L’INVERNO DEMOGRAFICO della POPOLAZIONE ITALIANA – Siamo sempre di meno, NON VOGLIAMO STRANIERI, e molti di quelli che c’erano SE NE SONO ANDATI (verso luoghi, come la Francia e i Paesi del nord, con più LAVORO e WELFARE per le famiglie) – IL DECLINO DI UN POPOLO che non cambia

Nella classifica della NATALITÀ l’Italia sta affrontando LA CRISI PIÙ GRAVE DI SEMPRE, «paragonabile soltanto agli anni della prima guerra mondiale e all’epidemia di influenza spagnola» del 1918-1920, ha detto il presidente dell’Istat Gian Carlo BLANGIARDO, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica. Il saldo naturale (nascite-decessi) è infatti di -193.000 unità (foto ripresa da IL FOGLIO)

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NON È, E NON SARÀ, UN PAESE PER GIOVANI

https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/capitolo1.pdf – PAG 36 del RAPPORTO ISTAT – “Tutti gli scenari di previsione ipotizzano incrementi di sopravvivenza della popolazione (con aumenti tra i 2 e i 6 anni della vita media alla nascita entro il 2050) che, favorendo in modo significativo le età anziane, amplierebbero la spesa per il welfare, con implicazioni negative sulla sostenibilità dei saldi di finanza pubblica che già soffrono di una situazione di squilibrio rispetto alla media europea.”
“Nello scenario mediano, il progressivo invecchiamento della popolazione determinerebbe un continuo aumento dei decessi (690 mila entro il 2030 e 808 mila entro il 2050), che verrebbe solo in parte bilanciato da un parziale recupero della fecondità. Conseguentemente i saldi naturali risulterebbero sempre più negativi: -229 mila unità nel 2030, -379 mila nel 2050″
PAG 37: ” I meccanismi demografici sottostanti (progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda e invecchiamento della popolazione) sono già impliciti nell’attuale struttura per età della popolazione, che comprende le generazioni del baby boom nate negli anni ’60. La trasformazione di queste ultime, da adulti di oggi ad anziani di domani, è la principale determinante del futuro invecchiamento della popolazione. La quota di ultrasessantacinquenni sul totale della popolazione, ad esempio, potrebbe essere nel 2050 tra i 9 e i 14 punti percentuali superiore rispetto al 2018. Nello stesso periodo, la popolazione di età 0-14 anni potrebbe mantenere, nella migliore delle ipotesi, circa lo stesso peso di oggi (13,5 per cento), mentre nello scenario meno favorevole scenderebbe al 10,2 per cento. Va da sé che la trasformazione della struttura per età della popolazione implica la necessità di efficaci politiche in grado di gestire i cambiamenti nei rapporti intergenerazionali di questa portata” (estratto da http://www.orazero.org/ )

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ISTAT _ Rapporto annuale 2019

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SIAMO SEMPRE DI MENO E SE NON CI FOSSERO GLI IMMIGRATI IL NUMERO SAREBBE ANCORA PIÙ PICCOLO. Lo dice l’ULTIMO STUDIO DELL’ISTAT secondo cui il declino demografico in Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. DAL 2015 LA POPOLAZIONE RESIDENTE È IN DIMINUZIONE, configurando PER LA PRIMA VOLTA NEGLI ULTIMI 90 ANNI UNA FASE DI DECLINO DEMOGRAFICO. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende AL 31 DICEMBRE 2018 a 55 milioni 104 mila: 235 MILA IN MENO RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila)

   L’ultimo rapporto dell’Istat reso noto nel giugno 2019 (con dati riferiti al 31 dicembre 2018) mostra che in Italia “siamo, saremo, sempre meno”. Al primo gennaio 2019 risiedevano in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% straniere. La diminuzione delle nascite nel 2018 è stato di oltre 18 mila unità rispetto al 2017, pari al -4%, certifica l’Istat.

(https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/Rapportoannuale2019.pdf).

Nascite, decessi e saldo naturale popolazione in Italia, 2008-2018 (fonte: Istat) da http://www.wired.it

   La spiegazione è prima di tutto “tecnico-strutturale”. Cioè si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri, dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom (anni ’60 del secolo scorso); dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta (insomma, un ciclo vizioso, di declino, a “perdere”). Così arriviamo a un paese sempre più anziano: che costituiscono (gli anziani) il 22,8% della popolazione (erano il 20,3% dieci anni fa); e quindi un Paese sempre meno attento ai giovani.

(foto da Il Fatto Quotidiano) – Migliora la salute in Italia, ma c’è ancora un problema demografico. Sono due punti importanti contenuti nella 27ª edizione del “RAPPORTO ANNUALE ISTAT 2019-LA SITUAZIONE DEL PAESE”, presentato a Roma il 20 giugno 2019 alla Camera dei Deputati. … A PROPOSITO DI LONGEVITÀ nel volume si legge che in Italia: “Un uomo può godere di buona salute in media 59,7 anni, mentre una donna 57,8 anni. Queste ultime, sebbene più longeve degli uomini, vivono un maggior numero di anni in condizioni di salute via via più precarie. Le donne sono infatti maggiormente colpite da patologie croniche meno letali, che insorgono più precocemente e diventano progressivamente invalidanti con l’avanzare degli anni. Rispetto al 2009 gli uomini hanno però guadagnato solo due anni di vita in buona salute, mentre le donne ne hanno conquistati quasi tre.” Nel confronto internazionale si sottolinea, sempre nel Rapporto ISTAT, come “l’Italia sia tra i paesi in Europa con i minori differenziali sociali nella salute” in relazione al livello d’istruzione. Insomma, il nostro Sistema Sanitario Nazionale nel complesso sembra funzionare efficacemente come “livellatore” sociale. PROGRESSI SU DIVERSI FRONTI. Secondo l’ISTAT gli ambiti nei quali oltre due terzi degli indicatori in Italia migliorano sono sei: salute, benessere soggettivo, politica e istituzioni, sicurezza, ambiente, innovazione ricerca e creatività. Ciò sintetizza progressi per buona parte degli indicatori che riguardano la salute: la speranza di vita alla nascita, indicatori relativi agli stili di vita, con diminuzioni nella quota di fumatori, nel comportamento a rischio nel consumo di alcol e nella sedentarietà, ecc. Per quanto riguarda il benessere soggettivo, è aumentata la quota di persone che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi cinque anni [passando dal 24,6 per cento nel 2012 al 29 per cento nel 2018].

   Sintomatico è il fatto che alcuni Paesi e Continenti (l’Africa su tutti) stanno vivendo l’esplosione demografica, mentre altri (come l’Europa, ancora ricca) debbano fare i conti con il declino della popolazione.   In Italia l’incremento delle nascite registrato, aumento che si è avuto fino al 2008, era dovuto principalmente alle donne straniere. Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). E quest’ultimo dato è meno tecnico e di origine più “politica”.

Antonio Golini, Marco Valerio Lo Prete – “ITALIANI POCA GENTEIl Paese ai tempi del malessere demografico” – (ed. LUISS University Press), Febbraio 2019, 244 pagine, euro 14,00 – “ITALIANI POCA GENTE”, un libro lucido e fortunato prodotto dal demografo ANTONIO GOLINI e dal giornalista MARCO VALERIO LO PRETE per i tipi di Luiss University Press. PER COMPRENDERE LE ATTUALI DINAMICHE, affermano i due autori, OCCORRE PARTIRE DA LONTANO. Con l’avvento della rivoluzione industriale, tutti i paesi del mondo hanno intrapreso – e in alcuni casi stanno ancora ultimando – il PASSAGGIO DA una condizione di “DEMOGRAFIA NATURALE”, caratterizzata da alti tassi di fecondità e mortalità, a una condizione di “DEMOGRAFIA CONTROLLATA”, caratterizzata da bassi tassi di fecondità e mortalità. Le due variabili, tuttavia, non si muovono necessariamente di pari passo: TRA LE DUE FASI, pertanto, se ne colloca UNA DI “TRANSIZIONE DEMOGRAFICA”, in cui la riduzione della mortalità, influenzata dal miglioramento delle condizioni igieniche e dalla diffusione delle conoscenze mediche, precede il rallentamento della fecondità, determinato dalla disponibilità dei metodi contraccettivi, ma anche dall’evoluzione di fattori economici e culturali.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/)

   Perché il forte calo demografico italiano, par di capire, è sì dato a italiani “d’origine” che fanno sempre meno figli, che non costituiscono nuclei di coppia anche per questo; ma è dato anche da una presenza di (ex) stranieri che, o si sono adeguati al trend negativo italiano sulla procreazione, o che SE NE SONO ANDATI IN ALTRI PAESI.

   Se è pur vero che l’Istat certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese in quest’ultimo anno rilevato (il 2018) è in lieve flessione (-0,8%), mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%)…. dall’altra negli anni passati molti stranieri (che si erano ben integrati con noi, molti già cittadini italiani), hanno preferito andarsene per motivi di lavoro e per insostenibilità della vita del nucleo famigliare (in un Paese, il nostro, dispendioso da viverci, e con bassi salari e lavori spesso precari).

   Pensiamo in particolare a FAMIGLIE MAROCCHINE (e di altre provenienze, in particolare, dai paesi arabi della costa sud del Mediterraneo), che sono andate a vivere in FRANCIA, per una maggiore “sostenibilità” di vita: più possibilità di trovare lavoro (nelle fabbriche, nei cantieri edili, in agricoltura…) e un’assistenza sociale (per i figli in particolare), ben più solida e “presente” rispetto a quella (meno efficacie, casuale se non assente) che c’è in Italia per le famiglie con bambini. O a MACEDONI tornati in patria (che ora si chiama “Repubblica di Macedonia del nord”) per cercare di partecipare al nuovo sviluppo economico che quel Paese sta provando di portare avanti.

PRAMIDE della popolazione residente in Italia al 1° gennaio (anni 2018 e 2050) (Fonte Elaborazione su dati Istat da http://www.orazero.org/)

  Così, pur riconoscendo che fare figli (nel nostro Paese) è (dovrebbe essere) fatto di responsabilità (e libertà) individuale, di coppia, e che nessuno può intromettersi (tanto meno lo Stato); e pur riconoscendo che sulla scelta di procreare pesa l’attuale incertezza che si viene ad avere del futuro, di cosa accadrà…. pur tutto questo, e aggiungendo le difficoltà economiche (i costi “insostenibili”), IL TEMA VERO CHE LA SOCIETÀ si pone (DOVREBBE PORSI) è proprio quello di UN WELFARE PIÙ EFFICACIE, che faciliti in tutti i modi le famiglie, le coppie, i single, che hanno (fanno) figli. Seguendoli e aiutandoli nelle esigenze primarie del bambino, del figlio.

Il Presidente dell’ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha illustrato a grandi linee i contenuti del Rapporto nella cornice istituzionale della Camera. “Gli ultra 90enni – oggi 800.000 – sono destinati ad aumentare di altri 500.000 nei prossimi 20 anni”. Allungamento della vita e diminuzione della natalità sono già in atto da tempo e sono fenomeni che non mostrano un’inversione di rotta, anzi s’aggravano in Italia, testimoniando un “malessere demografico del Paese” (il numero di nascite si è ulteriormente ridotto a poco più di un figlio per donna).

      Chi denuncia pertanto politiche famigliari molto scarse in Italia, ha purtroppo ragione; e se raffrontiamo questo contesto con altri Paesi europei (la Francia su tutti, con un Welfare di riguardo da sempre) se ne comprende l’inefficienza della politica sociale italiana sul tema dell’aiuto alle famiglie (da sempre).

PROIEZIONI POPOLAZIONE MONDIALE PER REGIONE (2015 – 2100) (fonte: Nazioni Unite, da http://www.wired.it/ ) – “(…) Nel corso del Novecento, c’è stata l’ESPLOSIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. Se sono occorsi CENTINAIA DI MIGLIAIA DI ANNI per superare la SOGLIA DEL PRIMO MILIARDO di abitanti del pianeta, e poi 123 ANNI PER RAGGIUNGERE IL SECONDO MILIARDO, i salti DAL QUINTO AL SESTO e DAL SESTO AL SETTIMO HANNO RICHIESTO APPENA DODICI ANNI. DA QUI ALLA FINE DEL SECOLO, la crescita continuerà, ma a un ritmo ridotto; e sarà concentrata nel CONTINENTE AFRICANO, che vedrà quasi QUADRUPLICARE LA PROPRIA POPOLAZIONE ENTRO IL 2100, sino a contendere all’ASIA la palma del continente più numeroso. Nello stesso orizzonte temporale, viceversa, l’EUROPA è destinata a ridurre la propria consistenza del 16%, passando da 750 a 630 milioni di abitanti.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/

   Nel “futuribile”, cioè nelle ipotesi future di un mondo che avrà bisogno di sempre meno lavoro manuale umano (sostituito dalla macchine, dai robot) c’è chi prospetta che la divisione della ricchezza possa andare a tutti già dal momento della nascita, per il fatto di “vivere”, “esistere”: un REDDITO DI BASE (a prescindere che sia un bambino povero o ricco di famiglia, non fa differenza), che garantisca un sostegno sicuro ai bisogni fondamentali. Un’ipotesi tutt’altro, a nostro avviso, che lontana da una possibile futura applicazione reale.

   Intanto è da sperare che la “nuova Europa” che si va formando in queste settimane con il nuovo Parlamento europeo appena eletto, e le nuove cariche esecutive (la Commissione europea), non si limiti (l’Unione Europea) a “sorvegliare” (pur giustamente) gli Stati sul rispetto del bilancio pubblico, ma incentivi e spinga verso un’ “Europa sociale” che assicuri servizi sociali alle famiglie (e alle nuove generazioni) per tutti i cittadini europei; in grado di sovvertire un trend demografico negativo cui il nostro Paese ha già raggiunto il punto più basso (ma così, senza provvedimenti concreti, destinato a peggiorare ulteriormente) (s.m.)

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COMUNICATO STAMPA ISTAT:
https://www.istat.it/it/archivio/231884

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ISTAT: GLI ITALIANI SONO 55 MILIONI, È CROLLO DEMOGRAFICO. NASCITE -4%
3/7/2019, da “La Stampa”
– Il declino è rallentato dalla presenza dei cittadini stranieri. In Italia ci sono quasi 50 nazionalità con almeno 10 mila residenti. Nascono meno bambini, ma scendono anche i decessi. Giù anche il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza. I dati si riferiscono al 2018 –    Siamo sempre di meno e se non ci fossero gli immigrati il numero sarebbe ancora più piccolo. Lo dice l’ultimo studio dell’Istat secondo cui il declino demografico in Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila: 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).
L’Istituto di statistica fa notare che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.
DIMINUZIONE DELLE NASCITE
La diminuzione delle nascite nel 2018 è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 pari al -4% certifica l’Istat. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. La popolazione residente in Italia è diminuita di 124.427 unità nel 2018 pari al -0,2%. Al primo gennaio 2019 risiedono in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% sono straniere. È del -3,2% il calo degli iscritti dall’estero dovuto soprattutto alla diminuzione di immigrati stranieri. Già a partire dal 2015 – ricorda l’Istat – il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo: sono stati iscritti in anagrafe per nascita solo 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. La diminuzione delle nascite è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 (-4%). Il calo si registra in tutte le ripartizioni ma è più accentuato al Centro (-5,1% rispetto all’anno precedente).
La diminuzione delle nascite si deve principalmente a fattori strutturali. Infatti, si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom, dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta. L’incremento delle nascite registrato fino al 2008 è dovuto principalmente alle donne straniere. Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). Tra le cause del calo, la diminuzione dei flussi femminili in entrata nel nostro Paese, il progressivo invecchiamento della popolazione straniera, nonché l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di molte donne straniere.
Le nascite di bambini stranieri si concentrano nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,0%) e nel Nord-est (20,7%). L’Emilia-Romagna ha la percentuale più alta di nati stranieri (24,3%), la Sardegna la più bassa (4,5%).
ITALIA MULTIETNICA
Il report dell’Istat certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%). La presenza di quasi 50 nazionalità differenti con almeno 10 mila residenti conferma il quadro multietnico del nostro Paese. Al 31 dicembre 2018 le differenti cittadinanze presenti in Italia sono 196. Le cinque più numerose sono quella romena (1 milione 207 mila), albanese (441 mila), marocchina (423 mila), cinese (300 mila) e ucraina (239 mila), che da sole rappresentano quasi il 50% del totale degli stranieri residenti, confermando la graduatoria del 2017. Al contempo, però, diminuiscono gli stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana. Il calo prosegue dal 2017, dopo il trend di forte crescita degli anni immediatamente precedenti. I cittadini divenuti italiani per acquisizione della cittadinanza nel 2018 sono meno di 113 mila, 22 ogni mille stranieri, il 23% in meno rispetto al 2017.
Al 1 gennaio 2018 gli italiani per acquisizione di cittadinanza sono in totale oltre 1 milione e 340 mila nella popolazione residente; nel 56,3% dei casi si tratta di donne. Sommando questa popolazione a quella dei cittadini stranieri si ottiene un contingente di quasi 6,5 milioni di cittadini stranieri o di origine straniera.
MENO DECESSI
Diminuiscono i decessi in Italia: si assestano sulle 633 mila unità in linea con il trend di aumento registrato a partire dal 2012, ma in calo rispetto al 2017 (-15 mila). In una popolazione che invecchia è naturale attendersi un aumento tendenziale del numero dei decessi. Le oscillazioni che si verificano di anno in anno sono spesso di natura congiunturale. Le condizioni climatiche (particolarmente avverse o favorevoli) e le maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali, ad esempio – fanno notare i ricercatori dell’Istituto di statistica -, possono influire sull’andamento del fenomeno come è avvenuto nel 2015 e nel 2017, anni di un visibile aumento dei decessi.
Dalla capacità del nostro sistema socio-sanitario di proteggere gli individui più fragili dalle condizioni di rischio congiunturali e ambientali, con azioni di prevenzione e di cura mirate dipenderà, in buona parte, l’evoluzione futura altalenante o meno dei decessi. La diminuzione del numero di decessi si registra in quasi tutte le ripartizioni, con un decremento più consistente nel Centro (-4,3%) e nel Sud (-4,4%). Solo nel Nord-ovest si registra un lieve aumento di decessi (+0,4%).
Il tasso di mortalità è pari a 10,5 per mille, varia da un minimo di 8,3 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 14,3 in Liguria ed è legato alla struttura per età della popolazione. (3/7/2019, da “La Stampa”)

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UN PAESE PER VECCHI: IL PRIMO PROBLEMA DELL’ITALIA È LA DEMOGRAFIA

di Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/

– Il nostro è un paese sempre più anziano, e quindi sempre meno attento ai giovani: perché dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della questione demografica –

   Per rappresentare la portata e l’urgenza delle questioni che interessano le società umane, possiamo ricorrere alla metafora di un orologio in cui la POLITICA corrisponda alla lancetta dei secondi, l’ECONOMIA alla lancetta dei minuti e la DEMOGRAFIA alla lancetta delle ore: la PRIMA ci confonde col suo incessante turbinio, la SECONDA scandisce le nostre attività, ma è la TERZA a dirci a che punto del giorno ci troviamo.

   Il tema del MALESSERE DEMOGRAFICO che attanaglia il mondo sviluppato ha preso ormai piede nel dibattito internazionale, ma ha sin qui faticato a trovare spazio proprio in Italia, dove pure le sue conseguenze si preannunciano più prossime e perniciose.

   Se la consapevolezza del problema comincia a emergere anche nel nostro paese – il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, vi ha dedicato più di un cenno nelle sue ultime “CONSIDERAZIONI FINALI” – è almeno in parte grazie alla pubblicazione di “ITALIANI POCA GENTE”, un libro lucido e fortunato prodotto dal demografo ANTONIO GOLINI e dal giornalista MARCO VALERIO LO PRETE per i tipi di Luiss University Press.

   Per comprendere le attuali dinamiche, affermano i due autori, OCCORRE PARTIRE DA LONTANO. Con l’avvento della rivoluzione industriale, tutti i paesi del mondo hanno intrapreso – e in alcuni casi stanno ancora ultimando – il passaggio da una condizione di “DEMOGRAFIA NATURALE”, caratterizzata da alti tassi di fecondità e mortalità, a una condizione di “DEMOGRAFIA CONTROLLATA”, caratterizzata da bassi tassi di fecondità e mortalità. Le due variabili, tuttavia, non si muovono necessariamente di pari passo: tra le due fasi, pertanto, se ne colloca una di “TRANSIZIONE DEMOGRAFICA”, in cui la riduzione della mortalità, influenzata dal miglioramento delle condizioni igieniche e dalla diffusione delle conoscenze mediche, precede il rallentamento della fecondità, determinato dalla disponibilità dei metodi contraccettivi, ma anche dall’evoluzione di fattori economici e culturali.

   Questo sfasamento ha determinato, nel corso del Novecento, l’esplosione della popolazione mondiale (https://www.wired.it/lol/2017/09/29/quanto-sai-popolazione-mondo/). Se sono occorsi centinaia di migliaia di anni per superare la soglia del primo miliardo di abitanti del pianeta, e poi 123 anni per raggiungere il secondo miliardo, i salti dal quinto al sesto e dal sesto al settimo hanno richiesto appena dodici anni.

   DA QUI ALLA FINE DEL SECOLO, la crescita continuerà, ma a un ritmo ridotto (https://population.un.org/wpp/); e sarà concentrata nel CONTINENTE AFRICANO, che vedrà quasi QUADRUPLICARE LA PROPRIA POPOLAZIONE ENTRO IL 2100, sino a contendere all’ASIA la palma del continente più numeroso. Nello stesso orizzonte temporale, viceversa, l’EUROPA è destinata a ridurre la propria consistenza del 16%, PASSANDO DA 750 A 630 MILIONI DI ABITANTI.

   AL SECOLO DELL’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA, DUNQUE, SEGUE IL SECOLO DELL’INVECCHIAMENTO. L’indice di vecchiaia misura il rapporto tra il numero di persone di più di 65 anni e il numero di persone di meno di 15: cinquant’anni fa non raggiungeva il 15%; oggi supera il 30%. L’età mediana del mondo è ancora piuttosto bassa (29,6 anni), ma oscilla tra i 19,4 anni dell’Africa e i 41,6 anni dell’Europa. Gli anziani, che nel 2000 rappresentavano il 7% della popolazione mondiale, raddoppieranno entro il 2050 e già oggi, per la prima volta nella storia, sono più numerosi dei bambini che hanno fino a 5 anni.

   In un contesto generale di demografia stagnante o declinante, l’ITALIA DESTA PARTICOLARE PREOCCUPAZIONE: quello che nel 1950 era il decimo paese più popoloso al mondo, con 47 milioni di abitanti, e nel 2015 era arretrato al ventitreesimo posto, pur raggiungendo i 60 milioni di abitanti, già nel 2050 scenderà al 36esimo posto, rinculando a 55 milioni di abitanti. A dar credito alle previsioni più pessimistiche, fra cent’anni la popolazione italiana potrebbe crollare a 16 milioni di abitanti, circa un quarto della consistenza attuale.

   Dal 2015, la popolazione complessiva del paese (al lordo dell’immigrazione) CALA ANNO DOPO ANNO (https://www.istat.it/it/archivio/226919) – l’ultima riduzione risaliva al 1952. Le NASCITE sono diminuite ininterrottamente DALLE 577MILA DEL 2008 ALLE 449MILA DEL 2018, PEGGIOR RISULTATO DI SEMPRE. I decessi hanno, invece, toccato il picco nel 2017, producendo un saldo naturale negativo di 191 mila abitanti – altro primato. I FLUSSI MIGRATORI NON BASTANO A COMPENSARE quest’andamento: aumentano le immigrazioni, ma aumentano (e in proporzione maggiore) anche le emigrazioni; mentre, tra i cittadini italiani, le partenze sono tre volte più numerose dei ritorni.

   Oltre al profilo quantitativo, c’è da considerare quello qualitativo, cioè il modo in cui muta la composizione della popolazione. L’età media degli italiani è oggi di 45,4 anni, contro i 43,2 del 2009. Gli anziani costituiscono il 22,8% della popolazione: erano il 20,3% dieci anni fa. Nello stesso periodo, il loro INDICE DI DIPENDENZA – IL RAPPORTO TRA OVER 65 E INDIVIDUI IN ETÀ ATTIVA – è passato dal 30,9% al 35,6%, mentre l’indice di dipendenza strutturale – che computa nel numeratore anche gli under 15 – è cresciuto dal 52,4% al 56,3%.

   Questi dati sono il frutto dell’onda lunga di tendenze risalenti, che Golini denuncia – inascoltato, quando non apertamente avversato – da quarant’anni. L’indice di dipendenza appena citato aveva toccato il minimo storico nel 1991, con il 45,3%, ma cresce pressoché ininterrottamente da allora. L’INDICE DI VECCHIAIA superò per la prima volta la parità a metà dello stesso decennio, complice un’impennata che lo vide più che raddoppiare nei vent’anni compresi tra il 62% del 1981 e il 132% del 2001; oggi si attesta al 173% e si stima che possa lievitare al 265% nei prossimi vent’anni.

   Il TASSO DI FECONDITÀ, dopo aver raggiunto il picco di 2,7 figli per donna nel 1964, quando le nascite in Italia superarono il milione, scese a 1,19 figli per donna ancora nel 1995, UN PRIMATO NEGATIVO A LIVELLO MONDIALE; oggi si attesta a 1,32 FIGLI PER DONNA, un valore leggermente più alto ma ben lontano dal tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna, mentre l’età media al parto tocca per la prima volta i 32 anni.

   In assenza di un’inversione di rotta, questo squilibrio è destinato ad acuirsi con il mero scorrere del tempo: si calcola che TRA VENTICINQUE ANNI GLI ULTRASESSANTACINQUENNI RAPPRESENTERANNO UN TERZO DELLA POPOLAZIONE ITALIANA: una notizia ferale per un paese che già oggi ha la spesa pensionistica più gravosa d’Europa.

   A esasperare il malessere italiano contribuisce il fatto che non tutti gli individui in età da lavoro abbiano effettivamente un impiego: il tasso di occupazione generale è del 63%, contro una media europea del 73,2%; e il divario è ancora più ampio in materia di occupazione femminile – indicatore che, peraltro, CONTRARIAMENTE A QUANTO COMUNEMENTE CREDUTO, è positivamente correlato con il tasso di fecondità.

   Per giunta, in un paese che da anni fatica a crescere, la distribuzione della popolazione ha implicazioni economiche ineludibili: come fanno osservare Golini e Lo Prete, fra il 2006 e il 2016, a fronte di un’inflazione pari all’11,49%, il reddito da pensione pro capite è cresciuto del 31,6%; quello da lavoro dipendente appena dell’8,1%.

   L’interferenza tra economia e demografia è il nodo del discorso, ma corre in entrambe le direzioni: da un lato, è agevole sottolineare che IL BOOM DEMOGRAFICO ITALIANO HA COINCISO CON IL MIRACOLO ECONOMICO DEGLI ANNI CINQUANTA E SESSANTA, mentre IL CROLLO DELLE NASCITE HA COMBACIATO CON IL DECLINO ECONOMICO E L’ESPLOSIONE DEL DEBITO PUBBLICO NEGLI ANNI OTTANTA E NOVANTA; per altro verso, l’invecchiamento della popolazione osta al ripensamento di un modello politico-economico che privilegia gli interessi (e il consenso) degli anziani a scapito di quelli dei giovani, in barba a ogni criterio di equità intergenerazionale. Senza contare che, secondo studiosi COME EDWARD LAZEAR, una popolazione più giovane tende a esibire maggiori livelli d’imprenditorialità e dinamismo.

   COME INTERROMPERE QUESTO CIRCOLO VIZIOSO? Sotto il profilo culturale, occorre superare due pregiudizi distinti ma connessi. Il primo assegna alla preoccupazione per il calo delle nascite una coloritura necessariamente reazionaria. Mettere al mondo un figlio è forse la scelta più personale che una coppia (o un individuo) possano compiere e questo spazio di autodeterminazione dev’essere presidiato dal più ampio margine di libertà; allo stesso tempo, è opportuno evidenziare che bassi tassi di fecondità hanno dei costi che si ripercuotono sull’intera popolazione.

   Il secondo afferma che il malessere demografico non dovrebbe preoccuparci, bensì confortarci, perché ulteriori aumenti di popolazione sarebbero insostenibili per il pianeta. Si tratta di un’opinione antistorica che sintetizza nostalgie malthusiane e seduzioni decrescentiste. Se ammettiamo che le risorse naturali saranno pure finite, ma non lo è la creatività umana che sola le valorizza – lo sottolineano autori come JULIAN SIMON, che parla dell’uomo come della risorsa finale, e il premio Nobel PAUL ROMER, che invita ad abbandonare il paradigma dell’economia degli oggetti per abbracciare quello dell’economia delle idee – dobbiamo riconoscere che, al contrario, un mondo più abitato è un mondo più prospero. PIÙ SIAMO, MEGLIO STIAMO.

   Basti citare un esempio al proposito: come ha rilevato lo storico israeliano YUVAL NOAH HARARI, nel 1500 il mondo era popolato da circa 500 milioni di persone, che consumavano 13 miliardi di miliardi di calorie al giorno e producevano ogni anno beni e servizi per un controvalore di 250 miliardi di dollari attuali; i sette miliardi di persone che abitano oggi il pianeta consumano 1500 miliardi di miliardi di calorie al giorno, ma producono beni e servizi per 60 miliardi di miliardi di dollari l’anno. In altre parole, NELLO STESSO PERIODO, LA POPOLAZIONE È AUMENTATA DI 14 VOLTE, IL CONSUMO DI ENERGIA DI 115 VOLTE, LA PRODUZIONE DI 240 VOLTE.

   Sul piano delle politiche pubbliche, le risposte sono meno ovvie. Se il costo dei figli grava prevalentemente su chi li mette al mondo, ma i relativi benefici si riflettono sull’intera società (se, cioè, i figli producono quelle che gli economisti chiamano “esternalità positive”), è ragionevole pensare a delle misure puntuali di sostegno alla natalità. Il problema è che quest’approccio ha avuto sin qui – almeno in Italia – un’efficacia limitata, come dimostrato da Vitalba Azzollini in uno studio realizzato per l’Istituto Bruno Leoni (http://www.brunoleoni.it/il-paese-senza-figli).

   Una possibile spiegazione è che questi interventi non siano stati abbastanza generosi. Ma una ricostruzione più attenta dovrebbe considerare un elemento ulteriore: senza negare il ruolo dei contributi alle famiglie, sulla scelta di procreare pesa, più ancora delle implicazioni finanziarie del momento, l’incertezza sul futuro.

   Fare un figlio è una scommessa: e le quote non sono particolarmente allettanti nell’Italia del 2019, in cui ogni nuovo nato viene al mondo con aspettative piuttosto grame rispetto alle opportunità che il paese potrà offrirgli, ma con un pacco di benvenuto di 35mila euro di debito pubblico.

   Insomma, la buona notizia è che per invertire il declino demografico italiano non servono soluzioni astruse: basterebbe rimettere il paese su un sentiero di responsabilità fiscale e sviluppo. La cattiva notizia è che nessuno pare intenzionato a farlo. E, del resto, per tornare alla metafora d’apertura, è difficile che la lancetta delle ore riprenda a camminare, se quella dei minuti non si rimette a correre. (Massimiliano Trovato)

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NATALITÀ. SEI RIFORME PER INVERTIRE LA SPIRALE AL RIBASSO

di Luciano Moia, 29/11/2018, da Avvenire, https://www.avvenire.it/
– Interventi di lungo termine e focalizzati sul territorio – SEI PUNTI PER ATTUARE LA SVOLTA –
L’emergenza denatalità è un rebus con tante questioni che si intrecciano. Per invertire la rotta occorrerebbe agire contemporaneamente su più fronti, dal sostegno economico alla riforma fiscale, dai progetti residenziali al lavoro, dalla cultura alle misure di welfare familiare, dall’educazione a tanto altro ancora.
Compresa la determinazione di quel clima sociale favorevole al ‘far famiglia’ che è la somma di tutte le iniziative virtuose messe in campo per costruire il futuro e, rinfocolando la speranza, potrebbe indurre le giovani coppie ad aprirsi alla vita.
In Italia, più ancora che negli altri Paesi occidentali che pure vivono il loro inverno demografico, tutte queste condizioni strutturali mancano quasi completamente. Le tante analisi presentate in questi anni, i piani strategici stilati poco più di un anno fa alla Conferenza nazionale sulla famiglia, sono evaporati come le troppe parole dei politici. Siamo al paradosso di una progettualità definita e organica per nuove e finalmente efficaci politiche familiari a cui non si sa o non si vuole dare concretezza.
In altre parole, sapremmo come intervenire ma, chissà perché, non facciamo quasi nulla. Eppure, il progetto presentato alla Conferenza 2017 dal GRUPPO WELFARE TERRITORIALE coordinato dal sociologo RICCARDO PRANDINI, aveva ricevuto un via libera trasversale e convinto da parte di esperti e amministratori di diverso orientamento culturale. Un ‘pacchetto’ pronto all’uso, da prendere e da applicare. Ricordiamo i criteri fondamentali:
1) TEMPI LUNGHI – È il principio secondo cui le politiche familiari devono essere durevoli nel tempo per offrire aspettative certe alle famiglie. Questo perché il successo di una determinata politica si può misurare solo in una prospettiva di lunga durata, almeno un decennio. Esiste anche uno strumento di valutazione che si chiama VIF (Valutazione d’impatto familiare).
2) TERRITORIALITÀ – Il principio della misura pensata e adottata in ambito locale, in un quadro che però risulti strategico e coerente con l’ambito regionale e nazionale, è indispensabile per responsabilizzare amministrazioni, associazioni, aziende, realtà non profit e famiglie. Se il coinvolgimento manca, l’iniziativa è destinata al fallimento. Le parti interessate devono essere tutte egualmente responsabili del bene comune.
3) SERVIZI PERSONALIZZATI – In un quadro strategico, coerente e integrato, occorre poi disporre della flessibilità necessaria per ritagliare le vari misure sull’esigenza specifica di quella famiglia e, nei casi più complessi, di quella persona. Parlando per esempio di politiche per non autosufficienza o per il ‘dopo di noi’, è certo indispensabile un criterio uniforme, ma occorre poi adattare le buone prassi del prendersi cura per investire sulle capacità delle persone di partecipare attivamente, per quanto nelle loro possibilità, ai vari interventi. È lo stesso principio di sussidiarietà a spiegare che un servizio per essere efficace dev’essere ‘co-prodotto’, deve cioè contare sulla responsabilità attiva di coloro a cui è indirizzato.
4) POLICENTRISMO E PLURALISMO – La possibilità di erogare un servizio su più livelli serve a renderlo inclusivo e sostenibile. Questo perché il welfare familiare dev’essere governato in modo plurale – amministrazioni locali insieme a no profit, associazioni, famiglie, ecc. – e inteso non come costo che pesa sul Paese, come intervento assistenziale, ma come politiche di investimento familiare. Cioè fondamentali ‘fattori produttivi’ utili per lo sviluppo sociale.
5) IMPATTO FAMILIARE – Si tratta di un criterio fondamentale per capire cosa funziona e cosa no. Ma non solo. Visto che la famiglia è realtà viva, in continua trasformazione, i criteri della verifica del welfare vanno continuamente aggiornati. La valutazione dell’impatto familiare serve per verificare quanto e come una determinata misura abbia davvero contribuito a migliorare il benessere familiare. È evidente che misure tampone, annunci spot, provvedimenti a tempo limitato non possono reggere valutazioni di verifica dell’impatto familiare.
6) INTEGRAZIONE – Ogni intervento non può nascere in modo isolato ma va coordinato e armonizzato nell’ambito dell’intero welfare familiare. Impensabile per esempio promuovere politiche di conciliazione scuola-famiglia, senza armonizzarle con politiche di coesione e inclusione sociale o con la promozione di servizi per l’infanzia o, ancora, con il sostegno di reti familiari, proprio nella convinzione che la famiglia non vada lasciata sola ma debba essere aiutata a provvedere al meglio ai suoi bisogni in un contesto di libere aggregazioni familiari e di socialità allargata. (Luciano Moia)

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BILANCIO DEMOGRAFICO NAZIONALE

Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima.
Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.
Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.
Nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest (vi risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%) e infine dalle Isole (11,0%).
La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità.
Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille.

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PERCHÉ L’ITALIA SI STA SPOPOLANDO: NATALITÀ IN CALO O EMIGRAZIONE?
3 Luglio 2019, da https://www.open.online/
– Secondo il presidente dell’Istat Blangiardo, il calo demografico che stiamo vivendo è paragonabile a quello prodotto dalla prima guerra mondiale –
L’ultimo rapporto dell’Istat del 2018 mostra che in Italia siamo sempre meno. Al 31 dicembre scorso i residenti in Italia erano 60.359.546, oltre 124 mila in meno rispetto al 2017 e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima. La popolazione è in calo dal 2015, per la prima volta in 90 anni, e questo potrebbe avere ripercussioni gravissime sulla nostra economia. La natalità è in calo, l’emigrazione in aumento. Ma quale di questi due fattori influisce di più?
NATALITÀ IN CALO
Quello che è sicuro è che a minare la popolosità dell’Italia non è il tasso di mortalità. Nella classifica della longevità, l’Italia è un’eccellenza: siamo il Paese con il maggior numero di ultracentenari in Europa (record che condividiamo con la Francia) e il secondo al mondo, dietro al Giappone.
Nella classifica della natalità, invece, l’Italia sta affrontando la crisi più grave di sempre, «paragonabile soltanto agli anni della prima guerra mondiale e all’epidemia di influenza spagnola» del 1918-1920, ha detto il presidente dell’Istat Blangiardo, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica. Il saldo naturale (nascite-decessi) è infatti di -193.000 unità.
Il declino demografico è dovuto al calo delle nascite e all’aumento delle morti. Secondo i dati dell’Istat, nel 2018 sono stati iscritti all’anagrafe 449mila bambini, quasi 10.000 in meno rispetto al 2017, mentre i decessi sono stati 636mila, circa 50mila in più rispetto a 11 anni fa. Il dato dei 449mila bambini nati, spiega l’Istat, rappresenta un record negativo. NEL ’64, ALL’APICE DEI BABY BOOMERS, NACQUERO PIÙ DI UN MILIONE DI BIMBI.
Secondo l’Istat, «la diminuzione della popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni osservata tra il 2008 e il 2017 – circa 900mila donne in meno – basta a spiegare i tre quarti del calo delle nascite che si è verificato nello stesso periodo. La restante quota dipende dalla diminuzione della fecondità (da 1,45 figli per donna del 2008 a 1,32 del 2017)».
Sul calo ha influito certamente anche il fatto che gli italiani fanno meno figli: «La diminuzione delle nascite – spiega l’Istat – è attribuibile prevalentemente al calo dei nati da coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 359mila nel 2017 (oltre 121 mila in meno rispetto al 2008)».
IL FENOMENO DELL’EMIGRAZIONE
Senza gli immigrati, la recessione demografica dell’Italia sarebbe cominciata negli anni Novanta. «La componente di origine straniera», dice il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, è rappresentata da 5 milioni e 234mila residenti. Di questi, 1 milione e 316mila, pari al 13% della popolazione minorenne, sono giovani di seconda generazione, il 75% dei quali è nato in Italia.
Ora però i flussi in entrata sono diminuiti e sono cambiate anche le ragioni alla base delle migrazioni: sempre meno stranieri scelgono l’Italia per stabilizzarvisi e costruirvi un percorso professionale. Sono invece aumentati i flussi dettati dall’emergenza. Le iscrizioni all’anagrafe dall’estero sono state 494.000 nel 2008 e solo 349.000 nel 2018.
Aumentano anche gli italiani che lasciano l’Italia. Il saldo migratorio (persone che arrivano – persone che partono) è calato tra il 2008 e il 2018 passando da 433 mila a 190 mila unità, ma rimane comunque positivo. Il fattore preponderante che determina il calo demografico italiano, spiega l’Istat, è il calo della natalità.
I rischi per il mondo del lavoro e dell’economia
Secondo il presidente dell’Istat Blangiardo, i cambiamenti demografici potrebbero avere «ricadute negative sul potenziale di crescita economica, con impatti rilevanti sull’organizzazione dei processi produttivi e sulla struttura e la qualità del capitale umano disponibile».
Che significa? Che entro il 2050 la quota di persone in età da lavoro (15-64 anni) potrebbe scendere di 10 punti percentuali rispetto a oggi: tradotto in numeri, parliamo di 6 milioni di persone in meno, un record che ci consegnerebbe un altro primato a livello mondiale. (3 Luglio 2019, da https://www.open.online/)

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NON BASTANO I SUSSIDI. INTERVENTI PER LA GENITORIALITÀ

di Gian Carlo Blangiardo (presidente Istat) 29/11/2018, da AVVENIRE
Il dato complessivo sul nuovo record al ribasso era già noto. La notizia non sta dunque nei 458mila nati conteggiati da Istat nel 2017, ma in alcune caratteristiche di dettaglio che accompagnano questa “DENATALITÀ” DILAGANTE. Si tratta di elementi che aiutano a capire i comportamenti che stanno alla base del fenomeno e di cui andrebbe tenuto conto al fine di attivare iniziative per risollevare la vitalità demografica di un Paese che sembrava destinato a scendere sotto la soglia dei 450 mila nati solo nel lontano 2045 – stando alla variante “mediana” delle stime ufficiali più aggiornate (Istat 2017) – ed è invece facile che ci arrivi con oltre vent’anni di anticipo.
O almeno così sembra debba accadere se, alla chiusura del bilancio del 2018, si confermerà l’ulteriore calo del 3,5% (circa altre 16 mila nascite perse su base annua) che emerge dal confronto tra il totale dei nati nei primi sette mesi dell’anno in corso e quello relativo allo stesso periodo del 2017. Così che, anche per il 2018 – come è accaduto in ogni anno del triennio 2015-2017 – registreremo un saldo naturale negativo (più morti che nati) di quasi 200 mila unità e vedremo la popolazione residente proseguire lungo la discesa inaugurata nel 2015.
A fronte di un tale scenario, oggettivamente poco confortante, sembra importante riflettere sui fattori che influenzano il comportamento riproduttivo della popolazione italiana e alimentano questi risultati. In tal senso, il Report “Natalità e Fecondità della popolazione residente. Anno 2017”, che Istat ha appena diffuso, ci aiuta non solo a formulare una corretta diagnosi di questo malessere demografico, ma forse può anche suggerirci una terapia per avviarne la cura.
Innanzitutto ci sono da mettere in conto elementi di cambiamento strutturale. Con l’uscita dall’età feconda delle donne nate negli anni ’60-’70 si è infatti via via ridotto il numero di potenziali madri e questo spiegherebbe circa tre quarti del calo della frequenza di nati tra il 2008 e il 2017. A ciò si aggiungono nuovi significativi orientamenti riguardo ai tempi delle scelte familiari e genitoriali: dal ritardo nell’avvio della vita di coppia, allo spostamento in avanti dell’età alla maternità, salita di oltre 2 anni tra il 1995 e il 2017 (che diventano 3 se si considera l’età alla nascita del primo figlio).
Con tali premesse, mentre il modello del figlio unico può dirsi ormai fortemente accreditato, assume crescente rilievo anche il fenomeno di rinuncia alla genitorialità. I dati mostrano come, a partire dagli anni della crisi (2008), i primi figli siano diminuiti del 25% (contro un -17% tra gli ordini successivi).
E come le donne senza figli siano aumentate da poco più di una su dieci nelle generazioni nate negli anni ’50 e ’60, al 22% (quasi una su quattro!) tra le donne nate alla fine degli anni ’70. Non serve grande lungimiranza per capire che, da un tale stato di cose ben difficilmente si potrà ricavare quell’apporto di capitale umano che serve al Paese per garantirgli sviluppo e soprattutto per dare sostegno alle crescenti esigenze che vanno prospettandosi sul fronte del welfare.
Occorre dunque cambiare le condizioni di contesto entro cui maturano le scelte riproduttive. E occorre farlo in fretta, senza illudersi che esistano magiche soluzioni. Se vogliamo affrontare seriamente il problema dobbiamo farlo combinando gli strumenti della politica e della cultura. Ad esempio, dobbiamo prendere atto che sino ad ora è stata la logica del contrasto alla povertà a dominare le scelte di politica familiare, non il sostegno alla natalità. Abbiamo spesso introdotto – anche per oggettive difficoltà di bilancio – soglie di reddito destinate ad escludere gran parte delle famiglie da qualunque forma di supporto alla genitorialità.
Ciò mentre l’esperienza di altri Paesi ha chiaramente mostrato che l’unica efficace strategia di contrasto alla denatalità è quella derivante dalla combinazione tra servizi di cura (accessibili), misure di conciliazione tra maternità e lavoro e interventi fiscali e di supporto economico concepiti a favore (anche) della classe media. I 200 mila nati in più (con circa la nostra stessa popolazione) in un Paese come la Francia o la crescita di 100 mila registrata in Germania nell’ultimo quinquennio – quando da noi accadeva il contrario – sono la dimostrazione che non è con sussidi riservati ai redditi più bassi, di importo modesto e limitati nel tempo che si raddrizzano le tendenze.
Occorrono risorse nuove ma servono anche capacità (e fantasia) per immaginare soluzioni nuove, o semplicemente per recuperare e valorizzare quelle indicazioni – tipo alcuni spunti del Piano Nazionale sulla Famiglia fermo al palo dal 2012 – che possono avviare la cura di questa nostra demografia malata. (Gian Carlo Blangiardo)

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IN ITALIA SEMPRE MENO BAMBINI: È IL MOMENTO DI MISURE STRUTTURALI

di Lorenzo Bandera, da (http://www.vita.it/ ), 14/6/2018
Nel 2017 i nati sono stati 458.151. È il numero più basso nella storia del Paese. Adeguate misure di sostegno alle famiglie potrebbero aiutare a invertire il trend?
Anche nel 2017 in Italia prosegue la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre risiedevano nel nostro Paese 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,5% dei residenti a livello nazionale. A dirlo è il Bilancio Demografico dell’Istat sull’anno 2017, i cui dati sono stati resi noti il 13 giugno scorso.
Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica complessivamente nel 2017 la popolazione residente è diminuita di 105.472 unità rispetto all’anno precedente. Un calo complessivo determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (-202.884 residenti), che solo parzialmente è stato attennutato dall’aumento della popolazione straniera (+97.412 unità). A fronte di oltre 458.000 nascite si contano infatti quasi 650.000 morti nell’anno.
LA SFIDA DEMOGRAFICA, DUNQUE, SI FA SEMPRE PIÙ COMPLESSA. COME AFFRONTARLA?
SEMPRE MENO BAMBINI
Spulciando i numeri del Bilancio a fare impressione sono soprattutto i dati sul calo delle nascite, inarrestabile dal 2008: per il terzo anno consecutivo i nati in Italia risultano meno di mezzo milione. Nel 2017 gli iscritti all’anagrafe sono stati infatti 458.151 (in calo di 15 mila unità rispetto al 2016), di cui circa 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione rispetto allo scorso anno. Si tratta del minimo storico per il nostro Paese dall’Unità.
Secondo l’Istat la diminuzione delle nascite si deve principalmente a fattori strutturali. Come riportato anche dal report sulla “Natalità e fecondità della popolazione residente (Istat 2017)” questa riduzione è in parte dovuta alle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. Da un lato, le cosiddette baby-boomers, cioè le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta, stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla). Dall’altro le generazioni più giovani sono sempre meno folte a causa, in particolare, dell’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.
IL PROBLEMA DELLA NATALITÀ ITALIANA, DUNQUE, VIENE DA LONTANO. I dati indicano tuttavia come questo si sia accentutato fortemente negli anni della crisi: come mostra anche la figura 1, il numero di nati è sceso costantemente, da 576.659 del 2008 a 458.151 del 2017.
Il fattore matrimonio
Il calo della natalità secondo l’Istat è dunque stato formente influenzato anche da fattori emersi nell’ultima decade e, in particolare, dalla diminuzione dei matrimoni e dalla conseguente non-composizione di nuovi nuclei familiari. Nel nostro Paese il legame tra nuzialità e natalità risulta ancora molto forte: nel 2016 il 70% delle nascite è avvenuto all’interno del matrimonio e tra queste oltre il 50% dei primogeniti è nato entro tre anni dalla celebrazione delle nozze. Il calo del numero di matrimoni (figura 2) è quindi per l’Istat un fattore da tenere in considerazione per comprendere il calo della natalità e, in particolare, la contrazione dei primi figli che sono passati dai 283.922 del 2008 ai 227.412 del 2016 (-20% i primi figli e -16% i figli di ordine successivo).
Questo calo, sempre secondo le valutazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica, è stato solo parzialmente attenuato dai nati fuori del matrimonio. Nel 2016 i figli nati da genitori non coniugati sono stati 141.757 e, seppur il loro peso relativo sia aumentato rispetto al totale – erano il 19,6% nel 2008 (112.849) mentre risultavano il 29,9% nel 2016 – non sono stati in grado di compensare il calo generale dei nati nello stesso periodo (da 576.659 del 2008 ai citati 473.438 del 2016).
La diminuzione dei primi matrimoni è dovuta in parte a un “effetto struttura” legato al citato cambiamento nella composizione della popolazione per età. Tuttavia la propensione al primo matrimonio, al netto dell’”effetto struttura”, può essere calcolato anche attraverso i tassi di primo-nuzialità, ottenuti rapportando gli sposi celibi e nubili per età al momento del matrimonio alle corrispondenti popolazioni maschili e femminili.
Nel 2014 questi indicatori hanno registrato un minimo storico: sono stati celebrati 421 primi matrimoni per 1.000 uomini e 463 per 1.000 donne (in diminuzione dal 2008 rispettivamente del 21,5% e 22,0%). Se consideriamo i giovani fino a 34 anni, il calo osservato nel 2014 rispetto al 2008 arriva a 27,9% per i maschi e 26,5% per le femmine. Numeri che confermano la difficoltà da parte dei giovani di dar seguito a progetti familiari, e che è avvallato dal dato sull’età media del primo matrimonio, in forte aumento rispetto al passato. Nel 2016 gli sposi avevano in media 35 anni e le spose 32: quasi due anni in più rispetto al 2008.
L’innalzamento dell’età media al primo matrimonio è in atto dalla metà degli anni Settanta ed è la conseguenza dello spostamento, di generazione in generazione, di tutte le tappe salienti del processo di transizione allo stato adulto verso età sempre più mature. La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è dovuta a molteplici fattori: l’aumento diffuso della scolarizzazione e l’allungamento dei tempi formativi, le difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni. L’effetto di questi fattori è stato amplificato negli ultimi anni dalla congiuntura economica sfavorevole che ha spinto sempre più giovani a ritardare rispetto alle generazioni precedenti le tappe della transizione verso la vita adulta. E quindi anche la formazione di una famiglia e la nascita di un figlio.
SEGNALI DI RIPRESA, MA SERVE UN WELFARE CHE SOSTENGA LA NATALITÀ
In questo quadro sconfortante è tuttavia interessante segnalare come nel 2015 la propensione alle prime nozze abbia cominciato a risalire e come nel 2016 il tasso di primo-nuzialità sia aumentato sia per i maschi (449,6 per mille) che per le femmine (496,9 per mille). L’aumento osservato sembra riguardare trasversalmente tutte le classi di età a partire dai 25 anni e, in misura più marcata, fino ai 36 anni. Sembra, quindi, essersi attenuata la tendenza a rinviare sempre più in avanti il momento delle prime nozze, anche se l’età degli sposi al primo matrimonio come detto continua a crescere. Si tratta di un aumento che, vista l’incidenza della nascita del primo figlio entro i primi tre anni di matirmonio – e grazie al miglioramento delle condizioni economiche generali – potrebbe portare un parziale recupero del numero dei nati nei prossimi anni.
Questa rinnovata volontà dei giovani di sposarsi andrebbe tuttavia sostenuta attraverso misure concrete che incentivino la scelta di avere figli. Come osservava Elena Barazzetta commentando le iniziative a sostegno della famiglia previste dalla Legge di Stabilità 2018, negli ultimi anni il nostro Paese ha introdotto diverse misure a supporto dei nuclei familiari con figli tramite Bonus mamme domani, Voucher baby-sitter, Buono asilo nidi e vari assegni di maternità, sia statali che comunali. Eppure, nonostante tutti i dati dimostrino come il primo problema del nostro Paese sia l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di ricambio generazionale necessario ad invertire il trend demografico, tali iniziative hanno un carattere una tantum. La maggior parte delle misure è confermata di anno in anno, spesso sono previste modifiche sugli importi e sui criteri di accesso, le attese per decreti attuativi e circolari giungono con diversi mesi di ritardo rispetto al via libera parlamentare.
Una situazione che certamente non aiuta la pianificazione da parte delle famiglie e che le lascia in balia di un’ampia, e spesso confusa, gamma di misure che inevitabilmente incidono sulla volontà di avere figli. E se è vero che accanto alle misure pubbliche si contanto un numero crescente di interventi messi in campo da attori del secondo welfare (si veda sempre l’articolo di Barazzetta), resta il problema di uniformità e continutià degli interventi. In questo senso appare quindi urgente che le misure di welfare a sostegno delle famiglie assumano un carattere quanto più possibile strutturale e si prevedano, ove possibile, interventi fiscali che incentivino le famiglie con figli.
MISURE STRUTTURALI E FISCALITÀ: PROPOSTE PER IL NUOVO GOVERNO
Molte forze che compongono l’attuale maggioranza in campagna elettorale (come vi avevamo raccontato qui), seppur con slogan e richiami forse discutibili, hanno avanzato proposte concrete per sostenere la natalità, sia attraverso misure ad hoc che tramite incentivi fiscali di varia natura. In questo senso l’auspicio è che dalle parole si passi presto ai fatti.
IN PRIMO LUOGO valorizzando quanto di positivo è stato fatto nella precedente Legislatura, per esempio rendendo stutturali alcune delle misure nazionali varate negli scorsi anni per favorire le nascite e la conciliazione famiglia-lavoro. Tra bonus, assegni e buoni sono infatti numerose le iniziative attive per l’anno in corso (che in parte, tra l’altro, sono già sperimentate con successo anche negli anni scorsi) che potrebbero essere mandate a regime con un minimo sforzo legislativo.
SECONDARIAMENTE, si potrebbe guardare a quanto di positivo è realizzato da diverse amministrazioni locali. I dati del Bilancio Demografico indicano come lo scorso anno l’unica area del Paese che abbia avuto un saldo naturale della popolazione positivo sia stata la Provincia autonoma di Bolzano. Mentre a livello nazionale il tasso di crescita naturale si è attestato a -3,2 per mille, a Bolzano ha raggiunto +1,8 per mille (figura 4). Un caso? Non proprio vista l’ampia gamma di servizi che a partire dagli anni Settanta sono stati implementati a sostegno delle famiglia; iniziative rese certamente possibili grazie alla forte autonomia fiscale, ma anche alla capacità di cogliere best practices provenienti da Paesi nord e centro europei che hanno una lunga esperienza su questo fronte. Oppure le esperienze della Provincia di Trento, come l’Assegno unico familiare e i Distretti Famiglia (che grazie all’Agenzia per la Famiglia e il Network nazionale dei Comuni amici della famiglia si sta cercando di replicare in altre aree del Paese). O ancora le sperimentazioni messe in campo dalla Lombardia con il Fattore Famiglia regionale e i Piani Territoriali di Conciliazione, o quelle del Comune di Milano tramite la c.d. Bebè Card.
IN TERZO LUOGO sarebbe interessante capire se a livello fiscale ci sia lo spazio per approvare il famoso “Fattore Famiglia”, o comunque un qualsiasi indicatore che permetta non solo di tener conto delle situazioni reddituali e patrimoniali delle famiglie, ma anche del numero di figli e dei loro carichi di cura. In poche parole uno strumento valutativo più equo, che permetta di superare alcune problematiche del nostro sistema fiscale che ad oggi non tiene in considerazione.
Iniziative che, ovviamente, andrebbero intraprese nel rispetto dei vincoli di bilancio. Con un debito pubblico che nel 2017 ha raggiunto quota a 2.263 miliardi di euro (131,8% del Pil) sarebbe infatti curioso implementare misure di sostegno alla natalità che andassero ad aumentare ulteriormente il peso sulle spalle delle future generazioni.
(http://www.vita.it/it/article/2018/06/14/in-italia-sempre-meno-bambini-e-il-momento-di-misure-strutturali/147226/ )

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2016/05/18/demografia-che-cambia-limpetuosa-mobilita-globale-mette-in-crisi-dati-e-casualita-dei-suoi-parametri-natalita-mortalita-limmigrazione-verso-i-paesi-del-nord-del-mondo/

https://geograficamente.wordpress.com/2016/02/11/demografia-limpetuosa-crescita-della-popolazione-in-africa-india-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-e-le-culle-vuote-dei-paesi-ricchi-la-necessita-di-un-riequilibrio-mondiale-per-rime/

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