CICLONI IN MOZAMBICO (e Zimbabwe e Malawi): le tragedie africane che non fanno notizia – L’AFRICA contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dai cambiamenti climatici – Cosa fare per l’Africa? SOLIDARIETÀ, ma anche maggiore ATTENZIONE a ciò che accade

Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, il CICLONE tropicale IDAI si è abbattuto su BEIRA, capoluogo della Provincia di SOFALA, in MOZAMBICO. Sono oltre un milione e mezzo le persone colpite e un numero imprecisato le vittime. Dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni

   Nel marzo di quest’anno (2019) un ciclone (denominato dai meteoreologhi “IDAI”) ha colpito violentemente le coste centrali del MOZAMBICO, per poi spostarsi in ZIMBABWE e in MALAWI. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di BEIRA, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni.

IL CASO DEL MOZAMBICO riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: STANNO AUMENTANDO DI NUMERO E INTENSITÀ LE TEMPESTE sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica? da LINKIESTA, 3/5/2019, https://www.linkiesta.it/)

   Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. E, tra le conseguenze, il diffondersi del colera (circa 6 mila casi) tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico.

Ciclone Idai in Mozambico: c’è bisogno di aiuto

   E a solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito da un altro ciclone (denominato KENNETH), nella parte più a nord del Paese, nell’ARCIPELAGO delle ISOLE QUIRIMBAS, uragano di minore entità rispetto a Idai, però il più forte mai registrato in quella regione a nord, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm (oltre 8 volte la media di stagione) hanno distrutto interi villaggi dell’Arcipelago. Ancora morti: una quarantina, molto meno rispetto a Idai, ma le popolazioni delle isole dell’Arcipelago sono rimaste pressoché quasi tutte senza casa. Pertanto due cicloni in Mozambico a un mese l’uno dall’altro.

mappa Mozambico

   La situazione sociale in Mozambico è allo stremo: e quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Paese all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria.

MEDICI CON L’AFRICA – CUAMM (Padova) in Mozambico – EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU – Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza. – https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

   Un paese ora in ginocchio, il Mozambico, già poverissimo, e ora pure con miliardi di dollari di danni da sanare. Eventi atmosferici dirompenti mai verificatisi. Da tutto questo nasce la domanda di quale sarà il futuro (atmosferico, ambientale, di vita…) di questa aree dell’Africa (del Pianeta).

  E vi è quasi purtroppo certezza che l’emergenza climatica sarà cosa da farci i conti molto spesso. Stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta. E che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiararla, l’emergenza climatica?
Il paradosso è CHE L’AFRICA CONTRIBUISCE IN MINIMA PARTE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE ma è IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici. Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame. Questo accade in particolare e ancor di più sulla fascia subsahariana.

Mozambico, carta da Treccani Enciclopedia

   Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti. E gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile.

CICLONE IDAI da foto NASA – “(…) Secondo il GEOFISICAL FLUID DYNAMICS LABORATORY dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle TEMPESTE.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente AUMENTERANNO IN FUTURO A CAUSA DEL RISCALDAMENTO ANTROPOGENICO E DEL CONSEGUENTE AUMENTO DEL CONTENUTO DI UMIDITÀ ATMOSFERICA. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine L’INNALZAMENTO DEI MARI RENDERÀ PIÙ IMPATTANTI I COSIDDETTI STORM SURGE, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta. (da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )

   Proprio nelle stesse ore della tragedia del ciclone Indai in Mozambico, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali (riunita a Nairobi), lanciava l’ennesimo grido di allarme: TUTTI I GOVERNI DEVONO PRENDERE DECISIONI CONCRETE per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi.

MOZAMBICO – I sopravvissuti dal ciclone Idai vivono ancora nei campi di raccolta (da http://www.vaticannews.va/)

Perdere la sfida del cambiamento climatico potrebbe essere un disastro per l’Africa. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur (lo ribadiamo) contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (s.m.)

«LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE, DOPO MOLTI ANNI DI DECLINO, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo OBIETTIVO DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal RAPPORTO “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca)( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.(…)( 14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/)

……………………………….

DUE TERZI DELLE CITTÀ AFRICANE DA QUI AL 2035 POTREBBERO ESSERE MINACCIATE DAGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI. A sostenerlo, come riportato dall’INFOAFRICA (https://www.infoafrica.it/) è uno studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, secondo il quale IL RISCHIO È RITENUTO ELEVATO e L’AFRICA È IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. (da https://www.africarivista.it/)

………………………………………

CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018) – la seconda edizione (pubblicata nel dicembre 2018) del REPORT CURATO DA SALVATORE ALTIERO E MARIA MARANO per le ASSOCIAZIONI A SUD e CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CONFLITTI AMBIENTALI – “(…) Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.(…)” (di Salvatore Altiero, da http://www.atlanteguerre.it/ ). LINK DELLA PUBBLICAZIONE “CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018)”: http://asud.net/wp-content/uploads/2019/01/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB.pdf

……………………………….

CLIMATE CHANGE
CICLONE IN MOZAMBICO, L’EMERGENZA CLIMATICA FA STRAGE ANCORA UNA VOLTA
da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )
– A un mese di distanza da Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione. Tassi di precipitazioni e intensità dei cicloni tropicali aumenteranno in futuro, a causa del riscaldamento antropogenico. È colpa nostra. –
«La tempesta è arrivata alle 14.30. Alle quattro il tetto della casa di fronte è volato via. Il vento ha continuato a soffiare fortissimo fino a mezzanotte. Quando siamo usciti di casa, la nostra è una delle poche in cemento, pensavamo di trovare morti ovunque». La voce di Tania Miorin (cooperante della ONG Oikos, raggiunta tramite whatsapp sull’isola di Ibo, arcipelago delle Quirimbas, Mozambico) è ancora scossa. «È il caos, ma fortunatamente sull’isola non ci sono stati morti. Al momento sono arrivati gli aiuti e la gente ha cominciato a raccogliere le macerie per rimettere in piedi una capanna, o costruire un tetto di fortuna con giunchi e palme».
Nella giornata di ieri sono stati distribuiti teloni per i rifugi temporanei e biscotti ad alto contenuto calorico come derrate di emergenza. La priorità è il trattamento dei pozzi comuni per evitare che si diffonda il colera».
Nella piccola fortezza portoghese sul mare hanno trovato rifugio oltre 100 persone. Sia l’ospedale che la scuola elementare hanno subito enormi danni e non possono più garantire nessun tipo di assistenza. A Matemo, l’isola adiacente, le scuole sono state interamente rase al suolo. Le piogge continuano incessanti mettendo a rischio la popolazione colpita.
A solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm – oltre 8 volte la media di stagione – hanno distrutto interi villaggi nell’Arcipelago.
Secondo dati del governo mozambicano il 95% della popolazione è rimasta senza casa. Al momento i morti nell’area sono 38, ma il numero potrebbe salire rapidamente. «Il suolo è saturo di pioggia e i fiumi sono già straripati, quindi l’emergenza probabilmente peggiorerà», ha dichiarato Michel Le Pechoux, vice rappresentante dell’UNICEF in Mozambico. «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere risorse umane e forniture sul campo per mantenere le persone al sicuro».
Il mese precedente IL CICLONE IDAI AVEVA COLPITO VIOLENTEMENTE LE COSTE CENTRALI DEL MOZAMBICO per poi spostarsi in Zimbabwe e in Malawi. Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi, ma la cifra rimane ancora parziale. Al momento si registrano quasi 6 mila casi di colera tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico. Un evento del genere non si era mai verificato, spiega il governo. Ed ora il paese è in ginocchio, con miliardi di dollari di danni da sanare.
Il caso del Mozambico riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica?
La scienza ha dati significativi sulle variazioni temporali di lunga data del numero ed intensità degli uragani e cicloni. I modelli proiettanoun aumento del 45-87% nella frequenza degli uragani di categoria 4 e 5. Nel 2017 ben 10 cicloni si sono abbattuti sulle coste atlantiche di Caraibi e Stati Uniti. Tutti ricordano la fotografia satellitare dei tre uragani simultanei, Harvery, Irma, Maria.
Secondo il Geofisical Fluid Dynamics Laboratory dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle tempeste.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente aumenteranno in futuro a causa del riscaldamento antropogenico e del conseguente aumento del contenuto di umidità atmosferica. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine l’innalzamento dei mari renderà più impattanti i cosiddetti storm surge, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta.
Muterà anche la geografia delle tempeste, che nel mar Mediterraneo diventeranno sempre più potenti nei prossimi anni fino a raggiungere la forza dirompente di veri e propri uragani, sostiene uno studio dell’Università di Castiglia – La Mancha. La frequenza sarà minore, ma la potenza sarà devastante. Come diceva il climatologo James Hansen, l’era delle tempeste è iniziata.
Per sostenere le popolazioni del Mozambico Istituto Oikos lancia una raccolta fondi: un appello urgente per fornire alle comunità locali acqua, cibo e ripari di emergenza. È a disposizione il conto corrente bancario intestato a Istituto Oikos Onlus c/o Banca Popolare di Sondrio: IBAN IT80R0569601602000006906X78. Chiediamo di specificare nella causale “EMERGENZA MOZAMBICO” : Si può donare online a questo link: https://www.paypal.com/donate/?token=Gqtq9o8Tv-xI-O3E-LenVupvFKwxuWbOAaqalUYwAIfc4-JMUqkiGVFhu8QzZtwvRpMDaW&country.x=IT&locale.x=IT

……………………………

Medici con l’Africa CUAMM (Padova) in Mozambico
EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU
Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza.
https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

………………………….

IL CLIMA CHE DISTRUGGE L’AFRICA

– Contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici. Alcuni spunti –
di Alice Pistolesi, 15/3/2019, da https://www.atlanteguerre.it/
L’Africa è il continente più minacciato dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. Disastri ambientali, siccità, inondazioni portano a migrazioni forzate, peggioramento dei conflitti in corso, inferiori rese in agricoltura e conseguente aumento della malnutrizione e della fame. Molti sono studi che analizzano la situazione africana, oggi e in prospettiva. Di seguito alcuni spunti.
Il cambiamento climatico affama il continente Africano. A dirlo è il rapporto “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, (http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ) pubblicato da Fao (http://www.fao.org/news/story/it/item/1180461/icode/ ) e United Nations economic commission for Africa (Eca).
Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa (un africano su 5), ben 237 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana, mentre gli altri 20 nell’Africa settentrionale. Nel 2017 il 20 per cento della popolazione africana risultava denutrita. Rispetto al 2015, i denutriti sono 34,5 milioni in più. Secondo il rapporto questo peggioramento è dovuto alla situazione economica globale, al peggioramento delle condizioni ambientali, ai conflitti, alla variabilità climatica e agli eventi estremi.
Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame.
I cambiamenti nelle precipitazioni e le temperature hanno già un impatto negativo sui rendimenti del raccolto nell’Africa subsahariana. Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati, tra cui la Nigeria. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti.
Nel testo della Fao si sottolinea poi che molti Paesi in Africa corrono un grande rischio per i disastri legati al clima. Negli ultimi dieci anni, le catastrofi ambientali hanno colpito in media 16 milioni di persone e causato ogni anno danni per 0,67 miliardi di dollari in tutto il Continente.
Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre nell’Africa subsahariana (https://www.atlanteguerre.it/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-nuovi-esodi/ ) si registrano 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali. Per quanto riguarda lo sviluppo e l’attuazione di strategie di adattamento climatico secondo il rapporto è necessario compiere “maggiori sforzi nella raccolta dei dati, nel monitoraggio e nell’attuazione di pratiche agricole intelligenti dal punto di vista del clima. Gli sforzi continui attraverso i partenariati, la fusione dell’adattamento ai cambiamenti climatici, la riduzione del rischio di catastrofi e il finanziamento a lungo termine possono mettere insieme le esigenze umanitarie e quelle di sviluppo”. Se, invece dell’attualità, vogliamo volgere uno sguardo al futuro la situazione non migliora. Anzi.
Secondo lo studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft (https://www.maplecroft.com/insights/analysis/84-of-worlds-fastest-growing-cities-face-extreme-climate-change-risks/), due terzi delle città africane da qui al 2035 potrebbero essere minacciate dagli effetti dei cambiamenti climatici (https://www.africarivista.it/in-africa-due-citta-su-tre-minacciate-dai-cambiamenti-climatici/131670/ ).
Il rapporto esamina due fattori: le proiezioni demografiche e i dati economici. In questo senso gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile. In totale, otto città africane sono tra le dieci più a rischio nel mondo: tra queste Abuja, Addis Abeba, Dar es Salaam, Lagos, Luanda, Kampala e Kinshasa.
La questione idrica è centrale in Africa. Nel Continente si sta vivendo da anni la diminuzione delle precipitazioni piovose in larghe parti del Sahel e dell’Africa Meridionale, e un aumento in varie zone dell’Africa Centrale. Negli ultimi 25 anni, il numero di catastrofi correlate ad eventi climatici, come inondazioni e siccità, è raddoppiato. In Africa si è registrato il tasso di mortalità derivante dalla siccità più elevato del Mondo. Gli effetti del cambiamento climatico sulle risorse idriche in Africa includono inondazioni, siccità, cambiamento nella distribuzione delle precipitazioni, prosciugamento dei fiumi, scioglimento dei ghiacciai e retrocessione dei corsi d’acqua. In questo senso l’accesso all’acqua potrebbe essere una delle maggiori cause di conflitto e guerra in Africa nei prossimi anni.
Città del Capo è stata lo scorso anno la prima metropoli a rischiare di trovarsi senza acqua che scorre nei rubinetti (http://www.thedawn-news.org/2018/02/27/water-the-warning-coming-from-south-africa/). La capitale del Sud Africa, che conta oltre quattro milioni di abitanti, è stata costretta a razionare l’acqua scendendo prima a 87 litri d’acqua al giorno pro capite, e poi a 50 litri (https://www.atlanteguerre.it/notizie/acqua-bene-non-comune/). La città viene da tre anni consecutivi di siccità che hanno svuotato le riserve di acqua potabile. Per risolvere la questione le autorità sudafricane hanno dato il via a perforazioni per cercare falde freatiche e alla costruzione di impianti di desalinizzazione per le emergenze. Ma nessuno di questi rimedi è a breve termine.
In conclusione, per dirla con le parole del numero uno dell’Onu, Antonio Guterres, perdere la sfida del cambiamento climatico “potrebbe essere un disastro per l’Africa”. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (Alice Pistolesi)

…………………………..

IL CASO MOZAMBICO

MOZAMBICO: DOPO L’URAGANO IDAI

di Enzo Nucci, 5/4/2019, corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.
– Le conseguenze del ciclone Idai che tra la notte del 14 e il 15 marzo si è scagliato con forza contro Mozambico, Zimbabwe e Malawi sono devastanti. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone soffrono per le conseguenze dell’uragano –
Le conseguenze del ciclone IDAI sul Mozambico sono devastanti, peggio di quanto ipotizzato nella prima fase. Le inondazioni hanno cambiato profondamente l’assetto idro-geografico di alcune aree. Ad esempio immagini riprese via satellite mostrano la formazione di un nuovo lago lungo 125 chilometri.
Tutto è cominciato nella notte tra il 14 ed il 15 marzo, quando dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di Beira, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni. Secondo le Nazioni Unite, «si tratta del più grave disastro legato al cambiamento climatico mai accaduto nell’emisfero meridionale».
In Africa australe questi eventi sono un fenomeno abbastanza raro e difficilmente sprigionano una violenza tanto distruttrice. Nel 2000 Mozambico e Zimbabwe furono investiti dal ciclone Eline che causò 115 morti con una velocità dei venti di 200 chilometri all’ora.
Gli scienziati teorizzano che i cicloni diventeranno più pericolosi grazie al riscaldamento globale. Traggono infatti la loro forza dagli oceani che diventano ogni giorno più caldi per lo scioglimento delle calotte polari che ne favorisce di conseguenza l’innalzamento del livello dell’acqua.
Un cane che si morde la coda specialmente per quei paesi (come il Mozambico) che si sviluppano lungo la fascia costiera e che affacciano sull’Oceano Indiano il cui mare è già strutturalmente caldo.
Ma il ciclone Idai non ha comunque risparmiato nazioni interne (come Zimbabwe e Malawi) che pur non affacciandosi sul mare hanno anche loro subìto danni gravissimi due giorni dopo, poco alla volta che l’uragano si spostava.
Proprio nelle stesse ore della tragedia, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali riunita a Nairobi lanciava l’ennesimo grido di allarme: tutti i governi devono prendere decisioni concrete per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi perché ne resta poco a disposizione.
Sarà difficile che questo invito possa essere accolto dall’esecutivo del MOZAMBICO che si è impegnato a fagocitare miliardi di dollari con accordi in odore di corruzione dopo la scoperta di enormi giacimenti di gas al largo delle sue coste settentrionali.
Lo ZIMBABWE (prostrato da 37 anni di dittatura di MUGABE, a cui è succeduto il nuovo presidente EMMERSON MNANGAGWA che non si è distinto per discontinuità dal predecessore) è un altro paese a rischio ambientale e con enormi potenzialità economiche ma è stato talmente depredato dalla cleptocrazia che si è succeduta al potere che la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale si rifiutano di aiutarlo: così il governo non ha fondi per affrontare le emergenze.
Le cose non vanno meglio in MALAWI dove i fratelli MUTHARIKA che si sono alternati alla presidenza non hanno pensato ad incrementare il livello di vita dei loro concittadini e la difesa dell’ambiente è al di là del bene e del male. Difficile anche pensare che il SUDAFRICA (sulla carta la vera potenza regionale dell’area) possa guidare un processo di difesa dell’ambiente. Lo stato (fiaccato da anni di malgoverno) è stato costretto a razionare l’erogazione dell’energia elettrica come conseguenza del black out delle linee elettriche in Mozambico.
Ora però bisogna rimboccarsi le maniche. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. 600 mila sfollati e 700 morti le cifre della tragedia mentre andiamo in stampa ma è un tragico bilancio destinato a crescere perché alcune zone non state ancora raggiunte dai soccorritori.
Inoltre quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Mozambico all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai, che hanno causato 65 morti. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria. Già si contano le prime vittime e se non si fermano in tempo queste patologie rischiano di fare più danno dell’uragano. (Enzo Nucci)
[pubblicato su Confronti 04/2019]
http://confronti.net/2019/04/dopo-luragano-idai/

………………………………

LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE. ED È COLPA ANCHE DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO
[14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/
– 237 milioni di persone affamate nell’Africa sub-sahariana. A rischio l’obiettivo Onu fame Zero –
«La fame in Africa continua a crescere, dopo molti anni di declino, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal rapporto “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ), pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.
Il rapporto congiunto Fao – Eca dimostra che Sempre più persone continuano a soffrire di denutrizione in Africa rispetto a qualsiasi altra regione. I dati suggeriscono che nel 2017 il 20% della popolazione africana era denutrita».
Nella prefazione al rapporto, Helena Semedo, vice direttrice generale della Fao, Abebe Haile-Gabriel vice direttore Generale della Fao e rappresentante regionale per l’Africa, e Vera Songwe, segretaria esecutiva dell’Eca, scrivono che «Il peggioramento del trend in Africa è dovuto alla difficile situazione economica globale, al peggioramento delle condizioni ambientali e, in molti Paesi, ai conflitti e alla variabilità climatica e agli eventi estremi, a volte insieme. La crescita economica è rallentata nel 2016 a causa dei bassi prezzi delle materie prime alimentari. L’insicurezza alimentare è peggiorata nei Paesi colpiti da conflitti, spesso esacerbati dalla siccità o dalle inondazioni. In Africa meridionale e orientale, sono molti i Paesi hanno sofferto di lunghi periodi di siccità».
Dei 257 milioni di persone che soffrono la fame in Africa (un africano su 5), ben 237 milioni vivono nell’Africa sub-sahariana, gli altri 20 milioni nell’Africa settentrionale. Il rapporto annuale delle Agenzie Onu indica che, «Rispetto al 2015, ci sono altri 34,5 milioni di persone denutrite in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale».
Ci sono anche buone notizie: «A livello regionale – dicono Fao ed Eca – la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i 5 anni sta diminuendo», ma avvertono che «Solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza».
Mentre a milioni soffrono la fame «Il numero di bambini in sovrappeso sotto i 5 anni continua ad aumentare ed è particolarmente alto nell’Africa settentrionale e meridionale». Secondo il rapporto, «I progressi verso la realizzazione degli obiettivi nutrizionali globali dell’Organizzazione mondiale della sanità sono molto lenti nel continente». In Africa i bambini sotto i 5 anni colpiti da arresto della crescita (altezza bassa per l’età) sono 59 milioni (30,3%); i bambini sotto i 5 anni colpiti da deperimento cronico (basso peso per l’altezza) sono 13,8 milioni (7,1%); i bambini sotto i 5 anni in sovrappeso (peso elevato per l’altezza) sono 9,7 milioni (5%); gli adulti obesi sono l’11,8%; le donne in età riproduttiva colpite da anemia sono il 38%; i bambini di età inferiore a 6 mesi che sono stati allattati esclusivamente al seno materno sono il 43,5%
Poi ci sono i cambiamenti climatici che sferzano l’Africa incolpevole: «In molti Paesi, in particolare nell’Africa orientale e meridionale, condizioni climatiche avverse dovute a El Niño, hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. La situazione economica e climatica è migliorata nel 2017, ma alcuni Paesi continuano a risentire della siccità e delle scarse precipitazioni».
Il rapporto afferma che «Sono necessari maggiori sforzi per raggiungere l’obiettivo Sdg 2 e i traguardi nutrizionali globali prefissati, a causa delle importanti sfide che deve affrontate il continente, come ad esempio la disoccupazione giovanile e il cambiamento climatico. L’agricoltura e il settore rurale devono svolgere un ruolo chiave nella creazione di posti di lavoro dignitosi per i 10-12 milioni di giovani che ogni anno entrano sul mercato del lavoro. Un’altra minaccia presente e crescente alla sicurezza alimentare e all’alimentazione in Africa, in particolare nei Paesi che fanno molto affidamento sull’agricoltura, è il cambiamento climatico, i cui effetti – precipitazioni ridotte e aumento delle temperature – influenzano negativamente le rese delle colture alimentari di base».
Ma Fao ed Eca evidenziano che «Allo stesso tempo, esistono importanti opportunità per l’agricoltura sviluppando il commercio intra-africano, sfruttando le rimesse dall’estero e investendo nei giovani. Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del PIL africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare».
Secondo l’Onu, «La firma dell’accordo per una zona di libero scambio nell’Africa continentale offre l’opportunità di accelerare la crescita e lo sviluppo sostenibile facendo incrementare il commercio, compreso quello di prodotti agricoli. Sebbene le esportazioni agricole intra-africane siano passate da 2 miliardi di dollari nel 2000 a 13,7 miliardi nel 2013, rimangono relativamente modeste e spesso informali». Ma il rapporto sottolinea anche che «L’apertura del commercio di alimenti comporta anche rischi per i consumatori e i produttori, e che i governi dovrebbero evitare di utilizzare la politica commerciale per più obiettivi, ma piuttosto unire la riforma del commercio con strumenti aggiuntivi, come reti di sicurezza e programmi di attenuazione del rischio, per raggiungere la sicurezza alimentare e gli obiettivi nutrizionali».
Il tema scelto per il rapporto, “Affrontare la minaccia della variabilità e degli estremi climatici per la sicurezza alimentare e la nutrizione”, evidenzia che «La variabilità climatica e i fenomeni estremi, in parte dovuti al cambiamento climatico, sono fattori importanti alla base del recente aumento dell’insicurezza alimentare e della severa crisi nutrizionale del continente. Molti Paesi in Africa corrono un grande rischio per i disastri legati al clima e ne soffrono frequentemente. Negli ultimi dieci anni, i disastri legati al clima hanno colpito in media 16 milioni di persone e causato annualmente danni per 0,67 miliardi di dollari in tutto il continente. Sebbene non tutte queste variazioni climatiche a breve termine possano essere attribuibili ai cambiamenti climatici, i dati mostrano che eventi climatici più estremi e più frequenti e l’aumento della variabilità climatica stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione».
Per questo Fao ed Eca hanno sottolineato che «E’ necessario costruire con urgenza una maggiore resilienza delle famiglie, delle comunità e dei Paesi alla variabilità climatica e agli eventi estremi. Dobbiamo affrontare una miriade di sfide per costruire capacità istituzionali nel progettare, coordinare e potenziare le azioni per il monitoraggio dei rischi, sistemi di allerta precoce, preparazione e risposta alle emergenze, misure di riduzione della vulnerabilità, protezione sociale shock-reattiva e pianificazione e attuazione di misure per la resilienza. Le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici e la riduzione del rischio di catastrofi devono essere allineate e coordinate con gli interventi nei settori dell’alimentazione e dei sistemi alimentari».
Per quanto riguarda lo sviluppo e l’attuazione di strategie di adattamento climatico il rapporto conclude: «La necessità di maggiori sforzi nella raccolta dei dati, nel monitoraggio e nell’attuazione di pratiche agricole intelligenti dal punto di vista del clima. Gli sforzi continui attraverso i partenariati, la fusione dell’adattamento ai cambiamenti climatici, la riduzione del rischio di catastrofi e il finanziamento a lungo termine possono mettere insieme le esigenze umanitarie e quelle di sviluppo». (http://www.greenreport.it/news/)

……………………………….

MOZAMBICO, A UN MESE DAL CICLONE IDAI: “TENDE, CIBO E CURE: QUI MANCA TUTTO”
di Chiara Nardinocchi, 23/4/2019, da “la Repubblica”
– La testimonianza di Samo Manhica di Amref Health sul campo. Centinaia i morti, migliaia gli sfollati. Ora a rischio anche l’istruzione dei più piccoli: le scuole sono impraticabili –
A un mese dal ciclone Idai, in Mozambico si cerca di risollevare una popolazione che ha perso tutto. Case, ospedali, scuole. Le infrastrutture sono state fortemente colpite dalla furia dei venti e dell’acqua e a pagare le conseguenze più pesanti sono le fasce più vulnerabili della popolazione.
Nel cuore del disastro. Le proiezioni del National Institute for Disaster Management indicano che almeno 600.000 persone sono a rischio degli effetti di Idai nelle province centrali ovvero Sofala, Tete, Manica e Zambézia. “Le aree più colpite nella provincia di Sofala sono il distretto di Nhamatanda, Buzi e Muanza – spiega Samo Manhiça, coordinatore di progetto di Amref Health Africa in Mozambico – a causa dei fiumi che attraversano quei villaggi”.
Ricollocati. Il Mozambico è stato il paese più colpito dell’area: secondo i dati ufficiali il ciclone ha ucciso circa 600 persone e ne ha ferite oltre 1.600. Inoltre, circa 240.000 case sono state danneggiate e oltre 111.000 distrutte. L’Unhcr ha iniziato il ricollocamento delle famiglie sfollate. La scorsa settimana 200 sono state trasferite dagli alloggi di emergenza nella città centrale di Beira. Nei prossimi dieci giorni l’obiettivo è permettere ad altre 70.000 persone circa di lasciare gli alloggi temporanei in cui hanno vissuto nell’ultimo mese: scuole, sale per eventi pubblici, biblioteche e altri edifici.
Tornare a scuola. “Le principali emergenze sul campo – spiega Samo – sono la costruzione di rifugi per la comunità, cibo, cure mediche e scuole. E’ necessario aiutare le persone a tornare nelle loro case e riprendere le loro vite”. Proprio le scuole sono al centro dell’intervento promosso dall’Unicef che ha sollecitato la comunità internazionale ad agire affinché 305mila bambini ad oggi rimasti senza strutture didattiche possano completare l’anno scolastico. “Qualsiasi interruzione prolungata nell’accesso all’apprendimento – scrive l’Unicef in una nota – potrebbe avere conseguenze devastanti sui bambini sia nel breve che nel lungo periodo. L’istruzione è essenziale per aiutare i bambini a ritornare a un senso di normalità dopo un evento traumatico, come un forte ciclone, e per il loro sviluppo e prospettive a lungo termine”.
Rischio colera. Ad essere fortemente compromesso è anche il sistema sanitario locale. “C’è una crisi sanitaria in corso, sono circa 5.000 i casi di colera, i volontari della Croce Rossa stanno intervendo provvedendo ai vaccini per fermare un’eventuale epidemia”, spiega Lia Romano, team leader del gruppo della Croce Rossa Italiana in Mozambico. A Nhamatanda è stato realizzato un ospedale da campo per dare assistenza a 150.000 persone. “Qui si forniscono trattamenti per il colera – continua Romano – la situazione è drammatica, La popolazione ha bisogno di aiuti immediati, specie in quest’area del Paese, ma anche di un programma che guarda al futuro per tornare passo dopo passo alla normalità”. La Croce Rossa ha lanciato una raccolta fondi, mentre sempre per fronteggiare l’emergenza il Fondo monetario internazionale ha messo a disposizione del paese un sostegno finanziario di emergenza per un importo di 118,2 milioni di dollari. (Chiara Nardinocchi)

……………………………….

MOZAMBICO. VESCOVO DI BEIRA: A 2 MESI DAL CICLONE È ANCORA EMERGENZA UMANITARIA
di Camillo Barone – Città del Vaticano
A pochi giorni dal passaggio del ciclone Kenneth e a due mesi esatti da quello ancora più disastroso del ciclone Idai, le città sulla costa del Mozambico, e in particolare Beira, continuano a fare i conti con l’emergenza della ricostruzione che ancora stenta a partire del tutto
Sono passati due mesi esatti dal passaggio del ciclone Idai sulle coste di Beira, in Mozambico, e l’emergenza umanitaria è ancora nel vivo dopo le piogge incessanti del mese di maggio e soprattutto dopo l’arrivo di un nuovo ciclone, chiamato Kenneth, che potrebbe aver scatenato una nuova epidemia di colera. Epidemia che, secondo le organizzazioni presenti sul luogo (in particolare Medici Senza Frontiere (Msf), potrà essere contenuta solo se arriveranno nuovi aiuti umanitari. Anche se nelle zone pesantemente alluvionate l’acqua si sta ormai ritirando, restano circa 73mila gli sfollati interni nella città di Beira e nella provincia di Cabo Delgado, nel nord del Paese.
Due cicloni in breve tempo: quali sono le problematiche
Le vere emergenze attuali del Mozambico, a meno di tre settimane da Kenneth e due mesi da Idai (che ha tolto la vita a centinaia di persone), riguardano le abitazioni rase al suolo e i raccolti distrutti o impossibilitati a partire a causa del maltempo incessante. Medici Senza Frontiere ha inoltre fatto sapere che se l’acqua stagnate dovesse continuare a restare nelle città, potrebbe rappresentare un grave problema per la salute degli abitanti sfollati, dato che il numero di zanzare si intensificherebbe e il rischio di trasmissione della malaria aumenterebbe anche a causa dell’assenza di abitazioni stabili. Al momento, tuttavia, l’emergenza colera pare essere stata circoscritta a pochi casi grazie all’ingente campagna di vaccinazioni avviata proprio da Msf.
Mons. Dalla Zuanna: la vera ricostruzione è ancora ferma
“Stiamo tornando con un po’ di fatica alla programmazione pastorale tracciata a inizio anno, ma tutto questo è complicato. Molte comunità non hanno ancora una chiesa o una cappella agibile. Si celebra all’aperto o sotto delle tettoie provvisorie”: così ha riferito ai microfoni di Radio Vaticana Italia mons. Claudio Dalla Zuanna, vescovo della diocesi di Beira, aggiungendo però che a livello comunitario “c’è maggior unità, solidarietà e soprattutto attenzione ai poveri attraverso una rete ecclesiale di cura dei fratelli in estrema necessità”. Tuttavia, il vescovo di Beira resta molto cauto nel descrivere la situazione della ricostruzione nella provincia colpita dai cicloni, affermando che “per il momento non è ancora possibile vedere l’inizio di un serio cammino di ricostruzione, come sarebbe da sperare”. Dalla Zuanna ha poi fatto sapere che molte ditte di costruzione civile arriveranno da tutto il Paese a Beira per la fine del mese, quando ci sarà un incontro che vedrà coinvolti tutti i donatori e benefattori che stanno mettendo a punto i progetti di ripartenza. (Camillo Barone)

……………………………

REPUBBLICA DI MOZAMBICO

da TRECCANI http://www.treccani.it/enciclopedia/
Repubblica di Mozambico, Stato dell’Africa australe, bagnato dall’Oceano Indiano e confinante con la Tanzania a N, il Malawi, la Zambia e lo Zimbabwe a O, la Repubblica Sudafricana e lo Swaziland a SO e a S.
1. CARATTERISTICHE FISICHE
In Mozambico vi è un netto contrasto morfologico tra le regioni centro-meridionali e quelle settentrionali: le prime sono costituite da una vasta pianura alluvionale, che, assai estesa a mezzogiorno, si restringe nella parte centrale del paese; le altre consistono in tavolati di media altezza che si affacciano sul Canale di M. (il braccio di mare che separa in questo tratto il M. dal Madagascar) con una costa alta e scoscesa, mentre nell’interno sono delimitati dalla profonda incisione della Rift Valley, qui occupata dal Lago Malawi e dal corso dello Scirè, emissario del lago e affluente dello Zambesi. A occidente della Rift Valley, inoltre, appartiene al M. un’ampia porzione del bacino dello Zambesi.
La posizione in latitudine fa sì che in tutto il paese la media termica sia piuttosto elevata (20-25°C), con escursioni annue modestissime nella sezione orientale, esposta all’influenza dell’Oceano Indiano, più pronunciate all’interno. Le piogge sono concentrate nel periodo estivo (da novembre ad aprile), quando sul paese si stabilisce un’area di bassa pressione su cui convergono le correnti d’aria umida provenienti dall’oceano. Le zone più aride (con precipitazioni inferiori ai 500 mm annui) sono quelle interne, dove si fanno sentire meno gli influssi oceanici; altrove la piovosità varia tra 600-700 mm nelle zone meridionali e oltre 1000 in quelle settentrionali, pur registrandosi valori più pronunciati (anche 1700 mm) sui versanti meglio esposti dei maggiori rilievi.
Il sistema idrografico annovera numerosi corsi d’acqua, che, con andamento pressoché parallelo, scendono dagli altopiani interni direttamente all’oceano. Spicca per portata lo Zambesi, uno dei maggiori fiumi africani, navigabile per circa 400 km; il suo corso è interrotto da numerose rapide e cascate, tra le quali quelle di Cabora Bassa, dov’è in funzione un grande impianto idroelettrico. Al M. appartiene una parte del Lago Malawi.
La vegetazione presenta aspetti assai vari legati al rilievo e all’entità delle precipitazioni: prevale comunque la savana, arborata o erbacea, che, interrotta lungo i corsi d’acqua dalla foresta a galleria, nei territori più aridi lascia il posto alla steppa e sugli altopiani a una boscaglia di essenze xerofile.
2. POPOLAZIONE
Il quadro etnico del M. è dominato dai Bantu, nell’ambito dei quali si distinguono diversi gruppi (Makua, Tsonga, Lomwe, Karanga, Sena e altri). Accanto ai Bantu, nella regione costiera vivono gruppi misti derivati da incroci tra indigeni, Arabi e Indiani.
La popolazione del M. è sensibilmente cresciuta nel corso del 20° sec., passando dai circa 3 milioni di abitanti del 1920 ai 6,6 milioni del 1960, e superando i 20 milioni all’inizio del 2° millennio: un accrescimento straordinariamente rapido (soprattutto negli anni 1970 e 1980), il cui valore percentuale annuo si aggirava intorno all’1,8% nel 2009. La distribuzione degli abitanti è piuttosto irregolare, essendo cospicuo il divario tra le aree costiere, discretamente popolate, e quelle interne, dove vasti lembi di territorio sono quasi disabitati: la provincia di Niassa, la più estesa del M., conta appena 8 ab./km2. Dopo l’indipendenza (1975) un gran numero di abitanti ha lasciato le campagne, andando a ingrossare i maggiori centri, e soprattutto la capitale Maputo (già Lourenço Marques), la cui popolazione si è decuplicata nel corso degli ultimi cinquant’anni. Le città, comunque, ospitano complessivamente solo il 31% degli abitanti: l’insediamento tradizionale, infatti, è rappresentato da villaggi agricoli, spesso di dimensioni minime, privi dei più elementari servizi e difficilmente raggiungibili perché lontani dalle vie di comunicazione. Si calcola che il 70% della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà.
Lingua ufficiale è il portoghese, ma la popolazione si vale largamente di idiomi bantu. Quanto alla religione, la maggioranza pratica culti animisti; i cristiani (prevalentemente cattolici) sono il 24%, i musulmani il 18%.
3. CONDIZIONI ECONOMICHE
Il M. ha vissuto molto drammaticamente il periodo successivo al conseguimento dell’indipendenza a causa dell’abbandono del paese da parte di tecnici e imprenditori portoghesi, dell’impreparazione della classe dirigente locale, e soprattutto della tensione creatasi con Stati confinanti (Rhodesia, poi divenuta Zimbabwe, e Repubblica Sudafricana), della conseguente guerra civile protrattasi per un decennio, delle ricorrenti siccità. Il governo varò ben presto un piano di riforme economico-sociali, puntando in particolare all’eliminazione della grande proprietà e alla ridistribuzione della popolazione agricola. Tali riforme ebbero scarso successo per le condizioni in cui versava il paese e per la mancanza di quegli aiuti finanziari che il M. sperava dall’Unione Sovietica e dagli altri Stati del COMECON, cui era venuto avvicinandosi. Successivamente, l’apertura ad alcuni paesi occidentali e la cessazione della guerra civile hanno consentito di dare avvio a nuovi programmi economici (fondati in gran parte su una più razionale utilizzazione dell’acqua sia per fini irrigui sia per la produzione di energia).
Il settore principale dell’economia mozambicana resta quello agricolo, che occupa l’80% delle forze di lavoro, interessando però solo un’assai modesta frazione della superficie territoriale. Le colture principali sono quelle di prodotti destinati all’esportazione: il cotone e la canna da zucchero, ma anche le noci di anacardio, l’arachide, il tè, il tabacco. Per il consumo interno, invece, si coltivano soprattutto manioca, batata e cereali (sorgo, mais, miglio). Le produzioni, normalmente appena sufficienti a coprire il crescente fabbisogno della popolazione, scendono drammaticamente nelle annate siccitose, determinando vere e proprie carestie. Il manto forestale, che copre il 18% del territorio, fornisce essenze pregiate (mogano rhodesiano, ebano rosso, cedro di Mlanje). L’allevamento, ostacolato dalla tripanosomiasi, riguarda soprattutto i bovini e gli animali da cortile. Modesto è l’apporto economico della pesca, praticata con sistemi arretrati dalle popolazioni rivierasche.
Le risorse minerarie sono ingenti, ma sfruttate solo parzialmente: si estraggono modesti quantitativi di carbone, bentonite, titanio e bauxite. La provincia di Inhambane fornisce gas naturale, esportato nella Repubblica Sudafricana con un gasdotto di 900 km. Il potenziale idroelettrico è consistente, grazie all’impianto di Cabora Bassa. Per quanto riguarda le attività secondarie, accanto alle industrie tradizionali si annoverano una raffineria di petrolio, uno stabilimento chimico (fertilizzanti, acido solforico) e una nuova importante fonderia/”>fonderia di alluminio.
Per l’economia del M. è fondamentale il traffico commerciale di transito, che, interrottosi negli anni successivi all’indipendenza, è ripreso dal 1980: Maputo, infatti, è collegata per ferrovia alla provincia sudafricana denominata Stato Libero (già Transvaal) e allo Zimbabwe, la cui capitale è congiunta anche al porto di Beira; il Malawi, inoltre, è raggiungibile tramite ferrovie dagli scali portuali di Beira e di Nacala. Tale funzione, infine, è accentuata dal lungo oleodotto (311 km) che unisce Beira a Umtali, nello Zimbabwe. Il commercio estero del M. si svolge, oltre che con i paesi confinanti, con gli Stati Uniti e con alcuni Stati dell’Unione Europea (Paesi Bassi, Italia, Germania). Le importazioni sono costituite da materie prime per l’alimentazione e l’industria e da manufatti meccanici; le esportazioni, da alluminio, cotone, zucchero, prodotti della pesca, oli vegetali, legname e tè.
STORIA
In origine il territorio del M. era abitato da diverse etnie quali i Makonde, i Makua e i Tsonga (parte del popolo Nguni). Tra il 13° sec. e la fine del 15°, l’attuale M. costituiva un sistema commerciale che faceva capo a Kilwa e ad altre città-stato swahili (con la città portuale di Sofala, probabile sbocco della produzione mineraria); anche dopo che Vasco da Gama ebbe doppiato il Capo di Buona Speranza (1498), era ancora tangibile la giurisdizione di quel regno, dagli Europei chiamato Monomotapa. Più che alla conquista del territorio, in un primo periodo, i Portoghesi furono interessati ad assicurarsi le basi portuali per i traffici commerciali e la loro influenza rimase limitata alle coste; solo nel 17° sec. iniziarono lo sfruttamento minerario e la colonizzazione, scontrandosi duramente con gli indigeni ma senza pervenire a un sicuro controllo del territorio. Questo fu dapprima amministrato dalle Indie portoghesi, e solo nel 1752 fu creata un’amministrazione per l’Africa Orientale Portoghese, mentre, data anche la limitatezza delle risorse, il M. diveniva importante soprattutto quale uno dei maggiori centri per la raccolta e l’avvio degli schiavi verso il Brasile.
Nell’ambito della spartizione dell’Africa della seconda metà del 19° sec. vennero definiti i confini dei possedimenti portoghesi. La valorizzazione del M. fu lasciata a poche grandi compagnie commerciali che puntarono sulle coltivazioni di cotone e i trasporti con Sudafrica e Rhodesia, mentre, negli anni 1920, con le prime associazioni politiche le élitesafricane iniziarono a manifestare volontà di emancipazione. Dopo la Seconda guerra mondiale, e soprattutto negli anni 1960, il Portogallo, per contenere l’espansione della ‘rivoluzione africana’, tentò di integrare il M. politicamente nel territorio nazionale ed economicamente nella regione, soprattutto con il Sudafrica. Ma la risposta del nazionalismo mozambicano fu la lotta armata, alimentata in particolare dal Frente de Libertaçao de Moçambique (FRELIMO), movimento di ispirazione marxista fondato nel 1962.
Il crollo della dittatura in Portogallo (1974) permise la costituzione di un governo di transizione misto, presieduto da J. Chissano, cui seguì la dichiarazione d’indipendenza (25 giugno 1975): i poteri furono assunti dal FRELIMO e fu proclamato presidente S. Machel, ma l’obiettivo di costruire una società socialista venne frustrato dall’arretratezza economica, dall’esodo dei tecnici bianchi e dalle cattive relazioni con Rhodesia e Sudafrica, che alimentarono il malcontento e sostennero il movimento armato antigovernativo Resistencia Nacional Moçambicana (RENAMO). Dopo l’oscuro incidente aereo nel quale morì Machel (1986), Chissano divenne presidente e permise il varo di una Costituzione (1990), aprendo le porte a un sistema multipartitico.
La fine della lunga e cruenta guerra civile lasciava un paese stremato. L’amministrazione uscita dalle elezioni legislative e presidenziali del 1994, che avevano visto l’affermazione del FRELIMO e la conferma di Chissano, ebbe come obiettivo prioritario quello di risollevare le sorti dell’economia, comprimendo le spese per la difesa, avviando la privatizzazione di diverse compagnie statali e liberalizzando i prezzi di numerosi generi di prima necessità: il conseguente miglioramento dei principali indicatori macroeconomici indusse il Fondo monetario internazionale a concedere dei prestiti. Più incerto si rivelò il processo di stabilizzazione della situazione politica. Le elezioni presidenziali e legislative (1999), vinte da Chissano e dal FRELIMO, furono oggetto di una violenta contestazione da parte della RENAMO, che minacciò propositi secessionisti. Le proteste si ripeterono, anche se con minore violenza, nel 2004 quando fu eletto a succedere a Chissano A. Guebuza, candidato del FRELIMO. Il nuovo presidente, riconfermato nel 2009, proseguì sulla strada delle riforme economiche. Le speranze di consolidare lo sviluppo economico furono alimentate tra 2006 e 2007 dalla cancellazione di buona parte del debito nazionale da parte della Banca Mondiale.
Le consultazioni presidenziali tenutesi nell’ottobre 2014 hanno registrato la vittoria del candidato del FRELIMO F. Nyusi, che ha ottenuto il 57% dei voti contro il 37% delle preferenze aggiudicatosi dall’avversario A. Dhlakama della RENAMO.
ARTE E ARCHITETTURA
Esempi notevoli di architettura tradizionale e di ispirazione europea sono conservati nell’antica Ilha de Moçambique, mentre a Maputo, caratterizzata da un centro storico in stile portoghese, sono il Mercato municipale (1903, David & Carvalho), la stazione (1910) e la Casa de Ferro (ambedue su progetto di G. Eiffel); dalla metà del 20° sec. sono stati eretti edifici funzionalisti e grattacieli, mentre ha iniziato a formarsi una scuola locale di architettura. Dall’inizio dell’età coloniale la ricca tradizione della scultura in M. fu apprezzata dagli Europei, la cui crescente domanda nella prima metà del 20° sec. non giovò alla qualità dei manufatti. Soprattutto dagli ultimi decenni del secolo l’ispirazione alle tradizioni culturali e materiali ha rinnovato la produzione scultorea con artisti quali Chissano, N. Langa, Gowane, S. Makamo, nelle ceramiche di R. Chadimba, nelle opere in cemento di Massinguitana. Anche in pittura la difesa dell’identità locale ispira l’opera impegnata di M. Valente Ngwenya e di M. Mahumana. Dopo l’indipendenza emergono il realismo di Neto, la ritualità di Idasse, il cubismo di N. Ubisse; sostengono l’astrattismo come mezzo espressivo E. Lemos e F. Fernandes. Di impegno sociale e umano i lavori di Samate e di R. Chichorro; nella grafica si distinguono G. Cossa e F. Conde.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...