UNIONE EUROPEA in difficoltà dopo le ELEZIONI del prossimo 26 maggio? – Un pensiero antieuropeo pare dominare i Paesi dell’Unione (in crisi economica)… – L’APPELLO: FATE L’ERASMUS (estendiamolo) E NON LA GUERRA (tra Stati): un buon viatico alle previsioni negative al processo di integrazione europea?

LE ELEZIONI EUROPEE ALL’ORIZZONTE POTREBBERO ESSERE LE PIÙ POLITICIZZATE e MENO PARTECIPATE di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO più frammentato di sempre. Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. IL VOTO EUROPEO DI QUEST’ANNO SARÀ INOLTRE CONTRADDISTINTO DALLA NASCITA E DALLA PROGRESSIVA ASCESA DI UN NUTRITO GRUPPO DI PARTITI NAZIONALISTI ED EUROSCETTICI in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori. Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe NEL 1979 VOTÒ IL 63% DEGLI ELETTORI e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra. (Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019) (foto dala campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo)

   Sono trascorsi quarant’anni dalle prime elezioni dirette del parlamento europeo a suffragio universale. Tra il 23 e il 26 maggio 2019 circa quattrocento milioni di europei saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

  E queste elezioni saranno sicuramente diverse dalle altre: fortemente politicizzate con la presenza di forze politiche cosiddette “sovraniste”, cioè fortemente nazionaliste, che guardano al loro Paese e criticano in modo forte (più o meno indiretto, più o meno esplicito) il progetto dell’Unione europea. Ma è anche probabile che questa forte politicizzazione non corrisponda a una partecipazione granché superiore alle altre volte: cioè con una partecipazione al voto sempre più bassa, nel disinteresse generale. Ed è comunque sicuro che il prossimo parlamento europeo (cui si vuole e si sta dando sempre più maggiori poteri e rilevanza politica), sarà il parlamento più frammentato di sempre.

SE OGGI SI VOTASSE IN GRAN BRETAGNA PER UN SECONDO REFERENDUM SULLA PERMANENZA DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA, LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI BRITANNICI VOTEREBBE PER RIMANERE. Questo dicono tutti i sondaggi, da più di un anno a questa parte. Non parliamo di un divario stratosferico tra BREMAINERS e BREXITERS, sia chiaro, ma bisogna partire da qui per capire cosa succederà, quale delle due strade – NO DEAL o SECONDO VOTO – sarà intrapresa, DOPO LA TERZA BOCCIATURA DI FILA DELL’ACCORDO negoziato tra Theresa May e la Commissione Ue. (….) (30/3/2019 – da https://www.linkiesta.it/) (foto: La premier britannica Theresa May insieme al presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker)

   Quasi sempre non si percepisce quanto è stato fatto per un’Europa sempre unita, e che ha migliorato la qualità del nostro muoverci, spostarci, avere rapporti più ampi: vengono in mente la moneta comune, l’euro, adottata finora da 19 Paesi (introdotta nel 2002 dopo più di 40 anni di trattati, negoziati e preparativi); e vengono in mente le frontiere “libere” con il Trattato di Schengen (attuato tra i maggiori paesi continentali europei nel 1995, e poi allargatosi con l’apertura di frontiere di altri Paesi).

Secondo la rilevazione EUROBAROMETRO (nel giugno 2018), i sentimenti antieuropei sono in netto calo in quasi tutti i paesi dell’Unione e la maggioranza degli europei ritiene che l’affiliazione all’UE sia un fattore positivo per la propria nazione. L’Italia tuttavia è il fanalino di coda dell’europeismo.
Il 60% dei cittadini europei, dinnanzi alla domanda “in generale, pensi che l’appartenenza all’Europa Unita del tuo paese sia…” risponde con “un fatto positivo”. Un sentimento quindi di prevalente fiducia nell’UE, che risulta dominante soprattutto nei paesi del centro-nord Europa con il Lussemburgo in prima posizione (85% di risposte positive) seguito da Irlanda ed al terzo posto parimerito da Germania e Olanda, con il 79% di europeisti. Quasi tutti i paesi fondatori si mantengono sopra la media a 28, con due eccezioni: la Francia con solo il 55% di pro-EU – nonostante il presidente Macron ultraeuropeista, – e proprio l’Italia che è addirittura terz’ultima assoluta (39% di europeisti) davanti solo a Rep. Ceca e Croazia. (da http://sondaggibidimedia.com/eurobarometro )

   Dicevamo, non è solo questo di positivo: altri temi e “modi di vita” sono diventati concreti: il libero commercio, regole comuni, il controllo degli standard di qualità legislativi e regolamentari fra stati, la legislazione più attenta all’ambiente e alla salute, all’alimentazione…. e poi interessanti coinvolgimenti su progetti europei della popolazione, come l’Erasmus per gli studenti….
Tutte cose che ti fanno dire che se vai a Barcellona, a Parigi, a Berlino e in tanti altri posti “non vai all’estero” (parola superata) ma sei in Europa, vai in Europa.

L’IDENTITÀ EUROPEA, di TZVETAN TODOROV (ed. Garzanti, aprile 2019, tascabile 94 pagine, euro 4,90) – Questo scritto di TZVETAN TODOROV ci ricorda l’importanza di riscoprire le radici dell’Europa e incoraggiare, proprio a partire da queste, un’adesione sempre più salda e consapevole al PROGETTO EUROPEO. Scrive Todorov: «L’identità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità». LA PLURALITÀ DI CULTURE è infatti per l’Europa allo stesso tempo un’eredità e una prospettiva, e una sua «gestione oculata» è l’unica base possibile per garantire, attraverso una coesistenza pacifica e inclusiva, la costituzione di un’unità civile e durevole.

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   E’ vero che ci sono cose che non si riescono a capire: in particolare sprechi di una burocrazia europea che si è creata, che si somma agli sprechi “nostri”, delle Regioni, dello Stato centrale. E questo non va bene. Però l’Unione europea ci ha aperto le menti ad altre prospettive; e possiamo guardare alla globalizzazione (e ai moloch mondiali come la Cina e gli USA, ma anche altri -la Russia e le aree geopolitiche di crisi del pianeta-), possiamo, potremmo, guardare a tutto questo con maggiore speranza di contare qualcosa.

I PADRI FONDATORI (da http://www.romanoprodi.it/ )

   Un’Unione europea che tanti cambiamenti ha fatto, e che però ora si trova in mezzo a un guado, per superare il quale servono una nuova forza di volontà politica; e guardare positivamente al futuro con passi in avanti necessari, in campo economico, sociale, delle istituzioni, per costruire un’Europa che sia davvero comunità federale, democratica e solidale. Sennò tutto sparisce, tutto torna come prima, peggio di prima.

EUROPA NONOSTANTE TUTTO (Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, ed. “La Nave di Teseo”, collana “Le onde”, aprile 2019, pagg. 152, euro 10,00) – A metà tra SAGGIO DIVULGATIVO e MANIFESTO IDEOLOGICO, questo testo porta avanti un discorso lineare e semplice, corredato da dati e da facili tabelle numeriche, che punta a contestare le fake opinions e ad EVIDENZIARE CIÒ CHE È ESSENZIALE PROMUOVERE E MIGLIORARE IN SENO ALL’UNIONE EUROPEA. Come funziona la macchina istituzionale? Chi decide e come? Delineando, passo dopo passo, i vantaggi che l’UE comporta non soltanto a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana, gli autori vogliono fare CHIAREZZA SULL’EURO, spiegare il ruolo dei singoli stati membri, parlare di GLOBALIZZAZIONE o, semmai, di SOVRANISMO EUROPEO, per rispondere alla domanda principale: L’EUROPA PUÒ ESSERE UNA FORMA DI ASSICURAZIONE SULLE TANTE INCOGNITE DEL FUTURO? Ribadendo il valore del MANIFESTO DI VENTOTENE (testo in appendice, accompagnato da una prefazione a cura di Antonino De Francesco, Direttore del dipartimento di Storia della Statale di Milano), la risposta non può che essere una: PIÙ EUROPA, NONOSTANTE TUTTO, perché dalla difesa alla politica sull’immigrazione, dalla solidarietà alla collaborazione economica, l’Unione Europea può garantire una vita più semplice e più sicura per il cittadino.

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   In questo post cerchiamo di sviluppare quello che a nostro avviso è la caratteristica principale dell’Europa rispetto alle altre grandi aree geopolitiche mondiali: LA PRESENZA DI UN WELFARE marcato, nonostante la crisi, ancora considerevole. Non a caso da tutti l’Europa viene considerata l’area geografica dove si vive meglio (con tutti i distinguo…), dove la qualità della vita è migliore.

MOLTI DEI TESTI CHE QUI TROVATE SONO RICAVATI dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it ) – “PRO EUROPA” È IN RICORDO DELL’ASSOCIAZIONE CREATA DA ALEXANDER LANGER all’inizio della sua seconda legislatura europea nel 1994 – CHI ERA ALEXANDER LANGER? – Alexander Langer (Vipiteno, 22 febbraio 1946 – Firenze, 3 luglio 1995) è stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano – Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo. È stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell’ambiente.
Le principali tematiche al centro della sua attenzione intellettuale e del suo agire politico furono la situazione dell’Alto Adige e in particolare il rapporto tra le diverse comunità linguistiche (noto fu il suo rifiuto, come germanofono sudtirolese, di identificarsi politicamente con un’etnia, nonché la sua opposizione all’etnonazionalismo); le problematiche internazionali, come il rapporto tra nord e sud del mondo, la situazione dei paesi dell’Europa dell’est e i problemi di convivenza nelle aree di crisi; gli interrogativi sul senso e la dinamica dell’integrazione europea; la lotta contro la guerra e in favore della conciliazione (da Wikipedia)

Il mantenimento e miglioramento del welfare europeo, dello “STATO SOCIALE”, può essere adesso elemento prioritario del NUOVO PROGETTO EUROPEO che possiamo chiedere e proporre per l’Europa ora in crisi, che viene di fatto “negata” nella sua realtà politica dai partiti sovranisti negli Stati nazionali. E’ certo che ci sono delle ragioni serie perché così tanta gente, tante persone “europee” sono “arrabbiate con questa Europa”; perché vivono la crisi (economica principalmente) per molti assai forte di questo periodo storico. E a loro serve dare risposte concrete proprio in questa nuova Europa che (ri)parta dai valori originari (dei padri fondatori) cui noi ci riconosciamo. (s.m.)

La campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo

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GEOGRAFIA ECONOMICA DELL’EUROPA SOVRANISTA di GIANMARCO OTTAVIANO, ed. Laterza, 164 pagine, aprile 2019, euro 12,80 – Quali sono i costi e i benefici che l’essere parte dell’Unione comporta? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi dovrebbe subirne le conseguenze negative? L’Unione ci protegge o ci espone alla globalizzazione in termini di concorrenza internazionale e delocalizzazione del lavoro?  –  IN EUROPA OCCIDENTALE LA SFIDUCIA MONTANTE NEI CONFRONTI DELL’UNIONE EUROPEA HA UNA FORTE COMPONENTE GEOGRAFICA e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? CHE EFFETTI ECONOMICI DERIVEREBBERO DA UN DISTACCO DALL’EUROPA e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? GIANMARCO OTTAVIANO, esperto di economia internazionale, fotografa LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL VECCHIO CONTINENTE.

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L’EUROPA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

di DANIEL COHN-BENDIT, aprile 2019, dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )
– Per avere fiducia sulla prospettiva di un’Europa unita basta riandare al 1945 e ai passi avanti che da allora sono stati fatti; il dramma della mancata Costituzione; la assoluta necessità di un esercito e di una sovranità europea. Intervento di Daniel Cohn Bendit. –
(Daniel Cohn-Bendit, 1945, scrittore e politico, è stato uno dei protagonisti del maggio 1968 in Francia. Dal 1994 al 2014 è stato membro del Gruppo verde al Parlamento europeo eletto prima in Germania e poi in Francia. Nel settembre 2010 ha promosso, assieme a Guy Verhofstadt e Andrew Duff, la formazione del GRUPPO SPINELLI per il rilancio dell’integrazione europea. Il testo che segue è tratto dall’intervento da lui tenuto all’INSTITUT DES HAUTES ÉTUDES DE DÉFENSE NATIONALE il 19 novembre 2018).
   “Parto dalla mia storia personale e dal perché l’Europa è importante per me. Sono nato nel 1945, a Montauban, in Francia. Sono stato concepito dopo lo sbarco in Normandia. I miei si erano rifugiati là in fuga dalla Germania. Immaginate la reazione dei miei genitori se all’epoca avessi detto loro: tra cinquant’anni non ci sarà più una frontiera tra Francia e Germania, non ci saranno più soldati, non ci saranno più controlli tra i vari paesi…
Per me l’Europa rappresenta un progresso di civiltà incredibile, inimmaginabile. Spesso si sente dire: “è impossibile”. Lo si diceva anche quando si è iniziato a costruire l’Europa, e invece… La parola impossibile non vale per l’Europa. Questo non significa certo che tutto vada bene o che tutto andrà per il meglio. Dico soltanto che guardando da dove siamo partiti, l’argomento dell’impossibilità non regge.Spesso si dice anche che la pace non può più essere una definizione dell’Europa, perché è un fatto evidente, ma la pace è una condizione che diamo per scontata proprio perché c’è l’Europa. Se la gente sostiene che non c’è più il rischio di una guerra, è perché c’è l’Europa. Se un domani le sovranità nazionali prendessero il sopravvento e vincesse il nazionalismo, i vari nazionalismi, allora il rischio di una guerra potrebbe ripresentarsi. E’ la casa europea che ci permette di escludere l’eventualità di una guerra, in un continente che tra l’altro in passato è stato teatro di guerre.
I valori della costruzione europea sono l’antitotalitarismo, cioè il rifiuto del totalitarismo nazista e dello stalinismo, la decolonizzazione e quindi la creazione di uno spazio democratico.
C’è un altro punto che per me è fondamentale nella costruzione dell’Europa. Perché non siamo riusciti ad avviare questo processo prima, dopo la guerra del 1870-’71 o dopo il 1918? è stato solo dopo il 1945, dopo la disfatta totale della Germania e la fine del colonialismo francese e inglese, cioè quando non c’erano più stati sovrani che aspiravano a esercitare un dominio, che si è potuto iniziare a costruire l’Unione europea.
Una condizione essenziale è quindi che nessuno stato sia egemonico. Altro elemento importante è che in Europa gli stati grandi e quelli più piccoli abbiano tutti la stessa importanza. La prima idea è stata quella di costruire un’Europa della difesa. Nel 1954 i tedeschi l’avrebbero voluta, ma i francesi, con una votazione all’Assemblea nazionale, dissero di no, perché per loro ciò avrebbe significato mettere in questione la sovranità nazionale. In seguito si è tentato di risolvere le divergenze puntando sulla cooperazione economica con gli accordi su carbone e acciaio, fino ad arrivare, dopo una lunga evoluzione, alla situazione attuale.
La questione della sovranità è al centro di tutti gli sviluppi europei, perché in passato l’emancipazione e la sicurezza dei popoli sono sempre dipese dalla loro sovranità nazionale e dalla loro capacità di difenderle.
La cooperazione economica e in agricoltura e il mercato comune hanno portato benefici, ma un po’ alla volta tutto è diventato più difficile. Vi ricordate il serpente monetario? Successivamente si è iniziato a parlare di moneta unica. Helmut Schmidt e Valéry Giscard d’Estaing avevano incaricato Pierre Werner di elaborare un piano, ma l’idea risultò troppo complicata nell’attuazione per via delle grandi differenze tra gli stati membri.
Helmut Kohl e François Mitterrand ripresero il progetto una decina di anni dopo. Va riconosciuto che molti progressi sono spesso stati resi possibili dalla capacità di Germania e Francia di prendere delle iniziative assieme.
Inizialmente, nel dibattito sulla moneta unica, si registrarono resistenze sia da parte della Germania che della Francia. Per la Bundesbank e per il ministro delle finanze tedesco era necessario un rigore economico-finanziario che la Francia non sarebbe stata in grado di applicare né avrebbe voluto farlo. Dal drammatico periodo nazista, la Germania aveva imparato che l’indipendenza della Banca centrale dal potere politico era una condizione essenziale.
Kohl, alla vigilia della riunificazione della Germania, esitò un po’ perché si trattava di dire ai tedeschi: “Ci sarà la riunificazione, costerà dei sacrifici e in più dovrete rinunciare al Deutsche Mark”. Bisogna considerare che per i tedeschi il Deutsche Mark è la moneta simbolo della loro identità di nazione non più bellicosa. Ci sono due elementi che rappresentano la Germania del dopoguerra, e che nel loro immaginario, nella loro mitologia nazionale, danno una nuova definizione della loro identità: il 1954 e la vittoria alla Coppa del mondo e poi la ricostruzione, resa possibile appunto grazie al Deutsche Mark. Possiamo allora capire quanto sia costato ai tedeschi, al momento di fare la nuova moneta, l’euro, rinunciare al marco; per i francesi, invece, rinunciare al franco non rappresentava un grande sacrificio.
Dunque vedete quant’è complesso il processo di condivisione delle sovranità e quanto evolva lentamente, ma comunque va avanti. Anche il referendum su Maastricht ha mostrato quanto forti fossero le resistenze a rinunciare alla propria sovranità; per esempio, i francesi temevano di finire per dipendere dalla Germania.
Poi c’è stato il processo di allargamento. Sento spesso dire: visti i problemi che abbiamo con la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, è stata davvero una buona idea? Anche se non nego le difficoltà, parlare così è antistorico. Se la Polonia non fosse stata invasa dall’Armata rossa, nel 1957 avrebbe firmato il trattato di Roma. La stessa cosa vale per l’Ungheria e il 1956. Consideriamo i fatti che hanno portato a Solidarnosc, alla caduta del Muro e a ciò che è accaduto in Germania dell’Est; tutti questi popoli si sono emancipati dal comunismo e hanno visto nell’adesione all’Ue una sicurezza per il loro futuro. Hanno cercato la libertà (anche se poi hanno un concetto molto particolare di libertà) e, nonostante tutti gli errori commessi, è stato giusto accoglierli. Non potevamo dire loro: “è bene che siate liberi, ora però dovete aspettare, verrà il tempo in cui entrerete in Europa…”.
Arriviamo al 2005 in Francia e al referendum sul trattato costituzionale. Per me questo è stato uno dei più grandi drammi politici della mia vita, perché lo difendevo e ho perso. Credo che una costituzione europea sia assolutamente necessaria. Ma a volte la storia gioca brutti scherzi: la convenzione presieduta da Giscard d’Estaing aveva trovato un accordo su 45 pagine che definivano la democrazia europea, le ragioni dell’unione, ecc. Al Consiglio europeo a Salonicco gli inglesi pretesero e ottennero che tutti i trattati fin lì firmati venissero inseriti… e il testo sul quale i francesi vennero chiamati a esprimersi arrivò a 345 pagine: una follia! Chi poteva leggere tutte quelle pagine?
Nel dibattito poi si sentiva tutto e il contrario di tutto… L’assurdo è che sui primi due capitoli tutti erano d’accordo… e ora, vent’anni anni dopo, gli inglesi se ne vanno e ci lasciano con il cerino in mano…
Oggi con il cambiamento climatico, la globalizzazione e l’insicurezza nel mondo, le due grandi potenze, Russia e Stati Uniti, che hanno partecipato alla liberazione dell’Europa, si rifiutano di assumersi questa responsabilità.
Di conseguenza la sovranità europea deve essere politica, economica e finanziaria, comprendendo anche la difesa. Qui c’è tutto il dibattito sull’esercito europeo. Vi chiedo, sapete quanti sono i cittadini europei in uniforme? Ben due milioni! E per fare cosa? Nessuno lo sa. Aggiungo che i soldati americani sono circa 450.000 e più o meno altrettanti quelli russi. Quindi abbiamo la forza numericamente più grande con la più piccola capacità d’intervento e di difesa. Vale a dire: se vogliamo rafforzare la sovranità europea, se vogliamo aumentare la protezione dei nostri cittadini, non serve moltiplicare gli eserciti nazionali. Per questo difendo l’idea di un esercito europeo. Il ragionamento della cancelliera Angela Merkel è più che sensato: costruendo un esercito europeo avremo la pace, perché se abbiamo un solo esercito, chi farà più la guerra?
è banale, quasi infantile.
Nella prospettiva della sovranità europea, un esercito europeo è assolutamente necessario. Bisogna procedere un passo alla volta. Il bilancio dell’esercito francese ammonta a trenta miliardi; in Germania arriva più o meno alla stessa cifra. Se ogni due o tre anni trasferiamo una parte dei bilanci nazionali nel bilancio europeo, possiamo iniziare a mettere in comune gli armamenti ecc. Ci vorranno vent’anni, non importa. Inoltre, ci sono già delle realtà come la brigata franco-tedesca. Quando in parlamento c’è stato il dibattito sull’intervento in Mali, mi sono un po’ innervosito quando ho sentito che ai francesi si stava dicendo: andate avanti voi e noi vi seguiamo con le ambulanze per proteggervi.
Perché non siamo stati in grado di avanzare la proposta di mandare la brigata franco-tedesca? Il fatto è che i tedeschi non osavano e i francesi volevano far vedere di essere capaci di fare tutto da soli. Poi possiamo discutere della necessità di un intervento in Libia. Io ero piuttosto favorevole a difendere Bengasi. Comunque, otto giorni dopo l’inizio del loro intervento, francesi e inglesi sono stati costretti a chiedere munizioni agli americani. Quindi anche lì dove siamo intervenuti, non siamo stati all’altezza della situazione. E non voglio parlare della Siria…
Andiamo ripetendo che noi europei non possiamo lasciare che Assad massacri il suo popolo, e tuttavia temo non saremmo neanche in grado di organizzare un intervento umanitario. La sovranità europea è quindi anche la capacità di essere all’altezza dei problemi umanitari e strategici che abbiamo in comune. Senza un esercito europeo non possiamo parlare di sovranità europea.
E non dimentichiamo il cambiamento climatico: è ormai evidente che dobbiamo avere una massa critica e parlare con una voce sola per cercare di convincere tutti gli stati a fare di più, altrimenti andiamo dritti verso la catastrofe.
Poi c’è la globalizzazione. Tutti hanno capito che se non si stabiliscono delle regole per governarla sarà il caos. Considerate ciò che l’Europa sta cercando di fare per dare un’anima più sociale alla globalizzazione, per un’Europa solidale. Serve una capacità d’intervento di livello europeo. La Germania, la Francia o l’Italia da sole non possono riuscirci e in futuro nessuno stato membro dell’Ue potrebbe da solo far parte del G7 o G8. Se vogliamo in qualche modo governare la globalizzazione possiamo farlo solo come Unione europea. Quindi a coloro che dicono che la sovranità europea mette in pericolo la sovranità nazionale bisogna rispondere che, al contrario, la sovranità europea protegge la sovranità nazionale. E’ grazie alla sovranità europea che difendete la vostra sovranità nazionale e non il contrario…
Infine c’è la questione dei rifugiati e dei migranti. Lo dico chiaramente: tutti coloro che rimproverano ad Angela Merkel di aver lasciato entrare i migranti nel 2015 si sbagliano (e potrei usare termini più forti). Lasciatemi spiegare: nel 1938 i miei genitori erano già in Francia. Il presidente Roosevelt aveva capito che gli ebrei tedeschi dovevano lasciare il paese e organizzò una conferenza a Evian su come gestire il movimento di profughi e suddividere i 500.000 ebrei fra i vari stati. Erano presenti trentasette paesi. I vari diplomatici esordirono dicendo: la situazione è molto più complicata, perché ci sono anche due milioni di ebrei in Russia, un milione e mezzo in Polonia e poi altri in Ungheria, in Romania, ecc. E cosa si decise? Che non si potevano accogliere tutti gli ebrei. Alcuni paesi ne accettarono una piccola quota. Ma tutti subito dissero che per loro era troppo…
Dalla conferenza di Evian abbiamo imparato che l’accoglienza dei profughi è la cosa più difficile per tutte le società. Invece Angela Merkel ha detto molto semplicemente: io vengo dalla Germania dell’Est e finché sarò cancelliera non ci sarà più il filo spinato alle frontiere tedesche. Questo è straordinario e io non posso che essere d’accordo. Poi è possibile che siano stati commessi degli errori, anch’io ho delle critiche da fare, ma in un momento come questo, con l’arrivo massiccio di rifugiati, partiti per esempio dal Medio Oriente perché nei campi gestiti dall’Unhcr avevano ridotto le razioni di cibo come conseguenza della riduzione dei nostri finanziamenti all’Unhcr…
Insomma, prima provochiamo l’arrivo dei profughi e poi diciamo che no, non è possibile accoglierli… Questo lo trovo inaccettabile.
Non voglio dilungarmi sulla questione, ma io sono stato per cinque anni assessore a Francoforte ed ero responsabile dei rifugiati e degli immigrati, in una città dove la percentuale degli immigrati superava il 30%. Quindi conosco il problema, le difficoltà, ma ho visto anche le straordinarie opportunità che si aprono. Ho lanciato la proposta di creare un’agenzia europea per i rifugiati, dotata di fondi adeguati. Ogni città e provincia europea che accoglie i rifugiati riceve un aiuto per i rifugiati e in più un contributo per il suo bilancio sociale; voi accogliete, noi vi aiutiamo. La ricerca di una soluzione europea porterebbe a un dibattito di tutt’altro genere.
Vedete quindi che la sovranità europea è assolutamente necessaria. La democrazia europea dipende dalla nostra capacità di costruire questa sovranità europea. E poi bisognerà riprendere l’idea della costituzione europea. Ci vuole un atto costituzionale che spieghi come questa sovranità deve e può funzionare democraticamente, in collegamento con le varie sovranità nazionali.
Io difendo l’idea degli Stati uniti d’Europa, di una repubblica europea federale, in cui gli stati continuino a funzionare, dove i compiti siano suddivisi e il cui funzionamento sia stabilito da una costituzione. So che è difficile, ma senza una costituzione europea alla fine del processo, ma anche prima, la nostra sovranità europea sarà sempre traballante o imperfetta sul piano democratico.
E per finire: mi si dice che gli europei sono così diversi tra di loro, è vero, ci sono grandi differenze, ma io ho una proposta: allarghiamo il progetto Erasmus agli apprendisti e ai giovani lavoratori. Se ogni anno un milione e mezzo di giovani europei avessero a disposizione delle borse per vivere, studiare e lavorare in un altro paese europeo… immaginate quante coppie miste potrebbero nascere. E i loro figli non sarebbero italiani, rumeni, olandesi o altro… sarebbero europei! Per questo motivo vi dico fate l’Erasmus e avrete l’Europa… e non la guerra! (DANIEL COHN-BENDIT)

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UE: MAGGIO 2019, IL VOTO MENO “EUROPEO” DI SEMPRE

di Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale),

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019
Le elezioni europee all’orizzonte potrebbero essere le più politicizzate e meno partecipate di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO (Pe) più frammentato di sempre.
Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. Il voto europeo di quest’anno sarà inoltre contraddistinto dalla nascita e dalla progressiva ascesa di un nutrito gruppo di partiti nazionalisti ed euroscettici in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori.
Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe nel 1979 votò il 63% degli elettori e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra.
La scarsa partecipazione alle europee testimonia di come esse siano ancora percepite da elettori e classe politica come elezioni “di secondo livello”. Più utili cioè a mandare un segnale agli alleati e agli avversari di casa propria, piuttosto che a indicare preferenze politiche per l’intero continente. Nel frattempo, nei singoli Stati membri i cicli politici restano ancora molto poco “sincronizzati”: quando un Paese va a destra, altri vanno a sinistra; quando uno diventa più euroscettico, l’euroscetticismo di un altro diminuisce.
Questo ha avuto storicamente due conseguenze sugli equilibri elettorali al Pe: la costante assenza di un chiaro gruppo politico vincitore e la tendenza a convergere al centro da parte di una “grande coalizione” tra conservatori, socialisti e liberali, moderatamente europeista, che prevale rispetto alle istanze estreme. E questo accade anche quando le diverse elezioni nazionali per il Pe portano a risultati molto netti (si pensi al 41% raccolto dal Partito democratico in Italia nel 2014).
Eppure le elezioni del 2019 mettono in luce le grandi tensioni accumulatesi nel corso degli ultimi anni. La “grande coalizione” centrista-europeista, composta dai conservatori del PARTITO POPOLARE EUROPEO (PPE), dal centrosinistra dei SOCIALISTI E DEMOCRATICI (S&D) e dai LIBERALI di ALDE, perde consensi da tre tornate elettorali. Dopo aver toccato nel 2004 il massimo storico di seggi (78%) oggi ne detiene il 63% e, secondo le proiezioni più recenti, a maggio potrebbe scendere al 54%.
L’attesa contrazione della maggioranza centrista potrebbe però non essere così grande. Innanzitutto perché LA RÉPUBLIQUE EN MARCHE (LREM), il partito del presidente francese Emmanuel Macron, a oggi corre da solo e varrebbe un altro 3% dei seggi a disposizione. In secondo luogo perché nei mesi successivi alle precedenti tornate elettorali i partiti della maggioranza centrista hanno sempre guadagnato un certo numero dei deputati che inizialmente venivano eletti come indipendenti. Nel 2014, per esempio, la grande coalizione elesse 444 deputati al voto di maggio, ma a questi si aggiunsero poi altri 38 “transfughi” a seguito di trattative postelettorali.
Se la grande coalizione piange, le opposizioni non ridono. Il Pe ospita due grandi “famiglie” di gruppi di opposizione. Da una parte ci sono partiti prevalentemente di sinistra, ovvero la SINISTRA EUROPEA di GUE/NGL e i VERDI. Dall’altra si collocano i partiti euroscettici e prevalentemente di DESTRA, ovvero ECR (EUROSCETTICI MODERATI, fino a BREXIT includono anche i CONSERVATORI BRITANNICI), la destra profonda di ENF (che comprende il Raggruppamento nazionale di MARINE LE PEN e la LEGA) e un gruppo più eterogeneo di euroscettici forti, EFDD (in cui i 14 deputati del MOVIMENTO 5 STELLE dominano su altri piccoli partiti).
Malgrado l’attesa perdita di consensi da parte dei partiti moderati tradizionali, nessuno dei due blocchi alternativi sembrerebbe capace di crescere a sufficienza. Le sinistre lottano per conservare il 14% dei seggi guadagnato nel 2014. Le destre, che hanno fatto il loro exploit nel 2009 – quando avevano quasi raddoppiato la loro forza relativa, passando dal 12% al 21% dei seggi – sembrano oggi destinate a migliorare solo marginalmente il risultato ottenuto cinque anni fa (al 24%). Mentre le destre di ENF potrebbero quasi raddoppiare i loro seggi, passando dal 5% del 2014 al 9% di quest’anno, i conservatori euroscettici perderanno i TORIES britannici per via di Brexit, rischiando così di scendere dal 9% al 7% dei seggi.
Una cosa comunque sembra piuttosto certa: il prossimo Pe raggiungerà livelli di frammentazione partitica tra i più alti mai registrati in Europa occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per misurare la frammentazione partitica si può utilizzare un indice chiamato “NUMERO EFFETTIVO DI PARTITI”: più è alto, più il Parlamento ospita molti partiti di dimensioni medio-grandi, il che complica la formazione di maggioranze politiche stabili. Per il PE l’indice, che nel 2004 si attestava intorno ai 4 “partiti effettivi”, dopo maggio potrebbe schizzare a 7,5. Per confronto il Parlamento olandese, attualmente il più frammentato in Europa, ha un numero effettivo di partiti vicino a 8.
A complicare ulteriormente le cose, alcuni partiti nazionali non appartengono al gruppo politico europeo che ci si potrebbe attendere. È il caso per esempio del PARTITO FIDESZ del premier ungherese VIKTÒR ORBÁN, notoriamente poco vicino a posizioni moderate e tuttavia ospitato dal “centrista” PPE in un rapporto di mutua convenienza. In questo caso vale il discorso inverso rispetto al partito di Macron: Fidesz potrebbe raccogliere 14 seggi, equivalenti al 2% del totale, e in uno scenario di perdita di consensi della maggioranza tradizionale il suo ruolo potrebbe diventare ancora più importante. Un secondo elemento, altrettanto cruciale, è che dopo l’esito del voto alcuni partiti tendono a spostarsi da un gruppo all’altro, o a fondarne di nuovi.
Riassumendo e guardando al futuro: la grande coalizione centrista dovrebbe perdere consensi ma sopravvivere. Le opposizioni saranno divise e “in flusso”.
Tutto cambia perché nulla cambi? Probabilmente no: L’ELEVATA FRAMMENTAZIONE RENDERÀ SEMPRE PIÙ DIFFICILE PRENDERE DECISIONI CONDIVISE. E alle opposizioni antieuropee potrebbe bastare lo stallo del Pe, anche se provocato da loro, per dimostrare come l’Europa dei burocrati sia sempre più incapace di riformarsi per il bene dei cittadini. È dunque prevedibile che lo scaricabarile delle colpe nazionali verso Bruxelles prosegua, ma con una frequenza e una intensità persino superiori a quelle odierne.
In questo perenne tiro alla fune, tuttavia, anche i partiti euroscettici hanno interesse che la corda non si spezzi. Senza l’Unione Europea, perderebbero il capro espiatorio perfetto. Ma più crescono le tensioni, più è possibile che qualcuno tiri troppo e che il giocattolo si rompa. Mentre in Europa tutti continuano a guardare ai Governi nazionali, e dunque al Consiglio europeo, chissà che dopo maggio non sia proprio l’emiciclo più ignorato dai media a diventare il luogo in cui prenderà realmente corpo lo scontro che potrebbe decidere le sorti dell’Unione Europea del futuro. (Matteo Villa)
(Questo articolo è stato realizzato nell’ambito dell’Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana.)

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I NUMERI DI ERASMO

   L’idea di un programma che permettesse di compiere una parte dei propri studi all’estero e vederseli riconosciuti al rientro in patria si deve anche all’italiana Sofia Corradi, soprannominata “mamma Erasmus”, a concepire. Recatasi negli Stati Uniti per completare i suoi studi di giurisprudenza, vi conseguì un master che non riuscì a far riconoscere dall’università d’origine poiché questa esigeva che terminasse il regolare corso di studi italiano. Dall’esperienza individuale di una studentessa al varo di un programma di mobilità studentesca europeo trascorse un trentennio di sforzi e tentativi, coronato nel 1987 dalla prima edizione di Erasmus.
Tra il 1987 e il 2017, il programma Erasmus (nome che, oltre a onorare l’umanista olandese, è l’acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) ha coinvolto 4.400.000 studenti. La dinamica da esso innescata ha portato, nel 1999, all’avvio del Processo di Bologna, volto ad armonizzare l’ordinamento degli studi superiori in Europa, e si è allargata alla formazione e all’esperienza professionale, al volontariato, allo sport, agli scambi di giovani e di personale docente e non docente, fino ad includere, sotto la sigla di Erasmus Mundus, una quota significativa (centomila) di beneficiari extraeuropei.
Il totale dei partecipanti alle varie iniziative di mobilità di quello che nel 2014 è stato ribattezzato programma Erasmus+ ammonta a nove milioni di persone in un trentennio. Nel 2012-13, uno studente dell’Unione europea su venti (il 4,88%) ha usufruito di Erasmus+, e l’obiettivo per il periodo 2014-2020 è di riuscire a coinvolgere il 3,7% dei giovani dell’Unione. I fondi stanziati a tal fine per lo stesso periodo ammontano a 14,6 miliardi di euro. Rispetto al genere, il dato si attesta stabilmente su un 61% di studentesse rispetto a un 39% di studenti. Nel 2017-18, con 37.601 studenti l’Italia è al quarto posto come paese d’origine dopo Francia, Germania e Spagna, e al quinto -preceduta anche dal Regno Unito- come paese di destinazione, con 26.294.
Dall’esame delle statistiche, inoltre, emergono dati che sarebbe interessante interpretare. La Spagna è stabilmente e nettamente al primo posto come paese di destinazione, mentre Italia e Francia presentano il più marcato divario a proprio svantaggio fra studenti in uscita e in entrata, con il Regno Unito nella situazione opposta. Comunque sia, aumenta, negli atenei e non solo, la presenza di persone formate in una dimensione quantomeno binazionale. La speranza è che questo fattore riesca a incidere sul profilo delle classi dirigenti europee di domani, e più largamente sulla natura della cittadinanza europea, sia vissuta che percepita.
Nel 2018, il Parlamento europeo ha approvato l’espansione del “Corpo europeo di solidarietà”, una forma di servizio civile europeo che permetterà di fare un anno di volontariato o di apprendistato in un paese dell’Ue. Il progetto è iniziato un anno fa in fase sperimentale, ma nelle intenzioni del Parlamento dovrà interessare centomila giovani nei prossimi due anni andando a sostituire il Servizio volontario europeo, un programma di minore portata gestito unicamente dalla Commissione.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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INTERVISTA A ROMANO: CON LA SOLIDARIETÀ PIÙ FIDUCIA NELL’EUROPA

Flavia Franzoni intervista Romano Prodi per Vdossier del 22 marzo 2019
da http://www.romanoprodi.it/
Il presidente e la via maestra. L’Europa punti sul volontariato per una “casa comune” più solida
– La moglie Flavia intervista il Presidente: grazie alla solidarietà più coesione e fiducia nella “casa comune” –
Colloquio in famiglia: l’ex presidente della Commissione europea dialoga con la moglie Flavia su solidarietà, Ue, giustizia sociale e futuro delle nostre comunità –
Chi vuole proteggere e rinnovare l’idea stessa di Europa, vuole di nuovo UNA EUROPA “SOCIALE” E SOLIDALE. E non soltanto perché proprio in questi anni l’Unione europea non è stata capace di affrontare le tragedie dell’immigrazione, ma anche perché non sempre pone al centro dell’attenzione quella che è stata una delle grandi conquiste della cultura e della politica dei Paesi europei nel secolo scorso, cioè il WELFARE STATE. E perché fatica a portare avanti quel lavoro comune tra Paesi che non solo consente all’Europa di difendersi dai DUE COLOSSI CHE DOMINANO IL MONDO, CINA e STATI UNITI, ma che attiva una politica di vera coesione al suo interno. Chi vuole UNA EUROPA CHE SIA FEDELE ALLE SUE RADICI e insieme rinnovata parla di SOLIDARIETÀ, di maggior UGUAGLIANZA TRA I SUOI CITTADINI, di DIALOGO, di COESIONE SOCIALE, di SERVIZIO ALLA COMUNITÀ, di BENE COMUNE, di PARTECIPAZIONE, di PACE. Sono anche le parole del VOLONTARIATO. Sono le leve che spingono migliaia di cittadini europei a impegnarsi quotidianamente in attività di volontariato.
Ci si può chiedere allora: questo “esercito del bene” potrebbe farsi ambasciatore e garante del rispetto di questi valori in Europa? Potrebbe rappresentare un punto di convergenza e di contrasto alle spinte disgreganti che oggi minacciano l’Europa?
Il volontariato potrebbe aiutare l’Europa su più fronti. È l’azione stessa del volontariato a diffondere una cultura della solidarietà che certamente ha costituito una delle difese al prevalere del così detto “pensiero unico”. Un pensiero che, a partire dagli degli anni ’80, si è imposto al mondo attraverso le azioni di Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Tale ideologia ha orientato le politiche economiche e sociali di tanti Paesi, ricchi e poveri. Essa riconosce il primato del mercato e il rifiuto del ruolo dello Stato non solo come gestore diretto ma anche come regolatore almeno di parti del sistema socioeconomico. Una deriva liberista che non consente di perseguire i grandi obiettivi della società moderna come la tutela dell’ambiente e la lotta alla povertà e alle diseguaglianze che richiedono politiche pubbliche. Può sembrare un paradosso, ma proprio il volontariato, che è il simbolo dell’adesione libera e indipendente a progetti di solidarietà, è di aiuto a queste politiche pubbliche, perché i tanti gruppi di volontari impegnati quotidianamente in azioni concrete sui territori sono il fertilizzante più diffuso delle idee di solidarietà e di convivenza che consentono l’adesione dei cittadini all’idea di una società più giusta. Il volontariato rappresenta una sollecitazione autentica per l’Europa e per le istituzioni europee a ritrovare lo spirito degli obiettivi originari dell’Unione stessa: democrazia, solidarietà, pace.
Come avvicinare le giovani generazioni all’Europa e contrastare sfiducia e disaffezione?
Ai giovani io tento di far capire cosa è stato e cosa dovrà tornare ad essere il grande sogno europeo. Riguardo al passato bisogna continuare a spiegare che l’Europa non nasce dai banchieri. I padri dell’Europa Alcide DE GASPERI, Robert SCHUMAN, Konrad ADENAUER non erano economisti e neppure particolarmente esperti di economia. Volevano l’Europa unita per chiudere con il passato, (http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/quei-cattolici-che-fecero-laica-leuropa_1397.html) con le tragedie della seconda da guerra mondiale e costruirono i presupposti per una nuova pagina della storia. Volevano la pace. L’obiettivo è stato raggiunto. l’Europa ha garantito la pace entro i suoi confini per oltre settanta anni, mentre appena fuori da questi confini, nei Balcani, sono continuati i massacri. Non si è mai verificato nella storia un periodo così lungo di pace tra i paesi dell’Europa. Tre generazioni di pace. Tanto che quando parlo ai giovani della pace a volte mi guardano come se fossi un dinosauro, come se oggi la pace fosse un diritto garantito per sempre. È difficile spiegare loro che la guerra e gli scontri possono tornare. E con l’allargamento dell’Ue verso Est si sono inglobati in questo spazio di pace e di sviluppo economico altri 80 milioni di persone. Ma ai giovani tento di parlare anche di futuro. Se vogliamo che l’Europa continui ad avere un ruolo nel mondo anche in campi molto cari ai giovani come la scienza e la tecnologia i vari Paesi devono lavorare insieme, avere programmi e finanziamenti comuni. Insomma anche l’innovazione e la nuova occupazione dipendono dal funzionamento della Comunità europea.
E il mondo?
Nessun Paese, da solo, nemmeno la forte Germania, può affrontare le sfide della globalizzazione (http://www.romanoprodi.it/interviste/primavera-europa-serve-un-nuovo-risorgimento-uneuropapernoi_15712.html), del confronto commerciale, economico e tecnologico, ma anche politico e sociale con le grandi potenze, Usa e Cina. È lo sguardo attento alla storia che ancora una volta ce lo insegna: nel Rinascimento i piccoli stati italiani primeggiavano in tutti i campi, dalla scienza alle tecnica, dalla pittura all’arte militare e perfino nei sistemi di contabilità. È loro l’invenzione anche della “partita doppia”! Ma all’arrivo della prima globalizzazione, ossia la scoperta dell’America, quegli stati così divisi non riuscirono a rapportarsi con il mondo, a competere con le nazioni europee che erano in grado di costruire le grandi caravelle, le sole adeguate alla navigazione in acque oceaniche. L’ITALIA È DA ALLORA SCOMPARSA DALLA CARTA GEOGRAFICA PER QUATTROCENTO ANNI. È IL RISCHIO CHE OGGI CORRONO I PAESI EUROPEI. LE NUOVE CARAVELLE SONO LE GRANDI RETI (GOOGLE, AMAZON, ALIBABA, eccetera) TUTTE AMERICANE E CINESI, NESSUNA EUROPEA. E non è solo una sfida economica, ma politica e culturale insieme. Se vogliamo difendere le conquiste più importanti dei paesi europei come lo stato sociale e la democrazia è l’Europa nel suo complesso che deve avere un ruolo nel mondo. Non dimentichiamo che lo stato sociale, il “welfare” come si dice oggi, cioè il riconoscimento dei diritti sociali dei cittadini alla salute, all’istruzione, ad un minimo di benessere… è una prerogativa dei Paesi europei. Difendere la cultura europea significa difendere tutto questo. E questo è un fronte su cui sempre il volontariato è stato impegnato. Oggi “IL MONDO HA BISOGNO DI EUROPA”, bisogna fare scattare negli europei il senso che insieme possiamo contare ancora. Riusciremo a portare avanti questi valori solo se avremo un’unità politica. Anche se è un cammino difficile, è un cammino possibile.
L’Europa potrebbe investire sul volontariato, la partecipazione civica, la cura della comunità per restituire ai cittadini la speranza e la voglia di essere parte attiva del percorso di integrazione europea?
L’Europa è regolata dal PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ VERTICALE e le competenze riguardo alle politiche sociali sono dei diversi Paesi e delle amministrazioni locali. Ma chiunque abbia partecipato ai progetti europei finanziati dal FONDO SOCIALE EUROPEO (soprattutto rivolto a promuovere occupazione e inclusione sociale), dal FONDO DI COESIONE (intesa come convergenza economica delle regioni meno sviluppate) e dal FONDO EUROPEO PER LO SVILUPPO REGIONALE E URBANO (che pone l’attenzione anche sulla vita delle città) vi ha ritrovato proposti obiettivi su cui da tempo TERZO SETTORE, VOLONTARIATO E PARTECIPAZIONE CIVICA SONO IMPEGNATI. Si pensi ad esempio al superamento del disagio e dell’abbandono scolastico, o all’obiettivo della inclusione lavorativa anche dei più fragili che sono elementi fondanti dell’inclusione sociale. Sui territori europei, così come all’interno di alcuni progetti della Comunità europea, volontariato e non profit sono protagonisti. Il volontariato nelle sue varie espressioni così come in generale il NON PROFIT (che nei vari Paesi assume diverse forme giuridiche) entrano nella costruzione delle nostre comunità. Ed è il volontariato che origina un non profit capace di mantenere la sua autenticità.
Le politiche europee degli ultimi anni, soprattutto nel far fronte alla crisi economica sembrano aver dimenticato la dimensione sociale dell’Europa. La politica economica restrittiva finalizzata al controllo dei debiti pubblici dei Paesi non ha raggiunto gli obiettivi che si poneva e ha sacrificato in molti casi la crescita economica, e in particolare gli investimenti in strutture sociali. I tagli alla spesa sociale rischiano poi di chiamare in causa risorse aggiuntive come il volontariato in funzioni di supplenza. E non è questa la sua missione. Cosa ci dice dell’Europa solidale il Report “Boosting Investment in Social Infrastructure in Europe“? È un progetto intorno al quale il volontariato (strutturato in associazioni, ma anche nelle sue espressioni più spontanee di cittadinanza attiva), i cittadini possano mobilitare risorse aggiuntive, nel rispetto del principio di sussidiarietà?
Ho presieduto la Commissione che ha redatto questo Rapporto. In essa erano presenti le Casse depositi e prestiti e grandi banche pubbliche dei diversi Paesi europei. Il rapporto definisce le modalità di finanziamento di grandi progetti che si occupano di tre importanti settori: case popolari, edilizia scolastica e strutture attrezzate per servizi sanitari (http://www.romanoprodi.it/interviste/rinforzare-le-infrastrutture-sociali-per-riportare-leuropa-sulla-strada-giusta_14724.html ). Si aiutano i necessari investimenti in settori riguardo ai quali le competenze sul funzionamento sono dei paesi membri, delle regioni e degli enti locali. Saranno questi che dovranno scegliere i progetti. Ma questi investimenti vogliono essere volano di tanto altro. Toccano ambiti in cui il volontariato e il Terzo settore sono ben presenti e possono diventare risorse aggiuntive per il raggiungimento dei fini ultimi dei progetti: più scuola, più salute e più casa. Abbiamo consegnato e illustrato il rapporto alla Commissione europea in questi ultimi mesi, sarà la prossima commissione che dovrà dargli gambe. Ecco perché sono importanti i risultati delle elezioni europee. Io spero che possano dare almeno un segnale di speranza.
Il volontariato agisce molte volte nel piccolo delle comunità locali (anche quando lavora in Africa!) ma guarda il mondo e spera di dare un contributo al suo miglioramento. Il volontariato si sta interrogando: i suoi valori e la sua azione possono essere possibili collanti nel processo di integrazione europea. Come può essere valorizzato il suo contributo valoriale, ma anche estremamente concreto, la sua capacità di essere scuola di cittadinanza e motore di fiducia nella costruzione della comune casa europea? Se dovessimo lanciare un appello al volontariato per sollecitarlo a rendersi protagonista nel processo di integrazione europea, che invito sarebbe?
Dobbiamo ancora ricordare che il volontariato nasce e cresce su base locale, vicino al prossimo. Questo aspetto che si riassume nel nome un po’ antico e solenne di “sussidiarietà” deve essere rispettato. L’Unione europea, soprattutto dopo la crisi economica che ha tolto tante risorse alle comunità locali, ha il dovere però di fornire i mezzi e le competenze tecniche perché le interazioni a cui ho fatto cenno possano realizzarsi nel migliore dei modi. Ed è un compito rispetto a cui il rapporto descritto in precedenza assume piena responsabilità. Avrei anche un ulteriore desiderio, che l’Unione europea mettesse insieme competenze e mezzi per offrire le varie esperienze del volontariato al servizio di comunità meno favorite, a cominciare dai Paesi africani riguardo ai quali le meravigliose strutture di volontariato già operanti si trovano di fronte ad un compito superiore alle loro attuali potenzialità. Anche in questo caso c’è bisogno dell’Unione europea (http://www.romanoprodi.it/interviste/litalia-si-sta-risvegliando-i-sovranisti-non-vinceranno-uneuropapernoi_15738.html) e l’Unione europea ha bisogno del volontariato.

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IL BILANCIO DELL’UNIONE

   Il bilancio dell’Unione europea per il 2019 è pari a 165,8 miliardi di euro. Per avere un’idea di quale grandezza economica rappresenti, lo si può mettere a confronto con il Pil (prodotto interno lordo) dell’Unione europea a 28 nel 2018, stimato in 16.600 miliardi di euro. Si nota a prima vista che il bilancio dell’Ue “pesa” sull’economia dei paesi che la compongono per un po’ meno dell’1%, all’incirca quanto il Pil dell’Ungheria. Si consideri che mediamente i bilanci nazionali degli stati membri incidono per il 46% sulle rispettive economie.
Ma la principale differenza è di ordine qualitativo: mentre i bilanci nazionali sostengono principalmente i servizi pubblici e la spesa sociale, il bilancio europeo è destinato in primo luogo a investimenti. Se nel 1985 la spesa agricola assorbiva il 70% del bilancio della Cee di allora, tale percentuale è gradatamente scesa sotto il 40%, incorporando di pari passo gli investimenti a favore della sostenibilità ambientale.
Tolto un 6% di spese amministrative, gli obiettivi perseguiti dai fondi europei si raggruppano in alcuni grandi capitoli: la coesione regionale e sociale; l’attuazione del mercato unico (con misure a favore della competitività, delle Pmi, delle reti transeuropee per l’energia e il trasporto, ecc.); la migrazione e la gestione delle frontiere; la sicurezza e la difesa; la cooperazione internazionale, l’assistenza umanitaria e la Pesc (Politica estera e di sicurezza comune). In molti casi questi capitoli, gestiti attraverso piani pluriennali, delegano l’autorità di spesa agli Stati membri, conformemente al principio di sussidiarietà.
La discussione su “quanto diamo e quanto riceviamo” dall’Unione europea va collocata su questo sfondo: nel 2017 (ultimo dato disponibile) l’Italia risulta contributrice netta del bilancio unionale per circa 2,2 miliardi di euro, avendo versato poco più di 12 miliardi e avendone ricevuti 9,8; la questione non si pone però in termini di meccanico pareggio fra dare e avere, bensì di adeguato utilizzo delle risorse assegnate per conseguire obiettivi (di crescita, di coesione, di modernizzazione) che sono nell’interesse nazionale tanto quanto nell’interesse dell’Unione. La capacità di “assorbire” i fondi, cioè di spenderli efficacemente, ne moltiplica l’effetto. Gli stati membri, inoltre, possono beneficiare di un ritorno da investimenti effettuati altrove (elemento, questo, intrinseco alla politica dei trasporti e a quella dell’energia, per esempio). La Germania versa al bilancio Ue, in media, il doppio di quanto ne riceve, ma non certo perché animata da autolesionismo. Nel caso dell’Italia il problema sta dunque nella scarsa capacità di utilizzare i fondi unionali messi a sua disposizione. Pur essendo il secondo paese beneficiario, infatti, essa figura regolarmente agli ultimi posti nella capacità di spesa.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE

Bisogno d’Europa
Il sogno dei nostri padri fondatori di un’Europa libera e unita, garanzia dei diritti umani e di cittadinanza, ha sconfitto i totalitarismi e ha permesso un lungo periodo di pace. La costruzione europea rappresenta un’inedita esperienza di integrazione economica e sociale nel suo spazio di libera circolazione di cinquecento milioni di persone. La convivenza in Europa è esempio unico di incontro di popoli nel rispetto della diversità delle loro culture, tradizioni e identità nazionali. Dobbiamo essere più europei per essere più radicati nel nostro territorio, ed essere più radicati nel proprio territorio per essere più europei.
E’ grazie alla sovranità europea che riusciremo a difendere le nostre sovranità nazionali. Il rilancio della proposta europea deve basarsi sulla politica come esperienza di relazione e di governo dei beni comuni. Le sfide che abbiamo di fronte, la globalizzazione, i cambiamenti climatici, la sicurezza comune, impongono un rinnovato impegno nel coordinamento e nell’integrazione tra paesi membri. Un Parlamento europeo con più poteri e una Costituzione europea sono fondamentali per quel processo di coesione che porterà agli Stati Uniti d’Europa.
Europa sorella alla natura
Il vecchio continente contribuisce all’eccesso dei consumi mondiali di natura. Consumiamo più velocemente della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi. Questa voracità umana è diventata insostenibile.
Per contribuire a contrastare il cambiamento climatico dobbiamo costruire un’Europa che abbandoni le fonti fossili a favore delle energie rinnovabili. Attraverso l’azione comune europea possiamo avere la forza per “raddrizzare lo sviluppo impazzito verso una civiltà ospitale, sostenibile” (Langer, 1994). Abbiamo bisogno di un grande piano europeo di manutenzione e di cura dell’esistente, di estensione delle aree protette, di rispetto per le biodiversità.
Dobbiamo impegnarci a fondo per accelerare la messa in opera degli obiettivi della Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite e delle direttive dell’Ue in campo ambientale, per un futuro con meno
plastica e più materia organica, meno “usa e getta”, più rigenerazione e riuso.
Europa amica al resto del mondo
L’Europa deve parlare al mondo con una sola voce. L’Europa deve diventare una potenza di pace, con una politica di difesa capace di definire nuovi strumenti di sicurezza, prevenzione, mediazione e risoluzione dei conflitti. E’ necessario arrivare alla creazione di un unico esercito europeo così come di un corpo civile di pace che sappiano agire in un quadro multilaterale e in dialogo con l’Onu. L’Unione europea deve assumere un ruolo di primo piano in tema di disarmo e di non proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Per l’Europa è inoltre prioritaria una nuova alleanza con l’Africa, un percorso di incontro e confronto che superi i legami di dipendenza postcoloniali in favore di un rapporto più paritario e di una nuova politica di cooperazione. Va definita una politica europea in materia di asilo e migrazione lungimirante e globale, fondata sulla solidarietà e sulla legalità, capace di offrire canali sicuri a chi fugge, ma anche meccanismi di ingresso per lavoro, per esempio istituendo permessi temporanei per la ricerca di occupazione.
Europa casa comune
Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 dell’Onu devono diventare programma di governo dell’Unione, che dovrà promuovere una transizione ecologica verso un modello economico socialmente sostenibile e desiderabile: serve un’Europa capace di stimolare lo sviluppo, ma anche di mettere in campo azioni di solidarietà e di sostegno sociale su base europea; un’Europa che sappia valorizzare e tutelare chi produce, commercia e utilizza i prodotti all’interno di una filiera sana e tracciabile, con particolari garanzie per le economie di vicinato. Solo un’Europa unita e sovrana, dotata di una propria politica monetaria e fiscale, potrà arginare gli effetti deleteri della globalizzazione attraverso la regolazione dei mercati, con politiche di riduzione delle disuguaglianze e di tutela del lavoro e dell’occupazione. Il rafforzamento dell’unione politica e la disponibilità di un bilancio proprio dell’Ue sono fattori essenziali per avanzare in questa prospettiva di un’Unione capace di proteggere i suoi cittadini.
L’Europa sarà sociale o non sarà
L’Europa, forte della sua tradizione di welfare universalistico, deve rimettere al centro la questione sociale, condizione irrinunciabile per uno sviluppo economico giusto e sostenibile. Il progetto di integrazione va rilanciato attorno a un quadro sociale “minimo” che garantisca a tutti i cittadini dell’Unione un reddito minimo, un salario minimo e un sistema comune di gestione della disoccupazione. Già nel Manifesto di Ventotene, nel descrivere la futura Europa solidale i padri fondatori avevano previsto uno “ius existentiae”, un reddito di esistenza che avrebbe emancipato i cittadini europei dalla miseria e dallo sfruttamento. Le istituzioni europee e gli stati membri devono far proprie le raccomandazioni del Pilastro europeo dei diritti sociali (2017) che prevede: uguaglianza di opportunità e accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; protezione sociale e inclusione, con particolare attenzione all’impatto delle nuove tecnologie sulle condizioni di lavoro e sull’occupazione.
Europa delle città e delle campagne
Le città sono il cuore della liberazione dall’uso privato di beni e servizi per una condivisione pubblica e comunitaria. Le città, oggi protagoniste nella sfida dell’accoglienza e del rispetto della diversità, possono condurre una battaglia cruciale contro la disuguaglianza e per un municipalismo democratico e vicino ai cittadini. Le città sono luogo di resilienza ai cambiamenti climatici, attraverso piani di adattamento, risparmio energetico, rigenerazione degli edifici, foreste urbane, una forte e strutturata offerta di trasporti pubblici e utilizzo di mezzi a emissioni zero.
L’Europa deve al contempo promuovere il ripopolamento di campagne, colline e montagne, sostenendo tutte quelle esperienze che stanno contribuendo al mantenimento in vita di comunità e territori a rischio di abbandono.
Educare alla cittadinanza europea
Il concetto di cittadinanza europea si sostanzia in una pluralità di appartenenze. Essere cittadini d’Europa non significa rinunciare alle peculiarità nazionali e regionali. Pluralismo, tolleranza, giustizia, solidarietà e non discriminazione sono valori e patrimonio comune degli Stati membri, come sancito dal Trattato di Lisbona. Un servizio civile europeo per giovani e adulti, nei campi della cultura, dell’assistenza, dell’accoglienza, del volontariato ambientale, può essere un volano di nuova cittadinanza.
Il progetto Erasmus esteso agli apprendisti e ai giovani lavoratori, con borse per vivere, studiare e lavorare in un altro paese europeo, favorirà ulteriormente l’integrazione dei cittadini europei. La costruzione di una dimensione europea dell’educazione, che ha tra i suoi pilastri la formazione permanente (long-life learning), è un processo dinamico alla cui base ci sono la coscienza e il rispetto del pluralismo e delle diversità.
Europa dei diritti e dei doveri
Se un diritto viene tolto anche a uno solo, viene tolto a tutti. I diritti fondamentali contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea devono trovare piena cittadinanza in Europa.
L’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. La tutela delle minoranze culturali, religiose e linguistiche è antidoto ai fenomeni separatisti e alle tensioni oggi presenti in alcuni stati europei.
L’Unione contribuisce allo sviluppo di questi valori comuni e assicura la libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali nonché la libertà di stabilimento. Il godimento di questi diritti fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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IL SOFT POWER DELL’EUROPA

I limiti di una politica estera e di sicurezza le cui competenze restano nelle mani degli stati nazionali, ma anche la forza di attrazione di quello che resta il più grande progetto di pace della storia dell’umanità. –
INTERVISTA A PAOLO BERGAMASCHI.
Paolo Bergamaschi, consigliere presso la commissione Esteri del Parlamento europeo, è uno dei principali promotori del progetto di un Corpo civile di pace europeo. Ha pubblicato. tra gli altri, L’Europa oltre il muro, Infinito 2013; Terre d’Oriente, Infinito 2017.
Si può parlare di una “politica estera europea”?
I trattati prevedono una Politica estera e di sicurezza comune (Pesc), definita già ai tempi del trattato di Maastricht, quindi all’inizio degli anni Novanta. All’epoca la Commissione politica -allora si chiamava così- del Parlamento europeo venne trasformata in Commissione di Politica Estera e di Sicurezza comune. Sono poi seguiti i trattati di Amsterdam e Nizza fino a quello di Lisbona, che nel tempo hanno meglio definito quest’ambito. Sulla base dell’articolo 21 del Trattato sull’Unione europea, le linee direttrici della Pesc sono di promuovere e difendere ovunque i valori su cui è fondata l’Ue, cioè democrazia, diritti umani, stato di diritto. La domanda che tutti ci poniamo è quanto sia efficace questa politica estera e di sicurezza comune. Anche perché non possiamo dimenticare che questa è una delle poche competenze rimaste nelle mani del Consiglio, quindi ad assoluta sovranità degli stati nazionali: il Parlamento europeo di fatto non ha alcuna voce in capitolo. Per quanto infatti esista un alto rappresentante, che dovrebbe appunto rendere visibile la politica europea, i meccanismi decisionali sono prerogativa degli stati membri, che, non vigendo il sistema di maggioranza qualificata, hanno diritto di veto. Basta un paese che dica “no” e finisce tutto lì. Questa è una delle riforme che si vorrebbe fare nell’Ue. Si pensi solo all’allargamento ai paesi dei Balcani, in particolare alla Serbia e quindi ai rapporti tra Serbia e Russia: nessuno vuole portarsi dentro il cavallo di troia di Putin. Ecco, nel 2025 è prevista l’entrata della Serbia e se i meccanismi decisionali rimangono quelli attuali, basterà che Vucic (che secondo me sarà ancora presidente) ponga il veto alle sanzioni contro la Russia e si bloccherà tutto. Allo stato attuale, la stessa Malta (350 mila abitanti) potrebbe bloccare l’intera Unione in materia di politica estera, il che è un paradosso.
Quali sono le “armi” dell’Ue in politica estera?
A differenza di Stati Uniti e Russia, l’Unione europea può avvalersi solo di un soft power, un potere morbido, un potere di convincimento. Non esiste hard power, non c’è un potere duro. Gli Stati Uniti, quando fanno politica estera, hanno lo “stick and carrot”, il bastone e la carota. Ecco, gli europei hanno solo la carota.   D’altra parte, nonostante la proposta avanzata da Macron, non esiste un esercito unico europeo. C’è sempre più integrazione tra i paesi membri rispetto alla difesa, però siamo ancora in una fase embrionale. Ovviamente non avrebbe senso duplicare la Nato. Oggi si tratta forse piuttosto di controbilanciarla. Le posizioni di Trump stanno spingendo anche i più recalcitranti, come i tedeschi, a pensare che serva qualche forma di difesa europea. Per concludere, a differenza dell’hard power americano, la Pesc è quindi fondata sul soft power, che ha tre assi portanti, tre linee direttrici: integrazione, inclusione e condivisione. D’altra parte, il vero successo dell’Ue è il mercato unico che rappresenta il 20-22% del prodotto mondiale lordo. Il livello di integrazione, per quanto incompleto, è ormai avanzato. Parliamo di oltre cinquecento milioni di persone, l’8% della popolazione mondiale. Per questo tutti i paesi vogliono avere accesso al mercato comune europeo, perché i consumatori europei sono ricchi e determinano le scelte a livello mondiale. Va poi ricordato che nel commercio, l’Ue ha personalità giuridica a livello internazionale, cioè la Commissione negozia per tutti i paesi e sigla gli accordi.
Dicevi che le assi portanti della politica estera europea sono integrazione, inclusione e condivisione.
Puoi spiegare?
Esistono diversi modelli di relazione con l’Unione europea. Una possibilità è quella dell’area economica europea, di cui sono membri, tra gli altri, la Norvegia e l’Islanda, che di fatto sono integrate nel mercato unico; lì sono in vigore le quattro “libertà” del mercato interno (la libera circolazione dei beni, delle persone, dei servizi e dei capitali). Esiste l’unione doganale, che è il tipo di relazioni che intratteniamo con la Turchia. Ci sono poi altre forme intermedie, come la libera circolazione di merci e parzialmente dei servizi, che è la formula che qualcuno proponeva per la Gran Bretagna. Oppure il “modello Ucraina”: dopo aver firmato l’accordo di associazione con l’Ue, per Ucraina, Georgia e Moldavia è cominciato cominciato un periodo di transizione al termine del quale saranno integrate nel mercato unico europeo. Un altro modello è quello del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), un accordo di liberalizzazione commerciale di alcuni beni e servizi con il Canada, che integra aspetti di tutela dell’ambiente e di rispetto dei diritti dei lavoratori. Ovviamente il massimo è la condivisione delle istituzioni, a quel punto c’è l’inclusione totale: entri nell’Unione e diventi paese membro.
A che punto è la politica di allargamento?
Per quanto la situazione di Ungheria e Polonia abbia portato molti, in questi ultimi anni, a criticare l’allargamento, io resto convinto che invece abbia funzionato. Lo dico da eco-pacifista: in termini di pacificazione dei conflitti, abbiamo visto all’opera il “potere di trasformazione” dell’Ue. I paesi che vogliono entrare a far parte dell’Unione devono far proprio il cosiddetto acquis comunitario, che è l’insieme dei diritti, degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli stati membri dell’Unione europea. All’indomani del crollo dei regimi comunisti, nell’area sovietica abbiamo visto scoppiare tanti conflitti. Invece nei paesi ex-comunisti dell’Europa centro-orientale abbiamo assistito a una transizione abbastanza tranquilla, che nel 2004 ha portato all’allargamento e all’affermazione del mercato unico. Restano indubbiamente problemi in termini di libertà fondamentali, però il fatto stesso che se ne discuta, e si tentino di avviare eventuali procedure di infrazione, significa che esistono degli anticorpi. In fondo anche i diversi gradi d’integrazione previsti fanno parte della politica estera europea. Certo, se uno si aspetta che l’Ue mandi le navi da guerra o i caccia nel mare d’Azov per risolvere la crisi, beh, questo non succederà mai. Come ho già detto, l’Ue non ha il bastone, ma in termini di carota, secondo me, fino ad ora ha giocato bene le sue carte. Purtroppo, per alcuni paesi l’Ue in questi ultimi anni pare aver perso la sua attrattività. Mi riferisco in particolare alla Turchia, che nel 1999 ha ricevuto lo status di paese candidato. Anche se non c’è il congelamento ufficiale del processo di adesione, di fatto ora è tutto sospeso: né i turchi né gli europei sembrano interessati a mettersi intorno a un tavolo.
Quali sono attualmente i paesi candidati?
Nel 2003 il Consiglio ha attribuito ai pae-si dei Balcani occidentali la cosiddetta prospettiva europea, cioè tutti sono destinati a entrare nell’Ue. Nel 2004 sono entrati i paesi dell’Europa centro orientale, ma già allora si disse: “Non ci siamo dimenticati dei Balcani. E’ ancora troppo presto (per via della guerra in Bosnia e in Kosovo), ma entrerete.” Bisogna sapere che per ottenere lo status di “paese candidato” serve una delibera all’unanimità del Consiglio europeo. La Croazia, avendola ottenuta, nel 2013 è potuta entrare a far parte dell’Unione europea. La Macedonia costituisce un caso emblematico delle difficoltà legate a un processo decisionale che prevede l’unanimità: ha ottenuto lo status di paese candidato nel 2005, ma non ha potuto aprire i negoziati di adesione, perché la Grecia ha sempre messo il veto a causa della disputa sul nome. Dopo il via libera del parlamento greco, che in gennaio ha ratificato il sospirato accordo sul nome, i negoziati potrebbero cominciare entro la fine dell’anno. Poi c’è la Serbia, che ha aperto quattordici capitoli negoziali e ne ha chiusi due. Il Montenegro ne ha aperti 32 su 35 e chiusi tre; è un paese che pone meno problemi, sono settecentomila abitanti, c’è già l’euro, come pure in Kosovo. Il problema del Kosovo è che è stato riconosciuto solo da 23 paesi dell’Unione; cinque paesi non hanno riconosciuto la Dichiarazione unilaterale di indipendenza. Ovviamente per ragioni interne: gli spagnoli, ad esempio, non possono dire: “Riconosciamo il Kosovo” e poi reprimere i catalani. Per cui il Kosovo, allo stato attuale, ha un accordo di stabilizzazione con l’Unione. Nel periodo post-indipendenza, l’Ue ha accompagnato il paese nel consolidamento delle istituzioni dello stato con un ruolo di supervisione sul settore giudiziario. Fino all’estate 2018, il Kosovo era di fatto commissariato dall’Ue, ora questa fase si è conclusa, ma continua a esserci una forma di supervisione, con la missione Eulex (European union rule of law mission). L’ultimo paese balcanico ad aver fatto domanda è la Bosnia Erzegovina (2016), ma a seguito della pesante struttura istituzionale ereditata dagli accordi di Dayton -che di fatto concede diritto di veto alla entità serba- le cose si muovono a rilento per le persistenti tensioni interetniche. Per quanto riguarda l’Albania la situazione potrebbe sbloccarsi entro la fine dell’anno come per la Macedonia.
Come avviene il processo di adesione di uno stato, quali sono le tappe previste?
Allora, nel momento in cui un paese vuole entrare nell’Ue, fa una domanda di adesione, come previsto dall’articolo 49 del trattato di Lisbona. L’articolo 50, quello attivato dalla Gran Bretagna, regola invece il meccanismo di uscita. Ogni paese europeo può fare domanda. Non è detto che questa venga accolta; le procedure di allargamento sono molto lunghe e complicate e più passa il tempo più si complicano, perché i paesi membri sono sempre meno disponibili a riaprire le porte ad altri, come abbiamo visto con i Balcani.   Ovviamente prima di fare domanda di adesione, il paese bussa alla porta, per così dire, e sonda se valga la pena farla. Può succedere che la Commissione gli risponda: “Lascia perdere”. Per esempio, l’Ucraina è da una vita che vuole fare domanda di adesione, ma la Commissione finora ha fatto capire che è meglio soprassedere perché allo stato attuale sarebbe costretta a dire di no. Comunque con la domanda di adesione, comincia la trafila. Ci sono trentacinque capitoli negoziali, che coprono un po’ tutti i settori e le competenze dell’Unione. Le due parti negoziano via via sui vari temi e man mano si aprono nuovi capitoli negoziali. Ovviamente passano degli anni, perché per le domande di adesione e i capitoli negoziali occorrono i voti all’unanimità del Consiglio.
Torniamo alla politica estera e di sicurezza. Quali sono a tuo avviso i suoi maggiori successi e insuccessi?
Oltre alla politica di allargamento di cui abbiamo parlato, l’ultima cosa più visibile fatta dall’Ue è stato il Piano d’azione congiunto globale, comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, promosso da Obama su spinta dell’Ue. La Mogherini, durante il suo mandato, ha portato avanti i negoziati avviati dalla Ashton, arrivando a quel trattato internazionale, che purtroppo ora Trump ha demolito. Un altro fiore all’occhiello dell’Ue sono gli accordi di Ohrid (2001) che hanno messo fine alla guerra civile in Macedonia. Gli accordi di Minsk del 2014, al contrario, hanno mostrato quanto poco efficace possa essere la politica estera europea e quanto sia debole la figura dell’Alto rappresentante. Di fatto gli accordi di Minsk sono stati negoziati nell’ambito del cosiddetto Normandy format, il gruppo diplomatico cui partecipano Germania, Francia, Russia e Ucraina. L’Unione europea è stata messa ai margini. Anche in Siria si è vista la debolezza dell’Ue. In Libia chi ha i mezzi sono la Russia e gli Usa. In Libia c’è un problema di ordine pubblico, di sicurezza, c’è una guerra tra bande e cosa fai? Mandi l’esercito? E quanti in Europa sono disposti a mandare i propri soldati a morire? Da noi vige una cultura diversa. Si usa dire che gli Usa sono di Marte mentre gli europei sono di Venere, noi siamo degli esteti mentre loro sono dei guerrieri. Faccio un esempio non so quanto calzante: quando nel 2003 Bush decise di intervenire in Iraq nonostante mancasse la pistola fumante, tutto il congresso ha votato a favore dell’intervento (mi sembra fossero solo sette o otto i senatori contrari, tra cui Obama). In Iraq sono morti più di cinquemila soldati americani; immaginate se fossero stati gli europei a mandare delle truppe… Ricordate cos’è successo a Blair per aver mandato a combattere i soldati britannici?   E’ che ormai noi non siamo più disposti a lasciar morire nessuno. Mentre negli Usa, se metti in discussione una decisione come quella di Bush in Iraq, sei in minoranza. Nonostante siano morti cinquemila soldati americani e più di centomila iracheni.
Quali sono allora gli strumenti di soft power?
I mezzi di intervento dell’Ue in politica estera sono principalmente due: le sanzioni e le missioni. Le sanzioni contano: come ricordavo siamo un mercato di 530 milioni di persone con un’enorme forza economica. Da sempre per l’Ue la grande scommessa è come far contare il potere economico in termini politici. Finora non ci siamo riusciti. Sul piano economico invece l’Ue è in grado di mobilitarsi con efficacia. Tra l’altro è il più grande donatore di aiuti allo sviluppo, aiuti su cui c’è un controllo dalle istituzioni, della società civile. In Europa, come negli Usa noi abbiamo i contrappesi di un’opinione pubblica che è molto critica su cosa si fa, al contrario per esempio della Cina, i cui investimenti rischiano di indebitare ulteriormente i paesi destinatari. Riguardo le missioni di sicurezza e difesa comune, ora ce ne sono sedici in corso, dieci civili e sei militari. Ho già citato il Kosovo, oggi assistito nel consolidamento del settore giudiziario da una serie di funzionari europei. Si tratta di una RULE OF LAW MISSION; in Ucraina ci sono missioni tecniche di assistenza; ce ne sono state anche in Georgia. Sono missioni a tempo e molto apprezzate. Una missione militare di peacekeeping consiste invece nell’invio di un contingente militare, ovviamente su base volontaria, nei paesi in cui è stata siglata una tregua, per controllare che questa venga mantenuta. Ci sono infine le missioni di osservazione elettorale, che permettono alle istituzioni europee, tra cui il parlamento, di certificare il processo democratico. Questo è un po’ quello che facciamo. La politica di allargamento è senz’altro la più visibile e, ripeto, per me è quella che meglio ha funzionato. Certo, non tutte le ciambelle escono con il buco, vedi Ungheria e Polonia. Però il fatto di muoversi liberamente da Lisbona a Cracovia… di sentirsi parte di un progetto unico. Noi di una certa età, che abbiamo visto com’era prima, non diamo tutto questo per scontato. D’altra parte la storia ci insegna che di scontato non c’è niente. Quando, con Alex Langer, giravamo per l’Europa facendo manifestazioni, dicevamo di essere la generazione che non aveva mai visto la guerra. Occupandomi di conflitti alle porte dell’Europa, io oggi non faccio che passare da una guerra all’altra: vedo conflitti ovunque, gente che si ammazza… solo quando torno in Europa comincio a respirare. L’Unione europea è il più grande progetto di pace della storia dell’umanità. Non sono uno storico, ma da quello che ho studiato a scuola e di cui mi sono occupato in seguito, una cosa così non l’ho mai vista. All’interno del mondo pacifista, dove c’è una grande carica utopica, molti stentano a riconoscere questa come pace. Noi che lavoriamo nelle istituzioni europee abbiamo forse un approccio più pragmatico. Ecco, per me, il fatto di essere arrivati dove siamo oggi, di avere avuto settanta anni di pace (o, se volete, di non guerra; io però la chiamo pace) è un successo straordinario. La storia ci insegna che non esiste continente più frammentato e litigioso dell’Europa. Ecco essere arrivati a una situazione come quella odierna per me resta un risultato di proporzioni incredibili, che io spero di poter lasciare in eredità ai miei figli.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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UN CORPO CIVILE DI PACE EUROPEO

   Nell’ottobre del 1991, qualche settimana dopo la prima esperienza della Carovana europea di Pace in Jugoslavia, Alexander Langer scrisse per la prima volta in un documento ufficiale del Parlamento europeo il termine corpo civile di pace: “Perché non invitare gli obiettori di coscienza europei a far parte di un Corpo civile di pace in Jugoslavia, che potrebbe aiutare a ristabilire il dialogo e le reti di solidarietà?”.
Quattro anni dopo, nel maggio 1995, il Parlamento approvava la Relazione sul funzionamento del Trattato sull’Unione europea, nella quale per la prima volta si riconosceva ufficialmente l’importanza di quell’idea: “Un primo passo per contribuire alla prevenzione dei conflitti potrebbe consistere nella creazione di un Corpo civile europeo della pace (che comprenda gli obiettori di coscienza), assicurando la formazione di controllori, mediatori e specialisti in materia di soluzione dei conflitti”.
Per Langer, e per il Parlamento europeo era chiara la possibile funzione di un simile Corpo: “Prima il corpo sarà inviato nella regione, prima potrà contribuire alla prevenzione dello scoppio violento dei conflitti. In ogni fase dell’operazione potrebbe adempiere a compiti di monitoraggio. Dopo lo scoppio della violenza, esso rimane per prevenire ulteriori conflitti e violenze. Nel fare ciò ha solo la forza del dialogo nonviolento, della convinzione e della fiducia da costruire o restaurare”.
Dopo l’attentato alle Torri gemelle e l’avvio della seconda guerra del Golfo nel 2003, la Germania di Schröder e Fischer fece tesoro dell’assoluto divieto costituzionale all’ingaggio di militari fuori dai propri confini, per un rinnovato impegno nella costituzione di forze civili e di volontari adulti. Nell’attività formativa delle forze armate, anche italiane, si è rafforzato il tema della collaborazione tra civili e militari nei luoghi di conflitto. In Italia, inoltre, attraverso la legge finanziaria del 2013 e un decreto attuativo del 2015, l’idea del Corpo civile di pace ha trovato una sua implementazione all’interno del servizio civile, in Italia e all’estero. Nella prima fase sperimentale ne hanno approfittato oltre quattrocento giovani che hanno partecipato a progetti elaborati da enti locali e organizzazioni non governative.
Il progetto europeo è stato sostanzialmente diviso a metà: la solidarietà e gli ideali alla base dell’obiezione di coscienza sono state incanalati nella creazione del Corpo volontario europeo di aiuto umanitario (Evhac, ora semplicemente Eu Aid Volunteers, Volontari Europei per l’Aiuto); l’anelito di pace e la trasformazione del conflitto nello Strumento per contribuire alla stabilità e alla pace (IcSP). Il primo gestito dalla Direzione generale della commissione per la protezione civile e l’aiuto umanitario europeo, il secondo dal Servizio degli strumenti di politica estera. I volontari che partecipano al progetto Eu Aid Volunteers non possono essere inviati in situazioni di conflitto e partecipano principalmente in progetti di aiuto umanitario gestiti da organizzazioni non governative europee. I fondi destinati, attraverso l’IcSP, alla trasformazione dei conflitti e alle attività di peacebuilding vengono gestiti da organizzazioni terze, spesso agenzie delle Nazioni Unite.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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DIFESA COMUNE

   La questione della Difesa comune, e più in generale di una Politica estera comunitaria, è sempre stata tra le più delicate che hanno caratterizzato la vita, non solo recente, dell’Unione europea. Mentre su molti altri temi il coordinamento e la gestione congiunta hanno fatto passi da gigante, le questioni più legate alla sicurezza e alla sovranità anche militare sono rimaste al palo per lustri. Va sottolineato come ciò venga considerato problematico, in un certo senso anche dalle aree più pacifiste e nonviolente, soprattutto perché la moltiplicazione delle forze armate e delle spese ad esse connesse costituisce uno spostamento di risorse sul campo militare molto più ingente che nel caso di un’unica difesa (dai 20 ai 100 miliardi all’anno stimati di “risparmio” possibile). L’ultima legislatura europea ha visto comunque cambiare moltissimo l’orizzonte e la situazione anche per quanto riguarda la difesa.
Storicamente la natura intergovernativa delle politiche di sicurezza e difesa europee (Csdp) ha fatto sì che la sua evoluzione e il suo sviluppo dipendessero interamente dalla volontà politica e dalla convergenza di interessi nazionali concorrenti tra gli Stati membri dell’Ue, in particolare il Regno Unito, la Francia e la Germania. Questo è il motivo di base della perdita di slancio di fronte ad altre sfide. Nel corso degli anni l’Ue è diventata così un attore di “soft power” notevole, con particolare attenzione alla gestione delle crisi civili, mentre una maggiore regolamentazione del mercato europeo della difesa (quindi con approccio industriale, anche per scansare i paletti dai Trattati) è stata una priorità recente della Commissione.
Nel giugno 2016 l’Alto rappresentante Federica Mogherini ha pubblicato una nuova strategia per la politica estera e di sicurezza, con visione strategica globale per il ruolo dell’Ue nel futuro, dove sicurezza e difesa sono identificate come priorità. Un piano di attuazione della sicurezza e della difesa (Sdip) è stato successivamente adottato dai leader dell’Ue a dicembre 2016. Nel dicembre 2017 anche il Consiglio ha adottato formalmente una decisione che istituisce una cooperazione strutturata permanente, cioè il primo embrione di un futuro esercito comune: 25 Stati membri hanno aderito alla Pesco (tranne Danimarca, Malta e Regno Unito) ed è stata identificata una prima tranche di 17 progetti, ma va notato come qualsiasi capacità sviluppata attraverso tale meccanismo rimarrà sotto il controllo nazionale e non sarà un patrimonio Ue. Riproponendo così la solita “debolezza” di base.
Dopo un primo filone preparatorio di ricerca collaborativa (90 milioni di euro fino al 2020) il secondo passo è stato quello di promuovere incentivi finanziari affinché gli Stati membri cooperino su progetti comuni di attrezzature di difesa. Quindi il Programma europeo di sviluppo industriale della difesa Edidp (500 milioni di euro nel 2019-20) finanzierà le prime fasi di sviluppo di nuove tecnologie difensive (prototipi) mentre a più lungo termine la Commissione ha messo sul tavolo un programma di ricerca sulla difesa con un bilancio di 500 milioni di euro l’anno. Oltre il 2020, il bilancio per l’Edidp dovrebbe essere pari a un miliardo di euro l’anno.
Mentre la Commissione sarà responsabile della struttura esecutiva e gestionale dell’Edidp, tutte le tecnologie e le risorse sviluppate al suo interno rimarranno di proprietà degli Stati membri interessati e non diventeranno “beni dell’Ue”.
-dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )-

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– Realizzare la speranza europea, – Vivere in pace tra gli uomini e con la natura. Raddrizzare lo sviluppo impazzito a favore di una civiltà solidale e sostenibile. Assicurare dignità e lavoro a tutti. Difendere l’ambiente, il patrimonio culturale, i diritti, la convivenza, l’equità sociale –
BREVI STRALCI DAL PROGRAMMA PER LE ELEZIONI EUROPEE DEL 1994 DI ALEXANDER LANGER
L’Europa sostenibile e solidale
L’Europa dell’ambiente e della salute: nessun miope vantaggio finanziario può compensare la dissipazione dei beni più preziosi.
L’Europa dei mari, dei boschi, delle montagne: i grandi eco-sistemi non possono più restare alla mercé degli interessi nazionali
L’Europa dell’energia pulita e della ricerca responsabile: la soglia dell’incubo nucleare, della manipolazione genetica, degli animali artificiali è da tempo oltrepassata. La risposta si chiama risparmio energetico, fonti pulite e rinnovabili di energie, ricerca scientifica orientata alla salvaguardia dell’equilibrio naturale e rispettosa dei limiti etici.
L’Europa delle città vivibili e delle campagne risuscitate: gran parte della gente oggi vive in città diventate brutte e caotiche, dominate da auto e stress, una minoranza vive in campagne spesso impoverite e marginali.
Vivere in pace tra gli uomini e con la natura. Raddrizzare lo sviluppo impazzito a favore di una civiltà solidale e sostenibile. Assicurare dignità e lavoro a tutti. Difendere l’ambiente, il patrimonio culturale, i diritti, la convivenza, l’equità sociale.
l’Europa unita dovrà essere federalista: gli attuali stati nazionali devono finalmente cedere molti dei loro poteri. L’Europa deve istituire e mettere a disposizione delle Nazioni Unite un corpo di pace europeo (civile e militare). Il bilancio di alcuni decenni di “sviluppo” è largamente fallimentare: ne hanno beneficiato quasi soltanto i paesi ricchi.

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Vedi il testo completo del QUADERNO N. 5 “PRO EUROPA”:

http://www.alexanderlanger.org/files/quadernoEuropaMail.pdf

 

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