LE OMBRE DEL PASSATO NEL VOTO EUROPEO – I sovranisti non hanno vinto, ma l’Europa sarà più esposta ai pericoli di chiusura nazionalistica – La necessità di un Governo europeista autorevole, con tanti esempi e modelli di “apertura alla diversità”: di Città, Associazioni, Università, Imprese economiche…

EUROPA FORTIFICATA? – 2/5/2019: Il vicepremier italiano MATTEO SALVINI e il premier ungherese VIKTOR ORBAN visitano la BARRIERA ANTI-MIGRANTI AL CONFINE TRA UNGHERIA E SERBIA – “IL PATTO DEL FILO SPINATO, riedizione smemorata del Sangue e Suolo novecentesco, viene suggellato dai due condottieri della nuova destra europea, Viktor Orbán e Matteo Salvini, all’ombra della barriera lunga 175 chilometri con cui nell’estate 2015 l’Ungheria ha deciso di sbarrare il passo ai profughi fuggiaschi dalla carneficina delle guerre mediorientali.(…)” (Gad Lerner, da “la Repubblica”, 2/5/2019)

   L’Europa uscita dalle urne nelle elezioni da 23 al 26 maggio ha visto per la prima volta l’emergere di forze, partiti, che sono dichiaratamente contro il progetto europeo (i cosiddetti “sovranisti”). E seppure in minoranza, l’ondata sovranista è così destinata a lasciare il segno. Il successo in due Paesi chiave come Francia e Italia lascia pochi dubbi sul fatto che l’Europa sarà ancora più esposta agli interessi nazionali.

MAPPA SEGGI UE per Paese (da Corriere.it) – In tutto gli eurodeputati saranno 751. Il numero sarebbe dovuto scendere a 705, ma la Brexit è stata rimandata

   E poi antichi demoni sono riemersi: nazionalismo, populismo, antisemitismo, forze oscure che vediamo uscire vittoriose dalle urne in molti paesi dell’Unione europea (come in Germania). Ma è proprio dalla Germania (il Paese, se si vuole, più importante della UE con i suoi 83 milioni di abitanti – sui 505 milioni complessivi –, con il fatto di essere un’economia ricca e forte (la locomotiva d’Europa) ed essendo sicuramente il perno dell’integrazione europea fin dalle origini (assieme alla Francia, e in parte anche all’Italia), è proprio in Germania, dicevamo, che si è anche registrato un forte aumento dei Verdi, devimento ecologista (da sempre molto filo-europeista).

Greta Thurnberg e il presidente austriaco (dei verdi) Alexander Van der Bellen. – I GREEN diventano il secondo partito in GERMANIA e FINLANDIA, il terzo in FRANCIA e IRLANDA, e avanzano in DANIMARCA, OLANDA e GRAN BRETAGNA. La coalizione ambientalista ottiene 70 seggi, il 18% in più, e diventa la quarta formazione a Bruxelles: ago della bilancia. Il grido ambientalista lanciato da GRETA THUNBERG e fatto proprio da milioni di persone con gli scioperi globali sul clima si è fatto sentire chiaramente alle urne, soprattutto nel Nord Europa.

   La sostenibilità ambientale è di certo un tema emergente, capace di catalizzare interessi diversificati e che potrebbe sicuramente aiutare a qualificare il modello europeo nel confronto internazionale. E’ pur vero, facciamo notare, che i verdi vincono tra i giovani e nei paesi ricchi: cioè che il voto verde tende a essere concentrato per ceto ed età. Come insegnano i “gilet gialli” francesi, la questione ambientale è considerata prioritaria da chi è economicamente e culturalmente benestante, oltre che relativamente giovane.

RIPARTIZIONE SEGGI: GUE/ NGLSinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica – S&DGruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo VERDI/ ALEI Verdi / Alleanza libera europea ADLEAlleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratici-Cristiani)PPE Conservatori e Riformisti europeiECR Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia direttaEFDD AEMN/APF/APEU/ CWPE/PPEUAltri – NI, Non iscritti: Membri non apparentati ad alcun gruppo politico

   Comunque i partiti pro-Europa (popolari, socialisti, liberaldemocratici e verdi) dovranno per forza trovare un accordo per avere una maggioranza possibile. Dall’altra per la prima volta ci sarà, come dicevamo all’inizio, dentro il parlamento europeo un consistente numero (pur in minoranza) di rappresentanti “anti Europa” (i britannici di Farage, i francesi della Le Pen, la Lega e i 5stelle per l’Italia….): cosa mai accaduta, che esistesse, all’opposizione, degli anti europei, e forse destinata (questa forza contraria) ad assumere proporzioni nelle prossime legislature ancora maggiore, se non ci sarà una ripresa genuina e autentica dello spirito europeista.

EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Oltre all’opposizione “anti Europa” che si farà sentire (specie dal nostro Paese), ci saranno poi i britannici che si dedicheranno a come andarsene dalla UE pagando il minor prezzo possibile (e sarà un ulteriore problema per tutti). E poi (secondo noi positivamente) lo stesso movimento verde-ecologista che si è affermato (prevalentemente tedesco), che sarà trasversale in molte tematiche agli schieramenti precostituiti.

La nuova mappa dell’Europa: I partiti vincenti, paese per paese: – in blu il centrodestra moderato dei partiti collegati al Partito Popolare Europeo, – in rosso quelli collegati al Partito Socialista Europeo, – in giallo quelli collegati ai liberali dell’Alde, – in grigio quelli collegati ai partiti sovranisti, – in verde quelli collegati ai verdi – in lilla tutti gli altri partiti.

   E’ da sperare e volere che ci sia una spinta propulsiva del progetto europeista dato dai governi pro-europei dimostrando che l’Europa può rinnovarsi e funzionare bene e meglio di adesso: punto di riferimento internazionale di libertà e difesa dei diritti fondamentali per ciascun cittadino. (s.m.)

PROIEZIONE GUARDIAN – GRAN BRETAGNA, VINCE FARAGE: MA IL REGNO UNITO HA VOTATO CONTRO LA BREXIT – LONDRA – “Come previsto alla vigilia, il BREXIT PARTY di NIGEL FARAGE ha stravinto le elezioni europee in UK, affermandosi come la prima forza del paese. Ma i risultati del voto nel Regno Unito dicono che i britannici nel complesso hanno dato più voti alle forze pro-Remain che a quelle pro-Leave. A livello di singole liste la vittoria del Brexit Party è indiscussa. Ma se queste elezioni sono state di fatto un secondo referendum sulla Brexit, COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAESE? Secondo l’analisi del Guardian, nel complesso I VOTI PRO-REMAIN SONO PIÚ DI QUELLI A FAVORE DI UNA HARD BREXIT. Escludendo gli incerti Tory e Labour (23.4% in totale), le forze che intendono rimanere in Europa (Lib Dem, Green, Change UK, Plaid) hanno raccolto il 38% dei voti mentre le due forze pro-Leave (Brexit Party e UK-IP) sono ferme al 36.8%.(…) (28/05/2019, da AISE (Agenzia internazionale stampa estera) – https://www.aise.it/ )

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I NUMERO DELLA UE (da http://www.romanoprodi.it/)

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UN NUOVO EUROPEISMO: LA GEOGRAFIA POLITICA DOPO IL VOTO

di Marta Dassù, da “La Stampa” del 31/5/2019
L’Europa post-elettorale ha un nuovo equilibrio politico: lo storico «co-dominio» di Popolari e Socialisti deve allargarsi ai Liberali (fattore Macron) ed eventualmente ai Verdi (fattore Greta: il voto giovanile). I partiti del vecchio europeismo sono entrambi in relativo declino, a cominciare dalla Cdu di Angela Merkel. Ma esiste un nuovo europeismo: in Germania, hanno votato per i Verdi il 34% degli elettori fra i 18 e i 24 anni di età. La contesa già in atto fra Berlino e Parigi sulla scelta del nuovo presidente della Commissione può essere letta anche così; il primo braccio di ferro fra europeismo del XX secolo ed europeismo del XXI.
L’Europa post-elettorale ha anche una nuova geografia politica, che influenzerà largamente il funzionamento del Consiglio europeo: sotto l’impatto delle due ultime crisi (la crisi finanziaria del 2008, la crisi migratoria del 2015) Consiglio e Parlamento (codecisori dell’attività legislativa) hanno aumentato entrambi il proprio peso a spese della Commissione (sempre più pallido esecutivo).
Il triangolo istituzionale che regge il processo decisionale dell’Unione europea si è progressivamente spostato verso quello che viene definito, nel gergo di Bruxelles, il metodo «inter-governativo». Se incrociamo equilibri politici a Bruxelles e colore dei governi nazionali, la geografia europea del dopovoto è così caratterizzata (sintetizzando un rapporto che sta per uscire dello European Council for Foreign Relations). PRIMO: il gruppo dei popolari ha perso gran parte dei seggi nei Big 5 dell’Unione (Francia e Italia, seguite da Polonia, Spagna e Germania) mentre ne ha guadagnati in Romania, Ungheria, Grecia, Svezia, Austria e Lituania. Di conseguenza, il centro di gravità del Ppe appare ormai decisamente più spostato a Est, specie se il Fidesz di Viktor Orban finirà per rientrare nel Gruppo dei popolari (ma è un esito incerto, per ora). Dalla Germania verso Est: il Ppe dell’allargamento?
SECONDO: Socialisti e democratici hanno perso la maggioranza dei loro seggi in Germania e in Italia (rispetto al famoso 40% del 2014), ma ne hanno avuti più del previsto in Spagna, Portogallo, Olanda, Bulgaria e Malta. Il centro di gravità è spostato verso Sud. Spagna e dintorni: la socialdemocrazia mediterranea?
TERZO: il gruppo Liberale (Alde) è diventato in qualche modo più occidentale, grazie ai seggi ottenuti in Francia, Uk e Danimarca. I liberali sono progrediti anche in parte dell’Europa orientale (Repubblica Ceca, Romania e Polonia). Ma il centro di gravità è naturalmente la Francia e provvisoriamente la Gran Bretagna (visto il successo relativo dei liberaldemocratici e in attesa di Brexit). Francia first: i liberali in un solo Paese?
QUARTO: occidentale anche il centro di gravità dei Verdi, che può essere largamente spiegato da grossi successi in Germania e Francia, uniti a progressi in Olanda, Belgio, Irlanda. Il perno è la Germania, con una espansione tendenziale verso Ovest e Nord. Fa vistosa eccezione l’Italia. Dalla Germania verso Ovest: il cluster dei Verdi?
QUINTO: il fronte composito dei partiti a vario titolo «euroscettici» – includendovi tutti i gruppi che saranno all’opposizione a Strasburgo: Lega e 5 Stelle, Brexit Party, AfD, Rassemblement National, ecc. – ha avuto un successo clamoroso in Italia e in Gran Bretagna, seguite da Francia, Germania e Polonia. Il centro di gravità è una cintura che dal Regno Unito lambisce la Francia, passa per l’Italia e arriva in Polonia. La nuova frontiera del «sovranismo»?
LA GEOGRAFIA POLITICA
Quando cerchiamo di immaginare come funzionerà la nuova Europa, questa geografia politica conterà molto, evidentemente: non solo nella selezione dei ruoli di vertice ma anche nelle politiche. Tenere insieme la maggioranza non sarà affatto facile. Germania, Francia e Spagna avranno alle spalle i tre diversi gruppi principali a Strasburgo.
L’AGENDA VERDE SARÀ TRASVERSALE; e complicherà scelte decisive sul prossimo bilancio. Difficili – a giudicare dalla distanza politica e culturale fra vecchio e nuovo europeismo – saranno anche le scelte fiscali, le decisioni da prendere sulla politica della concorrenza o sulla politica estera.
LA GRAN BRETAGNA SARÀ ANCORA MEZZA PARALIZZATA DA BREXIT (Boris Johnson, probabile nuovo premier, si occuperà essenzialmente di come lasciare l’Unione). L’Italia sarà uno dei punti di riferimento della nuova «opposizione» parlamentare; ma una opposizione unitaria e coesa non ci sarà comunque. Saranno i governi pro-europei, più che la minoranza sovranista, a dovere dimostrare che l’Europa può rinnovarsi e funzionare per proteggere i suoi cittadini in un’epoca di competizione globale. (Marta Dassù)

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Colloquio con ALEKSANDRA DULKIEWICZ, nuovo sindaco di Danzica (dopo l’assassinio di Pawel Adamowicz)

L’EUROPA RIPARTE DA DANZICA

di Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019
– La memoria. L’accoglienza. La comunità. Nella città polacca simbolo della guerra mondiale la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi –
«L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi
dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. Nella mia Europa c’è spazio per tutte le diversità».
ALEKSANDRA DULKIEWICZ è da pochi mesi sindaco di DANZICA («Mi raccomando, sindaco al maschile, così vogliono le regole della lingua polacca»). È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ,che lei nel corso di questa conversazione continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”.
In una città densa di edifici sontuosi e che richiamano antica ricchezza e potenza, colpisce la sobrietà del suo studio. La stanza è piccola, arredata con una scrivania di dimensioni ridotte, un minuscolo tavolino da caffè e tre scomode poltrone. Dulkiewicz, 40enne, madre single, parla un polacco elegante, bello, scandisce le parole con lentezza, spesso si concede una pausa di riflessione, abbassa la testa, chiude gli occhi, sospira, cerca la frase giusta, conscia del fatto che l’uso della parola è una questione etica. Siamo andati a chiederle che fare per resistere all’ondata del populismo e all’ossessione identitaria sovranista. Il caso ha voluto che la conversazione ha avuto luogo alla vigilia delle elezioni europee decisive per il destino del Continente.
Dulkiewicz inizia con una premessa: «Sono passati appena quattro mesi dalla morte del mio sindaco. E solo ora comincio a capire le mie emozioni. Ma so qual è la mia idea della città. È una città dove ciascuno vive bene. E sottolineo: ciascuno».
Il giorno prima della nostra conversazione c’è stata qui a Danzica la festa delle diversità.
«Per me è questo il significato della parola solidarietà (che in polacco si dice solidarnosc, come il nome del movimento guidato negli anni Ottanta da Lech Walesa, ndr). Danzica è una città segnata dalla storia in un modo fortissimo. Qui è cominciata la Seconda guerra mondiale».
Danzica aveva lo status della città libera. Hitler la voleva annettere alla Germania. Il 1° settembre 1939, dalla nave Schleswig Hollstein ancorata nel porto, venne bombardata la postazione polacca su un lembo di terra chiamato Westerplatte. È l’inizio della catastrofe.
«E l’arrivo in Polonia dei totalitarismi. Con lo sciopero dell’agosto 1980, a Danzica siamo stati i primi a togliere il primissimo mattone del Muro di Berlino e abbiamo cambiato il mondo. Ora, abbiamo il dovere di tradurre il linguaggio di solidarietà in un idioma contemporaneo. E questo riguarda prima di tutto le azioni dal basso, nel quartiere, a livello municipale. È da lì che occorre cominciare».
Sta dicendo che il destino dell’Europa si è giocato qui. E allora cosa è per lei la memoria?
«La memoria è fondamentale. Ma non deve essere ridotta a cerimonie nelle scuole o all’issare le bandiere su alti pennoni. Le racconto una storia. Una ventina di anni fa, quando pochissimi volevano ricordarsi cosa sia successo qui, alle ore 4.45 del 1° settembre, e ho in mente l’episodio della nave che lei ha appena menzionato, per iniziativa del mio sindaco, abbiamo cominciato a organizzare commemorazioni dove c’erano i nostri boy scout assieme agli ultimi soldati polacchi difensori di Westerplatte ancora in vita, e qualcuno dei marinai tedeschi che avevano sparato su di loro».
Tutti insieme?
«La memoria serve alla riconciliazione. Danzica è sempre stata una città potente e ricca. E la sua potenza era frutto delle sue diversità, delle varie culture e fedi che hanno contribuito alla sua ricchezza. Certo, non sempre era una città tollerante e aperta. La storia è complessa, come è complessa la natura degli umani. Ma la memoria, la sua essenza, è stare dalla parte della verità e nella verità. Vorrei aggiungere una cosa».
Prego.
«I governanti della Polonia oggi, stanno facendo scempio della memoria e della verità, stanno facendo terra bruciata nelle relazioni, non facili, perché cariche di violenza e risentimenti, tra la Polonia e la Germania, tra Polonia e Israele, tra Polonia e Ucraina, tra Polonia e Lituania. Stanno distruggendo quello che è stato tessuto, con pazienza nella Polonia nuova, nata dopo il crollo del comunismo».
L’Europa cosa è?
«Permetta un ricordo personale. Il primo anno della nostra appartenenza all’Unione europea ho fatto l’anno di Erasmus a Salisburgo. Ecco, l’Europa è una comunità, di valori e delle radici».
Radici?
«Non come le declinano i populisti, ma radici classiche che risalgono alla Grecia e a Roma. Si tratta di un elemento esclusivo. L’abbiamo solo noi, in questo Continente. Poi ci sono le radici cristiane. I padri dell’Europa, persone sagge, Schuman, Adenauer, De Gasperi, erano cristiani che dopo la guerra hanno saputo trarre le conseguenze della tragedia appena conclusa. E così da oltre sette decenni viviamo in pace. Certo ci sono state cose terribili, la guerra nei Balcani, l’annessione della Crimea da parte della Russia. Ma da 70 anni non c’è stato un conflitto globale. Abbiamo trovato un modo per stare insieme. L’Europa per me significa inoltre: Stato di diritto, onestà, divisione dei poteri, indipendenza della magistratura. E sussidiarietà».
Sussidiarietà vuol dire costruire dal basso, lasciare alle comunità tutti i compiti possibili.
«È un’idea molto saggia. Ma bisogna metterla in atto. Sarebbe una società ideale».
Ha parlato di De Gasperi, Adenauer, Schuman. Tutti e tre venivano dalla periferia, da zone di confine. Per De Gasperi, da giovane, Vienna o Cracovia erano più vicine di Roma, Adenauer era più di casa in Francia che a Berlino. Esiste una mappa dell’Europa precedente alle due guerre mondiali, forse bisognerebbe far rivivere quella memoria.
«Torno all’idea che sta dietro al progetto Erasmus. Non esiste un’idea né una possibilità di cooperazione senza un incontro. Per fare cose insieme, banalmente, due persone devono incontrarsi. Lo sguardo l’uno negli occhi dell’altro, la stretta di mano, pongono fine ai conflitti. Lo sguardo l’uno negli occhi dell’altro è il contrario del tweet, è un contatto fisico. È una cosa semplice ed elementare, eppure abbiamo difficoltà di metterla in atto. Aggiungo: per me essere una provinciale, una di periferia è un motivo di vanto. Lo dico spesso ai miei amici di Varsavia che spendono il loro tempo negli studi tv. Io sto in mezzo alle persone».
Danzica non è periferia. Schopenhauer e Fahrenheit, per citare due personaggi illustri, sono nati qui e lei ha appena detto che la libertà polacca e la fine del totalitarismo in Europa nascono da queste parti.
«Secondo la narrazione dei nostri governanti, trent’anni fa, i negoziati tra Solidarnosc e i comunisti che portarono alle elezioni libere del 4 giugno, erano un tradimento. Il mio sindaco invece ci teneva moltissimo perché si celebrasse a Danzica il trentesimo compleanno della nostra libertà. Le trattative tra Solidarnosc e il potere comunista nel 1989 erano l’esempio di come guardarsi gli uni negli occhi degli altri. Il più grande successo della storia della Polonia è stato il fatto che abbiamo cambiato il Paese e il mondo senza l’uso della violenza, senza spargere una goccia di sangue. Per me il patriottismo è questo».
Lei è nata e cresciuta come cattolica. Qual è il rapporto tra fede e politica? In Polonia il governo è clericale. In Italia Salvini bacia il rosario nei comizi.
«Mi chiede quale debba essere a mio avviso il ruolo della Chiesa nella vita pubblica? Rispondo: nessuno. Sono membro della Chiesa cattolica romana e far parte di questa comunità è un elemento molto importante della mia identità. Nello specifico, mi trovo vicina alla Chiesa di Francesco. Abbiamo, nella nostra comunità cattolica romana, mille problemi».
Un documentario sulla pedofilia tra sacerdoti in Polonia, visto da milioni di persone in Rete, ha scosso la pubblica opinione polacca, anche per la vicinanza tra il potere e l’altare.

«Non è il tema della nostra conversazione. Comunque, tutta la mia solidarietà va alle vittime e tutto il mio appoggio ai sacerdoti che si adoperano per ripulire la Chiesa e rinnovarla».
Spesso parla del Bene. Ma cosa è il Bene?
«Non fare a un altro quello che non vuoi sia fatto a te. Ama il prossimo tuo come te stesso. Dobbiamo vivere la nostra quotidianità coerentemente con le idee e i valori che professiamo in pubblico. Quando parlo di una Danzica in cui ognuno si sente bene, quando racconto questo sogno, ho in mente, ripeto, una comunità di persone che si guardano negli occhi».
Concretamente?
«L’economia, gli investimenti. Il lavoro dà dignità, soldi, permette di crescere i figli, dar loro un’educazione e un’istruzione. Tempo fa, abbiamo deciso, con il mio sindaco, di fornire trasporti pubblici gratuiti a bambini e ragazzi. Ci siamo detti: certo, è un provvedimento costoso. Ma con il nostro duro lavoro abbiamo reso, noi tutti gli abitanti di Danzica, la nostra città benestante. E quindi possiamo redistribuire la ricchezza. Però lo dobbiamo fare con saggezza, mantenendo un certo equilibrio. Nello stemma di Danzica c’è scritto in latino “Nec temere nec timide”, non temerariamente ma neanche timidamente».
Della memoria tedesca della città cosa vuol fare?
«In che senso memoria tedesca?».
In questa città fino alla Seconda guerra mondiale si parlava in tedesco.
«Ma in tedesco parlavano non solo i tedeschi. Lo parlavano gli abitanti di Danzica, i danzichesi. Senta. Oggi, dopo la caduta del comunismo, abbiamo la possibilità di parlare liberamente di queste cose. Io sono cresciuta in una famiglia che faceva parte dell’ambiente dell’opposizione democratica liberale, l’ambiente di Donald Tusk. Per noi erano importanti i libri di Günter Grass, che qui è nato. Lui raccontava una città prussiana, con tutte le diversità delle sua culture: la tedesca, la polacca, l’ebraica e via elencando. La complessità è una ricchezza».
Porti aperti?
«I porti non si chiudono. Punto. Danzica è stata la prima città in Polonia a introdurre la Carta dei diritti degli immigrati. E questo documento (così come la convenzione sulla parità dei diritti e che riguarda le persone gay e lesbiche) è una risposta alla sfida della modernità, e non una dichiarazione atta a cercare applausi di chi la pensa come me. Gli immigrati sono qui, qualunque cosa voglia il governo polacco o altri governi».
Abbiamo parlato del Bene non del Male. Resta la domanda: perché amiamo odiare?

«Molti mi chiedono se sia stata la narrazione dell’odio ad aver portato all’assassinio del sindaco Adamowicz. Non lo so. Non voglio semplificare. Sicuramente il linguaggio dell’odio, e il consenso della pubblica opinione e dei governanti a questo tipo di linguaggio, fa sì che oggi la gente si sente libera di dire qualsiasi cosa e di compiere azioni che dovrebbero suscitare lo sdegno di qualunque persona decente. In un paesino, alla viglia di Pasqua, in una cerimonia pubblica, è stato picchiato e bruciato il fantoccio di Giuda con le sembianze di un ebreo. E la procura non ne ha visto elementi di reato. Per tornare alla sua domanda. Non so se ci piace odiare, ma la natura degli umani è tale da voler avere risposte semplici a questioni complesse. E poi, il Bene è difficile perché bisogna fare lo sforzo di aprirsi all’Altro, mentre espellere l’Altro è facile, perché è gratuito». (Wlodek Goldkorn)

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LE ELEZIONI UE
EFFETTO GRETA: EXPLOIT DEI VERDI NEI PAESI NORDICI E IN GERMANIA (MENTRE IN ITALIA NON ESISTONO)
27/5/2019, da https://www.corriere.it/
I Green diventano il secondo partito in GERMANIA e FINLANDIA, il terzo in FRANCIA e IRLANDA, e avanzano in DANIMARCA, OLANDA e GRAN BRETAGNA. La coalizione ambientalista ottiene 70 seggi, il 18% in più, e diventa la quarta formazione a Bruxelles: ago della bilancia
Il grido ambientalista lanciato da GRETA THUNBERG e fatto proprio da milioni di persone con gli scioperi globali sul clima si è fatto sentire chiaramente alle urne, soprattutto nel Nord Europa mentre in Italia non esistono. Un’ondata verde invade il Parlamento europeo: la coalizione ambientalista a Strasburgo potrà contare, secondo i primi risultati, su una settantina di seggi, quasi venti in più di prima, candidandosi a diventare ago della bilancia nella formazione della maggioranza.
A spingere i Green sono stati soprattutto i giovani e una voglia di cambiamento giocato però nella cornice europeista: un europeismo rinnovato, in grado di affrontare le sfide del futuro.
Questo spiegherebbe in parte la crescita contenuta — rispetto alle aspettative — del voto anti establishment, di sovranisti e populisti, in questa tornata elettorale. Del resto la battaglia per il clima è per definizione globale, e si può combattere soltanto all’interno dell’Unione.
Secondo partito in Germania e Finlandia
In Germania, i Grünen con oltre il 20% dei consensi, si sono affermati come seconda forza politica, dietro soltanto alla Cdu-Csu della cancelliera Angela Merkel e nettamente avanti rispetto ai socialdemocratici. In Finlandia hanno raddoppiato i consensi (al 16%, +7% ), e sono il secondo partito, davanti ai socialdemocratici. Ottengono due seggi (e potrebbero passare a 3 se ci sarà la Brexit).
Terzo partito in Francia e Irlanda
Un ottimo risultato degli ambientalisti si è registrato anche in Francia: qui la lista Europe-Ecologie les Verts, il partito ecologista guidato da Yannick Jadot, è il terzo partito con il 12,8 per cento dei consensi, dietro soltanto alla Le Pen e a Macron e molto meglio della destra dei Republicains e dei socialisti in picchiata libera.
In Irlanda gli ambientalisti sono schizzati dal dall’1,6 al 15 per cento: diventano il terzo partito, e riusciranno a mandare a Bruxelles i loro primi due rappresentanti da vent’anni. Nella capitale Dublino, si sono addirittura imposti come primo partito con oltre il 20 per cento dei consensi.
Le formazioni ambientaliste sono cresciute anche in Danimarca, Olanda e Gran Bretagna, affermandosi come quarta formazione politica.

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ORBÁN CHIUDE A SALVINI

di Silvia Scaramuzza, 31/5/2019, da https://www.msn.com/it-it/notizie/
– I partiti al governo a Roma inchiodati all’opposizione nella Ue: Italia fuori dalla stanza dei bottoni europea? –
Viktor Orbán chiude all’alleanza con Matteo Salvini al Parlamento europeo, almeno per ora. A riferirlo è Gergely Gulyás, portavoce di Orbán, che a Budapest ha fatto sapere ai giornalisti di non vedere “molte possibilità di cooperazione a livello di partito o di gruppo”.
Il partito Fidesz guidato dal premier ungherese si trova in una situazione di stallo da quando lo scorso marzo il Partito Popolare Europeo (Ppe) ha approvato la sua sospensione a causa delle violazioni dello Stato di diritto nel Paese e di una controversa campagna politica contro il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker finanziata con i soldi pubblici. Il partito di Orbán è riuscito a evitare l’espulsione, ma è tuttora in una condizione di limbo. I suoi 13 parlamentari fanno gola all’alleanza di Salvini, che punta a incrementare il suo peso in Parlamento.
LEGA FERMA A QUOTA 70
Qualche giorno fa era circolata un’indiscrezione sulla possibile alleanza con il Brexit Party di Nigel Farage. Il deputato Marco Zanni, responsabile esteri della Lega al Parlamento europeo, aveva fatto intendere di essere vicino a siglare l’intesa con Farage. “Sono confidente che possiamo chiudere la settimana prossima, al di là di quello che viene dichiarato pubblicamente”, aveva affermato. A poche ore dalla dichiarazione, però, lo stesso Nigel Farage aveva confermato di voler restare nel gruppo del M5S, affermando di essere un “leaver”, ma di essere per il “remain” in questo caso. Il gruppo al Parlamento europeo di Salvini conta attualmente una settantina di deputati, includendo al suo interno i tedeschi di Alternativa per la Germania, che in questi giorni hanno incontrato informalmente la leader di Rassemblement National Marine Le Pen.
FUTURO INCERTO PER IL M5S
Se la Lega sembra allontanarsi dall’obiettivo dei 100 deputati in Parlamento, il M5S fatica più che mai per garantire l’esistenza del proprio gruppo parlamentare. Per formare un gruppo, infatti, occorre rappresentare almeno 7 Stati membri, ma per ora il M5S si ferma a 3. Le opzioni sul tavolo non sono molte. In passato erano già fallite le trattative con i liberali e i verdi. Proprio questi ultimi, inoltre, hanno di recente dichiarato al quotidiano La Stampa di escludere in modo assoluto un’alleanza con il M5S. A questo punto, tra i gruppi presenti con cui tentare una trattativa rimarrebbero i conservatori, le cui posizioni sono però molto distanti dalle istanze dei 5 stelle, senza considerare che al loro interno si trova Fratelli d’Italia, e la sinistra europea. In alternativa, i 5 Stelle potrebbero tentare di dar vita a un gruppo con i piccoli partiti rimasti senza casa. L’ultima spiaggia potrebbe essere quella di confluire nel gruppo misto, ma di fatto questo potrebbe relegare la forza politica a un ruolo ancora più marginale.
QUALE RUOLO PER L’ITALIA?
Certo è che l’Italia si trova in una posizione sorprendente, con le due forze di governo relegate all’opposizione in Parlamento europeo. Una situazione ben diversa da quella prospettata alle elezioni del 2014, quando il Pd, forte della nuova leadership di Renzi, riuscì a superare il muro del 40%. Nella scorsa legislatura, l’Italia è riuscita ad eleggere ben due figure chiave ai vertici UE: il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri Federica Mogherini. Contando anche il Presidente della Bce Mario Draghi, il cui mandato ha una durata di 8 anni, nella scorsa legislatura l’Italia ha ricoperto ben 3 incarichi chiave su 5. Se il Pd, però, allora come oggi, fa parte della maggioranza parlamentare, la Lega rimane nelle retrovie, con limitato potere negoziale.
Alla Commissione l’Italia ambisce ad avere un portafoglio economico, come mercato unico o concorrenza, ma molto dipenderà dalle persone che il Governo proporrà a Bruxelles e dal loro orientamento politico verso l’Ue.
Con le due forze di governo ancorate all’opposizione, l’Italia sembra fuori dalla stanza dei bottoni e le probabilità di avere un ruolo chiave a livello Ue sembrano essere praticamente nulle. (Silvia Scaramuzza)

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NODI DI CULTURA E SPIRITO, NON SOLO POLITICI

COSA SIGNIFICA ESSERE EUROPEI

di Mauro Magatti, 29/5/2019, da AVVENIRE
E’ la forza del tempo che cambia ciò che sta dietro i risultati delle elezioni europee. È infatti l’Europa di Maastricht a uscire ammaccata dal voto di domenica (26 maggio, ndr). Il Trattato che regge la forma attuale della Unione è figlio di un tempo (i primi anni 90) che non esiste più. Un tempo in cui era ancora possibile pensare che il mondo poteva essere governato semplicemente garantendo le condizioni per la crescita dell’economia finanziaria.
Ora però le cose sono molto diverse. E, col voto di questi giorni – che rispecchia non solo un nuovo Parlamento, ma anche equilibri nazionali molto diversi tra loro – nessun Paese, nemmeno la Germania, potrà più pensare che quello schema possa reggere l’urto del tempo. Per navigare nell’oceano tempestoso del post-2008 la politica ha un ruolo molto più centrale e decisivo.
E di politica non si può più fare a meno. Anche se non ha vinto, l’ondata sovranista è così destinata a lasciare il segno. Il successo in due Paesi chiave come Francia e Italia lascia pochi dubbi sul fatto che l’Europa sarà ancora più esposta agli interessi nazionali. Così, senza colpi d’ala e contemporanei passi avanti all’insegna della concretezza, il rischio è che i prossimi anni assisteremo al ridimensionamento del progetto europeista. E forse anche al suo fallimento. Nel 1992 – nel cono d’ombra del Washington consensus della fine degli anni 80 – si pensava che l’economia fosse da sola un fattore di integrazione di una società sempre più individualizzata.
Oggi quella prospettiva non vale più. Bauman ha parlato di “retrotopia” per dire che il crollo delle speranze associate all’aumento del benessere individuale spinge una larga quota della popolazione a volgere lo sguardo all’indietro. Un movimento che in alcuni Paesi europei si traduce ormai da tempo nella nostalgia della appartenenza nazionalistica vissuta come vero e proprio riparo da quel senso di insicurezza avvertito da molti.
È evidente che una tale reazione è tanto più forte quanto più la capacità di creare ricchezza e di condividerla si rivela inadeguata. Quando ciò accade, il fulcro dell’azione politica si sposta dall’economia all’identità. Dopo aver drammatizzato la questione dei migranti, ora Salvini, sulle orme di Orbán, fa sempre più frequentemente esplicito riferimento alla religione cristiana giocata come risorsa identitaria. Pescando specie nei territori di periferia e tra gli anziani.
Per sfuggire alla presa della paura e del risentimento, il tema è come riuscire a svolgere il discorso non egoistico, e non reattivo, del “noi”. Che si sia capaci di creare nuova ricchezza integrando le comunità invece di disgregarle. Che ci si continui a dedicare alla ricerca dell’efficienza, senza mai disdegnare la questione del senso. Perché è solo insieme – costruendo il Bene comune – che si possono affrontare le sfide che abbiamo davanti.
Diversi sono gli ingredienti che occorre mescolare per andare in questa direzione. Come dimostra la geografia dei risultati elettorali, a essere decisiva è la capacità di costruire istituzioni efficienti al servizio delle tante energie vitali che sono presenti nella nostra società italiana ed europea. Alle istituzioni i cittadini chiedono di fare bene il loro lavoro. Perché è evidente che nessuno si può più salvare da solo. E questo si spera che lo abbiano capito tutti. Altrimenti saranno i fatti a renderlo sempre più chiaro.
Far funzionare le cose, però, non basta. Per la sensibilità di oggi, l’efficienza non è un fine in sé, ma condizione per restituire il gusto di una condivisione di senso che è il vero legante degli sforzi diffusi a cui tanti contribuiscono. Le persone hanno voglia di fare e di dare il loro contributo. Di sentirsi parte di uno sforzo comune per migliorare la propria condizione, ma insieme per far crescere la comunità in cui vivono. Abbattendo così la contrapposizione tra interesse privato e collettivo del passato.
Infine, in diversi Paesi, soprattutto in Germania, si è registrato un forte aumento dei Verdi. La sostenibilità è di certo un tema emergente capace di catalizzare interessi diversificati e che potrebbe sicuramente aiutare a qualificare il modello europeo. Ma il problema è che fino ad oggi il voto verde tende a essere concentrato per ceto ed età. Come insegnano i “gilet gialli” francesi, la questione ambientale è considerata prioritaria da chi è economicamente e culturalmente benestante, oltre che relativamente giovane. Non a caso, l’affermazione più eclatante di questa nuova formazione si è avuta in Germania, cioè nel Paese economicamente più avanzato dell’intero continente.
Così, il tema della sostenibilità va accompagnato al di là di ogni steccato ideologico, nella prospettiva di quella “ecologia integrale” di cui si parla nella Laudato si’. Da tutto ciò affiora un’idea di futuro attorno a cui forse potrebbe aggregarsi una nuova idea di Europa: se non si vuole che nei prossimi anni l’intero progetto europei frani sotto i colpi di interessi nazionali divergenti, è venuto il momento di APRIRE UNA DISCUSSIONE SU CHE COSA VUOL DIRE ESSERE EUROPEI.
Sui nostri presupposti antropologici e spirituali, i nostri comuni obiettivi di senso. Così da arrivare a immaginare una Europa che abbia davvero dei tratti distintivi riconoscibili davanti agli occhi dei suoi cittadini e del mondo intero. Forse è stata proprio l’apertura di una tale discussione, che prima di essere politica è culturale e spirituale, il vero convitato di pietra della questione europea. (Mauro Magatti)

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VINCE FARAGE: MA IL REGNO UNITO HA VOTATO CONTRO LA BREXIT

28/05/2019, da AISE (Agenzia internazionale stampa estera) – https://www.aise.it/
LONDRA – “Come previsto alla vigilia, il Brexit Party di NIGEL FARAGE ha stravinto le elezioni europee in UK, affermandosi come la prima forza del paese. Ma i risultati del voto nel Regno Unito dicono che i britannici nel complesso hanno dato più voti alle forze pro-Remain che a quelle pro-Leave. A livello di singole liste la vittoria del Brexit Party è indiscussa. Il partito pro-Leave ha raccolto il 38% delle preferenze guadagnando 28 seggi. Un risultato impressionante se si considera che il partito è stato fondato appena quattro mesi e la campagna elettorale è stata brevissima.
“In un paese stremato dalla telenovela Brexit il carisma e la proposta chiara di Farage sono stati sufficiente a catalizzare milioni di voti, la maggior parte dei quali provenienti da elettori Tories frustrati”. Questa l’analisi che ieri FRANCESCO RAGNI ha affidato alle pagine di “LONDRAITALIA.COM”, quotidiano online che dirige a Londra.
“Seconda forza sono i Lib Dem con il 20.3%, un risultato superiore alle già ottimistiche previsioni della vigilia. Alle precedenti europee, per dare un’idea, il partito aveva raccolto meno del 7%. CHI HA VOTATO LIB DEM LO HA FATTO PER RIMANERE IN EUROPA, scrive il Guardian che li definisce “emotional winners”. Non a caso, sono il primo partito a Londra, roccaforte del REMAIN. Buon risultato anche per i Green (12.1%), Scottish National Party e Cymru, tutti schierati nettamente a favore di un secondo referendum per restare in Europa.
Sia i Tories che i Labour escono con le ossa rotte. Il partito di governo raccoglie appena il 9% dei voti, posizionandosi al quinto posto, una vera debacle. I laburisti perdono meno, attestandosi attorno al 14%, terza forza del paese dopo Brexit Party e Lib Dem. La colpa dei due partiti, per gli elettori, è chiara: non essere stati capaci di “deliverare” la Brexit (nel caso dei Tory) o di prendere una posizione netta (Labour), e non avere mai proposto chiaramente la possibilità di un secondo voto popolare.
Ma se queste elezioni sono state di fatto un secondo referendum sulla Brexit, COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAESE? Secondo l’analisi del Guardian, nel complesso I VOTI PRO-REMAIN SONO PIÚ DI QUELLI A FAVORE DI UNA HARD BREXIT. Escludendo gli incerti Tory e Labour (23.4% in totale), le forze che intendono rimanere in Europa (Lib Dem, Green, Change UK, Plaid) hanno raccolto il 38% dei voti mentre le due forze pro-Leave (Brexit Party e UK-IP) sono ferme al 36.8%.
(….) Una cosa è chiara: come un organismo affetto dal cancro, il Regno Unito oggi è divorato dalla Brexit e non riesce a pensare ad altro. Tre anni di incertezze e di giochi politici hanno trasformato, forse per sempre, il sistema di valori personali e di attenzione ai temi politici che ha tradizionalmente guidato i britannici nella scelta del voto.
Nel 1991 Bill Clinton vinse le elezioni presidenziali US contro George Bush usando il mantra “It’s the economy, stupid”. Un messaggio chiaro per un paese che faticava a uscire dalla recessione e non voleva più saperne di conflitti in Medio Oriente.
Nel Regno Unito del 2019, il messaggio non poteva che essere “It’s Brexit, stupid”. Chi non ha saputo (o voluto) chiarire la sua posizione agli elettori oggi ne paga le conseguenze. (AISE)

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I CITTADINI CHIEDONO UN’EUROPA FORTE E UNITA

Scritto da MFE (Movimento Federalista Europeo), http://www.mfe.it/site/index.php/, 27/5/2019

   Le elezioni europee appena concluse sono state caratterizzate dalla sfida lanciata dai cosiddetti partiti sovranisti alla sopravvivenza dell’Unione europea come progetto di unificazione sovranazionale. Non era mai successo in passato, e questo fatto, insieme alla vicenda catastrofica della Brexit, ha creato un quadro nuovo.
Tre sono gli elementi fondamentali che emergono dai risultati elettorali e che devono essere evidenziati.
Il PRIMO è che i cittadini europei hanno raccolto la sfida. La crescita della partecipazione al voto – con l’eccezione significativa dell’Italia – ci dice, ancor prima dei risultati elettorali, che i cittadini hanno ritenuto importante far sentire la loro voce e vivere l’elezione come un momento di democrazia vera.
Il SECONDO è che i cosiddetti sovranisti almeno per questa volta non hanno vinto. I loro numeri sono stati contenuti quasi ovunque – anche qui con l’eccezione dell’Italia, questa volta insieme al Regno Unito –; persino in Francia, dove il partito di Marine Le Pen è stato di misura il primo partito, ha comunque totalizzato un paio di seggi in meno rispetto al 2014. Le forze anti-europee sono dunque cresciute di una ventina di seggi in tutto, ma, indebolite anche dalla loro inevitabile frammentazione, non hanno numeri tali da poter pesantemente influire sui futuri equilibri dell’Unione.
Il TERZO elemento è che alla crisi più o meno profonda nei diversi Paesi dei partiti tradizionali ha corrisposto l’ascesa di forze europeiste (quando non addirittura federaliste) di stampo liberale e ambientalista. Non solo i verdi infatti sono i vincitori morali di questa tornata elettorale, ma lo sono anche i liberali che vedono crescere di molto il loro peso politico, soprattutto laddove sono portatori di un disegno di rilancio politico dell’Europa. Questo è un segnale positivo se si crede che in Europa sia urgente approfondire l’unità economica e politica dei Paesi che sono disponibili a farlo. Sembra difficile nascondere che i due schieramenti tradizionali pagano l’immobilismo in tal senso.

   Nel Parlamento si aprono ora i giochi per costruire le nuove alleanze, e una delle prime prove sarà la nomina del Presidente della Commissione. Secondo il sistema degli SPITZENKANDIDATEN, la carica dovrebbe andare a MANFRED WEBER. Ma quale maggioranza si può formare nel PE intorno a lui? La sua elezione corrisponde davvero allo spirito dei risultati elettorali? Oppure Weber rappresenta proprio le posizioni di chi tenta disperatamente di mantenere l’Unione europea nello stato attuale e rifugge da una maggiore integrazione politica sovranazionale – ossia dalla posizione che è la vera vincitrice morale del voto?

   La vera novità di queste elezioni non è forse che tanti cittadini hanno chiesto un’Europa più unita e più capace di fare politiche per realizzare una GREEN ECONOMY e una maggiore EQUITÀ SOCIALE? Questo implica aprire un processo di riforme, un processo – comunque lo si declinerà – necessariamente costituente e destinato a portare ad un’Unione europea caratterizzata da due diversi livelli di integrazione: uno che dovrà corrispondere ad un’unione politica sovranazionale, composta dagli Stati che vorranno farne parte, dotata di un bilancio proprio autonomo e governata su base federale; l’altro limitato al mercato unico e basato sul mix di integrazione comunitaria e di cooperazione tra Stati che caratterizza oggi l’Unione.
E’ sulla base dell’elaborazione di questo progetto e sulla condivisione della volontà di pervenire a definire e a realizzare questo obiettivo che deve formarsi la nuova maggioranza nel PE, e che tale maggioranza deve forzare il Consiglio a condividere la scelta del candidato alla Presidenza.
Nulla sarebbe più autolesionista che fissarsi su formule che impediscono che un disegno politico di questo tipo prenda corpo nel quadro del nuovo Parlamento. La legislatura deve partire prendendo slancio proprio dal mandato che i cittadini hanno voluto affidare ai nuovi eletti. La tragedia della Brexit e la caduta ingloriosa dell’Italia in una spirale di becero nazionalismo – che porta a trionfare un partito che sfida persino la Chiesa e i suoi valori fondanti – sono lì a dimostrare che la follia e l’autodistruzione possono imporsi, e che la politica, se non dà le risposte giuste, può perdere il controllo e avvitarsi in situazioni autodistruttive. I cittadini europei hanno dimostrato di non volerlo, e si meritano dei parlamentari, e un’Europa, all’altezza delle loro aspettative. (MFE)

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ANGELA MERKEL «SUI NAZIONALISTI OCCORRE VIGILARE, DOVREMO ESSERE PIÙ VIGILI DEGLI ALTRI PAESI»
di Christiane Amanpour, da “il Corriere della Sera” del 29/5/2019
– Merkel e il populismo: «Restiamo vigili, stanno riemergendo le ombre del passato» –
Cancelliera Merkel, qual è la sua reazione alle elezioni europee. Il suo partito ha mantenuto il primo posto in Germania, ma anche i Verdi sono andati molto bene, mentre lei personalmente ha riscontrato un calo superiore alle attese.
«Sono contenta che l’affluenza alle urne in Germania sia cresciuta rispetto alle precedenti elezioni europee, come in molti Paesi. Siamo diventati il partito più forte e ciò avrà il suo peso nella ripartizione degli incarichi in seno all’Unione Europea. È giusto riconoscere le conquiste dei Verdi, che si fanno portavoce delle crescenti preoccupazioni dei cittadini su come affrontare i cambiamenti climatici. Queste problematiche sono una sfida anche per il mio partito: occorre dare risposte migliori e dire con chiarezza che siamo pronti a rispettare gli impegni presi».
Parliamo dell’ambiente: i giovani sono interessati a questo tema, è parte del loro diritto esistenziale. Lei si era prefissa obiettivi che non sono stati rispettati, come in altri Paesi. Il nucleare è stato accantonato dopo la catastrofe di Fukushima: si è pentita di quella decisione?
«È giusto che i giovani alzino la voce e facciano notare alle vecchie generazioni quello che sta accadendo e quali potrebbero essere le ripercussioni sul loro futuro. Siamo stati capaci di raggiungere solo in parte gli obiettivi che ci eravamo prefissi. Ma quest’anno abbiamo incontrato difficoltà ad attenerci ai limiti del 2020, e ci siamo impegnati per il 2030. Non rimpiango affatto di aver abbandonato l’energia nucleare, sono convinta che non sia sostenibile a lungo termine. Abbiamo inoltre deciso di ridurre gradualmente la produzione di energia con le centrali a carbone, fino alla cessazione nel 2038. Certo, è una bella sfida rinunciare sia al carbone che al nucleare e dovremo trovare soluzioni più idonee, ma possiamo farcela. In Germania le energie rinnovabili rappresentano una percentuale già considerevole del mix e ci proponiamo di aumentarla entro il 2030».
Il presidente Trump ha dato l’altolà all’importazione di automobili costruite in Germania per motivi di sicurezza nazionale. Che ne pensa?
«Ho preso atto di questa dichiarazione ma difenderemo le nostre ragioni. È giusto che abbiamo ottenuto il mandato dall’Unione Europea per avviare i negoziati commerciali con il governo americano. La Germania prenderà queste trattative molto seriamente. Il mio ragionamento è ovviamente che le automobili tedesche non sono costruite solo in Germania. Prendiamo la Bmw: la fabbrica principale è in Carolina del Sud; significa che la Germania ha investito molto di più in America, grazie alle sue aziende, di quanto non abbia fatto l’America in Germania. Sarà opportuno esaminare da vicino la questione, in quanto occorrerà tutelare posti di lavoro e di formazione in America. Poi i manufatti possono essere trasportati in tutto il mondo. Inoltre, occorre sottolineare come anche la Germania è aperta alle aziende americane. Siamo pronti ad accogliere tutti a braccia aperte».
Un presidente tedesco, nel 40° anniversario del D-Day, pronunciò un discorso rimarchevole sull’Olocausto, dicendo che il giorno della sconfitta della Germania fu anche il giorno della sua liberazione. Lei è d’accordo?
«Certamente. Ricordo che fu nel 40° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale che il presidente federale tedesco Weizsäcker pronunciò questo discorso. All’epoca vivevo nella Repubblica democratica tedesca, la Germania era divisa, e di conseguenza quel discorso lasciò in noi un segno profondo. Mi parve una descrizione molto accurata e pertinente della situazione e la condivido ancora oggi».
Gli analisti la descrivono come il volto della Germania buona, ma dicono anche che sotto il suo governo antichi demoni sono riemersi: nazionalismo, populismo, antisemitismo, forze oscure che vediamo uscire vittoriose dalle urne.
«In Germania queste problematiche devono essere affrontate nel contesto del nostro passato: dovremo essere più vigili degli altri Paesi e sì, c’è ancora molto da fare. Abbiamo sempre avuto un certo numero di antisemiti, sfortunatamente; a tutt’oggi, non esiste in Germania una sola sinagoga o scuola materna per bambini ebrei che possa fare a meno della sorveglianza della polizia. Purtroppo non siamo riusciti a estirpare questi mali. Dobbiamo far fronte agli spettri del passato: dire ai giovani quali sono stati gli orrori della guerra per noi e gli altri, spiegare perché siamo a favore della democrazia, perché combattere l’intolleranza e non tollerare le violazioni dei diritti umani, e perché l’articolo uno delle nostre leggi — l’inviolabilità della dignità umana — è fondamentale per noi. Occorre insegnare queste cose a ogni nuova generazione. È diventato più difficile, ma proprio per questo dobbiamo rinnovare il nostro impegno».
Per questo ha consentito l’ingresso a tanti rifugiati?
«Sono convinta che dobbiamo imparare a vivere in un certo equilibrio con i nostri vicini, e il continente africano fa parte del nostro vicinato. Per questo è necessario aiutare i popoli africani nei loro Paesi, in modo che non vengano spinti a emigrare. Sulla soglia di casa nostra c’è la Siria; in Iraq la situazione è ancora critica. Non abbiamo vigilato come avremmo dovuto, non abbiamo capito che i cittadini di quei Paesi non avevano lavoro, istruzione, né le cure necessarie, e questo li ha costretti ad affidare la loro vita ai trafficanti. In questa emergenza umanitaria, abbiamo offerto loro il nostro aiuto. Ma la situazione non è sostenibile a lungo. Noi tutti, come Stati, abbiamo il dovere di gestire e guidare l’immigrazione. Non nel senso di chiuderci gli uni agli altri, ma nell’aiutarci ad affrontare queste emergenze umanitarie e nel creare nuove opportunità in quei Paesi. Lavoriamo a questo sin dal 2015, quando abbiamo firmato un accordo con la Turchia affinché fornisse aiuti ai rifugiati sul posto, ma abbiamo anche affrontato la lotta contro i trafficanti di esseri umani».
Lei ha anche oppositori come l’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, che ha dichiarato: «La cancelliera Merkel è stata catastrofica ma ne sentiremo la mancanza, chiunque verrà dopo sarà peggio». Le pare un complimento?
«Si tratta ovviamente dell’opinione del signor Varoufakis, con il quale sono stata spesso in aperto disaccordo. Resto dell’avviso che la Grecia diventerà un Paese prospero solo a condizione di attuare le riforme: ho lottato in questo senso, ma anche per mantenere la Grecia nell’eurozona. In Germania abbiamo un detto, “Molti nemici, molto onore”, e questo si riflette nell’opinione che Varoufakis ha di me. Mi sono sempre battuta per tutelare l’integrità dell’eurozona, ma senza scendere a compromessi sui nostri principi, facendo di ogni erba un fascio e rinunciando alle riforme».
Lei è stata la prima cancelliera e la donna più potente al mondo. Non so se è d’accordo, ma è un giudizio diffuso. Ma è pronta a dichiararsi femminista? È contenta del ruolo delle donne nel mondo e in Germania, dove non esiste ancora la piena parità?
«La regina d’Olanda, al G20 delle donne, ha detto che il femminismo significa che le donne hanno gli stessi diritti in ogni parte del mondo, in tutte le attività, dalla politica ai media: questo dev’essere il traguardo, ma non l’abbiamo ancora raggiunto. Lei ha ragione, anche da noi esiste ancora un gap salariale, per molte ragazze sono diventata un modello, durante gli anni da cancelliera. Abbiamo bisogno di più donne in tutte le posizioni di rilievo. Di conseguenza gli uomini dovranno cambiare stile di vita, perché le donne non potranno più farsi carico di tutte le incombenze tradizionali se vorranno partecipare alla vita sociale e politica. Dovrà esserci una migliore collaborazione sia nella vita professionale che in quella familiare. Abbiamo imboccato la strada giusta».
(Traduzione di Rita Baldassarre)

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L’ESTREMA DESTRA TEDESCA IMPONE LE SUE PRIORITÀ AL DI LÀ DEL «MURO»
di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 29/5/2019
Travolti dall’onda verde che sta cambiando il paesaggio politico della Germania, abbiamo trascurato un altro tipo di cambiamento climatico. Mentre il dato nazionale del voto europeo dice che i Gruenen sono ormai seconda forza, la Spd scivola verso l’insignificanza e la stessa Cdu vede in pericolo la sua natura di partito popolare, qualcosa di molto più preoccupante succede nell’Est.
Nei Lander della ex Ddr infatti, ALTERNATIVE FUER DEUTSCHLAND è saldamente al secondo posto appena dietro l’Unione cristiano-democratica. Di più, in Sassonia e Brandeburgo il partito di estrema destra è primo, rispettivamente con il 25% e il 20%. In entrambi gli Stati, si voterà di nuovo in settembre per i Parlamenti regionali; se fosse confermato, lo scenario produrrebbe effetti devastanti anche a Berlino.
A trent’anni dalla caduta del Muro, il risultato del 26 maggio mostra UNA GERMANIA PROFONDAMENTE LACERATA proprio sulla linea della ferita interna della Guerra Fredda. Da un lato liberalità, coscienza ambientalista, società aperta e tollerante, ambizioni da Paese avanzato. Dall’altra senso di accerchiamento, frustrazione per la memoria negata, odio, intolleranza, protesta.
Così mentre a Ovest è la lotta al riscaldamento del clima il primo motivo che muove l’elettorato, nell’Est sono i salari più bassi, i posti di lavoro che spariscono, la paura di immigrati che non arrivano più, l’esclusione dai posti di comando, perfino i lupi che assaltano le greggi, il fuoco sul quale i pifferai di AfD gettano la loro benzina populista. Senza contemporaneamente lesinare sorrisi a negazionisti, neonazisti, identitari e spazzatura varia. Non è solo un’emergenza tedesca, è un’emergenza europea. (Paolo Valentino)

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EUROPEE, IN FRANCIA LE PEN SUPERA MACRON: TRABALLA IL PROGETTO DEL PRESIDENTE
di Stefano Montefiori, da “Il Corriere della Sera”, 26/5/2019
– Il Rassemblement national di Marine Le Pen torna primo partito in Francia: «Il presidente sciolga l’assemblea nazionale» –
PARIGI — Il Rassemblement national di Marine Le Pen è di nuovo il primo partito di Francia, intorno al 23% dei voti. Simbolicamente è un risultato notevole, anche se il governo limita i danni. I sovranisti che promettono di «ridare ai francesi la libertà rubata da Bruxelles» hanno superato — proprio alle elezioni europee — la lista Renaissance di Emmanuel Macron, il presidente più europeista della Quinta Repubblica, l’uomo che con il solenne discorso alla Sorbona sperava di rilanciare l’Unione europea, e che si è fermato al 22% circa.
Alla serata elettorale del RN, poco dopo le 20, Marine Le Pen si presenta con il solito sorriso, un po’ soddisfatto e un po’ beffardo: «Stasera il potere è sconfessato e il presidente dovrà trarne le conseguenze, lui che ha voluto trasformare queste elezioni in un referendum su di sé». Marine Le Pen arriva a suggerire a Macron le prossime mosse: se proprio non vuole dimettersi, «almeno sciolga l’Assemblea nazionale» in modo che i francesi possano tornare alle urne.
Per Marine Le Pen si tratta di una vittoria importante per molti motivi. Era già arrivata prima più o meno con gli stessi voti alle europee del 2014, ma stavolta ha sconfitto un presidente che in campagna elettorale si è impegnato coraggiosamente in prima persona e a fondo per difendere il proprio progetto per l’Europa. E se Macron non è riuscito a convincere la maggioranza dei connazionali, avrà ancora più difficoltà a porsi come leader del campo europeista nel resto del continente.
Poi, Marine Le Pen coglie una rivincita anche personale. Battuta da Macron alle presidenziali del 2017 dopo un disastroso duello tv, la sua leadership nel partito è di nuovo forte, anche per avere azzeccato la scelta del capolista che molti le contestavano: Jordan Bardella, 23 anni, sconosciuto e inesperto, si è rivelato a suo agio sul palcoscenico nazionale ed europeo. Inoltre, Marine Le Pen è la sola ad avere capitalizzato mesi di rivolta dei gilet gialli. C’hanno provato anche i populisti di sinistra della France Insoumise che però crollano al 6% (Jean-Luc Mélenchon aveva preso il 19,5% alle presidenziali del 2017). Infine, il disastro dei Républicains eredi di De Gaulle e dei vari Sarkozy, Juppé e Fillon, finiti all’8%, rinsalda il Rassemblement national come la principale forza della destra e in generale dell’opposizione.
Emmanuel Macron patisce una sconfitta spiacevole, che ha cercato di evitare con tutte le forze ma alla quale si era ormai rassegnato. E, soprattutto, poteva andare peggio: l’obiettivo delle ultime ore era salvarsi da un tracollo con tre o quattro punti di scarto, e quel traguardo minimo è stato raggiunto.
Il presidente viene da mesi di contestazioni di strada che avevano come slogan principale «Macron démission», da momenti in cui la tenuta democratica del Paese è sembrata in pericolo e si è arrivati a temere un assalto all’Eliseo. Dal suo punto di vista, perdere con un punto di scarto non è un dramma e infatti fonti dell’Eliseo parlano di «risultato onorevole». Il che permette all’entourage del presidente di dire che «la nostra politica non cambia, ora comincia l’atto II del mandato e lo affronteremo con determinazione». Niente dimissioni, rimpasti di governo o scioglimenti dell’Assemblea nazionale, per ora almeno. Altri due dati sono da segnalare. La grande affluenza alle urne (51%), mai così alta alle europee da 24 anni e superiore alle ultime legislative nazionali, e la grande sorpresa dei verdi: EELV di Yannick Jadot è la terza lista con il 13%. La marginalizzazione dei partiti che hanno fatto la storia recente della Francia (i neogollisti e i socialisti, che pure con Raphaël Glucksmann riescono a superare la soglia del 5%) è confermata. (Stefano Montefiori)

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DIVISI NEL NOME DI UN’IDENTITÀ FASULLA

di Donatella di Cesare, da “L’Espresso” del 26/5/2019
L’offensiva sferrata dalla destra e dall’estrema destra contro l’Europa dà un nuovo senso alle elezioni che avrebbero forse rischiato di essere considerate un vuoto rituale. Mai come oggi è chiaro che il destino dei popoli europei è in mano ai cittadini, chiamati a una scelta decisiva. Ecco perché queste elezioni non sono come le altre.
Sebbene molti sostengano l’irreversibilità dell’unificazione, per la prima volta l’avvenire di questo ambizioso progetto politico è incerto e oscuro. Implosione, scissione – o anche solo lento smembramento? Un’ultradestra aggressiva e senza scrupoli, capace di mimetizzarsi dietro una miriade di maschere, abile nel trarre profitto da tutte quelle difficoltà globali, effetto in gran parte delle politiche liberali, ha lanciato una sfida che dal dopoguerra non ha precedenti.
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Solo qualche mese fa la Brexit sembrava il modello da seguire per la politica delle nazioni contro «Bruxelles». Adesso le cose sono cambiate. Smarrita nel suo ottocentesco mito imperiale, l’Inghilterra non rappresenta più il sogno dell’uscita, bensì l’incubo di una fuga che minaccia di tradursi in autodistruzione. Il ritiro dall’Europa è un ritiro dalla Storia.
Che cosa vogliono allora i sovranisti? «Indietro tutta!» era solo uno slogan. Se la fuga regressiva è impraticabile, l’obiettivo tuttavia non cambia: promuovere la decomposizione dell’Europa, frantumata in nazionalismi economici, paralizzarne con veti e minacce le istituzioni, svuotarle del tutto. Il che consentirebbe di farne un semplice meccanismo di scambio dove, oltre ad un’eurozona forte accanto ad una debole, sarebbero tollerabili – o magari auspicabili – regimi politici illiberali e parademocratici.
L’asse del nord-est, capeggiato dal gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Slovacchia), che raggruppa il governo italiano, quello austriaco, settori della destra tedesca, insieme ai molti partiti xenofobi, francese, svedese, olandese, guida questo allarmante piano che intende alla fin fine disarmare la politica.
Che ne sarebbe allora dell’Europa, stretta fra America e Cina, ostaggio della Russia, in un contesto globale dove l’ultradestra va affermandosi anche oltreoceano – basti pensare al neofascista Bolsonaro in Brasile – mentre la sinistra si rivela ovunque stanca, scialba, irresoluta, inefficace? È questa la domanda che ciascuna cittadina e ciascun cittadino oggi devono porsi.
Se l’Europa è un progetto incompiuto, la responsabilità va attribuita alle classi dominanti che, anziché perseguire una strategia unificatrice, hanno coltivato i propri interessi disputandosi per proprio conto il mercato mondiale. I patronati europei hanno imposto l’austerità, preteso il basso costo del lavoro, e hanno soprattutto smantellato poco per volta tutti i diritti conquistati dal movimento operaio, sostenendo che il «vecchio continente» fosse troppo sociale. Così queste élite economiche e tecnocratiche, che oggi strizzano l’occhio all’ultradestra, sono andate a conquistarsi fette del mercato infischiandosene dell’unità europea.
Nel disorientamento complessivo i partiti socialdemocratici hanno finito per assecondare in modo acritico le scelte neoliberiste. Ecco perché il progressismo non può essere oggi sbandierato come argine contro le forze populiste e neofasciste. Non meno inquietante è quella deriva sovranista che, quasi come in un ralenti degli anni Trenta, spinge parti della sinistra ad abbracciare il nazionalismo autoritario della destra.
L’alternativa all’orizzonte c’è ed è un’Europa democratica, internazionalista, anticapitalista, ecologista. È tempo di rovesciare la prospettiva e difendere l’idea socialista della solidarietà europea. Non il ritorno alle frontiere nazionali, ma la rivendicazione di un’altra Europa, quella dei popoli, capace di riorganizzare l’economia, salvaguardare l’ambiente, difendere i migranti. La costruzione neoliberale è fallita dando luogo a esiti autoritari.
Per questo non è più possibile richiamarsi semplicemente ai “padri fondatori”. Il mondo non è più quello di allora; il paesaggio attuale è radicalmente diverso e inediti sono i problemi da affrontare. È indispensabile, anzi, un nuovo progetto che, senza cadere nelle trappole giuridico-costituzionali, realizzi una nuova forma politica postnazionale. Forse questa crisi pretotalitaria sarà l’opportunità per rilanciare un’altra Europa. Le elezioni possono essere un primo passo.
La perdita d’orientamento non è casuale. Nel mito greco Europa è una giovane donna straniera, un’immigrata involontaria, rapita da Zeus e poi abbandonata sull’isola di Creta. Altre varianti della leggenda restano fedeli all’estraneità, per nascita e nome, di questa figura femminile. Lì si annuncia la sua futura vocazione. L’accoglienza è inscritta nella sua eccentricità. È questo che l’ha resa ben più che l’erede della tradizione greca. Molteplici sono le sue fonti e alcune – a cominciare da Gerusalemme – sono addirittura fuori dai suoi confini geopolitici. Così l’ha pensata la filosofia, a cui è intimamente legata. Non un luogo, non una terra, non un continente, ma la direzione del sole.
Questo orientamento si è perso da quando si è preteso che fosse “bianca e cristiana”, da quando l’Europa attuale è stata violentata, rapita e già abbandonata da economie predatorie e interessi nazionali. La gabbia di una fantomatica identità l’ha mutilata.
È molto europeo non sentirsi europei. Ed è un enorme privilegio che rischia di essere riconosciuto troppo tardi. La coabitazione con l’altro è quel che insegna sin dall’inizio quella giovane straniera, giunta suo malgrado su un’isola, abitante al confine, relegata al margine, madre dei diritti umani, che tutte e tutti dovremmo difendere. (Donatella di Cesare)

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GIUSTIZIA SOCIALE E AMBIENTE: APPUNTI PER UN’AGENDA ANTISOVRANISTA
di Fabrizio Barca, da “L’Espresso” del 26/5/2019
Siamo a una biforcazione, in Italia e in tutto l’Occidente, in cui l’ansia e la rabbia di vaste parti di popolo possono alimentare una dinamica autoritaria involutiva – è già in corso – o possono trasformarsi in una nuova fase di emancipazione. A decidere sarà la capacità di costruire e attuare azioni pubbliche e collettive radicali che perseguano assieme giustizia sociale e giustizia ambientale. Solo convincendo “vaste parti di popolo” che questi due obiettivi possono essere raggiunti e che devono e possono esserlo assieme, torneremo indietro dal dirupo in cui stiamo cadendo.
Questo è il tema centrale delle elezioni europee: si doveva convincere che l’Unione Europea, spronata da un’alleanza innovativa nel suo Parlamento, possa cambiare rotta e dare un contributo decisivo in questa direzione. Con rare eccezioni, non è ciò che abbiamo ascoltato in queste settimane. L’arena politica è stata dominata da temi-truffa, come la favola che la vittoria dei nazionalismi allenterebbe le regole di bilancio – quando essa produrrebbe invece l’irrigidimento a-solidale e punitivo verso di noi – o promesse nostrane di “ordine” e “sanzioni” che servono a distrarre e coprire provvedimenti contro gli interessi popolari – come la redistribuzione di reddito ai ceti abbienti insito nella “flat tax”.
Su questo campo di gioco è restato inchiodato il pubblico dibattito. I candidati che credono in un’Europa motore di pace e di emancipazione sociale avrebbero dovuto dirci con voce forte per quali obiettivi chiedevano il nostro voto. Su quali dossier costruiranno ponti con gli eletti di altri paesi.
Non mancano le analisi e le proposte a cui fare riferimento.
Ne richiamo due, pronte all’uso. Il DOCUMENTO UGUAGLIANZA SOSTENIBILE redatto da una Commissione indipendente su iniziativa dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici al Parlamento Europeo e il RAPPORTO 15 PROPOSTE PER LA GIUSTIZIA SOCIALE, costruito dal Forum Disuguaglianze e Diversità (ForumDD).
La diagnosi dei due Rapporti è simile. L’origine dell’ansia e della rabbia sta nella GRAVITÀ DELLE DISUGUAGLIANZE: l’arresto e spesso la ripresa delle disuguaglianze di reddito, la violenta crescita delle disuguaglianze di ricchezza, i gravi divari territoriali nell’accesso a servizi fondamentali di qualità e al patrimonio comune, il venir meno per molti del riconoscimento dei propri valori e del proprio ruolo (i cittadini delle aree interne e di altre aree fragili, gli operai, gli insegnanti).
In assenza di un riferimento politico e culturale convincente che apra uno scenario di emancipazione, la rabbia e il risentimento che discendono da queste ingiustizie si stanno traducendo in una “dinamica autoritaria”. E poiché i ceti deboli percepiscono spesso che le politiche ambientali sono in primo luogo pensate dai ceti forti per i ceti forti e sono finanziate prima di tutto a loro carico, di questa dinamica perversa fa parte anche un’avversione alle politiche di sostenibilità ambientale, e un’implicita alleanza con le forze produttive legate a un modo di produrre insostenibile.
Ecco perché giustizia ambientale e giustizia sociale hanno un comune destino. Perché l’una influenza l’altra: nelle nostre degradate periferie o nelle “aree fragili” l’assenza di mezzi diventa l’impossibilità di prendersi cura del territorio, mentre il degrado urbano diventa l’impoverimento delle opportunità economiche personali; assieme diventano erosione di identità. E comunque si avrà consenso popolare alla giustizia ambientale solo se la transizione energetica assicurerà di beneficiare prima di tutto i più vulnerabili.
E poi vengono le proposte concrete dei due Documenti, che mirano a redistribuire poteri, a modificare i meccanismi di formazione della ricchezza, a configurare un’Unione Europea rinnovata che lavori con i cittadini e per i cittadini.
La riallocazione di potere perseguita dalle proposte mira in primo luogo a ridare forza negoziale e di controllo al lavoro: promuovendo la partecipazione strategica dei lavoratori, riconoscendo al lavoro pseudo-autonomo diritti oggi negati, promuovendo il rafforzamento dei sindacati. E al tempo stesso si prefigge di dare potere ai cittadini nei processi attraverso cui, territorio per territorio, si disegnano i pubblici servizi, si ha cura delle persone, si tutela e si rende accessibile la ricchezza comune.
Una delle 15 proposte del ForumDD, che ha fondamenti in esperienze europee, propone, poi, la costituzione dei Consigli del lavoro e della cittadinanza. Accanto ai Consigli di amministrazione di singole imprese o di sistemi territoriali d’impresa, si avrebbe un Consiglio che valuti in anticipo, e in alcuni casi abbia potere di veto, su decisioni strategiche e che sia composto da rappresentanti eletti dai lavoratori (qualunque sia la natura del loro contratto) ed eletti dai cittadini che risentono delle ricadute ambientali delle decisioni aziendali: un modo per ricercare prima la convergenza di obiettivi, anziché patire dopo del loro conflitto.
Molte proposte mirano a dare una forma diversa al capitalismo. C’è in questo obiettivo il rigetto di quell’assunto “non c’è alternativa” che ha dominato a lungo il pensiero occidentale, distorcendo l’azione pubblica. Le proposte avanzate vanno dalla promozione di forme di impresa (esistenti) che non soggiacciono all’imperativo unico della massimizzazione del “valore patrimoniale”, incorporando obiettivi sociali e ambientali, a un insieme di misure che blocchino l’elusione e l’evasione delle imposte sulle imprese. In particolare, poi, nelle 15 Proposte del ForumDD si propone di introdurre obiettivi e criteri di giustizia sociale e ambientale nel- la missione delle imprese pubbliche, nella valutazione delle Università, nel finanziamento pubblico della ricerca privata, negli appalti pubblici. Si pro- pone inoltre di partire dalla forte base delle 1000 infrastrutture di ricerca di base europee per costruire tre hub-tecnologici nell’innovazione e vendita dei prodotti che competano con le grandi corporations private, nei campi demografico/salute, della transizione energetica e digitale.
Si propone infine di dare forza al movimento in atto, a partire da città come Barcellona o Amsterdam, per costruire piattaforme digitali a sovranità collettiva per i principali servizi urbani.
Infine, assieme a un gruppo di proposte espressamente dirette alla giustizia sociale, il Rapporto Uguaglianza Sostenibile avanza una proposta che serve a portare gli obiettivi sociali e ambientali dentro il meccanismo del “semestre europeo”, quello che indirizza i processi decisionali delle politiche di bilancio dei singoli Paesi membri. È un meccanismo dominato finora dall’obiettivo di evitare squilibri di bilancio. Nella proposta, a questo obiettivo si affianca con pari rango, un sistema di obiettivi ambientali e sociali codificato in un “Patto di sviluppo sostenibile multi-annuale”. Nell’istruire questo processo, oltre alla Direzione Affari economici e finanziari assumerebbero un ruolo le Direzioni competenti per quegli obiettivi, riportate finalmente su un piano di parità. In questo contesto, la politica di coesione diventa lo strumento per declinare la nuova politica europea sulla base delle esigenze dei singoli territori.
La nostra Unione ha bisogno di un forte rinnovamento e di persone decise ad attuarlo. (Fabrizio Barca)

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LE BUONE PRATICHE PER RENDERE L’EUROPA MIGLIORE

di Frank Appel, 30/05/2019, da Il Sole 24 Ore
– La Ue dovrebbe incoraggiare i rapporti fra gli Stati per cercare nuove soluzioni –
È venuto il momento in cui tutti noi europei dobbiamo chiederci, individualmente e collettivamente, quale futuro immaginiamo per l’Europa. Non è un compito facile. Ognuno di noi avverte che attraversiamo un periodo di transizione. E ciò accade a livello locale, regionale, nazionale, europeo e globale. La domanda che aspetta risposta è se, e come, la Ue arricchisce la nostra sfera personale, ci consente una vita migliore e ci rafforza come comunità.
Inoltre, l’Europa dovrà sviluppare il suo spirito imprenditoriale e innovatore e focalizzare l’attenzione sui problemi che i cittadini affrontano ogni giorno. Punti critici sono la casa e i trasporti pubblici, la cura dell’infanzia, l’istruzione professionale per le nuove generazioni e la formazione continua, come pure la sicurezza e la sostenibilità economica delle pensioni.
Il dilemma che ci assilla è che molte di queste criticità sono considerate oggetto di politica interna. Ora non ci sono studi in cantiere a Bruxelles per trovare soluzioni, perché queste sono estranee al mandato legislativo e normativo della Ue. Sul lungo periodo, occorre puntare verso gli Stati Uniti d’Europa, con un governo europeo legittimo, e con un sistema previdenziale e fiscale centrale. Questa è la mia visione per l’Europa nei prossimi 25-50 anni.
Come arrivarci? Il luogo migliore per nuove idee potrebbe essere in un altro Paese europeo. Faremmo bene a imparare dai nostri vicini e adottare le buone pratiche attuate all’estero.
Gli austriaci, per esempio, hanno trovato un sistema intelligente per assicurare nuove abitazioni nella loro capitale, e hanno dato impulso alla costruzione di alloggi a prezzi accessibili. Gli svedesi sono riusciti a introdurre, a livello nazionale, una tassa sulle emissioni di CO2. Gli estoni hanno da insegnarci sulla facilità dell’amministrazione elettronica. Altri Paesi potrebbero avvantaggiarsi nel copiare il sistema di apprendistato in vigore in Germania. E gli olandesi hanno impostato il loro regime pensionistico su basi più eque e sostenibili di tanti altri.
La Ue farebbe bene a incoraggiare il più possibile questi rapporti tra Stati allo scopo di cercare nuove soluzioni. Attingere a questa riserva di idee, finora poco esplorata, e attivare uno scambio di informazioni sociali, da un lato all’altro dei confini nazionali, servirà a spazzar via gran parte di quella presunta astruseria che circonda ancora il progetto europeo.
Ancora meglio, così facendo tutta la società civile potrà assumere un ruolo più attivo. Man mano che le idee e le soluzioni più innovative vengono diffuse dai mezzi di comunicazione, gli istituti di ricerca e i gruppi di esperti nei vari Paesi si dedicheranno a reperire e valutare spunti e suggerimenti provenienti da oltre confine.
Se si sapranno sfruttare queste idee, si stimolerà una collaborazione diretta su singoli problemi e progetti, allargata a tutti gli Stati dell’Unione, una collaborazione transfrontaliera che potrà essere estesa anche a iniziative e interventi a livello locale o municipale. In questo modo, la rete della comunità si trasformerà in una comunità di reti intelligenti.
È un luogo comune dire che l’Europa è più grande della somma delle sue parti, ma è altresì profondamente vero che l’Europa raggiungerà il suo reale potenziale solo quando Stati, regioni, città e cittadini da un capo all’altro dell’Unione saranno coinvolti direttamente nell’analisi e nell’attuazione di soluzioni che si sono rivelate efficaci al di là dei loro confini. È questa la nuova dimensione che occorre trovare all’Europa. E sono convinto che rappresenterà un passo avanti decisivo verso gli Stati Uniti d’Europa.
(Frank Appel, Ceo Deutsche Post Dhl Group)

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ELEZIONI EUROPEE RISULTATI 2019: CHI HA VINTO

di Anton Filippo Ferrari, 30 Mag. 2019, da https://www.tpi.it/
Elezioni Europee Risultati 2019 | Chi ha vinto | UE | Parlamento Europeo | Risultati paese per paese
ELEZIONI EUROPEE RISULTATI – Dal 23 al 26 maggio 2019 i cittadini dei 28 Stati membri dell’Unione europea hanno votato per il rinnovo del Parlamento europeo. In Italia il voto è stato il 26 maggio. Ecco tutti i risultati, paese per paese.
L’Italia ha eletto 76 deputati europei (tre di questi saranno effettivi solo dopo che il Regno Unito uscirà dalla Ue).
Le elezioni sono state stravinte dalla Lega, con il 34,33 per cento dei consensi. Secondo il Partito democratico, con il 22,69 per cento. Debacle per il Movimento Cinque Stelle, che sprofonda al 17,07 per cento. Quarto posto per Forza Italia, sceso al 8,79 per cento, seguito da Fratelli d’Italia con il 6,46 per cento. +Europa si ferma al 3,09 per cento e non riesce a superare la soglia di sbarramento.
Olanda
L’Olanda ha eletto 26 eurodeputati. I laburisti guidati da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, con il 19 per cento dei voti, si aggiudicano 6 dei 26 seggi assegnati ai Paesi Bassi.
Quattro posti per il Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD) con il 14,60 per cento dei voti, tre per il Forum per la Democrazia (FVD) populista di Thierry Baudet con l’10,9 per cento dei voti. Tre seggi anche ai Verdi, uno al partito anti-immigrazione di Geert Wilders.
Regno Unito
Il Regno Unito elegge 73 deputati. Il nuovo Brexit Party di Nigel Farage trionfa con il 31,7 per cento alle Europee in Gran Bretagna, secondo i dati pubblicati dal Parlamento Ue, che dà i LibDem filo-Ue secondi al 18,55 per cento (+11 per cento), il Labour terzo in calo al 14, i Verdi (due punti in più) all’11, e i Tory solo quinti crollati al record negativo storico dell’8,7 per cento.
I seggi destinati al Brexit Party di Nigel Farage alla prossima assemblea di Strasburgo sono 29: un numero che in base alle stime attuali ne farebbe il più grande gruppo nazionale con la Cdu/Csu tedesca e subito davanti alla Lega.
Il Brexit Party si attesta attorno al 33 per cento finale – sempre secondo Sky -, seguito da LibDem al 21 (16 seggi), Labour poco sopra il 14 (10 seggi), Verdi (12 per cento e 7 seggi) e Tory (9 per cento e 4 seggi).
Irlanda
L’Irlanda ha diritto a eleggere 13 eurodeputati. Due quali però congelati fino a che il Regno Unito non concederà la sua quota ratificando la Brexit.
I Verdi dovrebbero conquistarne due. Il Finn Gail (Ppe, europeista) del premier Leo Varadkar si conferma primo partito con un 29 per cento di voti.
Mentre deludono gli storici rivali del Fianna Fail (Alde) che nelle parallele elezioni locali sono testa a testa con il partito governo, ma alle Europee rischiano di cedere persino il secondo posto ai Verdi, che sono saliti addirittura dall’1,6 al 15 per cento.
Repubblica Ceca
In Repubblica Ceca vengono eletti 21 europarlamentari. Il partito del premier ceco Andrej Babis, ANO 2011, ha vinto le europee in Repubblica ceca, secondo i dati definitivi pubblicati dall’Europarlamento seggi.
Il dato però è in calo rispetto al 26,09 per cento dello spoglio parziale. Ano ha ottenuto il 21,18 per cento, sei seggi, invece di sette.
I Democratici civici dell’Ods, principale partito d’opposizione sono cresciuti, salendo a 14,54 per cento, con quattro seggi, mentre i Pirati al 13,95 per cento hanno ottenuto tre eurodeputati.
Sorpasso dei centristi di TOP 09 + STAN – STAROSTOVÉ (STAN) 11,65 per cento e tre seggi, ai danni dei Comunisti che restano con un seggio (6,94 per cento).
I Cristianodemocratici (KDU-CSL) 7,24 per cento ottengono due seggi. Il SPD 7,50 per cento altrettanti. Esclusi dall’emiciclo i Socialdemocratici (Cssd).
Slovacchia
La Slovacchia elegge 13 parlamentari europei. La coalizione europeista legata alla presidente slovacca Zuzana Caputova, che inizierà il suo mandato a giugno, ha vinto le europee, secondo i dati definitivi diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica locale.
La coalizione Slovacchia Progressista ha ottenuto il 20,1 per cento, quattro seggi, seguita da SMER (aderente ai gruppo dei socialisti europei) con il 15,7 per cento, tre seggi) mentre la formazione di estrema destra partito popolare Nostra Slovacchia ha ottenuto il 12,1 per cento, con due seggi, come il Movimento dei Cristianodemocratici.
Malta
I dati indicano che a Malta il partito Laburista del premier Muscat dovrebbe ha ottenuto il 55,9 per cento dei consensi, seguito dal Partito Nazionalista al 36,3 per cento. A Malta vengono eletti 6 europarlamentari. • Lettonia
In Lettonia sono 8 gli europarlamentari eletti. Dimezza i propri consensi in Lettonia ma resta primo il partito Unità, dove milita l’attuale vicepresidente della Commissione europea ed ex primo ministro del paese baltico Valdis Dombrovskis.
Se nel 2014 il partito ottenne il 46,2 per cento stavolta si è fermato al 26 per cento, secondo le stime pubblicate dal Parlamento europeo. Non sfonda e arriva secondo con il 17,50 per cento il partito filorusso Armonia (Saskaņa Socialdemokratiska).
Austria
In Austria, alla chiusura delle urne, vince il partito del cancelliere Kurz che è in testa. L’Austria elegge in tutto 18 parlamentari europei.
Belgio
Il Belgio ha diritto a eleggere 21 eurodeputati. In testa il partito conservatore Nuova Alleanza Fiamminga al 13,4 per cento.
Al secondo posto il partito di estrema destra Vlaams Belang all’11,4 per cento. Nella regione francofona della Vallonia (Bruxelles) il partito socialista è al primo posto al 23 per cento. Al 21 per cento il partito dei verdi.
Bulgaria
Alla Bulgaria toccano 17 deputati europei. In Bulgaria si vota domenica 26 maggio. Confermati i dati degli exit poll: in testa il partito conservatore Gerb del premier Boyko Borissov con il 30,64 per cento, seguito dalla BSP al 26,42 per cento.
Cipro
Secondo i primi dati a Cipro hanno vinto i conservatori del partito Raduno democratico (DISY, del Ppe) con il 29,02 per cento e e due seggi sui sei.
Secondo il risultati definitivi il Partito progressista dei lavoratori (Akel) ha ottenuto due seggi con il 27,49 per cento. Un seggio per i Democratici (Diko, del gruppo europeo socialdemocratico) con il 13,8 per cento. Un altro seggio a EDEK con il 10,58 per cento.
Croazia
Alla Croazia toccano 11 deputati europei. In Croazia, con il 99,8 per cento dei voti scrutinati, il voto delle Europee vede una vittoria dei conservatori (al governo) e dell’opposizione di centrosinistra, che prendono 4 seggi ognuno al Parlamento europeo.
L’Unione democratica croata ottiene il 22,7 per cento dei consensi, e il Partito socialdemocratica il 18,7. Un seggio è andato alla coalizione di estrema destra, che ha preso l’8,5 dei voti.
Danimarca
In Danimarca vengono eletti 13 deputati europei. Gli exit poll sono stati diffusi a partire dalle 20.00, mentre nella notte sono arrivati i risultati ufficiali: al primo posto i liberali con il 23,5 per cento dei voti; secondi i Socialdemocratici al 21; seguono i Socialisti al 13, il Partito popolare al 10.
Gli ultimi dati confermano la sconfitta pesante degli alleati della Lega di Matteo Salvini, il Partito Popolare Danese, che si aggiudica un solo seggio, con circa 10 per cento del voto. Nel 2014 avevano ottenuto il 26,6 percento del voto, per un totale di 4 seggi, classificandosi al primo posto.
Estonia
L’Estonia elegge 6 europarlamentari. Alle europee in Estonia, il Partito Riformista è in testa con il 26 per cento, seguito dai socialdemocratici con il 23,3 per cento.
I conservatori euroscettici di Ekre sono soltanto quarti, al 12 per cento, superati dal Partito di Centro (Ke). Ekre, appena due mesi fa, alle elezioni nazionali, era risultato il primo partito. Risultato minimo per Ere, gli alleati del Movimento 5 Stelle, fermi all’1,3 per cento.
Finlandia
La Finlandia elegge 13 parlamentari europei. Vince il centro destra con il Partito di Coalizione Nazionale che ha ottenuto il 20,8 percento del voto.
Al secondo posto il partito dei verdi che ha preso il 16 per cento. A seguire il Partito socialdemocratico finlandese che ha preso il 14,6 percento. Gli alleati europei di Salvini conquistano 2 seggi.
Francia
A scrutinio quasi ultimato (98 per cento dei voti conteggiati, secondo il ministero dell’Interno) in Francia si conferma la vittoria della lista di destra Prenez le Pouvoir, sostenuta dalla leader del Rassemblement National Marine Le Pen, con il 23,43 per cento dei voti, che supera Renaissance, sostenuta tra gli altri da En Marche del presidente Emmanuel Macron, al 22,31 per cento.
Europe Ecologie (Verdi) ottiene invece il 13,42 per cento, mentre l’Unione di centrodestra 8,48. La France Insoumise (sinistra radicale) prende il 6,31 per cento e gli ecologisti di Envie d’Europe Ecologique et sociale il 6,18.
In Francia vengono eletti 79 eurodeputati.
Germania
In Germania grande risultato dei Verdi al secondo posto dopo Cdu-Csu che ha ottenuto il 28,7 per cento dei voti.
Quarto posto, dopo i socialdemocratici, per Afd, il partito di estrema destra affiliato di Matteo Salvini, che ottiene il 10,8 per cento dei consensi.
La Germania è il paese che elegge più eurodeputati: 96.
Grecia
Dopo la pubblicazione dei primi exit poll, in Grecia il partito Nea Dimokatia (ND) di centrodestra è in testa con il 33,3 per cento. Secondo Syriza del premier Tsipras che si è attestato al 23,9 per cento.
Tsipras, ha chiesto di convocare elezioni anticipate in Grecia.
Lituania
In Lituania vengono eletti 11 eurodeputati. Alle europee in Lituania, i risultati indicano la vittoria dei conservatori di Unione per la Patria (Ts-Lkd) con il 21,44 per cento, seguiti dai socialdemocratici con il 21,1 per cento. Il partito populista al potere l’Unione dei Verdi e Contadini lituani (Lvzs), è terzo al 18,9 per cento.
Lussemburgo
Il Lussemburgo elegge 6 deputati europei. I liberali del Partito Democratico (Dp) sono il primo partito del Lussemburgo alle Europee con il 21,4 per cento e scavalcano i cristiano-sociali (Csv) del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, che si fermano al 21,1 per cento.
Sono i risultati definitivi del Granducato diffusi da Europe Elects. Il Csv ha fatto registrare un calo dei suffragi del 16,5 per cento rispetto al 2014: si tratta del peggior risultato nella storia del partito cristiano-sociale. Migliora invece la posizione dei liberali, che balzano dal terzo al primo posto rispetto a cinque anni fa (+7 per cento).
Positiva anche la prestazione dei Verdi, al terzo posto con il 18,9 per cento (dal 15,01 per cento del 2014). Più distanti, al 12,2 per cento, i socialisti del Partito Operaio (in linea con il 2014).
In aumento le frange sovraniste: il Partito Riformista di Alternativa Democratica passa dal 7,53 al 10 per cento, mentre gli estremisti di destra dei Pirati raddoppiano quasi i loro consensi, dal 4,2 al 7,7 per cento. Volt, la nuova formazione giovanile paneuropea, si ferma al 2,11 per cento. (Qui i risultati)
Polonia
In Polonia vengono eletti 51 deputati europei. Vince il partito Diritto e Giustizia con il 43.10 per cento dei voti. Segue la Coalizione Europea con 38.40 per cento. Terzo posto al partito “primavera” con il 6.70 per cento.
Portogallo
Il Portogallo ha diritto a eleggere 21 europarlamentari. In Portogallo il partito socialista del premier Antonio Costa si conferma alle Europee primo partito con il 33,6 per cento (10 seggi tra le fila dell’S&D), seguito dai socialdemocratici al 22 per cento (6 seggi nel Ppe). Il ‘Blocco di Sinistra’ ottiene 2 seggi con il 9,5 per cento, i verdi un seggio con il 6,06 per cento. (Qui i risultati)
Romania
In Romania sono 32 i parlamentari europei. Il Partito Nazionale Liberale, il principale partito di opposizione, è sopra di due punti al Partito Social Democratico, il partito al governo, che sta al 24.84 per cento.
Slovenia
La Slovenia ha diritto a 8 eurodeputati. In Slovenia, stando ai primi risultati parziali pubblicati in tarda serata sul sito della Commissione elettorale nazionale, – la chiusura dei seggi è avvenuta alle 19 – il ticket formato da Partito democratico sloveno (SDS, conservatore) e Partito popolare sloveno (SLS) hanno raccolto oltre il 26 per cento delle preferenze, aggiudicandosi quindi 3 degli 8 eurodeputati eletti nel paese.
I Socialdemocratici (SD) e la Lista del Primo ministro Marjan Sarec (LMS) ottengono due deputati a testa, ottenendo rispettivamente il 18,6 e il 15,6 per cento.
I cristiano-democratici di Nuova Slovenia (NSi) hanno raccolto le preferenze dell’11 per cento degli elettori e manderanno a Bruxelles un eurodeputato. Hanno votato poco meno di mezzo milione di persone, pari al 28,13 per cento degli elettori.
Spagna
La Spagna ha diritto a eleggere 54 eurodeputati. In Spagna le elezioni sono state vinte dai socialisti PSOE (S&D). Oltre alle elezioni europee, i socialisti si impongono anche alle regionali e alle municipali, ottenendo 7,5 punti rispetto ai popolari.
Svezia
In Svezia sono eletti 20 europarlamentari. Primo il Partito socialdemocratico dei lavoratori (S&D) del premier Stefan Lovfen che vince con il 23,6 per cento, dietro i nazionalisti Democratici svedesi (Ecr). A seguire Moderaterna (Ppe) al 16.8 per cento (+3 per cento), poi il liberale Centerparteit (Alde) ottiene il suo miglior risultato di sempre 11 per cento (+4 per cento).(Qui il risultato)
Ungheria
In Ungheria ha vinto Fidesz, il partito del premier Viktor Orban che ha vinto in Ungheria con il 52 per cento dei voti. Al secondo posto la Coalizione Democratica di Sinistra che si attesta al 16 per cento. Il partito di Orban guadagna 13 dei complessivi 21 seggi destinati all’Ungheria, uno in più rispetto a quelli conquistati nel 2014.
…..
Il numero dei deputati di uno stato membro è calcolato in base alla sua popolazione; tuttavia si va da un minimo di 6 (Cipro, Estonia, Lussemburgo e Malta) a un massimo di 96 deputati (Germania) per ciascuno stato.
In tutto gli eurodeputati saranno 751. Il numero sarebbe dovuto scendere a 705, ma la Brexit è stata rimandata.
I deputati italiani eletti nelle elezioni europee 2019 dovrebbero andare ad occupare 73 seggi, che diventeranno 76 non appena il Regno Unito uscirà dalla Ue.
Perché si vota? Si vota per influenzare le decisioni che riguardano la propria vita e quella di 505 milioni di cittadini europei, e incidere sul futuro dell’Unione europea anche per le generazioni che verranno.
Il Parlamento europeo stabilisce leggi che riguardano tutti e che vengono recepite nella legislazione nazionale, e decide su come verranno spesi i soldi dell’Unione europea, quindi i nostri soldi. (Anton Filippo Ferrari)

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