L’AQUILA 10 ANNI DOPO – Nella ricostruzione del centro storico (con ancora tanti cantieri) è da capire come far tornare a L’Aquila la vita quotidiana – PROPOSTA: perché non assegnarle funzioni politico-amministrative per alleggerire la conurbazione romana dando attività e vita alla città e all’area abruzzese?

L’AQUILA: LA FONTANE DELLE 99 CANNELLE MIRACOLOSAMENTE RIMASTA INTATTA AL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 (ma lo stesso restaurata con fondi del FAI, Fondo Ambiente Italiano) – L’AQUILA COME VENZONE (IL FRIULI)? “In una sincera confessione fatta a Norbert Schultz, l’architetto Gerald Kalman, profugo negli Stati Uniti, ricorda che, nel rientrare nella Berlino distrutta dalla Guerra, aveva superato il disorientamento causato dalla rovina udendo i propri passi risuonare sul selciato: attraverso quel solo carattere superstite egli in qualche modo percepì di poter ancora abitare la sua città. Anche di fronte alla più terribile distruzione, i fili che legano un uomo alla sua abitazione, costituiscono una maglia così fitta e complessa, che la peggiore lacerazione fisica può comunque venire medicata attraverso l’attivazione di una sensibilità emozionale e morale che ha il suo centro nella memoria”. “Si può comparare la riproposizione dell’assetto urbano di Venzone al paziente lavoro di un filologo che si trova a dover reimpaginare un antico codice sfasciato; l’esito dell’operazione deve essere valutato stabilendo quanto la nuova edizione riesca a comunicare il senso dell’originale. La ricostruzione del centro storico – almeno negli intenti di chi l’ha promossa – ha voluto significare innanzitutto un’opera di cultura, ove questa venga intesa come la potenza formale di ‘far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte’” (Ernesto de Martino)

   Del terremoto dell’Aquila 10 anni dopo bisogna subito dire che è “vita perduta” nelle frazioni (nelle zone periferiche le ricostruzioni non sono mai cominciate), mentre il centro è ricostruito sì ma non del tutto rianimato.

A dieci anni dal SISMA DELL’AQUILA, che causò 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI E 309 VITTIME, gli abitanti temono l’ABBANDONO DELLE FRAZIONI, mentre il CENTRO STORICO sembra UNA BELLISSIMA “SCATOLA VUOTA”. Una ricostruzione a due velocità: più rapida e trasparente quella privata, lenta e incapace di districarsi tra i meandri della burocrazia quella pubblica (le scuole e l’Università non sono ancora state ricostruite)

   E’ così a dieci anni dal sisma, iniziato alle 3:32:39 del 6 aprile 2009, e durato un tempo lunghissimo: 35 secondi di dramma e terrore. Una fortissima scossa (di magnitudo 6,3) che ha causato 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI e 309 VITTIME. E gli abitanti adesso temono l’abbandono delle frazioni, mentre il centro storico sembra una bellissima “scatola vuota”, cioè è stato sì ricostruito (anche se ci sono ancora tanti cantieri, ma molto è stato fatto…), ma la vita quotidiana (espressione vera dell’esistenza della “città) langue, è difficile (questa) ricostruirla.

C’è L’AQUILA CITTÀ ma ci sono anche 56 BORGHI (frazione e paesini attorno all’Aquila) COLPITI AL CUORE dalle scosse del 2009. Spiega Raffaello Fico, l’ingegnere che guida la ricostruzione nel cratere. “LA MEDIA DELLA RICOSTRUZIONE CORRISPONDE AL 30% ma è una percentuale FUORVIANTE. Ci sono PAESI AL 60% dei lavori, che sono tornati a vivere, entro due anni torneranno abitabili. Poi, è vero, CI SONO PICCOLI CENTRI ANCORA MOLTO INDIETRO, LÌ SIAMO AL 10%”. I segni del terremoto 2009 in Abruzzo dividono tutto a metà. (da https://www.quotidiano.net/ del 5/4/2019) (mappa tratta da “L’aquila, frazioni colpite dal sisma” da http://www.abbruzzosvegliati.blogspot.com/)

   Le NEW TOWN, 19 quartieri dormitorio volute allora, fuori città e a contorno della città, continuano a farla da padrone. Erano state pensate per essere una sistemazione provvisoria, sono diventate appunto quartieri dormitorio, senza trasporti, senza punti di ritrovo, senza niente… e ancora ci vivono 10mila persone.

PROGETTO CASE E MAP (MODULI ABITATIVI PROVVISORI), ABITAZIONE NELLE NEW TOWN DE L’AQUILA – 10.000 le persone che, a dieci anni dal sisma, vivono ancora nelle new town volute da Berlusconi

   Dagli spunti di riflessione, articoli, notizie che qui di seguito in questo post vi proponiamo, appare la difficoltà a individuare forme di ripresa della vita della splendida città qual era (e qual è, nonostante il terremoto) L’Aquila.

(Corso Umberto I, com’è stato ricostruito) – Roberto Grillo, artista fotografo, è stato, fino a pochi giorni fa, il presidente dell’ASSOCIAZIONE AQUILA CENTRO STORICO – COMMERCIANTI, RESIDENTI, PROFESSIONISTI. «Volevo tenere tutti uniti, perché se stai male non hai bisogno di tanti medici che si occupino dei singoli organi ma di UNA VISIONE D’INSIEME. Si è avviata la RICOSTRUZIONE materiale (al 50-60%, ndr) ma MANCA QUELLA IMMATERIALE, che significa, semplicemente, RIPORTARE LA VITA. Il sindaco Cialente ci aveva provato, lasciando aprire pub e bar per gli studenti ma poi tutto si è fermato lì. OGGI IN CENTRO SI VIENE PER LA PASSEGGIATA E PER UN GELATO, NON PER FARE ACQUISTI IN NEGOZI CHE NON CI SONO PIÙ. Il commercio segue le vie di traffico che ora passano nelle periferie. Adesso il nostro compito è davvero difficile. Se non riusciamo a mettere il bene collettivo davanti a quello privato, non riusciremo a fermare il declino». (di JENNER MELETTI, da “la Repubblica” del 3/4/2019)

   Ritorno della popolazione nei centri e nelle cosiddette periferie (il termine, “periferie”, peraltro non ci piace molto) sono cose necessarie a ridare “vera” vita alla città. Ma ci si rende conto che è difficile. Che bisogna sì puntare su elementi di forza de L’Aquila, come la sua (pare eccellente) UNIVERSITÀ (peraltro ancora non ricostruita, ora in “edifici-moduli” provvisori), nell’innovativa esperienza dello studio e ricerca di fisica del laboratorio del Gran Sasso che attira visitatori studiosi e studenti; e poi l’importanza per L’Aquila (e per il territorio abruzzese) del TURISMO…. Pare, almeno, che il dominante settore TERZIARIO di prima, magari rafforzato delle espressioni originarie (università e turismo) NON POSSA BASTARE a ridare fiato e vita alla città, al territorio.

UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata. Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere…

   Per questo viene da pensare e immaginare un CONCORSO DI IDEE quale contributo a pensare, creare, nuove possibili attività per l’Aquila. UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata.
Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere, in grado di smaltire il caos romano; e a vantaggio di una rivitalizzazione del centro aquilano dopo il catastrofico evento del 2009.

Il premier Giuseppe Conte alla fiaccolata all’Aquila nella sera del 5 aprile per ricordare il decennale del terremoto (foto da http://www.quotidiano.net/)

   Ecco, potrebbe essere un inizio, un’opportunità? Per far sì che l’evento tragico negativo del sisma aquilano porti a un nuovo contesto non solo in quella città, in quel territorio, ma realizzi una redistribuzione geografica delle funzioni di potere nazionali più armoniosa, consona ed efficiente, capace di ridare slancio a una bellissima macro-area geografica (martoriata pure, dopo il terremoto de L’Aquila del 2009, anche dal sisma dell’Italia Centrale del 2016 e 2017)? (s.m.)

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#10YEARSCHALLENGE, COME È CAMBIATA L’AQUILA
Si chiama #10YearsChallenge ed è la moda del momento sui social network: ma a L’Aquila assume un significato particolare. L’AQUILA NEL 2009 E L’AQUILA ORA: le foto
di E.F. – 17 gennaio 2019 – da https://www.ilcapoluogo.it/
A L’Aquila #10YearsChallenge assume un significato particolare, nel decennale del sisma.
INSTAGRAM, FACEBOOK e TWITTER pullulano di fotografie che testimoniano la ‘sfida’ raccolta, ovvero quella di mostrare come si era dieci anni fa e come si è adesso. Un gioco simpatico, nato per scherzare su come passa il tempo, ma che per L’Aquila ha un significato particolare.
Il 6 aprile 2019 sono passati 10 anni dal sisma che ha sconvolto la città e molti aquilani, invece di postare le proprie fotografie nel #10YearsChallenge, stanno facendo collage e confronti di come era L’Aquila nel 2009, dopo il terremoto, e come è invece adesso. Un atto di amore nei confronti della propria città e di speranza, che mostra quanto si è fatto in città, soprattutto per quanto riguarda determinati punti del centro storico, in questi faticosissimi 10 anni.
A fungere da raccoglitore di fotografie per questo challenge, la pagina aquilana ‘Ngulo che strina. (https://www.facebook.com/ngulochestrina/ )
C’è la CHIESA DI SAN PIETRO, il cui angolo sinistro della facciata era crollato in seguito alle scosse del 6 aprile, tornata come nuova in questi ultimi mesi e pronta per essere riaperta alla città:

Chiesa di San Pietro 10 ANNI DOPO

C’è CORSO UMBERTO I, (nella foto che avete trovato qui prima, più sopra), spaventosamente incerottato dopo il terremoto e ora rinato, almeno nel suo lato sinistro, venendo da Piazza Palazzo. Il lato destro è purtroppo nelle stesse condizioni di 10 anni fa: come noto, il cantiere per la ricostruzione degli edifici pubblici che sono sotto ai portici del Liceo non è ancora partito.

E c’è la CITTA’ VISTA DA PONTE BELVEDERE:

L’aquila, 10 anni dopo: Ponte Belvedere 2009 – 2019 #tenyearschallenge

E poi PIAZZA DUOMO:

Piazza Duomo 2009 – 2019 #tenyearschallenge

(FOTO DA da https://www.ilcapoluogo.it/ )

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TERREMOTO DELL’AQUILA 10 ANNI DOPO: IL PROVVISORIO È PER SEMPRE. LUOGHI SIMBOLO (E RITARDI) DI UNA CITTÀ CHE NON SI ARRENDE
da il Fatto quotidiano del 3/4/2019
“Più o meno lentamente, la ricostruzione all’Aquila sta procedendo. Ma ricostruire una città non significa solo ristrutturare gli edifici, ma PROGRAMMARE SPAZI per rendere possibile la rinascita del tessuto sociale, ricostruire in maniera sostenibile un contesto economico, e questo non è stato fatto”. Così ENRICO STAGNINI, presidente dell’attivissimo circolo di LEGAMBIENTE DELL’AQUILA, che con sguardo tanto critico quanto lucido denuncia le lacune più evidenti nella ripartenza della città, a dieci anni dal sisma del 6 APRILE 2009. “I lavori sono andati avanti a macchia di leopardo, così a oggi siamo ancora molto lontani dall’avere ricostruito la socialità minima necessaria per immaginare una rinascita della comunità cittadina”.  Lo STORICO ATENEO È RIUSCITO A REINVENTARSI al servizio della ricostruzione e continuare a offrire i servizi universitari a pieno ritmo, superando la fase di emergenza e rappresentando oggi il fiore all’occhiello della città assieme al “Gran Sasso Science Institute”. Opposto destino per la SCUOLA PUBBLICA: gli studenti sono ancora in periferia, ospiti dei MUSP (Moduli ad Uso Scolastico Provvisori). Nonostante la disponibilità dei fondi, NESSUNA DELLE SCUOLE È TORNATA AGIBILE. È l’immagine più emblematica di questa ricostruzione a due velocità: più rapida e trasparente quella privata, lenta e incapace di districarsi tra i meandri della burocrazia quella pubblica.
Un “PROVVISORIO A TEMPO INDETERMINATO” che definisce bene la situazione aquilana. Il progetto C.A.S.E., le “NEW TOWN” volute da Berlusconi per offrire una potente immagine di efficienza e propaganda, sono ancora lì, ormai 19 ‘QUARTIERI’ DORMITORIO, totalmente privi di servizi o spazi per la socialità, sparpagliati attorno alla città. Dei 18mila sfollati originariamente ospitati nei moduli antisismici NE SONO RIMASTI 3MILA, ma nel frattempo l’amministrazione ha indetto diversi bandi per assegnare 7mila di questi locali come soluzioni di edilizia popolare.
Totalmente lasciati AL DEGRADO E ALL’ABBANDONO invece i NUMEROSI MODULI DIFETTOSI, con balconi che continuano a crollare. “È vero, sono soluzioni provvisorie, ma solide” precisa il Sindaco PIERLUIGI BIONDI, che ammette di non avere ancora idea del destino urbanistico previsto per quelle aree. Se i cantieri dell’immediata periferia sono conclusi e il 30% degli edifici del centro storico sono restituiti a nuova bellezza, la ricostruzione è ferma al palo nelle frazioni dell’Aquila: clamoroso IL CASO DI ONNA, che doveva essere “la prima frazione a essere ricostruita”, come racconta il giornalista GIUSTINO PARISSE, che nel crollo perse due figli e il padre.
Così a dieci anni dal sisma dell’Aquila, che causò 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI E 309 VITTIME, gli abitanti temono l’abbandono delle frazioni, mentre il centro storico sembra una bellissima “scatola vuota”, come denuncia FRANCESCA MANZI, tra i commercianti che hanno trovato il coraggio di riaprire in queste condizioni, e oggi raccoglie le proteste di chi, come lei, ha accettato di ricominciare credendo alla promessa di tempi più rapidi. Uno sguardo diverso (e positivo) sulla situazione lo ritroviamo ascoltando chi nella città-cantiere è cresciuto, come TOMMASO COTELLESSA, rappresentante degli studenti del liceo classico Cotugno, che quella notte aveva solo 8 anni: “È vero, L’Aquila non sarà più la stessa, ed è per questo motivo che molti hanno deciso di andarsene. Ma per chi è cresciuto tra le macerie è diverso, È UNA QUESTIONE DI APPARTENENZA E COMUNITÀ”.

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L’AQUILA, DIECI ANNI DOPO, UNA FERITA ANCORA APERTA

di Davide D’Alessandro, 2/4/2019, da “IL FOGLIO”
– 309 morti, 1.600 feriti, 80.000 sfollati. Non servono più gli appelli, le raccomandazioni, le preghiere. Servono le immagini di com’era e di com’è per comprendere che il dolore, quello vero e profondo, non è di tutti, non lo sentono tutti allo stesso modo –
L’Aquila, 6 aprile 2009, ore 3:32:39. Terremoto di magnitudo momento 6,3. 309 morti, 1.600 feriti, 80.000 sfollati. Questi sono i dati, freddi, cupi, inchiodanti. Poi ci sono le voci, di chi non c’è più e di chi c’è ancora, voci che risuonano per le strade, per i vicoli del centro, davanti e dentro le chiese.
Non si è fermata la vita, dieci anni fa, ma si è fermata la storia di questa città bella, sobria, misurata, persino riparata fino a quando la natura non è venuta a cercarla, investendola con la sua violenza. Bambini, ragazzi, adulti, anziani, donne e uomini, cose, oggetti cari, tutto si è portata via.
Oggi, oltre al ricordo che non è ricordo, poiché vive costantemente dentro ogni aquilano, resta il dolore per ciò che era stato promesso e non è stato mantenuto.
Sapete, c’è la corsa, dopo ogni sisma, alla solidarietà, agli appelli, alla vicinanza, alle tante cose da fare, alla ricostruzione. Sembra quasi un giorno di festa. Tutti promettono tutto. Poi arriva il lunedì, il giorno feriale, e il martedì, e gli altri ancora e bisogna chinarsi davvero sulle macerie e tentare di eliminarle. Non è facile, d’accordo, ma si deve perché la storia si è fermata, la vita no, la vita continua a pulsare, a far sentire il suo sdegno, la sua rabbia, la sua voglia di …vita.
Sotto il cielo dell’Aquila, dieci anni dopo, la politica, o quel che ne resta, ha fatto poco e l’ha fatto lentamente, molto lentamente. Come colpire una seconda volta. Non servono più gli appelli, le raccomandazioni, le preghiere. Servono le immagini di com’era e di com’è per comprendere che il dolore, quello vero e profondo, non è di tutti, non lo sentono tutti allo stesso modo. Ci sono poesie, libri, racconti a dirci di quella notte, di quel dolore, ma sono parole e le parole, se non accompagnate dai fatti, volano come aquila vola. Non so come sarà L’Aquila fra altri dieci anni. So che il 6 aprile di questi primi dieci è una ferita aperta, sanguina e nessuno riesce a cucirla. Non manca l’ago e neppure il filo. Manca il cuore, il cuore dell’uomo. (Davide D’Alessandro)

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DECENNALE, INTERVISTA A FABRIZIO CURCIO: “LA TRAGEDIA DELL’AQUILA HA CAMBIATO PROFONDAMENTE LA PROTEZIONE CIVILE”
di Nello Avellani 2/4/2019 da https://news-town.it/
Fabrizio Curcio, capo dipartimento della Protezione civile dal 2015 al 2017, all’epoca del terremoto dell’Aquila era a capo della Sezione di Gestione delle Emergenze, fianco a fianco con Guido Bertolaso. E’ tornato in città nei giorni scorsi, in occasione della presentazione del libro dell’allora sindaco Massimo Cialente: ‘L’AQUILA 2009: UNA LEZIONE MANCATA’.
Curcio, la tragedia del cratere ha rappresentato davvero una lezione mancata per il sistema paese?
“Le rispondo con un ‘ni’. Mi spiego: la tragica esperienza dell’Aquila, di certo, poteva offrire spunti che non sono stati raccolti, così com’è accaduto, d’altra parte, per le emergenze successive che ci hanno lasciato indicazioni che potrebbero essere d’impulso per le scelte future; tuttavia, L’Aquila – nella sua drammaticità – è stata anche motore di una serie d’azioni fondamentali per il paese: pensate alle attività legate al soccorso, all’organizzazione dei campi e delle associazioni nazionali di volontariato, alle campagne di formazione come ‘IO NON RISCHIO’. Si tratta di elementi importanti che hanno qualificato le attività successive. Non c’è percezione delle azioni che sono andate migliorando a seguito dell’esperienza aquilana. Per questo dico ‘ni’: ci sono cose che non sono state messe a frutto ma ci sono anche tante attività partite dall’Aquila che hanno qualificato la nostra azione come paese”.
L’Aquila ha cambiato profondamente la Protezione civile, nella sua organizzazione.
“E’ così. Si pensi alle azioni messe in campo col 118, alle attività di comunicazione, al rapporto con la scienza: la Protezione civile, dopo L’Aquila, è completamente cambiata. D’altra parte, le norme – ricorderete, nel 2012 – hanno ridimensionato di molto il raggio d’azione; in seguito, la Protezione civile è stata riportata ad un livello di operatività importante, e non a caso è intervenuta poi la legge 30 del 2017 che ha delegato il Governo ad istruire il nuovo codice emanato con decreto legislativo 1 del 2018: ebbene, quello strumento porta con sé molto dell’esperienza aquilana”.
Curcio non lo dice esplicitamente, ma è chiaro che gli eventi aquilani hanno modificato, radicalmente, la filosofia stessa dell’intervento di Protezione civile a seguito di una calamità naturale.
“La Protezione civile si occupa dell’attività emergenziale e di quello che viene considerato il reinsediamento: per un certo periodo si può pure utilizzare lo strumento del commissario, certo, ma oramai è chiaro che per la fase della ricostruzione le scelte e gli strumenti attengono al territorio e al Governo. Gestendo l’emergenza, porti il territorio colpito ad un momento di ‘indipendenza’ affinché si possa avviare, poi, il percorso di ricostruzione”.
Il concetto di reinsediamento e di avvio dei processi di ricostruzione torna nella chiacchierata con Curcio, in risposta alla domanda su cosa ha funzionato, e cosa non ha funzionato, nella gestione del terremoto dell’Aquila.
“Ha funzionato la prima emergenza: credo sia stata ben gestita ed è stata un motore per affrontare le successive calamità naturali. Più che di cose che non hanno funzionato, invece, parlerei di interventi che hanno avuto bisogno di una migliore taratura, ed in particolare proprio la politica di reinsediamento che va condivisa con le Istituzioni locali e con il territorio. Si tratta di un tema attualissimo: una volta messa in sicurezza la popolazione, che politiche reinsediative si perseguono? E’ questione che è stata molto dibattuta qui a L’Aquila e, così, nelle emergenze che sono seguite”.
Chiaro il riferimento al progetto Case, la risposta, seppure parziale, che è stata messa in campo nel 2009. Ed è altrettanto chiaro che si è trattato di una risposta politica, più che tecnica, e Curcio, sul punto, è piuttosto chiaro.
“Dobbiamo capire quel momento, gli obiettivi che ci si era prefissati e gli strumenti a disposizione per raggiungerli: pensare che la Protezione civile sia stato uno strumento politico lo lascio alle riflessioni di altri. C’erano delle norme, all’epoca, e si è lavorato con strumenti che consentivano determinate azioni. Col tempo, le norme sono cambiate: è una questione politica più che tecnica, la PC è un organo tecnico e si muove con gli strumenti consentiti dalla legge. Faccio un esempio: all’epoca, la legge consentiva alla Protezione civile di organizzare grandi eventi, oggi non lo consente più. E’ questione di norme. Di certo, va trovato un equilibrio tra quello che vogliamo fare in regime ordinario e quello che vogliamo fare in emergenza. Questo equilibrio è la cosa più difficile da individuare, ancora oggi. Si debbono fare le cose in fretta, e ci si rivolge, dunque, alla Protezione civile; una volta fatto ricorso alla PC, però, si dice che si sono utilizzate procedure derogatorie: mi domando, qual è l’equilibrio?”.
Una risposta, magari, potrebbe trovarsi in una legge quadro sulle emergenze di cui si parla da anni.
“In effetti, una legge è necessaria: bisogna capire, però, come si intende impostarla. Se immaginiamo uno strumento valido per tutte le situazioni, a mio parere non può essere: l’esperienza di tanti anni nella gestione delle emergenze ci ha insegnato che ogni intervento è diverso dall’altro, e non soltanto perché gli eventi sono diversi ma perché colpiscono località diverse, comunità diverse, organizzazioni sociali diverse. Uno strumento unico, in questo senso, non coglierebbe l’obiettivo. Avere un set di strumenti omogenei che possano essere calati sulle diverse situazioni, questo sì che aiuterebbe; sapere che su un evento emergenziale alcuni interventi scattano in automatico sarebbe utile: penso all’esenzione dei tributi per un certo periodo, indipendentemente da come è organizzata una comunità è, di certo, una misura da porre in essere. Ci sono altre misure, però, che molto dipendono dall’organizzazione sociale, dal particolare periodo storico e via dicendo. Insomma, vedrei la legge come una sorta di cassetta degli attrezzi: così, si avrebbero a disposizione degli strumenti definiti, alcuni da utilizzare sempre altri all’occorrenza, senza l’urgenza di inventarsi ogni volta provvedimenti diversi”. (intervista di Nello Avellani)

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L’AQUILA, DIECI ANNI DI MACERIE FUORI E DENTRO DI NOI

di Andrea Ossino, 2 Apr, 2019 da https://www.wired.it/
– La città inghiottita dalla terra è stata solo parzialmente ricostruita, ma oltre case e strade manca una vita sociale fatta di piazze e attività che dia modo di ripartire –
Macerie, resti di esistenze e cantieri che sembrano non finire mai. Benvenuti a L’Aquila, dieci anni dopo il terremoto, dove il provvisorio è diventato stabile, l’emergenza si è trasformata in quotidianità. Trascorsi 3650 giorni da quando un tuono proveniente dal sottosuolo aveva annunciato quelli che sarebbero stati 142 secondi di dramma e terrore, la città che doveva diventare il simbolo della ricostruzione continua a zoppicare. Davanti alle oltre 300 vittime, ai 1.600 feriti e ai 65mila sfollati la politica aveva reagito: “tutto tornerà come prima”, continuavano a ripetere i diversi governanti in favor di telecamere.
Era il 6 aprile del 2009 e l’ennesimo governo di Silvio Berlusconi era in carica già dall’8 maggio del 2008. Alla radio Arisa cantava Sincerità. Fino a un secondo prima delle 3.32 del 6 aprile del 2009 L’Aquila aveva un giro d’affari di circa 250 milioni di euro l’anno, con oltre 700 attività commerciali. Poi la terra ha tremato inghiottendo vite, un’economia florida e la socialità di una città che non c’è più. Gli affari sono spariti, sepolti tra le risate di chi, mentre l’Italia piangeva, rideva al telefono pensando alle future speculazioni.
Il cantiere più grande d’Europa è ancora in corso. La città, le sue frazioni, le periferie vengono ricostruite a macchia di leopardo. E tutto ciò si ripercuote sulla socialità, sullo stile di vita, sui rapporti interpersonali e sulle attività commerciali: solo un’ottantina di coraggiosi ha rialzato le saracinesche dei locali. Lo storico ateneo, dislocato, ha ripreso a funzionare. Gli studenti sono in periferia, ospitati tra i “MODULI AD USO SCOLASTICO PROVVISORI”. I fondi vengono stanziati, i miliardi spesi, ma le scuole sono sempre inagibili.
Se è vero che il 30% degli edifici del centro storico sono stati restaurati, è anche vero che i 19 quartieri dormitorio continuano a farla da padroni. Erano strati pensati per essere una sistemazione provvisoria, sono diventati una new town senza trasporti, punti di ritrovo, marciapiedi, semplici tabaccherie. La forza degli aquilani non si spezza. Ma a essere attaccato non è un mero spazio fisico, è l’idea stessa di città, con i suoi rapporti, la sua socialità.
È il tessuto urbano che ne viene colpito. Perché la forma stessa delle città modella l’esistenza delle persone, le loro abitudini, le caratteristiche e i caratteri. Lo dimostrano gli studi, da quelli della Scuola di Chicago dei primi del 1900, e anche le successive evoluzioni della sociologia urbana. Senza una ricostruzione della vita sociale, attraverso la relazione tra gli spazi di una città, tutto si trasforma in un Cretto di Burri: un’opera d’arte che amplifica il dolore, cristallizza la memoria, crea anche un’identità, ma non è una città. (Andrea Ossino)

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DIECI ANNI DOPO

di Jenner Meletti, da “la Repubblica” del 3/4/2019
– L’Aquila, il sisma e il centro fantasma. “Qui la vita non è mai tornata” “Cialente ci ha provato, favorendo l’apertura di pub e bar, ma poi tutto si è fermato lì” “Un paradosso: a farci male più del terremoto è stata la lentezza della ricostruzione” –
L’AQUILA – I “Quattro cantoni”, nel cuore del centro, non sono un gioco per bambini. A questo incrocio si danno appuntamento, da secoli, gli aquilani. È anche il posto giusto per capire se il più grande centro storico d’Italia, semidistrutto dal sisma del 2009, possa avere un futuro o sia destinato a sicura decadenza.
«Una nuova Pompei», prevedevano i pessimisti, quando dopo la scossa gli alpini facevano la vigilanza armata e non si vedeva nessuna luce accesa. Ora, ai “Quattro cantoni”, i fari illuminano palazzi bellissimi, con marmi lucidati. PALAZZO FIBBIONI, nuova sede provvisoria del municipio. EX INA, ora tutto negozi e studi medici. PALAZZO CIOLINA, privato, la cui ristrutturazione sarebbe costata allo Stato qualcosa come 28 milioni di euro.
«Vai a vedere sotto il portico di via San Bernardino», dice Giustino Parisse, giornalista de “Il Centro”, che il 6 aprile 2009 ha perso i due figli e il padre e ora si batte per una ricostruzione non solo di mattoni, ma di solidarietà e di legalità. C’è una bacheca, sotto il portico, con decine di “VENDESI”: appartamenti, negozi, bar, pizzerie… «Sembra che stiano vendendo la città», dice. «C’è chi ha avuto soldi pubblici anche per restaurare gli affreschi. Chi, dopo aver ricevuto milioni di euro, affitta a prezzi non calmierati. E poi c’è la scandalosa vicenda delle cosiddette “abitazioni equivalenti”, pagate dallo Stato – lo spiegherò – non una ma due volte. Ho l’impressione che qualcuno voglia monetizzare il terremoto».
Qualche numero. Fino all’aprile 2009 c’erano in centro storico 1.200 attività commerciali, ora sono 86. Secondo un’altra stima, 1.000 attività allora, un centinaio adesso. Ci sono 4.200 famiglie nelle New Town (le “Case di Berlusconi”) e nei Map (Moduli abitativi provvisori). Cinquecento gli appartamenti ancora disponibili in queste strutture, anche se CESA DI PRETURO è stata chiusa per crollo di balconi e SASSA è stata vandalizzata dopo l’abbandono.
«C’è chi potrebbe tornare – raccontano Giuliana e Natalia Nurzia, titolari di “Fratelli Nurzia”, primo negozio a riaprire in piazza Duomo l’8 dicembre 2009 – e non lo fa perché qui serve la macchina anche per andare a comprare uno shampoo. I supermercati sono tutti fuori, qui in centro trovi solo pub, osterie e bar». Vicenda emblematica, quella dei Nurzia, negozio di torroni aperto nel 1835 e mai chiuso nemmeno durante le guerre. «Primi ad aprire ma tre anni fa abbiamo dovuto trasferirci in un negozio in affitto, 1.700 euro al mese. Dovevamo fare solo qualche lavoro ma siamo stati bloccati perché il centro è stato diviso in “‘aggregati” e bisogna muoversi tutti assieme».
Succedono cose strane, negli AGGREGATI. È come se un’assemblea di condominio dovesse decidere quali appartamenti abbattere, quali ricostruire e come, quali ditte scegliere, il tutto in un progetto globale. C’è un amministratore che da solo coordina la ricostruzione di 39 palazzi, con una spesa totale di 113 milioni. Ci sono state anche speculazioni. In un aggregato c’era una casa già dichiarata pericolante e con ordine di demolizione prima dell’aprile 2009. Dopo la scossa, il proprietario l’ha invece fatta puntellare – a spese del Comune – poi ha ottenuto abbattimento e ricostruzione, con soldi pubblici.
«Nel 2010 – raccontano le Nurzia – avevamo 10 dipendenti, ora ne abbiamo due: un apprendista e uno in tirocinio, più uno stagionale. Un paradosso: a colpirci non è stato il terremoto, anche perché c’era tanta solidarietà. Comune e Camera di commercio di Milano donarono 2 milioni a L’Aquila, 155.000 euro erano arrivati anche a noi. A buttarci a terra è stata la ricostruzione».
Roberto Grillo, artista fotografo, sta montando una mostra vicino ai Quattro cantoni. “Ricordi, memoria, futuro” in 13 immagini che faranno discutere. Ci sono Guido Bertolaso, i sindaci dal 2009 ad oggi, famigliari delle vittime. «Se qualcosa divide, dobbiamo parlarne. Solo così ritroveremo un impegno comune». Grillo è stato, fino a pochi giorni fa, il presidente dell’ASSOCIAZIONE AQUILA CENTRO STORICO – COMMERCIANTI, RESIDENTI, PROFESSIONISTI. «Volevo tenere tutti uniti, perché se stai male non hai bisogno di tanti medici che si occupino dei singoli organi ma di una visione d’insieme. Si è avviata la ricostruzione materiale (al 50-60%, ndr) ma manca quella immateriale, che significa, semplicemente, riportare la vita. Il sindaco Cialente ci aveva provato, lasciando aprire pub e bar per gli studenti ma poi tutto si è fermato lì. Oggi in centro si viene per la passeggiata e per un gelato, non per fare acquisti in negozi che non ci sono più. Il commercio segue le vie di traffico che ora passano nelle periferie. Adesso il nostro compito è davvero difficile. Se non riusciamo a mettere il bene collettivo davanti a quello privato, non riusciremo a fermare il declino».
«L’Aquila bella mè, te vojo revedé». «C’è però chi ha preferito – dice Giustino Parisse – scegliere altri lidi. Tutto legale, grazie all’ordinanza 3832 della presidenza del Consiglio del dicembre 2009 sulle cosiddette “CASE EQUIVALENTI”. Funziona così: io vendo la mia casa danneggiata al Comune e lui mi da i soldi per comprarne un’altra. Per anni in tutta Italia, da Milano a Palermo. Ora solo nel cratere. Il prezzo? Valore iniziale più quello della prevista ricostruzione, partendo da 250mila euro per arrivare, in un caso, a 1 milione (per l’esattezza, 1.096.376 euro). Poi il Comune ristruttura a proprie spese e così lo Stato paga la casa due volte». SONO 700, LE CASE EQUIVALENTI. Facendo una media di 400mila euro, c’è stata una spesa di almeno 240 milioni. «Il Comune diventa proprietario, e così sarà padrone di mezza città. Cosa se ne farà, visto che tanti edifici privati sono già in vendita e non trovano acquirenti? Più che un sindaco, dovremo eleggere un immobiliarista». (Jenner Meletti)

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STORIE E REPORTAGE

L’AQUILA 10 ANNI DOPO: NOI CHE SIAMO TORNATI

– Il 6 aprile 2009 la città fu devastata dal terremoto. Noi ci siamo tornati: il centro storico è in parte ricostruito, ma non ci sono i servizi, né gli uffici. Abbiamo incontrato chi su L’Aquila ha scommesso, continua a lavorare o ha una nuova attività. E chi punta sulla ricerca, con un progetto ambizioso –
di CRISTINA LACAVA

da https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/foto-racconto/laquila 25/3/2019
ALL’ORA DI PRANZO, NEL CENTRO STORICO, NON C’È UNA TRATTORIA APERTA. Gli operai dei cantieri, in pausa, pranzano con il cibo portato da casa. C’è polvere, e rumore, ma i palazzi restaurati sono magnifici, colori pastello e marmi bianchissimi. Peccato che tra tanta bellezza i negozi a L’Aquila restino chiusi, la piazza del Duomo desolatamente vuota, con alcuni cartelli di Vendesi. A 10 anni dal terremoto, le scuole non hanno riaperto. In compenso, NEL 2016 È STATO INAUGURATO UN POLO D’ECCELLENZA, IL GRAN SASSO SCIENCE INSTITUTE, L’ULTIMA TRA LE SCUOLE UNIVERSITARIE SUPERIORI A ORDINAMENTO SPECIALE, come la Normale e la Sissa, e la più a sud in Italia. Nelle quattro aree di studio – fisica, informatica, matematica e scienze sociali – quest’anno sono entrati 35 studenti, di 12 Paesi. I primi dottori di ricerca già diplomati hanno trovato subito un lavoro interessante, anche all’estero.
Questi studenti, come i loro colleghi della facoltà di Lettere, sono la speranza di un futuro nuovo per i quartieri antichi. A breve, ci sarà una fondazione per gestire gli appartamenti venduti dai privati al Comune dopo il terremoto, e destinarli agli studenti secondo una graduatoria di merito; i migliori li avranno con una borsa di studio; gli altri con un affitto calmierato.
«Siamo a una svolta» ci dice Roberto Aloisio, coordinatore di “OpenData ricostruzione”, progetto di ricerca che monitora le risorse impiegate nella ricostruzione. «QUESTA CITTÀ, A UN’ORA DA ROMA, PUÒ PUNTARE SULL’ALTA FORMAZIONE E DIVENTARE IL LUOGO DOVE MANDARE I FIGLI PERCHÉ RICEVANO UN’ISTRUZIONE QUALIFICATA. COME PRINCETON, A UN’ORA DA NEW YORK». Conoscenza, e tecnologia; con l’università e le istituzioni, il GSSI sta progettando il nuovo della smart city, «sarà una delle città con la migliore connettività in Italia» dice Aloisio.
Mentre i cantieri avanzano, le polemiche incalzano, con le recenti dimissioni del sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi per protesta contro la mancanza di fondi. Ma c’è anche chi ha già scommesso sul presente. Sono aquilani, ma non solo. Hanno scelto di arrivare, tornare, studiare, vivere e lavorare nel centro storico. Superando i disagi, le incertezze anche economiche. Solo per amore. Di una città. (CRISTINA LACAVA)
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TESTIMONIANZE

VENIAMO DA TUTTO IL MONDO
GIULIA URSO, 36 ANNI, SALENTINA, RICERCATRICE IN GEOGRAFIA ECONOMICA AL GRAN SASSO SCIENCE INSTITUTE «Sono arrivata a L’Aquila nel 2015 come assegnista di ricerca, dal 2018 sono ricercatrice in Geografia economica: studio la distribuzione dell’economia, perché un settore si sviluppa in una certa area piuttosto che in un’altra. In particolare, mi occupo delle aree interne dell’Appennino. Di recente abbiamo avviato una ricerca sull’impatto del GSSI sulla città. I nostri studenti ricevono 1500 euro come borsa di studio, più il vitto e l’alloggio: come li spendono? E gli abitanti, pensano che potremmo contribuire a rilanciare l’immagine internazionale della loro città? Io credo di sì. Veniamo da tutto il mondo per fare ricerca a L’Aquila. Abbiamo in programma molti eventi: a settembre ci sarà la Conferenza annuale di Scienze regionali, con 500 persone. La settimana dopo, il congresso nazionale della Società italiana di Fisica. Tutti gli anni ospitiamo una delegazione di studenti della London School of Economics. Noi del GSSI sentiamo molto la responsabilità sociale: siamo nati dalla tragedia del terremoto e cerchiamo di restituire qualcosa, coinvolgendo la popolazione. Con Pint of Sciences, ad esempio, andiamo nei pub a divulgare la scienza. Quando sono arrivata, nel 2015, il primo impatto è stato duro. Ci ho messo un po’ a entrare in sintonia ma ora sono contenta. Ho scelto di vivere qui per il contesto internazionale e l’alta qualità degli studi. Questa è ora la mia città».
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HO APERTO IN CENTRO IL MIO STUDIO
LUISA RIZZO, 33 ANNI, NOTAIO «Nel 2009 studiavo a Perugia ma ero tornata a L’Aquila per Pasqua. Dopo il terremoto ci siamo rifugiati da alcuni parenti sulla costa, poi ho ripreso a studiare e mi sono laureata a ottobre. Ho sempre sognato di fare il notaio, da bambina stipulavo gli atti di compravendita delle bambole. Sapevo che il percorso sarebbe stato lungo, ma la mia famiglia mi ha supportato. Quando ho superato il concorso, ho guardato le sedi disponibili: in Abruzzo ce n’erano 6. Il cuore mi ha fatto scegliere L’Aquila. Non avevo un’altra scelta possibile, ho pensato. A luglio 2017 ho avuto la nomina; tre mesi dopo ho aperto lo studio ai Quattro cantoni, in pieno centro, grazie alla nostra Cassa professionale, che ha una convenzione con alcune banche per offrire un prestito d’onore ai notai di prima nomina. Altri aiuti economici non ne ho avuti. L’inizio non è stato grandioso, devo ammetterlo. Ma ora va meglio, sono orgogliosa, felice e non me ne andrei mai. Ho preso una casa nelle vicinanze, vengo in studio a piedi. Comodo, anche perché resto al lavoro fino a tardi. Certo, per fare la spesa devo prendere la macchina, perché in centro non ci sono negozi, ma mi sono abituata. E devo dire che in un anno e mezzo ci sono stati molti passi in avanti nella ricostruzione della città. Quando sono arrivata, nel mio palazzo ero sola; ora ci sono altri studi professionali e l’ufficio del Teatro Stabile. Questo è il posto dove per me ha senso stare».
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SENZA UNA FAMIGLIA NON CE LA FAI
ANDREA MANCINI, 36 ANNI, TITOLARE DELLA BOTTIGLIERIA LO ZIO E DELL’OSTELLO A CAMPO IMPERATORE «Con mio fratello Daniele e nostra madre abbiamo aperto la bottiglieria Lo Zio – dal soprannome di un nostro amico che è mancato – nel 2013; aveva un’agibilità parziale, sapevamo che l’apertura era “a tempo”. Abbiamo fatto tutto da soli, con materiali di riciclo, come i tavoli, o l’altalena che fa da panca, le luci. Nostra l’idea di coprire una parete con le pagine di un libro. Quando siamo stati costretti a chiudere per finire la ristrutturazione, e ci siamo ritrovati a spasso, abbiamo aperto un ristorante in periferia, coinvolgendo anche papà. Nel 2017 abbiamo riaperto la bottiglieria, ed è andata subito bene, grazie alla vicinanza con la facoltà di Lettere; studenti e professori sono nostri clienti. L’anno scorso abbiamo vinto il bando per l’ostello a Campo Imperatore, il più alto d’Europa, nella vecchia stazione della funivia. La mia famiglia ha scommesso su L’Aquila, anche se mancano le Poste e le banche, e il Comune ha riaperto solo in parte. Ci abbiamo sempre creduto. Se non ci credi fino in fondo non lo fai. Senza la famiglia non lo fai».
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NON HO LICENZIATO NESSUNO
SERENA PACIONE, 50 ANNI, TITOLARE DI UN’IMPRESA EDILE SPECIALIZZATA IN RESTAURO «Abitavo vicino al Duomo, anche il mio ufficio era là. La sera del 5 aprile 2009, quando c’è stata la prima scossa, mi sono messa subito in macchina con mio figlio. La seconda scossa ci ha colto a casa di mia sorella. Ho perso sia la casa, sia l’ufficio, che ho spostato in un capannone. Non ho licenziato nessuno dei miei 15 dipendenti, anzi, siamo stati i primi a fare il censimento dei danni e a giugno abbiamo permesso la riapertura del teatro comunale. In questi 10 anni ho sempre lavorato, ma soprattutto in altre città. Mi piacerebbe contribuire al restauro del centro, ma bandi pubblici non se ne fanno. La ricostruzione di alcune chiese è stata seguita direttamente dagli sponsor. Quella del Duomo, nonostante il progetto sia pronto, deve ancora partire. Ma siccome amo la mia città, entro fine anno riaprirò l’ufficio in centro, e l’anno prossimo inizierò i lavori della casa. Ora vivo a Santi, il mio paese d’origine, ma mi manca L’Aquila. Era una città con un centro animato e sicuro, si lasciava la porta aperta. Ora ci sono soprattutto pub».
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QUEL GIORNO PAPÀ MI HA DETTO: PARTI
CATERINA PIO, 30 ANNI, TITOLARE DEL SALONE DI BELLEZZA LA TRUCCHERIA L’AQUILA «Il terremoto ha cambiato la mia vita. Ricordo benissimo quella notte: papà urlava “Siete vivi?”, poi ha preso a spallate la porta blindata per farci uscire, e siamo scappati. Fino ad allora i miei genitori non volevano che me ne andassi di casa; quel giorno hanno detto: parti. Mi sono trasferita a Roma, truccavo sui set cinematografici, ho lavorato per le ditte di cosmesi. Però non mi bastava aspettare la telefonata del cliente; volevo essere imprenditrice. Ho ricevuto un prestito di 30mila euro a tasso zero, grazie ai finanziamenti SelfiEmployment, gestiti da Invitalia. Ho sempre vissuto in centro, questa è casa mia e volevo esserci nella ricostruzione. Ho aperto La Truccheria il 1° agosto 2018, e lavoro da sola. Il negozio è la base dell’attività, ma non si vive vendendo rossetti, anche perché non c’è tanto passeggio. Organizzo corsi di make up, per professionisti e non. Vorrei allargare il campo; penso che ne farò uno di body painting».
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SIAMO STATI TRA I PRIMI A RIAPRIRE
GIULIANO CERVELLI, 48 ANNI, TITOLARE DELLA LIBRERIA POLARVILLE IN VIA CASTELLO «Con la mia compagna Luna nel 2004 abbiamo aperto a due passi dal Duomo il Caffè Polar, che era bar, libreria e negozio di vinili. Eravamo vicini all’università, studenti e professori venivano alle presentazioni di libri e alle mostre. Nel 2009 avevamo deciso di concederci la nostra prima, lunga vacanza. Non è andata così. Con il terremoto abbiamo perso tutto. Siamo stati tra i primi a riaprire, ad esclusione dei bar. L’attività va bene; siamo indipendenti, ogni libro o disco è scelto da noi, i clienti sono affezionati. Una volta a settimana presentiamo libri; Michele Mari e Nadia Terranova sono stati nostri ospiti, tra 50 persone accalcate in questo spazio piccolo ma nostro. Organizziamo anche concerti; se Massimo Bubola viene per un libro, la sera suona».
(DA https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/foto-racconto/laquila) 25/3/2019

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2012/03/23/le-19-new-town-de-laquila-cosi-non-si-ricostruisce-una-citta-la-dispersione-demografica-della-popolazione-colpita-dal-sisma-in-che-modo-riportare-a-vera-vita-laquila-in/

 

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