alcuni la distruzione può essere un affare da trasformare in cash a breve termine. Ma resta il fatto che le iene della finanza e del real estate andranno a raccogliere quanto seminato da una politica urbanistica irresponsabile. In inglese si chiama Urban-wildland interface. Sono le megaresidenze dei ricchi costruite in zone isolate, in mezzo alla natura e lontano dai centri di soccorso. Per un’ironia della storia le ville delle star di Hollywood, da Will Smith a Lady Gaga, da Orlando Bloom a Miley Cyrus, sono esposte al pericolo ambientale quanto le palafitte sull’Oceano lungo la costa dell’India orientale e del Bangladesh.
DOPPIO FORNO CON CO2
La svolta ambientalista dei giganti Cina e India è uno dei pochi segnali che inducono all’ottimismo dopo il vertice di Katowice insieme all’approvazione di un libro delle regole e delle sanzioni che è il nuovo punto di riferimento internazionale.
Bisogna però fare i conti con una certa quota di ipocrisia e di politica del doppio forno. La neovirtuosa Cina non mostra alcuna intenzione di sospendere gli investimenti nel turismo che stanno cambiando faccia alla costa in Cambogia e Vietnam.
Poi ci sono quelli che virtuosi non sono e forse non possono essere. I produttori di petrolio sono di solito agli ultimi posti nella classifica dell’economia pulita. È il caso dell’Iran e del suo nemico acerrimo, l’Arabia Saudita. Il reggente Mohammed bin Salman punta a investire 500 miliardi di dollari nella costruzione di Neom, la nuova smart city sulla costa nordoccidentale che porterebbe alle stelle i consumi energetici a combustibile fossile. Dopo l’assassinio su commissione del giornalista Jamal Khashoggi, le perplessità degli investitori internazionali di archistar come Norman Foster hanno messo in stand-by Neom e l’altro colosso caro a Mbs, una centrale solare da 200 miliardi.
Fra i re del petrolio c’è la Norvegia di Jørgen Randers, uno degli autori di “Limits of growth”. Il regno scandinavo deve il suo benessere alla rendita del brent, il greggio del Mare del Nord che ha riempito le casse del più ricco fondo sovrano del mondo, il Norge bank investment management (oltre mille miliardi di dollari di valore). Una piccola parte di questa somma (50 milioni di euro) è finita nella banca dei semi agricoli, piantata in un bunker sotto il pack delle isole Svalbard. Ma fa uno strano effetto che uno dei paesi leader nella transizione verso le emissioni zero sia anche uno dei maggiori produttori globali di inquinamento. Un effetto ancora più strano ha suscitato la nota spese dello zar norvegese dell’ambiente presso l’Onu, Eric Solheim, costretto alle dimissioni a fine novembre per 500 mila dollari di aerei e alberghi.
DISSESTO ITALIA
Per restare alle contraddizioni dell’Europa, il gruppo a guida indiana e sede lussemburghese Arcelor Mittal ha da poco perfezionato l’acquisto dell’ormai ex Ilva di Taranto. Il governatore regionale Michele Emiliano si è visto rimandare al mittente la richiesta di decarbonizzare lo stabilimento. «Non c’è sostenibilità aziendale, se non lavoriamo sul carbone», ha tagliato corto il nuovo amministratore delegato Matthieu Jehl. Il manager ha poi mitigato l’impatto delle sue dichiarazioni con la promessa di investire 1,15 miliardi in bonifiche e di ridurre l’emissione di Co2 del 15 per cento. Il presidente Aditya Mittal ha poi chiarito che servono standard “verdi” uguali per tutti.
Su scala generale il Mediterraneo è, a parere unanime degli scienziati, uno dei punti più critici per il cambiamento climatico: acidificazione del mare, sommersione delle coste, spostamento verso a nord della fascia climatica temperata e conseguente desertificazione con danni all’agroalimentare e alla pesca, settori importanti dell’economia nazionale. L’Italia ha, in più, la spada di Damocle del rischio idrogeologico. Combinando i dati più recenti di Istat e Ispra, l’istituto per la protezione e la ricerca del ministero dell’ambiente, il riassunto è il seguente. Case abusive: 20 per cento (50 per cento al Sud). Comuni a rischio idrogeologico (frane e alluvioni): 91 per cento. Quota del territorio complessivo esposta a massimo rischio: 16,6 per cento. Residenti nei territori vulnerabili: 7 milioni di persone con massima concentrazione in Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Lombardia, Veneto e Liguria. Beni culturali minacciati: 38 mila.
Il Wwf ha chiesto invano al governo una conferenza nazionale sui cambiamenti climatici. Tradizionalmente, la politica italiana sceglie poco e male. Il caso delle inondazioni che minacciano il sito di stoccaggio di rifiuti radioattivi di Saluggia è parte di anni di indecisione sul deposito nazionale delle scorie nucleari, con i ministeri (Ambiente e Sviluppo) titubanti su una decisione impopolare. Quando invece si tratta di investire miliardi di euro i appalti fuori controllo per opere di dubbia utilità come il sistema delle dighe mobili a Venezia, la città d’arte più direttamente minacciata dall’innalzamento delle acque, lo Stato dona generosamente. «Io che ho combattuto il Mose perché la considero una pazzia ingegneristica», dice Luigi d’Alpaos dell’università di Padova, «non vedo l’ora che inizi a operare per capire se funziona o no. È vero che gli studi sul cambiamento climatico sono basati sulle modellazioni, che hanno un limite. Ma in laguna l’innalzamento delle acque è un fatto empiricamente dimostrato. Qui la domanda non è se il Mose possa reggere questo aumento di livello, perché la risposta è che può. Il punto è che in queste condizioni non sono più credibili le previsioni sul numero delle manovre e sulla durata delle chiusure, che sono destinate a crescere. Se la laguna resta sbarrata per due o tre giorni, diventa anossica con danno per la fauna. Inoltre, cade l’idea di salvare la portualità veneziana. Nessun armatore spedisce una nave a Venezia perché stia giorni davanti alle dighe chiuse. Gli olandesi, che dovevano sbarrare il canale dal mare fino al vecchio porto di Rotterdam, hanno scartato la soluzione delle dighe mobili perché aveva costi di gestione e manutenzione insostenibili». (editoriale de “L’Espresso”, 30/12/2018)

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SE LA CRESCITA È INSOSTENIBILE

di Marco Pacini, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– È l’obiettivo di ogni economia. Ma c’è chi avverte: il suo tempo è finito –
Michelangelo e il pipistrello. Dovremmo ispirarci a questi due modelli per provare ad alleggerire l’impronta ecologica di ogni essere umano, salvando il pianeta. O meglio: la possibilità della nostra specie di vivere su questo pianeta. La proposta di Gianluca Cuozzo, filosofo-“ecosofo” dell’Università di Torino, può sembrare singolare. Proviamo a seguirla.
«La mia proposta teorica è di una totale revisione del modello tradizionale di azione, cioè il modello rettilineo, che mira a produrre effetti a partire da strumenti e non entra mai nel problema costi-benefici», spiega il filosofo impegnato da anni su un fronte interdisciplinare di studi sul rapporto uomo-ambiente (un titolo su tutti: “La filosofia che serve. Realismo. Ecologia. Azione”).
Quel modello tradizionale, che è poi il modello della civiltà in cui siamo immersi – argomenta Cuozzo – può produrre effetti molto negativi. Ecco allora il nuovo modello di azione e i due “personaggi” che il filosofo chiama in scena per indicarci la via: il primo è MICHELANGELO, il Michelangelo scultore, «perché tematizza il proprio operare come affetto da una colpa che è persistente nella sua azione di artista. Sapeva che il progetto originario spesso non trova spazio nella pietra, era un artista in revisione continua rispetto alla materia, metteva in conto di dover rifare sempre tutto daccapo».
E poi c’è il PIPISTRELLO, «che supera il paradigma visivo con cui noi ci orientiamo con un paradigma acustico: emettendo a bassa frequenza impulsi acustici continui è in grado di trovare in ogni istante segnali in grado di orientare la sua azione, di registrare le variazioni dell’ambiente; in questo modo il pipistrello ridefinisce in ogni istante la sua strategia di caccia valutandola in termini di costi-benefici.
Insomma si tratta di azioni sistemiche che prevedono una ridefinizione continua in relazione alla variazione ambientale». L’obiezione sembra a portata di mano: cos’altro sono, per esempio, l’Agenda 2030 firmata nel 2015 da tutti i Paesi Onu, o l’Action Plan varato lo scorso marzo dalla Commissione europea, se non una ridefinizione costante dell’agire politico ed economico verso uno sviluppo sostenibile? E l’impegno di studiosi, organizzazioni e Stati verso l’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” non è una ridefinizione di strategia dettata dalla variazione ambientale?
Probabilmente no, secondo Michelangelo e il pipistrello. O almeno non sufficiente per uscire dalla gabbia psicologica e culturale che ci impedisce di vedere l’orlo del cratere, quello oltre il quale le parole “crescita” e “sostenibilità” potrebbero diventare incompatibili nei fatti, piuttosto che negli studi dei “decrescisti”. Perché il rischio, se stiamo a quanto segnala ormai da tempo una sempre più nutrita schiera di scienziati, economisti, filosofi, è che la romantica prospettiva di una decrescita “felice” venga sostituita da una decrescita veloce. E obbligata, sotto la spinta del conto sempre più pesante che la biosfera presenta all’economia del carbonio.
E si arriva al punto. Alla domanda che anche gli attori dell’economia globale più attenti al “grido” della biosfera, vorrebbero evitare: PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”?
Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi. Da quando NICHOLAS GEORGESCU-ROEGEN indicò la strada obbligata verso una bio-economia proprio partendo dalla contraddizione tra crescita e sostenibilità, imposta dalle leggi della fisica. Ma ce lo immaginiamo un intervento contro la crescita a un tavolo dell’Ecofin? O un ministro dell’Economia di qualsiasi colore e di un qualsiasi Paese che metta in dubbio la bontà della “crescita”?
Evidentemente no. «Perché c’è una rimozione del problema a livello politico», sostiene Bonaiuti, che aggiunge: «Il fatto che se ne parli con fatica è anche comprensibile: in un’economia finanziarizzata è chiaro che tutto funziona se nessuno sa quando avverrà il clash. Un’economia che si basa in larga misura su strumenti finanziari, vale a dire su aspettative di reddito futuro, non può dire a sé stessa in modo palese e dall’oggi al domani che di fatto è già in decrescita. I mercati non gradirebbero».
L’antropologo norvegese THOMAS HYLLAND ERIKSEN ha parlato della contraddizione, dell’ossimoro “crescita sostenibile” facendo addirittura ricorso al concetto chiave degli studi sulla schizofrenia, quello di “doppio legame”: «nel mondo dell’Antropocene e della crescita neoliberista fuori controllo», ha scritto Eriksen, «il doppio legame tra crescita e sostenibilità è una contraddizione fondamentale. Sembra impossibile avere entrambe le cose».
Che è un po’ come dire che di fronte agli sconvolgimenti causati dal riscaldamento globale, bene che vada (tolto il “male” rappresentato da Trump e i tutti i negazionisti) siamo schizofrenici.
Troppo drastico? Forse. «Ma sicuramente», interviene ancora GIANLUCA CUOZZO, «abbiamo un problema di fossilizzazione con la crescita: viene vista come un dato mitico, come qualcosa che non può essere messo in discussione. E questo consegue dal fatto che la storia, nella nostra visione politica ed economica e nel nostro modello di organizzazione socioeconomica, può essere descritta con la categoria della necessità.
Il nostro modus vivendi è necessario, mentre la natura è diventata contingente, ribaltando le concezioni filosofiche che hanno sempre connotato queste due realtà. La natura in tutta la storia del pensiero era vista come ciò che è il necessario, presupposto inalienabile dell’esistente, mentre la storia era contingente».
«Il passaggio, il rovesciamento», prosegue il filosofo, «è avvenuto con il predominio della ragione e della tecnica a partire dal tardo Settecento e ha trovato sempre più possibilità di affermarsi con le rivoluzioni tecnologiche. Il trionfo della tecnica ha riconfigurato il nostro paesaggio naturale. Pensiamo di poter sopravvivere alla distruzione del pianeta. I film distopici ci parlano di questo, un genere umano che sopravvive al dato di natura».
Nonostante la maggior parte degli economisti ortodossi rimangano convinti che la crescita sia la soluzione e non il problema, soprattutto attraverso gli investimenti in tecnologie pulite, la “scuola della contraddizione” insiste nel segnalare l’errore sistemico figlio dell’ideologia del Progresso economico che ha sempre ignorato la finitezza dell’ecosistema. E indica in una rivoluzione culturale radicale la via d’uscita. «Si tratta, né più né meno, di uscire dall’economia», ha scritto SERGE LATOUCHE.
Parole che suonano come un rovesciamento del “Tina” (There is no alternative), il motto con cui il tatcherismo cantava le magnifiche e inevitabili sorti del turbocapitalismo e del pensiero unico ultraliberista. «Fuoruscita dall’economia», spiega Bonaiuti, «significa per Latouche uscire dall’immaginario economico, è un invito a non immaginare la crescita materiale come un meglio ontologico».
Ma anche ammettendo che la via radicale indicata dai decrescisti e negatori della sostenibilità di ogni crescita sia quella giusta, siamo in tempo? «Se vuol dire siamo in tempo a trovare una soluzione all’interno del paradigma economico dominante, probabilmente no», conclude Bonaiuti, «in ogni caso io credo che sia necessario impegnarsi subito nella transizione perché come ci dicono gli scienziati abbiamo una finestra di una decina d’anni: qualcosa si può fare per evitare un botto troppo violento e rapido. Ma non saranno i politici a capirlo. La società sarà la prima a reagire, prima ancora che la biosfera ci presenti il conto». (Marco Pacini)

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HO IL MAL DI CLIMA

colloquio con PAOLO VINEIS di FRANCESCA SIRONI, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– L’impatto sanitario è già evidente. A cominciare da Paesi come il BANGLADESH. Parola di epidemiologo –
Fra le righe di accordi, norme, e programmi sul clima, bisognerebbe ricordarsi sempre di legare ogni parola, ogni non-azione, ogni tentativo di rimandare gli interventi necessari, alle conseguenze che la crisi ha. Non solo sul pianeta.
Ma sulla salute stessa degli uomini. Studiare l’impatto del cambiamento climatico sulle persone, approfondire la relazione fra ambiente, Dna, e benessere, è il principale mestiere di PAOLO VINEIS, epidemiologo, professore all’Imperial College di Londra e una delle voci internazionalmente più autorevoli sul tema. Autore, fra le altre cose, di “SALUTE SENZA CONFINI, LE EPIDEMIE AL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE”, sta coordinando “LIFEPATH”, un grande progetto di ricerca finanziato dall’Unione europea sulla relazione fra condizioni economiche e aspettative di una vita sana. Uno degli ultimi risultati, pubblicati su Lancet, porta in primo piano, ad esempio, il rapporto fra il crescere in quartieri svantaggiati e il rischio di sviluppare il diabete fin da bambini.
Insieme a ROBERTO CINGOLANI, direttore scientifico dell’Istituto italiano di Tecnologia di Genova, e LUCA CARRA, sta preparando invece un nuovo libro sulle domande che è necessario porci per prevenire il degrado ambientale, e le malattie connesse.
Come guarda a Katowice professore?
«Con preoccupazione. Come ho scritto in un intervento pubblicato su “Scienzainrete” poco fa, il miglior alleato del cambiamento climatico in questo momento è il populismo. È da 30 anni che il mondo scientifico è compatto nel mostrare effetti e cause del cambiamento climatico. Dal fronte della scienza quindi non ci sono più dubbi: i segnali sono allarmanti, punto. Eppure la politica continua a titubare, a prendere tempo. Con la consueta miopia, amministratori e leader cercano di negare, ridurre, ritardare azioni ormai onerose e urgenti. Per questo come scienziati abbiamo il dovere di farci sentire con ancora maggior forza».
Da quanto tempo si occupa di questo?
«Ricordo perfettamente la prima volta in cui ascoltai Anthony Mc Michael, un gigante dell’epidemiologia mondiale. Eravamo a un convegno a Firenze, 20 anni fa. Presentava studi pionieristici sulla relazione fra salute e cambiamento climatico. All’epoca era considerata una questione di nicchia. Ora è un settore fondamentale di ricerca, a cui ci siamo dedicati, anche insieme, negli anni successivi».
Una delle sue pubblicazioni più note riguarda il rapporto fra innalzamento del livello del mare e ipertensione in Bangladesh. Di che si tratta?
«Tutto nasce da una mia studentessa del Bangladesh, rimasta poi all’Imperial College dopo il dottorato. Portò dei dati sull’eccesso di ricoveri per eclampsia, una malattia dovuta all’ipertensione, fra le donne incinte in una zona costiera del Paese. Decidemmo di approfondire, e in collaborazione con l’università locale e una grande istituzione di ricerca di Dhaka dimostrammo che il problema era molto più ampio. Per l’innalzamento del livello del mare e la contemporanea riduzione dell’afflusso dei fiumi, la concentrazione di sale nell’acqua dolce è aumentata notevolmente. Una delle conseguenze sono i problemi di ipertensione nei residenti, per i quali si tratta dell’unica acqua potabile a disposizione».
È un collegamento diretto fra cambiamento climatico e malattia.
«Sì. Anche se si lega a un altro tema chiave, da considerare sempre quando si parla di cambiamento climatico: l’accesso alle risorse. Paesi come l’Olanda si difendono dallo stesso rischio (che l’acqua marina infiltri le riserve idriche) attraverso misure di contenimento. Israele ha messo in campo importanti impianti di desalinizzazione. Sono tecnologie efficaci, certo, ma costose. Che il Bangladesh non può certo permettersi. E non dobbiamo dimenticare un’altra conseguenza finale di questo processo. Le malattie, la fame, le sofferenze che il cambiamento climatico causa in un paese come il Bangladesh sono all’origine dell’emigrazione di massa. Così come avviene in molte altre parti del mondo, dove il riscaldamento globale, senza le tecnologie “dei ricchi”, fa sentire con più forza i propri effetti, portando alle migrazioni».
Quali altre conseguenze vanno citate?
«Parlando di salute, ci sono effetti diretti come quelli delle alluvioni: che causano morti, feriti, distruzione. A loro volta, le devastazioni di impianti per le alluvioni portano a effetti secondari come l’inquinamento dell’acqua. Poi ci sono tutte le conseguenze indirette della crisi climatica. Penso agli effetti delle siccità sulla produzione e la qualità degli alimenti. Oppure alle malattie infettive e parassitarie, che espandono il proprio territorio per il cambio di habitat dei vettori. Basti pensare alla malaria, ad esempio, che ora si è estesa anche all’altopiano etiope. O alla nuova diffusione della dengue. Queste alterazioni sono poi esacerbate, chiaramente, dall’abuso del territorio e dall’inquinamento atmosferico. Mc Michael parlava a riguardo, giustamente, di “sovraccarico del pianeta”».
Inquinamento, ambiente, salute. Lei è una delle voci note di un ramo scientifico relativamente nuovo che correla questi elementi, l’epigenetica. Ci spiega?
«Fino a qualche anno fa si dava grande enfasi al genoma, cioè alla sequenza delle basi del Dna, per trovare la chiave di malattie croniche come i tumori. Malattie dovute però nel 90 per cento a fattori non ereditari. Negli ultimi anni la separazione si è attenuata, e si studiano le interazioni tra ambiente e Dna. L’epigenetica ha a che fare proprio con questo: come l’ambiente lasci le sue tracce sul Dna. Provo a fare un esempio: i geni, per esprimersi, utilizzano i gruppi metilici. Un eccesso di questi gruppi reprime l’espressione di uno specifico gene; una carenza invece lo favorisce. Ricerche sul fumo di sigaretta hanno dimostrato che fumare riduce i gruppi metilici del gene Ahrr, cruciale nel regolare il rapporto fra interno della cellula e esterno. La ridotta metilazione del gene causa a sua volta una cascata di eventi cellulari a valle, che può essere recuperata nel tempo (può essere reversibile) ma può anche contribuire all’insorgenza di un tumore del polmone. Un nostro studio ha misurato invece l’impatto della classe sociale sulla metilazione di una serie di altri geni, coinvolti nella reazione allo stress. La nostra salute, il nostro Dna, sono condizionati dall’ambiente. Non solo quello naturale, ma anche quello sociale».

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SCENARI FUTURI

IN CHE MODO I CAMBIAMENTI CLIMATICI INFLUIRANNO SULLA NOSTRA SALUTE
di Cristina Marrone, da “il Corriere della Sera” del 4/12/2018
– Diversi studi mettono in correlazione il riscaldamento globale con aumento dell’asma, dell’ictus, del diabete e di pericolose infezioni batteriche. Sempre più diffuse zecche e zanzare, portatrici di gravi malattie. E gli eventi atmosferici estremi possono fare davvero male –
20 ANNI O SARÀ TROPPO TARDI
«Il tempo stringe e ad essere a rischio è la vita della Terra: tra 20 anni — due generazioni — potrebbe essere troppo tardi per salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell’uomo e dei territori». È questo l’allarme lanciato da Walter Ricciardi, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Changedi Roma. «Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l’anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito. Si corre il rischio — ha detto mentre è in corso in Polonia la Conferenza internazionale sul clima Cop24 — che i nostri nipoti non possano più stare all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature». Il mondo è «totalmente fuori rotta», ha detto anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in occasione dell’apertura ufficiale del vertice COP24.
IL RISCALDAMENTO GLOBALE
Un nuovo rapporto del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite annuncia gravi conseguenze se i governi di tutto il mondo non metteranno in atto «cambiamenti rapidi e di ampia portata senza precedenti» per arginare il riscaldamento globale. Ma il pianeta non è l’unica cosa a rischio con le temperature che salgono: anche la salute viene messa in pericolo. Di fatto i cambiamenti del clima fanno più danni alla salute che la povertà e le guerre e le previsioni per il futuro sono nefaste
AUMENTO DI ZANZARE E ZECCHE PORTATRICI DI MALATTIE
I climi caldi e umidi forniscono l’ambiente perfetto per il proliferare di zecche, zanzare e altri organismi. Un mondo sempre più caldo potrebbe far crescere il rischio di diffusione di malattie trasmesse proprio da questi vettori. Un rapporto del 2017 del The Medical Society Consortium on climate anche health ha avvertito che «le zanzare che portano malattie come il West Nile o la febbre Dengue proliferano in zone dove una volta non c’erano e sussiste la fondata preoccupazione che la malaria possa arrivare negli Stati Uniti». Del resto anche in Italia l’estate appena terminata ha portato un’esplosione di casi di Febbre del Nilo. I cambiamenti ambientali influenzano non solo la distribuzione di insetti come le zanzare, ma anche la rapidità con cui i virus si riproducono al loro interno e la durata della loro vita. Tutto ciò potrebbe aver contribuito alla recenti epidemie di Zika: oltre 2400 donne incinte negli Stati Uniti sono risultate positive a Zika nel 2015. E sempre negli Usa c’è stato un aumento della malattia di Lyme, della febbre delle montagne rocciose e di altre malattie trasmesse da questi vettori
ACQUA CONTAMINATA E PERICOLOSE INFEZIONI BATTERICHE
Le condizioni meteorologiche estreme e le piogge hanno contribuito alla diffusione di infezioni batteriche attraverso l’acqua contaminata, soprattutto in estate. E l’alta temperatura non fa che peggiorare la violenza di queste tempeste. Mona Sarfay, direttrice del programma sul clima e la salute all’Università George Mason in Virginia, ha dichiarato alla Cnn: «Quando l’aumento delle precipitazioni causa inondazioni, acqua piovana e acque reflue si mescolano e questo può portare alla contaminazione batterica dell’acqua». Contaminazione che può colpire anche le colture e in questo modo le malattie possono essere trasmesse anche dagli alimenti perché le forti inondazioni possono diffondere batteri fecali e virus nei campi in cui frutta e verdura sono coltivati. Anche il surriscaldamento dell’acqua oceanica può provocare problemi di salute. Lungo le coste degli Stati Uniti si sono verificati casi di contaminazione batterica nei molluschi nei mesi più caldi. Tutto ciò può portare ad infezioni quando le persone nuotato in mare, specialmente se hanno ferite aperte in cui i batteri possono facilmente arrivare
PROBLEMI DI SALUTE MENTALE
Anche un modesto aumento delle temperature è associato a un aumento dei problemi di salute mentale secondo uno studio pubblicato recentemente su Pnas che ha coinvolto due milioni di americani. La ricerca ha esaminato le singole città evidenziando come l’innalzamento di appena un grado delle temperatura era legato all’aumento del 2% di problemi di salute mentale. Lo studio ha anche evidenziato che l’innalzamento elle temperature medie mensili oltre i 30 gradi era correlato con un aumento dello 0,5% di problemi di salute mentale. Un altro studio pubblicato su Nature Climate Change ha rilevato che un grado in più nelle temperature mensili era correlato con una crescita dell0 0,68% del tasso di suicidio negli Stati Uniti. Utilizzando questi dati i ricercatori stimano che il cambiamento climatico potrebbe essere collegato a oltre 14 mila suicidi entro il 2050. Sono naturalmente necessari ulteriori studi per determinare quali siano esattamente i motivi della più alta frequenza di suicidio, anche se gli autori ipotizzano fattori economici e cambiamenti biologici tra le cause
AUMENTO DEL DIABETE DI TIPO 2
L’aumento della temperatura è associato ad un incremento del diabete di tipo 2 secondo uno studio pubblicato sulla rivista BMJ Open Diabetes Research & Care. I ricercatori hanno però esaminato solo la correlazione tra temperature e diabete, ma non è stato stabilito un nesso di causalità. Gli studiosi hanno comunque scoperto che il tasso di diabete è aumentato di circa il 4% ogni grado in più negli Stati Uniti e in tutto il mondo l’intolleranza al glucosio è salita dello 0,17% per ogni grado di riscaldamento. Sebbene il consumo calorico e l’obesità siano certamente i fattori di rischio maggiori per sviluppare il diabete, lo studio ipotizza che le temperature più calde potrebbero ridurre l’attività del grasso bruno, che brucia grassi e genera calore nei climi più freddi. Altri studi hanno spiegato perché diabetici hanno un maggior rischio di mortalità con malattie correlate al caldo e sono perciò più fragili della norma di fronte alle ondate di calore, sempre più frequenti per colpa dei cambiamenti climatici.
PROBLEMI RESPIRATORI E ICTUS
La maggioranza degli scienziati concorda sul fatto che i gas serra come il biossido di carbonio stanno contribuendo al riscaldamento globale. Ma quelle emissioni non stanno danneggiando solo il pianeta: gli inquinanti di combustibili fossili possono generare anche una miscela di particelle solide e goccioline liquide che dall’atmosfera possono penetrare nei polmoni e persino nel flusso sanguigno. Questa miscela, che si chiama particolato, può aggravare l’asma, ridurre le funzioni polmonari a aumentare il rischio di eventi cardiovascolari come l’ictus, secondo uno studio pubblicato nel 2017 su Lancet. Lo stesso studio ha stimano che ogni anno muoiono 8 milioni di persone a causa dell’inquinamento atmosferico. Il pianeta che si riscalda inoltre significa anche più incendi che, con il fumo peggiorano la qualità dell’aria. Tra l’altro l’aumento di anidride carbonica spinge le piante a produrre più polline il che potrebbe spiegare perché la stagione dei pollini sembra peggiorare ogni anno che passa.
PIÙ INCIDENTI AUTOMOBILISTICI E MENO CONTROLLI SUGLI ALIMENTI
Secondo uno studio pubblicato su Pnas quest’anno, anche piccoli cambiamenti climatici possono avere un impatto sul comportamento umano, portando ad un aumento degli incidenti stradali mortali e a una diminuzione delle ispezioni sulla sicurezza alimentare. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 70 milioni di controlli di polizia, oltre 500 mila incidenti automobilistici e quasi 13 milioni di violazione sulla sicurezza alimentare negli Stati Uniti. Sopra i 29 gradi la polizia effettua meno controlli sulle strade, il che può influire sulla diffusione di guide non sicure. Secondo lo studio l’aumento di 10 gradi delle temperature massime ha ridotto dell’1,5% i controlli per il traffico e lo stesso cambiamento di temperatura ha amplificato il rischio di incidente mortale di mezzo punto percentuale. Allo stesso modo i ricercatori hanno notato che con temperature sopra i 26 gradi i funzionari sanitari erano meno propensi a fare ispezioni alimentari. Con l’aumento di 10° sono stati effettuati 8.000 controlli in meno al giorno negli Stati Uniti. Tuttavia, quando le strutture sono state ispezionate, il numero delle violazioni riscontrate aumentava pari passo con le temperature, probabilmente perché patogeni come salmonella o E.coli crescono più rapidamente nei mesi più caldi
CHE COSA PUÒ FARE LA VIOLENZA DELLA GRANDINE
L’innalzamento della temperatura globale sta portando a fenomeni meteorologi estremi e questo è sotto gli occhi di tutti. Alluvioni, bombe d’acqua, venti fortissimi, grandinate, uragani sono sempre più frequenti. Caso emblematico è quello che è successo a Fiona Simpson, una giovane madre australiana di Kingaroy, nel Queensland, pochi giorni fa. Mentre era in auto con la figlia Clara è stata sorpresa da una grandinata così violenta che parabrezza e finestrini sono andati in frantumi. La donna, per proteggere la figlia di 4 mesi seduta sul seggiolino, si è spostata sui sedili posteriori e ha difeso la piccola con il suo corpo, come uno scudo umano. La tempesta era così forte che neppure riusciva a sentire il pianto della figlia. La donna, come mostra l’immagine, è stata deturpata dalla grandine con lividi e graffi. (Cristina Marrone)

 

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