IL CASO ROM nelle PERIFERIE di Roma: xenofobia, razzismo (prima gli italiani!), disagio sociale, paura di un “diverso” mai accettato, strumentalizzazione politica, o tutte questo assieme? – STRUMENTI possibili per la CONVIVENZA pacifica (tra diversi) – L’IDENTITÀ GEOGRAFICA NUOVA dei quartieri, ora “internazionali”

Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente PROTESTE nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, CONTRO L’ASSEGNAZIONE DI UN ALLOGGIO POPOLARE A UNA FAMIGLIA DI ETNIA ROM. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza. La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom. (…) Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando LA SINDACA DI ROMA VIRGINIA RAGGI, che ha fatto VISITA ALLA FAMIGLIA PER ESPRIMERE LA PROPRIA SOLIDARIETÀ, è stata accolta da insulti e fischi. (foto da http://www.ilpost.it del 8/5/2019)

   Che fare nelle città, e in ogni luogo per evitare marginalità, persone che vivono in condizioni difficili (in baracche, bidonville, tende, sotto i ponti, all’addiaccio…)? Oppure come evitare “stati di disagio” in condomini popolari, specie nelle PERIFERIE (nei centri storici ci vivono molto meno immigrati e rom), periferie dove si creano tensioni a volte immotivate e un po’ xenofobe, a volte con qualche motivazione seria (comprensibile), data da “stili di vita” diversi?

La famiglia scortata all’ingresso nel palazzo (da http://www.roma.corriere.it/) – 6 maggio 2019: I caschi azzurri dei poliziotti spiccano nella folla di manifestanti che si accalca davanti al portoncino del palazzo popolare di via Sebastiano Satta 20, a CASAL BRUCIATO. Gli agenti cercano di proteggere l’ingresso nell’androne di SENADA e della figlia. Poco prima avevano fatto lo stesso con il capo famiglia IMER e un altro dei 12 figli della coppia rom. Dal caos si alza un grido contro la minorenne: «Ti stupro!». Non è la prima offesa grave ai nomadi del campo della BARBUTA, legittimi assegnatari di un alloggio popolare (da https://roma.corriere.it/ )

   Gli episodi “romani”, che qui descriviamo, nei confronti dei Rom, danno l’impressione di essere, a priori, non solo xenofobi (ma cercheremo anche le possibili ragioni dei residenti) ma anche strumentalizzati da forze dichiaratamente contrarie a ogni possibile integrazione fra persone.
Negli scorsi giorni, in particolare dal 6 maggio per 3-4 giorni, ci sono state proteste violente a Roma nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est della capitale, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. Proteste di parte dei residenti, supportati da militanti neofascisti dell’Associazione CasaPound, mentre la famiglia Rom (marito, moglie e 12 figli) prendeva (a fatica, tra la folla inferocita) regolare possesso di una casa popolare a loro assegnata.

La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma (Ansa, da http://www.quotidiano.net/)

   Nel caos violento è pure intervenuta, in solidarietà della famiglia, la sindaca di Roma, Virginia Raggi: è andata (coraggiosamente) a trovare la famiglia Rom, nell’appartamento barricato e difeso dalla polizia, ribadendo, la sindaca, l’affermazione della legalità e una netta cesura politica (dell’amministrazione comunale) con i violenti che stavano protestando oltre ogni misura. La famiglia Omerovic (così è il cognome di questa famiglia assegnataria dell’alloggio), è arrivata a Casal Bruciato da un campo Rom (La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino), che il Comune sta smantellando, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento di tutti i campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020.

Ecco dove vivono i circa seimila nomadi stanziati sul territorio capitolino, tra villaggi autorizzati e campi ‘tollerati’ (MAPPA DA http://www.roma.repubblica.it/, del 5/4/2019)

   Questo episodio di violenta protesta a Roma, a Casal Bruciato, si aggiunge ad altri episodi di analoga tensione (il 2 aprile a Torre Maura, ancora nella periferia romana, ma anche in un’altra zona periferica, Via Fachinetti), sempre per l’arrivo di famiglie di etnia rom.

“(…) L’ultimo report dell’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO conta 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dallo stato italiano. Ma c’è ancora molta confusione quando si parla di rom. (…..).Quando si parla di rom, sui giornali o nei discorsi, spesso si dà per scontato che si tratti di un blocco sociale omogeneo e riassumibile in una serie di luoghi comuni; eppure, nella realtà, quelli che chiamiamo rom fanno parte di popoli con storie, tradizioni e culture anche lontanissime fra loro. L’Associazione 21 luglio ha trovato 22 COMUNITÀ PRINCIPALI DISLOCATE SUL SUOLO ITALIANO: i ROM DI IMMIGRAZIONE PIÙ ANTICA (a loro volta divisi in abruzzesi, celentani, basalisk, pugliesi e calabresi); i SINTI, che si dividono in 9 gruppi su basi territoriali e linguistiche; i ROM BALCANICI che sono venuti in Italia più recentemente; i ROM BULGARI; i ROM RUMENI e infine i CAMINANTI, originari di Noto.(…)” (Giulia Giacobini, da WIRED.IT del 8/4/2019 https://www.wired.it/attualita/politica/) (foto da: da http://www.magazine3d.it.rom.no.un.esempio.integrazione-interculturale-napoli/)

   L’idea di smantellare campi, baraccopoli, dove le condizioni di vita sono (igienicamente, ma da tutti i punti di vista) fuori da ogni vivere civile, questa idea è buona, interessante, da condividere. Accompagnato, il progetto dell’amministrazione comunale, dal voler integrare queste famiglie ex nomadi (di origine Rom, ma come spieghiamo qui, il termine e la specificazione dell’etnia, è più complesso e variegato). Quest’idea di superare i campi nomadi, e distribuire la popolazione, le famiglie, in contesti abitativi “normali”, in mezzo ad altre famiglie “non rom”, sembra essere l’unica cosa possibile e civile.

MIGRAZIONE ITALIA – INSEDIAMENTI INFORMALI, MARGINALITÀ SOCIALE, OSTACOLI ALL’ACCESSO ALLE CURE E AI BENI ESSENZIALI PER MIGRANTI E RIFUGIATI. – Bloccati alle frontiere, negli spazi aperti e negli edifici occupati delle città, nei ghetti delle aree rurali, SENZA ACCESSO AI BENI ESSENZIALI e alle cure mediche di base, spesso costretti a condizioni di vita durissime. Vivono così MIGLIAIA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI, che pur essendo regolarmente presenti sul territorio italiano, si trovano al di fuori di un sistema di accoglienza ancora ampiamente inadeguato. Lo denuncia la SECONDA EDIZIONE DEL RAPPORTO “FUORI CAMPO” DI “MEDICI SENZA FRONTIERE”, frutto di un lavoro di monitoraggio compiuto nel 2016-2017 in circa 50 INSEDIAMENTI INFORMALI, per un totale di 10.000 PERSONE, in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria. Rispetto al quadro delineato nella prima edizione del rapporto riferita al 2015, I RECENTI SGOMBERI FORZATI SENZA SOLUZIONI ABITATIVE ALTERNATIVE STANNO DETERMINANDO LA FRAMMENTAZIONE DEGLI INSEDIAMENTI INFORMALI e la costituzione di PICCOLI GRUPPI DI PERSONE CHE VIVONO IN LUOGHI SEMPRE PIÙ MARGINALI e che NON RIESCONO AD ACCEDERE non solo ai servizi socio-sanitari territoriali, ma ANCHE AI BENI PIÙ ELEMENTARI COME L’ACQUA, IL CIBO, L’ELETTRICITÀ. Leggi il rapporto: https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2018/06/Fuoricampo2018.pdf

   E’ anche vero che lo stato di disagio e protesta accade sempre e solamente nelle PERIFERIE delle città: là dove i problemi di convivenza a volte assumono caratteri di difficoltà anche tra persone “tutte italiane”, e l’arrivo di immigrati (o ex nomadi) aumenta e accresce le tensioni. Queste tensioni sono spesso reali, ma a volte anche frutto di pregiudizio e nessuna disponibilità ad approcciarsi positivamente al “diverso”.

BOLZANO (foto da http://www.medicisenzafrontiere.it/) – A Bolzano un numero crescente di migranti che cerca di attraversare le frontiere del Brennero è costretto a dormire e vivere in strada sotto i ponti e sulle rive del fiume.

   Se all’appartamento di sopra al nostro succede che a tarda notte ci son rumori perché stanno facendo una festa, se sono italiani o si tollera se sono amici nostri, o ci si arrabbia un po’, ma magari finisce al peggio in una LITE. Se sono stranieri o rom, è segno che sono incivili, fuori dalle regole, totalmente diversi da noi: diventa uno SCONTRO ETNICO. Quel che è accaduto e sta accadendo nelle periferie romane, è che lo scontro etnico è preventivo, a ogni possibile episodio che possa (o non possa) accadere.

Baraccopoli migranti: ben 4 in provincia di Foggia (16/2/2019, foto da http://www.immadiato.net/) – Nel secondo RAPPORTO “FUORI CAMPO”, presentato nel febbraio 2018 dall’organizzazione “MEDICI SENZA FRONTIERE”, è riportato l’elenco degli insediamenti informali abitati da migranti rifugiati in senso ampio, mappati dall’organizzazione in Italia. Diverse le tipologie considerate: INSEDIAMENTO ALL’APERTO (28%), EDIFICI (53%), CONTAINER (2%), TENDE (9%), BARACCHE (4%), CASOLARI (4%).

    Modi e sistemi di integrazione (di dialogo, di cose in comune da fare, di parlarsi e spiegare pacificamente anche “errori” che il vicino di casa non deve fare….di invitare i bambini al compleanno dei propri… e qualsiasi altra cosa conviviale…) tutto questo allenterebbe le tensioni, e permetterebbe un cammino di convivenza insieme; utile a tutti.

campo Rom (foto da “il Fatto Quotidiano”)

   Tecniche e modi per “parlarsi” e risolvere possibili diatribe sono testimonianza di tanti posti dove le cose vanno bene (cerchiamo di parlarne in alcuni articoli che ci sono in questo post). Va in ogni caso visto con preoccupazione sociale quel che sta accadendo, delle RIVOLTE DELLE PERIFERIE contro singoli membri di etnie diverse, che non stanno facendo nulla di male, ma “preventivamente” vengono rifiutati.

La Toscana (nella foto Rossi, presdente della regione, e alcuni Sinti), nel 2018 ha stanziato 1,5 milioni di euro per superare i campi Rom (foto da il fatto Quotidino)

   La “rivolta delle periferie” è ora termine abusato, ma si usa dire così adesso (non solo in Italia, ma anche forse di più in altri Paesi: pensiamo ai cosiddetti gilet gialli in Francia…), questa “rivolta” non è solo sintomo e reazione della crisi economica (come qualcuno dice), delle difficoltà di vivere in periferia; è a nostro avviso anche un “segno dei tempi”, di una mancanza di progetto sociale, di “infelicità urbana e personale”, che permea il nostro tempo.

Genocidio Rom e Sinti (foto da MICROMEGA) – IL PORAJMOS, LO STERMINIO NAZISTA DI ROM E SINTI – Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (ROM, SINTI e CAMINANTI) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso PROCESSO DI NORIMBERGA ai superstiti del PORAJMOS (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile. Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e (…) sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri (…). Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del MANIFESTO DELLA RAZZA. (ANNAMARIA RIVERA, DA MICROMEGA)

   Nella geografia dei luoghi e del loro attuale smembramento, mancanza di connotazione e omogeneità, serve ritrovare un’identità culturale, geografica, di comunità, fatta di scoperta di tante identità, che sia esempio del carattere “internazionale” (non ci piace la parola “globalizzazione”, preferiamo “internazionale”) che ciascun borgo, quartiere, centro… ha inesorabilmente ormai assunto in ogni dove (e dobbiamo farcene una ragione positiva, e creare per ciascuno, al di dentro del borgo, un progetto di convivialità e felicità) (s.m.)

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La sindaca di Roma Virginia Raggi va all’incontro con la famiglia di nomadi assegnataria della casa popolare a Casal Bruciato, alla periferia di Roma, 8 maggio 2019.
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

COSA È SUCCESSO A CASAL BRUCIATO, ROMA

da http://www.ilpost.it del 8/5/2019
– I militanti di Casapound hanno contestato con violenza l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia di etnia rom, che mercoledì 8/5 ha ricevuto la visita della sindaca Virginia Raggi –
Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente proteste nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza.
La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom.
La manifestazione è stata piuttosto agitata, ci sono stati spintoni e solo una numerosa presenza di poliziotti ha permesso alla famiglia di raggiungere la propria abitazione. Inoltre, sono state urlate diverse minacce nei confronti della famiglia rom: nel tumulto qualcuno ha anche gridato “vi impicchiamo”, e un ragazzo ha detto “troia, ti stupro” alla madre Omerovic che cercava di entrare in casa scortata dalla polizia.
Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha fatto visita alla famiglia per esprimere la propria solidarietà, è stata accolta da insulti e fischi.
Al termine della sua visita Raggi ha detto che la famiglia ha legittimamente diritto di ricevere l’alloggio, aggiungendo che «chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza, perché non è questa una società in cui si può continuare a vivere». Insieme alla sindaca c’era anche Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliario di Roma est, secondo cui al momento in casa sono rimasti solo i due genitori con la figlia più piccola, mentre gli altri 11 figli sono tornati al campo La Barbuta per paura delle violenze dei manifestanti. (….)
La famiglia Omerovic è arrivata a Casal Bruciato dal campo La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento dei campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020. I manifestanti sostengono che i rom abbiano avuto un percorso di assegnazione facilitato, e chiedono che le case popolari vengano assegnate prima ai cittadini italiani. (…..)
Gli episodi di questi giorni a Casal Bruciato si aggiungono a quelli del 2 aprile a TORRE MAURA, sempre nella periferia di Roma, quando ci sono state violente proteste sostenute dall’estrema destra contro l’arrivo di alcune famiglie di etnia rom in una struttura di accoglienza. Pochi giorni dopo, proprio a Casal Bruciato, alcuni residenti in VIA FACCHINETTI 90 avevano protestato contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom. In quel caso, alla fine, la famiglia rom decise di lasciare la casa.

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La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma  (foto da IL MANIFESTO)

IN FAVORE della SINDACA a CASAL BRUCIATO
LA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO ROMPE L’ASSEDIO RAZZISTA CONTRO LA FAMIGLIA ROM
di Giuliano Santoro, da “IL MANIFESTO” del 9/5/2019
La casa brucia. «Rimangono lì, è loro diritto». La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound. Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario
L’immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l’assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal «capo politico» Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata «prima dei romani». La formula rimanda al «prima gli italiani» di Matteo Salvini e delle destre estreme.
Manifestano sostegno a Raggi – che ha risposto a chi la contestava: «Restano lì perché ne hanno diritto» – il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l’invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l’incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.
IL SECONDO CENTRO CONCENTRICO È IL QUARTIERE. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa CASAL BRUCIATO CERCA UNA SUA IDENTITÀ, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall’ipermoderna stazione Tiburtina che con l’alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l’impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.
Procedendo sulla via Tiburtina, però, l’asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della TIBURTINA VALLEY lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell’azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent’anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l’area.
A SINISTRA C’È PIETRALATA, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell’Aniene. Bisogna passare dall’altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.
Il terreno della sfida è la PIAZZA RICCARDO BALSAMO CRIVELLI, sulla quale affaccia L’APPARTAMENTO CONTESO. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l’assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d’ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: «Diritto alla casa, diritto al lavoro – recita lo slogan – Non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro».
A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l’altroieri è stato sorpreso ad urlare: «Troia, ti stupro!» a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell’organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell’estrema destra. Quest’ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound «sono stati deferiti all’autorità giudiziaria».
Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. «È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore – racconta – Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l’appartamento». Un altro modo di rompere l’assedio. (Giuliano Santoro)

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LA CRITICA ALLA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO

IL MALESSERE DEI ROMANI NON ACCETTA PASSERELLE

di Mario Ajello, da “IL GAZZETTINO”, 9/5/2019

  L’etica della convinzione che si fa beffa quasi provocatoriamente dell’etica della responsabilità. Ossia del giusto equilibrio tra che cosa si vuole fare e che cosa si può fare in un dato contesto. Questo è il senso della mossa di Virginia Raggi, che a Casal Bruciato ha rivendicato in maniera plateale l’assegnazione della casa alla famiglia rom, in mezzo alle proteste.
Non è tollerabile impedire a un’autorità pubblica, qual è un sindaco, di far rispettare una norma legittima, qual è quella dell’assegnazione delle case ai rom o a qualcun altro. E chi si oppone a questo è condannabile, specie se accompagna i suoi no con insulti e volgarità. Il punto, semmai, è che la scelta della Raggi si è rivelata per quello che è: una forzatura mediatica che ha scatenato addirittura la bocciatura da parte di Di Maio.
Del resto la stessa sindaca, quando si trovò nella stessa situazione un mese fa a Torre Maura, evitò la forzatura del blitz e fece marcia indietro. Mentre adesso ha insistito nella sua mossa, incappando nella nemesi: quella della populista contestata, oltre che dagli abitanti del quartiere, dai populisti targati CasaPound che hanno occupato prima di lei e contro di lei la piazza in cui si aspettava gli applausi.
La presunzione di stare nel giusto a dispetto di tutto, ma un sindaco non è nel giusto quando non sa cogliere gli umori della popolazione e attizza le rabbie invece di risolverle, ha fornito materiale incendiario in una situazione già molto pericolosa. Da una posizione concettuale mal impostata – l’accoglienza è un dogma e come tale va applicato anche in mezzo a gruppi di cittadini che protestano e a CasaPound che soffia sul fuoco – non poteva che derivare il brutto spettacolo di ieri a Casal Bruciato. In cui una questione serissima, quella della convivenza tra popoli e persone nello stesso habitat, è stata ridotta da una parte a teatrino e dall’altra parte a monumento dell’irresponsabilità e anche dell’autogol. Perché la trovata della Raggi è diventata un assist involontario a Salvini (che sul tema della sicurezza e delle periferie fonda la sua tentata conquista di Roma) nel momento in cui lui era stato battuto e si stava leccando le ferite del caso Siri.
L’innesto di isolate famiglie rom nel normale contesto abitativo romano poteva anche essere un’operazione sensata, se condotta senza strappi e inserita in una condivisione di pratiche e di obiettivi tra il Campidoglio e il Viminale. E invece l’operazione Casal Bruciato s’è trasformata in un test non voluto, o in una sorta di termometro sociale, del malessere esistente in quel quartiere e in altre zone popolari che avevano votato in massa i 5 stelle e ora si sentono abbandonate.
La verità è che da parte di tutti (M5S, Lega, CasaPound) l’approccio ai disagi delle periferie è quello dell’uso propagandistico delle medesime e della rincorsa del successo di facciata. Ma Roma non ha bisogno di questo e non si può permettere che la capitale venga sequestrata da opposte tifoserie e stritolata da vicendevoli machiavellismi de’ noantri.
La Raggi, pur nello svolgimento legittimo della sua funzione, sembra arrivata a Casal Bruciato scendendo da una torre d’avorio e recitando un ruolo incongruo in un gioco delle parti che non ha nulla di dialettico con gli abitanti di quell’area. Si è fatta attrice di una messa in scena e non portatrice di una ricetta possibile. E’ come se al popolo che chiede pane, che in questo caso sarebbe la sicurezza, l’inquilina del palazzo del Campidoglio avesse regalato le brioches dei propri valori inflessibili. Si può anche essere a favore della fratellanza più totale, anzi è giusto esserlo in linea di principio, ma se il contesto sociale che mi ha eletto chiede altro, non posso non tenerne conto. E sparare spot.
Finché questo approccio lo adotta il politico nazionale, la gente magari alza le spalle non sentendosi toccata direttamente. Se invece vi ricorre l’amministratore locale, la figura di maggiore vicinanza ai bisogni quotidiani, le persone non lo accettano. Specialmente quando l’approccio leggerista o donchisciottesco, come in questo caso, invece di risolverle aggrava le difficoltà e ingigantisce le paure. Il grande storico Johan Huizinga, che nel 1935 era stato capace di calarsi magistralmente «Nelle ombre di domani» (titolo di un suo libro), scriveva che «nessuno dovrebbe auspicare l’avvento di un’autorità politica che si senta sottratta al giudizio dei propri cittadini. Che vanno ascoltati, sennò non c’è virtù né democrazia vera. Solo impalcature per demoni». Quelli che stanno imperversando in questa città, ma Roma merita ben altro. (Mario Ajello)

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QUANTI SONO I CAMPI ROM IN ITALIA?

di Giulia Giacobini, da WIRED.IT del 8/4/2019 https://www.wired.it/attualita/politica/
L’ultimo report dell’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO conta 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dallo stato italiano. Ma c’è ancora molta confusione quando si parla di rom.
I due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno trovato un altro punto in comune: la necessità di chiudere i campi rom. L’obiettivo non è nel cosiddetto contratto di governo ma entrambi vorrebbero realizzarlo prima della fine della legislatura. “Rileviamo tensioni sociali dove ci sono campi rom […] non possiamo dire ai sindaci d’Italia occupatevene voi con le vostre risorse”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico a Che tempo che fa nella puntata del 7 aprile, precisando che a occuparsene dovrà essere l’alleato di governo.
“Il percorso immaginabile è quello dell’integrazione per chi è italiano e ricollocamenti per chi non lo è”.
Di quante persone parliamo, quando diciamo “rom”? Quanti campi esistono in Italia? Gli ultimi dati disponibili sono quelli appena presentati dall’Associazione 21 luglio (https://www.21luglio.org/ ), un’organizzazione non-profit che supporta gruppi e individui in condizioni di segregazione. Secondo il rapporto annuale del 2018, in Italia vivono tra le 120mila e le 180mila persone di origine rom e sinti, 25mila delle quali all’interno di baraccopoli o di altri insediamenti informali. L’anno scorso erano 26mila. Secondo l’Associazione, questa diminuzione si deve soprattutto alla crisi economica e ai proclami politici che hanno spinto molti rom a spostarsi nei paesi d’origine o del Nord Europa.
CHI SONO I ROM?
Quando si parla di rom, sui giornali o nei discorsi, spesso si dà per scontato che si tratti di un blocco sociale omogeneo e riassumibile in una serie di luoghi comuni; eppure, nella realtà, quelli che chiamiamo rom fanno parte di popoli con storie, tradizioni e culture anche lontanissime fra loro.
Il nuovo report dell’Associazione 21 luglio ha trovato 22 comunità principali dislocate sul suolo italiano: i rom di immigrazione più antica (a loro volta divisi in abruzzesi, celentani, basalisk, pugliesi e calabresi); i sinti, che si dividono in 9 gruppi su basi territoriali e linguistiche; i rom balcanici che sono venuti in Italia più recentemente; i rom bulgari; i rom rumeni e infine i caminanti, originari di Noto.
C’È CAMPO ROM E CAMPO ROM
L’Associazione 21 luglio ha contato circa 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dalle istituzioni, in tutto il paese. In queste strutture abitative vivrebbero circa 15mila persone. Altre 9600 si troverebbero, invece, all’interno dei cosiddetti insediamenti informali (di cui invece non esistono stime certe).
Anche la popolazione all’ interno dei campi è molto diversa. Nelle baraccopoli formali, il 44% degli abitanti ha infatti la cittadinanza italiana mentre il 34% circa proviene dall’ex Jugoslavia ed è quindi apolide (motivo per cui non potrebbe essere rimpatriato, nel caso). Negli insediamenti informali, prevalgono invece i rumeni. In entrambe le zone, comunque, vivono soprattutto minorenni (il 55% della popolazione totale), e l’aspettativa media di vita è di 10 anni inferiore a quella degli italiani.
Secondo l’Associazione 21 luglio, Roma è la città con più campi rom. Nella capitale, ci sono infatti 16 baraccopoli formali e 300 insediamenti informali. Gli insediamenti più grandi sono però concentrati in Campania.
I TENTATIVI DI SUPERARE I CAMPI ROM
Nella sua relazione al parlamento italiano, il presidente di Associazione 21 luglio CARLO STASOLLA ha dichiarato che “il superamento dei campi rom rappresenta la più grande sfida che ci attende nei prossimi anni”. Nel 2012 è nata la Strategia nazionale per l’inclusione dei rom, una serie di provvedimenti istituzionali volti a fare un passo in avanti rispetto agli insediamenti rom, che contribuiscono a creare un’aura di ghettizzazione attorno alle comunità che le abitano. Da allora, però, la strategia – denuncia il report dell’Associazione 21 luglio – è rimasta largamente inapplicata.
Gli unici comuni che hanno provato a battezzare iniziative in tal senso sono stati quelli di Moncalieri, Sesto Fiorentino, Lamezia Terme e Palermo. Secondo Stasolla, si tratta di risposte “da osservare con attenzione e sostenere, perché rappresentano una nota di discontinuità nel panorama nazionale”. (Giulia Giacobini)

I ROM IN ITALIA NEL RAPPORTO DELL’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO:
https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2019/04/rapporto-annuale-2018.pdf

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NON SOLO ROM (estratto dal RAPPORTO 2018 dell’Associazione 21 luglio)

   Negli ultimi anni in Italia, soprattutto nelle aree urbane, sono aumentate le sacche di marginalità sociale e di povertà estrema popolate da stranieri di recente migrazione e da cittadini di origine rom italiani, comunitari, extra comunitari e apolidi.
La fuoriuscita da strutture di accoglienza per migranti, l’assenza di adeguati interventi umanitari per migranti c.d. “in transito”, la chiusura di c.d. “campi nomadi” in mancanza di percorsi inclusivi, gli sgomberi forzati al di fuori delle garanzie procedurali previste dal diritto internazionale, il solidificarsi di barriere che impediscono la regolarizzazione amministrativa, lo spostamento stagionale di famiglie comunitarie in condizione di povertà per lo svolgimento di pratiche lavorative informali, sono tutti elementi che, a partire dalle periferie delle grandi città, hanno aumentato lo stato di vulnerabilità e in molti casi ridotto l’accesso ai diritti fondamentali di persone e famiglie che hanno trovato rifugio in insediamenti formali o informali.
Nel secondo RAPPORTO “FUORI CAMPO”1, presentato nel febbraio 2018 dall’organizzazione “MEDICI SENZA FRONTIERE”, è riportato l’elenco degli insediamenti informali abitati da migranti rifugiati in senso ampio, mappati dall’organizzazione in Italia.
Diverse le tipologie considerate: INSEDIAMENTO ALL’APERTO (28%), EDIFICI (53%), CONTAINER (2%), TENDE (9%), BARACCHE (4%), CASOLARI (4%). Dodici le regioni nelle quali sono stati rilevati gli insediamenti (Provincia Autonoma di Bolzano, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia e Toscana) con siti che vanno da un minimo di 20 ad un massimo di 1.300 unità. Quarantasette gli insediamenti mappati con una presenza stimata all’interno di una forbice compresa tra le 6.800 e le 11.000 unità a seconda del periodo dell’anno. Il 34% dei migranti in insediamenti informali risulta accompagnatore di minori.
INSEDIAMENTI INFORMALI ALL’APERTO ABITATI DA MIGRANTI. Nella mappatura presente all’interno del Rapporto “Fuori Campo”, gli insediamenti informali vengono classificati secondo 6 tipologie abitative. Quattro di esse sono riferite ad insediamenti al di fuori di edifici, nei quali è indicata la presenza di “CONTAINER”, “TENDE”, “BARACCHE” oppure indicati in maniera generica come INSEDIAMENTI ALL’“APERTO”. Container risultano presenti solo nell’insediamento di ROSARNO, in provincia di Reggio Calabria, abitato mediamente da 150-200 persone; costituiti da tende sono gli insediamenti di SAN FERDINANDO (Reggio Calabria), ROMA (presso la Stazione Tiburtina), CALTANISSETTA e CAMPOBELLO DI MAZARA, in provincia di Trapani; sono segnalate BARACCHE negli insediamenti informali di BORGO MEZZANONE e SAN SEVERO, entrambi nella provincia di Foggia. Altri 12 insediamenti, classificati come all’”aperto”, sono mappati da Bolzano a Caltanissetta.

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FUORI CAMPO-SECONDO RAPPORTO (2018):

Fuori Campo-Secondo rapporto

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CHI ROM E CHI NO: UN ESEMPIO DI INTEGRAZIONE INTERCULTURALE A NAPOLI
Relazioni significative tra le comunità Rom e non Rom possono essere un modello da imitare
di Fabio Marino, da http://www.magazine3d.it/, 3/7/2018
Il 1 Luglio 2018, a Pontida, Matteo Salvini ha esternato la sua soddisfazione riguardo la nuova rotta politica, indirizzata a salvaguardare l’interesse nazionale, intrapresa dal Governo Conte.
Al di là delle simpatie o antipatie rivolte al Ministro degli Interni, il fatto certo è che ci troviamo alla presenza di un grande comunicatore che dice ciò che la gente vuole sentirsi dire: abbassare le tasse, combattere la delinquenza e soprattutto respingere gli stranieri che non hanno i requisiti per rimanere in Italia.
Negli ultimi anni le politiche sociali hanno impoverito sempre di più la classe media e per questa ragione Salvini ha avuto terreno fertile nel propagandare le sue idee che vedono nell’altro uno dei principali motivi della crisi economica.
Si è discusso animatamente sulla proposta del ministro dell’Interno in merito al censimento dei Rom. Sia in Italia che in Europa si è gridato al razzismo, ma aldilà della polemica, capire chi vive e soprattutto come si vive nei campi è utile per il rispetto dei diritti umani e per il rispetto dello stato di diritto.
Proprio perché viviamo in uno stato di diritto non bisogna “usare la ruspa”, ma bisogna creare giuste politiche in grado di integrare i Rom nella società.
Forse l’esempio da seguire ci viene proprio da SCAMPIA, territorio tanto vituperato dai Mass Media, dove l’associazione “CHI ROM E CHI NO” è riuscita a creare relazioni significative tra la comunità Rom e la gente del quartiere.
Su questo tema abbiamo intervistato BARBARA PIERRO, presidente dell’associazione, che ringraziamo per la sua disponibilità e spontaneità.
Chikù dimostra che l’integrazione è possibile. Entrando nel merito di cosa si occupa la vostra associazione?
Chikù è un centro culturale e gastronomico dove vivono due anime, quella di “Chi Rom e chi no” che si occupa di promozione sociale, di cultura, di pedagogia, di teatro e di arti e quella di Chikù, nata prima come progetto, rivolta alle donne del quartiere e poi trasformata in impresa sociale, una vera e propria S.r.l. che prova a fare leva sul talento delle donne nell’ambito della cucina per creare nuove occasioni di lavoro.
Come nasce l’integrazione tra rom e non rom?
Nasce per la capacità di superare uno stereotipo. Se ci si sofferma solo all’immagine esterna chi non abita a Scampia ha paura di quelli che vi abitano, chi abita a Scampia ha paura di quelli diversi. Invece la relazione è la chiave di ogni vittoria. Se le persone si incontrano e riescono a vedere l’altro per quello che è, cadono le barriere culturali.
Scampia è sempre sulla bocca di tutti al negativo, ma qui c’è il vostro ristorante, si organizzano i giochi per il mediterraneo antirazzista, ci sono tante associazioni che aiutano gli ultimi. Perché qui, in questo quartiere, è più semplice fare queste cose?
Perché forse dove c’è tanta sofferenza, c’è più voglia di riscatto. La gente si stanca di aspettare che il cambiamento venga dall’alto e si mette in gioco per cambiare le cose. In quartieri dove sembra che tutto vada bene la gente se ne frega, invece là dove le cose non vanno tanto bene, c’è la necessità di una spinta al cambiamento affinché le cose migliorino.
Parlando di attualità, qual è il suo punto di vista sulla proposta del Ministro Salvini?
Siamo tutti sconcertati, non solo per la proposta riguardo i Rom, ma anche per lo scempio a cui stiamo assistendo riguardo le vittime nel Mediterraneo. Si vuole far pensare che i migranti e Rom siano il nostro problema, quando noi non abbiamo né cielo da vedere né terra da camminare. Tutti i giorni molti giovani emigrano perché, anche se laureati, non riescono a trovare lavoro; chi lavora spesso è un precario; non si fanno figli perché non si possono mantenere; le bollette continuano ad aumentare e se tutto questo viene collegato allo straniero si fa un’operazione di fraintendimento. Un’operazione criminale.
Come si può fare per invertire la tendenza?
Bisogna stare attenti a non farsi manipolare da informazioni capri espiatori e soprattutto non bisogna essere indifferenti verso un’umanità che chiede aiuto. Se i nostri nonni, quando cercavano un futuro all’estero, fossero morti a mare, forse una generazione sarebbe saltata.
In genere sentiamo dire: “Io non sono razzista, ma…”. Perché c’è tutto questo odio verso i Rom?
Oggi non abbiamo certezze sul quotidiano, né prospettive sul domani. Il senso di precarietà ci destabilizza e se a questo aggiungiamo il fatto che qualcuno ci dice che gli stranieri sono il male assoluto, perdiamo il senso di humanitas. (intervista di Fabio Marino)

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ALUNNI STRANIERI: TRA OSTACOLI E MOMENTI DIFFICILI, ECCO COME LA SCUOLA PUÒ FARE LA DIFFERENZA
11/1/2019 da https://www.tuttoscuola.com/
– Pubblichiamo un intervento sulle scuole di periferia di ROSAMARIA LAURICELLA, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “G. B. Valente” di ROMA. –
“Sono Dirigente Scolastico di un Istituto comprensivo di Roma, in una zona periferica, non molto distante dal centro della città che accoglie un’utenza scolastica eterogenea e complessa, caratterizzata da flussi migratori di nuovi nuclei familiari di etnie diverse. Inoltre, sono presenti sul territorio molte comunità Rom, che portano i propri figli da noi.
Sono arrivata in questa scuola, come Dirigente, 10 anni fa ed ho trovato una situazione di apparente apertura verso questi alunni che, però, di fatto, erano solamente dei numeri in fatto di iscrizioni e non realmente dei bambini frequentanti. Da qui è iniziato il vero lavoro di integrazione, lungo, difficile e ancora oggi non del tutto risolto, anche se notevolmente migliorato nel tempo in termini di reale inserimento e convivenza nelle classi. Gli alunni Rom hanno iniziato ad avere un volto, un visetto forse anche sporco ma conosciuto e presente tra i banchi. Infatti, adesso, in ogni classe continuano ad esserci dei nominativi di alunni rom purtroppo semplicemente iscritti, ma siamo passati ad averne almeno due/tre per classe realmente frequentanti. Anche nella scuola dell’Infanzia abbiamo dei bimbi Rom presenti ogni giorno, nonostante la loro tenera età che scoraggia, per cultura, i loro genitori ad iscriverli. Abbiamo avuto dei momenti molto difficili …
Non potrò mai dimenticare Tarabas che veniva a scuola con coltellini vari e Gianni che un giorno portò una pistola giocattolo così ben modificata e camuffata da sembrare vera, tanto da sconvolgere un’intera scuola. Come non dimenticherò mai i vari genitori che, pur dichiarandosi non razzisti, mi chiedevano perché il loro figlio o figlia dovesse stare seduto accanto ad un Rom non pulito e maleodorante.
Eppure, il lento lavoro svolto quotidianamente nelle situazioni di vita reale ha prodotto prima di tutto un cambiamento in noi adulti. Abbiamo dovuto lavorare sul nostro modo di concepire una scuola ormai multietnica, sulle modalità di vivere e condividere gli spazi con nuovi compagni che non erano mai entrati in un’aula. Sono cambiate le relazioni con le famiglie Rom, adesso sempre più presenti e partecipi alla vita scolastica e non è raro vedere una giovane mamma Rom che viene a parlare con me del figlio più grande, portandone dietro altri due aggrappati alla sua lunga gonna ed uno attaccato al seno.
Cosa si è fatto per loro? Sicuramente tanto lavoro di didattica pura come alfabetizzazione di base per italiano e matematica, nonché, coinvolgimento in attività per piccoli gruppi mirate all’apprendimento di regole spicciole del vivere civile e del rispetto delle regole. Ma, soprattutto, negli anni abbiamo abbandonato quell’aria di “gentile” accettazione del diverso per lasciare spazio ad una sempre più effettiva accoglienza lontana da giudizi. Così, è stato molto bello sentire i genitori mettersi a disposizione per trovare una soluzione ai comportamenti scorretti di Alessio, bambino Rom di 11 anni, offrendo il loro tempo per attività piacevoli come laboratori di cucina/pasticceria in cui inserirlo, piuttosto che chiederne l’allontanamento. Quindi, stiamo lavorando molto sulle famiglie perché siano agenti di cambiamento e perché si sentano parte di una comunità non penalizzata perché appartenente ad una realtà fragile e a rischio, ma semplicemente una realtà normalmente complessa.
Questo percorso di consapevolezza non sempre, però, è efficace e spesso ci si confronta con le contrarie opinioni dell’utenza. Infatti, durante le riunioni o gli open day in previsioni delle iscrizioni, si ripropongono le polemiche sulle scuole dove ci sono troppi stranieri che “rallentano il programma” anche perché, da circa due anni, la nostra scuola è investita da una nuova identità di alunno straniero. In pochissimo tempo, vicino al nostro quartiere sono sorti dei centri di accoglienza per migranti e in ogni classe abbiamo bambini siriani, iracheni e dei paesi africani, martoriati dalla guerra.
A differenza delle iscrizioni dei bambini Rom, diluite nel tempo anche se continue, con frequenze irregolari pur sempre più assidue, l’inserimento di questi nuovi compagni è stato massiccio e repentino ed ha modificato nuovamente ed in poco tempo l’assetto demografico della nostra utenza. Inoltre, i nuovi arrivati, oltre ai problemi di lingua e di cultura diversa, portano dentro una storia di dolore e di un recente passato fatto, il più delle volte, anche di violenza vissuta.
Questa nuova emergenza, ha determinato una rivisitazione tempestiva del nostro approccio nei loro confronti, poiché abbiamo ritenuto prioritario farli sentire accolti con un sorriso e con l’ascolto spontaneo delle loro esperienze, attraverso dei mediatori culturali. In questo modo la scuola prova a costruire e praticare forme di accoglienza e inclusione mirate a consentire agli alunni con background migratorio di sentirsi accolti e di accedere alle stesse opportunità di studio offerte ai loro coetanei italiani.
La scuola, allora, si dispone come comunità di pratiche che vuole e deve tenere conto sia delle risorse sia delle difficoltà pronta ad intervenire e raccontare sulla base dell’esperienza diretta. Tale capacità, peraltro, nelle periferie urbane può essere ulteriormente valorizzata. Infatti, in questi territori, significativi sia a livello geografico che sociale, quasi sempre le contraddizioni non sono contenute in contesti specifici o rinchiuse in ambiti nascosti, ma fanno parte del paesaggio e ne caratterizzano le relazioni, obbligando i diversi attori a fare i conti con loro. E in particolare la nostra scuola, non solo osserva ma ha dentro di sé, nel suo quotidiano e nelle sue attività, problemi e differenze, come la presenza di alunni migranti e stranieri rom. L’IC Valente si rende conto di come i processi di integrazione debbano essere intesi non come percorso che una minoranza deve fare per assomigliare e rendersi simile a una maggioranza, ma come processo di adattamento reciproco nella ricerca di una convivenza possibile.
Quindi, siamo sempre più consapevoli che il nostro Istituto può fare la differenza per sostenere percorsi virtuosi di integrazione e convivenza, convinti in primis che dietro alla parola straniero non ci sono solo problemi, ma anche normalità e risorse. In seconda istanza, abbiamo iniziato a “prenderci cura” della comunità, delle famiglie, degli alunni a cui insegniamo a “prendersi cura” di se stessi, degli altri e del loro ambiente, stringendo alleanze con la comunità, chiedendo a quest’ultima e ai suoi attori, a loro volta, di prendersi cura della scuola medesima, per creare un circolo virtuoso.
Nelle periferie, la scuola che fa la differenza è quella in grado di aprirsi al territorio, proponendo formazione e spazi di socialità e aggregazione. Il nostro obiettivo è quello di cementare la sinergia col quartiere e le istituzioni presenti, per intrecciare in futuro rapporti con le altre zone della città. Perché consideriamo la periferia non come cosa altra dalla città, ma come sua parte integrante e caratterizzante. Se il nostro RAV iniziale individuava come punti di debolezza e priorità su cui intervenire proprio la nostra utenza complessa e la nostra realtà di scuola a rischio, nel tempo siamo riusciti ad invertire questa tendenza e trasformare le fragilità in preziose opportunità.
L’autovalutazione di istituto ci ha guidati a comprendere che la scuola che fa la differenza è anche quella che sa riconoscere i propri limiti e che è consapevole di essere soggetto privilegiato e centrale ma, allo stesso tempo, non sufficiente. Molto probabilmente la scuola che fa la differenza è proprio quella che produce comunità, che insegna a costruire comunità educante, consapevole che costa “una fatica immane”, perché accogliere, produrre inclusione, fare convivere differenze, lavorare nelle contraddizioni e nei conflitti è molto più faticoso che respingere e allontanare.
Da quando la considerazione di noi stessi come realtà fragile e svantaggiata è evoluta in “presuntuosa” forza per determinare un cambiamento in un contesto periferico, la complessità sta facendo crescere in noi anche l’orgoglio di guidare e gestire la stessa trasformazione, certi che è la strada giusta per formare coscienze inclusive nei nostri alunni, già cittadini attivi e promotori dello sviluppo della propria comunità”.
(Rosamaria Lauricella)

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IL PORAJMOS, LO STERMINIO NAZISTA DI ROM E SINTI, CI SIA DI LEZIONE PER L’OGGI
di Annamaria Rivera, da Micromega, http://temi.repubblica.it/micromega-online/
Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (rom, sinti e caminanti) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso Processo di Norimberga ai superstiti del Porajmos (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile.
Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e − in particolare il rom Ian Hancock, ottimo linguista ma anche strenuo attivista, nonché direttore del Romani Archives and Documentation Center, presso l’Università del Texas − sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri, se si comprendono coloro che perirono nel corso delle fucilazioni di massa in tutte le aree occupate dai nazisti, in particolare nei paesi baltici e balcanici, a opera non solo dei nazisti, ma anche dei collaborazionisti locali.
Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del Manifesto della Razza.
Con le leggi per “la difesa della razza” e l’entrata in guerra dell’Italia, si passò rapidamente dalle pratiche di schedatura, detenzione ed espulsione a quelle di persecuzione e deportazione, preceduta dall’internamento in lager riservati agli “zingari”: ve ne furono nei comuni di Agnone, Berra, Bojano, Chieti, Fontecchio negli Abruzzi, Gonars, Prignano sulla Secchia, Torino di Sangro, Tossicia, ma anche nelle isole Tremiti…
Il regime hitleriano, com’è ben noto, portò alle estreme conseguenze l’antiziganismo, che era assai diffuso, anche in forma istituzionale, perfino nella democratica Repubblica di Weimar: per fare un solo esempio, nel 1929 un centro di studi e controllo su questa minoranza, fu rinominato e convertito in Ufficio centrale per la lotta contro la piaga zingara. Subito dopo l’avvento del Terzo Reich, nel 1933, fu promulgata la legge Per la prevenzione di progenie affetta da malattie ereditarie, che introdusse la pratica della sterilizzazione forzata anche per rom e sinti, perfino per donne incinte e ragazzi, con esiti in non pochi casi letali.
Nel 1935 si aggiunsero le leggi razziste di Norimberga, che privarono la minoranza romanì della nazionalità e di qualsiasi pur elementare diritto. Tre anni dopo, una circolare emanata da Heinrich Himmler faceva riferimento alla “soluzione finale della questione zingara” e ordinava la schedatura di tutti gli “zingari”, che fossero nomadi o stanziali.
Già a partire da dicembre del 1941 cinquemila “zingari”, provenienti dal ghetto di Łódź, furono gasati nel campo di sterminio di Chelmno, al pari degli ebrei. Infine, il 16 dicembre 1942, Himmler firmò l’ordine d’internamento dei rom e sinti tedeschi nello Zigeunerlager del campo di Auschwitz-Birkenau, un lager nel lager. Qui anche dei bambini “zingari”, oltre a quelli ebrei, sarebbero stati selezionati per essere sottoposti agli orrendi esperimenti pseudo-scientifici di Josef Mengele.
Nondimeno gli “zingari” vendettero assai cara la pelle. Furono loro gli attori dell’unico episodio di resistenza compiuto in un lager. Il 16 maggio del 1944, avuta notizia dello sterminio imminente, un folto gruppo d’internati nello Zigeunerlager, armato di pietre e bastoni, riuscì a tenere testa alle SS, tanto da ucciderne undici e ferirne un buon numero. La loro rivolta durerà ben tre mesi, fino alla “soluzione finale”. Lì furono in 19.300 a perdere la vita: 5.600 finirono gasati; 13.700 morirono per fame, per malattie, per gli esiti delle sperimentazioni compiute dall’Angelo della Morte.
Tuttora, specialmente in Italia, rom, sinti e caminanti, sbrigativamente chiamati “zingari”, costituiscono la minoranza più disprezzata e stigmatizzata, discriminata ed emarginata, addirittura segregata: sono, si potrebbe dire, le vittime strutturali del razzismo. Si tenga conto che l’ordinamento italiano non contempla alcuna norma che riconosca questa popolazione quale minoranza etnico-linguistica, in quanto tale titolare di diritti poiché tutelata, tra l’altro, dall’art. 6 della Costituzione repubblicana.
Si aggiunga che l’Italia è il solo Paese in Europa ad aver elevato a vero e proprio sistema i cosiddetti campi-nomadi: materializzazione perfetta della discriminazione nonché del pregiudizio che vuole che essi siano nomadi per natura e vocazione. Si tratta di un sistema di ghetti, per lo più degradati e collocati in periferie urbane estreme, esse stesse degradate, che viene organizzato e sostenuto pubblicamente allo scopo di segregare gli “zingari”, privandoli della possibilità di lavorare, partecipare alla vita italiana, avere contatti e rapporti con la società maggioritaria.
Il repertorio di pregiudizi, atti discriminatori, violazioni di diritti umani fondamentali, minacce e aggressioni ai danni di rom e sinti, fino all’incitamento al linciaggio da parte di alcuni soggetti istituzionali e rappresentanti di partiti politici, è talmente vasto che non basterebbero alcuni tomi a contenerlo. Fra le altre cose, eventi abituali nella vita dei rom e dei sinti sono le irruzioni nei “campi-nomadi” delle forze di polizia, condotte con metodi tanto brutali da somigliare a rastrellamenti, nonché gli sgomberi forzati, la sistematica distruzione dei loro insediamenti e delle loro cose, spesso seguita dalla deportazione.
In Italia da alcuni anni la politica istituzionale antizigana, basata su sgomberi e deportazioni, si compie attraverso la periodica decretazione dello stato di emergenza, una misura che dovrebbe essere riservata solo ai casi di gravi calamità naturali quali i terremoti. L’”emergenza-nomadi” è in sostanza una misura che assimila a una catastrofe la presenza di poche migliaia di “indesiderabili”: basta pensare che i rom presenti a Roma, città che s’illustra per questo genere di politica, sono poco più di 4.500 persone su 4.355.725 abitanti (dati del 2018), vale a dire circa lo 0,1 per cento della popolazione.
Pochi dati fanno risaltare, per contrasto, di quante dicerie e leggende si nutrano la discriminazione e segregazione dei rom, sinti e caminanti, a cominciare dal mito del nomadismo: l’80% dei cosiddetti zingari dopo il XVI secolo non si sono mai allontanati dal proprio paese europeo di residenza; in alcune regioni italiane essi sono stanziali almeno dal XV secolo.
Secondo dati del 2018, sarebbero tra le 110mila e le 170mila le persone che s’identificano come rom, sinti o caminanti. Di loro circa 70mila sono di nazionalità italiana, per lo più discendenti da famiglie giunte in Italia nel tardo Medioevo. Gli altri provengono in gran parte da paesi dell’Est-Europa, soprattutto dalla Romania, quindi in quanto tali “regolari” e inespellibili. Checché ne pensi Beppe Grillo, che già nel 2007 definiva “una bomba a tempo” i rom di nazionalità romena e proponeva d’interdire loro la libera circolazione nell’Ue, onde salvaguardare “i sacri confini della Patria”.
A vivere nei campi sono in 26mila, dei quali 10mila in campi non autorizzati. Più della metà di loro è costituita da bambini e ragazzi al di sotto dei 16 anni. La fame, il freddo, l’emarginazione, le malattie, i roghi, la discriminazione negano loro il diritto di invecchiare: solo il 2% raggiunge i 60 anni di età.
Eppure la gran parte di questa minoranza, come ho detto, è parte integrante della popolazione e della storia italiane. Per limitarci a un dato relativo alla storia contemporanea, basta dire che numerosi rom e sinti parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo. Fra i pochi dei quali conosciamo le biografie, si può citare il sinto piemontese Amilcare Debar, detto Taro, scomparso il 12 dicembre 2010. A soli diciassette anni Taro fu staffetta partigiana; poi, sfuggito fortunosamente alla fucilazione, divenne partigiano combattente nelle Langhe e militò, con il nome di “Corsaro”, nel battaglione “Dante di Nanni” della 48ma Brigata Garibaldi, al comando di Pompeo Colajanni. Rastrellato dai nazisti nel 1944, fu deportato a Mathausen e ad Auschwitz e liberato nel 1945.
Nel dopoguerra egli fu rappresentante del suo popolo alle Nazioni Unite a Ginevra.
Benché onorato e pluridecorato, Taro, al pari di altri rom e sinti sopravvissuti ai campi di sterminio, visse fino alla fine dei suoi giorni in un “campo-nomadi”. Nel 2008 (ministro dell’Interno Maroni) nel corso di una vasta campagna istituzionale mirante alla schedatura “etnica” di massa, con rilevamento delle impronte digitali, dei rom, sinti e caminanti presenti sul territorio italiano, compresi i bambini, furono schedati anche ex-deportati ed ex-internati nei lager fascisti e nazisti.
Oggi, niente di buono per loro c’è da aspettarsi dal governo fascio-stellato. Appena insediatosi, Matteo Salvini, annunciando un censimento “etnico” alla maniera di Maroni, ne sparò una delle sue: “Se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa”. Quanto alla famigerata legge sulla sicurezza, da lui fermamente voluta, rafforzando ed estendendo il “Daspo urbano” e altri dispositivi repressivi, essa ancor più espone la minoranza romaní a soprusi, discriminazioni, deportazioni.
(Annamaria Rivera, 25 gennaio 2018)

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