VENEZUELA NEL CAOS: ora CHE ACCADRA’? (e anche altri Paesi latino-americani NON stanno bene) – Quale progetto (unitario, federalista?) per dare a quel Continente una presenza autorevole nella geopolitica globale con le altre MACRO-AREE GEOGRAFICHE presenti? (Cina, Usa, India, Russia, forse Europa…?)

Il VENEZUELA, con i suoi 33 MILIONI DI ABITANTI distribuiti su una superficie di ben 916.445 km², è un vasto e popoloso Paese dell’America Latina, nella parte più settentrionale del Sud America, affacciato a nord al Mar dei Caraibi. Il Venezuela confina a ovest e sud/ovest con la COLOMBIA, a sud e sud/est con il BRASILE e a est con la GUYANA, anche se in realtà su un territorio di circa 160 mila chilometri quadrati esiste una storica controversia territoriale proprio con la Guyana, tanto che l’area prende il nome di ‘ZONA EN RECLAMACIÓN’. Il nome “Venezuela” è stato storicamente attribuito al navigatore italiano AMERIGO VESPUCCI che navigò sulla costa settentrionale del Sud America nel 1499, per una spedizione navale esplorativa che raggiunse la costa nord-occidentale del paese, ora nota come GOLFO DEL VENEZIA. In quel viaggio, l’equipaggio di Vespucci osservò le costruzioni degli indigeni erette su palafitte di legno appena fuori dalle acque. QUESTO SCENARIO RICORDÒ A VESPUCCI LA CITTÀ DI VENEZIA e da ciò fu inspirato nell’attribuire a questa terra il nome di VENEZZIOLA o VENEZUOLA alla regione. Il termine, che in italiano rinascimentale aveva il significato di piccola Venezia, si trasformò successivamente IN SPAGNOLO in VENEZUELA. – IL VENEZUELA È UNO DEI 17 PAESI DELLA TERRA CON LA MAGGIORE DIVERSITÀ ECOLOGICA, GRAZIE UNA GEOGRAFIA E A UN CLIMA ESTREMAMENTE VARIEGATI che variano da regioni tropicali a climi desertici, da giungle ad ampie pianure fino agli ambienti andini. In questo Stato si trova LA PIÙ GRANDE AREA PROTETTA DELL’AMERICA LATINA CHE COPRE CIRCA IL 63% DEL TERRITORIO NAZIONALE. Il paese è un VERO PARADISO PER QUANTO RIGUARDA LE BELLEZZE NATURALI: nel Venezuela ci sono FORESTE, STERMINATE PIANURE, NUMEROSE ISOLE tra cui spiccano sicuramente Los Roques, la Tortuga e la Isla de Margarita, splendidi laghi (i maggiori sono il Lago de Maracaibo e il Lago de Valencia), deserti, vette e molto altro ancora. (da http://www.meteoweb.eu/)

   La situazione (di fallimento economico) del Venezuela, con la popolazione non in grado nemmeno di avere beni di primaria necessità (alimenti, medicinali…) richiede una svolta per quel Paese, superando l’impasse dell’attuale regime, che ha portato, nel decorso del tempo, assieme alla politica del predecessore Hugo Chavez e fino all’attuale leader Nicolas Maduro, a far sì che un Paese di grande tradizione, importante, fondamentalmente ricco (specie di risorse energetiche, ma anche di cultura, di storia, di vivere civile…) (e terra di immigrazione di tanti italiani) sia ora diventato un Paese alla deriva, alla fame.

Scaffali vuoti nei supermercati venezuelani (foto da http://www.sconfinare.net/) – VENEZUELA: INFLAZIONE ALLE STELLE – IN CINQUE ANNI, IL PIL È CALATO DEL 45% SECONDO L’FMI. La Banca mondiale prevede una contrazione del Pil dell’8% nel 2019, dopo il -18% del 2018. Davanti a una IPERINFLAZIONE, CHE DOVREBBE RAGGIUNGERE QUEST’ANNO IL 10 MILIONI PER CENTO, a metà gennaio Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18mila bolivar (20 dollari secondo il tasso ufficiale), cioè l’equivalente di due chilogrammi di carne. Ad agosto aveva lanciato un piano di rilancio, svalutando il bolivar del 96%. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Si temono però, in questo contesto dell’auspicabile superamento del governo di Maduro e della ripresa di un ritorno economico che risolva le necessità primarie dei venezuelani, si teme che ci sia un effettivo rischio che si arrivi a una GUERRA CIVILE (tra oppositori e sostenitori dell’attuale regime); e, dall’altra, che si creino INTROMISSIONI INTERESSATE DI POTENZE ESTERE (ma anche di gruppi finanziari) che possano approfittare della situazione grave del Venezuela per trarne dei vantaggi. Vantaggi del tipo “già visto” in passato in America Latina: Continente per vari decenni del secolo scorso quasi del tutto sotto il controllo, asservito, agli Stati Uniti (che non nascondevano di considerare questo continente come “il giardino di casa”, e pertanto con la volontà di incidere nelle scelte delle nomenclature nazionali, locali)… Adesso però i “pretendenti” ad intromettersi nella vita del Venezuela sono anche altri: le risorse energetiche venezuelane (il petrolio in primis) interessano non solo agli Stati Uniti ma anche a Cina, Russia…

CARACAS, 5 febbraio 2019. (Ignacio Marin, Bloomberg via Getty Images) DA INTERNAZIONALE

   Sperando che il decorrere della crisi venezuelana non porti ad estreme funeste conseguenze (un bagno di sangue), e si crei un nuovo potere democratico in grado di rimettere in sesto l’economia del Paese, vien da dire che il Venezuela in questo momento rappresenta il punto più problematico di un Continente (latino-americano) povero da sempre, e, quel che è peggio, ora del tutto inadeguato a collocarsi con autorevolezza e rispetto nel confronto con le MACRO-AREE mondiali che governano e governeranno il pianeta, nella politica e nell’economia. E “se conti poco, ancora più povero e sfruttato diventi”.

AMERICA LATINA, UN SUB-CONTINENTE IN VENDITA – “IN VENDITA MINIERE, PORTI, TERMINALI DI OLEODOTTI, AUTOSTRADE, CENTRALI ELETTRICHE, RAFFINERIE, AEROPORTI di cui si sa e non si sa che sono cedibili o già promessi. Con la giustificazione che DALL’ISTMO ALLA PATAGONIA SONO TUTTI INDEBITATI A PIÙ NON POSSO e i tassi d’interesse appaiono in risalita. Una situazione simile a quella degli scorsi anni Ottanta. Ma stavolta i creditori non hanno intenzione di fare sconti. Tra i CREDITORI ci sono la RUSSIA e in misura ancora maggiore la CINA (entrambe grandi creditrici anche degli STATI UNITI). IN AMERICA LATINA CERCANO DI ASSICURARSI PARTE DELLE RISORSE ‒ SOPRATTUTTO ENERGETICHE E ALIMENTARI ‒ INDISPENSABILI AI LORO PROGETTI DI SVILUPPO. Approfittando delle periodiche neutralità degli Stati Uniti e dell’INCAPACITÀ EUROPEA di agire coerentemente in favore delle non trascurabili e POSSIBILI SINERGIE CON L’AMERICA LATINA, che funzionerebbero anche come fattore di rafforzamento degli istituti democratici. Ma a eccezione della SPAGNA, che memore del passato imperiale e favorita dalla lingua comune ha cercato di dare alla sua presenza continuità e consistenza, soltanto ITALIA e FRANCIA hanno portato avanti iniziative peraltro sporadiche. (…) (Livio Zanotti, 28/1/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/)

   Emblematica è, ad esempio, la crisi che sta vivendo il Brasile, fino a pochi anni fa indicato fra quei Paesi in grande crescita e futuro più che positivo (ricordate i BRICS? …appunto Brasile, assieme a Russia, India, Cina, Sudafrica). E il Venezuela, dal canto suo, è considerato il maggior detentore di risorse petrolifere….

NICOLAS MADURO a una manifestazione con i suoi sostenitori (da il Manifesto) – MADURO sa che le TERRIBILI CARENZE DI CIBO E MEDICINE (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime. Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’ASSEMBLEA NAZIONALE, e ha risposto cercando di sostituirla con una “ASSEMBLEA COSTITUENTE” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   In un contesto così difficile e incerto il Venezuela, risolvendo positivamente (speriamo) la crisi interna, magari con un compromesso tra l’ala democratico-liberale del leader dell’opposizione autoproclamatisi presidente ad interim Juan Guaidò e l’attuale leader Nicolas Maduro (che pur in difficoltà ha il consenso di parte della popolazione e dell’esercito) se si dovesse iniziare un nuovo percorso di pacificazione per il Venezuela, è forse necessario che questo Paese guardi anche all’esterno, a tutta l’America Latina, che dovrebbe iniziare un processo unitario e condiviso per diventare quella “macro-area” di cui dicevamo, in grado di competere con le altre parti del mondo.

Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019 (foto da INTERNAZIONALE) – Il VENEZUELA, dove il leader dell’opposizione e presidente del Parlamento JUAN GUAIDO si è autoproclamato presidente il 23 gennaio scorso DURANTE UNA MANIFESTAZIONE contro il capo dello Stato NICOLAS MADURO, è il PRIMO ESPORTATORE DI PETROLIO DELL’AMERICA LATINA, ma l’oro nero non è stato garanzia di benessere. (…) (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

E’ curioso, paradossale, emblematico, che questo possibile progetto di superamento delle singole nazioni latinoamericane fosse nei progetti del grande (leggendario) “libertador” dei Paesi dell’America Latina SIMON BOLIVAR. Patriota venezuelano, nato proprio in Venezuela, a Caracas nel 1783, riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali.
Simon Bolivar voleva appunto unire l’America Latina per farne un soggetto economico autonomo e un attore politico indipendente sulla scena del mondo. Bolivar è stato tra i protagonisti principali (il protagonista!) della liberazione dal dominio spagnolo dell’Ecuador, dell’ Alto Perù (denominatosi poi Bolivia in suo onore); e anche in Venezuela Bolivar lanciò una lotta senza quartiere alla dominazione spagnola….
In questo contesto l’idea, il sogno di Simon Bolivar era proprio di una grande Colombia (come unico soggetto internazionale in grado di trattare alla pari con gli Stati Uniti e la vecchia Europa) in un’America Latina unita…(ma morì, nel 1830, vedendo fallire il suo sogno mentre le truppe di Venezuela e Colombia si affrontavano l’una contro l’altra armate…).
Sintomatico che questo sogno di una grande America Latina unita, adesso, duecento anni dopo, potrebbe essere la prospettiva vera, necessaria, di un rinnovamento generale nella geografia globale dove se vuoi contare devi essere grande e forte. In un sogno di rispetto di ogni specifica territorialità, etnia, di ciascuna persona e di benessere collettivo.
Da qui potrebbe partire il “nuovo Venezuela” ora nel disastro; e tutti gli altri paesi con gravi problemi interni… Servirebbero personalità politiche in grado di fare questo, ma in America Latina (come nel mondo intero) non se ne intravedono di questi tempi. (s.m.)

IL VENEZUELA E IL PETROLIO (carta da LIMES) – VENEZUELA PRIMO AL MONDO PER RISERVE DI PETROLIO – Questo Paese dei CARAIBI, di 916.445 chilometri quadrati e circa 32 MILIONI DI ABITANTI (stando ai dati della Banca mondiale del 2017) è uno dei due membri latino-americani dell’Opec (cioè l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), insieme all’ECUADOR. Ha 302,25 miliardi di barili di RISERVE provati, cioè le prime riserve al mondo. In mancanza di liquidità per modernizzare i campi petroliferi, la produzione di petrolio è crollata. A novembre, secondo l’Opec, si è stabilita a 1,13 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni. (…)(da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

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VENEZUELA

LA CRISI VENEZUELANA PROCEDE AL RALLENTATORE

di GWYNNE DYER, 7/3/2019, dalla rivista INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)
Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali dell’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Juan Guaidó in un comizio a Caracas, 11 gennaio 2019. (Yuri Cortez, Afp) da Internazionale – La GRANDE DELUSIONE DI GUAIDÓ è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano UNA CURIOSA MANCANZA D’URGENZA.
Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.
RILUTTANZA COMPRENSIBILE
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato TAVOLO DELL’UNITÀ DEMOCRATICA (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, “VOLONTÀ POPOLARE”.

VENEZUELANI IN FUGA – Colpito dal CROLLO DEL COSTO DEL GREGGIO DAL 2014 il Venezuela, che ottiene dal petrolio il 96% delle sue entrate, soffre di una mancanza di moneta che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, generando un esodo di venezuelani in fuga da carenze alimentari e di medicine. Non senza conseguenze su diversi Paesi vicini. TRE MILIONI DI VENEZUELANI VIVONO ALL’ESTERO e, di questi, secondo le stime dell’Onu ALMENO 2,3 MILIONI HANNO LASCIATO IL PAESE A PARTIRE DAL 2015. Un dato che, stando alle stime, dovrebbe salire a 5,3 milioni nel 2019. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di “Volontà popolare”, e non esiste un accordo valido che sancisca il diritto di un altro partito dell’opposizione di scegliere questo leader. E quindi, per evitare una lotta all’interno della coalizione Mud nel bel mezzo dello scontro con il regime di Maduro, Guaidó semplicemente non ha scelto alcun vicepresidente ad interim.
D’altro canto, se Guaidó fosse arrestato adesso senza aver nominato un suo vice, ci sarebbe il rischio di un altrettanto grande scontro tra i quattro partiti di Mud a proposito di chi dovrebbe prendere il suo posto. Conclusione: Guaidó agisce come se non dovesse essere arrestato. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, ma finora questa è una crisi che si muove con grande lentezza.
La mancanza d’urgenza riguarda anche le forze armate statunitensi che, da quanto si può osservare, non stanno facendo alcun preparativo chiaro d’invasione del Venezuela. Chi s’intende di strategie militari internazionali degli Stati Uniti sa che questi quasi sempre si preparano per settimane o mesi, facendo affluire le proprie truppe prima di varcare effettivamente un confine difeso da altre forze armate. Attualmente questo non sta accadendo.
LE MASSE NON SI SONO PRESENTATE
Perché tutti si muovono così lentamente? Perché tutti sperano ancora che ci possa essere un esito pacifico, se nessuno tirerà troppo la corda adesso.
La grande delusione di Guaidó è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni.
Ma nemmeno Maduro può dormire sonni tranquilli. Sa che le terribili carenze di cibo e medicine (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime.
Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’assemblea nazionale, e ha risposto cercando di sostituirla con una “assemblea costituente” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare.
Quanto all’esercito statunitense, non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre, impossibili da vincere, contro movimenti di guerriglia in Medio Oriente. L’ultima cosa di cui ha bisogno oggi è una nuova serie d’insurrezioni armate con cui fare i conti in Venezuela.
È probabilmente quel che accadrebbe se invadesse il paese. Il regime di Maduro ha sicuramente perso il sostegno popolare, ma anche se solo il 15 per cento della popolazione rimanesse fedele alla “rivoluzione”, ci sarebbero comunque una guerriglia e una resistenza terroristica che potrebbero durare anni.
SPETTACOLARE INCOMPETENZA
Il regime di Maduro si sta lentamente disfacendo, soprattutto a causa della sua spettacolare incompetenza. Tutte le principali economie esportatrici di petrolio sono state colpite dal calo del valore del greggio. Ma solo in Venezuela esistono tante persone che soffrono di malnutrizione grave, e solo in questo paese la produzione di petrolio è crollata in maniera così stupefacente, addirittura di due terzi.
Non è a causa delle sanzioni statunitensi, imposte con decisione solo nel 2017, e non è a causa del “socialismo” (Cuba ha vissuto una crisi di liquidità altrettanto grave dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nessuno è morto di fame). Il motivo è che parole come “reinvestire” e “manutenzione” non fanno parte del vocabolario chavista.
Anche se il regime è probabilmente destinato al collasso, non conviene a nessuno scatenare grandi e durature violenze, calcando troppo la mano adesso. Amnistie e altri accordi potrebbero favorire una transizione pacifica, e c’è ancora tempo per vedere se la cosa potrà funzionare.
Questo non significa che lo scontro non possa avere una conclusione violenta, ma spiega perché i principali attori stanno facendo le cose con tutta questa calma. (Gwynne Dyer, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/, traduzione di Federico Ferrone)

SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

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IL VENEZUELA DA UN GIORNO ALL’ALTRO

di Livio Zanotti, 6/3/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Per governare, la politica deve regolare il diritto e la forza, se non funzionali l’uno all’altra deve almeno renderli compatibili. Il Venezuela ormai da tempo non ci riesce. E la loro crescente divaricazione spacca i 33 milioni di abitanti in parti sempre più animosamente avverse e immiserite materialmente e nello spirito. La forza domina ma non governa, il diritto ne è schiavo, ma la sua stessa condizione la indebolisce. Delegate a esercitarne il monopolio, le forze armate sono di fatto l’elemento determinante del potere. Il presidente Nicolás Maduro le rappresenta senza tuttavia averne il pieno controllo. Questa è oggi l’istantanea del sistema istituzionale del grande Paese sudamericano, il contesto dei suoi più recenti avvenimenti.
Impedito a farlo legalmente come suo diritto, Juan Guaidó, presidente dei Deputati, ne era fuggito clandestinamente con l’impegno pubblico e solenne a tornarvi sabato 23 febbraio scorso.
Portando con sé le tonnellate di cibo e medicinali trasportati dagli Stati Uniti con un ponte aereo a Cúcuta, sul versante colombiano della frontiera occidentale. Avvertito pubblicamente e solennemente che al rientro avrebbe potuto essere arrestato (da Maduro in persona, in un’intervista alla catena televisiva statunitense ABCNews), vi ha fatto ritorno dieci giorni più tardi con un solo e piccolo bagaglio a mano. Ha viaggiato però su un aereo di linea atterrato a Maiquetía normalmente e come un passeggero qualsiasi si è presentato al controllo passaporti, che ha superato senza il minor problema. Incontrando nell’aerostazione stessa una delegazione di diplomatici europei accreditata presso il governo andata non a caso ad attenderlo. E subito dopo, in una piazza sul cammino alla sua abitazione privata, una folla di sostenitori.
Né lui è tornato nella data e con gli aiuti promessi, né Maduro ha osato farlo arrestare all’arrivo, come aveva minacciato. Ecco l’immagine plastica delle loro rispettive impotenze, sia pur relative. Dunque dell’ineludibilità di una trattativa in grado di superarle, per impervia che risulti a causa delle reciproche e tutt’altro che ingiustificate diffidenze.
Malgrado i lutti e gli odi sedimentati. Malgrado le centinaia di morti caduti nei periodici scontri di strada provocati da entrambe le parti, dentro e ben più frequentemente fuori d’ogni legalità. Malgrado i numerosi detenuti politici senza giusto processo. Malgrado le enormi e crescenti sofferenze della maggior parte dei venezuelani, soprattutto ‒ come sempre ‒ dei più deboli e necessitati. Malgrado non le responsabilità storiche, della formazione sociale e del modello di sviluppo viziato dalla monocultura petrolifera, che queste sono precedenti a quelle dell’attuale politica; bensì le odierne, drammatiche conseguenze dei vent’anni di potere chavista.
Sebbene non sia così semplice separare nettamente le une dalle altre. Poiché comunque l’alternativa di uno scontro armato anche solo parzialmente generalizzato sarebbe ben più tragica e difficile da ricomporre della somma di tutto quanto già accaduto.
La consapevolezza che la crisi è giunta sull’estremo ciglio del baratro e qui e là accenna a franare, sembra aver per fortuna compiuto passi avanti. Inducendo se non tutte quanto meno molte e le maggiori delle parti coinvolte a una pausa di cautela. Il tempo delle sfide temerarie è scaduto. Il prossimo prevede il corpo a corpo, l’assalto alla baionetta.
Visto che le pur numerose, ma tutto sommato isolate, diserzioni sembrano aver scalfito appena superficialmente l’appoggio dei militari a Maduro. Il rientro non traumatico di Guaidó, tutt’altro che scontato; la scelta del Dipartimento di Stato americano a mantenersi discretamente assente dalla delegazione diplomatica accorsa all’aeroporto, per ricevere e garantire l’incolumità del presidente dell’Assemblea legislativa; l’attenta misura anche protocollare con cui ‒ ad eccezione di Colombia e Paraguay ‒ i governi sudamericani che pur lo sostengono hanno ricevuto nei giorni scorsi il capo dell’opposizione venezuelana, lasciano intravvedere una circospezione spiegabile soltanto con la preoccupazione del peggio e perciò di non pregiudicare possibili spazi negoziali.
La percezione dello stato di cose sembra cambiata. Gli aiuti USAID (United States Agency for International Development) restano accatastati oltre frontiera e la loro sola custodia già pone problemi. Presentati come il grimaldello capace di far saltare il dispositivo che protegge Maduro, ora appaiono invece un possibile oggetto di scambio.
I governi statunitense, sudamericani ed europei, chi più chi meno, l’informazione internazionale quasi per intero, avevano chiuso gli occhi per non vedere i rischi e le violazioni del diritto che accompagnavano le tonnellate di alimenti e farmaci. L’idea inespressa ma trasparente era che la soddisfazione di bisogni popolari immediati le avrebbe rilegittimate. Non importava l’incongruenza e la debolezza d’un argomentare tipicamente populista. L’ingerenza della Casa Bianca, passata dalle soffocanti sanzioni economico-commerciali all’aperta minaccia d’intervento militare, era un prezzo da pagare alla Realpolitik. Le violazioni di Maduro alla Costituzione e contro i suoi propri concittadini o una enorme parte di essi venivano ritenute più gravi di quelle compiute da Donald Trump a danno del principio di non intromissione nelle questioni interne di un Paese sovrano.
In politica, però, i miracoli sono rari e i rapporti reali di forza difficili da eludere. Al Congresso di Washington, Trump non controlla più la Camera dei rappresentanti. Per la sua naturale disponibilità all’avventura è un limite forte. Che pesa anche sugli atteggiamenti degli alleati europei, più d’uno dei quali vi si è lasciato trascinare con qualche riluttanza.
E perfino quelli sudamericani ideologicamente a lui più affini, Brasile e Colombia in testa, hanno preso atto che gli aiuti come ariete non sono serviti a sfondare e che costringere Maduro alla resa è più difficile di quanto avessero creduto. Fin dall’indomani del fallito tentativo di travolgere con i soccorsi il governo Maduro, i presidenti sudamericani riuniti a Bogotá con Guaidó hanno lasciato gentilmente cadere la sua richiesta di sostenerlo anche militarmente. Lo stesso segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), Luis Almagro, da tempo tra gli avversari più intransigenti di Maduro, non esclude il ricorso al negoziato.
La complessità della crisi venezuelana è data anche dalla sua dimensione strategica, sostanziata da fattori concreti e rilevanti. È uno dei teatri su cui si gioca la lotta per l’egemonia mondiale tra Washington e Pechino. Fors’anche ingigantito dalla retorica che la integra, in ogni caso di primaria importanza. La capacità delle sue riserve petrolifere viene adesso stimata intorno ai 300 miliardi di barili. Considerata pertanto la maggiore al mondo, sebbene fino a non molto tempo prima della crisi il primato fosse notoriamente attribuito all’Arabia Saudita, tanto che molti parlavano (e scrivevano) di una Venezuela Saudita, per magnificarne la ricchezza.
La sua eccezionale disponibilità di materie prime non è del resto limitata agli idrocarburi; dall’oro al cadmio, al ferro, al cobalto, a nuovi e richiestissimi minerali indispensabili alla fabbricazione delle tecnologie di telecomunicazione e satelliti artificiali, il suo sottosuolo è una cornucopia a cui guardano da tempo i grandi interessi finanziari mondiali, che dispongono dei capitali necessari per estrarli, raffinarli e portarli sui mercati di consumo.
Cina e Russia sono tra questi. Da una dozzina d’anni sono divenuti i massimi clienti e creditori del Venezuela. Chavez e Maduro li hanno preferiti per crearsi un’alternativa al dominio USA. Nel commercio si fa (tempi e personaggi sono altri, ma ricordiamo come Enrico Mattei creò l’ENI). Ora il debito venezuelano nei confronti di Pechino supererebbe i 20 miliardi di dollari, quello verso Mosca non sarebbe inferiore ai 12. Il loro interesse a tenere in piedi il regime chavista ha affrontato quelli opposti degli Stati Uniti e dei suoi alleati alle Nazioni Unite.
Nel Consiglio di sicurezza il potere di veto di Russia e Cina (seguite da altre potenze asiatiche) ha creato una situazione di stallo che contribuisce a mantenere l’instabile statu quo, senza indicare una fuoriuscita dalla crisi. È un momento particolare, di riflessione e calcolo: gli alti comandi militari venezuelani svolgono consultazioni internazionali non contrarie ma autonome rispetto a Maduro; Guaidó deve guardarsi dalla permanente e ora rinnovata concorrenza dei capi più anziani dell’eterogeneo fronte delle opposizioni, dagli Henrique Capriles, Antonio Ledezma, Leopoldo Suarez, e per farlo deve ritrovare l’iniziativa. Non è facile, tant’è che s’è preso altre due settimane per tornare in piazza. Il momento è a favore d’una estrema trattativa. (Livio Zanotti)

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LO «SVILUPPO DEL SOTTOSVILUPPO» IN AMERICA LATINA

11/1/2019 http://fondazionefeltrinelli.it/
Come accogliere le trasformazioni salvaguardando le culture locali e senza rifiutare la trasformazione?
Nel tentativo di uscire da una dimensione di dipendenza economica e di impoverimento progressivo, lo sviluppo possibile dell’America Latina teorizzato dalla fine degli anni Sessanta metteva al centro i bisogni delle popolazioni locali come i servizi, l’educazione, la salvaguardia dei consumi e incentivava forme di intervento pubblico.
Guardando alla dimensione umana dello sviluppo lo scopo era quello di mettere in moto un’economia basata sulla cooperazione, per scardinare la dimensione centro/periferia tra paesi “supersviluppati” e paesi “sottosviluppati” generata dal sistema capitalistico e dal liberismo.
Un opuscolo del CENDAC di Pistoia del 1973, conservato nel patrimonio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, racconta un “Terzo Mondo” di possibilità e di trasformazione.
LO «SVILUPPO DEL SOTTOSVILUPPO» IN AMERICA LATINA
La storia dell’America Latina, dalla conquista coloniale ai nostri giorni, è anche la storia dell’instaurazione e del consolidamento, nel corso dei secoli, delle strutture di dipendenza esterna e di dominio interno che hanno generato il fenomeno del sottosviluppo.
I legami formali di dipendenza politica delle colonie latino-americane rispetto alle metropoli europee – Spagna e Portogallo – furono spezzati nel corso del secondo decennio del XIX secolo, in un momento di indebolimento dei paesi iberici, entrambi occupati dalle armate napoleoniche. Questa formale indipendenza fu subito sostenuta, contro i tentativi di ricolonizzazione intrapresi poco dopo dalla Spagna e dal Portogallo, dalle nuove potenze in ascesa – Inghilterra e Stati Uniti – che vedevano nei nuovi paesi latino-americani un fertile terreno per la loro espansione economica e commerciale.
L’INDIPENDENZA, TUTTAVIA, È STATA SOLAMENTE FORMALE: i paesi latino-americani sventolavano ormai una bandiera nazionale, ma le loro ricchezze continuavano ad appartenere all’estero. Vi è stato un cambiamento solo nella forma di sfruttamento (paesaggio dal saccheggio coloniale diretto alla dominazione economica e commerciale) e una costituzione delle potenze dominanti (rimpiazzo dei decadenti paesi iberici da parte dei pionieri della rivoluzione industriale: Inghilterra e Stati Uniti). In effetti, un secolo dopo le vittorie ottenute nelle «guerre di indipendenza», l’economia dei paesi latino-americani continuava a seguire un modello neo-coloniale: da una parte, l’esportazione delle materie prime (oro, argento, rame, stagno, ferro e petrolio) e dei beni alimentari (caffè, cacao, tabacco, zucchero, frutti tropicali) verso i paesi industrializzati; d’altra parte l’importazione dei manufatti (in special modo dei prodotti di lusso destinati al consumo delle locali classi dominanti) provenienti da queste stesse metropoli industrializzate.
Dal punto di vista della struttura economica interna ad ogni paese, c’era coesistenza fra un piccolo settore agricolo o minerario, dedito all’esportazione e spesso controllato direttamente da imprese straniere, e un immenso settore agricolo dedito all’economia di sussistenza (cioè alla produzione di alimenti necessari a nutrire la popolazione del paese) e controllato politicamente da una oligarchia di grandi proprietari terrieri . Ogni dinamismo economico proveniva da quel settore esportatore, in genere specializzato nella produzione di un singolo prodotto alimentare o nell’estrazione di una singola ricchezza mineraria. Si trattava di vere «enclaves» straniere localizzate nel territorio nazionale, che erano integrate in un sistema di produzione ed in un circuito commerciale controllato dai paesi industrializzati, sotto due aspetti:
1- lo sfruttamento di questi «enclaves» si fondava su un rapporto di capitale e di tecnologie esterne;
2- di mercato consumatore per i prodotti di piantagioni tropicali o per i giacimenti minerari si trovava anche all’estero.
In queste condizioni, l’impatto di queste «enclaves» nell’economia nazionale era estremamente ridotto. L’unico contatto di queste isole straniere con il paese in cui essi si trovavano consisteva nell’utilizzazione intensiva della locale mano d’opera, sempre abbondante e pronta a lavorare per un compenso spesse volte inferiore a quello che ricevevano gli operai delle metropoli, già organizzati politicamente in sindacati o gruppi di pressione.
Dal punto di vista politico, il governo era monopolio della classe dei grandi proprietari terrieri, in questa società in cui la stasi economica andava al passo con una paralisi sociale e politica. Dato che il dinamismo economico proveniva unicamente dal settore dedito all’estero, le società latino-americane sembravano congelate nel tempo. In effetti, è solo conseguenza di due avvenimenti esterni ai paesi latino-americani – la grande crisi economica mondiale degli anni trenta e in seguito la seconda guerra mondiale – che questo schema neo-coloniale di dipendenza e questo equilibrio politico e sociale fondato sulla stati verrà messo in discussione.

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VENEZUELA, I PERCHÉ DELLA LUNGA CRISI ECONOMICA (E POLITICA)

da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019
– Dall’elezioni di Hugo Chavez allo choc sociale con Nicolas Maduro. Il petrolio, il crollo del Pil, l’inflazione alle stelle. Quello che c’è da sapere –
Parigi – Una lunga CRISI POLITICA ED ECONOMICA, sfociata in una maxi fuga dal Paese. Il Venezuela, dove il leader dell’opposizione e presidente del Parlamento JUAN GUAIDO si è autoproclamato presidente il 23 gennaio scorso durante una manifestazione contro il capo dello Stato NICOLAS MADURO, è il primo esportatore di petrolio dell’America Latina, ma l’oro nero non è stato garanzia di benessere.
Si tratta della peggiore economia del mondo, secondo la classifica annualmente redatta da Bloomberg sull’indice della povertà. Il Venezuela è primo in classifica da tre anni, peggio anche della Corea del Nord di Kim. E ora è sull’orlo di una GUERRA CIVILE.
Dall’elezione di Hugo Chavez alle enormi difficoltà dell’attuale capo di Stato. Ecco le cose da sapere per comprendere meglio ciò che sta accadendo nel Paese.
DA CHAVEZ A MADURO
Eletto presidente nel 1999, CHAVEZ lancia una “RIVOLUZIONE BOLIVARIANA”, dal nome del leader dell’indipendenza SIMON BOLIVAR. Costruisce la sua popolarità su numerosi programmi sociali in un Paese con evidenti disuguaglianze e attacca l’analfabetismo, con uno stile di governo che coniuga sinistra e militarismo. Eletto per un terzo mandato nel 2012, muore di cancro l’anno dopo, il 5 marzo del 2013.
A succedergli è il suo delfino NICOLAS MADURO, che diventa rapidamente impopolare mentre il Paese attraversa una grave crisi economica: nel 2014 è di 43 morti il bilancio di violente manifestazioni di protesta.
LA MOSSA DELLA NUOVA COSTITUZIONE
A gennaio del 2016, l’opposizione ottiene la maggioranza in Parlamento, di cui la Corte suprema annulla tutti i voti. Nel 2017 cominciano allora delle manifestazioni per chiedere le dimissioni di Maduro: nei quattro mesi di proteste muoiono 125 persone. Nel tentativo di arginare la crisi, Maduro decide la creazione di un’ASSEMBLEA COSTITUENTE, incaricata appunto di redigere una nuova Costituzione. Per l’opposizione, si tratta di una manovra per conservare il potere, dunque boicotta le elezioni di luglio 2017 per la Costituente. Come boicotta anche le elezioni di maggio 2018 in cui Maduro viene rieletto per un secondo mandato presidenziale fino al 2015.
IL MADURO BIS
Unione europea, Stati Uniti e diversi Paesi latino-americani non riconoscono la Costituente, né il secondo mandato di Nicolas Maduro, che è cominciato il 10 gennaio del 2019 con una cerimonia di insediamento in cui spiccava l’assenza di numerosi leader internazionali.
GUAIDO’ SI AUTOPROCLAMA PRESIDENTE
Il 23 gennaio, due giorni dopo un sollevamento rapidamente arginato da parte di militari, il presidente del Parlamento e oppositore GUAIDÒ si autoproclama presidente ad interim durante una manifestazione antigovernativa. Viene rapidamente RICONOSCIUTO DAGLI USA E DA DIVERSI PAESI LATINO-AMERICANI, mentre MADURO RICEVE IL SOSTEGNO DI MESSICO, CUBA, BOLIVIA, TURCHIA, RUSSIA E CINA. Guaidò ha promesso un’amnistia ai militari che decidessero di voltare le spalle a Maduro, visto che l’esercito è un sostenitore incrollabile del presidente.
VENEZUELA PRIMO AL MONDO PER RISERVE DI PETROLIO
Questo Paese dei Caraibi, di 916.445 chilometri quadrati e circa 32 milioni di abitanti (stando ai dati della Banca mondiale del 2017) è uno dei due membri latino-americani dell’Opec (cioè l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), insieme all’Ecuador. Ha 302,25 miliardi di barili di riserve provati, cioè le prime riserve al mondo. In mancanza di liquidità per modernizzare i campi petroliferi, la produzione di petrolio è crollata. A novembre, secondo l’Opec, si è stabilita a 1,13 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni.
VENEZUELANI IN FUGA
Colpito dal crollo del costo del greggio dal 2014 il Venezuela, che ottiene dal petrolio il 96% delle sue entrate, soffre di una mancanza di moneta che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, generando un esodo di venezuelani in fuga da carenze alimentari e di medicine. Non senza conseguenze su diversi Paesi vicini. Tre milioni di venezuelani vivono all’estero e, di questi, secondo le stime dell’Onu almeno 2,3 milioni hanno lasciato il Paese a partire dal 2015. Un dato che, stando alle stime, dovrebbe salire a 5,3 milioni nel 2019.
INFLAZIONE ALLE STELLE
In cinque anni, il Pil è calato del 45% secondo l’Fmi. La Banca mondiale prevede una contrazione del Pil dell’8% nel 2019, dopo il -18% del 2018. Davanti a una iperinflazione, che dovrebbe raggiungere quest’anno il 10 milioni per cento, a metà gennaio Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18mila bolivar (20 dollari secondo il tasso ufficiale), cioè l’equivalente di due chilogrammi di carne. Ad agosto aveva lanciato un piano di rilancio, svalutando il bolivar del 96%.
POVERTA’ E VIOLENZA
Maduro sostiene che la crisi in Venezuela sia il risultato di una “guerra economica” da parte della destra e degli Stati Uniti per rovesciare il suo governo, visto che Washington ha imposto diverse serie di sanzioni. A novembre del 2017 il Venezuela e la compagnia petrolifera nazionale PDVSA sono stati dichiarati in default parziale da diverse agenzie di rating. Il tasso di povertà, cavallo di battaglia della rivoluzione bolivariana, è schizzato all’87%, secondo un’indagine delle principali università del Paese. Il Venezuela soffre anche di una violenza endemica, con un tasso di omicidi che si è attestato nel 2018 all’81,4% ogni 100mila abitanti, stando ai dati della ONG OSSERVATORIO VENEZUELANO DELLA VIOLENZA.

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L’IMPASSE VENEZUELANO E LE MIRE DI TRUMP

di Livio Zanotti, 28/1/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/
Non basta il carosello di voci e smentite di contatti tra il presidente Maduro e l’autoproclamato suo contendente Guaidó, per allontanare il timore che nella CRISI VENEZUELANA possano in qualsiasi momento divampare le fiamme. DONALD TRUMP L’HA DETERMINATA E SPONSORIZZATA per inasprire ulteriormente tanto i rapporti internazionali quanto quelli tra governo e opposizione nel paese sudamericano. Insoddisfatto di quelli esistenti, già pessimi. Non gli importa se per ottenere questo devastante risultato deve deteriorare anche le relazioni con gli alleati europei, tutt’altro che ottime. DIVIDI ET IMPERA è il segno del suo isolazionismo attivo, che nell’immediato mira alla CASSAFORTE PETROLIFERA VENEZUELANA, ma soprattutto deve garantire la propria permanenza alla Casa Bianca cercando ad ogni costo di rappresentarla come una trincea circondata di nemici.
In una simile strategia NICOLÁS MADURO È IL NEMICO PERFETTO. Campione di uno stato-proprietario corrotto e inefficiente, demagogico e autoritario, travolto da un’inflazione incontenibile. In un sub-continente prevalentemente né molto più efficiente né molto più onesto; ma adesso deciso nuovamente non a liberalizzare gran parte delle proprie ricchezze mettendole su un mercato vero, competitivo, bensì a privatizzarle, spesso d’accordo con gli amici.
Si parla di miniere, porti, terminali di oleodotti, autostrade, centrali elettriche, raffinerie, aeroporti di cui si sa e non si sa che sono cedibili o già promessi. Con la giustificazione che dall’Istmo alla Patagonia sono tutti indebitati a più non posso e i tassi d’interesse appaiono in risalita. Una situazione simile a quella degli scorsi anni Ottanta. Ma stavolta i creditori non hanno intenzione di fare sconti.
Tra i creditori ci sono la Russia e in misura ancora maggiore la Cina (entrambe grandi creditrici anche degli Stati Uniti). In America Latina cercano di assicurarsi parte delle risorse ‒ soprattutto energetiche e alimentari ‒ indispensabili ai loro progetti di sviluppo. Approfittando delle periodiche neutralità degli Stati Uniti e dell’incapacità europea di agire coerentemente in favore delle non trascurabili e possibili sinergie con l’America Latina, che funzionerebbero anche come fattore di rafforzamento degli istituti democratici. Ma a eccezione della Spagna, che memore del passato imperiale e favorita dalla lingua comune ha cercato di dare alla sua presenza continuità e consistenza, soltanto Italia e Francia hanno portato avanti iniziative peraltro sporadiche.
Il petrolio, gli Stati Uniti che ne sono a tutt’oggi i maggiori acquirenti e i militari venezuelani associati al controllo delle esportazioni, rimangono quindi gli elementi determinanti della vicenda. Ne dipende lo stesso protagonismo di Maduro. Al quale i capi delle forze armate ‒ nessuno può dire quanto sinceramente ‒ confermano fedeltà. Lasciandosi però aperto uno spiraglio: quando avvertono di non essere disposti alla repressione della protesta popolare. I morti di mercoledì scorso (23 gennaio 2019, ndr) ‒ almeno 20 ‒ non costituiscono dunque massa critica. È un’indicazione di misura per chi si prepara a forzare la situazione fino allo strappo finale. La clessidra della mediazione conserva ormai pochi granelli di sabbia. Mentre sale la pressione per una soluzione di forza. Solo uno scatto d’intelligenza e di coraggio politico da una parte o dall’altra della barricata potrà evitarla. (Livio Zanotti) (l’articolo è stato pubblicato anche sul blog di Livio Zanotti Ildiavolononmuoremai.it)

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VENEZUELA

LA CRISI VENEZUELANA NON È SENZA SOLUZIONE

Bernard Guetta, Challenges, Francia, 7 febbraio 2019 da https://www.internazionale.it/
Quello che non ha fatto il regime sovietico, lo ha fatto il chavismo. “Se il Sahara diventasse socialista, dopo sei mesi comincerebbe a importare sabbia”, diceva una delle più vecchie battute del blocco comunista e questo si è avverato nel Venezuela di Hugo Chávez e del suo successore Nicolás Maduro.
Proprietario delle più grandi riserve del mondo, il Venezuela è oggi importatore di petrolio. Questo paese che avrebbe tutti i mezzi per garantire un lavoro e un reddito decente alla sua popolazione, si è gravemente deindustrializzato.
L’inflazione è diventata galoppante. Conseguenza della miseria, la criminalità è diventata così alta nel paese che gli automobilisti non lasciano aperto il finestrino per paura di farsi strappare l’orologio ed è sconsigliato camminare nelle città anche se i mezzi pubblici si fanno sempre più rari.
I professori universitari hanno un secondo o un terzo lavoro perché il loro stipendio non basta più a sfamarli. “Che cosa ti porto?”, ha chiesto di recente un’economista francese a uno dei suoi colleghi venezuelani e la risposta è stata: “Dentifricio e dello shampoo”. In altre parole la situazione è tale che tre dei 31 milioni di venezuelani sono andati in esilio nei paesi vicini, e questa ondata di profughi continua a crescere provocando ogni giorno una crisi regionale sempre più preoccupante.
Insomma, anche se è stato Trump a dirlo in modo più chiaro e anche se è evidente che non sia estraneo alla decisione del presidente del parlamento Juan Guaidó di dichiararsi “presidente ad interim”, questa situazione non può più continuare.
Non dimentichiamo che le ingerenze russe e cinesi sono altrettanto forti di quelle degli Stati Uniti.
È ora che questa situazione finisca perché la tragedia venezuelana non è senza soluzione, perché altre mosse politiche possono mettervi fine e non è nell’interesse di nessuno né che questa situazione continui e destabilizzi un’America Latina che non ne ha certo bisogno né che si arrivi progressivamente a un braccio di ferro tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina e la Russia dall’altro. Due paesi che hanno cominciato a estendere i loro interessi in questo paese mentre le loro relazioni con Washington sono ai livelli più bassi.
“Ingerenza” diranno alcuni, “imperialismo” diranno altri. Sì è probabile, anzi è in gran parte vero, ma non dimentichiamo che l’ultima elezione di Maduro è stata caratterizzata da irregolarità, che diverse persone dell’opposizione non hanno potuto prendere parte alla votazione, che la costituzione venezuelana attribuisce i poteri presidenziali ad interim al presidente del parlamento quando c’è vacanza di potere e che le ingerenze russe e cinesi sono altrettanto forti di quelle degli Stati Uniti.
Se si dimentica per un momento che la politica estera di Donald Trump è del tutto incoerente, poiché ritira gli Stati Uniti dal mondo nello stesso momento in cui cerca di cambiare la situazione a Caracas, siamo costretti ad ammettere che quello che fa in Venezuela non è molto criticabile e che per ora sembra fare affidamento più sulle pressioni economiche e sugli aiuti umanitari che sull’esercito per costringere Maduro a ritirarsi.
UN CAMBIAMENTO CHE NON SI RIPETERÀ
Ma indipendentemente da Trump, Maduro deve andarsene e nel dirlo gli europei (con l’eccezione dell’Italia, dell’Ungheria, dei paesi con strette relazioni con la Russia) non si sono allineati sulla posizione americana, non si sono comportati da quei vassalli che non sono più, ma hanno semplicemente detto una cosa giusta.
La speranza è che quell’esercito che il successore di Chávez ha tanto favorito finisca per lasciarlo, che una guerra civile sia evitata e che una nuova epoca si apra in Venezuela, ma… Sì, c’è un ma.
Di fatto Hugo Chávez è stato molto popolare perché aveva usato la rendita petrolifera e il boom dei prezzi del petrolio degli anni duemila per sviluppare una politica sociale che aveva favorito i più poveri con una riduzione dei prezzi alimentari e con programmi di istruzione e di vaccinazione.
Questo rappresentava un cambiamento rispetto a decenni di ingiustizie sociali e alla selvaggia repressione, con diverse migliaia di morti, delle rivolte del 27 e 28 febbraio 1989. Chávez è stato l’eroe dei poveri, ma lo è stato svuotando le casse dello stato, nazionalizzando interi settori dell’industria e sacrificando – cosa ancora più grave – gli investimenti produttivi e in particolare la modernizzazione del settore petrolifero.
In Chávez c’era generosità, un orgoglio nazionale che gli faceva odiare gli Stati Uniti, ma la sua megalomania e la sua incompetenza hanno purtroppo ricordato fino a che punto la strada dell’inferno sia lastricata di buone intenzioni. Alla sua morte, nel 2013, il chavismo faceva acqua da tutte le parti e il suo successore non ha saputo risanare la situazione ma solo accentuare l’autoritarismo del potere che aveva ereditato. (Bernard Guetta, Challenges, Francia, 7 febbraio 2019 da https://www.internazionale.it/)

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CHI È JUAN GUAIDÓ, L’AUTOPROCLAMATO PRESIDENTE DEL VENEZUELA

24/1/2019, da https://www.internazionale.it/
Il 23 gennaio 2019, durante la manifestazione antigovernativa convocata dall’opposizione a Caracas e in altre città del Venezuela, Juan Guaidó, 35 anni e da pochi giorni presidente del parlamento, si è autoproclamato presidente ad interim del paese. L’obiettivo: guidare la transizione democratica fino alla convocazione di nuove elezioni.
La reazione del governo di Nicolás Maduro, che il 10 gennaio si è insediato per un secondo mandato presidenziale, non si è fatta aspettare. Secondo il presidente socialista, le dichiarazioni di Guaidó sono un colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti. Maduro ha immediatamente rotto le relazioni diplomatiche con Washington dando ai diplomatici statunitensi 72 ore di tempo per lasciare il Venezuela. Nel frattempo il presidente americano Donald Trump ha riconosciuto Guaidó come legittimo presidente, e non è stato il solo: i governi di Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Ecuador, Paraguay e Perù, insieme all’Organizzazione degli stati americani, hanno dato il loro appoggio al leader dell’opposizione. Solo il Messico, la Bolivia e Cuba hanno ribadito il loro sostegno al governo di Maduro.
Mentre una parte della popolazione, colpita dall’inflazione e dalla fame, è favorevole a un cambio di governo, un’altra parte dei venezuelani sostiene ancora Maduro. Rispetto alle proteste del passato, questa volta Caracas dovrà fare i conti con la presa di posizione della comunità internazionale. Molto probabilmente il futuro prossimo del paese, che oggi si è risvegliato con due governi, dipenderà dalle forze armate, se decideranno di rimanere leali al governo socialista o meno.
ECCO IL PROFILO DI JUAN GUAIDÓ, PUBBLICATO IL 18 GENNAIO NEL NUMERO 1290 DI INTERNAZIONALE.
L’OPPOSIZIONE VENEZUELANA HA UN VOLTO NUOVO
di Sylvia Colombo, Folha de S.Paulo, Brasile
Il 13 gennaio 2019 il nuovo presidente del parlamento venezuelano Juan Guaidó è stato trattenuto per circa un’ora dagli agenti del Sebin, il servizio d’intelligence del governo socialista di Nicolás Maduro. Guaidó è stato prelevato con la forza dall’auto su cui viaggiava. La prima a diffondere la notizia dell’arresto è stata la moglie del parlamentare, Fabiana Rosales, che era con lui.
Il ministro della comunicazione e dell’informazione, Jorge Rodríguez Gómez, ha subito dichiarato che l’arresto di Guaidó è stato irregolare e che è avvenuto senza l’approvazione dei vertici del governo. Rodríguez Gómez ha precisato che i funzionari responsabili dell’arresto “saranno sollevati dall’incarico e sottoposti a severi provvedimenti disciplinari”. Dopo la liberazione, Guaidó ha partecipato a un comizio nello stato di Vargas, dove ha mostrato alle telecamere i segni che aveva sui polsi: “Hanno cercato di ammanettarmi, ma non gliel’ho permesso. Sono il presidente dell’assemblea nazionale”, ha detto. Ha anche ribadito quello che aveva detto l’11 gennaio, cioè l’intenzione di assumere le funzioni di presidente ad interim al posto di Maduro. Riguardo alle parole del ministro della comunicazione, Guaidó ha dichiarato: “Se i funzionari hanno agito per conto proprio, allora Maduro non controlla più le forze armate”. In realtà da ottobre il Sebin dipende direttamente dall’esecutivo.
Guaidó, alla guida di un parlamento controllato dall’opposizione, si è autoproclamato presidente ad interim il giorno dopo che Maduro ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale. Si è detto disposto a mantenere l’incarico fino a nuove elezioni e ha convocato una grande manifestazione per il 23 gennaio. La sua dichiarazione ha ricevuto il sostegno di alcuni governi stranieri – tra cui Brasile e Stati Uniti – e dell’opposizione venezuelana, che considera illegittimo il risultato delle elezioni presidenziali del 20 maggio 2018.
IL MESSICO SI DISSOCIA
Tuttavia il parlamento di Caracas non ha la forza politica per imporsi su Maduro. Dal 2017, infatti, i suoi poteri sono stati trasferiti all’assemblea costituente, eletta a luglio di quell’anno e controllata dal governo.
Henrique Capriles, candidato dell’opposizione alle elezioni presidenziali del 2013, ha criticato l’arresto di Guaidó sui social network, come María Corina Machado, un’altra leader dell’opposizione: “Il sequestro del presidente dell’assemblea nazionale e presidente legittimo del Venezuela è responsabilità diretta di Maduro. Il collasso sta accelerando”, ha scritto.
Guaidó, 35 anni, è un esponente del partito VOLUNTAD POPULAR, lo stesso di Leopoldo López, agli arresti domiciliari dal 2017. I rappresentanti dei governi del gruppo di Lima, creato nel 2017 da vari paesi latinoamericani per affrontare la grave crisi in Venezuela, hanno scritto in una nota: “Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Panamá, Paraguay, Perù e Santa Lucía condannano la detenzione arbitraria del presidente del parlamento Juan Guaidó; esprimono il loro netto rifiuto verso qualsiasi azione che minacci l’integrità fisica dei deputati dell’assemblea nazionale venezuelana, delle loro famiglie e dei loro collaboratori, e verso ogni tipo di pressione o coercizione che impedisca l’esercizio delle competenze del parlamento come organo costituzionale e legittimamente eletto”. Il presidente messicano di centrosinistra, Andrés Manuel López Obrador, si è dissociato dal comunicato del gruppo di Lima, che non ha riconosciuto la legittimità del mandato di Maduro.
A Washington il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha accusato il Sebin di essere controllato dal governo cubano e ha dichiarato che “gli atti d’intimidazione” della polizia segreta di Maduro “sono un grave attacco allo stato di diritto in Venezuela”. Anche il segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani, Luis Almagro, ha criticato l’arresto di Guaidó. (da https://www.internazionale.it/, traduzione di Francesca Rossetti)

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STORIA DEL COLLASSO DEL VENEZUELA

di Mario Giro, da LIMES http://www.limesonline.com/ 1/2/2019
– Il paese latinoamericano è passato da una condizione di capitalismo selvaggio e predatorio all’autoritarismo chavista para-comunista. Prima lo Stato era privatizzato; ora è fallito. –
Davanti all’ennesimo scossone della lunga crisi in Venezuela, la comunità internazionale è divisa e non sa cosa augurarsi. Le parole di papa Francesco che insistono sul dialogo pacifico non devono sorprendere: secondo il pontefice ogni aumento della tensione può spingere alla catastrofe della guerra civile. Per questo lo schierarsi progressivo della comunità internazionale pare imprudente.
Anche lasciando da parte le posizioni geopoliticamente “interessate” di Usa, Russia e Cina, l’incertezza resta grande. Lo stesso Bernie Sanders, che si prepara alle prossime primarie democratiche, sposa l’affondo di Donald Trump ma gli chiede di non intervenire militarmente. Nelle sinistre europee c’è divisione: in Italia troviamo Pd da una parte e Cgil dall’altra, una dicotomia che si ripete quasi ovunque. Anche nel M5s non sono tutti convinti del sostegno al governo Psuv – il partito socialista di Hugo Chávez e del suo successore Nicolás Maduro. Questa volta la Lega sta con il Pd, a favore del presidente autoproclamato Juan Guaidó.
La questione si complica perché i sostenitori di Maduro sono stati a lungo ben attenti a non travalicare totalmente la Costituzione e a dare una parvenza di legalità alle loro mosse. Rimaneggiata più volte a colpi di referendum dall’indefinibile partecipazione, la carta fondamentale rimane comunque un riferimento per tutti. Nello spirito della tradizione comunista, i dirigenti Psuv si vogliono legalisti: l’hanno stiracchiata senza mai romperla del tutto. De facto hanno esautorato il parlamento (Assemblea nazionale, An) a loro avverso, creando una parallela Costituente che mai nessuno ha davvero avvallato a livello internazionale.
Ora si preparavano anche a sciogliere del tutto l’An, da cui la reazione dell’opposizione. I sostenitori di Maduro sono riusciti anche a intentare processi contro gli oppositori più in vista, facendoli decadere dalle loro cariche amministrative e arrestandone molti. Tenere sotto controllo il sistema giudiziario è un atout essenziale per il governo. Per questo, anche se legalisti, hanno contravvenuto ai contenuti fondamentali di una democrazia liberale, schierando il paese nel campo delle democrature, ancorché di sinistra. Ecco spiegata la simpatia di Turchia, Russia, Cina ma anche Teheran.
Sul terreno tutto è complicato: Maduro ha ottenuto prestiti cinesi ma paradossalmente le major Usa del petrolio hanno continuato a operare senza soverchi problemi, almeno fino alle ultime sanzioni decise da Trump. Il petrolio è tutto per il Venezuela, che importa il 97% dei beni di consumo. A Caracas non si produce niente (anche la carta igienica è importata): le merci vengono dall’estero e l’economia tradizionalmente è basata sull’esportazione di greggio di cui il paese rappresenta una delle massime riserve mondiali. Anche l’Eni ha finora operato senza grandi problemi mentre altre nostre imprese (Salini, Ghella, Astaldi, Iveco…) soffrono, non sono pagate e hanno dovuto bloccare i lavori tempo fa.
   Finché il prezzo del petrolio è stato alto, Chávez finanziava i programmi sociali e di sussidio non solo ai poveri venezuelani (suoi elettori) ma anche ai paesi limitrofi, “regalando” (con Petrocaribe) petrolio a Stati economicamente fragili come Cuba, Suriname, Bahamas, Nicaragua, Antigua, Giamaica e così via. Controllava poi le importazioni di beni di consumo con rigide selezioni nei porti, favorendo i piani di distribuzione di Stato e osteggiando gli importatori privati. Così ha cercato di riequilibrare in maniera autoritaria ma popolare la diseguaglianza tra ricchi e poveri, una delle più forti di tutta l’America Latina.
Per un certo tempo è divenuto un leader molto popolare, anche se andava per le spicce. L’Alba, l’alleanza boliviariana di paesi latini, voleva essere un attore della sinistra mondiale. Dall’Europa si è cominciato a guardare a lui, per esempio da parte di Podemos spagnola o M5s italiana: piaceva (e piace) la retorica redistributiva ed egualitaria del “bolivarianismo”, un misto ideologico tra comunismo, sovranismo e terzomondismo che si può includere a giusto titolo tra i populismi di sinistra di cui l’America Latina è generosa.
Certo, l’alternativa dell’iper-liberismo autoritario, della dottrina militare e di “sicurezza nazionale” storicamente propugnata dalle destre latine è ancor peggiore, non v’è dubbio. Gli Usa rimangono un attore ambiguo, avendole spesso sostenute nel passato. Così Chávez si è potuto permettere di essere amico di Putin e della Cina, di Saddam ma anche degli ayatollah, di Cuba e dei palestinesi e in genere di tutti gli “Stati canaglia” del pianeta ma anche delle sinistre mondiali, calibrando retorica veemente e pragmatismo. Non ha mai perso del tutto i contatti con Washington, in particolare con il settore privato petrolifero americano dalla cui tecnologia dipende ma anche con il dipartimento di Stato. Alcuni diplomatici statunitensi come Thomas Shannon, sottosegretario agli esteri fino al 2018 e esperto di America Latina, erano ben introdotti a Caracas.
Ogni tentativo di nazionalizzare totalmente il settore petrolifero – la manna del paese – non è mai stato spinto oltre una certa oratoria di propaganda. Ma niente si è fatto per cambiare strutturalmente il sistema economico venezuelano e la dipendenza dal solo petrolio; molti ministri chavisti ci hanno provato, ma son stati scartati, come Giordani – bolognese di origine e fautore di una radicale riforma socio-economica. La quasi totalità della popolazione (30 milioni) vive ammassata nelle città costiere, mentre il resto dell’immenso paese, grande tre volte l’Italia, è vuoto e abbandonato – segno di un’economia di dipendenza. Manca una vera classe imprenditoriale privata (non solo commercianti da importazione), con produzioni nazionali e aumento della produttività del lavoro. In definitiva, da Stato in mano a mercanti predatori alleati al capitalismo petrolifero e finanziario, con Chávez il Venezuela è divenuto la mecca “bolivariana” degli assistiti e dei sussidi a fondo perduto, con tutta la corruzione che si può immaginare.
  Ecco perché oggi è tanto difficile scegliere. Quando per esempio l’allora presidente brasiliano Lula da Silva – che pazientemente spendeva ore al telefono con Chávez ogni settimana per tenerlo a bada – inviava navi di merci per aiutare, il governo le bloccava in porto; rallentava lo sdoganamento; favoriva i “suoi” commercianti a discapito degli altri; distribuiva solo ad alcuni; nascondeva la merce accusando la distribuzione privata di mercato nero; creava ad arte la penuria per accusare i privati di accaparramento e provocare “assalti ai forni”. Insomma, roba d’altri tempi che ha reso il Venezuela da paese ricco (ma profondamente diseguale) a paese fallito. Il leader bolivariano aveva carisma e risorse; riusciva a controllare, bene o male, il sistema.
Senza il medesimo prestigio di Chávez, Maduro si è trovato in una situazione peggiorata: il prezzo del greggio era crollato e non c’erano più fondi per tutta questa dispendiosa politica di sussidi. Il sistema si è fatto via via più duro ed escludente: la torta era più piccola e sempre meno potevano accedervi. La classe media, in generale anti-chavista, è stata sacrificata e alla fine si è ribellata. Ma con essa anche parti della classe più povera, stanca della scarsità generale: niente medicine né beni di prima necessità, lunghissime file ai punti di distribuzione. Un’economia in rovina e folle di cittadini in fuga verso la Colombia – una volta accadeva il contrario. La passione ideologica ha fatto il resto: il paese si è spaccato in due e il rancore sociale è cresciuto fino a diventare esplosivo. Anche l’opposizione è divisa: c’è un sistema di coordinamento (Mud, tavola di unità democratica) che si tiene assieme a fatica, con sospetti vicendevoli.
I tentativi di mediazione tra i due schieramenti sono stati numerosi: presidenti latinoamericani, ex presidenti, ex leader europei come Zapatero, paesi europei (anche l’Italia si era offerta) e alla fine direttamente il Vaticano. È stata questa la volta in cui ci si è avvicinati di più a un dialogo reale e si sono fatte anche alcune riunioni presiedute dal Nunzio apostolico. Alla fine è stata l’opposizione a far saltare il negoziato, sostenendo che il formato e le premesse fossero troppo favorevoli a Maduro. Ciò spiega anche le prudenze vaticane oggi: neppure gli interlocutori dell’opposizione sono del tutto affidabili. In ogni caso, riannodare la trattativa ora è difficile, come si nota dalla reazione negativa dell’opposizione alla recente timida apertura di Maduro. L’Unione Europea è passata dalle accuse pesanti dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Catherine Ashton, all’atteggiamento più morbido di Federica Mogherini, almeno fino al fallimento delle varie mediazioni; ma l’ambasciatrice Ue a Caracas è stata sempre più o meno discriminata. Più ascolto avevano i rappresentanti di Spagna e Italia, in forza delle loro collettività locali. L’Europa, unita ora nel giudizio negativo su Maduro, è però divisa sul da farsi. I prudenti vorrebbero ancora provare la via del dialogo; gli impulsivi vogliono attaccare e isolare.
L’attenzione ora è puntata sui militari, l’unica vera forza residua di un paese sfilacciato. Chávez – che prima di essere eletto nel 1998 tentò un golpe nel 1992 per poi subirne uno (fallito) nel 2002 – veniva dall’esercito e ne ha sempre curato con attenzione gli equilibri interni. Maduro non è altrettanto influente tra gli uomini in divisa, anche se alcuni degli ex compagni del suo predecessore per ora lo appoggiano. Nondimeno molti ufficiali sono stati arrestati nel corso di questi mesi, segno che ci possono essere sorprese.
Un intervento militare toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti, ma non è detto che accada e soprattutto che accada ora. Trump ha riconosciuto Guaidó e introdotto le prime sanzioni, ma non basta: solo un reale embargo sul settore petrolifero potrebbe funzionare col tempo, a scapito di immani sofferenze del popolo venezuelano. Pare che Bannon stia indirizzando la politica Usa in quella direzione perigliosa: ora che il prezzo del petrolio è risalito non si vuole dare ossigeno a Maduro. Gli americani non hanno altre armi e oggi è piuttosto inimmaginabile un loro intervento militare diretto. Possono solo sperare in militari venezuelani amici.
Russia e Cina, pur non avendo piacere di buttare via soldi per Caracas – l’ultima volta il presidente cinese Xi Jinping ha resistito alle ulteriori richieste di Maduro – la sostengono per ragioni geopolitiche: il Venezuela è una spina nel fianco degli Usa in America Latina, come una nuova Cuba. D’altronde il sostegno dell’Avana stessa a Caracas è ufficiale.
Lungi dal cedere alle sirene bolivariane, finora l’Italia è stata favorevole al dialogo, assieme a Spagna e Portogallo, proprio perché ha una grande collettività sul posto: 150 mila italiani di passaporto e 1,5 milioni di italo-discendenti. In questi anni di crisi ogni volta che un italo-venezuelano veniva arrestato (ci sono stati decine di casi) si è riusciti a liberarlo. Non è stato così per altri discendenti di europei. Pur consapevoli che la maggioranza assoluta della collettività italiana in Venezuela è anti-chavista da sempre, le autorità venezuelane considerano tale trattamento preferenziale come un atteggiamento di buona volontà verso un paese “fratello” (Chávez celebrò Bolívar a Montesacro a Roma), ma che può mutare improvvisamente. La stessa collettività ha sempre detto alle autorità italiane entrambe le cose: che il chavismo bolivariano è una iattura e che va cacciato; che però non dovevamo esporla troppo, pena sequestri, espropri eccetera.
Anche l’Onu si è offerta di collaborare a trovare una soluzione, basando il suo eventuale intervento sulla crisi umanitaria (per esempio sanitaria a causa della mancanza di medicinali), ma ciò è sempre stato rigettato dalle autorità.
In conclusione, nulla è semplice a Caracas. Da lungo tempo uno dei paesi più diseguali dell’America Latina, il Venezuela è passato da una situazione di capitalismo selvaggio e predatorio all’autoritarismo chavista para-comunista.
Il chavismo non nasce dal nulla, si spiega con una lunga fase precedente in cui i ceti indigenti della società erano totalmente discriminati e umiliati. Chávez ha ridato loro orgoglio e su di loro si è basato per reprimere la classe medio-alta, che fino ad allora aveva governato con un mercantilismo para-democratico. Ma tale rovesciamento non ha portato più giustizia, democrazia, legalità: anzi, nel caos la criminalità si è diffusa a macchia d’olio, senza guardare in faccia a nessuno.
Prima lo Stato era privatizzato; ora è fallito: un vero disastro. Non bisogna credere che Chávez e Maduro non abbiano sostegno di parte della popolazione, anche se è sceso di molto. Né si può confidare solo nell’opposizione: tra i veri democratici si celano alcuni “predoni” autoritari di ieri.
Solo l’accettazione di un governo comune, una lunga fase di transizione controllata che escluda gli estremisti delle due parti, può forse ancora salvare il Venezuela dalla fine. (Mario Giro, da LIMES)

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10 ANALISI SULLA CRISI POLITICA DEL VENEZUELA

Gli scenari, gli interessi geopolitici, le reazioni di Russia e Usa: una rassegna di articoli per approfondire il tema venezuelano –
da RIVISTA STUDIO https://www.rivistastudio.com/
I nuovi sviluppi della crisi venezuelana, con i cittadini divisi tra quelli rimasti fedeli al regime di Nicolás Maduro e i sostenitori dell’opposizione capeggiata dal neo-presidente Joan Guaidó, mentre sullo sfondo resta la paura della guerra civile (più volte sfiorata negli ultimi anni) spinge le principali testate a fare ipotesi sugli sviluppi più o meno probabili, sul coinvolgimento delle potenze mondiali, sugli interessi geopolitici che si intrecciano in generale nell’America Latina. Oltre ai diversi scenari, i media analizzano le cause che stanno portando al tracollo il paese forse più rappresentativo del bolivarismo, dal calo dei prezzi del petrolio all’inadeguatezza dell’erede di Chávez, passando per il mercato nero legato all’oro come ai generi di prima necessità, ecc.
Donald Trump’s ship of fools is heading for the rocks in Venezuela https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jan/24/donald-trump-venezuela-nicolas-maduro?CMP=twt_gu – THE GUARDIAN
Il columnist Simon Tisdall mette l’accento sulla strategia dei consiglieri di Trump, che hanno fatto pressioni affinché gli Usa alzassero nuovamente il livello dello scontro con Maduro; l’attuale staff del presidente viene definito «una squadra di deficienti», guidato da falchi come John Bolton o Mike Pompeo, favorevoli all’intervento a prescindere dalle conseguenze, oppure da figure secondarie prive dell’esperienza necessaria, soprattutto Patrick Shanahan, William Barr e Mick Mulvaney.
Venezuela power struggle plunges nation into turmoil: 3 essential reads https://theconversation.com/venezuela-power-struggle-plunges-nation-into-turmoil-3-essential-reads-110419 – THE CONVERSATION
L’analisi di The Conversation si concentra su tre punti essenziali: innanzitutto la controversa rielezione, lo scorso maggio, di Nicolás Maduro, rimasto al potere grazie a voti di scambio, brogli e un’astensione da record; quindi, le strategie del presidente per mantenere la presa sul paese, tra corruzione dell’esercito, gestione dei traffici illeciti e una popolazione stremata dalla crisi, «senza tempo né energia per la resistenza»; infine, le rivendicazioni dei venezuelani, secondo i sondaggi favorevoli nel 63% dei casi «a una soluzione negoziata per destituire Maduro».
Trump’s Dumping of Maduro Could Be Just the Start https://www.theatlantic.com/politics/archive/2019/01/trump-recognizes-guaido-as-venezuelan-interim-president/581104/ – THE ATLANTIC
Secondo Krishnadev Calamur, la strategia di Washington sullo stato sudamericano è tutt’altro che definita: nonostante i vertici Usa abbiano ripetuto che «tutte le opzioni sono sul tavolo», l’ondivaga politica estera finora praticata dalla Casa Bianca a guida Trump non permette di fare previsioni accurate, sia per quanto riguarda l’introduzione di nuove sanzioni o l’inasprimento di quelle attuali, sia su eventuali missioni militari. L’ipotesi più probabile è quella del coinvolgimento dei militari del Venezuela, specialmente perché «sono gli unici in grado di usare la forza e spodestare Maduro».
China to Lend Venezuela $5 Billion as Maduro Visits Beijing https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-09-13/china-to-give-venezuela-5-billion-loan-as-maduro-visits-beijing – BLOOMBERG
Lo scorso settembre, il presidente venezuelano in persona è volato a Pechino per incontrare i vertici del Partito Comunista, il ministro delle finanze Simón Zerpa ha annunciato una “grande alleanza con la Cina” e le obbligazioni della compagnia statale Petróleos de Venezuela hanno raggiunto rendimenti del 22,4%. Gli analisti avevano nel frattempo stimato che il gigante asiatico avesse già concesso al Venezuela prestiti per 70 miliardi di dollari, «la maggior parte dei quali da restituire in petrolio». https://www.politico.eu/article/the-turkey-venezuela-mutual-admiration-society-turkish-president-recep-tayyip-erdogan-nicolas-maduro/ – POLITICO
Di recente, Venezuela e Turchia hanno siglato accordi di cooperazione in settori quali l’industria mineraria, le infrastrutture, la difesa, gli aiuti umanitari, tanto che secondo alcuni esperti gli aiuti garantiti da Erdogan «avrebbero fornito un’ancora di salvezza a uno stato altrimenti collassato». Al di là delle similitudini nell’esperienza e nella retorica dei due leader, entrambi beneficiano della collaborazione: i vantaggi del Venezuela sono ovvi, quelli turchi riguardano soprattutto le enorme riserve d’oro dell’alleato (nei primi nove mesi del 2018, le esportazioni di oro verso Ankara erano pari a circa 900 milioni di $) e una maggiore influenza internazionale.
Market Ponders The End Of Venezuela’s Failed Socialist Project https://www.forbes.com/sites/kenrapoza/2019/01/23/market-ponders-the-end-of-venezuelas-failed-socialist-project/#7804afe2e166 – FORBES
L’articolo di Forbes elenca i motivi alla base del fallimento dell’economia venezuelana, diminuita di un ulteriore 5% l’anno passato e diventata «la peggiore al mondo, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale»: tutte le obbligazione del paese sono in default tranne quelle al 2020 del PdVSA (la Petróleos de Venezuela, ndr); diversi fondi hanno citato in giudizio i vertici del governo, «che sta esaurendo i fondi ed è improbabile possa contare su Mosca o Pechino per continuare a gettare soldi in un pozzo senza fondo»; è ormai impossibile sostenere la valuta locale, il Bolivar; infine, è in atto «un crollo della produzione petrolifera».
Venezuela crisis: Guaidó hints at ‘amnesty’ for Maduro https://www.bbc.com/news/world-latin-america-46997555 – BBC
Oltre a riepilogare le ultime tappe della crisi in Venezuela, tra annunci dei capi di stato e divisioni degli osservatori tra pro e contro Maduro, la Bbc si concentra sul presidente del parlamento e nuovo leader dell’opposizione Juan Guaidó, forte del sostegno della stragrande maggioranza della comunità internazionale, che pur condannando la «dittatura», ha rivelato come «le amnistie siano un’opzione per tutti coloro che sono pronti a ripristinare l’ordine costituzionale».
Russia Warns U.S. Against Venezuela Intervention https://www.nytimes.com/2019/01/24/world/americas/venezuela-news-maduro-russia.html – The NEW YORK TIMES
Neil MacFarquhar e Ana Vanessa Herrero commentano l’appoggio mostrato nei confronti di Maduro da parte delle forze armate venezuelane e nota come la dichiarazione di lealtà al presidente rappresenti una battuta d’arresto per il leader dell’opposizione venezuelana. MacFarquhar approfondisce poi le posizioni della Russia nei confronti degli Stati Uniti in relazione a quanto espresso da Trump: secondo una dichiarazione sul sito web ufficiale del Cremlino, Putin ha telefonato a Maduro definendo l’interferenza esterna (e quindi il sostegno a Guaidó da parte degli Stato Uniti) «una grave violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale».
Russia spent billions to build influence in Venezuela. Now it faces a bet gone bad https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/?__twitter_impression=true&destination=%2fworld%2f2019%2f01%2f24%2frussia-spent-billions-build-influence-venezuela-now-it-faces-bet-gone-bad%2f%3f__twitter_impression%3dtrue%26utm_term%3d.336e27be9893&utm_term=.dde677713729 – THE WASHINGTON POST
Anni di sforzi e miliardi di dollari per trasformare il Venezuela in uno dei suoi più stretti alleati nell’emisfero occidentale: ora l’investimento della Russia potrebbe andare in fumo. Il primo ministro russo Dmitry Medvedev ha definito gli eventi a Caracas un “quasi-colpo di stato”. Secondo Anton Troianovski l’indignazione sbandierata da Mosca cela una realtà scomoda: la scommessa multimiliardaria sulla costruzione dell’influenza russa in America Latina che ora è in pericolo.
Venezuela. Picchiando con la clava https://www.rivistailmulino.it/journal/articlefulltext/index/Article/Journal:RWARTICLE:89215 – La rivista IL MULINO
Il reportage dello scrittore Claudio Giunta dallo stato sudamericano, dove il perdurare di una crisi senza precedenti ha esasperato i contrasti nella società, sospesa tra «un’inflazione weimariana, che il prossimo anno potrebbe toccare il 2000%», e «il glamour, la produzione e il consumo della bellezza, […] primario motivo d’orgoglio»; o ancora, tra la violenza della dittatura, «perché in realtà non c’è nessun socialismo», e i paesaggi di Las Roques, definito dalle guide turistiche «splendido caleidoscopio caraibico, una perla tra le isole dell’America meridionale».
Understanding Venezuela’s political crisis https://edition.cnn.com/videos/world/2019/01/24/venezuela-maduro-breaks-ties-with-us-romo-explainer-orig.cnn – CNN VIDEO
Il video della CNN condensa in 1 minuto e 53 secondi quello che c’è da sapere per capire la crisi politicaAmici e nemici di Maduro: una mappa dell’America Latina

28/1/2019, da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/
L CONTINENTE CHE SI TROVA AD AFFRONTARE LA CRISI VENEZUELANA È UN’AMERICA LATINA IN PIENA TRASFORMAZIONE. Cinque paesi (Brasile, Cile, Colombia, Messico e Paraguay) hanno eletto nuovi presidenti nel corso dell’ultimo anno, segnando, con l’eccezione del Messico, una svolta a destra. Il Perù attraversa la più grave crisi istituzionale dalla fine della dittatura di Alberto Fujimori nel 2000, con un presidente costretto a dimettersi per corruzione, il capo dell’opposizione in galera e la magistratura coinvolta in gravi scandali. L’America Centrale è scossa dalle proteste in Nicaragua e dalle carovane dei migranti honduregne. L’Ecuador ha compiuto una svolta radicale in politica estera, riavvicinandosi a Washington dopo oltre un decennio di “rivoluzione cittadina” di Rafael Correa. L’Argentina, infine, è ripiombata nell’incubo della crisi economica e si appresta ad affrontare la lunga campagna elettorale che precede le presidenziali del prossimo ottobre.
I NEMICI DI MADURO
ARGENTINA. Meno coinvolta nella crisi migratoria per via della distanza e impegnata a risolvere i propri problemi economici, Buenos Aires ha mantenuto un profilo di secondo piano nella crisi venezuelana rispetto ai vicini Cile e Brasile. Membro del gruppo di Lima, Buenos Aires ha varato sanzioni contro l’esecutivo venezuelano il 10 gennaio scorso, dopo aver votato la sospensione di Caracas dal Mercato Comune del Sud (Mercosur). Il presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, ha riconosciuto Juan Guaidó presidente del Venezuela.
BRASILE. Alleato di Caracas ai tempi di Lula e Dilma Rousseff, il Brasile ha preso le distanze da Nicolás Maduro durante il governo di Michel Temer, autore della sospensione di Caracas dal Mercato Comune del Sud (Mercosur) il 5 agosto 2017. Maduro, d’altronde, aveva definito Temer, divenuto presidente dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, “un golpista”. La crisi migratoria venezuelana ha causato diversi incidenti negli stati di frontiera e in particolare nello stato di Roraima. Dopo l’elezione di Jair Bolsonaro e la netta svolta a destra del Brasile, Maduro aveva accusato il neo-presidente di essere complice del colombiano Duque e dello statunitense Trump in un complotto per assassinarlo. Il 10 gennaio Brasilia ha varato sanzioni contro Maduro e il suo esecutivo. Dopo gli Stati Uniti, il Brasile è stato il secondo paese a riconoscere Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela.
CILE. Santiago ha riconosciuto Juan Guaidó come presidente del Venezuela. Il presidente Sebastián Piñera, entrato in carica a marzo, lo scorso 2 dicembre aveva definito Maduro “parte del problema e non della soluzione”. Anche il Cile ha varato sanzioni contro i membri del governo venezuelano dopo il giuramento di Maduro il 10 gennaio scorso.
COLOMBIA. Il paese maggiormente coinvolto nella crisi venezuelana è la Colombia. Bogotà, che con Caracas ha avuto pessimi rapporti sin dall’ascesa di Hugo Chávez nel 1998, ha accolto negli ultimi cinque anni 1,2 milioni di profughi venezuelani. Tra questi numerosi leader dell’opposizione, tra cui l’ex presidente dell’Assemblea Nazionale Julio Borges e la ex procuratrice generale Luisa Ortega. Lo scorso 4 agosto, Maduro ha accusato l’allora presidente Juan Manuel Santos di essere il mandante di un attentato ai suoi danni. Il 10 gennaio Colombia ha varato sanzioni contro i membri dell’esecutivo di Maduro, vietando loro di entrare nel paese e accusa Caracas di offrire protezione ai terroristi dell’Esercito di Liberazione Nazionale, la guerriglia responsabile, il 17 gennaio scorso, di un attentato a Bogotà costato la vita a 21 persone. Il presidente della Colombia, Iván Duque, entrato in carica il 7 agosto 2018, è stato tra i primi a riconoscere Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela.
COSTA RICA. Membro del Gruppo di Lima, San José ha varato sanzioni contro il governo Maduro il 10 gennaio scorso ed ha riconosciuto l’autorità di Juan Guaidó il 23 gennaio. In Europa per partecipare al World Economic Forum di Davos, il presidente Carlos Alvarado ha lanciato un appello all’Unione Europea ad assumere una posizione più chiara e a riconoscere Guaidó.
ECUADOR. Quito, formalmente ancora membro dell’Alleanza Bolivariana dei popoli della Nostra America (ALBA), fondata da Hugo Chávez e Fidel Castro, ha compiuto nel corso del 2018 una svolta radicale in politica estera, riavvicinandosi a Washington e a Bogotà. Schierato a fianco di Maduro durante la crisi del 2017, il presidente Lenín Moreno, ha rotto con i principi della “rivoluzione cittadina” del predecessore Rafael Correa e con la sinistra latinoamericana di cui era esponente di spicco. Il 24 gennaio scorso ha riconosciuto ufficialmente Juan Guaidó come presidente del Venezuela.
GUATEMALA. Membro del Gruppo di Lima, il Guatemala ha varato sanzioni contro il governo Maduro il 10 gennaio scorso ed ha riconosciuto l’autorità di Juan Guaidó il 23 gennaio.
HAITI. Haiti ha riconosciuto Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela il 24 gennaio scorso, ventiquattro ore dopo l’auto-proclamazione del leader dell’opposizione.
HONDURAS. Alle prese con la propria crisi migratoria, punto d’origine delle cosiddette “carovane dei migranti”, l’Honduras è membro del Gruppo di Lima e si è unito prima alle sanzioni contro Maduro e poi al riconoscimento di Guaidó come presidente del Venezuela.
PANAMA. Il governo panamense si è unito agli altri membri del Gruppo di Lima nel varare sanzioni contro Maduro il 10 gennaio scorso e nel riconoscere Juan Guaidó come presidente del Venezuela il successivo 23 gennaio.
PARAGUAY. L’ex presidente del Paraguay, Horacio Cartes, è stato protagonista, assieme al brasiliano Temer e all’argentino Macri, della sospensione del Venezuela dal Mercosur il 5 agosto 2017. Il successore Mario Abdo Benítez, entrato in carica il 15 agosto 2018, ha rotto le relazioni con il Venezuela il 10 gennaio scorso, in reazione all’insediamento di Nicolás Maduro per il secondo mandato. Il 23 gennaio è stato tra i primi a riconoscere l’autorità di Guaidó.
PERÙ. Sotto la guida del libera Pedro Pablo Kuczynski, Lima è diventata una dei grandi avversari di Nicolás Maduro, tanto da ritirare l’invito al presidente venezuelano a partecipare al vertice delle Americhe che si teneva nella capitale peruviana lo scorso aprile. Non a caso il gruppo di lavoro latinoamericano che lavora alla soluzione della crisi venezuelana, il Gruppo di Lima, prende il nome dalla capitale del Perù. Negli stessi giorni, travolto dagli scandali, Kuczynski è stato costretto a dimettersi. Il successore, Martín Vizcarra, è impegnato in una radicale riforma costituzionale che restituisca ai peruviani fiducia nelle istituzioni, ma non ha modificato politica estera e il 23 gennaio ha riconosciuto Juan Guaidó presidente legittimo del Venezuela.
Unico paese dei Caraibi anglofoni, le Bahamas hanno riconosciuto Guaidó. Fuori dalla regione Guaidó è stato riconosciuto presidente da Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Israele, Georgia, Albania e Kosovo.
GLI AMICI DI MADURO
BOLIVIA. Alleato di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, il governo della Bolivia, guidato sin dal 2007 da Evo Morales, ha ribadito la sua alleanza con il governo chavista di Caracas e denunciato la mossa di Guaidó come un colpo di stato. “La nostra solidarietà va al popolo venezuelano e al fratello Nicolás Maduro, in queste ore decisive quando grinfie dell’imperialismo cercano di nuovo di ferire a morte la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli del Sud America” – ha scritto Morales.
CUBA. Storica partner, politica ed economica, del Venezuela di Hugo Chávez prima e di Nicolás Maduro poi, Cuba si è schierata a fianco dell’alleato. I governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, che hanno spesso fatto riferimento a Fidel Castro come al loro “mentore”, hanno stretto importati accordi economici con Cuba, cui forniscono petrolio a prezzi di favore in cambio di tecnologie in campo medico e militare. Il presidente dell’isola, Miguel Díaz-Canel ha espresso “pieno sostegno a Nicolás Maduro e alla Rivoluzione bolivariana”. Cuba è considerata il principale avversario dallo stesso Guaidó, che ha condannato la presenza di consiglieri militari cubani nelle Forze Armate del paese. Tuttavia, nel messaggio di ringraziamento di Maduro per il sostegno internazionale, il presidente venezuelano ha citato Russia, Cina e Turchia, ma non Cuba, fatto sottolineato dai media dell’isola.
EL SALVADOR. Il governo di Salvador Sánchez-Cerén, del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, ha condannato l’autoproclamazione di Guaidó e si è schierato al fianco di Nicolás Maduro. Sánchez-Cerén era a Caracas il 10 gennaio scorso per l’insediamento di Maduro.
NICARAGUA. Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, deve affrontare la propria crisi politica, con manifestazioni e scontri che si susseguono da aprile. Il governo sandinista di Managua, membro dell’Alba e storico alleato del chavismo, riconosce come presidente legittimo Nicolás Maduro e considera la mossa di Guaidó “un golpe telediretto da Washington”.
Fuori dalla regione si sono schierati a fianco di Maduro Russia, Cina, Iran, Turchia, Siria e Palestina.
I MEDIATORI
MESSICO. Sotto l’amministrazione di Enrique Peña Nieto il Messico è stato uno dei principali critici di Caracas e fra gli impulsori del Gruppo di Lima. Con l’elezione di Andrés Manuel López Obrador, Città del Messico ha scelto una posizione intermedia, condannando ogni “ingerenza straniera” in Venezuela, ma proponendosi come mediatore nella crisi. Il Messico ha deciso di non applicare le sanzioni varate dal Gruppo di Lima ed ha inviato l’incaricato d’affari al giuramento di Maduro il 10 gennaio scorso, d’altronde Maduro è volato a Città del Messico a dicembre per l’insediamento di López Obrador. Città del Messico ha lanciato un appello al dialogo e si rifiuta di riconoscere Guaidó presidente.
REPUBBLICA DOMINICANA. Santo Domingo, che per mesi tra il 2016 e il 2017 ha ospitato il dialogo tra governo e opposizione venezuelana, ha votato il 10 gennaio contro il riconoscimento della legittimità del secondo mandato di Nicolás Maduro, senza tuttavia procedere poi a un riconoscimento ufficiale di Juan Guaidó il 23 gennaio. Il governo dominicano ha rinnovato appelli al dialogo per avviare una “transizione democratica” in Venezuela. L’opposizione chiede una presa di posizione chiara a favore di Guaidó.
URUGUAY. Montevideo ha scelto una posizione intermedia. Il presidente Tabaré Vázquez, che già si era astenuto nel 2017 rispetto alla sospensione di Caracas dal Mercosur, ha rinnovato gli appelli al dialogo tra il governo chavista e l’opposizione, rifiutandosi di riconoscere Guaidó, ma chiedendo a Maduro di intavolare immediatamente un negoziato con gli oppositori. L’Uruguay si è proposta di coadiuvare il Messico come mediatore nella crisi. La proposta di Messico e Uruguay è stata respinta da Guaidó come “falso ideologico”.
CARICOM. I paesi della Comunità Caraibica, esclusa Haiti, hanno raggiunto una posizione comune il 25 gennaio. In una dichiarazione congiunta Antigua e Barbuda, Barbados, Belize, Dominica, Giamaica, Montserrat, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Trinidad e Tobago, Grenada e Suriname hanno espresso preoccupazione e definito “insoddisfacente” la situazione in Venezuela. I paesi caraibici auspicano un dialogo tra tutti gli attori della crisi che possa portare il Venezuela fuori dalla grave situazione attuale, condannando tuttavia ogni ingerenza esterna. La stessa posizione era stata espressa dal governo della Guyana poche ore prima della riunione della Caricom. L’opposizione di Trinidad e Tobago, il paese della regione più vicino alle coste venezuelane, ha criticato la decisione del governo e chiede il riconoscimento di Guaidó.
Una posizione di neutralità è stata espressa dai governi dei Caraibi olandesi (Aruba, Curaçao e Sint-Marteen), maggiormente coinvolti nella crisi migratoria per vicinanza geografica. I paesi neerlandofoni riconoscono il Parlamento come unico organo legittimo del Venezuela, ma non Guaidó come presidente del paese.
Appelli al dialogo e alla mediazione sono stati lanciati, fuori dalla regione, dal Vaticano, dall’Unione Europea, dalla Lega Araba, dall’India e dal Giappone. (28/1/2019, da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/)

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=venezuela

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