IL KIRGHIZISTAN, nella spedizione scientifica su ambiente, flora e fauna degli esponenti di GEOGRAFICAMENTE – KIRGHIZISTAN, terra a noi sconosciuta dell’ASIA CENTRALE, (con le altre 4 repubbliche di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan) tra Oriente ed Occidente, CROCEVIA DEL MONDO

KIRGHIZISTAN – Una famiglia che vive in una YURTA

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KIRGHIZISTAN (mappa da http://www.treccani.it.enciclopedia/) – Il KIRGHIZISTAN è uno Stato dell’Asia centrale, confinante a Nord con il Kazakistan, a Est e a SudEst con la Cina, a Sud con il Tagikistan, a Ovest con l’Uzbekistan. – 1. CARATTERI FISICI. La superficie è per il 94% occupata da montagne. Circa il 40% del territorio è posto oltre i 3000 m s.l.m. ed è in buona parte coperto da nevi e ghiacci permanenti. La principale caratteristica morfologica è la CATENA DEL TIAN SHAN, a SudOvest, le cui cime formano un imponente CONFINE NATURALE CON LA CINA, e che culmina nel PIK POBEDY (7439 m). La CATENA DEL FERGANA, che taglia il paese a metà, e gli ALAJ DEL PAMIR a Sud, chiudono al loro centro la VALLE DI FERGANA. I FIUMI principali sono il NARYN, che percorre quasi per intero la lunghezza del paese fino a confluire nel SYRDAR´JA, e il ČU, che scorre lungo il confine con il Kazakistan. In una insenatura del TIAN SHAN si trova il LAGO ISSYK, profondo quasi 700 m. (da Wikipedia)

   I Paesi dell’ASIA CENTRALE (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono fuori dall’ “attenzione mediatica mondiale”. Se ne parla poco, niente. A proposito di Kirghizistan vengono in mente ricordi letterari, e cioè la poesia leopardiana dedicata ai pastori kirghisi che intonavano malinconici canti mentre contemplavano la luna (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?…Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi…..”)(Leopardi, si legge nello Zibaldone, ricavò il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” nel 1829, 1830, dalla lettura di un articolo del barone di Meyendorff (“Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820”), e pubblicato dal «Journal des Savants» nel settembre del 1826. Per dire, l’importanza dell’esplorazione di terre sconosciute già nei primi decenni dell’ ‘800…

“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, hanno ripercorso gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.

   L’esplorazione di adesso, aprile 2019, cui hanno partecipato attivamente tre nostri soci di Geograficamente (RACHELE AMERINI, geografa, ROBERTO BATTISTON, entomologo, ANNA TODESCAN, volontaria in America latina e insegnate di geografia))(tutti e tre con interessi naturalistici e scientifici assai vasti…), trae ispirazione da un’analoga spedizione scientifica sempre ottocentesca in cui il botanico RUPRECHT e il geografo, naturalista ed esploratore, barone OSTEN-SACKEN, hanno da essa esplorazione dato vita a un’opera di botanica ancora adesso molto importante, opera che è a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica: ancora oggi punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. In quell’esplorazione in Asia Centrale (e Kirghizistan in particolare) furono fatte misurazioni climatiche e geografiche importanti, descrivendo altresì oltre 70 specie floreali nuove per la scienza, a completamento della loro straordinaria opera botanica (che si chiama “SERTUM TIANSHANICUM”).

SYR-DARYA-RIVER, in KIRGHIZISTAN(foto da http://www.people-travels.com/ – “(…)Il KIRGHIZISTAN ambisce a realizzare su un affluente del SYR DARYA la centrale da record di KAMBARATA 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di PRODURRE E ANCHE ESPORTARE ENERGIA. Ma dura sembra essere finora la REAZIONE DELL’UZBEKISTAN, che teme una sensibile RIDUZIONE DELL’APPORTO IDRICO di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.(…)” (Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   Adesso, in epoca contemporanea, abbiamo, con questa spedizione scientifica (denominata “OS-TIENSHANICA 2019”, e condotta dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION, in collaborazione con GEOGRAFICAMENTE e con il sostegno, tra gli altri, dell’UNIVERSITÀ DI PADOVA) si è voluto ripercorrere l’esplorazione e lo studio riprodotto nella citata opera botanica, geografica, naturalistica dell’’800, rinnovandola di osservazioni e notizie nuove della nostra contemporaneità (raccogliendo il più largo possibile quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna, e con la mappatura di terre mai localizzate prima d’ora). Pertanto l’itinerario ha ripercorso il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono 150 anni fa il territorio dell’attuale Kirghizistan…. (sarà nostra cura in seguito relazionare, con i diretti protagonisti, su questa esplorazione).

Carta politica delle repubbliche dell’Asia centrale (mappa da Wikipedia) – “I PAESI DELL’ASIA CENTRALE E LA LORO DEBOLE ORGANIZZAZIONE DELLO STATO – Il KAZAKHSTAN, il KIRGHIZISTAN, il TAGIKISTAN, il TURKMENISTAN e l’UZBEKISTAN, tutte EX REPUBBLICHE SOVIETICHE, sono confrontate a problemi simili: 1-ACCESSO A SERVIZI DI BASE INSUFFICIENTE, 2-SCARSA DIVERSIFICAZIONE ECONOMICA, 3-MERCATO DEL LAVORO DEBOLE, 4-BASSA PARTECIPAZIONE DELLA POPOLAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI, e 5-ISTITUZIONI PUBBLICHE CHE NON RENDONO CONTO DEL PROPRIO OPERATO. Sotto il profilo dello sviluppo economico, dell’organizzazione politica, dell’ambiente e della situazione in materia di sicurezza, l’ASIA CENTRALE rimane comunque una regione molto eterogenea.” (da https://www.eda.admin.ch/deza/it/ )

Tentiamo per ora di tracciare un breve excursus geopolitico sul KIRGHIZISTAN e su TUTTA L’AREA DELL’ASIA CENTRALE, senza pretese di essere esaustivi (tutt’altro, non lo siamo); ma con l’intenzione di tracciare delle visioni di sintesi su cos’è quell’area geografica a noi del tutto (o quasi) sconosciuta.
Dalla carta si vede, intanto, che il Kirghizistan è paese senza sbocco sul mare, ed è, per così dire, a metà strada tra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente: il suo territorio, infatti, è compreso tra Cina, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. Molti dei CONFINI che dividono gli stati dell’Asia Centrale (ripetiamo: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono stati oggetto di discordie sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (tra il 1990 e 1991).

BISHKEK, capitale del KIRGHIZISTAN (foto da http://www.it.nextews.com/ – Sono definiti “STAN COUNTRIES”(“stan” è un suffisso, in lingua persiana, che sta per “luogo dei… o degli..”; e’ preceduto dall’indicazione di una razza o di un’etnia: ad esempio, Tagikistan è “il luogo dei Tagiki”) i PAESI DELL’ASIA CENTRALE che negli anni 1924-1925 si costituirono come “Repubbliche Socialiste Sovietiche” (R.S.S.) e che, nell’ambito dell’UNIONE SOVIETICA (nata il 31 dicembre 1922), ne seguirono le vicende storiche per 69 anni (fino al 25 dicembre 1991, la data appunto della “implosione” dell’Unione Sovietica): – KAZAKISTAN (capitale Astana), 16 milioni di abitanti; – TURKMENISTAN (capitale Asgabat), 5 milioni; – UZBEKISTAN (capitale Tashkent), 27 milioni; KIRGHIZISTAN (capitale Bishkek), 5,5 milioni; TAGIKISTAN (capitale Dushanbe), 7,5 milioni.

   Sono (e restano) paesi poveri quelli dell’Asia centrale. Arretrati e con difficoltà di esprimere forme democratiche di tipo occidentale (come noi le conosciamo). Uno dei problemi ancora irrisolti è dato dalla DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE IDRICHE nell’area. Ad esempio, il Kirghizistan è un paese ricco d’acqua; ma lo stesso nascono forti tensioni specie ai confini; perché durante il periodo sovietico molti dei villaggi al confine venivano riforniti da fonti che oggi fanno parte del Tagikistan e viceversa…. Cioè il nazionalismo è, come sempre, “brutta bestia”, cioè ci si chiude in se stessi e si dimentica ogni forma di COOPERAZIONE (prima imposta con la forza, il dominio, anche la sopraffazione e lo sfruttamento delle risorse, dallo Stato sovietico).

IL RAPIMENTO DELLA SPOSA: IN KIRGHIZISTAN UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE – “(…) In KIRGHIZISTAN, repubblica dello spazio ex sovietico dell’Asia, nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che IL SEI PER CENTO DELLE SPOSE AL DI SOPRA DEI 15 ANNI DI ETÀ ERA STATO RAPITO. Ci sarebbe la legge a vietare la TRADIZIONE DELL’ALA KACHUU, ossia il rapimento delle spose (letteralmente “PRENDI E SCAPPA”). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado. Le autorità cercano di risolvere le cose “amichevolmente”, favorendo l’ACCORDO TRA LA FAMIGLIA DELL’AGGRESSORE E QUELLA DELLA VITTIMA per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio.(…) (Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini, 18/6/2018 da http://lepersoneeladignita.corriere.it/ )

   Se poi andiamo a vedere storicamente il contesto geografico, l’ASIA CENTRALE “tutta” è stata un CROCEVIA DEL MONDO, che di regni e sovrani ne ha visti passare un’infinità, su e giù per la steppa: da Gengis Khan a Tamerlano, dalla Via della Seta (ora fortemente riproposta dalla Cina), alla contesa russo-britannica in questi luoghi nell’ ‘800… (insomma dalle orde mongole alla globalizzazione di adesso).

KIRGHIZISTAN, PAESAGGI

   E il Kirghizistan e gli altri quattro Stati dell’Asia centrale (le cinque ex repubbliche sovietiche), cercano ora di affermare una propria identità nazionale: in tutto sono 60 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani. Ci tengono alla propria storia, cultura e identità “uniche”. Ma restano “schiacciati” tra Russia (ancora ben presente: come leggerete in questo post, Putin è di casa in Kirghizistan…) e Cina (…gli interessi della nuova Cina e la nuova Via della Seta…); in un contesto internazionale in movimento di “grandi entità”: sono sì a un crocevia geografico non da poco, ma in condizione di “periferia”, a metà tra Europa e Asia; tra Russia, Cina, India, Europa, Stati Uniti e Iran…

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI – “(…) In Asia centrale, regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva… (…)(Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   DUE COSE vengono in mente per questi cinque piccoli ma importanti (ed estesi) stati dell’Asia centrale. LA PRIMA è che non è possibile alcun sviluppo se non decideranno di svolgere tra loro una sincera COOPERAZIONE (ad esempio lo scambio tra loro delle risorse idriche, cui sono ricchi il Tagikistan e il Kirghizistan, con le risorse energetiche, gli idrocarburi cui sono ricchi invece il Kazakistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan). La SECONDA necessità è la creazione di un soggetto politico autorevole che abbia peso e valenza a livello internazionale (andare oltre i 5 staterelli divisi), e questo lo si può fare (lo si dovrebbe fare) creando una unica FEDERAZIONE DEGLI STATI DELL’ASIA CENTRALE. Solo così quest’area geografica potrebbe, in un progetto di sostenibilità sociale ed ambientale, diventare un esempio virtuoso di CROCEVIA DEL MONDO come modello di sviluppo e di pace. (s.m.)

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI

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LA SPEDIZIONE

SCIENZIATI ALLA RICERCA DI NUOVE SPECIE

di Giulia Armeni, da “il Giornale di Vicenza” del 20/4/2019
– Naturalisti e geografi sono partiti per le steppe del Kirghizistan, nell’Asia centrale, per raccogliere dati su ambiente, flora e fauna – L’itinerario ripercorre il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono l’area 150 anni fa – “Potremmo imbatterci nel raro leopardo delle nevi” –
Aprono nuove strade e scoprono angoli sconosciuti di mondo. Come quelli, tra steppe sconfinate e rilievi innevati, dell’aspro Kirghizistan, lo Stato dell’Asia centrale dominato da natura selvaggia e vette mozzafiato.
E proprio tra le “Montagne celesti” lungo la via della Seta torneranno in questi mesi gli esploratori della missione capitanata dal naturalista vicentino Roberto Battiston e dalla geografa, anche lei vicentina d’adozione, Rachele Amerini, pronti a ripartire dopo aver già valicato, lo scorso anno, la catena montuosa del THIEN SHAN, spingendosi fino al lago del SONG KOL.
“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, ripercorreranno gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.
Un progetto scientifico unico promosso dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION e portato avanti in collaborazione con “GEOGRAFICAMENTE” e che grazie al sostegno, tra gli altri, dell’Università di Padova, mira a raccogliere un ingente quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna e a mappare terre mai localizzate prima d’ora.
“Per me e Rachele Amerini è un ritorno, una seconda fase dopo aver perlustrato parte del Kirghizistan durante il primo viaggio nel 2018”, racconta Battiston, che lavora au musei di Valstagna.
Nel viaggio di dieci giorni il gruppo si inerpicherà fino a 4 mila metri di quota, passando per il lago di ISSYK KAL e la misteriosa valle di NARYN, sulla rotta di Osten-Sacken. Un’avventura d’altri tempi, con pernottamenti nelle tipiche YURTE asiatiche e continui saliscendi dalle nevi perenni alle spianate desertiche, che sarà documentato anche sui social, fino a dove la copertura Internet lo consentirà.
“Ogni membro del team (ci sono ricercatori, studenti e semplici appassionati, ndr) effettuerà indagini multidisciplinari e raccolte di campioni per conto di specialisti che seguiranno la spedizione dall’Italia – spiega Battiston – chissà che non ci si imbatta in qualche specie nuova o nel rarissimo leopardo delle nevi, che si trova nelle vette del Kirghizistan uno dei pochi santuari rimasto”.
Scienza ma anche turismo e dunque sviluppo in un Paese ancora fuori dai circuiti economici internazionali: “Oggi il Kirghizistan è un territorio tranquillo, la criminalità è molto bassa e la gente, prevalentemente pastori che discendono da antiche stirpi nomadi, è ospitale – assicura Battiston – l’ideale insomma, con i luoghi preziosi che ci sono, per escursioni e viaggi di tipo naturalistico”.
Esattamente 150 anni dopo (era il 1869) la pubblicazione del diario di viaggio di Ruprecht e Osten-Sacken che aprì per la prima volta una finestra su quell’angolo sconosciuto del mondo. (Giulia Armeni)

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2. POPOLAZIONE del KIRGHIZISTAN

Dal 1989, data dell’ultimo censimento ufficiale dell’URSS, la popolazione del KIRGHIZISTAN è cresciuta di oltre 1 milione di unità (da stime del 2017 il totale della popolazione risultava essere di 6,202 milioni). Tale dinamica (di forte crescita demografica) è da ascrivere essenzialmente a TASSI DI NATALITÀ che si mantengono particolarmente ELEVATI (21,6‰) pur se accompagnati da TASSI DI MORTALITÀ (7‰) e di MORTALITÀ INFANTILE (44‰) tutt’altro che irrilevanti. Per contro, i SALDI MIGRATORI, almeno nel corso del primo decennio successivo all’indipendenza, sono stati costantemente negativi. A partire dal 1991, infatti, si sono registrati FLUSSI IN USCITA che hanno raggiunto la punta massima nel 1993 (−150.000 persone, in prevalenza Slavi e Tedeschi). I KIRGHIZI COSTITUISCONO ORMAI IL 65% DELLA POPOLAZIONE, per il resto formata da UZBEKI (13%) concentrati nella valle di Fergana, da RUSSI (11%) che vivono principalmente nella capitale, e da piccole comunità di oltre 80 GRUPPI ETNICI E NAZIONALITÀ (Tatari, Kazaki, Tedeschi ecc.). La maggior parte della popolazione vive in AREE RURALI, spesso all’interno di organizzazioni di natura tribale. La percentuale di POPOLAZIONE URBANA si mantiene perciò piuttosto BASSA (42%). Solo due città superano i 100.000 abitanti: la capitale BISKEK (700.000) e OŠ (230.000). (da Wikipedia)
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LA SETE DELL’ASIA CENTRALE: L’ACQUA COME FONTE DI VITA E DI GUERRA
di Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/
– La regione centro-asiatica vive da anni sull’orlo di una guerra dell’acqua. Ad aggravare le conseguenze del riscaldamento globale intervengono la distribuzione diseguale delle risorse e l’inadeguatezza infrastrutturale per la produzione di energia. La promozione del dialogo regionale si conferma quindi strumento necessario e imprescindibile per lo sviluppo sostenibile e la prevenzione di conflitti futuri –
UNA CORSA ALL’ACQUA NEL CUORE DELL’ASIA – “L’acqua è vita. L’acqua è salute. L’acqua è dignità. L’acqua è un diritto dell’uomo”. A pronunciare queste parole, nel 2015, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, durante una conferenza internazionale in TAGIKISTAN. Con un PIL pro-capite di 804 dollari nel 2016, il Tagikistan è uno dei Paesi economicamente meno virtuosi dell’Asia centrale, una regione di quattro milioni di chilometri quadrati dotata di un ingente patrimonio energetico, ma solo potenzialmente in grado di soddisfare il fabbisogno di energia delle nazioni interessate.
Riprendendo le considerazioni di Ban Ki-moon, si potrebbe affermare che se l’acqua è sinonimo di vita, salute e dignità, allora il binomio acqua-energia è espressione di sicurezza, stabilità e crescita. E in questa regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva.
Storicamente parlando, il reciproco supporto energetico aveva rappresentato il cordone ombelicale degli “Stan countries”, fino a quando la strategia di cooperazione imposta da Mosca in epoca sovietica impegnava Tagikistan e Kirghizistan a rifornire gli altri Stati della regione di acqua per uso agricolo e industriale, in cambio di carbone e gas naturale. Un’era in cui i calcoli politici sembravano riscattarsi abilmente dai limiti della cartografia fisica.
Il collasso dell’URSS avrebbe però consegnato le neonate repubbliche indipendenti a regimi autoritari e fortemente accentrati; presto sarebbero sorti numerosi focolai di instabilità e l’Asia centrale avrebbe recuperato quell’immagine (spesso abusata) di ventre molle dello spazio post-sovietico.
CARENZA DI ACQUA, TENSIONI GEOPOLICHE E GEOECONOMICHE – Il 1991 ha rappresentato una data spartiacque per il futuro della regione, marcando l’inaugurazione di un approccio competitivo, segnato da antagonismi e dinamiche conflittuali. Da allora, Dušanbe e Biškek non avrebbero più ricevuto forniture di idrocarburi, mentre si sarebbero moltiplicate le aspirazioni degli Stati limitrofi di gestire unilateralmente le acque transfrontaliere.
L’emergenza idrica presenta oggi un livello di criticità crescente sia per l’innalzamento delle temperature medie, sia per la mala gestione delle risorse e la precarietà delle infrastrutture. Spiegano da tempo gli economisti della Banca Mondiale che l’interdipendenza tra desertificazione, povertà e rischi di instabilità costituisce un dato scientifico consolidato. E soprattutto, se si tengono in debita considerazione le implicazioni di un sistema di accesso alle risorse spesso disomogeneo, risulta altamente probabile che nei prossimi anni l’impatto del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici contribuisca ad infliggere un colpo molto forte al PIL degli Stati centro-asiatici.
Attualmente il Kazakistan è il Paese che gode della maggiore autosufficienza energetica, seguito in rapida successione da Uzbekistan e Turkmenistan, che registrano il maggior consumo di acqua per numero di abitanti, destinata prevalentemente all’irrigazione dei campi di cotone.
Una situazione assai meno rosea caratterizza invece gli altri due Stans, accomunati dalla stabilità socio-politica vacillante e dal rilievo economico estremamente marginale, nonostante siano impegnati nella costruzione di due grandiose opere di ingegneria idraulica.
Il Kirghizistan ambisce infatti a realizzare su un affluente del Syr Darya la centrale da record di Kambarata 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di produrre e anche esportare energia. Ma dura sembra essere finora la reazione dell’Uzbekistan, che teme una sensibile riduzione dell’apporto idrico di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.
Ma ancora più ambizioso è il sogno di tramutare in realtà la costruzione della cd. Tour Eiffel del Tagikistan, ossia la mega diga di Rogun sul fiume Vakhsh, la cui potenza viene stimata in circa 3.600 MW. Altro progetto duramente osteggiato dal Governo di Taškent in particolare dopo l’escalation delle tensioni bilaterali nel 2013, ma che – se realizzato – trasformerebbe Dušanbe in un importante hub energetico persino per Afghanistan e Pakistan.
Che l’Asia centrale si riconfermi un’arena di concorrenza politica e giochi strategici non meraviglia affatto, almeno finché rimane viva la memoria della violenza etnica sorta dai frantumi dell’URSS, in quel groviglio di enclaves e exclaves create dagli ingegneri politici sovietici.
LA SOSTENIBILITÀ COME ELEMENTO DI CONNESSIONE REGIONALE?
Le priorità dell’economia domestica dei competitor regionali riflettono con esemplare chiarezza gli interessi particolari che guidano la domanda di oro blu. Tagikistan e Kirghizistan confidano nell’abbondante surplus di acqua per spostare a loro favore gli equilibri geopolitici ed inseguire la strada dell’export. Ad avversarne qualsiasi spiraglio di crescita è l’Uzbekistan, secondo Paese di spicco della realtà centroasiatica, dove la coltura del cotone rappresenta un pilastro fondamentale per l’economia nazionale.
Risalendo indietro nel tempo, la prassi sovietica di sfruttare le distese aride di Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan per la coltivazione intensiva di cotone, ma anche di riso, fu agevolata dall’opera di bonifica e di irrigazione delle aree desertiche con conseguente deviazione dei fiumi Syr Darya e Amu Darya. La catastrofe ecologica che ne sarebbe scaturita avrebbe invece prosciugato progressivamente il Lago d’Aral, uno specchio d’acqua salata tra Uzbekistan e Kazakistan, della cui superficie originaria oggi sussiste appena il 10%, circondato da un deserto di sabbia tossica.
Al contrario delle iniziative attuate dal Kazakistan per circoscrivere l’impatto ambientale della scomparsa del lago e alleggerire l’inquinamento delle falde acquifere, insufficienti e inadeguate si sono rivelate le misure poste in essere da Taškent, che come Ašgabat, prosegue la monocoltura di una fibra che necessita di quantitativi di acqua di cui la regione non può disporre.
(….)
GERMOGLI DI COOPERAZIONE REGIONALE E RELAZIONI DI POTERE – Alla luce di quanto sopra esposto, appare evidente che l’adozione di un approccio sinergico rappresenta una condizione necessaria per la risoluzione della vexata quaestio dei fiumi transfrontalieri. In questo contesto, trovano collocazione anzitutto gli impegni sottoscritti nel framework del Fondo Internazionale per il Mare d’Aral (IFAS), istituito nel 1993 dai vertici di tutti i Paesi dell’Asia Centrale. E positiva è apparsa la linea d’intervento recentemente proposta dal Turkmenistan, Presidente di turno dell’IFAS, che ha auspicato il perseguimento di una strategia comune per la tutela e l’impiego razionale delle risorse idriche.
Ulteriore rilevanza assumono i progetti che portano la firma dei grandi attori delle relazioni internazionali, mentre una nota particolare merita il Central Asia Energy-Water Development Program (CAEWDP) della Banca Mondiale, quale strumento di sviluppo sostenibile e di supporto all’instaurazione di partenariati tra le ex repubbliche sovietiche ed il limitrofo Afghanistan.
Ciò nonostante, vale la pena osservare che il tessuto geopolitico dell’Asia Centrale resta intervallato da fitte trame autoritarie, che sollevano numerose incognite sulle opzioni di cooperazione di cui dispongono gli esecutivi nazionali. Se la conversione comune verso una gestione efficiente e sostenibile dell’oro blu pare diluire la retorica nazionalista, permangono comunque dei dubbi sulla reale volontà delle cinque repubbliche di procedere insieme. Resta cioè da chiedersi se tra alcuni degli Stans non residuino reciproche diffidenze o se il ridimensionamento della centralità nazionale non sia ancora inteso come un vulnus alla sovranità statale.
Attualmente, livelli di sviluppo economico e sociale diseguali lasciano presagire un futuro dall’aria incerta. A tracciare uno scenario più positivo possono invece contribuire i grossi cantieri in corso d’opera in Tagikistan e Kirghizistan, in quanto i primi passi verso l’emancipazione consentirebbero a Dušanbe e a Biškek di partecipare più attivamente al dialogo regionale. La conquista di un maggiore spazio geopolitico offrirebbe loro la possibilità di tutelare i propri interessi economici e contribuire contemporaneamente all’elaborazione di politiche idriche più armoniche e unitarie.
Restano attuali, a questo proposito, le parole di Boutros-Ghali, Ministro degli Esteri egiziano e poi Segretario Generale delle Nazioni Unite, che nel 1989 affermava: “La sicurezza nazionale dell’Egitto è nelle mani di almeno altri otto Paesi africani”. Un implicito riferimento all’opportunità di creare un’efficace cooperazione tra i partner regionali per pervenire ad una situazione win-win, così da favorire il miglioramento delle condizioni economiche e la stabilità politica di tutti i Paesi rivieraschi del Nilo.
A partire dal suo varo nel 2010, il CAEWDP ha ricevuto finanziamenti per il valore di 11 milioni di dollari da parte di donatori bilaterali e/o multilaterali tra cui la Segretaria di Stato dell’Economia della Svizzera (SECO), la Commissione Europea (CE), il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito (DFID), l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID) e il Gruppo della Banca Mondiale.
Per altro, per rispondere alle sfide imposte dal contesto regionale, la Banca Mondiale ha istituito anche il Central Asia Knowledge Network, che – mediante un approccio multisettoriale – contribuisce a promuovere lo scambio di conoscenze e di competenze tra oltre 300 personalità accademiche e professionisti del settore pubblico e privato con esperienza nella gestione delle risorse idriche, attraverso attività di studio, ricerca e analisi, opportunità di formazione e partecipazione a seminari e workshop per lo scambio di buone prassi. (Luttine Ilenia Buioni)

ASIA CENTRALE TRA UZBEKISTAN E KAZAKISTAN – LA CATASTROFE ECOLOGICA DELLA SCOMPARSA DEL LAGO D’ARAL – “La prassi sovietica di sfruttare le distese aride di Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan per la coltivazione intensiva di cotone, ma anche di riso, fu agevolata dall’OPERA DI BONIFICA e di IRRIGAZIONE DELLE AREE DESERTICHE CON CONSEGUENTE DEVIAZIONE DEI FIUMI SYR DARYA E AMU DARYA. La CATASTROFE ECOLOGICA che ne sarebbe scaturita avrebbe invece prosciugato progressivamente il LAGO D’ARAL, uno SPECCHIO D’ACQUA SALATA TRA UZBEKISTAN E KAZAKISTAN, della cui superficie originaria oggi sussiste appena il 10%, circondato da un DESERTO DI SABBIA TOSSICA.(….)”( Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/ )

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SPEDIZIONE OS-Tienshanica 2019

di Rachele Amerini (presidente di Geograficamente), aprile 2019
Esattamente 150 anni fa nel 1869, veniva pubblicato il Sertum Tianshanicum, un’opera di botanica straordinaria a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica che ancora oggi è il punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. Gli autori erano il noto botanico Ruprecht e il geografo, naturalista ed esploratore Barone Osten-Sacken.
Negli anni immediatamente precedenti il Barone aveva condotto una delle prime vere esplorazioni dell’Asia centrale tra i monti del Tien Shan, le Montagne Celesti, in quello che oggi è noto come Kirghizistan.
Egli attraversò e descrisse paesaggi al tempo ignoti, percorsi da pochi esploratori russi che avevano affrontato le steppe dei kirghisi e le invalicabili montagne del gruppo himalaiano che da lì si spinge fino nelle terre indiane.
Osten-Sacken raccolse campioni naturalistici, fece misurazioni climatiche e geografiche importanti e descrisse oltre 70 specie nuove per la scienza che andarono a completare la sua grande opera del Sertum Tianshanicum.
I monti del Tien Shan sono ancora oggi terre poco esplorate in cui il turismo di massa non è mai arrivato anche se il Kirghizistan è un paese oltremodo accogliente, che si sta aprendo piano piano al mondo dopo gli anni della supremazia russa e guardando con attenzione un futuro in cui la Cina si avvicina sempre di più politicamente e commercialmente.
Cosa rimane oggi delle grandi steppe erbose e dei picchi innevati descritti da Osten-Sacken? Si riesce ancora ad intravedere tra le rocce la sfuggente sagoma del misterioso leopardo delle nevi che trova qui uno dei pochi santuari rimasti al mondo? Vi sono ancora specie nuove da scoprire e quante ne sono scomparse?
Per rispondere a queste domande nel 2018 due soci appartenenti a “Geograficamente”, cioè la sottoscritta e il naturalista Roberto Battiston, abbiamo ripercorso una parte del viaggio del Barone attraversando a cavallo i passi dell’Ala Tau spingendosi fino al lago ghiacciato di Son Kul.
Quest’anno una nuova spedizione (sempre da noi due guidata) è partita il 20 aprile scorso per esplorare la valle di Naryn dove Osten-Sacken descrisse gli ambienti più selvaggi ed incontaminati, sulla favolosa Via della Seta fino a giungere al confine con la Cina, dove inizia il misterioso Deserto del Taklamakan. Una spedizione aperta, portata avanti come missione scientifica della World Biodiversity Association, in collaborazione con Geograficamente, e patrocinata dal Master in GIScience e droni per la gestione del territorio di Padova.
(Rachele Amerini)
https://drive.google.com/file/d/1ciftJbml7532e3oU81Ua8awOJoTTvMhF/view

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3. CONDIZIONI ECONOMICHE del KIRGHIZISTAN
L’economia kirghiza, nonostante i provvedimenti adottati per liberalizzare il mercato, appare tuttora IN TRANSIZIONE. Essa è ancora poco diversificata e troppo dipendente dalle fluttuazioni dei prezzi mondiali delle materie prime (dai settori AGRICOLo e MINERARIO proviene oltre la metà del PIL). TROPPO ELEVATO È IL DEBITO ESTERO, che assorbe molte delle limitate risorse finanziarie disponibili e impedisce l’implementazione di progetti sociali volti a migliorare le condizioni di quei circa 500.000 KIRGHIZI CHE VIVONO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI POVERTÀ. L’ECCESSIVA PRESENZA DELLO STATO, la SCARSA INCIDENZA DEL SETTORE PRIVATO, i FREQUENTI EPISODI DI CORRUZIONE costituiscono, inoltre, un forte deterrente per gli investitori internazionali e spiegano il basso livello di investimenti diretti all’estero. A ciò si aggiunga che l’immagine di ‘paese moderato’ di cui il KIRGHIZISTAN godeva a livello internazionale è stata minata dai disordini seguiti alle elezioni parlamentari del 2005 (la cosiddetta ‘rivolta dei tulipani’).
L’agricoltura resta il settore portante dell’economia, rappresentando il 36% del PIL e occupando il 53% della popolazione attiva. La PRODUZIONE CEREALICOLA, localizzata nelle valli, costituisce la metà dell’intero output del settore, ma si coltivano anche PATATE, BARBABIETOLE, LEGUMI, ORTAGGI e TABACCO. L’ALLEVAMENTO è praticato anche al di sopra dei 2500 m. Oltre a CAPRE e PECORE, si allevano i CAVALLI KIRGHIZI e lo YAK, utilizzato sia per il trasporto sia per produrre carne e latte.
Il SETTORE INDUSTRIALE nel suo complesso ha visto diminuire dagli anni dell’indipendenza il proprio apporto al PIL dal 38 al 26% e la forza lavoro occupata scendere al 12%. A dominare il settore è l’INDUSTRIA MINERARIA e, in particolare, l’ESTRAZIONE DELL’ORO, concentrata nella miniera di Kumtor (ottavo giacimento mondiale), che, fin dalla sua apertura nel 1997, ha fatto da propellente per il paese, aiutando a frenare la recessione sofferta dalle imprese degli altri settori industriali. Oggi la produzione è in rapida diminuzione, anche per l’esaurimento di alcuni filoni. Per il resto, sono presenti solo ALCUNI STABILIMENTI TESSILI e AGROALIMENTARI, impianti per la PRODUZIONE DI MATERIALI ELETTRICI e di MACCHINE AGRICOLE (regione di Biškek) e per il trattamento dei minerali (regione di Oš). Buona la PRODUZIONE DI ENERGIA attraverso le CENTRALI IDROELETTRICHE OPERANTI SUI FIUMI NARYN E ČU.
Il SETTORE DEI SERVIZI rappresenta il 40% del PIL (35% della forza lavoro) e continua a crescere beneficiando dell’incremento dei redditi e quindi della domanda interna e della recente ristrutturazione del sistema bancario e creditizio.
La BILANCIA COMMERCIALE è COSTANTEMENTE IN DEFICIT e anzi il disavanzo va crescendo a causa dell’INCREMENTO DELLE IMPORTAZIONI, non sostenuto da una contemporanea crescita dell’export. I METALLI PREZIOSI e i PRODOTTI MINERARI in genere rappresentano la PRINCIPALE VOCE DI ESPORTAZIONE, seguiti dai prodotti tessili, da quelli dell’industria alimentare e dal tabacco. Le importazioni riguardano risorse energetiche, macchinari, prodotti chimici e beni di consumo. I PRINCIPALI PARTNER COMMERCIALI sono i paesi della CSI, l’UE e, in misura sempre maggiore, la CINA. (da Wikipedia)

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KIRGHIZISTAN: SCONTRI AL CONFINE CON IL TAGIKISTAN

di Martina Turra, 16/3/2019, da https://www.eastjournal.net/
Il 15 marzo il servizio stampa della Repubblica del Kirghizistan ha annunciato che gli abitanti di DUE VILLAGGI al CONFINE CON IL TAGIKISTAN SONO STATI EVACUATI in seguito a VIOLENTI SCONTRI avvenuti nei due giorni precedenti. Le tensioni sono state scatenate dalla decisione del Kirghizistan di riprendere la COSTRUZIONE DI UNA STRADA che attraverserebbe una SEZIONE CONTESA DEL CONFINE tra Tagikistan e Kirghizistan. Due cittadini tagiki sono rimasti uccisi.
DUE GIORNI DI SCONTRI TRA VILLAGGI AL CONFINE
Gli scontri sono cominciati il 13 marzo a VORUKH, un’enclave tagika circondata da territorio kirghiso. Una dozzina di cittadini di entrambe le nazionalità hanno cominciato a lanciarsi pietre nella zona del cantiere stradale. Le autorità tagike hanno comunicato che la situazione si è aggravata e gli abitanti hanno iniziato a sparare quando il magazzino di un abitante kirghiso e il mulino di un uomo tagiko hanno preso fuoco. Mentre un uomo è stato ucciso in un villaggio a pochi chilometri da Vorukh NEL PRIMO GIORNO di colluttazioni, UN ALTRO È MORTO IL GIORNO SUCCESSIVO.
Le guardie di frontiera tagike hanno riportato che almeno altre undici persone sono state ricoverate in ospedale con serie lesioni: tra loro anche un poliziotto kirghiso che è stato ferito da un proiettile. In una conversazione telefonica avvenuta il 14 marzo, il presidente kirghiso Sooronbai Jeenbekov e la controparte tagika Emomali Rahmon hanno riconosciuto la necessità di far progredire il DIALOGO RIGUARDO LA DEFINIZIONE DEL CONFINE CONTESO.
UN PROBLEMA STRUTTURALE
Molti dei confini che dividono gli stati dell’Asia Centrale sono stati oggetto di discordie sin dalla caduta dell’Unione Sovietica. Il problema principale nasce dalla distribuzione delle risorse idriche (https://www.bbc.com/news/magazine-37755985 ) nell’area. Infatti, sebbene il Kirghizistan sia un paese ricco di tali risorse, durante il periodo sovietico molti dei villaggi al confine venivano riforniti da fonti che oggi fanno parte del Tagikistan e viceversa. Dopo il 1991, la MANCANZA DI INFRASTRUTTURE ADEGUATE al trasporto di risorse interne ai confini nazionali fece emergere problematiche strutturali che hanno ripercussioni ancora oggi.
La valle di Fergana, dove è situata Vorukh, è una zona particolarmente affetta da questo tipo di problematiche: le autorità dei due paesi non sono mai riuscite a trovare un accordo per dividere efficacemente l’acqua d’irrigazione proveniente dai fiumi che attraversano i territori di entrambi, alimentando le tensioni. Sorgono da qui le manifestazioni di violenza contro la costruzione della strada che, secondo i cittadini tagiki, porterebbe Vorukh ad essere ancora più isolata.
Al fine di accelerare la ricerca di un accordo, il 14 marzo il parlamento kirghiso ha dichiarato che è stata avviata un’udienza relativa alla situazione lungo la frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan. (Martina Turra)

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IL SOGNO SVANITO DELLE CINQUE REPUBBLICHE EX SOVIETICHE “STAN”
di Lucia Sgueglia, da https://www.iodonna.it/, 11/1/2016
(“stan” è un suffisso, in lingua persiana, che sta per “luogo dei… o degli..” – ndr)
Strette tra pressioni di Mosca e minacce dei fondamentalisti di Daesh, KAZAKISTAN, UZBEKISTAN, KIRGHIZISTAN, TURKMENISTAN, TAGIKISTAN rimangono sospese tra turbo-capitalismo e ritorno al passato.
«Gloria ai conquistatori del deserto!». La gigantesca stele marmorea in lettere cirilliche, omaggio ai veterani del lavoro sovietici che a fine anni ’50 accorsero da tutta l’Urss nel Kyzyl Kum (“Sabbia Rossa”) per lanciare una nuova era di miniere e fonderie, non sfuggiva al viaggiatore di passaggio per Zarafshan, in persiano “colui che sparge oro”. Eredità di almeno due imperi perduti, in questo crocevia del mondo che di regni e sovrani ne ha visti passare un’infinità, su e giù per la steppa: da Gengis Khan a Tamerlano, dalla Via della Seta al Grande Gioco tra russi e britannici nell’800, dalle orde mongole alla globalizzazione. A dicembre è stata distrutta e sostituita con una nuova stele in lingua uzbeka: «Che dopo di noi rimanga una patria libera e prospera!». “Dopo”, ma quando?
CINQUE NAZIONI IN ETERNA TRANSIZIONE
Guai a chiamarli “Stan” (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) come improbabili “Nazioni delle banane” alla Borat. Oggi le cinque ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, 60 milioni di abitanti in maggioranza musulmani, tengono alla propria storia, cultura e identità “uniche”. Ma restano sfuggenti e difficili da definire: centrali eppure periferiche, a metà tra Europa e Asia. Russia, Cina, India, Europa, Stati Uniti e Iran: tutti fanno affari qui. Eternamente “in transizione”. Da cosa a cosa?
«Non so se siano ancora in cammino, o se sono già arrivate da qualche parte, ma con la fine dell’Urss per questi Paesi è iniziato un periodo strambo. Oggi sono Stati indipendenti, ma ancora sospesi tra il vecchio e il nuovo. E il passato coloniale, zarista e sovietico, pesa molto» dice Marco Buttino, docente all’università di Torino e autore di Samarcanda. Storie in una città dal 1945 ad oggi (Viella Edizioni).
Che racconta come anche la città-simbolo dell’immaginario orientalista sia stata stravolta da enormi cambiamenti in pochi anni. «Il dominio di Mosca qui fu un regime duro, imposto con la forza. Questo spiega lo sforzo enorme, oggi, di riscrivere la propria storia». Fino al paradosso. Cominciando col cancellare tutto ciò che sa di russo: nomi di strade, lingua, abiti tradizionali e feste nazionali. A Tashkent sono stati divelti tutti i platani che adornavano i viali del centro storico, “simbolo coloniale”: li avevano piantati 150 anni fa, al loro posto ora ci sono piccoli abeti di Natale. Il design delle nuove città, come Astana, futuristica capitale kazaka creata dal nulla nel 1997, si ispira a Dubai, Shanghai, Kuala Lumpur, e al riscoperto folklore nazionale: è lo “Stato spettacolare”, uno statement ideologico.
MOSCA TENTA DI RIPORTARLE ALL’OVILE
Emomali Rakhmon, presidente tagiko al potere dalla fine dell’Urss (come quasi tutti i suoi colleghi della regione) ha “ri-nazionalizzato” persino il proprio cognome. «Sono tutti regimi autocratici – conferma Buttino – ma con importanti differenze». Alcuni “satrapi” vecchia maniera, da Dushanbe ad Ashgabat, praticano sfacciatamente il culto della personalità. Altri come il kazako Nazarbayev fingono di “tollerarlo”. Rieletti periodicamente con percentuali bulgare. Mentre il capitalismo avanza.
Se il Turkmenistan è completamente chiuso e isolato (ma esporta gas in tutta l’Asia), l’Uzbekistan è uno Stato repressivo che punta sul turismo occidentale. Il Kazakhstan è più aperto, grazie ai suoi enormi giacimenti di gas e petrolio che attraggono investimenti da tutto il mondo. Il Kirghizistan era chiamato la “Svizzera del Centrasia” per la sua democrazia più sviluppata, gli stupendi panorami montani e la forte presenza degli Usa. Oggi vive una strana “ri-russificazione”: Washington ha dovuto chiudere la base militare che usava come ponte per Kabul, e ora le uniche basi straniere in Centrasia sono quelle di Mosca. Bishkek e Astana hanno anche aderito all’Unione economica eurasiatica di Vladimir Putin, riedizione dell’Urss in salsa doganale. Un ritorno al passato?
Terra di passaggio l’Asia Centrale, da sempre: hub per trasporti, infrastrutture, uranio, armi. Le nuove vie carovaniere non seguono spezie e tappeti ma flussi finanziari e idrocarburi. Come il nuovo gasdotto Turkmenistan-Cina, lungo 1833 km, completato nel 2014. O il TAPI, che da Ashgabat dovrebbe portare gas via Afghanistan e Pakistan fino in India. Talebani permettendo.
E ORA CRESCE LA MINACCIA DELLO STATO ISLAMICO
I nomadi sono quasi spariti, e alla Babele di razze evocata da Marco Polo si è sostituito «un nazionalismo etnico che ha espulso una valanga di gente e messo in fuga le minoranze, non solo russi ma coreani, tagiki, uighuri…». A Samarcanda nell’89 gli ebrei registrati erano 6.500: oggi sono rimasti in sei. E per le strade quasi nessuno più parla russo. «Quanto tempo impiega una città a cambiare lingua? Secoli, pensavo quando cominciai a lavorarci» ricorda Buttino. «Invece bastano meno di dieci anni». Mentre il Kazakhstan, l’economia più ricca della regione, attrae migliaia di gastarbeiter dalle campagne e dai Paesi confinanti: soprattutto kirghizi, e tagiki (i più poveri). Si ammassano negli slum sulla riva destra del fiume Ishim, oltre gli scintillanti grattacieli del potere sulla riva sinistra: li raggiungeranno mai? Altri 4-5 milioni di centroasiatici lavorano in Russia: ma ora tra crisi, sanzioni e crollo del rublo, molti sono tornati a casa, disoccupati. Dieci anni fa tutti giuravano che il futuro era qui, una nuova corsa all’oro. Ora a complicare le cose c’è la minaccia di Daesh: centinaia di combattenti sono partiti dal Centrasia per Siria e Iraq, il fondamentalismo è in crescita. Anche se per molti dittatori locali «la lotta al terrorismo è solo una scusa per reprimere l’opposizione».
Nuove frontiere si chiudono, vecchie frontiere si aprono: il futuro è già a Pechino, confinante e affamata d’energia. Ma il contrappasso è forte: ormai le celebri stoffe uzbeke sono tutte sintetiche e perfino le leggendarie sete di Samarcanda, ormai “delocalizzate”, vengono realizzate in altri Paesi dell’Asia lontana. (Lucia Sgueglia)

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4. STORIA del KIRGHIZISTAN
Annesso dalla Russia nel 1864, nel 1918 il KIRGHIZISTAN divenne parte della REPUBBLICA DEL TURKESTAN; Repubblica autonoma dal 1926, entrò nell’URSS nel 1937. Stato indipendente il KIRGHIZISTAN dal 1991, nel 1993 promulgò una Costituzione che introdusse un sistema di governo di tipo parlamentare. ESTREMAMENTE ARRETRATO, risentì in modo particolare della disgregazione del mercato sovietico e del passaggio a un’economia di mercato, che causò un CALO DELLA PRODUZIONE, un AUMENTO DELLA CRIMINALITÀ e una CRESCENTE DIFFUSIONE DELLA CORRUZIONE.
Ulteriori elementi di instabilità erano costituiti dal RIACCENDERSI DEL CONFLITTO ETNICO TRA I KIRGHIZI E LE ALTRE MINORANZE (RUSSA E UZBEKA), e dal contrasto tra il presidente con poteri dittatoriali A. AKAYEV e le forze di opposizione (di ispirazione comunista e nazionalista), che, dopo la rielezione di Akayev nel 2000, sfociò in gravi disordini durante le contestate elezioni amministrative del 2002.
Nel 2005 l’ennesima falsificazione elettorale fece scoppiare moti su larga scala (RIVOLUZIONE DEI TULIPANI), che portarono alla fuga di Akayev e alla successiva elezione di K. BAKIEV, ex collaboratore di Akayev e già primo ministro, con il quale le opposizioni intrapresero un lungo braccio di ferro per ottenere maggiori garanzie di democrazia. Nelle presidenziali del 2009 Bakiev è stato confermato con larga maggioranza di voti, ma nel 2010 un’azione di forza dell’opposizione, guidata da R. Otunbayeva, lo ha costretto alle dimissioni, e la stessa OTUNBAYEVA ha assunto la carica di premier ad interim e, nel luglio 2010, quella di presidente. Il governo provvisorio ha promosso un importante referendum costituzionale, che ha sottratto poteri al ruolo presidenziale concedendone al Parlamento. Alle consultazioni tenutesi nel novembre 2011 è stato eletto presidente A. ATAMBAYEV, già primo ministro nel 2007 e quindi nel 2010; il partito socialdemocratico del presidente ha ottenuto alle elezioni legislative dell’ottobre 2015 il 27% circa dei consensi, mentre l’alleanza d’opposizione Respublika Ata Zhurt si è attestata al 20,1%.
Al REFERENDUM svoltosi nel dicembre 2016 è stata approvata con l’80% di voti favorevoli una RIFORMA COSTITUZIONALE proposta dal governo, in base alla quale vengono conferiti al premier maggiori poteri, limitando sostanzialmente quelli delle altre autorità istituzionali, e consentendo inoltre al presidente Atambayev di ripresentarsi alla guida del Paese come primo ministro. NELL’OTTOBRE 2017 È STATO ELETTO PRESIDENTE IL SOCIALDEMOCRATICO S. JEENBEKOV, premier del Paese, che si è affermato con il 54,3% dei consensi sul candidato repubblicano O. Babanov, che ha ricevuto il 33,4% dei suffragi.
In politica estera, il KIRGHIZISTAN, entrato a far parte della COMUNITÀ DEGLI STATI INDIPENDENTI (CSI; 1991), mantenne stretti rapporti e relazioni economiche e culturali con RUSSIA, BIELORUSSIA e KAZAKISTAN (1996). Anche le relazioni con la TURCHIA e il processo di distensione con la CINA progredirono ulteriormente. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il KIRGHIZISTAN appoggiò la coalizione guidata dagli Stati Uniti. (da Wikipedia)

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PUTIN IN KIRGHIZISTAN: RAPPRESENTIAMO STABILITÀ IN ASIA CENTRALE
da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/, 29 marzo 2019
“La presenza del nostro esercito in Kirghizistan fornisce un contributo significativo al rafforzamento della capacità di difesa del Paese, nonché a garantire la sicurezza in tutta l’Asia centrale”. Ad affermarlo il presidente russo Vladimir Putin in seguito ai colloqui a Bishkek con il presidente kirghiso Sooronbay Jeenbekov.
“La BASE MILITARE RUSSA IN KIRGHIZISTAN sta dando un contributo significativo al rafforzamento della capacità di difesa della Repubblica, e la sua presenza è un fattore importante per la sicurezza e la stabilità in Asia centrale”, ha dichiarato Putin. La Russia e il Kirghizistan hanno infatti concordato di rafforzare la cooperazione nel settore tecnico-militare.
Putin ha poi osservato che durante i colloqui a Bishkek è stata espressa la coincidenza delle posizioni dei due paesi su questioni regionali chiave. “In particolare, abbiamo concordato di continuare a coordinare il lavoro all’ONU e su altre importanti piattaforme internazionali”, ha affermato il presidente della Federazione Russa.
Il presidente russo ha poi ricordato che quest’anno il Kirghizistan presiederà due importanti eventi come la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e la Collective Security Treaty Organization (CSTO).
“Saremo felici di venire a Bishkek e prendere parte ai summit SCO e CSTO che si terranno nella capitale kirghisa, rispettivamente a giugno e novembre, e contiamo sui partner di queste organizzazioni per discutere in dettaglio importanti temi come le minacce nello spazio eurasiatico”, ha sottolineato il leader russo.
Nella giornata del 28 marzo (2019, ndr), durante la visita di Putin a Bishkek, è stato firmato un protocollo che modifica e integra l’accordo del 2012 sulle condizioni e lo status della base militare russa nel territorio kirghiso. Il protocollo contiene chiarimenti che andranno a beneficio del funzionamento effettivo della base russa nel prossimo futuro. Secondo la bozza del documento, la Russia aumenterà leggermente la superficie dei terreni che affitta per le strutture militari di quasi 60 ettari e, in proporzione, l’affitto base aumenterà da $291.000, a quasi $ 4,8 milioni all’anno. (…)

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IL RAPIMENTO DELLA SPOSA: IN KIRGHIZISTAN UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE
di Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini, 18/6/2018
(da http://lepersoneeladignita.corriere.it/ )
L’ultimo caso risale al 10 giugno: una diciottenne è stata rapita dal figlio del proprietario del terreno dove la ragazza abitava con la sua famiglia. L’aggressore, aiutato da un paio di amici, l’ha caricata su un’automobile. Per sposarla come prevede la tradizione, diceva. Lei ha rifiutato e la punizione è stata lo stupro. Lui, caso raro, è stato arrestato. Lei è ancora in ospedale.
Due settimane prima, il 27 maggio, una studentessa di Medicina di 20 anni, Burulay Turdaliyeva, era stata rapita. L’automobile su cui viaggiavano era stata fermata a un posto di blocco. Insospettiti dal loro comportamento, gli agenti avevano portato i due alla più vicina stazione di polizia. Non avevano pensato a perquisire l’uomo, che aveva tirato fuori un coltello uccidendo la ragazza. Poi aveva tentato il suicidio, senza riuscirci.
In Kirghizistan, repubblica dello spazio ex sovietico dell’Asia, le cose vanno così. Nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che il sei per cento delle spose al di sopra dei 15 anni di età era stato rapito.
Ci sarebbe la legge a vietare la tradizione dell’ala kachuu, ossia il rapimento delle spose (letteralmente “prendi e scappa”). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado.
Le autorità cercano di risolvere le cose “amichevolmente”, favorendo l’accordo tra la famiglia dell’aggressore e quella della vittima per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio.
Conviene a tutti, in fondo, no? Una donna non più vergine non è più “maritabile” e allora tanto vale che la sua famiglia dia il consenso al matrimonio col suo stupratore. Naturalmente la voce delle uniche cui non converrebbe, le donne stuprate, non è presa in considerazione.
Secondo un sondaggio condotto dal ministero dell’Interno nella città meridionale di Osh, il 64 per cento degli agenti di polizia considera il rapimento delle spose una cosa “normale” e l’82 per cento ne attribuisce la colpa alle donne “provocanti”.
Come fermare questa barbarie?
(Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini)

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IL KIRGHIZISTAN E LA POLIGAMIA, UN DIBATTITO MAI SOPITO

di Pietro Acquistapace, 13/2/2018, da https://www.eastjournal.net/
Il 20 gennaio (2018), a Bishkek, i giovani volontari del movimento per i diritti umani Bir Duino Kyrgyzstan si sono ritrovati per marciare celebrando la giornata internazionale della difesa dei diritti delle donne; una marcia che in realtà, per intervento delle autorità, si è presto tramutata in un sit-in sotto la statua di Urkuya Saliyeva, giovane attivista socialista uccisa a soli 24 anni, nel 1934, per mano dei reazionari ed assunta a simbolo del risveglio del proletariato. Tra i vari striscioni di protesta contro le condizioni della donna in Kirghizistan anche uno menzionante la poligamia.
La poligamia in Kirghizistan
La questione della poligamia nel paese è un tema costante del dibattito politico e sociale kirghiso. Contrastata dalle autorità sovietiche, la pratica di avere più mogli non si è mai del tutto estinta tornando a nuova vita con l’indipendenza. Formalmente proibita e con pene previste fino a due anni di carcere, la poligamia è diffusa in Kirghizistan e voci in nome di una legalizzazione si levano periodicamente. Nel 2007 le proposte in tal senso del ministro della giustizia Marat Kayipov vennero respinte dall’allora presidente Bakiev decisamente contrario alle pratiche poligame.
Oggi la discussione si è riaccesa per via delle dichiarazioni a difesa della poligamia da parte dell’ex-muftì del paese, Chubak Ajy Jalilov, seguitissimo su Youtube. Le sue dichiarazioni hanno scatenato le reazioni dei difensori dei diritti umani e la spaccatura nell’associazione delle donne musulmane Moutkalim, da cui si sono levate voci di segno opposto a riprova di un fervido dibattito femminile interno al mondo musulmano più o meno radicale. Le autorità mantengono una linea neutrale sostenendo l’ex-muftì non sia processabile in quanto mancano denunce a suo carico.
In Kirghizistan la seconda moglie è detta tokol e, sorprendentemente, secondo il sito kirghiso limon.kg ben un quarto delle donne del paese sarebbero disposte ad esserlo. Nell’opinione delle persone favorevoli a questa pratica, sarebbe un modo per avere una certa sicurezza economica – e non a caso i detrattori vedono le tokol come delle arrampicatrici sociali – porre un freno alla prostituzione e migliorare le condizioni di vita per categorie come le vedove. Posizioni già emerse nel 2012, in occasione delle discussioni che hanno accompagnato le leggi contro il ratto della sposa.
La poligamia in Asia Centrale
In tutta l’Asia Centrale il fenomeno delle seconde mogli coinvolge spesso uomini benestanti che più che una moglie decidono di avere al proprio fianco una consigliera, una persona a cui appoggiarsi in momenti di difficoltà. Un fenomeno diffuso soprattutto in Kazakistan e reso famoso dal film Tokal or My Husband’s Wife. In Kazakistan inoltre la questione ha profondi risvolti economici, visto che la moglie in caso di divorzio perde di fatto ogni avere. Anche per questo motivo non è raro che nei rapporti familiari kazaki si stipulino delle vere e proprie scritture private tra i membri della famiglia.
Esiste tuttavia anche una poligamia tra gli strati sociali più poveri, soprattutto in Uzbekistan e Tagikistan. In questo caso gli uomini – spesso emigrati in Russia – contraggono matrimoni con donne russe per avere accesso ai documenti, facendo un uso pragmatico dell’Islam e lasciando le mogli del paese d’origine sole in condizioni di difficoltà. I governi della regione rifiutano di riconoscere matrimoni e divorzi islamici, premendo sui religiosi affinché non celebrino nikah (le unioni musulmane) quando privi di testimoni e certificati, ma senza tuttavia perseguire i poligami trasgressori della legge.
La poligamia nell’Islam
Secondo le parole del Corano si possono avere fino a quattro mogli, rispettando però due condizioni: che le si mantenga e che le si tratti allo stesso modo. Quello sulla poligamia è un dibattito aperto nel mondo islamico, come dimostra il caso dell’Indonesia dove la nascita di una app dedicata al contrarre matrimoni poligami ha suscitato vibranti reazioni. Fondamentalmente tra i musulmani le posizioni sono tre: favorevoli, contrari e favorevoli solo se le mogli godono effettivamente degli stessi diritti, una questione centrale anche nel dibattito centroasiatico.
I sostenitori della legalizzazione della poligamia sostengono, infatti, che si tratterebbe di prendere atto di una situazione reale ed esistente, regolarizzandola e dando diritti a donne che oggi ne sono prive. Le mogli ufficiali non sempre sono a conoscenza delle altre mogli, che vengono tenute segrete vivendo di fatto una condizione di vita difficilmente sostenibile soprattutto in caso di figli. Di fronte a tutto ciò le autorità centroasiatiche restano bloccate tra un laicismo di impronta ancora sovietica ed una realtà ben diversa in cui a fare le spese dell’ambiguità identitaria sono le donne. (Pietro Acquistapace)

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TURISTI
6 MOTIVI PER ANDARE IN KIRGHIZISTAN: COSA VEDERE DURANTE IL VIAGGIO
da https://www.lonelyplanetitalia.it/
Organizzare un viaggio in Kirghizistan significa visitare un paese dagli incontaminati paesaggi montani, aspri crinali e ondulati pascoli estivi (jailoo) dove pastori seminomadi vivono al riparo nelle loro yurte. Aggiungete una rete ben sviluppata di sistemazioni presso famiglie locali e l’esenzione dall’obbligo del visto e capirete perché il Kirghizistan, destinazione poco conosciuta ma imperdibile, è la porta d’accesso preferita da chi è diretto in Asia centrale.
1. LAGO SON-KÖL
Per ammirare le stelle in un cielo trasparente.
Circondati da un orizzonte di picchi frastagliati, gli ampi spazi aperti del Son-Köl creano un gigantesco palcoscenico su cui danzano gruppi di nuvole. La superficie del lago, lungo 18 chilometri, largo 29 e orlato da verdi pascoli estivi, muta come per magia in pochi secondi, da turchese tropicale a blu intenso, a seconda che splenda il sole o che il vento porti una tempesta. È un posto di sublime bellezza, dove ammirare l’alba o il cielo nelle notti limpide e fredde, quando lo specchio d’acqua è illuminato da innumerevoli stelle.
A 3.016 metri il clima è troppo rigido per consentire insediamenti umani permanenti, ma tra giugno e settembre i prati intorno al lago si colorano delle yurte dei pastori, distanti fra loro più o meno un chilometro.
2. SOGGIORNARE IN YURTA
Per scoprire come si vive nella yurta estiva di un pastore su uno lago ad alta quota.
I gruppi di yurte nei pressi del lago Son-Köl, spesso in multipli di tre, sono affiliati alle agenzie che si occupano di turismo comunitario di Kochkor e offrono un letto o un materassino sul pavimento, coperte e lenzuola a un costo che va da 600som a 800som circa (compresa la prima colazione), a cui si aggiungono un extra di 300som per il pranzo e altri 300som per la cena. Questi posti di solito sono gestiti da autentici mandriani, anche se la yurta per gli ospiti spesso è un po’ più bella e la condividerete con altri viaggiatori, non con la famiglia.
Prenotare questo tipo di alloggi è quasi sempre impossibile perché non c’è segnale telefonico, ma in genere basta presentarsi e chiedere un letto. Se proprio volete prenotare, provate a mandare un SMS uno o due giorni prima del vostro arrivo nel caso la famiglia si trovasse su una vicina montagna coperta dal segnale per la telefonia mobile. A metà agosto, quando ci sono tanti turisti in giro, chi viaggia in modo indipendente rischia di non trovare posto per via dei gruppi organizzati.
3. VALLE DI ALAY
Per fare un trekking tra le vette innevate di questa valle lungo il tragitto verso la Cina o il Tagikistan; oppure una spedizione alpinistica sul Pik Lenin (7.134 metri).
Un esercito di grandi montagne perennemente innevate marcia lungo il fianco meridionale della Valle di Alay, una valle particolarmente ampia (fino a trenta chilometri) e spettacolare, per lo meno quando le nuvole si alzano e svelano le vette circostanti.
Chi fosse diretto in Cina via Irkeshtam o in Tagikistan via Bordöbo potrà fermarsi ad ammirare il paesaggio a Sary-Tash. Vale comunque la pena di proseguire fino a Sary-Mogol e Daroot-Korgon, dove partono:
Sentieri che conducono a laghi di montagna;
La traversata di una settimana lungo la catena degli Alay;
La spedizione alla conquista della cima del Pik Lenin.

   Tornando verso Osh, prestate attenzione alle escursioni organizzate da CBT segnalate nei pressi della statale, che vanno da uscite di qualche ora a trekking di diversi giorni.
4. JYRGALAN
Per esplorare le montagne circostanti a piedi, in sella a una bicicletta o a cavallo, partendo direttamente dalla porta della vostra guesthouse.
Nata come villaggio che ruotava intorno all’estrazione del carbone, la piccola e accogliente Jyrgalan si è reinventata come base ecoturistica ed è perfetta sia per farsi un’idea di come si svolga la vita quotidiana di un tipico villaggio kirghiso sia come punto di partenza per avventurarsi tra le montagne circostanti. Arriverete con l’idea di trascorrervi solo un paio di giorni, vi fermerete per una settimana e prima di rendervene conto sarete praticamente un abitante del posto.
Tra le escursioni che si possono compiere in giornata segnaliamo quella al grazioso lago Tulpar Köl e quella alla cascata di Kök-Bel (che però in estate è asciutta). Il villaggio funge anche da ottima base per itinerari ad anello o trekking più lunghi nella regione di Ak-Suu.
5. LAGO KÖL-SUU
Per superare scoscese pareti rocciose fino a questo angolo remoto della Oblast di Naryn e ammirare i magnifici colori e il suggestivo paesaggio di questo indimenticabile lago.
Remoto perfino per gli standard del Kirghizistan, il magnifico Köl-Suu si estende per dieci chilometri all’interno di una scoscesa gola di montagna che raggiunge quasi il confine con la Cina. Ci si rende conto davvero delle imponenti dimensioni di questo specchio d’acqua soltanto quando ci si ritrova al centro, a bordo di una delle imbarcazioni delle escursioni locali, che sembrano minuscole al cospetto delle pareti rocciose che si ergono su ogni lato.
Il lago si trova a più di 150 chilometri da Naryn; le strade per arrivarci versano in condizioni via via sempre peggiori e attraversano due punti di controllo. Il tratto finale di sette chilometri, dal jailoo di Jyrgal alla Valle di Kurumduk, è però un panoramico susseguirsi di vette frastagliate che da solo merita il viaggio. Si possono noleggiare cavalli per guadare il fiume oltre Jyrgal o per compiere l’intera escursione fino al lago, ma anche un autista esperto e determinato e un buon fuoristrada possono riuscire nell’ardua impresa di raggiungere le sue sponde.
6. KARAKOL
Per andare alla scoperta del panorama culturale, ricettivo e gastronomico tra un’escursione e l’altra.
Karakol, un reticolo polveroso di strade alberate, non offre molto da vedere, ma è un’ottima base da cui raggiungere alcune delle località sciistiche più belle dell’Asia centrale e splendidi percorsi di trekking. Nelle giornate più limpide, la città offre lo spettacolo delle cime innevate che fanno da sfondo alle vecchie persiane blu e ai muri imbiancati a calce delle case risalenti al periodo d’oro russo.
Una delle migliori attività è una cena presso una famiglia dungana per andare alla scoperta della cultura della comunità dei dungani (musulmani originari della Cina che nel 1877 si stabilirono in Kirghizistan per sfuggire alle persecuzioni) che vive nel villaggio di Yrdyk a 15 minuti da Karakol. Visitate la moschea e il museo del villaggio prima di cimentarvi nella pre-parazione dell’ashlyanfu, il piatto dungano più famoso, e abbuffarvi di altri piatti tipici.
Inoltre ogni domenica mattina, circa due chilometri a nord del centro di Karakol, prende vita uno dei mercati del bestiame più grandi di tutto il Kirghizistan. Preparatevi ad assistere a scene al tempo stesso tristi e comiche, come gente del posto che contratta sul prezzo di cavalli purosangue o che tenta di spingere una grossa pecora sul sedile posteriore di una Lada. Nelle giornate di cielo terso, il paesaggio delle montagne in-cappucciate di neve in lontananza è più spettacolare visto da qui che dal centro città.
Quando andare e clima
In un paese le cui principali attrattive si trovano in zone ad alta quota, scegliere il momento migliore per il viaggio è fondamentale. Il clima del Kirghizistan è caratterizzato dal contrasto:
L’estate, quando quasi tutte le strade diventano percorribili e la temperatura media è poco al di sotto dei 30°C, è perfetta per l’escursionismo, e i turisti russi e kazaki si riversano sulle spiagge dell’Issyk-Köl. Da ottobre a maggio molte sistemazioni nelle zone rurali chiudono e le yurte vengono smontate. Se non sciate, pensateci bene prima di venire qui in inverno (visto che le temperature possono scendere anche a -20°C circa), a meno che non intendiate dedicarvi allo sci o allo snowboard.
IL VISTO
I viaggiatori di nazionalità italiana, così come i viaggiatori provenienti dalla maggior parte dei paesi del mondo, devono essere muniti di apposito visto per l’ingresso in Kirghizistan. Il visto permette un soggiorno che può andare dai trenta ai sessanta giorni.
Anche se i viaggiatori italiani possono richiedere il visto direttamente all’arrivo nell’Aeroporto Internazionale Manas di Bishkek, è sempre meglio procurarselo prima di partire.
DOVE SI TROVA IL KIRGHIZISTAN?
Non c’è da vergognarsi se non si ha ben presente dove si trova il Kirghizistan, perché questo paese senza sbocco sul mare è, per così dire, a metà strada tra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente: il suo territorio, infatti, è compreso tra Cina, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan.
(ottobre 2018)

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KIRGHIZISTAN: ELETTO PRESIDENTE JEENBEKOV, IL PAESE VERSO UNA VERA DEMOCRAZIA?
di Pietro Acquistapace, 19/10/2017, da https://www.eastjournal.net/
In Kirghizistan si sono tenute (nell’ottobre 2017, ndr) le elezioni presidenziali, confermando l’anomalia kirghisa dell’alternanza al potere (…). Altra anomalia politica della piccola repubblica centroasiatica sono le sollevazioni popolari, che hanno portato alla deposizione di ben due presidenti da quando il Kirghizistan è indipendente (1991, ndr). Tuttavia l’ormai ex-presidente kirghiso, Almazbek Atambayev, non sembra intenzionato ad allentare la sua influenza nelle stanze del potere.
Il vincitore è stato SOORONBAI JEENBEKOV, candidato sponsorizzato da Atambayev ed ex governatore di Osh, ex ministro dell’agricoltura ed ex primo ministro. Jeenbekov ha ottenuto circa il 55% dei voti, evitando un secondo turno elettorale ampiamente previsto ma risultando il presidente del Kirghizistan eletto con la più bassa percentuale di sempre. Una vittoria dal sapore agrodolce, che significa molto probabilmente la necessità di consolidare la sua rete di alleanze, anche tramite di possibili future elezioni politiche che lo possano rendere più saldo.
A concorrere per la presidenza altri dieci candidati, tra cui una donna, sebbene l’unico sfidante degno di nota è stato il multimilionario OMURBEK BABANOV, giovane uomo d’affari e più volte primo ministro nel parlamento kirghiso. Babanov ha ottenuto il 35% dei voti e dalle dichiarazioni successive al voto sembra aver accettato la sconfitta, sottolineando però come le elezioni non si siano svolte in maniera del tutto corretta. Queste irregolarità sono state rilevate anche dagli osservatori internazionali, sebbene nel complesso abbiano dichiarato le elezioni kirghise regolari.
Secondo Babanov il governo avrebbe utilizzato ogni suo messo a disposizione per fare pressione sugli elettori, dalle tv agli arresti di alcuni attivisti di opposizione, senza dimenticare l’arresto avvenuto ad agosto di OMURBEK TEKEBAEV, leader del partito Ata-Meken. In particolare ci sarebbe stata una pressione sugli abitanti di etnia uzbeka residenti nelle regioni meridionali del Kirghizistan, zona di origine dello stesso Jeenbekov e suo fondamentale bacino elettorale. Importante ricordare come i rapporti con l’Uzbekistan siano stati recentemente al centro dell’agenda del governo kirghiso.
Il tema della minoranza uzbeka è abbastanza delicato visto che, a partire dal conflitto etnico esploso nel 2010 nel sud del paese, i kirghisi appartenenti a tale etnia sono spesso spinti a votare in un senso o nell’altro in cambio della loro tranquillità. In ogni caso Babanov ha pubblicamente fatto appello ai suoi elettori, diversi dei quali già radunatisi intorno al suo quartier generale di Talas, nella parte settentrionale del Kirghizistan. Per il momento sembra che la successione di Atambayev possa avvenire pacificamente, ma la vita politica kirghisa in passato si è spesso rivelata imprevedibile.
Per il Kirghizistan si tratta di una fase delicata, trovandosi il paese al crocevia di interessi internazionali non sempre convergenti, dovendo infatti gestire le relazioni non del tutto amichevoli di Russia e Cina, la cui presenza in Asia Centrale rischia di diventare sempre più problematica. A complicare ulteriormente le cose una polemica tra Kirghizistan e Kazakistan nata circa un mese prima della data delle elezioni presidenziali, quando durante un incontro pubblico il presidente kazako avrebbe pubblicamente dimostrato la sua preferenza per Omurbek Babanov.
Il governo di Bishkek ha duramente reagito all’intervento di Nazarbayev, accusando il Kazakistan di voler interferire nella vita politica kirghisa. Faccenda resa ancora più complessa dal fatto che Babanov è nato in Kirghizistan, ma nel momento del crollo dell’Unione Sovietica abitava in Kazakistan, finendo col diventare cittadino kazako per breve tempo prima di regolarizzare la sua posizione. Restano i sospetti che le dichiarazioni kazake possano essere state veramente interessate, magari facendo gli interessi di Pechino mentre la Russia, verso cui tende Atambayev, non si è espressa.
Vedremo se il Kirghizistan evolverà verso un regime veramente democratico, grazie (oppure nonostante) le numerose riforme costituzionali adottate per rafforzare il ruolo del parlamento a discapito di quello del Presidente. Il grosso rischio è che un mutare di forma abbia mutato poco o nulla della sostanza: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi, diceva qualcuno. (Pietro Acquistapace)

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