Le donne e gli uomini ai vertici dell’EUROPA dei prossimi 5 anni: tra negative divisioni (fra filoeuropeisti, e presenza di forti gruppi sovranisti antieuropei), e positive novità (il programma “verde”, la prima volta di una donna a capo dell’UE): sarà UN PASSO IN PIÙ nell’UNIFICAZIONE EUROPEA? o l’IRREVERSIBILE DECADENZA?

La neo-presidente della Commissione Europea URSULA VON DER LEYEN (eletta il 16 luglio scorso) ha parlato di UN GREEN DEAL EUROPEO per rendere il nostro continente ad IMPATTO ZERO ENTRO IL 2050, attivando ben 1.000 miliardi di investimenti per la riconversione ecologica ed imponendo una CARBON BORDER TAX; di una riassicurazione europea contro la disoccupazione e di un salario minimo europeo; di una forte spinta per l’innovazione digitale e dell’introduzione di una WEB TAX; di rafforzare la politica migratoria comune, inclusa la REVISIONE DELLE PROCEDURE DI DUBLINO in materia di immigrazione ed asilo; di nuove iniziative per UN’UNIONE EUROPEA DELLA DIFESA; di concedere l’INIZIATIVA LEGISLATIVA AL PARLAMENTO durante il suo mandato; di ABOLIRE L’UNANIMITÀ in materie come il CLIMA, l’ENERGIA, gli AFFARI SOCIALI e la FISCALITÀ e la POLITICA ESTERA. Resta il problema di costruire attorno a questo programma una chiara maggioranza che la sostenga nel Parlamento, ma soprattutto restano i PROBLEMI DELLE DIVISIONI TRA GLI STATI, proprio su molti di questi temi, e di UN BILANCIO DEL TUTTO INADEGUATO per raggiungere obiettivi così ambiziosi. (…) (da http://www.mfe.it/site/,17/7/2019)

   Il voto con cui il nuovo Parlamento europeo (eletto il 26 maggio scorso) ha ratificato la scelta (proposta dai gruppi di maggioranza usciti dalle elezioni, popolari, socialisti e liberali) di URSULA VON DER LEYEN, prima donna nella storia a divenire presidente della Commissione Europea (l’organo di governo della UE), ha rivelato tutta la gracilità dei compromessi politici ed istituzionali su cui si regge l’Unione.

Unione Europea (da http://www.treccani.it/)

   Infatti la candidata tedesca Ursula von der Leyen è passata (il 16 luglio scorso) con una risicata maggioranza, in cui è stato determinante il voto di alcuni parlamentari euroscettici (tra cui anche i parlamentari italiani “Cinque Stelle”). Il Consiglio europeo (cioè chi ha veramente il potere nella UE, i leader dei 28 Paesi, siano questi capi di Stato o di governo…), dopo una lunga e difficile trattativa, hanno trovato un accordo sul suo nome all’inizio del mese di luglio e, appunto, il 16 luglio il Parlamento europeo si è espresso favorevolmente su tale proposta, seppur, come dicevamo, con una maggioranza risicata: solo nove voti di stacco dai 374 necessari per ottenere il via libera.

Il GRUPPO SPINELLI è un movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per rilanciare il processo di integrazione europea.
Il Gruppo è stato fondato il 15 settembre 2010 a Bruxelles nell’ambito del Parlamento europeo. È stato intitolato ad Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell’integrazione europea e tra i creatori dell’Unione dei Federalisti Europei. Spinelli stesso lanciò un’iniziativa simile nel 1980, il Club del coccodrillo.
L’iniziativa è stata promossa in particolare da Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit], con il sostegno dell’Unione dei Federalisti Europei. Tra le personalità che vi hanno aderito vi sono Jacques Delors, Joschka Fischer, Mario Monti, Pat Cox, Ulrich Beck, Amartya Sen e Mercedes Bresso. Anche Tommaso Padoa-Schioppa aderì al Gruppo. Tra gli obiettivi principali del Gruppo vi sono l’impegno per il rafforzamento dell’integrazione europea e il desiderio di difendere e rilanciare il ruolo delle istituzioni comunitarie. Secondo i suoi aderenti, il processo di integrazione europea non sta avanzando in maniera soddisfacente e stanno emergendo tendenze verso un rafforzamento del ruolo degli stati membri a scapito del ruolo della Commissione europea e del Parlamento europeo. CON IL NUOVO EUROPARLAMENTO formatosi con le elezioni del maggio 2019 si vorrebbe ricostituire il GRUPPO SPINELLI

   Nelle divisioni e frammentazioni tra gli stessi gruppi politici al loro interno (socialisti in particolare, ma anche popolari e liberali…) si è notato, per la prima volta, che non c’è stata una condivisione e identità di scelta nazionale: ad esempio nella delegazione tedesca al Parlamento europeo non c’è stato un comportamento compatto sulla base della nazionalità, al contrario si sono esacerbate frizioni nazionali.

I GRUPPI POLITICI NEI SEGGI AL PARLAMENTO EUROPEO DOPO LE ELEZIONI DEL 26 MAGGIO 2019

   Per dire: nel voto alla candidata tedesca si è visto la spaccatura del fronte filoeuropeista di socialisti, liberali e verdi: questi ultimi hanno votato contro, seppur il programma della nuova presidente sia fortemente filo-ambientalista.

URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE – Il ministro della Difesa in Germania (anche lei prima donna a rivestire il ruolo) e precedentemente ministro del Lavoro e degli Affari sociali è stata scelta per guidare la Commissione Europea. La tedesca von der Leyen è una sostenitrice delle quote rosa e si fa portavoce delle mamme che lavorano, riuscendo a capirne bene le problematiche, dato che lei è una dottoressa e ha sette figli. È stata già indicata come potenziale erede della Merkel.

   Infatti la Presidente ha parlato di un GREEN DEAL europeo per rendere il nostro continente ad impatto zero entro il 2050, attivando ben 1.000 miliardi di investimenti per la riconversione ecologica ed imponendo una CARBON BORDER TAX . E poi, oltre al programma ambientalista enunciato, una POLITICA SOCIALE di forte valenza: una riassicurazione europea CONTRO LA DISOCCUPAZIONE e di UN SALARIO MINIMO EUROPEO. E di una forte spinta per l’INNOVAZIONE DIGITALE e dell’introduzione di una WEB TAX.

CHRISTINE LEGARDE ALLA BCE – Sarà la parigina Christine Lagarde il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, che prenderà il posto di Mario Draghi, che ha ricoperto l’incarico dal 2011. È avvocato, specializzata anche in economia e finanza. Come ricorda il Corriere della Sera, nel 1999, è stata nominata presidente del consiglio di amministrazione dello studio legale Baker & McKenzie ed è stata la prima donna ad accedere a tale carica. Nel 2005 è stata ministro del Commercio estero e nel 2007 la prima donna ministro dell’Economia non solo in Francia, ma tra i tutti Paesi del G8.

   E poi la presidente eletta ha naturalmente trattato il PROBLEMA IMMIGRAZIONE: promettendo di rafforzare la POLITICA MIGRATORIA COMUNE, inclusa la revisione delle procedure di Dublino in materia di immigrazione ed asilo. E poi di nuove iniziative per un’Unione europea della difesa (da tempo si parla di un esercito comune europeo…); di concedere l’iniziativa legislativa al Parlamento durante il suo mandato; di abolire l’unanimità in materie come il clima, l’energia, gli affari sociali e la fiscalità e la politica estera.

CHARLES MICHEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO – È il primo ministro del Belgio, in carica dal 2014. Ha rassegnato le dimissioni nel 2018, rimanendo in carica per accompagnare il Paese fino alle nuove elezioni. Le dimissioni arrivano a seguito di una crisi governativa, iniziata con il Global compact sui migranti: a dicembre i ministri del partito di coalizione si erano dimessi, contrari alle decisione del governo di approvare il patto. L’Europa lo ha scelto per guidare il Consiglio.

   Serve sicuramente che l’Europa riprenda a “piacere” ai cittadini europei. Un’Europa più forte, più democratica, più sociale, più efficace, un’Europa sovrana e federale capace di affrontare le sfide di oggi, dal cambiamento climatico al problema migratorio; e per far sì che l’Europa conti in un mondo sempre più dominato dai contrasti tra grandi potenze… ma tutto passa per un consenso popolare al progetto europeo che in questi ultimi anni è venuto fortemente a indebolirsi….

JOSEP BORRELL ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA – È il ministro degli Affari esteri, dell’Unione Europea e della Cooperazione spagnolo, per il governo Sanchez. Ha iniziato la sua carriera in Parlamento nel 1986 e, in seguito, ha ricoperto la carica di ministro delle Opere pubbliche, dei Trasporti e dell’Ambiente. Nel 2002 ha partecipato alla Convenzione europea sul futuro dell’Europa e ha redatto anche un Trattato, che espone la Costituzione europea, poi non approvato da alcuni Stati membri. Nel 2004 è diventato presidente dell’Europarlamento, carica mantenuta fino al 2007. Ora ricoprirà la carica di Alto rappresentante per la politica estera.

   In primis, per recuperare questo consenso perduto, pensiamo che l’Europa debba e possa dare segnali forti e concreti nella POLITICA SOCIALE, per tutte quelle categorie di cittadini europei colpiti dalla crisi economica e dalle difficoltà: disoccupati, giovani senza prospettive chiare del loro futuro, disabili, categorie deboli e in difficoltà di ogni genere… una politica sociale forte e determinata, univoca e chiara dell’Unione Europea, un WELFARE unico e generalizzato per tutti i cittadini europei (sul modello di quello che c’è attualmente in Francia?…), sarebbe una buona premessa alla riconquista di fiducia nel progetto di unificazione europea, così necessario, così indispensabile, così bello a pensarsi. (s.m.)

DAVID SASSOLI PRESIDENTE DELL’EUROPARLAMENTO – Il rappresentante del Partito democratico e dei Socialisti guiderà l’Europarlamento dopo Antonio Tajani. Nel suo appello di fronte agli eurodeputati per sostenere la sua candidatura, Sassoli ha voluto citare uno dei padri fondatori dell’Ue, Jean Monnet: “Niente è possibile senza gli uomini, niente dura senza le istituzioni”. “Sarò garante di un confronto aperto, diretto e plurale ma sempre nel pieno rispetto delle opinioni di tutti voi e delle prerogative del Parlamento. In questa aula perché è in questa aula che spesso non ci rendiamo conto che si protegge la nostra indipendenza”.

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ORGANI DELL’UNIONE EUROPEA

PARLAMENTO – E’ l’unico organismo legislativo dell’Unione, il solo eletto dai cittadini, a suffragio universale. I deputati sono 751 e vengono scelti ogni cinque anni. Al Parlamento spetta anche un ruolo di vigilanza sulle altre istituzioni, oltre all’approvazione del quadro pluriennale dell’Europa (una sorta di bilancio a lungo termine). L’istituzione non ha una sede unica, i lavori si svolgono tra le sedi di Strasburgo (Francia), Bruxelles (Belgio) e Lussemburgo.

CONSIGLIO EUROPEO – Riunisce il suo presidente, il vertice della Commissione e i leader dei 28, siano questi capi di Stato o di governo. Il Consiglio europeo rappresenta il livello più elevato di cooperazione politica tra i Paesi dell’Unione. Nei fatti definisce l’orientamento politico generale e le priorità deell’Europa.

CONSIGLIO DELL’UNIONE – Da non confondere con il Consiglio europeo, è la voce dei governi degli Stati dell’Unione. Si compone di volta in volta dei ministri competenti per l’argomento all’ordine del giorno (Interno, Esteri, Economia). Dà attuazione alla legislazione europea.

COMMISSIONE EUROPEA – È il braccio esecutivo, politicamente indipendente dell’Europa. Redige le proposte di nuovi atti legislativi europei, attua le decisioni del Parlamento e del Consiglio dell’Unione.

CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA – L’organo giurisdizionale dell’Europa ha il compito di garantire l’applicazione uniforme del diritto europeo. Dirime le controversie fra uno Stato membro e le istituzioni comunitarie. Può essere adito anche dai cittadini europeei, qualora ritengano di aver subito una lesione dei propri diritti per mano di un organismo di Bruxelles.

BCE – BANCA CENTRALE EUROPEA – La Banca centrale europea (BCE) è la banca centrale incaricata dell’attuazione della politica monetaria per i diciannove paesi dell’Unione europea che hanno aderito alla MONETA UNICA formando la cosiddetta ZONA EURO, nonché della politica di vigilanza sugli enti creditizi.

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EUROPA: IL PROGRAMMA DI URSULA

di Alessia Mosca da http://www.settimananews.it/, 25/7/2019

   La Commissione europea ha una nuova presidente incaricata di formare il nuovo governo europeo: URSULA VON DER LEYEN. Politica di lungo corso della CDU, vicina alla cancelliera Angela Merkel, è stata ministro della famiglia dal 2005, poi ministro del lavoro e degli affari sociali e, infine, ministro della difesa a partire dal 2013.

   Il Consiglio europeo, dopo una lunga e difficile trattativa, ha trovato un accordo sul suo nome all’inizio del mese di luglio e, successivamente, il 16 luglio, il Parlamento europeo si è espresso favorevolmente su tale proposta, seppur con una maggioranza risicata: solo nove voti di stacco dai 374 necessari per ottenere il via libera.

   La neopresidente della Commissione si è presentata con un’agenda dettagliata, le cui priorità coincidono con le grandi sfide del nostro continente: la tutela dell’ambiente e la digitalizzazione.

Il suo programma si struttura in 6 CAPITOLI:1-European Green Deal, 2-un’economia che serve alle persone, 3-un’Europa pronta per l’era digitale, 4-protezione della modalità di vita europea, 5-un’Europa più forte nel mondo, 6-una nuova spinta per la democrazia europea.

A PARTIRE DALLA SALVAGUARDIA DEL PIANETA

Il primo e centrale punto è quello relativo alla salvaguardia del nostro pianeta. A questo proposito, gli impegni presi sono ambizioni e precisi: fare in modo che l’Europa diventi il primo continente a impatto climatico zero, attraverso, tra le altre misure, il dimezzamento delle emissioni di CO2 entro il 2030 e l’introduzione della Carbon Tax.

   Un’altra azione presentata come pilastro dell’European Green Deal è il PATTO EUROPEO SUL CLIMA, che avrebbe l’ambizione di riunire le regioni, le comunità locali, la società civile, le industrie e le scuole per costruire insieme una serie di impegni – da quelli più piccoli a quelli su più ampia scala – da adottare nei comportamenti quotidiani. Infine, sono state annunciate la STRATEGIA PER LA BIODIVERSITÀ 2030, un nuovo Piano d’azione per l’economia circolare e un nuovo fronte contro la plastica monouso che includa anche la battaglia contro le microplastiche.

   Per quanto riguarda le QUESTIONI SOCIALI ED ECONOMICHE, Ursula Von der Leyen ha avanzato diverse proposte, tra cui le più interessanti sono il salario minimo per tutti i lavoratori UE, lo schema europeo di assicurazione per la disoccupazione (proposta che il nostro Paese ha da sempre sostenuto) e la garanzia europea per l’infanzia.

   In tema di MIGRAZIONI, propone corridoi umanitari e una revisione del Trattato di Dublino e 10.000 agenti di frontiera entro il 2024.

   Infine, la centralità data al tema della TRASFORMAZIONE DIGITALE è indicativa della direzione che intende prendere la nuova Commissione: nel programma si definisce una priorità la tassa per le BIG TECH COMPANIES e si vuole completare la trasformazione digitale della Commissione, viene proposto il DIGITAL SERVICE ACT per migliorare la coerenza delle regole per le piattaforme digitali, i sevizi e i prodotti e si avanza l’idea di un’Area europea dell’educazione e un Piano d’azione per l’educazione digitale, per aumentare l’accesso alla formazione per tutti attraverso gli strumenti tecnologici. Particolarmente sensibile e cruciale la riflessione su una legislazione che stabilisca un approccio coordinato a livello europeo sulle implicazioni umane ed etiche dell’Intelligenza Artificiale.

   Per aumentare il coinvolgimento dei cittadini europei, la neopresidente della Commissione ha lanciato una Conferenza sul futuro dell’Europa, che inizi nel 2020 e che duri due anni, per dare voce ai cittadini, specialmente i più giovani, le istituzioni e la società civile.

LA PARITÀ DI GENERE

Una menzione particolare va alla parte del programma che riguarda la parità di genere, significativa considerando che Ursula Von der Leyen è la prima presidente di Commissione donna e c’è molta aspettativa sulla sua agenda per le donne.

   La precisione con cui ha definito i suoi obiettivi va senz’altro apprezzata, poiché sarà difficile adesso fare passi indietro rispetto alle promesse fatte.

   Intanto, la prima cartina di tornasole sarà la composizione stessa della Commissione: la neopresidente si è impegnata ad avere un collegio di commissari perfettamente equilibrata e, per questo, ha chiesto a tutti i Paesi membri di presentare una doppietta di candidature per i rispettivi membri della Commissione, in modo da lasciare a lei la possibilità di giungere a una composizione bilanciata.

   Inoltre, l’agenda specifica per le donne prevede: supporto ai genitori e alle persone che assolvono a compiti di cura attraverso l’implementazione della direttiva per l’equilibrio tra la vita privata e quella lavorativa, una coraggiosa iniziativa per rendere obbligatoria la trasparenza sulle retribuzioni, l’impegno nel tentare di sbloccare la direttiva sulle donne nei consigli di amministrazione, l’adesione della UE alla CONVENZIONE DI ISTANBUL per combattere la violenza domestica e un sistema europeo di qualità e accessibilità del sistema di educazione e cura della prima infanzia.

   Questi gli impegni, che in alcuni casi hanno avuto il merito di convincere alcuni eurodeputati che si erano dichiarati indecisi o contrari in un primo momento. Resterà da vedere anzitutto quanti di questi impegni così ambizioni si tradurranno in realtà.

LE DINAMICHE POLITICHE

Al di là della cronaca dei fatti, un paio di brevi considerazioni rispetto alle dinamiche politiche che si sono mosse negli scorsi giorni potrebbero aiutare a capire quali saranno i prossimi passi nelle istituzioni europee.  Oltre a quanto si è detto rispetto al sostegno di alcuni gruppi “sovranisti” come i polacchi del Pis (il partito nazionalista di governo) e il Movimento 5 Stelle, che certamente potranno condizionare le scelte della Commissione, ci sono altri elementi che devono essere tenuti presente.

   Anzitutto, nonostante il programma della presidente della Commissione sia chiaramente segnato da una sensibilità per l’ambiente, la famiglia politica dei verdi europei non si è espressa favorevolmente, salvo poi dichiarare che comunque sui punti che riterranno coerenti con le proprie idee non si porranno in contrasto con la Commissione. Parrebbe che questa dinamica sia stata condizionata maggiormente da appartenenze nazionali piuttosto che dalla politica europea. Infatti, per una volta – caso piuttosto inedito per la delegazione tedesca al Parlamento europeo – non c’è stato un comportamento compatto sulla base della nazionalità, al contrario si sono esacerbate frizioni nazionali. Non è un caso che anche all’intero del gruppo dei Socialisti e Democratici, che ha deciso di sostenere la proposta della neopresidente, la delegazione tedesca sia stata una di quelle che ha votato in dissenso.

   Questa spaccatura potrebbe, in realtà, rappresentare un’opportunità: un Parlamento meno “tedesco” potrebbe dare spazio ad altre sensibilità, che rappresentano certamente una ricchezza nelle istituzioni europee.

   In secondo luogo, gli impegni presi con la famiglia dei liberali e dei socialisti e democratici rispetto alle figure di VICEPRESIDENTE che saranno ricoperte da MARGHRETE VESTAGER e da FRANS TIMMERMANS potrebbe far pensare ad un accentramento dei poteri nelle mani di una ristretta cerchia, che vede come quarta personalità l’ALTO COMMISSARIO PER LA POLITICA ESTERA, JOSEP BURRELL.  Anche questa evoluzione potrebbe non rivelarsi negativa, specie se, come espressamente dichiarato, l’Unione Europea dovrà nel prossimo quinquennio rafforzare il proprio ruolo nel mondo.

   Una conclusione a caldo porta a dire che questa Commissione potrà riservarci molte sorprese: certamente le premesse potrebbero portare a un RILANCIO DELLA POLITICA EUROPEA. Al tempo stesso, le sfide sono talmente rilevanti e l’asticella è spostata talmente in alto che il rischio di fallimento è sempre all’orizzonte.

   Sarà possibile capire quale delle due strade saranno imboccate già nelle prossime settimane, quando sarà definita tutta la squadra del governo europeo con la distribuzione dei portafogli. (Alessia Mosca)

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LE NUOVE NOMINE UE: ECCO CHI GUIDERÀ L’EUROPA

LAGARDE alla Bce, VON DER LEYEN in Commissione, MICHEL al Consiglio, BORREL Alto rappresentante per la politica estera, DAVID SASSOLI presidente dell’Europarlamento. Ecco da chi è formata la nuova Europa

di Francesca Bernasconi, da “Il Giornale” http://www.ilgiornale.it/,2/7/2019

CHRISTINE LEGARDE ALLA BCE

Sarà la parigina Christine Lagarde il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, che prenderà il posto di Mario Draghi, che ha ricoperto l’incarico dal 2011. È avvocato, specializzata anche in economia e finanza. Come ricorda il Corriere della Sera, nel 1999, è stata nominata presidente del consiglio di amministrazione dello studio legale Baker & McKenzie ed è stata la prima donna ad accedere a tale carica. Nel 2005 è stata ministro del Commercio estero e nel 2007 la prima donna ministro dell’Economia non solo in Francia, ma tra i tutti Paesi del G8.

URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE

Il ministro della Difesa in Germania (anche lei prima donna a rivestire il ruolo) e precedentemente ministro del Lavoro e degli Affari sociali è stata scelta per guidare la Commissione Europea. La tedesca von der Leyen è una sostenitrice delle quote rosa e si fa portavoce delle mamme che lavorano, riuscendo a capirne bene le problematiche, dato che lei è una dottoressa e ha sette figli. È stata già indicata come potenziale erede della Merkel.

CHARLES MICHEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO

È il primo ministro del Belgio, in carica dal 2014. Ha rassegnato le dimissioni nel 2018, rimanendo in carica per accompagnare il Paese fino alle nuove elezioni. Le dimissioni arrivano a seguito di una crisi governativa, iniziata con il Global compact sui migranti: a dicembre i ministri del partito di coalizione si erano dimessi, contrari alle decisione del governo di approvare il patto. L’Europa lo ha scelto per guidare il Consiglio.

JOSEP BORRELL ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA

È il ministro degli Affari esteri, dell’Unione Europea e della Cooperazione spagnolo, per il governo Sanchez. Ha iniziato la sua carriera in Parlamento nel 1986 e, in seguito, ha ricoperto la carica di ministro delle Opere pubbliche, dei Trasporti e dell’Ambiente. Nel 2002 ha partecipato alla Convenzione europea sul futuro dell’Europa e ha redatto anche un Trattato, che espone la Costituzione europea, poi non approvato da alcuni Stati membri. Nel 2004 è diventato presidente dell’Europarlamento, carica mantenuta fino al 2007. Ora ricoprirà la carica di Alto rappresentante per la politica estera.

DAVID SASSOLI PRESIDENTE DELL’EUROPARLAMENTO.

Il rappresentante del Partito democratico e dei Socialisti guiderà l’Europarlamento dopo Antonio Tajani. Nel suo appello di fronte agli eurodeputati per sostenere la sua candidatura, Sassoli ha voluto citare uno dei padri fondatori dell’Ue, Jean Monnet: “Niente è possibile senza gli uomini, niente dura senza le istituzioni”. “Sarò garante di un confronto aperto, diretto e plurale ma sempre nel pieno rispetto delle opinioni di tutti voi e delle prerogative del Parlamento. In questa aula perché è in questa aula che spesso non ci rendiamo conto che si protegge la nostra indipendenza”.

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MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO (MFE)

Comunicato del MFE sull’elezione della nuova Presidente della Commissione europea

17/7/2019 da http://www.mfe.it/site/

   Il voto con cui il Parlamento ha ratificato la scelta di Ursula von der Leyen, prima donna nella storia a divenire presidente della Commissione, ha rivelato tutta la gracilità dei compromessi politici ed istituzionali su cui si regge l’Unione. La candidata è infatti passata con una risicata maggioranza, in cui è stato molto probabilmente determinante il voto di alcuni parlamentari euroscettici del gruppo ECR e di altri parlamentari non iscritti, a cominciare dagli eletti del M5S.

   Inoltre, nel momento in cui un partito dovrebbe dimostrare il massimo della compattezza e dell’unità, quello della fiducia all’esecutivo, i Socialisti e Democratici si sono spaccati in larga parte secondo appartenenze nazionali, rivelando quanto i partiti europei siano ancora una sommatoria di partiti nazionali. Infine i Verdi , che costituiscono forse il partito più federalista, hanno espresso un voto contrario, sancendo in tal modo la rottura del fronte europeista.

   Ciò detto, non si possono negare né il fatto nuovo che la von der Leyen abbia negoziato a lungo con le famiglie politiche pro-europee, verso cui si è poi orientata con fermezza per avere la maggioranza, né che il suo discorso e le sue linee programmatiche contengano delle proposte innovative o significative.

   La Presidente ha parlato di un Green Deal europeo per rendere il nostro continente ad impatto zero entro il 2050, attivando ben 1.000 miliardi di investimenti per la riconversione ecologica ed imponendo una Carbon border tax; di una riassicurazione europea contro la disoccupazione e di un salario minimo europeo; di una forte spinta per l’innovazione digitale e dell’introduzione di una Web tax;  di rafforzare la politica migratoria comune, inclusa la revisione delle procedure di Dublino in materia di immigrazione ed asilo; di nuove iniziative per un’Unione europea della difesa;  di concedere l’iniziativa legislativa al Parlamento durante il suo mandato; di abolire l’unanimità in materie come il clima, l’energia, gli affari sociali e la fiscalità e la politica estera. Resta il problema di costruire attorno a questo programma una chiara maggioranza che la sostenga nel Parlamento, ma soprattutto restano i problemi delle divisioni tra gli Stati, proprio su molti di questi temi, e di un bilancio del tutto inadeguato per raggiungere obiettivi così ambiziosi.

   Questo evidenzia il fatto che l’Unione più che di un’alternanza ha bisogno di un’alternativa.  Alternativa all’attuale assetto istituzionale, largamente improntato al primato del metodo intergovernativo.  Alternativa all’attuale impotenza sulla scena mondiale, che corre il rischio di lasciare il Vecchio Continente alla mercé di vecchie e nuove potenze. Alternativa, insomma, ad uno status quo che condanna l’Europa al declino e all’irrilevanza. Ursula von der Leyen ha ripreso la proposta di Macron di una Conferenza sul futuro dell’Europa da avviare nel 2020 per una durata di due anni, anche se il modo in cui la definisce è ancora insoddisfacente, sia per i tempi troppo lunghi che prevede, sia perché sembra prefigurare nei lavori un ruolo troppo debole per le istituzioni europee e nazionali per poter far sì che la Conferenza possa davvero diventare un’occasione per preparare l’indispensabile rifondazione dell’Unione europea su due diversi livelli di integrazione, con un nucleo politico dotato di poteri e strumenti di governo autonomi dagli Stati, e il resto dei Paesi che continuano a collaborare nel quadro dell’attuale sistema comunitario.

   La proposta, peraltro, non è ancora definita, come la stessa Presidente lascia intendere.  Con la raccolta delle adesioni in campagna elettorale e poi con le manifestazioni dell’1 e 2 luglio a Strasburgo, i federalisti hanno posto le premesse per la ricostituzione del GRUPPO SPINELLI (vedi qui sotto, ndr). Ora dobbiamo spingere il Gruppo Spinelli a conquistare l’egemonia politica del Parlamento e a preparare, in vista della Conferenza, l’avvio di quella battaglia costituente a cui la Conferenza stessa può fornire un’occasione.  Forse l’ultima. (17/7/2019 da http://www.mfe.it/site/)

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(Il GRUPPO SPINELLI è un movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per rilanciare il processo di integrazione europea.

Il Gruppo è stato fondato il 15 settembre 2010 a Bruxelles nell’ambito del Parlamento europeo. È stato intitolato ad Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell’integrazione europea e tra i creatori dell’Unione dei Federalisti Europei. Spinelli stesso lanciò un’iniziativa simile nel 1980, il Club del coccodrillo.

L’iniziativa è stata promossa in particolare da Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit], con il sostegno dell’Unione dei Federalisti Europei. Tra le personalità che vi hanno aderito vi sono Jacques Delors, Joschka Fischer, Mario Monti, Pat Cox, Ulrich Beck, Amartya Sen e Mercedes Bresso. Anche Tommaso Padoa-Schioppa aderì al Gruppo. Tra gli obiettivi principali del Gruppo vi sono l’impegno per il rafforzamento dell’integrazione europea e il desiderio di difendere e rilanciare il ruolo delle istituzioni comunitarie. Secondo i suoi aderenti, il processo di integrazione europea non sta avanzando in maniera soddisfacente e stanno emergendo tendenze verso un rafforzamento del ruolo degli stati membri a scapito del ruolo della Commissione europea e del Parlamento europeo. CON IL NUOVO EUROPARLAMENTO formatosi con le elezioni del marzo 2019 si vorrebbe ricostituire il GRUPPO SPINELLI).

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I FEDERALISTI EUROPEI CHIEDONO AL NUOVO PARLAMENTO DI AGIRE PER UN’EUROPA FEDERALE

Scritto da MFE (http://www.mfe.it/site/)

3/7/2019

COMUNICATO DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO

Il 2 luglio, in occasione della seduta inaugurale del nuovo Parlamento europeo a Strasburgo, i federalisti europei hanno organizzato una manifestazione per accogliere i nuovi parlamentari e chiedere loro di impegnarsi a promuovere la riforma dell’Unione europea, per costruire un’Europa federale, sovrana e democratica.
Sandro GOZI, Presidente dell’Unione dei federalisti europei (UEF), ha dichiarato che “oggi non basta limitarsi a celebrare l’UE e i suoi risultati. L’Europa ha bisogno di un cambiamento, e il nuovo Parlamento europeo deve impegnarsi in tal senso. E’ necessaria una riforma dei Trattati europei per costruire un’Europa più forte, più democratica, più sociale, più efficace, un’Europa sovrana e federale capace di affrontare le sfide di oggi, dal cambiamento climatico al problema migratorio, e per far sì che l’Europa conti in un mondo sempre più dominato dai contrasti tra grandi potenze”.
Il nuovo Parlamento sarà chiamato subito a dimostrare la sua determinazione a lavorare per una nuova Unione europea. Dovrà infatti confrontarsi con le proposte del Consiglio europeo che ha faticosamente trovato un accordo sulle nomine per la presidenza della Commissione europea e le altre cariche istituzionali: un accordo raggiunto sotto il ricatto dei governi sovranisti e senza nessuna attenzione al programma politico che la maggioranza che si sta costituendo in Parlamento cerca di concordare e promuovere. Lo spettacolo offerto dal Consiglio europeo in questo frangente ha dimostrato tutta la debolezza dell’assetto intergovernativo. Sempre più divisi tra loro, i governi nazionali non riescono a lavorare per il bene comune europeo, ma si paralizzano a vicenda. Tutto questo, mentre lo scenario internazionale è sempre più ostile agli europei – basti citare il fatto che proprio in questi giorni l’Unione europea ha iniziato ad essere nuovamente minacciata da Trump di ritorsioni commerciali, o si è trovata di fronte, impotente, ai disastri della politica americana in Iran.
Se il Parlamento vuole promuovere il cambiamento che i cittadini hanno dimostrato di volere con il loro voto, e vuole quindi rispettare il mandato che ha ricevuto, è già arrivato il momento di far sentire la propria voce. Il Parlamento non lasci che sulla presidenza della Commissione europea siano solo i governi a decidere sulla base dei loro veti incrociati.

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(ACCADE IN EUROPA)

UE – GRAN BRETAGNA: E’ GIÀ BRACCIO DI FERRO

BREXIT INFINITA. JOHNSON VUOLE RINEGOZIARE, L’UE RESPINGE E AVVERTE: “RISCHI SE NON PAGA IL CONTO”

– Il neo premier britannico chiede a Bruxelles di rinegoziare l’accordo siglato da May e di annullare la soluzione di “backstop”(*vedi qui sotto cos’è, ndr) per quanto riguarda i confini fra le due Irlande. Irlanda: Johnson è in rotta di collisione con noi e con l’Ue. Il messaggio di Berlino: “Campagna finita, ora calmati” –

da http://www.rainews.it/

26 luglio 2019 – Si va verso una situazione di stallo nel lungo processo della Brexit. Secondo quanto riportano i media inglesi, infatti, Downing Street avrebbe fatto sapere con chiarezza alle controparti europee che è pronta a riprendere i negoziati, ma solo a condizione che l’Unione Europea accetti di rinegoziare l’accordo siglato con Theresa May e in particolare di annullare la soluzione di “backstop” per quanto riguarda i confini fra le due Irlande. Due condizioni che la Ue ha già fatto sapere di ritenere inaccettabili e solo nelle scorse ore Jean Claude Juncker ha ribadito che l’accordo siglato con la May è l’unico possibile per quanto riguarda la Ue.

   Al momento, dunque, bocce ferme e difatti Downing Street ha fatto sapere che non vi sono in programma nuovi negoziati e che Johnson è “stato chiaro su quale base vi debba essere perché i colloqui possano riprendere”. “Non vi è una data a cui si possa ora fare riferimento – ha spiegato un portavoce di Downing Street – il primo ministro è stato molto chiaro che è pronto ad intavolare queste discussioni ma ovviamente il punto centrale è che l’accordo separazione non passerà mai l’esame del Parlamento e che questo significa che bisogna rivedere l’accordo. Johnson sembra dunque intenzionato almeno per il momento a tenere duro sulla propria promessa, ovvero che il Regno Unito uscirà dalla Ue il 31 ottobre a qualsiasi costo, con o senza accordo di separazione concordato con la Ue.

IRLANDA: JOHNSON È IN ROTTA DI COLLISIONE CON NOI E CON L’UE

Boris Johnson “sembra aver preso deliberatamente la decisione di mettere la Gran Bretagna in rotta di collisione con l’Unione Europea e con l’Irlanda in relazione ai negoziati sulla Brexit”. Lo ha affermato il vicepremier e ministro degli Esteri di Dublino, Simon Coveney, commentando le prime dichiarazioni del nuovo primo ministro britannico contro il backstop e per una revisione sostanziale dell’intesa di recesso raggiunta da Bruxelles con Theresa May. “C’è solo da domandarsi perché lo stia facendo”, ha proseguito Coveney citato dalla tv irlandese Rte a margine di una visita a Belfast, lasciando intendere senza dirlo di sospettare che Johnson possa volersi preparare a ipotetiche elezioni anticipate a cui presentarsi come paladino della Brexit e difensore dell’orgoglio nazionale contro le rigidità dell’Ue. In ogni caso, secondo Coveney, le affermazioni fatte ieri da Johnson ai Comuni “non aiutano i negoziati: non resta che aspettare e vedere se il messaggio di Londra cambierà”.

OETTINGER: LONDRA SI ESPONE A RISCHI SE NON PAGA IL CONTO UE

Guenther Oettinger avverte il neo premier britannico Boris Johnson: la Gran Bretagna si espone a “pericoli” se, in caso di una Brexit senza accordo, decidesse di non saldare il conto di svariati decine di miliardi all’Unione europea. Il commissario Ue al Bilancio lo ha affermato in un’intervista al quotidiano tedesco Tagesspiegel: una tale scelte metterebbe a rischio la solvibilità del Regno Unito. I saldi dovuti sono “documentati e verificabili” ed erano stati accettati dalla precedente premier, Theresa May, insiste Oettinger. Inoltre, un diniego da parte di Londra metterebbe a rischio le collaborazioni britanniche con la Ue, come per esempio il programma di ricerca Horizon. A detta del commissario, infine, la cifre evocata da Johnson (44 miliardi di euro) “non è stata concordata con Bruxelles”.

LA FRANCIA AVVERTE JOHNSON: NO GIOCHETTI O PROVOCAZIONI

La Francia mette in guardia Boris Johnson da eventuali “giochetti”, “posture” o “provocazioni” nei negoziati sulla Brexit: intervistata questa mattina dalla tv di Stato France, 2, la segretaria di Stato francese agli Affari europei, Amélie de Montchalin, ha auspicato che “nelle settimane a venire” si negozi “in modo calmo” e “in condizioni serene “sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Johnson? “Preferisco commentare gli atti piuttosto che i discorsi, soprattutto i discorsi elettorali o di ingresso al governo. Preferisco che si possa lavorare” con lui, ha spiegato, aggiungendo che oggi “abbiamo l’accordo sul tavolo”, riguarda le nostre “relazioni future” e “bisogna essere responsabili”. “Questo – ha avvertito- significa che bisogna essere chiari, prevedibili, bisogna riuscire a creare una relazione di lavoro, che non sia nei giochetti, nelle posture, nelle provocazioni”. “Se non c’è accordo – ha concluso Montchalin – ciò significa che non avremo relazioni di fiducia”.

I messaggi di Berlino a Johnson: “Campagna finita, ora calmati”

   “Il mio messaggio al nuovo premier britannico è molto chiaro: Boris, la campagna elettorale e’ finita. Ora calmati”. Dopo Parigi, che ha chiesto a Boris Johnson di evitare “giochi o provocazioni” in vista del suo incontro, tra qualche settimana, con Emmanuel Macron, ora anche Berlino lancia i suoi avvertimenti in direzione Londra: è il ministro di Stato tedesco agli Affari esteri con delega all’europa, Michael Roth, a rivolgersi così al nuovo inquilino di Downing Street durante un’intervista al secondo canale pubblico Zdf. “Ulteriori provocazioni non sono d’aiuto”, afferma ancora il membro del governo di Angela Merkel, il quale ribadisce che l’accordo negoziato con l’Ue per la Brexit non verra’ riaperto.

   “In questo l’Ue rimane unita”, spiega Roth, aggiungendo che è “ingenuo pensare che l’Unione europea si faccia ricattare” e che alla fine i britannici “pagheranno il prezzo piu’ alto” con la Brexit. Che la Germania non sia tenera con il nuovo leader dei Tories non è cosa nuova: lo Spiegel in edicola dedica a Johnson la copertina, con una vignetta che lo ritrae con le orecchie a sventola e un dente mancante, come il personaggio del celebre personaggio della rivista satirica americana “Mad”. Il che permette alla testa tedesca il gioco di parole del titolo: “Mad in England”, vale a dire “un folle in Inghilterra”. Questa mattina la portavoce del governo tedesco Ulrike Demmer ha reso noto che la cancelliera Angela Merkel ha telefonato a Johnson, invitandolo a Berlino. Ovviamente, dice Demmer, i due hanno affrontato anche il tema Brexit.

*il “BACKSTOP” prevede che il Regno Unito rimanga nell’unione doganale a tempo indefinito, a meno che le due parti si accordino per una sua uscita. Prevede inoltre REGOLE SPECIALI PER L’IRLANDA DEL NORD, che sarà più integrata nel “mercato unico europeo” rispetto al resto del Regno Unito: in altre parole, PER QUANTO RIGUARDA LE MERCI, È COME SE IL CONFINE TRA UE E REGNO UNITO VERRÀ SPOSTATO DALLA LINEA CHE CORRE TRA IRLANDA DEL NORD E REPUBBLICA D’IRLANDA AL TRATTO DI MARE CHE SEPARA L’IRLANDA E LA GRAN BRETAGNA.

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(ACCADE IN EUROPA)

ALEXIS TSIPRAS SALVA LA GRECIA MA PERDE LE ELEZIONI

Pierre Haski, France Inter, Francia

8 luglio 2019 da https://www.internazionale.it/

   C’è qualcosa di implacabilmente logico e profondamente ingiusto nella sconfitta di Alexis Tsipras alle elezioni legislative greche di domenica 7 luglio, vinte dalla destra di Kyriakos Mitsotakis.

   Logico perché si tratta delle prime elezioni dopo cinque anni, ovvero dopo la drammatica cura di austerità imposta ai greci dai loro creditori. L’elettroshock è stato brutale, umiliante. Inevitabile che producesse contraccolpi politici.

   Inoltre non bisogna dimenticare che Tsipras, alla guida di Syriza (una coalizione della sinistra radicale) all’epoca della sua elezione nel 2015, è stato protagonista di un voltafaccia politico che ha prodotto danni pesanti. Tsipras, infatti, si era fatto eleggere promettendo che avrebbe resistito ai diktat dell’Europa e dell’Fmi, indicendo un referendum con cui i greci hanno bocciato il piano di austerità. Ma alla fine si è trasformato nell’esecutore dello stesso piano rifiutato dai suoi elettori. Alcuni alleati hanno deciso di abbandonare Syriza, ma Tsipras è rimasto in sella. Fino a oggi.

   Tsipras ha permesso alla Grecia di superare la crisi più grave dopo il ritorno della democrazia

Ma tutto questo è anche palesemente ingiusto, perché il “tradimento” di Tsipras ha permesso alla Grecia di superare la crisi più grave dopo il ritorno della democrazia, nel 1975. Il leader di Syriza avrebbe voluto essere giudicato in base al suo operato: dall’anno scorso la Grecia non è più sotto tutela europea ed è restata all’interno dell’eurozona, ripristinando la crescita economica dopo otto anni di recessione, mentre la disoccupazione è calata di nove punti percentuale pur restando ancora molto elevata.

   E invece gli elettori non hanno giudicato i numeri, ma la vita di tutti i giorni. La classe media, in particolare, ha dovuto pagare in tasse il prezzo del salvataggio del paese, covando una collera che è esplosa nella giornata di domenica.

   Tsipras ha permesso al suo paese di superare una crisi di cui non aveva alcuna colpa, ma la politica è un gioco crudele e a Tsipras, oggi, non resta che un terzo dei voti, per salvare l’onore.

Come se non bastasse, a conquistare il potere è l’erede di una delle grandi famiglie politiche profondamente colpevoli per il tracollo della Grecia. Kyriakos Mitsotakis è riuscito a convincere i greci di essere il rappresentante di un rinnovamento politico e di un’alternativa liberale in un momento in cui bisogna rilanciare l’economia e attirare investimenti.

   Mitsotakis, alla guida del partito Nuova democrazia, ora ha le mani libere. Può contare su una maggioranza in parlamento dopo anni di coalizioni pericolanti, ed è ben visto negli ambienti dell’economia internazionale.

   Queste elezioni segnano il ritorno a una vita politica “normale” in Grecia, con l’alternanza tra le forze di governo e soprattutto l’emarginazione dell’estrema destra e dei neonazisti, che speravano di approfittare della tragedia vissuta dalla popolazione e dell’ondata di nazionalismo sul tema della Macedonia. Non è stato così. Almeno questa è una buona notizia di questo voto storico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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(ACCADE IN EUROPA)

IN UNA CITTÀ DELLA ROMANIA C’È UNA MANIFESTAZIONE CHE VA AVANTI DA 500 GIORNI

da il post.it https://www.ilpost.it/ 24/7/2019

– Ogni giorno, allo stesso posto e alla stessa ora, per 15 minuti: contro il partito di governo e contro la corruzione –

   Ogni giorno a mezzogiorno da più di 500 giorni consecutivi, a Sibiu, in Romania, un gruppo di residenti organizza una protesta silenziosa contro la corruzione fuori dalla sede del Partito socialdemocratico (PSD), al governo nazionale dal 2016 e criticato da tempo anche dal Parlamento e dalla Commissione europea.

Sibiu si trova in Transilvania, a circa 270 chilometri da Bucarest, è abitata da poco più di 150mila persone e nel 2007 è stata scelta come capitale europea della cultura. Una delle caratteristiche delle case di Sibiu sono le finestre strette, ricavate sui tetti da una piegatura delle tegole, che assomigliano moltissimo a un occhio socchiuso. Le finestre di Sibiu sono diventate anche il simbolo delle proteste: il gruppo che le organizza si chiama “Vӑ Vedem din Sibiu”, “Da Sibiu ti stiamo guardando”. Uno dei suoi fondatori, Ciprian Ciocan, ha spiegato che il messaggio per il PSD è semplice: «Sappiamo cosa stai facendo, stiamo guardando ogni tua mossa, e siamo qui per difendere lo stato di diritto».

   Vӑ Vedem din Sibiu è iniziato l’11 dicembre del 2017 quando le iniziative del governo per riformare la giustizia generarono proteste di piazza estese e partecipate in tutto il paese. Da allora a Sibiu i presidi per creare una “zona libera dalla corruzione” sono stati sospesi per un solo giorno, lo scorso maggio, quando i leader dell’UE arrivarono in città per un vertice informale. L’incontro in quell’occasione venne presieduto da Klaus Iohannis, ex sindaco di Sibiu diventato presidente della Romania nel 2014, con una campagna elettorale basata sulla lotta alla corruzione.

   In Romania le elezioni politiche del 2016 erano state vinte dal Partito socialdemocratico ma il suo leader, Liviu Dragnea, non era potuto diventare primo ministro perché incriminato per frode elettorale, abuso d’ufficio, associazione a delinquere e appropriazione di fondi europei. A causa dei procedimenti penali a carico suo e di altre figure di spicco del partito, le riforme della giustizia sono state per diverso tempo al centro dell’attività del governo. Ma per l’opposizione il loro obiettivo principale era mettere Dragnea al riparo dai processi attraverso la depenalizzazione dell’abuso di ufficio, la riduzione dei tempi della prescrizione per i casi di corruzione e abuso di potere e il ridimensionamento dell’indipendenza della magistratura.

   Mentre le grandi manifestazioni di piazza nella capitale vengono organizzate in occasioni ben precise, il silenzioso e pacifico presidio di Sibiu non si ferma mai: «Quei 15 minuti tutti i giorni, sono come una fiamma che non si spegne», ha detto Ciocan al Guardian. E i video che li mostrano e che vengono pubblicati su Facebook raccolgono migliaia di visualizzazioni: «Qualcuno sa che ci sono ancora delle persone a Sibiu, non importa se piove o nevica o altro». Alle manifestazioni partecipano persone di tutte le età e alcuni dicono che nei mesi i presidi siano stati attraversati da migliaia di persone diverse: alcune portano bandiere rumene e dell’UE, altri cartelli con scritto “resistere” o che accusano il PSD o il suo alleato di governo, il partito liberale. Nonostante il PSD abbia rivolto ai manifestanti diverse critiche, le proteste sono sempre state pacifiche e civili.

   Diana Manta, una 37enne che lavora nell’editoria, e che è stata intervistata dal Guardian, ha spiegato che cerca di venire al presidio tutti i giorni: «La mia pausa pranzo è qui. Lo faccio perché sono contro la corruzione, sono contro i politici che guidano attualmente la Romania e perché vedo che la corruzione colpisce le nostre vite. Non abbiamo ospedali a causa della corruzione, non abbiamo scuole decenti per i nostri figli, non abbiamo strade».

   La Romania è uno dei paesi più poveri e corrotti dell’Unione europea e da quando è diventata uno stato membro ha ricevuto decine di miliardi di euro di finanziamenti europei: 31 miliardi di euro tra il 2014 e il 2020. Questi fondi sono destinati in buona parte a investimenti in infrastrutture ed energie rinnovabili e al sostegno alle piccole e medie imprese, ma parte di queste risorse finisce per alimentare gravi fenomeni di corruzione e clientelismo, o nel migliore dei casi per non essere sfruttata.

   Il paese è da tempo al centro delle critiche del Parlamento e della Commissione europea, tanto che il 10 maggio, il commissario Frans Timmermans arrivò a minacciare l’avvio del processo che poteva portare in ultima istanza alla sospensione del diritto di voto del paese nelle sedi europee. Sotto la pressione dell’UE e in seguito a un referendum in cui gli elettori hanno respinto in modo decisivo un’amnistia per i reati di corruzione, il PSD ha abbandonato alcune delle misure più controverse della riforma della giustizia. Alle elezioni del parlamento europeo, il PSD è stato poi superato dal principale partito di opposizione e il suo leader, Liviu Dragnea, il 27 maggio è stato condannato in appello a tre anni e mezzo di carcere per abuso d’ufficio e portato in un carcere di Bucarest. Nonostante questi segnali siano stati interpretati in modo positivo, dal gruppo di Sibiu, chi ne fa parte pensa che la lotta per lo stato di diritto non sia finita. Per ora, dunque, l’appuntamento resterà quotidiano.

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2019/03/30/unione-europea-in-difficolta-dopo-le-elezioni-del-prossimo-26-maggio-un-pensiero-antieuropeo-pare-dominare-i-paesi-dellunione-in-crisi-economica-lappello-fat/  

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