BOMBE ITALIANE SUI BAMBINI DELLO YEMEN – Nella GUERRA DIMENTICATA in Yemen, nel tragico scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’ARABIA SAUDITA sgancia bombe prodotte in Italia sulla popolazione inerme – La petizione di SAVE THE CHILDREN per fermare il massacro che vede l’Italia complice

(foto: bombardamenti nello Yemen, da http://www.globalist.it/) – “Nello YEMEN da 4 anni, dal 2015, è in corso una tragica GUERRA CIVILE dove l’ARABIA SAUDITA in modo diretto, oltre all’IRAN in modo indiretto, gioca un ruolo determinante. L’assedio da parte di NOVE PAESI ARABI SUNNITI, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli STATI UNITI, nei confronti dei RIBELLI SCIITI, vicini all’IRAN, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando INFINITE SOFFERENZE AI CIVILI. Il BLOCCO all’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla FAME, con un’epidemia di COLERA che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti. Ma PERCHÉ L’OCCIDENTE E LE NAZIONI UNITE TACCIONO DI FRONTE A QUESTA TRAGEDIA? (…)” (Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   Lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni, dal marzo 2015) dalla lotta tra sciiti e sunniti (negli articoli che riportiamo di seguito in questo post si spiega il contesto e l’origine di questa atroce guerra). E’ di fatto una guerra civile interna, che però vede militarmente coinvolta anche, in modo diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita) che agisce in modo indiretto: appoggiando i ribelli della tribù-movimento-milizia HOUTHI, che controllano il nord-ovest del Paese con anche la capitale San’a, e resistono agli attacchi dell’Arabia Saudita.

(mappa da http://www.documentazione.info/) – “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   I risultati sono un sostanziale stallo della guerra (con l’Arabia Saudita), e una popolazione allo stremo, devastata da fame, colera, violenze su tutti (compresi e in particolare i bambini). Infatti sono PROPRIO I BAMBINI TRA I PIÙ COLPITI dalle bombe e devastazioni condotte dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti del Nord, bombe che cadono indiscriminatamente nei luoghi e città del nord dello Yemen. E, e qui sta anche il punto che ci coinvolge ancora di più, usando (l’Arabia Saudita) tra i vari armamenti anche BOMBE DI FABBRICAZIONE ITALIANA.

CODICE IDENTIFICATIVO A4447, CHE CONTRADDISTINGUE I PRODOTTI DELLA RWM ITALIA. – BOMBE ITALIANE CONTRO LA POPOLAZIONE IN YEMEN – RWM Italia S.p.A. è una FABBRICA DI ARMAMENTI parte del conglomerato industriale tedesco della RHEINMETALL. La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha SEDE LEGALE A GHEDI, BRESCIA E STABILIMENTO PRODUTTIVO A DOMUSNOVAS, IN PROVINCIA DI CARBONIA-IGLESIAS, IN SARDEGNA. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel Settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il CODICE IDENTIFICATIVO A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. (da https://www.savethechildren.it/ )

   Sono bombe che provengono dalla RWM Italia S.p.A. (succursale italiana del gigante tedesco delle armi “Rheinmetall”): una fabbrica di armamenti, la RWM, la cui produzione avviene a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA.

Una delle tante proteste antimilitariste sul piazzale dello stabilimento della RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA) (foto di Simone Farris ripresa da https://www.unionesarda.it/ del 18/3/2019)

   Ci troviamo così ad essere i produttori e venditori di armi (all’Arabia Saudita) usate per la guerra che viene condotta in Yemen, paese del Medio Oriente diviso tra sciiti e sunniti, come dicevamo, il più povero, vittima non solo della violenza dei bombardamenti, ma della fame della popolazione e addirittura di malattie endemiche debellate in Occidente come il colera.

(…) Nella petizione di SAVE THE CHILDREN “STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN” si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di FERMARE IMMEDIATAMENTE L’ESPORTAZIONE, LA FORNITURA E IL TRASFERIMENTO DI MATERIALI DI ARMAMENTO ALLA COALIZIONE SAUDITA, ARMI CHE UCCIDONO I BAMBINI YEMENITI e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».(…) vedi e firma la petizione: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen)

   Le armi italiane (le bombe) vendute all’Arabia Saudita, sono cosa intollerabile. SAVE THE CHILDREN ha lanciato una PETIZIONE online (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen) per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen. Bombe, ribadiamo, che colpiscono e uccidono la popolazione, distruggono case, villaggi, strutture sanitarie quelle poche dove ci sono, aree civili di ogni genere…

(mappa da http://www.documentazione.info/) – (…) L’ITALIA è nella TOP 10 dei PRODUTTORI DI ARMI, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi ALCUNI PAESI HANNO GIÀ BLOCCATO L’EXPORT DI ARMI ALL’ARABIA SAUDITA, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.(…) (25 Marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/ (25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/

   C’È UNA LEGGE IN ITALIA (la 185 del 1990) (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/01/armi-legge-185-1990.pdf) che VIETA L’EXPORT DI MATERIALI D’ARMAMENTO A PAESI IN GUERRA o i cui governi non rispettano i diritti umani, ma viene abilmente e cinicamente AGGIRATA attraverso gli “ACCORDI BILATERALI” tra paesi. Tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse “le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. E l’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani. È così che si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185.

da http://www.money.it/

   Per dire che questa situazione ha superato ogni limite di decenza umana, e come italiani dovremmo proprio vergognarci di tollerare che accada che armamenti italiani uccidano popolazioni inermi.

chi controlla o si contende le provice dello YEMEN (da http://www.money.it/)

   Ma NON È SOLO CON L’ARABIA SAUDITA IL COMMERCIO DELLE ARMI ITALIANE. Tempo fa si è parlato della vendita al governo siriano di Assad della tecnologia del sistema per i carri armati per mirare e colpire in movimento, prodotto da “GALILEO AVIONICA”, del “GRUPPO LEONARDO” (una commessa da 230 milioni di euro). E il modo per vendere a tutti è, come dicevamo, l’appoggio politico (governativo) che viene da accordi di cooperazione bilaterali tra il nostro Paese e quelli in cui si intende vendere armamenti (aggirando il divieto di vendere a Paesi in guerra e del tutto inaffidabili).

26/2/2019: Pacifisti sardi in trasferta a Roma per annunciare una denuncia contro il governo, che avrebbe violato la legge 185/90 sul commercio delle armi dando semaforo verde alla vendita di bombe all’Arabia Saudita. Gli ordigni, prodotti dalla Rwm a Domusnovas, sono stati usati anche contro la popolazione yemenita, nonostante la legge vieti l’esportazione di sistemi d’arma a paesi in guerra. (da “Avvenire”, 27/2/2019)

   Resta il tema della liceità di produrre armi (e poi venderle ad altri paesi). E’ una questione di cui non si parla e si riflette abbastanza. Se può esser vero che un Paese ha diritto a difendersi da episodi di offesa da parte di altri; che può essere una “necessità” per intervenire e difendere popoli che vengono oppressi (pensiamo alla necessità di combattere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale) (ma anche il mancato intervento nella guerra civile della ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, che doveva essere una necessità di fermare anche con le armi i cecchini filo-serbi a Sarajevo, o le violenze sulle donne, e le uccisioni di massa come a Srebrenica…)….. EBBENE SE LA LICEITÀ DELL’USO DELLA FORZA (E DELLE ARMI) PUÒ ESSERCI IN CERTI CONTESTI (anzi, può essere necessaria per aiutare persone e popoli oppressi), dall’altra la vendita a regimi screditati com’è l’Arabia Saudita, porta non ad evitare guerre o aiutare popoli oppressi, ma a fomentare ancor di più la violenza internazionale e tragici episodi di crudeltà contro singolie comunità. Per questo la vendita di bombe all’Arabia Saudita per la guerra in YEMEN, come accade adesso con l’Italia, questo è intollerabile, tocca profondamente la nostra coscienza e richiede che venga fermata. (s.m.)

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appartenente alla tribù HOUTHI – Gli HOUTHI – Originario del nord dello Yemen, il MOVIMENTO-MILIZIA deve il suo nome al FONDATORE HUSSEIN BADREDDIN AL-HOUTHI, assassinato nel 2004. Conosciuti come ANSAR ALLAH O ANSARULLAH (PARTIGIANI DI DIO), tra il 2004 e il 2011 gli Houthi intraprendono una nuova guerra civile (le cosiddette SEI BATTAGLIE DI SA’DA) contro l’allora PRESIDENTE ALI ABDULLAH SALEH, sciita zaidita membro della confederazione tribale degli Hashid. Forte del sostegno militare iraniano, degli Hezbollah e della Liwa Fatemiyoun, il gruppo cresce in potere e influenza, collezionando una serie di vittorie contro il governo centrale e le tribù rivali. Adesso A NORD NELLO YEMEN CI SONO GLI SCIITI APPUNTO CON I RIBELLI HOUTHI CHE RESISTONO ALL’ASSEDIO DELL’ARABIA SAUDITA, con l’appoggio indiretto dell’Iran (testo e foto di un appartenente alla tribù HOUTHI, insediata nel nord-ovest dello Yemen, tratti da http://www.mangiatoridicervello.com/)

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(qui sotto, in questo link, Vi proponiamo un reportage andato in onda il 2 maggio scorso della trasmissione de “LA7 – Piazza Pulita” sulla RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA), la fabbrica che produce bombe che l’ARABIA SAUDITA usa in YEMEN contro la popolazione):

http://www.la7.it/piazzapulita/video/le-armi-italiane-in-yemen-02-05-2019-270466

In Yemen è in corso una guerra sanguinosa dal 2015. L’inchiesta esclusiva di Alessandra Buccini sulle bombe che partono dall’azienda RWM in Sardegna per l’Arabia Saudita, per essere poi usate anche nel conflitto in Yemen. Alessandra Buccini

L’ingresso della RWM a Domusnovas (da http://www.gazzettadelsulcis.it/)

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Petizione: firma contro le armi italiane in Yemen

PETIZIONE: STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN
[25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/
– Save the Children: i sauditi e i loro alleati le usano contro i bambini –
Save the Children ha lanciato una petizione online per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen.
L’associazione umanitaria sottolinea che «Milioni di bambini stanno vivendo orrori indescrivibili a causa della guerra in Yemen. Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola: sono bambini e bambine a cui è negata un’infanzia. Rimasti orfani, senza più una casa, senza più i propri cari. Tutto questo è inaccettabile.
Anche le bombe fabbricate in Italia e vendute alla Coalizione Saudita sono utilizzate in Yemen per colpire la popolazione, case, villaggi, aree civili».
La petizione rammenta che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione Italiana). Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani.
Per proteggere i bambini in conflitto è quindi necessario e urgente fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini. Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna».
Come ben sanno i lettori di greenreport.it si tratta della RWM Italia S.p.A. è una fabbrica di armamenti parte del conglomerato industriale tedesco della Rheinmetall.
Save the Children spiega che «La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha sede legale a Ghedi, Brescia e stabilimento produttivo a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il codice identificativo A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. A questo si aggiunge il caso documentato da Mwatana, Rete Disarmo e ECCHR dell’8 ottobre 2016 in cui alle 3 del mattino una bomba di fabbricazione italiana è stata sganciata su un’abitazione civile occupata da una donna incinta, 4 bambini e il marito».
Per quanto riguarda l’esportazione di materiali bellici verso l’Arabia Saudita l’Italia è il terzo esportatore al mondo, «Quindi bloccando l’esportazione verso questo Paese si potrebbe generare davvero un cambiamento nella vita di tutti i bambini Yemeniti», dice Save the Children.
Inoltre, l’Italia è nella top 10 dei produttori di armi, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi alcuni Paesi hanno già bloccato l’export di armi all’Arabia Saudita, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.
Nella petizione si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione Saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».
Le 6 gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato citate da Save the Children sono: Uccisione e mutilazione di bambini; Reclutamento o utilizzo di bambini come soldati; Violenza sessuale contro i bambini; Attacchi contro scuole o ospedali; Impedimento dell’assistenza umanitaria ai bambini; Sequestro di bambini.
La petizione fa notare che «Un modo concreto per gli Stati di proteggere i bambini in conflitto è fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini».
Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e di violazioni del diritto internazionale umanitario.

   La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90)(http://presidenza.governo.it/UCPMA/normativa/Legge_185_90.pdf ) vieta già l’esportazione di armi verso Paesi che commettono violazioni dei diritti umani.
Save the Children si sta inoltre attivando a livello europeo e internazionale per fermare la vendita di armi alla coalizione saudita e a tutti coloro che si sono resi colpevoli di gravi violazioni dei diritti dei bambini in conflitto. In particolare facendo pressione affinché si adotti e si rispetti l’ARMS TRADE TREATY (il trattato internazionale sul commercio di armi) che obbliga gli Stati a fermare l’esportazione di materiali di armamento verso Paesi che minano la pace e la sicurezza internazionale o che abbiano commesso violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario, o gravi crimini contro donne e bambini. (25 marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/)
Vedi petizione:
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen

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QUATTRO ANNI DI GUERRA IN YEMEN, IL CONFLITTO DIMENTICATO

di Lorenzo Forlani, da https://www.agi.it/estero/, 2/4/2019

– Come la Siria, anche il Paese più povero del mondo arabo è stato insanguinato dalla lotta tra sciiti e sunniti. I risultati sono un sostanziale stallo militare e una popolazione allo stremo, devastata da fame e colera –
Lo Yemen è alle prese con una guerra sanguinosa che va avanti da quattro anni; quasi cinque se si fa risalire l’inizio del conflitto alla conquista della capitale Sana’a da parte dei ribelli Houthi, allora sostenuti anche dalle truppe fedeli all’ex presidente Abdullah Saleh, ucciso poco più di un anno fa dagli stessi Houthi.
È stato nel marzo 2015 che ha preso il via l’operazione “Asifat al Azm”, ‘tempesta decisiva’ in arabo, la campagna di bombardamenti aerei sullo Yemen, guidata dall’Arabia Saudita al fine di restaurare il governo defenestrato di Abd Rabbo Mansour Hadi. Finora sono stati circa 18 mila i raid aerei condotti da Riad e i suoi alleati – una serie di Paesi arabi e africani tra cui Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto e altri, col sostegno logistico degli Stati Uniti – nelle aree controllate dagli Houthi (anche conosciuti col nome di “Ansarallah”, i sostenitori di Dio), che l’Arabia saudita considera strumenti dell’espansionismo iraniano nella regione.
UN DISASTRO UMANITARIO
Circa 60 mila i morti sotto le bombe, milioni gli sfollati, ed una situazione umanitaria drammatica. Secondo i dati delle Nazioni Unite sono circa 90 mila bambini morti a causa della malnutrizione. Diciotto milioni di persone non hanno accesso all’acqua e ai servizi igienici, in quello che già prima della guerra era il Paese più povero del mondo arabo. E poi, da due anni, è in corso la più grande epidemia di colera del mondo, con oltre un milione di casi segnalati: 110 mila casi di colera registrati solo da inizio 2019 e 190 morti, un terzo dei casi riguardanti bambini sotto i 5 anni.
Nonostante la devastazione prodotta, la campagna militare saudita non ha prodotto un cambiamento nei rapporti di forza sul campo: il Paese rimane profondamente diviso, oltreché lacerato, e la capitale Sana’a ancora saldamente in mano agli Houthi.
LA SITUAZIONE SUL CAMPO
Oltre alla capitale e alla loro città d’origine, Saadah, i ribelli Houthi controllano quasi tutta l’area occidentale dello Yemen – ad eccezione del sud-ovest -, compreso il territorio in cui passano gli oleodotti, a sud di Sana’a, nei pressi di Dhamar e Raymah, fino alla città di Taiz, dove si susseguono combattimenti su base quotidiana. Il governo di Mansour Hadi, sostenuto dalla coalizione araba, controlla tutta la costa sud occidentale del Paese, compresa la città portuale di Aden (in cui si trova la sua sede), oltre che le zone per lo più desertiche al centro dello Yemen.
Fino al 2016 Mukalla, città sulla costa meridionale, era saldamente in mano al braccio yemenita di Al Qaeda ma la coalizione è riuscita a riprenderne il controllo anche grazie ad una fanteria costituita da 30.000 uomini della forza locale d’elite Hadrami (dal nome della regione ricca di petrolio, Hadramawt), messa in piedi dagli Emirati Arabi Uniti. Al Qaeda continua tuttavia ad avere una presenza nel Paese. Lo scorso 25 marzo Abu Dhabi ha fatto sapere che l’aeroporto Al Rayyan di Mukalla, chiuso dal 2016, continuerà ad essere utilizzato per scopi militari dalle truppe emiratine.
Dei report di Al Jazeera e dell’Associated press hanno rivelato tuttavia che la coalizione saudita avrebbe reclutato in segreto centinaia di qiaedisti per la guerra contro gli Houthi, considerati “kuffar” (miscredenti, o anche “rafidi”, “coloro che rigettano”) da Al Qaeda, in quanto esponenti dello sciismo. (Lorenzo Forlani)

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GUERRA TRA ARABIA SAUDITA E YEMEN: PERCHÉ NESSUNO PARLA DI QUESTA TRAGEDIA?
di Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/
Da quasi quattro anni nello Yemen infuria una guerra civile che vede militarmente coinvolta anche l’Arabia Saudita: perché nessuno parla di questo conflitto così simile alla Siria?
Nello Yemen è in corso una tragica guerra civile dove l’Arabia Saudita in modo diretto, oltre all’Iran in modo indiretto, gioca un ruolo determinante per questo conflitto che dura ormai dal 2015.
Se ci mettiamo poi che nel più che mai diviso territorio dello Yemen esistono anche zone del paese controllate dall’Isis e da Al-Qa’ida, ecco che allora lo scacchiere assomiglia sempre di più a quello della Siria.
L’assedio da parte di nove paesi arabi sunniti, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli Stati Uniti, nei confronti dei ribelli sciiti, vicini all’Iran, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando infinite sofferenze ai civili.
Il blocco all’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla fame, con un’epidemia di colera che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti. Ma perché l’Occidente e le Nazioni Unite tacciono di fronte a questa tragedia?
L’ARABIA SAUDITA E LA GUERRA CIVILE NELLO YEMEN
Dopo una lunga divisione, nel 1990 lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud decidono di riunirsi in un unico stato, con San’a che diventa la nuova capitale. Presidente è Ali Abdullah Saleh, che all’epoca era alla guida del Nord fin dal lontano 1978.
A seguito nel 2012 delle rivolte nella parte meridionale del paese in quella Primavera araba che sconvolse molti paesi islamici, Saleh rassegna le sue dimissioni e al suo posto arriva il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, con il compito di guidare per due anni lo Yemen fino a nuove elezioni.
Visto il timore però che le elezioni sarebbero potute essere soltanto un miraggio e che il regno di Hadi potesse continuare invece per altri anni, nel febbraio 2015 il gruppo armato sciita degli Huthi, proveniente dal Nord del paese, conquista la capitale San’a e costringe alle dimissioni il presidente Hadi che si rifugia a Sud ad Aden, che così diventa una seconda capitale dello Yemen.
Da quel caos si arriva a un paese diviso in due: a Nord ci sono gli sciiti con il governo di Saleh nella capitale San’a, mentre a Sud nella città di Aden si è insediato il Presidente spodestato Hadi, l’unico riconosciuto dall’Occidente e dalle Nazioni Unite.
In tutto ciò Al-Qa’ida è riuscito a entrare in possesso di vaste zone nella parte orientale del paese, con anche l’Isis che si è stabilizzato in diversi villaggi facendo sentire la sua tragica voce con attentati fatti soprattutto contro gli sciiti di San’a.
Nel marzo 2015 l’Arabia Saudita sunnita si mette a capo di una coalizione di paesi sunniti comprendente anche Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar.
Questa lega araba formata da nove paesi e capeggiata da Riyad inizia così un massiccio bombardamento in Yemen nei territori controllati al Nord dai ribelli Huthi, che da allora in pratica resistono a questo assedio con il supporto, paventato, soltanto dell’Iran ovvero il più grande stato sciita.
IL DRAMMA DEI CIVILI
Lo stato di perenne assedio ha però fiaccato l’alleanza tra gli Huthi e il ras del Nord l’ex presidente Saleh. Quest’ultimo infatti, dopo aver cercato invano rifugio oltre confine, è stato catturato e ucciso dai ribelli fino a poco tempo fa suoi alleati.
Lo Yemen del Nord quindi ora è nel caos più totale ed è controllato dagli Huthi. Vista la debolezza creata dalla faida interna, sono aumentati i bombardamenti da parte della coalizione sunnita che sta aggravando ancora di più la situazione umanitaria.
Un conflitto che sta diventando sempre più cruento, visto che anche di recente ci sono stati violentissimi scontri tra lealisti e ribelli: 142 morti tra i militari dei due schieramenti, mentre 7 sono state le vittime civili.
Oltre ai militari uccisi, altissimo infatti è anche il bilancio delle vittime civili. Non sono soltanto le bombe saudite a fare strage di civili ma anche la fame (lo Yemen è lo stato più povero del Medio Oriente) e il colera.
Anche se da noi viene vista come una malattia ormai debellata, nello Yemen si parla di almeno 500.000 persone contagiate, con il colera che ha provocato soltanto negli ultimi tre mesi la morte di 2.000 persone.
Il blocco dei paesi arabi vicini imposto a San’a sta stritolando la popolazione del Nord, tra quella che sembrerebbe essere l’indifferenza generale anche delle Nazioni Unite che nulla hanno fatto finora per salvare la popolazione civile da questa atroce fine.
L’INDIFFERENZA DELL’OCCIDENTE
Nel 2016 parlando della problematica situazione in Siria Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, dichiarò che “la morte per fame utilizzata come arma rappresenta un crimine di guerra”.
Peccato però che per la guerra civile nello Yemen non sia stato rivolto lo stesso pensiero. L’Arabia Saudita non è stata mai sanzionata per i bombardamenti e, come se non bastasse, si è sempre opposta alla creazione di corridoi umanitari per permettere di inviare cibo e medicinali alla popolazione civile.
In pratica si starebbe utilizzando la fame e le epidemie come un’arma d’assedio, per convincere i ribelli Huthi a cedere visto che le bombe sganciate su San’a finora non hanno prodotto gli effetti sperati.
Immagine simbolo di questa tragedia è quella di Amal, bambina yemenita fotografata in un campo profughi dal premieo Pulitzer Tyler Hicks pochi giorni prima di morire per fame a soli sette anni.
Per ultimo c’è stata la tristemente famosa strage di bambini, con 43 morti e 60 feriti per un autobus che è stato colpito mentre si stava recando a un mercato situato nel Nord del paese, oltre al più recente bombardamento da parte dell’aviazione saudita di un ospedale di Save the Children che ha provocato 7 morti tra cui 4 bambini.
Il sentore è che la guerra nello Yemen sia un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in Medio Oriente. I ribelli che controllano la capitale San’a sono sciiti come l’Iran, storici alleati della Russia e del regime di Assad in Siria.
Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, Isis compreso, sia al contrario sunnita. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita indebolire l’Iran, grande nemica di entrambi i paesi. (Alessandro Cipolla)

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ARMI ITALIANE NON SOLO IN YEMEN

di Maurizio Simoncelli, da http://sbilanciamoci.info/, 5/4/2019
– L’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani. Così si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185 –
Gli accordi di cooperazione militare bilaterale sono strumenti di politica internazionale che i governi adottano con altri Paesi nel campo della difesa per realizzare intese collaborative. Sono diversi dai patti stipulati nell’ambito di alleanze militari come quelli vigenti in ambito NATO o UE, che, tra l’altro, presuppongono clausole di reciproca difesa in caso di emergenza.
Nel caso specifico dell’Italia tali accordi sono stati stipulati con numerosi Paesi con i quali si è instaurato un regime speciale, comunque per certi versi simile a quello esistente con i Paesi NATO e UE.
Una ricerca dell’ “Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo IRIAD”, La cooperazione bilaterale dell’Italia nell’ambito della difesa” a firma di Maria Carla Pasquarelli, ha messo in evidenza come nel corso degli anni il nostro Parlamento abbia ratificato una serie crescente di accordi arrivando al numero significativo di una cinquantina.
Tali accordi operano su tre piani con lo scopi di “promuovere rapporti amichevoli e forme di collaborazione; dare impulso allo sviluppo dell’industria italiana della difesa; favorire il processo di ammodernamento dello strumento militare”.
Sul piano pratico questi accordi consentono lo scambio di esperti e di informazioni, la cooperazione nel settore formativo, lo scambio di conoscenze specialistiche nel campo dell’addestramento militare, lo svolgimento di esercitazioni congiunte, scambi di materiali d’armamento, nonché ricerca, sviluppo e produzione di materiali di interesse comune.
Pasquarelli nota in particolare che i suddetti accordi “garantiscono l’uso esclusivo di informazioni, documenti e materiali che le Parti potranno scambiarsi nello svolgimento delle attività di cooperazione militare, nonché – aspetto fondamentale – un trattamento di riservatezza non inferiore a quello accordato allo stesso tipo di informazioni dall’ordinamento del Paese di origine delle stesse. È proprio la riservatezza, congiuntamente all’instaurazione di un regime preferenziale per gli scambi di sistemi d’arma, che pone un grave problema rispetto alla trasparenza in materia richiesta dall’ordinamento italiano”.
La formulazione standard dell’accordo ratificata in sede parlamentare rimane generica nella maggior parte dei casi, al punto che di solito si parla di: “a) politica di sicurezza e di difesa; b) ricerca e sviluppo, supporto logistico ed acquisizione di prodotti e servizi per la difesa; c) operazioni di mantenimento della pace e di assistenza umanitaria; d) organizzazione ed impiego delle Forze Armate, nonché strutture ed equipaggiamenti di unità militari e gestione del personale; e) formazione ed addestramento in campo militare; f) questioni ambientali e relative all’inquinamento provocato da attività militari; g) sanità militare; h) storia militare; i) sport militare; j) altri settori militari di comune interesse per le Parti”, come nel caso dell’accordo con il Niger o in quello con la Corea.
Riservando a tali Paesi partner un trattamento analogo per certi versi a quelli NATO e UE, l’export di armi appare decisamente facilitato al punto che il numero dei nostri clienti appare in decisa crescita rispetto agli anni precedenti: dai 56 nel primo quinquennio degli anni ’90 agli 85 odierni. Infatti nella Relazione governativa presentata al Parlamento nel 2018 e relativa all’export nel 2017 si legge: “Per il 2015 l’Italia è stata classificata terza per numero di Paesi di destinazione delle vendite, dopo USA e Francia, a dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero”.
Diverse iniziative promozionali non a caso sono state dirette anche verso questi Paesi, come la crociera denominata “Sistema Paese in movimento” della portaerei Cavour, nave ammiraglia della flotta militare italiana, nel 2013 in Medio Oriente e in Africa, o quella più recente della fregata Asw tipo Fremm “Carlo Margottini” (gennaio 2019) con destinazione nuovamente il Medio Oriente.
Pur essendo vigente la legge 185/90 che vieta l’export di materiali d’armamento a paesi in guerra o i cui governi non rispettano i diritti umani, tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse “le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. Già nel maggio 2005 lo stesso Sergio Mattarella, ministro della Difesa tra il 1999 e il 2001, rilevò che così si vanificava la legge evidenziando un “aggiramento in buona misura del controllo sul commercio delle armi previsto dalla legge 9 luglio 1990, n. 185” (http://documenti.camera.it/Leg14/BancheDati/ResocontiAssemblea/sed619/s240.htm ).
Infatti la maggior parte di tali accordi di cooperazione bilaterale in materia di difesa nell’ultimo ventennio, realizzati con Paesi non-Nato e non-UE, è stata presentata al Parlamento con un’apposita relazione del governo in cui veniva specificato che per quanto concerne l’interscambio dei materiali d’armamento tale norma costituisce “un’apposita intesa governativa”, rientrando appunto in quel particolare regime privilegiato.
L’Italia ha siglato circa 50 accordi di cooperazione militare con Paesi extra NATO e UE, tra cui Egitto, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Somalia, Afghanistan (questi ultimi due indicati ripetutamente dall’ONU come utilizzatori abituali di bambini-soldato). Anche l’Arabia Saudita è stata accusata di utilizzare minori yemeniti e nel Darfur, reclutati con la promessa di lavorare come cuochi e invece inviati al fronte a combattere contro gli Houthi, secondo una recente inchiesta di Al-Jazeera. Non può non preoccupare il fatto che molti di questi Paesi siano in guerra e vi sia anche una forte repressione dei diritti umani.
Tra l’altro molti di questi accordi prevedono un rinnovo tacito ogni cinque anni o addirittura con durata indeterminata, evitando di riproporne l’opportunità della conferma all’attenzione del legislatore (ed anche eventualmente dell’opinione pubblica).
Considerando i Paesi con cui sono stati avviati o conclusi tali accordi di cooperazione militare, è possibile rilevare come molti di essi appartengano all’area del Mediterraneo allargato (non solo i Paesi rivieraschi e balcanici, ma anche una decina di quelli mediorientali e altrettanti africani subsahariani). Nello scorso gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato dieci disegni di legge di ratifica ed esecuzione di 9 accordi internazionali e uno scambio di note con Kenya, Argentina, Ciad, Congo, Corea, Macedonia, Messico, Mongolia, Turkmenistan e Uruguay, a conferma dell’ulteriore globalizzazione dell’azione italiana.
In conclusione, se l’uso degli accordi di cooperazione militare bilaterale è importante nelle relazioni tra gli Stati, la loro eccessiva proliferazione appare rispondere più ad esigenze commerciali dell’industria degli armamenti che ad interessi di stabilità e di sicurezza internazionali. (Maurizio Simoncelli)

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ARMI ITALIANE IN ARABIA SAUDITA, YEMEN E SIRIA: ECCO CHI LE USA

di Lorenzo Bagnoli, 23/1/2019, da https://www.osservatoriodiritti.it/
– Le armi italiane nel mondo, vendute all’estero anche in tempo di pace, finiscono per alimentare conflitti, in contrasto con quanto prevede la legge. Lo svela Italian Arms, un gruppo di ricercatori e giornalisti che sta tracciando chi utilizza le armi lecitamente esportate dall’Italia –
Lanciatori missilistici in dotazione alle navi da guerra che l’Arabia Saudita ha disposto nel blocco navale contro lo Yemen. Elicotteri italiani che sparano sui civili ad Afrin, nel Kurdistan siriano. Sistemi per la mira in movimento di carri armati in uso nella campagna pro-Assad nella Siria meridionale. Sono solo alcuni dei casi di armi italiane usate in zone di conflitto, nonostante la legge italiana sull’export delle armi impedisca di vendere a Paesi in guerra.
Un gruppo di giornalisti – tra cui l’autore di questo articolo – e di ricercatori, Italian Arms, sta tracciando gli effettivi utilizzatori finali delle armi autorizzate ad uscire dall’Italia con l’intento di dimostrare possibili violazioni delle normative internazionali in tema di esportazioni.
Armi italiane nel mondo: il mercato internazionale
Secondo la legge 185/90, le esportazioni sono vietate
«quando sono in contrasto con la Costituzione (che all’articolo 11 ripudia la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, ndr), con gli impegni internazionali dell’Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento».
La realtà, però, è più complicata. Le condizioni politiche di un Paese non sono immutabili. Così finisce che armamenti venduti a un governo in tempo di pace diventino strumento di repressione o per attacchi contro civili. Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.
E qui si arriva a una delle palesi ipocrisie del mercato delle armi italiane e non solo: quando sono i governi che acquistano, c’è spesso dietro un interesse bellico o repressivo. Soprattutto quando i grossi ordini si ripetono negli anni, è difficile che gli armamenti servano per il sistema di difesa, mentre è più probabile che saranno usate per l’attacco o per fermare proteste.
Immagini del 30 gennaio 2017 mostrano che al largo del porto di Hudaya, Yemen occidentale, la fregata saudita Al Madinah (a volte riportata come al Madiah) è in fiamme. Si sentono di sottofondo voci che inneggiano gli slogan dei ribelli yemeniti.
Secondo l’agenzia di stampa saudita, la fregata Al Madiha ha subito un attentato dal gruppo ribelli houthi che ha provocato almeno due morti a bordo. Gli houthi sono i principali nemici delle forze saudite che cercano di imporsi in Yemen, dove dal 2015 è in corso una guerra civile.
Nel Paese è attivo un blocco navale mai legittimato dalla comunità internazionale per le sue conseguenze sui civili nel Paese. Diciotto milioni di persone non hanno alcuna sicurezza alimentare e 400 mila bambini soffrono di grave malnutrizione. Al Madinah era una delle navi dispiagate dal governo saudita in questo blocco navale non legittimato.
A novembre i governi di Germania, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi hanno dichiarato di non voler più vendere le armi a Ryhad, proprio in risposta alla carestia in corso in Yemen. Già nel 2017 una risoluzione dell’Europarlamento spingeva per un embargo nella vendita di Armi all’Arabia Saudita, che non è però mai stato adottato.
L’Italia, da parte sua, come Osservatorio Diritti ha più volte raccontato, è coinvolta nella vendita di bombe attraverso Rwm Italia, succursale italiana del gigante tedesco delle armi Rheinmetall.
Il video della Al Madinah però mostra che altri armamenti di manifattura italiana sono coinvolti anche nel blocco navale. Secondo i documenti della Relazione al Parlamento sulla vendita delle armi, infatti, l’Italia ha esportato dei lanciatori per missili Otomat Mk2, autorizzati la prima volta nel 2014 e completati poi nel 2016.
Il lanciatore è prodotto da Mdba Italia, succursale italiana del consorzio europeo per la produzione di missili. Valore della commessa: 2,3 milioni di euro in totale. Dalle foto analizzate della al Madiah e da quanto riportano da siti specializzati, è possibile vedere che la nave montava la tecnologia missilistica italiana (qui la ricostruzione di Italian Arms)
Non si può dire che il governo di Recep Tayyip Erdogan non sia riconosciuto sul piano internazionale. Chi lo considera un dittatore, deve però ammettere che la Commissione europea ci ha pure siglato un accordo, nel 2016, per fermare i migranti siriani diretti in Grecia.
Sul piano geopolitico, Erdogan non ha mai nascosto di sentirsi il comandante di una superpotenza, anche militare, nella regione. E di voler avere un ruolo nel conflitto in Siria. È il 20 gennaio del 2018 quando il presidente turco lancia “Ramoscello d’ulivo”, un’operazione che nulla aveva di pacifico e che invece mirava ad accerchiare la città di Afrin, roccaforte delle milizie curde Ypg. Il governo di Ankara le considera un gruppo terroristico, principalmente a causa del loro stretto rapporto con i curdi turchi che militano nel Pkk.
Il 29 gennaio l’elicottero T129 Atak, prodotto dall’italiana Leonardo (ex Finmeccanica), ha sparato sui villaggi intorno ad Afrin. Il video è stato messo in rete dall’ufficio stampa delle truppe Ypg. Il team Italian Arms lo ha geolocalizzato e conferma che si trovava in una zona abitata nella regione, prima dell’inizio dell’offensiva, per spianare la strada alle truppe di terra.
Tra il 2008 e il 2017 sono stati dieci i velivoli di questo genere venduti alla Turchia. L’Italia ha anche fornito l’addestramento necessario per il loro utilizzo. Secondo Human Rights Watch ad Afrin «le forze armate turche non hanno adottato precauzioni per evitare vittime civili».
Armi italiane vendute all’estero: tecnologia nei carri armati siriani
I vecchi carri armati sovietici T72 a disposizione dell’esercito siriano sono stati dotati fino al 2008 di un sistema per mirare e colpire in movimento. Si chiama Turms-t e lo produceva Galileo Avionica, oggi Gruppo Leonardo. La commessa ha fruttato alla società in totale 229 milioni di euro.
In un video di propaganda dell’Isis di marzo 2018 si vedeva uno dei carri armati dell’esercito in fiamme, dopo il conflitto nella città di Damasco. Geolocalizzando l’evento, come è documentato nel video qui sotto, è stato possibile stabilire che la carcassa del mezzo si trova ancora nel quartiere di Al Qadam.
Un altro mezzo con montato il Turms-t è stato ripreso da una tv russa a maggio del 2018. Faceva parte di un convoglio diretto a Daraa, città siriana dove poi è avvenuto in effetti un attacco dei lealisti di Assad, con il supporto aereo della Russia. Il 27 giugno 2018 l’allora inviato Onu per la Siria Staffan De Mistura parlava di 750 mila vite in pericolo in quell’operazione militare.
Italian Arms: il team e il metodo di ricerca
Il gruppo di lavoro di Italian Arms è stato promosso da Lighthouse reports, collettivo di giornalisti di base ad Amsterdam che si dedica a inchieste collaborative internazionali. Partner giornalistici poi sono Bellingcat, gruppo che si dedica a inchieste su fonti aperte; la trasmissione televisiva di Rai 3 “Report” e il centro di giornalismo investigativo italiano Irpi.
La ricerca, in particolare sui documenti governativi italiani, è stata resa possibile dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal), di cui fa parte il blogger di Osservatorio Diritti Giorgio Beretta. Il gruppo ha lavorato insieme per dieci giorni consecutivi a Brescia, nella sede di Opal.
Il punto di partenza di ogni caso sono stati i documenti governativi con licenze e commesse destinate all’estero per le armi. Da lì, poi, l’inchiesta ha proseguito su fonti aperte: dai social network ai video di Youtube per localizzare tracce di questi armamenti. La verifica dei luoghi dove sono stati girati i video è possibile attraverso programmi come Google Earth. (Lorenzo Bagnoli)

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STRAGE DEGLI INNOCENTI NELLO YEMEN: 14 BAMBINI MORTI PER LE BOMBE SAUDITE
Il raid aereo avvenuto il 7 aprile scorso. Le bombe su una scuola. Altri sedici piccoli sono rimasti feriti, 5 gravissimi –
da https://www.globalist.it/world/ 10/4/2019
L’ennesima strage. L’ennesima perché si è perso il conto: un’esplosione avvenuta vicino a due scuole nel distretto di Shu’aub, a Sana’a nello Yemen, ha provocato la morte di 14 bambini – tutti al di sotto dei 9 anni – e altri 16 feriti di cui cinque sono tra la vita e la morte.
Lo riferisce l’Unicef in relazione a un raid aereo della Coalizione araba a guida saudita, sottolineando come il numero delle vittime e dei feriti tra i bambini potrebbe aumentare.
In totale, secondo l’organizzazione Onu, sono oltre 400 i bambini uccisi o gravemente feriti dall’inizio dell’anno nello Yemen.
Per l’Unicef, l’ultima esplosione dimostra che i bambini nello Yemen non sono sicuri neanche a scuola e ciò scoraggia le famiglie a mandarli negli istituti scolastici, la gran parte dei quali peraltro sono inagibili.
Per oltre 2 milioni di bambini yemeniti andare a scuola è diventato un sogno visto che un istituto su cinque è inutilizzabile a causa dei danni della guerra o perché usato a fini militari.

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IN YEMEN ANCORA VITTIME TRA CIVILI E BAMBINI

da http://www.treccani.it/magazine/atlante/news/2019/, 28/3/2019
A quattro anni esatti dall’inizio del conflitto che sta dilaniando il Paese, ancora vittime civili nello Yemen. Un raid aereo della coalizione a guida saudita nella mattinata del 26 marzo ha coinvolto un ospedale rurale a Ritaf, nell’area nord-occidentale del Paese. A causa di un missile caduto a pochi metri dalla struttura sono morti sette civili, fra cui quattro bambini. L’ospedale è sostenuto dall’organizzazione umanitaria Save the Children che ha diffuso la notizia e chiesto la condanna da parte della comunità internazionale di questa azione dalle conseguenze così pesanti sui civili e sui bambini in particolare. Non si tratta purtroppo di casi isolati.
Da quando è iniziata la guerra sono stati uccisi più di 2600 bambini e i feriti hanno superato i 4300; gli attacchi a strutture sanitarie e a istituzioni scolastiche sono frequenti e molti minori sono stati reclutati nelle milizie che si scontrano nel Paese. La situazione umanitaria dello Yemen è resa drammatica non soltanto dai combattimenti e dai bombardamenti, ma anche dalla difficoltà a far arrivare ai civili in difficoltà cibo e medicine, dalla carestia e da una persistente epidemia di colera, che ha provocato negli ultimi tre mesi la morte di 2000 persone.
Il cessate il fuoco concordato fra le parti in Svezia il 18 dicembre 2018 è limitato alla sola città di Hodeida ed è stato comunque spesso violato nei primi tre mesi. Il sanguinoso conflitto in Yemen è iniziato il 26 marzo del 2015 quando si è innestata la guerra civile tra i ribelli sciiti Houthi e le forze fedeli al presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi.
Hadi, che in qualche modo rappresenta la componente sunnita, è sostenuto dalla coalizione a guida saudita e indirettamente dagli Stati Uniti. L’Iran appoggia invece la ribellione degli Houthi ed è stato più volte accusato di rifornire le milizie sciite di armi pesanti e di condizionarne la politica. In occasione del quarto anniversario dell’inizio del conflitto, nella capitale Sana’a ci sono state manifestazioni di sostegno verso i ribelli Houthi che da anni governano la città, con slogan ostili all’Arabia Saudita, a Israele e agli Stati Uniti. La guerra in Yemen, ormai entrata nel quinto anno, sembra lontana da una soluzione politica che metta fine alla disastrosa situazione dei civili e all’emergenza umanitaria.

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L’EUROPA ESPORTA PIÙ ARMI, FRANCIA: +263% VERSO IL MEDIO ORIENTE

di Lillo Montalto Monella, 11/03/2019, da https://it.euronews.com/
Ci sono SETTE PAESI EUROPEI NELLA TOP 10 dei più grandi esportatori di armi al mondo, dove si fanno sempre più affari nel mercato degli armamenti e i volumi sono in espansione (+7-8% nel periodo 2014-2018 rispetto al 2009-2013). Lo rivela l’ultimo rapporto del SIPRI, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma.( https://www.sipri.org/media/press-release/2019/global-arms-trade-usa-increases-dominance-arms-flows-middle-east-surge-says-sipri ).
RUSSIA, FRANCIA e GERMANIA sono, dietro agli USA, i più grandi produttori ed esportatori di armi al mondo. Seguono CINA, REGNO UNITO, SPAGNA, ISRAELE, ITALIA (al 9° posto) e PAESI BASSI. Desta preoccupazione soprattutto l’afflusso di armi da fuoco verso il Medio Oriente.
ECCO ALCUNI DEI PUNTI PIÙ INTERESSANTI CHE EMERGONO DAL RAPPORTO 2019 DELL’ISTITUTO.
L’Europa esporta più armi. Le cinque nazioni europee leader nel settore – Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Italia – hanno esportato più armi nel periodo ’14-18 che in quello precedente: le vendite verso altri Stati equivalgono ad una fetta del mercato globale del 23% rispetto al 21% del quadrienno ’09-13; l’Italia ha ridotto del 6.7% il suo volume globale di affari. Tra i principali importatori di armi italiane: Turchia, Algeria e Israele;
Francia, +263% di vendite di armamenti verso il Medio Oriente. La Francia ha quasi triplicato le esportazioni di armi verso i Paesi del Medio Oriente tra il 2009-13 e il 2014-18. Grandi aumenti percentuali anche per Germania (+125%), Italia (+75%) e Regno Unito (+30%). L’Egitto è il più grande partner commerciale dei francesi, con il 28% del giro d’affari totale per il Paese transalpino. In totale, le vendite francesi di armi sono aumentate del +43%;
Sempre più Paesi comprano armi dalla Cina. Il numero di paesi ai quali Beijing vende armamenti è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni. Nel 2014-18 le ha consegnate a 53 nazioni, un numero in crescita rispetto alle 41 del 2009-13 e alle 32 del 2004-2008. A cavallo di questi due ultimi periodi si è avuto il vero boom dell’export di armi cinese (+195%), mentre nell’ultimo quadrienno la crescita è stata del 2.7%;
La Turchia sempre più presente nel mercato della morte. L’export turco è aumentato del +170% da un quadriennio all’altro. Principale partner economico: Emirati Arabi Uniti. Rimane sempre un Paese marginale nel volume d’affari globale (appena l’1%), ma è indubbio che il Paese di Erdogan punti ad una maggiore indipendenza economica nel settore: l’import, soprattutto dagli Usa, si è infatti ridotto del 21%;
L’Algeria è piena di armi. E non è una buona notizia, vista l’attuale situazione di crisi politica.Oltre la metà (56%) di tutte le armi importate da Paesi africani finisce nello Stato di Bouteflika. Il 66% di questi acquisti proviene dalla Russia. L’Algeria è al quinto posto tra le nazioni che importano più armi dopo Arabia Saudita, India, Egitto e Australia;
Il Venezuela ha smesso di importare armi a causa della crisi economica. Le importazioni di armamenti sono diminuite dell’83%, scrive SIPRI. Nel 2014-2018, gli acquisti del governo Maduro sono stati fatti principalmente da Cina, Russia e Ucraina. Una piccola quota del giro d’affari coinvolge anche Austria, Germania e Paesi Bassi;
L’Europa importa meno armi rispetto al periodo precedente a causa della crisi economica. Tuttavia, Stati come Norvegia, Polonia e Romania stanno aumentando le commesse a causa delle crescenti tensioni con il vicino russo. La Norvegia, per esempio, ha ordinato 5 aerei anti-sommergibile dagli Usa e 4 sottomarini dalla Germania, oltre ad aver ricevuto i primi F35 ordinati dagli USA nel 2008.
LA STAMPA: GLI USA AVVISANO L’ITALIA, NON PAGATI 500 MILIONI PER GLI F35
Stando a quanto scrive La Stampa, “dal marzo dell’anno scorso Roma ha sospeso i pagamenti degli undici F35 già consegnati e dei 9 ordinati. Un aereo ad esempio è pronto per la consegna a Cameri, ma resta fermo nell’hangar perché mancano circa 20 milioni di saldo. Il debito arretrato complessivo ha ormai raggiunto i 500 milioni di euro. Il presidente Mattarella, durante l’ultimo Consiglio supremo di difesa, ci ha invitato a saldare il conto”.
L’Italia, scrive Mastrolilli, avrebbe ridotto gli acquisti di F35 da 131 a 90 e il nuovo ministro della Difesa Trenta ha intenzione di ridurre il pacchetto a una ventina di esemplari. “Washington, in questo caso, resterebbe molto delusa, non solo perché considera l’F35 un progetto comune transatlantico essenziale per mettere le nostre difese al passo con i tempi, ma anche perché la riduzione degli acquisti da parte di un Paese farebbe aumentare i costi per tutti gli altri. Gli Usa sottolineano che l’Italia perderebbe più di quanto risparmierebbe, perché circa 80 aziende del nostro Paese sono coinvolte nel progetto, lo stabilimento di Cameri è stato scelto come hub logistico e della manutenzione, e l’intera operazione dovrebbe generare posti di lavoro stimati inizialmente fra 3.586 e 6.395”. (Lillo Montalto Monella)

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YEMEN, L’INCUBO INFINITO

– decine di migliaia morti e 22 milioni di persone che sopravvivono di aiuti – E’ unanimemente considerata la tragedia umanitaria peggiore degli ultimi trent’anni. Decine di migliaia di vittime civili, compresi migliaia di bambini e 22 milioni di persone che sopravvivono di aiuti esterni –
di CARLO CIAVONI da https://www.repubblica.it/ 19/3/2019
Nello Yemen, negli ultimi tre mesi, la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che – così come è avvenuto e, purtroppo ancora avviene, in Siria – colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. Tutto questo, mentre la popolazione è costretta ad assistere ad ogni sorta di atrocità, tra stupri, anche a bambine di 8 anni, e orrori simili.
Migliaia di morti, milioni di persone assistite: eppure terra di immigrazioni. Negli ultimi 3 anni e mezzo, il conflitto in Yemen ha causato almeno 10.000 morti e oltre 22 milioni di persone si trovano in una situazione di estremo bisogno di protezione e gli aiuti umanitari. Eppure – come sottolinea l’Ong INTERSOS – ogni mese almeno 7000 persone fuggono dal Corno d’Africa per venire nello Yemen, anche solo per attraversare il Paese, con l’obiettivo di raggiungere i Paesi del Golfo, dove sperano di trovare lavoro e condizioni di vita dignitosa. Due sono i percorsi più usati: la maggior parte degli etiopi si incamminano attraverso il deserto, fino a Gibuti dove si imbarcano per attraversare lo stretto di Bab-al-Mandab e approdare sulle coste dello Yemen: sono circa 30 chilometri e poi si attracca nel governorato di Lahj, a sud-est della tristemente nota zona di Hodeidah, principale linea del conflitto negli ultimi mesi. I somali e una parte degli etiopi scelgono invece di partire da Bosasso in Somalia, per poi affrontare un viaggio in mare molto più lungo (circa 200 km) per approdare sulla costa più a est dello Yemen, nel governorato di Hadramout.
Partono, ma la realtà che li attende è drammatica. È difficilissimo trovare lavoro in un Paese le cui infrastrutture sono state largamente distrutte dalla guerra e la cui economia è al collasso, così come è quasi impossibile attraversare i confini blindati per raggiungere gli altri paesi del Golfo. E così rimangono bloccati nello Yemen, sotto le bombe saudite (spesso fabbricate in Italia) oppure nelle prigioni, o ancora preda dei trafficanti, subendo ricatti, abusi e violenze di ogni sorta. Da oltre un anno INTERSOS lavora con interventi di primo soccorso ai migranti, grazie a tre team mobili che pattugliano le coste dello Yemen, dove si concentrano gli arrivi, fornendo acqua, cibo e beni di prima necessità e trasportando i casi più gravi ai presidi medici più vicini. Nel team sono sempre previsti una figura legale e un operatore sociale per fornire alle persone assistite le corrette informazioni su quali siano i loro diritti e per poter assistere le figure più vulnerabili, minori non accompagnati, donne e anziani.
Il massacro dei civili a Hodeidah e 600 mila sfollati. Nelle 11 settimane che hanno seguito gli accordi di pace a Stoccolma, 231 civili sono stati uccisi da attacchi aerei, bombardamenti, cecchini o esplosioni di mine, e di questi un terzo si trovavano nel governatorato di Hodeidah, nonostante nell’area fosse stato accordato appunto il “cessate il fuoco”. Tra le vittime, 56 erano bambini e 43 le donne. Un’area in cui la violenza degli scontri ha già causato oltre 600 mila sfollati. “Siamo di fronte a un bilancio atroce e assolutamente inaccettabile – ha detto Paolo Pezzati consulente politico per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – nonostante il leggero calo del numero di vittime dopo i colloqui presieduti dall’ONU in Svezia, le stesse Nazioni Unite hanno affermato che ogni giorno che passa senza un concreto progresso verso la pace, altri yemeniti perdono la vita e se sopravvivono lottano per il cibo, l’acqua, per trovare un riparo”. I paesi, inclusa l’Italia, che continuano a consentire la vendita diretta o indiretta di armi verso le parti in conflitto, si stanno rendendo di fatto complici di questo massacro. Perciò facciamo ancora una volta appello alla “comunità internazionale”, affinché agisca subito, per portare in Yemen una pace duratura”.
Accordi di pace che non hanno avuto esito. E’ quanto oggi sottolinea Oxfam, a quattro anni dallo scoppio della guerra (il 26 marzo 2015) e a oltre tre mesi dai colloqui di pace di Stoccolma, tra il Governo – riconosciuto dalla “comunità internazionale” e gli Houthi – i “Partigiani di Dio”, gruppo armato prevalentemente sciita zaydita (ma con qualche presenza di sunniti) nato in funzione anti-governativa, nel corso degli anni 2000 – colloqui durante i quali era stato concordato un “cessate il fuoco” nella città portuale di Hodeidah (sotto assedio da parte degli Houthi da mesi). Accordi che avrebbero dovuto gettare le basi per una pace duratura. Ma nulla di tutto questo è accaduto.
Oltre metà della popolazione non accede ad acqua pulita. La catastrofe umanitaria nello Yemen non è solo fatta di vittime innocenti della guerra. Il 90% della popolazione – di cui oltre 11 milioni sono bambini – dipende in questo momento dagli aiuti umanitari, con il porto di Hodeidah, principale punto di ingresso dei beni di prima necessità, che resta teatro di scontri. Una violenza insensata che ha già costretto – dal marzo 2015 – oltre 3 milioni ad abbandonare le proprie case causando oltre 6.600 vittime in tutto il Paese.
Un’economia azzerata, sull’orlo della carestia. “In questo momento, quasi 14 milioni di yemeniti sono ormai sull’orlo della carestia a causa dell’azzeramento dell’economia del Paese e della chiusura dei principali porti. – aggiunge Pezzati – Nel paese c’è una gravissima emergenza idrica e sanitaria: quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua pulita e in 19.7 all’assistenza sanitaria di base, rimanendo così inevitabilmente esposte a epidemie mortali. Qui il colera ha contagiato 1,3 milioni di persone dal 2017, di cui quasi 400 mila persone solo nell’ultimo anno, causando migliaia di morti. Dall’inizio della crisi, noi di Oxfam, lavoriamo per garantire acqua sicura, servizi igienico-sanitari e beni di prima necessità a quante più persone possibile, soprattutto alle donne e alle fasce più vulnerabili della popolazione, evitando così conseguenze che potrebbero paradossalmente fare più vittime della guerra stessa. Abbiamo già raggiunto più di 3 milioni di persone”. Fino al 24 marzo sarà possibile sostenere il lavoro di Oxfam a fianco della popolazione dello Yemen, attraverso la campagna “Acqua che salva la vita” con un SMS al 45580.
Le ragioni di un conflitto così lungo e spaventoso. Lo Yemen – al di là del racconto quasi esclusivamente “umanitario” che se ne fa, tra i civili uccisi, gli sfollati, gli stupri, il colera… – ha una sua grande rilevanza strategica, malgrado sia di fatto il Paese più povero del Medio Oriente. Del resto, non ci vuole molto a capire la portata cruciale di questo Paese: è sufficiente dare uno sguardo alla carta geografica, per dare la giusta interpretazione al fatto che i gruppi jihadisti come Al Qaeda abbiano avuto facilie accesso e al fatto che gli USA e l’Arabia Saudita assieme siano lì a tutelare i loro interessi interessi. Lo Yemen si trova, infatti, nel punto più estremo della Penisola arabica e sotto i suoi occhi, ogni giorno, fluiscono milioni di tonnellate di petrolio, milioni di tonnellate di merci, tutto nel quadro di un coflitto, sempre meno silente, all’Iran che nello Yemen come presidio militare gli Houti. E non è affatto un caso che la guerra adesso si stia accanendo nella zona del porto di Hodeidah, dove sorvegliare quel gigantesco via vai è strategicamente assai importante.
Quando la posizione geografica è ostile. Il destino di un popolo non è mai disgiunto dalla posizione geografica dove ha radicato la sua storia, la sua cultura, la sua economia. Lo Yemen non gode di una situazione geopolitica “amica”. Quella città portuale assediata dalla coalizione USA-Arabia Saudita per essere strappata dalle mani delle forze armate filoiraniane composte Houthi, non ha altro scopo se non quello di riconquistare una postazione di elevatissima importanza strategica sulle rotte che solcano il Mar Rosso. In particolare c’è da tener d’occhio lo stretto di Bab el Mandeb: infatti, non va dimenticato che tutti i Paesi che si affacciano su quel mare, colossi economici regionali come l’Arabia Saudita e Israele, non possono prescindere dal volume di traffici commerciali che si muovono proprio lì. Un luogo che – se si osserva ancora una volta una carta geografica – altro non è che il cancello d’ingresso nientemeno che del Canale di Suez.

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LA PROMESSA

https://www.ilfattoquotidiano.it/ 4/3/2019

EXPORT DI ARMI ITALIANE, È TEMPO DI CAMBIARE!

Gianluca Ferrara, senatore 5stelle

  Due settimane fa ho depositato un disegno di legge (http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/51269.htm) che mira a potenziare la legge 185/90 (https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1990/07/14/090G0222/sg ). Si è trattato di un lavoro collettivo da me fortemente voluto e sostenuto dal sottosegretario Manlio di Stefano. Ieri, il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha dichiarato che appoggia pienamente il ddl.

   Lo stimolo a lavorarci è nato dalle parole pronunciate da Luigi Di Maio nel settembre 2018, quindi prima che si accendessero i riflettori sulla guerra in Yemen per via del brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Luigi affermò: “Non vogliamo continuare a esportare armi verso Paesi in guerra o verso Paesi che è risaputo che le vendono a chi è in guerra”. Sono persuaso che anche in questo delicato e complesso ambito realizzeremo il cambiamento. Non mi riferisco solo alla difesa, ma anche alle relazioni internazionali. Questo governo l’ha dimostrato anche con la crisi venezuelana: il nostro Paese, come sempre è accaduto, non si è subito accodato ai soliti diktat ma ha brillato di luce propria, rimarcando l’importanza del dialogo come auspicato dall’Onu e da papa Francesco.

   Nel 2016, durante il governo Renzi, raddoppiarono le esportazioni italiane di armamenti, in particolare verso l’Arabia Saudita. Nel solo 2016 almeno 21.822 bombe made in Italy sono state consegnate all’esercito saudita. Nel novembre scorso, con il presidente Vito Petrocelli, abbiamo tenuto una conferenza stampa a cui parteciparono diverse associazioni tra cui Save the Children che, in quell’occasione, ci ha ricordato che la guerra in Yemen capeggiata dall’Arabia Saudita ha causato la morte di 85mila bambini. Un dato impressionante. Sconvolgente. Noi non abbiamo più intenzione di avere le mani sporche di sangue.   Non vogliamo essere più complici di questi orrori.

   Il disegno di legge di modifica della 185 è stato necessario perché in 30 anni questa legge è stata più volte violata. La 185 fu il frutto di una grande mobilitazione popolare ed è stato un faro nel panorama internazionale. Come è noto, in estrema sintesi, essa prevede il divieto di vendita d’armi a Paesi che violano i diritti umani o che si trovano in stato di conflitto armato. Il ddl che ho depositato prevede più divieti, più controlli, più poteri al Parlamento e riconversione industriale. Sono inseriti criteri quantitativi per armi leggere, una clausola che vieta comunque i trasferimenti anche ad alleati, se in stato di guerra o se violano i diritti umani. Si estende anche ad altri organismi l’accertamento di violazione di diritti umani. Si introduce nella legge l’impegno italiano contro il traffico illecito di armi e la loro illecita triangolazione. Si potenzia l’istituto della sospensione a opera del ministero degli Affari esteri (Maeci), l’introduzione da parte del presidente del Consiglio di un nucleo ispettivo interforze.

   È prevista inoltre una relazione previsionale redatta dal presidente del Consiglio da presentare al Parlamento. Tale relazione include anche una lista di Paesi verso cui le esportazioni sono vietate, lo stato di avanzamento della riconversione industriale e la lotta al traffico illegale di armi. Si reintroduce il Cisd (Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa), in modo tale che le autorizzazioni non dipendano solo da funzionari amministrativi del Maeci, ma anche dalla politica, quindi tenendo conto di più ampie considerazioni geopolitiche, economiche e sociali. Inoltre, prevediamo una parziale e progressiva riconversione industriale e l’uso duale delle tecnologie della difesa salvaguardando i posti di lavoro.

   Purtroppo, ogni qualvolta si è tentata di modificare la 185/90, l’obiettivo è stato quello di depauperarla. Il nostro è antitetico: vogliamo rafforzarla, farle un tagliando. È innegabile che questa legge, allorquando non si è avuta una volontà politica, è stata violata. Tuttavia, l’invito che sento di rivolgere a tutti è di instaurare un dibattito costruttivo, partecipato e non ideologico, magari celante l’ennesimo intento di attaccare il M5S. La 185, come tutte le leggi – ma anche i pensieri e le azioni illuminati – sono un bene comune. Non appartengono a qualche privilegiato custode del dogma che si arroga l’autorità di dichiarare che un cambiamento debba ricevere un timbro che solo lui è in grado di dare. (Gianluca Ferrara)

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