L’ITALIA DEI GHETTI (e delle PERIFERIE dimenticate) – Luoghi che, pur nelle criticità, rappresentano quasi sempre una popolazione giovane che vuole migliorare la propria condizione, che cerca un futuro – Lo SQUILIBRIO GEOGRAFICO di un Paese che ha istituzioni urbane superate, incapaci di governare i Territori

PALERMO, QUARTIERE SAN FILIPPO NERI. Più noto con il famigerato acronimo di ZEN, concentra almeno 22.000 persone in due grandi conglomerati di edilizia pubblica a Nord di Palermo. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   La periferia è il tema dominante di questa epoca. Nell’ormai consolidato spostamento globale delle persone dalle campagne (che è un termine generico: possono essere aree rurali, zone pedemontane, monti, colline, pianure ad insediamento sparso…) verso le città, anziché consolidare la (vincente) cultura urbana, hanno creato ed espanso “periferie”.
Fenomeno cresciuto nei paesi ricchi (quelli europei, ci riferiamo in particolare) nei primi anni ’90 del secolo scorso (con la fine del blocco USA-URSS) con l’inizio dell’arrivo di immigrati dal sud del mondo e dall’Europa dell’est. Le periferie sono così fortemente cresciute.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016, ed ha concluso i lavori il 14 dicembre 2017. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati sentiti soggetti istituzionali ed esperti, associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, e ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a ROMA, poi a BARI, BOLOGNA, GENOVA, MILANO, NAPOLI, PALERMO, TORINO e VENEZIA. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale.

   Fenomeno poi, da noi, aumentato con un certo decadimento economico dalla seconda metà del 2000: i vuoti lasciati dalla dismissioni industriali (i capannoni abbandonati ad esempio nel Nordest italiano…), e nei centri storici i palazzi in degrado, e lungo le strade l’abbandono di edifici a volte anche di antica buona fattura (ma che adesso risulterebbero invivibili e non ristrutturabili, per troppo traffico vicino, o perché così in degrado che ogni demolizione e rifacimento non è economicamente compatibile da parte dei proprietari).
Pertanto periferie fatte di mega condomini, desolanti, e dall’altra quartieri in uno stato di cattivi servizi sociali, questo in particolare nelle grandi città; ma questo sta avvenendo anche nelle città medie di provincia, che dominano il panorama urbano italiano.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE HA POPOSTO OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: 1- UN COORDINAMENTO UNITARIO da parte dello Stato, 2-PROGRAMMI SPECIALI PER DIECI ANNI con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, 3-IL RITORNO DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA CASA (anche qui con nuovi fondi), 4-UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE, 5-POLITICHE DELLA SICUREZZA che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata), 6-POLITICHE DI INTEGRAZIONE e POLITICHE ATTIVE DI INCLUSIONE SOCIALE (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), 7-INCENTIVI PER IMPIANTARE ATTIVITÀ ECONOMICHE nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), 8-FORME STABILI DI COINVOLGIMENTO DEI CITTADINI

   E poi ci sono i tanti medio-piccoli paesi (quasi ottomila), sparsi diffusamente (a volte lungo le strade, a volte con centri storici di nobile tradizione…) che non sopravvivono più all’avanzare delle nuove post-moderne attività (di produzione manifatturiera robotizzata, di scuole di alta formazione, di ospedali specialistici, di servizi del terziari avanzato…) sempre più innovative, che solo alcune città medio-grandi riescono ad offrire (non tutte: Milano sì, altre no).

IL LIBRO – GOFFREDO BUCCINI – GHETTI (L’ITALIA DEGLI INVISIBILI: LA TRINCEA DELLA NUOVA GUERRA CIVILE) (ed. Solferino) – In Italia si combatte ormai da anni UNA GUERRIGLIA CIVILE TRA CITTADINI DIMENTICATI. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione. (…) Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che LE PERIFERIE (NON SOLO GEOGRAFICHE) SONO LA VERA TRINCEA DELLA DEMOCRAZIA. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. (…) GOFFREDO BUCCINI racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un VIAGGIO DA NORD A SUD fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; con quindici milioni di italiani «periferici».

   Ma dappertutto, anche nelle città più tecnologicamente avanzate (Milano…), nascono continuamente “abbandoni urbanistici”, ghetti, periferie degradate…. E la PERIFERIA la troviamo sì nelle medie grandi città, ma contemporaneamente c’è nel disagio di migliaia di piccoli comuni che sono diventati tutti interamente “periferie”: perché, ad esempio, non offrono opportunità alla popolazione giovanile che lì risiede, non c’è formazione, ricerca del nuovo, nessuna novità, niente…. E hanno un trend di vita quotidiana sonnolento, pigro, senza prospettive… (mentre tutto, il mondo, appare in movimento, in trasformazione).

NUOVE PERIFERIE: edifici in abbandono lungo le strade

   Nei medi e piccoli paesi, lungo le strade, sorgono strutture del commercio, degli acquisti, che poi saranno inesorabilmente (molte di esse) destinate a chiudere, perché troppe e sovradimensionate, come I TANTI IPERMERCATI alla conquista appunto delle periferie… (e non parliamo dello spreco del territorio).

Roma, condomini, periferia

   Insomma, SI STA MANIFESTANDO UN DISAGIO URBANO, SOCIALE, GEOGRAFICO, diffuso non solo nelle medio-grandi città ma anche nei piccoli paesi.
Il potere politico, delle amministrazioni comunali, sembra avere poche idee e strumenti inadeguati per agire, per sviluppare progetti specifici di integrazione della popolazione, delle attività economiche, commerciali… (per questo noi insistiamo sulla necessità di accorpare i comuni medio-piccoli in nuove città, dare volti geografici e poteri nuovi e più autorevoli agli enti locali…).

Padova e la periferia diffusa a NordEst (foto da http://www.archphoto.it/)

   Fa specie che in queste immense e variegate periferie vi sia collocata (ci abita) la popolazione più giovane; e poi tante persone che cercano un futuro (giovani coppie, single…), che guardano con speranza a una prospettiva di vita e di crescita (in quei luoghi inadeguati). Pertanto le periferie, pur nelle criticità rappresentano la popolazione che vuole migliorare la propria condizione, le persone che cercano un futuro migliore.

La dottoressa Lucia Ercoli, fondatrice dell’associazione Medicina solidale, durante un intervento in un campo rom di ROMA. Medicina solidale opera dal 2004 in diverse aree della periferia romana a favore delle persine svantaggiate e escluse dall’assistenza sanitaria. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   Ogni progetto o idea politica per superare l’abbandono e il degrado crescente, necessita di riuscire a coinvolgere chi abita in queste periferie: riuscire a mettersi a parlare con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare insieme modelli insediativi in cui fare vivere bene tutti (persone e comunità).

Aree dismesse (capannoni abbandonati)

   Non c’è urbanista, architetto, pianificatore autorevole, politico serio e preparato, che non sia d’accordo con la necessità di dare nuova e diversa vita a questi luoghi abbandonati (superare i ghetti, l’essere periferia…), prospettando operazioni di coraggio ma in ogni caso coinvolgendo chi ci vive: non far vivere passivamente ogni trasformazione (a chi dovrà invece esserne protagonista): far partecipare il più possibile la comunità al “cambiamento” iniziando quell’operazione di RAMMENDO DELLE PERIFERIE (termine usato da Renzo Piano, che dice che «le periferie sono la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Un rammendo che coinvolge le periferie attraverso la rigenerazione urbana» (citiamo qui da un articolo di Ugo Leone, professore di Politica dell’Ambiente, articolo di seguito riportato in questo post).
Vi proponiamo degli spunti, delle riflessioni, ripromettendoci di trattare l’argomento per ciascuno dei possibili punti specifici che possono essere progetti di rigenerazione delle periferie (ed eventualmente il Vostro contributo sarà più che gradito alla trattazione del tema). (s.m.)

edifici storici abbandonati (Bologna)

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PERIFERIE, LA RIGENERAZIONE NECESSARIA

di Ugo Leone (già professore ordinario di Politica dell’Ambiente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presidente del Parco nazionale del Vesuvio), da “la Repubblica” del 22/1/2019
(….) L’attenzione sulle periferie napoletane e della loro sostanziale invivibilità, può essere avviato a soluzione solo con la partecipazione. Della gente che le abita, innanzitutto, ma anche da chi può e deve dare una mano.
È quella che si definisce “URBANISTICA PARTECIPATA” della quale viene considerato il “padre” l’architetto belga LUCIEN KROLL, il quale nel progettare un “ECOQUARTIERE” parlava con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare modelli insediativi in cui fare vivere bene individui e comunità.Si può fare anche a Napoli? La risposta è che SI PUÒ FARE DOVUNQUE SI VOGLIA perché, come ricorda Renzo Piano, «LE PERIFERIE SONO LA CITTÀ DEL FUTURO, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di UNA GIGANTESCA OPERA DI RAMMENDO e CI VOGLIONO delle IDEE». Un rammendo che coinvolge «le periferie attraverso la RIGENERAZIONE URBANA».
È un tema del quale mi sono occupato nel bel volume curato per Guida da Mariano D’Antonio (“Il futuro di Napoli è nella rivoluzione digitale?”) e nel farlo mi sono convinto di quanto importante sia questa partecipazione e di quante occasioni si siano perse nel trascurare questo compito. A Scampia, per esempio dove le “Vele” dell’architetto Francesco Di Salvo avevano ben altra ipotesi di destinazione rispetto a quella nota che ha portato al loro progressivo abbattimento, che considero la dimostrazione del fallimento di quella impresa che pure mi sembra di poter dire aveva interessanti e condivisibili motivazioni.
Resta anche perciò sempre più viva la necessità di una rigenerazione che consiste soprattutto nella trasformazione degli spazi nei quali i servizi funzionano male e talvolta a rischio di ghettizzazione, in periferie urbane dove si possa vivere meglio operando in sinergia con i residenti.
Così impostato il discorso mi sembra evidente che la necessità di un rammendo rigenerativo comprende le periferie prima che la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del Novecento. Per vari motivi: – Perché, nel complesso, ai vuoti lasciati ad Est e Ovest dalla DISMISSIONE INDUSTRIALE e al centro dallo SVUOTAMENTO DI ANTICHI EDIFICI, va qui aggiunto il “vuoto” della politica, delle istituzioni, in ambito socio culturale che è stato fortunatamente occupato da centri sociali, associazioni di volontariato…(…). Ed è in questa visione che dovrebbero nascere e, di fatto, nascono finalmente, risposte anche nuove a bisogni a lungo e da tempo inalterati e insoddisfatti.
Perché è soprattutto in questi vasti ambiti territoriali che IL PROBLEMA NON È SOLO URBANISTICO, ma di un’urbanistica per la quale la PARTECIPAZIONE dei cittadini ha come prioritario obiettivo il MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELLA VITA che significa anche, abbastanza di conseguenza, LOTTA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA e AL DISAGIO SOCIALE.
E perché, utilizzando l’espressione che Francesco Saverio Nitti aveva coniato con riferimento ai comuni costieri dell’area vesuviana, è questa la ” corona di spine” che cinge Napoli. Una ” corona” che da Est ad Ovest comprende i quartieri di S. Giovanni, Barra, Ponticelli, Poggioreale, S. Arpino, S. Pietro a Patierno, Miano, Secondigliano, Piscinola, Chiaiano, Pianura, Soccavo, Fuorigrotta, Bagnoli. Quartieri periferici nei quali il “PIANO DELLE PERIFERIE”, che utilizzando gli strumenti dei piani 167 e di recupero previsti dalla 457/78, individuava numerose aree da destinare al recupero e a nuove costruzioni. Costruzioni che, dopo il terremoto del 1980 e l’intervento straordinario che ne seguì, furono costituite quasi completamente da nuovi alloggi.
Certamente – come ha scritto Antonio Acierno- «in senso positivo, il piano ha dotato le periferie di attrezzature e servizi aggiuntivi realizzando scuole, impianti sportivi, parchi, poliambulatori, centri sociali e aree verdi attrezzate, migliorando la qualità urbana, sebbene i quartieri residenziali siano rimasti complessivamente in un degrado pressoché immutato e soprattutto senza ricucire effettivamente i brandelli di tessuto urbano, mediante la progettazione di uno spazio interstiziale capace di generare una reale coesione».
È un’ulteriore considerazione che consente di concludere sostenendo che se rigenerazione deve essere – e deve essere – invertendo una storica tendenza deve andare (cronologicamente) dalle periferie al centro più che viceversa. (Ugo Leone)

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IL LIBRO
Goffredo Buccini
GHETTI (L’Italia degli invisibili: la trincea della nuova guerra civile) (ed. Solferino)
Introduzione (presentazione del libro)
In Italia si combatte ormai da anni una guerriglia civile tra cittadini dimenticati. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione: e soltanto perché alla miscela esplosiva di povertà e isolamento s’è aggiunta nel tempo la difficile integrazione degli immigrati, resa ancora più evidente da casi di cronaca come l’omicidio di Pamela Mastropietro a Macerata, o la tragica fine di Desirée Mariottini, in un palazzo di Roma abbandonato in mano a spacciatori africani.
Dove non arrivava la visione strategica è arrivato il calcolo elettorale. Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che le periferie (non solo geografiche) sono la vera trincea della democrazia. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. Si tratta di passare dalle parole ai fatti. Il futuro d’Italia si gioca a Scampia, Ostia, Corviale, Pioltello, allo Zen, nei Caruggi e alla Diga di Genova, al Moi di Torino, nelle case popolari controllate dal racket, nei quartieri che attendono bonifiche e infrastrutture mai realizzate.
Goffredo Buccini racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un viaggio da Nord a Sud fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; ma anche una serrata inchiesta, ricca di risvolti e dati inediti, che indaga sulle conseguenze dei roghi tossici per la salute, sui bambini mandati ad appiccare gli incendi perché non perseguibili, sui migranti – 600.000 «invisibili» – sfuggiti al nostro circuito d’accoglienza e sfruttati nel lavoro nero, sui nostri connazionali impoveriti che vivono in Italia ma si scoprono al di fuori dei suoi confini: quindici milioni di italiani «periferici».
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(Le prime due pagine del libro GHETTI di GOFFREDO BUCCINI):
GLI ITALIANI ALLA GUERRA CIVILE
“I dimenticati sono diventati di moda. In gran parte dell’Occidente, dagli Stati Uniti di Trump alla Gran Bretagna della Brexit. Da noi, dopo decenni di oblio e solitudine, zero investimenti e la sciagurata tendenza di tutti i governanti a scaricare nei loro quartieri gli scarti delle città, gli italiani disagiati ed esclusi dalle Ztl della borghesia illuminata stanno superando l’irrilevanza cui sembravano condannati in eterno: grazie, se si può dire, alla loro rabbia, al rancore compatto che li rende massa elettorale appetibile per quanto volubile nelle opzioni.
Lo scontro sociale, culturale e a tratti etnico in atto da anni nelle nostre strade e nelle nostre piazze, pur iscrivendosi dentro un cortocircuito globale, ha però peculiarità e responsabilità che questo libro si propone di identificare. Si combatte una guerra civile a bassa intensità in vaste aree del territorio nazionale sulle quali lo Stato sembra non avere più alcun controllo: ghetti urbani dove tutto può succedere.
Gli eredi del popolo dei borghetti e delle baracche del dopoguerra non hanno fatto in tempo a salire due o tre piani dell’ascensore sociale per ripiombare in una disperazione più profonda di quella dei loro nonni, stavolta con la scomoda compagnia di nuovi ultimi venuti da molto lontano, con altri costumi e spesso un’altra religione.
In queste trincee metropolitane, che passano attraverso casermoni da cinquemila residenti o vicoli dei centri storici ridotti a letamaio di siringhe e immondizia, le criminalità organizzate autoctone hanno stretto patti con le nuove mafie straniere. Ma gli altri, i più, spaventati e impoveriti, hanno identificato negli immigrati semplicemente il nemico con cui scontrarsi: per una casa, un lavoro, un posto a sedere sul bus. Chi ne ha cavalcato il malessere non se n’era mai occupato, prima: l’occasione, imperdibile per i voti che porta, è un’ennesima integrazione per separazione, «noi» uniti contro di «loro», come sempre nella storia.
Non siamo razzisti. «Italiani brava gente» era un mito furbastro e consolatorio: in realtà non siamo peggiori (né migliori) di qualsiasi altra comunità sottoposta a forti sollecitazioni negative. Ma i fatti di Macerata di fine gennaio e inizio febbraio 2018 (l’omicidio della giovane romana Pamela Mastropietro e il raid di «rappresaglia» del razzista Luca Traini) hanno illuminato i contorni di una frattura profonda e troppo a lungo ignorata nel nostro modello di convivenza. Nove mesi dopo, un orribile delitto quasi in fotocopia (vittima la sedicenne Desirée Mariottini, drogata, violentata e uccisa in un palazzo del quartiere romano San Lorenzo a lungo abbandonato nelle mani di spacciatori africani) ci ha ricordato che nulla è cambiato nel frattempo.
Noi invece, sì, siamo cambiati: molto. L’Italia, che trent’anni addietro chiamava «vucumprà» i primi marocchini approdati a rifilarci la loro chincaglieria, non lo faceva tanto con ripulsa quanto con ironia, alla peggio con superficiale indifferenza per i destini dei meno fortunati, non sentendosene certo messa in pericolo. I primi a spaventarci davvero furono gli albanesi (20.000 in un solo sbarco a Bari sulla nave Vlora): le loro mafie e le loro violenze cominciarono a popolare le cronache già ampiamente affollate dalle nostre. I romeni ci invasero da europei, con l’improvvido allargamento dell’Unione: così tanti e talvolta così disperati da cambiare il destino elettorale della capitale d’Italia (il postfascista Alemanno strappò il Campidoglio alla sinistra sull’onda d’indignazione per un atroce delitto commesso da uno di loro).
È stato tuttavia l’incrocio di due emergenze e di un’inadeguatezza a determinare ciò che chiameremmo «il caso italiano» (una definizione non certo arbitraria, visto che per la prima volta una grande democrazia europea è stata governata addirittura da due forze populiste alleate nella comune avversione verso le istituzioni liberali ma con programmi in parte contrapposti soprattutto in economia).
La prima emergenza è stata la crisi che, scaturita dal crac dell’americana Lehman Brothers nel 2008, s’è tramutata presto da finanziaria in economica, da cartacea in produttiva, e ha travolto banche, borse e risparmi del mondo intero scatenando un’ondata di disoccupazione e povertà superiore alla recessione del
1929. In un Paese come il nostro, debole nella tenuta istituzionale, scarsamente produttivo, lento nella giustizia civile, cristallizzato nelle sue burocrazie, gravato dal terzo debito pubblico del mondo e da un tasso di disoccupazione già assai elevato, le conseguenze sono state moltiplicate all’ennesima potenza rispetto al resto dell’Occidente e non sono mai state del tutto superate in termini di ricchezza collettiva e individuale, neppure dopo dieci anni.
Le periferie delle nostre città, già penalizzate da problemi infrastrutturali e disservizi endemici, sono state abbandonate e, addirittura, depredate: per almeno dieci anni i soldi delle opere di urbanizzazione sono stati distolti dai Comuni in rosso fisso per pagare gli stipendi dei dipendenti. Milioni di italiani, che almeno da un paio di generazioni pensavano di appartenere stabilmente alla classe media, si sono ritrovati retrocessi negli inferi di una proletarizzazione tanto crudele quanto inattesa.
La seconda emergenza è stata determinata dalla somma delle ondate di profughi riversate sull’Europa a partire dalle cosiddette «primavere arabe», ovvero dalla destabilizzazione dei regimi nordafricani (dalla Libia all’Egitto) e del quadro mediorientale (con la lunga guerra civile siriana): flussi che si sono innestati nel ben più vasto fenomeno globale delle migrazioni (secondo l’antropologo Michel Agier da qui al 2050 avremo 1 miliardo di sfollati, ovvero di persone che si spostano non per lavoro o per turismo ma per mera sopravvivenza da una parte all’altra del pianeta, popolando stazioni, giardini, spazi pubblici delle città di transito). (………) (Goffredo Buccini)

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LA DIMENSIONE GLOBALE ALLA PROVA DELLE PERIFERIE: DI QUANTA BELLEZZA HA BISOGNO LA CITTÀ?
ROMA – La città messa alla prova dalle sue stesse periferie è un concetto più culturale che spaziale. Una chiave di lettura che ricostruisce la mappa di un mondo globale dove i rapporti tra centri (di potere, d’interesse, di visibilità) e periferie determinano un sistema a più livelli, che coinvolgono amministratori, urbanisti e uomini di cultura in un’analisi che ha un profondo fine umanistico.
Mercoledì 22 maggio si è tenuto a Palazzo Firenze, sede centrale della Società Dante Alighieri, un incontro dal titolo “CITTÀ GLOBALE E PERIFERIA” con l’obiettivo di sviluppare un dibattito su punti di vista differenti. Insieme ad Andrea Riccardi, Presidente della Dante e autore di saggi e conferenze in tema di periferie, sono intervenuti: il giornalista e scrittore Goffredo Buccini, autore di analisi sugli esclusi e sui “Ghetti” (il titolo del suo ultimo libro); l’imprenditore mecenate Antonio Presti, sostenitore del concetto dell’arte capace di arginare il degrado; Francesco Karrer, architetto urbanista che ha progettato piani regolatori di importanti città italiane, ed il suo collega Sergio Pasanisi; Massimo Arcangeli e Mario Morcellini con un’analisi sociologica e comunicativa sull’argomento.
“Il nuovo umanesimo,” dichiara il prof. Andrea Riccardi, “significa dare attenzione agli individui come elementi di una società che deve essere inclusiva. Solo nella dimensione collettiva l’uomo trova una sintesi sociale capace di costruire grandi civiltà basate sulla bellezza, come la nostra”.
Tra i temi del convegno, quindi, non solo l’analisi e le conseguenze della periferia esistenziale, tema caro a Papa Francesco, ma anche la visione della dialettica centro-periferia applicata non solo ai contesti delle singole città, ma piuttosto delle regioni di un paese, tra nazioni o persino tra continenti, come sta purtroppo accadendo tra l’Europa e la vicina Africa.

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LA FINE DELLE PERIFERIE

di PIPPO CIORRA – XXI Secolo (2010)
(Pippo Ciorra è architetto, critico, docente, membro del comitato editoriale di “Casabella” dal 1996 al 2012, collabora con giornali e riviste ed è autore di molti saggi e pubblicazioni)
NASCITA E MORTE DELLA PERIFERIA MODERNA
Il Novecento è stato il secolo delle dittature e delle grandi guerre mondiali, della tecnica e della comunicazione di massa, delle utopie politiche e del progresso sociale ed economico. È stato ovviamente anche il secolo della modernità, nelle arti, nel gusto, nell’architettura. Per quel che riguarda le città – in particolare europee e latinoamericane – il Novecento è stato soprattutto il secolo delle metropoli e delle periferie, poiché modernità in architettura e urbanistica prima di ogni altra cosa ha voluto dire crescita urbana ininterrotta e costruzione intensiva di quartieri residenziali low-cost per le classi sociali meno abbienti.
Quartieri che, lungi dal crescere e moltiplicarsi secondo un modello idealizzato e razionalista di ‘città moderna’, alternativo alle città esistenti, hanno nella stragrande maggioranza dei casi finito per disporsi ‘a macchia d’olio’ intorno ai centri antichi e ottocenteschi, gettando le basi per lo sviluppo informe delle attuali metropoli e megalopoli. È nato in questo modo l’archetipo di periferia moderna costruita sull’alternanza suburbana tra case, inserti rurali residuali e quartieri industriali (le case servivano in origine a dare alloggio agli operai, secondo un’applicazione libera e disaggregata del modello fourierista) cui si pensa ancora oggi quando si sente il termine in questione.
Dagli anni Trenta in poi, con un’accelerazione vertiginosa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le periferie urbane erano cresciute con ritmo esponenziale, alimentate dallo sviluppo industriale intenso, da flussi ininterrotti di immigrazione verso le città, dalla flessibile disponibilità dell’industria edile a farsi antidoto alla disoccupazione e ammortizzatore delle tensioni sociali, dalla progressiva accettazione di alcuni ‘elementi di socialismo’ (welfare, centralità della fabbrica, identificazione della classe operaia come motore sano del progresso ecc.) dentro al modello democratico/capitalista occidentale.
Nel crescere, il modello periferico ha anche cominciato ad articolarsi nelle sue mille declinazioni: periferie legali e abusive, quartieri intensivi e città-giardino, borgate e suburbi semirurali e così via. Nonostante le contraddizioni e i conflitti – basti pensare ai film di Pier Paolo Pasolini – la crescita delle periferie urbane (e del proletariato o della piccola borghesia che le abita) fino agli anni Settanta è interpretata comunque come una metafora virtuosa del progresso, una rappresentazione ideale di come il livello di integrazione delle classi meno abbienti possa progredire pur in presenza di una parallela crescita dei livelli di sensibilizzazione politica e sindacale e di conflitto sociale. L’utopia italiana, insomma.
È stata proprio la rottura di questo equilibrio instabile, con la conseguente esplosione dei conflitti e con la parallela impossibilità di controllare modalità e crescita degli insediamenti, a far sì che l’ultimo quarto del secolo sia stato così fortemente segnato dalla crisi del modello urbano otto-novecentesco; e in particolare dalla crisi della periferia, intesa come habitat ideale della modernità e come incubatrice dell’inserimento sostenibile delle classi più povere nel tessuto sociale borghese delle città occidentali. Non basta più ‘risanare la borgata’ e costruire nuovi edifici per dare un senso di miglioramento. La degradazione delle aree urbane più remote è diventato un argomento così popolare e ricorrente da indurre perfino a utilizzare un termine specifico per individuarla, ossia “degrado”.
Parallelamente, l’associazione mentale fra il quartiere periferico (con i suoi ‘casermoni’) e il disagio e la violenza è divenuta così automatica da offrirsi come la ragione principale per dare inizio a un programma internazionale di demolizione di molti quartieri periferici realizzati tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta. Programma che è iniziato negli Stati Uniti, con la famosa demolizione (1974) del complesso di Pruitt-Igoe, costruito a St. Louis da Minoru Yamasaki nel 1955, ed è proseguito con lo ‘sfoltimento’ di molti quartieri di edilizia assistita in Europa (in particolare nei Paesi Bassi e in Francia); uno degli ultimi episodi rilevanti è stata la demolizione (1997-2003) di tre delle sette ‘Vele di Scampia’, le megastrutture costruite tra il 1962 e il 1975 da Franz Di Salvo nell’omonimo quartiere di Napoli.
In estrema sintesi, si può dire che dalla metà degli anni Settanta in poi – non a caso dopo l’entrata in funzione in Italia di alcuni progetti di alto valore simbolico e di scarso successo sociale (GALLARATESE, ZEN, CORVIALE ecc.) – il concetto di periferia ha perso ogni accezione progressiva per rimanere solo l’indicatore spaziale di un disagio fatto di distanza dal centro, carenza di servizi e infrastrutture, ritardo nell’integrazione, tensione sociale, senso di emarginazione. Un luogo, insomma, dal quale si voleva fuggire appena possibile.
Il cambiamento ha avuto riflessi in alcuni fenomeni rilevanti e tra loro collegati, come la scomparsa de facto della distinzione tra periferia legale (politicamente corretta) e periferia illegale, resa plateale dalla sanatoria delle borgate abusive avvenuta a Roma nel 1975, o l’affermazione su scala nazionale (e planetaria) del modello della casa individuale come alternativa vincente alla tanto biasimata ‘residenza’ collettiva.
La VILLULA, come la chiameranno poi l’urbanista BERNARDO SECCHI e i suoi allievi (riprendendo una geniale definizione di Carlo Emilio Gadda), è talvolta fornita al suo interno di spazi per la microproduzione e la vendita, ed è considerata più economica, più vicina alla natura, più consona allo sviluppo di un’estetica individuale e allo sfruttamento dei nuovi media, più ‘urbanisticamente’ flessibile.
In campo disciplinare, tutto ciò ha avuto un riflesso quasi automatico nella fuga generalizzata e repentina dell’intera cultura architettonica più autorevole dal tema dello HOUSING collettivo e della crescita urbana, considerato non più all’ordine del giorno. Gli architetti insomma, per molti e complessi motivi, hanno smesso di occuparsi di residenza collettiva e di classi subalterne e hanno concentrato le ricerche e il dialogo con i loro interlocutori su temi considerati più ‘attuali’ e stimolanti, come, per es., il paesaggio e lo spazio pubblico, i grandi edifici per la cultura, le aree commerciali, le grandi sedi societarie private e così via.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, in sostanza, sembra che l’architettura ‘moderna’ abbia avuto voglia soprattutto di spazi aperti, monumentalità e lusso, quasi dovesse rifarsi di quel mezzo secolo di standardizzazione (Siedlungen, Existenzminimum, unité d’habitation) che la storia delle periferie urbane rappresenta così bene.
DALLA PERIFERIA ALLE PERIFERIE: UNA MAPPA DEL 21° SECOLO
All’inizio del 21° sec., quindi, non ci vuole un gran coraggio per affermare che ‘LA PERIFERIA NON C’È PIÙ’, almeno così come la conoscevamo. È scomparsa semplicemente perché non si trovano più i connotati e i caratteri che permettevano di riconoscerla. È infatti impossibile oggi identificare, soprattutto fuori dai grandi centri, quella sorta di topologia urbana radiocentrica, basata su una scala dei valori (la famigerata ‘rendita’) decrescente in ragione della distanza dal centro; né si realizzano più, o quasi, i grandi programmi di edilizia economica e popolare che hanno dato forma all’immagine delle città europee per buona parte del secolo scorso. Inoltre, È IN MOLTI CASI IMPOSSIBILE TRACCIARE OGGI UNA LINEA DI DEMARCAZIONE NETTA TRA CIÒ CHE È URBANO E CIÒ CHE NON LO È, tra periferia e territorio agricolo.
La trasformazione del territorio è per lo più frutto diretto della ricerca individuale (o tutt’al più effettuata ‘in cooperativa’) del miglior lotto disponibile in rapporto all’accessibilità alle infrastrutture e ai servizi, al costo del terreno, alla relazione con il luogo di lavoro, alla malleabilità degli strumenti urbanistici di questo o quel comune, al senso di indipendenza e al rapporto individuale con il verde. In una parola (non molto amata), al posto della periferia vi è oggi lo SPRAWL, vale a dire VILLETTOPOLI, la città ‘diffusa’ o ‘infinita’, il CONTINUUM che diluisce il senso di appartenenza a una comunità urbana in una sterminata e ininterrotta costellazione di case, casette, capannoni e piccole fabbriche alla cui disposizione sul terreno è ormai impossibile associare la lettura di una gerarchia dello spazio architettonico oppure sociale.
Da un certo punto di vista – se si vuole applicare una lettura ‘purovisibilista’ ai fenomeni urbani – si potrebbe dire che è stato raggiunto il risultato tanto agognato: è stata realizzata l’utopia del capitalismo senza luoghi del conflitto e quel terribile teatro della contrapposizione tra classi, culture, etnie, generazioni, idealità che è la città storicamente intesa, è stato progressivamente sostituito da un tessuto informe di minicittà individuali, luogo di una borghesia suburbana mutevole e onnicomprensiva in cui OGNUNO SI SCEGLIE O SI COSTRUISCE LA CASA DOVE E COME GLI CONSENTE IL SUO LIVELLO ECONOMICO.
Le funzioni collettive della città, invece, sono perfettamente surrogate da contenitori materiali e immateriali dai quali il ‘cittadino’ può attingere a piacimento e senza legami spaziali e geografici diretti, dove l’identità si costruisce come un puzzle individuale. Per le residue manifestazioni di disagio, riconoscibili a CORVIALE o alle VELE, nelle BANLIEUES PARIGINE o in qualche ENCLAVE ETNICA LONDINESE, non resta che aspettare. Saranno le leggi del mercato, l’innovazione tecnologica e informatica, la polverizzazione produttiva postmoderna a trovare una soluzione automatica, offrendo a ognuno la possibilità di trovarsi un posto per abitare, magari misero ma con il vantaggio di essere indipendente da una qualsiasi connotazione o identità collettiva.
In realtà, e questo gli analisti lo sanno benissimo, molto è cambiato, ma i fenomeni e le ragioni che hanno reso urgente la costruzione di milioni di metri cubi di periferie urbane dagli anni Venti in poi non sono certo scomparsi o esauriti. Il flusso ininterrotto di popolazioni verso le aree urbanizzate prosegue tuttora veloce su scala planetaria. Il differenziale di reddito pro capite all’interno dei grandi centri urbani (splendida metafora del mondo) continua a crescere, e quindi a rendere necessaria la ricerca angosciosa di case a prezzi sempre più bassi (relativamente) e di terreni sempre più ‘distanti’ (e quindi teoricamente più economici) per realizzarle. Perfino il settore industriale, considerato dagli oltranzisti del postmoderno come qualcosa che doveva magicamente scomparire dai paesaggi occidentali (e ricomparire non si sa dove nei terzi e quarti mondi) per essere sostituito da palazzine di uffici, continua in realtà a crescere in mille modi, certo più ibridi e articolati di prima, ma comunque capaci di generare continuamente nuove e sempre più invasive ‘aree industriali’, l’altra ragione essenziale alla base della condizione periferica.
Si realizza quindi un evento tipico della società mediatizzata: si scambia cioè la cancellazione della rappresentazione di un fenomeno con la scomparsa del fenomeno stesso. Se lo Stato smette di ‘costruire la periferia’, forse, si ipotizza, vuol dire che non ce n’è più bisogno, che l’emergenza sociale e abitativa è finita, che non ci sono soggetti e comunità incapaci di risolvere il problema individualmente, che la quota di disagio che si continua a vedere e sentire nelle città è fisiologica. In realtà il concetto di periferia è esploso in mille periferie, difficili da inquadrare dentro i vecchi schemi urbanistici, ma delle quali non è impossibile delineare una mappa. Per disegnarla basta seguire le tracce di vecchie e nuove figure sociali e comunità che in altri tempi si sarebbero aspettate una risposta istituzionale e progettata (una qualche forma di welfare) a un bisogno primario come quello della casa, e che quando non la trovano in qualche modo se la inventano con i mezzi che hanno.
Quella della periferia contemporanea è allora una mappa che scopriremo complessa e contraddittoria, fatta di vecchi quartieri di edilizia pubblica e settori ‘degradati’ di centri storici (basta pensare a Napoli, Genova, Palermo o Marsiglia), casette sparse in zone dimenticate dalla pianificazione e complessi turistici riciclati, centri suburbani o rurali totalmente interessati dai flussi di immigrazione (e quindi trasformati in periferia). Privo di una struttura dello spazio imposta, come quella ‘socialdemocratica’ del Novecento, il flusso dell’inurbamento è andato a riempire qualsiasi spazio vuoto gli si offrisse, dai centri storici alla campagna ai complessi borghesi in decadenza. Il fenomeno però non è indolore, né ciclico e ripetitivo come negli Stati Uniti, dove la GENTRIFICATION (la riqualificazione, con conseguente cambio dei residenti) (di)smette e rimette continuamente in gioco le aree urbane. Dove non trova resistenza né pianificazione, come avviene in sostanza in Italia, l’esplosione del concetto di periferia dentro i mille cuori della città genera DISAGI E MICROCONFLITTI, non aiuta affatto l’integrazione e finisce per alimentare quella ‘democrazia dell’insicurezza’ che ci affligge in questo inizio di secolo. Dove si confronta con un controllo più rigido ed efficiente dello spazio, come, per es., in Francia, in Germania o nei Paesi Bassi, esplode nei modi più tradizionali della violenza antagonista oppure razzista.
All’inizio del nuovo secolo sembra proprio che invece di considerare obsoleto il concetto di periferia occorra aggiornarlo o sostituirlo con qualcosa di più articolato e flessibile. Oggi la questione del disagio urbano pervade in modo discontinuo e irregolare l’intero paesaggio abitato, ed è ormai definitivamente dissociata da quella dello spazio periurbano, che non di rado, rispetto ad altri ‘quadranti’, esprime ben poco disagio e ben poco senso di emarginazione. Le ‘distanze’ quindi rimangono tali ma non sono più rappresentate e misurabili nella lontananza fisica della casa dell’immigrato o del proletario urbano dalla piazza con il municipio. Ciò mette in discussione statuti e strumenti disciplinari, procedure di pianificazione, gerarchie estetiche, e rende quindi urgente riaprire la discussione non tanto sulla periferia, quanto piuttosto su come oggi la cultura politica e quella progettuale possano rispondere alle domande a cui per un secolo intero si era risposto prima con la periferia e poi con i programmi di riqualificazione.
DECLINAZIONI DELLA QUESTIONE PERIFERICA
Dopo questa lunga premessa, che ha cercato di inquadrare il problema urbanistico e sociale della trasformazione della periferia, nella seconda parte di questo saggio si cercherà di riconoscere e isolare i nuovi caratteri del problema, riportando all’attenzione dei lettori una serie di fatti culturali e di cronaca particolarmente significativi avvenuti dal Duemila in poi. Una serie disomogenea di mostre, libri, convegni, fatti di cronaca, iniziative legislative e mediatiche è utile per mettere in luce alcuni tratti essenziali del problema. Si è partiti infatti da un’idea fisica, un’invariabile topologica, della periferia, che ammetteva un certo tipo di interpretazioni e di risposte; ci si ritrova ora con un concetto di periferia che non si rappresenta più in una collocazione o in un’immagine fisica e spiazza molti dei linguaggi che intendono raccontarla, analizzarla, o trovare risposte ai problemi. Cercheremo quindi di scomporre il problema e di evidenziarne per quanto possibile i singoli aspetti, tentando di comprenderne ragioni ed effetti e di confrontare le posizioni teoriche più importanti intorno alla loro interpretazione.
LA BANLIEUSATION DEL CENTRO: USE, BORDEAUX 2000
Nell’aprile del 2000 si è inaugurata a Bordeaux, presso il centro di architettura Arc en rêve, una mostra sullo spazio urbano europeo chiamata USE: Uncertain States of Europe. Si è trattato di un’esposizione strana, una specie di mostra-evento, composta di tre parti autonome curate rispettivamente da Rem Koolhaas, Sanford Kwinter e Stefano Boeri. Cuore comune della mostra è risultata la registrazione di una serie di fenomeni socioantropologici, tecnologici, infrastrutturali, estetici e politici che stanno cambiando profondamente, a cavallo dei due secoli, la natura dello spazio urbano e delle relazioni che contiene.
All’epoca Koolhaas aveva da poco finito di lavorare su progetti quale quello per il supersnodo del TGV (Train Grande Vitesse) a Euralille o quello per il passante della metropolitana al centro dell’Aia, e stava cercando di trarre da quelle e da altre esperienze europee una serie di conclusioni su come le nuove reti influenzino la percezione e la formazione dello spazio e le norme di relazione tra le persone, rendendo pressoché inutilizzabili i concetti/contenitori di città, centro, periferia, spazio pubblico e così via. Kwinter era più interessato alla rappresentazione satellitare che alle geografie urbane – si era all’inizio dell’esplosione della ‘generazione Google Earth’ – e ha raccolto immagini e reportage visivi sul nuovo universo metropolitano.
Tuttavia la sezione della mostra che più ci riguarda in questo caso è quella curata da BOERI, basata in gran parte su una serie di ricerche su vicende urbane raccolte da Multiplicity, un gruppo di ricerca informale. Due dei ‘casi’ proposti appaiono particolarmente pertinenti rispetto alla ‘questione periferia’: la storia di un complesso residenziale parigino e quella dell’Hotel House di Porto Recanati.
Il primo è il complesso Les olympiades (1974), realizzato sotto la direzione di Michel Holley nel 13° arrondissement. Fin dagli anni immediatamente successivi alla sua inaugurazione, oltre a essere abitato dai destinatari originari dell’offerta residenziale, il complesso è diventato il rifugio di immigrati provenienti dal Sud-Est asiatico, fino a diventare uno dei cuori della comunità cinese di Parigi. Ovviamente i nuovi abitanti hanno subito contraddetto la destinazione monofunzionale dell’edificio (residenza e servizi annessi), e lo hanno trasformato in una specie di falansterio parassita, adattando alle loro esigenze (abitative e di spazi per la produzione, distribuzione, stoccaggio e logistica) gli appartamenti e i garage pensati per tutt’altro scopo.
A Porto Recanati il fenomeno è simile. A sud del centro urbano, stretto tra l’autostrada e il mare, si trova uno dei pochi grattacieli per residenze turistiche edificati tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta sulla costa adriatica. Si tratta di una struttura interessante, costruita nel 1968 e ancora oggi isolata e circondata da campi coltivati. Anche questo complesso è basato sull’integrazione tra le residenze – unità piccole, da 50 m2, facilmente accoppiabili – e i servizi commerciali e condominiali al piano terra. L’edificio non manca di ambizione architettonica, con una bella pianta cruciforme derivata dai grattacieli disegnati da Le Corbusier per il Plan Voisin (1925) di Parigi. Solo molto più basso, non più di 20 piani per 65 metri. La borghesia composta da professionisti dei centri vicini (Ancona, Macerata, Jesi ecc.) lo ha occupato con successo nei mesi estivi fino ai primi anni Novanta, quando l’effetto ‘casermone’ ha cominciato a farsi sentire e a trasformare il tessuto sociale.
Non è facile comprendere come e quando abbia avuto inizio la mutazione, ma probabilmente ha preso avvio dalle possibilità di dare in affitto gli appartamenti tutto l’anno invece dei tre mesi estivi; quindi sono progressivamente arrivati studenti, immigrati, mafiosi in domicilio coatto, prostitute, venditori abusivi (in genere italiani) in cerca di magazzini ecc., fino a rendere il luogo praticamente inaccessibile, del tutto assimilabile a uno slum metropolitano estremo.
I due casi citati, con tutte le loro caratteristiche specifiche e ‘locali’, danno un’idea esatta del ‘dislocamento’ subito dal concetto di periferia, un tempo capace di evocare una relazione stretta tra un luogo e una gerarchia sociale/spaziale, i cui reciproci rapporti sono invece ora del tutto labili, in continuo movimento, legati in modi molto più complessi alla geografia urbana e a quella umana.
METROPOLI VS PERIFERIA: LESS AESTHETICS MORE ETHICS, VENEZIA 2000
Sempre nel 2000, nel mese di settembre, è stata inaugurata una Biennale di architettura a suo modo epocale, curata e allestita da Massimiliano Fuksas, nominato direttamente dal commissario governativo Paolo Baratta. Fuksas, che era da poco rientrato con successo in Italia dopo un lungo esilio professionale in Francia e in Austria, ha scelto in questo caso un approccio eclatante che ha suscitato l’interesse dei media. L’architettura al tempo delle superstar, sostiene l’architetto romano, è una questione soltanto estetica, un lusso riservato a pochi e governato dai media. Il vero problema di cui gli architetti dovrebbero occuparsi a tempo pieno, resuscitando una perduta tensione ‘etica’, è invece quello della crescita vertiginosa e globale delle metropoli, soprattutto di quelle dei Paesi emergenti, e delle condizioni di vita delle enormi masse di popolazione migrante che ne allarga ogni giorno i confini e l’aspetto, grande esercito industriale di riserva del capitalismo globale.
Non è questa la sede per occuparci della credibilità o della coerenza del progetto del curatore. Ciò che qui interessa è notare come Fuksas attribuisca ai soggetti ultimi della trasformazione – le masse di diseredati di Mumbai, Calcutta, San Paolo, Nairobi, che arrivano quotidianamente e poi continuano a muoversi dentro le città – il potere di far saltare le regole dell’organizzazione degli spazi urbani. Nella mostra veneziana al posto dei progetti architettonici e urbanistici dominano le immagini di folle in movimento. Un’installazione indimenticabile di Studio azzurro alle Corderie dell’Arsenale fa scorrere su un unico video ‘largo’ più di cento metri le immagini del movimento caotico e allo stesso tempo armonico di questa specie di quinto Stato che invade le strade e non si ferma mai, indirizzando la sua forza apparentemente anarchica e incontrollabile sui meccanismi più efferati del capitalismo globale.
IL CONCETTO DI PERIFERIA NON HA PIÙ SENSO, NELLA VISIONE DELLA MOSTRA DI FUKSAS, PERCHÉ IL MONDO URBANIZZATO È TUTTO PERIFERIA, e nessun quartiere, spazio urbano, città possono essere considerati del tutto al sicuro da quel processo di gentrification al contrario generato dal bisogno di spazio e di sopravvivenza della componente più umana del paesaggio metropolitano.
Dalla mostra veneziana emergono almeno due o tre temi interessanti. In primo luogo il fatto che sulla questione sollevata da Fuksas sul problema della crescita illimitata delle metropoli e sulla relazione di questa crescita con i meccanismi di controllo politico ed economico del territorio, già dagli anni Settanta e Ottanta del 20° sec. si erano impegnati numerosi studiosi.
A parte i saggi già storici di Jean Gottmann (Megalopolis, 1961; trad. it. 1970) e di Jane Jacobs (The death and life of great American cities, 1961; trad. it. 1969), si segnalano gli studi sulle città californiane di Mike Davis (in partic., City of quartz, 1990; trad. it. 2008) e di Edward W. Soja (in partic., Postmetropo-lis, 2000; trad. it. 2007), i diffusissimi lavori di Marc Augé (come l’abusatissimo Non-lieux, 1992; trad. it. 1993), le analisi di Saskia Sassen (soprattutto The glob-al city, 1991; trad. it. 1997) e l’applicazione del teorema metropolitano alle coste del Mediterraneo di Predrag Matvejević (Mediteranski brevijar, 1987; trad. it. Breviario mediterraneo, 1988).
Anche in Italia, quando Fuksas dedica la sua mostra all’etica della metropoli, vi erano da almeno dieci anni studiosi giovani e meno giovani di architettura e di urbanistica che si erano impegnati molto e con accenti diversi nel segnalare ogni situazione di emergenza dello spazio urbano. Tra Milano e Venezia, BERNARDO SECCHI ha impostato una battaglia pacata contro una disciplina urbanistica che continua ad andare avanti come se tutti questi fenomeni non ci fossero. Più a sud, soprattutto tra Roma e le università adriatiche, l’attenzione dedicata dagli studiosi più giovani all’evoluzione dei fenomeni urbani e alle conseguenze che questa dovrebbe avere sull’architettura viene direttamente disinnescata con l’accusa di antiaccademismo e insensibilità alla tradizione disciplinare. Fuksas comunque ha avuto il merito sia di rendersi conto che la ‘catastrofe’ stava incombendo sia di spettacolarizzarla facendone il tema di una mostra alla Biennale, contribuendo così a una generale sensibilizzazione sul problema.
L’altra questione, forse per noi più interessante, che si può cogliere dall’esperienza della mostra del 2000 è quella del confronto tra l’approccio adottato da Koolhaas per USE e per altre investigazioni urbane e quello del Fuksas ‘etico-estetico’. Da Koolhaas impariamo a focalizzare la nostra attenzione sui meccanismi che producono lo spazio urbano e l’uso che le persone ne fanno. Lo si guarda attraverso i cambiamenti geopolitici e infrastrutturali, tra le maglie delle reti e attraverso le innovazioni della tecnologia e della comunicazione. Vagamente tecnocratico, Koolhaas appare comunque ottimista sulle possibilità del progetto di inserirsi nei nuovi meccanismi, a patto di rinunciare alle certezze della disciplina e ai metodi consolidati di giudizio e previsione. La periferia come la conoscevamo per Koolhaas non esiste più perché l’evoluzione urbana non la ammette.
Vi sono però altre forme di periferia, davanti alle quali non rimane che attrezzarsi e affrontare il problema. Il punto di vista sostenuto da Fuksas è opposto. Per quanto l’invasione urbana e la caduta delle gerarchie storiche siano state annunciate nella mostra con toni apocalittici e ‘preoccupati’, come per una chiamata alle armi vecchio stile degli intellettuali engagés, l’autore non vuole indicare nessuna soluzione. O meglio ammette come unica via d’uscita la sublimazione autoriale dell’immagine del disastro. Fuksas reagisce insomma mediante gli strumenti tipici dell’architetto più che attraverso quelli del critico/intellettuale, più utili a sé stesso che agli altri, pronto a trasformare in estetica l’allarme etico a partire dal quale si è mosso.
PERIFERIA, PRODUZIONE, COMUNITÀ: LA CITTÀ INFINITA, MILANO 2004
Un altro dei grandi e vistosi agenti che hanno influenzato la trasformazione dei territori urbanizzati in Italia e, più in generale, nell’Occidente industrializzato è ovviamente da ricercare nei modi e nei processi della produzione industriale. Come la produzione in serie e la fabbrica fordista sono tra le ragioni alla base della nascita delle periferie moderne, così l’esplosione dei meccanismi produttivi in senso postfordista e microindustriale è una delle ragioni prime dell’evoluzione radicale dell’idea di residenza delle classi produttive.
Non è compito di questo saggio occuparsi di globalizzazione, ma certo è molto difficile non cogliere come la nuova geografia mondiale delle economie produttive contenga già in sé una serie di meccanismi capaci di influenzare direttamente la civiltà urbana e il rapporto tra le persone, i luoghi della produzione, quelli dell’abitare.
La periferia moderna, come si è già sottolineato, nasce come insediamento monoclasse, destinato ad alloggiare le maestranze delle grandi fabbriche situate in prossimità dei centri urbani. Ciò era vero ai tempi degli opifici inglesi di fine Ottocento, ma è ancora vero per i quartieri torinesi intorno al Lingotto o nelle case costruite da Giancarlo De Carlo a Terni per gli operai delle acciaierie (nuovo Villaggio Matteotti, 1975).
Questa natura omogenea viene meno per due ragioni. La prima, che abbiamo descritto, risiede nella nascita e nella proliferazione del proletariato urbano, che mette insieme parti di classi diverse, con lavori, aspirazioni e potenzialità diverse, e che comincia a frammentare l’idea dell’abitare periurbano. La seconda è nel mutamento del rapporto tra produzione e territorio, nel passaggio dalle grandi fabbriche alla miriade di piccole e piccolissime imprese, dalla prevalenza territoriale dell’economia agraria a quella dell’impresa molecolare, che si diffonde necessariamente a tappeto nel paesaggio abitato. In sostanza, l’evoluzione del proletariato urbano, quello mitizzato da Fuksas nella sua Biennale, rompe l’omogeneità sociospaziale della periferia e la trasforma in uno spazio concettuale; l’economia postmoderna utilizza questa labilità di relazione per separare definitivamente la natura e l’identità di un luogo da quella di chi lo abita.
Per fare un esempio molto concreto, negli anni Sessanta la condizione tipica dell’universo produttivo era quella nella quale la ‘famiglia proprietaria’ risiedeva in villa o in collina, la fabbrica era al margine dell’abitato urbano, gli operai abitavano, a seconda del reddito, nella periferia residenziale che si distribuiva meno lontano possibile dalla fabbrica.
All’inizio del nostro secolo prevale ormai l’idea di un territorio indistinto nel quale si distribuiscono, secondo gerarchie rese visibili unicamente dalla tipologia funzionale degli edifici, dal lusso delle finiture e dalla qualità edilizia, la fabbrica maggiore, i laboratori dei ‘terzisti’, i capannoni dei fornitori, la villa dei proprietari, le villette e le case in cooperativa dove abitano sia gli operai sia i piccoli imprenditori, appunto, autonomi oppure terzisti che siano. È ovviamente impossibile far sopravvivere il concetto di periferia in una geografia così definita. Quando a questo si aggiungono poi la rete delle infrastrutture, quella dei contenitori commerciali e di svago, l’arcipelago degli insediamenti storici, il paesaggio, ecco che si materializza la città contemporanea, ormai lontana e differente da quella moderna, irriducibile allo schema costituito da centro, espansioni otto-novecentesche, periferia novecentesca, campagna.
RACCONTARE QUESTA NUOVA GEOGRAFIA SERVE ANCHE A EVIDENZIARE LA SUA COMPLICATA INCOERENZA e quindi a comprendere la difficoltà che hanno le discipline spaziali moderne a razionalizzarla e a trovare gli strumenti per governarla. Da un lato sembra un ritorno a schemi di funzionamento storici, radicati nel Medioevo (le case vicino alle strade, i lavoratori intorno al luogo in cui si svolge il lavoro, la ‘perdita del centro’), fortemente antimoderni. Dall’altro la possibilità di funzionamento poggia su pochi cruciali ingredienti ipermoderni: almeno un’automobile per ogni individuo maggiorenne, moltiplicazione delle infrastrutture, iperconcentrazioni commerciali e dello svago, massima utilizzazione della comunicazione immateriale. In una parola, polverizzazione del concetto di comunità, che era invece quello che teneva insieme gli insediamenti medievali.
In anni molto recenti, una delle migliori rappresentazioni di questa trasformazione del territorio si è avuta in una mostra esposta alla Triennale di Milano da gennaio a marzo del 2004. Curata da Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese, La città infinita raccontava infatti un ‘caso-studio’ particolarmente importante del nuovo paesaggio urbano-produttivo, quello del territorio lombardo, e ne metteva in mostra gli spazi, i luoghi della decisione, le testimonianze dei soggetti ‘nomadi-produttivi’ che lo abitano, gli oggetti che raccontano la cultura che questo spazio e i suoi abitanti tendono a produrre. L’esposizione offriva interviste, storie di persone, aziende e oggetti, territori.
La proposta originale consisteva nella scelta di rivestire l’intero pavimento del primo piano del Palazzo dell’arte con una gigantografia aerea dove ognuno poteva riconoscere casa sua, ma ciò che è interessante ricordare oggi, scorrendo il catalogo della mostra, sono alcuni concetti base dell’approccio di Bonomi e Abruzzese. Il primo tendeva a comunicarci come il modo attuale di intendere la produzione e il capitalismo postmoderno non possa prescindere da questo modello spaziale. Poiché quindi il fenomeno non è reversibile, amministratori, architetti, urbanisti e pianificatori farebbero bene ad adeguarsi alla realtà piuttosto che rimpiangere equilibri perduti o perdersi dietro utopie falsamente eversive e quindi rassicuranti. Il secondo, che definirei implicito, esprimeva la più totale sfiducia nelle figure professionali sopra citate e nella cultura progettuale da esse prodotta.
Scorrendo il catalogo saltano agli occhi due cose: l’ampiezza e varietà dei contributi ‘transdisciplinari’ richiesti dai curatori a sociologi, filosofi, economisti, fotografi, geografi, e la plateale assenza, appunto, di architetti, urbanisti, paesaggisti e così via. L’impressione, ovvia, è che i curatori della mostra considerino ancora insufficienti le risposte date dai nostri studiosi e dai nostri progettisti alle domande che vengono dal territorio contemporaneo. La terza argomentazione, che è forse la più significativa e anche quella che più ci riporta vicino all’asse del nostro discorso, è nell’importanza attribuita da Bonomi al concetto di ‘comunità’, alla sua evoluzione in presenza di un cambiamento così radicale dei rapporti tra persone e spazi, alla necessità di identificare un approccio nuovo e aggiornato al tema.
È chiaro infatti che solo analizzando il passaggio dalle comunità alle nuove forme comunitarie (Bonomi parla di GEOCOMUNITÀ) sarà possibile capire cosa ci troviamo di fronte al posto delle vecchie periferie. Se infatti le prime avevano quasi sempre una ragione sociale legata all’appartenenza persistente a un luogo (la terra, la fabbrica, la città, il quartiere, l’omogeneità linguistica o religiosa), le nuove comunità nascono e si sviluppano spesso su basi diverse e il più delle volte contraddittorie. A volte hanno la necessità di far sopravvivere i vecchi caratteri comunitari/identitari in presenza di un inevitabile allentamento della prossimità fisica (si pensi alle comunità di immigrati o ai gruppi religiosi), in altri casi nascono già di per sé scollegate da qualsiasi identità fisica, basate su ragioni che trovano il loro spazio su Internet, o su un gusto o una passione comune, su un lifestyle (non a caso nel linguaggio della comunicazione la community ha sempre disperato bisogno di uno style).
In ogni caso, stando bene attenti a non invadere i campi dei sociologi o degli antropologi, quello che conta per noi studiosi e praticanti delle discipline progettuali è che la vecchia idea di comunità, che rappresentava il referente ideale e materiale dei nostri progetti di insediamento residenziale, e quindi quasi sempre di nuove periferie, si è anch’essa trasformata e polverizzata in mille concetti e mille comunità. Come se il corpus dei cittadini, un tempo ordinato secondo una serie di criteri e appartenenze, fosse esploso e andasse pian piano riorganizzandosi intorno a criteri diversi, comunque più labili e provvisori. Cercando ancora la concretezza: un tempo si tentava di fondare l’identità moderna della città costruendo un quartiere di operai capace di contrapporre i valori della funzionalità e democraticità del moderno alla sedimentazione storica della città borghese.
Oggi, se si vuole ancora esprimere un qualche ottimismo nei confronti della sopravvivenza della cultura urbana moderna (o magari postmoderna), le comunità che si deve cercare di identificare per associarle a uno spazio fisico sono del tutto diverse: single, separati, famiglie con un figlio (è il caso di un quartiere di Seoul), gay, ecologisti, individui disponibili al cohousing, creativi, tecnocrati, piccoli produttori. Insomma insieme alla gerarchia spaziale si è dissolta la cultura politica dello spazio urbano che la governava. Non si può pensare di riorganizzare uno spazio apparentemente tendente al caos se non si comprende il suo nuovo, tutt’altro che caotico, ordine politico. Per questo i curatori della mostra La città infinita si sono impegnati essenzialmente nel tentativo di interpretare la forma di questo spazio politico, prestando poca o nessuna attenzione alle risposte progettuali finora proposte, considerate figlie di una cultura ancora troppo novecentesca.
LA PERIFERIA COME PROBLEMA: BANLIEUES, VELE, CORVIALE
LA CITTÀ INFINITA, il SAGGIO DI BONOMI che introduce l’omonimo catalogo della mostra prima citata, dedica molte pagine a un tema che abbiamo già sfiorato, quello dell’‘individualizzazione dei conflitti’ nello spazio-tempo contemporaneo. Bonomi cita HANS MAGNUS ENZENSBERGER e la sua perfetta definizione di GUERRA CIVILE MOLECOLARE come fenomenologia del conflitto sociale contemporaneo, fondato sull’individuo e non sulla classe (cfr. Aussichten auf den Bürgerkrieg, 1993; trad. it. 1994). È una situazione che non tutti abbiamo compreso e razionalizzato (basti pensare ai nostri dirigenti politici), ma che tutti percepiamo in qualche modo come naturale e acquisita nel paesaggio metropolitano contemporaneo.
Forse per questo, quando scoppia, il conflitto che mette insieme le vecchie comunità territoriali, gli spazi dell’emarginazione tradizionalmente intesi e le forme più violente e disperate di ribellione lascia sorpresi e impreparati. Quindi, quando nell’autunno del 2007 la violenza è dilagata nella banlieue parigina, con l’inevitabile corredo di battaglie con la polizia, aggressioni, morti, auto bruciate e minacce di scorribande in centro, la nostra reazione è stata strana. Più che preoccuparci siamo rimasti perplessi e sorpresi, come per un evento fuori dagli schemi del tempo.
Chi è che organizza la ribellione? Se non c’è matrice politica chiara, se non sono azioni di disturbo del terrorismo islamico, chi è in grado di mettere insieme tanti disagi individuali e convogliarli nella violenza collettiva? L’unica risposta è sempre che la responsabilità è della stessa banlieue, della ‘periferia’, che a Parigi è più periferia che in ogni altro posto, dell’orribile città moderna che continua a coagulare e dar forma e sostanza al senso di distanza e di ghettizzazione che gli abitanti provano rispetto a tutti i ‘centri’.
Ma non sono solo le rivolte di Parigi a ricordarci che i problemi della ‘vecchia’ periferia permangono e reclamano attenzione. A Napoli la discussione sui quartieri militarmente occupati dalla camorra va ovviamente avanti da decenni, ma per la prima volta GOMORRA (2008), il film di Matteo Garrone tratto dall’omonimo libro del 2006 di Roberto Saviano, ha messo teatralmente in scena il rapporto tra la natura autarchica e chiusa dei falansteri tardomoderni e il loro ruolo di roccaforti inattaccabili e di incubatori sempre attivi della ‘comunità’ fondata sulla malavita e sull’impenetrabilità alle leggi dello Stato. Tanto che non è mancato qualche studioso di architettura che ha provato a dire che le Vele di Scampia, come gli altri ‘quartieri d’autore’ sotto accusa, non c’entrano niente con la diffusione dell’illegalità e della violenza.
Si tratta di un’excusatio non petita, perché nessuno accusa lo Zen o il Corviale di essere gli unici responsabili del disagio di chi li abita. Tuttavia, anche affermare che essi non hanno alcuna responsabilità suona velleitario. Le grandi cittadelle dell’edilizia popolare non possono assumere, come piacerebbe poter dire ai progettisti o ai critici più idealisti, valori e significati propri e autonomi, ma definiscono di volta in volta il loro ruolo e il loro senso in relazione a mille variabili politiche, economiche, sociali, infrastrutturali, di comunicazione, estetiche e così via. È ovvio che chi li progetta non può non saperlo e quindi non può neanche sottrarsi quando si apre una discussione sul paesaggio sociale e su tutti i problemi connessi a questo modo di abitare. Non a caso, come si è visto per altri casi precedenti, l’unità di abitazione di Le Corbusier a Marsiglia (1952) ha più volte oscillato tra la condizione di periferia reietta e malfamata e quella di residenza alla moda pensata per le categorie sociali più evolute e creative.
In fondo i molti tentativi recenti di riqualificazione dei complessi periferici basati non sull’intervento edilizio pesante, ma sulla sovrapposizione di iniziative sociali e artistiche danno credito proprio agli aspetti più flessibili dell’identità della periferia moderna. È la posizione dei sostenitori della public art, la quale però progetta azioni artistiche che insistono soprattutto sugli spazi pubblici, o di gruppi come gli Stalker, gli A12 e altri che lavorano sul confine tra architettura, azione politica e performance artistica, e che però concentrano il loro intervento più direttamente sul coinvolgimento degli spazi residenziali.
Se è vero, direbbero costoro, che il Corviale o lo Zen non sono sbagliati in sé ma ‘diventano’ sbagliati nel configurarsi delle relazioni con il contesto e la città, proviamo ad agire sui linguaggi e le modalità che regolano queste relazioni. Riusciremo così a definire l’identità e quindi anche la qualità dell’abitare nella periferia storica moderna. L’intuizione è giusta, e trovare la soluzione sarebbe un po’ come scoprire la pietra filosofale. Infatti i gruppi citati hanno guadagnato molta attenzione e sostegno nei primi anni di questo secolo.
Vi sono però un paio di osservazioni da fare. La prima è che strategie di questo genere – cambiare la natura dei luoghi attraverso l’atto artistico-politico – hanno dimostrato di ottenere buoni risultati soprattutto quando si tratta di riqualificare spazi dismessi o depressi orientandoli a un uso pubblico e creativo, trasformandoli in musei o centri per attività di produzione scenica. Sembra più difficile farle funzionare quando si parla di migliaia di residenti e quando lo ‘zoccolo duro’ delle relazioni tra l’abitante del complesso di periferia e il mondo è dato dai buoni vecchi ‘rapporti di produzione’, cioè dal reddito, dalla posizione rispetto al luogo di lavoro, dall’accessibilità alle infrastrutture e alle parti centrali della città, dalla presenza di servizi qualificati. L’impressione è che l’efficacia del progetto artistico di riqualificazione della periferia implichi una partecipazione e una volontà collettiva dei residenti molto difficile da mantenere costante nel tempo, soprattutto in presenza di altre solide ragioni di disagio.
La seconda osservazione riguarda la natura profonda dei progetti di architettura. Anche qui l’idea di cambiare l’identità di Corviale o dello Zen (o delle Vele di Scampia) attraverso azioni immateriali, non a tutti appare facile da realizzare. È vero, come si diceva sopra, che il valore dei quartieri residenziali dipende in buona parte da variabili non direttamente connesse alla consistenza edilizia degli edifici. Tuttavia è anche vero che questi e altri grandi progetti degli anni Settanta erano talmente impregnati di ideologia e di spirito del tempo, tradotti in precetti disciplinari, che probabilmente la loro resistenza alla trasformazione si rivelerà più solida del previsto e necessiterà di strategie di riqualificazione più complesse.
Paradossalmente il problema più complicato riguarda i progetti d’autore, che dovranno mantenersi in equilibrio tra salvaguardia (quindi mantenimento della natura edilizia e tipologica esistente) e continuità d’uso. In tali casi – e in questo consiste fondamentalmente l’intuizione di quelli che in questi anni hanno lavorato sul Corviale – il ruolo dell’azione socioculturale potrà avere più spazio. Per tutti gli altri ci sarà bisogno di dispiegare un armamentario progettuale più ampio, fatto di demolizioni, integrazioni, alterazioni tipologiche, sostituzioni, densificazioni e rarefazioni. In realtà in molti quartieri CEP, IACP, INA-Casa, per riferirsi solo all’Italia, questo processo è cominciato e si spera che porti buoni frutti.
CHE FARE? LA BIENNALE DI BURDETT
Chi voglia occuparsi di periferie, o di quello che sta sorgendo al loro posto, all’alba del 21° sec. deve quindi sapere che ha davanti due diversi ordini di problemi. Il primo, che abbiamo in qualche modo delineato nei paragrafi precedenti, riguarda cosa fare di ciò che c’è: i quartieri di edilizia economica e popolare e le favelas sudamericane, gli insediamenti turistici riciclati e i villaggi ex agricoli, i centri storici ‘invasi dal degrado’ e gli slums diffusi di Mumbai e delle metropoli africane. Dopo qualche anno le motivazioni che stavano alla base della mostra di Fuksas alla Biennale del 2000 sono tutt’altro che affievolite.
Solo sei anni dopo, nell’edizione del 2006, Richard Burdett, curatore di turno, è tornato a indirizzare il contenuto della mostra verso l’emergenza urbana. Naturalmente il punto di vista è molto diverso. Fuksas descriveva il tormento e l’estasi della marea metropolitana. Burdett, che è inglese e dirige da tempo un autorevole forum sulle città in grado di far dialogare i sindaci delle metropoli globali con studiosi, progettisti ed esperti vari, ha offerto al pubblico di Venezia una grande quantità di dati, informazioni, immagini, studi, con l’intento, da un lato, di mettere tutti in guardia nei confronti di un fenomeno che potrebbe trasformarsi in una specie di pandemia urbanistica universale e, dall’altro, di stimolare una sorta di alleanza multidisciplinare capace di studiare soluzioni innovative e veramente efficienti.
Anche nella mostra di Burdett i progetti architettonici e urbanistici sono pochi e opinabili. Segno che le risposte prese in esame dai suoi forum nel mondo non appaiono ancora sufficienti. E anche che Burdett vuole richiamare l’attenzione degli architetti su ricerche che mettano al centro i problemi generati dal continuo afflusso delle popolazioni verso le aree metropolitane e dai fenomeni urbani di crescita disordinata, habitat insani, caos urbanistico e sociale che ne sono conseguiti. Se il mondo è ormai una specie di grande metropoli a densità variabile, quella che un tempo chiamavamo periferia si è trasformata nel suo tessuto connettivo e problematico, divenendo un continuum ininterrotto e mutante che attraversa e collega l’intero mondo urbanizzato.
IL DIRITTO DI ABITARE: BOLOGNA 2007
La seconda domanda, per chi vuole ancora lavorare sullo housing e sulla periferia, è come costruirne di nuove, come dare risposte alle richieste di spazi abitativi dei nuovi inurbati e dell’intramontabile proletariato urbano che non finiscano per aggravare la situazione evocata da Fuksas e documentata da Burdett. Tali risposte non sono semplici, e le culture dalle quali queste devono provenire sono in attesa di aggiornamento. E non ci si riferisce solo alla distrazione della cultura architettonica o alla lentezza di quella urbanistica. A essere in crisi appare tutta la filiera dei soggetti e delle decisioni che presiedono alla realizzazione di un intervento (diretto o semplicemente normativo) di edilizia a basso costo o comunque diretta a utenti con limitate possibilità economiche. A partire dalle leggi per arrivare agli amministratori, ai responsabili politici e tecnici, alle strutture di indagine e controllo, ai progettisti.
Non a caso tra i primi a cercare di riaccendere la questione del welfare abitativo vi è stata una fondazione a sfondo giuridico. L’occasione è arrivata, nel novembre del 2007, con il terzo convegno di un’associazione indipendente di magistrati (la fondazione bolognese intitolata a Carlo Maria Verardi), dedicato a Il diritto di abitare. I magistrati, con un’opera di supplenza che solo in Italia si può capire, hanno individuato nelle carenze legislative e amministrative in sostegno alle famiglie che faticano a trovare casa o a pagarsi un mutuo o un affitto una delle ragioni della conflittualità urbana e dell’integrazione lenta e imperfetta delle comunità di nuovo arrivo.
Nel convegno hanno chiesto quindi a vari esperti di ogni genere – CENSIS, CRESME, progettisti, sindacati inquilini e proprietari – di delineare una fotografia credibile del problema. È stato poi chiesto ai ministri e dirigenti locali e nazionali presenti di intervenire sul piano legislativo. Oggi, risolvere la questione della casa, alla luce di quanto finora scritto, non è però facile. Trovati i fondi che non ci sono oppure sono pochissimi, il legislatore e, a seguire, l’amministratore hanno due opzioni.
La prima è continuare a ‘costruire la periferia’, ignorando la crisi di cultura che abbiamo descritto e perseverando nella realizzazione di programmi di edilizia assistita (possibilmente a basso costo ed ecologicamente corretta) in aree sempre più suburbane. La seconda è ‘lavorare nell’esistente’ con politiche diversificate, cioè finanziare affitti controllati nell’edilizia commerciale urbana, collegarsi ai programmi di microcredito (in espansione), operare nel campo del restauro e del riuso, riqualificare centri storici, cercare ove possibile occasioni per la densificazione dei tessuti urbani, ricercare insomma il concetto di periferia nei mille luoghi, nei mille soggetti e nelle mille forme nei quali oggi si dissimula, rinunciando all’idea di periferia come idea di un ‘modello di città’.
Per chi ha un approccio più ideologico (non ha importanza se di carattere politico o architettonico), questa politica non piace molto, perché implica un confronto serrato e continuo con i privati e perché rinuncia a costruire le periferie come un modello di città che sia anche la proiezione formale di un modello di società. Ma ha il pregio di quella flessibilità che è il requisito primo e necessario per capire dov’è oggi il concetto di periferia e per cominciare ad affrontarne i problemi.
È vero anche che le amministrazioni centrali e locali non possono abdicare del tutto al loro ruolo di stimolo e alimento per una cultura positiva dell’abitare urbano. Il loro intervento diretto è essenziale anche per rimettere in moto la ricerca e la fantasia di progettisti finora troppo distratti. A voler essere ottimisti per il futuro si può prevedere il diffondersi di strategie integrate, nelle quali diventi possibile lavorare sia sulla sparizione del concetto tradizionale di periferia e sui suoi frammenti dispersi, sia sulla proposizione diretta di interventi esemplari, incentrati soprattutto sull’integrazione sociale e sulla consapevolezza energetica. (Pippo Ciorra)
BIBLIOGRAFIA:
Less aesthetics more ethics, a cura di D.O. Mandrelli, 7a Mostra internazionale di architettura, Venezia 2000 (catalogo della mostra).
Mutations, éd. S. Boeri, R. Koolhaas, S. Kwinter, Arc en rêve centre d’architecture, Bordeaux 2000 (catalogo della mostra).
La grande ricostruzione. Il piano INA-Casa e l’Italia degli anni ’50, a cura di P. Di Biagi, Roma 2001.
A. Bonomi, La comunità maledetta, Torino 2002.
USE: Uncertain States of Europe. Dentro la città europea, a cura di Multiplicity, Bordeaux, Arc en rêve centre d’architecture, 2000-2001, XX Triennale di Milano, Palazzo dell’arte, 2002, Milano 2003 (catalogo della mostra).
R. Ingersoll, Sprawltown. Cercando la città in periferia, Roma 2004.
S. Mehta, Maximum city. Bombay lost and found, New York 2004 (trad. it. Torino 2006).
La città infinita, a cura di A. Bonomi, A. Abruzzese, Triennale di Milano, Palazzo dell’arte, Milano 2004 (catalogo della mostra).
Il luogo (non) comune. Arte spazio pubblico ed estetica urbana in Europa, a cura di B. Pietromarchi, Roma-Barcellona 2005.
Città architettura e società, a cura di R. Burdett, S. Ichioka, 10a Mostra internazionale di architettura, Venezia 2006 (catalogo della mostra).
U. Melotti, Le banlieues. Immigrazione e conflitti urbani in Europa, Roma 2007.
B. Secchi, La città nel ventesimo secolo, Roma-Bari 2008.
«Questione giustizia», 2008, 1, n. monografico: Il diritto di abitare, a cura di G. Gilardi.
(da http://www.treccani.it/enciclopedia/la-fine-delle-periferie_%28XXI-Secolo%29/

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DE RITA “RACCONTA” ROMA E LE SUE «PERIFERIE ABBANDONATE»

di Andrea Acali, 2 maggio 2019 da http://www.ildomaniditalia.eu/
(Già pubblicato sulla rivista Romasette il 30 Aprile 2019)
– Per il presidente del Censis, non funziona il meccanismo dell’«esaltazione della cronaca». L’invito a «fare società, senza delegare alla politica», un mese dopo la visita del Papa in Campidoglio –
Un mese fa la visita di Papa Francesco in Campidoglio: la visione di una Roma «città dei ponti mai dei muri», l’invito ai romani ad essere «artigiani di fraternità», l’appello a individuare «risorse di creatività e di carità necessarie per superare le paure». Ne parliamo con il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, profondo conoscitore della storia recente della città.
Il Papa ha citato il convegno “sui mali di Roma” del 1974, di cui lei fu uno dei protagonisti. Cosa è cambiato da allora?
Una delle ipotesi che si fece nelle nostre relazioni iniziali era che le periferie, i borghetti erano sempre più poveri e che si abbandonava il ceto medio. Sembrava che fornissimo una chiave di lettura superata, da dopoguerra. E invece la società romana si è evoluta proprio in quella direzione: i ricchi sempre più ricchi e una fascia marginale sempre più povera. Certo, situazioni come quella di Borghetto Latino non sono come quelle di Casilino o Torre Angela ma non sono neppure troppo lontane. La seconda cosa è la provocazione che rappresentò il convegno: la speranza di un nuovo modo di governare. Fu interpretato come un atto contro la Dc, un tentativo di sostituire la classe dirigente dell’epoca. Si chiedeva una cultura di governo diversa e oggi è lo stesso: serve qualcuno che governi non solo la città ma il Paese.
Lei ha fatto riferimento ai borghetti di 45 anni fa e alle periferie di oggi che in qualche modo continuano ad essere “in sofferenza”. Di cosa c’è bisogno per farle crescere?
Noi, intendo i promotori del convegno, dal cardinale vicario Poletti a don Luigi Di Liegro a monsignor Clemente Riva, avevamo una chiara concezione: che per Roma, le periferie e le povertà romane serviva una grande mobilitazione sociale. Non si trattò soltanto di un convegno intellettuale. Non ho più visto a Roma una iniziativa in cui ad ascoltare le relazioni iniziali ci fosse la basilica di San Giovanni gremita e nei giorni successivi 14 tra sale e cinema pieni. Anche oggi bisogna creare una socializzazione forte, senza delegare alla politica. Non basta predicare il Vangelo, bisogna mobilitare gruppi, fare società. Faccio un esempio. Nei giorni scorsi sono stato a Casal Bernocchi. È una realtà buia, piena di solitudine, non c’è un punto di aggregazione, a parte la parrocchia e una pizzeria; non c’è società, ed è quello che bisogna fare. Nel febbraio 1974 si confrontarono in fondo due modi di vedere la Chiesa: uno che tendeva a fare le sue proposte culturali e uno che propugnava, con Di Liegro in testa, una riforma delle dinamiche pastorali che si traduceva in opere, in mense, in dormitori, assistenza agli anziani, in una testimonianza alta. Però dopo 45 anni siamo ancora lì, non c’è stata una grande capacità di assorbire questi problemi.
Alla luce dei recenti episodi di intolleranza nei confronti dei rom e dell’atteggiamento nei confronti degli immigrati, ritiene che Roma sia ancora una città accogliente?
No, sebbene girando per Roma si vedono anche episodi di integrazione. I rom sono stati sempre un elemento che colpisce qualche nervo scoperto, anche i miei genitori 70 anni fa ne parlavano
male. Sono un mondo diverso e non possiamo mescolarli con gli immigrati o con gli altri poveri. Quando è iniziato il processo migratorio, 30 anni fa, era tutto molto più tranquillo.
Cosa non funziona oggi?
Un meccanismo che ritengo tragico: quello dell’esaltazione della cronaca. Chi vive nelle periferie sente la televisione e legge i giornali. E si impaurisce sulle notizie di cronaca. Anche se poi la cronaca romana non è che riporti tutti questi fatti tragici di abominio morale, sessuale, criminale… Ma nessuno può negare che ci sia una politica basata sulla cronaca, fatta a colpi di tweet. Questa esaltazione della cronaca riduce di molto ogni approccio culturale nei confronti di questa realtà. Lo dico con un pizzico di ironia: una volta la cronaca la gestiva il parroco e spesso risolveva le cose con un’omelia. Oggi per fortuna non è più così ma purtroppo la cronaca la fanno politici, a mio avviso di serie b, che la cavalcano e scatenano aggressività.
Il Papa ha fatto riferimento alle dotazioni che dovrebbe avere la Capitale ed è recente la polemica tra Salvini e Raggi. Quali pensa che siano le priorità per Roma?
La gestione ordinaria della città. Roma non ha un governo, non ha un’amministrazione ordinaria. Non so quante migliaia siano gli impiegati capitolini ma non governano Roma. Non funziona la macchina operativa intermedia. Non possiamo strillare contro i rifiuti per strada quando non si sa neppure chi sono i dirigenti che dovrebbero risolvere la questione. Assistiamo solo alla sostituzione di assessori ma gli assessori non contano, valgono i direttori generali, i vicedirettori, gli amministrativi… lasciamo perdere la grande politica. È come una grande azienda: servono i Marchionne ma poi sono indispensabili i corpi intermedi. Se non si sistema la macchina amministrativa continueremo a bruciare sindaci che non cadranno su grandi fenomeni ma su banalità o sulle esigenze quotidiane: i rifiuti piuttosto che gli scontrini del bar.
Tutto questo è per mancanza di senso civico?
Non so perché, ci siamo lasciati andare tutti. C’è stato uno sbraco progressivo. Forse un peso l’ha avuto una certa politica clientelare. Ma purtroppo oggi tirano un po’ tutti a campare ed è un po’ il corrispettivo del fatto che nelle periferie non c’è più l’attenzione all’aspetto sociale.

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LE PERIFERIE, PRIORITÀ NAZIONALE: NON È QUESTO IL MODO

di Sergio Brenna, da EDDYBURG http://www.eddyburg.it/, 21/1/2018
– Una valutazione fortemente critica del modo in cui la camera dei deputati intendeva affrontare il problema delle periferie, vitale per la città d’oggi. –
Il numero 48-49 di Edilizia e Territorio del 18/30 dicembre 2017, dà notizia che “La Commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati (nata nel luglio 2016) ha concluso i suoi lavori, e nella relazione finale di 800 pagine propone OTTO LINEE DI AZIONE PER FARE DELLE PERIFERIE UNA PRIORITÀ NAZIONALE: un coordinamento unitario da parte dello Stato, programmi speciali per dieci anni con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, il ritorno delle politiche pubbliche per la casa (anche qui con nuovi fondi), una riforma urbanistica nazionale, politiche della sicurezza che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata) e politiche di integrazione, politiche attive di inclusione sociale (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), incentivi per impiantare attività economiche nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), forme stabili di coinvolgimento dei cittadini”
LA PRIMA LINEA D’AZIONE PREVEDE UNA GOVERNANCE NAZIONALE UNITARIA. Per dare centralità alle politiche urbane superando l’attuale frammentazione di competenze e politiche tra vari ministeri e creando un Dipartimento stabile presso la Presidenza del Consiglio, o un’Agenzia pubblica, ma anche di rivitalizzare il Cipu, il Comitato interiministeriale per le politiche urbane, creato nel 2012 e mai fatto funzionare. Si propone inoltre la creazione di una stabile Commissione bicamerale su città e periferie. Insomma, buone intenzioni con scarsi effetti pratici, ma – come dicono le vecchie volpi del Parlamento – una Commissione, un Dipartimento, un’Agenzia, un Comitato non si nega a nessuno e fanno sempre buona impressione di cambiamento di stile.
LA SECONDA LINEA D’AZIONE PREVEDE UN PROGRAMMA PLURIENNALE STABILE DA PARTE DELLO STATO PER LE PERIFERIE inteso come estensione e sistematizzazione di quello dei governi Renzi-Gentiloni (2,1 miliardi di euro stanziati nel 2016 e 2017), ma suggerendo la possibilità di superare il meccanismo della distribuzione a pioggia finora utilizzato (un po’ per ogni Comune capoluogo), o dei bandi per punteggi, a favore della individuazione di “aree bersaglio”, quelle cioè con i maggiori fattori di disagio sociale, economico, urbano, individuate dall’Istat con i nuovi parametri elaborati quest’anno.
Anche qui, un po’ ripetizione del dejà vu, un po’ promessa di novità, col rischio però di aumentare l’effetto “vincita della lotteria del disagio”.
LA TERZA LINEA D’AZIONE PREVEDE DI INVESTIRE RISORSE STABILI PER CREARE NEI COMUNI DELLE AGENZIE SOCIALI DI QUARTIERE, UNA SORTA DI “SPORTELLO UNICO” di tutti i servizi di inclusione sociale, come i fondi affitti, le domande di case popolari, il nuovo Reddito di inclusione (Rei), le politiche attive del lavoro, la formazione, i servizi per la disabilità, etc., usando personale nuovo, giovane e professionalizzato verso politiche di welfare innovative (co-housing, percorsi di inclusione attiva, estensione dell’esperienza “scuola al centro”, le scuole come punto di riferimento attivo del quartiere). Anche qui, a parte l’accenno al personale “nuovo e giovane” (ci manca solo che si dica “di bell’aspetto, altrimenti astenersi”: sarà l’esempio dell’ “ Effetto Bellomo” nei corsi CSM ?) non mi pare si indichino novità sostanziali.
LA QUARTA LINEA D’AZIONE È DESTINATA AL RITORNO DELLE POLITICHE ABITATIVE CON NUOVI FONDI PER LA CASA. Come riporta “Edilizia e Territorio”: «Dall’abolizione dei fondi ex-Gescal nel 1998 non esiste più un fondo nazionale per l’edilizia sociale (sovvenzionata e agevolata, la vecchia Erp), ma con la crisi il problema è esploso. Su circa 900mila alloggi pubblici esistenti, le domande di famiglie per la casa popolare sono esplose a circa 650mila, con 49mila alloggi occupati abusivamente. Gli alloggi di edilizia sociale sono solo il 4% del totale in Italia, contro il 17% della Francia, il 23% in Germania, il 32% in Inghilterra. La commissione propone, quindi, di ristabilire «nuovi e regolari finanziamenti», «almeno 200 -250 milioni all’anno solo per la manutenzione straordinaria del patrimonio esistente: molti alloggi sono inutilizzati per mancanza di manutenzione». Ora – a parte che sembrano essere stati quantificati solo i fondi per la manutenzione straordinaria per il ripristino di alloggi inutilizzabili, ciò che non consentirebbe certo di recuperare lo scarto di dotazioni di alloggi pubblici e sociali rispetto agli altri paesi europei – c’è da rilevare che, sia per il diffondersi degli strumenti di “urbanistica contrattata”(di cui parlerò in relazione al punto sesto) sia per scarsa attenzione e disabitudine dei Comuni nei confronti del problema, le aree incluse nei Piani di Zona che dovevano coprire dal 40% al 70% del fabbisogno abitativo decennale previsto nei PRG si sono oggi pressochè completamente esaurite e non si sa bene dove i nuovi fondi per nuovi alloggi (se effettivamente ci saranno) potrebbero essere rapidamente investiti.
Sorvolo sul QUINTO PUNTO D’AZIONE CHE RIGUARDA LE POLITICHE DI MAGGIOR SICUREZZA CHE QUI C’ENTRANO COME I CAVOLI A MERENDA, e vengo al SESTO PUNTO D’AZIONE CHE PREVEDE NUOVE POLITICHE PER LA RIGENERAZIONE URBANA TRAMITE UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE (solo di principi, in base al dettato costituzionale sulla ripartizione di compiti con le Regioni) “che renda omogenee ed effettive su tutto il territorio nazionale alcune innovazioni regionali degli ultimi anni (piano urbanistico strutturale e operativo, perequazione- compensazione, piani di area vasta, etc…), aggiungendo poi due proposte innovative: rendere stabile il contributo straordinario sulle trasformazioni urbanistiche private, non solo per le varianti come oggi, ma come quota fissa di extraoneri calcolata sulla valorizzazione economico- immobiliare, una sorta di nuova tassa di costruzione (non quantificata) per finanziare “la città pubblica” (spazi, edifici, case); e la riforma degli standard urbanistici, fermi dal 1968, introducendo tipologie di servizi nuove per anziani, integrazioni immigrati, altre politiche sociali necessarie).”

   E qui bisogna intendersi bene per non rischiare di far passare per “innovazione” quella che per alcuni vorrebbe essere una vera e propria “controriforma” rispetto alle conquiste della Legge “Ponte” n. 765/67 e alla Legge Bucalossi n. 10/77 (oltre che – come accennato più sopra – a quelle della 167/62 e 865/71 per la disponibilità di aree per l’Edilizia Residenziale Pubblica): le Regioni hanno svolto una prima fase “progressiva” rispetto a quelle leggi – a partire dalla “gloriosa L.R. della Lombardia n. 51/75 – chiedendo che gli “standard” di dotazioni pubbliche dei singoli Piani di Lottizzazione salissero dai 18 mq/abitante imposti nei PRG dal D.M. n.1444768 che attuava la Legge “Ponte” ai 24-28 mq/abitante di tutte le regioni più socio-economicamente sviluppate (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Umbria, Campania, sino alla Basilicata nel 1989) che uniti agli standard “territoriali” di parchi e grandi servizi, sommavano a 40-45 mq/abitante complessivi. I primi (gli standard “di zona”) sono stati nel tempo via via in gran parte realizzati dai Comuni, i secondi (gli standard “territoriali”), pur disegnati nei PRG, non sono quasi mai stati “messi in carico” ai Piani Attuativi e rischiano via via di scomparire sotto la pressione dei ricorsi delle proprietà private su cui gravano, per ottenere la decadenza ultraquinquennale dei vincoli pubblici inattuati (il caso più clamoroso a me noto – ma certo non l’unico e non l’ultimo – è l’ex Trotto attiguo allo stadio di calcio di S. Siro a Milano, trasformato da verde pubblico sportivo ad area edificabile con una Determina Dirigenziale del 2014 all’insaputa del Consiglio Comunale, per timore del minacciato ricorso della proprietà, la società di scommesse SNAI).
Dal 1990 in poi, con sempre più frenetica susseguenza, la legislazione urbanistica è andata sfrangiandosi in una serie di provvedimenti contingenti e disorganici (Accordi di Programma, Patti Territoriali, Contratti di quartiere, Programmi Integrati di Intervento, Piani evento occasionali: Colombiadi, Mondiali di calcio, Giubileo, legge sugli stadi, ecc.), dove, in nome della rapidità attuativa e delle contingenti necessità economiche, si è consentito agli Enti pubblici di pianificazione il sempre più pervasivo ricorso ad interventi proposti direttamente dagli operatori privati in deroga a qualunque obiettivo generale pubblicamente condiviso (come già era accaduto dal dopoguerra sino al 1967 con le “convenzioni contro o senza PRG”), incentivato negli ultimi decenni dal meccanismo finanziario-immobiliare delle dismissioni di fabbriche e grandi servizi otto-novecenteschi (officine e scali ferroviari, ex caserme, ospedali, manicomi, sanatori, ecc) indotte nei paesi ad economia matura dalla globalizzazione tecnico-economico-produttiva.
L’urbanistica, quindi, dopo essere stata al centro di grandi aspettative e rivendicazioni sociali negli anni Sessanta-Ottanta, negli ultimi decenni non gode ormai più di buona fama e il suo posto nell’immaginario sociale collettivo dell’aspettativa di un futuro migliore è stato preso dall’ambientalismo ecologista o dal liberismo dalle regole insediative al fine di incentivare l’attività economica imprenditoriale o le esigenze familiari private (liberalizzazione d’uso di seminterrati, sottotetti, box, ecc.), col rischio che ciò si riveli alla fine un obiettivo illusorio e succube del neoliberismo economico, oggi prevalente, che ritiene un lusso insostenibile mantenere le regole di un progetto di territorio e città, pubblicamente individuato e condiviso, ciò che è stato il pensiero fondante dell’urbanistica moderna, e alimenti, invece, una sostanziale sfiducia negli esiti di un progetto collettivo di lungo periodo prodotto dall’applicazione delle norme sui rapporti tra densità edificatorie e spazi pubblici, faticosamente conquistate fra il 1967-’68 (Legge Ponte e DM sugli standard) e il 1975-’77 (prime leggi regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia, Liguria, Toscana e, infine, Legge Bucalossi sul regime dei suoli).
Infatti, la Relazione finale della Commissione, sotto l’egida delle larghe intese che ha portato alla quasi unanimità nel voto di approvazione (con la sola astensione dell’ex picchiatore missino Rampelli, oggi Fratelli d’Italia, forse insoddisfatto dell’approccio non abbastanza “securitario”), non rinuncia ad usare a pretesto “l’innovazione” per dare un ulteriore colpo al quadro delle minimali conquiste strappate a fatica e non senza residue contraddizioni tra il 1967 e il 1977 (dotazioni minime di 18 mq/abitante di spazi pubblici nei PRG e PPE, distanza tra gli edifici pari all’altezza di quello più alto con un minimo di 10 metri tra pareti finestrate, densità fondiaria massima di 7 mc/mq se si interviene senza Piano urbanistico attuativo o senza realizzarne tutte le aree pubbliche prescritte), anche se surrettiziamente non deroga ai contenuti del DM n. 1444/68, ma recepisce dalle regioni l’avvenuto utilizzo sporadico di norme derogatorie (a quantità per legge definite minime e inderogabili!) senza alcun limite minimo alla derogabilità.
Accettare di istituzionalizzarne “a regime” quella progressiva demolizione a fronte della promessa di edifici “intelligenti”, “verdi”, energeticamente autosufficienti” e “riciclabili” (insomma, l’ideologia delle “smart cities”), in uno scambio ineguale tra liberismo pubblico e virtù privata, o cedere alla lusinga di una “città pubblica” con nuove tipologie di servizi destinati ad anziani, integrazioni immigrati, altre politiche sociali, rimanendo però fermi o tornando ai 18 mq/abitante del 1968 (come ha fatto la Lombardia formigonian-leghista con la L.R. 12/2005 – e in fieri si propone il progetto di legge urbanistica regionale dell’ex rossa Emilia Romagna – che addirittura già ora considera l’edilizia residenziale pubblica come assolvimento di una quota dei servizi a “standard”) anziché puntare ai 45-50 mq/abitante delle più moderne società europee, credo sarebbe la resa ad un “pensiero unico” di privatismo cui è colpevole che la sinistra si rassegni.
Se ancora appare accettabile l’introduzione della separazione tra Piano strutturale a tempo indeterminato e Piano operativo di durata 3-5 anni (per far fronte alla decadenza quinquennale dei vincoli pubblici, illogicamente sancita dal Parlamento in recepimento di una sentenza della Corte Costituzionale che fissaa solo la necessità di un termine temporale, e su cui – quindi – occorrerebbe tornare a riflettere), su tutto il resto occorre, invece, una visione alternativa volta a superare i limiti delle conquiste ottenute nel ’67-’77 (come noto, importanti, ma parziali per la feroce opposizione conservatrice che i iniziativa pubblica, alla messa in carico ai piani attuativi di standard non solo di zona, ma anche generali; all’obbligo di destinare gli oneri a opere pubbliche e non a spese correnti e le “monetizzazioni” ad acquisizione di nuove aree pubbliche; all’uso specifico del contributo “Bucalossi” distintamente dagli oneri, ecc), e all’abbandono dei “pastrocchi” procedurali introdotti dal 1990 in poi (PII, AdP, PRU, ecc. in deroga allo strumento generale; standard “s-qualitativi”, urbanistica “contrattata” simil anni ’50-’60, ma in più accattivante e perniciosa versione 2.0 finanziarizzata e globalizzata, ecc.) che rinnovano le “convenzioni ad personam” degli anni ’50-’60, anziché istituzionalizzarli con una “controriforma urbanistica” già lumeggiata in primis dalle “controriforme” regionali (in essere o in fieri) di Lombardia ed Emilia-Romagna. (SERGIO BRENNA)
POSTILLA
Le proposte di intervento per restituire umanità e vivibilità alle periferie, puntualmente criticate da Sergio Brenna, sono di fatto decadute con lo scioglimento del Parlamento e l’indizione delle elezioni del nuovo Parlamento. Ma restano una eredità “culturale” alla quale sarà difficile sottrarsi se non si avranno le idee chiare sul cosa fare. Per assicurare un’effettiva soluzione del problema drammatico delle periferie e soprattutto dei loro abitanti, occorrerà seguire un percorso radicalmente diverso.
Questo percorso dovrà iniziare con le elezioni del 4 marzo, portando in Parlamento persone che conoscano dall’interno le condizioni di vita delle periferie, persone competenti sulle questioni dell’abitazione, della città e del territorio, persone non coinvolte con le politiche in materia che hanno dominato fino a oggi nel parlamento e nel governo: politiche orientate a difendere e agevolare l’abbandono della pianificazione e l’aumento dell’affarismo immobiliare, a promuovere e accrescere “la città della rendit”a, non a costruire, come è necessario e possibile, “la città dei cittadini”. (EDDYBURG)

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http://www.andreacausin.it/wp-content/uploads/2018/01/FASCICOLO-ATTIVITA-DELLA-COMMISSIONE.pdf

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016 con l’elezione del presidente ANDREA CAUSIN e dei componenti dell’Ufficio di presidenza, i vicepresidenti Morassut e Castelli e i segretari Librandi e Misiani. Dal momento della costituzione fino al 14 dicembre 2017, la Commissione ha svolto le attività di seguito indicate, che hanno concorso alla raccolta degli elementi informativi poi confluiti nella relazione sull’attività svolta, oggi approvata. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati auditi 38 tra soggetti istituzionali ed esperti e 44 tra associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, nonché 29 riunioni dell’Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, per un complesso di circa 80 ore di seduta. La Commissione ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a Roma Capitale. In particolare, la Commissione si è recata a:
ROMA, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini dei Municipi IV (San Basilio) e V (Tor Sapienza) nonché un sopralluogo presso il campo Rom di via Salviati; in visita a Tor Bella Monaca, insieme alla Presidente della Camera dei deputati; con sopralluoghi al parco di Centocelle, ai campi Rom di via Salone e della “Barbuta” e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini dei Municipi IV, V, VI, VII e IX; con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di 10
istituzioni locali e di associazioni di cittadini presso il teatro di Tor Bella Monaca, presso il TMB di via Salaria, presso il Mitreo Iside di Corviale e presso la Stazione Tiburtina.
BARI, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini nei quartieri San Pio, Japigia, Libertà, San Paolo e San Nicola;
BOLOGNA con la partecipazione a un convegno in materia di periferie e sopralluoghi presso il comune di Calderara di Reno e nei quartieri del Pilastro e della Bolognina;
GENOVA, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini nel centro storico, e nei quartieri Cep, Cornigliano, Sampierdarena, Campasso, Diamante, Bolzaneto, Valbisagno;
MILANO, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini nei municipi VII, presso il Laboratorio di quartiere a piazza Selinunte, e VIII (quartieri Erp) e nei comuni di Sesto San Giovanni, Cinisello e Pioltello;
NAPOLI, con sopralluoghi e incontri nei quartieri di Scampia e di Sanità;
PALERMO, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini nel centro storico, nei quartieri Z.E.N., Brancaccio e Teatro Sole, nel campo nomadi all’interno del Parco della Favorita e nei comuni di Carini, di Casteldaccia e di Villabate;
TORINO, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini nei campi nomadi di via Germagnano e di Strada aeroporto, nei quartieri Le Vallette, Falchera Nord, Barriera dei Milano ex Incet, Borgo Dora, Mirafiori, Giardini Colonnetti, e Le Due Torri, nei comuni di Moncalieri e Nichelino;
VENEZIA, con sopralluoghi e incontri con rappresentanze di istituzioni locali e associazioni di cittadini a Mestre e a Porto Marghera. Nel corso delle missioni sono state audite o incontrate 131 tra associazioni, comitati e singole personalità.

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(da http://opencms10.cittametropolitana.mi.it/ di Alessandro Arona – 15 Dic 2017)
COMMISSIONE PERIFERIE: 8 PROPOSTE PER METTERE AL CENTRO LE POLITICHE URBANE
La crisi economica degli ultimi dieci anni ha concentrato nelle periferie urbane le crescenti disuguaglianze, i problemi di integrazione, l’insicurezza, il crescente degrado di edifici e spazi pubblici. La Commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati (nata nel luglio 2016) ha concluso i suoi lavori, e nella relazione finale di 800 pagine (on line nei prossimi giorni su camera.it) propone OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: un coordinamento unitario da parte dello Stato, programmi speciali per dieci anni con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, il ritorno delle politiche pubbliche per la casa (anche qui con nuovi fondi), una riforma urbanistica nazionale, politiche della sicurezza che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata) e politiche di integrazione, politiche attive di inclusione sociale (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), incentivi per impiantare attività economiche nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), forme stabili di coinvolgimento dei cittadini.
LA RELAZIONE
(…) «Abbiamo fatto 32 riunioni plenarie – ha riassunto il presidente della Commissione Andrea Causin – e 29 dell’ufficio di presidenza; abbiamo avuto in audizione 82 soggetti tra enti e associazioni; abbiamo fatto 12 missioni nelle città metropolitane. La relazione ha 800 pagine tra dati, analisi e proposte. Ma non riteniamo concluso il lavoro d’inchiesta sulle periferie, e proponiamo che la prossima legislatura renda permanente questa esperienza con una Commissione bicamerale per le città e le periferie». La relazione finale della Commissione è stata provata quasi all’unanimità, con la sola astensione di Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia), che pure ha collaborato attivamente alla parte della relazione sulla sicurezza. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale. Vediamo in sintesi le proposte della Commissione.
PRIMO: una governance nazionale unitaria Per dare centralità alle politiche urbane bisogna superare l’attuale frammentazione di competenze e politiche tra vari ministeri. Si propone di creare un Dipartimento stabile presso la presidenza del Consiglio, o un’Agenzia pubblica, ma anche di rivitalizzare il Cipu, il Comitato interministeriale per le politiche urbane, creato nel 2012 e mai fatto funzionare. Si propone inoltre la creazione di una stabile Commissione bicamerale su città e periferie.
SECONDO: un Programma pluriennale periferie. La Commissione d’inchiesta propone di lanciare un programma pluriennale stabile, da parte dello Stato, «per le città», inteso come estensione e sistematizzazione del Piano periferie dei governi Renzi-Gentiloni (2,1 miliardi di euro stanziati nel 2016 e 2017). La commissione, pur non prendendo una posizione netta, suggerisce la possibilità di superare il meccanismo della distribuzione a pioggia finora utilizzato (un po’ per ogni Comune capoluogo), o dei bandi per punteggi, a favore della individuazione di “aree bersaglio”, quelle cioè con i maggiori fattori di disagio sociale, economico, urbano, individuate con i nuovi parametri elaborati quest’anno dall’Istat. Si deve comunque trattare di programmi misti tra interventi materiali e immateriali, «e riteniamo – ha detto il vice-presidente Roberto Morassut (Pd), a nome della Commissione – che servano almeno 2-2,5 miliardi di euro all’anno. È quello che stanno facendo gli altri grandi paesi europei: politiche abitative, mobilità sostenibile, digitalizzazione, inclusione sociale, riqualificazione urbana».
TERZA PROPOSTA: politiche attive per il sociale È una delle proposte più innovative. La commissione propone di investire risorse stabili per creare nei Comuni delle Agenzie sociali di quartiere, una sorta di “sportello unico” di tutti i servizi di inclusione sociale, come i fondi affitti, le domande di case popolari, il nuovo Reddito di inclusione (Rei), le politiche attive del lavoro, la formazione, i servizi per la disabilità, etc. Serve personale nuovo, giovane e professionalizzato. E servono – suggerisce la commissione – politiche di welfare innovative (co-housing, percorsi di inclusione attiva, estensione dell’esperienza “scuola al centro”, le scuole come punto di riferimento attivo del quartiere).
QUARTO: il ritorno delle politiche abitative. Dall’abolizione dei fondi ex-Gescal nel 1998 non esiste più un fondo nazionale per l’edilizia sociale (sovvenzionata e agevolata, la vecchia Erp), ma con la crisi il problema è esploso. Su circa 900mila alloggi pubblici esistenti, le domande di famiglie per la casa popolare sono esplose a circa 650mila, con 49mila alloggi occupati abusivamente (su cui la commissione propone massima severità, insieme a piani locali per risolvere le situazione di vero disagio). Gli alloggi di edilizia sociale sono solo il 4% del totale in Italia, contro il 17% della Francia, il 23% in Germania, il 32% in Inghilterra. La commissione propone di ristabilire «nuovi e regolari finanziamenti», «almeno 200-250 milioni all’anno solo per la manutenzione straordinaria del patrimonio esistente: molti alloggi sono inutilizzati per mancanza di manutenzione».
QUINTO: politiche per la sicurezza La commissione approva la nuova politica di “sicurezza integrata” del decreto Minniti (Dl 48/2017), severità insieme a politiche sociali coordinate con i Comuni, ma propone più impegno per far funzionare presto e in tutte le grandi città i Comitati metropolitani (sindaco, prefetto, polizia) creati dal Dl 48. «Serve un più serrato controllo delle periferie da parte delle forze dell’ordine» scrive la commissione, e anche un riordino del codice penale per ridare severità ai piccoli reati percepiti di allarme sociali dalle popolazioni, ma anche politiche di integrazione valorizzando il terzo settore e l’associazionismo. Tra le emergenze da affrontare: i campi Rom e il traffico illecito di rifiuti («va attuata la styratehia nazionale 2012 di inclusione di Rom, Sinti e Camminanti; con severità sul rispetto delle leggi, e con politiche per instradare i ragazzi a scuola e al lavoro»); gli «invisibili» nelle città, stimati in 600mila, spesso ignorati nella loro marginalità; il racket della prostituzione; le occupazioni abusive di immobili.
SESTA PROPOSTA: politiche per la rigenerazione urbana La commissione rilancia l’esigenza di una riforma urbanistica nazionale (di principi, in base alla Costituzione), che renda omogenee ed effettive su tutto il territorio nazionale alcune innovazioni regionali degli ultimi anni (piano urbanistico strutturale e operativo, perequazione-compensazione, piani di area vasta, etc…), aggiungendo poi due proposte innovative: rendere stabile il contributo straordinario sulle trasformazioni urbanistiche private, non solo per le varianti come oggi, ma come quota fissa di extra-oneri calcolata sulla valorizzazione economico-immobiliare, una sorta di nuova tassa di costruzione (non quantificata) per finanziare “la città pubblica” (spazi, edifici, case); e la riforma degli standard urbanistici, fermi dal 1968, introducendo tipologie di servizi nuove per anziani, integrazioni immigrati, altre politiche sociali necessarie).
SETTIMA PROPOSTA: rilancio dell’economia urbana Per combattere la “desertificazione” di negozi e attività artigianali in molte periferie, la commissione propone incentivi e finanziamenti per favorire il reinsediamento o sostenere le start-up.
OTTAVA PROPOSTA: la partecipazione Promuovere e sostenere forme stabili di coinvolgimento dei cittadini, di dialogo e consultazione di singoli e associazioni, sia per progetti speciali sia “nell’ordinario”.

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Intervista del SOLE24ORE al Presidente della Commissione speciale Periferie della Camera dei deputati

SERVE UN PIANO MARSHALL

Pubblichiamo l’intervista a Andrea Causin (membro del gruppo FI-PDL) publicata dal Sole24ore Edilizia e Territorio del 21 agosto 2017*
Periferie: Causin: «Sicurezza e sviluppo per rilanciarle, serve un Piano Marshall» di Alessandro Arona
Il presidente della Commissione: «Rendere stabile il Piano statale, con un mix di edilizia, lotta alla criminalità, aiuti start up e onlus»
«Serve un piano Marshall per le periferie italiane: ci vivono circa 20 milioni di persone (tra periferie delle grandi città e altre aree marginali) e lì si concentrano problemi come la disoccupazione giovanile, le difficoltà di integrazione con gli immigrati, il degrado edilizio e sociale, il controllo della criminalità e i relativi fenomeni dello spaccio, della prostituzione di strada, del racket delle case popolari. Dobbiamo farne una priorità nazionale».
A sostenerlo in questa intervista è Andrea Causin, presidente della Commissione speciale di inchiesta della Camera sulle periferie, dopo un anno di lavoro a Montecitorio e con numerosi sopralluoghi e visite nelle periferie più degradate d’Italia.
«A novembre – spiega Causin – presenteremo una relazione sulla nostra attività di inchiesta e un docufilm (che stiamo facendo insieme alla Rai), ma presenteremo anche un pacchetto di proposte concrete. Dobbiamo ad esempio rendere stabile un programa statale annuale sulle periferie, con ingenti risorse (il piano periferie del governo da 2,1 miliardi di finanziamenti è stata un’ottima iniziativa, ma non basta). Poi servono misure di defiscalizzazione e aiuti alle start up, scegliendo con l’accordo della Ue specifiche aree degradate dove sperimentarle; poi misure di sostegno alle associazioni che sul territorio aiutano l’inclusione sociale; programmi di formazione innovativi, tarati sugli specifici territori di riferimentoe sulla loro economia (attuale e potenziale); e anche un ripensamento sulla depenalizzazione fatta in questi anni di alcuni reati minori, reati come spaccio di piccole quantità di droga, occupazioni abusive o ubriachezza molesta, che nella percezione collettiva contribuiscono molto al degrado del vivere comune e delle periferie».
«Siamo partiti dall’idea delle banlieue di Parigi e Bruxelles – spiega Causin – zone povere abitate da una sola etnia, enclave a forte rischio radicalizzazione, ma in Italia il problema principale delle periferie non è questo, anche perché il rischio di radicalizzazione islamica è fortemente attenzionato dalle nostre forze dell’ordine». «I problemi principali – prosegue Causin – sono invece l’asfissiante controllo della criminalità organizzata al Sud su attività economiche e case popolari, con preoccupanti fenomeni nuovi come la mafia nigeriana della prostituzione nel nord Italia o le bande di sudamericani a Milano. E poi la disoccupazione (specie giovanile) e l’emarginazione sociale, la forte concentrazione di anziani soli, immigrati, famiglie a rischio emarginazione. Il problema casa, che è riesploso negli ultimi anni, e la sua gestione quasi ovunque inefficiente e fallimentare e il peso che in esso hanno forme diverse di criminalità organizzata. I campi Rom. La mancanza di servizi, pubblici e privati».
«Il Piano periferie del governo è stata un’ottima iniziativa – ribadisce Causin – ma ora serve molto di più, un vero “Piano Marshall”, che non riguardi tutti i 120 capoluoghi ma solo le periferie davvero più degradate, e che non premi i vecchi progetti tirati fuori dai cassetti, con l’obiettivo della “cantierabilità”, ma spinga invece ad elaborare progetti più innovativi».
LA COMMISSIONE
La Commissione monocamerale di inchiesta sulle periferie è stata costituita dalla Camera dei deputati il 27 luglio 2016 con il compito di «verificare lo stato del degrado e disagio delle città e delle loro periferie, con particolare riguardo alle implicazioni socio-economiche e di sicurezza».
L’oggetto della commissione – spiega la delibera istitutiva – è interdisciplinare: deve verificare la struttura urbanistica delle periferie, lo stato delle infrastrutture e della mobilità;
ma anche le forme di povertà, marginalità e di esclusione sociale; le realtà produttive, la disoccupazione, il lavoro sommerso, l’esclusione dal processo produttivo; la situazione dei servizi; la sicurezza e la criminalità; la presenza di immigrati e i problemi di integrazione.
Presidente della Commissione è Andrea Causin, 45 anni, prima consigliere Pd in Regione Veneto, poi eletto con Scelta Civica nel 2013 alla Camera, passato poi in Ap di Angelino Alfano, infine (il 20 giugno scorso), confluito nel gruppo di Forza Italia.
Vice-presidenti sono Roberto Morassut (Pd) e Laura Castelli (M5S).
Da noi sentiti, tutti e tre confermano un buon clima di collaborazione in seno alla commissione (l’intervista a Morassute quella a Laura Castelli).
IL CONCETTO DI PERIFERIA
Anche sulla scorta delle audizioni del presidente dell’Istat Giorgio Alleva e del capo della Polizia Franco Gabrielli, Causin spiega che «le periferie non sono più in alcun modo identificabili solo come un luogo geografico, “lontano” dal centro città».
Franco Gabrielli aveva spiegato che le trasformazioni urbane degli ultimi decenni hanno «cambiato anche la nozione di periferia, mettendo a nudo l’insufficienza dei criteri classici della distanza dal centro e dell’esistenza di uno stato di marginalità sociale ed economica. Più di questi fattori assumono oggi rilievo le condizioni della qualità urbana, misurata su parametri afferenti ai livelli di sicurezza, di fruibilità e di vivibilità e l’incidenza che su di essi possono avere i fenomeni sia di degrado, quali la prostituzione da strada, sia criminali, quali lo spaccio di sostanze stupefacenti. Il complesso di questi fattori sta all’origine delle dinamiche che portano le comunità dei quartieri più in sofferenza a smarrire il senso di appartenenza alla città, intesa come luogo condiviso, dove si sviluppano organicamente i rapporti tra gruppi sociali caratterizzati da varietà di comportamenti e culture». Gabrielli ha aggiunto che in Italia non siamo ancora alle enclave monoetniche e monoculturali di Francia e Belgio, «ma ma ciò non toglie che il rischio di una simile involuzione debba comunque essere preso in considerazione e che occorra adottare le misure necessarie affinché esso non si concretizzi».
Il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, ha invece spiegato come l’Istat, sulla base del censimento del 2011 ma anche (ove disponibili) di dati successivi, ha mappato le aree urbane delle grandi città sulla base di 8 gruppi di indicatori:
1) Territorio: indicatori di periferia sono la maggiore densità abitativa, la maggiore incidenza di edifici post-2005 (indice di espansione edilizia), il degrado edilizio (percentuale edifici residenziali in mediocre o pessimo stato di conservazione)
2) Demografico: più alta incidenza di popolazione anziana, ma anche di ragazzi 0-14 anni; più alta incidenza di stranieri.
3) Istruzione: indice di non completamento della scuola dell’obbligo; indice (basso) di adulti con diploma e laurea.
4) Economia/lavoro: più basso tasso di occupazione e più alto tasso di disoccupazione.
5) Vulnerabilità sociale: percentuale Neet (incidenza di giovani 15-29 anni fuori dal mercato del lavoro e della formazione); indicenza famiglie con potenziale disagio economico; tasso di alloggi impropri; indicatore di vulnerabilità sociale e materiale.
6) Valore immobiliare: stima del valore medio immobiliare.
7) Mobilità: indice di centralità (rapporto tra flussi pendolari in entrata e in uscita).
8) Servizi: bassa incidenza di addettiu ad attività creative e culoturali; pochi ospedali; pochi asili nido; offerta di servizi socio-educativi per l’infanzia rispetto alla domanda; indicatori di mancata affluenza scolastica, nei diversi ordini di scuole.
L’INTERVISTA A CAUSIN
Partiamo da qui, presidente, cosa sono le periferie, in Italia?
La periferie non sono un luogo geografico. Sono luoghi dove si concentrano le marginalità, il degrado delle case e degli spazi pubblici, le marginalità sociali, la disoccupazione, la solitudine degli anziani, la conflittualità dove più alta è l’incidenza degli immigrati, la scarsa qualità dei servizi, e soprattutto al Sud il controllo da parte della criminalità organizzata. Gestiscono loro, al posto delle istituzioni, alcune pratiche, come l’accesso alle case popolari, e dunque le occupazioni abusive. Anche a Roma esistono fenomeni di questo tipo, purtroppo, mentre al Nord abbiamo – parlando di criminalità organizzata – l’espansione della mafia nigeriana che gestisce la prostituzione.
Quanto pesa il tema sicurezza sulle periferie?
L’audizione del prefetto Gabrielli ci ha informato di una sensibile diminuzione del numero di reati “violenti” in Italia negli ultimi anni, e del fatto che non c’è una sensibile differenza tra aree centrali e periferie. Questo grazie all’azione efficacie delle forze dell’ordine e all’effetto deterrente dell’operazione Strade sicure. Tuttavia c’è anche un’”illusione statistica” dovuta alla depenalizzazione di una serie di reati minori, come lo spaccio di piccole quantità, le occupazioni abusive, ubriachezza molesta. Penso che la commissione proporrà un ripensamento su queste depenalizzazioni.
Quali sono dunque, in base al lavoro della Commissione, i problemi più gravi delle nostre periferie?
La debolezza economica è un tema chiave, lo spopolamento di attività economiche, piccole attività commerciali o artigianali. Ed è un tema che si intreccia con quello della criminalità organizzata, perché al Sud il peso asfissiante delle mafie impedisce la crescita dell’economia, specie nelle periferie. A Bari San Paolo, ad esempio, ci sono 50mila abitanti e praticamente nessuna attività economica.
Poi c’è il problema della marginalità sociale, ad esempio a Milano ci sono quartieri dove un alto tasso di anziani soli si trova a convivere con famiglie di immigrati, con problemi di integrazione e di incomprensione culturale. In questo un importante ruolo lo svolgono le associazioni che fanno “mediazione” sociale e culturale, e che vanno aiutate.
Il problema “campi Rom” è diffuso, non solo da noi ma in molti paesi europei. Ad esempio abbiamo verificato che spesso i campi Rom gestiscono un traffico di smaltimento illegale di rifiuti (da qui i roghi tossici), che ovviamente viene alimentato anche da imprese gestite da italiani, in genere piccole attività edili o artigianali. La soluzione qui può essere solo un forte controllo sulla legalità, da parte delle forze dell’ordine e della polizia locale, e un forte lavoro di integrazione sui bambini, a partire dalla scuola. In molti casi la situazione rischia di degenerare, le vittime di reati o comunque il quartiere che subisce il degrado ha paura di denunciare.
Le periferie, lo spiegava il presidente dell’Istat, si definiscono poi in particolare per un alto tasso di disoccupazione, per un’alta percentuale di dispersione scolastica e di giovani che non studiano e non lavorano (Neet). Per il degrado edilizio e la più grave presenza del problema casa.
Come metterete a frutto, come commissione, questo lavoro di inchiesta?
A novembre presenteremo la relazione conclusiva, alla presenza del capo dello Stato, e anche un docu-film a cui stiamo lavorando insieme alla Rai. Insieme alla relazione faremo delle proposte: per le periferie italiane serve un vero e proprio “Piano Marshall”, fatto di sicurezza, sviluppo e programmi speciali da rendere stabili.
Partiamo dal Piano periferie del governo Renzi, ora in attuazione con Gentiloni. Come lo giudica onorevole Causin?
Sicuramente un’ottima iniziativa, ma il tema ora è come renderlo strutturale, e come migliorare il coordinamento dei vari piani e dei vari soggetti statali e locali che operano sulle aree urbane. Un programma integrato statale va confermato, senza dubbio, servirebbe un piano decennale, con un bando ogni anno per selezionare i progetti. Però credo che finanziare tutti i 120 capoluoghi di provincia sia sbagliato: le risorse andrebbero concentrare nelle città metropolitane, o sulle aree davvero più degradate dei centri minori, altrimenti si rischia di disperdere le risorse. Un altro difetto del Piano Periferie 2016-2017 è stato poi di premiare i progetti “cantierabili”, il che ha spinto a svuotare i cassetti con i progetti già pronti, che spesso erano solo liste di opere pubbliche. Sicuramente ci sono stati progetti interessanti, frutto di integrazione tra interventi fisici e interventi sociali, con il coinvolgimento attivo di enti e associazioni, ma comunque è stato sbagliato finanziare tutti.
Dunque secondo lei cosa dovrebbe essere maggiormente premiato?
Va premiata la co-progettazione, cioè il coinvolgimento di soggetti locali, soprattutto associazioni ed enti no profit, solo alcuni dei 120 progetto finanziati lo hanno fatto. Poi andrebbe allargato il raggio d’azione rispetto alla sola parte infrastrutturale, che finora ha prevalso. Ci siamo resi conto che le associazioni hanno spesso un ruolo chiave nell’inclusione sociale, delle famiglie disagiate, dei giovani disoccupati, degli immigrati. Andrebbero aiutate e finanziate in modo più deciso e continuo. Ci sono stati alcuni casi virtuosi, mi sento di citare Torino, Milano, Bari.
Il sindaco di Roma Virginia Raggi e la vice-presidente della Commissione Laura Castelli (M5S) pongono un problema di scarsità di risorse da parte dei Comuni, soprattutto le grandi città, in proporzione alla mole dei problemi che devono affrontare, che ne pensa?
Il tema risorse non va sottovalutato… Ma quando si chiedono più soldi poi va fatto un patto, tra i Comuni e lo Stato: bisogna impegnarsi a garantire un certo standard nei servizi, sia in termini di costi (standard) che di qualità. I Comuni forse hanno pochi soldi, ma vengono spesso spesi male. Troppa gestione diretta dei servizi, poco coordinamento. Le gare dovrebbero essere secondo me il criterio giusto per assegnare la gestione dei servizi.
Torniamo ai problemi delle periferie. Citava quello dei campi Rom…
Sì. Abbiamo scoperto che spesso gestiscono un traffico illecito di rifiuti, alimentato da piccole attività industriali e artigianali che possono così liberarsene a costi irrisori. Come se ne esce? Solo con un rigoroso controllo della legalità (come fanno in Germania), e dall’altra parte lavorando con progetti specifici per inserire i bambini e i ragazzi nella scuola e nelle società.
L’altro tema che citava è quello della disoccupazione, specie giovanile.
Bisogna lavorare di più su progetti di formazione, legati al territorio e all’autoimprenditorialità. Bisogna scommettere molto sulla micro-imprenditorialità. Sapendo però che in quasi tutte le periferie del Sud tutte le attività commerciali e imprenditoriali sono a rischio taglieggio. Secondo noi non si fa ancora abbastanza, e in alcune realtà, come Palermo, c’è una certa accettazione del fenomeno, pensando che i veri problemi con la Mafia siano altri. Ma anche la quasi totale assenza di attività economiche al San Paolo di Bari, una “città” di 50mila abitanti, viene in qualche modo accettata come un fatto ineluttabile.
Cosa fare, dunque?
Proporremo una de-fiscalizzazione delle periferie, scegliendo e ovviamente concordando con la Ue un’applicazione selettiva ad alcune aree più degradate. Bisogna investire sulla riqualificazione edilizia ma anche sul rilancio economico delle periferie. Ad esempio a Scampia, Napoli, c’è un progetto molto interessante: si demoliscono le “Vele”, trasferendo gli abitanti su nuove palazzine. Ma come noto c’è un’umanità complessa, a forte disagio economico e sociale, il piano funzionerà solo se ci sarà anche l’integrazione sociale con il resto della città, e se si darà lavoro ai giovani.
Al Sud, poi, bisogna investire sul turismo per dare lavoro ai giovani, settore che ha alta intensità di manodopera. Ma per far questo bisogna investire di più nella sicurezza del Sud, e favorire anche l’investimento di capitali esteri con la certezza dei tempi e delle procedure.
Il problema casa, spesso proprio nelle periferie esplode….
Sì, negli ultimi anni la domanda abitativa “sociale”, delle fasce più deboli, è aumentata. A causa della crisi, e nonostante il calo demografico. I dati ufficiali sono quelli di Federcasa, 1,4 milioni di abitazioni sociali e 600mila famiglie aventi diritto. Il patrimonio abitativo è però in generale gestito male, e se uno guarda i bilanci degli enti sono quasi sempre fallimentari. Ma non è fallita solo la gestione economica, è fallito proprio il modello di gestione. Non solo per incapacità, ma anche per problemi normativi. Quando si accetta che in una città come Roma ci siano 8.000 alloggi occupati abusivamente, su circa 45mila occupanti regolari, c’è qualcosa che non va. Non parliamo della Sicilia, poi… a Palermo non ci sono praticamente occupanti regolari. Con alloggi in gran parte gestite dalla criminalità. Che poi non vuol dire che quelle famiglie non siano in condizioni di bisogno, ma vuol dire che il criterio di ingresso in quegli immobili non lo dà lo Stato ma l’organizzazione criminale. Anche a Roma, d’altra parte, ci sono organizzazioni che gestiscono gli ingressi. La Mafia abbiamo stabilito che non esiste a Roma, ma ci sono micro-organizzazioni criminali di quartiere che gestiscono l’accesso alle case popolari e le occupazioni. Andammo a San Basilio dopo la vicenda di quella famiglia marocchina respinta dagli abitanti del palazzo; si parlò di fenomeno razzista, ma il parroco ci spiegò che non era affatto così: il punto era che secondo il capo palazzina quella famiglia non doveva entrare. L’aveva stabilito il Comune che doveva entrare, e ammettere che a decidere fosse il Comune avrebbe voluto dire sovvertire una dinamica di potere e anche di micro-economia, perché poi sono i capi-palazzina, piuttosto che il Comune o l’Aler, a incassare gli affitti. E perché spesso nelle palazzine di case popolari ci sono centrali dello spaccio.
Le forze dell’ordine si sono arrese, non solo a Roma, in generale?
Nooo, le forze dell’ordine stanno facendo un buon lavoro, ma in alcune aree complicate ci sono pochi mezzi e poco personale. Comunque tornando alle Ater/Aler c’è ancora un ambiente molto conservativo, la nostra impressione è che ci sia una microeconomia che campa intorno agli ex Iacp. Ci sono 1,4 milioni di case pubbliche ma anche 400mila immobili commerciali, è un patrimonio immenso, ci deve essere un modo per gestirlo meglio! Molte case sono di qualità, eppure spesso i canoni sono bassissimi, la morosità è elevata, le case sono mal tenute e lasciate inutilizzate. Bisogna approfondire il tema di come valorizzare meglio e in modo più efficiente questo patrimonio.
Da cosa è rimasto colpito nell’attività conoscitiva, nei sopralluoghi in giro per l’Italia che avete fatto come commissione?
Dalla vitalità delle associazioni, dei volontari. Nello sport, nel difendere le donne dalla violenza, nel recupero dei carcerati, anche nel rendere vivibili gli spazi pubblici. E poi nell’inclusione sociale delle fasce più deboli. Queste attività vanno aiutate, di più e con regolarità.
Veniamo dunque alle conclusioni….
Come accennavo a novembre presenteremo la relazione sul nostro lavoro e il docu-film, ma anche un pacchetto di proposte che lasciamo al governo e al parlamento per aiutare le periferie. Stiamo lavorando in ottimo clima di condivisione all’interno della commissione, i vice-presidenti Morassut (Pd) e Castelli (M5S) sono colleghi di altissima qualità, e con legami solidi con i loro partiti di riferimento.

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