L’AFFERMARSI DELLE CITTÀ-STATO – Il caso ISTANBUL, megalopoli di 15 milioni di abitanti (sugli 82 della Turchia) che elegge un sindaco anti Erdogan – Ma CITTÀ-STATO potranno essere LONDRA, metropoli anti-Brexit; Barcellona, Danzica, Praga, Milano… Città-Stato autonome da Stati-Nazione e periferie

(da http://www.internazionale.it/) – Festeggiamenti a ISTANBUL per l’elezione a sindaco di Ekrem İmamoğlu, candidato dell’opposizione, il 23 giugno 2019 (Kemal Aslan, Reuters Contrasto)

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Nella foto EKREM İMAMOĞLU, nuovo sindaco di ISTANBUL. Un sindaco anti-Erdogan, moderno (lui, musulmano praticante), che ha saputo mettere d’accordo due anime turche: quella religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, a tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città in cui il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

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   Chiuse dentro confini sempre più obsoleti che gli STATI NAZIONE impongono, le CITTÀ-METROPOLI più vivaci, aperte… (pur con problemi di emarginazione e inquinamento da risolvere), queste città più innovative e che guardano al mondo, pian piano tenderanno ad affermare una propria autonomia dal conservatorismo (fuori della storia, causa dei conflitti mondiali del secolo scorso) che i NAZIONALISMI degli stati centrali perseverano a portare avanti. E si affermeranno (si affermano), appunto, come CITTÀ- STATO. Cioè in grado di esprime una propria autonomia e autorevolezza interna e internazionale, a prescindere dalle loro nazioni di appartenenza.

La PROVINCIA DI ISTANBUL è una provincia della Turchia. Dal 2012 il suo territorio coincide con quello del COMUNE METROPOLITANO DI ISTANBUL. Costituisce la provincia più popolosa del paese ed è in gran parte coincidente con la CITTÀ METROPOLITANA DI ISTANBUL. Con una popolazione di circa 15 000 000 di abitanti, ISTANBUL (considerando però anche i quartieri asiatici) è il CENTRO MUNICIPALE PIÙ POPOLOSO D’EUROPA (sesto nel mondo) davanti a Mosca e Londra. Le PROVINCE DELLA TURCHIA sono la SUDDIVISIONE TERRITORIALE DI PRIMO LIVELLO del Paese e sono 81; ricomprese in REGIONI (7, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero, dell’Anatolia Centrale, dell’Anatolia Orientale, dell’Anatolia Sud Orientale, dell’Egeo, di Marmara) prive però (le regioni) di rilevanza amministrativa, si suddividono (le provincie) a loro volta in DISTRETTI

   E’ il caso di LONDRA, dove la popolazione, “la città”, non ha condiviso l’esito del referendum (BREXIT) vinto dagli anti europei: Londra che vuole rimanere “aperta” e in Europa. Ma è anche il caso di altre grandi città che emblematicamente mostrano di distanziarsi dai propri stati centrali (e anche dall’umore conservatore delle periferie): lo si è visto nelle primavere arabe in Tunisia, Algeria, Egitto…. dove le grandi città hanno visto maree di giovani contrapporsi all’integralismo e conservatorismo (poi, ahinoi, vincente) delle periferie (il caso di Teheran, città moderna e occidentale, nel contesto iraniano, è emblematico).

LONDRA – (LO SHARD, L’EDIFICIO PIÙ ALTO DI LONDRA, domina lo skyline eclissando altri simboli della capitale come il Tower Bridge. La costruzione in corso di oltre 70 nuovi grattacieli cambierà nuovamente la faccia della città) – “(…) LONDRA oggi è più grande e ricca che mai, ha 8,8 MILIONI DI ABITANTI e si calcola che entro il 2050 ne ospiterà due milioni in più. Trent’anni di crescita demografica l’hanno trasformata da grande dame un po’ sfiorita a città globale di primo piano, UN IMPORTANTE NODO FINANZIARIO CON TASSI DI CRESCITA ECONOMICI TRA I PIÙ ALTI AL MONDO. Crescita che ha alimentato un boom edilizio che prevede ALCUNI DEI PIÙ GRANDI PROGETTI DI RIGENERAZIONE URBANA D’EUROPA, come la “super fognatura” sotto il Tamigi, che impedirà alle acque reflue di riversarsi nelle zone umide lungo il fiume, o gli oltre 500 nuovi edifici a sviluppo verticale che ridisegneranno lo skyline della città. O CROSSRAIL, LA FERROVIA RAPIDA DA OLTRE 15 MILIARDI di sterline concepita per decongestionare la più antica rete metropolitana del mondo, la cui nuova Elizabeth Line dovrebbe essere completata a breve, collegando West London con l’area in forte sviluppo di East London, dimezzando i tempi di viaggio. MOLTI SITI INDUSTRIALI DISMESSI SONO STATI TRASFORMATI IN QUARTIERI MODERNI con zone pedonali, spazi pubblici e, in linea con quella che potrebbe diventare una nuova tendenza, negozi gestiti da imprenditori locali anziché grandi catene commerciali. IL QUARTIERE DI KING’S CROSS, IN PASSATO UN FATISCENTE NODO FERROVIARIO PER IL TRASPORTO DI CARBONE E FRUMENTO e, in tempi più recenti, noto soprattutto per prostituzione e spaccio, è oggetto di un intervento di risanamento ventennale in via di conclusione che include la ristrutturazione delle stazioni di King’s Cross e di St.Pancras e la realizzazione del nuovo campus di un college di arte e design, di sale da concerti, fontane ed edifici residenziali.(….)” (Laura Parker, “Occhi puntati su Londra: Sopravviverà anche all’incognita Brexit? 15/3/2019, da http://www.nationalgeographic.it/)

   E lo si vede più che mai adesso a ISTANBUL (15 milioni di abitanti sul totale degli 82 della Turchia), dove domenica 23 giugno 2019 il candidato dell’opposizione EKREM İMAMOĞLU è stato eletto sindaco dopo che il risultato del 31 marzo precedente – che lo vedeva già vincitore – era stato annullato per presunte irregolarità nel voto. Dopo 16 anni di dominio incontrastato dell’Akp (“Adalet ve Kalkınma Partisi”, Partito della Giustizia e dello Sviluppo), il partito del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, c’è stata la sconfitta del vecchio potere, con la vittoria del candidato dell’opposizione, appunto Ekrem İmamoğlu.

TORINO, ORTO BOTANICO in Piazza Risorgimento – INFRASTRUTTURE, TECNOLOGIE E SERVIZI DI NUOVA GENERAZIONE, così LE CITTÀ CAMBIERANNO PELLE E SI APRIRANNO ALL’INNOVAZIONE, che dovrà essere SOSTENIBILE A LIVELLO AMBIENTALE, perché NEL 2050 IL 66% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE ABITERÀ PROPRIO IN GRANDI METROPOLI (da https://www.key4biz.it/ )

   In questi decenni di predominio conservatore che ha imposto regole religiose integraliste (Istanbul è diventata sempre più mediorientale: donne velate, moschee in ogni angolo…) alla fine (causa anche l’inizio di una flessione economica e decadenza del potere di Erdogan) ha prevalso un candidato nuovo, moderno, che (lui, musulmano praticante) ha saputo mettere d’accordo due anime turche: la religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, per tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città nella quale il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

DANZICA CITTÀ-STATO? – EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Pertanto lo strapotere di Erdogan rimane, e forse le opposizioni troveranno difficile amministrare in piena autonomia la megalopoli turca (15 milioni di abitanti). Istanbul è, però, un simbolo, e può essere, diventare, una CITTÀ-STATO. Perché, oltre ad essere la città più popolosa della Turchia (la capitale è Ankara), nonché il suo centro economico maggiore, è anche il luogo in cui si è imposto Erdogan a partire dal 1994, anno in cui venne eletto sindaco. Per questo, oggi si parla di una vittoria storica, soprattutto in termini di valori democratici: una grande metropoli che da sola rappresenta un terzo del PIL del paese (peraltro va detto che l’opposizione controlla cinque delle sei città più grandi della Turchia; per dire dello stacco tra centri urbani “aperti” al nuovo, e periferie conservatrici…).

PRAGA (Repubblica Ceca) – 23 giugno 2019: centinaia di migliaia di persone in PIAZZA VENCESLAO chiedono le dimissioni del premier ceco ANDREJ BABIS. Una manifestazione oceanica, in cui sono state chieste LE DIMISSIONI DEL PRIMO MINISTRO CECO, accusato di frode. I dimostranti hanno sfilato con le BANDIERE DELL’UE e della REPUBBLICA CECA e con striscioni contro Babis e contro il presidente Milos Zeman

   E’ così che, offuscate dal perdurare delle Nazioni, oggi le città vivono una rinascita. In esse vive la metà delle popolazione mondiale che, secondo le previsioni, diventerà il 75% alla metà del secolo. Ma oggi almeno la concentrazione di popolazione non è il tema dominante di per sé, anche se porta a problemi sicuramente (di marginalità sociale, inquinamento, di qualche difficoltà nella gestione virtuosa dei servizi, sovraffolamento…).

TOKYO. Oggi l’area che comprende la capitale giapponese Tokyo e i territori limitrofi è la più popolosa del mondo con 37,5 milioni di abitanti. – NEL MONDO OGGI IL 55% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE GIÀ IN CITTÀ, CIRCA 4,2 MILIARDI DI PERSONE

   Perché nell’idea di creazione di CITTA’ STATO che mostrano capacità di inserimento nel contesto “internazionale”, nelle opportunità che possono offrire (se vediamo la cosa positivamente per chi ci vive, per i giovani in particolare), si dimostra come esse riescano a fare una politica diversa dagli stati in cui si trovano, entità politico-istituzionali che spesso perseguono miti nazionalistici (la Brexit, l’integralismo islamico, il sovranismo e populismo…): trovando così la forza e la volontà di essere, pur nella regole dello stato di appartenenza, delle CITTA’ STATO.

CITTA’ STATO – Secondo il REPORT DELLE NAZIONI UNITE basterà una generazione a trasformare per sempre il volto delle già ENORMI MEGALOPOLI. ENTRO IL 2030 la classifica ci dice che DELHI (India) conterà 39 milioni di abitanti, TOKYO 36,5 milioni, SHANGHAI (Cina) 32,8 milioni, DHAKA (Bangladesh) 28 milioni, CAIRO 25,5 milioni, MUMBAI (India) 24,5 milioni, PECHINO 24,2 milioni, CITTÀ DEL MESSICO 24,1 milioni, SAN PAOLO (Brasile) 23,8 milioni e KINSHASA (Congo) 22 milioni. (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   La rinascita del valore storicamente avuto di grandi città, si afferma proprio nelle difficoltà. Ad esempio, a DANZICA l’uccisione a gennaio 2019 del sindaco della città (Pawel Adamowicz), ha provocato un sussulto della popolazione, nominando d’impeto alle elezioni la sua vice (Aleksandra Dulkiewicz) che persegue la stessa linea di apertura del sindaco assassinato, portando la città su posizioni molto diverse dalla attuale Polonia antieuropea, nazionalista. Oppure è accaduto il 23 giugno scorso, a PRAGA, nella Repubblica Ceca, che una marea umana ha chiesto le dimissioni del primo ministro populista travolto dalle accuse di frode dopo un’inchiesta europea. Città che si affermano sul conservatorismo nazionalista dei loro stati e della nomenclatura politica tradizionale.

CLASSIFICA STATISTA DELLE CITTÀ PIÙ POPOLOSE DEL MONDO ENTRO IL 2035 (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   E’ così che gli Stati nazionali devono confrontarsi con queste Città-Stato nascenti, che esse vengono a vivere il cambiamento in atto, città con flussi connettivi sovrapposti: mutamenti epocali in atto, con grandi migrazioni inarrestabili, la crescita convulsa delle metropoli/megalopoli; la nascita consequenziale di zone economiche nuove.
Nella città si concentrano la conoscenza, la produzione, le opportunità per i giovani, il benessere…. si offrono le migliori occasioni. Ma è anche vero che nelle città si riscontrano pure povertà, disuguaglianze, la progressiva disgregazione del ceto medio, l’inquinamento…… Eppure la città non è, come è stato un tempo, cinta da mura, chiusa in se stessa: rappresenta il nuovo, il mondo a venire. Per questo pare inevitabile (pur con tutti i limiti e pericoli) l’affermarsi delle città come luogo di espressione della speranza, del futuro migliore. (s.m.)

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A ISTANBUL E ALTROVE, LA RIVOLTA CONTRO I POPULISMI NASCE NELLE CITTÀ
di PIERRE HASKI, France inter, Francia, 25 giugno 2019 da INTERNAZIONALE
https://www.internazionale.it/
Qualche settimana fa la giornalista turca in esilio Ece Temelkuran ha pubblicato un saggio intitolato COME SFASCIARE UN PAESE IN SETTE MOSSE, che analizza l’ascesa di un potere populista sempre più autoritario ed elenca segnali d’allarme che ritroviamo anche lontano dalla Turchia. Si comincia con l’autoproclamazione del “vero popolo” e si prosegue con la postverità e il terrore del linguaggio.
Probabilmente Ece Temelkuran dovrà scrivere un seguito alla sua opera e intitolarlo “come recuperare un paese”, dopo che il 23 giugno, a Istanbul, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha subìto una sconfitta cocente. In un paese dove la libertà di stampa è stata decimata e la società civile è costretta a nascondersi, la sconfitta del candidato islamico-conservatore alla poltrona di sindaco di Istanbul (dove ha vinto il candidato dell’opposizione, EKREM İMAMOĞLU) è un avvenimento tanto più sorprendentese consideriamo che a marzo il governo aveva contestato un primo risultato sfavorevole.
I LIMITI DEL POPULISMO
La perdita di Istanbul, di cui in passato il presidente turco è stato sindaco, potrebbe segnare l’inizio della fine dell’era Erdoğan. Parliamo di una grande metropoli che da sola rappresenta un terzo del pil del paese e che ora evidenzia la debolezza di un potere populista considerato intoccabile. Dopo le elezioni comunali di marzo, l’opposizione controlla cinque delle sei città più grandi della Turchia. È nelle metropoli che i populisti vanno a sbattere contro i loro limiti.
La stessa situazione si ripresenta in molti paesi alle prese con l’ascesa del populismo, dove le grandi città costituiscono un bastione di resistenza.
L’anno scorso, in occasione delle elezioni regionali in Baviera, tutti tenevano d’occhio il partito xenofobo e anti-immigranti Alternativa per la Germania (Afd), ma sono stati i Verdi ad aver ottenuto un risultato sorprendente diventando il primo partito nelle grandi città di una regione considerata generalmente conservatrice. Questo non ha impedito all’Afd di sfondare nella Germania orientale in autunno, confermando che è nelle regioni emarginate che questi partiti trionfano.
Lo stesso discorso vale per l’Europa centrale e orientale. Le idee liberali rinascono nelle grandi città, spesso a seguito di un episodio scatenante. A DANZICA l’uccisione del sindaco, a gennaio, ha provocato un sussulto della popolazione, mentre nel fine settimana, a PRAGA, una marea umana ha chiesto le dimissioni del primo ministro populista travolto dalle accuse di frode dopo un’inchiesta europea.
L’ondata populista non è ineluttabile, come dimostra una serie di esempi in società molto diverse tra loro.
Inoltre è evidente che il problema è legato più che altro al discredito delle élite di governo, all’inefficacia, al distacco e forse ai sospetti di corruzione che le circondano e che provocano un’ascesa del populismo. Le grandi città, più globalizzate e politicizzate, sono anche più pronte a ribellarsi quando, come nel caso della Turchia, le sirene populiste non rispondono più alla realtà di un’economia in crisi.
La risposta politica nata dalle città può creare un’estrema polarizzazione rispetto al resto del paese o evolversi verso un nuovo consenso nazionale. È la posta in gioco del cambiamento politico in corso, in Turchia e altrove. (Traduzione di Andrea Sparacino)

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ERDOGAN HA (DI NUOVO) PERSO LE ELEZIONI A ISTANBUL

di Giulia Giacobini, 24/6/2019, da https://www.wired.it/
– Il candidato dell’opposizione EKREM İMAMOĞLU è stato eletto sindaco dopo che il risultato del 31 marzo – che lo vedeva già vincitore – era stato annullato per presunte irregolarità nel voto –
Si volta pagina a Istanbul. Dopo 16 anni di dominio incontrastato dell’Akp, il partito del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, arriva al potere un candidato dell’opposizione: EKREM İMAMOĞLU è il nuovo sindaco.
L’elezione di İMAMOĞLU è, in realtà, una riconferma. Il 49enne, che fa parte del Partito repubblicano del popolo (Chp), aveva già vinto le elezioni amministrative che si erano tenute nella città il 31 marzo scorso, battendo il candidato dell’Akp BINALI YILDIRIM. La commissione elettorale aveva però annullato il risultato per presunte irregolarità nel voto.
L’affluenza è stata molto alta: su 10,5 milioni di aventi diritto, si sono recate alle urne 8,8 milioni di persone, l’84,41% del totale degli aventi diritto. Commentando la sua vittoria, İmamoğlu ha dichiarato: “Ringrazio tutti dal profondo del mio cuore. Avete dimostrato al mondo che la Turchia tutela ancora la sua democrazia”.
LA RICETTA DI İMAMOĞLU
Come sottolineano più testate, İmamoğlu era un politico SEMISCONOSCIUTO. Prima di candidarsi a sindaco di Istanbul guidava Beylikduzu, una piccola circoscrizione della città abitata da classi medio-borghesi.
Col tempo, è però riuscito a imporsi come un’alternativa credibile allo strapotere di Erdogan, concentrandosi prima sui problemi di Istanbul e sfruttando la sua reputazione di UOMO MODERATO, aperto al dialogo con tutte le parti, e trasformando poi l’elezione in una specie di referendum sul futuro della democrazia turca. İmamoğlu ha vinto anche perché ha mostrato FERMEZZA e CARISMA, non solo nei comizi – che ha svolto sia in città sia nella sua regione d’origine – ma anche in un dibattito televisivo: una rarità nella realtà turca. L’ultimo confronto tra candidati, d’altronde, si era tenuto nel 2002 ed aveva visto sfidarsi DENIZ BAYKAL, leader del Chp (il partito al quale appartiene anche il nuovo sindaco) ed Erdogan.
Cosa cambia ora
ISTANBUL È DIVISA IN CIRCOSCRIZIONI E 25 SU 39 DI QUESTE SONO GUIDATE DALL’AKP, il partito di Erdogan. Negli ultimi anni, il presidente ha inoltre RIDOTTO ENORMEMENTE LE LIBERTÀ DEMOCRATICHE, accentrando il potere nelle sue mani, imprigionando avversari politici e aumentando il controllo sui media (tutti i giornali d’opposizione hanno cessato le pubblicazioni a causa delle misure restrittive approvate dopo il fallito colpo di stato del 2016). È quindi IMPROBABILE CHE IL NUOVO SINDACO RIESCA A IMPORSI o a realizzare tutte le sue promesse. Alcuni temono persino che possa essere arrestato, come è successo al leader curdo SELAHATTIN DEMIRTAŞ, in carcere dal 2016.
Istanbul è, però, un simbolo. Oltre a essere la città più popolosa della Turchia, nonché il suo centro economico è anche il luogo in cui si è imposto Erdogan a partire dal 1994, anno in cui venne eletto sindaco. Per questo, oggi si parla di una vittoria storica, soprattutto in termini di valori democratici.
“Si dice che ci vuole molto tempo per costruire una democrazia ma il risultato di oggi dimostra che ci vuole parecchio tempo anche a distruggerla”, ha detto il politologo turco-americano Soner Çağaptay, commentando il risultato. “Le strutture turche sono incredibilmente resilienti”.
Erdogan si è congratulato con İmamoğlu su Twitter ma, secondo il Guardian, potrebbe convocare presto nuove elezioni nazionali nel tentativo di dimostrare che il caso Istanbul è un’eccezione, e riuscire così a consolidare la sua maggioranza. (Giulia Giacobini)

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LE NUOVE CITTÀ STATO TRA POTERE, CRESCITA E DISUGUAGLIANZE IN UN ASPENIA TALK A MILANO
22/1/2019, da https://www.internews.biz/
«Il potere degli Stati è in declino, cresce invece il potere delle Città-Stato. Ma su questa convinzione inviterei alla prudenza. La città deve confrontarsi con le periferie e le campagne, come i casi del Regno Unito (Brexit) e della Francia (gilets jaunes) insegnano, Perciò non è sicuro che il futuro sia delle megalopoli».
Così Giulio Tremonti, presidente di Aspen Institute Italia, ha concluso l’ASPENIA TALK dal titolo “Le nuove città stato tra potere, crescita e disuguaglianze” svoltosi nell’auditorium Deutsche Bank di Milano.
Dopo l’intervento introduttivo di Flavio Valeri, Chief Country Officer Deutsche Bank,
hanno preso la parola Gioia Ghezzi, Vice Presidente, Mobilità Sostenibile e Smart Cities, Assolombarda; Patrizia Grieco, Presidente, Enel; Gianfelice Rocca, Presidente, Techint Group; Filippo Del Corno, Assessore alla cultura, Comune di Milano; Saskia Sassen, Robert S. Lynd Professor of Sociology, Columbia University, New York
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Le città stato risalgono agli albori della civiltà: sumera, greca, fino al Rinascimento italiano, ragione per cui il nostro Paese si è sempre distinto per la debolezza del potere centrale.
Offuscate dalla nascita delle Nazioni, oggi le città vivono una rinascita. In esse vive la metà delle popolazione mondiale che, secondo le previsioni, diventerà il 75% alla metà del secolo (si ipotizzano megalopoli di decine di milioni di abitanti). Ma oggi almeno la concentrazione di popolazione non è un problema di per sé. Si calcola che mettendo assieme tutte le città con più di 50.000 abitanti, esse coprirebbero soltanto il 3% della terra.
NELLA CITTÀ SI CONCENTRANO LA CONOSCENZA, LA PRODUZIONE, LA FINANZA, IL BENESSERE, che offrono le migliori occasioni. Ma NELLA CITTÀ SI RISCONTRANO PURE POVERTÀ, DISUGUAGLIANZE, LA PROGRESSIVA DISGREGAZIONE DEL CETO MEDIO, INQUINAMENTO, scarsa qualità di vita insomma: chi non aborre le fiumane di automezzi e di gente, il vedere il cielo a strisce tra muraglie di grattacieli?
EPPURE LA CITTÀ non è, come era un tempo, cinta da mura, chiusa in se stessa; NON SOTTRAE RICCHEZZA ALLE CAMPAGNE, MA VI PROIETTA LE PROPRIE MIGLIORI DOTI. E’ la locomotiva di una regione (a patto che non corra troppo veloce rischiando di perdere i vagoni). IN ITALIA È IL CASO DI MILANO, cui, per inciso, dovrebbe essere concessa una maggiore autonomia in quanto è anch’essa una capitale. Ma abbisogna di un piano strategico che, al pari di Barcellona, coniughi le migliori energie del pubblico e del privato.
Cosa fare per rendere la città “intelligente” (smart per gli anglofili)? Gestire in modo innovativo le sue risorse economiche e ambientali, le politiche abitative e i trasporti, le relazioni tra le persone e i metodi di amministrazione.
Una delle linea guida, adottata fin dal 2013 dalla pubblica amministrazione, punta alla fruibilita’ della cultura attraverso l’eliminazione delle diverse barriere di accesso: economica, urbana, sociale, anagrafica; e alla solidarietà, all’inclusione, alla valorizzazione delle iniziative della cittadinanza attiva.
Sull’ambiente giunge una proposta interessante. Ridelegare alla biosfera compiti che sa ben svolgere: un modello ben distinto dalla più familiare (e romantica) idea di un “ritorno alla natura”. Esempio tra tanti: utilizzando un certo tipo di batterio in acque nere si produce plastica biodegradabile. Ciò significa che quello che oggi è un aspetto negativo per qualsiasi città – le acque nere richiedono un complesso e costoso sistema di smaltimento – può diventare un elemento positivo. Vi sono molte altre utili scoperte che le città potrebbero mettere a frutto, ma di cui raramente approfittano.
Fonte : Europasia

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“LE CITTÀ STATO SARANNO LA GRANDE NOVITA’ DEL FUTURO”

da #Xmilanocittastato, 23/1/2019, da https://www.milanocittastato.it/

– BREVI ESTRATTI dall’evento “LE NUOVE CITTÀ STATO TRA POTERE, CRESCITA E DISUGUAGLIANZE” organizzato da Aspenia all’Auditorium Turati il 21 gennaio 2019. Incontro moderato da Andrea Cabrini –

GIANFELICE ROCCA, PRESIDENTE TECHINT GROUP

“Quando si parla di CITTÀ STATO si parla di un hub, di un nodo che porta risorse a un intero territorio: le ricerche dimostrano che maggiore è la forza di una città, più forte diventa la regione che la circonda”
Il tema dell’autonomia amministrativa è cruciale, perché le città devono avere la libertà di azione, la libertà di contaminarsi con le altre”
“A Milano ho trovato mancare un piano strategico, in grado di eccitare energie private per un interesse pubblico, come ha fatto Barcellona che è una comunità che pensa al futuro. Milano tende ad avere sempre una gestione semplicemente amministrativa ma è carente di visione strategica sul futuro”
“In Italia vince l’autonomia sfiduciata: se a Messina l’autonomia non funziona allora la si limita anche a Milano, procedendo a un progressivo livellamento verso il basso”

PATRIZIA GRIECO, PRESIDENTE ENEL

“La forza delle città è data dalla loro capacità di essere il più possibile circolari, rimettere in circolo le risorse”

STEFANO BOERI, PRESIDENTE TRIENNALE

“La vera novità degli ultimi anni è che si stanno creando delle reti di città che si stanno scambiando esperienze e modelli per risolvere problemi simili. Lo stesso Commonwealth, espressione storiche di un’alleanza tra nazioni, oggi lancia un progetto di sviluppo rigenerativo nelle reti di città”

SASKIA SASSEN, PROFESSOR COLUMBIA UNIVERSITY

“Rispetto a oggi a inizio anni ottanta tutte le grandi città del mondo erano piuttosto povere. Londra, New York, la stessa Milano non erano paragonabili a quello che sono ora. Il loro sviluppo prodigioso è avvenuto perché hanno creato una nuova economia, l’economia della conoscenza e delle connessioni. La global City produce conoscenza e innovazione e sono più in connessione tra di loro che con il resto del Paese: Chicago è più connessa con Shanghai, New York è più connessa con Hong Kong. Le città globali riescono a cambiare le regole del gioco”.

FILIPPO DEL CORNO, ASSESSORE ALLA CULTURA

“Gli organismi di livello nazionale creano un alto livello di conflittualità, mentre gli organismi di livello locale sono molto solidali nel condividere problemi e soluzioni. L’alleanza delle città sarà la prossima frontiera di qualunque politica che abbia a cuore il benessere delle persone e un futuro sostenibile per il pianeta”.

GIULIO TREMONTI, PRESIDENTE ASPEN INSTITUTE ITALIA

“Il potere degli antichi stati nazione sta declinando, invece cresce il potere delle città stato che possono essere la grande novità politica del futuro”.

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LE CITTÀ-STATO: DALLA GRECIA ANTICA A PARAG KHANNA

di Eustacchio Franco Antonucci, 22/12/2017, da http://www.mentinfuga.com/
Sento la necessità di riprendere i temi da me aperti sul geopolitico geo-stratega PARAG KHANNA. Con la suggestione globale dell’Urbanistica del futuro.
Nel quel mio primo spunto avevo precisato che “URBANISTICA” non è specifica alla sola città (urbs) o al suo territorio di prossimità diretta, ma anche al “TERRITORIO” in senso lato, come contenitore a-spaziale delle attività umane di tutti i tipi.
Con Parag Khanna queste idee di “territorio”, reali ed astratte al tempo stesso, sono proiettate ancora più lontano, grazie ad una inedita connettività vasta, aerea (digitale). Con riferimenti concettuali essenziali, nascenti da nuovi nessi logici-dialogici, dinamici espansi, che partono e ritornano ancora una volta da e verso le città, massimo concentrato umano di sempre.
Prima queste relazioni erano interpersonali fisiche. Poi la scrittura, le lettere epistolari, il telegrafo, radio, televisione, e tutti i media ultimi. Oggi, infine, gli STRUMENTI DIGITALI a scambio virtuale fantasma, che fanno parlare l’umanità in un nuovo linguaggio VICINO/LONTANO senza confini.
Ma il senso della CONNETTIVITÀ annunciata da Parag Khanna va anche oltre il semplice gioco della connettività digitale, di internet e dintorni. L’ERA DIGITALE PROSEGUE SENZA SOSTA, entrando nel cervello delle persone, potendole anche influenzare. Gli orizzonti potenziali sub-coscienti rovesciano la stessa Società da dentro al fuori lontano.
Così IL GEOGRAFO PARAG KHANNA CI DISEGNA NUOVI ASSETTI GEOGRAFICI, che diventano, però, poi GEO-POLITICI, GEO-STRATEGICI, GEO-SOCIALI, e, per quanto detto, anche GEO-SUBCONSCI, immagini profonde della coscienza o incoscienza. Una umanità ancora più complessa, immersa in una evoluzione-involuzione sconosciuta, individualizzando o collettivizzando le situazioni, in uno stato di solitudine globalizzata. Soli in compagnia di tutti.
Ma questa è anche una speranza per tornare alla umanità primordiale. Dribblando la stessa connettività infinita, spaziando ovunque. Fuori ed ora anche dentro di noi. Aggiungerei in tempo reale utile. (Senza l’ironia che si usa per il voto utile).
Tornando agli assetti socio-politici planetari iper reali di Parag Khanna osserviamo, infatti, che essi sono in un certo senso sostenuti e conformati dal grado della densità dei loro fasci di connettività e delle loro estensioni brevi/medie/lunghe. Che da una parte all’altra del globo si intersecano e confluiscono in luoghi speciali, sempre più aggregati e discreti. Sono i nuovi NODI principali della connettività globale, ovvero le singolari CITTÀ STATO di Parag Khanna, che competono tra loro e curvano la geografia politica secondo assetti diversi, diversamente influenti l’uno sull’altro.
Si modificano e si ampliano le unità minime della governabilità entro ambiti di territorio, che prima erano solo Superfici estese, definite da confini fisici, e che ora diventano, come dice Khanna, le CITTÀ-STATO EVOLUTE, con NUOVI CONFINI LABILI che all’inizio sono assimilabili alle ATTUALI METROPOLI o alle MEGALOPOLI. Che si evolveranno comunque in nuove categorie iper-urbane, iper-territoriali, ben oltre le precedenti categorie urbane a sviluppo lineare, ma qualcosa di più frattaico.
Le CITTÀ-STATO DI PARAG KHANNA sono confrontabili in un certo senso con la storia, in particolare con le parallele CITTÀ-STATO DELLA GRECIA ANTICA. Probabilmente Parag Khanna ha inteso davvero questo paragone, non solo nel nome. Solo apparentemente paradossale, per definire una serie di connotati subito riconoscibili nei nostri storici archetipi mentali.
Ovviamente con tutti gli adattamenti interscalari necessari che i nuovi tempi della tecno-scienza moderna hanno comunque determinato, in modo sempre più veloce.
Anche noi troviamo affascinante e suggestivo questo paragone, anche perché ci consente di giocare ancora di più con la fantasia del futuro, attraverso gli stessi paradigmi di Parag Khanna. Le Città-Stato antiche si posizionavano dentro le sole terre allora conosciute. LE CITTÀ-STATO DI PARAG KHANNA INVADONO LO SPAZIO DI UNA NUOVA GLOBALIZZAZIONE MONDIALE, CONNESSA. Estrapolata addirittura fino all’iperuranio fantascientifico, verso la globalizzazione universale.
LE CITTÀ-STATO DELLA ANTICA GRECIA AVEVANO INVENTATO LA DEMOCRAZIA, intesa come partecipazione diretta di tutti i cittadini al governo del loro ambito spaziale/socio-culturale totale. Pericle era solo una specie di Coordinatore dell’Assemblea popolare ateniese, eletta per sorte e a rotazione. Non un antico populismo preconcetto, perché le soluzioni derivate per confronto in divenire.
Le Città-Stato di Parag Khanna prefigura quello che sta oltre la democrazia, e non solo in termini autoritari.
La POLIS era intesa, come dice MASSIMO CACCIARI nel suo libro “LA CITTÀ”, un complesso coacervo sociale, politico, culturale (filosofico). LA CITTÀ FISICA, a sua volta, era il contenitore della cultura impalpabile, che si raffigurava nella Architettura eccezionale bellezza perfetta. Emblemi visibili dell’intero sostrato concettuale globale greco. Astrattivo, metafisico, onnicomprensivo.
Era il luogo del ghenos greco. Da intendersi come stirpe originaria, subsidente, primigenie costitutiva, che si manteneva inalterata nella sua essenza primordiale, pur esprimendosi in un comune senso di grecità assoluta, estesa ed estendibile nello spazio e nel tempo.
Le guerre interne tra le Città Stato greche erano per supremazie di territorio od altro. Ma mai guerre di razza. Tante stirpe autonome, che si confrontavano anche aspramente, ma che, nell’insieme, lasciano tracce di misteriosa omogeneità.
Diversa era la gens romana, aperta, forte del modello della Civitas romana, che dominava su un impero straripante, attraverso la concessione della cittadinanza romana alle genti soggiogate, a condizione di accettare le leggi romane (con i conseguenti vantaggi di parità concessa).
Il modello romano si è esteso a dismisura, fintantoché i suoi meccanismi non si sono corrotti e disgregati dall’interno o per azione delle sue stesse periferie disobbedienti, geneticamente diverse, che hanno usato quanto imparato dai Romani, per una conquista all’inverso.
L’armonia della cultura greca derivava dalla sua filosofia sublime che si richiamava al modello della perfezione naturale, dove tutte le parti sono diverse e tra loro nemiche, ma che alla fine si ricompongono in un’unica visione di bellezza euritmica.
Le tante Polis greche, restie concettualmente ad una preconcetta politica espansionista, hanno in ogni caso guardato alla loro clonazione multipla, anche qui autonoma, verso il centro del Mediterraneo, con la creazione di varie colonie italiote lontane, tipo tante Città-Stato parallele. L’effetto è risultato ancora una volta globalmente unitario. Il nostro immaginario storico, infatti, vede una sola Magna Grecia, modello greco doppio. Senza prevaricazioni interne ed esterne.
Nelle colonie greche della Magna Grecia la molteplice cultura greca si è quasi messa alla prova nei confronti di un nuovo fenomeno diffusivo, che è sembrato il vero e primo approccio storico per l’idea del successivo Continente europeo. Mitologia a parte.
Sono nuove in tal senso anche alcune forme di governo più personalizzate (un avanzamento o recesso del processo democratico?). Si allude alla tyrannis greca, apparsa soprattutto nella Magna Grecia nella seconda metà del V secolo a.c. Inventata dai Greci in una forma particolare, scaturita alla insoddisfazione popolare per un governo democratico diretto, non più vera espressione dal basso. La tirannide greca era un potere personale originale, perché ottenuto con l’appoggio delle stesse classi popolari scontente. La tirannide greca non stravolgeva le leggi e le istituzioni preesistenti. Una differenza sostanziale rispetto all’istituto della dittatura moderna, perché in genere non spaccava il popolo in due parti fortemente opposte.
La iniziale democrazia greca ha poi tanto camminato nei secoli. Fino all’epoca moderna, anche quando si è caratterizzata come forma rappresentativa delegata, più o meno leaderista (lontana dal leaderismo italiano di ultima generazione, dove il Leader è richiesto ma poi subito rinnegato).
Le Leghe panaelleniche prima e l’Ellenismo post-Alessandro Magno hanno poi inventato il modello del primo confederatismo antico, antesignano della nostra imperfetta Unione Europea.
A differenza (con lontana analogia) del mondo greco, QUELLO CONTEMPORANEO NAVIGA ANCORA IN UNA TEMPESTA DI CONFUSIONE/INCERTEZZA, con presupposti comunque comparabili. Anche attraverso i fili magici di Parag Khanna, che saltano a pie’ pari la attuale situazione bloccata, e che, magari, con un percorso simile, potrebbero portarci a soluzioni ideali e culturali simili a quelle greche.
L’esaltazione esasperata della connettività khanniana, potrebbe anche vaporizzare nei mondi paralleli dell’umanità virtuale trasposta, in un eccesso di mobilità mentale oltre che spaziale, comunque contraria, alla stabilità inerte del dubbio costante dell’era contemporanea.
La teoria di Parag Khanna, nel nostro gioco al futuro, appare come un ellenismo contemporaneo parallelo, che proietta nel grande firmamento universale una punteggiatura discreta delle sue Città-Stato, dove la connettività traccia grandi scie di una velocità e tempo resi visibili.
LE CITTÀ-STATO DI PARAG KHANNA STANNO ANCORA PERCORRENDO, PER ORA, LA STRADA DEL RICONOSCIMENTO DELLE LORO DIVERSITÀ SPECIFICHE, DEI LORO AUTONOMISMI, DEI LORO SEPARATISMI/INDIPENDENTISMI. Comunque segno prodromo di nuovi blocchi e/o poteri planetari sempre più discretizzati, concentrati, basati su rispettive supremazie economiche-finanziarie/produttive, e altro, anche spazialmente sezionate. In ultimo rinvigoriti anche dalle resuscitate minacce super-atomiche, astratte o reali premonitrici di guerre fredde o guerre vere.
Sull’onda delle deviazioni potenziali dei flussi della iper-connettività globale ogni minaccia può rientrare o esplodere ancor più. La teoria aperta di Khanna su questo non dice nulla. Possiamo solo guidare i flussi. Ritorniamo alle prerogative umane della scelta. In bilico.
Contrasta, ovviamente, con tutto questo l’ottimismo di Parag Khanna, che sposta a dismisura i suoi flussi di dialogo, per ipotesi lunghe di comprensione globale, come roseo finale della favola.
Le analisi preliminari di Parag Khanna sono anche quelle dei MUTAMENTI EPOCALI IN ATTO. Quindi delle GRANDI MIGRAZIONI INARRESTABILI; della CRESCITA CONVULSA DELLE METROPOLI/MEGALOPOLI; della nascita consequenziale di ZONE ECONOMICHE SPECIALI, A-TIPICHE; della moltiplicazione crescente delle comunicazioni a distanza, bi-direzionali o multi-direzionali (anche multidimensionali), in tempo reale; quindi dei cambiamenti climatici, che minacciano un mescolamento informe totale di tutte le carte in gioco, non solo per quanto riguarda la geografia planetaria.
I nuovi Stati saranno regolati e definiti solo dal MECCANISMO DEI FLUSSI COMUNICATIVI. Che sono anche i FLUSSI DELLE PERSONE. Tema nascente della mobilità globale (diversa dal semplice viaggiare), che porta con sé nuove e complesse questioni di assetto urbanistico e non solo.
Saremo sempre più soggiogati, quindi, dall’irreale mondo della Finanza, ultimo fantasma che ci corrode, senza farci più sentire il profumo dei soldi. Ovvero pressati dai nuovi temi energetici, che ci costringono alla necessità di una simil-sostenibilità solo apparente. Che presto esaspereranno tutte le nostre dipendenze. CHI POSSEDERÀ I NUOVI FLUSSI ENERGETICI CONQUISTERÀ IL FUTURO.
IL DIGITALE È COMPLEMENTARE AL TUTTO. Sempre che il digitale non ci conquisti esso stesso.
Eppure Parag Khanna continua a ritenere che la nuova era dei flussi disarmerà gli eserciti in termini diretti dell’uno contro l’altro, limitati alla sola difesa delle infrastrutture della connettività.
Nel frattempo GLI STATI DI UNA VOLTA SI SARANNO SBIADITI NELLE CITTÀ-STATO, A LORO VOLTA SEMPRE PIÙ DENSIFICATE AD OPERA DI FLUSSI CONNETTIVI SOVRAPPOSTI. Come un grande campo magnetico terrestre doppio, che ci protegge dalle tempeste solari e dai noi stessi, eccessivamente connessi.
I segnali della similitudine tra le diverse situazioni antiche e le Città Stato di Parag Khanna diventano, così, più congruenti. A parte la drammaticità e complessità di alcune situazioni e trasformazioni contemporanee al limite. Il rapporto reciproco è tra Mitologia e virtuale.
Il collante virtuale aggiunto delle Città-Stato greche è stato il suo racconto mitologico, una specie di Bibbia greca, tramandata oralmente come una fantasiosa commistione di Dei, Semidei, Eroi, Titani, Giganti, Spiriti concettuali, etc., fino all’anello ultimo dei comuni mortali. Diversa dai libri sacri delle altre Religioni, grazie ad una fantasia ineguagliabile, ed una successione trascendentale, che creava il primo concetto di mito, una connessione mitologica/filosofica razionale, trasformata in poesia, ovvero nel senso virtuale del tempo. Sui generis, per sempre.
Lunghi fili spirituali/mentali, che curvavano il senso delle cose antiche, senza molte divaricazioni dogmatiche. Una relazione dinamicamente intercambiabile tra divino ed umano.
Una analoga magia delle Città-Stato di Parag Khanna, che con una specie di mitologia contemporanea muove i flussi eterei digitali, curva presente e futuro verso una nuova e strana alleanza umana/divina.
Se ci volessimo divertire ed immaginare il futuro delle Città-Stato di Parag Khanna secondo un simil percorso greco postumo, potremmo trarlo direttamente dall’epopea greca della sconfinata conquista di Alessandro Magno, poi passando per l’Ellenismo, inteso come il periodo della grande diffusione della cultura greca, spandendo luce riflessa dappertutto. Poi con la fine del potere greco con l’avvento vorace dell’Impero romano, che tutto ha metabolizzato. Preservando comunque il senso classico della grecità.
LE CITTÀ-STATO DI PARAG KHANNA CONTINUERANNO A MOLTIPLICARE E SALDARE TRA LORO I LORO FLUSSI DINAMICI, fino a che questi si uniranno in mega-flussi condensati. Riducendo, a loro volta, il numero delle Città Stato a quelle solo vincenti. Le altre residue (perdenti) rimarranno le Metropoli/Megalopoli di un passato minore. Abbandonate o distrutte dalle fondamenta, perché prive di connessioni primarie (linfe vitali del futuro). SI RIPETERÀ, COSÌ, LA STORIA ANTICA DELLE CITTÀ DIMENTICATE, SEPOLTE DALLA POLVERE. E poi riscoperte solo dalla Archeologia del futuro.
I nuovi poteri continentali o intercontinentali che siano, si ridurranno essi stessi, fino ad diventare, alla fine, UN UNICO MEGA-POTERE CONNETTIVO PLANETARIO, POI INTERPLANETARIO. Qualcuno dice che questo processo è già iniziato. Sarà il nuovo impero totale del futuro. Attenzione alle cadute successive (Roma docet).
Se tanto mi dà tanto perché non guardare a qualche alternativa ancora più ardita di quella di Parag Khanna? TUTTO È GIÀ OBSOLETO. Abbiamo già perso la vecchia pelle della politica storica, perché il futuro sarà senza più le incerte sinistre, destre, centro per i Leaders del futuro, dice Jacques Séguéla. Nell’unico mega-canale e potere ultimo tutti ci ritroveremo indistintamente. Forse, con l’ultimo ottimismo di Parag Khanna. Possibilmente non disperdendo l’essenza della eterna cultura e il culto della bellezza greca perfetta.
Con l’ultima aggiunta della profezia di Yuval Harari, secondo il quale potremmo presto diventare immortali e senza democrazia (!?). (Eustacchio Franco Antonucci)

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L’INTERVISTA
«IMAMOGLU È SOLO IL PRIMO PASSO. L’ERA DEL SULTANO STA PER FINIRE IN TURCHIA ORA C’È UN’ALTERNATIVA»
di Monica Ricci Sargentini, da “il Corriere della Sera” del 25/6/2019
– Lo scrittore in esilio CAN DUNDAR: torneremo a votare –
«İmamoğlu ha vinto grazie ad Erdogan, la gente è stanca delle sue aggressioni». Per una volta la voce di CAN DUNDAR al telefono è squillante e piena di speranza. L’ex direttore di CUMHURIYET, 58 anni, in esilio in Germania dal 2016, vede finalmente la possibilità di un cambio di rotta per la Turchia.
Un candidato semisconosciuto ha guadagnato 550 mila voti in meno di tre mesi, come ha fatto?
«Il paradosso è che oggi Imamoglu è come era Erdogan 25 anni fa quando diventò sindaco di Istanbul e la gente si innamorò di lui. Allora chiedeva uguaglianza, giustizia e parlava con tutti ma oggi è diventato un tiranno chiuso in un palazzo lussuoso. È lontano dalla gente. Un sultano. Imamoglu è diventato la nuova speranza, difende le persone povere. Promette trasporti, acqua, cibo. La stessa motivazione che aveva Erdogan nel 1994».
Tuttavia l’Akp ha ancora il potere. Le prossime elezioni sono nel 2023…
«Ora che hanno perso Istanbul non si potrà evitare un’elezione anticipata e Erdogan lo sa. Perché chi perde Istanbul perde tutto. Io penso che tra un anno si andrà a votare. Non si può aspettare il 2023. È impossibile, c’è troppa instabilità. Finora non c’era alternativa, ora c’è Imamoglu».
All’indomani della vittoria dell’opposizione è iniziato il processo contro 16 persone accusate di aver fomentato le proteste di Gezi Park per rovesciare il governo. Lei è uno degli imputati.
«C’è una connessione tra la vittoria di domenica e la protesta di Gezi Park. Non a caso Erdogan, attraverso il suo ministro dell’Interno, ha accusato Imamoglu di voler imitare Gezi Park. La protesta di quei giorni è stata il più grande incubo del presidente e ora si è materializzata nelle elezioni in cui lui è stato battuto dalla gente. Il processo è la sua vendetta. Ma non durerà».
Osman Kavala è in prigione da 600 giorni senza una prova contro di lui. Lei sa bene cosa significa perché fu arrestato nel 2015 per uno scoop del suo giornale.
«Erdogan ha paura e usa il potere giudiziario per spaventare i suoi oppositori. Tutti sappiamo che Gezi è stata una rivolta spontanea, una reazione della gente alla sua aggressività. Bisognerebbe processare milioni di persone».
È stato tirato in ballo anche il filantropo Soros…
«La solita scusa di un nemico esterno. La sola motivazione della protesta era Erdogan, volevano un Paese libero, verde e pacifico. Io sono fiero di esserne stato parte. Ma dire che fossi un leader è un insulto. Non c’erano leader, per la prima volta nella storia della Turchia milioni di persone hanno reagito senza un capo».
Istanbul è sempre di più mediorientale: donne velate, moschee in ogni angolo. È un segno del distacco della Turchia dall’Europa?
«La città oggi riflette lo stile di vita di Erdogan: poco verde, tanti centri commerciali, il centro rovinato. Purtroppo ogni periodo della storia del Paese ha avuto un’influenza sulla città. Ora si cambierà, ho molta fiducia in Imamoglu».
Si moltiplicano i motivi di tensione con gli Usa, la Nato e la Ue. Dai missili S-400 a Cipro. Come finirà?
«Io penso che sia tutto un bluff. Il presidente fa la voce grossa ma poi cercherà un compromesso».

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L’INTERVISTA
«È NATO UN NUOVO LEADER: IL CONSENSO DEL PRESIDENTE ORA SI STA SGRETOLANDO»
di Monica Ricci Sargentini, da “il Corriere della Sera” del 24/6/2019
– Il politologo UZGEL: «Anche il governo ne risentirà» – Con il suo approccio pacato Imamoglu è riuscito a convincere i moderati –
«Quasi 800 mila voti in più dell’avversario. Mi aspettavo che Ekrem Imamoglu vincesse ma non così tanto. In tutti questi anni le nostre speranze sono state deluse, così forse questa volta ci siamo trattenuti». ILHAN UZGEL, 56 anni, parla al telefono al Corriere mentre in sottofondo si sentono i clacson che festeggiano la vittoria del candidato dell’opposizione. Il professore fino a due anni fa era capo del dipartimento di Relazioni internazionali all’Università di Ankara poi è stato licenziato, come molti altri suoi colleghi, per aver firmato la Petizione degli Accademici per la Pace in cui si chiedeva la fine delle operazioni dell’esercito turco contro i curdi. Oggi scrive per il sito web GAZETE DUVAR ed è sotto processo.
Cosa succederà ora?
«Questo è un punto di rottura per la Turchia. Il potere di Erdogan sta diminuendo, lui si è speso così tanto per le elezioni amministrative del 31 marzo che questa è una sconfitta sua più che di Yildirim. Per lui è l’inizio della fine perché il suo punto di forza era di essere imbattibile. Ora potrebbero succedere due cose: l’alleanza con i nazionalisti sarà messa in dubbio e l’Akp potrebbe arrivare a scindersi. L’ex presidente Abdullah Gül e l’ex premier Ahmet Davutoglu potrebbero decidere di fondare un altro partito».
Come mai il presidente ha commesso l’errore di chiedere una nuova elezione a Istanbul?
«All’inizio era riluttante a rifarle ma a un certo punto devono averlo convinto. È circondato da gente molto avida che voleva prendere Istanbul a tutti i costi. Più sono deboli più fanno sbagli, ora anche Erdogan sbaglierà di più».
Fino a pochi mesi fa Imamoglu era pressocché sconosciuto al grande pubblico. È stata questa la sua forza?
«Io penso che la sua carta vincente sia quella di essere un politico che crede nel secolarismo ma che è anche musulmano. In questo modo ha potuto raggiungere sia i socialdemocratici che i conservatori. C’era tanto scontento nell’Akp ma non c’era un candidato alternativo, ora c’è. La scena politica turca aspettava un nuovo leader. E lui ha rappresentato questo desiderio. La gente è stanca di Erdogan. Non a caso Imamoglu ha avuto tanti voti anche nelle roccaforti dell’Akp».
Correrà nel 2023 contro Erdogan?
«Ne sono certo. Ma penso si andrà al voto molto prima».
Come farà a governare una città in cui il consiglio comunale è in mano all’Akp?
«Se non avessero fatto le rielezioni forse avrebbe avuto un problema ma ora, con questa investitura popolare, credo che fermarlo sarà difficile».
Erdogan forse ha sbagliato candidato?
«Yildirim sulla carta era il candidato migliore ma non voleva veramente essere un sindaco e smettere di essere lo speaker del Parlamento. Così non ci ha messo energia, sembrava uno che voleva andare in pensione».
Quanto ha contato il messaggio positivo di Imamoglu?
«Moltissimo. La società è stanca di demonizzazioni. Con il suo approccio Imamoglu ha garantito all’elettorato dell’Akp che si sarebbe occupato di loro, penso che questo tipo di discorso pacato abbia fatto sentire tutti al sicuro».

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OCCHI PUNTATI SU LONDRA

LA CAPITALE INGLESE È IN FORTE CRESCITA E HA SEMPRE DIMOSTRATO GRANDE RESILIENZA. SOPRAVVIVERÀ ANCHE ALL’INCOGNITA BREXIT?
di LAURA PARKER – 15/3/2019, http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/
I Royal Botanic Gardens di Kew si estendono lungo un’ansa del Tamigi, a poco più di 11 chilometri dal centro di Londra. In quest’oasi bucolica che offre tregua dall’asfalto e dallo smog crescono migliaia di piante provenienti dagli angoli più remoti dell’Impero. Passeggiando tra le aiuole di rododendri dell’Himalaya e piante erbacee della Tasmania si comprende la vastità dei collegamenti tra il Regno Unito e il resto del mondo.
Kew però si trova proprio sotto la rotta degli aerei in arrivo a Heathrow. Mentre ammiro la maestosità di una vecchia quercia portata qui all’epoca della regina Vittoria dai monti Elburz, in Iran, una sfilza di jet si cala dal cielo. Distanziati da intervalli che variano dai 27 ai 40 secondi – i botanici di Kew conoscono bene i tempi – attendono il loro turno per atterrare in uno dei più affollati aeroporti a due piste del Pianeta.
In certe ore della giornata “sembrano api intorno a un barattolo di miele”, racconta un pilota di linea descrivendo un atterraggio a Heathrow nel libro Londoners di Craig Taylor. “Il controllore di volo non ha neanche cinque secondi per respirare. […] C’è traffico, devi restare in attesa. Tutti vogliono atterrare a Londra”.
Api intorno a un barattolo di miele: Londra oggi è più grande e ricca che mai, ha 8,8 milioni di abitanti e si calcola che entro il 2050 ne ospiterà due milioni in più. Trent’anni di crescita demografica l’hanno trasformata da grande dame un po’ sfiorita a città globale di primo piano, un importante nodo finanziario con tassi di crescita economici tra i più alti al mondo. Crescita che ha alimentato un boom edilizio che prevede alcuni dei più grandi progetti di rigenerazione urbana d’Europa, come la “super fognatura” sotto il Tamigi, che impedirà alle acque reflue di riversarsi nelle zone umide lungo il fiume, o gli oltre 500 nuovi edifici a sviluppo verticale che ridisegneranno lo skyline della città. O Crossrail, la ferrovia rapida da oltre 15 miliardi di sterline concepita per decongestionare la più antica rete metropolitana del mondo, la cui nuova Elizabeth Line dovrebbe essere completata a breve, collegando West London con l’area in forte sviluppo di East London, dimezzando i tempi di viaggio.
Molti siti industriali dismessi sono stati trasformati in quartieri moderni con zone pedonali, spazi pubblici e, in linea con quella che potrebbe diventare una nuova tendenza, negozi gestiti da imprenditori locali anziché grandi catene commerciali.
Il quartiere di King’s Cross, in passato un fatiscente nodo ferroviario per il trasporto di carbone e frumento e, in tempi più recenti, noto soprattutto per prostituzione e spaccio, è oggetto di un intervento di risanamento ventennale in via di conclusione che include la ristrutturazione delle stazioni di King’s Cross e di St.Pancras e la realizzazione del nuovo campus di un college di arte e design, di sale da concerti, fontane ed edifici residenziali. Lo scorso autunno sono iniziati i lavori della nuova sede di Google, un “landscraper” (grattaterra) di 11 piani che sarà più lungo dell’edificio più alto di Londra, lo Shard, e accoglierà 7.000 dipendenti. Facebook ha in programma di trasferirsi lì vicino, in una sede ampliata per ospitare 6.000 persone.
A circa sette chilometri, lungo la sponda sud del Tamigi, Apple occuperà il locale caldaia della storica centrale elettrica di Battersea, riconvertita per diventare l’elemento di spicco dell’elegante distretto di Nine Elms. L’area, sede della nuova ambasciata Usa, avrà un parco ispirato alla High Line di New York e, con la presenza del New Covent Garden Market, si prepara a diventare il polo gastronomico della città. Gli investimenti di Google e Apple in sedi così grandi e ricercate sono considerati un segnale di fiducia nei confronti dello sviluppo di Londra come polo tecnologico.
Inevitabilmente, questa prosperità è stata accompagnata da molti grattacapi urbani, il cui aggravarsi spinge qualcuno a pensare che la capitale stia perdendo fascino. Il traffico è diventato insostenibile. L’inquinamento è ritenuto responsabile dell’aumento dei decessi per asma tra bambini e anziani. L’incremento del valore fondiario ha fatto balzare alle stelle i prezzi degli immobili, non più accessibili al londinese medio, costringendo persino professionisti ben pagati a trasferirsi in luoghi in cui una famiglia può permettersi di vivere.
E, in quello che potrebbe prospettarsi come un rovescio di fortuna, l’assillo noto come Brexit – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – ha generato cupe previsioni sulla fine del boom. «Non sappiamo ancora in quali modalità verrà attuata Brexit, né quali saranno i suoi effetti su Londra», dice Richard Brown, direttore delle ricerche del Centre for London, istituto di studi e analisi di orientamento progressista. «La separazione si inserisce in un contesto di significativa instabilità globale, perciò ha generato una serie di incertezze in quello che peraltro sembra un percorso di crescita privo di complicazioni».
Il boom si trasformerà in crisi? Londra saprà affrontare le sue sfide e rimanere un grande centro finanziario e un luogo attraente in cui vivere? L’idea che la città vacilli sull’orlo di un baratro sembra inimmaginabile, soprattutto viste le tante gru che svettano sullo skyline e la quantità di arrivi giornalieri. La prospettiva di una crisi, inoltre, non tiene conto delle straordinarie risorse che fanno parte del Dna di questo conglomerato di villaggi e che da 2.000 anni ne alimentano la crescita. Ai londinesi piace sottolineare la capacità di resilienza della loro città, ricordando come sia sopravvissuta alla peste, al grande incendio del 1666 e ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
«Londra è in una posizione privilegiata che la rende quasi intoccabile», dice Peter Griffiths, della London School of Economics. «È sempre un passo avanti, riesce a cavarsela in situazioni insostenibili per altre città».
L’inglese è la lingua globale. Le relazioni instaurate quando l’impero controllava un quarto del mondo sono attive ancora oggi. Grazie a questi rapporti, soprattutto con l’Asia, Londra gode di un vantaggio sulle concorrenti europee che aspirano a prenderne il posto qualora dovesse fare un passo falso. E non va dimenticato che furono i britannici a capire come misurare la longitudine, consentendo ai navigatori di tracciare i fusi orari. Londra è al centro del mondo perché occupa quel posto sin da quando ha fissato il Meridiano Zero, il punto in cui l’Est incontra l’Ovest
L’ULTIMA VOLTA CHE LONDRA arrivò a numeri simili fu nel 1939, quando la popolazione raggiunse 8,6 milioni di abitanti. Per gran parte del secolo precedente – durante la rivoluzione industriale – era la città più popolosa al mondo.
La guerra, però, la lasciò nel caos. Chi non era fuggito prima del Blitz tedesco – che uccise 43 mila civili e distrusse più di 70 mila edifici – andò via dopo, per evitare la babele della ricostruzione. Molti si trasferirono nelle “città giardino” che sorsero in quelli che oggi sono i sobborghi della capitale, rimanendo al sicuro nei quasi 50 anni di alti e bassi dell’economia in cui il paese si trascinò.
Mentre l’industria manifatturiera andava in frantumi, i dock di quello che in passato era il porto più grande del mondo non sopravvissero alla modernizzazione dei trasporti marittimi e furono chiusi. I funerali del primo ministro Winston Churchill, che si tennero nel 1965, furono, come scrisse l’Observer, “l’ultima occasione in cui Londra si presentò come capitale del mondo”. La popolazione della città continuò a diminuire, fino a raggiungere il punto più basso nel 1988, con 6,7 milioni di abitanti.
Le sorti di Londra avevano però cominciato a cambiare due anni prima, per effetto della deregolamentazione del settore dei servizi finanziari e del passaggio al trading elettronico che le permisero di rivaleggare con Tokyo e New York. Il nuovo distretto finanziario sorse sulle rovine dei West India Docks, sull’Isle of Dogs, una penisola paludosa protesa nel Tamigi che sarebbe diventata l’attuale Canary Wharf, il primo intervento di riqualificazione urbana su vasta scala.
Seguì un massiccio afflusso di immigrati e capitali stranieri, stimolando una forte crescita che avrebbe caratterizzato Londra per i successivi 30 anni. Oggi a Canary Wharf lavorano più di 100 mila persone e il volto della città è stato trasformato da un’orda di professionisti giovani e brillanti provenienti da ogni parte del mondo. Quasi il 40 per cento dei residenti di Londra è nato al di fuori del Regno Unito, e nelle sue strade si parlano 300 lingue diverse.
A Londra vivono circa 300 mila indiani, almeno 100 mila pakistani e altrettanti bengalesi. Altre centinaia di migliaia di persone sono arrivate in seguito all’allargamento dell’Unione Europea: oggi la città ospita circa 170 mila polacchi e quasi 200 mila tra rumeni e bulgari; ufficialmente i francesi sono 82 mila, anche se secondo altre stime sarebbero 250 mila. La comunità italiana, 147 mila persone secondo le cifre ufficiali, potrebbe essere ancora più numerosa.
Il record del 1939 è stato ufficialmente superato all’inizio del 2015, quando è stato censito l’abitante numero 8.615.246. Non si sa esattamente di chi si tratti, ma è più probabile che il nuovo arrivato abbia fatto la sua comparsa nel reparto maternità di un ospedale che in un ufficio della dogana. L’aumento della popolazione degli immigrati ha infatti dato vita a un nuovo baby boom.
PER AVERE UNA VISIONE d’insieme di questo skyline in continua trasformazione salgo sul Cheesegrater, la grattugia (i londinesi hanno una spiccata propensione a dare soprannomi ai loro grattacieli), in compagnia di Peter Murray, l’architetto a capo di New London Architecture, un forum che si occupa di tutti gli aspetti urbanistici della capitale. Gli edifici della città sono in gran parte di altezza contenuta e la densità urbana è tra le più basse d’Europa. Quando altre grandi città hanno cominciato a costruire grattacieli alla fine dell’Ottocento, Londra si è astenuta. I londinesi non usano neanche la parola skyscraper, grattacielo; preferiscono parlare di tall buildings, edifici alti.
Il Cheesegrater, il cui nome ufficiale è Leadenhall Building, deve il soprannome alla forma a cuneo, un elemento che risponde alla necessità di rispettare le cosiddette “vedute protette”, il divieto di ostruire la vista dei monumenti storici. Alto 52 piani, è il secondo in altezza degli edifici dello Square Mile, primo distretto finanziario della città, più noto come City. Da lassù possiamo ammirare il Gherkin (il cetriolo), il Walkie-Talkie e, dietro l’angolo, la Cattedrale di Saint Paul che con i suoi 111 metri è stata l’edificio più alto di Londra per più di 200 anni.
Il Gherkin è stato costruito, tra mille obiezioni, per sosti-tuire un edificio storico danneggiato da un attentato dell’Ira nel 1992, che secondo molti doveva essere ricostruito. Oggi il grattacielo a forma di sottaceto è tra i simboli più amati e riconoscibili di Londra, tanto che ha aperto la strada alla costruzione degli altri grattacieli. Purtroppo il Walkie-Talkie, che conta 36 piani ma è tutt’altro che slanciato, non ha ottenuto altrettanti consensi, benché si sia guadagnato un certo rispetto dopo essere stato acquistato da un’azienda di Hong Kong per 1,3 miliardi di sterline. In verità il Walkie-Talkie è diventato famoso per una pecca di progettazione, in seguito corretta: la luce del sole riflessa dalle vetrate fece fondere lo specchietto retrovisore e il marchio sul cofano di una Jaguar parcheggiata nella strada sottostante. Ben 115 dei 510 nuovi grattacieli previsti sono già in via di costruzione e nel 2020 l’elenco dei soprannomi conterà anche il Flower (il fiore), il Vase (il vaso), e il Can of Ham, la scatoletta di prosciutto cotto.
Ammiriamo la città che si estende davanti a noi, tagliata in due dal corso sinuoso del Tamigi. Murray mi suggerisce di guardare a est: a East London sorgeranno 252 nuovi edifici, e nel centro altri 99. Quasi tutti saranno alti dai 20 ai 30 piani. I progetti di sviluppo futuri, aggiunge Murray, interesseranno i quartieri esterni, in particolare le zone attorno alle stazioni ferroviarie e della metropolitana, per creare centri polifunzionali in cui si potrà vivere, lavorare e fare acquisti, evitando i lunghi tragitti per raggiungere il centro.
Ciò che non riusciamo a vedere dalla nostra posizione è la Green Belt, la cintura verde creata negli anni Trenta del Novecento per tenere sotto controllo la crescita di Londra e che oggi è tre volte più grande della città che circonda. Lo sviluppo edilizio si è però visto costretto a scavalcarla e adesso qualcuno la percepisce come una morsa che soffoca la città. Oltre ai parchi, l’area comprende campi da golf, terreni agricoli e persino siti industriali dismessi e cantieri abbandonati. Si stima che solo il 9 per cento della Green Belt sia effettivamente accessibile al pubblico.
Eppure, le proposte per usare la Green Belt come soluzione ai problemi abitativi della città cadono fitte come le piogge londinesi. Attualmente l’area non è edificabile – è stata consentita solo la rea-lizzazione di infrastrutture come le strade – e ogni tentativo di aprirla ai costruttori rischia di trasformarsi in un suicidio politico.
Murray è a favore di quella che definisce “pianificazione ragionevole”. «Ma questo non significa annullare del tutto i divieti», precisa. (….continua)(Il testo completo di questo servizio nel numero di Marzo di National Geographic Italia Magazine)

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LONDRA, IL SINDACO SADIQ KHAN CONTRO TRUMP: «I TUOI VALORI SONO IN CONTRASTO CON I NOSTRI»
di Monica Coviello, 4/6/2019, http://www.vanityfair.it/news/
– Con un video pubblicato da Elle Uk, il primo cittadino ha mandato un messaggio al presidente Usa: «Per noi la diversità è forza» –
A Buckingham Palace, Donald Trump, in visita di stato a Londra, è stato accolto con un tappeto rosso. Ma c’è qualcuno che, invece, proprio non vuole saperne di riservare alcun onore al presidente degli Stati Uniti: è IL LABURISTA SADIQ KHAN, primo sindaco di una capitale europea figlio di immigrati musulmani. Il primo cittadino di Londra si è rivolto direttamente a Donald Trump, con un video pubblicato da Elle Uk.
«Presidente Trump, se stai guardando questo video, voglio dirti che i tuoi valori e ciò che rappresenti sono l’esatto contrario di quelli di Londra e di questo Paese», attacca il sindaco.
«Noi pensiamo che la diversità non sia una debolezza, ma una forza. Rispettiamo le donne e pensiamo che siano uguali agli uomini, e pensiamo che sia importante salvaguardare i diritti di tutti, in particolare dei più vulnerabili ed emarginati».
E ancora: «Quello che stiamo vedendo negli Stati Uniti è un arretramento dei diritti delle donne. In alcuni Stati degli Stati Uniti si sta rendendo quasi impossibile alle donne la fruizione del diritto all’aborto. Ma basta leggere i libri di storia per capire quali sono le conseguenze del fatto che le donne non abbiano il diritto di scelta sul proprio corpo. Ciò che non possiamo permetterci di fare è tornare agli aborti del passato. Quello che non possiamo permetterci di vedere è un ritorno ai tempi in cui le donne non potevano avere il controllo sui loro corpi».
Il video si conclude con un appello agli uomini, perché si impegnino direttamente nella lotta per l’uguaglianza: «Se credete che la disuguaglianza di genere sia sbagliata, se credete che non sia giusto che le donne guadagnino meno degli uomini, se ritenete che sia sbagliato che le donne siano ancora discriminate nel 2019, allora siete anche voi femministi».
Intanto, l’associazione TOGETHER AGAINST TRUMP («Insieme contro Trump») sta organizzando proteste contro il presidente. I manifestanti, proprio come Khan, sostengono che non ci sia davvero bisogno di riservare alcun onore a un presidente le cui azioni (in particolare il muro di confine messicano, l’incapacità di promuovere leggi più severe sulle armi da fuoco a fronte di tante sparatorie e l’appoggio agli Stati americani che stanno continuando a ridurre il diritto all’aborto) sono così in disaccordo con i valori del Regno Unito. (Monica Coviello)

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CITTÀ STATO AL POSTO DELLE NAZIONI, NEL 2030 AVREMO 43 MEGACITY NEL MONDO
di Flavio Fabbri – 8 Febbraio 2019,
da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/
Tra poco più di 15 anni il 70% circa della popolazione mondiale vivrà in agglomerati urbani sempre più estesi. Sette miliardi di uomini e di donne decideranno di abitare le megacity, soprattutto in Asia e Africa. L’unica città europea che seguirà il trend è LONDRA.
Città enormi senza forma, più simili ad agglomerati urbani diffusi che alle tradizionali aree urbane del secolo scorso, che conteranno più di 10 milioni di abitanti in meno di 20 anni e che molto probabilmente assomiglieranno a delle vere e proprio Città Stato del terzo millennio.
Secondo le Nazioni Unite, NEL 2030 AVREMO 43 MEGACITY, cioè 43 agglomerati urbani con più di 10 milioni di abitanti o con decine di milioni di abitanti.
Rispetto ad oggi, entro il 2030 altre 10 città entreranno nel club delle megacity, che da sole rappresenteranno il 70% della popolazione mondiale, con 7 miliardi circa di abitanti.
OGGI, IL 55% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE GIÀ IN CITTÀ, CIRCA 4,2 MILIARDI DI PERSONE.
Secondo il Report delle Nazioni Unite basterà una generazione a trasformare per sempre il volto dei nostri centri urbani.
Entro il 2030 la classifica ci dice che Delhi (India) conterà 39 milioni di abitanti, Tokyo 36,5 milioni, Shanghai (Cina) 32,8 milioni, Dhaka (Bangladesh) 28 milioni, Cairo 25,5 milioni, Mumbai (India) 24,5 milioni, Pechino 24,2 milioni, Città del Messico 24,1 milioni, San Paolo (Brasile) 23,8 milioni e Kinshasa (Congo) 22 milioni.
Al momento, 22 delle 33 città del mondo con una popolazione di oltre 10 milioni di persone si trovano in Asia e in Africa, e così sarà anche nel 2030.
Si calcola che il 90% della migrazione della popolazione mondiale verso la città avverrà in Asia e in Africa.
Un dato che tutto sommato non deve sorprendere, visto che oggi la stragrande maggioranza delle persone in questi due grandi continenti vive in aree rurali, mentre in Sud America ad esempio i tre quarti della popolazione vive già in città, come del resto anche in Europa.
Nei prossimi 30 anni, più di 2,4 miliardi di persone si trasferiranno nelle città e per accoglierle sarà necessario ingrandire e adeguare le aree urbane o costruirne di nuove con un utilizzo di risorse naturali che potrebbe aumentare del 125% a 90 miliardi di tonnellate (dai 40 miliardi di tonnellate del 2010).
Ecco perché, secondo uno studio di Markets and Markets, il mercato mondiale delle soluzioni tecnologiche e dei servizi per i trasporti, l’edilizia di nuova generazione, dell’energia e dei servizi ai cittadini nella smart city è arrivato a valere nel 2018 più di 308 miliardi di dollari, con la possibilità di raggiungere i 717 miliardi di dollari entro il 2023. (https://www.key4biz.it/smart-city-il-ritorno-delle-citta-stato-entro-il-2023-spesa-globale-in-trasporti-energia-e-building-a-717-miliardi/240434/)
In India, entro il 2050, ci calcola una migrazione di popolazione dalle campagne alle città che coinvolgerà circa 416 milioni di persone e come abbiamo visto Delhi già nel 2030 è attesa diventare la più popolosa città del mondo, con Bombay in Top Ten e, secondo dati Statista, altre importanti megacity in ascesa come Calcutta (quasi 20 milioni di abitanti), Bangalore (18 milioni) e Madras (15 milioni).
Per quanto riguarda l’Europa, lo studio evidenzia un processo inverso, di dispersione della popolazione e di abbandono delle grandi città.
Secondo le Nazioni Unite, l’Europa è il continente che ha registrato la maggiore perdita di popolazione urbana dal 2000 ad oggi.
Nel 2018 Mosca era in classifica con i suoi 12,4 milioni di abitanti e nel 2035 Istanbul ne conterà quasi 18 milioni, me nel complesso le città europee saranno in declino, tranne una.
Secondo le Nazioni Unite e l’Office for National Statistics, dopo un lungo periodo di stabilità demografica, Londra tornerà a veder aumentare la propria popolazione: supererà i 10 milioni di abitanti entro il 2030 e supererà i 13 milioni nel 2050. (Flavio Fabbri)

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