Un mondo di PLASTICHE e MICROPLASTICHE – E di derivati chimici, come i PFAS (che si trovano non solo nelle falde acquifere venete ma anche in grandi fiumi, come il Po) – CHE FARE per il diffondersi delle plastiche? La Direttiva europea per limitare la “plastica usa e getta”; e poi ridurre le MICROPLASTICHE; e gli INQUINAMENTI DA PFAS….

(immagine da http://www.agrodolce.it/) – MICROPLASTICA, cos’è (da Wikipedia) CON MICROPLASTICA CI SI RIFERISCE A PICCOLE PARTICELLE DI MATERIALE PLASTICO GENERALMENTE PIÙ PICCOLE DI UN MILLIMETRO FINO A LIVELLO MICROMETRICO. Le microplastiche provengono da DIVERSE FONTI tra cui: cosmetica, abbigliamento e processi industriali (il caucciù, ad esempio, pur essendo una gomma naturale, non è concretamente usato di per sé, ma vulcanizzato e le sue micro particelle, probabilmente prodotte dal rotolamento degli pneumatici, sono state rinvenute in mare). Esistono attualmente DUE CATEGORIE DI MICROPLASTICA: LA PRIMARIA che è prodotta come risultato diretto dell’uso umano di questi materiali e SECONDARIA come risultato di frammentazione derivata dalla rottura di più grandi porzioni che creano la grande chiazza di immondizia del Pacifico. È stato riscontrato che ENTRAMBE LE TIPOLOGIE PERSISTONO NELL’AMBIENTE IN GRANDI QUANTITÀ, soprattutto negli ECOSISTEMI MARINI ED ACQUATICI. Ciò perché la plastica SI DEFORMA MA NON SI ROMPE per molti anni, e può essere INGERITA E ACCUMULATA NEL CORPO E NEI TESSUTI di molti organismi. (…) Recenti studi hanno dimostrato che L’INQUINAMENTO DA PARTE DELLE MICROPLASTICHE HA RAGGIUNTO LA CATENA ALIMENTARE interessando non solo la FAUNA MARINA ma ANCHE ALIMENTI COME IL SALE MARINO, LA BIRRA ED IL MIELE. Nonostante non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne; infatti, pollame e suini vengono nutriti anche con farine ricavate da piccoli pesci che possono essere contaminati. L’Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a indagare per capire quali siano gli effetti della microplastica sulla salute umana. (DA WIKIPEDIA)

   Addio a contenitori inutili posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton-fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette? … Forse tutto questo, con il tentativo (nobile) dell’Unione Europea di vietare le plastiche inutili e invadenti dell’ambiente.

Nel Mediterraneo c è un mare di rifiuti di plastica (immagine tratta da http://www.rinnovabili.it/)

   La direttiva europea (ora approvata) prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica “Pet” debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri (ma già da noi si fa, perlomeno…). Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030 (e tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili). Ci sarà il divieto di commercializzare prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo….

Frammenti di plastica vengono trovati ovunque: nelle spiagge, nei laghi, mari e nei ventri dei pesci, nei fiumi, nel ghiaccio galleggiante sul Mar Artico, nella Fossa delle Marianne (cioè il punto più profondo degli oceani), nei ghiacciai alpini….

   Tutto appare non facile, vista l’invasione (nei consumi quotidiani) delle materie plastiche. E poi molte di queste stanno inquinando mari, oceani, fiumi…(perfino i pochi ghiacciai alpini rimasti)… e vengono ingerite dai cetacei…insomma si sta verificando un’ecatombe, un problema drammatico che dobbiamo avere la sensibilità (e il dovere) di porci, di preoccuparci seriamente.

CICLO DELLA PLASTICA NELL ORGANISMO UMANO (da http://www.agrodolce.it/)

   Ma, inoltrandoci sulla tematica delle PLASTICHE, e della loro dispersione nell’ambiente, dei danni che procurano, si viene a conoscere, a sensibilizzarci, su altre tipologie di prodotti chimici che (addirittura) entrano nel ciclo alimentare, penetrano il corpo umano. Parliamo delle MICROPLASTICHE (considerate tali le piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di un millimetro fino a livello micrometrico). L’invadenza di esse, microplastiche, sta cambiando il mondo, provoca danni veri e seri alla salute di tutti. Ne parliamo in alcuni articoli in questo post.

“(…) UN ALLARME ARRIVA DALL’ANALISI DELLE ACQUE IN BOTTIGLIA. Sono state analizzate 150 marche da tutto il mondo, fra cui la francese Evian e l’italiana San Pellegrino, ed è risultato che nel 93% delle bottigliette erano presenti particelle di plastica. “Per ogni marca – prosegue Mason – abbiamo analizzato 10 bottigliette: tutte le marche sono risultate positive ai controlli anche se non lo erano tutte le bottigliette. Per quanto riguarda la dimensione delle microparticelle, sono dello stesso tipo e della stessa dimensione di quelle dell’acqua mentre la concentrazione era differente. NELL’ACQUA DA RUBINETTO NE ABBIAMO TROVATE 5,45 PER LITRO MENTRE NELLE BOTTIGLIE 10,4“. (…) (Alessandra Iannello, 17/3/2019, da https://www.agrodolce.it/)

   E viene spontaneo pensare che l’allarme ecologico che da più parti si cerca di sollecitare (come adesso quello degli adolescenti che si rifanno alla battaglia generosa della ragazza svedese Greta Thunberg, diventata un simbolo ambientalista globale), tutti i messaggi allarmisti che da più parti vengono lanciati (e che spesso incontrano indifferenza, oppure li si riconosce validità ma non ci si preoccupa più di tanto, presi da altre cose…), ebbene questo allarme ambientalista è cosa assai seria che si sta trasformando (si è già trasformata) in una guerra che l’umanità (globalmente e per ogni singola persona) sta pagando (spesso con la propria vita) a un sistema di “benessere” fatto di prodotti altamente letali. E le plastiche e microplastiche sono tra i principali elementi del danno che si sta verificando.

NON SOLO NEL MARE: LA PLASTICA È ARRIVATA NEI (SEMPRE MENO) GHIACCIAI ALPINI – “TROVATE PLASTICHE NEL GHIACCIAIO DEI FORNI”, il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, nella parte nord orientale della Lombardia, nel Parco dello Stelvio (provincia di Sondrio) – «Valfurva, preoccupante analisi dell’università di Milano. Trovate particelle di microplastica in diversi campioni. Può derivare dall’attrezzatura di alpinisti o dal vento». (12/4/2019, da https://www.laprovinciadisondrio.it/ )

   Dal nostro osservatorio poi, in questo blog geografico, abbiamo varie volte cercato di trattare il problema di uno dei derivati chimici che sta creando grande preoccupazione per la salute di decine di migliaia di persone: cioè dei PFAS…. E’ di questi mesi (del 2019) che in Veneto le autorità sanitarie stanno facendo lo screening sui veneti con il sangue contaminato da Pfas: circa la metà dei residenti del Vicentino, Veronese e Padovano interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e l’adesione è stata del 60 per cento, con analisi mediche disponibili per circa 25 mila persone interessato, cioè che vivono e hanno utilizzato in questi anni acqua potabile inquinata da Pfas.

COSA SONO I PFAS? Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.

   Ne vien fuori che sei veneti visitati su dieci, in aggiunta a livelli di Pfas elevati, hanno ulteriori complicazioni come colesterolo in eccesso o pressione arteriosa troppo alta. E che 270 bambini che vivono nella cosiddetta “area rossa” di maggiore inquinamento (vedi la mappa qui riportata delle varee aree di contaminazione), bambini di 10 e 11 anni, di loro l’11 per cento ha un livello di colesterolo totale fuori norma.

14/4/2019: LO SCREENING SUI VENETI CON IL SANGUE CONTAMINATO DA PFAS è al «giro di boa»: circa la metà dei residenti del VICENTINO, VERONESE e PADOVANO interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e «l’adesione è stata del 60 per cento, sono già disponibili gli esami per 25.288 di loro» fa sapere la sanità regionale. NE VIEN FUORI CHE SEI VENETI VISITATI SU DIECI, IN AGGIUNTA A LIVELLI DI PFAS ELEVATI, HANNO ULTERIORI COMPLICAZIONI COME COLESTEROLO IN ECCESSO O PRESSIONE ARTERIOSA TROPPO ALTA. E sono stati invitati, o lo saranno, a fare un secondo livello di verifiche. L’analisi si è poi estesa a 272 BAMBINI DI 10 E 11 ANNI DELL’ «AREA ROSSA», con un dato significativo: ben L’11 PER CENTO DI LORO HA UN LIVELLO DI COLESTEROLO TOTALE FUORI NORMA. (Andrea Alba, da “il Corriere del Veneto” del 14/4/2019)(nalle mappa qui sopra: PFAS, VENETO AREE GEOGRAFICHE PER DIVERSI LIVELLI DI ESPOSIZIONE -da http://www.vicenzatoday.it/-)

   L’inquinamento da sostanze Pfas (l’esatto termine è “perfluoroalchiliche”) nelle province di Vicenza, Padova e Verona, ha portato a una contaminazione, con avvelenamento delle acque, che ha interessato ben 150 mila persone. Servivano 18 milioni per bonificare il “sito Miteni”: la ditta di Trissino nel vicentino accusata di aver inquinato le acque producendo queste materie plastiche usate per abbigliamento che resiste all’acqua, come giacche a vento, oppure per le pentole antiaderenti…

   Ma 18 milioni per la bonifica era operazione troppo costosa per la società, che non la ha fatta (la bonifica), limitandosi nel 2005 (già conscia dell’inquinamento in atto) a realizzare una barriera idraulica dal costo di 199 mila euro, decisamente inferiore ai 18 milioni previsti per la maxi-bonifica, per tentare di contrastare l’avanzare dell’inquinamento verso la falda. Con, pare, il silenzio dell’ARPAV, l’Ente regionale di controllo ambientale, che non ha denunciato la cosa, pur sapendo cosa stava accadendo.

PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – LA PRESENZA DI INQUINAMENTO DA PFAS IN OLTRE 90 COMUNI. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   Nel 2013, quando viene reso pubblico e ufficiale che la falda è contaminata, scoppia il “caso Pfas” e Miteni fa di tutto per nascondere l’esistenza di quella barriera idraulica fatta fare fin dal 2005. Confermarne la realizzazione, significava ammettere di aver nascosto almeno per 8 anni l’inizio di un disastro ambientale. E l’Arpav in quel frangente sostenne la tesi della ditta (cioè che la barriera antinquinante della falda era stata costruita nel 2013, quando fu ufficializzato l’inquinamento). Insomma una gran brutta storia. E adesso si viene a scoprire che i Pfas sono stati rilevati anche nel Po: ciò significa che tutta ‘area geografica del bacino del nostro più grande fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, ancora Veneto) è interessata da questa contaminazione che arriva (questa) da chissà dove….

   PLASTICHE, MICROPLASTICHE, altri derivati chimici (come i Pfas) sono elementi che dimostrano che l’emergenza ambientale è più che mai in atto, è arrivata da tempo, e che dobbiamo mobilitarci concretamente affinché si possa invertire una rotta suicida. (s.m.)

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ADDIO ALLA PLASTICA MONOUSO, ECCO LE ULTIME DECISIONI DELL’EUROPA SUI RIFIUTI
di Mara Magistroni, 29/3/2019, da https://www.wired.it/
– Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo –
ADDIO a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di PLASTICA USA-E-GETTA per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di NUOVE NORME che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso ENTRO IL 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’UNIONE EUROPEA muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del PARLAMENTO EUROPEO, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli STATI MEMBRI, che dovranno RECEPIRE LA DIRETTIVA.
NUOVI DIVIETI, NUOVI OBIETTIVILa legge europea appena approvata, passata a larga maggioranza con 560 VOTI A FAVORE, 35 contrari e 28 astenuti, impone il DIVIETO DI COMMERCIALIZZARE quei prodotti di PLASTICA MONOUSO per cui esistono ALTERNATIVE sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di SENSIBILIZZAZIONE per ridurne in modo significativo il CONSUMO. Dovremo dunque dire (finalmente) addio a posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton-fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette. E anche tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili.
La direttiva europea prevede inoltre che ENTRO IL 2029 IL 90% delle BOTTIGLIE di plastica “Pet” debba essere raccolto e RICICLATO dagli Stati membri. Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% DI MATERIALE RICICLATO entro il 2025 e con il 30% entro il 2030.
RESPONSABILITÀ DEI PRODUTTORI
Le nuove norme prevedono anche RESPONSABILITÀ PER LE AZIENDE che producono contenitori e involucri, alle quali non solo è ora chiesto di CONTRIBUIRE AI COSTI DI GESTIONE E BONIFICA dei rifiuti, ma anche di partecipare all’attività di SENSIBILIZZAZIONE dei consumatori, promuovendo in ETICHETTA le corrette MODALITÀ DI SMALTIMENTO e informando dei DANNI provocati in caso di dispersione. In questo modo l’Europa cerca di mettere un freno anche alla piaga di salviettine umidificate, assorbenti, filtri di sigarette smaltiti in modo sbagliato, che continuano a intasare i sistemi fognari e a riversarsi nell’ambiente.
Inoltre per promuovere il cambio di paradigma la Ue offrirà INCENTIVI per quelle realtà che si impegneranno nella CONVERSIONE verso materiali sostenibili e nello SVILUPPO DI ALTERNATIVE meno inquinanti. (….) (Mara Magistroni)

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ALLARME PLASTICA: ATTENZIONE ALLE MICROPLASTICHE A TAVOLA

di Alessandra Iannello, 17/3/2019, da https://www.agrodolce.it/
– Le microplastiche sono un pericolo enorme per la salute dell’uomo, presenti in bevande, sale e cibo –
L’allarme plastica non riguarda solo bicchieri, posate e cotton fioc. C’è infatti un pericolo piccolo di dimensioni ma enorme per la nostra salute e si chiama MICROPLASTICHE. A lanciare l’allarme è SHERRI MASON, ricercatrice americana della Penn State University e antesignana nello studio di questi pericolosi inquinanti. “Abbiamo condotto uno studio – racconta la professoressa durante il suo intervento al Festival del giornalismo a Torino – dedicato all’acqua della zona dei Grandi Laghi che comprende il Lago Superiore, il Michigan, l’Huron, l’Eire e l’Ontario. Questi bacini sono tutti connessi fra loro e costituiscono il più vasto sistema d’acqua dolce del mondo da cui dipendono oltre 35 milioni di persone.
I risultati delle analisi sono stati allarmanti, gli ultimi due laghi della catena, l’Eire e soprattutto l’Ontario, hanno una concentrazione di microplastiche di 230mila particelle per km quadrato, uguale a quella dei mari più inquinati del mondo”.
Allarmati dai numeri ottenuti, i membri dello staff della Mason hanno cercato di capire come queste microparticelle (con diametro inferiore a 5 millimetri) potessero entrare nel ciclo alimentare umano. Così sono partiti dalla BIRRA ARTIGIANALE che si produce nella zona impiegando l’acqua dei laghi. Sono stati analizzati 12 marchi e in tutti erano presenti microplastiche con una concentrazione di 4,5 particelle per litro.
Sollecitata da questi dati, la Mason, insieme a Orb Media (un’agenzia giornalistica d’inchiesta) ha ampliato il suo raggio d’azione e ha analizzato le ACQUE POTABILI di oltre 150 Paesi in tutto il mondo. “Questa è la prima ricerca a livello globale – continua Mason – e ha portato alla scoperta che mediamente le acque del rubinetto contengono 5,45 particelle di microplastica per litro. Una buona notizia per l’Italia è che le vostre acque non contengono residui plastici“.
Purtroppo lo stesso non si può dire per il SALE NOSTRANO. Infatti una ricerca condotta da Greenpeace e dall’università di Incheon in Corea del Sud che ha analizzato campioni di sale marino, di miniera e di lago, di diverse marche, provenienti da 21 paesi ha scoperto che il 90% del totale erano contaminati da microplastica. Di tutti i campioni i tre marchi che non avevano microplastiche provenivano da Taiwan, Cina e Francia mentre i due italiani (marino e di miniera) ne contenevano tra 4 e 30 unità per chilogrammo.
UN ALTRO ALLARME ARRIVA DALL’ANALISI DELLE ACQUE IN BOTTIGLIA. Sono state analizzate 150 marche da tutto il mondo, fra cui la francese Evian e l’italiana San Pellegrino, ed è risultato che nel 93% delle bottigliette erano presenti particelle di plastica. “Per ogni marca – prosegue Mason – abbiamo analizzato 10 bottigliette: tutte le marche sono risultate positive ai controlli anche se non lo erano tutte le bottigliette. Per quanto riguarda la dimensione delle microparticelle, sono dello stesso tipo e della stessa dimensione di quelle dell’acqua mentre la concentrazione era differente. NELL’ACQUA DA RUBINETTO NE ABBIAMO TROVATE 5,45 PER LITRO MENTRE NELLE BOTTIGLIE 10,4“.
Seguendo il ciclo dell’acqua LE MICROPLASTICHE ENTRANO NEL CORPO UMANO NON SOLO ATTRAVERSO CIÒ CHE BEVIAMO MA ANCHE CON CIÒ CHE MANGIAMO, come conferma una ricerca dell’agenzia austriaca dell’ambiente, che denuncia la presenza di microplastiche nelle feci umane. “Le microplastiche – spiega GIORGIO GILLI docente presso il dipartimento di scienze della sanità pubblica e pediatriche dell’università degli studi di Torino – entrano nel sistema linfatico in percentuali piccolissime mentre le nanoplastiche (diametro inferiore a 250 nanometri – 0,00025 millimetri) penetrano fino al 10%. La dimensione determina la quantità di particelle che entrano in contatto con la fisiologia umana. Che non è solo il condotto digestivo ma ciò che succede al di là del tratto gastrointestinale. Le nanoplastiche entrano nel sistema linfatico e questo significa andare ovunque, compreso reni, fegato e cervello. Le microplastiche e le nano sono pericolose perché sono in grado di caricarsi di quantità incredibili di sostanze nocive che incontrano nel loro percorso e lo rilasciano nel nostro corpo”. (Alessandra Iannello)

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LA PLASTICA MINACCIA IL MARE

di Gloria Schiavi, da “La Stampa” del 20/3/2019
– A “Fa’ la Cosa Giusta”, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, il protagonista è stato il mare. A breve entrerà in vigore la Direttiva europea sulle plastiche monouso. Ma rischia di essere troppo tardi e troppo poco –
A FA’ LA COSA GIUSTA, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, in scena a Milano dall’8 al 10 marzo, c’era da aspettarselo, grande protagonista è stato il TEMA DEL MARE, IN PARTICOLARE L’INQUINAMENTO DA PLASTICA E LA MINACCIA DELLA PESCA SCONSIDERATA.
Con l’entrata in vigore della Direttiva europea sulle plastiche monouso l’organizzazione “Giacimenti Urbani” ha voluto fare un punto della situazione sia con la mostra DEPLASTIC, focalizzata su problemi e soluzioni, sia con un momento di riflessione sul contenuto della direttiva il cui testo è già stato approvato dai vertici europei.
Oltre a vietare cotton fioc, posate e piatti di plastica monouso, cannucce o bastoncini per palloncini, la direttiva stabilisce, tra le altre cose, la quantità minima di plastica riciclata che dovrà essere impiegata nella produzione di bottiglie di PET (il 25 per cento entro il 2025 e il 30 per cento entro il 2030) e introduce una maggior responsabilità per i produttori non solo riguardo allo smaltimento delle confezioni in plastica, ma anche alle attività di pulizia dell’ambiente e di creazione di consapevolezza. Troppo tardi e troppo poco secondo Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace, anche se la direzione è quella giusta.
Il riciclo è un’opzione auspicabile ma non è sufficiente, attestandosi in Europa intorno al 15 per cento. La direttiva quindi, penalizzando il monouso, punta a dare maggiore valore ai prodotti e ai materiali e a favorire il riutilizzo. Per questo secondo Ungherese emerge un altro problema soprattutto in Italia dove da tempo, anziché cambiare le abitudini di consumo, si è optato per realizzare con plastiche biodegradabili o compostabili molti prodotti che prima erano realizzati con plastica tradizionale. Peccato che la direttiva non faccia distinzioni ed equipari di fatto questi materiali vietando il prodotto monouso in quanto tale, anche se realizzato con plastiche di nuova generazione.
“Non bisogna tanto puntare sulla transizione da un tipo di plastica ad un altro, mantenendo inalterato il volume di rifiuti prodotti e spostando il problema da un tipo di scarto ad un altro”, commenta Ungherese. “Piuttosto si deve incentivare il ricorso alla vendita di prodotti sfusi o confezionati con imballaggi riutilizzabili.” Le bioplastiche infatti, seppur provenienti da materie prime vegetali, non sono necessariamente biodegradabili, e in ogni caso, anche quelle compostabili, lo sono solo se sottoposte a un processo corretto. Se rilasciate nell’ambiente o nel mare, invece non sono affatto innocue.
A parte gli aspetti legali, ci sono altre cose interessanti da constatare, come illustrato da Enzo Favoino della Scuola Agraria Parco di Monza. Ad esempio l’importanza dei clean-up day, le iniziative di pulizia dello spazio pubblico per mano di cittadini, che pur costituendo un atto piccolissimo se confrontato con l’immensità del problema, sicuramente ne aumenta la consapevolezza.
Ma c’è un altro aspetto importante, ed è la potenzialità di sviluppare dinamiche di citizen science, cioè fare in modo che persone comuni, condividendo, organizzando e mettendo in rete le informazioni raccolte, partecipino al processo di rilevazione e diffusione di dati fondamentali per l’analisi e la soluzione del problema. Rilevando e catalogando la tipologia e la provenienza dei residui, nonché il marchio presente su di essi si possono identificare i principali responsabili di questo inquinamento. È il brand auditing, uno strumento che permette di esercitare pressione nei confronti dei produttori che inquinano di più, affinché modifichino il design, la filiera produttiva o semplicemente il materiale con cui producono gli imballaggi. Si innesca così un meccanismo positivo e virtuoso di ricerca e riduzione dell’impatto ambientale. A questo proposito l’università IUAV di Venezia sta mettendo insieme delle linee guida rivolte a chi disegna imballaggi, con informazioni base e piccoli trucchi che contribuiscono in modo deciso a ridurre l’impatto sull’ambiente.
Il problema della plastica è entrato nell’agenda dei potenti abbastanza rapidamente, si parla di tre o quattro anni, al contrario ad esempio del cambiamento climatico, e l’Unione Europea si è già mossa in modo deciso. Nonostante il problema sia visibile soprattutto nei mari, è sulla terraferma che si produce la grande maggioranza dei rifiuti che si trovano in mare. Il 90 per cento di essi è trasportato da 10 grandi fiumi, otto dei quali si trovano in Asia e due in Africa, ma la responsabilità dell’occidente è grande visto che per decenni l’Europa come l’America hanno mandato qui i loro rifiuti da smaltire, attratti da una soluzione che poteva essere facile, anche se non necessariamente efficace. Ora che la Cina ha chiuso le porte a questo tipo di importazioni ci sono ad esempio Vietnam e Filippine che, seppur non attrezzati di efficienti sistemi di riciclo, non rinunciano a quello che è pur sempre un business redditizio. Anche per questo è importante l’azione regolatoria e la leadership dell’Europa che sta sempre di più segnando il passo a livello ambientale e di inquinamento nel mondo. (Gloria Schiavi)

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PFAS, IL RAPPORTO CHOC DEI NOE: «CAPO MITSUBISHI DA ARRESTARE»

23/3/2019, da “il Mattino di Padova”
– Per il manager Maki Osoda furono chiesti alla Procura i domiciliari (mai disposti). «La multinazionale sapeva e non disse, la bonifica sarebbe stata un salasso» –
TRISSINO. Per Maki Hosoda, attuale presidente di Mitsubishi Italia spa, lo scorso luglio i carabinieri del Noe avevano chiesto persino gli arresti domiciliari. Troppo alto il pericolo di fuga, vista la risonanza mediatica dell’indagine, per questa figura di vertice del colosso giapponese. Hosoda, prima di diventare numero uno di Mitsubishi Italia, era stato manager di MITSUBISHI CORPORATION, REALTÀ CHE CONTROLLÒ MITENI DAL 2002 AL 2009.
È questo uno dei passaggi clamorosi che emerge dalle 270 pagine e dai 360 allegati redatti dal NUCLEO OPERATIVO ECOLOGICO (Noe) di Treviso del Comando dei carabinieri per la tutela ambientale, chiamato a indagare in merito all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle province di Vicenza, Padova e Verona. Una contaminazione, questa, che ha interessato ben 150 mila persone e che – il calcolo è dell’Ispra – ha causato un danno su scala regionale di 137 milioni di euro.
Anche grazie a questo prezioso documento la Procura di Vicenza, a metà gennaio, ha contestato i reati di avvelenamento delle acque e “disastro innominato” a 13 manager (tra cui Hosoda, che però non è stato arrestato come richiesto dal Noe) che si sono succeduti alla guida della società Miteni, a Trissino, ritenuti responsabili della contaminazione da Pfas. Quanto annunciato dalla Procura in sede di contestazione dei reati era già decisamente forte, ma è sfogliando il dossier del Noe – diffuso in questi giorni – che emergono distintamente le inaudite responsabilità (aggettivo messo nero su bianco dal Noe) di manager e pure di amministrazioni pubbliche.
OPERAZIONE COSTOSA
Servivano 18 milioni per bonificare il sito Miteni di Trissino. Per questo – si legge nel rapporto Noe – la società ha taciuto e per questo la società fu svenduta, addirittura a 1 euro. Nel 2008, giusto per citare uno dei fatti più recenti, Mitsubishi Corporation incaricò per l’ennesima volta Erm Italia, azienda milanese leader nelle analisi ambientali, di compiere un monitoraggio ambientale del sito di Trissino. Quello studio confermò l’inquinamento della falda sotterranea.
Secondo Erm, smantellamento, bonifica e ripristino avrebbero richiesto dai 12 ai 18 milioni di euro. Una somma addirittura maggiore del valore della società, che si aggirava tra i 12,8 e i 16 milioni. Proprio per evitare questi costi (ma anche ipotetiche azioni legali e risarcitorie e un danno d’immagine per il brand), i vertici di Miteni non comunicarono il caso di inquinamento alle autorità preposte. Farlo avrebbe significato vedersi imporre l’opera di bonifica. Addirittura nel febbraio 2009 la Mitsubishi Corporation vendette a 1 solo euro il 100% delle quote di Miteni spa alla società Icig, che effettuò la transazione consapevole della presenza del grave inquinamento del sito.
BARRIERE “COPERTA”
Il Noe attribuisce forti responsabilità anche ad enti pubblici come Arpav. È il 2005 e Miteni, conscia dell’inquinamento in atto, incarica Erm Italia di realizzare una barriera idraulica (costo di 199 mila euro, decisamente inferiore ai 18 milioni previsti per la maxi-bonifica) per contrastare l’avanzare dell’inquinamento verso la falda. L’installazione dell’impianto prevedeva di per sé la comunicazione agli enti di controllo, ovviamente mai avvenuta. Nel 2013, grazie allo studio Irsev che rileva i contaminanti in falda, scoppia il “caso Pfas” e Miteni fa di tutto per nascondere l’esistenza di quella barriere fin dal 2005. Confermarne la realizzazione, significherebbe ammettere di aver nascosto almeno per 8 anni l’inizio di un disastro ambientale.
L’ARPAV E LA PROVINCIA
A darle man forte, secondo il Noe, l’Arpav di Vicenza: secondo il Noe «nella relazione del 30/09/2013 Arpav ha confermato la teoria, assolutamente falsa, della Miteni secondo cui la barriera sarebbe stata realizzata solo nel luglio 2013». E ancora: «Arpav Vicenza durante le numerose ispezioni e verifiche dal luglio 2013 avrebbe dovuto immediatamente segnalare che la barriera idraulica non era stata allestita in quel momento».
Usura del tempo, testimonianze del persone e idonea documentazione – elementi facili da acquisire per tecnici preparati – bastavano a far cascare la tesi della costruzione recente dell’impianto. A detta del Noe, c’era «la volontà dei tecnici Arpav di non voler far emergere tale situazione». E ancora: «Ragionevolmente si può ipotizzare che Arpav, vista la gravità dell’emergenza ambientale emersa nel 2013, consapevole di non aver proceduto nel 2005 alla denuncia dei fatti, al fine di evitare contestazioni, avesse preferito mantenere la tesi che la barriera fosse stata realizzata nel 2013». E il report, in 270 pagine, racconta purtroppo molto altro. (da “Il Mattino di Padova”)

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PFAS, VALORI DEL SANGUE ANOMALI PER DUE SU TRE

di Andrea Alba, da “il Corriere del Veneto” del 14/4/2019
– Colesterolo e trigliceridi in eccesso. Preoccupano i bimbi: sono predisposti al diabete –
VICENZA – Lo screening sui veneti con il sangue contaminato da Pfas è al «giro di boa»: circa la metà dei residenti del Vicentino, Veronese e Padovano interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e «l’adesione è stata del 60 per cento, sono già disponibili gli esami per 25.288 di loro» fa sapere la sanità regionale.
Ne vien fuori che sei veneti visitati su dieci, in aggiunta a livelli di Pfas elevati, hanno ulteriori complicazioni come colesterolo in eccesso o pressione arteriosa troppo alta. E sono stati invitati, o lo saranno, a fare un secondo livello di verifiche. L’analisi si è poi estesa a 272 bambini di 10 e 11 anni dell’ «area rossa», con un dato significativo: ben l’11 per cento di loro ha un livello di colesterolo totale fuori norma.
«Per quanto riguarda lo screening nel Vicentino e nell’Alta Padovana siamo a buon punto: il primo livello di verifica verrà ultimato per metà 2020 e il secondo livello entro la fine dell’anno prossimo». Il responsabile dell’indagine sanitaria per l’Usl 8 vicentina, Giampaolo Stopazzolo, ne ha parlato ieri diffondendo i dati di questa parte del territorio interessato dalla contaminazione in un convegno a Vicenza organizzato dall’Accademia olimpica e dall’Ordine vicentino dei medici. Nel complesso delle tre province sono circa centomila i residenti interessati dallo screening iniziato nel 2017.
I dati disponibili per gli oltre 25 mila che hanno aderito alle analisi mostrano, anzitutto, che l’inquinamento è nel sangue di ognuno: i due composti Pfoa e Pfos, considerati fra i più nocivi, sono presenti in quantità maggiore della soglia di 0,5 nanogrammi per millilitro di sangue in quote di popolazione superiori al
99,7 per cento.
La media, nei 21 comuni dove la falda è più inquinata, è di 51,9 nanogrammi per il Pfoa e 4,3 per il Pfos, ma in qualche residente sono stati riscontrati livelli altissimi: fino a 1.400 nanogrammi per il Pfoa, 142 per il Pfos. Buona parte dei residenti visitati mostra uno o più ulteriori problemi di salute: in testa c’è il colesterolo totale fuori norma (31,18 per cento dei visitati), seguito da problematiche renali (l’indice «eGfr», nel 19 per cento dei partecipanti allo screening), poi da trigliceridi in eccesso (11,3 per cento). A tutti loro – 16.400 veneti, finora – la sanità regionale ha spedito gli inviti per il secondo livello di screening, ulteriori esami gratuiti.
Nelle scorse settimane è poi partita un’analisi rivolta alla componente femminile, ecografie tiroidee su donne della «zona rossa» fra i 21 e i 30 anni: «Le pazienti interessate saranno circa duemila fra le tre province, contiamo di chiudere anche queste analisi entro l’anno», osserva Stopazzolo.
E iniziano ad esserci dati per un’altra fascia estremamente sensibile, i bimbi fra i 10 e gli 11 anni. «Il numero di soggetti con referti di laboratorio già completi è ancora relativo», avvertono dalla Regione: in effetti sono appena 272 i bimbi che hanno fatto i test (ha aderito il 68 per cento di quelli contattati). Pure per loro però vale la regola dei Pfas nel sangue elevati (medie superiori ai 25 nanogrammi per millilitro di Pfoa) come pure delle complicazioni aggiuntive: l’11 per cento ha già un livello di colesterolo eccessivo, inoltre c’è un 8 per cento con eccesso di albuminuria (indicatore precoce di possibili disturbi diabetici).
«È troppo presto per trarre conclusioni – avverte Stopazzolo – potremo iniziare a capire eventuali collegamenti fra patologie e Pfas solo a conclusione dello screening». Nel frattempo, il comitato «Mamme No Pfas» delle tre province contaminate ieri ha inviato una lettera alla Conferenza Stato Regioni: «Scriviamo su suggerimento del ministro dell’Ambiente Sergio Costa – riporta il coordinamento di genitori – chiediamo un tavolo di confronto, vanno fissati limiti nazionali pari a zero per tutte le sostanze Pfas». (Andrea Alba)

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INQUINAMENTO PFAS IN VENETO, IL 65% DEI CITTADINI CONTROLLATI HA VALORI DEL SANGUE ALTERATI
di Corrado Zunino, da “la Repubblica” del 14/4/2019
– Il disastro ambientale diventa emergenza medica: per 16.400 persone dell’area rossa si registrano colesterolo, livello di albumina e di creatinina fuori norma. Le mamme No Pfas allargano il tiro: “Il problema è emerso solo in Veneto, ma è presente in tutte le aree industriali del Paese”. Il commissario di Governo: “Cento milioni investiti in pozzi e acquedotti nuovi” –
Il 65 per cento delle persone controllate dalla Regione Veneto, secondo il nono e ultimo screening realizzato sull’inquinamento da Pfas, ha valori elevati di perfluoroalchilici nel sangue e dovrà passare a un test medico di secondo livello. La questione nata nel Nord-Ovest di Vicenza con l’azienda chimica Miteni – oggi fallita – sta diventando una vera e propria emergenza clinica, certificata da autorità che per lungo tempo l’hanno sottovalutata o nascosta.
A partire dal dicembre 2016 l’amministrazione del Veneto – richiamata sul problema dall’attività dell’epidemiologo di Valdagno, Vincenzo Cordiano – ha invitato novantamila persone tra i 14 e i 65 anni, residenti in trenta comuni attorno a Trissino, a realizzare controlli preventivi del sangue. Fin qui l’assessorato alla Sanità ha spedito 47.123 inviti, raggiungendo la metà degli interessati. Si sono presentati ai laboratori in 25.288: un’adesione del 61,7 per cento, quindi elevata, che certifica le preoccupazioni di chi vive nell’Alto Vicentino. Bene, 16.400 persone – il 65 per cento di chi si è sottoposto ai test – hanno valori di Pfas superiori a quelli indicati, in via del tutto autonoma, dalla Regione Veneto. Di fronte a un’assenza di risposte da parte prima dell’ex ministro dell’Ambiente Gian Luca Galetti e ora di Sergio Costa, in carica, la Regione Veneto da settembre 2017 ha fissato il limite dei perfluoalchilici presenti nell’uomo in 90 nanogrammi per litro di sangue, intesi come somma di Pfoa e Pfos (composti tra loro familiari).
I valori elevati di Pfas nei 16.400 cittadini si sono affiancati ad alterazioni della pressione arteriosa o degli esami bioumorali. In particolare, nei controlli per i ragazzi-adulti sono stati riscontrati valori elevati per due tipi di colesterolo e per l’Egfr (stima la funzionalità dei reni) mentre sui 272 “soggetti in età pediatrica” sono stati accertati colesterolo alto e perdita di albumine.
“NECESSARIO UN SECONDO CONTROLLO”
A tutti coloro a cui sono stati riscontrati sia i valori anomali di Pfas che gli indicatori clinici alterati è stato suggerito – e offerto gratuitamente – un percorso di approfondimento di secondo livello. Francesca Russo, responsabile della Direzione prevenzione della Regione Veneto, ora dice: “Ci stiamo muovendo con grande prudenza e, di fronte a un’alterazione degli esami ematochimici, suggeriamo di indagare ulteriormente”. Sono tredici i comuni nell’area rossa cosiddetta A, quella con acquedotti inquinati prima dell’applicazione dei filtri e localizzati sopra la falda sotterranea toccata. Diciassette sono, invece, in area rossa B. Quattro, poi, i composti rinvenuti in più del 50 per cento della popolazione monitorata: Pfoa, Pfos, Pfhxs e Pfna. La letteratura medica mondiale ne sta dimostrando la pericolosità per l’uomo. “Le concentrazioni aumentano con il passare del tempo trascorso nell’area sotto controllo”, si legge nell’ultimo rapporto della Regione Veneto. Le persone anziane hanno, presumibilmente, i valori chimici più elevati.
“Cinquant’anni di esposizione ai perfluorati ora approdano a un’emergenza clinica”, dice Il dottor Cordiano, pioniere medico sull’argomento: “Un disastro ambientale si sta ripercuotendo nel modo peggiore sulla salute di chi vive in queste terre. Credo che il Piano di controllo regionale avviato non sia sufficiente, serve uno studio epidemiologico approfondito”.
L’APPELLO AI PRESIDENTI DELLE REGIONI
Il comitato Mamme No Pfas in questi giorni ha inviato a tutti i presidenti delle Regioni italiane – non soltanto a Luca Zaia, governatore del Veneto – un video nel quale chiedono che siano fissati limiti nazionali “pari a zero” per la presenza nell’ambiente delle sostanze Pfas e per tutti gli interferenti endocrini. “Sono un inquinante perfetto perché inodore, insapore e incolore”, spiegano. Appoggiandosi a uno studio redatto dal Cnr nel 2013 che estendeva il problema “alle regioni sotto l’asta del Po”, le mamme No Pfas ora dicono: “Non vogliamo che quanto accaduto in Veneto avvenga in altre aree industriali del Paese”. Nei luoghi della produzione delle pelli, innanzitutto, dove si usa il prodotto per rendere impermeabili i capi.
Il commissario delegato dalla Protezione civile all’emergenza Pfas, Nicola Dell’Acqua, spiega: “Stiamo investendo cento milioni per evitare che l’acqua inquinata arrivi ai rubinetti dei veneti”. Sono quattro le province coinvolte: Vicenza, Verona, Padova e Rovigo. “Venti milioni sono già stati appaltati per la costruzione di pozzi nuovi e la posa di sedici chilometri di tubature”, continua il commissario, “non dovremo più pescare dalla falda del Gorzone e sposteremo la presa d’acqua nel Veronese, nel Padovano e a Recoaro, provincia di Vicenza”. (Corrado Zunino)

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TROVATI PFAS ANCHE NEL PO. ZAIA: EMERGENZA NAZIONALE

da “Il Mattino di Padova”, 16/4/2019
VENEZIA. È stata riscontrata nel Po la presenza di c6o4, Pfas di nuova generazione: lo rende noto l’Arpav. Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto. «Questa è la conferma che la questione Pfas interessa tutto il Paese, è una primaria questione ambientale nazionale», sottolinea il presidente del Veneto, Luca Zaia. La Regione Veneto sta predisponendo una segnalazione alle Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte.
Le campionature sono state eseguite dall’Arpav dopo la contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche delle falde idriche nei territori delle province di Vicenza, Verona e Padova. L’inquinante era stato trovato in passato nelle acque contaminate nei pressi dello stabilimento della Miteni, che lo utilizzava nel processo produttivo a sostituzione dei Pfas tradizionali.
A marzo è stata riscontrata una positività presso la stazione di acque superficiali sul fiume Po in località CORBOLA con la determinazione di un quantitativo di alcune decine di nanogrammi litro. Il campionamento è stato ripetuto il 2 aprile scorso, confermando il ritrovamento sia nella stazione già campionata che a monte e a valle. Considerato che, data l’ubicazione dei punti di campionamento, risulti pressoché impossibile che derivi dal sito inquinato nell’area dell’azienda Miteni, secondo l’Arpav il composto quasi sicuramente deriva dalle regioni del bacino padano a monte idraulico delle prese in cui è stata ritrovata la sostanza con una concentrazione di circa 80 nanogrammi/litro.
La stazione è ubicata in prossimità di CASTELMASSA, al confine con Lombardia ed Emilia. Una sostanza così poco utilizzata e di nuova generazione per essere riscontrata in queste quantità nel fiume più grande d’Italia, viene rilevato, fa supporre che si possano trovare a monte fonti di inquinamento importanti.
Non essendovi limiti europei e nazionali, per motivi precauzionali il gestore della rete idropotabile “Acque Venete” ha già ordinato nuove batterie di filtri. «E’ necessario che il governo, come ha già fatto il Veneto da tempo, intervenga fermamente, ponendo limiti zero. Invitiamo, quindi, il Ministero dell’Ambiente a muoversi sulla linea già tracciata dalla nostra Regione, agendo il più rapidamente possibile». (da “Il Mattino di Padova”)

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SUL GHIACCIAIO DELLO STELVIO MICROPLASTICHE COME IN MARE

di Sara Moraca, da http://www.nationalgeographic.it/, 12/4/2019
– In base ai risultati di uno studio italiano, la lingua del Ghiacciaio dei Forni potrebbe contenere fino a 162 milioni di particelle di plastica, un inquinamento comparabile a quello dei mari europei –
All’inizio era un’intuizione. Frammenti di plastica erano stati trovati praticamente ovunque: nei fiumi, nel ghiaccio galleggiante sul Mar Artico, nella Fossa delle Marianne, ovvero il punto più profondo degli oceani. Possibile che i ghiacciai alpini fossero sfuggiti a uno degli impatti più diffusi e a lungo termine dell’attività umana? La risposta è no.
A comprovarlo è stato ora uno studio presentato pochi giorni fa a Vienna, alla conferenza internazionale dell’European Geosciences Union. Autori della ricerca sono gli scienziati dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università di Milano Bicocca, che hanno descritto e quantificato per la prima volta la presenza di microplastiche su un ghiacciaio alpino.
“Nonostante l’ampia diffusione della contaminazione da plastica in molte aree del Pianeta, non sono stati finora condotti studi nelle aree di alta montagna. Erano stati fatti solo due studi simili al nostro: uno sul terreno di una valle Svizzera, ma più in bassa quota, dove ancora si coltiva, e uno sui sedimenti sul fondo di un lago sulle montagne della Mongolia”, conferma Roberto Ambrosini, docente di ecologia dell’Università di Milano e autore dello studio.
Nell’estate 2018, i ricercatori hanno raccolto campioni sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio, un sito che attira ogni anno un gran numero di turisti. “Si tratta di una zona dal forte impatto antropico, se si considera il flusso turistico che la contraddistingue. Nonostante questo, i risultati del campionamento ci hanno stupito: la quantità di plastica trovata, di circa 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, è comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri europei. Ci aspettavamo di trovare livelli di contaminazione inferiore”, continua Ambrosini.
Queste prime analisi non hanno permesso ai ricercatori di stimare l’origine delle microplastiche: potrebbero essere state trasportate su breve o lunga distanza, derivare dai materiali plastici contenuti nelle attrezzature e nell’abbigliamento da outdoor degli escursionisti o da altri fattori. “È chiaro che si tratta di un mix di fattori, ma un’analisi attenta dei polimeri ci permetterà di individuare le cause principali di questo impatto”.
Un passo importante, in tal senso, è stato compiuto lo scorso 9 aprile 2019, giorno in cui Ambrosini e colleghi si sono recati nuovamente sul Ghiacciaio dei Forni per raccogliere dei campioni di neve fresca: “Era molto tempo che non nevicava e abbiamo voluto cogliere l’occasione per raccogliere dei campioni e confrontare le concentrazioni presenti nella neve appena caduta con quelle dei sedimenti glaciali. Se, infatti, la quantità di particelle di microplastica nella neve appena caduta fosse rilevante, vorrebbe dire che il trasporto di particelle su lunga distanza potrebbe essere uno dei fattori di maggior importanza per l’inquinamento del sito. La neve, infatti, cattura gli inquinanti dispersi in atmosfera e li trasporta fino a terra”.
Una delle difficoltà dello studio è stata quella di campionare il sedimento sul ghiacciaio evitando la contaminazione di particelle di plastica che costituiscono la quasi totalità dei materiali tecnici dell’abbigliamento di montagna: per farlo i ricercatori hanno dovuto indossare tessuti di cotone al 100%, mentre per le calzature hanno scelto zoccoli di legno. “Ovviamente ci siamo avvicinati al sito di campionamento con la normale attrezzatura, ma poi chi raccoglieva i campioni ha indossato l’abbigliamento adatto e solo lui è entrato nel sito di campionamento, mentre gli altri sono rimasti a distanza, per evitare ogni contaminazione”.
I ricercatori stimano che la lingua del Ghiacciaio dei Forni potrebbe contenere da 131 a 162 milioni di particelle di plastica, principalmente poliestere, seguite da poliammide, polietilene. Con ogni probabilità la concentrazione osservata sulla lingua del Ghiacciaio dei Forni è ben superiore a quella presente nel bacino di accumulo del ghiacciaio stesso. In un ghiacciaio, infatti, il ghiaccio scorre verso valle, dove progressivamente fonde. Le particelle di plastica intrappolate nel ghiaccio, però, si accumulano nella lingua di ghiaccio man mano che il processo di fusione si compie.
“Non conosciamo con esattezza la proporzione tra le particelle presenti nel bacino di accumulo e quelle sulla lingua del ghiacciaio. È un punto che intendiamo indagare con le ricerche future”, prosegue Ambrosini. Il team di ricerca sta continuando il proprio progetto anche campionando ghiacciai esteri: lo scorso anno, Ambrosini e colleghi si sono recati in Cile, per campionare due ghiacciai montani, uno vicino a Santiago del Cile – città con diversi milioni di abitanti e un tasso d’inquinamento piuttosto elevato – e uno nella Patagonia cilena. “L’obiettivo è confrontare le misurazioni e vedere in che misura l’antropizzazione possa contribuire all’aumento di inquinamento da particelle plastiche. Parallelamente, porteremo avanti gli studi anche sul Ghiacciaio dei Forni”, conclude. (Sara Moraca)

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STOP PLASTICHE IN MARE, ALLEANZA DEI PESCATORI DI 22 PAESI MED

Federpesca-Seeds&Chips anticipano Manifesto su ddl Salvamare
http://www.ansa.it/ 14/4/2019
Un’alleanza tra i pescatori dei 22 Paesi del bacino Mediterraneo per liberare il mare dalle plastiche. E’ l’obiettivo del Manifesto promosso da Federpesca in collaborazione con Seeds&Chips, che verrà presentato il prossimo 6 maggio a Milano in occasione della prima giornata del Global Food Innovation Summit.
“Vogliamo diffondere la centralità del ruolo del pescatore prevista nel ddl Salvamare contro l’inquinamento da plastica a tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo”, anticipa all’ANSA il presidente di Federpesca, Luigi Giannini. Sarà, infatti, permesso ai pescatori di portare a terra la plastica accidentalmente finita nelle loro reti, senza doversi sobbarcarsi costi di smaltimento. Insomma fare in modo che tutti i pescatori del Mediterraneo diventino ‘spazzini’ del mare”. Del resto, aggiunge Giannini, “la plastica in mare, uno dei più grandi scempi ambientali, ‘naviga’ in superficie e nei fondali e non si ferma certo al confine di un paese. Per questo occorre unirsi per vincere questa battaglia di civilità”.
Sensibilizzazione e mobilitazione generale sono le parole d’ordine del Manifesto intitolato “Humans of Mediterranean – La generazione che ha curato il mare” che Federpesca sta presentando in questi giorni ad associazioni del settore nei 22 Paesi, enti di partenariato economico e sociale e dell’Unione Europea. Cinque gli articoli del Manifesto dove si chiede ai governi di dare gli strumenti legislativi e le risorse per curare il mare, liberarlo dai rifiuti e tutelarlo attraverso un modello di sviluppo circolare in grado di creare valore condiviso. “Possiamo dimostrare che un’azione congiunta per la tutela del Mediterraneo – si legge nell’ultimo articolo del Manifesto – porti benessere e crescita economica diffusa in modo sostenibile, arricchisca tutti e sia un argine significativo al cambiamento climatico”. (Ansa)

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INQUINAMENTO PLASTICA: I PAESI NORDICI CHIEDONO UN TRATTATO GLOBALE
da https://www.repubblica.it/ambiente/ del 10/4/2019
– La storica dichiarazione è stata presentata il 10/4/2019 durante una riunione dei ministri dell’ambiente di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia presso il Consiglio nordico di Reykjavik. –
I governi nordici sono diventati i primi al mondo a chiedere formalmente un trattato globale per affrontare la crisi generata dall’inquinamento da plastica nei nostri oceani. La storica dichiarazione è stata presentata oggi durante una riunione dei ministri dell’ambiente di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia presso il Consiglio nordico di Reykjavik. Un importante passo avanti nella lotta alla contaminazione dei mari dalla plastica.
Per il direttore generale del Wwf Internazionale Marco Lambertini “questa dichiarazione dei Paesi nordici è una pietra miliare e dovrebbe servire da ispirazione per gli altri governi. L’inquinamento da plastica nei nostri oceani richiede un’azione concertata da parte dei governi mondiali: un trattato globale è l’unica strada possibile per affrontare ogni anno una crisi che vede otto milioni di tonnellate di plastica scaricate negli oceani. Esortiamo quindi tutti i Paesi che sostengono il trattato ad accelerare il loro impegno verso un accordo sull’inquinamento plastico marino”. Il Wwf chiede al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ha già manifestato il sostegno per un Trattato globale vincolante in occasione della quarta assemblea Unea (il più importante organismo decisionale globale sull’ambiente) di Nairobi “di rilanciare la sua iniziativa su scala europea in vista dell’Assemblea Generale dell’Onu che si svolgerà a settembre a New York”, aggiunge la presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi.
Il Wwf chiede un trattato vincolante che stabilisca obiettivi nazionali e meccanismi trasparenti estesi al mondo della produzione e delle imprese. Inoltre, qualsiasi trattato dovrebbe fornire un supporto finanziario e tecnico ai paesi a basso reddito per aumentare la loro capacità di gestione dei rifiuti. Quasi 400.000 persone hanno aderito alla petizione globale del Wwf per chiedere un accordo giuridicamente vincolante sull’inquinamento da materie plastiche in mare.

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Sui PFAS vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2017/09/03/il-caso-pfas-perfluoro-alchilici-sostanza-chimica-che-sta-inquinando-4-province-del-nord-est-veneto-inquinato-ma-anche-veneto-inquinatore-di-se-stesso-una-regione-svenduta-nella-salut/

https://geograficamente.wordpress.com/2018/02/28/pfas-una-problematica-difficile-per-la-salute-di-tanta-parte-di-popolazione-veneta-e-non-solo-che-fare-dellinquinamento-da-pfas-dalla-bonifica-ambientale-complicata-e-costosa/

 

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