CAOS PIANETA TERRA: SARÀ GUERRA? – Oltre ai cambiamenti climatici preoccupanti, ci sono GUERRE GEO-LOCALI, BOMBARDAMENTI (come in SIRIA), TERRORISMI, ARMI sofisticate, TENSIONI tra Stati… – Il pericolo, non trascurabile, di un’accelerazione verso una GUERRA GLOBALE: COME IMPEDIRLA?

“Vi ricordate la canzone ‘Generale’ di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone. Non so cosa ne pensiate voi, ma LE COSE SEMBRANO ANDARE SEMPRE PEGGIO: BOMBARDAMENTI, TERRORISMO, GUERRE LOCALI, AUMENTO DELLE SPESE MILITARI, MINACCE DA UNA PARTE E DALL’ALTRA E DISCORSI SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che SOMIGLIA MOLTO AL PERIODO CHE POI PORTÒ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA GRANDE GUERRA che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.(…..)” (UGO BARDI, blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/) (foto ripresa da http://www.technologyreview.com/)

   La pace che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è potuta esserci in Europa (non considerando la minaccia nucleare della guerra fredda, ed escludendo la terribile guerra civile nella ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90, i terrorismi, e vari conflitti autonomisti, come nell’Ulster, nei Paesi Baschi, in Ucraina…), questa situazione di apparente “non guerra” (almeno per noi non coinvolti), fa considerare, anche adesso, che è impossibile che accada un nuovo conflitto/guerra mondiale, che ci coinvolga noi europei. E ci porta a considerare che la guerra sia un arnese del passato.

(da http://www.iltempo.it/ mappa conflitti al 2018) – Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, allo YEMEN, alle tensioni USA-CINA, al contrasto “ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN”, alla NIGERIA, al SUD SUDAN, al CAMERUN, all’UCRAINA e DONBASS, al VENEZUELA… sono QUESTI TRA i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019

   Qualcuno ha (secondo noi giustamente) dei dubbi su questo, cioè che la guerra mondiale, generalizzata, non possa più accadere. Partiamo qui da una ricerca di un GRUPPO DI STUDIOSI, capeggiati da un docente alla Facoltà di Scienze dell’università di Firenze, UGO BARDI, dove l’assioma dell’impossibilità della guerra viene fortemente messo in crisi dai loro studi, sia statistici (sugli accadimenti tragici collettivi) sia dal contesto generale geopolitico che stiamo vivendo: ci sono tantissime guerre geo-locali nel mondo, nel senso che interessano aree geografiche anche grandi –come il Medio Oriente in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Palestina, fino alla Libia….-; ma anche il terrorismo, e l’aumento delle spese militari, le minacce da una parte e dall’altra, e discorsi sempre più aggressivi….

Nella FOTO : UGO BARDI, docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze – “(…) Lo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che «GUERRA È SEMPRE» (…) I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola (…) ma, come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.(…)” (Gianni Riotta, “La Stampa”, 9/1/2019)

   Secondo Bardi e i suoi collaboratori, come le epidemie la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
Ed è probabile che le sfide del futuro (le guerre) siano sanguinose tanto quanto quelle due (mondiali) che ci sono state, per tecnologia avanzata, per potenza degli arsenali, masse di popolazione nelle metropoli e megalopoli, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
E’ vero però, secondo questi studiosi, che i conflitti non appaiono in modo casuale ma esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi (il pericolo dell’estinzione della specie umana, con l’uso del nucleare, o con altre armi di distruzione sofisticate, fa sperare in forme di deterrenza…).

Le forze governative siriane pattugliano il centro di HOMS. La guerra civile siriana è soltanto una delle 36 guerre in atto nel mondo (da http://www.tpi./) – “SIRIA: SABBIA E MORTE”. Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. IN SIRIA NORD-ORIENTALE NULLA È CAMBIATO SUL TERRENO CON L’ARRIVO DEL NUOVO ANNO, QUELLO NEL QUALE SCOCCHERÀ L’OTTAVO DI GUERRA. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’. (Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

   Se comunque guerra potrà esserci (dato il clima locale e mondiale assai critico, dove conflitti di vario genere si sormontano – la limitazione del libero commercio con dazi, l’immigrazione percepita come invasione, i nazionalismi crescenti…-), e se si riesce a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, dobbiamo trovare delle soluzioni sociali, politiche, per impedirla. Dobbiamo essere il più possibile razionali, non lasciarci andare (a nazionalismi, razzismi, desideri di conflittualità…) e creare strutture sociali conviviali che favoriscano la pace, la convivenza, la comprensione dell’ “altro”. La guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.

MAPPA DELL’UCRAINA. In giallo a sud la Crimea “acquisita” dalla Russia, e in giallo a est la regione del DONBASS in guerra da quattro anni tra ucraini e separatisti appoggiati dalla Russia – Il DONBASS è una vasta regione dell’Europa orientale, APPARTENENTE QUASI PER INTERO ALL’UCRAINA E PER UN PICCOLO TRATTO ALLA RUSSIA; comprende parte del BACINO DEL DONEZ e dello DNEPR. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti di minerali di KRIVOJ ROG ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici. – LA GUERRA DELL’UCRAINA ORIENTALE O GUERRA DEL DONBASS, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle REGIONI DI DONEC’K, LUHANS’K e CHARKIV. Gli scontri in Ucraina Orientale tra le milizie vicino alla Russia e le truppe di Kiev continuano a fare morti. Anche se ormai non ne parla più nessuno, LA STORIA DEL CONFLITTO DEL DONBASS, cominciato quattro anni fa, HA GIÀ FATTO PIÙ DI 10 MILA VITTIME, tra cui molti civili, tra cui anche donne e bambini.

   E, in effetti, stiamo facendo assai poco per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture pericolose e regressive, tipo l’ideologia degli “Stati nazionali sovrani”, che avevano generato la Prima (ma anche la Seconda) guerra mondiale.
Sono tempi in cui domina l’incertezza, e con essa LA PAURA. E la paura, come dicevamo, è una cattiva consigliera, che porta a dare risposte già viste, e negativamente sperimentate. Si rispolverano le soluzioni di sempre: come la difesa dello STATO NAZIONALE (“prima gli americani”, prima gli italiani, gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci eccetera…)….
Poi si vuole la CHIUSURA DELLE FRONTIERE (contro il “nemico immigrato”, senza neanche valutare la portata effettiva di questa immigrazione, la capacità di integrarla e gestirla umanamente e razionalmente…); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria questa funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (ci si vuole difende da soli, contro tutti)…

MEDUO ORIENTE – ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN – “(…) Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono STATI UNITI, ARABIA SAUDITA, ISRAELE e IRAN. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate. Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’IRAN in LIBANO, IRAQ, YEMEN e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra ARABIA SAUDITA e Iran si è riflettuta in tutto il MEDIO ORIENTE, dallo YEMEN al LIBANO e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019)

   E poi si riscopre che abbiamo un’IDENTITÀ da difendere, ne abbiamo una sola, data dalle nostre radici, e la vogliamo difendere contro tutti (al diavolo i discorsi della pluralità di apporti e di culture che si incontrano, di valorizzazione delle diversità…).
Insomma tutte cose (il nazionalismo, la razza, l’identità, la difesa dei confini…) che ci fanno tornare a un passato funesto, e pertanto anche a una possibilità realistica che qualche accadimento, anche magari banale, porti alla GUERRA.

LE GUERRE PER L’ACQUA – “È di questo fenomeno che parla ‘WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO’ (EMI editore, 16 euro), un libro firmato da EMANUELE BOMPAN e MARIROSA IANNELLI. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide»(…) (Roberto Giovannini, “La Stampa”, 22/3/2018)

   La dimensione della guerra a venire avrà comunque poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche che ci sono nel presente (e tutti ce ne accorgiamo). E’ così possibile andare, arrivare, oltre le guerra adesso “limitate” (e finora che ci hanno escluso, come europei, occidentali, del nord del mondo…) alla guerra “mondiale”.
Episodi limitati, casuali, si diceva, che possono facilmente accadere, innescare la miccia per altre cause “vere”: come uno speronamento di un cacciamine, un hacker che in Internet fa saltare il sistema di comunicazione, una fake news che scombussola il mondo, che magari viene offeso un Paese “sovrano” da parte di un altro irrimediabilmente…. oppure la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che sta accadendo; il populismo nazionalista che imperversa adesso in Europa; le aspirazioni di dominio commerciale sempre della Cina; l’incapacità europea di svolgere una politica estera comune… il terrorismo, il riarmo di tutti, i fondamentalismi islamici, le sempre più marcate disuguaglianze sociali… e altri episodi anche minimi ma che innescano clamore nei media…

   Tutto questo potrebbe portare a una guerra mondiale…Per questo non si può sottovalutare troppo così tanti episodi, grandi e piccoli, di scontro che stiamo vivendo nel mondo, nel nostro paese, e anche in ciascuna nostra piccola comunità. Creare meccanismi “micro” e “macro” (a seconda di ciascuna possibilità) di convivenza, razionalità, qualità del vivere, forse può fermare una terza possibile guerra mondiale. (s.m.)

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I CURDI SIRIANI E IL RITIRO AMERICANO DALLA SIRIA . “(…) Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia. LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I CURDI, PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio A QUELLE DONNE E UOMINI TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.(…)”(Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

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GUERRA MONDIALE, ABBIAMO CALCOLATO LE PROBABILITÀ CHE UN NUOVO CONFLITTO SI VERIFICHI
di Ugo Bardi (docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze), blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/
Vi ricordate la canzone “Generale” di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone.
Non so cosa ne pensiate voi, ma le cose sembrano andare sempre peggio: bombardamenti, terrorismo, guerre locali, aumento delle spese militari, minacce da una parte e dall’altra e discorsi sempre più aggressivi. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che somiglia molto al periodo che poi portò alla Prima guerra mondiale, la Grande Guerra che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.
Ma allora cosa ci aspetta?Il futuro, si sa, è sempre difficile da prevedere, ma possiamo perlomeno quantificarlo in termini di probabilità usando metodi statistici. Questo vale anche per le guerre e così io e i miei collaboratori, Gianluca Martelloni e Francesca di Patti, ci siamo messi ad analizzare i dati forniti dallo storico PETER BRECKE

(https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/03050629908434944), che riportano il numero dei conflitti e il numero di vittime nei passati 600 anni.
Abbiamo trovato che i conflitti non appaiono in modo casuale

(https://export.arxiv.org/abs/1812.08071): seguono una legge che viene definita legge di potenza (POWER LAW). In pratica, questo vuol dire che esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi.
Abbiamo confermato su questo set piuttosto esteso i risultati che altri avevano trovato su altri set. In particolare, abbiamo confermato l’intuizione di LEWIS FRY RICHARDSON, fisico, meteorologo e pacifista, che era stato un grande pioniere in questo campo già negli anni Trenta.
Quando si trova una legge di potenza nei dati, abbiamo a che fare con un sistema “auto-organizzato”. È una cosa abbastanza comune: la si trova per esempio nei terremoti, nelle valanghe, negli incendi boschivi e in molti sistemi biologici. Non c’è troppo da stupirsi che la si trovi anche nelle guerre, ma questo ha una conseguenza: vuol dire che le guerre non sono il risultato di eventi particolari e nemmeno di leader particolarmente malvagi o aggressivi. Sono qualcosa di inerente alla struttura della società umana che si “auto-organizza” per crearle (https://www.technologyreview.com/s/612704/data-mining-adds-evidence-that-war-is-baked-into-the-structure-of-society/).
In questo senso, abbiamo confermato anche un’intuizione che aveva avuto LEV TOLSTOJ nel suo romanzo GUERRA E PACE, quando si domandava come fosse possibile che un singolo uomo chiamato Napoleone avesse potuto fare tanti danni. Concludeva che non era possibile e aveva ragione, anche se non aveva utilizzato modelli matematici per arrivarci.
Ma allora, VUOL DIRE CHE LE GUERRE SONO INEVITABILI? Vuol dire che GUERRA È SEMPRE, come ricorda Gianni Riotta in un suo articolo su La Stampa dove cita Primo Levi? In un certo senso sì.
Ma – attenzione – non dobbiamo concludere che la guerra è bella e magari è anche l’igiene del mondo, come dicevano i futuristi una volta. Assolutamente no: se è vero che le guerre sono come i terremoti e gli incendi, è anche vero che i terremoti e gli incendi non sono cose belle e nemmeno igieniche. Nel caso delle guerre, se riusciamo a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, possiamo liberarcene soltanto costruendo delle strutture sociali che la impediscano o, perlomeno, la rendano difficile. In sostanza, la guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.
Purtroppo, il problema è che al momento non stiamo facendo granché per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture, tipo Stati nazionali sovrani, che avevano generato la Prima guerra mondiale un secolo fa.
Far crollare l’Unione europea che era stata creata con l’idea di evitare nuove guerre europee non sembra certo il modo migliore per evitare nuove guerre, ma è proprio quello che molti politici in Italia e in altri Paesi si sono impegnati a fare. E allora? E allora non ci resta che sperare che ci vada bene. (Ugo Bardi)

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LA GUERRA È FINITA? GUERRA È SEMPRE

di Gianni Riotta, da “La Stampa” del 9/1/2019
– Incontrollabile, imprevedibile, ineludibile segue le leggi statistiche dei disastri naturali –
In apertura del suo libro più bello, LA TREGUA, Primo Levi ricorda gli insegnamenti che, lasciandosi alle spalle il campo di sterminio di Auschwitz, gli offriva l’avventuriero greco Mordo Nahum: «Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare… alle scarpe (e) alla roba da mangiare». Timidamente, Levi obietta «Ma la guerra è finita» e Nahum, saggio e stoico, taglia corto «Guerra è sempre».
La massima, dettata nel 1945 sulle polverose strade d’Europa, torna prepotente d’attualità, grazie allo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, che analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che Nahum aveva ragione, «guerra è sempre».
L’ILLUSIONE DEGLI OTTIMISTI
La pace relativa che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha protetto le coscienze occidentali dalle stragi, fa ritenere a molti studiosi e altrettanti paciosi cittadini che la guerra sia arnese del passato, e illuministi ottimisti come STEVEN PINKER, dell’Università di Harvard, pensano che siamo ormai vicini alla speranza lanciata dallo scrittore ALBERTO MORAVIA al Parlamento europeo, fare della guerra un tabù, come l’antropofagia o l’incesto. Bardi, docente all’Università di Firenze, ha lavorato su dati compilati da PETER BRECHE della GEORGIA TECH UNIVERSITY, dissolvendo le certezze di Pinker e offrendo una diversa, e più sinistra, realtà che AARON CLAUSET dell’UNIVERSITÀ DEL COLORADO aveva anticipato qualche mese fa, pur con un data set minore.
I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e, con i risultati (https://goo.gl/tRNPQX) sul sito dell’Università di Cornell, Bardi e i collaboratori Gianluca Martelloni e Francesca Di Patti provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola, il ratto di Elena o delle Sabine, le rivoltellate di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. Come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
LA SCINTILLA CONTA POCO
Se il docente di Harvard GRAHAM ALLISON teme «il dilemma di Tucidide», STATI UNITI E CINA CHE SI SCONTRANO NEL XXI SECOLO, potenze in cerca di egemonia, come Atene e Sparta nella guerra del Peloponneso, Bardi sembra suggerire che – salvo interventi diplomatici di leader carismatici di cui non si vede l’ombra, purtroppo – LA TERZA GUERRA MONDIALE NON SIA UN «SE», MA UN «QUANDO». Teoria delle reti, e migliaia di dati di oscure battaglie ormai dimenticate dalla Storia tabulati al computer, concludono che LE SFIDE DEL FUTURO SARANNO SANGUINOSE COME NON MAI, per potenza degli arsenali, grande popolazione, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
«La guerra segue le stesse leggi statistiche di altri fenomeni catastrofici», osserva Bardi, un chimico di estrazione, che nel suo popolare blog si fa ritrarre mentre scocca una freccia: «uragani, terremoti, tsunami, alluvioni e valanghe, la cui frequenza segue la legge di potenza» in distribuzione e probabilità.
Nel presentare il lavoro del team italiano, la TECHNOLOGY REVIEW del MIT osserva: «Pensate agli incendi nelle foreste. La loro dimensione finale ha poco a che fare con la scintilla che li accende, ma dipende piuttosto dalla rete e dalle connessioni esistenti tra i singoli alberi, che varia nel tempo».
Allo stesso modo «la dimensione della guerra a venire avrà poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche del presente. Che sono, si sa, assai difficili da valutare, con il risultato che il parlare di “guerre limitate” va accolto sempre con scetticismo».
Considerate la crescente rivalità tra la marina americana e la flotta cinese nel Mar Cinese meridionale o il recente raid russo contro unità ucraine nel Mare d’Azov. Finora gli incidenti sono stati contenuti, ma non sempre le comunicazioni saranno facili. Se tra Mosca e Washington, all’apice della Guerra fredda nel 1963, fu installato un «telefono rosso» diretto, per evitare errori di percorso che culminassero nel lancio di missili atomici, oggi tra Casa Bianca e Cina non ci sono linee rapide di dialogo, e – per la sorpresa di molti analisti – il dialogo militare, anche in casi di emergenza, viaggia ancora su obsoleti fax.
QUANDO MARTE SI SVEGLIA
Lo speronamento di un cacciamine, il lavoro di un hacker che infiltri un satellite, fatti di cronaca minore, potrebbero, a leggere con cura il lavoro di Bardi, portarci dritto alla tragedia, come i nostri avi caddero nella guerre mondiali, illudendosi di governarne gli esiti e restandone travolti. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il populismo nazionalista in Europa, il ritorno al centralismo assoluto a Pechino, l’«America First» dei comizi, l’incapacità europea di investire in difesa e cooperazione, il riarmo di tanti Paesi, perfino il Giappone pacifista, i fondamentalismi islamici e le disuguaglianze croniche, sono «la rete nella foresta» che ricrea pericoli di guerra.
Noi non la vediamo, certi – come i monarchi assoluti del 1914 o i dittatori e i leader democratici del 1939 – di controllare il Fato. Invece la banca dati del professor Bardi suona un allarme fatale: quando Marte si sveglia, un nonnulla lo scatena, perché «guerra è sempre». (Gianni Riotta)

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QUALI SONO I DIECI CONFLITTI DA TENERE D’OCCHIO NEL 2019

di Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019
Con la fine dell’ordine liberale internazionale, che aveva reso gli STATI UNITI l’unica superpotenza globale in grado di affermare e proiettare la propria egemonia su tutto il globo, e l’emergere di due grandi potenze regionali come RUSSIA e CINA in grado di sfidare la leadership di Washington, il mondo sta transitando DALL’ERA UNIPOLARE A GUIDA AMERICANA A UN NUOVO MULTIPOLARISMO.
Alla fine della Guerra fredda, infatti, gli Stati Uniti si sono affacciati sul mondo con la possibilità di esercitare un potere e un’influenza senza precedenti. Con la sconfitta dell’Unione Sovietica, i politici americani hanno cominciato a sognare di modellare il globo a immagine e somiglianza dell’unica superpotenza rimasta. Una visione ottimista del futuro ben espressa da FRANCIS FUKUYAMA nel saggio “THE END OF HISTORY?”, pubblicato su THE NATIONAL INTEREST nell’estate 1989, nel quale il liberalismo, agli occhi dell’illustre politologo, appare come l’unico possibile vincitore in un mondo senza conflitti.
Così non è stato. Come spiega JOHN J. MEARSHEIMER nel celebre saggio THE TRAGEDY OF GREAT POWER POLITICS la contrapposizione Usa-Urss e l’esistenza delle armi nucleari – dunque il sistema bipolare – hanno garantito la pace molto più di ciò che è accaduto dopo. “La bipolarità – osserva – risulta il tipo di architettura più pacifico e meno mortifero. Tra il 1945 e il 1990, il periodo durante cui l’Europa è stata bipolare, non ci furono guerre tra le grandi potenze. Ci fu però una guerra tra una grande potenza e una potenza minore, durata meno di un mese. Quindi, in Europa vi fu una sola guerra nei 46 anni in cui fu bipolare”.
LA FINE DI QUEL PERIODO DI RELATIVA PACE HA PORTATO A NUOVE GUERRE, CHE SI COMBATTONO TUTT’ORA IN MOLTE PARTI DEL MONDO. Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, sono 10 i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019, come evidenziato dall’autorevole rivista FOREIGN POLICY. Una lista stilata da ROBERT MALLEY, presidente del think tank International Crisis Group (https://www.crisisgroup.org/ )
YEMEN
Una guerra dimenticata per troppo tempo, nonostante sia la più devastante crisi umanitaria contemporanea. Secondo Malley, “la crisi umanitaria, la più grave nel mondo, potrebbe peggiorare ulteriormente nel 2019 se i principali attori non coglieranno l’opportunità lanciata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Griffiths nel raggiungere un cessate il fuoco parziale”.
I combattimenti sono iniziati nel gennaio 2015, quando i ribelli sciiti Houthi presero il controllo del complesso presidenziale nella capitale Sana’a e imposero le dimissioni immediate del presidente ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e dall’Arabia Saudita. La guerra civile si è intensificata il marzo successivo, quando l’Arabia Saudita, insieme agli Emirati Arabi Uniti, hanno iniziato i bombardamenti e l’embargo sullo Yemen, con l’obiettivo di rimettere in piedi il governo. Le potenze occidentali hanno ampiamente sostenuto la brutale campagna a guida saudita. Secondo il Wall Street Journal

(https://www.presstv.com/Detail/2019/01/04/584833/Saudi-Arabia-struggling) l’Arabia Saudita si trova di fronte a una crescente opposizione nelle aree che occupa nello Yemen.
AFGHANISTAN
Come ha spiegato Andrea Muratore su “Gli Occhi della Guerra”, il 2019 porta con sé un triste anniversario per l’Afghanistan, che entra nel quarantesimo anno consecutivo di conflitto. Invasione sovietica, guerra civile, insorgenza talebana, invasione statunitense, ascesa dell’Isis: in questi quarant’anni il conflitto si è declinato in diverse sfumature dilaniando il Paese centroasiatico arroccato tra le montagne del Pamir e dell’Hindu Kush.
Secondo Anthony Cordesman, del Centro per gli studi strategici e internazionali, “I TALEBANI ORA CONTROLLANO PIÙ TERRITORI DEL 2001”, rispetto a quando gli Stati Uniti invasero il Paese. Secondo la BBC, i talebani controllano attualmente il 70% dell’Afghanistan: significa che 15 milioni di persone – metà della popolazione – vivono in aree controllate dai talebani o in cui essi sono presenti.
Come racconta Doug Bandow, già assistente speciale del presidente Reagan, “persino Kabul non è sicura: Washington ora porta il personale all’aeroporto via elicottero, evitando le strade che usò nel 2001”. Anche il bilancio dei civili è drammatico: nel primo trimestre del 2018 sono morte infatti 2.258 persone. Sebbene i talebani siano largamente responsabili di questi decessi, le Nazioni Unite riferiscono che le vittime degli attacchi aerei statunitensi stanno aumentando. Endless War.
TENSIONI USA-CINA
Secondo Foreign Policy, sebbene “la situazione di stallo tra la Cina e gli Stati Uniti” non sia “un conflitto mortale”, la retorica “tra i due è sempre più bellicosa”. Se le relazioni continueranno a deteriorarsi, osserva la rivista, “la rivalità potrebbe avere conseguenze geopolitiche più gravi di tutte le altre crisi elencate quest’anno”.
Per Stephen M. Walt, professore di relazioni internazionali ad Harvard, “in un mondo in cui gli stati devono proteggersi, due potenze si guardano l’un l’altra con cautela e competono per assicurarsi che non restino indietro o diventino pericolosamente vulnerabili. Anche quando la guerra viene evitata, è probabile che si verifichi un’intensa competizione per la sicurezza”. La Cina, sottolinea Walt, “non è più impegnata nella politica di “crescita pacifica” di Deng Xiaoping. Quell’approccio aveva senso quando la Cina era più debole, e ingannò molti occidentali”. Da Tawain, passando per la guerra commerciale fino alle crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la competizione fra le due grandi potenze è pienamente entrata nel vivo.
Secondo Graham Allison, autore del best-seller Destinati alla Guerra, sia Xi Jinping che Donald Trump promettono di “far tornare grandi” i loro Paesi. Ma a meno che la Cina non sia disposta a moderare le proprie ambizioni, o Washington non accetti di condividere il primato nel Pacifico, una guerra commerciale, un cyber-attacco o un incidente in mare potrebbero essere la scintilla che farà esplodere un altro grande conflitto.
ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN
Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e Iran. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate.
Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’Iran in Libano, Iraq, Yemen e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra Arabia Saudita e Iran si è riflettuta in tutto il Medio Oriente, dallo Yemen al Libano e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno.
SIRIA
Il presidente siriano Bashar al-Assad, che ha riconquistato il controllo della maggior parte del suo Paese, viene ora corteggiato dai leader arabi, segnando un cambiamento strategico nella regione. Dopo i successi militari che gli hanno permesso di riprendere il controllo di una parte molto ampia del territorio siriano, grazie soprattutto all’intervento della Federazione Russa e all’appoggio dell’Iran, Assad è vicino a segnare anche un’importante vittoria diplomatica.
Nelle prossime settimane la guerra tra le forze del presidente siriano Bashar al-Assad e i ribelli jihadisti entrerà nella sua fase finale. La provincia di Idlib, infatti, è l’ultima enclave dell’opposizione armata in Siria.
Nel frattempo, i leader curdi , che temono le ambizioni di Erdogan, cercano di arrivare a un accordo politico mediato dalla Russia con il governo del presidente Assad, indipendentemente dai piani degli Stati Uniti di ritirarsi dalla loro regione, come ha confermato alla Reuters un alto funzionario curdo. L’amministrazione a guida curda che governa gran parte della Siria settentrionale ha presentato una road map per un accordo con Assad, con l’avvallo di Putin.
NIGERIA
I nigeriani andranno alle urne nel febbraio 2019 per eleggere il presidente e a marzo per scegliere governatori e legislatori statali. Le elezioni nigeriane sono tradizionalmente violente e anche questa tornata elettorale, purtroppo, non farà eccezione.
La sfida presidenziale tra l’attuale presidente Muhammadu Buhari e il suo principale rivale, l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, sarà molto dura. Le relazioni tra il governo di Buhari il Partito democratico popolare di Abubakar sono molto difficoltose in tutto il Paese.
SUD SUDAN
Secondo Foreign Policy, da quando la guerra civile del Sud Sudan è scoppiata cinque anni fa, 400.000 persone sono morte. A settembre, scrive la rivista americana, “il presidente Salva Kiir e il suo principale rivale, l’ex vicepresidente e capo dei ribelli Riek Machar, hanno firmato un accordo per governare insieme fino alle elezioni del 2022. L’accordo soddisfa – almeno per ora – gli interessi dei due antagonisti e quelli dei presidenti Omar al-Bashir del Sudan e Yoweri Museveni dell’Uganda, i due leader regionali con più influenza in Sud Sudan. Soprattutto, ha ridotto la violenza. Per ora, questo è un motivo sufficiente per sostenere l’accordo”. Eppure, un accordo di questo tipo si regge su un equilibrio molto precario e l’instabilità è dietro l’angolo.
Il Paese è ancora troppo vulnerabile a causa di aggressioni, stupri, attacchi incontrollati in vari villaggi dello Stato. Nel territorio federale Unity, l’estrema povertà costringe donne e bambini a percorrere sentieri pericolosi ogni giorno in cerca di cibo.
CAMERUN
Come sottolinea Robert Malley, una crisi nelle aree anglofone del Camerun è sul punto di intensificare la guerra civile e destabilizzare un Paese che un tempo era considerato un’isola di relativamente tranquilla in una regione travagliata. La crisi è iniziata nel 2016, quando insegnanti e avvocati anglofoni sono scesi in piazza per protestare contro l’uso del francese nell’amministrazione pubblica. Le manifestazioni si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Paese.
Quasi 10 milizie separatiste ora combattono contro le forze governative, mentre è nato il governo ad interim di Ambazonia (il presunto nome dell’autoproclamato Stato anglofono). Secondo le stime dell’International Crisis Group, i combattimenti hanno già ucciso circa 200 soldati, gendarmi e agenti di polizia, con circa 300 feriti, e ucciso più di 600 separatisti. Almeno 500 civili sono morti nelle violenze. Le Nazioni Unite contano 30.000 rifugiati anglofoni in Nigeria e 437.000 sfollati interni in Camerun.
UCRAINA E DONBASS
Alla fine di novembre, nello Stretto di Kerch, che regola l’accesso al Mar d’Azov dal Mar Morto, alcune navi da guerra battenti bandiera ucraina che stavano attraversando lo Stretto sono state intercettate dalle navi russe. Secondo il consigliere presidenziale ucraino Jurij Birjukov, le unità di Kiev avrebbero aperto il fuoco, cui hanno risposto le motovedette russe. Tre marinai ucraini feriti leggermente sarebbero stati ricoverati all’ospedale di Kerč. Secondo la Russia, le unità ucraine avrebbe violato i punti 19 e 21 della Convenzione ONU per il diritto marittimo.
L’incidente dimostra le tensioni fra la Russia e Kiev, supportata – e armata – dalle potenze occidentali. Nel frattempo, i combattimenti nel Donbass proseguono senza sosta e i civili che vivono in prima linea ne pagano il prezzo più alto. Più di 10.000 persone sono state uccise in questo conflitto spesso dimenticato dai media, di cui 2.800 civili. Quasi due milioni di persone sono state sfollate.
Oggi la guerra del Donbass è tra le peggiori crisi umanitarie del mondo, con frequenti attacchi da entrambe le parti nelle Oblast (province) di Donetsk e Luhansk. Prima della guerra, questa regione fortemente urbanizzata e industrializzata ospitava quasi il 15% della popolazione dell’Ucraina (6,6 milioni) e generava il 16% del suo prodotto interno lordo. Dopo il golpe di Euromaidan del 2014, è diventata una zona di guerra.
VENEZUELA
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo e il ministro degli esteri brasiliano Ernesto Araujo hanno annunciato l’avvio di una cooperazione nella regione in occasione di un incontro a Brasilia, a margine dell’insediamento del presidente conservatore Jair Bolsonaro e la volontà di “sostenere i popoli di Venezuela, Cuba e Nicaragua nel ripristinare la governance democratica e i ì diritti umani”, come ha sottolineato il portavoce del Dipartimento di Stato Robert Palladino.
Parlando ai giornalisti a Brasilia, Pompeo ha detto che Venezuela, Cuba e il Nicaragua sono Paesi che non condividono i valori democratici che uniscono gli Stati Uniti e il Brasile. “Abbiamo l’opportunità di lavorare fianco a fianco contro regimi autoritari”, ha detto in conferenza stampa. In risposta, il ministero degli Esteri del Venezuela ha detto in una dichiarazione di “rifiutare categoricamente” l’atteggiamento “interventista” di Pompeo, accusandolo di cercare di raccogliere sostegno tra i paesi latinoamericani per un “regime change” a Caracas. Tensioni nell’America Latina che nel 2019 sono destinate a crescere. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/)

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da https://www.infodata.ilsole24ore.com/

SI FUGGE DALLA GUERRA: ECCO LA MAPPA DEI CONFLITTI NEL MONDO

Filippo Mastroianni, 5/9/2018
TRA IL 2017 E IL 2018 CIRCA 193.000 PERSONE SONO MORTE IN AFRICA, ASIA E MEDIO ORIENTE, A CAUSA DI CONFLITTI A FUOCO DI DIVERSA NATURA. Questo il quadro raccontatoci dai dati dell’ARMED CONFLICT LOCATION & EVENT DATA PROJECT.
– ACLED è un progetto di raccolta, analisi e mappatura delle crisi armate. Raccoglie date, attori, tipologia delle violenze, luoghi e vittime segnalate in Africa, Asia meridionale, Sud-est asiatico e Medio Oriente. Nella grafica le informazioni mappate mostrano il quadro generale. Con l’ausilio delle icone relative alle tre aree principali (Africa, Asia, Medio Oriente) è possibile aggiornare la mappa e i numeri per scoprire quali sono le regioni più pericolose del mondo. –
AFGHANISTAN, SIRIA, IRAQ, YEMEN e alcune regioni dell’Africa registrano un alto numero di vittime negli ultimi due anni. In particolare, le prime due sono praticamente appaiate con numeri decisamente superiori alle altre nazioni prese in esame. Entrambe contano oltre 71.000 decessi dovuti a conflitti armati, superando di diverse unità Iraq (36.891) e Yemen (33.353).
LE 47.000 VITTIME DELL’AFRICA
Quasi 47.000 persone hanno perso la vita in Africa tra il 2017 e la prima metà del 2018. Il continente è teatro di un numero crescente di scontri. DA ANNI LA GUERRA CIVILE INFIAMMA IN SOMALIA, dove si muovono gruppi legati ad al-Queda e la milizia islamica radicale al-Shabaab. Dal 2008, gli eventi che coinvolgono al-Shabaab sono stati più di 8.400, ricollegabili a oltre 22.000 morti. Per tutto il periodo 2016-2017, l’esercito somalo, in collaborazione con le forze dell’Unione africana, ha spinto le forze di al-Shabaab zone prevalentemente rurali nella Valle del fiume Shabelle. NEGLI ULTIMI ANNI AL-SHABAAB CONTINUA A COLPIRE SIA OBBIETTIVI MILITARI CHE CIVILI. Prevalentemente per mezzo di ordigni esplosivi improvvisati (IED). Tra il 2017 e il 2018 questo tipo di attacchi ha causato 2.614 delle 8.911 vittime totali, 587 delle quali nel quartiere Hodan, a Mogadiscio.
IN NIGERIA CONTINUA UNA GUERRA DECENNALE VIOLENTISSIMA. Sono 8.614 le vittime accertate gennaio 2017 e luglio 2018. Boko Haram è l’attore più attivo dell’Africa occidentale. Dal 2009, gli eventi che hanno coinvolto il gruppo guidato da Abubakar Shekau sono stati più di 2.350, con oltre 27.000 morti. A seguito della distruzione della base della Sambisa Forest, nel dicembre 2016, Boko Haram si trova in uno stato di relativo disordine e gli eventi legati ad attacchi del gruppo sono oggi in calo. 3.868 decessi (il 44.9% del totale nazionale) rimangono imputabili a scontri armati in cui i miliziani di Boko Haram sono stati protagonisti.
SIRIA e Afghanistan: i luoghi più pericolosi al mondo
Siria e Afghanistan insieme raccolgono una cifra equivalente a 4 volte le vittime dell’intera Africa. Entrambe le nazioni, superando i 71.000 decessi dovuti a conflitti armati, possono oggi considerarsi i luoghi più pericolosi al mondo.
Gli oltre 70.000 morti registrati in Afghanistan (il doppio dell’Africa) si concentrano prevalentemente nel distretto di Gomal e nell’area attorno a Kabul. La maggior parte dei casi è risultato di conflitti armati tra milizie della sicurezza afghana e i talebani.
La crisi siriana inizia nel 2011 e va inserita nel più ampio contesto di quella che è stata giornalisticamente definita primavera araba. Le prime dimostrazioni pubbliche contro il regime del presidente Bashar al-Assad si sviluppano ad Aleppo e Damasco, prima di espandersi su scala nazionale. Dal 2012 la crisi si trasforma in una vera e propria guerra civile. A giugno 2013, secondo dati in possesso dell’ONU, intorno alle 90.000 persone erano state uccise nel conflitto. Arrivati ad agosto 2014 questa cifra era già più che raddoppiata, fino ad arrivare a 191.000. Le cifre hanno continuato a salire, tanto che nel marzo 2015 si contavano 220.000 vittime.
Il conflitto in Siria è peculiare e i dati di ACLED rivelano inoltre alcune tendenze chiave. La tecnologia sembra avere un ruolo preponderante, definendo il conflitto in Siria al di fuori di ogni altro caso. Bombardamenti e attacchi aerei sono due volte più comuni in Siria rispetto alle altre nazioni. Oltre 30.000 vittime sono state causate da attacchi a distanza. Il numero più alto tra le nazioni analizzate e quasi il doppio rispetto all’Afghanistan. (Filippo Mastroianni)

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NEL MONDO QUANTE GUERRE DI CUI NESSUNO PARLA. ECCO LA MAPPA DELL’IPOCRISIA
– L’atlante dei conflitti più feroci e sanguinosi. Soltanto l’Oceania si salva. In tutto gli Stati coinvolti sono 70 –
15/4/2018 da “IL TEMPO.I”
NON SOLO SIRIA. NEL PIANETA TERRA SONO CIRCA 70 GLI STATI COINVOLTI NELLE GUERRE. A combatterle sono un totale di 800 milizie-guerriglieri o gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti. Ma ecco nel dettaglio i numeri dei conflitti divisi per continenti:
EUROPA
Nel vecchio continente sono 9 gli Stati teatri di eventi bellici e 81 tra milizie -guerriglieri, gruppi terroristi -separatisti -anarchici coinvolti. Il punto più caldo continua ad essere la parte più ad est, una zona storicamente tra le più colpite da «battaglie» spesso molto feroci. Guerra in CECENIA (contro i militanti islamici), il DAGHESTAN (guerra contro i militanti islamici), l’ UCRAINA (secessione dell’ autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’ autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk) e la zona NAGORNO-KARABAKH (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh).
AFRICA
Qui sono 29 gli Stati dove 241 tra milizie -guerrigliere, gruppi terroristi -separatisti -anarchici combattono. Particolarmente delicata la situazione in EGITTO (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), in LIBIA (guerra civile in corso), in MALI (scontri tra esercito e gruppi ribelli), in MOZAMBICO (scontri con ribelli), in NIGERIA (guerra contro i militanti islamici),nella REPUBBLICA CENTRAFRICANA (con gli scontri armati tra musulmani e cristiani), nella REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (guerra contro i gruppi ribelli), in SOMALIA (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), in SUDAN (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur) e nel SUD SUDAN (scontri con gruppi ribelli).
ASIA
16 gli Stati e 173 tra milizie -guerriglieri, gruppi terroristi -separatisti -anarchici coinvolti in conflitti. Oltre ai conosciuti combattimenti in AFGHANISTAN ci sono quelli in BIRMANIA-MYANMAR (guerra contro i gruppi ribelli), nelle FILIPPINE (guerra contro i militanti islamici), in PAKISTAN (guerra contro i militanti islamici) e quelli in THAILANDIA dopo il colpo di Stato dell’esercito nel maggio del 2014.
MEDIO ORIENTE
Da sempre campo di battaglia con 7 Stati e 257 tra milizie -guerriglieri, gruppi terroristi -separatisti -anarchici protagonisti di sanguinose guerre. Non solo SIRIA dunque: non si smette di sparare in IRAQ, in ISRAELE (nella STRISCIA DI GAZA), nello YEMEN (guerra contro e tra i militanti islamici)
AMERICHE
6 gli Stati e 27 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici che turbano la terra americana. Oltre alle poco «tranquille» VENEZUELA e BRASILE, le situazioni più critiche sono in COLOMBIA e in MESSICO per la guerra contro i gruppi ribelli e quelli contro i gruppi del narcotraffico.

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UGO BARDI – LA LINEA D’OMBRA DELLA MEMORIA: storia di un eroe dimenticato – Chance Edizioni – 2018 – 15 euro
di Ugo Bardi, racconto su un “eroe” della prima guerra mondiale
– Con il centenario della fine della Guerra Mondiale, il 4 Novembre, una ricorrenza un po’ in sordina, come sono passate tutte le ricorrenze di quell’antica guerra fratricida fra cittadini europei che oggi troviamo difficile comprendere. Di questa storia, ho scritto un libro che è stato pubblicato recentemente: la storia di un eroe di quel tempo, Armando Vacca di Grana di Monferrato, prima pacifista, poi guerriero, costretto a morire per la causa contro la quale aveva combattuto. Una storia di lotta a di sofferenza che alla fine si risolve in una sconfitta. Ma è la storia di un uomo onesto che ha fatto il suo dovere e in questo libro la racconto il meglio che posso. –
Da “La Linea d’Ombra della Memoria” – di Ugo Bardi 2018
Sono passati oltre cento anni dal tempo della Grande Guerra, che poi fu chiamata la “Prima Guerra Mondiale.” Una conflagrazione immensa che non si era mai vista prima. Nella storia, mai così tanti uomini avevano combattuto in una singola guerra, mai c’erano state tante vittime, mai il mondo si era trovato a vedere una rabbia e una follia tanto grandi.
Oggi ci troviamo nel secolo successivo a questi eventi, addirittura nel millennio successivo. Al momento in cui scrivo, il 2018, sta per passare il centenario della fine della guerra. Le ricorrenze dei vari eventi, battaglie, vittorie e sconfitte, sono passate un po’ in sordina: qualche celebrazione, qualche commento sui giornali, nulla che abbia lasciato davvero il segno.
La Grande Guerra è ormai un evento remoto, dimenticato, per molti versi incomprensibile, forse anche qualcosa di cui, silenziosamente, ci vergogniamo. Non riusciamo a comprendere come e perché fosse nato questo mostro assetato di sangue che aveva divorato venti milioni di europei, fra militari e civili, in appena quattro anni. Eppure, non è un evento lontano da noi; al contrario, ci è vicino sia nello spazio che nel tempo e, fino a non molti anni fa, veniva ricordato e celebrato. Quando ero un adolescente, parliamo degli anni tra il 1960 e il 1970, i veterani della Grande Guerra avevano settanta/ottant’anni e molti di loro erano in buona salute e ancora attivi, li potevi vedere nei bar che giocavano a carte o nei parchi a giocare a bocce, ti potevi far raccontare direttamente le loro storie di persona anche se, a quei tempi, ero troppo giovane perché l’argomento m’interessasse particolarmente.
In quegli anni la Grande Guerra era ancora sentita come qualcosa di glorioso e di importante: c’era la parata militare del “Giorno della Vittoria” il 4 Novembre, si celebrava il 24 Maggio il giorno della dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria, anche se non tutti si ricordavano esattamente cosa significava quella data. A scuola, alle elementari, ci facevano cantare la canzone del Piave. Oggi i veterani della Grande Guerra non ci sono più, neanche quelli che fecero parte del gruppo di reclute che vennero chiamati “i ragazzi del 99”. Da qualche parte, in qualche momento, l’ultimo dei combattenti di quell’antica guerra ci deve aver lasciato per raggiungere i suoi compagni, forse schierati tutti insieme ad aspettarlo in qualche grande campo di battaglia nel cielo. Il tempo è riuscito portare a compimento quello che cannoni e mitragliatrici si erano impegnati a fare con grande impegno, riuscendoci solo in parte: sterminare un’intera generazione di europei.
Ora la Grande Guerra si trova al limite della barriera della memoria umana: un limite che possiamo chiamare la “linea d’ombra” della storia. Gli eventi del passato svaniscono gradualmente via via che scivolano indietro nel tempo. Da un certo punto in poi li vediamo indistinti, remoti, nascosti da un’ombra oscura che li copre. È la storia del romanzo di Joseph Conrad intitolato “La Linea d’Ombra”, scritto nel 1917 e molto influenzato dalla Grande Guerra in corso: ci racconta di come l’oscura presenza del vecchio capitano della nave del protagonista ne influenzi ancora il destino. Lo stesso capita a noi con gli eventi del passato, seppur remoti ed oscuri, che ci influenzano ancora.
Gli antropologi che hanno studiato i popoli che non hanno letteratura scritta hanno scoperto che la memoria degli eventi del passato per loro non si estende oltre un secolo. Più in là la linea d’ombra della storia li oscura completamente. Sembra che questa estensione di tempo copra più o meno la relazione che c’è fra nonni e nipoti. Forse, più esattamente, fra nonna e nipotina. Nel passato la storia nota non andava oltre quello che il nonno o la nonna si ricordavano della loro gioventù.
Negli anni ’60 il giornalista Piero Angela andò a intervistare gli anziani dei villaggi vicino a Waterloo per vedere se c’era ancora traccia nella memoria dell’ultima battaglia di Napoleone combattuta nel 1815, circa un secolo e mezzo prima. Trovò solo una persona che si ricordava di qualcosa che gli aveva raccontato suo nonno che, da bambino, aveva visto seppellire centinaia e centinaia di cadaveri in grandi fosse comuni. Un residuo di ricordo che, da solo, ci poteva dire soltanto che in quel luogo era stata combattuta una grande battaglia. Ma questa battaglia era stata ormai oscurata dalla linea d’ombra della storia e, senza fonti scritte, non avremmo potuto sapere chi aveva combattuto e neppure perché.
Così, delle centinaia e migliaia di generazioni di esseri umani che sono nate e vissute prima della scrittura non rimangono che miti e leggende; di tutti gli eventi che si sono verificati, battaglie, amori, lotte, viaggi e scoperte, tutto è stato compresso nell’universo delle narrazioni che rimane oggi. Si dice che gli indigeni australiani usavano il termine “tempo dei sogni” (dreamtime) per il mondo al di là della linea d’ombra. Un universo fatto di eroi e di mostri, dei e demoni, draghi e chimere; il mondo del mito.
Allo stesso modo, con la morte dell’ultimo veterano, la Grande Guerra è oggi scivolata al di là della linea d’ombra, è entrata a far parte del dreamtime degli indigeni australiani, delle cose che si imparano sui libri. Rientra nella stessa categoria delle campagne di Giulio Cesare in Gallia o di Alessandro il Grande in Asia. Ma a differenza di questi lontani eventi, la Grande Guerra giace al limite della nostra memoria: è ancora un evento che ci possiamo far raccontare, se non da chi lo ha vissuto, perlomeno da chi ne ha sentito raccontare personalmente. Questo è un momento molto particolare: il limite temporale che consegna la realtà al mito, la storia alla leggenda.
È la linea d’ombra della storia che si fa sentire in molti casi e in molti modi. Si sa che i vangeli cristiani furono scritti da persone che non avevano mai conosciuto Gesù Cristo, ma soltanto ne avevano sentito raccontare da altri che lo conobbero. Si dice anche che Omero non compose l’Iliade dalla sua propria esperienza, ma da storie raccontate da coloro che avevano compiuto quelle gesta. In questo momento la Grande Guerra si trova più o meno alla stessa distanza temporale da noi nella quale si trovava la vita di Cristo per gli autori dei vangeli e, forse, era la stessa distanza tra la guerra di Troia e Omero. Al limite della barriera della memoria, al limite della linea d’ombra che si manifesta ad un centinaio d’anni dagli eventi che in parte oscura. Ma è possibile, in certi casi, oltrepassare la barriera della linea d’ombra.
Nelle sue “Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar ha tentato di ritrovare i pensieri e i sentimenti di un imperatore romano vissuto quasi duemila anni prima di lei: lo ha raccontato non come un mitico eroe ma come un uomo, un uomo come noi. Miracolosamente è riuscita a superare la linea d’ombra facendolo ritornare dal tempo dei sogni e facendolo rivivere nel nostro tempo grazie a dei documenti, ma anche e soprattutto sulla base di qualcosa che il poeta romano Publio Terenzio disse tanti anni fa: “nulla di umano mi è estraneo” (humani nihil a me alienum puto). È riuscita a ricostruire la figura di un Adriano imperatore facendocela sentire umana nonostante l’abisso di tempo che ci separa. La stessa Marguerite Yourcenar ha raccontato che, per farsi un’idea di quell’immenso periodo di tempo, cercava d’immaginare degli anziani che si tenevano per mano a simboleggiare le generazioni passate. Per raggiungere Adriano doveva immaginarsi una fila di circa 25 persone.
La mia ricerca è stata più semplice: per immaginare Armando Vacca davanti a me avevo bisogno di pensare soltanto a due generazioni, me stesso con mio nonno che mi tiene per mano. Mio nonno Raffaello era nato nello stesso anno di Vacca, il 1888, e così come ho conosciuto bene mio nonno, avrei potuto conoscere Armando Vacca in persona se lui non avesse trovato il suo destino sul Carso nel 1915.
Di mio nonno, ricordo che era un uomo buono e gentile, che non amava molto parlare della sua esperienza in guerra. Quando ne parlava, però, si commuoveva nel ricordare il disastro di Caporetto, quando era riuscito a salvarsi riparandosi in una trincea sulla linea del Piave. Gli avevano dato un fucile, ma niente munizioni. In quella trincea attese per alcuni giorni l’attacco degli Austriaci, domandandosi se avrebbe dovuto combattere usando quel fucile per prendere i nemici a bastonate. Per sua fortuna l’attacco non arrivò e lui riuscì poi a tornare a casa, vivo e tutto intero. Di quei giorni passati in trincea, mio nonno ricordava di aver sentito gli austriaci cantare le loro canzoni in tedesco dalla trincea opposta. Canticchiava una versione curiosamente deformata di Ach, du lieber Augustin, che i soldati italiani cantavano in risposta.
A parte il libretto che avevo trovato su una bancarella, quando ho cominciato la ricerca non avevo altri dati su Armando Vacca e, quasi certamente, non c’era più nessuno ancora vivente che l’avesse conosciuto di persona. Ma pensavo che era ancora possibile recuperare delle notizie e dei dati. Con gli anni, sono riuscito a sapere molto di più di questa storia e, perlomeno in parte, a far ritornare Armando Vacca da questa parte della linea d’ombra della storia
Non so se è una ricerca che posso definire conclusa: ci sono sempre nuove cose da imparare. Ho cominciato quasi subito a scriverla, inizialmente soltanto per me, in un momento in cui sembrava che la guerra fosse un’eccezione, uno stato particolare in via di sparizione nel movimento generale verso un mondo più pacifico. Ora invece pare che la cosa singolare sia stata il breve periodo di pace in un secolo, il XX, che fu forse il più sanguinoso della storia dell’umanità. Il XXI secolo non è cominciato bene e potrebbe diventare peggiore. Ma è una lunga storia quella che vi racconto in questo libro . . .
(Ugo Bardi)

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LA GUERRA DELL’ACQUA: 500 CONFLITTI PER CONQUISTARLA

I rapporti di Onu e Cia: “Le risorse idriche sono una vera emergenza”
di Roberto Giovannini, da “La Stampa” del 22/3/2018
Per l’acqua si combatte: finora sono documentati dalla Banca Mondiale ben 507 CONFLITTI LEGATI AL CONTROLLO DELLE RISORSE IDRICHE. Tra tanti, L’ESEMPIO DELLA GUERRA CIVILE IN SIRIA, dove secondo molti esperti la sequenza di molti anni di siccità ha certamente contribuito allo scatenarsi della crisi.
E di questo passo, in un pianeta sovrappopolato e il cui equilibrio climatico sta cambiando in una direzione sfavorevole, c’è il rischio che per la sempre più strategica acqua si combatterà e si morirà. ENTRO IL 2030 – lo dicono i dati delle Nazioni Unite – addirittura IL 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVRÀ IN ZONE A ELEVATO STRESS IDRICO. E perfino la Cia, in un suo documento, ha affermato che «le questioni idriche sono principalmente una questione di stabilità mondiale».
Anche se il 70 per cento del pianeta Terra è coperto dall’acqua, di questa risorsa fondamentale per la vita soltanto una parte piccolissima, lo 0,5 per cento, è acqua dolce e potenzialmente utilizzabile per gli umani e per i loro miliardi di animali da allevamento. Per metterci le mani sopra si combatte militarmente, ma anche economicamente: così come da tempo avviene per i terreni agricoli e per le risorse minerarie, già oggi Stati e aziende sono al lavoro per accaparrarsi l’acqua. Sottraendola ad altri Stati o – cosa molto più facile – a comunità locali colpevoli di vivere vicino a una risorsa di valore immenso. Dopo il LAND GRABBING, dunque, è già suonata l’ora del WATER GRABBING, un neologismo che probabilmente diventerà in futuro di uso sempre più comune.
È di questo fenomeno che parla WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO (EMI editore), un libro firmato da Emanuele Bompan e Marirosa Iannelli. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide».
Già oggi quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo vivono senza acqua potabile sicura, «nonostante ormai da otto anni l’Onu abbia dichiarato il diritto umano all’acqua come primario e indiscutibile», afferma Iannelli, presidente del WATER GRABBING OBSERVATORY. Una situazione che rischia di peggiorare, visto che non ci sono norme internazionali in grado di mettere la museruola agli appetiti idrici di Stati e multinazionali. Appetiti che qualche benemerita iniziativa di ripubblicizzazione di una risorsa che dovrebbe essere di tutti non riescono a frenare. Mentre paradossalmente si spreca in modo colossale, tra infrastrutture inadeguate e sistemi agricoli e urbani dall’impatto non più sostenibile. E il preziosissimo liquido viene utilizzato senza troppi pensieri per il FRACKING di gas e petrolio, che spesso porta a un inquinamento delle falde, o per la produzione di energia elettrica.
Il prezzo del WATER GRABBING, intanto, lo pagano i più deboli. Il libro racconta le conseguenze umane della costruzioni di monumentali dighe, come quella delle Tre Gole in Cina, che ha comportato il trasferimento forzato di 1,2 milioni di persone, o quella Gibe III in Etiopia, che ha sconvolto la vita di 400 mila poverissimi Oromo. O indirettamente: sono i più poveri ad essere travolti dai conflitti militari e dalle tensioni politiche. In Siria, ma anche tra India e Cina per il controllo del fiume Brahmaputra, tra Autorità palestinese e governo israeliano, tra Cina, Vietnam, Laos e Cambogia per il controllo del Mekong.
E l’Italia? I numeri dicono che le riserve idriche si sono dimezzate in appena sette anni. Siamo davvero convinti di non essere coinvolti? (Roberto Giovannini)

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RUSSIA: PERICOLO DI GUERRA MONDIALE E CONFLITTO SOCIALE INTERNO

di Fabrizio Poggi, da https://www.lantidiplomatico.it/ del 24/12/2018
Ciò che più ha fatto notizia, dell’annuale conferenza stampa di Vladimir Putin, è stata, a buon motivo, la dichiarazione circa la “sottovalutazione del rischio di un conflitto nucleare”. Si assiste, ha detto Putin, “al deterioramento del sistema internazionale di freno alla corsa agli armamenti. Gli USA escono dall’accordo sulla eliminazione dei missili a medio e corto raggio: se questi missili arriveranno in Europa, cosa faremo noi?”. La risposta è più che chiara: non potremo che reagire.
Come noto, Vladimir Vladimirovic ha toccato anche molti altri temi, ma l’attenzione generale si è ovviamente concentrata sul PERICOLO DI SCONTRO ARMATO MONDIALE; un argomento al centro dei media di tutti i paesi, tanto che innumerevoli siti russi riportano le osservazioni dello yankee Robert Farley su “DOVE POSSA INIZIARE LA TERZA GUERRA MONDIALE NEL 2019”: mar Cinese meridionale, Golfo persico, Corea o Ucraina.
In effetti, se per molti, un conflitto globale può apparire ancora un’ipotesi “di là da venire”, nessuno esclude uno SCONTRO ARMATO DIRETTO CON KIEV: su questo versante, la situazione non accenna affatto a stabilizzarsi; oltre all’intensificazione dei bombardamenti nazisti sul Donbass (centinaia di violazioni del cessate il fuoco solo negli ultimi due-tre giorni), Mosca non nasconde di temere ulteriori provocazioni nell’area dello stretto di Kerch e del mar d’Azov: questa volta, con la diretta intromissione di USA e Gran Bretagna.
Per il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, Mosca “non ha alcun dubbio che Poroshenko inasprirà ulteriormente i rapporti con la Russia”. E così, una fregata lanciamissili russa sarebbe stata avvistata a 1,5 miglia marine al largo di Feodosia e si starebbe dirigendo verso il mar d’Azov: Mosca sta adottando misure di fronte alla mobilitazione di reparti d’assalto ucraini verso l’area di Mariupol. In particolare, la 95° brigata d’assalto aviotrasportata, composta interamente da professionisti a contratto addestrati dalla NATO, potrebbe spingersi nelle aree dei mari Nero e d’Azov, mentre il vascello-spia britannico HMS “Echo” (H87) è giunto a Odessa, con probabile destinazione Mariupol.
Nell’area delle Repubbliche popolari, la ricognizione delle milizie ha evidenziato il dispiegamento di mezzi corazzati e blindati pesanti ucraini lungo la linea di demarcazione; anche gli osservatori OSCE hanno confermato l’arrivo in prossimità della cosiddetta “zona grigia” di carri armati ucraini, obici semoventi, sistemi razzo e cannoni di grosso calibro. Le milizie popolari (e anche Mosca, che all’epoca ne frenò l’avanzata) stanno scontando ora l’aver lasciato Mariupol ai nazisti di Kiev.
Durante la conferenza stampa del 20 dicembre, in risposta al giornalista ucraino Roman Tsimbaljuk che ha accusato Mosca di aver ridotto “in miseria e schiavitù” il DONBASS, Putin ha riversato su Kiev ogni responsabilità per le sofferenze delle popolazioni di DNR e LNR, confermando che la Russia fornisce “assistenza umanitaria e di altro genere alle persone che vivono in questo territorio” e lo fa affinché “non siano definitivamente schiacciate e annientate; e continueremo a farlo”.
A proposito delle dichiarazioni di Putin, Aleksej Polubota su SVOBODNAJA PRESSA ha raccolto le considerazioni di alcuni abitanti del Donbass. Il deputato della DNR Miroslav Rudenko ha osservato che Kiev ha “dirottato l’attenzione mondiale dal Donbass allo stretto di Kerch. In questa situazione, senza il sostegno russo, il Donbass non sopravviverebbe, dato che si confronta non solo col regime di Kiev, ma anche con tutto l’Occidente. E’ importante enfatizzarlo: al Donbass non mancherà mai il sostegno della Russia”. E tuttavia, nota Polubota, Putin ha sottolineato ancora una volta che DNR e LNR sono parte dell’Ucraina. “Putin non poteva rispondere diversamente; vediamo però che molto sta cambiando nelle questioni concrete dell’interazione tra la Russia e la nostra repubblica. L’Ucraina stessa ha creato una situazione per cui il Donbass si integra, di fatto, sempre più con la Russia”, ha detto Rudenko.
Il politologo di Donetsk Roman Manekin considera “passaggio chiave la dichiarazione di Putin secondo cui la Russia non lascerà la DNR nelle sciagure in cui l’ha precipitata Kiev. Ma, d’altronde, i cittadini di Donetsk aspettano qualcosa di più da Mosca. Senza il sostegno russo, la popolazione è destinata all’annientamento. Il Donbass attende questo dal Presidente russo; lo aspetta da quattro anni. Attendiamo che la Russia restituisca al Donbass il suo destino politico; attendiamo queste parole dalle autorità della Russia. Il popolo russo l’ha detto da tempo. Ora è il turno delle autorità”.
“Il Donbass ascolta sempre con molta ansia queste conferenze stampa”, dice una cittadina di Gorlovka; “ma sembra che le risposte non cambino mai. Putin dice che vuole la pace nel Donbass e in tutta l’Ucraina; ma, di fatto, nessuno fa nulla per questo e anzi si dice che l’Ucraina “rimane un importante partner commerciale ed economico” e il giro d’affari tra Russia e Ucraina, nonostante l’attuale genocidio del Donbass, continua ad aumentare”.
Oltre al Donbass e al pericolo di guerra, una questione in particolar modo ha attirato l’attenzione della sinistra e dei comunisti russi nella conferenza stampa di Putin: quella sociale, per molti versi a quelle strettamente legata. Il presidente russo ha accennato alla “necessità” dell’innalzamento dell’età pensionistica, una questione che sta suscitando forti movimenti di protesta; ha detto che il PIL è cresciuto del 1,7% in dieci mesi e con esso, ma molto debolmente, anche i redditi reali e, di più, l’inflazione; la disoccupazione, secondo il presidente, toccherà quest’anno il minimo storico del 4,8%, mentre crescono le riserve auree del paese. Putin ha anche ricordato che il volume dei pagamenti mondiali in dollari è leggermente diminuito, così come quello delle nostre riserve valutarie russe; il ruolo del rublo è in lieve aumento, soprattutto nei conti tra i paesi della Comunità economica euroasiatica.
Dipinto questo quadro e rispondendo al giornalista di RIA NOVOSTI, il quale, osservando come “molti cittadini ricordino con nostalgia i tempi dell’URSS”, gli ha chiesto se ritenga “possibile la restaurazione del socialismo in Russia”, Putin ha detto di giudicarla “impossibile. Un’equa distribuzione delle risorse, un giusto atteggiamento verso le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, politiche statali per ridurre al minimo il numero di poveri: questa è la politica che conduciamo oggi”.
Di fronte alla risposta di Putin, ancora su SVOBODNAJA PRESSA, Andrej Polunin ricorda che però le stime ufficiali parlano di oltre 20 milioni “non di poveri, ma addirittura di indigenti”. Secondo il Rosstat, a novembre i redditi reali sono caduti del 2,9% su base annua. Dalle regioni più periferiche si chiede quando verranno aumentati gli assegni per i bimbi invalidi; perché le pensioni minime di vecchiaia siano di appena 8.000 rubli; perché la sanità sia allo sfacelo. Ma Putin sostiene che un ritorno al socialismo condurrebbe “la Russia in un vicolo cieco” e, così, il governo sta perseguendo una “politica di equa distribuzione della ricchezza nazionale”: forse per questo abbiamo così pochi ricchi e così tanti poveri – ironizza Polunin.
Il politologo del PCFR Sergej Obukxov nota che Putin ha parlato di un surplus del 60% nel commercio estero e di una crescita di 4 volte delle operazioni correnti; ma non ha detto che anche la fuga di capitali è stata di 4 volte maggiore del previsto: circa 60 miliardi di dollari. Aumentano di 2,3 volte gli introiti da petrolio e gas di 2,5 volte dalla metallurgia, con profitti per 3 trilioni di rubli: ma ciò ha portato solo ulteriori 35 miliardi di dollari nelle tasche della “centuria d’oro” di Forbes; Putin non ha parlato, osserva Obukhov, dei 25 milioni che vivono al di sotto della soglia di povertà, dei 33 milioni che faticano a comprare il cibo, dei 60 milioni con reddito inferiore ai 20.000 rubli. Secondo RIA Rejting, tra il 20 e il 33% dei lavoratori guadagna oggi meno di 15.000 rubli: 195 euro.
In effetti, nonostante le ricchezze naturali del paese, a sinistra si rileva il basso livello di benessere della grande massa della popolazione; questo, grazie anche alle regole di bilancio imposte dal FMI, per cui dalle entrate energetiche, solo 40 dollari (la cosiddetta “soglia limite”: oggi di 40 $ al barile) vanno a impolpare il bilancio statale e tutto il resto viene speso per acquistare valuta estera (dollari). Una volta detratte le spese per estrazione e trasporto, di quei 40 $, al tesoro non rimangono che 25-28 dollari. Il resto va a finanziare il debito pubblico americano: secondo l’economista e consigliere presidenziale Sergej Glazev, le regole del FMI pompano oltre 100 miliardi $ l’anno dalla Russia. Inoltre, per il “currency board”, la Russia ha diritto di emettere moneta solo con l’acquisto di dollari: l’economia russa è formata all’80% di investimenti stranieri e ovviamente l’economia opera a vantaggio di coloro da cui proviene il denaro. Il resto, va nelle tasche degli oligarchi.
Ed ecco dunque l’intreccio politico-sociale: “E’ sintomatico che in questo quadro, Putin abbia posto l’accento sulla sottovalutazione del pericolo di guerra nucleare. Lo stile di gestione del Cremlino non cambia: mentre cala il rating di Putin e Medvedev, ci viene nuovamente detto che la Russia è una fortezza assediata”, commentano i comunisti del PCFR.
Putin parla di un “nuovo ordine tecnologico”, ma il direttore del Servizio federale antimonopolio Igor Artemev sostiene che in periferia “non c’è nemmeno il capitalismo: c’è puro feudalesimo e nepotismo. Stiamo scivolando in una nuova Russia medievale”. E’ vero, dice Obukhov: c’è una capitale consumistica, con “i consumatori spinti verso i centri commerciali, le strade piastrellate, illuminate, con feste infinite. E poi c’è il resto del paese, che si tuffa nel medioevo. Oggi è chiaro come il Cremlino governerà un tale paese: noi, cittadini comuni, ci preoccuperemo della possibilità di una guerra nucleare e di un conflitto con l’Ucraina, ci angosceremo per l’oligarca Oleg Deripaska” – (le manovre angloamericane attorno al magnate dell’alluminio e i fondi pubblici russi per salvarne le imprese meritano una trattazione a parte). Per la catastrofe ucraina, ha detto ancora Obukhov, è interamente “responsabile l’attuale leadership russa e Putin personalmente: nel 2014, una volta riunita la Crimea, si doveva riunire anche la Novorossija. Di fatto, cogliamo oggi i frutti dell’indecisione di allora e dell’illusione di mettersi d’accordo con l’Occidente. Se si fosse consentito allora alle milizie di prendere Mariupol, la situazione nel mar d’Azov e nello stretto di Kerch sarebbe stata del tutto diversa”.
Poco diverso il commento del coordinatore del Fronte di sinistra, Sergej Udaltsov, che si dice soddisfatto che “finalmente Putin abbia definito con esattezza le proprie inclinazioni di classe. Di solito, cerca di rimanere nel vago, così che ognuno si illuda su di lui. Ora, ha detto al mondo intero che non considera possibile la restaurazione del socialismo in Russia. Ha stupito tutti per una profonda conoscenza economica, aggiungendo che invece del socialismo, bisogna trattare equamente coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà”. Finora, alcuni nostri concittadini con idee socialiste, ha detto Udaltsov, “continuavano a credere che Putin prima o poi avrebbe calato la maschera liberale e si sarebbe indirizzato verso i tradizionali sentimenti di sinistra. Ci sono tali visionari nelle nostre organizzazioni dell’opposizione di sinistra. Ora Putin ha ammesso pubblicamente di non condividere il socialismo e che si atterrà ai precetti dei classici del capitalismo e dei Chubais nostrani. Secondo la sua visione, la “giustizia sociale non è lo sradicamento della povertà e della miseria, ma “un trattamento equo delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà”.
E’ evidente che Putin è “sempre più apertamente in contrasto con la maggioranza dei russi e, come la storia ci insegna, il potere che entra in conflitto con gli interessi della gente è destinato al fallimento. L’unica incognita sono i tempi. Proprio in questi giorni, il sondaggio del Centro Levada ha mostrato come il numero di cittadini che si rammaricano per il crollo dell’URSS abbia raggiunto il massimo degli ultimi 15 anni: il 66%. Dunque” ha concluso Udaltsov, “ricordiamo questo giorno: 20 dicembre 2018, quando Putin ha finalmente messo da parte i sostenitori del socialismo, che sono davvero tanti in Russia. Ora nessuno ha il diritto di nutrire illusioni su una possibile “svolta a sinistra” di Putin. Dopo il 20 dicembre, chiunque si definisca sostenitore del socialismo e sostenga Putin deve decidere: o per il socialismo, o per Putin. Perché queste, come ci ha spiegato lo stesso presidente, sono due categorie incompatibili”.
Se, come tesi, l’atteggiamento popolare nei confronti dell’URSS è stato rappresentato, lo scorso 21 dicembre, dall’autentica montagna di fiori sulla tomba di Stalin, in occasione del 139° anniversario della nascita; mentre quello della leadership, come antitesi, dalla presenza di Putin all’inaugurazione del monumento a Aleksandr Solzhenitsin e dalla moneta che la zecca gli ha dedicato; allora la sintesi è data dall’atteggiamento nei confronti di Anatolij Chubajs, che simboleggia tra la gente le privatizzazioni predatorie eltsiniane ed è visto oggi come l’eminenza grigia di un potere politico al servizio degli oligarchi. (Fabrizio Poggi)

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L’EUROPA A PEZZI?

di Romano Prodi, da ISPI (Italian Institute For International Political Studies) – 2019 – IL MONDO CHE VERRÀ
Alla domanda (l’Europa a pezzi?) volutamente provocatoria, anche se fondata su elementi non banali, si può dare una prima risposta. Una risposta che può sembrare paradossale ma, invece, comprovata dai fatti: le enormi difficoltà di fronte alle quali la Gran Bretagna si trova per mettere in atto le conseguenze del referendum sulla Brexit dimostrano che l’Europa è troppo robusta per andare a pezzi. Dopo il risultato del referendum britannico avevo previsto una trattativa di uscita con una Gran Bretagna unita di fronte ad un’Europa divisa. Ci siamo invece trovati di fronte ad uno scenario del tutto opposto: un’Unione Europea divenuta improvvisamente compatta di fronte a una Gran Bretagna che si è frammentata in mille pezzi, entrando in una delle peggiori crisi della sua recente storia.
Questo non significa che l’Unione se la passi bene ma ormai il processo di integrazione è andato così avanti da rendere drammaticamente difficile l’uscita anche per l’unico paese che di eccezioni all’integrazione ne aveva ottenute più di ogni altro e che, inoltre, pensava di potere disporre di un’alternativa all’Europa attraverso la robusta stampella americana.
La realtà invece dimostra che, quando si prospetta una concreta ipotesi di divorzio, ci si rende improvvisamente conto della conseguente perdita degli enormi vantaggi che l’Unione ha reso possibili, pur con i suoi ben noti limiti.
Sebbene l’armonizzazione delle politiche economiche e sociali sia stata lenta, complessa e spesso al di sotto delle aspettative, si è arrivati all’assurdo per cui in tutti i paesi cresce l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione Europea ma, quando si arriva al dunque, la grande maggioranza degli europei pensa che sia meglio restare insieme.
C’è chi lo fa per convinzione, c’è chi lo fa per convenienza ma la prospettiva di uscita dall’Unione non si spinge molto avanti. In fondo lo abbiamo visto anche in Italia: le feroci dichiarazioni antieuropee si sono trasformate in critiche sui singoli capitoli e gli insulti hanno ceduto spazio alle mediazioni.
Ciò non dimostra affatto che le cose vadano bene. Tutt’altro! Per diversi motivi Germania, Francia, Italia e Spagna sono in profonda crisi. Dopo le grandi decisioni sul mercato unico, sull’allargamento e sull’Euro, siamo entrati in un periodo storico nel quale il prevalere delle politiche nazionali su quelle comunitarie ha progressivamente marginalizzato il ruolo della Commissione esaltando quello del Consiglio che, essendo la sede della rappresentanza degli Stati, non può che trasferire la responsabilità delle decisioni nelle mani degli Stati più forti. Di qui la politica dell’austerità che tanto ha contribuito a dividere i diversi protagonisti della politica europea e ha incoraggiato decisioni dettate più dalla volontà dei singoli paesi che dall’interesse generale.
Oggi, di fronte ai cittadini europei, si presenta quindi un’Unione incapace di grandi decisioni e senza un progetto per il futuro.
Dell’inno alla Gioia, che aveva accompagnato il successo elettorale di Macron e che sembrava trasformare una vittoria domestica in un progetto continentale, è rimasta solo la musica. La frammentazione della politica tedesca e le quotidiane contraddizioni italiane hanno reso ancora più evidente la paralisi decisionale di Bruxelles. Se l’Europa quindi non va a pezzi è perché tutti hanno paura di essere colpiti dagli stessi suoi pezzi. È tuttavia evidente che, andando avanti come nel recente passato, l’Unione Europea può morire di inedia.
Esiste poi l’eventualità di incidenti, soprattutto nel campo economico e finanziario. Se tali incidenti avvengono in paesi di dimensione modesta come la Grecia si può trovare un faticoso ma possibile rimedio, anche se a caro prezzo. Se invece accadono in un paese grande come l’Italia, l’Europa di oggi non è certo in grado di adottare i necessari rimedi. Tuttavia, anche scartando quest’ipotesi, l’Unione non può soddisfare i suoi cittadini continuando a vivacchiare.
Di solito quando le strutture democratiche si trovano di fronte a una crisi cercano rimedio nelle elezioni. Nel caso europeo le elezioni sono già in programma. Resta solo da utilizzarle per una battaglia politica europea e non per misurarsi sui problemi interni ai singoli paesi.
Nonostante i diffusi allarmi, i partiti antieuropei, pur in crescita, sono oggi una minoranza. Il Partito Popolare Europeo, pur non scostandosi dalla sua tradizionale linea europea, si sta spostando a destra candidando Weber. Esso conserverà nelle sue file Orbán e costituirà una calamita sempre più forte (e presto irresistibile) anche nei confronti della Lega di Salvini.
Se liberali, socialisti e verdi dimostreranno un minimo di intelligenza politica presentendo un candidato unitario per la presidenza della Commissione e per le alte cariche europee si potrà dare vita ad una vera sfida a livello europeo, risvegliando l’attenzione e l’interesse di tutti i cittadini dell’Unione. Non è ovviamente necessario che questi partiti si fondano o perdano la propria identità.
Ormai in quasi tutti i paesi europei i governi non si formano più con un solo partito ma con coalizioni (a volte complicate) di partiti che, fatta eccezione per l’Italia, condividono la stessa direzione di marcia. Se si vuole avvicinare di nuovo i cittadini all’Europa gli obiettivi condivisi debbono però essere chiari, semplici e di grande rilievo.
Nell’Unione di oggi tre sono gli obiettivi fondamentali. Il primo è il completamento della politica monetaria con regole comuni per una progressiva armonizzazione delle politiche di bilancio. Nessuno può chiedere che gli Stati più prosperi prestino soccorso agli altri ma tutti debbono chiedere che si costruiscano almeno regole che tengano conto degli andamenti del ciclo economico e rendano possibile il necessario processo di armonizzazione nel lungo periodo. Il secondo obiettivo deve essere l’esercito europeo, la cui necessità è resa più evidente dalla richiesta americana affinché l’Europa provveda sostanziosamente alla propria difesa. Compito che non può essere affidato ai singoli stati. Il terzo obiettivo è una politica industriale e dell’ambiente volta all’innovazione e alla creazione di imprese europee capaci di essere protagoniste anche nei settori ora dominati da americani e cinesi.
Con una battaglia politica su questi tre temi si ricomporranno tutti i “pezzi” della politica europea e si darà speranza a tutti coloro che ora hanno paura per il proprio futuro e per il futuro delle nuove generazioni. Solo la politica, ma una politica alta e con grandi obiettivi, può impedire che l’Europa finisca davvero in pezzi. (Romano Prodi)

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SIRIA, SABBIA E MORTE

di Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019 (www.treccani.it/)
«Sabbia e morte». Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 ricordano quelle di Rino Formica per definire la politica tout court: «sangue e merda». Sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. In Siria nord-orientale nulla è cambiato sul terreno con l’arrivo del nuovo anno, quello nel quale scoccherà l’ottavo di guerra. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’.
Il presunto ritiro delle forze americane, annunciato dal comandante in capo, ma ancora indeterminato nel tempo e incerto nei modi, è stato già un catalizzatore della violenza che si genera coi vuoti di potere. In Siria ora si combatte difatti anche in vista del momento in cui il presunto vuoto lasciato dagli americani andrà colmato, semmai così sarà.
Sia come sia, resta il fatto che la sola percezione di un possibile mutamento nell’equilibrio di potenza, determinato anche dalla presenza americana, ha già prodotto un rinnovato slancio bellico per il controllo territoriale e la definizione finale delle sfere d’influenza. Finale perché, al momento, lo sforzo della Russia per imporre la propria presenza in Siria sembra infine vittorioso. Sembra essere riconosciuto come vincente, dopo anni e anni di guerra, in modo esplicito o implicito, dalle potenze maggiori. Il più cristallino a riconoscere l’affermazione russa è stato Jeremy Hunt, ministro degli Esteri britannico: «La Russia potrebbe pensare di avere conseguito una sfera d’influenza [in Siria]. Ciò che potremmo dirle è sì – e con ciò anche una responsabilità».
Le posizioni di Trump e Hunt, considerate assieme, segnalano ormai l’accettazione di un fatto: il governo formale della Siria resterà al presidente Assad e quindi dipendente dalle scelte politiche russe. In questo senso, se nulla cambierà, questa guerra di Siria è finita.
È finita, cioè, la competizione per cambiare il regime, il conflitto armato che aveva come posta in palio la caduta di Assad, quindi il controllo della Siria e la sua collocazione nelle sfere d’influenza internazionali. Continua, invece, la guerra per il controllo del territorio, destinato ormai più alla riunificazione sotto Damasco/Mosca/Teheran che alla partizione.
Decimate le milizie del Daesh e delle opposizioni ad Assad, SI TRATTA, SOPRATTUTTO, DEL DESTINO DEI CURDI SIRIANI NORD-OCCIDENTALI, posti in attesa del loro fato proprio a causa dell’annunciato ritiro americano e del consolidamento di Assad. Ciò che trattiene la Turchia dallo scatenamento della sua forza bellica oltre confine e oltre l’Eufrate è proprio la presenza americana sul terreno, ancora a fianco dei Curdi; i quali, a loro volta, di fronte al possibile abbandono, cercano almeno nuovi allineamenti proprio con Assad in funzione antiturca. Alla Turchia si deve, difatti, il sostegno passato e presente agli antagonisti di Assad, Daesh compreso.
Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia.
LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio a quelle donne e uomini TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.
Oggi a Washington sabbia e morte sono, per alcuni senza cognizione morale della guerra, pura retorica politica; in Siria sono invece l’ambiente reale in cui molti devono provare a sopravvivere. Per costoro vale il motto di Raymond Aron, suprema morale realista: sopravvivere significa vincere. (Michele Chiaruzzi)

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NEL DONBASS CHE RESISTE AI RUSSI FRA PARTIGIANI E BANDIERE EUROPEE
di Roberto Travan, da “La Stampa” del 14/1/2019
   La guerra del Donbass è laggiù, oltre le ciminiere che ammorbano l’aria di Mariupol, mezzo milione di abitanti, un tutt’uno con la città incolore e il cielo plumbeo. I filorussi sono a una ventina di chilometri. È qui, sul fronte Sud che l’Ucraina attende la loro prossima avanzata.
Infatti, le autoproclamate Repubbliche di Lugansk e Donetsk potrebbero presto tentare di occupare Mariupol per unirsi alla Crimea, anch’essa caduta in mano ai separatisti. Quasi tredicimila morti e oltre due milioni di sfollati in cinque anni, molti di più se partirà la nuova offensiva.
La Russia, dopo aver sostenuto l’occupazione del bacino minerario del Donbass, ora mira alle immense acciaierie della città. E al suo porto sul Mar d’Azov da cui salpa metà delle esportazioni ucraine. Mosca ha già preso il controllo dello Stretto di Kerch, l’unico sbocco sul Mar Nero: la costa ucraina è di fatto isolata.
I primi segni della guerra sono ai «blokpost», gli sbarramenti che filtrano tutti gli accessi a Mariupol. Le perquisizioni sono meticolose, i separatisti potrebbero far entrare armi. O più semplicemente vodka di contrabbando distillata nei territori occupati. Qua e là cartelloni patriottici e gigantografie del presidente Petro Porošenko in mimetica. Inutile cercare le bandiere ucraine giallo-blu appese alle finestre, perché gli abitanti temono l’arrivo dei filorussi e l’inevitabile resa dei conti già avvenuta in altre città. Perfino il caffè Veterano – la catena di locali ritrovo dei patrioti ucraini – nasconde le insegne dei battaglioni al fronte.
Squarci di normalità
La gente schiva il conflitto, evita di parlarne. Ne ebbe però il terribile assaggio nel 2015 quando una pioggia di razzi Grad dei separatisti seminò morte in un mercato di periferia. Fu una strage, l’ennesima e non l’ultima: trenta civili rimasero sull’asfalto, novanta i feriti. Si trova uno squarcio di normalità nei pub e ristoranti del centro affollati da giovani studenti. Ai tavoli anche soldati che si godono i pochi spiccioli in birre e amori veloci a buon mercato. Qualcuno si promette amore eterno. Come Anton e Juliya, ventiquattro ore di licenza per sposarsi in divisa, brindare sulle rive ghiacciate del Mar d’Azov, godersi la Luna di miele allo Spartak Hotel e tornare l’indomani in prima linea.
La guerra sta velocemente spazzando i legami con la Russia. Molte città del Donbass hanno cambiato il nome per tagliare i ponti con il passato: Dnipropetrovsk, Artemisk, Krasnoarmiysk sono state ribattezzate Dnipro, Bahmut, Pokrovsk. E nelle biblioteche migliaia di libri sono finiti al macero, sostituiti dai testi in ucraino donati dalla moglie del presidente Porošenko. Resiste qualche vecchio tassista che non ti porta a destinazione se gli parli in ucraino.
NON RESTA PIÙ NULLA
II segni del conflitto sono evidenti fuori dalla città, più a Nord. Sugli arenili del Mar d’Azov – un tempo la spiaggia a buon mercato di chi non poteva permettersi la Crimea o il Mar Nero – barriere interminabili di filo spinato separano il mare dalla terraferma. Il nemico è appostato poco lontano, a Shirokine, dove si continua a combattere tra le case in rovina. Sul tetto di un palazzo diroccato militari ucraini issano una bandiera europea, sfidando il tiro dei cecchini e il vento freddo che soffia dalla Russia.
Poco lontano i resti di un piccolo villaggio di cui non resta più nulla. La furia dei filorussi non ha risparmiato neanche la cappella ortodossa costruita ai piedi di una collina. Sul muro una scritta rabbiosa: «L’unica luce di Dio è quella di una chiesa che brucia». Perché la guerra del Donbass ha colpito mortalmente anche la fede, separando, dopo tre secoli, la Chiesa Ucraina dal patriarcato Russo.
I SOPRANNOMI DEI COMBATTENTI
La strada piega a Nord, verso Pavlopil, dove incuneato tra i campi minati passa uno dei corridoi che collega i due lati del fronte. Decine di sgangherate Zhiguli attendono impazienti il cenno dei militari per entrare nella parte governativa. Torneranno con i bauli stracolmi di generi di prima necessità, merci che scarseggiano nei territori occupati: medicinali, vestiti. Anche cibo. «Il nemico è a un paio di chilometri» indica «John Bogun», giovane comandante di un plotone di paracadutisti. Tutti i combattenti hanno un soprannome, ma non è un semplice vezzo. Lo usano per proteggere i parenti rimasti oltre le linee nemiche. La guerra ha sparpagliato tutti, e forse per sempre.
A Volnovakha l’occhio si perde in una distesa infinita di campi brulli, chiazzati dalla neve. È su questi pianori privi di ostacoli che i separatisti potrebbero tentare l’avanzata. Nelle retrovie svernano i carristi ucraini. Ingrassano cingoli, scaldano motori intasati dal gelo. Nonostante il freddo e l’attesa sfiancante, il morale è buono: sono ben equipaggiati, meglio addestrati, sufficientemente riforniti, nulla a che vedere con i volontari che nel 2014 fermarono l’invasione armati spesso solo con mezzi di fortuna e coraggio.
Anche il sacrificio dei civili è stato fondamentale per reggere l’urto iniziale della guerra. Li chiamano «partizan», continuano instancabilmente a portare aiuti nelle zone dei combattimenti. Natali è una di loro – una partigiana – e da cinque anni fa la spola tra Kiev e il Donbass. Oltre duemila chilometri a bordo di un vecchio furgone di terza mano, malconcio quanto le strade su cui sfreccia a tutta velocità. Si ferma a Opytne, a una manciata di chilometri dall’aeroporto di Donetsk. Il rumore dell’artiglieria filorussa è netto, vicino. La volontaria ha portato cibo e coperte a Baba Raja, un’anziana che non vuole saperne di andarsene. La sua casa – rattoppata con lamiere e teli di plastica, la facciata sfregiata dalle schegge dei mortai – è una delle poche rimaste in piedi. Il termometro supera i meno dieci, mancano luce, gas, acqua. Manca anche Vyacheslav, il marito, trovato due mesi fa morto nei cespugli. La donna si dispera: «Siamo arrivati nel ’45, qui non c’era nulla». Forse ignora, o preferisce non pensare, che attorno a sé c’è nuovamente il vuoto. Perché di quel villaggio non restano che macerie, dolore e speranze: il Donbass. (Roberto Travan)

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IN MERITO A UNA MOSTRA A TREVISO DELLA FONDAZIONE BENETTON DEL 2016

LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?

Representation of human beings – mappe e arte in mostra
La geografia serve a fare la guerra? È l’interrogativo che si è posta la mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche, a cura di Massimo Rossi, negli spazi Bomben a Treviso
Mappe, atlanti e opere d’arte hanno raccontato, attraverso tre percorsi strettamente legati e continuamente in dialogo, la grande forza comunicativa e persuasiva delle carte geografiche.
LE MAPPE SONO UN POTENTE MEZZO DI COMUNICAZIONE non verbale e il contesto delle celebrazioni della Grande Guerra offre un valido pretesto per indagare sulla loro capacità di influenzare l’opinione pubblica quando assecondano il punto di vista degli Stati Maggiori. Per questo il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall’antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un’altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari.
(…)
1- ROCCE E ACQUE, rappresenta il confine naturale – le mappe indurranno monti e fiumi a diventare strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni per trasformarli da “espressione geografica” a stati.
2- SEGNI UMANI, è l’uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l’idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica.
3- CARTE DA GUERRA, ha posto l’accento sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili, nel contesto della Prima guerra mondiale: simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili a oltre cento metri di quota e percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini. Mortai da 305 mm che esplodono proiettili di 400 kg alti come un uomo, e palloni frenati sospesi a centinaia di metri dal suolo «che in lunga fila si dondolano nell’azzurro lungo il corso del Piave» come racconterà lo scrittore-tenente Fritz Weber, nemico sulla riva opposta.
(…) In tutte le epoche le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi UN POTERE A VOLTE AGGRESSIVO. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l’olandese Niew Amsterdam diventa l’inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell’italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l’asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno. O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: “Alto Adige”, “Venezia Tridentina”, “Venezia Giulia”, o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere.
La secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all’invasione austriaca e diventa “Il Piave” per rassicurare l’immaginario collettivo della giovane nazione italiana.
MA È PROPRIO VERO CHE LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma A FARE LA GUERRA È SEMPRE L’UOMO che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica.
Allora c’è UN’ALTRA GEOGRAFIA POSSIBILE, una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica, un’altra geografia in grado di insegnarci a conoscere i luoghi attraverso un ininterrotto dialogo con i processi storici e di persuaderci che «non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo».

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