INQUINAMENTO DA PFAS: perché se ne parla così poco? (e si sottovaluta il disastroso evento inquinante?) – 350 MILA PERSONE COINVOLTE (in Veneto, ma altrove può essere accaduto…) e più di 90.000 abitanti da sottoporre a costante controllo clinico – Ma NIENTE CAMBIA nel modello di sviluppo e tutela ambientale

(mamme no pfas, da http://www.osservatoriodiritti.it/) – Ad essere più a rischio dalla CONTAMINAZIONE DA PFAS, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo…

   Il caso inquinante dei PFAS (acronimo inglese di PerFluorinated Alkylated Substances, ovvero sostanze che contengono almeno un atomo di carbonio completamente fluorurato) (di cui cerchiamo di spiegare, ancora una volta, in questo blog la pericolosità inquinante) sembra non preoccupare più di tanto la sensibilità collettiva: riguarda chi ne è stato colpito, inquinato, la vasta area geografica (del Veneto) dove l’inquinamento dell’acqua è declarato, e le persone ne sono state colpite, ma NIENTE DI PIÙ.

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il più grave inquinamento delle acque della storia italiana, con interessamento (PER ORA!) di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico.
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti contaminati della ZONA ROSSA (area di massima esposizione sanitaria soggetta all’inquinamento da Pfas, nelle province di Vicenza, Padova e Verona). Ora questa previsione del 7.000 casi in totale si sta dimostrando drammaticamente inferiore (e di molto) ai dati che stanno venendo fuori. Le persone inserite in un PERCORSO ASSISTENZIALE DI SECONDO LIVELLO (cioè che necessitano di controlli costanti per la diagnosi tempestiva di eventuali patologie croniche correlate all’esposizione a Pfas) ora sono salite da 7mila a 18.300.

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Ad oggi pare che nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti agroalimentari vengono distribuiti.
Ora, pare di capire, il dato certo ed effettivo dei danni irreversibili della contaminazione da PFAS (sterilità maschile, aborti, scompensi alla tiroide, Alzheimer, diabete… ma su questo ci fermiamo subito per rispetto e incompetenza, perché è cosa serissima e grave, e rimandiamo alle esperienze raccontate negli articoli di seguito in questo post e in tutto quello che potete trovare in rete…), i danni da PFAS, dicevamo, sono da stabilire attraverso dati statistici da rilevare attentamente connettendoli ad altri dati: perché sono due (pare) le variabili, in più o in meo, da considerare. La prima è che molte persone nelle aree ad inquinamento dell’acqua da PFAS non si sono sottoposte a controllo e non lo faranno in futuro. Dall’altra, i gravi danni alla salute riscontrabili a chi si sottopone al controllo (o saranno rilevati in futuro), vanno anche considerati, visti, nella statistica media di malattie che sorgono a prescindere dall’inquinamento da Pfas.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   La Regione Veneto non vuole creare allarmi, ma la statistica è anche uno strumento di previsione. E ormai ci dice che il 64 PER CENTO DEGLI ABITANTI dei 32 comuni DELLA ZONA ROSSA (i più popolosi sono Legnago, Lonigo, Montagnana, Cologna Veneta e Noventa Vicentina) SONO CONTAMINATI. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54MILA PERSONE CONTAMINATE, anche se molte di loro non lo sanno perché (come prima detto) non si presentano a sottoporsi agli esami.

PFAS rilevati in Italia

   In ogni caso la statistica sanitaria dimostra che il fenomeno, man mano che si riscontra la contaminazione, si aggrava sempre di più. Ad esempio, ad essere più a rischio, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo; chiedendo per i loro figli il diritto alla “normalità”, alla salute, che per i bambini è diritto ancora più sacro che per gli adulti. (…ma è diritto sacro per tutti, siano bambini, giovani, adulti, anziani…) Perché il discorso si allarga concretamente: cioè si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute.

INQUINAMENTO da PFAS: a rischio sono le falde e, a cascata, tutto ciò che facciamo con l’acqua

   Perché poi l’ACQUA INQUINATA non è solo perché la si beve, ma è anche NEI CIBI CHE SI MANGIANO (nell’agricoltura, negli allevamenti…). E la difesa dall’acqua (inquinata) da questa sostanza chimica chiamata Pfas, appare a tutti inadeguata (come difesa) se ci si limita solo ad utilizzare filtri di depurazione nelle case. Sono gli acquedotti da cambiare; e le fonti generali di approvvigionamento dell’acqua nel contesto agroalimentare. Un lavoro di grande portata (una “grande opera”?) ma urgente e necessario più che mai.

PFAS, IL CICLO DELL’ACQUA – Water Cycle (da https.www.michigan.gov/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   E il carattere ora ancora subdolo di questo inquinamento, lo diventa molto meno (subdolo) se ci si apre sempre di più alla conoscenza di quella che è la situazione territoriale di questo inquinamento e delle sue fonti diffuse idriche, da capire anche quelle che sono da bonificare, da riportare alla normalità (cioè a zero Pfas, a zero inquinamento). (s.m.)

mamme no pfas (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

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PFAS, LE STIME DELLA REGIONE VENETO SONO TUTTE DA RIFARE: I CONTAMINATI SARANNO 7 VOLTE PIÙ DEL PREVISTO
di Giuseppe Pietrobelli, 16/6/2019, da “Il Fatto Quotidiano”
– Il 64 per cento degli abitanti dei 32 comuni della zona Rossa sono contaminati. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54mila persone –
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti della Zona Rossa soggetta all’inquinamento da Pfas,nelle province di Vicenza, Padova e Verona, per i quali si sarebbe reso necessario un percorso diagnostico e terapeutico di secondo livello a causa della presenza nel sangue di sostanze perfluoroalchiliche. Si tratta della VASTA AREA VENETA INTERESSATA ALLO SVERSAMENTO DI SOSTANZE CHIMICHE NELLA FALDA, generato dalla industria Miteni di Trissino, che ha inquinato gli acquedotti.
QUELLA PREVISIONE, DUE ANNI DOPO, È STATA CLAMOROSAMENTE SMENTITA. IN PEGGIO. Perché bisogna moltiplicare il numero di due volte e mezzo se si vuole arrivare ai casi accertati di contaminazione, ma in prospettiva bisognerà moltiplicarla per almeno cinque o sei volte per arrivare al dato definitivo.
Eppure a formulare quella previsione era stato l’allora assessore competente, il leghista Luca Coletto, che oggi è sottosegretario alla Sanità. È il segno che LA REGIONE VENETO NON SI ASPETTAVA RISULTATI COSÌ PREOCCUPANTI. La dimostrazione viene dai dati contenuti nel DECIMO RAPPORTO riguardante il PIANO DI SORVEGLIANZA SANITARIA SULLA POPOLAZIONE ESPOSTA A PFAS appena pubblicato. Alla data del 5 giugno 2019, su una popolazione totale di 84.852 persone interessate allo screening, gli inviti spediti sono stati 51.400, pari al 60,6 per cento. Ad oggi le visite effettuate sono state 31.400 e gli esiti completi 28.600 (55,6% degli inviti). Di questo ultimo numero ben 18.300 persone sono state prese in carico dal sistema sanitario regionale, nel cosiddetto secondo livello. Vuol dire che i Pfas nel sangue sono preoccupanti. SI TRATTA DEL 63,8 PER CENTO RISPETTO AGLI ESAMI COMPLETATI.
Basta questa cifra per dimostrare come la previsione del 7.000 casi in totale fosse drammaticamente sbagliata per difetto. La prova sta nella Deliberazione della Giunta regionale n. 851 del 13 giugno 2017 che approvò il Secondo livello del PROTOCOLLO DI SCREENING DELLA POPOLAZIONE VENETA ESPOSTA A SOSTANZE PERFLUOROALCHILICHE e il TRATTAMENTO DI SOGGETTI CON ALTE CONCENTRAZIONI DI PFAS.
L’Assessore Coletto era stato chiaro. Nel Piano “era stato previsto che gli individui con concentrazioni sieriche di Pfas superiori all’intervallo di normalità e/o alterazioni degli esami bioumorali e pressori (colesterolo, funzionalità dei reni, trigliceridi…, ndr) sarebbero stati inseriti in un PERCORSO ASSISTENZIALE DI II LIVELLO per la diagnosi tempestiva di eventuali patologie croniche possibilmente correlate all’esposizione a Pfas”. Dovendo prevedere una spesa, l’assessore aveva indicato i numeri degli interventi.
“LA POPOLAZIONE TOTALE COINVOLTA NELLO SCREENING È DI 84.795 SOGGETTI (il numero è stato poi accresciuto di poche decine, ndr) , la stima dell’ADESIONE PARI AL 70% È DI 59.355 SOGGETTI. Prevedendo che il 50% dei soggetti valutati (circa 60mila) abbia i Pfas elevati e che il 30% presenti alterati valori pressori e/o lipidici, la dimensione della POPOLAZIONE DA VALUTARE AL II LIVELLO POTREBBE ESSERE DI CIRCA 9MILA INDIVIDUI”. Poi però Coletto aveva aggiunto: “Escludendo gli adolescenti, i giovani e coloro che sono già riconosciuti affetti da DISLIPIDEMIA (variazione di quantità dei lipidi circolanti nel sangue, ndr) e/o IPERTENSIONE e che come tali sono già inseriti in percorsi clinici con la medicina di base, il numero potrebbe ridursi a circa 7mila soggetti”. Invece “per la popolazione da considerare di pertinenza della ‘medicina interna‘ (aspetti di tipo metabolico, endocrinologico, renale) si ritiene che il campione possa essere sovrapponibile, quindi 7-8mila persone”.
ALTRO CHE 7MILA CASI DA SECONDO LIVELLO, ADESSO SIAMO GIÀ A 18.300, quasi duemila in più dei 16.400 di marzo (bollettino numero 9). Ma la percentuale sembra essersi ormai cristallizzata. Ogni cento persone, 64 devono essere avviate alla seconda fase.
In che cosa consiste, lo spiega la dottoressa Francesca Russo, che è a capo della Direzione prevenzione della Regione Veneto. “L’obiettivo del SECONDO LIVELLO è quello di INDIVIDUARE PRECOCEMENTE UN FATTORE DI RISCHIO PRIMA CHE QUESTO POSSA TRADURSI IN MALATTIA CRONICA conclamata. Quindi il soggetto viene preso in carico dal sistema sanitario regionale che lo segue nel tempo”. Quante persone saranno interessate in percentuale? “Non è possibile prevederlo – risponde la dottoressa Russo – e bisogna anche considerare che, oltre all’esposizione ai Pfas, il singolo potrebbe avere delle altre condizioni di rischio”.
La Regione non vuole creare allarmi, ma la statistica è anche uno strumento di previsione. E ormai ci dice che IL 64 PER CENTO DEGLI ABITANTI DEI 32 COMUNI DELLA ZONA ROSSA (i più popolosi sono LEGNAGO, LONIGO, MONTAGNANA, COLOGNA VENETA e NOVENTA VICENTINA) SONO CONTAMINATI. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54MILA PERSONE CONTAMINATE, anche se molte di loro non lo sanno perché non si presentano a sottoporsi agli esami.
Il decimo rapporto conferma che la quasi totalità (97-99 per cento della popolazione) ha quantità rilevabili di PFOA, PFHXS e PFOS, la metà di PFNA. Ma QUALI SONO I LIVELLI DI CONCENTRAZIONE FUORI NORMA? Neanche la dottoressa Russo lo dice: “Per quanto riguarda IL RAPPORTO DOSE/RISPOSTA, quindi l’identificazione di un valore di concentrazione Pfas da considerare critico, questo NON È STATO DEFINITO DALLA LETTERATURA SCIENTIFICA internazionale. Esiste una differenza tra l’esposizione di base che abbiamo tutti rispetto alle concentrazioni elevate di una popolazione definibile ‘iper esposta’ come quella dell’area rossa”. (Giuseppe Pietrobelli)

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PFAS, STORIA DI UNA CONTAMINAZIONE A CATENA

Scritto il 12 giugno 2019 da Annalisa Jannone, di “ITALIA CHE CAMBIA”, http://www.italiachecambia.org/2019/06/pfas-storia-contaminazione-catena/#
– Di inquinamento da PFAS in Veneto si è iniziato a parlare nel 2013, quando è scoppiata quell’emergenza che ha ora oltrepassato I confini della “zona rossa” ed è stata dichiarata nazionale. Eppure sappiamo oggi che il più grave inquinamento delle acque della storia italiana ha avuto origine anni prima a causa di una pericolosa gestione del territorio che ha determinato negli anni contaminazioni e reazioni a catena. Tra queste la mobilitazione di mamme, cittadini e associazioni che lottano nel tentativo di limitare le conseguenze ambientali e sanitario di questo “veleno invisibile”. Eppure, oggi più che mai, la via d’uscita da questo disastro appare lontana. –
I PFAS sono composti chimici industriali utilizzati per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi. Sono usati nella produzione di molti oggetti di uso quotidiano come padelle di teflon, carta da forno sbiancata, packaging per fast food, abbigliamento reso impermeabile o isolante e lubrificanti. Da almeno 60 anni queste sostanze si diffondono e avvelenano le falde acquifere, acque superficiali e acquedotti del Veneto occidentale ma ormai sono diffusi nel fiume Po e quindi anche nel mare Adriatico. L’Ispra ha stimato per il solo danno ambientale 136,8 milioni di euro.
Per il secondo anno il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza da contaminazione delle falde idriche di Verona, Vicenza e Padova. Man mano che la regione Veneto aggiorna i dati, aumentano i comuni contaminati oltre a quelli già presenti nella zona “rossa” attorno a Trissino dove ha sede l’incriminata azienda Miteni Spa. A sempre più persone vengono riscontrati valori elevati nel sangue di PFAS e si allargano gli screening anche alla popolazione pediatrica.
Queste sostanze rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di sostanze estremamente preoccupanti (SVHC) perché tossiche, persistenti e bio-accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula; esse sono particolarmente subdole perché inodori, incolori e insapori.
LA GESTIONE DEL CASO MITENI
La Miteni Spa, un’azienda chimica specializzata in produzione di intermedi fluorurati per agrochimica, farmaceutica e chimica fine, dal 1977 ha scaricato sostanze altamente tossiche nei corsi d’acqua ma l’inquinamento da tali sostanze è stato constatato solo nel 2013. Questo evento ha portato alla luce un intero sistema di pericolosa gestione del territorio.
Il 20 marzo di quest’anno i carabinieri del NOA (Nucleo Operativo Ecologico) in 270 pagine certificano, con 13 rinvii a giudizio tra i dirigenti aziendali, che la Provincia di Vicenza ha nascosto l’inquinamento per 13 anni: “C’è stata la volontà di non far emergere la situazione, colpevole anche l’Agenzia Ambientale regionale, l’organo di controllo, Arpav”.
L’ATTIVITÀ INDUSTRIALE
Le attività industriali che usano questi prodotti sono quelle per la lavorazione delle pelli, del tessile, le cartiere e le produzioni con inchiostri e tinture. Le industrie rilasciano questi composti come fanghi, scarichi e contaminanti del suolo. Ma sono soprattutto le concerie le industrie incriminate. L’Italia rappresenta il 66% della produzione conciaria europea, il Veneto il 52% della produzione italiana del settore.
Ne consegue che la sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell’agenzia europea ECHA che disciplina l’uso delle sostanze chimiche, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano PFOA e che non sono mai state oggetto di analisi negli scarichi industriali perché precursori dei PFAS. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di PFOA e sali di PFOA puri o utilizzati in miscele vendute in Europa.
In Italia la chiusura delle indagini preliminari della procura di Vicenza sull’azienda Miteni ha sollevato gravi responsabilità di Istituzioni Pubbliche ed enti di controllo per il più grave inquinamento delle acque della storia italiana con interessamento, per ora, di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico. Già dal 2010 la Provincia di Vicenza era a conoscenza dell’incremento della contaminazione da PFAS dovuta alla Miteni e così l’Arpav Veneto, l’organo di controllo. La diffusione dei PFAS si sarebbe potuta arginare 10 anni fa. Eppure la regione Veneto si è inserita nel fallimento della Miteni per essere risarcita di 4,8 milioni di euro. Inoltre il Ministero delle politiche economiche ha messo a disposizione fondi al Commissario Delegato, Nicola Dell’Acqua, per una quota complessiva di 56,8 milioni con il compito di iniziare, e portare avanti, gli interventi urgenti. Ulteriori 80 milioni saranno stanziati dal Ministero dopo un Accordo di programma da sottoscrivere con la Regione Veneto. Quindi l’onere della bonifica è a carico dello Stato ma gestita dalla Regione.
CONTAMINAZIONI A CATENA
L’acqua è la base di ogni forma di vita e si distribuisce in ogni parte dell’ecosistema. Oltre che nei rubinetti dell’acqua potabile i PFAS sono entrati nella catena alimentare, nell’agricoltura, negli allevamenti e nella pesca. Infatti l’acqua è responsabile solo per il 20% della contaminazione, il restante 80% è dovuto agli inquinanti presenti nella catena alimentare e nell’aria (EFSA, 2017).
Nessuna iniziativa, fino ad ora, è stata adottata nei confronti dell’origine alimentare della contaminazione. Infatti le Istituzioni hanno diffuso segnali rassicuranti basandosi su parametri dose/giornaliera vecchi di 10 anni quando ancora gli studi sull’impatto della contaminazione erano appena cominciati. Mentre in America già molte persone sono state risarcite per avvelenamento da PFAS, in Italia si attendono le prove causa-effetto non bastando il “probabile collegamento” che già emerge dagli studi epidemiologici.
Dagli studi del Prof. Carlo Foresta dell’Università di Padova, endocrinologo e andrologo si prospetta una crescita esponenziale di infertilità nelle future generazioni, soprattutto maschile. Infatti i PFAS, interferenti endocrini, per la loro natura chimica si sostituiscono all’ormone testosterone nei tessuti dove questo dovrebbe agire. Questo determina grave insufficienza del sistema riproduttivo ma anche problematiche ormonali a lungo termine.
I VALORI GUIDA DI RIFERIMENTO – Leggiamo dal documento/inchiesta (https://pfasland.files.wordpress.com/2019/06/02_pfasland_articolo_inchiesta_giovanni_fazio.pdf )pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land che la pubblicazione dei nuovi valori guida per la salute umana indicati dall’EFSA (organo di controllo europeo) è per ora stata sospesa per la pressione delle lobbies chimiche sulle Istituzioni Europee. Ma sono state pubblicate dalla rivista del Sindacato veterinari di medicina pubblica del Veneto: per PFOS e PFOA sono rispettivamente di 13 ng/kg e 6 ng/kg peso corporeo per settimana.
Emergerebbe una enorme discrepanza con i dati di riferimento della regione attualmente in atto per le valutazioni: in totale un litro d’acqua, definita potabile, può contenere fino a 390 ng di PFAS. Ad esempio un bambino di 10kg supererebbe la soglia giornaliera solo bevendo un litro di acqua. Su tali parametri sono basati anche i pochi monitoraggi dell’istituto Superiore di Sanità sugli alimenti vegetali e animali. Questo è uno dei punti chiave che necessita di misure urgenti poiché nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti vengono distribuiti.
Per ora la regione Veneto ha emesso un’ordinanza che vieta fino al 30 giugno il consumo del pesce pescato proveniente dalle aree dove sono state riscontrate positività analitiche per i PFAS. Ma non c’è nessun controllo, non emerge la capacità di gestire la situazione neanche di saperla valutare.
LE ECONOMIE DI ZONA
Storicamente la ricchezza della Regione deriva proprio dall’opera di regimentazione delle acque attraverso le bonifiche delle paludi che permisero ad una delle zone più povere d’Italia il grandioso sviluppo economico prima agricolo e poi industriale. Dagli anni ’60 lo sviluppo industriale di questo territorio ha avuto una forte connotazione chimica. Gli impianti di Marghera della Monsanto e della Sicedison hanno posto le basi per diventare uno dei più importanti poli per la produzione di materie plastiche in Europa. Poi si insediò la Rimar, che in seguito diventa appunto Miteni, costruita sulla seconda falda acquifera più grande d’Europa, grande come il Lago di Garda.
La zona di Arzignano rappresenta il più grande polo europeo della concia che scarica nella zona migliaia di tonnellate di rifiuti tossici arrivando ormai alla nona discarica e con nessun intervento da parte delle autorità di controllo. Reflui conciari e reflui della Miteni viaggiano vicini, vengono diluiti con acqua pulita, paradossalmente definita “vivificazione”, ma non filtrati dai PFAS. Infatti gli impianti di depurazione continuano a non limitare il problema poiché non sono in grado di filtrarli ed eliminarli. I PFAS continuano a scorrere abbondantemente lungo la pianura e ad accumularsi, sono fatti proprio per non degradarsi.
Questa stessa zona è toccata anche da una grande opera in costruzione: la superstrada Pedemontana. Corre proprio lungo la fascia di ricarica della falda acquifera di buona parte della pianura padana, è costruita “in trincea” cioè diversi metri al di sotto del livello campagna. Così in alcuni tratti si vedono i muri, appena costruiti, percolare liquami tossici. Inoltre subisce continuamente crolli e rattoppi incontrando anche discariche industriali abusive e zone instabili.
Non sembra che la politica di sviluppo della regione segua una progettazione organica tra le varie problematiche né che ci sia un’adeguata analisi idrogeologica. Sicuramente si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute. Non si riscontra neanche il vantaggio economico poiché la Pedemontana negli anni ha quadruplicato i costi che nessuna banca ha voluto finanziare e quindi la Regione ha chiesto l’intervento dell’Anas cioè dello Stato. Per ora il costo ammonta a 12 miliardi.
L’ALTRA FACCIA DEL VENETO
Già dal 2014 diverse associazioni attive sul territorio si sono riunite nel coordinamento Acqua libera da PFAS che ha cercato di sensibilizzare cittadini, enti pubblici e di controllo e ha chiesto per anni di indagare quale fosse il reale impatto sull’ambiente e sulla salute. Ora che iniziano maggiori controlli sulle acque e nel sangue degli abitanti i dati sono allarmanti e ancora molto sottostimati.
Il movimento No PFAS è stato il motore che ha rotto un sistema di omertà e dolo ma anche di inadeguatezza e immobilismo tra Istituzioni e forti interessi economici. I partecipanti hanno subito 5 avvisi di garanzia per aver spinto alle indagini e dubitato delle rassicurazioni. Chiedono “Zero PFAS” per uscire dalle contrattazione dei cosiddetti “limiti accettabili” che sono la mediazione possibile per poter continuare a produrre. Nessuna opera di bonifica, che comunque non è neanche all’orizzonte, può funzionare se prima non si bloccano le sorgenti dell’inquinamento.
Chiedono analisi e dati, di poter effettuare esami del sangue per controllare il proprio stato di contaminazione. Non possono effettuarli né gratuitamente né pagando il ticket e nemmeno privatamente poiché non sono analisi comuni. I cittadini sono pertanto privati di una forma di controllo della propria salute che rimane nelle mani di chi fa i monitoraggi ufficiali.
Nella mancanza totale di informazioni si è costituita la Redazione di PFASLand che rappresenta l’Organo di informazione dei gruppi-comitati-associazioni NO PFAS della Regione del Veneto che raccoglie le più importanti realtà maturate in questi anni: Mamme No PFAS, Angry Animals dei Centri Sociali, Greenpeace, Legambiente, ISDE, Medicina Democratica, CiLLSA, associazione di Arzignano, Coordinamento Acqua Bene Comune di Vicenza e Verona, Rete Gas Vicentina, gruppi territoriali NO PFAS indipendenti, in continua nascita.
Grazie al Comitato scientifico della Redazione PFASLand il 12 aprile è nata la prima mappa digitale navigabile sulla contaminazione da PFAS, dove ogni cittadino potrà verificare quanto inquinati siano il pozzo, la risorgiva, il fiume, le acque in prossimità della propria casa, del proprio orto, le stesse acque con cui si irrigano i campi e si allevano gli animali, per arrivare poi in forma di alimenti non solo sul proprio piatto, ma anche su quello degli altri. Uno strumento popolare, un bene comune ma complesso, basato sui dati aggregati ArpaV, usando software liberi come QGIS.
Dal documento pubblicato dal Comitato di Redazione PFAS.land precedentemente citato leggiamo: “Per la bonifica di un territorio così grande, dei bacini fluviali, delle colture, per l’aiuto ai produttori danneggiati dall’inquinamento e il risanamento totale delle loro aziende, per la mano d’opera occorrente e gli strumenti, il personale medico e le strutture sanitarie, c’è bisogno di grandissime risorse economiche di cui la Regione non dispone. Sarà necessario un piano di solidarietà nazionale, coordinato dai ministeri competenti, per garantire un budget inimmaginabile ma necessario.
Confligge con tale bisogno la logica perversa con la quale tutte le forze politiche del Veneto si sono accodate alla richiesta di Zaia che esclude ogni tipo di solidarietà nazionale nei confronti di chi produce meno o amministra male. Però non puoi chiedere aiuto agli altri se neghi il senso della solidarietà nazionale che è alla base di un paese democratico i cui governanti sappiano guardare un tantino più in là del proprio naso… Ricordo da bambina i camion pieni di vestiti e coperte che partivano, salutati dalla folla, da una Sicilia poverissima in aiuto degli alluvionati del Polesine”. (Annalisa Jannone)

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PFAS, IL VELENO NEL SANGUE: COSA SONO, ACQUA CONTAMINATA E DANNI ALLA SALUTE
– Vicenza, Verona, Padova, Treviso: in Veneto i Pfas stanno avvelenando il sangue dei cittadini. Lo hanno confermato Arpav, scienziati e Asl. Ecco cosa sono i Pfas e come hanno fatto a colpire già 350 mila persone –
di Laura Fazzini, 3 Aprile 2019 da https://www.osservatoriodiritti.it/
«I nostri figli non si toccano», è il motto delle oltre 100 mila persone che sabato 23 marzo hanno marciato per le strade di Roma alla manifestazione nazionale contro le grandi opere, l’inquinamento e il cambio climatico. Mamme da nord a sud che pretendono un ambiente pulito in cui far crescere i loro figli. Tra queste, le MAMME NO PFAS DEL VENETO.
ACQUA AVVELENATA: LA MAPPA TRA VICENZA, VERONA E PADOVA
Sono 350 mila le persone contaminate dal Pfas, una sostanza chimica presente nell’acqua di falda tra Vicenza, Verona e Padova che altera il sistema ormonale portando diverse patologie, anche mortali. Le associazioni ambientaliste e i residenti combattono dal 2015 per avere acqua pulita.
PFAS: COSA SONO QUESTE SOSTANZE E I DANNI ALLA SALUTE
La sigla Pfas, o acidi perfluoroacrilici, indica una famiglia di sostanze chimiche utilizzata in campo industriale. La classe di Pfas più diffusa, la Pfoa, nel 2009 è stata dichiarata “sostanza inquinante resistente” dalla Convenzione di Stoccolma e nel 2017, su indicazione dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa), la Commissione europea ha riconosciuto che comporta rischi inaccettabili per la salute umana e l’ambiente.
La sostanza viene assimilata nel sangue attraverso l’acqua, sia del rubinetto sia dei cibi, ed è altamente tossica. Non essendo espellibile dal corpo umano, se non in minima parte e nel corso di decenni, porta ad alterazioni ormonali e conseguenti malattie.
Tutto ha inizio a metà degli anni ’60, quando la società Rimar, acronimo di Ricerche Marzotto, stabilisce a Trissino, in provincia di Vicenza, il suo polo di ricerca. Il marchio di alta moda cerca un prodotto chimico che renda la pelle e il materiale tessile resistenti all’acqua. Lo stabilimento, però, viene costruito sopra una zona di ricarica della falda considerata la seconda più grande d’Europa e già nel 1966 una fuga di acido fluoridrico avvelena la vegetazione circostante.
Dopo quel caso ne seguono altri fino al 2011, anno in cui l’evidenza di una situazione 
di potenziale rischio porta ad una convenzione tra il ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare (Mattm) e l’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Consiglio nazionale per le ricerche (Cnr) per monitorare la presenza di perfluorati nell’acqua.
Nel 2013, Arpav Veneto attribuisce il 97% dell’inquinamento della zona alla Miteni spa, ultima proprietaria della ditta, che in pochi anni riceve multe e sanzioni per 3 milioni di euro e dichiara fallimento nell’ottobre 2018.
PFAS: VALORI LIMITE NEL SANGUE E L’EPICENTRO DI LONIGO
Nel 2015 l’azienda sanitaria locale di Vicenza, dopo forti pressioni delle associazioni ambientaliste locali, avvia un primo screening su 270 persone per analizzare il sangue e controllare la presenza di Pfas. Se la soglia massima nel sangue è di 8ng/l, i primi risultati evidenziano casi che superano di 35 volte il limite.
Viene quindi delimitata una zona rossa che comprende 30 comuni, con epicentro Lonigo, Sarego e Meledo, e deciso il posizionamento di filtri al carbone per ridurre l’alto tasso di Pfas nell’acqua.
Oltre ai test sanguigni, la popolazione viene monitorata sulle malattie legate alla mutazione ormonale da contaminazione e si evidenzia, ancora una volta, l’alto rischio di malattie tiroidee, tumore a rene e testicolo (+30%), cardiopatia ischemica (+21%), morbo di Alzheimer (+14%), malattie correlate al diabete (+25%).
LA STERILITÀ MASCHILE E GLI ABORTI: EFFETTI SULLA SALUTE
Alla fine del 2018 vengono pubblicati (https://academic.oup.com/jcem/article/104/4/1259/5158211 ) su alcune riviste scientifiche i risultati delle analisi su oltre 200 giovani residenti nella zona rossa raccolti dal gruppo di ricerca dell’unità operativa complessa di Andrologia e Medicina della riproduzione dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova.
CARLO FORESTA e la sua equipe hanno evidenziato come la sostanza chimica interferisca con l’attività ormonale.
La storica scoperta, che spiega il calo di nascite e l’alto tasso di malattie correlate, ha confermato inoltre come l’inquinamento da Pfas «è stato riscontrato nel cordone ombelicale e nella placenta di donne esposte. Si può ipotizzare una precoce interferenza dei Pfas sullo sviluppo gonadico e sulla documentata riduzione di sviluppo nell’altezza e nel peso dei figli nati da queste donne esposte. Questi risultati suggeriscono che i Pfas, fra le tante sostanze inquinanti ambientali, possono avere un ruolo nell’universalmente riconosciuto incremento delle patologie andrologiche, come infertilità, il criptorchidismo, i tumori del testicolo», dice ancora Foresta.
Lo stesso gruppo di lavoro a febbraio ha denunciato l’impatto dell’inquinante durante la gravidanza, confermando gli alti tassi di preeclampsia (+20%), diabete gestazionale (52%) e nascite premature (30%). «Il professor Foresta ha dimostrato il passaggio della sostanza nella fase gestazionale tra la madre e il feto. Siamo noi mamme le prime a passare il Pfas ai nostri figli, questo è insopportabile», commenta una madre.
LA LOTTA DELLA POPOLAZIONE, LE MAMME NO PFAS
Da queste valutazioni l’Asl Veneto inizia nella primavera del 2017 un biomonitoraggio sulla popolazione nata tra il 1956 e il 2002. I primi risultati, arrivati dopo alcuni mesi, dimostrano come la popolazione under 15 sia ad alto rischio, con valori di Pfas che arrivano a 300 ng/l. Da qui la decisione di quattro mamme della zona di Lonigo, divenute in fretta oltre un centinaio, di formare un gruppo di residenti per ottenere la posa di filtri nelle tubature scolastiche.
Infatti l’acqua inquinata non arriva solo nei bicchieri dei piccoli, ma anche nei cibi che mangiano. Le mamme allora sono andate a Roma, in Parlamento e al ministero dell’Ambiente per chiedere di finanziare i lavori per cambiare la fonte di approvvigionamento della zona rossa. «I filtri non bastano, anche se ci hanno assicurato che si arriva allo zero virtuale di presenza Pfas nell’acqua. Abbiamo lottato e abbiamo ottenuto i soldi per far partire i lavori ad aprile», continua Michela.
Infatti il ministero dell’Ambiente, insieme alla Regione Veneto, ha stanziato nella legislatura Gentiloni 120 milioni di euro per scavare il terreno e collegare tre nuove fonti d’acqua alla rete idrica della zona.
«Non ci fermeremo, mai. Non per noi, ma per i nostri figli perché non si può morire per aver bevuto dell’acqua», conclude.
PFAS: GREENPEACE, IL NOE DI TREVISO E LA DENUNCIA
A metà marzo il comando dei carabinieri per la tutela ambientale, Nucleo operativo ecologico (Noe), di Treviso, ha chiuso le indagini relative all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle province di Vicenza, Padova e Verona. Con il report del Noe, Greenpeace ha denunciato come già nel 2006 l’Arpav potesse iniziare le operazioni di bonifica Pfas, nella zona di Trissino. (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2019/04/pfas-report.pdf )
«Tra il 2004 e il 2010 sono state analizzate le acque con il progetto Giada, finanziato a livello europeo e coordinato dalla Provincia di Vicenza. I risultati del monitoraggio sono stati comunicati ad Arpav, ma non è partita la procedura di bonifica», conferma Greenpeace.
Inoltre, già dal gennaio 2006 la società Icig, che aveva comprato per un euro dalla Mitsubishi lo stabilimento, aveva collocato una barriera idraulica per bonificare il sito inquinato. Il report del Noe, sempre secondo la ricostruzione fatta da Greenpeace, dimostra come alcuni tecnici di Arpav siano stati coinvolti nella gestione del depuratore, senza però far partire le ispezioni dedicate. Questa mancata azione dell’Agenzia per l’ambiente, sostiene il Noe, ha condannato ad altri 10 anni di contaminazione della falda, minando ancora di più la salute dei residenti. (Laura Fazzini)

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PFAS VENETO, RIVISTA SCIENTIFICA: “COMPOSTI PERFLUORATI CAUSANO INFERTILITÀ E TUMORI”
di Giuseppe Pietrobelli, 16/11/2018, da IL FATTO QUOTIDIANO
– La scoperta è stata pubblicata sul “Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism”, la più importante rivista mondiale di endocrinologia clinica. L’annuncio dato dal professor Carlo Foresta presentando la ricerca condotta dall’unità operativa complessa di Andrologia e Medicina della Riproduzione dell’Azienda Ospedale dell’Università di Padova, in collaborazione con Andrea Di Nisio del Dipartimento di Medicina –
I FAMIGERATI PFAS, composti perfluorati che hanno inquinato la falda e gli acquedotti del Veneto, costituiscono un grave danno per la salute. In particolare, con la loro azione sull’organismo interferiscono con gli ormoni, determinando infertilità, sviluppo non regolare dell’apparato genitale maschile e tumori. A sostenerlo non sono i comitati che si stanno battendo da alcuni anni contro un inquinamento che pare originato dall’industria Miteni di Trissino (in provincia di Vicenza), ora in fallimento, ma un’autorevole studio dell’Università di Padova. E così trovano una conferma scientifica le preoccupazioni manifestate dai No-Pfas, che negli scorsi mesi hanno manifestato anche a Bruxelles, di front alla sede del Parlamento Europeo, chiedendo inutilmente la messa al bando di queste sostanze.
Si tratta di una scoperta di valore assoluto che viene pubblicata sul JOURNAL OF CLINICAL ENDOCRINOLOGY AND METABOLISM, la più importante rivista mondiale di endocrinologia clinica. “Da un’indagine condotta su oltre duecento giovani veneti, abbiamo scoperto il meccanismo inibitorio dei PFAS sul testosterone, dimostrando che i PFAS si legano al recettore per il testosterone, riducendone di oltre il 40 per cento l’attività”. Questo l’annuncio dato dal professor CARLO FORESTA presentando la ricerca condotta dall’unità operativa complessa di Andrologia e Medicina della Riproduzione dell’Azienda Ospedale dell’Università di Padova, in collaborazione con il dottor ANDREA DI NISIO del Dipartimento di Medicina dello stesso ateneo.
E’ il frutto di un’indagine a tappeto condotta (dal giugno 2017 al maggio 2018) su 212 maschi, di età compresa tra i 18 e i 20 anni, residenti nelle aree del Veneto oggetto dell’inquinamento da Pfas. CI SONO QUATTRO REGIONI AL MONDO DOVE SI È PRODOTTA UNA SITUAZIONE DI DISSESTO AMBIENTALE COSÌ MARCATO. Innanzitutto in VENETO, nelle province di Vicenza, Padova e Verona, in un’area di 150 chilometri quadrati, dove i ricercatori valutano in 350-400 mila le persone potenzialmente esposte. Le altre zone sono in OHIO (Usa), a Dordrecht in OLANDA e nel distretto di Shandong in CINA. Dei giovani controllati, 129 sono residenti nella “zona rossa” sottoposta a maggior inquinamento e 83 nella “zona gialla”, dove l’effetto dei Pfas è più ridotto. Il gruppo di controllo è costituito da 171 residenti in zone esenti dalla polluzione.
“Recenti studi hanno riportato conseguenze sulla salute pubblica a diversi livelli nelle popolazioni esposte a elevate dosi dei PFAS. L’organismo li scambia per ormoni interferendo con l’azione delle ghiandole endocrine, causando malattie a breve e a lungo termine. Queste sostanze possono alterare l’equilibrio ormonale che è fondamentale per la crescita e lo sviluppo del feto e del bambino: le persone più esposte hanno un maggior rischio di patologie riproduttive (infertilità, abortività, endometriosi, ecc.), di disturbi comportamentamentali nell’infanzia e forse anche di diabete e di alcuni tipi di cancro (testicolo, rene, prostata). Molte di queste patologie associate all’inquinamento da PFAS si sviluppano in organi sensibili agli ormoni testicolari, ed in particolare al testosterone”. Questa la base di partenza sintetizzata dal prof. Foresta, che ha poi spiegato il valore della scoperta.
“Sulla base di questa osservazione abbiamo dimostrato in sistemi cellulari in vitro che i PFAS si legano al recettore per il testosterone, riducendo di oltre il 40 per cento l’attività indotta da questo ormone. Nel maschio il testosterone è fondamentale per lo sviluppo uro-genitale. Non solo, l’elevata presenza di PFAS all’interno della circolazione fetale in donne in gravidanza residenti in zone inquinate potrebbe determinare anomalie nel corretto sviluppo”.
Risultati allarmanti, anche perché emersi dall’analisi di un campione vasto di giovani. Ad esempio è stata misurata “la distanza ano-genitale, che è determinata dalla stimolazione del testosterone in fase fetale” rilevando che “era significativamente inferiore” rispetto a quella del gruppo di controllo. Cosa dedurne? “Un’interferenza in fase embrionale sullo sviluppo del sistema riproduttivo e i PFAS possono essere coinvolti. Nei soggetti esposti, anche il volume testicolare risulta essere ridotto, così come la lunghezza dell’asta del pene. Infine, abbiamo osservato una concomitante riduzione del potenziale di fertilità, sebbene entro i limiti di normalità, che potrebbe essere un fattore di rischio di infertilità”.
I composti perfluorurati sono sostanze chimiche di sintesi utilizzate per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa. Si possono trovare anche in pitture e vernici, farmaci e presidi medici. Vengono considerati contaminanti emergenti dell’ecosistema perchè hanno una elevata resistenza termica e chimica, che ne impedisce la eliminazione e favorisce l’accumulo negli organismi. (Giuseppe Pietrobelli)

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PFAS E ALTRI VELENI, ECCO LE MAMME PER L’AMBIENTE

3/5/2019, da https://www.vicenzareport.it/ (VICENZA REPORT – quotidiano online di Vicenza e provincia
– Presentata a Taranto, in occasione del concerto del Primo maggio, la nuova rete di attiviste per l’ambiente. Si chiama “Mamme da nord a sud”, ed al suo interno c’è anche il Veneto, con il gruppo Mamme No Pfas…-
TARANTO – Durante il concerto del primo maggio a Taranto è stato presentato il gruppo delle Mamme da Nord a Sud. In tutta Italia sono moltissimi i comitati e i gruppi di ambientalisti che difendono i loro territori dall’inquinamento. Conoscendoci abbiamo scoperto che tutti abbiamo percorsi simili e viviamo situazioni analoghe. Ci siamo unite per denunciare con un’unica forte voce gli scempi ambientali che affliggono l’Italia. L’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo minaccia il futuro dei nostri figli. L’unico grande obiettivo è portare la consapevolezza che la tutela di aria, acqua e suolo significa garantire un futuro migliore.
Ecco alcuni dati salienti che evidenziano l’emergenza ambientale e sanitaria in corso in Italia. Per riguarda la qualità dell’aria i nostri bambini sono continuamente esposti a sostanze pericolose. Secondo l’ISPRA nel 2017, se si considera il valore di riferimento raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) per gli effetti a breve termine sulla salute umana (50μg/m3 , da non superare più di 3 volte in un anno civile), il valore limite giornaliero del PM10 è stato superato nel 76% delle stazioni di monitoraggio. L’impatto sanitario delle sole emissioni in atmosfera di polveri sottili (Pm10 e Pm2,5), del diossido di azoto (NO2) e di ozono (O3) è terribile: l’Agenzia Europea per l’Ambiente stima in quasi 90.000 le morti premature per l’esposizione a queste sostanze.
I siti nazionali di bonifica di competenza del Ministero dell’Ambiente sono 41 e circa 16.435 i siti potenzialmente contaminati già individuati dalle regioni con procedimento in corso. L’Istituto Superiore di Sanità, nei soli siti nazionali, attraverso lo studio epidemiologico “Sentieri” ha evidenziato un aumento di malattie negli abitanti che vivono in questi siti, con un eccesso di mortalità rispetto ad aree non inquinate di quasi 12.000 morti in più in un periodo di 8 anni. Non solo tumori ma anche malattie neurodegenerative e cardiovascolari. Per i nostri figli vivere in siti contaminati comporta un aumento di tumori maligni del 9% tra 0 e 24 anni.
L’Italia sta perdendo le sue acque, bene comune per eccellenza indispensabile per vivere. Nel 2016 sono stati rilevati pesticidi nel 67% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 33,5% dei punti delle acque sotterranee, con valori superiori agli Standard di Qualità Ambientali nel 23,9% delle acque superficiali e nel 8,3% delle acque sotterranee. Il 57% dei fiumi italiani non rispetta gli standard di qualità ecologica fissati dalla Direttiva Europea “Acque”. Il 25% dei corpi idrici sotterranei è in stato “scarso” per la presenza di inquinanti, con la punta negativa in Lombardia (ben il 67%).
I nostri ragazzi stanno lottando per contrastare i cambiamenti climatici che possono esacerbare fenomeni di dissesto idrogeologico in aree particolarmente fragili. Questo problema ha già interessato il 91% dei comuni italiani. Nuove ricerche scientifiche confermano l’impatto sanitario dell’inquinamento sulla popolazione. Gli effetti si trasmettono di generazione in generazione. I nostri gruppi da anni sono impegnati sul campo, ottenendo spesso quei risultati concreti che la politica non riesce a perseguire.
Serve quindi un radicale cambio di rotta e gli stessi ragazzi negli ultimi mesi stanno dimostrando a noi adulti che vogliono vivere in un ambiente salubre. Non vogliono rischiare di non avere più un pianeta dove poter vivere in salute. Le grandi opere che vogliamo sono quelle che risanano il territorio e il nostro ambiente. Sono quelle che consentono di vivere nel pieno rispetto dei diritti fondamentali alla vita e alla salute e dei beni comuni quali l’aria, l’acqua e la terra.
RETE MAMME DA NORD A SUD

(pagina Facebook: https://www.facebook.com/mammedanordasud/)

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PFAS, “L’INQUINAMENTO IN VENETO POTEVA ESSERE SCOPERTO CON 10 ANNI DI ANTICIPO”
di Giuseppe Pietrobelli | 22 Marzo 2019 IL FATTO QUOTIDIANO
– È un vero atto d’accusa quello di Greenpeace che richiama l’annotazione del Noe di Treviso, a conclusione delle indagini della Procura di Vicenza, in cui si segnalavano alcune anomali nell’operato degli enti pubblici come Provincia di Vicenza e Arpav –
L’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) nel sottosuolo e nelle falde d’acqua di tre province venete avrebbe potuto essere scoperto con dieci anni di anticipo. Invece, ritardi negli accertamenti hanno impedito interventi tempestivi a tutela della salute pubblica, condannando la popolazione di vaste aree del Vicentino, del Padovano e del Veronese, a subire i danni causati dall’ingestione dei terribili composti chimici, di origine industriale. È un vero atto d’accusa quello che è stato diffuso da Greenpeace: una denuncia riguardante autorità locali ed enti di controllo ambientali regionali che potrebbero aver avuto un ruolo chiave nel ritardare la bonifica e le indagini relative alla Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/15/pfas-chiuse-indagini-su-azienda-miteni-13-indagati-tra-manager-e-tecnici-sapevano-che-falda-veniva-inquinata/4899411/
Si tratta di un inquinamento grave, su cui è stato acceso un faro solo negli ultimi anni e che ha accertato la contaminazione di migliaia di cittadini, mentre la popolazione interessata è superiore alle trecentomila unità.
Il dossier diffuso da Greenpeace è la sintesi dell’annotazione di polizia giudiziaria redatta dal Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale Nucleo Operativo Ecologico (Noe) di Treviso, a conclusione delle indagini della Procura di Vicenza. È infatti imminente la richiesta di rinvio a giudizio per i dirigenti Miteni. “L’annotazione del Noe pone seri interrogativi sull’operato della Provincia di Vicenza che, in base agli esiti del progetto Giada, condotto tra il 2003 e 2009, avrebbe dovuto richiedere verifiche approfondite proprio sullo stabilimento di Miteni” scrive Greenpeace. “Quei dati evidenziavano notevoli incrementi di concentrazione di Btf (Benzotrifluoruri) nelle falde acquifere tra Trissino e Montecchio Maggiore ma, secondo il Noe, non sarebbero mai stati nemmeno formalmente inoltrati all’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente del Veneto (Arpav)”. Secondo i carabinieri, inoltre, l’agenzia regionale avrebbe potuto far emergere l’inquinamento già nel 2006, quando alcuni tecnici fecero un sopralluogo presso la barriera idraulica istallata nel sito di Miteni.
“Quanto emerge è gravissimo, ma non ci risultano ulteriori filoni di indagine aperti dalla Procura di Vicenza a carico degli enti pubblici coinvolti – dichiara Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia -. Ci auguriamo che la Procura agisca in fretta per definire un quadro chiaro ed esaustivo delle responsabilità e dei responsabili”. Un chiaro inviato ad alzare il livello dell’inchiesta dai responsabili materiali, ai controlli mancati. I carabinieri denunciano nero su bianco la “volontà dei tecnici Arpav di non voler far emergere tale situazione” di inquinamento. Greenpeace si chiede, inoltre, perché la Procura abbia fissato al 2013 il termine ultimo dell’inquinamento, mentre i vertici di Miteni, Igic e Mitsubishi Corporation potrebbero aver causato almeno fino al 2016, ma anche oltre. “In questo modo è inapplicabile la normativa sui cosiddetti Ecoreati, entrata in vigore dopo il 2013, che, se applicata, renderebbe minimo, almeno per alcuni degli imputati, il rischio della prescrizione” commenta Ungherese.
Dai documenti del Noe emerge che il “Progetto Giada”, finanziato da fondi comunitari e coordinato dall’Ufficio Ambiente della Provincia di Vicenza, aveva fatto eemerge che il “Progetto Giada”, finanziato da fondi comunitari e coordinato dall’Ufficio Ambiente della Provincia di Vicenza, aveva fatto emergere (2003-2009) la contaminazione da Benzotrifluoruri, “intermedi di sintesi o sottoprodotti derivanti dall’attività dell’azienda Miteni”, che già nel 1977 era stata al centro di una grave contaminazione. A quell’epoca le autorità erano addirittura intervenute sulla rete idrica per salvaguardare l’idropotabilità per la città di Vicenza e zone limitrofe. Nel 2010 una tesi di dottorato in Scienze Ambientali, finanziata dall’Arpav e redatta da Lorenzo Lava si era occupata del’argomento. Scrivono i carabinieri: “Si ritiene che la Provincia di Vicenza, oltre a non condividere il documento (documento conclusivo del Progetto GIADA, pubblicato nel 2011, ndr) con gli altri enti, avrebbe dovuto richiedere espressamente ad Arpav una verifica approfondita dello stabilimento Miteni. Se ciò fosse avvenuto, Arpav avrebbe notato immediatamente la presenza della barriera idraulica, la quale era stata istallata nel 2005 proprio al fine di tentare di bloccare l’inquinamento della falda da Btf”. E ancora: “Arpav, nonostante fosse a conoscenza degli esiti del Progetto Giada, inspiegabilmente non ha immediatamente avviato una verifica approfondita e mirata dello stabilimento Miteni”.
Secondo il Noe, Arpav sapeva dell’esistenza della barriera dal gennaio 2006 e se avesse segnalato la circostanza ed effettuato le verifiche “la bonifica sarebbe potuta partire già da quella data”. A confermare la circostanza c’è un testimone, il dottor Sacchetti, tecnico della società di consulenza ambientale (Erm) che aveva realizzato nel 2005 la barriera per Miteni. “Ho incontrato, probabilmente presso la Miteni, l’ingegner Vincenzo Restaino dell’Arpav… ricordo che il predetto era a conoscenza del problema di contaminazione prodotto dalla Miteni”.
Greenpeace spiega che l’ingegner Restaino è ora direttore del Dipartimento provinciale di Rovigo dell’Arpav, che fino al settembre 2014 lo era stato a Vicenza. Inoltre, “affronta con delega di coordinamento regionale le problematiche legate alla contaminazione nelle province di Vicenza Verona e Padova di sostanze Pfas”. Greenpeace attacca: “Restaino, stando a quanto evidenziato dal Noe, era da tempo a conoscenza della grave contaminazione prodotta da Miteni”.
E si chiede a chi ne avesse riferito in ambito regionale e se ora sia stata aperta un’inchiesta interna per verificare eventuali omissioni. Greenpeace conclude: “Appare invero sorprendente che nel procedimento penale in corso a Vicenza la posizione dei tecnici Arpav e di altri funzionari pubblici eventualmente coinvolti non rientrino nel filone di indagine. È auspicabile che la Procura di Vicenza abbia anche un’altra inchiesta aperta”. Contattato al fattoquotidiano.it Restaino dice che si tratta di fatti risalenti al 2005 e 2006 e che non intende rilasciare dichiarazione se non dopo aver sentito il suo avvocato. (Giuseppe Pietrobelli)

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L’ITALIA DELL’ACQUA INQUINATA. TRA BATTERI, PFAS E POCHE BONIFICHE
di Luca Bortoli, 22/3/2019, da https://www.avvenire.it/
– Legambiente diffonde il rapporto sullo stato di salute idrico del nostro Paese. Troppe le lacune e le criticità, ma ci sono anche buone notizie –
Inquinate. Sprecate. Non tutelate. Le acque italiane non godono certo di buona salute. A lanciare l’allarme – alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua che si celebra oggi – è Legambiente, che nel suo rapporto “Buone e cattive acque” scatta una fotografia di casa nostra tutt’altro che tranquillizzante.
Si comincia con la contaminazione da Pfas della falda acquifera tra le province di Vicenza, Verona e Padova, che coinvolge 400mila persone. È questo, al momento, il caso più grave di inquinamento chimico di origine industriale del Paese e proprio ieri si è saputo che lo sversamento di veleni si sarebbe potuto arrestare già nel 2006.
A renderlo noto è stata Greenpeace, che ha riportato quanto emerso dalle indagini dei Carabinieri del Noe nell’ambito del procedimento penale aperto dalla procura di Vicenza a carico di 13 ex manager dell’azienda Miteni di Trissino, presunta responsabile del disastro ambientale. Da quanto emerso, la provincia di Vicenza, messa al corrente del fatto che dai monitoraggi era emerso «in un paio di casi un incremento significativo» dei livelli di contaminazione di Benzotrifluoruri tra il 2003 e il 2009, non avrebbe informato altri enti, né chiesto verifiche da parte dell’Agenzia regionale per l’ambiente.
Ma proprio ai tecnici Arpav, i carabinieri imputano responsabilità ancora più gravi. Tutto ruota attorno alla barriera idraulica che Miteni ha sempre dichiarato di aver installato nel 2013 per contenere la contaminazione. Le indagini tuttavia provano interventi sull’infrastruttura da parte di personale dell’agenzia già a partire dal 2006 e gli inquirenti arrivano a scrivere nero su bianco che si tratta di «volontà dei tecnici Arpav di non voler far emergere la situazione» di inquinamento. Un fatto che ha bloccato per oltre un decennio l’avvio della bonifica, tuttora lontano.
Tutti fatti che potrebbero finire in un secondo filone d’inchiesta che (come risulta ad Avvenire) la Procura di Vicenza avrebbe già avviato.
Le acque “cattive” non sono però solo quelle venete. I Pfas sono emersi da poco anche in provincia di Alessandria, a Spinetta Marengo, a ridosso dello stabilimento Solvay. Sempre in Piemonte, nel Lago d’Orta dichiarato batteriologicamente morto a causa dei metalli pesanti, negli ultimi tempi sono stati rilevati altri episodi di inquinamento. L’inquinamento avanza, a causa dei ritardi negli interventi, anche nelle valli laziali del fiume Sacco, dove diversi territori sono in ginocchio. Un ruolo tutt’altro che trascurabile lo rivestono le pratiche di agricoltura non sostenibile, monitorate in particolare in Emilia Romagna: nei bacini idrici del Burana Navigabile nel ferrarese, del Torrente Samoggia nel bolognese, del Fiume Uso nel riminese e del Torrente Arda nel piacentino, dove si sono misurati i valori più alti di pesticidi nel 2017. C’è poi il caso del fiume Sarno in Campania, infestato dai reflui scaricati direttamente nell’alveo, e del canale scolmatore a nord di Milano, costruito per mitigare il rischio idrogeologico e trasformatosi in una «fogna a cielo aperto». Non mancano le storie di acque salvate, spesso grazie ai “contratti di fiume o di lago” che uniscono pubblico, privato e cittadini e hanno portato alla salvezza del sottobacino Lambro settentrionale o “Brianzastream” per il Seveso. “Salvati” anche il canale navile di Bologna e il fiume Olona.
I dati tuttavia rimangono negativi. In base ai monitoraggi eseguiti per la direttiva comunitaria Quadro Acque tra il 2010 e il 2015, solo il 43% dei 7.494 fiumi sono in «buono o elevato stato ecologico», il 41% invece stanno al di sotto dell’obiettivo di qualità previsto e il 16% addirittura non è ancora classificato. Ancora più grave la situazione dei 347 laghi, di cui solo il 20% è in regola con la normativa europea. (Luca Bortoli)

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NELLA TERRA DEI VELENI: IL DISASTRO DEI PFAS IN VENETO

Pubblicato il 19 Aprile 2019 in Reportage di Nicola Pozzato
https://thesubwaywall.net/2019/04/19/nella-terra-dei-veleni-il-disastro-dei-pfas-in-veneto/
Arriviamo a Trissino alle 10.30 di una domenica autunnale. L’aria è umida e il cielo è velato da una grigia foschia. Propriamente non è montagna, ma lo è in apparenza, con le colline coperte di bosco e i paesi arroccati sulle alture, là dove la pianura si increspa a formare tanti sparpagliati rilievi. In alto il paese, con il campanile a dominare i tetti delle case, intorno campi bagnati e rossore di foglie. La Miteni sta lì, alle pendici di un colle, circondata da un fossato e da un muro di siepe: da fuori si scorgono cisterne e grovigli di tubature che si arrampicano in alto e si attorcigliano in basso; si sente un rumore costante, come quello di un frigorifero in funzione, o di una lavatrice.
Da alcuni anni lo stabilimento chimico è accusato di aver provocato un’enorme disastro ambientale: l’inquinamento delle acque di un’area vastissima del Veneto, dalla provincia di Vicenza a quelle di Padova e Verona, coinvolgendo 70 comuni e quasi 300.000 persone. Li chiamano PFAS, e sono ovunque: nei vestiti in pelle, nelle scarpe in goretex, nelle schiume antincendio, nelle padelle antiaderenti, persino nei cartoni della pizza. I Pfas tendono ad accumularsi nell’ambiente e nell’organismo e per questo risultano estremamente pericolosi.
La Miteni sarebbe responsabile di avere sversato per anni nei propri scarichi industriali sostanze perfluoroalchimiche, dannose per l’uomo e per l’ecosistema. Ma quello dei PFAS è un inquinamento nuovo, invisibile e subdolo, un veleno limpido, inevidente e incolore. Scorre sotto la trasparenza delle acque, nei riflessi violacei del vino, si annida nei frutti e nelle carni, nelle spighe e nelle radici, s’insinua nell’organismo, silente, discreto. Inoltre gli studi epidemiologici in materia sono ancora molto limitati e la valutazione degli effetti sull’uomo si muove ancora nello spettro delle probabilità. Sembra tuttavia, da quanto riportano gli studi americani condotti in seguito al disastro della Dupont (disastro per altro simile a quello veneto), che l’inquinamento da PFAS sia correlato all’insorgere di patologie e tumori. Del resto i dati ISTAT sulla mortalità nell’area veneta coinvolta dalla contaminazione evidenziano alcune anomalie anche molto significative. Ma di questo parleremo in seguito, dopo aver ripercorso dall’origine la vicenda della Miteni così come emerge dalla relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta.
Lo stabilimento di Trissino, infatti, ha vissuto una storia particolare e intricata che sarà non poco utile sbrogliare. La Miteni, allora Rimar, sorge nel 1964 come centro di ricerca Marzotto per lo sviluppo di sostanze idrorepellenti da utilizzare nella produzione tessile. Già nella seconda metà degli anni 70’, tuttavia, la Rimar si rende responsabile della contaminazione dei territori circostanti (contaminazione ancora attiva, come vedremo) ma le sostanze riconosciute come inquinanti non sono i PFAS, bensì i benzotrifluoruri. Intervengono i Vigili del Fuoco e persino l’esercito americano. Nel 1988 poi avviene il cambio di proprietà. Lo stabilimento viene acquisito dalla giapponese Mitsubishi e da Enichem che lo trasformano in MitEni. Nel 1997 Mitsubishi Corporation assume il 90% del capitale sociale, azionisti di minoranza sono la Tohkem Products Corporation fino al 2001 e, in seguito, Jemco Inc. Nel 2009 il 100% del capitale sociale passa a International Chimical Investors S.E., società con sede in Lussemburgo la cui proprietà è una matassa di aziende e gruppi di investimento. La International Chimical Investors S.E. fa parte di un gruppo industriale (ICIG) con più di 6000 dipendenti in tutto il mondo. La storia aziendale della Miteni non è un fattore irrilevante, anzi, è fondamentale per la definizione delle responsabilità e per comprendere in che misura la società ha nascosto un fenomeno di contaminazione che, come dimostreremo, conosceva.
Ma andiamo al 2011, al momento in cui, a seguito di un’indagine del CNR, cominciano ad emergere le prime avvisaglie di un inquinamento esteso e inimmaginabile. Nel 2011 il CNR sta conducendo un’indagine per conto del Ministero dell’Ambiente, con l’obiettivo di rilevare la presenza di PFAS sui bacini idrici italiani. “Ci eravamo posti il problema di individuare le fabbriche, le unità produttive che più utilizzavano queste sostanze, al fine di verificare in loco la pressione dovuta per via di queste fabbriche” afferma Stefano Polesello, ricercatore CNR partecipe alle attività di screening e monitoraggio. Il CNR così entra alla Miteni, campiona gli scarichi dei depuratori e tutti i corpi idrici circostanti e scopre che lo stabilimento di Trissino è una sorgente di queste sostanze, poiché le produce. I dati vengono consegnati al Ministero che chiede al CNR di valutare il rischio di esposizione umana.
Tra il 2012 e il 2013 l’acqua potabile al rubinetto delle zone a rischio viene campionata e analizzata, ne risultano valori anomali e il CNR riferisce ancora al Ministero che impone un’altra campagna di conferma. Nella primavera del 2013 i dati arrivano nuovamente al Ministero che li comunica alla regione Veneto. La Regione allora convoca l’Arpav e la incarica di effettuare il monitoraggio, e così avviene: l’Arpav ripete tutti i campionamenti, preleva l’acqua alle fontanelle, analizza gli scarichi dei depuratori, fino a determinare che l’inquinamento non è circoscritto alle acque superficiali ma riguarda soprattutto l’acqua di falda, quella prelevata nei pozzi privati, quella usata per irrigare gli orti, per far crescere i pomodori e le viti, per dar da bere alle bestie. Interessanti sono soprattutto i rilevamenti condotti dall’ARPAV sugli scarichi dei depuratori della zona: si è costatato infatti che il 97% dei PFAS scaricati nel canale Fratta-Gorzone dal collettore Arica (verso cui convergono gli scarichi dei depuratori di 5 comuni dell’ovest vicentino) derivano dagli scarichi industriali della Miteni.
Intanto però si inizia a procedere con uno screening dei valori di PFAS nel sangue della popolazione interessata. Tra luglio 2015 e aprile 2016 viene condotto uno studio esplorativo di biomonitoraggio per valutare le concentrazioni di PFAS nel sangue di un campione di persone residenti in aree a rischio e confrontarle con quelle di un campione di controllo, non esposto a PFAS attraverso l’acqua potabile. Lo studio rileva che le concentrazioni di PFOA (pericoloso PFAS a catena lunga) nel sangue delle persone residenti nell’area inquinata sono significativamente più elevate rispetto a quelle gruppo di controllo. Per dare un po’ di dati: illustri scienziati sostengono che il PFOA nell’acqua non dovrebbe superare 1ng per litro e che i valori nel sangue dovrebbero essere 0,1ng per millilitro. Sono questi valori molto bassi che dovrebbero garantire la (quasi) totale sicurezza, come scrive il dottor Vincenzo Cordiano, ematologo da anni impegnato contro i Pfas. I limiti imposti dalla regione Veneto, tuttavia, sono sensibilmente più alti, e pongono i 90 nanogrammi per litro come quantità massima di PFOA e PFOS nell’acqua. Ora, alcuni bambini nel territorio interessato presentano valori di Pfoa nel sangue 35 volte superiori ai limiti mentre gli operai della Miteni, da quanto risulta dalla documentazione rinvenuta presso l’azienda, hanno valori di PFOA nel sangue pari a 90.000 nanogrammi per litro, un valore spaventoso, più di mille volte superiore alla soglia massima consentita. La questione dei limiti, del resto, ha conquistato recentemente le pagine di cronaca dopo che il Parlamento Europeo ha bocciato la proposta “Pfas zero” presentata dalla Lega ponendo invece come limiti i 100 nanogrammi per litro per ciascuna sostanza a catena lunga (come PFOA e PFOS), ben al di sopra dei limiti deliberati dalla Regione Veneto.
Converrà tuttavia, dopo aver evidenziato i valori anomali riscontrati nel sangue della popolazione coinvolta, soffermarsi come promesso sugli effetti dei PFAS sulla salute umana. Come riporta ULSS8 Berica “I PFAS sono assorbiti rapidamente in seguito ad ingestione ed inalazione: poiché si legano alle proteine del plasma e non sono metabolizzati dall’organismo, si accumulano e si ritrovano nel plasma, nel fegato e in minor misura nel rene. Sono eliminati dai reni, ma nella specie umana l’eliminazione è molto lenta, perché una volta filtrati nelle urine subiscono un processo di riassorbimento che li riporta in circolo. Il tempo di dimezzamento, vale a dire il tempo necessario perché i livelli nel sangue si riducano a metà (se non si è più esposti) nell’uomo è in media di 5,4 anni per il PFOS e di 3,8 anni per il PFOA”.
Sembra, come abbiamo anticipato, che l’esposizione ai PFAS sia correlata all’insorgere di diverse patologie a livello dei reni, delle gonadi, della tiroide. Il Bollettino della commissione parlamentare di inchiesta, datato 8 febbraio 2017, cita inoltre la relazione del prof. Farinola secondo cui l’esposizione ai PFAS potrebbe indurre disfunzioni polmonari e determinare la deformazione morfologica degli spermatozoi, oltre ad avere effetti psicosomatici sui bambini (lo studio suggerisce un’associazione tra PFAS e impulsività). Il Bollettino riporta inoltre che “nei comuni contaminati da PFAS si registrano in entrambi i sessi eccessi statisticamente significativi per la mortalità generale: un 9 per cento e un 10 per cento in più, rispettivamente, negli uomini e nelle donne.
Per le malattie cerebrovascolari, vi è un 22 e un 18 per cento in più, rispettivamente, negli uomini e nelle donne. Per l’infarto miocardico acuto, vi è un 11 e un 14 per cento in più, rispettivamente, per gli uomini e per le donne. Nelle sole donne, invece, si sono rilevati eccessi significativi anche per il diabete, con un 32 per cento in più, e per la malattia di Alzheimer”. Sono dati da non sottovalutare dal momento che la letteratura scientifica suggerisce una possibile correlazione tra queste patologie e l’esposizione a PFAS.
Ma torniamo alla Miteni. C’è da ricordare che l’azienda ha sempre allontanato da sé le responsabilità della contaminazione e che, quando ha dato inizio al processo di bonifica, ha sempre agito come “soggetto non responsabile” riconducendo l’inquinamento all’incidente avvenuto in Rimar nel 1976.
Tuttavia le ricerche effettuate dal NOE di Treviso tra il 2017 e il 2018 rivelano che i vertici della Miteni erano pienamente coscienti della contaminazione. Nel 1990 infatti, come hanno scoperto i Carabinieri del NOE, la Miteni aveva incaricato l’azienda Ecodeco di Giussago di mettere in atto un’indagine ambientale per evidenziale eventuali casi di contaminazioni. La Ecodeco così concludeva: “I volumi di terreno indagato sono da considerarsi contaminati in misura variabile in tutta l’area (…) La qualità degli inquinanti organici è la stessa su tutta l’area, mentre sotto il profilo quantitativo la zona sud dallo stabilimento è quella maggiormente contaminata (…)”.
Si raccomandava perciò la pavimentazione e l’impermeabilizzazione del piazzale. Ma nel 1996 la Miteni torna a chiedere una consulenza ambientale, questa volta alla ERM, la quale riconosce una contaminazione del suolo ma la riconduce al più volte citato incidente del 1976. Nel 2004 poi la ERM consegna ulteriori studi alla Miteni e, questa volta, appare più preoccupata, tanto che suggerisce alla Miteni di provvedere al più presto all’avvio di un sistema di contenimento idraulico per impedire la migrazione di contaminanti disciolti a valle dello stabilimento. La ERM sembra avere ben chiaro che la contaminazione non è limitata all’evento del 1976 e che la Miteni deve intervenire per fermare un inquinamento ancora in atto.
Non v’è dubbio che, a fronte delle relazioni, delle raccomandazioni e dei dati comunicati dalla ERM Italia, la società Miteni aveva l’obbligo giuridico di effettuare la comunicazione della contaminazione, come previsto già dal decreto legislativo n. 22 del febbraio 97 (legge quadro sulla gestione dei rifiuti e delle bonifiche). Perché dunque la Miteni non ha informato della contaminazione le autorità competenti? Perché, nella convinzione che l’inquinamento sia da ricondursi alla Rimar, la Miteni ha scelto di tacere i risultati delle analisi? La Commissione d’Inchiesta afferma “Probabilmente, l’unica ragione di tale comportamento improprio deve essere ravvisata nella volontà della società di occultare l’inquinamento del sito industriale e della falda sottostante. Diversamente, l’obbligo di informativa, avrebbe imposto alla società l’onere di sostenere ingenti spese sia per la rimozione e lo smaltimento del terreno contaminato sia per lo smantellamento di parte dell’impianto produttivo, allo scopo di preservare la falda acquifera dall’inquinamento.” Intanto, nel 2009, la Mitsubishi conclude la vendita dello stabilimento che passa completamente in mano a ICIG. Viene da sospettare che la vendita delle azioni da parte di Mitsubishi sia da giustificare proprio con la consapevolezza dello stato di contaminazione e degli alti costi richiesti dalla bonifica.
Una perquisizione negli uffici della ERM, in data 8 marzo 2017, ha condotto alla scoperta di alcune email risalenti a novembre 2008 con le quali Mitsubishi chiedeva ad ERM una stima per la bonifica del sito. La stima di ERM per la bonifica era compresa tra i 12 e i 18 milioni di euro. La relazione della Commissione parlamentare (14 febbraio 2018) conclude che “In tale contesto, Mitsubishi all’evidenza, per non sostenere tali costi, ha preferito vendere le azioni della società alla International Chemical Investors S.A., che si è presentata agli operatori istituzionali come nuovo soggetto, asseritamente, del tutto inconsapevole della situazione di grave inquinamento in cui versava il sito.” E’ probabile tuttavia che i nuovi proprietari della Miteni non fossero del tutto all’oscuro della situazione, dal momento che alcuni funzionari o membri del consiglio di amministrazione erano in carica allora e lo sono tuttora. Negli ultimi 5 anni l’immissione di PFAS nell’ambiente da parte della Miteni è notevolmente diminuito, sia per l’intensificarsi delle misure di contenimento e depurazione, sia per il crollo produttivo dell’azienda che (ed è notizia di pochi giorni fa) ha deliberato la presentazione dell’istanza di fallimento.
La chiusura della Miteni, tuttavia, non può riparare i danni ambientali dovuti a quarant’anni di profitti e negligenza. Negligenza da cui non è assolvibile neppure la Regione che dal 1990 ad oggi si è resa responsabile di errori e mancanze niente affatto trascurabili. Da ultimo lo scandalo del Genx, il pericoloso composto chimico di cui si sono trovate tracce a valle del sito industriale e che la Regione concesse alla Miteni di trattare quando, nel 2014, i danni ambientali causati dall’azienda erano già evidenti e conclamati. Ma c’è di più. Da quanto risulta consultando la documentazione della Giunta fu proprio la Regione, nell’agosto 1990, ad autorizzare l’emissione in aria di composti perfluorurati in misura di 15 Kg ogni ora e fu ancora la Regione ad autorizzare la costruzione di una barriera idraulica presso il sito della Miteni, nel 2005.
Manuel Brusco, presidente della Commissione regionale d’inchiesta sui Pfas, racconta come negli ultimi trent’anni le strade della Miteni e della Regione Veneto si siano incrociate più di una volta senza che nessuno, prima del 2013, si interrogasse sul vasto inquinamento in atto. “La questione era nota a chi amministrava questa regione e aveva competenza diretta sul problema” afferma, “ci sono stati i casi eclatanti di inquinamento da PFAS in America e anche in Europa, c’è il rinnovo della valutazione di impatto ambientale da parte della Regione del 2007 e c’è il documento del 2010, inviato alla Regione Veneto dall’ex Ulss 5 contenente un’indagine epidemiologica in cui già si parlava dei Pfas nelle concerie di Arzignano.” E poi c’è lo Spisal, ramo della sanità regionale, che ha sempre avvallato la versione dell’azienda.
Il disastro dei PFAS è figlio di errori e omissioni, ma è figlio soprattutto di un’economia libera, libera di inquinare e avvelenare, per il progresso irrinunciabile, per la crescita ad ogni costo. Il disastro dei PFAS è l’espiazione di uno sviluppo sbagliato, di un rapporto insano con la natura, fatto di dominio, di sfruttamento. Il disastro dei PFAS è una colpa culturale, è una colpa politica.
(Nicola Pozzato)

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Una risposta a "INQUINAMENTO DA PFAS: perché se ne parla così poco? (e si sottovaluta il disastroso evento inquinante?) – 350 MILA PERSONE COINVOLTE (in Veneto, ma altrove può essere accaduto…) e più di 90.000 abitanti da sottoporre a costante controllo clinico – Ma NIENTE CAMBIA nel modello di sviluppo e tutela ambientale"

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