GRANDI NAVI A VENEZIA: L’INCIDENTE E’ POSSIBILE, è accaduto, potrà accadere ben di peggio. Anche senza incidenti le navi da crociera distruggono la LAGUNA – Proposta per una VENEZIA SOSTENIBILE al turismo, con un PORTO OFF-SHORE (una banchina artificiale), FUORI DALLA LAGUNA, in MARE APERTO

La collisione a Venezia domenica 2 giugno, alle 8.34, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS») che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo

   La collisione a Venezia domenica 2 giugno, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”, nave da crociera della compagnia MSC Crociere, una compagnia di navigazione dedita al mercato delle crociere, con sede a Ginevra e sedi operative a Napoli, Genova e Venezia, a capitale interamente svizzero, con 15 mila dipendenti) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS», un «lancione» turistico che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo), ha creato uno CHOC COLLETTIVO (in tutti quelli che vivono, frequentano, o solamente amano Venezia), ben oltre il danno subìto al Molo di San Basilio (presso la Stazione Marittima) e con “soli” 4 feriti non gravi.

LA MANIFESTAZIONE “NO GRANDI NAVI” DI SABATO 8 GIUGNO – http://www.nograndinavi.it/

   Choc, perché era “impossibile che accadesse”: l’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio è forte, e “dobbiamo sentirci sicuri”. E poi, la grandi navi vengono traghettate quando entrano in Laguna, non può accedere alcun incidente…… E’ invece accaduto, e potrà di nuovo accadere con conseguenze ben più gravi.
Ma non è solo un fatto di incidenti di questo tipo. Le grandi navi “fanno male” alla Laguna di Venezia sempre quotidianamente: ogni volta che una nave da crociera entra dalla Bocca di Porto del Lido (con la sua stazza a volte anche superiore alle 100 mila tonnellate), oppure una petroliera entra dalla Bocca di Porto di Malamocco, i fondali della laguna ne risentono fortemente: si scatena un mini maremoto che solleva montagne di sedimenti e detriti, sospingendoli in tutte le direzioni e lasciandoli in parte in sospensione, prima che le maree le buttino fuori dalla laguna, in mare aperto (vi invitiamo qui di seguito a leggero il pezzo di Sandro Orlando, dal Corriere.it del 6 giugno scorso).

VENEZIA, COSÌ LE GRANDI NAVI HANNO MODIFICATO I FONDALI DELLA LAGUNA – Gli effetti di queste navigazioni sono ora visibili nelle immagini che l’ISMAR, l’ISTITUTO DI SCIENZE MARINE del CNR di VENEZIA, ha «scattato» nelle profondità della laguna servendosi di un ecoscandaglio ad alta risoluzione. «FOTOGRAFIE ACUSTICHE», pubblicate dalla rivista SCIENTIFIC REPORTS (NATURE), che descrivono con precisione quale sia l’impatto sull’ecosistema lagunare di questo traffico marittimo: con UN MIGLIAIO DI GRANDI NAVI DA CROCIERA CHE OGNI ANNO TRANSITANO DAVANTI AL BACINO DI SAN MARCO, per poi costeggiare PUNTA DELLA DOGANA e infilarsi nel CANALE DELLA GIUDECCA – in manovre complicatissime, come ha confermato per l’ennesima volta la collisione domenica 2 giugno della Msc Opera con un battello in prossimità del molo di San Basilio; oltre a più di tremila navi cargo che vanno su e giù per il cosiddetto canale dei Petroli tra Malamocco e Marghera, e un numero imprecisato di vaporetti, barche e barchini. (Sandro Orlando, Corriere.it, 6/6/2019)

   E non è solo un impatto ambientale per l’ecosistema lagunare: è un IMPATTO VISIVO e CONTRASTANTE con la bellezza di Venezia, nella sua delicata precarietà fatta, costruita, su fondamenta di legno, sui suoi magnifici palazzi leggiadri: tutto questo cosa ha a che fare con le mostruose dimensioni della navi da crociera che contengono anche 3 mila turisti?
L’ipotesi di dire “basta” a queste grandi navi in Laguna, vede il mondo economico, turistico, portuale, politico locale, schierati tutti contro: si è detto e si dice che «la messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». E le lobby sempre più potenti delle compagnie navali contano molto: tutte le proteste e richieste di non far entrare in laguna queste navi vengono spente con la possibile perdita di tanti posti di lavoro (nel turismo e servizi, ma anche nella cantieristica…).

“AVARIA AL MOTORE” – “La nave di Msc aveva un’avaria al motore, segnalata subito dal comandante. Il motore era bloccato, ma in spinta, perché la velocità aumentava, come confermano i tracciati Ais”. Lo ha spiegato Davide Calderan, presidente della Rimorchiatori Uniti Panfido, la società che con due imbarcazioni stava guidando la “Msc Opera” all’arrivo in marittima, prima dell’incidente. I due rimorchiatori hanno cercato di fermare il ‘gigante’, fino a quando un cavo di traino si è rotto, tranciato dall’impatto con il battello fluviale.

   Il «piano» del 2017 di dirottare le navi da crociera verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli (entrando dalla Bocca di Porto di Malamocco) sembra bocciato da una parte del governo, ritenendolo troppo pericoloso (con la convivenza con le petroliere) (e noi condividiamo la preoccupazione). E sembra sia stato rimesso nel cassetto ancor più il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (che è parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato (cioè scavato, “approfondito”).

da corriere.it: foto CNR

   Le tre ipotesi del ministro dei trasporti attuale (Toninelli) (il Ministero dei trasporti è competente a decidere su questa cosa, ma deve pure cercare il consenso delle autorità politiche e portuali locali, il cosiddetto Comitatone -Comitato interministeriale di indirizzo-…) sono: a-CHIOGGIA (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; b-SAN NICOLÒ al Lido (però fuori dalla Laguna, con la creazione di una banchina artificiale); c-MALAMOCCO (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). A parte Chioggia, che ci sembra un po’ troppo lontana (alla fine della Laguna Sud, e in ogni caso si rimarrebbe dentro la Laguna), le altre due qui sopra riportate possibilità appaiono concrete (a nostro avviso).
Noi riteniamo che proprio la situazione di CRISI DA TURISIMO ECESSIVO di Venezia, e di IRREVERSIBILE DANNO ALL’ECOSISTEMA LAGUNARE richieda scelte coraggiose: per questo diciamo che le grandi navi da crociera in nessun modo dovrebbero (devono) entrare nella Laguna di Venezia.

Nel grafico il luogo dove è avvenuto lo schianto della Msc Opera e le possibili alternative allo studio per l’attracco delle grandi navi da crociera (da Corriere del Veneto)

   Sui problemi dell’indotto turistico (ma siamo sicuri che, dati i numeri di turisti a Venezia, ci si accorgerà del problema?..e non si potrà riconvertire gli attuali addetti alle grandi navi in altri servizi alla città?); e, se si vuole (questo sì), del business delle crociere (delle potenti compagnie navali); e della cantieristica italiana che potrebbe perdere commesse (questo ci pare un problema più serio)… ebbene noi pensiamo CHE LA SOLUZIONE ALTERNATIVA è un porto OFF-SHORE, una BANCHINA ARTIFICIALE fuori della Laguna, in mare aperto: la si può fare in tempi ragionevoli, e i costi non necessariamente sono superiori agli interventi necessari per le ipotesi “dentro la Laguna”.

percorso proposto dal Comune di Venezia e dalla Regione Veneto

   Quanto tempo ci vuole e nel frattempo cosa si fa? Nel frattempo si applica il decreto del Governo Monti (Clini-Passera) che dal 3 marzo 2012 vieta il transito di navi con una stazza superiore alle 40 mila tonnellate (e la Msc Opera pesa 65 mila tonnellate, non doveva esserci). Cioè non si permette il passaggio, e si aspetta l’entrata in funzione della banchina off-shore in mare aperto (vedrete che sarà costruita in tempi più che rapidi). (s.m.)

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L’INCIDENTE (foto Ansa) – IL COMANDANTE: “PERDITA DI COMANDI” – “Presumibilmente c’è stata una perdita dei comandi…”. Pochi minuti di conversazione, tra la sala operativa della Capitaneria di Porto, e il ponte comando della ‘Msc’ spiegano la drammaticità dell’incidente avvenuto a Venezia. Questo il dialogo tra i soccorritori e la nave. “…Ci aggiorna sulla situazione in corso? cambio”. “E’ il pilota che parla, il comandante è impegnato… Al momento siamo sulla nave con la prua preminentemente appoggiata al ’29’, abbiamo il rimorchiatore di prua che ha rotto il cavo ed in assistenza al ‘River Countess’, che è sul nostro fianco sinistro. A poppa abbiamo sempre mantenuto il rimorchiatore con il cavo e siamo fermi”. La telefonata continua: “Abbiamo dato ordine di dar fondo alle due ancore e di agguantarle, abbiamo messo i rimorchiatori di prua in forza ad allargare lato opposto al 29, e quello di poppa in frenata a tutta forza per fermare l’abbrivio della nave, ma dal ponte non abbiamo compreso bene cosa sia successo”.

L’INCIDENTE NEL CANALE DELLA GIUDECCA

di Dino Martirano, da “Corriere.it” del 3/6/2019
– Scontro tra navi a Venezia, indagati pilota e comandante della nave. Lega e 5 Stelle litigano pure sulle navi. Crociera annullata e biglietti rimborsati. Il ministro dei Trasporti: abbiamo tre ipotesi di approdi alternativi per le grandi navi. Salvini: si muova –
Crociera della Msc annullata (con biglietti comunque rimborsati), in un mare di polemiche: con la Lega e il M5S che ora litigano anche sui progetti degli approdi alternativi per le grandi navi, fuori o dentro la laguna di Venezia. Dopo la collisione nel Canale della Giudecca — tra una nave da 65 mila tonnellate e un battello fluviale: 4 feriti, inchiesta aperta, indagati il pilota e il comandante della Msc — il governo si è preso tutto giugno per decidere.
E di sicuro l’esecutivo ha già stracciato il «piano» del 2017 di dirottare i «bestioni del mare» verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli. Rimesso nel cassetto anche il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato.
Il ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture) ha in mente tre ipotesi: Chioggia (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; San Nicolò (fuori una delle bocche di porto che danno accesso alla laguna), con la creazione di una banchina artificiale; Malamocco (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). «La terza appare remota, ma entro giugno il Mit deciderà se adottare la prima o la seconda opzione», fanno sapere dallo staff di Toninelli. Però, aggiungono le fonti ministeriali, «è allo studio, per una fase transitoria, anche un graduale contingentamento della grandi navi da fare entrare in laguna». Con quale criterio? Per ora non è dato saperlo. A meno che non ci si affidi a un tetto di tonnellaggio che poi è implicito anche nel «super vincolo» posto a ottobre 2018 dal ministro grillino Alberto Bonisoli (Beni culturali) sui grandi canali veneziani, contro il quale già sono partiti i ricorsi al Tar (Comune e Autorità portuale).
Il vicepremier Matteo Salvini ha suonato la sveglia al collega Toninelli: «C’è un progetto per le navi… Bene, si faccia e subito». Così a stretto giro di posta il ministro 5 Stelle ha poi replicato al Tg Veneto di Rai3: «Non esiste e non è mai esistito un progetto Marghera…e questo significa che il sottoscritto e il mio ministero non ha bloccato nulla». Eppure osserva Nicola Pellicani del Pd, che chiede al ministro di riferire in aula, «Toninelli in un anno non ha deciso nulla: l’ultimo Comitatone (governo, comune, regione, autorità portuale, ndr) è stato convocato il 7 novembre 2017 da Delrio individuando la soluzione condivisa» del terminal di Marghera. (Dino Martirano)

LA GRANDE PAURA – Nell’urto alcune persone sono state sbalzate in acqua, quattro i feriti a bordo della Msc, in condizioni non gravi. Sono tutte donne, turiste straniere. Arrivati sul posto, vigili del fuoco e polizia hanno allestito i soccorsi. L’incidente ha turbato i tradizionali preparativi per lo sposalizio con il mare che si tiene tutti gli anni a Venezia e coinvolge numerose imbarcazioni. Accade proprio nel periodo in cui si è fatta più decisa la protesta delle associazioni che chiedono che venga vietato il passaggio delle grandi navi in Laguna, dopo il parere positivo per il loro stazionamento a Marghera arrivato di recente dall’Unesco.

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mappe barimetriche (da http://www.velaveneta.it/)

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FONDALE CHIOGGIA (da Corriere.it, foto CNR)

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BANKSY E IL QUADRO SULLE GRANDI NAVI A VENEZIA – Lo street artist, o chi per lui, pubblica un video dove espone quadri sulle grandi navi e lamenta di non essere stato invitato dalla mostra

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Il cartoon di Celentano profetico con la grande nave che si schianta a San Marco

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VENEZIA COLLISIONE CON BATTELLO, FERITI E POLEMICHE

GRANDI NAVI, PERCHÉ NON DECIDETE?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/6/2019
E se succede a Venezia? «Uffa!», sbuffavano fino a ieri mattina i sostenitori delle Grandi Navi. E attaccavano a snocciolare contro i soliti gufi una miriade di dati, calcoli, portolani, algoritmi, sigle imperscrutabili di strumentazioni spaziali che mai e poi mai avrebbero consentito un incidente nel canale della Giudecca eccetera eccetera… È successo davvero. E tutte le chiacchiere sono state spazzate via.
Erano le 8:34. Entrata dalla bocca di porto di San Nicolò e diretta verso la Marittima, la nave da crociera «Msc Opera» procedeva lungo il canale veneziano a 5,3 nodi. Tanti, come dimostrerà la cronaca. Una velocità solo un po’ più bassa di quella prescritta negli anni Trenta del Novecento quando i bastimenti non erano palazzoni immensi alti quanto il campanile dei Frari, il secondo di Venezia dopo San Marco.
Di colpo, su quel bestione bianco da 65.000 tonnellate lungo 275 metri, largo 32 e capace di trasportare circa 2.679 ospiti e 728 uomini e donne dell’equipaggio, c’è un blackout ai comandi. Un blackout inspiegabile.
E la nave affidata alla guida di un rimorchiatore davanti e uno dietro della flottiglia di “Rimorchiatori Riuniti Panfido”, fondata tanti anni fa in Venezuela da due emigrati italiani che fecero fortuna, diventa ingovernabile. Peggio: a dispetto di ogni schema, la grande nave accelera. E dopo esser passata davanti alla Madonna della Salute ai cinque nodi che dicevamo, accelera e accelera in poche centinaia di metri fino a quasi sette nodi.
«Mi sono accorto che aumentava la velocità tirando a dritta verso San Basilio e il pontile dei vaporetti dove c’era molta gente e ho cominciato a tirare e tirare per raddrizzarla verso il centro del canale», racconta Andrea Ruaro, triestino, ventun anni di esperienza in laguna, il pilota del rimorchiatore Angelina che stava davanti, «Per quanto spingessimo i motori al massimo, però, non ce la facevamo. Era proprio impossibile».
È fermo lì, in banchina, un «lancione» turistico che in quel momento sta accogliendo i passeggeri a bordo, la «River Countess». Quello che succede è nei video ripresi da varie persone che stavano nei dintorni con il telefonino acceso. La grande nave da crociera ormai cieca ad ogni comando, mentre l’altro rimorchiatore alle spalle cerca di rallentarla, piomba a poppa del «lancione», lo copre in parte decapitando il ponte superiore, si infila fra questa e la banchina staccandola all’ormeggio e trascinandosela avanti con un’ancora gigantesca infilata nel fianco.
Ambulanze, Vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, vigili urbani. Un caos indescrivibile. Il cozzo è stato così forte che tutti si chiedono sgomenti quale possa essere il bilancio. Minuti febbrili a controllare le due navi, la banchina, eventuali passeggeri scaraventati in acqua. Cinque feriti, pare. Nessun morto. Grazie a Dio. E mentre i soccorsi si mettono febbrilmente in moto, cominciano a grandinare i commenti.
Il sindaco Luigi Brugnaro tuona: «È l’ennesima dimostrazione che non è più pensabile che nel canale della Giudecca debbano passare le grandi navi. Lo diciamo da otto anni, e chiediamo immediatamente l’apertura del Vittorio Emanuele». Il governatore Luca Zaia, che già aveva detto la sua («È un’immonda schifezza, il problema va risolto: c’è un decreto che è chiaro e che dobbiamo applicare») ai tempi delle prime polemiche seguite dal divieto d’ingresso — poi aggirato — alle imbarcazioni superiori alle 40mila tonnellate imposto dal governo di Mario Monti, insiste: le grandi navi da lì vanno tolte. Ecco anche Danilo Toninelli: «Il Comitatone aveva partorito e analizzato tredici diversi progetti, noi li abbiamo ridotti facendo sintesi con tre: Chioggia, San Nicola e Malamocco…».
Riemergono le fratture. Istantanee. Fatta la tara alla consueta gaffe toninelliana («San Nicola» invece di San Nicolò…) e l’accenno a Chioggia, unica città grillina del circondario, le tre soluzioni prospettate come una magica rosa dal ministro dei Trasporti sono infatti da anni e anni al centro di discussioni accese e di non facile uscita. Contestate più o meno tutte dai promotori del comitato «No grandi navi», da anni in guerra contro il viavai dei giganteschi alberghi semoventi da crociera e ieri riuniti subito a San Basilio per una manifestazione di protesta.
Ironizza Matteo Salvini: «Mi risulta che una soluzione per evitare problemi come quello dell’incidente tra le navi a Venezia era stata elaborata già dall’anno scorso, con l’allargamento di un canale e una parte delle navi a Porto Marghera, ma tutto ciò è bloccato da mesi perché è arrivato un no da un ministero romano, e non è un ministero della Lega».
Al di là delle posizioni di principio di chi contesta come Italia Nostra e gli ambientalisti di mezzo mondo la stessa filosofia di piegare una città gentile e fragile come Venezia alla logica di un turismo di massa sempre più invasivo, ingordo e volgare, le obiezioni a questo o quel progetto per aprire alle Grandi Navi un percorso diverso da quello della Giudecca, non sono affatto capricci buttati lì a casaccio. La riapertura del «Vittorio Emanuele», per dire, spaventa quanti temono che l’allargamento e lo scavo fino a undici metri del canale possa portare dentro altra acqua dal mare rendendo sempre più costose e forse inutili le paratie del Mose. Vale la pena? Mah…
Su un punto sono tutti d’accordo: il tormentone sulle grandi navi da crociera e sul percorso per farle entrare in laguna è diventato ormai insopportabile. E non è possibile che venga rimesso in discussione ad ogni cambio di governo. Chi deve decidere decida. Purché non tenga conto solo del business. Come se la conservazione della nostra città più bella e delicata venisse dopo.
Vada come vada, l’incidente di ieri (il 2/6/2019, ndr), così spettacolare e traumatico, nel cuore di Venezia, la fa finita una volta per tutte con una tesi spacciata per un dogma. L’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio. Non è così. Non in ambienti fragili come la laguna. È stato un «problema tecnico», dice un comunicato di Msc. Ci dobbiamo accontentare? E fidarci ancora di chi, come fece l’allora soprintendente di Venezia Renata Codello sosteneva che c’era da star tranquilli e che «nessuna nave entra nel canale della Giudecca con i motori accesi perché viene trascinata dai rimorchiatori e quindi la sua mole non crea una serie di fenomeni meccanici in profondità»?
Quando l’ammiraglio Felicio Angrisano lasciò al successore il comando della capitaneria di porto di Genova, disse: «Lascio uno scalo sicuro, affidabile, funzionale». Il più possibile, precisò: «L’unica sicurezza a prova di bomba, per un porto, è non fare entrare nessuna nave…». È una questione di buon senso, però. Ne abbiamo ancora? (Gian Antonio Stella)

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PROMESSE DA MARINAI: SETTE ANNI E 5 GOVERNI MA SULLE GRANDI NAVI SOLO PAROLE E ZERO FATTI
di Sergio Rizzo, da “la Repubblica” del 3/6/2019
«Vada a bordo, cazzo!». C’era chi aveva pensato che per la svolta sarebbero bastate quelle 4 parole, oltre al dramma dei 32 morti del naufragio della Costa Concordia. Quell’ordine ruvido impartito senza ammettere repliche la notte del 13 gennaio 2012 da Gregorio De Falco a Francesco Schettino, che aveva mandato un palazzo galleggiante a schiantarsi sull’isola del Giglio, doveva essere il segnale definitivo. Mai più rischi inutili, mai più morti. Basta con gli inchini di quelle navi alte sessanta metri a sfiorare minuscoli porticcioli. Basta con i passaggi radenti alle banchine solo per il delirio degli smartphone di turisti imbarcati a 500 euro alla settimana.
Soprattutto, basta al più pericoloso dei giochi: il transito arrogante nel canale della Giudecca, a offendere la meraviglia di Venezia con le dimensioni insopportabili di quei mostruosi grattacieli galleggianti. Duemila inchini all’anno davanti a San Marco, calcolavano i comitati cittadini che si battevano contro le grandi navi: uno ogni quattro ore. Una sfida estrema a un ecosistema delicatissimo, uno scempio per la laguna, un affronto alla bellezza della città. Ma che nessuno aveva mai potuto mettere prima in discussione. L’azione di lobby sempre più potenti delle compagnie navali era risultata fino a quel momento invincibile. E le proteste venivano spente con argomentazioni quali l’indotto dei posti di lavoro nella piccola ristorazione e nelle lavanderie che si sarebbero perduti vietando i passaggi a Venezia. Davanti a 32 morti, però, la prospettiva cambiava radicalmente. E quell’ordine di De Falco a Schettino sembrava il messaggio che finalmente si girava pagina.
A palazzo Chigi c’era Mario Monti. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera e quello dell’Ambiente Corrado Clini sfornarono un decreto che prefigurava per quegli immensi alveari galleggianti un’alternativa al passaggio dalla Giudecca e San Marco. Ma si sapeva che il governo sarebbe durato ancora poco: a chi remava contro bastava solo aspettare che tutto s’impantanasse, grazie anche alla burocrazia. Passò inutilmente quasi un altro anno e mezzo, e dopo ancora tremila inchini, e manifestazioni sempre più calde, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni denunciò, a giugno 2013, la paralisi totale. L’applicazione del decreto che vietava il transito delle grandi navi a ridosso di San Marco era sospesa in attesa di una soluzione proposta da Capitaneria e Magistrato delle acque, ma di cui non si vedeva ancora l’ombra.
«Risolveremo entro il 25 luglio», promettevano il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il suo collega all’Ambiente Andrea Orlando, mentre a rinfocolare le polemiche ci pensava un incendio a bordo di una nave da crociera della Royal Caribbean di fronte a Chioggia. E se quel 25 luglio Lupi giurava che la soluzione finale si sarebbe trovata «entro ottobre » l’assessore Gianfranco Bettin denunciava due giorni dopo che un palazzo galleggiante di 272 metri della Carnival Cruise Lines era passato a 20 metri da Riva Sette Martiri.
A novembre, finalmente, il governo di Enrico Letta sembrò deciso ad applicare il decreto vietando il passaggio delle grandi navi, e arrivò subito l’inevitabile ricorso al Tar da parte di Venezia terminal passeggeri e dalle compagnie di navigazione contro la limitazione del traffico dei colossi da crociera. Accolto ovviamente dai giudici amministrativi.
Intanto il governo era cambiato: Matteo Renzi al posto di Letta, con un nuovo ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Che garantì: «Procederemo in tempi brevissimi con la scelta della soluzione alternativa per assicurare agibilità ambientale e tutelare l’economia turistica». Campa cavallo. L’idea concordata da Comune e Regione di consentire l’ingresso ai crocieristi dalla bocca di Malamocco verso Marghera, dove i turisti sarebbero sbarcati dalle supernavi in una nuova stazione marittima da costruire, incontrava molte opposizioni. Quelle degli ambientalisti, e anche quelle di certi ambienti politici: prima di tutto nel Movimento 5 Stelle, che continuava a chiedere d’imporre il divieto assoluto all’ingresso in laguna per i colossi delle crociere.
Per anni si andò avanti in modo inconcludente, con quel decreto che non veniva attuato, e il Tar del Veneto che regolarmente (guarda caso) demoliva le ordinanze di limitazione al traffico emanate di volta in volta dalla Capitaneria. Finché al governo, esattamente un anno fa, non è arrivato il Movimento 5 Stelle. E la confusione a quel punto è diventata assoluta, con i comitati ostili alle navi in laguna che insistevano per il divieto totale, il ministro Danilo Toninelli che prometteva non senza titubanze di onorare la richiesta e il vicepremier leghista Matteo Salvini che invece spalleggiava apertamente il governatore del Veneto Luca Zaia.
Così: «La messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». Era il 30 agosto 2018. Da allora, secondo il classico copione made in Italy, non è successo nulla di concreto, se non un fiorire di ipotesi alternative (almeno tre) di discutibile realizzabilità. Il succo è che, da oltre sette anni e cinque governi, il decreto per impedire a mostri marini da venti piani di violentare Venezia è arenato nei cassetti dei ministeri. E solo per un caso, sette anni dopo la Costa Concordia, non ci sono scappati altri morti. (Sergio Rizzo)

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LA DENUNCIA
VENEZIA, COSÌ LE GRANDI NAVI HANNO MODIFICATO I FONDALI DELLA LAGUNA
di Sandro Orlando, da Corriere.it del 6/6/2019 https://www.corriere.it/
– Nelle foto subacquee del Cnr le prove della devastazione prodotta dal traffico marittimo, dal bacino di San Marco al canale della Giudecca –
Ogni volta che una nave lunga oltre 300 metri entra dalla bocca di Malamocco, con la sua stazza a volte anche superiore alle 100 mila tonnellate, sui fondali della laguna si scatena un mini tsunami. Un maremoto che solleva montagne di sedimenti e detriti, sospingendoli in tutte le direzioni e lasciandoli in parte in sospensione, prima che le maree le buttino fuori dalla laguna, in mare aperto.
Gli effetti di queste navigazioni sono ora visibili nelle immagini che l’Ismar, l’Istituto di scienze marine del Cnr di Venezia, ha «scattato» nelle profondità della laguna servendosi di un ecoscandaglio ad alta risoluzione. «Fotografie acustiche», pubblicate dalla rivista Scientific Reports (Nature), che descrivono con precisione quale sia l’impatto sull’ecosistema lagunare di questo traffico marittimo: con un migliaio di grandi navi da crociera che ogni anno transitano davanti al bacino di San Marco, per poi costeggiare Punta della Dogana e infilarsi nel canale della Giudecca – in manovre complicatissime, come ha confermato per l’ennesima volta la collisione domenica scorsa della Msc Opera con un battello in prossimità del molo di San Basilio; oltre a più di tremila navi cargo che vanno su e giù per il cosiddetto canale dei Petroli tra Malamocco e Marghera, e un numero imprecisato di vaporetti, barche e barchini. (Sandro Orlando)

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RIFIUTI E BONIFICHE
CNR, SUI FONDALI DELLA LAGUNA DI VENEZIA C’È «UNA SORTA DI ‘TERRA DEI FUOCHI’ SUBACQUEA»
[22 Maggio 2019] da http://www.greenreport.it/
Grazie a una “ecografia” dei canali lagunari il Consiglio nazionale delle ricerche documenta la presenza di una gran quantità di rifiuti
La laguna di Venezia, vero e proprio gioiello che attira turisti da ogni angolo del mondo, nasconde sotto il pelo dell’acqua una gran quantità di rifiuti che il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) è riuscito a rilevare attraverso una mappatura svolta con strumenti geofisici ad altissima risoluzione.
Attraverso lo studio Assessing the human footprint on the sea-floor of coastal systems: the case of the Venice Lagoon, Italy – appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature – il Cnr mostra chiaramente che «non ci si deve preoccupare solo della presenza sempre più invasiva di rifiuti antropici sulla superficie del mare o sulle spiagge, ma anche di quelli che si accumulano sul fondale, per certi versi più rischiosi proprio in quanto invisibili – dichiara Elisabetta Campiani, responsabile dell’analisi dell’elaborazione dei modelli digitali del terreno e, assieme a Federica Foglini, della produzione delle immagini – Sono necessari la massima cura e un team molto articolato e preparato per elaborare masse di dati digitali enormi e sfruttarli al massimo della risoluzione spaziale, in modo da non tralasciare nessun segno delle molteplici e non sempre note attività dell’uomo sui fondali».
Come sottolineano dal Cnr, in un’epoca in cui la dinamica del Pianeta è condizionata in modo sostanziale e pervasivo dall’azione dell’uomo, anche il fondo marino è stato modificato radicalmente da attività quali la pesca, i dragaggi, la navigazione, le infrastrutture costiere e, non da ultimo, dall’abbandono di un’inimmaginabile quantità di rifiuti sul fondo.
«Una sorta di ‘terra dei fuochi’ subacquea in cui un misto di incuria, dolo e inconsapevolezza porta molte persone a credere che quanto si getta in mare non abbia conseguenza sugli ecosistemi e sulla salute umana, solo perché questo ambiente non è immediatamente visibile e ci induce a fingere che il problema non esista – osserva Fabio Trincardi, direttore del Dipartimento di scienze del sistema Terra del Cnr e ideatore della ricerca, finanziata dal progetto Ritmare del ministero dell’Istruzione – Abbiamo scelto la laguna di Venezia per testare questo approccio allo scopo di far capire che in tutte le aree costiere e nei fondali marini non abbiamo solo il problema dell’inquinamento da sostanze chimiche ma anche quello dei rifiuti solidi, al di là delle plastiche e microplastiche oggetto di una diffusa attenzione, e quello di strutture necessarie come moli e dighe, rispetto alle quali però bisogna tenere conto delle modifiche ai campi di corrente che esse stesse inducono e da cui possono essere messe in pericolo». (da http://www.greenreport.it/)

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FONDALI DELLA LAGUNA DI VENEZIA: EROSIONE E RIFIUTI

da https://www.velaveneta.it/ 25/5/2019
– Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Cnr, uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta ad altissima risoluzione l’impronta delle attività dell’uomo in un ambiente spesso trascurato perché non visibile. L’innovativa mappatura svolta con strumenti geofisici potrà essere usata in altri ambienti a bassa profondità, come lagune e aree costiere. Rilevanti le strutture erosive create alla base di dighe e moli, che potrebbero mettere in pericolo le stesse infrastrutture. –
Un nuovo studio dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) di Venezia, appena uscito sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, documenta l’impronta di molteplici attività dell’uomo sui fondali della Laguna di Venezia attraverso una mappatura svolta con strumenti geofisici ad altissima risoluzione. L’approccio, molto innovativo in ambienti a bassissima profondità, potrà essere usato in altre lagune e aree costiere del nostro pianeta per capire quanto siano pervasivi gli impatti delle attività antropiche.
“Grazie a una sorta di ecografia del fondale, ottenuta grazie ad uno strumento che ‘vede’ con risoluzione centimetrica su una fascia larga alcune decine di metri ai lati dell’imbarcazione, che si muove su rotte successive tra loro parallele, sono stati per la prima volta documentate tracce di dragaggi, solchi incisi dalle chiglie di navi fuori rotta su bassi fondali o dai motori delle barche e dalle eliche dei vaporetti alle fermate, che in condizioni di bassa marea ‘arano’ il fondale”, spiega Fantina Madricardo, prima firmataria di questo articolo scientifico. “Di grande rilevanza sono le strutture erosive operate dalle correnti di marea attorno alla maggior parte delle infrastrutture costiere realizzate su base subacquea, come i moli detti ‘lunate’ che proteggono le bocche di porto dalle onde marine, dove si sono formate depressioni di alcuni metri nel giro di pochissimi anni successivi alla loro costruzione. Effettuare rilievi ripetuti nei prossimi anni con gli stessi strumenti utilizzati in questo studio permetterà di individuare precocemente e, sperabilmente, prevenire eventuali crolli delle dighe stesse”.
Lo studio conferma poi la presenza di una gran quantità di rifiuti marini nei canali lagunari. “Non ci si deve preoccupare solo della presenza sempre più invasiva di rifiuti antropici sulla superficie del mare o sulle spiagge, ma anche di quelli che si accumulano sul fondale, per certi versi più rischiosi proprio in quanto invisibili”, ricorda Elisabetta Campiani, responsabile dell’analisi dell’elaborazione dei modelli digitali del terreno e, assieme a Federica Foglini, della produzione delle immagini. “Sono necessari la massima cura e un team molto articolato e preparato per elaborare masse di dati digitali enormi e sfruttarli al massimo della risoluzione spaziale, in modo da non tralasciare nessun segno delle molteplici e non sempre note attività dell’uomo sui fondali”.
In un’epoca in cui la dinamica del Pianeta è condizionata in modo sostanziale e pervasivo dall’azione dell’uomo, anche il fondo marino è stato modificato radicalmente da attività quali la pesca, i dragaggi, la navigazione, le infrastrutture costiere e, non da ultimo, dall’abbandono di un’inimmaginabile quantità di rifiuti sul fondo. “Una sorta di ‘terra dei fuochi’ subacquea in cui un misto di incuria, dolo e inconsapevolezza porta molte persone a credere che quanto si getta in mare non abbia conseguenza sugli ecosistemi e sulla salute umana, solo perché questo ambiente non è immediatamente visibile e ci induce a fingere che il problema non esista”, osserva Fabio Trincardi, direttore del Dipartimento di scienze del sistema Terra del Cnr e ideatore della ricerca, finanziata dal progetto Ritmare del ministero dell’Istruzione, università e ricerca. “Abbiamo scelto la laguna di Venezia per testare questo approccio allo scopo di far capire che in tutte le aree costiere e nei fondali marini non abbiamo solo il problema dell’inquinamento da sostanze chimiche ma anche quello dei rifiuti solidi, al di là delle plastiche e microplastiche oggetto di una diffusa attenzione, e quello di strutture necessarie come moli e dighe, rispetto alle quali però bisogna tenere conto delle modifiche ai campi di corrente che esse stesse inducono e da cui possono essere messe in pericolo”, conclude Trincardi. (da https://www.velaveneta.it/)

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VENEZIA. FINO A 10 ANNI E UN MILIARDO DI EURO PER SPOSTARE I GIGANTI DA SAN MARCO
di Francesco Bottazzo, Corriere.it, 6 giugno 2019
– Dossier segreto del Porto al ministro sugli approdi alternativi di Lido e Chioggia. Malamocco scartato –
VENEZIA – Dai sei ai dieci/undici anni, con importi che vanno dai trecento milioni al miliardo di euro. Fare il nuovo terminal per le grandi navi è una montagna come l’Everest da scalare, lo scrive chiaramente l’Autorità di sistema portuale di Venezia e Chioggia nella relazione che ha consegnato il 20 maggio al ministero delle Infrastrutture. Tra progetto, autorizzazioni varie e realizzazione, prima del 2025 le crociere non potranno lasciare la Marittima e trasferirsi in una nuova stazione alternativa, almeno considerando le tre soluzioni su cui Danilo Toninelli ha deciso di puntare: il terminal a San Nicolò (Lido), alla bocca di porto di Malamocco e a Chioggia, accanto all’impianto Gpl. Porto Marghera su cui continuano ad insistere Comune e Regione non c’è, del resto il Ministro non l’ha mai considerata, fermato dai Cinque stelle locali («Ma non c’è mai stato nessun progetto», ha ribadito dopo l’incidente alla Giudecca), nonostante i tempi siano minori.
Il Vittorio Emanuele
Sicuramente lo sono per scavare e rendere navigabile il canale Vittorio Emanuele «con cui si darebbe immediata risposta alla richiesta di evitare il passaggio delle crociere davanti al bacino di San Marco», scrive il Porto nella relazione riservata, e mantiene l’attuale stazione Marittima: 12 mesi di lavori, ma con l’incognita legata alle eventuali autorizzazioni o valutazioni di impatto ambientale, su cui i No Nav continuano ad insistere. Tutte e tre le soluzioni toglierebbero le navi da Venezia, ma mentre Lido e Malamocco sono in mare il terminal di Chioggia continua ad essere in laguna ben distante però da San Marco. La strada è comunque in salita per tutte e tre considerando che l’impatto ambientale è tutt’altro che trascurabile e la logistica (imbarco—sbarco passeggeri, approvvigionamento merci) è difficoltosa.
Chioggia
L’ipotesi più attuale per Chioggia prevede la sistemazione di quattro navi di classe Oasis — quelle lunghe 360 metri e larghe 47, le più grandi al mondo della Royal Caribbean — nell’attuale terminal merci di Val Da Rio «completamente da riqualificare ed attrezzare», sottolinea l’Autorità di sistema portuale, tanto che le criticità riportate sono molteplici a partire dal dragaggio del canale per far passare le navi, che necessita di uno scavo di sei milioni di metri cubi di fanghi. Il costo stimato complessivo è di 232 milioni pronto a salire a un miliardo per sistemare tutte le criticità rilevate: dalla vicinanza con «l’impianto di stoccaggio Gpl della Costa Bionergie che impedisce la realizzazione di uno degli accosti», alla Vas (valutazione di impatto strategico), fino ai «collegamenti ferroviari e stradali carenti». Perché i passeggeri che arrivano all’aeroporto di Venezia come raggiungono poi il terminal se la strada Romea (l’unico collegamento tra Mestre e Chioggia) è insufficiente a supportare anche il solo traffico locale e da tempo si discute di una nuova strada o di metterla in sicurezza? Comunque sia i tempi di attuazione sono di 30 mesi per la procedura autorizzativa e di 45 per progettazione e costruzione: sei anni e mezzo, senza intoppi.
L’off shore
Per lasciare la navi fuori dalla laguna a leggere la relazione ci vuole un bel coraggio, sia se si tratti dalle bocca di porto del Lido che di Malamocco: «I terminal presentano forti problematiche connesse all’esposizione meteomarina che pregiudicano frequentemente l’accessibilità in sicurezza alle banchine e che impediscono lo svolgimento delle operazioni di imbarco e sbarco», sottolinea il Porto. Il terminal del Lido sarebbe realizzato sul lato della scogliera che delimita la bocca di porto e grazie a una lunata (barriera) verrebbero realizzati otto accosti per le navi. La stima è di 450 milioni di euro, ma la relazione sottolinea che «appare notevolmente sottostimata». I tempi complessivi di autorizzazione e realizzazione (il progetto del luglio del 2015 inserisce anche la possibilità di realizzare un collegamento sublagunare) sono previsti in circa undici anni, ma «contrariamente alle indicazioni europee, nazionali e locali implica un consumo di risorse naturali e presenta rilevanti impatti ambientali».
Malamocco
Il terminal alla bocca di porto di Malamocco è già stato scartato qualche giorno fa dal provveditore alle Opere pubbliche del Triveneto e quindi anche dal ministero delle Infrastrutture per le forti problematiche ambientali e di gestione delle navi. Era previsto di fronte alla spiaggia di Pellestrina (ora c’è la piattaforma del Mose che deve essere smantellata): tempi previsti 7 anni e mezzo, spesa almeno un miliardo. (Francesco Bottazzo)

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QUANDO PER VENEZIA SI BATTEVA MONTANELLI

di Gian Antonio Stella – 5/6/2019, da “il Corriere della Sera”
Lui li avrebbe inceneriti. Ci manca sempre, Indro Montanelli, ma forse mai quanto in questi giorni dopo la catastrofe mediatica dell’«Opera Msc». Perché lui, che diede l’anima nella difesa della città serenissima («Lo spinsi anch’io», assicura guerresca Giulia Maria Crespi) li avrebbe davvero inceneriti i responsabili di quanto è successo.
E certo non se la sarebbe presa col pilota, il comandante o chi guidava i rimorchiatori di Davide Calderan. Ma con chi, dopo tante denunce e polemiche, insisteva a irridere agli «allarmisti» assicurando che sbandate pari a quella del transatlantico a San Basilio erano «impossibili».
Esattamente cinquant’anni fa, a fine giugno del 1969, il grande giornalista scriveva indignato delle reazioni al vincolo su Venezia appena deciso dopo dure battaglie «per una legge che mettesse un perentorio alt a qualunque intervento, sulla città e sulla laguna, di cui non fossero noti gli effetti». E denunciava che intorno a quel vincolo «si provvide subito a creare degli equivoci, facendolo passare per un tentativo di “mummificazione”. Si vuol fare di Venezia un museo, si disse, estraniandola dalle industrie, dai traffici, cioè dalla vita moderna. L’imbroglio era evidente». Soldi, soldi, soldi.
Sembrano parole scritte ieri mattina. E chiudeva ricordando che quel vincolo non andava «interpretato come un epilogo, ma come un prologo». Come «premessa di un programma indilazionabile». Infatti, «qualunque altra città può permettersi il lusso di crescere e svilupparsi alla carlona. Facendolo, sbaglia; ma lo sbaglio è riparabile. A Venezia, come abbiamo già detto, lo sbaglio può essere mortale».
E guai a tirare in ballo il diritto di chi comanda a decidere a prescindere dagli interessi universali: «Venezia appartiene all’Italia solo per un accidente geografico avvalorato da strette parentele culturali. In realtà è un mondo a parte».
Un tema sul quale tornerà più volte. Ad esempio nel ’96: «Come scrissi in tempi lontani, e come ormai mi sono stancato di ripetere, Venezia non aveva, per restare Venezia, che una scelta: mettersi sotto la sovranità ed il patronato dell’Onu per riceverne il trattamento, che certamente le sarebbe stato accordato, dovuto al più prezioso diadema di una civiltà non italiana, quale la Serenissima mai fu né mai si sentì, ma europea e cristiana, intesa unicamente alla conservazione di se stessa, quale tutto il mondo civile la vorrebbe». (Gian Antonio Stella)

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LA CIVILTA’ CHE AFFONDA IN LAGUNA

di Antonio Scurati, da “La Stampa” del 3/6/2019
Proprio nel giorno della sua festa, la bandiera della Repubblica italiana che sventola sulla Basilica di San Marco è abbrunata a lutto. Non la vedete? Allora non avete più occhi per vedere. Siete ciechi alla storia, al passato, al presente e, soprattutto, al futuro. Siete ciechi alla civiltà e alla bellezza.
Solo per un caso fortunato nessuno è morto nell’incidente in cui una gigantesca nave da crociera fuori controllo ha speronato, nel canale della Giudecca, un battello turistico. Eppure oggi è un giorno di lutto. Qualunque persona ancora capace di vedere, amare e rispettare la più bella città del vecchio mondo dovrebbe vedere in questa scampata tragedia il simbolo di una tragedia in atto, di una catastrofe al rallentatore, di una penosa, interminabile agonia. Dovrebbe vedere, dolersi e pentirsi. Cospargersi il capo di cenere e tacere.
Ora basta. Basta chiacchiere, basta rimpalli di responsabilità, basta rimandi, complicità, conflitti d’interessi, inerzie, inettitudini, cecità pelose, basta illeciti profitti, illegittimi interessi economici mascherati da progetti megalomani e deliranti. Basta, soprattutto, discussioni vane e tendenziose. Da trent’anni si discute della morte civile di Venezia e da tre secoli della sua decadenza. Ora basta.
Il 2 giugno del 2019 deve segnare la data della piena presa di coscienza della morte lenta di Venezia. La scampata tragedia chiama sul banco degli imputati della responsabilità storica e morale – a quella penale penseranno i magistrati – politici, amministratori, burocrati, imprenditori, comuni cittadini, che si sono, in questi decenni, resi complici, attivi o passivi, di questo crimine contro la bellezza. Primo tra tutti l’attuale sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, manifestamente indegno di amministrare questa città che fu splendida e potente e oggi è ancora splendida ma totalmente inerme.
Brugnaro – invece di tacere, dolersi e pentirsi – ha immediatamente inscenato l’indecoroso spettacolo dell’«io l’avevo detto!». Al contrario, non solo Brugnaro non ha impedito il transito delle grandi navi nel bacino di San Marco ma ha sempre ostacolato le iniziative di chi ne denunciava la pericolosa assurdità, sin da quando boicottò la mostra fotografica con cui Berengo Gardin rendeva artisticamente evidente l’obbrobriosa dismisura tra la stazza di questi pachidermi del mare e la grazia anfibia, superba ma delicatissima, della forma urbis di Venezia.
Il progetto del sindaco di scavare un altro canale, ad alto rischio ecologico-ambientale, per evitare il transito delle grandi navi nel canale della Giudecca, non fa che perseverare nella linea mortifera delle pericolose assurdità.
Ora basta. Le grandi navi devono rimanere fuori dalla laguna di Venezia. Soprattutto, da oggi in avanti Venezia dovrà essere salvata da quella marea di turisti con cui quotidianamente le grandi navi la sommergono negandole ogni presente che non sia l’agonia del sempre uguale gesto di consumo e ogni possibile futuro che non sia quello del fossile, dell’esoscheletro di un granchio spolpato portato dalla risacca, dell’osso di seppia.
Nei vent’anni in cui io crebbi a Venezia – anni ’70 e ’80 – la sua popolazione residente si dimezzò. Un crollo demografico pari a quello provocato dalla peste bubbonica del 1630. Nei successivi vent’anni l’economia della città si è immiserita alla lucrosa vendita di merci scadenti prodotte altrove e le sue antiche, preziose pietre a scenario di cartapesta su cui quotidianamente va in scena la penosa recita di se stessa.
Fin da bambino sono cresciuto con nelle orecchie la nenia di chi ripeteva, fino allo sfinimento, «salviamo Venezia». E’ stata la colonna sonora inaudita della mia infanzia e della mia giovinezza. Come un suono di basso continuo, come il rumore sordo di una battaglia mai combattuta.
Ora basta. Ora è giunta l’ora di combatterla quella battaglia, una volta e per tutte. Ministri, amministratori, burocrati, imprenditori, semplici cittadini sono chiamati a decidere da che parte stare. I problemi da affrontare sono di altissima complessità ma i fronti che dividono i custodi della bellezza dai saccheggiatori sono chiari. (Antonio Scurati)

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INTERVISTA AL GOVERNATORE DEL VENETO LUCA ZAIA
«INQUIETANTE L’IDEA DI UN PORTO A CHIOGGIA. TONINELLI E BONISOLI FACCIANO DISCORSI SERI»
di Cesare Zapperi, da “il Corriere della Sera” del 4/6/2019
– La polemica: «Le proposte dei ministri 5 Stelle? Sono stupito, mi chiedo se nel governo si parlano» Zaia: «A casa chi vuole passare da San Marco. Ma le crociere sono una risorsa per l’Italia» –
MILANO «Se vogliamo fare un discorso serio su Venezia, partiamo da un punto fermo».
Quale, presidente Luca Zaia?
«Se c’è qualcuno che dice che non viene più a Venezia se la nave non passa da San Marco – spiega il governatore leghista del Veneto – sono io il primo a dirgli di stare a casa. Non credo ci sia nessuno che abbia mai avuto la brillante idea di parcheggiare l’auto davanti alla piramide del Louvre per visitare Parigi».
Quindi, vanno bene le grandi navi in laguna ma utilizzando un’altra «via d’acqua».
«Proprio così. E non c’è nulla da inventare. La soluzione è stata individuata, e sottoscritta da tutti gli enti interessati, il 7 novembre 2017 al termine del confronto tra l’allora ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio e il cosiddetto Comitatone (Comitato interministeriale di indirizzo): l’adeguamento del canale Vittorio Emanuele con approdo a Marghera dove a disposizione c’è una banchina di 2 chilometri».
Una soluzione arrivata con un certo ritardo. E finora rimasta sulla carta.
«È vero. Va ricordato che c’è un decreto Clini-Passera che dal 3 marzo 2012 vieta il transito di navi con una stazza superiore alle 40 mila tonnellate (la Msc Opera pesa 65 mila tonnellate, ndr ). Ma proprio per questo non c’è più tempo da perdere».
Con chi ce l’ha?
«Danilo Toninelli è ministro da un anno, non accetto che si possa far passare l’idea che gli enti locali non decidono. Mi spiace parlare così, ma tocca a lui muoversi. E invece, nel febbraio scorso ha convocato un tavolo (a cui ha partecipato anche un mio assessore) per presentare una rosa di ipotesi. Compresa quella di spostare tutto a Chioggia (Comune amministrato da una giunta M5S, ndr )».
Idea che le ha fatto fare un salto sulla sedia?
«Sì, la trovo un’ipotesi inquietante. In un contesto delicato e pieno di vincoli come è quello della laguna veneta pensare di creare a Chioggia un nuovo porto è fuori dalla realtà. Come se qualcuno pensasse di aprire una nuova finestra al Colosseo».
Vuole richiamare Toninelli alla soluzione «concordata» nel 2017?
«Ripeto, quando è trascorso giusto un anno dall’insediamento (avvenuto l’1 giugno 2018, ndr ), il ministro non può venirci a dire che ha pronta una soluzione. Quale, di grazia?».
Per contro, il collega ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli (M5S), ha messo dei vincoli sulla laguna e chiede agli enti locali di ritirare i ricorsi.
«Anche qui c’è di che rimanere stupiti. Possibile che Toninelli, che sta lavorando ad una soluzione per il transito delle grandi navi, non abbia nulla da dire al suo collega? Ma al governo si parlano? Non è che ci voglia molto: basta sedersi attorno ad un tavolo per chiarirsi le idee».
Lei è contrario ai vincoli?
«Certo, cerchiamo di non passare da un eccesso all’altro. I vincoli accontentano solo le posizioni degli irriducibili per i quali esiste un’unica soluzione: fuori le grandi navi dalla laguna veneta».
Un risultato che non vogliono né la Regione né il Comune di Venezia.
«Esatto. Le crociere danno un contributo fondamentale alla nostra economia, sia in termini di posti di lavoro che di produzione di ricchezza portata dai turisti. Non possiamo, e non vogliamo, assolutamente farne a meno. E questo deve essere chiaro a tutti gli italiani».
Perché?
«Venezia non è una tappa di passaggio qualsiasi ma quello che si definisce un home-port. Vale a dire che le crociere iniziano o finiscono a Venezia. Se, per ragioni ideologiche, chiudiamo la laguna chi pagherà un prezzo pesantissimo non sarà la sola Venezia ma l’intero comparto turistico nazionale. Bisogna esserne consapevoli, non si scherza con il fuoco». (Cesare Zapperi)

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L’INTERVISTA

«È TONINELLI CHE NON SCEGLIE»

di Gloria Bertasi, da “il Corriere della Sera” del 3/6/2019
– Il sindaco Brugnaro: la soluzione è il canale Vittorio Emanuele –
VENEZIA «La soluzione c’è, siamo tutti d’accordo: cittadini, Comune, Città metropolitana, Regione, Porto. Le navi devono passare dal canale Vittorio Emanuele. C’è anche un atto del Comitatone e le carte sono in mano al ministro Danilo Toninelli». Il sindaco LUIGI BRUGNARO stava celebrando lo sposalizio di Venezia col mare quando è stato informato dell’incidente.
Le immagini della nave che si schianta sulla riva stanno facendo il giro del mondo.
«Abbiamo avuto la dimostrazione di quello che succede quando non si vuole agire, nessuno a Venezia vuole che le navi continuino a passare in bacino di San Marco e nel canale della Giudecca, la soluzione c’è: il ministro decida».
Nell’attesa, che fare?
«Oggi (ieri, ndr ) il prefetto Vittorio Zappalorto ha convocato un Comitato per l’ordine e la pubblica sicurezza e d’intesa abbiamo chiesto alla Capitaneria di Porto di fornire un elenco delle navi che per pescaggio possono già transitare per il Vittorio Emanuele. Pensiamo che si possa mettere in campo una sperimentazione per le imbarcazioni più piccole. Non serve attendere. Abbiamo anche chiesto a Autorità portuale e Capitaneria di procedere con i carotaggi al canale per adeguarlo alle navi più grandi».
E i rapporti con Roma? Persino dopo l’incidente, sui social, lei e Toninelli vi siete punzecchiati.
«Attendiamo di sapere qualcosa dal ministro, dice che sta studiando progetti che coinvolgono altri porti, non ci ha ancora detto nulla, ma siamo in fiduciosa attesa. Intanto abbiamo una soluzione, forse l’unica fattibile» .
C’è chi vi accusa di non fare abbastanza…
«Le responsabilità di quello che è accaduto, mi spiace dirlo, sono di Toninelli. Chiedete a lui, gli ho chiesto di venire a Venezia, mi ha detto che ci sono troppe polemiche, gli ho fatto notare che l’incidente accaduto non è da poco, ha ribattuto che fra due o tre settimane porta i progetti».
Secondo lei cosa dirà?
«Forse che farà un porto a Chioggia tra 10 anni. Ma noi vogliamo una soluzione ora, altrimenti ce la faremo da soli come città».
I No Navi manifesteranno sabato…
«I soliti con le bandiere. Che però bloccano ogni soluzione. L’Italia deve smettere di dire no a tutto». (Gloria Bertasi)

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BERENGO GARDIN “MA IL SINDACO BRUGNARO CENSURÒ LE MIE FOTO”

INTERVISTA
di Michele Smargiassi – 03/06/2019, da “La Repubblica”
Che angoscia quei mostri galleggianti. Di Venezia ce n’è una sola. O vogliamo accontentarci della copia di Las Vegas?
L’avevano detto in tanti, che quelle navi erano una minaccia, e niente.
Lui allora la fece vedere, quella minaccia, in decine di immagini impressionanti, ma non vollero mostrare le sue foto. Oggi GIANNI BERENGO GARDIN, ottantottenne maestro della fotografia italiana, non è felice di essere stato profeta inascoltato. «Quelle navi sono sempre state una sfida a Venezia. Per capirlo bastava aprire gli occhi». Nel 2013 il suo reportage di denuncia sulle rotte azzardate delle navi da crociera nel bacino di San Marco, pubblicato per la prima volta da Repubblica mentre «nessuno altro lo aveva voluto», fece esplodere il caso dei mostri d’acciaio incombenti su quel miracolo di città fragile come porcellana. Berengo Gardin ora guarda e riguarda i video dell’incidente, sconsolato: «Che scena sconvolgente… Né io né il comitato No Grandi Navi avremmo voluto fare gli uccelli del malaugurio. E meno male, poteva andare ben peggio». Adesso è un coro, basta megacrociere a Venezia…
Era già tutto pronto, ma il sindaco Brugnaro disse che la mostra doveva essere “meglio articolata”. Volevano metterci immagini che facessero da contrappeso. Di fatto, una censura inaccettabile. Ma la mostra la feci lo stesso, grazie al Fai, all’ex negozio Olivetti di piazza San Marco. Ne feci anche un libro, grazie all’editore Contrasto. Quel reportage è stato visto in tutto il mondo, fu pubblicato da Le Monde, Guardian, New York Times. Qualche tempo fa ho letto che Brugnaro, che mi aveva messo tra gli “intoccabili” e gli “intellettuali da strapazzo”, mi ha definito “il nostro grande fotografo”. Bene, grazie, meglio tardi che mai».
Dissero che i veneziani non erano con lei.
«Io sono venezianissimo, la mia famiglia è veneziana da cinque generazioni, mia moglie è veneziana e i miei figli sono nati a Venezia, ho vissuto qui trent’anni, ho gestito un negozio di vetri di Murano in Calle Larga San Marco. Quando la mostra aprì fece millecinquecento persone al giorno, il sindaco le vedeva quando prendeva il caffè ai tavolini lì di fronte, lo avrà capito che la gente era contraria».
Perché le aveva fatte, quelle foto?
«Quei mostri mi ossessionavano. La loro dismisura rispetto alla fragilità di Venezia mi angosciava. Grattacieli orizzontali galleggianti, lunghi due volte piazza San Marco e alti il doppio di Palazzo Ducale… Mi pareva impossibile che nessuno vedesse quell’aggressione visuale, che umiliava la bellezza della città e che poteva essere il preannuncio di disastri reali».
Usò il teleobbiettivo per enfatizzare la vicinanza delle navi ai palazzi?
«Ho usato quasi sempre un’ottica normale, a volte un 90 millimetri, che è una lunga focale, i fotografi lo sanno, non un teleobbiettivo, non schiaccia nulla. A volte anzi avrei avuto bisogno di un grandangolo per farci stare dentro quei pachidermi. Ma poi, guardate questo video, vi sembra forse che sia stato un teleobbiettivo a schiacciare la nave su quella banchina?».
Venezia vive di turismo…
«Ma non le sembra una assurdità che vogliano mettere i tornelli davanti alla stazione e non abbiano avuto problemi con queste navi da due o tremila passeggeri? Le facevano sfilare davanti a San Marco, sfiorando i palazzi storici, troneggiando sulle cupole… I crocieristi vogliono vedere Palazzo Ducale dall’alto? Nessun problema, salgano sul campanile di San Giorgio Maggiore, c’è anche l’ascensore, non devono neppure faticare, vedranno un panorama strepitoso e potranno goderselo quanto vogliono perché il campanile, a differenza della nave, sta fermo…».
Ora la discussione è sui nuovi percorsi, qualcuno non vuole le navi neppure in laguna.
«Il pericolo di impatto è solo uno dei guai di quelle navi. Le loro stazze danneggiano i fondali di sabbia e i motori bruciano un petrolio molto più inquinante di quello delle auto. Ma adesso allontanare le navi dalla città è la cosa più urgente, indispensabile. Questa volta è andata bene, l’incidente è successo in un luogo meno pregiato del canale della Giudecca. Ma provate a immaginare quella scena sulla Punta della Dogana… Di Venezia, ne abbiamo una sola. Non vorrei ci dovessimo accontentare della copia di Las Vegas, quella con le gondole al neon». (Michele Smargiassi)

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ARRIGO CIPRIANI: “MI RICORDAVANO IL REX DI FELLINI MA ORA BASTA”

L’INTERVISTA
di Guido Andruetto – 03/06/2019 – da “la Repubblica”
«Sono sempre stato favorevole al passaggio delle grandi navi nella laguna di Venezia, ma da oggi non lo sono più, è cambiato tutto». ARRIGO CIPRIANI, patron dello storico Harry’s Bar due passi da piazza San Marco, ha 87 anni. Conosce Venezia come le sue tasche, come la conosceva suo padre Giuseppe, fondatore del locale amato da Hemingway. L’incidente nel canale della Giudecca ha modificato la sua opinione sul passaggio delle navi da crociera nella città più bella del mondo.
Cipriani, lo scontro tra la nave della Msc “Opera” e la barca River Countess che è avvenuto di fianco all’imbarcadero San Basilio poteva essere una tragedia. Che effetto le ha fatto?
«Non pensavo potesse accadere qualcosa di simile. Ho ritenuto fino ad oggi impossibile che si verificassero degli incidenti. Invece, per colpa dell’irresponsabilità umana, è successo. E perciò devo ricredermi. Da questo momento il mio auspicio è che le navi da crociera non passino più per Venezia. Mi sembra il minimo».
Lei è un personaggio pubblico a Venezia. Ha contestato l’utilità e i costi del progetto Mose e il ticket d’ingresso contro la folla di turisti mordi e fuggi. Perché sulle grandi navi non ha mai espresso un parere contrario?
«Non le ho mai viste come un problema o come un pericolo. C’è chi dice che rovinano il paesaggio e hanno un effetto impattante, ma a me piacciono, mi affascinano. Mi ricordano le atmosfere di Fellini, il transatlantico Rex. Ora però le cose stanno diversamente. Quelle navi da crociera non devono più passare. C’è stato un incidente che poteva finire molto peggio».
Come esattamente?
«L’imbarcazione speronata dalla Msc “Opera” è un battello fluviale per la navigazione sul Po. Si è accartocciato e la banchina è stata danneggiata. Ci sono stati feriti lievi, ma poteva scapparci il morto. La questione vera è che secondo me l’errore è stato umano. L’attenzione alla sicurezza in casi come questi dovrebbe essere massima, invece i rimorchiatori che accompagnavano la nave non sono stati in grado di controllarla. Il cavo di traino è stato tranciato dall’impatto. Andavano previste misure di sicurezza e di prevenzione ben più elaborate ed efficaci. Quindi io non mi fido più e dico basta alle navi da crociera a Venezia. La colpa principale è di chi stoltamente ha sottovalutato i rischi. Credevo fosse impossibile. Poteva scapparci il morto, non mi fido più». (Guido Andruetto)

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