LIBIA NEL CAOS (vicina a noi, per geografia e accadimenti passati), vittima dell’anarchia (con ambizioni forti di suoi leader e centinaia di milizie armate rivali); e un’Europa degli stati nazionali divisa sul CHE FARE (in primis la FRANCIA compromessa nel caos libico) – Come sciogliere i nodi per una GEOPOLITICA DI PACE?

(foto da http://www.Wikipedia.org : GADAMES, LA PERLA DEL DESERTO, Vista sui tetti della città vecchia di Gadames) – ALLA BASE DELLA REAZIONE DELLE FORZE DELLA CIRENAICA CAPEGGIATE DA HAFTAR CONTRO IL “GOVERNO UFFICIALE” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (SPLENDIDA, TURISTICA, CITTÀ-OASI LIBICA AL CONFINE CON TUNISIA E ALGERIA, NEL FEZZAN OCCIDENTALE); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (CONFERENZA DI GADAMES) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

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LA GUERRA TRA SARRAJ E HAFTAR È IN STALLO. INTANTO, TRIPOLI SI BLINDA. ANCHE DA POSSIBILI ATTACCHI ISIS – (11/4/2019, da http://www.difesaesicurezza.com/ ) – La sicurezza di Tripoli tiene nonostante l’offensiva di Khalifa Haftar. Le truppe del GNA di Fayez Sarraj sono riuscite a respingere tutti i tentativi dell’LNA di avvicinarsi alla capitale della Libia. In tutta l’area, comunque, è stata rafforzata la sicurezza contro possibili aggressioni con nuovi presidi, dotati anche di mezzi pesanti. Questi si sono schierati a Tajoura city, sulla strada costiera e sulla Al-Shaat Road, nonché presso l’area di Ghut Al-Rumman area e all’entrata est della città. L’obiettivo è proteggere soprattutto le istituzioni vitali del paese africano, sia dagli attacchi del Generale sia da gruppi terroristici come Isis, che negli ultimi giorni hanno alzato la testa dopo un lungo periodo di letargo. A questo proposito, sono stati intensificati i controlli dei veicoli e delle identità personali. Inoltre, è stato istituito un robusto servizio di pattugliamento notturno per evitare possibili raid a sorpresa.
IL GENERALE E IL CAPO DEL GNA CONTINUANO LE RISPETTIVE CAMPAGNE AREE PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE. IL CONFLITTO È DIVENTATO SOPRATTUTTO DI PROPAGANDA E PASSA DAI SOCIAL MEDIA – Intanto, sia Haftar sia Sarraj continuano le rispettive campagne aeree per indebolire le difese nemiche. L’LNA ha annunciato di aver abbattuto un velivolo militare decollato da Misurata. Le truppe del GNA, però, hanno smentito affermando invece che in giornata sono stati effettuati 11 attacchi e che tutti hanno avuto successo, senza riportare perdite. Le truppe del generale, invece, stanno attaccando la base di Yarmouk e il ponte Al-Zahra, a sud di Tripoli. Entrambi gli schieramenti affermano di avere il controllo delle aree, in quella che sembra sia diventata più una guerra di propaganda attraverso i social media, rispetto a un conflitto su vasta scala, quale dovrebbe essere quello in corso in Libia. I portavoce di Haftar e Sarraj, infatti, si smentiscono reciprocamente più volte al giorno su ogni notizia. (da http://www.difesaesicurezza.com/)

   La Libia ha uno stretto legame con l’Italia (che dal 1911 fu costretta ad essere colonia italiana) (vedi la ottima descrizione in questo sito-link: http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp ); e, storicamente, molto abbiamo (come paese) da farci perdonare dalla dominazione italiana. E poi è stata la Libia, ed è tuttora fonte di approvvigionamento energetico per noi (l’Eni gestisce il 70% delle risorse petrolifere libiche); ed è paese mediterraneo vicino a noi, della stessa civiltà del “mare nostrum”. E poi, in questi ultimi anni, le tragiche vicende dell’immigrazione: di centinaia di migliaia di immigrati africani che “cercano l’Europa” (una vita migliore, o scappare da guerre e fame) e transitano per la Libia. Spesso dovendo sopportare pene e sofferenze indicibili in quel paese in preda all’anarchia, dove predominano bande e gruppi di individui che cercano ricchezza da quelle persone che transitano (con ricatti di soldi alle famiglie di origine, stupri e violenze di ogni tipo, schiavitù…).

La guerra tra Serraj e Haftar è in stallo. Intanto, Tripoli si blinda. Anche da possibili attacchi Isis (carta da http://www.difesaesicurezza.com/)

   Insomma la Libia rappresenta un paese cardine delle questioni contemporanee, che nella cintura del nord Africa tra civiltà diverse (povere a sud, ricche a nord), nella sua situazione di instabilità totale, sta producendo e ampliando contesti, situazioni globali, di guerra e sofferenza che anziché risolversi, restano in stagnazione e, ora, pare, sembrano aggravarsi.
Pertanto difficile pensare alla Libia come cosa lontana: non lo è geograficamente, e non lo è per gli effetti che quel che accade lì si ripercuote poco più a nord, da noi. E i fragori della guerra (civile) che potrebbe ora scoppiare è più che mai un “problema nostro”.

le tre regioni della Libia

   La Libia è uno stato frammentato, che dalla guerra civile e dall’intervento militare della Nato che hanno portato alla destituzione di Gheddafi nel 2011, fatica ancora a trovare una vera legittimazione democratica. E da otto anni è spaccata in due: da una parte c’è il governo di AL SERRAJ a TRIPOLI, sostenuto dalla comunità internazionale (ma non da tutti, come diremo tra poco); dall’altro il governo di TOBRUK sotto la guida del generale HAFTAR. In mezzo decine di milizie tribali, gruppi armati che controllano parti del territorio, operano traffici illeciti di armi e migranti e compiono azioni di guerriglia.

il leader del governo ufficiale di Tripoli AL SERRAJ

   Roma ha puntato su Fayez al-Serraj e sul governo di “Accordo nazionale” da lui presieduto: questo per ragioni geopolitiche; perché appoggiato anche dall’Onu; per ragioni economiche (la maggior parte delle attività dell’ENI si svolgono in Tripolitania); e per la questione migranti (il tentativo di “fermarli”, non importa poi come e le condizioni dei campi di internamento libici…).
Dall’altra è da capire chi aiuta Haftar, ora che i suoi miliziani mascherati da esercito assediano Tripoli. Haftar ha l’appoggio di Egitto e Emirati Uniti oltre a quello di Francia e Russia, e ancor di più dell’Arabia Saudita (che sponsorizza finanziariamente le sue ambizioni di potere). HAFTAR STA CERCANDO DI CONQUISTARE TRIPOLI, ma NON SI COMPRENDE se l’intenzione è di ARRIVARE AD ELIMINARE IL GOVERNO ufficiale, O È SOLO UNA GRANDE PROVA DI FORZA, per contare molto di più di quel che vorrebbe la comunità internazionale. E nell’assedio di Tripoli, se cisarà un bagno di sangue e una tragica guerra civile (che può accadere), tutto questo non aiuterebbe la causa del generale di Bengasi.

il generale Haftar

   Il governo di Tripoli (e al-Serraj) è difeso anche dagli uomini di Misurata, che hanno armi e un simil-esercito (di ex militari di Gheddaffi, di mercenari, di volontari…), una milizia armata in grado di resistere alle milizie di Haftar. E sempre Tripoli, cioè al-Serraj riceve l’aiuto di Qatar e Turchia oltre a quello dell’ONU: e, come dicevamo, il governo italiano ha assecondato finora questa linea internazionale.
Il tutto in una situazione caotica, dove la Francia probabilmente considera anche i suoi interessi petroliferi (la Total, compagnia francese, in rivalità con la “nostra” Eni). Poi ci sono gli USA, finora poco interessati a quest’area geopolitica; e la Russia che sta a guardare sperando di entrare di più nel Mediterraneo; l’Unione Europea come spesso accade assente, poco credibile, divisa: la mozione europea di condanna dell’offensiva in corso nella capitale è stata censurata da Parigi (cioè la Francia ha posto il veto all’Unione Europea). Strano gioco sembra portare avanti la Francia di Macron: europeista sì in tante cose, ma indissolubilmente ancora legata ad una autonoma grandeur francese e a una politica (pseudo coloniale) in Africa che non vuole delegare poteri a un’Europa che invece dovrebbe esprimere una politica estera unitaria.

Libia. Truppe di Haftar avanzano verso Tripoli

   Forse alla base della reazione delle forze della Cirenaica capeggiate da Haftar contro il “governo ufficiale” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (splendida, turistica, città-oasi libica al confine con Tunisia e Algeria, nel Fezzan occidentale); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (Conferenza) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

I mezzi del generale Haftar sulla strada di Tripoli (NELLE GUERRE ATTUALI DEL SUD DEL MONDO CONTANO MOLTO I PICK UP, LE JEEP, I SUV…..)

   Per evitare il consolidarsi di questa posizione Haftar ha “dovuto” sparagliare subito le carte, far andare in frantumi il tentativo internazionale che lo avrebbe portato (Haftar) sì ai massimi ranghi militari della Libia, ma subordinato al potere civile, ad “altri” (è così che l’attacco verso Tripoli del suo pseudo esercito di miliziani e mercenari ha annullato la Conferenza Onu prevista e la pace possibile)
E’ questa una interpretazione realistica dell’attacco sferrato da Haftar, che pur in un momento di possibile conciliazione delle parti (pur difficile), tutto torna nella contrapposizione di prima (più di prima), senza sbocchi possibili al caos libico.

Libia, truppe di Serraj riprendono l’aeroporto di Tripoli (da http://www.Quotidiano.net/)

   Pertanto sono molte le cause della situazione difficile in Libia: le divisioni interne al Paese, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le smisurate ambizioni personali di alcuni leader politici, l’ostinazione della comunità internazionale ad appoggiare soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti, e le ingerenze straniere che hanno finito per inasprire le violenze.
Su tutto grava quello che è la grande questione per l’Europa del caos libico: cioè il grande flusso di migranti che dall’Africa subsahariana vengono prima depredati e schiavizzati dalle fazioni tribali libiche o abbandonate ai trafficanti del Mediterraneo verso le coste europee (Spagna, Italia, Grecia, Malta), rischiando di affondare (tragicamente annegare) prima di tutto loro stessi (bambini donne, giovani, tutti…); e poi anche sembra fallire il sogno (obiettivo) di un’Europa federale unita (obiettivo forse accantonato dagli elettori arrabbiati alle prossime elezioni europee del 23-26 maggio).

(carta da “il fatto Quotidiano) – LA LIBIA E IL SUO PETROLIO – L’ENI produce in LIBIA quasi 400 MILA BARILI DI PETROLIO AL GIORNO (il 70% della produzione nazionale libica), la francese TOTAL si fermava nel 2017 ad appena 31mila (meno di un 10% rispetto all’ENI). Se c’è chi guadagna o perde dal conflitto libico e dalle milizie l’un contro l’altra armate, sono le compagnie petrolifere. E siccome la guerra riesplosa vede da una parte i gruppi fedeli al GOVERNO DI TRIPOLI e dall’altra quelli vicini al generale KHALIFA HAFTAR che può contare sul SOSTEGNO DI EGITTO E FRANCIA, in ballo ci sono anche i destini delle due imprese italiana e francese. LA SOLA ISTITUZIONE STATALE LIBICA CHE HA RETTO l’onda d’urto della guerra senza venire spezzata e divisa tra le diverse fazioni è la NATIONAL OIL COMPANY. Dai PROVENTI DELLA PRODUZIONE DEL PETROLIO dipende il 60% DEL PIL DELLA LIBIA, oltre l’80% DELLE ESPORTAZIONI. E se c’è dunque una qualche istituzione che rappresenta la Libia e la sua sovranità è proprio LA SUA COMPAGNIA PETROLIFERA che attraverso controllate come la Waha Oil company o la Zuetina Oil company, È PROPRIETARIA DELLA METÀ DEI POZZI LIBICI. (da https://www.lettera43.it/ 4/9/2018)

   CHE FARE per uscirne?…L’Europa dovrebbe subito ritrovare un’unità nella politica libica: convincere la Francia a fare un passo indietro, e trovare una soluzione veramente credibile che possa far cessare le ambizioni di potere dei singoli leader di quel paese, far cessare l’anarchia delle milizie e bande armate (cioè riuscire a disarmarle!) che lì imperversano, e trovare una pacificazione che faccia di quel paese uno stato unitario con regole precise, democratiche di libertà, rispettate da tutti. Questo anche con interventi mirati sul territorio, coordinati con quelle forze governative che intendono riportare la legalità e il rispetto dei diritti umani (cosa non facile, ma un’Europa unita avrebbe il potenziale per realizzare l’obiettivo). Noi poi in Italia, potremmo (dovremmo) diventare davvero, nell’ambito della UE, «cabina di regia», coinvolgendo pienamente e da subito anche Usa e Russia (e Cina); organizzando incontri e una conferenza di pace (non da soli, ma per esempio mettendo alla prova l’annunciata buona volontà di Parigi); iniziative non concorrenziali con la Francia, con l’Unione Europea; iniziative mirate su tutto il contesto libico, finalmente utili a dare stabilità e regole di diritto umanitario a quell’importante Paese che è la Libia. (s.m.)

Libia – carta politica (da http://www.atlante.unimondo.org/ )

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IL GENERALE CAMPORINI: “IN LIBIA UNA CAPORETTO INTERNAZIONALE”

di Umberto De Giovannangeli, 7/4/2019, da https://www.huffingtonpost.it/
– Una Caporetto della comunità internazionale e del suo organismo più rappresentativo: le Nazioni Unite. È quello che sta avvenendo in Libia con l’offensiva militare su Tripoli scatenata dalle forze fedeli all’uomo forte della CIRENAICA: il generale KHALIFA HAFTAR. Una Caporetto di cui parla, nell’intervista ad HufPost, il generale VINCENZO CAMPORINI, già capo di Stato maggiore della Difesa, tra i più autorevoli analisti di strategie militari e geopolitica italiani. –
Generale Camporini, in Libia è in atto una guerra civile con le forze fedeli al generale Khalifa Haftar puntare alla conquista di Tripoli. Per l’Europa e per l’Italia si tratta di una “Caporetto” politico-diplomatica? 
La Caporetto politico-diplomatica riguarda il consesso internazionale impersonato dalle Nazioni Unite. Il disegno dell’Onu, quello delineato dall’inviato speciale GHASSAN SALAMÈ, si sta sgretolando a favore di giochi di potenze che agiscono sul territorio in modo coordinato tra di loro ma non in coerenza con il disegno delle Nazioni Unite.
Chi c’è dietro il generale Haftar?
Dietro Haftar c’è sicuramente l’EGITTO e c’è anche una costellazione di Paesi del mondo arabo che non è facile identificare proprio per la volubilità di certe politiche che vengono da questi Paesi. Un altro quesito che bisogna porsi riguarda le intenzioni della TURCHIA. Erdogan è alle prese con una grave situazione economica che investe la Turchia e deve fare i conti con seri problemi di carattere politico, messi in evidenza dai recenti risultati delle elezioni amministrative, in particolare a Istanbul e Ankara. È chiaro che la politica estera può essere la valvola di sfogo di queste tensioni.
Ciò che avviene in Libia tocca da vicino l’Italia, per ragioni geopolitiche, economiche e per la questione migranti. Roma ha puntato su Fayez al-Serraj e sul governo di Accordo nazionale da lui presieduto. Si è puntato sul cavallo perdente?

Quella italiana è stata una scelta molto istituzionale ma anche di opportunità, visto che la maggior parte delle attività dell’ENI si svolge in TRIPOLITANIA. A questo punto è chiaro che occorrerà una riflessione di tipo politico. Non mi preoccupa molto la posizione dell’Eni, che con un intelligente lavoro di decenni ha saputo conquistare la fiducia delle popolazioni dei territori in cui opera: il rimpatrio del personale italiano è una misura di prudenza, ma non dimentichiamoci che dalla caduta di Gheddafi a poco tempo fa, le attività ordinarie erano affidate a personale locale che ha dato prova di elevata professionalità.
Lei parla di una necessaria riflessione politica. Cosa dovrebbe fare, a sua avviso, il governo italiano?
Dovrebbe rivedere le sue scelte di relazioni con quei Paesi che hanno interessi sulla Libia, in primis con la Francia, nei confronti della quale trovo che sia stata poco saggia, per usare un eufemismo, la guerra diplomatica che negli ultimi mesi era stata scatenata.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, pur ammettendo il sostanziale fallimento della sua missione pacificatrice a Tripoli e Bengasi, ha ribadito che per porre fine al caos in Libia non esistono soluzioni militari. È proprio così?
Esorcizzare l’opzione militare rientra nella filosofia delle Nazioni Unite. Resta il fatto che Haftar ha un obiettivo politico di conquista del potere e dispone delle risorse militari per poter conseguire questo obiettivo. A questo punto diventa rilevante la posizione che assumerà la municipalità di Misurata che dispone di risorse militari sicuramente valide e che sono poi quelle che a suo tempo cacciarono l’Isis da Sirte.
In Libia c’è anche la “mano” russa?
Che ci sia una presenza russa lo dicono tutti, certo non è una presenza di tipo militare classico. Mosca sta cercando comunque di espandere la sua influenza nel Mediterraneo e la crisi libica è una occasione troppo ghiotta per rinunciarci.
Generale Camporini, quale lezione di fondo bisognerebbe trarre dalle vicende libiche?
La lezione è che nel quadro globale, gli attori sono molteplici e se si vuole curare efficacemente gli interessi nazionali, occorre intessere una serie di relazioni con Paesi che sono alleati e altri che possono esserlo meno…”.
È una critica al governo gialloverde?
L’attuale governo troppo spesso appare concentrato esclusivamente sulle tematiche di politica interna, dimenticando, o tralasciando colpevolmente il fatto che quello che accade in Italia è spesso determinato dalle dinamiche globali.

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CAOS LIBIA, RAID DI HAFTAR SU ZUWARA. CONTE ISTITUISCE GABINETTO DI CRISI
da https://tg24.sky.it/ 12/4/2019
Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha convocato il 12/4 a Palazzo Chigi un Gabinetto di crisi sulla Libia al fine di informare tutti i ministeri competenti sull’evolversi della situazione nel paese, dopo gli attacchi sferrati nelle ultime settimane dal generale Khalifa Haftar contro il premier Fayez al-Sarraj. Il premier ha sottolineato che il Gabinetto di crisi sarà attivo fino a quando la crisi libica non sarà rientrata. La struttura sarà a disposizione di tutti i Ministeri coinvolti in modo da consentire una gestione coordinata del dossier. Nel pomeriggio c’è stato anche un colloquio telefonico tra Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel proprio per discutere della crisi libica.
Raid aereo di Haftar vicino a Zuwara
Per la prima volta dall’inizio dell’escalation militare in Libia, intanto, è stato segnalato un raid aereo dell’aviazione di Haftar vicino a Zuara (o Zuwara), a circa 108 km a Ovest della capitale. Non si hanno al momento notizie di vittime. L’incursione contro un campo delle milizie che difendono Tripoli viene segnalata da tweet della tv panaraba al-Arabiya e del sito Libya Observer. Preoccupa la situazione umanitaria del Paese: secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha) almeno 9.500 persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case dall’inizio del conflitto e 3.500 sono state sfollate solo nelle ultime 24 ore. Il Wall Street Journal, inoltre, citando “responsabili sauditi”, ha rivelato che “l’Arabia saudita ha promesso di pagare decine di milioni di dollari per contribuire a finanziare l’operazione” condotta da Haftar.
Manifestazioni a Tripoli contro Haftar e la Francia
Intanto, Tripoli grida la sua rabbia contro il “traditore” Khalifa Haftar e la Francia, accusata di sostenere l’offensiva del maresciallo contro la capitale libica. In centinaia – migliaia secondo gli organizzatori – hanno gremito oggi piazza dei Martiri, scandendo slogan contro Haftar e innalzando cartelli contro Parigi. Poi l’appello a Bengasi: “Vi abbiamo liberato da Gheddafi, ora tocca a voi”.
Procuratore militare di Haftar: “Arrestare Sarraj”
La tensione resta alta, con il procuratore militare dell’Esercito nazionale libico (Lna), di cui Haftar è comandante generale, che ha emesso un ordine di arresto a carico del premier Fayez al-Sarraj, del vicepremier Omar Maitig e altri esponenti civili e militari di Tripoli, come emerge da un documento pubblicato sulla pagina Facebook del portavoce dello Lna. Il testo sostiene che “queste persone fuori-legge” hanno commesso “gravi crimini”, impugnato “le armi contro lo Stato”, complottato “con Stati stranieri per provocare la guerra contro la Libia” e un conflitto civile, creato “formazioni illegali” (le milizie) e cercato di perpetrare “atti terroristici e di finanziare il terrorismo”. La lista di 14 nomi di militari e di otto di civili include l’ex-premier Khalifa Al-Ghweil e l’attuale portavoce militare del Governo di accordo nazionale di Sarraj, il colonnello d’aviazione Mohamed Gnounou. Nei giorni scorsi il Consiglio dei ministri dell’esecutivo di Sarraj, senza precisare nomi, aveva incaricato un procuratore militare di preparare mandati di arresto a carico di chi è implicato nell’attacco a Tripoli.
Onu: “Richieste di evacuazione non possono ricevere risposta”
La comunità internazionale, nel mentre, continua a chiedere una tregua umanitaria temporanea per consentire la fornitura di servizi di emergenza e il passaggio volontario di civili, compresi quelli feriti, da aree di conflitto. Nell’aggiornamento delle Nazioni Unite si legge che “la comunità umanitaria rimane gravemente preoccupata per la sicurezza e la sicurezza dei civili bloccati nelle aree colpite dal conflitto alla periferia di Tripoli”. L’Ocha segnala che “le richieste di evacuazione in zone più sicure a Tripoli di almeno 3.250 persone non hanno potuto ricevere risposta. Ciò significa che 9 famiglie su 10 che hanno chiesto di essere evacuate non possono essere raggiunte”. Ieri, il portavoce dell’Onu Stephane Dujarric, aveva definito i combattimenti delle precedenti 24 ore “i più pesanti dallo scoppio delle ostilità”.
La Francia respinge le accuse
Mentre la Francia respinge le accuse: “Come i nostri partner, parliamo con tutte le parti del conflitto in Libia, al fine di ottenere un cessate il fuoco. Non siamo mai stati avvisati di un’offensiva su Tripoli, che abbiamo condannato sin dal suo inizio”, dice un portavoce del ministero degli Esteri francese risponendo alla domanda sulle indiscrezioni di Repubblica secondo cui emissari di Khalifa Haftar sarebbero stati ricevuti il 4 aprile scorso a Parigi, poco prima dell’inizio dell’offensiva su Tripoli.

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LIBIA, LA FRANCIA BLOCCA LO STOP DELLA UE A HAFTAR

di Rachele Gonnelli, da “IL MANIFESTO” del 11/4/2019
– A Tripoli già 6 mila sfollati. La mozione europea di condanna dell’offensiva in corso nella capitale censurata da Parigi. L’ALGERIA chiama TUNISIA e EGITTO a un tentativo di raffreddare il conflitto in Libia –
Sono armi sempre più pesanti quelle che nelle ultime ore vengono impiegate nella battaglia in corso a Tripoli, ancora confinata nella periferia sud della capitale. I morti, quasi tutti soldati eccetto due medici e un autista di ambulanze sono, secondo il bilancio accertato dall’Oms, 56, ma le Nazioni unite, che tornano a chiedere un cessate-il-fuoco, e l’Oim dicono che gli sfollati sono arrivati ormai tra i 6 e gli 8 mila in città.
Missili terra-aria GRAD sono caduti sull’area di QASR BIN GHASHIR e sulle case di EIN ZARA mentre nei cieli di Ein Zara e della cittadina di TARHUNA si sono alternati raid dei caccia misuratini e dell’aviazione di Haftar.
L’avanzata del generale cirenaico a YARMUK, dove gli edifici erano già stati imbandierati con i suoi emblemi, è stata fermata dalla milizie SUMUD al comando di SALAH BADI, già sotto sanzioni Usa per la spregiudicatezza del suo comando di “Alba libica” nel 2014 proprio contro Haftar.
Alle «forze di difesa di Tripoli» (provenienti per lo più da Misurata) ieri si è unita un’altra milizia islamista – il “Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi” – con a capo ZIAD BELAM, espulso dal capoluogo della Cirenaica dall’Esercito nazionale libico e inserito nella lista di terroristi come affiliato ad Al Qaida nel Maghreb. Badi e Belam combattono ora fianco a fianco a protezione del governo riconosciuto dall’Onu e dall’Italia.
Il primo ministro italiano Giuseppe Conte nel pomeriggio è intervenuto alla Camera con una informativa urgente sulla Libia e ha semi-sconfessato lo scoop di Repubblica in base al quale avrebbe incontrato a Roma una delegazione del «feldmaresciallo di Bengasi», forse addirittura il figlio Khalid Haftar che sta guidando l’offensiva. Conte ha ammesso di aver avuto contatti con un suo emissario ma ha detto di aver anche sentito telefonicamente il premier Serraj, sostenendo che il suo obiettivo prioritario è arrivare ad una tregua, quindi evitare una crisi umanitaria e il risorgere dell’Isis.
L’EUROPA È IN STALLO
A margine del vertice Ue sulla Brexit mercoledì sera è fallito un nuovo tentativo – dopo quello al Consiglio di sicurezza Onu – di approvare una dichiarazione per intimare ad Haftar di fermarsi. LA FRANCIA – smentisce l’Eliseo ma confermano l’agenzia Reuters e il quotidiano Guardian – HA BLOCCATO IL TESTO, togliendo il nome di Haftar e sostituendolo con la frase «tutti gli attori libici alimentano il conflitto».
L’ALGERIA, già scossa dalla proteste anti-Bouteflika e ora intimorita dal possibile contagio libico, cerca di intavolare con gli altri paesi confinanti – Tunisia ed Egitto – un summit per raffreddare la tensione a Tripoli. All’incontro dovrebbe partecipare anche l’inviato Onu GHASSAM SALAMÉ, che intanto rischia di vedersi rimpatriare i 231 caschi blu nepalesi addetti alla sicurezza della missione Unsmil. (Rachele Gonnelli)

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LA STRANA GUERRA DI HAFTAR E LE IDEE NUOVE CHE SERVONO

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 9/4/2019
– Il pericolo che i governi italiani degli ultimi cinque anni hanno sottovalutato votandosi alla causa dell’Onu condita da inutili e persino avvilenti proclami statunitensi è che la Libia diventi sempre di più il teatro di una guerra per procura tra potentati islamico-petroliferi –
Cosa vuole il generale cirenaico Khalifa Haftar, e chi lo aiuta ora che i suoi miliziani mascherati da esercito assediano Tripoli? Soltanto rispondendo a queste domande potremo inquadrare correttamente l’ennesima strana guerra libica, e ricavare le indicazioni politico-militari che potrebbero servirci ad alleviare, sarebbe ora, le pesanti minacce che il caos in Libia fa gravare sugli interessi nazionali italiani.
Per cominciare, Haftar vuole davvero espugnare Tripoli? È improbabile, a meno che siano le numerose e non coordinate milizie della capitale a donargliela in cambio di sostanziosi benefici. Ma Tripoli è difesa anche dagli uomini di Misurata, che sanno battersi. E un bagno di sangue non aiuterebbe la causa del generale di Bengasi.
Piuttosto, bisogna capire in cosa consiste questa causa. Dal 2016 un interminabile negoziato di conciliazione tra CIRENAICA e TRIPOLITANIA, tra KHALIFA HAFTAR e FAYEZ AL-SARRAJ (un civile il cui governo è riconosciuto dalla comunità internazionale, ma che ha poche baionette sulle quali sedersi) viene condotto dall’Onu con l’appoggio particolarmente convinto dell’Italia. Dopo molti alti e bassi, più bassi che alti, dieci giorni fa il Segretario del Palazzo di vetro ANTONIO GUTERRES si è spinto fino ad annunciare il raggiungimento di un accordo tra le due parti libiche sul punto cruciale della sicurezza e della riorganizzazione militare: Haftar guiderà l’esercito nazionale come chiede da tempo, ma sopra di lui sarà una autorità civile ad avere davvero il comando. E la conferenza di Ghadames, a metà aprile, renderà ufficiale il compromesso.
A Bengasi scoppia il finimondo. Il generale che vuole diventare il nuovo Gheddafi agli ordini di un civile, magari proprio al-Sarraj? Bisogna reagire immediatamente. A fine marzo Haftar, che ha già l’appoggio di Egitto e Emirati Uniti oltre a quello di Francia e Russia, compie una visita lampo in Arabia Saudita, che è da tempo la sua vera finanziatrice via il Cairo. Il risultato è che l’operazione Tripoli può scattare, ci sono i mezzi e ci sono le coperture indispensabili. Lo scopo è dire chiaramente all’Onu e a tutta la comunità internazionale che HAFTAR NON CI STA, che se si vuole un accordo le decisioni militari dovranno spettare a lui e non ai civili, e che soltanto a queste condizioni la conferenza di Ghadames potrà aprire i battenti. E ancora: che se l’Onu e gli altri non vorranno dargli ascolto lui saprà usare la forza, e seppellire con le maniere forti un metodo negoziale che ha fatto il suo tempo.
Non sorprende allora che Parigi si faccia in quattro per assicurare che la Francia non c’entra (anche se in Italia torna ad affiorare una polemica mediatica che fa piacere al governo gialloverde), che altrettanto faccia la Russia già piena di problemi tra Siria e Venezuela, che Washington ritiri i suoi pochi uomini e intimi al ben noto generale (durante l’esilio risiedeva a Langley, sede della Cia) di fermarsi subito, che persino l’Egitto dica di non essere questa volta d’accordo con Haftar e che l’Onu non annulli l’appuntamento di Ghadames il 14 aprile. A parte la probabile ipocrisia dell’Egitto, si tratta di uno schieramento che forse Haftar non aveva previsto. Più debole di quanto sembri, con le linee di rifornimento molto allungate, l’uomo forte di Bengasi rischia un boomerang devastante. Ma in fondo, se sarà saggio, gli può bastare rimanere dov’è, tenere il dito sul grilletto anche nel caso che l’arma sia in realtà scarica. Senza di noi la pace non si fa, questo gridano gli armigeri del generale. E hanno ragione, ormai dovremmo averlo capito.
Se Haftar ha i suoi ricchi e potenti amici, anche al-Sarraj riceve l’aiuto di Qatar e Turchia oltre a quello del Palazzo di Vetro. Il pericolo, che i governi italiani degli ultimi cinque anni hanno sottovalutato votandosi alla causa dell’Onu condita da inutili e persino avvilenti proclami statunitensi (il «Ruolo dirigente» di Obama, la «Cabina di regia» di Trump), è che la Libia diventi sempre di più il teatro di una guerra per procura tra potentati islamico-petroliferi, con l’Italia alla finestra dopo la vana conferenza di Palermo, la Francia alla ricerca di qualche spiraglio per Total in rivalità con l’Eni, l’America assente, la Russia prudente o calcolatrice, l’Europa intera disinteressata pur sapendo che la Libia resta il più grande e atroce serbatoio di migranti, e i migranti tradotti in politica rischiano di affondare la Ue più delle elezioni di maggio.
Serve, è evidente, un approccio diverso e più efficace. Siamo in grado, noi Italia, di diventare davvero «cabina di regia», di coinvolgere pienamente e da subito Usa e Russia (e forse Cina), di organizzare (non da soli, ma per esempio mettendo alla prova l’annunciata buona volontà di Parigi) conferenze non concorrenziali tra loro e finalmente utili, di chiedere sanzioni contro chiunque alimenti la destabilizzazione libica, di scuotere l’Europa, di ipotizzare anche l’impiego di forze di pace e di interposizione d’intesa con l’Onu, di prendere insomma, visto che abbiamo davanti alla porta di casa un incendio che può diventare catastrofico, le iniziative che abbiamo sin qui trascurato nascondendoci dietro le mediazioni degli inviati del Palazzo di Vetro?
Se dovessimo giudicare dalla politica estera del governo in carica, gestita nei ministeri sbagliati a soli scopi elettorali, dovremmo esprimere un cupo pessimismo. La ferocia verso i migranti che regna nei campi di detenzione libici (nella «nostra» Tripolitania!) non solleva alcuna indignazione. E dopotutto, se dovessero arrivare nuove ondate di migranti dalla Libia, la «politica della fermezza» saprebbe conquistare altri consensi rivolgendo un silenzioso grazie ad Haftar, o a chi per lui. (Franco Venturini)

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GLI AFFARI DI ENI E TOTAL IN LIBIA

da https://www.lettera43.it/ 4/9/2018
– La compagnia italiana rappresenta il 70% della produzione del Paese. Il concorrente francese appena un decimo, ma sta cercando di espandersi. In mezzo il destino della società nazionale Noc. –
La prima (Eni) è presente sul terreno dal 1959, la seconda (Total) è arrivata addirittura cinque anni prima: correva l’anno 1954. Ma mentre Eni produce in Libia quasi 400 mila barili di petrolio al giorno – 384mila barili secondo gli ultimi dati del Sole 24 Ore – la francese Total si fermava nel 2017 ad appena 31mila. Se c’è chi guadagna o perde dal conflitto libico e dalle milizie l’un contro l’altra armate, sono le compagnie petrolifere. E siccome la guerra riesplosa vede da una parte i gruppi fedeli al governo di Tripoli e dall’altra quelli vicini al generale Khalifa Haftar che può contare sul sostegno di Egitto e Francia, in ballo ci sono anche i destini delle due imprese italiana e francese.
Nel 2013 l’allora amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni aveva descritto la Libia come un Paese dove tutti sono destinati a essere ricchi. Il manager italiano metteva in fila i numeri. Cinque milioni di abitanti (all’epoca) per due milioni di barili di petrolio prodotti al giorno. Ma a cinque anni di distanza, il Paese sembra ripiombato nel caos.
E ancora una volta le parti in conflitto si contendono la linfa vitale del Paese e soprattutto mettono in discussione la sola istituzione statale che ha retto l’onda d’urto della guerra senza venire spezzata e divisa tra le diverse fazioni: la National Oil company. Dai proventi della produzione del petrolio dipende il 60% del Pil della Libia, oltre l’80% delle esportazioni. E se c’è dunque una qualche istituzione che rappresenta la Libia e la sua sovranità è proprio la sua compagnia petrolifera che attraverso controllate come la Waha Oil company o la Zuetina Oil company, è proprietaria della metà dei pozzi libici.
L’OBIETTIVO DEI 2,2 MILIONI DI BARILI PER IL 2023
La produzione dello Stato che fu di Muhammar Gheddafi non è mai ritornata ai picchi raggiunti negli Anni 70, ma nemmeno è rimasta agli abissi del 2013, quando l’intero Paese riusciva ad estrarre dai propri giacimenti appena 300mila barili, meno di quello che oggi fa l’Eni da sola. La società italiana rappresenta infatti il 70% della produzione nazionale libica. E non a caso proprio all’Italia è stato dato il comando della missione Ue Sophia per contrastare il contrabbando di greggio via mare.
In ogni caso a febbraio di quest’anno la Libia metteva sul mercato 1,28 milioni di barili al giorno, poco meno degli 1,6 prodotti prima della guerra che depose il raìs. Entro il 2023 la Noc progetta di accrescere le attività fino a 2,2 milioni, sostenendole con cospicui investimenti (circa 18 miliardi).
E però tra la crisi di ieri e i sogni di domani, ci sono i conflitti del presente: a giugno la società è stata costretta a chiudere i terminal petroliferi dopo che il suo controllo sui pozzi è stato messo in discussione con ripetuti attacchi soprattutto nell’Est, tanto da portare le Nazioni Unite a lanciare un appello per ristabilirne l’autorità. Dietro ai tentativi di aggirare la Noc, ci sono i progetti neanche tanto velati di spezzare il controllo dei pozzi esattamente come l’autorità statuale tra le tre diverse regioni libiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.
O in ogni caso di sottrarle il tesoro. Le mire dei nemici della Noc sono state sicuramente aiutate dalla competizione tra Francia e Italia e dai rispettivi interessi nazionali, a cui del resto si affiancano anche quelli delle compagnie americane e della russa Gazprom. E visto che gli attacchi all’esecutivo di Tripoli sono parte della grande offensiva del generale filo francese, Total potrebbe avere tutto da guadagnare.
La società francese sta cercando di aumentare i propri investimenti in Nord Africa e Medio Oriente e a marzo ha annunciato di aver preso possesso di una quota pari al 16,3% della concessione per lo sfruttamento del campo di Waha, acquistando per 450 milioni di euro diritti che prima erano della società americana Marathon Oil. Solo il giacimento di Waha può fruttare a Total 50mila barili al giorno sui 300mila totali.
Ma le prospettive sono in forte crescita, se gli analisti stimano che in dieci anni si potrebbe arrivare a 400mila barili con una crescita del 33%. Total ha inoltre acquisito diritto di esplorazione nel bacino di Sirte. Tra i suoi possedimenti storici invece c’è il 37,5% del giacimento in mare di Al Jurf e una partecipazione del 27% del giacimento occidentale di El Sharara. E ha pure quote del campo orientale di Mabrouk.
QUEI SETTE POZZI DA APRIRE A OTTOBRE
Nel frattempo però anche Eni continua ad aumentare le sue attività: a inizio luglio la compagnia italiana ha annunciato di aver avviato la seconda fase della produzione dal giacimento di gas off shore di Bahr Essalam, il più grande dello Stato africano. Controllato da una joint venture tra Eni e la Noc, Bahr Essalam si trova a 120 chilometri a Nord Ovest di Tripoli. Nei piani del Cane a sei zampe il progetto dovrebbe completarsi a ottobre quando dovrebbero entrare in funzione altri sette nuovi pozzi.
In tutto le riserve in gioco sono pari a 260 miliardi di metri cubi di gas. Un tesoro tale da portare il premier Fayez al-Sarraj a presenziare alla cerimonia di apertura. In quell’occasione il presidente della società petrolifera di Stato, Mustafa Sanalla, ha dichiarato: «Eni ha dimostrato la fiducia che le compagnie petrolifere internazionali hanno nella Noc e il successo che le partnership legittime possono offrire a tutti i libici». Parole che vanno lette come un messaggio a chi coltiva ancora piani per smembrare e marginalizzare la società. E forse non a caso due settimane più tardi Senalla ha incontrato anche i dirigenti di Total con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la cooperazione. (da https://www.lettera43.it/)

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DI CHI È LA COLPA IN LIBIA

da https://www.ilpost.it/, 9/4/2019
– L’inizio della terza guerra civile in meno di dieci anni sembra essere vicino, e la responsabilità è un po’ di tutti: dei libici e della comunità internazionale –
La Libia sembra essere molto vicina all’inizio della sua terza guerra civile in meno di dieci anni. Negli ultimi giorni l’esercito fedele al maresciallo Khalifa Haftar, che controlla buona parte della Libia orientale e meridionale, ha attaccato la capitale Tripoli, sede del governo riconosciuto internazionalmente e guidato dal primo ministro Fayez al Serraj. I combattimenti sono ancora in corso e le milizie fedeli a Serraj si sono mosse rapidamente per fermare l’avanzata nemica. Ora i due schieramenti sembrano equivalersi, e il timore è che possa iniziare una lunga guerra di posizione che rischia di sfiancare una popolazione già sfinita da anni di violenze e scontri.
L’ultimo attacco di Haftar contro Serraj a Tripoli ha aggravato una crisi già profonda che finora nessuno è riuscito a risolvere. La situazione attuale è frutto di molte cose, tutte importanti: le divisioni interne alla Libia, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le smisurate ambizioni personali di alcuni leader politici, l’ostinazione della comunità internazionale ad appoggiare soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti, e le ingerenze straniere che hanno finito per inasprire le violenze. Quindi, di chi è la colpa? Partiamo dall’inizio.
Da sempre la crisi in Libia viene legata alle conseguenze della guerra civile del 2011, quella che portò alla destituzione dell’ex presidente Muammar Gheddafi. Nel conflitto intervennero militarmente anche diversi governi stranieri, tra cui la Francia e gli Stati Uniti, in appoggio alle milizie ribelli, dopo che le truppe del regime avevano iniziato a colpire i civili. I problemi vennero fuori a guerra finita, quando la Libia si ritrovò con centinaia di milizie armate e rivali, senza corpi intermedi (durante il regime di Gheddafi non sono esistiti veri partiti o sindacati), senza un governo in grado di controllare tutto il territorio e con il disinteresse di buona parte della comunità internazionale a favorire un processo di transizione verso la democrazia. Tutte cose che contribuirono al caos che continua ancora oggi.
Nel 2014, tre anni dopo, i fragili tentativi di democrazia fatti fino a quel momento fallirono. In Libia si tennero le seconde elezioni dall’intervento armato del 2011 – appoggiate anche dalla comunità internazionale – ma quando iniziarono gli scontri tra milizie armate a Tripoli le truppe statunitensi si ritirarono e gli eletti riuniti nella “Camera dei Rappresentanti”, con il nuovo governo, si spostarono a est, nella città di Tobruk.
A Tripoli, nel frattempo, milizie islamiste e altre provenienti da Misurata fecero un loro governo, che fu sfidato ben presto da Khalifa Haftar, ex sostenitore di Gheddafi che aveva trascorso molti anni negli Stati Uniti ed era tornato in Libia con la promessa di liberare il paese da tutte le forze islamiste: dai gruppi terroristici come al Qaida e lo Stato Islamico fino ad arrivare ai Fratelli Musulmani, storico movimento politico religioso presente in diversi paesi arabi (il governo con base a Tripoli non era lo stesso che c’è ora). La comunità internazionale inizialmente appoggiò la “Camera dei Rappresentanti”, cioè il polo politico di cui Haftar sarebbe poi diventato il leader incontrastato, con l’obiettivo di evitare la diffusione nel paese di gruppi terroristici. Il sostegno al governo orientale durò però solo per un periodo, poi le cose cambiarono di nuovo.
L’ONU, con l’importante partecipazione dell’Italia, favorì la creazione del governo di accordo di unità nazionale, quello guidato da Fayez al Serraj, che però ci mise diversi mesi a riuscire ad arrivare a Tripoli, estromettere il governo precedente e imporre il proprio controllo sulla capitale. Il governo di Serraj avrebbe dovuto mettere d’accordo tutti, ma la comunità internazionale mostrò ancora una volta di avere sottovalutato i problemi della Libia e le sue divisioni interne.
Secondo l’accordo promosso dall’ONU, la “Camera dei Rappresentanti” avrebbe dovuto riconoscere il governo di Serraj e diventare il suo braccio legislativo. Il problema è che non lo fece. Ci furono disaccordi soprattutto sul ruolo di Haftar, che aveva l’enorme ambizione di diventare il cosiddetto “uomo forte della Libia”, colui che avrebbe dovuto riunire tutto il paese sotto un’unica autorità. È un punto importante, questo, perché spiega un bel pezzo di storia recente della Libia. Senza il riconoscimento della “Camera dei Rappresentanti”, il governo di Serraj non aveva alcuna legittimazione popolare: non era stato nominato da un Parlamento eletto, ma solo “scelto” dalla comunità internazionale, la stessa che veniva incolpata da molti libici di essersi intromessa negli affari interni del paese.
Non fu l’unico caso in cui molti libici reagirono con rabbia a decisioni prese da governi stranieri: Ethan Chorin, analista esperto di Libia, ha scritto su Forbes che forti reazioni si ebbero anche quando il governo italiano, su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno Marco Minniti (PD), fece un accordo con alcune milizie libiche e trafficanti di esseri umani per fermare i flussi di migranti diretti verso l’Italia.
Negli ultimi anni il problema del governo di Serraj, comunque, non fu solo la mancanza di legittimazione popolare, ma anche la sua incapacità di compiere il mandato che gli era stato affidato: disarmare le milizie e imporre il proprio controllo sul territorio. Chorin ha scritto che i media occidentali sono stati perlopiù acritici nel loro sostegno al governo di Serraj, riconoscendolo di fatto come unico centro di potere legittimo in Libia, ma ignorando tutti i problemi che si portava dietro.
Per molti versi la leadership di Haftar è stata più efficace: sia dal punto di vista militare, con la creazione dell’unica cosa che in Libia assomiglia a un esercito, sia da quello negoziale, vista la sua capacità a espandere la sua influenza senza combattere e facendo accordi con i capi locali, soprattutto nel sud del paese. Haftar è riuscito inoltre a vendere meglio la sua immagine di leader che combatte contro gli islamisti e il terrorismo, particolarmente attraente agli occhi di molti interlocutori stranieri, anche se non sempre corrispondente alla realtà: nel corso del tempo ha infatti stretto alleanze di tutti i tipi, anche con gruppi salafiti molto radicali, senza contare che furono le milizie di Misurata, alleate di Serraj, a sconfiggere lo Stato Islamico nella città libica di Sirte.
Uno dei maggiori successi di Haftar, comunque, è stato di avere diviso il fronte internazionale che appoggiava Serraj, ottenendo l’appoggio dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, della Russia e soprattutto della Francia, interessata a evitare la diffusione del jihadismo in Tunisia e Algeria e a mantenere la stabilità di due suoi partner strategici che confinano con la Libia, il Niger e il Ciad.
La mancanza di un fronte comune europeo sulla Libia è stata una delle ragioni che ha inasprito lo scontro tra Serraj e Haftar, anche se non l’unica e nemmeno la più importante. In particolare Italia e Francia hanno avviato da tempo una specie di competizione sulla Libia, che ha creato non pochi problemi e tensioni: non solo i due governi hanno deciso di appoggiare schieramenti tra loro rivali, ma si sono anche scontrati sui possibili piani da adottare per il futuro del paese, con i francesi favorevoli a tenere subito nuove elezioni e gli italiani contrari.
L’offensiva degli ultimi giorni contro Tripoli ha fatto quindi precipitare una situazione che era già di per sé molto intricata. L’impressione è che Haftar abbia lanciato l’offensiva per conquistare la capitale con l’obiettivo di arrivare in una posizione di forza alla Conferenza nazionale promossa dall’ONU e prevista dal 14 al 16 aprile a Ghadames, nel sudovest della Libia, per discutere di possibili nuove elezioni e in generale per provare a trovare un accordo che metta fine alla guerra civile. La sua mossa, molto criticata e da cui anche i francesi sembrano avere preso le distanze, potrebbe portare però a un nuovo grave conflitto, anch’esso come i precedenti da imputare a moltissime cose, tra cui le innumerevoli divisioni libiche e l’inadeguatezza delle risposte fornite dalla comunità internazionale. (da https://www.ilpost.it/)

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LIBIA, LA FRANCIA BLOCCA LA CONDANNA UE DI HAFTAR MENTRE ALLE PORTE DI TRIPOLI INFURIA LA BATTAGLIA
di Vincenzo Nigro, da “La Repubblica” del 10/4/2019
– Gli uomini del generale conquistano un campo militare a 15 chilometri dalla città: “Abbattuto un caccia di Misurata”. Ma le milizie filo-Serraj smentiscono: “Fanno vedere un video falso” –
TRIPOLI – Con una mossa politica che è rivelatrice fino in fondo del sostegno di Parigi all’offensiva militare del generale Khalifa Haftar contro Tripoli, la Francia ieri notte ha bloccato un progetto di dichiarazione dell’Unione europea che avrebbe chiesto al generale di fermare l’offensiva contro la capitale della Libia. Una bozza del documento era stata preparata ieri dal Servizio Esterno dell’Unione ed è stata fatta circolare fra tutti gli stati membri.
Ogni membro della Ue aveva tempo fino alle 21 per approvare o bloccare il testo: la Francia l’ha bloccato perché nominava esplicitamente la milizia di Haftar. Il testo che dovrebbe essere approvato oggi sarà quindi un ennesimo invito alle parti alla moderazione.
Secondo la Reuters, che ha anticipato la preparazione del testo, la Ue avrebbe sostenuto che l’attacco lanciato da Haftar “sta mettendo in pericolo la popolazione civile, sta danneggiando il processo politico e rischia di creare una nuova escalation con serie conseguenze per la Libia e la regione intera, incluse nuove minacce di terrorismo”.
Secondo fonti di Repubblica, Parigi avrebbe chiesto di modificare il preambolo della dichiarazione in cui si indicavano le responsabilità di Haftar, e prima delle 21 ha quindi bloccato la sostanza dell’intervento della Ue.
Già la Russia aveva bloccato una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che intimava ad Haftar di fermare la sua avanzata. A questo punto esce allo scoperto anche il suo alleato europeo, la Francia di Emmanuel Macron, che pure in una telefonata al presidente Serraj aveva garantito il suo appoggio al governo riconosciuto dall’Onu che in queste ore viene bombardato dalla milizia di Haftar.
INFURIA LA BATTAGLIA ALLE PORTE DI TRIPOLI
La battaglia alle porte di Tripoli ha ripreso forza nel pomeriggio e secondo tutte le previsioni sarà molto dura nella notte. Le truppe del generale Haftar hanno conquistato un campo militare, Yarmuk, a 15 chilometri dal centro della città. Secondo molte informazioni, Haftar avrebbe deciso di dare una spallata con un assalto finale, per provare ad entrare nel centro di Tripoli e provocare una fuga in massa della popolazione. Al momento sono circa 5mila i profughi che hanno dovuto abbandonare i comuni alla periferia di Tripoli. Ma se la milizia di Haftar avanzerà ancora si sparerà tra i palazzi, e in queste ore già si stanno adoperando i cannoni e i razzi.
Con un comunicato ripreso dal sito di notizie “Alwasat”, le forze di Haftar hanno dichiarato di aver abbattuto un caccia decollato dalla città di Misurata “che puntava su Tripoli”. Il portavoce di Haftar ha fatto anche circolare un video in cui si vede un aereo da caccia precipitare a terra. Ma sia l’annuncio che il video sono stati totalmente smentiti dalla milizie filo-Sarraj: “E’ solo propaganda, una fake news. Le immagini di quell’aereo sono un abbattimento durante la guerra di Siria!”. L’informazione é stata smentita anche dal portavoce militare della coalizione di milizie che difende Tripoli, il colonnello Mohamed Gnounou, che ha parlato di un altro esmpio di manipolazione della Libyan National Army, la milizia di Haftar.
In queste ore il governo di Fajez Serraj si prepara a contrastare con forza ancora maggiore le truppe di Haftar: i carri armati di Misurata sono stati schierati lungo le direttrici che da Sud corrono verso il centro della città e che il generale Haftar sta facendo percorrere ai suoi uomini. Il suo portavoce nel primo pomeriggio ha annunciato la conquista di Yarmuk, nella area di Ain Zara, a 1 km dal centro. “Controllo da parte di unità dell’Esercito libico del campo 42 Ain Zara”, ha scritto la pagina Facebook della Libyan National Army.
Per tutto il giorno la coalizione “Bunian Al Marsus” di Misurata ha finito di prendere posizione e di mettere a punti i piani di risposta alle truppe di Haftar. Al momento in battaglia sono state impegnate sorpattutto le milizie di Tripoli, “Rada” del comandante salafita e la Tripoli Revolutionaries Brigade. Aerei da caccia di Tripoli e Misurata avrebbero fatto incursioni anche verso Sud, per tagliare i rifornimenti all’esercito attaccante. (Vincenzo Nigro)

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A TRUMP BASTEREBBE UN TWEET PER EVITARE LA GUERRA CIVILE IN LIBIA
– Se Haftar ha attaccato Tripoli è perché ha percepito l’estrema debolezza della comunità internazionale. Ma il presidente americano potrebbe dare una svolta decisiva con un messaggio pubblico –
di Daniele Raineri, da “IL FOGLIO”, 8/4/2019
NEW YORK. A questo punto, per quanto improbabile possa suonare questa richiesta, ci vorrebbe un tweet del presidente americano Donald Trump sulla Libia. Chiaro, sferzante e definitivo. La situazione attorno alla capitale Tripoli va verso lo scenario peggiore, quello di uno scontro prolungato tra due assortimenti di forze militari che sono quasi allo stesso livello. I gruppi che combattono per il generale Khalifa Haftar sono più forti, ma sono anche quelli più esposti perché vanno all’attacco e in questi giorni hanno la forma di colonne di veicoli ferme sulle strade e autostrade che portano verso la città.
I gruppi che combattono per Fayez al Serraj sono meno forti, ma hanno un ruolo di difesa che permette loro di essere alla pari. Quando negli anni passati Haftar strappò alle fazioni islamiste Bengasi e Derna (una piccola città sulla costa, vicino Bengasi) aveva dalla sua parte il fattore vicinanza e il dominio assoluto in aria. Adesso la linea dei rifornimenti è lunga ed esposta agli attacchi nemici. Lunedì i suoi camion cercavano un qualche punto per approvvigionarsi di carburante in direzione della costa e una fonte locale dice al Foglio che mediatori di Haftar hanno tentato di acquistare ventimila litri di diesel a Zliten ma sono stati scoperti e hanno abbandonato i veicoli. Lo stesso vale per l’appoggio aereo, anche il governo di accordo nazionale di Serraj ha gli aerei e domenica li ha mandati a bombardare le piste della base di al Watiyah, da dove partono i jet di Haftar. Lunedì i piloti di Haftar per rispondere hanno bombardato l’aeroporto di Mitiga a Tripoli – l’unico funzionante perché quello internazionale era stato distrutto cinque anni fa in un’altra tornata di scontri – ma il dato è questo: se le milizie che stanno con Serraj si incaponiscono c’è la possibilità di una guerra a tempo indeterminato.
A Bengasi andò avanti dall’ottobre 2014 fino alla fine del 2017 e fu una battaglia urbana così dura che quando gli uomini dello Stato islamico si unirono scopertamente alle forze anti Haftar quelle non fecero obiezioni, perché su tutto dominava la voglia di prevalere – o perlomeno di resistere (prima di tirare le somme troppo in fretta e di dire che Haftar è la sola sperranza contro il terrorismo, c’è da ricordare che le milizie di Misurata che difendono Serraj sono quelle che tre anni fa hanno sradicato lo Stato islamico dalla loro capitale libica, Sirte). Giovedì il portavoce delle forze militari del generale Haftar aveva detto che Tripoli sarebbe caduta in quarantotto ore, ma questi tipi di affondi se non raggiungono lo scopo entro pochi giorni tendono a diventare guerre di posizione. Domenica un video mostrava le forze di Haftar sparare razzi a media gittata in direzione di Tripoli, che è una ricetta sicura per cominciare a fare vittime fra i civili.
Ci potrebbe essere una svolta, se qualche fazione che oggi sta con Serraj lo tradisse e passasse con Haftar, ma se ciò non avviene allora è il momento di un tweet di Trump sulla Libia. Due giorni fa il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato duro contro il generale, ma tutti sanno che nella catena di comando degli Stati Uniti non c’è nulla di definitivo finché il presidente non si pronuncia in pubblico. Dall’Afghanistan alla Siria, più volte generali e ambasciatori hanno tentato di parlare come se le loro parole fossero quelle della Casa Bianca, salvo poi essere sconfessati – a volte quasi in diretta.
Per ora, le immagini che contano sono quelle delle imbarcazioni americane che evacuano il personale dell’ambasciata e forse anche un piccolo contingente militare da Tripoli, come a dire: noi lasciamo, vedetevela un po’ voi. Un tweet di Trump invece oggi avrebbe il potere di fermare la corsa verso la guerra civili dei libici. Avrebbe lo stesso effetto intimidatorio di un paio di jet americani che sorvolano le posizioni esposte dei miliziani di Haftar o di una portaerei fatta avvicinare verso la costa – entrambe misure prese in passato – senza nemmeno sprecare il carburante.
Se Haftar ha attaccato Tripoli è perché ha percepito l’estrema debolezza e la malavoglia della comunità internazionale. Ma in questi due anni di mandato di Trump anche il generale libico dovrebbe avere appreso che il presidente americano pur di rimangiarsi un tweet è pronto a scelte paradossali. Su Twitter annunciò la rappresaglia contro i bombardamenti chimici del rais siriano Bashar el Assad, nel 2017 e nel 2018. Su Twitter annunciò lo shutdown del governo “per un lungo periodo di tempo” e poi in effetti fu lo shutdown più lungo della storia americana – Trump cedette soltanto quando le conseguenze rischiarono di diventare catastrofiche. Un suo tweet oggi sarebbe un gran deterrente contro la guerra civile e per riportare tutti a negoziare. (Daniele Raineri)

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ROMA SI SCOPRE ISOLATA IN UNA PARTITA CHIAVE PER IL PAESE

di Renzo Guolo, 10/4/2019, da “Il Mattino di Padova”
La partita che si sta giocando in Libia, tra le forze del generale Haftar e il governo internazionalmente riconosciuto di Serraj, è di primaria importanza per l’Italia. Approvvigionamenti energetici, flussi migratori, contrasto al radicalismo jihadista, equilibri geopolitici nel Mediterraneo, in particolare nei paesi del Maghreb, sono dossier di assoluta rilevanza per il nostro paese.
È probabile che l’attacco di Haftar non conduca al collasso delle forze di Serraj: l’ingresso in scena delle milizie di Misurata, vicine al governo di Tripoli, dovrebbe impedire il successo dell’azione del generale, appoggiato regionalmente da Egitto e Arabia Saudita. L’uomo forte di Bengasi sembra voler allargare il controllo del territorio per negoziare da posizioni di maggiore forza il suo ruolo politico futuro. Non è un caso che l’offensiva sia avvenuta nell’imminenza della conferenza di Ghadames che, secondo l’inviato Onu Ghassan Salamè, doveva preparare la strada a quelle nuove elezioni ritenute l’unica soluzione per giungere all’insediamento di un potere legittimo e capace di stabilizzare la Libia.
Ma, in tutto questo, qual è la posizione dell’Italia? Nonostante i vertici di facciata, come quello di Palermo dello scorso novembre, che ha messo fianco a fianco Sarraj e Haftar solo per una photo-opportunity, stiamo scivolando fuori dal gioco. Il governo pentastellato appare privo di una strategia politica di lungo di respiro. Roma continua a guardare alle vicende libiche in esclusiva chiave di politica interna: lo stop alle partenze dei barconi, la teoria del “porto sicuro”, sembrano esaurire ogni sforzo di un governo che dovrebbe non solo prendersi maggiori responsabilità nell’area ma, soprattutto, avere la capacità di gestirle.
Ma l’isolamento internazionale nel quale l’Italia si è cacciata nell’ultimo anno non aiuta. Il nostro paese ha oggi rapporti difficili con la Francia, che formalmente sostiene Serraj ma strizza l’occhio a Haftar; vorrebbe aiuto in Libia da Washington ma irrita gli Stati Uniti con la sua politica aperturista verso la Cina della Nuova via della Seta; guarda con simpatia alla Russia, vicina a Haftar, ma il “partito dei generali” e dei falchi che affianca Trump alla Casa Bianca, non vuole che l’influenza di Putin, accresciuta dopo la vittoriosa guerra siriana, si estenda anche al Mediterraneo centrale.
Roma insegue Parigi sul suo stesso terreno, tenendo aperto un canale con il rais della Cirenaica ma i nostri interessi nazionali, da quelli energetici a quelli legati al controllo dei flussi, gravitano sulla Tripolitania. Risultato: irrita gli alleati locali, senza contare davvero sul fronte opposto, ormai presidiato dai francesi. Insomma, il governo italiano oscilla tra difesa statica dell’esistente e fughe in avanti. Sulla scena internazionale, però, la propaganda conta meno dei fatti e la crisi libica mostra l’angolo in cui ci siamo rinchiusi. (Renzo Guolo)

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L’INTERVISTA AD AHMED MAITIG
«RISPEDIREMO HAFTAR A CASA SUA. NON VOGLIAMO UN ALTRO DITTATORE»
Il Messaggero – Cristiana Mangani – 12/04/2019
«Lo sanno tutti che dietro all’attacco ci sono Paesi europei e arabi. Inviano aerei con le armi» Il vice di Serraj, che rappresenta Misurata nel governo: «Si ritiri o la guerra sarà lunga» «AL GENERALE AVEVAMO OFFERTO LA GUIDA DELL’ESERCITO, MA A LUI NON BASTAVA. L’ITALIA HA FATTO MOLTO PER EVITARE IL CONFLITTO»
«Combatteremo fino in fondo, perché in Libia non c’è più posto per un dittatore». AHMED OMAR MAITIG, vicepresidente del Consiglio presidenziale del GOVERNO DI ACCORDO NAZIONALE LIBICO (Gna), nonché esponente di spicco di MISURATA, sembra aver molto chiaro che il generale Khalifa Haftar non mollerà facilmente la presa. Ma che loro, il Governo legittimo, alla fine lo sconfiggeranno.
Perché Haftar ha dichiarato guerra a Tripoli?
«Il suo è un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, ed è un tradimento. Con il presidente Fayez al Serraj si sono incontrati molte volte nell’ultimo periodo. Erano in corso delle trattative importanti, ma lui ha violato l’accordo».
Un accordo verbale formulato durante una riunione che si è svolta ad Abu Dhabi, c’era veramente la volontà da parte del generale di trovare una soluzione?
«In quella occasione aveva detto di sì, avevamo cominciato a parlare di come arrivare alle elezioni. Si è pensato a un governo di unità nazionale con il signor Serraj a capo, mentre Haftar avrebbe comandato l’esercito. Ma lui voleva essere indipendente rispetto alle decisioni del presidente in carica. Una cosa impossibile».
Da un accordo debole alla guerra, però, il salto è lungo. Chi ha soffiato sul fuoco?
«Certamente qualche paese europeo e due, tre paesi arabi».
A chi si riferisce?
«Sono noti i paesi che lo sostengono, non è una novità».
L’intera comunità internazionale ha chiesto al generale di evitare spargimenti di sangue e di fermare i combattimenti.
«Sì, ma non tutti lo hanno fatto allo stesso modo. E c’è chi non ha voluto sottoscrivere sanzioni nei suoi confronti durante il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Noi abbiamo continui rapporti con l’Italia, che sta seguendo molto la situazione ed è un partner strategico. In questi anni ha fatto tanto per evitare che accadesse questo, più di altri paesi europei».
Di recente è intervenuto anche Mike Pompeo, il segretario di Stato americano.
«Gli Usa hanno mandato messaggi molto chiari, così come l’Inghilterra e la Germania».
Chi sta vincendo sul terreno?
«C’è stata una dura escalation di violenze da parte delle forze di Haftar che sono a ridosso di Tripoli, ma le stiamo respingendo. E c’è anche la battaglia nel sud del paese. Per questo è molto importante che la comunità internazionale manifesti tutto il suo peso. Noi siamo il governo legittimo della Libia, siamo la democrazia. Lui vuole essere un dittatore. E i libici, di dittatori non ne vogliono più. Basti guardare la Cirenaica, il suo territorio: ha nominato ai vertici solo militari, a cominciare dal sindaco di Bengasi. Con lui non ci sarà più libertà».
Il popolo come sta reagendo alla guerra?
«Il popolo è con noi. Haftar pensava che lo avrebbero accolto festanti, che lo avrebbero ricevuto a Tripoli con tutti gli onori, ma così non è stato e non sarà. Ha qualche milizia dalla sua parte, ma già tra questi c’è chi ha deciso di smettere di combattere. Persone che non sono passate dalla nostra parte, ma che non vogliono più la guerra».
Come fa il generale ad avere così tante armi, anche moderne e sofisticate?
«L’Onu sa benissimo chi lo rifornisce, ci sono ampi dossier su questo. All’aeroporto di Bengasi arrivano aerei di continuo, e i paesi che compongono la comunità internazionale ne sono a conoscenza».
Sarà quindi una guerra lunga e difficile?
«Se deciderà di non ritirarsi sarà una guerra lunga, con tutto quello che questo potrà comportare per il popolo libico. Lui sperava di conquistare la città in 48 ore, ma non avrà la meglio, lo sconfiggeremo».
Se Haftar tornasse indietro, sareste disposti a riprendere le trattative?
«Haftar ha l’obiettivo di prendere il paese. C’è una sola certezza ed è che lui deve ritornare da dove è venuto»

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