IL RITORNO DELLA PAURA DELLA BOMBA – INDIA e PAKISTAN si scontrano duramente e minacciano l’uso dell’ARMA NUCLEARE che entrambi possiedono – Oltre il grave episodio tra i due Paesi asiatici, ritorna il pericolo della distruzione atomica del pianeta – Che fare per ABOLIRE LE ARMI NUCLEARI?

KASHMIR – foto da http://www.osservatoriodiritti.it/ – “LO STATO ATTUALE DI TENSIONE INDIA – PAKISTAN – Il 12 Febbraio scorso un GIOVANE MILITANTE KASHMIRI SI È FATTO SALTARE IN ARIA contro un convoglio che trasportava truppe indiane nel distretto di PULWAMA, in KASHMIR, nel peggior attacco alle forze indiane dall’inizio della militanza. IL PREMIER dell’INDIA, NARENDRA MODI si è precipitato ad accusare Il Pakistan, storico nemico, di dare protezione e gruppi terroristici internazionalmente riconosciuti come JAISH-EL-MOHAMMED (JeM), che ha rivendicato l’attacco dove sono rimasti UCCISI 42 SOLDATI delle forze speciali. IL GIORNO SUCCESSIVO, negozi, CASE E AUTO DI KASHMIRI MUSULMANI sono stati DATI ALLE FIAMME dalla maggioranza hindu a Jammu, divisione dello stato federato di Jammu e Kashmir, dove per cinque giorni è stato imposto il coprifuoco. ALLE DICHIARAZIONI VIOLENTE e all’escalation di minacce da un lato all’altro del confine disputato, la LINEA DI CONTROLLO, dopo l’attacco sono seguite le notizie di VIOLENZE E LINCIAGGI CONTRO studenti e commercianti KASHMIRI IN TERRITORIO INDIANO, polarizzando gli animi nel clima di isteria che si respira dopo Pulwama, a meno di DUE MESI DALLE ELEZIONI POLITICHE. MODI NON VUOLE APPARIRE DEBOLE nella delicata questione KASHMIR, il territorio CONTESO DA OLTRE 70 ANNI CON IL PAKISTAN, capace di smuovere gli animi della destra nazionalista che il suo partito rappresenta. (……)” (MARIA TAVERNINI, 27/2/2019, da http://www.osservatoriodiritti.it/

KASHIMIR –  ll Kashmir è una regione storico-geografica situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan. Entrambe ne rivendicano la sovranità, mentre la Cina rivendica solo la zona che attualmente controlla: la regioni dell’Aksai Chin e del Shaksgam.

Fu originariamente un importante centro per la religione induista, e, più tardi, anche per il Buddhismo. Intorno alla metà del XII secolo lo scià Mirza divenne il primo monarca musulmano del Kashmir inaugurando la dinastia dei Salatin-i-Kashmir, Sultani del Kashmir. Fu così che, per i successivi cinque secoli, il Kashmir venne governato da sovrani musulmani tra i quali occorre ricordare sia il sultano Sikandar, detto l’Iconoclasta, chiamato anche Alessandro, il quale ascese al trono nel 1398, sia Zayn al-‘Abidin, soprannominato l’Ornamento dei devoti, che divenne sovrano nel 1420. La dinastia dei Mughal dominò il Kashmir fino al 1751. La dinastia afgana Durrani governò il Kashmir dal 1752 al 1820.

Nel 1820 i Sikh, sotto la guida del maharajah Ranjit Singh si annetterono la regione e la governarono fino al 1846. Da quell’anno il maharajah Gulab Singh divenne governatore del Kashmir con il patrocinio dell’Impero britannico. La dinastia dei Dogra dominò il Kashmir fino al 1947. Con la fine dal Raj britannico in India, il principato divenne oggetto di contesa fra tre diverse nazioni, India, Pakistan e Cina.

LA REGIONE DEL KASHMIR è di fatto AMMINISTRATA DA TRE STATI, così suddivisi: l’INDIA (per i territori di JAMMU e KASHMIR); il PAKISTAN (per AZAD KASHMIR e GILGIT-BALTISTAN); la CINA (per AKSAI CHIN e SHAKSGAM). L’area occupata dal GHIACCIAIO SIACHEN, che si trova al confine fra i tre Stati, non ha ancora un confine definito ma è CONTROLLATA DALL’INDIA. (da Wikipedia)

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     Che significa una bomba nucleare fatta esplodere dal Pakistan contro l’India (o dall’India contro il Pakistan)? Non parliamo delle possibili altre reazioni a catena inimmaginabili: solo l’esplosione di due (due!) bombe nucleari (considerando la inevitabile reazione immediata del Paese colpito verso “l’altro”), il lancio incrociato di armi nucleari tra i due Paesi “provocherebbe l’uccisione di milioni di persone nelle regioni colpite, ma causerebbe anche una catastrofe globale senza precedenti. La fuliggine risalita nell’alta atmosfera a seguito delle tempeste di fuoco create dalle esplosioni nucleari PERTURBEREBBE GRAVEMENTE IL CLIMA GLOBALE, provocando una carenza di grano in tutto il mondo e carestie globali che colpirebbero più di un quarto della popolazione mondiale”. Questo afferma Ira Helfand, Co-Presidente di IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, una federazione di organizzazioni mediche che si batte per l’abolizione delle armi nucleari). Pertanto, anche se cinicamente la morte di milioni di persone a qualcuno può apparire poco coinvolgente se accadde lontano da casa, è bene sapere che ne saremo tutti coinvolti irreversibilmente.

Kashmir, carta rispresa da LIMES – JAMMU E KASHMIR È UN PICCOLO STATO – relativamente alle nazioni che lo circondano, oltre all’India e al Pakistan, la Cina e l’Afghanistan – di 222.236 kilometri quadrati, che occupa un vasto bacino alluvionale tra l’estremità nord-occidentale della catena dell’Himalaya e il versante meridionale del Karakoram. Gran parte del territorio è occupato da foreste. Il Kashmir ha un’economia prevalentemente agricola con una fiorente pastorizia. L’INDUSTRIA PRINCIPALE È LA LAVORAZIONE DELLA LANA. L’aspetto geopoliticamente più rilevante di questa regione è di avere una popolazione – che supera di poco i 12 milioni – a maggioranza musulmana e di essere spartita tra l’India e il Pakistan. LA DIVISIONE DEL KASHMIR È SEGNATA DALLA LINE OF CONTROL 1 (LoC), non riconosciuta come confine internazionale, che partendo dal punto NW605550, tra AKHNUR e GUJRAT, termina nel nulla al punto NJ980420 sul Saltoro Ridge, intorno al Ghiacciaio di Siachen 2. Un terzo dello Stato, comprendente i Northern Territories (Gilgit, Hinza, e Baltisan), e l’Azad Kashmir (Free Kashmir) è controllato dal Pakistan; i restanti due terzi di cui fanno parte Jammu, a maggioranza indù, e il LADAKH, o PICCOLO TIBET, sono stati integrati all’India 3. (da LIMES)

   La crisi India-Pakistan, e la labilità (la facilità) di un possibile ricorso da parte di uno dei due contendenti all’arma nucleare, fa preoccupare e richiederebbe misure e interventi perché questo pericolo non possa mai avverarsi.
Sia l’India, sia il Pakistan, sono due potenze nucleari dotate di un numero non chiaro di testate e di lanciatori balistici. La crisi è molto pericolosa e di non facile contenimento, anche perché i media di entrambe le parti hanno un atteggiamento molto aggressivo. Solo forti pressioni internazionali possono guidare ad una soluzione diplomatica, prima che sia troppo tardi. Perché nessuno è veramente pronto a una reale escalation, ma il patriottismo e l’ultra-nazionalismo, nel mondo politico, fra le opinioni pubbliche e la stampa dei due paesi, è a livelli pericolosi.

Mappa del Kashmir e delle zona contesa tra Pakistan e India (ripresa da IL SOLE 24ORE) – “(….) La causa principale di questo lungo e insanabile confronto tra PAKISTAN e INDIA, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. Essendo una regione a maggioranza musulmana, il Kashmir avrebbe dovuto diventare Pakistan ma era la terra d’origine di Pandit Nehru (primo ministro indiano dal 1947, data dell’Indipendenza dell’India, al 1964, data della morte di Nehru, ndr). Tuttavia NESSUNO DEI DUE PAESI È PRIVO DI RESPONSABILITÀ SE QUELLA REGIONE È COSÌ PERICOLOSA DA OLTRE SETTANT’ANNI. Il Kashmir è tuttavia solo la vetrina dell’ostilità reciproca. E LA QUESTIONE RELIGIOSA –MUSULMANI CONTRO HINDU – È RELATIVA. La ragione principale del lungo conflitto è il DIVERSO RUOLO DEI MILITARI NEI DUE SISTEMI. L’India è una democrazia compiuta, il ruolo dei militari è stabilito dalla più lunga Costituzione del mondo, e non è mai mutato. In PAKISTAN invece, dalla morte del fondatore Ali Jinnah, I MILITARI SONO STATI SEMPRE AL CENTRO DEL SISTEMA, anche quando non governavano loro, FRA UN GOLPE E L’ALTRO. Tutte le quattro guerre combattute sono state pesantemente perse dal Pakistan, inferiore per numeri, armamento e spesso per qualità. Anche l’ultimo bombardamento aereo indiano per vendicare l’attentato ai 40 militari uccisi da un’auto-bomba, è stata un’umiliazione per i militari pakistani (…)” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 27/2/2019)

   Dal 1998, quando i governi di India e Pakistan hanno assunto decisioni gravi per testare le armi atomiche, per venirne in possesso, entrambi i Paesi sono stati coinvolti in una corsa agli armamenti nucleari in stile Guerra Fredda. Pertanto una nuova guerra riguarderebbe due potenze nucleari con un arsenale di circa 300 testate; con una attuale popolazione complessiva tra loro di poco meno di un miliardo e mezzo di esseri umani.
La causa principale di questo lungo e insanabile confronto, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. E la questione religiosa –musulmani contro hindu – è meno importante di quel che vuole apparire. Conta invece, secondo gli osservatori geopolitici, il ruolo dei militari, specie in Pakistan.

Due caccia abbattuti sul Kashmir tra India e Pakistan (foto da “la Repubblica.it) – La PAKISTAN CIVIL AVIATION AUTHORITY (CAA) ha annunciato che poco prima dell’alba (del 27 febbraio scorso) i cacciabombardieri del Pakistan hanno «violato lo spazio aereo indiano e condotto un attacco di rappresaglia» in risposta al raid indiano di ieri sul suo territorio contro il gruppo islamista Jaish-e-Mohammed, accusato a sua volta di aver innescato “il tutto”, per aver commesso l’attentato suicida del 14 febbraio contro le truppe paramilitari filo-indiane nel Kashmir sotto controllo dell’India, facendo una quarantina di vittime. La CAA ha poi annunciato di aver chiuso il suo spazio aereo a tutti i voli commerciali, lo stesso ha fatto l’India su gran parte dei suoi Stati settentrionali. Sembra che un pilota di un aereo indiano sia caduto nelle mani pakistane… Insomma un contesto di scaramucce e scontri veri, partiti dall’attentato suicida di separatisti-terroristi filo-pakistani che ha prodotto 40 vittime; e poi la successiva reazione indiana, e così via…fino alla minaccia (all’inizio pakistana) di usare la bomba atomica: perché entrambi i Paesi, India e Pakistan, detengono l’arma nucleare.

   Infatti la ragione principale del lungo conflitto, che dura da più di 70 anni (dal 1947) è il diverso ruolo dei militari nei due sistemi. L’India è una democrazia compiuta (di un miliardo e trecento milioni di abitanti!!), e il ruolo dei militari è costituzionalmente stabilito e vi è un controllo politico (almeno così pare). In Pakistan invece i militari sono stati sempre al centro del sistema, anche quando non governavano loro, fra un golpe e l’altro.
Un contesto difficile di convivenza “in vicinato” tra questi due grandi paesi. E le tensioni esplodono là dove vi sono territori fortemente contesi, come il Kashmir: terra ricca, fertile, con le sue foreste, con un’economia prevalentemente agricola, con una fiorente pastorizia; e dove l’industria principale è la lavorazione della lana. E, il Kashmir, “terra strategica” ancor di più: una terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina (e attraverso il Kashmir passano i grandi, criminosi e redditizi traffici del pianeta, come il traffico di armi e di droga da e verso l’Afghanistan).

MAPPA DEI PAESI AVENTI NEL PROPRIO TERRITORIO ARMI NUCLEARI. – In CELESTE gli Stati con armi nucleari aderenti al TNP, Trattato di non proliferazione (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA); – in ROSSO gli Stati con armi nucleari non aderenti al TNP (India, Corea del Nord, Pakistan); – in OCRA gli Stati con armi nucleari non dichiarate (solo Israele); – in BLU gli Stati della NATO aderenti alla “CONDIVISIONE NUCLEARE” (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia); – in VERDE gli Stati che in passato possedevano armi nucleari (Bielorussia, Kazakistan, Sudafrica, Ucraina) (da Wikipedia)

   Tornando al pericolo nucleare, come cerchiamo di illustrare in questo post, i segnali di un contesto di sempre maggiore tensione internazionale, e dove i patti precedentemente stabiliti da Usa e Russia vengono disattesi, ebbene, questo può ben facilitare lo scatenarsi di un conflitto (anche accidentale, magari non voluto, ma con reazioni a catena). E’ un’ipotesi che ci richiede di tornare ad avere attenzione (e possibile mobilitazione) per (ri)proporre con volontà e determinazione che si vada verso accordi internazionali per un concreto disarmo totale, generalizzato, dalle armi nucleari. (s.m.)

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8 dicembre 1987: il presidente statunitense Reagan e il segretario generale sovietico Gorbačëv firmano il trattato INF – COS’E’ IL “TRATTATO INF” – Il trattato INF (INTERMEDIATE-RANGE NUCLEAR FORCES TREATY) venne siglato a WASHINGTON l’8 dicembre 1987 da RONALD REAGAN e MICHAIL GORBAČËV, a seguito del VERTICE DI REYKJAVÍK (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS. Il trattato fu il primo frutto del cambio al vertice dell’Unione sovietica: esso POSE FINE ALLA VICENDA DEGLI EUROMISSILI, ovvero dei MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO installati da USA e URSS SUL TERRITORIO EUROPEO: prima, gli SS-20 sovietici e, in seguito alla cosiddetta doppia decisione della NATO del 1979, i missili americani IRBM Pershing-2 e quelli cruise da crociera BGM-109 Tomahawk. (da Wikipedia)

QUANTE ARMI NUCLEARI CI SONO NEL MONDO?
da http://www.lastampa.it/ 10/5/2018
Secondo l’ultimo rapporto della Federation of American Scientist https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/ i Paesi del mondo che possiedono armi atomiche sono soltanto nove per un totale di 14.200 testate nucleari.
Gli STATI DOTATI DI ARMI NUCLEARI sono, in ordine di armi possedute, STATI UNITI, RUSSIA, FRANCIA, CINA, GRAN BRETAGNA, PAKISTAN, INDIA, ISRAELE e COREA DEL NORD. USA E RUSSIA DA SOLI POSSEGGONO 13.000 ORDIGNI, PARI A CIRCA IL 93% DEL TOTALE. ISRAELE non ha mai ammesso ufficialmente il possesso di armi atomiche. La COREA DEL NORD è stato l’ultimo Paese a sviluppare armi atomiche e poco si sa sulla sua capacità di usarle.

PUTIN TRUMP – LA FINE DEL TRATTATO INF – Gli STATI UNITI (TRUMP) il 1° febbraio scorso (2019) ha dichiarato l’intenzione (entro 6 mesi) di togliere la loro adesione al Trattato INF. La RUSSIA (PUTIN) ha avvertito che se gli Stati Uniti iniziassero a sviluppare nuovi missili nucleari a raggio INF (cioè MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO, missili che coprono un raggio di 3.000-5.500 km) inizierebbero a farlo anche loro.

  Gli arsenali nucleari si sono ridotti a circa un quinto rispetto al livello massimo che avevano raggiunto a metà degli anni Ottanta (circa 70.000 ordigni). Il rapporto segnala che STATI UNITI e RUSSIA e GRAN BRETAGNA stanno ancora diminuendo il numero di ordigni. CINA, PAKISTAN, INDIA e COREA DEL NORD lo stanno aumentando.
Il BULLETIN OF NUCLEAR SCIENTIST https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00963402.2017.1363995# indica che le armi ancora negli arsenali militari sarebbero meno, circa 9000, dislocate in 14 Paesi del mondo e anche in ITALIA, dove sono presenti testate statunitensi come pure in BELGIO, OLANDA, GERMANIA e TURCHIA.
NEL 1968 venne adottato dalle NAZIONI UNITE il TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE, entrato in vigore nel 1970, sottoscritto quell’anno da Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna e da altri 40 Stati. OGGI è stato SOTTOSCRITTO DA 190 PAESI. Per molti anni il Trattato non è riuscito a evitare l’aumento del numero di armi nucleari e del numero di Paesi che le possiedono.
Nel 2017 120 Paesi hanno votato alle Nazioni Unite il Trattato per la proibizione delle armi nucleari che prevede l’impegno a non sviluppare, testare, produrre, acquistare, possedere o accumulare armi nucleari. Il trattato entrerà in vigore quando sarà firmato e ratificato da 50 Stati. Fino ad oggi è stato firmato da 58 Stati e ratificato da 9 http://www.icanw.org/status-of-the-treaty-on-the-prohibition-of-nuclear-weapons/. Nessuno dei 9 Paesi in possesso di ordigni nucleari lo ha ancora firmato o ratificato e neppure l’Italia lo ha fatto. (da http://www.lastampa.it)

(immagine da http://www.disarmo.org/) – L’INTERNATIONAL CAMPAIGN to ABOLISH NUCLEAR WEAPONS (ICAN) è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TRATTATO PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI (https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_per_la_proibizione_delle_armi_nucleari ), il cui obiettivo è l’ELIMINAZIONE TOTALE DI ORDIGNI DI QUESTO TIPO. A luglio 2017, su pressione di ICAN, 122 Nazioni hanno adottato il documento ma nessuna delle nove potenze nucleari del mondo, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Francia, ha firmato.

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PAKISTAN – INDIA

ALLE SOGLIE DEL CONFLITTO?

di Roberto Del Bianco, da http://www.peacelink.it/, 27/2/2019
– Il rischio di un’escalation nucleare nel confronto territoriale che si è riacceso tra India e Pakistan. Un appello da IPPNW, l’Internazionale Medici per la prevenzione della guerra nucleare. Un invito alla sua divulgazione da parte delle testate e i media italiani –   

NOBEL PRIZE-WINNING MEDICAL GROUP WARNS KASHMIR CONFLICT RISKS NUCLEAR WAR CALLS ON INDIA AND PAKISTAN TO STEP BACK FROM THE BRINK
Malden, MA – L’Organizzazione internazionale dei Medici per la Prevenzione della guerra nucleare (IPPNW) invita il Primo Ministro indiano NARENDRA MODI e il Primo Ministro pakistano IMRAN KHAN a prendere provvedimenti immediati per ridurre le tensioni nella contestata regione del Kashmir e ridurre il grave pericolo di guerra nucleare.
I recenti atti di terrorismo e le incursioni militari nel territorio a lungo conteso hanno esacerbato un conflitto che minaccia di coinvolgere questi due Paesi in una QUINTA E, PROBABILMENTE, ULTIMA GRANDE GUERRA DAI TEMPI DELLA LORO SUDDIVISIONE.
Entrambi i paesi si sono scambiati minacce di ritorsione nucleare. È così che inizia una guerra nucleare.
Il Dr. IRA HELFAND, Co-Presidente americano di IPPNW e autore di “Nuclear Famine: Two Billion People at Risk – Global Impacts of Limited Nuclear War on Agriculture, Food Supplies, and Human Nutrition”, (https://www.ippnw.org/pdf/nuclear-famine-two-billion-at-risk-2013.pdf ) avverte che un lancio incrociato di armi nucleari tra i due Paesi non solo UCCIDEREBBE RAPIDAMENTE MILIONI DI PERSONE nella regione, ma causerebbe “una CATASTROFE GLOBALE SENZA PRECEDENTI”.
La fuliggine risalita nell’alta atmosfera a seguito delle tempeste di fuoco create dalle esplosioni nucleari PERTURBEREBBE GRAVEMENTE IL CLIMA GLOBALE, provocando una carenza di grano in tutto il mondo e carestie globali che colpirebbero più di un quarto della popolazione mondiale.
Dal 1998, quando i governi di India e Pakistan hanno assunto decisioni fatidiche per testare armi nucleari, entrambi i Paesi sono stati coinvolti in una corsa agli armamenti nucleari in stile Guerra Fredda. I tempi di volo missilistici tra Delhi e Islamabad sono solo da tre a cinque minuti e c’è il rischio costante di guerra nucleare per incidenti, errori o calcoli errati.
Il Dr. ARUN MITRA, Co-Presidente indiano di IPPNW, ha dichiarato: “L’India e il Pakistan devono interrompere lo scontro di confine prima che il mondo ne venga fagocitato. I leader di entrambe le parti devono sedersi al tavolo dei negoziati per risolvere definitivamente i loro problemi e prendere provvedimenti immediati per ridurre ed eliminare la minaccia che le loro armi nucleari rappresentano per tutta l’umanità”.
IPPNW sta lavorando in concerto con la CAMPAGNA INTERNAZIONALE PER L’ABOLIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI e con le maggiori federazioni sanitarie globali, per PROMUOVERE IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI.
Il “Ban Treaty” aperto alla firma presso le Nazioni Unite nel settembre 2017 entrerà in vigore una volta che 50 nazioni abbiano ratificato o aderito ad esso. Ci sono attualmente 70 firmatari e 22 Stati aderenti. Il Sudafrica, l’unico Paese ad aver sviluppato e poi distrutto le sue armi nucleari, è stato l’ultimo ad aderire al trattato solo pochi giorni fa.
“Fino a quando tutti gli stati dotati di armi nucleari, tra cui India e Pakistan, si conformeranno ai divieti enunciati nel Trattato ed elimineranno le loro armi nucleari”, ha detto il dottor Helfand, “il mondo intero rimarrà a rischio di una catastrofica guerra nucleare dalla quale non ci sarà ripresa “. (Roberto Del Bianco)

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INDIA – PAKISTAN, QUALI SONO LE ORIGINI DELLA CRISI

di Guido Olimpo, 27/2/2019, da https://www.corriere.it/esteri/
– Tensioni tra i due Paesi: quali sono gli aspetti da sottolineare e perché si è arrivati all’escalation nelle ultime settimane –
Sono QUATTRO GLI ASPETTI da sottolineare nella crisi India-Pakistan, segnata da combattimenti e accuse piuttosto dure. Con gli osservatori quasi unanimi nell’affermare che nessuno vuole una vera escalation, ma al tempo stesso che i contendenti – entrambi dotati di un arsenale nucleare – non desiderano perdere faccia o posizioni.
PRIMO. Il 2018 è stato uno degli anni più violenti in Kashmir con la morte di 238 militanti, 37 civili e 86 soldati. Bilancio imperfetto, altre fonti portano ad oltre 500 le vittime. Scontro parte del conflitto più ampio tra i due paesi che si scambiano da anni cannonate. LE AZIONI DEI SEPARATISTI, SOSTENUTI DAL PAKISTAN, SONO ACCOMPAGNATE DA UNA REPRESSIONE SPESSO FEROCE E INDISCRIMINATA. Sangue chiama sangue, innesca il ciclo di attacco-rappresaglia. A volte le cose possono sfuggire di mano. Non solo qui.
SECONDO. ISLAMABAD GIOCA DA SEMPRE LA CARTA «INSURREZIONALE». La fazione Jaish e Mohammed ripete quanto fatto in passato da altre organizzazioni. Nuclei che usano terrore/guerriglia in nome della loro causa, ma fanno anche da sponda a chi li sponsorizza. LA STRAGE COMPIUTA DA UN ATTENTATORE SUICIDA A METÀ FEBBRAIO, CON DECINE DI AGENTI UCCISI DA UN VEICOLO-BOMBA, RIENTRA ANCHE IN QUESTA LOGICA. In passato i servizi pachistani hanno utilizzato lo schema con movimenti molto vicini al qaedismo, come i mujaheddin di Lashkar nell’assalto a Mumbai.
TERZO. L’INDIA VA AL VOTO TRA POCHE SETTIMANE e il premier Narandra Modri può aver colto l’OCCASIONE dell’attentato PER DIMOSTRARE LA SUA RISOLUTEZZA NEL FRONTEGGIARE GLI AVVERSARI. Una dimensione elettorale che si intreccia alla strategia regionale di India e Pakistan. I dietrologi, poi, suggeriscono che È INTERESSE DI AMBIENTI PACHISTANI ALIMENTARE LA TENSIONE PER SPINGERE NEW DELHI SU POSIZIONI ANCORA PIÙ DURE. E’ lo scenario – visto in tanti scacchieri – dove ogni attore cerca il nemico ideale. Da qui anche le inevitabili speculazioni su provocazioni, incidenti creati ad arte, intrighi. Con un flusso di news incontrollabili via web e guerra di propaganda.
QUARTO. GLI INDIANI HANNO BUCATO LE DIFESE PACHISTANE COLPENDO IL CAMPO DEI JAISH E MOHAMED NELLA ZONA DI BALAKOT, uno strike che doveva non solo punire i guerriglieri ma anche mostrare le debolezze altrui. Oggi LA RISPOSTA DI ISLAMABAD, seguita dalla chiusura degli spazi aerei che sottolinea il momento drammatico. E che lascia margini per altre sorprese.
E all’orizzonte non esiste una potenza mediatrice: amica di entrambi i paesi, l’America di Donald Trump non sembra interessata a svolgere questo compito. La Cina è troppo vicina al Pakistan. Resta la Russia che potrebbe approfittare per allargare la sua visibilità geopolitica. (Guido Olimpo)

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TENSIONI IN KASHMIR
INDIA-PAKISTAN, QUANDO DUE POTENZE NUCLEARI “GIOCANO” ALLA GUERRA
di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 27/2/2019
C’è stata la GRANDE GUERRA DEL 1947 che ha diviso il subcontinente con un tragico parto cesareo; la GUERRA DEL 1965, QUELLA DEL ’71 e il CONFLITTO PIÙ LIMITATO DEL 1999, NEL DISTRETTO DI KARGIL, lungo il confine del KASHMIR. Non è un record confortante per due paesi – India e Pakistan – nati la stessa notte di ferragosto di 72 anni fa, divisi arbitrariamente e uniti da una comune storia millenaria.
CONFLITTI, ATTENTATI E PROVOCAZIONI
Tutte queste guerre “formali” sono sempre state intervallate da scontri di frontiera minori, attentati terroristici, duri confronti diplomatici e rari tentativi di dialogo subito vanificati da provocazioni sul campo. Lo scontro di questi giorni per ora appartiene a questa seconda categoria di conflitto a bassa intensità. Ma non si può mai sapere fino a che punto l’ennesima crisi si possa spingere prima che se ne perda il controllo. Una nuova guerra riguarderebbe due potenze nucleari con un arsenale di circa 300 testate e poco meno di un miliardo e mezzo di esseri umani.
LA LINEA DELLA DISCORDIA
La causa principale di questo lungo e insanabile confronto, è la regione del Kashmir divisa nel 1947 da una “Linea di Controllo” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. Essendo una regione a maggioranza musulmana, il Kashmir avrebbe dovuto diventare Pakistan ma era la terra d’origine dei Pandit Nehru. Tuttavia nessuno dei due paesi è privo di responsabilità se quella regione è così pericolosa da oltre settant’anni.
Il Kashmir è tuttavia solo la vetrina dell’ostilità reciproca. E la questione religiosa –musulmani contro hindu – è relativa. La ragione principale del lungo conflitto è il diverso ruolo dei militari nei due sistemi. L’India è una democrazia compiuta, il ruolo dei militari è stabilito dalla più lunga Costituzione del mondo, e non è mai mutato.
IL RUOLO DEI MILITARI IN PAKISTAN
Dalla morte del fondatore Ali Jinnah, in Pakistan invece i militari sono stati sempre al centro del sistema, anche quando non governavano loro, fra un golpe e l’altro. Tutte le quattro guerre combattute sono state pesantemente perse dal Pakistan, inferiore per numeri, armamento e spesso per qualità.
Anche l’ultimo bombardamento aereo indiano per vendicare l’attentato ai 40 militari uccisi da un’auto-bomba, è stata un’umiliazione per i militari pakistani. Gli aerei indiani non hanno colpito giusto oltre la loro frontiera: senza essere intercettati, hanno volato nello spazio aereo pakistano fin quasi al confine afghano, nella North West Frontier Province. A causa della costante inferiorità, i pakistani hanno puntato all’arma atomica per primi; e i servizi segreti militari hanno sempre fatto largo uso del terrorismo di matrice islamica, armandolo, finanziandolo e addestrandolo.
IL RUOLO DI PERICOLOSO NAZIONALISMO SUI DUE FRONTI
Ora i due governi garantiscono che la risposta di uno all’operazione militare dell’altro sarà “misurata”. Nessuno è veramente pronto a una reale escalation. Ma il livello di patriottismo, anzi di PERICOLOSO NAZIONALISMO, nel mondo politico, fra le opinioni pubbliche e la stampa dei due paesi, è a livelli pericolosi. NARENDRA MODI, il premier nazionalista in carica, vuole dimostrare di essere il grande difensore dell’India. Ma su questo il Congress all’opposizione non è diverso. Nella campagna elettorale in corso (si vota fra aprile e maggio), riguardo al Pakistan si fatica a trovare qualche differenza negli slogan dei due partiti.
MANCA UN ARBITRO-MEDIATORE COME AI TEMPI DELLA GUERRA FREDDA
In questo clima i margini di trattativa sono più che scarsi. Diversamente da Usa e Urss/Russia, le due diplomazie non hanno mai tentato di creare un sistema di controllo e riduzione degli armamenti. E all’orizzonte non esiste una potenza mediatrice: amica di entrambi i paesi, l’America di Donald Trump non sembra interessata a svolgere questo compito. La Cina è troppo vicina al Pakistan. Resta la Russia che potrebbe approfittare per allargare la sua visibilità geopolitica. (Ugo Tramballi)

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ATTACCHI AEREI E SCONTRI A TERRA TRA INDIA E PAKISTAN NEL KASHMIR
Pericolosa impennata della tensione tra due potenze nucleari nemiche
[27 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/
La PAKISTAN CIVIL AVIATION AUTHORITY (CAA) ha annunciato che poco prima dell’alba /del 27 febbraio scorso, ndr) i cacciabombardieri del Pakistan hanno «violato lo spazio aereo indiano e condotto un attacco di rappresaglia» in risposta al raid indiano di ieri sul suo territorio contro il gruppo islamista Jaish-e-Mohammed, accusato di aver commesso l’attentato suicida del 14 febbraio contro le truppe paramilitari filo-indiane nel Kashmir sotto controllo dell’India, facendo una quarantina di vittime. La CAA ha poi annunciato di aver chiuso il suo spazio aereo a tutti i voli commerciali, lo stesso ha fatto l’India su gran parte dei suoi Stati settentrionali.
Dopo gli attacchi del 26 febbraio dell’India in territorio pakistano, Islamabad aveva promesso di rispondere «nel momento e nel luogo che sceglieremo». Sono passate meno di 24 ore e il Pakistan ha dichiarato di aver lanciato attacchi aerei al di là della LINEA DI CONTROLLO (LoC) che divideva il Kashmir dal Pakistan e dall’India e di aver abbattuto due aerei dell’INDIAN AIR FORCE nel suo spazio aereo nel Kashmir, e di aver arrestato due piloti indiani a terra. Il governo indiano dice però di aver abbattuto un aereo pakistano.
Durante una conferenza stampa a New Delhi, il portavoce del ministero degli esteri indiano, Raveesh Kumar, ha detto che «L’aereo pakistano è stato visto dalle truppe al suolo caduto dal cielo dal lato pakistano. In questo scontro noi abbiamo sfortunatamente perso un Mig-21. Il pilota è scomparso in combattimento. Il Pakistan asserisce di detenerlo».
Secondo il sito indiano FIRSTPOST, le forze armate indiane avrebbero abbattuto un F-16 pakistano che aveva violato lo spazio aereo indiano. L’agenzia ANI scrive che il pilota sarebbe riuscito a gettarsi col paracadute, ma i pakistani smentiscono l’abbattimento.
Invece, seguito ai raid indiano di ieri ci sarebbero stati almeno 4 morti civili, compresi due bambini, tutti nel villaggio pachistano di Jaba. Il ministero degli esteri di Islamabad ha annunciato che l’aviazione militare «Ha proceduto a degli attacchi attraverso la Linea di controllo, dallo spazio aereo pakistano che hanno preso di mira obiettivi non militari. Non sono rappresaglie: il solo obiettivo è quello di dimostrare il nostro diritto, volontà e capacità all’autodifesa. Non abbiamo nessuna intenzione di escalation, ma siamo del tutto preparati a farla se fossimo forzati a questo paradigma».
Il raid aereo indiano di ieri è stato completamente inaspettato ed è la prima volta che l’India invia aerei oltre la LoC che divide il Kashmir dall’armistizio dopo la guerra tra i due Paesi nel 1971. In questi 47 anni Pakistan e India sono diventate due potenze nucleari che non hanno mai cessato di riempire i loro arsenali di missili atomici, con il compiaciuto aiuto di Usa, Russia e Cina.
L’ultimo Doomsday Clock Statement, dello Science and Security Board Bulletin degli Atomic Scientists indicava nelle tensioni tra le due potenze nucleari asiatiche nemiche uno dei principali rischi per la pace nel mondo e Husain Haqqani, ex ambasciatore pakistano negli Usa, che è stato consigliere di tre primi ministri pakistani e che recentemente ha dato alle stampe il libro “Reimagining Pakistan: Transforming a Dysfunctional Nuclear State”, ha detto: «Siamo in acque inesplorate».
Intanto l’agenzia ufficiale cinese Xinhua segnala che oggi ci sono stati degli scontri tra le truppe indiane e pakistane lungo la LoC e che sono state prese di mira le linee di entrambe le parti. Secondo un responsabile del governo del Kashmir, gli scambi di colpi di arma da fuoco sarebbero durati diverse ore e ha confermato che «In caso di bisogno, abbiamo previsto l’evacuazione dei civili».
In molti credono che si tratti di una prova di forza dell’esercito e dei servizi segreti pakistani per far capire chi comanda davvero al premier del Pakistan, l’ex star del cricket Imran Ahmed Niazi Khan, che aveva promesso la pace con l’India. La tensione con il Pakistan fa il gioco anche del premier indiano nazional-induista Narendra Damodardas Modi che da metà febbraio si sta giocando la carta della tensione di frontiera col Pakistan per non perdere voti alle prossime elezioni.
Ma ora la sfida è contenere l’escalation delle ostilità prima che le cose vadano completamente fuori controllo. Lo sa bene Khan, ha detto che il Pakistan è pronto ad aprire un dialogo con l’India per evitare un’escalation della crisi. Rivolgendosi alla nazione, il premier pakistano ha detto che «Il buon senso deve prevalere» e che entrambe le parti devono evitare «errori di calcolo». Purtroppo per lui la storia dell’esercito pakistano è piena di colpi di Stato ed errori di calcolo: i militari non lasciano niente di intentato pur di mantenere le mani sull’economia pakistana.
Haqquani ha spiegato su BBC News che «L’establishment militare pakistano aveva puntato sulla riluttanza dell’India ad intensificare l’uso della guerra asimmetrica (terrorismo) sotto l’ombrello nucleare. L’India ritiene di aver trovato un punto debole in cui può colpire, sia a terra, dove usa forze speciali come nel 2016, sia utilizzando attacchi aerei come ha fatto ora, senza attraversare quella soglia.
Secondo un altro esperto di relazioni indo-pakistane, lo statunitense Daniel Markey della Johns Hopkins University, «Il problema è che la maggior parte delle soluzioni militari al problema del Pakistan che l’India ha a disposizione sono molto più costose per l’India di quanto non siano in grado di determinare lo stato finale desiderato. A Delhi lo sanno tutti, l’obiettivo ora è introdurre un livello più alto di punizione per ogni caso di aggressione pakistana, non è una strategia sbagliata, a patto che ogni mossa sia calcolata attentamente e non ci siano troppi errori. Ad esempio, in questo episodio, alcuni rapporti suggeriscono che gli aerei indiani avevano intenzione di sparare dalla parte indiana della LoC, ma il vento li ha costretti a entrare nel territorio pakistano. Se è vero, questo è il tipo di elemento di escalation non intenzionale che introduce nuovi rischi ad ogni step. Ritengo che l’escalation sia più grave di quanto si pensasse: spostare il conflitto in Pakistan era inteso come una mossa muscolare e differente, che i più recenti primi ministri indiani sarebbero stati riluttanti a prendere».
Questa escalation potrebbe degenerare in un conflitto nucleare che avrebbe conseguenze mondiali catastrofiche? Per Markey, «Tristemente, c’è sempre una reale minaccia di escalation nucleare tra India e Pakistan, ma in questo momento siamo indietro di parecchi passi. A parte l’uso accidentale o non autorizzato (che è improbabile), sembra più probabile che prima dell’utilizzo del nucleare dovremmo vedere una significativa escalation convenzionale in questo il conflitto. Ma queste escalation sono possibili soprattutto se il prossimo passo del Pakistan fosse quello di alzare la posta colpendo obiettivi civili indiani».
Se Khan terrà duro di fronte alle provocazioni e agli intrighi dei suoi servizi segreti, una guerra nucleare è altamente improbabile, ma la domanda che si fanno in molti è: quanto potrà durare l’equilibrio del terrore tra due Paesi che hanno fatto dell’identitarismo religioso la base politica che tiene insieme i loro governi nazionalisti di destra? (27 Febbraio 2019, da http://www.greenreport.it/news/)

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CON LA FINE DEL TRATTATO INF L’UE TORNERÀ CAMPO DI BATTAGLIA?
di Paolo Mauri 3/2/2019 da http://www.occhidellaguerra.it/
L’intenzione degli STATI UNITI di denunciare il TRATTATO INF sulle forze missilistiche a raggio intermedio è diventata molto recentemente realtà ed il rischio che l’EUROPA torni ad essere terreno di confronto militare tra Mosca e Washington così come avvenne durante la GUERRA FREDDA è più che una remota possibilità.
COS’È IL TRATTATO INF?
Il Trattato Inf (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty) è stato siglato l’8 dicembre del 1987 dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’UNIONE SOVIETICA Mikhail Gorbachev a Washington.
Divenuto operativo il primo giugno dell’anno successivo, esso prevedeva che entrambe le parti provvedessero a distruggere tutti i MISSILI BALISTICI E DA CROCIERA basati a terra con un raggio d’azione compreso tra i 500 ed i 5500 chilometri e i loro sistemi di lancio (lanciatori di qualsiasi tipo e strutture ed equipaggiamento di supporto) entro tre anni dall’entrata in vigore.
Il trattato NON ELIMINA IN TOTO I MISSILI DA CROCIERA, ma solo quelli basati a terra. Quindi i sistemi navali o aviolanciabili, come ad esempio il neonato missile ipersonico russo KINZHAL o i ben noti missili TOMAHAWK americani lanciabili da unità navali, non rientrano nelle clausole del trattato.
E’ bene chiarire che il Trattato Inf non solo elimina la possibilità che i missili balistici a raggio intermedio siano schierati in Europa, come avvenne nel corso della Guerra Fredda con i missili Pershing in Germania e prima ancora con i Jupiter, dispiegati in Italia e Turchia, che causarono direttamente la Crisi dei Missili di Cuba, ma sancisce il divieto, ad entrambi i firmatari, di COSTRUIRE SISTEMI MISSILISTICI IRBM indipendentemente da dove vengano schierati.
Il recente tentativo russo di accusare gli Stati Uniti di aver infranto il Trattato già nel 2017 con la conversione degli impianti industriali della RAYTHEON – nota fabbrica di missili americana – affinché sia possibile ricominciare la produzione di tale tipologia di vettori rientra proprio in quest’ottica.
Le accuse che le due potenze si scambiano vicendevolmente, unitamente ai sistemi missilistici che sono stati vietati dal Trattato e quindi sono spariti dai loro arsenali, sono ben note e già enucleate in precedenza
Torneranno gli Euromissili?
Lo scenario che vede il ritorno dei missili nucleari a raggio intermedio made in Usa in Europa al momento sembra scongiurato e non solo per il fatto che gli Stati Uniti non posseggano nei loro arsenali qualcosa di simile, quanto per il MUTATO QUADRO STRATEGICO EUROPEO, ma non solo essendosi presentata la necessità di fronteggiare l’espansionismo e militarismo cinese, che è profondamente diverso rispetto a quello della Guerra Fredda e ha determinato un profondo cambiamento della politica di Washington verso il Vecchio Continente.
L’Europa, infatti, pare “spaccata in due” per quanto riguarda la percezione della minaccia russa con i PAESI DELL’EST EUROPEO, gli ultimi entrati nell’Alleanza, più sensibili sulla questione rispetto a quelli più occidentali come Germania, Francia o Italia.
Non è infatti un caso che il sistema antimisisle AEGIS ASHORE, che rappresenta, col suo lanciatore verticale Mk-41 uno dei motivi di biasimo da parte di Mosca in merito al non rispetto americano delle clausole del Trattato Inf, sia stato situato in Romania e Polonia; nazioni che, coi Paesi Baltici, più lamentano l’aggressività di Mosca sull’onda emotiva della questione ucraina e richiedono da tempo e a gran voce la maggiore presenza Usa sul loro territorio, arrivando anche a concedere basi semi-permanenti a Washington, in violazione degli accordi tra Usa e Russia degli anni ’90 sull’espansione della Nato in Europa Orientale.
Lo stesso Segretario Generale della Nato, JENS STOLTENBERG, ha escluso – per il momento – il dispiegamento di nuovi missili a carica nucleare in Europa annunciando che verranno prese altre misure di deterrenza non meglio specificate.
La momentanea decisione riflette anche i MALUMORI STATUNITENSI verso gli Alleati della Nato, che vengono accusati di “parassitismo” dal Presidente TRUMP in merito alla Difesa dell’Europa e che vengono da tempo sollecitati affinché aumentino considerevolmente le proprie spese in questo senso arrivando al famoso 2% del Pil.
Malumori che hanno causato anche fratture importanti, come quella avvenuta al recente vertice dell’Alleanza di Bruxelles in cui un furente Trump ha minacciato l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato.
’Europa quindi, corre il serio rischio di trovarsi tra due fuochi nucleari e questa volta potrebbe avere la necessità di dover CAMMINARE SULLE PROPRIE GAMBE stante la politica della Casa Bianca volta ad una maggiore responsabilizzazione dei propri alleati.
Non è infatti da escludere che a Washington si stia affacciando con sempre maggior insistenza la volontà di RITIRARE QUELL’OMBRELLO NUCLEARE PROTETTIVO che ha garantito la pace e la stabilità tra i due blocchi ideologici e militari per oltre 40 anni attraverso il meccanismo dell’equilibrio del terrore, ovvero il congelamento di un’escalation nucleare perché qualsiasi impiego di armi di tal tipo, anche tattiche, avrebbe provocato la totale distruzione di entrambi gli schieramenti, non solo in Europa.
Il problema, infatti, è sempre quello che alcuni analisti degli anni della Guerra Fredda proponevano: la Casa Bianca è davvero disposta ad accettare la distruzione di città come New York, Chicago, delle sue infrastrutture industriali, economiche e militari, come conseguenza di un massiccio attacco missilistico russo per difendere la vecchia Europa?
Se prima questa domanda, lecita, poteva avere un’alta percentuale di risposta positiva, oggi forse non è più così stante l’aria che tira da qualche tempo nelle stanze della Casa Bianca. Un’aria di isolazionismo dettata dalla politica trumpiana che ben conosciamo: “AMERICA FIRST”.
Le conseguenze del ritiro Usa dal Trattato per l’Europa
L’Europa quindi, con ogni probabilità, questa volta dovrà “fare da sè” per adeguarsi al nuovo – ed ampiamente previsto – scenario strategico e sebbene il rischio di un conflitto nucleare nel Vecchio Continente sia molto remota, così non è quella di un conflitto convenzionale vista l’attuale situazione di crisi in Ucraina e viste le tensioni lungo i confini orientali della Nato.
Oltre agli arsenali atomici di Francia e Regno Unito, che però non hanno missili balistici a raggio intermedio o missili da crociera basati a terra, in Europa esistono bombe atomiche tattiche del tipo a caduta libera: in Italia in Germania ci sono un certo numero di bombe americane tipo B-61-11 a caduta libera utilizzabili previa autorizzazione Usa col meccanismo “a doppia chiave”.
Saranno quindi necessari strumenti di deterrenza MADE IN EUROPE rappresentati da nuovi missili da crociera in grado di colpire efficacemente gli obiettivi russi grazie ad una maggiore gittata e precisione, oltre che, ovviamente, si dovrà cercare un sistema antimissile autoctono efficace.
L’esigenza vale anche per l’Italia che, proprio grazie al nuovo governo, ha cancellato il programma missilistico CAMM-ER che aveva parziali capacità antimissile e che avrebbe fornito una base interessante per poter sviluppare un sistema Abm italiano. Sempre restando nei nostri confini diventa anche necessario cercare un missile da crociera più a lungo raggio rispetto a quello attualmente in dotazione, lo STORM SHADOW da 500 chilometri di gittata, e la nostra Marina Militare dovrà dotarsi di un similare vettore come ad esempio lo SCALP NAVAL in grado di colpire bersagli a mille chilometri di distanza già in dotazione alle marine militari di Francia e Regno Unito.
Come già detto la fine del Trattato Inf aprirà un vaso di Pandora “missilistico” che non riguarderà solamente i vettori nucleari e che vedrà la PROLIFERAZIONE DI QUELLI A CARICA CONVENZIONALE.
Lo sanno bene gli americani che nella loro dottrina Prompt Global Strike hanno considerato l’impiego di missili da crociera e di altri asset come missili ipersonici per il momento solo lanciabili da aerei, navi e sottomarini, ma lo sanno anche i russi che nella loro nuova dottrina militare hanno esplicitamente fatto riferimento al ricorso a sistemi di deterrenza non nucleari rivolti a prevenire un’aggressione contro la Federazione Russa attraverso armi convenzionali.
Toccherà quindi anche all’Europa adeguarsi e rivedere la propria strategia e le proprie costruzioni militari se non vuole fare la fine del vaso di coccio tra due vasi di ferro e gli strumenti, questa volta, ci sono. (Paolo Mauri)

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IL RITIRO DEGLI STATI UNITI DAL TRATTATO INF METTE A RISCHIO L’EUROPA (E IL MONDO)
La campagna ICAN fa appello a tutti gli Stati affinché aderiscano al Trattato di proibizione delle armi nucleari. Rete Disarmo e Senzatomica chiedono un cambio di rotta al Governo italiano.
Fonte: Rete Disarmo – Senzatomica – Campagna ICAN – 1 febbraio 2019
da https://www.disarmo.org/ican/
La sospensione (con conseguente ritiro) degli Stati Uniti dal Trattato INF è una mossa irresponsabile che apre la strada a una nuova corsa agli armamenti nucleari e sottolinea l’importanza di vere soluzioni multilaterali e vincolanti come il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari TPNW. Con la Russia e gli Stati Uniti che mettono a rischio il mondo intero, è urgente che tutti gli Stati responsabili si alzino e aderiscano a questa norma internazionale di divieto nucleare.
Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN (Premio Nobel 2017) afferma: “Trump ha sparato il colpo che farà partirela Seconda Guerra Fredda. Solo che questa volta il conflitto potrebbe essere più grande, più pericoloso e il mondo potrebbe non essere così fortunato nel risultato. I leader europei e tutti gli alleati della NATO devono chiarire che il ritiro dal Trattato INF è una chiara minaccia per la sicurezza europea. I governi europei devono lavorare per rimuovere tutte le armi nucleari oggi presenti sul proprio territorio aderendo al Trattato di proibizione delle armi nucleari”.
L’IMPORTANZA DEL TRATTATO INF
Il Trattato INF è stato il primo accordo tra Russia e Stati Uniti dedicato all’eliminazione di intere categorie di armi nucleari. Per oltre 30 anni entrambe le parti hanno concordato l’eliminazione di tutti i missili balistici e da crociera lanciati da terra, sia nucleari che convenzionali, con gittata compresa tra 500 e 5.500 chilometri. In conseguenza di tale accordo gli Stati Uniti hanno distrutto 846 missili e 32 siti di lancio e l’URSS ha distrutto 1.846 missili e 117 siti.
SOSPENSIONE E PROSSIMI PASSI
Come da annuncio di oggi, gli Stati Uniti stanno sospendendo la propria conformità al Trattato e consegnando notifica di ritiro sulla base del fatto che il missile russo Novator 9M729 si trova a loro parere all’interno del raggio di missili proibito (oltre 500 km). Ciò significa che il Trattato INF terminerà il 2 agosto a meno che gli Stati Uniti non revochino questo avviso. La Russia sarebbe ufficialmente ancora vincolata dal trattato fino al 2 agosto, ma ha avvertito che se gli Stati Uniti iniziassero a sviluppare missili a raggio INF inizierebbero a farlo anche loro.
Se Russia e Stati Uniti fossero onesti nel loro impegno per il disarmo nucleare (più volte dichiarato) entrambe le parti dovrebbero fare tutto il possibile per salvare il Trattato nei prossimi sei mesi. Ma nelle ultime settimane, mesi e persino anni sia la Russia che gli Stati Uniti hanno segnalato un evidente interesse per una nuova corsa agli armamenti nucleari. La scorsa settimana, Trump ha annunciato la costruzione di nuove categorie di missili nucleari e il Governo russo ha detto che farà lo stesso. Entrambi i Paesi stanno spendendo centinaia di milioni per modernizzare i loro arsenali.
EUROPA A RISCHIO
Mentre il Trattato INF vincolava solo due Paesi, la sua fine mette in pericolo il mondo intero. Gli unici che applaudono la decisione di distruggere questo Trattato sono i produttori di armi nucleari, che accolgono con entusiasmo e pensando ai loro guadagni il calcio d’inizio della Seconda Guerra Fredda.
Annunciando il ritiro il Segretario di Stato USA Pompeo ha dichiarato che le violazioni della Russia mettono a rischio milioni di europei e americani e sottolineato l’unità tra gli alleati NATO a sostegno della decisione statunitense. Eppure l’Unione Europea ha effettivamente chiesto sia agli Stati Uniti che alla Russia di fare tutto il possibile per salvare il Trattato INF. I governi europei sanno che una nuova corsa agli armamenti nucleari pone un inaccettabile rischio per la sicurezza per l’Europa, che è ancora una volta messa letteralmente al centro del potenziale conflitto.
Nel 1987 l’INF ha eliminato la categoria di armi nucleari che ha messo più a rischio i paesi europei, a causa delle distanze che i missili potevano percorrere, salvando l’Europa da una delle escalation più pericolose della Guerra Fredda. Il crollo del Trattato INF apre le porte agli Stati Uniti al nuovo dispiegamento di questi missili a raggio intermedio in Europa, insieme alle altre armi nucleari che già posizionate in Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Turchia. Il generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore dell’esercito russo, ha indicato che i siti missilistici statunitensi in territorio alleato potrebbero diventare “gli obiettivi dei successivi scambi militari”. In breve, ritirarsi dall’INF farà percorrere alla storia passi indietro con una decisione insensata che mettere in pericolo tutti i popoli europei.
IL TRATTATO SUL DIVIETO NUCLEARE COME ALTERNATIVA ALLA NUOVA CORSA AGLI ARMAMENTI NUCLEARI
Mentre gli Stati dotati di armi nucleari sembrano destinati ad aumentare e modernizzare i loro arsenali c’è una crescente resistenza globale alle armi nucleari. Già 70 Stati hanno firmato il TRATTATO DELLE NAZIONI UNITE SUL DIVIETO DELLE ARMI NUCLEARI (TPNW, e 21 lo hanno ratificato. In tutto il mondo il sostegno al Trattato sta aumentando e stimolando l’azione a livello nazionale e locale: oltre 1200 membri attivi del parlamento di tutti i continenti hanno già promesso il loro sostegno al trattato, e numerose città (principali obiettivi di un eventuale conflitto nucleare) in tutto il mond hanno fatto sentire la propria voce per il disarmo nucleare. Una mobilitazione che ha toccato anche l’Italia, con oltre 150 Comuni ed Enti Locali che hanno dichiarato il proprio NO alla guerra nucleare e il proprio sostegno al Trattato TPNW nell’ambito della mobilitazione “Italia, ripensaci” promossa da Rete Disarmo e Senzatomica (membri italiani di ICAN).
Quando arriverà a 50 Stati parte il Trattato TPNW entrerà in vigore bandendo le armi nucleari secondo una norma internazionale internazionale, come già successo per le armi chimiche e le mine antiuomo. Per la sicurezza del mondo e per mantenere la nostra umanità i leader veramente responsabili devono contrastare la distruzione del Trattato INF con un chiaro segnale che dica come le armi nucleari siano inumane ed inaccettabili. Lo possono fare aderendo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato nel 2017 all’ONU; è il coraggio che chiediamo al Governo italiano (finora allineato ai dettami della NATO, pur non essendoci nell’alleanza obblighi in tal senso) che potrebbe svolgere ruolo protagonista prezioso nel mettere gli ordigni nucleari fuori dalla storia. Una richiesta che proviene dalla maggioranza degli italiani e delle italiani, e che Governo e Parlamento dovrebbero ascoltare. (da https://www.disarmo.org/ican/)

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PERCHÉ INDIA E PAKISTAN LITIGANO

da https://www.ilpost.it/ del 28/2/2019
C’entra il Kashmir, territorio conteso da oltre settant’anni, ma anche quella che si potrebbe definire una “tempesta politica perfetta”
Nell’ultima settimana India e Pakistan si sono scontrati in maniera piuttosto intensa sul Kashmir, regione al confine tra i due paesi contesa da oltre settant’anni. Non si è arrivati a un nuovo conflitto, ma poco ci è mancato: martedì gli aerei da guerra indiani hanno attaccato alcuni campi di addestramento in Pakistan appartenenti a un gruppo terroristico anti-indiano; il giorno dopo il governo pakistano ha risposto abbattendo almeno un aereo da guerra indiano e catturando il suo pilota. Ci sono state minacce e sono state annunciate ritorsioni militari, ma la fase più acuta della crisi sembra essere rientrata: giovedì il governo pakistano ha detto che rilascerà il pilota indiano catturato come gesto di pace.
Le tensioni tra India e Pakistan, due paesi che possiedono l’arma nucleare, stanno preoccupando diversi governi della regione, ma non solo. Negli ultimi giorni sono intervenuti anche gli Stati Uniti, invitando alla calma e cercando di abbassare i toni molto aggressivi usati sia dal primo ministro indiano Narendra Modi che dal primo ministro pakistano Imran Khan. Ma perché India e Pakistan litigano sul Kashmir?
La contesa sul Kashmir iniziò più di settant’anni fa, nell’agosto 1947, quando i britannici rinunciarono all’India come loro colonia e accettarono di dividere il territorio in due nuovi paesi indipendenti: l’India, a maggioranza induista, e il Pakistan, a maggioranza musulmana (da un pezzo del territorio pakistano nacque poi il Bangladesh, nel 1971). Non fu un processo facile. Milioni di persone migrarono da un paese all’altro e ci fu moltissima violenza: i morti furono centinaia di migliaia.
Nell’accordo che aveva stabilito la divisione dell’ex colonia britannica, però, non era stata inserita alcuna soluzione per lo stato principesco del Jammu e Kashmir, uno dei cinquecento domini semi-indipendenti attraverso i quali la corona britannica aveva amministrato i territori indiani non direttamente sottoposti al suo controllo.
A differenza di molti altri domini di questo tipo, in cui i signori feudali erano musulmani e la popolazione a loro sottoposta di religione indù, il Kashmir aveva una situazione speculare: era un’area a maggioranza musulmana con un sovrano induista. Quando nel 1947 arrivò il momento di dividere il paese, sia l’India sia il Pakistan rivendicarono il piccolo stato principesco come proprio sulla base di ragioni religiose e culturali. I pakistani inviarono sul posto un esercito di volontari, mentre il principe locale chiese aiuto all’esercito indiano. Alla fine l’India riuscì a occupare due terzi della regione, mentre il Pakistan si prese il restante terzo.
L’ONU stabilì che la decisione finale doveva spettare alla popolazione locale, ma le elezioni non si tennero mai e la regione del Kashmir rimase divisa in due: da una parte lo stato indiano del Jammu e Kashmir, dall’altra quello pakistano del Gilgit-Baltistan. In mezzo, quella che anni dopo sarebbe diventata la cosiddetta “linea di controllo“.
Nel corso degli ultimi decenni India e Pakistan hanno combattuto tre conflitti, nel 1965, nel 1971 e nel 1999 (quest’ultimo molto più limitato), e si sono scontrati altre volte senza il coinvolgimento diretto degli eserciti. Dagli anni Ottanta il Pakistan ha cominciato a incoraggiare movimenti di guerriglia nel Jammu e Kashmir, che insieme alla brutale repressione dell’esercito indiano hanno provocato la morte di più di 40mila persone. Insomma: il conflitto non è mai terminato, anche se nel corso del tempo ha preso forme diverse e si è acutizzato nuovamente nell’ultima settimana.
La causa scatenante delle ultime tensioni è stato l’attentato suicida compiuto il 14 febbraio scorso contro un convoglio di mezzi militari a Pulwama, nel sud dello stato di Jammu e Kashmir. L’attacco, il più grave degli ultimi 30 anni, è stato compiuto da un miliziano di Jaish-e-Mohammed (“l’esercito di Maometto”), gruppo terroristico che secondo l’India è appoggiato dal Pakistan. L’India ha risposto superando la “linea di confine” per colpire i campi di addestramento di Jaish-e-Mohammed in Pakistan, e a sua volta il Pakistan ha abbattuto almeno un aereo da guerra indiano e ha catturato il suo pilota.
L’attentato non è stata però l’unica ragione dell’acutizzarsi del conflitto sul Kashmir: c’è stata una specie di “tempesta politica perfetta”, sia in India che in Pakistan.
In India il primo ministro Narendra Modi, nazionalista, si sta preparando per le elezioni del prossimo maggio. Il New York Times ha scritto che Modi ha voluto alzare i toni dello scontro con il Pakistan per aumentare i consensi del proprio partito, sfruttando l’indignazione cresciuta in India dopo il grave attentato del 14 febbraio. Il primo ministro pakistano Imran Khan non si è tirato indietro, per motivi simili. Khan era stato eletto lo scorso anno con l’appoggio dell’esercito, noto per essere molto potente e influente in Pakistan, e oggi vuole mostrare di sapere tenere testa all’India anche militarmente. L’escalation sembra essersi fermata, con l’offerta di Khan di riconsegnare il pilota catturato all’India, ma la crisi non può ancora dirsi risolta.

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JAMMU E KASHMIR: ORIGINI E SIGNIFICATI D’UN CONFLITTO

di SABRINA CUCCUREDDU https://www.eurasia-rivista.com/
8 Luglio 2010
Il contenzioso tra l’India e il Pakistan riguarda in particolare la sovranità sulla fertile valle del Kashmir; alla base delle rispettive rivendicazioni si individuano sia elementi geostrategici, sopratutto da parte del Pakistan, sia ideologico-storici. Anzi, questi ultimi vengono utilizzati spesso per mascherare i primi, sopratutto agli occhi degli abitanti kashmiri.
L’India e il Pakistan nacquero come Stati indipendenti nel 1947, in seguito allo smembramento dell’Impero britannico in quell’area; i criteri presi in considerazione per la suddivisione furono più che altro geografici e religiosi. Questi stessi criteri erano però difficilmente applicabili nella regione del Jammu e Kashmir; nel 1947, infatti, vi era in questa regione un monarca indù e una popolazione a maggioranza musulmana.
Questo primo elemento ci permette di individuare le diverse linee intraprese da Islamabad e Nuova Delhi.Il Pakistan nacque come patria degl’indiani musulmani e, in quanto tale, reclamava l’ annessione dell’intera valle. A partire da Jinnah, primo governatore generale pakistano, tutti i suoi successori consideravano l’identità del Pakistan quella di uno stato islamico, sebbene non teocratico. Questa visione si sviluppò negli anni, fino ad arrivare ad un vero e proprio irredentismo pakistano: come patria putativa dei musulmani del subcontinente, il Pakistan cercò di incorporare lo stato a maggioranza musulmana del Jammu e Kashmir nella sua sfera. I dirigenti pachistani affermarono che l’annessione del Kashmir al Pakistan era tra i loro obiettivi, perché necessaria per completare il nuovo Stato.
In India, il movimento nazionalista s’ispirava a princìpi laici; Gandhi ebbe un ruolo determinante nel rivitalizzare la democratizzazione dell’INC, mentre Jawaharlal Nehru, che sarebbe diventato il primo ministro indiano, impresse un orientamento laico negli schieramenti politici del Congresso.
Su queste basi rivendicava la parte nord-occidentale del subcontinente: controllare il Kashmir significava ribadire che lo Stato creato dal Congresso poteva ammettere al suo interno ogni fazione politica ed ogni comunità religiosa, per l’appunto perché Stato di tutti gl’indiani.
D’ altronde, la notevole eterogeneità etnica, regionale e culturale dell’India non lasciava altra scelta ai dirigenti politici che volevano unificarla.
Risulta ovvia, date queste premesse, l’origine del conflitto indo- pakistano.
La visione indiana, infatti, si opponeva radicalmente all’ipotesi di Jinnah delle “due nazioni” (una, il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l’altra, l’India, a maggioranza indù): uno stato laico basato su un nazionalismo civile è evidentemente antitetico a quello che fonda la costruzione delle proprie istituzioni su basi etnico- religiose.
QUATTRO GUERRE OPPOSERO, NEL CORSO DI PIÙ DI MEZZO SECOLO, L’ INDIA E IL PAKISTAN:
– Nel 1947- 48, poco dopo l’ indipendenza, sostennero un lungo scontro per lo stato del Jammu e Kashmir, fino ad allora indipendente.
– Nel 1956, combatterono un’altra guerra per il medesimo territorio.
– Nel 1971, si scontrarono durante la guerra civile che portò alla divisione del Pakistan e alla nascita del Bangladesh nel territorio del Pakistan orientale.
– Nel 1999, si affrontarono ancora una volta tra le montagne del Kashmir.
Oltre a questi veri e propri conflitti, i due paesi sono stati protagonisti di altre due gravi crisi in cui si è sfiorata la guerra.
Dal punto di vista ideologico (laicità contro identitarismo religioso), oggi le ragioni dell’antagonismo potrebbero considerarsi superate, visti sopratutto i fallimenti a cui andò incontrò il Pakistan che palesavano l’insussistenza delle sue teorie; vi sono perciò delle ragioni che vanno oltre al fattore ideologico, e che tengono conto del valore geopolitico del territorio.
Il Kashmir è infatti il nodo geopolitico del subcontinente indiano, il fulcro attorno al quale vengono studiate le strategie di India e Pakistan.Per gli strateghi militari pakistani i fiumi Indo, Chenab e Jhelum che scorrono in questa regione sono considerati la linea vitale di difesa.
La loro priorità è infatti assicurarsi una difesa da un attacco esterno, e assicurare i propri confini. Supportare il separatismo kashmiro è vitale per il Pakistan da un punto di vista militare, perché obbliga l’India a far stazionare nel Jammu e Kashmir una parte consistente del suo esercito (più numeroso e meglio attrezzato di quello pakistano). In chiave di sicurezza interna, invece, l’identificazione di un nemico esterno e di una causa comune, sono utilizzati dalla classe politica per sublimare l’esistenza di un valido elemento di aggregazione nazionale (lo stesso vale anche per l’India). La sua campagna anti-indiana è basata sulla conduzione di un conflitto a ‘bassa intensità’ che logori l’India evitando una guerra convenzionale su vasta scala (dalla quale ne uscirebbe sconfitto).
L’India, timorosa anche di un eventuale effetto domino, si ostina a considerare il separatismo nel Kashmir come un problema interno; il suo scopo è il riconoscimento della Linea di Controllo come frontiera permanente, conservando in tal modo la Valle del Kashmir, il Jammu e buona parte del Ladakh. Questa frontiera, in effetti, seguirebbe grosso modo i confini etnici e geografici della regione centrale del Kashmir, ma è ovviamente ostacolata dal Pakistan.
L’ indipendenza è la meta agognata da molti abitanti del Kashmir (è l’obiettivo del Fronte di liberazione del Jammu e Kashmir); il governo pakistano respinge categoricamente quest’opzione , così come, da parte indiana, i nazionalisti escludono la possibilità di cedere “il gioiello della corona” himalayano.
Duplice, quindi, la natura di questo contenzioso; il parallelo che è stato creato serve sopratutto a sottolineare come di tanti motivi (etnici, religiosi, ideologici), il più importante è sicuramente quello economico e politico; è basandosi principalmente su questi che vengono ideate le strategie dei Paesi. Lo si capisce dal fatto che, pur venendo ormai a mancare le originarie fondamenta dell’opposizione tra Islamabad e Nuova Delhi, gli scontri non sono cessati, anzi anche in questi mesi si sono susseguiti con sempre maggiore intensità.
Una soluzione nel breve periodo appare alquanto improbabile, anche perchè non bisogna tralasciare la situazione di tutta l’area e l’influenza che i grandi protagonisti dello scacchiere internazionale (primi fra tutti Cina, Russia e USA) esercitano su questa macroregione; i loro svariati interventi nelle vicissitudini di questi popoli hanno come sfondo l’intricato sistema di allenze geopolitiche volte a favorire ora l’una ora l’altra nazione, non tenendo conto della legittimità (anche giuridica) della sovranità rivendicata.
Il Jammu e Kashmir non è sicuramente un caso isolato; è, semmai, un esempio di come le strategie vengano forgiate su considerazioni geopolitiche, tenendo conto delle ricchezze del territorio, dei rapporti con gli assi portanti dell’equilibrio mondiale e della posizione relativa dei vari Stati. Talvolta, non si arriva ad una soluzione proprio per la mancanza di scelte geopolitiche adeguate, comprensive di tutti gli elementi che servono alla stabilità e all’equilibrio. In questo senso, esaminare i dettagli della storia di questi Paesi servirebbe a prendere delle decisioni più ponderate; con uno sguardo al passato si potrebbe individuare una nuova linea politica che India e Pakistan dovrebbero percorrere fianco a fianco e che porterebbe finalmente i kashmiri ad un equilibrio e ad una stabilità che non hanno mai vissuto.
* Sabrina Cuccureddu, articolo del 2010, da Scienze politiche e relazioni internazionali (Università “La Sapienza” di Roma)

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