I CAMBIAMENTI CLIMATICI: rimedi “NON SOLO TECNICI” o di politica globale (le pur importanti Conferenze sul Clima); ma una RICONVERSIONE ECOLOGICA del modo di vivere il pianeta, le CITTA’, i consumi in famiglia – Per un APPROCCIO ALLA NATURA SINCERO che fermi il declino ambientale

CAMBIAMENTI CLIMATICI: PIÙ DI 19 MILIONI DI BAMBINI DEL BANGLADESH A RISCHIO – Secondo lo studio “Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangladesh” del’Unicef, il futuro di più di 19 milioni di bambini del Bangladesh è a rischio per inondazioni devastanti, cicloni e altri disastri ambientali legati al cambiamento climatico. L’Unicef dice che «La topografia piatta del Paese, la densità della popolazione e le infrastrutture deboli» rendono il Bangladesh «Eccezionalmente vulnerabile alle potenti e imprevedibili forze che il cambiamento climatico sta mettendo insieme». In uno dei Paesi più poveri e affollati del mondo la minaccia climatica è presente ovunque: dalle alluvioni ricorrenti alle pianure del nord soggette alla siccità, fino alla costa sul Golfo del Bengala devastata dalle tempeste. (testo e foto da http://www.blueplanetheart.it/, 5/4/2019)

   La temperatura media dell’atmosfera alla superficie delle terre emerse e dei mari di tutto il pianeta è aumentata di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Questa è la valutazione che propone l’IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito da Organismi dell’ONU nel 1988). E misure più recenti ci dicono che rispetto al 2012 la temperatura media è ulteriormente aumentata. Di circa un grado, rispetto all’anno di riferimento, il 1880. Ma va detto anche che l’aumento della temperatura in questi 130 e più anni non è stato lineare: nel periodo compreso tra il 1950 e il 2012 c’è stata un’accelerazione dei dati negativi.

CAMBIAMENTO CLIMATICO: IL MEDIO ORIENTE POTREBBE DIVENTARE UN DESERTO – Se le politiche non cambiano il riscaldamento globale potrebbe superare i 2 gradi celsius entro il 2035. LE EMISSIONI DI CO2 COLPISCONO LE COLTURE: MENO ZINCO, FERRO E PROTEINE. SICCITÀ, DISASTRI NATURALI E CIBO SENZA NUTRIENTI. Gli esperti: “Sempre più vicini al punto di non ritorno” (testo e immagine da http://www.asianews.it)

   E non che la rivoluzione industriale (dell’Ottocento, della prima metà del Novecento, anche con lo sviluppo bellico delle due guerre mondiali), fosse “più ecologica” rispetto al secondo dopoguerra fino a noi (pensiamo al massiccio uso del carbone, a quasi nessuna prevenzione industriale del contenimento degli inquinanti…).

   A peggiorare le condizioni climatiche sono aumentati dal secondo dopoguerra fattori contingenti di allargamento dell’inquinamento, e così anche dell’effetto serra, e dell’aumento conseguente della temperatura globale. Come la DEMOGRAFIA, che mostra una popolazione mondiale in forte crescita (ora 7,7 miliardi, nel 2050, secondo l’ONU, e sarà di 10 miliardi, e poi 11 miliardi nel 2100….). Poi c’è il “FATTORE SVILUPPO INDUSTRIALE e dei beni di consumo” che si è ALLARGATO AI PAESI EMERGENTI: dell’Asia (Cina, India…), ma anche dell’America latina (pensiamo al Brasile…) e più in generale a tutti i continenti del sud del mondo…

LANGER: UNA COSTITUENTE ECOLOGICA? – Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la DESIDERABILITÀ SOCIALE DI MODI DI VIVERE, DI PRODURRE, DI CONSUMARE COMPATIBILI CON L’AMBIENTE, bisognerà forse cominciare ad IMMAGINARE UN PROCESSO COSTITUENTE, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto CULTURALE e SOCIALE, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come UNA “COSTITUENTE ECOLOGICA” (ALEX LANGER, intervento ai “Colloqui di Dobbiaco 94” sul tema del «Benessere ecologico», 8-10 settembre 1994)

   E ovviamente, perché chiedere misure drastiche di protezione ambientale dall’inquinamento a Paesi che iniziano il loro sviluppo, che si addentrano nel benessere (possono mandare i figli a scuola, hanno una qualche inizio di protezione sanitaria, si possono spostare con mezzi propri, cioè acquistano come noi un’auto…), come pensare di negare un processo di uscita dalla povertà imponente che è iniziato in questi ultimi vent’anni? … Mentre “noi” il nostro benessere è iniziato, è sorto, molti decenni (secoli) fa, e lo abbiamo raggiunto tagliando le foreste, usando fonti energetiche assai inquinanti (il carbone, il petrolio..), depredando le risorse naturali non rinnovabili, senza farci tanti problemi…e continuiamo a fare così.

La temperatura media dell’atmosfera alla superficie delle terre emerse e dei mari di tutto il pianeta è aumentata di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Questa è la valutazione che propone l’IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito da Organismi dell’ONU nel 1988)

   Tra l’altro, di fatto sta ora avvenendo una vera e propria INGIUSTIZIA CLIMATICA: le maggiori emissioni di gas serra provengono adesso dalle nazioni più ricche, ma sono (e saranno) quelle più povere a pagarne maggiormente le conseguenze.

POPOLAZIONE MONDIALE: NEL 2050 SAREMO 10 MILIARDI (da https://www.focus.it/ ) “WORLD POPULATION PROSPECTS”, IL NUOVO RAPPORTO DELL’ONU SULLA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE E SUGLI SCENARI ECONOMICI E SOCIALI alla base dello studio: scenari, dati demografici e sociali presentati nel rapporto dell’ONU World Population Prospects 2019) – LA POPOLAZIONE MONDIALE CONTINUA A CRESCERE, anche se a piccoli passi e a un ritmo più lento di quanto stimato in precedenza: eravamo circa 2 miliardi nel 1927 e 6 miliardi a fine ‘900, adesso siamo circa 7,7 miliardi, le proiezioni a 30 anni mostrano che nel 2050 toccheremo i 9,7 miliardi e tutti gli indicatori suggeriscono che a fine secolo, nel 2100, sulla Terra cammineranno 11 miliardi di persone. (immagine da https://www.focus.it/ )

   Il tentativo di “aiutare” (sincero??) i Paesi in via di sviluppo ad attuare un incremento di benessere compatibile (rispettoso) con l’ambiente dirottando risorse finanziarie verso quei Paesi, che è un po’ la scommessa della Conferenza di Parigi (COP21 del dicembre 2015, attuata nel novembre dell’anno dopo), di limitazione del riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo, e per questo impegnandosi a fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno economico internazionale continuo e più consistente all’adattamento… questo tentativo forse è l’ultima seria possibilità.

i giovani contro il pianeta malato

   Sarà vero (l’impegno dei ricchi a finanziare i poveri per un loro sviluppo “più ecologico”)? Servirà? Non sappiamo. Ma questi tentativi di accordi internazionali, la volontà di “esserci” su tematiche così globali (come sono i cambiamenti climatici), oltre ogni confine, paiono cose da non trascurare e, partendo anche da realtà “piccole” (città, comunità, singole persone…), provarle nella propria pratica della gestione e vita quotidiana (delle CITTÀ, delle PERSONE, delle FAMIGLIE nei propri consumi…), dando il senso di un PROGETTO COMUNE VERSO UN CAMBIAMENTO DI ROTTA, una perlomeno riduzione drastica del tragico problema del cambiamento climatico che già stiamo concretamente percependo, tutto questo appare buono. L’OTTIMISMO DELLA VOLONTÀ sul PESSIMISMO DELLA RAGIONE.

PAPA FRANCESCO: APPELLO PER “SALVARE IL NOSTRO MONDO DALL’INDIFFERENZA E DALL’IDOLATRIA DEL DENARO”. “IL TEMPO È ESSENZIALE” – “Che apprezziamo ciò che è importante, non ciò che è superfluo; che correggiamo i nostri conti nazionali e i conti dei nostri ‘affari’, in modo tale da non perseguire più quelle attività che stanno distruggendo il nostro pianeta; che poniamo termine alla dipendenza globale dai combustibili fossili; che apriamo un nuovo capitolo di energia pulita e sicura, che ad esempio utilizzi risorse rinnovabili come il vento, il sole e l’acqua; soprattutto, che agiamo con prudenza e responsabilità nelle nostre economie per venire realmente incontro alle necessità umane, per promuovere la dignità umana, per aiutare i poveri, e per liberarci dall’idolatria del denaro che crea così tante sofferenze”. (….) “in qualità di amministratori delle finanze del mondo, vi poniate d’accordo su un piano comune, che sia in armonia con la scienza del clima, con la nuova ingegneria dell’energia pulita e anzitutto con l’etica della dignità umana”. “Vi esorto a chiedere ai vostri colleghi Ministri delle Finanze di tutto il mondo di unire i vostri sforzi e i vostri piani”, la preghiera del Papa: “Possa il vostro lavoro con gli scienziati e i tecnici e con i popoli delle vostre nazioni, specialmente con i più poveri, raggiungere gli OBIETTIVI DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE e dell’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA. Una volta che il piano comune sia concordato dai vostri Governi, spero che possiamo nuovamente incontrarci, per ringraziare Dio per la sua misericordia che ci consente di correggere il nostro cammino prima che sia troppo tardi. Il tempo è essenziale. Attendiamo la vostra decisiva azione per il bene di tutta l’umanità”. (27/5/2019, da https://agensir.it/quotidiano/) (nella FOTO: 17 apr 2019 FRIDAYS FOR FUTURE a Roma: PAPA FRANCESCO incontra GRETA: “Vai avanti” – da “la Repubblica”)

   Azioni di un possibile governo mondiale, fatto sì di “stati nazione”, ma anche di comunità e persone che ci credono, di una società diffusa di persone e individualità, con l’obiettivo di rinaturalizzazione del pianeta (che poi sentiamo come nostra esigenza di vivere bene, nelle città, nella natura…) (s.m.)

IL PIANO LANGER, edito da PEOPLE, 2019, euro 9,60, a cura di GIUSEPPE CIVATI, con prefazione di LUCIO CAVAZZONI e postfazione di IRENE SCAVELLO. – «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» – Una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate − come è ovvio − in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli)

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PIOGGE MONSONICHE IN ASIA: INONDAZIONI E FRANE TRA BANGLADESH E INDIA, ALMENO 180 MORTI
di Filomena Fotia 16 luglio 2019 da http://www.meteoweb.eu/
– Ogni anno le piogge monsoniche in Asia portano con sé anche una scia di vittime e distruzione –
Le piogge monsoniche hanno innescato inondazioni e frane, provocando la morte di almeno 180 persone nell’Asia meridionale, secondo un nuovo bilancio emesso dalle autorità dei Paesi colpiti.
Il monsone, tipico del periodo tra giugno a settembre, è fondamentale per irrigare le colture e influisce sull’approvvigionamento idrico del subcontinente, che ospita un quinto della popolazione mondiale.
Ogni anno, la pioggia porta con sé anche una scia di vittime e distruzione: almeno 5 bambini sono annegati in Bangladesh, portando il bilancio delle vittime a 34. Altre 10 persone sono morte nei campi profughi Rohingya nel sud-est del Paese, dove i temporali hanno distrutto migliaia di capanne. Le inondazioni nel nord hanno colpito centinaia di migliaia di persone.
In Nepal almeno 67 persone sono morte a causa delle inondazioni.
In India hanno perso la vita circa 50 persone. Oltre 83mila gli sfollati.
Nel Cachemire pakistano le autorità hanno segnalato 23 morti e 120 case danneggiate da improvvise inondazioni.
Le Nazioni Unite hanno annunciato “di essere pronte a lavorare con le autorità dei Paesi colpiti nella loro risposta ai bisogni umanitari derivanti dalla stagione dei monsoni in corso“.
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CAMBIAMENTI CLIMATICI: PIÙ DI 19 MILIONI DI BAMBINI DEL BANGLADESH A RISCHIO
da http://www.blueplanetheart.it/, 5/4/2019
– I profughi climatici delle zone rurali migrano nelle grandi città e all’estero –
http://www.greenreport.it
Secondo lo studio “Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangladesh” del’Unicef,il futuro di più di 19 milioni di bambini del Bangladesh è a rischio per inondazioni devastanti, cicloni e altri disastri ambientali legati al cambiamento climatico. L’Unicef dice che «La topografia piatta del Paese, la densità della popolazione e le infrastrutture deboli» rendono il Bangladesh «Eccezionalmente vulnerabile alle potenti e imprevedibili forze che il cambiamento climatico sta mettendo insieme».
In uno dei Paesi più poveri e affollati del mondo la minaccia climatica è presente ovunque: dalle alluvioni ricorrenti alle pianure del nord soggette alla siccità, fino alla costa sul Golfo del Bengala devastata dalle tempeste.
Attualmente, circa 12 milioni dei 19,4 milioni di bambini più a rischio per i cambiamenti climatici vivono all’interno o nelle vicinanze dei grandi sistemi fluviali che attraversano il Bangladesh e che provocano regolarmente devastanti alluvioni. Sinon Ingram dell’Unicef sottolinea che «Il pericolo rappresentato dalle inondazioni è estremo ed è quasi su base annuale. Le ultime grandi alluvioni che hanno colpito il Bangladesh ci sono state nel 2017 quando qualcosa come 8milioni di persone sono state colpite da una serie di eventi alluvionali».
Le grandi inondazioni del fiume BRAHMAPUTRA hanno inondato almeno 480 centri sanitari comunitari e danneggiato circa 50.000 pozzi, che sono essenziali per soddisfare le esigenze idriche delle comunità. «Questo ha avuto un enorme effetto anche in termini di sfollati e di espulsione delle famiglie dalle loro case – aggiunge Ingram – oltre alla distruzione che ha causato alle strutture sanitarie e ai servizi di base come acqua e servizi igienici».
Oltre alle comunità a rischio che vivono vicino ai fiumi, altri 4,5 milioni di bambini che vivono nelle aree costiere sono regolarmente colpiti da potenti cicloni. Tra questi ci sono quasi mezzo milione di bambini rifugiati Rohingya che sono fuggiti dal vicino Myanmar a partire dall’agosto 2017, in seguito alle persecuzioni degli estremisti buddisti e dell’esercito e che ora vivono in fragili rifugi costruiti con bambù e plastica. Altri 3 milioni di bambini a rischio vivono in comunità agricole dell’entroterra che soffrono per prolungati periodi di siccità.
Il rapporto Unicef evidenzia che «Anche l’innalzamento del livello del mare e l’intrusione incontrollata dell’acqua salata sono una seria minaccia per le donne incinte», La salinizzazione dell’acqua potabile sta facendo aumentare malattie come la preeclampsia e ipertensione tra le donne che vivono sulla costa del Bangladesh.
Una delle conseguenze della lunga lotta del Bangladesh contro gli elementi naturali è emigrazione interna ed esterna delle famiglie che abbandonano le zone rurali e si dirigono verso le grandi città come Dhaka e Chittagong, dove i diritti dei bambini vengono spesso violati, o cercano. Quando possono, una nuova vita all’estero, Italia compresa.
Ingram fa notare che «Nelle città del Bangladesh ci sono già circa 6 milioni di rifugiati climatici e questo numero sta crescendo rapidamente. I bambini profughi climatici vivono spesso in quelli che Ingram descrive come «ambienti brutali dove sono costretti a difendersi da soli, mentre molti bambini vengono spinti verso forme molto pericolose di lavoro minorile. Molte ragazze che finiscono per dover fare matrimoni precoci perché le loro famiglie non possono più badare a loro. E ci sono altre ragazze che finiscono anche in quello che è chiaramente un commercio del sesso fiorente e in espansione nelle città».
Ma di fronte a questo disastro climatico e umano, le comunità più povere del Bangladesh stanno anche dimostrando un’eccezionale resilienza e nel sud del Paese si è creato un gruppo di 1.500 attivisti giovanili di YouthNet che lavorano nelle regioni costiere e in quelle più vulnerabili al clima in tutto il Paese, diffondendo informazioni sulla preparazione alle catastrofi, sull’acqua e sui servizi igienico-sanitari, sull’igiene mestruale, sulla violenza di genere e sul matrimonio infantile.
Ingram conclude: «Ci chiediamo come potranno mai sopravvivere, eppure c’è anche la sensazione che la società stia cambiando. Hanno davvero imparato molto durante l’ultima strategia sui cambiamenti climatici che il governo ha istituito nel 2009 e che sta rinnovando».

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da https://ilbolive.unipd.it/it/news/

IL CLIMA È GIÀ CAMBIATO, E QUESTI SONO GLI EFFETTI

di Pietro Greco e Antonio Massariolo, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/, 25/6/2019
Il clima del pianeta Terra non si accinge a cambiare. È già cambiato. I mutamenti significativi che sono stati registrati dalla comunità scientifica sono diversi. E sono tutti convergenti. Proviamo a riassumerli.
LA TEMPERATURA E’ AUMENTATA DI 1,0 °C
La temperatura media dell’atmosfera alla superficie delle terre emerse e dei mari di tutto il pianeta è aumentata di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Questa è la valutazione che propone l’IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito da Organismi dell’ONU nel 1988, ndr) dopo aver analizzato la gran parte della letteratura scientifica sull’argomento. Ovvero, dopo aver tenuto in conto la maggior parte delle ricerche realizzate dagli scienziati esperti di clima di tutto il mondo.
Misure più recenti ci dicono che rispetto al 2012 la temperatura media è ulteriormente aumentata. Di circa un grado, rispetto all’anno di riferimento 1880.
Riferiamoci, per comodità, al dato IPCC relativo al 2012 di 0,85 °C di aumento. Occorre dire che quel dato, 0,85 °C, è un valore medio: L’INCREMENTO DELLA TEMPERATURA IN QUESTI 130 E PIÙ ANNI È INFATTI COMPRESO IN UN INTERVALLO CHE VA DI UN MINIMO 0.65 °C E UN MASSIMO DI 1.06 °C. Gli scienziati sanno che tutte le misure che effettuano, anche le più sofisticate, sono affette da errore. Anzi, da più tipi di errori: sistematici o casuali. Per questo esiste una teoria matematica che consente di valutare la dimensione degli errori possibili: la teoria si chiama, appunto, “teoria degli errori”. Per questo a ogni dato scientifico è associato un errore.
Anche gli studiosi del clima sono consapevoli che le loro misure sono affette da errori. E, di conseguenza, sono in grado di valutare la dimensione degli errori possibili sulle misure effettuate. Nel caso dell’aumento della temperatura media a scala planetaria l’errore calcolato cui fanno riferimento gli esperti dell’IPCC è di ± 0,2 °C intorno al valore medio di 0,85 °C. Ecco perché, nel rapporto 2014 sui cambiamenti climatici pubblicato dal Working Group I dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) la variazione riportata è 0.85 [0.65-1.06] °C.
In realtà l’IPCC propone un secondo metodo di misura, fondato sulle medie di diversi periodi (per esempio, la media del periodo1850-1900 e del periodo 2003-2012). I risultati non sono molto diversi e noi, per semplicità, trascuriamo questo secondo metodo.
L’AUMENTO DELLA TEMPERATURA IN QUESTI 130 E PIÙ ANNI NON È STATO LINEARE. Per esempio, nel periodo compreso tra il 1950 e il 2012 la temperatura media alla superficie del pianeta è aumentata a una velocità di 0,12 °C per decade (0,08-0,14 °C), mentre nel periodo compreso tra il 1998 e il 2012 la temperatura è aumentata al ritmo di 0,05 °C per decade (-0,05-0,15). Si ritiene che questo rallentamento non sia strutturale, ma dovuto a un fenomeno che interessa periodicamente l’Oceano Pacifico chiamato El Niño, su cui presto ritorneremo.
E, infatti, negli ultimi anni LA TEMPERATURA È RITORNATA A CRESCERE A UN RITMO MOLTO SOSTENUTO: (…) ci sono stati due periodi – tra il 1850 e il 2012 – in cui la temperatura media del pianeta è nettamente aumentata: il primo tra il 1920 e il 1950 e il secondo tra il 1980 e il 2019. In questa seconda periodo la temperatura è aumentata con la maggiore velocità.
LA TEMPERATURA È AUMENTATA SU QUASI TUTTO IL PIANETA
La temperatura media dell’atmosfera alla superficie del pianeta è aumentata ovunque, sia sugli oceani sia sulla terraferma. Solo in alcune zone dell’Atlantico settentrionale e degli Stati Uniti la temperatura è leggermente diminuita, in tutto il resto del mondo (dove sono state effettuate misure sufficientemente rigorose e continue, s’intende) la temperatura è aumentata. In maniera molto netta (colore violaceo) nella fascia centrale dell’Asia, nel Nord e nel Sud America, in alcune zone dell’Africa.
Questo aumento generale della temperatura rispetto al 1850 ha generato molti fenomeni osservabili:
– GIORNI E NOTTI PIÙ CALDI (aumento del fenomeno considerato MOLTO PROBABILE dall’IPCC);
– ONDE DI CALORE (aumento del fenomeno considerato probabile);
– aumento di frequenza, intensità e/o quantità di FORTI PRECIPITAZIONI ovvero di fenomeni meteorologici estremi (aumento del fenomeno considerato PROBABILE sulla maggior parte della superficie terrestre);
– aumento della intensità e durata della SICCITÀ (fenomeno considerato PROBABILE, ma solo in alcune regioni);
– aumento delle TEMPESTE TROPICALI e dei cicloni (fenomeno considerato PROBABILE in alcune regioni e VIRTUALMENTE CERTO nell’Atlantico settentrionale dal 1970);
– aumento del LIVELLO DEI MARI per effetto diretto dell’aumento della temperatura (fenomeno considerato PROBABILE dal 1970 a oggi).
LA TEMPERATURA DELLE ACQUE DEGLI OCEANI È AUMENTATA DI 0,44 °C TRA IL 1971 E IL 2010
Secondo l’IPCC nei quarant’anni compresi tra il 1971 e il 2010 la temperatura media delle acque degli oceani nello strato più superficiale (tra 0 e 75 metri di profondità), è aumentata in media di 0,11 [0,01-0,13] °C per decennio.
Ma le acque degli oceani non sono alla medesima temperatura. Più si scende in profondità più la temperatura diminuisce. In realtà gli oceani è come se fossero fatti a strati, La temperatura diminuisce con la profondità (un andamento che gli esperti definiscono termoclino). La diminuzione segue l’andamento in figura.
Ebbene, l’IPCC ha ricostruito le variazioni di temperatura nei vari strati degli oceani, giungendo a queste conclusioni:
– è VIRTUALMENTE CERTO che nel periodo 1971-2010 sia aumentata LA TEMPERATURA IN TUTTO LO STRATO SUPERIORE, compreso tra 0 e 700 metri di profondità;
– è PROBABILE che, sempre in questo strato, la temperatura sia aumentata anche nel secolo che intercorre tra il 1870 e il 1970.
– è PROBABILE che gli oceani si siano riscaldati nello STRATO CHE VA DA 700 A 2.000 METRI DI PROFONDITÀ nel periodo compreso tra il 1957 e il 2009;
– è PROBABILE che non ci siano state modifiche sostanziale nello STRATO COMPRESO TRA 2.000 E 3.000 METRI nel periodo compreso tra il 1957 e il 2009;
– è PROBABILE che sia avuto un riscaldamento OLTRE I 3.000 METRI e fino al fondo marino nel periodo compreso tra il 1957 e il 2009.
Tutte queste variazioni non sono cosa da poco. Perché il 90% dell’energia in surplus che si è accumulata tra il 1971 e il 2010 è contenuta proprio negli oceani. In particolare, il 60% è contenuto negli strati superiori (fino a 700 metri) e il 30% in quelli inferiori (oltre 700 metri di profondità).
L’IPCC sostiene anche che sia MOLTO PROBABILE che le regioni ad ALTA SALINITÀ (quelle più calde dove c’è maggiore evaporazione) siano diventata più salate, mentre la salinità sia ulteriormente diminuita nelle regioni oceaniche dove è più bassa.
Cambiamenti nella temperatura e nella salinità potrebbero comportare modifiche e forse anche interruzione della circolazione termoalina, ovvero del grande nastro trasportatore che rimescola le acque degli oceani.
Finora, tuttavia, non si sono rilevati cambiamenti nella circolazione termoalina dell’Atlantico, quella meglio studiata. Il sistema regge ancora.
I MARI STANNO DIVENTANDO PIÙ ACIDI
I chimici misurano l’acidità in unità di pH, un parametro di natura logaritmica. Secondo il WGI dell’IPCC il pH degli oceani, rispetto all’era pre-industriale, si è abbassato di 0,1 unità di pH, vale a dire che la concentrazione di ioni H+ è aumentata del 26%. Il fenomeno è dovuto al fatto che, in questi ultimi 150 anni, gli oceani hanno assorbito il 30% delle nuove emissioni di CO2. L’anidride carbonica reagisce con l’acqua, generando l’acido carbonico H2CO3 che in soluzione acquosa libera ioni H+. Detta in altri termini, l’anidride carbonica in acqua produce acidità. (Pietro Greco e Antonio Massariolo)

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IL MANIFESTO DI ALEXANDER LANGER PER UNA NUOVA POLITICA ECOLOGICA: PIÙ “LENTA, DOLCE, PROFONDA”
da https://www.linkiesta.it/it/ del 3/5/2019
La sensibilizzazione non basta, le prese di posizione radicali rischiano di portare a esiti violenti: la politica deve partire da una cultura nuova, che abbia le radici anche in esperienze religiose, estetiche, etiche, etniche per rifondare un nuovo approccio al mondo e allo sviluppo
* Pubblichiamo un estratto del libro Il piano Langer, edito da People, a cura di Giuseppe Civati, con prefazione di Lucio Cavazzoni e postfazione di Irene Scavello.
«La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» – Una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate − come è ovvio − in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli) –
(Intervento ai “Colloqui di Dobbiaco 94” sul tema del «Benessere ecologico», 8-10 settembre 1994)
1. Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà. Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà. Di tale falsa ricchezza si può anche perire, come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento ecc. Falso benessere come liberazione da supposta indigenza è la nostra malattia del secolo, nella parte industrializzata e “sviluppata” del pianeta. Ci si è liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche, debolezze − forse tra poco anche della morte naturale − in cambio abbiamo radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei desideri. Tutto è diventato fattibile ed acquistabile, ma è venuto a mancare ogni equilibrio.
Non solo l’apprendista stregone è il personaggio-simbolo del nostro tempo. L’antico Re Mida − che ottenne il compimento del suo desiderio che ogni cosa che toccava si trasformasse in oro − ci appare come il vero patrono dei culti del progresso e dello sviluppo, l’attualissimo predecessore dei benefici della nostra civiltà.
2. Non si può più far finta di non sapere, l’allarme è ormai suonato da almeno un quarto di secolo ed ha generato solo provvedimenti frammentari e settoriali
Da qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono praticamente tutti gli aspetti di questo impoverimento da cosiddetto benessere. Quasi non si sta più a sentire quando si recita, più o meno completa, la litania delle catastrofi ambientali.
Un quarto di secolo è stato impiegato a scoprire, analizzare, diagnosticare e prognosticare, a dare l’allarme, a lanciare appelli e proclami, a varare leggi e convenzioni, a creare istituzioni incaricate a rimediare. La tutela tecnica dell’ambiente è notevolmente migliorata nel mondo industrializzato, si sono registrati singoli successi, alcune acque si stanno rivitalizzando, certe specie in pericolo di estinzione si sono salvate, cominciano a circolare detersivi, carburanti ed imballaggi “ecologici”…
3. Perché l’allarme non ha prodotto la svolta? È già finito l’intervallo di lucidità (Stoccolma 1972 − Rio 1992)?
Allarmi catastrofisti, lamenti, manifestazioni, boicottaggi, raccolte di firme… − tutto ciò ha aiutato a riconoscere l’emergenza: le malattie sono state diagnosticate, le possibilità di guarigione studiate e discusse − terapie complessive non sono state ancora attuate. E soprattutto: appare tutt’altro che assicurata la volontà di guarigione, che, se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto però che le cause dell’emergenza ecologica non risalgono ad una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura.
C’è da meravigliarsi se oggi persino la diagnosi risulta controversa? Silvio Berlusconi, a capo del governo della cosiddetta Seconda Repubblica, sin dal suo discorso inaugurale alla Camera ha ritenuto di dover ironizzare sull’allarme per l’effetto-serra: “forse il nostro pianeta comincerà ad intiepidirsi in un lasso di tempo pari a quello che ci divide addirittura dalla morte di Caio Giulio Cesare”. C’è da pensare che dunque ci resta ancora tanto tempo per cementificare, dissipare, disboscare!
Vuol dire che l’intervallo di lucidità che si potrebbe situare tra le due conferenze mondiali sull’ambiente (Stoccolma 1972 − Rio de Janeiro 1992) è già terminato? Si è fatto il pieno di lamenti ed allarmi e si pensa ora che la riunificazione del mondo tra Est e Ovest vada celebrata con nuovi fasti di crescita?
4. “Sviluppo sostenibile” − pietra filosofale o nuova formula mistificatrice?
Da qualche anno (rapporto Brundtland, 1987) la formula magica dello “sviluppo sostenibile” sembra essere la quadratura del cerchio così lungamente cercata. Nella formula è racchiusa una certa consapevolezza della necessità di un limite alla crescita, di una qualche autolimitazione della parte altamente industrializzata ed armata dell’umanità, come pure l’idea che alla lunga sia meglio puntare sull’equilibrio piuttosto che sulla competizione selvaggia; ma il termine “sviluppo” (o crescita, come in realtà si dovrebbe dire senza tanti infingimenti) è rimasto parte del nuovo e virtuoso binomio. Purtroppo basta guardare ai magri risultati della Conferenza di Rio per comprendere quanto lontani si sia ancora da una reale correzione di rotta. Sembra che il nuovo termine indichi piuttosto la propensione ad un nuovo ordine mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad usare con più parsimonia e razionalità le sue risorse, sotto una sorta di supervisione e tutela del Nord: non appare un obiettivo mobilitante per suscitare l’impeto globalmente necessario per la conversione ecologica.
5. A mali estremi, estremi rimedi? (“Muoia Sansone con tutti i filistei”? Eco-dittatura?)
Di fronte ai vicoli ciechi nei quali ci troviamo, può succedere che qualcuno tenti estreme vie d’uscita. Anche tra ecologisti, pur così propensi ad una cultura della moderazione e dell’equilibrio, può esserci chi − seppure oggi in posizione isolata − pensa a rimedi estremi. Scegliamone i due più rilevanti: il primo potrebbe essere caratterizzato con “muoia Sansone e tutti i filistei”: la convinzione che la catastrofe ambientale sia inevitabile e non più rimediabile, e che pertanto tocchi mettere in conto disastri epocali come ne sono avvenuti altri nel corso dell’evoluzione del pianeta. In mancanza di aggiustamenti tempestivi ed efficaci, la svolta ecologica verso un nuovo equilibrio sostenibile verrebbe imposta da tali disastri.
L’altro “rimedio estremo” che si potrebbe agitare, sarebbe lo “Stato etico ecologico”, l’eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente illuminato e possibilmente mondiale. Visto che l’umanità ha abusato della sua libertà, mettendo a repentaglio la propria sopravvivenza e quella dell’ambiente, qualcuno potrebbe auspicare una sorta di tutela esperta ed eticamente salda ed invocare la dittatura ecologica contro l’anarchia dei comportamenti anti-ambientali.
Si deve dire chiaramente che simili ipotetici “estremi rimedi” si situano al di fuori della politica − almeno di una politica democratica. Ogni volta che si è sperimentato lo Stato etico in alternativa a situazioni o stati anti-etici (e quindi senz’altro deplorevoli), il bilancio etico della privazione di libertà si è rivelato disastroso. E l’attesa della catastrofe catartica non richiede certo alcuno sforzo di tipo politico: per politica si intende l’esatto contrario della semplice accettazione di una selezione basata su disastri e prove di forza.
Quindi si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica, ed inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell’intreccio assai complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici, legislativi, amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il colpo grosso, l’atto liberatorio tutto d’un pezzo che possa aprire la via verso la conversione ecologica: i passi dovranno essere molti, il lavoro di persuasione da compiere enorme e paziente.
6. La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? «Lentius, profundius, suavius», al posto di «citius, altius, fortius»
La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della catastrofe, lo si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed efficace, altrettanto si può dire delle leggi e controlli; e la stessa analisi scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta, sinora il desiderio di un’alternativa globale − sociale, ecologica, culturale − non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario.
Né singoli provvedimenti, né un migliore “ministero dell’ambiente” né una valutazione di impatto ambientale più accurata né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità − per quanto necessarie e sacrosante siano − potranno davvero causare la correzione di rotta, ma solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile.
Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico «citius, altius, fortius» (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in «lentius, profundius, suavius» (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso.
Ecco perché una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate − come è ovvio − in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella competizione democratica.
7. Possibili priorità nella ricerca di un benessere durevole
I passi che qui si propongono − intrecciati ed interdipendenti tra loro − fanno parte di una visione favorevole al cambiamento e potrebbero a loro volta incoraggiare nuovi cambiamenti. Purché ogni passo limitato e parziale si muova in una direzione chiara e comprensibile, ed i vantaggi non siano tutti rimandati ad un futuro impalpabile.
a) bilancio ecologico
Gli attuali bilanci pubblici e privati sono tutti basati su dati finanziari. Sintanto che non si avranno in tutti gli ambiti (Comune, Provincia, Regione, Stato, ce…) accurati bilanci della reale economia ambientale che facciano capire i reali “profitti” e le reali perdite, non sarà possibile sostituire gli attuali concetti di desiderabilità sociale, e tanto meno un cambiamento dell’ordine economico.
b) ridurre invece che aumentare i bilanci
Ogni discorso sulla necessità della svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l’obiettivo economico di fondo e sino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad aumentare di anno in anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà finalmente decidersi alla crescita-zero e poi a qualche riduzione − naturalmente con la necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o economici.
c) favorire economie regionali invece che l’integrazione nel mercato mondiale
Sino a quando la concorrenza sul mercato mondiale resterà il parametro dell’economia, nessuna correzione di rotta in senso ecologico potrà attuarsi. La rigenerazione delle economie locali, invece, renderà possibile − tra l’altro − una gestione più moderata e controllabile dei bilanci, compreso quello ambientale.
d) sistemi tariffari e fiscali ecologici, verità dei costi
Di fronte ad un mercato che addirittura postula e premia comportamenti anti-ecologici, visto che non ne fa pagare i costi, si rende indispensabile un sistema fiscale e tariffario orientato in senso ambientale, che imponga almeno in parte una maggiore trasparenza e verità dei costi: imprenditori e consumatori devono accorgersi dei costi reali del massiccio trasporto merci, degli imballaggi, del dispendio energetico, dell’inquinamento, del consumo di materie prime, ecc.
e) allargare e generalizzare la valutazione di impatto ambientale
Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, ecc.), produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione di impatto ambientale − nel senso più comprensivo di una reale valutazione delle conseguenze ecologiche, ma anche sociali e culturali a breve e lungo termine di ogni progetto − dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti. Così come altre società, passate o presenti, proteggevano con norme fondamentali e tabù (sulla guerra, l’ospitalità, l’incesto…) le loro scelte di fondo, oggi abbiamo bisogno di norme fondamentali a difesa della valutazione di impatto ambientale − non importa se si tratti di autostrade, missili, biotecnologie, forme di produzione di energia o introduzione di nuove sostanze chimiche di sintesi. Tale valutazione non potrà avvenire senza l’intervento dei più diretti interessati e postulerà una Corte ambientale a suo presidio.
f) redistribuzione del lavoro, garanzie sociali
Solo una vasta redistribuzione sociale del lavoro (e quindi dei “posti di lavoro” socialmente riconosciuti) permetterà la necessaria correzione di rotta. L’ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di conversione ecologica (che si chiuda una fabbrica d’armi o un impianto chimico…) è un investimento importante ed utile quanto e più di tanti altri, e se si indennizzano i proprietari di terreni che devono cedere ad un’autostrada, non si vede perché altrettanto non debba avvenire nei confronti di operai o impiegati che devono cedere alla ristrutturazione ecologica.
g) riduzione dell’economia finanziaria, sviluppo della “fruizione in natura”
Sino a quando ogni forma di economia sarà canalizzata essenzialmente attraverso il denaro, sarà assai difficile far valere dei criteri ecologici, e ci saranno pesanti ingiustizie socio-ecologiche: chi può pagare, potrà anche inquinare. Un processo di “rinaturalizzazione” − che allontani dalla mercificazione generalizzata (dove tutto si può vendere e comperare) e valorizzi invece l’apporto personale e non fungibile − potrebbe aiutare a scoprire un diverso e maggior godimento della natura, del lavoro, dello scambio sociale. Le «res communes omnium» (dalla fontana pubblica alla spiaggia, dalla montagna alla città d’arte) non si difendono col ticket in denaro, bensì con l’esigere una prestazione personale, con un legame col volontariato, ecc.
h) sviluppare una pratica di partnership
La necessaria autolimitazione ecologica riesce più convincente se si fa esperienza diretta di interdipendenza e partnership: nella nostra attuale condizione, forse potrebbero essere alleanze o patti “triangolari” (Nord/Sud/Est) quelle che meglio riflettono il nesso tra i cambiamenti necessari in parti diverse, ma interconnesse del mondo. L’“alleanza per il clima” ne può fornire una interessante, per quanto ancora parzialissima, esemplificazione.
8. Una Costituente ecologica?
Società anteriori alla nostra avevano il loro modo di sanzionare, solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli di fondo: basti pensare alla «magna charta libertatum», al leggendario giuramento dei confederati elvetici sul Rütli, alla dichiarazione francese sui diritti dell’uomo, al patto di fondazione delle Nazioni Unite…
Oggi difettiamo di una analoga norma fondamentale di vincolo ecologico che − viste le caratteristiche del nostro tempo − avrebbe peso e valore solo se frutto di un processo democratico. Certamente esiste in questa o quella carta costituzionale un comma o articolo sull’ambiente, ma siamo ben lontani dal concepire la difesa o il ripristino dell’equilibrio ecologico come una sorta di valore di fondo e pregiudiziale delle nostre società, e di trarne le conseguenze.
Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l’ambiente, bisognerà forse cominciare ad immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come una “Costituente ecologica”. In fondo le Costituzioni moderne hanno il significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o privato ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a maggior ragione, la congiuntura politica del momento. Se non si arriverà a dare un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all’apparente convenienza che l’economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire. (Alexander Langer, intervento ai “Colloqui di Dobbiaco 94” sul tema del «Benessere ecologico», 8-10 settembre 1994)

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LA PRIMA CAUSA DELLE GRANDI MIGRAZIONI GLOBALI? IL CLIMA E I DISASTRI NATURALI (E IN FUTURO SARÀ SEMPRE PEGGIO)

di Maria Grazia Patania, da https://www.linkiesta.it/it/ 15/3/2019

– Se già nel 2008 l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, riconosceva il nesso fra ambiente e migrazione, 10 anni dopo è stato accertato che nel Corno d’Africa e nella fascia saheliana le risorse sono una questione essenziale e che qui “una combinazione di conflitti e perdita di mezzi di sussistenza dovuta a una diminuzione delle terre produttive e bestiame continua a causare lo sfollamento” – Stando al report del Centro di Monitoraggio sullo Sfollamento Globale (IDMC) del 2018, nel 2017 dal Bangladesh su 952.000 sfollati solo 6000 casi erano riconducibili a situazioni di conflitto. Il resto era collegato alla categoria “disastri” che sarebbe stata responsabile del 61% degli sfollamenti globali avvenuti durante il 2017 in tutto il mondo – Entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a migrare per via del cambiamento climatico. Ma azioni coraggiose e globali per ridurre l’effetto serra potrebbero ridurre queste cifre dell’80%. Bisogna rendersi conto che non si scappa solo dalla guerra, ma anche dal clima –

   Un anno fa la Banca Mondiale pubblicava un report sul tema della migrazione forzata provocata dal cambiamento climatico. Il report ad oggi rappresenta “lo studio più completo che analizza il nesso fra impatto di fenomeni legati al cambiamento climatico nel lungo periodo, schemi migratori interni e crescita nelle tre aree mondiali in via di sviluppo: Africa Sub-Sahariana, Asia del Sud ed America Latina”.

In base alle previsioni, si stima che entro il 2050 saranno almeno 143 milioni le persone costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al cambiamento climatico. Di questi 143 milioni, oltre la metà – 86 milioni almeno – saranno in Africa Sub-sahariana, area che soffre ormai da decenni fenomeni quali siccità e carestie ricorrenti, desertificazione e degrado del suolo, scarsità di acqua e piogge insufficienti. I restanti 40 e 17 milioni sarebbero ripartiti rispettivamente fra Asia del Sud e America Latina.

Questi spostamenti peseranno ancora di più su aree già compromesse ed eroderanno le risorse di aree vulnerabili al clima, innescando un circolo vizioso cui di fatto assistiamo già oggi. Eppure, secondo i relatori, ci sarebbe una speranza: con azioni coraggiose e globali per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra queste cifre potrebbero ridursi dell’80%.

   Ma, queste azioni coraggiose da chi dovrebbero arrivare se i leader mondiali sembrano ignorare deliberatamente la questione del cambiamento climatico? Se gli allarmi degli scienziati e gli appelli delle Nazioni Unite rimangono inascoltati dai decisori politici, come si tuteleranno i diritti di chi è costretto a migrare per ragioni climatiche?

   Probabilmente non si tuteleranno. La questione dei rifugiati o migranti ambientali continua a dividere perfino sulla stessa denominazione e chi si oppone a parlare di “profughi” o “rifugiati” si rifà soprattutto alla Convenzione di Ginevra del 1951 dove manca qualsiasi tipo di riferimento alla questione climatica nella definizione dello status di rifugiato. Di contro, però, non si può negare che il cambiamento climatico inneschi sanguinosi conflitti per le risorse, tanto che sono le stesse Nazioni Uniti a riconoscere al peacekeeping una missione specifica relativa alle controversie sulle risorse.

   Se già nel 2008 l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, riconosceva il nesso fra ambiente e migrazione, 10 anni dopo è stato accertato che nel Corno d’Africa e nella fascia saheliana le risorse sono una questione essenziale e che qui “una combinazione di conflitti e perdita di mezzi di sussistenza dovuta a una diminuzione delle terre produttive e bestiame continua a causare lo sfollamento”.

   Il programma ambientale UNEP, inoltre, suggerisce che “negli ultimi 60 anni almeno il 40% dei conflitti infra-statali hanno un collegamento con le risorse naturali” e sottolinea come “dal 1990 almeno 18 conflitti violenti sono stati alimentati dallo sfruttamento delle risorse naturali” che in alcuni casi quei conflitti li hanno anche finanziati. Nel 1985, in un report delle Nazioni Unite, per la prima volta si usò l’espressione “rifugiato ambientale” che nel 1997 è stata inserita nel Glossario di Statistiche Ambientali in riferimento a “una persona sfollata per cause ambientali, in particolare degrado ambientale”. Ma in 34 anni non è stata ancora trovata una definizione condivisa per proteggere una realtà evidente e il dibattito è rimasto per lo più a livello teorico. Il risultato sono milioni di persone – in carne e ossa – prive di tutele.

   Un ulteriore ostacolo sta nel fatto che gli stessi protagonisti di questa migrazione sono spesso inconsapevoli delle motivazioni profonde che li hanno spinti a partire. Intervistando dei minori soli non accompagnati in un centro di prima accoglienza ad Augusta, in Sicilia, fra marzo e giugno 2018 solo uno su oltre 30 era in grado di afferrare la questione. Valdes, camerunense di 17 anni, era il solo a comprendere i nessi fra l’escalation di violenze derivate da un fattore climatico come la scarsità di piogge o risorse idriche e l’instabilità delle comunità che vivevano intorno ad una diga sempre più asciutta. Gli altri, tutti provenienti dall’Africa sub-sahariana e di età compresa fra 15 e 17 anni, adducevano povertà estrema, insicurezza, ricerca di una scolarizzazione e di un lavoro fra le cause della propria partenza.

   Benché molti sfollati non superino le frontiere nazionali, il rischio altissimo è che chi arriva in Europa sia liquidato come “migrante economico”, l’ambivalente calderone dove far confluire chiunque scappi da situazioni non immediatamente identificabili come guerre. Se si considerano i dati degli sbarchi in Italia nel 2019 fino al 3 marzo, ad esempio, il Bangladesh è il primo paese di origine per 57 persone su 262.

   Certamente in Bangladesh non è in corso nessun conflitto come in Siria o Yemen, ma bisogna tener presente l’impatto devastante dell’esodo Rohingya del 2017 e dei monsoni. Come si può dunque considerare un bengalese un semplice migrante economico che cerca un lavoro migliore di quello che troverebbe dietro casa? Come si può pensare che l’esodo di massa di Rohingya provenienti dal Myanmar non abbia ridotto allo stremo le risorse di un paese esposto a monsoni e cicloni sempre più devastanti? E questi fattori come vanno soppesati se manca perfino una definizione per indicare queste fattispecie?

   Stando al report del Centro di Monitoraggio sullo Sfollamento Globale (IDMC) del 2018, nel 2017 dal Bangladesh su 952.000 sfollati solo 6000 casi erano riconducibili a situazioni di conflitto. Il resto era collegato alla categoria “disastri” che sarebbe stata responsabile del 61% degli sfollamenti globali avvenuti durante il 2017 in tutto il mondo.

   In generale, su oltre 18 milioni di sfollati interni “associati a disastri in 135 paesi”, sono stati proprio quelli legati a catastrofi naturali a far spostare più persone a causa di alluvioni, inondazioni e violente tempeste. Al di là delle specificità regionali, nel 2017 il dato fondamentale è stato che alla luce degli oltre 30 milioni di sfollati – vale a dire oltre 80.000 al giorno – quasi 19 milioni fossero stati provocati proprio da disastri e ciò testimonia l’inadeguatezza del Diritto Internazionale a rispondere alle attuali sfide migratorie.

   Oggi, invece di continuare a barricarsi dietro categorie obsolete, bisognerebbe imparare a conoscere meglio il mondo in cui viviamo e a leggere adeguatamente i dati sulla migrazione globale. Così si comprenderebbero quali nuovi fattori entrano in gioco nella fuga delle persone e si anticiperebbero crisi ed emergenze umanitarie. Invece di dire “accogliamo chi viene dalla guerra e rimandiamo indietro gli altri”, chiediamoci cosa voglia dire “guerra”. E chi siano gli altri.

   L’ultima emergenza umanitaria annunciata in ordine di tempo dalle Nazioni Unite, ad esempio, è stata in Burkina Faso dove si è registrato il record di sfollamento interno nella storia del paese con pesantissime conseguenze in termini di sicurezza alimentare. Questo Paese nel report dell’IDMC veniva citato insieme a Mali e Mozambico a causa dei gruppi islamisti che scatenavano numerosi sfollamenti, chiarendo che di fatto tali attacchi fossero “innanzitutto il prodotto di rivendicazioni socioeconomiche e politiche in aree colpite da eventi di lungo periodo”. Le risorse ritornano quindi, ancora una volta, come fattore che contemporaneamente scatena e aggrava i conflitti armati, costringendo allo sfollamento che può rappresentare la prima tappa di un viaggio potenzialmente più lungo.

   Infine, visto che la popolazione di Africa Sub-Sahariana, Asia del Sud ed America Latina presa in considerazione dal report della Banca Mondiale corrisponde al 55% di quella globale, è facile capire che intervenire sui fattori ambientali che costringono a migrare sia essenziale per gli equilibri di tutto il pianeta e che la vuota propaganda di “aiutiamoli a casa loro” non servirà a fermare milioni di esseri umani in fuga. (Maria Grazia Patania)

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I DATI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO: AUMENTATA LA CONCENTRAZIONE DI GAS SERRA NELL’ATMOSFERA

di Pietro Greco e Antonio Massariolo, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 19/6/2019

   I cambiamenti del clima sono al centro dell’attenzione mondiale, dopo che Greta Thunberg ha dato la stura a un movimento di giovani (e meno giovani) che chiedono di contrastarli prima che sia troppo tardi.

   È la stessa indicazione che viene dalla comunità scientifica che si occupa di clima. Diciamo dalla comunità scientifica e non fa una parte, perché c’è un consenso pressoché unanime sui dati raccolti, oltre che sui modelli che consentono di effettuare delle previsioni.

   Per cercare di capire perché esiste questo consenso unanime, abbiamo deciso di proporre uno speciale sul clima in diverse puntate, partendo proprio dai dati.

LA COMPOSIZIONE CHIMICA DELL’ATMOSFERA

Quelli che vi proponiamo oggi sono relativi alla composizione chimica dell’atmosfera. La gran parte dell’atmosfera terrestre è costituita da azoto (78,1%); ossigeno (20,9%). C’è un terzo gas, l’argon, presente in ragione dello 0,9%.
Tutti gli altri sono presenti in tracce. Noi ci occuperemo di questi composti in tracce, perché alcuni di loro danno un contributo decisivo al clima del pianeta Terra.
1) CO2. La concentrazione in atmosfera di anidride carbonica – o, come dovremmo dire più correttamente secondo la nomenclatura chimica, di biossido di carbonio (CO2) – ha superato la soglia delle 415 parti per milioni (ppm) il 15 maggio 2019. È una concentrazione superiore del 48% a quella dell’epoca preindustriale, quando la concentrazione di CO2 in atmosfera era attestata sulle 280 ppm. I dati sono quelli pubblicati quotidianamente sul proprio sito dal Mauna Loa Observatory nelle Hawaii.

2) CH4. Intanto la concentrazione di metano (CH4) è salita 1.870 parti per miliardo (ppb). Era di 750 ppb nell’epoca preindustriale. Dunque, negli ultimi due secoli, c’è stato un aumento del 133%. A differenza della CO2, la tendenza all’aumento del metano procede a gradini. Tra il 2000 e il 2007 si è fermata in maniera stabile intorno al valore di 1.770 ppb. Poi tra il 2007 e il 2014 è cresciuta a un ritmo sostenuto: 5,7 ppb per anno. A partire dal 2014 e fino a oggi la velocità d’incremento è raddoppiata, raggiungendo i 9,7 ppb per anno. I dati sono stati pubblicati di recente (giugno 2019) sulla rivista Science. Una molecola di metano ha una capacità di intrappolare calore trenta volte superiore a quella del biossido di carbonio. Per cui l’attuale concentrazione in atmosfera di CH4 equivale a (1,9 x 30) a circa 57 ppm di CO2.

3) N2O. La concentrazione di N2O, il protossido di azoto, in atmosfera ha superato la soglia di 330 ppb. Era all’incirca di 280 ppb in epoca preindustriale. L’aumento, che negli ultimi anni procede in maniera lineare, è stato del 18% rispetto all’anno 1800. Il protossido di azoto ha una capacità di trattenere calore 300 volte superiore alla CO2. Cosicché questo composto azotato equivale a 99 ppm di biossido di carbonio.
4) CFC, HCFC e HFC. Ci sono poi i clorofluorocarburi (CFC), che sono prodotti di sintesi e non esistevano prima del 1930. La loro attuale concentrazione è di: 0,5 parti per miliardo per il CFC-12 e di 0,2 ppb per il CFC-11. Entrambe queste concentrazioni sono in leggera diminuzione a partire all’incirca dal 1990. In atmosfera sono presenti, a livello crescente, anche gli aloclorofluorocarburi (HCFC-22, soprattutto), con una concentrazione pari a 0,2 ppb, e gli alofluorocarburi (HFC-134a soprattutto) presente in ragione degli 0,1 ppb. I dati sono quelli pubblicati dalla NOAA degli Stati Uniti. Poca cosa, queste concentrazioni, se non fosse che la capacità di trattenere calore di queste sostanze è tra 1.000 e 13.000 quella del biossido di carbonio. Cosicché la presenza di queste sostanze in atmosfera equivale a quella di alcune parti per milione di CO2.

  La caratteristica comune di queste sostanze è una certa capacità di TRATTENERE IL CALORE. Detto in termini più rigorosi, significa che essi sono trasparenti alla luce proveniente dal Sole e, dunque, la lasciano passare e giungere sulla Terra, mentre trattengo i raggi infrarossi (il calore) emesso dalla Terra. Dopo aver raggiunto la saturazione, questi gas emettono la radiazione infrarossa in ogni direzione. Una parte, dunque, verso lo spazio e una parte verso la Terra stessa. Di conseguenza essi si comportano come una coperta, che TRATTIENE IL CALORE EMESSO DA UN CORPO.

   Si calcola che senza questi gas – non a caso detti gas serra – la temperatura al suolo del nostro pianeta sarebbe 33 °C inferiore alla media attuale: circa -18 °C invece degli attuali 15 °C. SENZA DI LORO, LA TERRA SAREBBE UN’ENORME PALLA DI NEVE.

   In realtà a formare la coperta termica contribuisce in maniera preponderante il vapor acqueo. Che generalmente non viene preso in considerazione perché abbastanza indipendente dalle dinamiche che coinvolgono le attività umane.

   I vari GAS SERRA hanno un tempo medio di permanenza in atmosfera molto diversificato. Una molecola di biossido di carbonio resta in media in atmosfera poco più di cinque anni. Una di protossido di azoto 121. Questi dati sono importanti per studiare l’accumulo delle varie sostanze in atmosfera. E tuttavia non basta tener conto del tempo medio di permanenza per molecola.

Perché, per esempio, una molecola di CO2 dopo aver trascorso mediamente 5 ANNI IN ATMOSFERA FINISCE NEGLI OCEANI, dove avviene uno scambio. Una molecola di CO2 entra in acqua e un’altra ne esce e si trasferisce in atmosfera.

   Esiste un CICLO DELLA CO2 che tiene conto degli scambi terraferma, atmosfera, oceani. Se una nuova fonte immette in atmosfera una quantità extra di CO2, questa quantità extra resta nella troposfera (la parte più vicina al suolo dell’atmosfera) per centinaia di anni.
In definitiva, la dinamica dei gas serra in atmosfera è piuttosto complessa. Per meglio definirla, i climatologi hanno introdotto una nuova misura, il GLOBAL WARMING POTENTIAL (GWP). In pratica è la misura di come una serie di molecole riescono a intrappolare calore fatto 1 la capacità della CO2. E poiché questa capacità comparata si modifica nel tempo, ecco che in tabella proponiamo il GWP dopo 20 anni e dopo 100 anni. (Pietro Greco e Antonio Massariolo)

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I PIÙ COLPITI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI SARANNO I PAESI POVERI NEI TROPICI

– UN’INGIUSTIZIA CLIMATICA: le maggiori emissioni di gas serra provengono dalle nazioni più ricche, ma saranno quelle più povere a pagarne maggiormente le conseguenze –

https://www.meteo.it/ 10/6/2019

   Secondo una ricerca dell’Università di Melbourne, pubblicata sulla rivista Geophysical Research Letters, le zone tropicali, dove si trovano i Paesi più poveri, saranno maggiormente colpite dal riscaldamento globale. I ricercatori hanno analizzato gli scenari e gli impatti dei cambiamenti climatici sia sui Paesi più ricchi che su quelli poveri, nel caso si verificasse un riscaldamento globale di 1,5°C rispetto all’epoca pre-industriale.
I Paesi temperati, come ad esempio la Gran Bretagna, sembrerebbero essere meno direttamente colpiti dagli effetti del global warming rispetto a Paesi tropicali come Indonesia e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di una sorta di ingiustizia climatica, dato che il contributo dei Paesi più industrializzati all’emissione dei gas serra è notevolmente maggiore.

   Secondo quanto riporta la ricerca “i Tropici tendono a essere le regioni più povere nel mondo e ciò significa che non hanno la capacità di adattarsi, anche se sono danneggiate di più dal cambiamento climatico”. Inoltre il futuro sviluppo economico e industriale dei Paesi tropicali potrebbe essere ostacolato proprio dai cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi del dicembre 2015 mira a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2° C rispetto ai livelli preindustriali con l’obiettivo ambizioso di restare al di sotto di 1,5 ° C.

   Il superamento di questo obiettivo porterebbe i Paesi più poveri a sperimentare in modo più eclatante gli effetti dei cambiamenti climatici a livello locale. In queste circostanze sarebbe necessario un maggiore sostegno all’adattamento climatico per prevenire l’aumento della povertà.
Gli obiettivi di SVILUPPO SOSTENIBILE delle Nazioni Unite comprendono l’eliminazione della POVERTÀ ESTREMA, la riduzione delle disuguaglianze tra le Nazioni e la lotta agli impatti dei cambiamenti climatici. Limitare il riscaldamento globale all’obiettivo di Parigi avrebbe un effetto importante anche sotto il punto di vista della GIUSTIZIA SOCIALE, perché sarebbe notevolmente vantaggioso in primo luogo per le nazioni a basso reddito.

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CAMBIAMENTO CLIMATICO, COSA FARE PER EVITARE LA CATASTROFE?

– Stando all’ultimo rapporto dell’Ipcc, siamo gravemente in ritardo per arginare gli effetti del riscaldamento globale. Ecco le azioni che andrebbero intraprese al più presto –

di Sandro Iannaccone, 10 Oct, 2018, da https://www.wired.it/

   CATTIVE, PESSIME NOTIZIE. Al momento, il genere umano è molto lontano dal tenere sotto controllo i cambiamenti climatici. In particolare, arginare l’aumento delle temperature a non oltre un grado e mezzo rispetto ai livelli pre-industriali è considerata un’“impresa erculea”, che necessita di “sforzi senza precedenti” per ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera nel prossimo decennio. A dirlo è l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), l’agenzia delle Nazioni Unite considerata la voce scientificamente più autorevole in tema di cambiamento climatico, in un report speciale appena pubblicato: “Il cambiamento climatico sta già influenzando la vita delle persone, gli ecosistemi e i mezzi di sussistenza in tutto il mondo”, ha detto Hoesung Lee, direttore dell’Ipcc, durante la conferenza stampa di presentazione del report.

   “Limitare il riscaldamento a un grado e mezzo non è impossibile, ma richiede sforzi senza precedenti, da portare avanti in tutti gli aspetti della società. Ancora: limitare il riscaldamento a un grado e mezzo rispetto a due gradi o più avrebbe chiarissimi benefici per il nostro pianeta. Ogni singola frazione di grado è fondamentale”.

   In sostanza, il messaggio è che siamo sull’orlo del baratro, e che salvarci sarà estremamente difficile (per dire la verità, una bozza del report trapelata a febbraio scorso appariva molto più tranchant della versione pubblicata oggi: “È altamente probabile che, date le previsioni per le emissioni nel prossimo futuro e l’attuale impegno degli stati, la temperatura della Terra aumenterà oltre il grado e mezzo”. Il documento pubblicato, invece, è molto più edulcorato). Comunque, abbiamo il dovere di provarci: diversi studi, infatti, suggeriscono che sarebbe fisicamente possibile mantenere il riscaldamento sotto la soglia, o anche tornare sotto la soglia dopo averla sforata. E comunque, anche se non riuscissimo a rientrare nel grado e mezzo, potremmo almeno cercare di non peggiorare la situazione: se le cose non cambiano, stando al Climate Action Tracker, nel 2100 la temperatura sarà di 3,4°C più alta rispetto a quella attuale, con conseguenze catastrofiche. Ecco quindi le azioni da intraprendere al più presto per invertire la tendenza (nello scenario più ottimistico) o limitare i danni (in quello peggiore).

RIDURRE LE EMISSIONI DI ANIDRIDE CARBONICA E ALTRI GAS SERRA
C’è poco da fare. Il principale responsabile del riscaldamento globale è l’emissione di gas serra nell’atmosfera, prima fra tutti l’anidride carbonica. Il report ha evidenziato che, per stare sotto la soglia del grado e mezzo, le emissioni di anidride carbonica devono diminuire del 45% entro il 2030 (rispetto al valore del 2010), e raggiungere lo zero (non in assoluto: al netto dell’anidride carbonica riassorbita dall’atmosfera) entro il 2075. Le emissioni degli altri gas serra devono essere ridotte del 35% entro il 2050 rispetto a quelle del 2010. Facile a dirsi, difficile a farsi: “Le emissioni”, dice il report, “devono diminuire rapidamente, e perché succeda bisogna agire contemporaneamente su diversi settori: edilizia, industria, trasporti, produzione di energia, agricoltura, sfruttamento delle foreste e del terreno”. Per chiudere in bellezza: le emissioni di anidride carbonica legate alla produzione di energia hanno toccato il record di sempre nel 2017, arrivando a quota 32,5 gigatonnellate.

ASPIRARE ANIDRIDE CARBONICA DALL’ARIA
Oltre a ridurre le emissioni, si può agire anche nell’altro senso, aumentando la quantità di anidride carbonica catturata dall’aria. Il modo più semplice per farlo è quello di piantare nuovi alberi, sfruttando l’assorbimento della fotosintesi clorofilliana (ci torneremo tra poco), ma anche utilizzando impianti per la cattura, lo stoccaggio e la riconversione dell’anidride carbonica. Al momento, tuttavia, la tecnologia è ancora piuttosto acerba: esistono diversi impianti sperimentali, ma i dispositivi proposti non sembrano ancora essere maturi per la commercializzazione su larga scala.

SFRUTTARE LE RINNOVABILI E ABBANDONARE IL CARBONE
Sempre per rimanere in tema di impresa erculea, gli esperti raccomandano nel report che entro il 2050 tra il 70% e l’85% dell’energia elettrica sia prodotta da fonti rinnovabili. Il gas dovrebbe essere utilizzato solo per l’8% e il carbone dovrebbe essere totalmente abbandonato. Per citare il rapporto: “Sebbene riconosciamo le difficoltà e le differenze tra paese e paese, la fattibilità politica, economica, sociale e tecnica dello sfruttamento dell’energia solare e dell’energia eolica e le nuove tecnologie di stoccaggio dell’energia è migliorata molto negli ultimi anni. Un miglioramento che segnala che una transizione nella produzione di energia elettrica è effettivamente possibile”.

UN CANADA INTERAMENTE VERDE
Quanti alberi dovrebbero essere piantati per rimuovere una parte significativa di anidride carbonica dall’atmosfera? Il report auspica di aggiungere alle foreste esistenti, entro il 2050, una superficie di circa dieci milioni di chilometri quadrati, pari più o meno all’estensione del Canada. E ancora: 7 milioni di chilometri quadrati di pascoli e circa 5 milioni di chilometri quadrati di terreni agricoli dovrebbero esser convertiti in colture per biocarburanti. È ora di rimboccarsi le maniche. (Sandro Iannaccone)

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Cambiamenti climatici

PAPA FRANCESCO: APPELLO PER “SALVARE IL NOSTRO MONDO DALL’INDIFFERENZA E DALL’IDOLATRIA DEL DENARO”. “IL TEMPO È ESSENZIALE”

27/5/2019, da https://agensir.it/quotidiano/  

“Che apprezziamo ciò che è importante, non ciò che è superfluo; che correggiamo i nostri conti nazionali e i conti dei nostri ‘affari’, in modo tale da non perseguire più quelle attività che stanno distruggendo il nostro pianeta; che poniamo termine alla dipendenza globale dai combustibili fossili; che apriamo un nuovo capitolo di energia pulita e sicura, che ad esempio utilizzi risorse rinnovabili come il vento, il sole e l’acqua; soprattutto, che agiamo con prudenza e responsabilità nelle nostre economie per venire realmente incontro alle necessità umane, per promuovere la dignità umana, per aiutare i poveri, e per liberarci dall’idolatria del denaro che crea così tante sofferenze”.

   È il “decalogo” del Papa per salvare il pianeta, partendo dalle sfide poste dai cambiamenti climatici che ne minacciano la sopravvivenza. “Voi siete i responsabili delle finanze dei vostri Paesi, che tenete i libri contabili per conto dei vostri rispettivi Governi”, le parole rivolte ai partecipanti all’incontro “Climate Change and New Evidence from Science, Engineering, and Policy”, organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze in Vaticano. In primo luogo, però, “dobbiamo riconoscere il ‘libro mastro’ della vita stessa, della dignità umana, della sopravvivenza, perché quale vantaggio ha un uomo se guadagna il mondo intero e poi perde la propria vita?”, l’appello sotto forma di interrogativo. “Sì, noi siamo di fronte ad una materia di calcolo, il calcolo di salvare il nostro mondo dall’indifferenza e dall’idolatria del denaro”, ha spiegato Francesco, auspicando che, “in qualità di amministratori delle finanze del mondo, vi poniate d’accordo su un piano comune, che sia in armonia con la scienza del clima, con la nuova ingegneria dell’energia pulita e anzitutto con l’etica della dignità umana”.” Vi esorto a chiedere ai vostri colleghi Ministri delle Finanze di tutto il mondo di unire i vostri sforzi e i vostri piani”, la preghiera del Papa: “Possa il vostro lavoro con gli scienziati e i tecnici e con i popoli delle vostre nazioni, specialmente con i più poveri, raggiungere gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e dell’Accordo di Parigi sul Clima. Una volta che il piano comune sia concordato dai vostri Governi, spero che possiamo nuovamente incontrarci, per ringraziare Dio per la sua misericordia che ci consente di correggere il nostro cammino prima che sia troppo tardi. Il tempo è essenziale. Attendiamo la vostra decisiva azione per il bene di tutta l’umanità”.

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CAMBIAMENTO CLIMATICO: GLI EFFETTI SUL MONDO DI TSUNAMI, INCENDI E INONDAZIONI

da “Il Sole 24ore” del 14/3/2019

   Dallo scioglimento dei ghiacci alla conseguente crescita del livello dei mari, dalle ondate di siccità e di calore ad eventi atmosferici sempre più estremi, dalla crescente concentrazione dei gas serra fino all’aumento costante delle temperature medie, per finire ai rischi della salute umana.

Le conseguenze del cambiamento climatico in atto sono diverse e sottolineate dai molteplici enti di ricerca ed organizzazioni internazionali, con una serie di allarmi ribaditi in più sedi istituzionali. In attesa che la clamorosa azione della ragazzina svedese Greta Thunberg faccia effetto e acceleri la presa di coscienza dei governi, ecco, per punti, i principali effetti legati al clima che cambia a livello globale.

AUMENTO DELLA TEMPERATURA MEDIA
Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato (in Italia e in Europa il più caldo di sempre), con la temperatura media in gennaio più alta di 1,1 gradi rispetto al 1900. L’impegno dei grandi è limitare l’aumento a 1,5 gradi entro la fine del secolo ma, avverte l’Onu, servono «misure senza precedenti».

I GAS SERRA
Indicati come i principali responsabili dell’aumento delle temperature, sono in costante aumento dal 1900. Dopo che per 800mila anni (dati recuperati con carotaggi nel ghiaccio) erano rimasti sotto il livello pre-industriale, ora siamo abbondantemente sopra tale soglia.

SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI
L’aumento delle temperature ha ridotto lo spessore della calotta al Polo Nord dai 3,6 metri del 1975 agli 1,25 attuali e solo in pochissime parti i ghiacciai superano così i 5 anni di età. Non va meglio al Polo Sud , dove la calotta si è ridotta di 1.500 Km quadrati fra il 2010 ed il 2016. In Italia, secondo alcune stime, la superficie dei ghiacciai è calata del 30% nell’arco degli ultimi 50 anni.

INNALZAMENTO DEI MARI
Sebbene gli studi più recenti siano meno allarmisti di quelli precedenti, quelli pubblicati su Nature a inizio anno parlano di un aumento del livello del mare fra gli 8 e, nello scenario peggiore, 41 centimetri da qui al 2100 dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Ma tenendo conto delle altre componenti (aumento della temperatura dell’acqua e maggiore afflusso dalla terraferma) la crescita del livello è stimata fra 60 e 90 centimetri.

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UNA GIUSTA TRANSIZIONE VERSO UN’ECONOMIA PIÙ VERDE, PIÙ EQUA

di TIM SHARP, 11/7/2019, da https://www.diario-prevenzione.it/

– Pubblichiamo questo articolo di Tim Sharp apparso sul sito del sindacato inglese TUC. Sarebbe importante se le riflessioni espresse in questo articolo divenissero materia di confronto anche nel movimento sindacale italiano… –

(da https://www.tuc.org.uk/research-analysis/reports/just-transition-greener-fairer-economy )

   Il passaggio alla decarbonizzazione della nostra economia ha il potenziale per offrire interessanti opportunità per il Regno Unito. Ma al momento, la mancanza di una politica di transizione globale o di una strategia industriale coerente per fornire il sostegno e l’impulso necessari per il cambiamento, significa che molti posti di lavoro ben retribuiti e altamente qualificati sono minacciati.

Il movimento sindacale sosterrà la lotta contro il cambiamento climatico per aiutare a proteggere il pianeta per i nostri figli e nipoti. E difenderemo quei lavoratori il cui lavoro è a rischio se non intraprendiamo azioni per rendere la transizione verso un’economia più verde solo una. Questa semplice dichiarazione di transizione stabilisce una serie di politiche ambiziose e impegnative che sosterranno questi lavoratori. Chiediamo al governo di attuare queste raccomandazioni in entrambi gli interessi dei lavoratori di questo paese e del pianeta in cui tutti viviamo.

LA NECESSITÀ DI UNA TRANSIZIONE GIUSTA

Il movimento sindacale riconosce che esistono prove scientifiche schiaccianti della necessità di decarbonizzare la nostra economia. Le industrie ad alta intensità energetica, compresi i settori dell’energia, dei trasporti, manifatturiero e delle costruzioni, saranno fondamentali per raggiungere questa transizione, ma questo è un progetto che richiederà cambiamenti in tutta la nostra economia, ei membri del sindacato hanno le competenze per realizzarlo. Le voci dei lavoratori che sono in prima linea nell’affrontare la sfida dei cambiamenti climatici devono essere al centro di una transizione positiva verso l’economia di cui avremo bisogno.

Le voci dei lavoratori che sono in prima linea nell’affrontare la sfida dei cambiamenti climatici devono essere al centro di una transizione positiva verso l’economia di cui avremo bisogno

Un tale cambiamento, se lasciato al solo mercato, potrebbe avere enormi conseguenze economiche e sociali, in termini di posti di lavoro, competenze e conoscenze perse e comunità distrutte. Abbiamo bisogno di un approccio diverso al fallito approccio neoliberale degli anni ’80, che ha lasciato i lavoratori alle spalle e le comunità devastate.

Il movimento sindacale internazionale ha chiesto una “transizione giusta” verso un’economia più verde, in cui nuovi posti di lavoro altrettanto validi in termini di retribuzione, competenze, pensioni e riconoscimento sindacale sostituiscono quelli persi. A seguito della pressione sindacale, il concetto di transizione giusta è stato incluso nel preambolo dell’accordo di Parigi del 2015 e nella dichiarazione della Slesia ai colloqui sul clima del 2018.

Il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio ha implicazioni e opportunità potenziali per la politica industriale e la qualità dell’occupazione. Tuttavia, le opportunità non saranno realizzate a meno che i lavoratori più interessati non abbiano un posto al tavolo dove vengono prese le decisioni chiave. Dovrebbero essere in grado di contribuire alle soluzioni, non essere dette dopo che le decisioni sono state prese.

E, naturalmente, i cambiamenti climatici colpiscono i nostri fratelli e sorelle – in particolare le nostre sorelle – in tutto il mondo. Le cifre delle Nazioni Unite mostrano che l’80 per cento di coloro che sono sfollati a causa del cambiamento climatico sono donne. L’accordo di Parigi identifica soluzioni globali a un problema globale; ha fornito disposizioni specifiche per l’emancipazione delle donne, riconoscendo che esse sono colpite in modo sproporzionato dai cambiamenti climatici e una transizione giusta deve garantire equità e superare le ingiustizie vissute da tutti i lavoratori, uomini e donne, giovani e anziani, bianchi e neri, nel globale nord e sud.

Il cambiamento climatico colpisce i nostri fratelli e sorelle – in particolare le nostre sorelle – in tutto il mondo. Le cifre delle Nazioni Unite mostrano che l’80 per cento di coloro che sono sfollati a causa del cambiamento climatico sono donne

FARE UNA GIUSTA TRANSIZIONE

  1. UN PERCORSO CHIARO E FINANZIATO PER UN’ECONOMIA A BASSE EMISSIONI DI CARBONIO

I sindacati britannici hanno da tempo sostenuto una politica energetica equilibrata, misure per ridurre le emissioni di carbonio e di altre emissioni nocive da industrie ad alta intensità energetica come la produzione di acciaio e cemento, una giusta transizione ai veicoli elettrici e un sistema integrato di trasporto pubblico a basse emissioni, che aiutaci a rispettare i nostri impegni in materia di cambiamenti climatici, fornendo al tempo stesso un approvvigionamento energetico affidabile, resiliente e conveniente per l’intero paese.

Al momento, i nostri sforzi per pianificare questo obiettivo sono frenati dalla mancanza di un chiaro impegno da parte del governo o da un piano su come raggiungerlo. Rivolgendosi al settore energetico, la commissione per i cambiamenti climatici, una commissione di esperti, ha esaminato le prove scientifiche su come meglio offrire il cambiamento di cui abbiamo bisogno. Ma ha bisogno di costruire un consenso su come questo cambiamento dovrebbe essere consegnato in modo che funzioni sia per i lavoratori che per i consumatori. Il governo dovrebbe istituire una commissione trasversale sulla strategia energetica e energetica a lungo termine, coinvolgendo lavoratori, sindacati, industrie e consumatori interessati, per pianificare un percorso che garantisca una transizione giusta verso un approvvigionamento energetico pulito, economico e affidabile per il futuro insieme alla riduzione delle emissioni. Come parte del suo mandato, questa commissione dovrebbe effettuare uno studio degli impatti sociali di tale transizione,

Questa commissione dovrebbe garantire che il processo decisionale politico non sia separato dalle conseguenze economiche della transizione. Il governo deve essere preparato nell’investimento necessario per realizzare questo cambiamento, attraverso la tassazione progressiva, nonché per garantire che il quadro normativo sostenga una transizione giusta. Come i settori ad alto consumo di energia, come l’acciaio e l’edilizia, l’industria energetica ha bisogno di certezza a lungo termine per poter pianificare e ci deve essere un’efficace supervisione strategica e responsabilità.

Ma gli investimenti sono necessari ben oltre questo. Il governo deve inoltre finanziare gli investimenti infrastrutturali necessari e sostenere la transizione nei settori interessati, tra cui l’industria automobilistica, aerospaziale, siderurgica e edilizia, i programmi di efficienza energetica delle famiglie, una risposta del servizio pubblico per affrontare le condizioni meteorologiche estreme e le risposte del servizio pubblico in materia di alloggi, pianificazione, regolamentazione e pubblico trasporto, contribuendo a portare gli investimenti pubblici e privati ​​del Regno Unito almeno fino ai livelli di altri paesi sviluppati.

Le aziende e le organizzazioni che si muovono verso un modello di carbonio più basso dovrebbero mettere in atto accordi di transizione – concordati con i sindacati

  1. I LAVORATORI DEVONO ESSERE AL CENTRO DELLA CONSEGNA DI QUESTI PIANI

I lavoratori e le comunità in tutto il Regno Unito più colpite dal passaggio verso le industrie lowcarbon devono avere una voce centrale nel modo in cui viene attuata. Il modo migliore e più ovvio per raggiungere questo obiettivo è lavorare con i sindacati. I sindacati sono stati fondati nel calore dell’ultima rivoluzione industriale per rappresentare i lavoratori, e rimangono il modo migliore per garantire che gli interessi dei lavoratori siano protetti durante ogni periodo di cambiamento industriale.

I lavoratori hanno anche conoscenze relative alla transizione. Una società o un’organizzazione che passa da un sistema energetico basato su fossili a un sistema energetico più pulito, o un intero settore che passa a tecnologie più pulite, dovrà adattare processi specifici e i lavoratori sono più propensi a capire come farlo in modo efficace. È logico dal punto di vista aziendale dare ai lavoratori una voce più forte e una maggiore visibilità in tali circostanze. La voce dei lavoratori inizia sul posto di lavoro. Le aziende e le organizzazioni che si stanno muovendo verso un modello di carbonio più basso dovrebbero mettere in atto accordi di transizione – concordati con i sindacati – che coprano una serie di questioni, tra cui il numero complessivo di posti di lavoro o lavoratori impiegati, retribuzioni e condizioni, sicurezza del posto di lavoro, orario di lavoro, descrizione del lavoro, funzioni assegnate a ruoli di lavoro, formazione e competenze, apprendistato, politica pensionistica, monitoraggio e sorveglianza, gestione delle prestazioni, implicazioni sulla salute e sicurezza e pari opportunità. Le aziende dovrebbero anche collaborare con i sindacati per identificare e fornire le migliori pratiche ambientali a livello di luogo di lavoro.

La voce dei lavoratori deve essere ascoltata a ogni livello delle decisioni prese. Ciò significa includere solo gli accordi di transizione nella contrattazione a livello settoriale e assicurare che i lavoratori e i sindacati interessati siano rappresentati in tutti gli enti locali, regionali e nazionali che prendono decisioni in materia di politica industriale.

E per garantire che tutti possano beneficiare appieno del ruolo rappresentativo dei sindacati, i sindacati devono avere accesso a tutti i luoghi di lavoro, per discutere dell’importanza della transizione e dei vantaggi derivanti dall’adesione a un sindacato.

  1. OGNI LAVORATORE DOVREBBE AVERE ACCESSO AI FINANZIAMENTI PER MIGLIORARE LE PROPRIE COMPETENZE

I lavoratori nei settori ad alta intensità energetica, così come quelli che sviluppano tecnologie di transizione, hanno le competenze e le competenze necessarie per aiutare questi settori a passare a modelli di carbonio più bassi, ed è vitale che tali competenze vengano mantenute. Investire in posti di lavoro buoni, nuovi e sostenibili mentre aiuta i lavoratori nelle industrie ad alta intensità di carbonio a passare a quei posti di lavoro nell’economia più ampia farà sì che le competenze e l’esperienza non vadano perse.

Avremo anche bisogno di sviluppare nuove competenze trasversali alla forza lavoro per nuovi tipi di ruolo, quindi il governo deve aumentare drasticamente i propri investimenti in competenze.

I sindacati devono avere accesso a tutti i luoghi di lavoro, discutere l’importanza della transizione e i vantaggi di aderire a un sindacato.

L’apprendistato è da lungo tempo il miglior garante dell’eccellenza delle competenze nell’industria. Il ruolo sindacale nel concordare la sostanza e la qualità dell’apprendistato ha garantito standard elevati e coerenti.

E avremo bisogno di nuovi meccanismi per identificare abilità e conoscenze trasferibili. Alcuni lavoratori avranno competenze simili, ma non identiche, a quelle necessarie in un altro settore, quindi abbiamo bisogno di istituire istituzioni, anche a livello locale, che riuniscano sindacati e datori di lavoro per identificare quale formazione e supporto hanno bisogno di aggiornare e utilizzare le loro abilità esistenti.

Il governo dovrebbe dare ai lavoratori la fiducia necessaria per formare, iniziando con la creazione di conti di apprendimento permanente per tutti gli adulti in modo che ognuno abbia un budget personalizzato per la formazione e introducendo il diritto a revisioni di carriera e una guida faccia a faccia sulla formazione per aiutarli ad accedervi.

Oltre all’apprendimento in classe, anche l’esperienza è importante. Ciò è particolarmente vero in quanto i processi in alcuni ambienti di lavoro nel settore dell’energia possono accadere raramente. Il valore dell’esperienza dei lavoratori trasferiti a nuovi posti di lavoro dovrebbe essere riconosciuto.

Il finanziamento adeguato del settore dell’istruzione degli adulti è essenziale se si vuole soddisfare la domanda di nuove competenze a seguito del passaggio a un’economia più verde. Un programma di “passaggio per la transizione” ben finanziato e libero da lavoratori deve essere consegnato dentro e fuori dal luogo di lavoro.

E coloro che hanno lasciato il lavoro hanno bisogno del sostegno di un sistema di sicurezza sociale decente per garantire che i loro costi di vita siano soddisfatti mentre si allenano.

  1. I NUOVI POSTI DI LAVORO DEVONO ESSERE BUONI POSTI DI LAVORO

Il cambiamento climatico è una grande minaccia, ma la decarbonizzazione dell’economia creerà anche enormi opportunità di lavoro. La nostra ambizione è che ogni nuovo lavoro creato in tutta l’economia sia di uno standard equivalente a quello che i lavoratori in molti settori industriali hanno ora, con riconoscimento sindacale, retribuzione decente, termini e condizioni, elevati standard di salute e sicurezza e una fiera pensione. Al momento, sappiamo che troppe persone in tutta l’economia in generale non godono di questi diritti. E ci sono crescenti preoccupazioni, alimentate da una mancanza di trasparenza, sulla qualità dei nuovi lavori che stiamo creando. Questi lavori sono anche meno probabili nelle società che riconoscono i sindacati. Questo non soddisfa il test di una transizione giusta.

L'”economia verde” (e non solo) deve riconoscere i sindacati e contrattare con essi per garantire posti di lavoro di qualità con termini e condizioni almeno equivalenti a quelli dei settori dell’energia, della transizione e ad alta intensità di carbonio. Devono anche cercare di assicurarsi che il loro personale sia rappresentativo del Regno Unito nel suo complesso.

Il governo ha un ruolo chiave nel far sì che ciò accada, come finanziatore e procuratore di nuove energie e infrastrutture più ampie. Quando il governo investe in nuove infrastrutture, dovrebbe utilizzare i suoi poteri di approvvigionamento per garantire che i posti di lavoro abbiano generato benefici per i lavoratori nella comunità locale e lungo tutta la catena di approvvigionamento. Deve anche insistere sul fatto che i posti di lavoro creati forniscono ai lavoratori il riconoscimento sindacale e che i datori di lavoro hanno equo assunzioni, relazioni industriali e politiche salariali per tutti i lavoratori. Le aziende che vincono contratti governativi devono aderire agli standard concordati di comportamento aziendale; ad esempio, i contratti non dovrebbero andare a società con sede in paradisi fiscali e le società devono essere registrate e pagate le tasse nel Regno Unito.

L'”economia verde” (e non solo) deve riconoscere i sindacati e contrattare con essi per garantire posti di lavoro di qualità con termini e condizioni almeno equivalenti a quelli dei settori dell’energia, della transizione e ad alta intensità di carbonio

La politica industriale per realizzare una transizione giusta dovrebbe essere focalizzata sulla creazione di posti di lavoro dove sono più necessari: nelle regioni e nelle nazioni del Regno Unito. Il Regno Unito deve conservare una solida base manifatturiera e non deve semplicemente esportare posti di lavoro ad alta intensità di carbonio all’estero. Abbiamo bisogno di una serie di fiorenti settori industriali, sostenuti da investimenti in innovazione e ricerca. E il settore pubblico ha un ruolo essenziale da svolgere nel consentire all’infrastruttura di offrire una transizione giusta a un’economia più verde e più equa.

All’interno di aziende e organizzazioni, i risparmi sui costi derivanti dalla ristrutturazione industriale dovrebbero essere reinvestiti in aree che promuovono e forniscono posti di lavoro migliori e migliori. Nuove competenze o responsabilità dovrebbero essere riconosciute attraverso aumenti salariali negoziati.

I sindacati hanno sempre combattuto per i loro membri posti di lavoro, diritti e salari, e un’economia che offre lavoro dignitoso a tutti coloro che ne hanno bisogno. Ci sono prove convincenti che i sindacati sono buoni per i lavoratori, buoni per le aziende e buoni per la nostra economia. Se rispettiamo i principi esposti in questa dichiarazione, possiamo affrontare la sfida dei cambiamenti climatici, garantendo un futuro migliore per tutti. (TIM SHARP https://www.tuc.org.uk/person/tim-sharp)

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