FUSIONI DI COMUNI assai rare, REGIONI che non diventano MACROREGIONI, PROVINCE che ritornano, AREE METROPOLITANE senza progetto – E la richiesta di AUTONOMIA REGIONALE (Veneto, Lombardia, Emilia) DIVIDE Nord da Sud – Come coniugare autonomia, federalismo, e nuovi confini istituzionali ora obsoleti?

I COMUNI D’ITALIA SONO, AL 20 FEBBRAIO 2019, 7915 – NEL 2019 SONO STATE FINORA APPROVATE 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, PER UN TOTALE DI 65 COMUNI SOPPRESSI. Il numero complessivo dei comuni italiani, ad oggi, è diminuito di trentanove unità passando da 7.954 a 7.915. Dal 1° luglio 2019 diminuirà di un ulteriore unità arrivando a 7.914 comuni. Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5). Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso. L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati. … Vedi le tabelle aggiornate su: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/

   La Costituzione italiana, all’art. 116 comma terzo, prevede la possibilità di ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO. Cioè il Parlamento può attribuire alle attuali regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
E’ accaduto (e sta accadendo) che tre regioni intendono usufruire dei maggiori poteri previsti (e delle risorse finanziarie da gestire direttamente), e queste regioni sono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata.

Zaia, Fontana e Bonaccini, i governatori delle tre regioni che hanno chiesto l’autonomia (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) – LE MATERIE DELL’AUTONOMIA PER VENETO, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA SONO (elenchi più lunghi quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato, mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, e i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative): Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport, Istruzione scolastica.

   Le deleghe, a nostro avviso più rilevanti (non solo per l’aspetto finanziario, ma anche per le implicazioni politiche e culturali che presuppongono), sono quelle dell’ISTRUZIONE SCOLASTICA e dell’AMBIENTE. Ma anche le altre deleghe non sono da poco. Le citiamo tutte: Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto, Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Istruzione scolastica, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport.

In merito all’AUTONOMIA REGIONALE di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna LA GEOGRAFIA DELLE RISORSE – I costi attuali sostenuti dallo Stato e i fondi trasferibili per le principali competenze in discussione con l’autonomia differenziata. Valori in milioni di euro (51% IL PESO DELLA SCUOLA: il costo delle competenze legate all’istruzione assorbe più della metà della spesa nelle materie «trasferibili»). (Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale e pre-intese governo-regioni, da il sole 24ore del 20/1/2019)(l’immagine qui sopra è sempre tratta da “il Sole 24ore del 20/1/2019)

   Scuola, ambiente, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via… portano anche probabilmente a una ridefinizione del rapporto (per le Regioni che se ne assumeranno la delega) con i Ministeri competenti (creando problematiche non da poco).
MA TUTTO PER ORA SI E’ FERMATO. Sembrava che la cosa si facesse concreta (in questi giorni il Parlamento doveva votare e approvare queste forme di autonomia, diverse per regione, -il Veneto ad esempio ne chiede 23 di deleghe -l’Emilia 15-, tra cui, appunto, la gestione del sistema scolastico, tra le più rilevanti e difficili da assegnare, per i programmi, per la scelta del personale…)…… Dicevamo che si doveva arrivare all’approvazione di questa storica differenziazione di poteri (e di autonomia fra regioni), ma la forte opposizione delle regioni del sud (che temono minori risorse provenienti dal Centro, visto che molte entrate rimarranno di più al nord), e in particolare discordanze di intenti delle due forze politiche ora al governo… ebbene tutto è stato rinviato, e temiamo che anche questa riforma di notevole portata (l’attuazione di un regionalismo differenziato) non avverrà più almeno nei prossimi anni.

Si sente dire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vogliono l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio di Gianfranco Viesti (“VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”) racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. GIANFRANCO VIESTI (professore di “Economia applicata” all’Università di Bari) mette in guardia dalla possibile “secessione dei ricchi”. Il saggio gratuito in questo link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp

   Noi qui pensiamo comunque che la proposta di maggiore autonomia regionale nei servizi al cittadino, possa portare un maggior controllo della spesa pubblica ed efficienza, a una maggiore responsabilità se estesa a tutte le regioni (non solo alle attuali tre). Ma non è detto (l’istituzione delle regioni, già dal 1970, ha moltiplicato la spesa pubblica creando grandi apparati parassitari).

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da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrativenuovi-comuni-2019

   E QUI VENIAMO AL PUNTO CHE CI INTERESSA (in questo blog geografico che vorrebbe definirsi propositivo). Perché l’autonomia avvenga essa, a nostro avviso, deve essere contornata da regole FEDERALISTE: un federalismo che dà poteri (e risorse) alle regioni nell’ambito anche di una presenza autorevole dello stato centrale; e di una visione europea comune che supporti questa nuova ripartizione dei poteri e funzioni verso un’entità sovranazionale (che dovrebbe essere, auspichiamo, gli Stati Uniti d’Europa).
MA PER FARE QUESTO NOI PENSIAMO CHE, contemporaneamente alla maggiore AUTONOMIA REGIONALE, CI DEBBA ESSERE una NUOVA RIPARTIZIONE TERRITORIALE DEGLI ORGANI DI GOVERNO: è necessario (e urgente) la riduzione consistente degli attuali comuni (quasi 8mila), a non più di mille, CREANDO NUOVE CITTÀ; e, appunto, l’ISTITUZIONE DI MACROREGIONI al posto delle attuali 20 Regioni (Macroregioni più confacenti ai maggiori poteri da attribuire loro, e meno dispendiose e più efficienti rispetto ai poco produttivi apparati burocratici che ciascuna delle venti regioni ha adesso).
PERTANTO, AUTONOMIA REGIONALE PIU’ ESTESA SI’, MA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI TERRITORIALI.

L’autonomia regionale e la trasformazione istituzionale dei comuni con le FUSIONI tra di essi, l’istituzione di MACROREGIONI, la creazione di AREE METROPOLITANE in tutti i territori (oltre le sole grandi città com’è ), sono elementi che dovrebbero procedere insieme. Cioè “avrai maggiore autonomia dallo Stato centrale, se anche decidi di cambiare”, accorparti con altri, per essere più efficiente, più autorevole e più adatto ai tempi contemporanei a una nuova geografia delle istituzioni, delle entità urbane che stanno velocemente cambiando in questo nostro presente.
ANDIAMO CON ORDINE
In merito alle FUSIONI tra comuni partiamo dal dato che in Italia ci sono attualmente 7.915 comuni (si è meritoriamente e lentamente scesi dalla quota 8mila, ma di poco). La popolazione complessiva è (più o meno variabilmente) di 60 milioni di abitanti. In una superficie di circa 300mila chilometri quadrati, una media di 200 persone a Km quadrato. La MEDIA di POPOLAZIONE dei COMUNI è pertanto di 7.580 abitanti: nella media coesistono metropoli come Roma (quasi 3milioni di abitanti), le cento (per la precisione 105), medie e medio grandi città italiane con popolazione superiore ai 60mila abitanti; oltreché paesini di poche centinaia o migliaia di abitanti. Tutti hanno le stesse regole burocratiche, demografiche, urbanistiche, dei servizi sociali. etc.

Fasi della Fusione (da http://www.comunitrentini.it/ )

   E pur nelle differenziazioni geomorfologiche del territorio (paesi di montagna, di collina o di pianura hanno caratteristiche di vita e servizi al cittadino assai diverse…) potrebbe poi essere un parametro compatibile pensare a “NUOVE CITTÀ” (al posto dei quasi 8.000 comuni attuali) sul parametro proprio dei 60.000 abitanti ciascuna (per una gestione compatibile ed efficiente dei servizi, per una visibilità e autorevolezza politica all’esterno, per le OPPORTUNITÀ offerte ai propri cittadini).
Questo “sciogliersi” dei comuni in NUOVE CITTÀ è più che adatto (e necessario) per quei comuni con popolazione al di sotto di questa soglia dei 60mila abitanti, e che molto spesso sono realtà urbane date da più comuni vicini (in un’urbanizzazione diffusa), che si intersecano nei loro confini (confini del tutto aleatori rispetto agli spostamenti della popolazione nella quotidianità).

FUSIONI DI COMUNI DAL 2009 (da http://www.talentilucani.it/ )

   60 milioni di abitanti in “nuove città” da 60mila abitanti significa mille comuni: cioè accorpare, ridurre, sciogliere i quasi 8mila comuni di adesso in più confacenti NUOVE CITTA’ di 60.000 abitanti. Parliamo naturalmente degli attuali medi, medio-piccoli e piccoli comuni di adesso…. (anche se si pone però il problema della eccessiva dimensionalità di certi comuni: ROMA con i suoi quasi 3milioni di abitanti, con la presenza di un turismo di massa per le sue bellezze artistiche, storiche, archeologiche… e per essere anche capitale cristiana del cattolicesimo; per la presenza delle istituzioni nazionali politiche come capitale d’Italia….. Roma o assume una veste diversa dal “Comune” tradizionale, divenendo organizzativamente CITTA’ STATO, oppure certe sue competenze e compresenze andrebbero ripartite, “diluite”, in altri luoghi (città) dell’Italia centrale (collocando ad esempio alcuni ministeri all’Aquila, a Perugia, etc…).

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MACROREGIONI

MACROREGIONI – DODICI MACROREGIONI INVECE DELLE ATTUALI 20 REGIONI. L’iniziativa parlamentare che due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, avevano lanciato nell’ottobre 2015 non ha avuto alcun seguito. Però la proposta era concreta ed interessante, e da riprendere. Questo accorpamento di regioni PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA e (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Ha ancora senso mettere sullo stesso piano la Regione Lombardia con la Regione Basilicata? …Attualmente poi una interessante proposta di accorpamento è in auge tra le Regioni Marche, Umbria e Toscana…. (ma vedrete che non se ne farà nulla) ….E le regioni del Sud, così come ripartite non potrebbero essere riviste, come volano di sviluppo economico, cambiamento morale, eliminazioni di sprechi e clientele, se individuassimo una sola MACROREGIONE DEL SUD…. E poi il Nordest, dove la presenze di Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, territorialmente e geograficamente già pur nel loro diversità si dovrebbero identificare in un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST. L’autonomia al Veneto potrebbe in questo senso parificare il contesto, che ha visto finora il Veneto diverso dalle altre due entità (Friuli e Trentino Alto Adige) in fatto di autonomia, e così arrivare ad un’unica Macroregione in Italia e in Europa (sull’esempio di molte altre, pensiamo alla vicina Baviera…).
Pertanto, lo ripetiamo, AUTONOMIA e RIDEFINIZIONE TERRITORIALE degli enti locali di governo SONO TEMI CHE SI INTRECCIANO… (s.m.)

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IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione (a cura del Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura)
Con legge ordinaria il Parlamento può attribuire alle regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
Tale facoltà è prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, ma fino ad oggi mai attuato.
Nella parte conclusiva della XVII legislatura si è registrato l’avvio dei negoziati con il Governo su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza su principi generali, metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa per l’attribuzione dell’autonomia differenziata.
Inoltre nelle altre regioni ordinarie si era registrata ampia attenzione sul tema: sette consigli regionali avevano conferito al Presidente l’incarico di attivare il negoziato con il Governo per l’attuazione del regionalismo differenziato e altre tre regioni avevano assunto iniziative preliminari, senza tuttavia giungere al formale conferimento di un mandato in tal senso.
Con l’avvio della XVIII legislatura il processo in atto rimane di attualità politico-istituzionale, tanto che nel programma di Governo è espressamente prevista l’attuazione del regionalismo differenziato (da Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione, febbraio 2019 n. 104)
vedi qui sotto il link di tutto il dossier “il processo di attuazione del regionalismo differenziato”:

dossier febbraio 2019 Servizio Studi Senato (3)

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PERCHÉ I TERRITORI CONTANO

di Federico Pizzarotti, sindaco di PARMA
da FORMICHE 144 — Il Settentrione fa questione – febbraio 2019
La spinta autonomistica che nasce dalla Lombardia e dal Veneto, e successivamente dall’Emilia Romagna, la reputo un’iniziativa di cui è corretto parlare condividendone il metodo: il DIALOGO CON LO STATO CENTRALE. L’autonomia di una regione infatti non deve mai nascere in chiave antigovernativa, anzi, deve essere una dialettica positiva tra Stato centrale e territorio. Sono infatti i territori a rappresentare il motore delle nazioni. È perciò importante che lo slancio autonomistico venga incanalato in maniera sensata e ragionata: purtroppo negli ultimi anni siamo passati dall’avere una serie di sovrapposizioni di competenze tra enti regionali, comunali e provinciali a una visione più centralistica – l’ipotesi di sopprimere le Province –, alla situazione attuale, dove al momento la confusione sull’autonomia e sulle questioni territoriali è tanta.
Oggi da parte del governo manca un disegno strategico e di lungo termine sul rapporto tra Stato, regioni ed enti locali. Aggiungo che le politiche del governo relative al rapporto con le regioni e alla riorganizzazione degli enti locali non possono prescindere dalle caratteristiche e specificità dei singoli territori (Piemonte e Basilicata, ad esempio, richiedono investimenti e soluzioni a problematiche differenti), pertanto È ESSENZIALE PORRE SEMPRE ATTENZIONE ALLE SPECIFICITÀ DEI TERRITORI.
Ciò ben si lega, e per questo è corretto parlarne in questa sede, a un altro tema molto sentito dagli enti locali: la RIFORMA DEL FEDERALISMO FISCALE, e quindi della redistribuzione delle risorse sul territorio. Dal punto di vista dei Comuni le risorse (di un territorio) devono poter rimanere sul territorio per essere reinvestite in servizi sempre più di qualità per i cittadini.
Tuttavia la riforma deve correre di pari passo con una redistribuzione delle risorse a livello centrale legata alla responsabilità e all’impegno che ogni territorio mette a diposizione per sé e per la nazione.
In estrema sintesi, si ha bisogno di una nuova proposta di federalismo fiscale che dia maggiore autonomia agli enti locali in fatto di utilizzo delle proprie risorse, ma al tempo stesso che redistribuisca ai territori che più ne hanno bisogno le risorse comuni purché, di riflesso, ci sia un impegno degli stessi a tagliare gli sprechi e a utilizzarle con sempre maggiore qualità. (Federico Pizzarotti)

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L’AUTONOMIA REGIONALE VALE 21 MILIARDI, DA ROMA AL NORD 200 COMPETENZE
di Gianni Trovati, da “il Sole 24ore” del 20/1/2019
Le Regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata vogliono avere l’ultima parola su grandi temi come l’istruzione, l’ambiente o il governo del territorio. Ma per tradurre in pratica la loro voglia di decidere da sole devono discutere con il ministero dell’Istruzione anche le competenze sugli organi collegiali della scuola o sull’educazione degli adulti; con il ministero dell’Ambiente le regole sulle singole norme tecniche per la gestione dei rifiuti pericolosi; con quello delle Infrastrutture i poteri sulle strade regionali o sulle concessioni ferroviari.
Negli elenchi più lunghi, quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative. In un panorama variegato che va dalla promozione dei beni culturali al «rispetto delle fasce cimiteriali».
Si spiega anche con la complessità degli infiniti dossier al centro delle trattative il calendario lungo preso dai lavori sull’autonomia regionale. I tempi però agitano la politica, dopo che la prima scadenza del 15 gennaio, indicata con uno slancio di ottimismo dal leader della Lega Salvini appena prima di Natale, è passata senza che si riuscisse a chiudere il cantiere tecnico. Ma non bisogna fermarsi alla superficie del confronto difficile fra un Movimento 5 Stelle freddo sull’autonomia del Nord e una Lega entusiasta.
Pochi giorni fa è stato lo stesso Di Maio, in una riunione a porte chiuse, a dare un via libera che ha chiuso la fase della resistenza passiva dei ministeri M5S come Infrastrutture o Salute. Ma negli ultimi giorni è cresciuta la tensione anche fra le stanze del Carroccio “romano”, impegnate a tenere gli equilibri di coalizione sul decretone di «quota 100», e i governatori del Nord. Perché Fontana in Lombardia, e ancor di più Zaia in Veneto, hanno il problema di tenere sotto controllo la pressione di una base che scalpita sul tema più identitario per la Lega nordista. Anche per questo, in un modo o nell’altro, dovrà arrivare al consiglio dei ministri la proposta ufficiale dell’intesa con le tre Regioni.
Nei desideri dei tifosi a Nord, come nei timori dei contrari a Sud, l’autonomia è prima di tutto una questione di soldi. Ma bisogna stare attenti. Le somme in gioco sono potenzialmente enormi. Oggi lo Stato spende in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna 71,5 miliardi all’anno per garantire scuola, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via. Un calcolo puntuale sui valori dell’autonomia sarà possibile solo una volta definite quali delle 200 funzioni abbondanti citate all’inizio passeranno a ogni regione, con quali modalità e con quanto personale.
Ma una stima di massima mostra che i portafogli più consistenti riguardano soprattutto ISTRUZIONE e AMBIENTE, e che in totale le principali competenze al centro del negoziato valgono fino a 21,5 miliardi: 10,5 in Lombardia, che con i suoi 10 milioni di abitanti è il gigante in campo, 6 nel Veneto, che come Milano ha chiesto il pacchetto completo delle 23 competenze trasferibili, e il resto all’Emilia Romagna. Sarà soprattutto la scuola a decidere il conto finale. Perché da sola vale oltre 11 dei 21,5 miliardi “trasferibili”.
Ma che cosa succederebbe davvero a questi soldi? Almeno nei primi cinque anni, secondo il progetto, la geografia effettiva delle risorse non cambierebbe di una virgola, perché il trasferimento avverrebbe in base al «costo storico». In pratica: se oggi lo stato spende 100 euro in Veneto per una determinata funzione, il passaggio delle competenze a Venezia porterebbe in dote i 100 euro oggi pagati con fondi centrali. Nelle convinzioni degli autonomisti, però, Milano, Venezia o Bologna saprebbero gestire in modo più efficiente di Roma le funzioni: i risparmi resterebbero nei bilanci regionali permettendo riduzioni di tasse o servizi aggiuntivi a “costo zero”.
Questo scenario è certamente possibile per alcuni temi ma improbabile in altri. Proprio nella scuola, cioè nel cuore della questione finanziaria, la prospettiva è problematica. Gli stipendi di insegnanti e personale tecnico assorbono da soli l’89,9% della spesa. E l’autonomia non può certo portare a contratti di lavoro differenziati o alla riduzione degli organici tagliando il rapporto docenti/studenti.
Anche se scaldano meno il dibattito, allora, le novità più interessanti sul piano fiscale potrebbero arrivare dai maggiori spazi di libertà sui tributi regionali, sugli incentivi (fiscali e non) a imprese e settori produttivi, sulla gestione del territorio o la promozione di ambiente e beni culturali. Con lo spostamento di competenze, più che di risorse.
Superati i cinque anni di rodaggio, si passerebbe alla seconda fase regolata dai «costi standard» per i «livelli essenziali delle prestazioni», in cui la distribuzione delle risorse garantirebbe solo il “prezzo giusto” per i servizi efficienti. Qui però si entra nella nebbia. I parametri, di cui la politica favoleggia da anni, sono tutti da costruire. E devono tener conto delle caratteristiche demografiche, geografiche e sociali di ogni territorio perché per esempio i trasporti in una pianura urbanizzata hanno un costo pro capite più leggero rispetto a quelli in un’area di montagna, o il welfare dove ci sono più anziani è diverso dalle zone a più alta presenza di giovani.
Più di un segnale lascia supporre che l’attuazione di questo sistema sposterebbe risorse da Sud a Nord perché colpirebbe le inefficienze strutturali. Ma sono prospettive tutte da definire.
Ora invece è il tempo della politica, che deve portare entro tre settimane alla definizione delle intese anche per evitare nuovi scossoni all’equilibrio fragile fra Lega e M5S. Anche se la firma a Palazzo Chigi sarebbe solo il primo passo di un percorso che poi passa dall’approvazione delle leggi su Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna a maggioranza assoluta dei componenti di Camera e Senato. E a un’infinità di decreti attuativi che promette di impegnare a lungo Stato e regioni. (Gianni Trovati)

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L’IMPRESA DI FARE SINTESI

di Marcella Panucci, DIRETTORE GENERALE DI CONFINDUSTRIA
dalla rivista FORMICHE 144 — Il settentrione fa questione – febbraio 2019
Autonomia sì o no? Recentemente, il dibattito sul riconoscimento dell’autonomia differenziata ad alcune Regioni si è polarizzato così, in un tentativo di semplificazione di una questione invece assai complessa, che implica una riflessione ampia e articolata su obiettivi, opportunità, rischi ed effetti che un esteso riordino degli assetti istituzionali e dell’organizzazione legislativa e amministrativa genera sul piano dell’efficacia dell’azione pubblica, sulla qualità dei servizi e sull’economia dei territori.
Nel trattare una questione così complessa non si può non partire da una constatazione: l’art. 116 della Costituzione riconosce la possibilità di attribuire maggiori spazi di autonomia a quelle Regioni virtuose, anche se con limiti e condizioni sia di carattere generale, a partire dal rispetto del principio di uguaglianza, sia più specifiche.
In quest’ottica, il processo di attuazione dell’articolo 116 della Costituzione va osservato con attenzione, perché potrebbe essere l’occasione per rafforzare la competitività delle aree geografiche interessate. Al contempo, il tema dell’autonomia differenziata andrebbe inquadrato in un contesto più generale di migliore assetto dell’architettura istituzionale.
In questa prospettiva vi sono almeno due temi collegati sui quali occorre riflettere. Da un lato, quello di una generale revisione del Titolo V: il rafforzamento dell’autonomia regionale andrebbe bilanciato con la centralizzazione di alcune potestà legislative in materie nevralgiche per lo sviluppo nazionale (infrastrutture strategiche, energia, commercio con l’estero, ecc.), anche al fine di assicurare unitarietà di indirizzo e una più chiara ripartizione delle prerogative assegnate ai diversi livelli istituzionali.
Dall’altro lato, va superato l’assetto elefantiaco della PA, con troppi enti pubblici che si sovrappongono e si contrastano a vicenda, rallentando le decisioni che servono alle imprese. Bene, dunque, maggiore autonomia, ma si dovrebbe avere anche il coraggio di tornare a discutere di riforme istituzionali.
Se questi sono i presupposti, non sembra condivisibile l’assunto per cui l’attuazione dell’articolo 116 determinerebbe effetti irreversibili per l’unità nazionale. La secessione non è dietro l’angolo, anche perché non è nel programma di alcuna forza politica, non figura nel contratto di governo e non risponde alla sensibilità del Paese. Al contrario, l’autonomia differenziata, che si colloca a tutti gli effetti nell’alveo costituzionale, se declinata con l’obiettivo di accrescere le condizioni di competitività dei territori e non come fattore limitativo dell’attività economica o di disomogeneità normativa a danno delle imprese, può costituire l’occasione per le Regioni di realizzare appieno le proprie potenzialità, specie in quegli ambiti in cui abbiano già dimostrato efficienza ed efficacia nell’esercizio delle proprie prerogative.
Vi sono una serie di ambiti in cui questa potenzialità potrebbe esprimersi, come quello dell’organizzazione amministrativa con obiettivi di efficientamento dei procedimenti o quello degli interventi proattivi di promozione delle attività produttive e di attrazione di investimenti e nuovi insediamenti.
Vi sono poi ulteriori considerazioni di cui occorrerebbe tener conto in vista della conclusione del processo, anche sulla base del dibattito che ha preceduto le pre-intese stipulate dal precedente governo con Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Anzitutto, la maggiore autonomia andrebbe legata a obiettivi specifici e virtuosi (per esempio la semplificazione normativa), senza attribuire prerogative in bianco che potrebbero tradursi in maggiori oneri regolatori e vincoli per l’attività economica.
In secondo luogo, andrebbe assicurata la neutralità fiscale del riassetto nei confronti delle imprese, sul piano della fiscalità generale e regionale, nonché con riferimento agli equilibri finanziari tra le Regioni. Da questo punto di vista, anche sulla base dei principi già affermati dall’articolo 119, l’equilibrio economico-finanziario della Regione interessata dovrebbe rappresentare la precondizione negoziale per ottenere maggiore autonomia.
Infine, occorrerebbe contenere le diversificazioni regolatorie a carico delle imprese, dal momento che l’omogeneità legislativa e amministrativa tra territori, specie rispetto agli adempimenti per l’avvio e l’esercizio dell’attività d’impresa (come gli standard ambientali) è un valore essenziale di competitività.
Nell’attuale fase, la discussione sembrerebbe orientata nel senso di un allargamento del perimetro definito dalle pre-intese, con effetti non ancora chiari sugli equilibri di finanza pubblica.
L’auspicio è che il processo sia portato a termine, tenendo insieme le legittime istanze autonomistiche con le esigenze di perequazione, coesione e solidarietà nazionale. In questo contesto, trattandosi peraltro di un processo inedito, c’è da sperare che il prosieguo della discussione si ispiri a un approccio graduale e il più possibile partecipato, aperto cioè al dibattito con tutti i soggetti a vario titolo interessati, compresi gli attori sociali. (Marcella Panucci)

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PETIZIONE (da https://www.change.org/p/gianfranco-viesti-no-alla-secessione-dei-ricchi )
PROMOSSA DA GIANFRANCO VIESTI, professore di “Economia applicata” all’Università di Bari (autore del libro “VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”, lettura gratuita al link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp
Il Veneto, la Lombardia e sulla loro scia altre undici Regioni si sono attivate per ottenere maggiori poteri e risorse. Su maggiori poteri alle Regioni si possono avere le opinioni più diverse. Ma nei giorni scorsi è stata formalizzata dal Veneto (e in misura più sfumata dalla Lombardia) una richiesta che non è estremo definire eversiva, secessionista.
Per la stima delle risorse che lo Stato dovrebbe trasferire alle Regioni per le nuove competenze, la Regione Veneto propone di calcolare i “fabbisogni standard” in modo inaccettabile, tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da mettere i sicurezza) ma anche del gettito fiscale e cioè della ricchezza dei cittadini. In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basta essere cittadini italiani, ma cittadini italiani che abitano in una regione ricca.
Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Non solo: per raggiungere questi risultati discriminatori, si sfrutta un vuoto normativo denunciato più volte dalla Corte costituzionale: dal 2001, infatti, nessun Governo ha trovato il tempo di definire i LEP, i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire in misura omogenea a tutti i cittadini italiani, ovunque residenti. E se non si sa “quanto costano” i LEP, come si può stabilire l’entità delle risorse da assegnare alle Regioni per garantirne il godimento ai cittadini? Ove si procedesse all’incontrario, ovvero: prima trasferire risorse alla Regioni, poi stimare il costo dei LEP, qualcuno potrebbe accaparrarsi più del necessario senza che sia evidente a chi lo stia togliendo. È inaccettabile che in diciassette anni non si sia fissato il valore dei LEP, a vantaggio di tutti i cittadini italiani, mentre in pochi mesi si sia arrivati alle battute consultive del processo di autonomia differenziata, a vantaggio di pochi.
La Regione Veneto ha chiesto di avere potere esclusivo su materie che vanno dall’offerta formativa scolastica (potendo anche scegliere gli insegnanti su base regionale), ai contributi alle scuole private, i fondi per l’edilizia scolastica, il diritto allo studio e la formazione universitari, la cassa integrazione guadagni, la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, i contratti con il
personale sanitario, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, le valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, le concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, le autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la protezione civile, i Vigili del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti (inclusa una zona franca), la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’Istat, il Corecom al posto dell’Agcom, le professioni non ordinistiche. E altro, perché l’elenco è incompleto. In questo modo, verrebbero espropriati della competenza statale tutti i grandi servizi pubblici nazionali e verrebbe meno qualsiasi possibile programmazione infrastrutturale in tutto il Paese.
La Regione Veneto propone pure che il Parlamento dia una delega totale e al buio al Governo e che tutte le decisioni siano prese da una Commissione tecnica Italia-Veneto. Secondo la Costituzione non può essere così: il Parlamento non può essere espropriato del diritto-dovere di legiferare su questioni decisive per il futuro dell’Italia. Siamo di fronte a uno stravolgimento delle basi giuridiche su cui è sorta la Repubblica italiana. Una materia di tale portata non può e non deve essere risolta nei colloqui fra una rappresentante del Governo e uno della Regione interessata (oltretutto, dello stesso partito e della medesima regione). Tutti i cittadini italiani hanno il diritto di essere coinvolti nella decisione, che riguarda tutti, sia attraverso i propri rappresentanti parlamentari, sia attraverso un grande dibattito pubblico, in cui porre in luce e discutere obiettivi, contenuti e conseguenze di tali proposte. Solo così i cittadini possono valutare e decidere.
PERTANTO i sottoscritti cittadini italiani chiedono al Presidente della Repubblica e ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati
che ai parlamentari sia garantito il diritto-dovere di intervenire in tutti i passaggi della procedura su una questione fondamentale, con una approfondita discussione e analisi nelle Camere e che, contemporaneamente, sia garantito il diritto dei cittadini a essere informati dettagliatamente e costantemente, attraverso la tv pubblica, il coinvolgimento di esperti indipendenti e il confronto fra tesi diverse;
I sottoscritti cittadini italiani, in secondo luogo, chiedono ai parlamentari di tutti gli schieramenti
che nessun trasferimento di poteri e risorse a una Regione sia attivato finché non siano definiti i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, lettera m della Costituzione); e che il trasferimento di risorse sulle materie assegnate alle Regioni sia ancorato esclusivamente a oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza.
(Gianfranco VIESTI, docente di economia, Università di Bari)

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FUSIONI DI PICCOLI COMUNI – SCHEDA
L’obbligo di esercizio associato delle funzioni dei piccoli comuni è stato previsto (dal decreto-legge n. 78 del 2010) con la seguente scadenza temporale:
entro il 1° gennaio 2013 con riguardo ad almeno tre delle funzioni fondamentali entro il 30 settembre 2014, con riguardo ad ulteriori tre delle funzioni fondamentali entro il 31 dicembre 2014, con riguardo alle restanti funzioni fondamentali di cui al comma 27. Tali termini sono stati prorogati prima al 31 dicembre 2015 (D.L. 192/2014, art. 4, co. 6-bis), poi al 31 dicembre 2016 (D.L. 210/2015, art. 4, co. 4), quindi al 31 dicembre 2017 (D.L. 244/2016, art. 5, co. 6), al 31 dicembre 2018 (legge di bilancio 2018) e infine al 30 giugno 2019 (art. 1, comma 2-bis, DL 91/2018). Contestualmente il DL 91/2018 ha disposto l’istituzione di un tavolo tecnico-politico, presso la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, per l’avvio di un percorso di revisione della disciplina di province e città metropolitane, anche al fine del superamento dell’esercizio obbligatorio e la semplificazione degli oneri amministrativi a contabili a carico dei comuni, soprattutto di piccole dimensioni. Il 10 gennaio 2019 il tavolo tecnico si è insediato sotto la presidenza del sottosegretario all’Interno Stefano Candiani.

Sono individuate le seguenti funzioni fondamentali dei comuni (art. 14, co. 27, DL 78/2010): a) organizzazione generale dell’amministrazione, gestione finanziaria e contabile e controllo; b) organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito comunale, ivi compresi i servizi di trasporto pubblico comunale; c) catasto, ad eccezione delle funzioni mantenute allo Stato dalla normativa vigente; d) la pianificazione urbanistica ed edilizia di ambito comunale nonché la partecipazione alla pianificazione territoriale di livello sovracomunale; e) attività, in ambito comunale, di pianificazione di protezione civile e di coordinamento dei primi soccorsi; f) l’organizzazione e la gestione dei servizi di raccolta, avvio e smaltimento e recupero dei rifiuti urbani e la riscossione dei relativi tributi; g) progettazione e gestione del sistema locale dei servizi sociali ed erogazione delle relative prestazioni ai cittadini, secondo quanto previsto dall’articolo 118, quarto comma, della Costituzione; h) edilizia scolastica per la parte non attribuita alla competenza delle province, organizzazione e gestione dei servizi scolastici; i) polizia municipale e polizia amministrativa locale; l) i servizi in materia statistica.

E’, inoltre, funzione fondamentale lo svolgimento, in ambito comunale, delle attività di pianificazione di protezione civile e di direzione dei soccorsi con riferimento alle strutture di appartenenza (D.Lgs. 1/2018, Codice della protezione civile, art. 12, co. 1). La legge sui piccoli comuni (L. 158/2017, art. 13), ha, tra l’altro, previsto che i comuni che esercitano obbligatoriamente in forma associata le funzioni fondamentali mediante unione di comuni o unione di comuni montani debbono svolgere in forma associata anche le funzioni di programmazione in materia di sviluppo socio-economico, e quelle che riguardano l’impiego delle occorrenti risorse finanziarie, anche derivanti dai fondi strutturali dell’Unione europea.

Un’altra serie di modifiche apportate dalla legge n. 56 del 2014 hanno riguardato l’organizzazione interna delle unioni: viene demandato allo statuto la definizione del numero dei componenti del consiglio dell’unione, modificando l’art. 32 del TUEL che ne fissava il numero massimo nella stessa misura di quello previsto per i comuni con popolazione pari a quella complessiva dell’ente.(……..)

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VIA L’OBBLIGO, MA PER I PICCOLI COMUNI L’UNIONE FA LA FORZA

di Giovanni Xilo, 15/2/2019, http://www.lavoce.info
Il 10 gennaio 2019 si è insediato il tavolo tecnico‑politico per la revisione del testo unico degli enti locali, istituito con il decreto legge “Milleproroghe” 91/2018 (articolo 1 comma 2‑ter). Il suo scopo è superare l’obbligo della gestione associata tra comuni delle funzioni e servizi comunali tramite accordi convenzionali od unioni di più comuni insieme. È un’occasione da non perdere per correggere l’imposizione all’associazionismo dettata dalla legge 78/2010. Legge che di fatto è stata disattesa e costantemente rinviata nella sua applicazione, perché fondata su obblighi troppo selettivi per i comuni basati sulla loro popolazione e su “blocchi” di funzioni molto difficili da unificare così come definiti.
Abolire l’obbligatorietà associativa così come prevista dalla legge del 2010 non deve però significare la rinuncia a sviluppare una politica che incentivi l’associazionismo intercomunale. Se non altro perché le unioni di comuni rappresentano l’unica forma istituzionale che permette la sopravvivenza dei piccoli comuni (con meno di 5 mila abitanti).
Limitarsi a superare l’obbligo dell’associazionismo darà nuovo impulso alla già scarsa propensione delle élite politiche e tecniche locali a intraprendere percorsi di alleanza, favorendo resistenze che rischiano di condannare i piccoli comuni a irrilevanza politica e incapacità di offrire i servizi minimi di cittadinanza a chi ci vive. Se si vuole restituire loro titolarità di scelta sui percorsi associativi, lo si faccia sapendo che, su alcune funzioni, l’autonomia in realtà non è più sostenibile. Perché ogni piccolo comune dovrebbe gestire in autonomia servizi come quelli di ragioneria, contabilità, bilancio e amministrazione del personale? E quali possibilità hanno questi enti di sviluppare servizi digitali e quindi di costruire servizi moderni se non affrontano la funzione con scale e competenze adeguate?
LE SCELTE DEI PICCOLI COMUNI
Su queste e altre funzioni, che nulla tolgono all’autonomia politica e pubblica di un comune, e che al contrario, se non associate comportano uno spreco di risorse, si dovrebbe avere un approccio ben più prescrittivo e obbligatorio di quanto non sia stato finora. Occorre affrontare contestualmente – e anche in questo caso, in forma associata – l’assenza di capacità e di poteri di coordinamento e gestione dell’organizzazione dei servizi.
Nei piccoli comuni non abbiamo più direzioni tecniche e amministrative capaci di andare verso modelli di azione più coerenti con le tecnologie e le risorse disponibili. Abbiamo bisogno di riportare su questi territori direzioni con reali capacità e poteri di governo amministrativo dotati di autonomia e responsabilità rispetto alle rappresentanze politiche. Le politiche nazionali degli ultimi anni, a partire dal 2007, hanno svuotato di personale i piccoli comuni italiani: le forti limitazioni alla copertura del turn‑over, soppresse solo nel 2019, hanno quasi azzerato la possibilità di ricambio generazionale del personale. (…..)
L’emorragia di personale nei piccoli comuni ha causato anche la perdita del confine tra responsabilità politica e responsabilità amministrativa, obbligando sindaci e assessori a farsi carico di incombenze amministrative che resterebbero altrimenti inevase. Tutto ciò a scapito del tempo che dovrebbero dedicare all’attività politica di tutela e sviluppo delle comunità e a scapito dell’autonomia delle strutture amministrative. Forse è giunto anche il tempo di togliere dal frigorifero della pubblica amministrazione le uniche figure professionali che la legislazione degli ultimi anni ha marginalizzato: i segretari comunali. Abbiamo bisogno di rivedere, aggiornare e modernizzare questa figura, per avere competenze tecniche sul territorio in grado di assumere compiti e responsabilità specifiche di costruzione e gestione di servizi associati .
Se osserviamo i piccoli comuni dal punto di vista del territorio che presidiano, della crucialità ambientale e funzionale, del loro valore storico e turistico, delle potenzialità economiche e di lavoro connesse a produzioni agro‑alimentari eccellenti e uniche al mondo, scorgiamo un patrimonio di alto valore, che stiamo dissipando. Una visione non solo romantica, che voglia affrontare i problemi e cogliere le opportunità dei territori richiede competenze specialistiche e pluridisciplinari; in primo luogo esperti di servizi scolastici, di assistenza sociale, di trasporti e soprattutto di sviluppo locale. Non è un caso che la Strategia nazionale aree interne richieda da parte dei comuni partecipanti, azioni di rafforzamento amministrativo delle loro organizzazioni. (Giovanni Xilo)
(BIO DELL’AUTORE: GIOVANNI XILO Esperto di organizzazione dei servizi pubblici e di associazionismo intercomunale. Negli ultimi 10 anni ha lavorato a numerosi processi di unificazione dei servizi a supporto di comuni e regioni. Attualmente sta collaborando al progetto “La strategia nazionale per le aree interne e i nuovi assetti istituzionali” del FORMEZ PA, progetto a supporto della Strategia Nazionale Aree Interne.)
(Fonte: Rapporto sul personale Ifel anni 2012‑14 ed elaborazioni di Antonello Picucci su dati Mef per gli anni 2015‑16)

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30/1/2019 (da http://www.demos.it/a01334.php)
OSSERVATORIO SUL NORD EST – IL NORD EST E L’UNIONE/FUSIONE FRA COMUNI
Svolto su incarico de “Il Gazzettino”, che ne ospita anche la pubblicazione settimanale, l’ “Osservatorio” rileva gli atteggiamenti politici e culturali di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento.
SÌ ALLE FUSIONI TRA COMUNI, MA CHI LE HA PROVATE È DELUSO
di Natascia Porcellato, da “il Gazzettino “ del 30/1/2019
Quale futuro per i Comuni? Secondi i dati elaborati da Demos e pubblicati dall’Osservatorio sul Nord Est del Gazzettino, la maggioranza relativa guarda con favore (42%) alle Fusioni di Comuni, mentre è il 32% a preferire le operazioni di Unione. Il 22%, però, ritiene che tutto debba restare così com’è. D’altra parte, la stragrande maggioranza (77%) vive in realtà non toccate da queste iniziative, mentre è una quota contenuta ad essere residente in un Comune che fa parte di un’Unione o che si è fuso con altri municipi (16%). I giudizi espressi da questi ultimi sugli effetti nelle loro realtà locali non sono particolarmente positivi: non sembrano essere migliorati i servizi (47%) e non è stata percepita una diminuzione delle spese (60%) o delle tasse locali (71%).
Il dilemma “Unione di Comuni o Fusione di Comuni” in questi anni si è posto con forza agli enti locali. Respinto l’ultimo tentativo di imporre la fusione ai Comuni con meno di 5.000 abitanti, resta il problema di un sistema di municipi frastagliato e sempre più in affanno a causa dei trasferimenti sempre più ridotti e degli organici progressivamente più inadeguati date le assunzioni sempre più difficili. Solo nel 2016, ci sono state 29 Fusioni di Comuni: 4 in Emilia-Romagna, 2 in Lombardia, 3 in Piemonte, 2 in Veneto e 18 in Trentino-Alto Adige. Dal 2013 ad oggi, si contano 62 Fusioni che hanno coinvolto 153 Comuni.
Che dei cambiamenti vadano effettuati è chiaro anche all’opinione pubblica del Nord Est. Infatti, è una minoranza -il 22%- a ritenere che le cose vadano lasciate così come sono. Sono soprattutto persone tra i 55 e i 64 anni (26%), in possesso della licenza media (26%) e residenti in Comuni con meno di 15mila abitanti (28%). Dal punto di vista professionale, invece, sono operai (29%) e studenti (48%) a orientarsi maggiormente per il mantenimento dello status quo.
Il 32% giudica l’Unione di funzioni o servizi, con il mantenimento delle singole municipalità, la formula migliore. In questo caso, oltre alle persone in possesso di un alto livello di istruzione (42%), sono i giovani under-25 (58%) ad essere più propensi per questa ipotesi, ma le percentuali si collocano al di sopra della media anche tra le persone tra i 25 e i 44 anni (36%). Professionalmente, osserviamo un favore trasversale che vede insieme casalinghe (55%) e liberi professionisti (50%), imprenditori e lavoratori autonomi (45%), studenti (40%) e operai (36%).
È la Fusione di Comuni a raccogliere il consenso della maggioranza (relativa, 42%) degli intervistati. In questo caso, a sostenere la strada della vera e propria aggregazione sono soprattutto gli adulti (oltre 45 anni, 46-52%), quanti hanno conseguito la licenza elementare (52%) e gli impiegati (49%).
La stragrande maggioranza degli intervistati (77%), però, vive in realtà non interessate da Unioni o Fusioni. Tra questi, solo una minoranza vorrebbe il proprio Comune coinvolto in un’Unione (14%) o come parte di una Fusione (15%): la gran parte, infatti, preferisce lasciare le cose come sono oggi (45%).
Il 16%, infine, vive in municipi che sono già coinvolti in Unioni o che hanno fatto delle Fusioni. Il bilancio dell’esperienza, però, non sembra particolarmente positivo. Il giudizio sui servizi appare controverso, con un sostanziale equilibrio tra chi ha percepito un loro miglioramento post-Unione o Fusione (46%) e chi no (47%). Più netta, invece, l’idea che tasse locali (71%) e spese (60%) non siano diminuite a seguito di questi cambiamenti. (Natascia Porcellato)

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VENETO, NASCONO 5 NUOVI COMUNI. 5 FUSIONI BOCCIATE INVECE DAGLI ELETTORI
17/12/2018 TGRVENETO da https://www.rainews.it/tgr/
I risultati del referendum sulla fusione dei comuni. Su 10 nuovi progetti di fusione, promossi dagli elettori solo la metà
Fusione di comuni: domenica si è votato per dieci progetti, cinque dei quali hanno avuto il sì degli elettori.
Provincia di VICENZA: nascono i nuovi comuni di COLCERESA (Mason e Molvena) di VALBRENTA ( Cismon,Valstagna, San Nazario e Campolongo) e di LUSIANA-CONCO
In provincia di Vicenza ha prevalso il sì a Campolongo sul Brenta, San Nazario, Valstagna, Cismon del Grappa: nasce il nuovo comune di Valbrenta, nonostante il no abbia vinto a Solagna. Sì alla fusione fra Conco e Lusiana, a Mason e Molvena, mentre è stata bocciata la fusione fra Carrè e Chiuppano e quella fra Longare, Castegnero e Nanto.
Provincia di PADOVA, FUSIONI BOCCIATE
Niente da fare in provincia di Padova alle fusioni di Conselve, Cartura e Terrassa Padovana, e di Castelbaldo e Masi in Fortezza d’Adige.
Provincia di BELLUNO: Mel, Lentiai e Trichiana danno vita a BORGO VALBELLUNA
In provincia di Belluno si uniscono Mel, Lentiai e Trichiana, dando vita al nuovo comune di Borgo Valbelluna.
Provincia di ROVIGO: NIENTE DA FARE
In provincia di Rovigo al sì di Polesella risponde il no di Frassinelle: niente da fare per il nuovo comune.
Provincia di TREVISO: nasce PIEVE DEL GRAPPA
Nel Trevigiano, vittoria dei sì a Crespano e Paderno del Grappa: nasce così Pieve del Grappa.

DI DIECI REFERENDUM IN VENETO PER LA FUSIONE TRA COMUNI, 5 SONO PASSATI, GLI ALTRI NO

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EMILIA ROMAGNA – FUSIONE COMUNI 2018, i sì vincono solo nel Ferrarese. Bologna e Modena dicono no. Solo Tresigallo, Formignana, Ro e Berra promuovono l’unione
da il RESTO DEL CARLINO
Bologna, 8 ottobre 2018 – Pioggia di no nel referendum per la fusione dei Comuni che in Emilia Romagna passa solo nella provincia di Ferrara dove si può dire addio a Tresigallo, Formignana, Ro e Berra. Qui ha vinto il sì e dunque la fusione. E se Ro e Berra saranno Riva del Po, Tresigallo e Formignana il nome non l’hanno ancora ufficializzato anche se il più papabile sembra essere Tresignana.
Nella provincia di Modena un doppio sì avrebbe sicuramente dato vita al nuovo Comune unico di Montecreto e Lama. Ma così non è stato. E se a Lama, i sì si sono imposti in quattro seggi su cinque (l’unico che ha scelto di rimanere ‘indipendente’ è stato quello della Santona, il più lontano), a Montecreto ieri in tarda serata la situazione era diversa: i no, infatti, l’avevano spuntata – anche se per soli 32 voti –, facendo pendere in modo decisivo la bilancia da una parte: la fusione – per ora – non si può fare.
Pioggia di no nel bolognese dove invece Malalbergo, Baricella, Castenaso e Granarolo dell’Emilia hanno bocciato in pieno l’ipotesi di fusione. Il risultato del referendum le ha bocciate in modo schiacciante. A Malalbergo i ‘no’ sono passati con il 68,50 per cento (2.122 voti) contro il 31,50 dei sì (976 preferenze) e a Baricella i contrari hanno vinto con 62,33 per cento (1.496 voti) contro il 37,7 dei favorevoli (904 preferenze).

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LE FUSIONI DI COMUNI, UN FENOMENO SETTENTRIONALE

di Francesco Aiello, da http://www.talentilucani.it/ del 28/9/2018
I dati più recenti. Nel corso del 2018 si ha conferma che le fusioni tra comuni sono un fenomeno che attira l’interesse solo nelle regioni del centro nord del paese. Durante l’anno, le fusioni approvate sono state 19 e hanno interessato 42 comuni. Di queste, solo una – quella di Corigliano-Rossano – è avvenuta nel Mezzogiorno d’Italia.
Le regioni che hanno mostrato maggiore dinamismo nella trasformazione della governance del territorio sono state il Piemonte (in cui si sono avute ben 5 fusioni) e la Lombardia (4 fusioni), seguite da Friuli Venezia Giulia (2), Veneto (2), Friuli Venezia Giulia (2), Emilia-Romagna (1), Liguria (1) e Trentino-Alto Adige (1). Si hanno anche informazioni sulle fusioni già approvate, ma che si avvieranno nel 2019 (2 in Piemonte e 1 in Trentino) e nel 2020 (4 in Trentino).
Un elemento di valutazione che emerge dai dati del biennio 2018-2020 è che le fusioni interessano tutte, tranne Corigliano-Rossano, comuni originariamente piccoli o addirittura nano, ossia con meno di 500 residenti. Tra i nuovi comuni quello di maggiore dimensione (7200 abitanti) è Varallo, in provincia di Vercelli, che nasce per incorporazione tra Sabbia (54 residenti) e Varallo (7146 residente). Nella stragrande maggioranza dei casi, la popolazione dei comuni nati nel 2018 oscilla tra 1800 e 3500 residenti.
NON È UN FENOMENO MERIDIONALE. Delle 117 fusioni approvate dal 2009 in poi hanno determinato in Italia la soppressione di 276 comuni. Su questo punto si veda anche il saggio di Marinuzzi e Tortorella, 2018) (http://www.opencalabria.com/le-fusioni-italia-meno-138-comuni-5-anni/ ).
Ben 71 fusioni (il 61% del totale) si sono avute in tre regioni, ossia in Trentino Alto Adige (29 fusioni e 84 comuni soppressi), Lombardia (27; 58) e in Piemonte (15; 26). Nel mezzogiorno d’Italia, le fusioni avviate sono solo 3 (2 in Calabria e 1 in Campania), mentre la Grande Pescara in Abruzzo si avvierà (forse) nel 2022. I dati evidenziano come la fusione sia un istituto quasi esclusivamente utilizzato dai comuni centro-settentrionali.
DISCUSSIONE. È naturale chiedersi perché i comuni meridionali sono disinteressati ai processi di aggregazione, nonostante molte condizioni siano condivise in tutte le aree del paese. Il quadro normativo e le indicazioni politico-istituzionali per una rivisitazione degli assetti di governo del territorio sono uguali da nord a sud, così come uguale è la procedura di accesso agli incentivi a sostegno delle fusioni (di cui, in base alla figura 1, si appropriano legittimamente le regioni settentrionali).
La riduzione dei trasferimenti dallo Stato agli enti periferici è uguale in tutte le regioni. Se fosse asimmetrica a svantaggio del Nord, si potrebbe pensare alla fusione come a uno strumento da utilizzare per compensare con il bonus fusione i tagli dei fondi ordinari (sebbene solo per un decennio e solo per i comuni che aderiscono a una fusione).
Un ulteriore elemento di similitudine da regione a regione è la presenza dei piccoli comuni. Poiché non è una specificità del settentrione, le regioni del sud rinunciano al recupero di efficienza che, a regime, si ha quando ad aggregarsi sono le piccole municipalità (le economie di scala operano fino alla soglia di 10-12mila residenti).
Peraltro, questi miglioramenti nell’organizzazione gestionale delle amministrazioni sono tanto più elevati quanto maggiore è la prossimità geografica dei centri urbani, un fenomeno ad elevata frequenza, per esempio, in Calabria. Esistono però alcune differenze. Per esempio, i casi di pre-dissesto e dissesto finanziario dei comuni sono concentrati a Sud.
A parità di altre condizioni, ciò segnala una minora capacità gestionale da parte delle amministrazioni meridionali. Ai fini di questa discussione è utile anche richiamare come, in media, la capacità fiscale dei comuni del nord sia maggiore di quella del sud: in mancanza di un’appropriata “base imponibile”, i comuni meridionali dovrebbero, quindi, essere più inclini a ricercare soluzioni efficienti per liberare risorse a supporto dei servizi alla collettività.
Diversa è anche l’attenzione delle Regioni nei confronti delle fusioni: strutture di guida, sostegno e indirizzo delle fusioni tra comuni si hanno in molte regioni del Centro-Nord (per esempio, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana), mentre sono assenti nel Mezzogiorno d’Italia, a parte qualche timido segnale di interesse in Calabria (legato però alla contingenza di qualche ipotesi di fusione). In estrema sintesi, si può ragionevolmente affermare che le fusioni dovrebbero essere relativamente più diffuse a Sud, mentre nella realtà si osserva il contrario. Per quanto esposto in questa breve nota, è un paradosso che non è spiegabile dal punto di vista dell’analisi strettamente economica. (Francesco Aiello)

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PIOGGIA DI CONTRIBUTI AI COMUNI PICCOLI, COSÌ IL GOVERNO DISINCENTIVA LE FUSIONI
15/01/2019, da https://www.altovicentinonline.it/
La Regione Veneto spinge alle fusioni tra Comuni ma il Governo va nella direzione opposta, attribuendo finanziamenti non proporzionati che favoriscono i piccoli disincentivandoli dai ‘matrimoni’ con i comuni più grandi.
E’ quanto emerge dall’analisi dei finanziamenti per la realizzazione di investimenti per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale, con uno sbilancio dei fondi destinati ai comuni con pochi abitanti rispetto a quelli più popolati.
400milioni di euro in totale, previsti nella legge di bilancio 2019, che dispone 100mila euro per i comuni dai 10mila ai 20mila abitanti, 70mila euro per quelli dai 5mila ai 10mila abitanti, 50mila euro per i comuni dai 2mila ai 5mila abitanti e 40mila euro per i comuni sotto i 2mila abitanti.
Nessuna proporzione diretta tra numero di cittadini e finanziamento, con la conseguenza che i comuni più piccoli vengono avvantaggiati e non di poco.
E’ il caso di Carrè e Chiuppano, che di recente hanno detto ‘no’ alla fusione, o di Malo e Monte di Malo. Nel primo caso, il finanziamento sarà lo stesso, mentre Monte di Malo percepirà 50mila euro a fronte dei 100mila di Malo, pur avendo non la metà, ma un sesto degli abitanti.
Una legge destinata a far discutere, perché contro corrente rispetto alle direttive che prevedono le fusioni tra comuni, volte a risparmiare soldi di burocrazia e servizi.
La ragione delle fusioni infatti, oltre all’allineamento con lo scenario europeo degli enti locali, prevede la regolamentazione dei servizi volta a dare risposta ai cittadini contenendo al massimo i costi.
E se fino ad oggi, in Veneto (ma non solo) la prima obiezione che spingeva al ‘no’ era una questione puramente identitaria, ora sul piatto ci sono altre argomentazioni, che a conti fatti si traducono in migliaia di euro.

“No Fusione”, da Tonezza nel Vicentino (da http://www.altovicentinonline.it/ )

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LA REGIONE: SÌ AL NUOVO COMUNE VALBRENTA CON LA FUSIONE DI 4 MUNICIPALITÀ. ESCLUSO SOLAGNA
di Roberto Lazzarato da https://www.ilgazzettino.it/vicenza del 12/1/2019
VALBRENTA. La prima Commissione consiliare regionale ha approvato a maggioranza, apportando modifiche al titolo e al testo, il progetto d’istituzione del NUOVO COMUNE DENOMINATO ‘VALBRENTA’. In pratica la commissione, visti gli esiti del referendum consultivo svoltosi il 16 dicembre, ha espresso parere favorevole alla nascita del nuovo comune Valbrenta mediante la fusione dei comuni di CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA, SAN NAZARIO E CAMPOLONGO SUL BRENTA. Escluso quindi dal progetto iniziale il comune di SOLAGNA, nel rispetto del voto contrario dei suoi abitanti che hanno bocciato l’iniziativa con 541 voti contrari, contro i 317 favorevoli.
Il nuovo comune avrà un’estensione territoriale di 92,97 kmq e potrà contare su una POPOLAZIONE DI 5.186 ABITANTI. Come previsto dal progetto di legge, «la relativa sede municipale sarà stabilita nello statuto del nuovo comune. Sino a quando la stessa non sarà stata fissata il nuovo comune avrà sede presso PALAZZO GUARNIERI, a Carpanè di San Nazario. Nello Statuto sono altresì assicurate alle comunità di origine private della sede, adeguate forme di decentramento in base allo stato dei luoghi e alle esigenze delle popolazioni interessate».
Superando i 5000 abitanti, il nuovo comune non avrà più l’obbligo dell’ESERCIZIO ASSOCIATO DELLE FUNZIONI FONDAMENTALi e sarà quindi necessario rideterminare i rapporti tra l’Unione Montana Valbrenta, che attualmente gestisce tali funzioni, il nuovo ente ed il comune di Solagna, in particolare la delocalizzazione del personale e l’avvio di uffici decentrati nel municipio di Solagna, per salvaguardare la continuità dell’attività amministrativa nel periodo successivo alla fusione.
Gli atti della Commissione, integrati dal parere positivo dei quattro sindaci interessati a voler completare il progetto, passano ora al Consiglio Regionale, che dovrà approvare la legge di fusione da pubblicare sul Bur, istituendo di fatto il nuovo comune denominato Valbrenta che, nella fase transitoria sino alle elezioni del prossimo 26 maggio, sarà amministrato da un commissario. (Roberto Lazzarato)

nuovo comune di VALBRENTA – Palazzo Guarnieri, sede municipale
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