LE PROTESTE A HONG KONG quale segnale di crisi internazionale: LA PAURA dell’ex colonia britannica di dover subire a breve il totalitarismo cinese, pone la QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA per ogni Paese, e del rispetto delle libertà individuali – CHE ACCADE A HONG KONG se non si trova una via democratica?

LA PROTESTA DI MIGLIAIA DI MANIFESTANTI A HONG KONG (iniziata il 9 giugno di quest’anno) è sorta dal MANCATO RITIRO DELLA PROPOSTA DI LEGGE SULL’ESTRADIZIONE, che avrebbe permesso alle autorità dell’ex colonia britannica di affidare alla giustizia di Pechino gli incriminati per una serie di reati. GIÀ DALL’INIZIO DELLE PROTESTE LA NORMA È STATA CONGELATA; MA SI CHIEDONO SIA IL SUO RITIRO DEFINITIVO, SIA LE DIMISSIONI DELLA GOVERNATRICE, accusata ora anche di brutalità nella repressione. I manifestanti hanno promesso di continuare il loro movimento fino a quando le loro richieste fondamentali non saranno soddisfatte, come le DIMISSIONI della governatrice della città, CARRIE LAM, un’INCHIESTA INDIPENDENTE sulle tattiche della polizia, un’AMNISTIA PER GLI ARRESTATI e un RITIRO PERMANENTE DEL DISEGNO DI LEGGE. (Maurizio Sacchi, 16/8/2019, da https://www.atlanteguerre.it/)

   Dal luglio 1997, dopo quasi 150 anni, Hong Kong non è più una colonia britannica ma è diventata una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese. I rapporti tra gli abitanti di Hong Kong e Pechino sono più che mai tesi (come dimostrano le proteste di queste settimane/mesi contro il disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina), e in vista dell’accorpamento definitivo di Hong Kong al regime giurisdizionale e politico cinese dal 2047.

IL TERRITORIO DI HONG KONG È DATO DA UNA PENISOLA ED OLTRE 200 FRA ISOLE ED ISOLOTTI NEL MAR CINESE MERIDIONALE, è in gran parte montuoso e collinare ed è stato urbanizzato per circa il 25%, mentre il 40% è sotto tutela ambientale. LANTAU (147 Km²) è la MAGGIORE DELLE ISOLE, seguono HONG KONG (79 Km²), LAMMA (13,5 Km²) e CHEK LAP KOK (12,5 Km²), in origine molto più piccola (3 Km²), ma trasformata ed ampliata dall’uomo per ospitare il nuovo aeroporto internazionale; le coste si sviluppano per 733 chilometri in tutto. Nella parte peninsulare di Hong Kong si raggiungono quasi i mille metri col MONTE TAI MO SHAN (957 m.), ma anche su Lantau vi sono altezze massime di poco inferiori, FUNG WONG SHAN (934 m.). Vista la limitata superficie i CORSI D’ACQUA hanno CARATTERE TORRENTIZIO e raggiungono velocemente il mare, oppure confluiscono nello SHAM CHUN, che segna buona parte del confine col resto della Cina; i bacini lacustri sono quasi tutti di origine artificiale. Il CLIMA è SUBTROPICALE A REGIME MONSONICO, con una stagione secca e più fresca fra Novembre e Marzo ed una più calda e piovosa nei mesi estivi. Dopo essere passato alla Cina Hong Kong è diventato una regione amministrativa speciale, gli uffici governativi sono ubicati nella zona chiamata Central nella città di Victoria ed è suddiviso in 18 distretti. La POPOLAZIONE è per buona parte di ETNIA CINESE (93,5%), le due MINORANZE più rappresentate sono quella INDONESIANA (2%) e FILIPPINA (2%); IL 50% DEGLI ABITANTI NON È RELIGIOSO, il 21% professa il BUDDHISMO, il 14% il TAOISMO, il 12% il CRISTIANESIMO.

   Con la nuova norma sull’estradizione, Hong Kong avrebbe dovuto estradare gli inquisiti verso Cina, Macao e Taiwan, compresi gli oppositori politici rifugiatisi nella regione autonoma. CARRIE LAM, attuale capo (governatrice) dell’esecutivo, ha ritirato la proposta ma le proteste non sono terminate e si sono concentrate sulla richiesta di riforme democratiche.

DAL 9 GIUGNO (2019) HONG KONG SCENDE IN PIAZZA

   Le immagini di Hong Kong che i media hanno trasmesso nel corso delle ultime settimane ricordano quelle di cinque anni fa: un fiume di manifestanti e ombrelli colorati (allora). Nel 2014 infatti, la protesta (denominata appunto “degli ombrelli”), per tre mesi ha mostrato manifestazioni nate dalla decisione del “Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo” (di Pechino) di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. In pratica questa riforma elettorale (poi non adottata) veniva percepita come una misura estremamente restrittiva dell’autonomia della regione: i candidati di fatto venivano scelti dal potere centrale cinese (dal Partito Comunista Cinese, il PCC).

9 AGOSTO 2019, HONG KONG, INIZIO DELLA MANIFESTAZIONE ALL’AEREOPORTO (Il 12 e 13 agosto, l’aeroporto di Hong Kong è rimasto chiuso al traffico aereo in seguito alla occupazione dello scalo da parte dei manifestanti)

   Adesso è un po’ diverso, ma sulla stessa direzione di intromissione cinese. I manifestanti chiedono che non venga adottato un emendamento alla legge sulle estradizioni, e la motivazione di fatto è la stessa: gli oppositori al regime filo-cinese temono che questo possa determinare un’ingerenza sempre più accentuata di Pechino nell’autonomia di Hong Kong.

(foto: HONG KONG, da Wikipedia) – da https://www.globalgeografia.com/ : HONG KONG è una METROPOLI della Cina meridionale, posta a sud-est di GUANGZHOU (CANTON) ed è TORNATA ALLA CINA NEL 1997. La CINA s’è IMPEGNATA A MANTENERE PER I PROSSIMI 50 ANNI LO STATUS SPECIALE che Hong Kong aveva sotto la corona britannica; HONG KONG ha un’economia basata sul terziario, in special modo su commercio e traffici internazionali.

   Come dicevamo, queste proteste (e le precedenti di 5 anni fa) nascono dal profondo attrito tra Hong Kong e Pechino in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia di Hong Kong dalla Cina, negoziata dal Regno Unito nel 1997, volgerà al termine. Nel 2047 Hong Kong cesserà infatti di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina. E Pechino ha già dimostrato l’intenzione di erodere progressivamente, anche se in modo quasi impercettibile, il grado di autonomia di Hong Kong.

LA PROTESTA A HONG KONG

   Questa situazione non riguarda solo la popolazione di Hong Kong e la Cina. Ma ha effetti geopolitici a livello internazionale (riguarda anche noi), e l’evolversi dei fatti merita di prestarvi la massima attenzione.

(IN ROSSO L ISOLA DI HONG KONG, da Wikipedia) – Dal punto di vista geografico, Hong Kong è composta dall’isola principale (chiamata appunto Hong Kong), dalla penisola di Kowloon, dai cosiddetti Nuovi Territori e da più di 200 altre isole, di cui la più grande è Lantau. Si trova circa duemila chilometri a sud di Pechino, affacciata sul delta del fiume delle Perle e sul Mar Cinese Meridionale. Ci abitano 7 milioni di persone, in poco più di mille chilometri quadrati, una superficie meno estesa della provincia di Vibo Valentia.(…) (17/8/2019, da https://www.ilpost.it/)

   In questa fase storica, geopolitica, Hong Kong e l’attrito fortissimo con la Cina, assieme ad altre questioni internazionali assai rilevanti (come la BREXIT, o l’attrito tra PAKISTAN E INDIA, entrambi possessori della bomba atomica, per la regione del Cashmire, oppure la CRISI TRA IRAN E AMERICA, e non ultima la questione dei DAZI AMERICANI che stanno trascinando a breve verso una DEPRESSIONE ECONOMICA mondiale -gli economisti prospettano questo a partire al prossimo anno-)….tutti questi eventi, stanno pericolosamente mettendo in crisi i già precari (dis)equilibri mondiali….

La governatrice della città, CARRIE LAM (di cui i manifestanti chiedono le dimissioni)

   La situazione pertanto di Hong Kong è tra i fenomeni geografici che meritano di prestarvi la massima attenzione (e dove l’Europa potrebbe esercitare una funzione virtuosa, mostrando di incidere positivamente sul problema, anche chiedendo garanzie alla Cina di non intervento repressivo e una soluzione pacifica) (s.m.)

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – LA CINA NON “STARÀ A GUARDARE” ed è pronta a “reprimere i disordini rapidamente” se la crisi di Hong Kong diventa “incontrollabile”. Lo ha assicurato l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming. “Se la situazione peggiora ulteriormente in disordini incontrollabili da parte del governo, il governo centrale non resterà a guardare. Abbiamo abbastanza soluzioni e abbastanza potere per reprimere i disordini rapidamente”, ha detto.

…………………………………

Veduta notturna di Hong Kong – “(…) Hong Kong è il più importante snodo cinese a livello globale sul piano economico e soprattutto finanziario anche grazie al fatto di essere il quinto porto più importante a livello mondiale. La città rientra in un preciso progetto cinese chiamato Area della Grande Baia, finalizzato a integrare la città di Hong Kong all’interno della Cina allo scopo di accelerare il processo di integrazione sia politico che economico. Ad esempio, la costruzione dell’infrastruttura che permette di collegare Hong Kong, Zhihai e Macao rientra proprio in questo obiettivo. Allo stesso modo il fatto che Hong Kong sia divenuto membro dell’Asian Infrastructure Investment Bank dimostra la ferma volontà da parte di Pechino di proseguire nel suo progetto di integrazione anche in relazione alla realizzazione della Nuova Via della seta. Un progetto megamiliardario che la Cina intende difendere con ogni mezzo.(…) (Umberto De Giovannangeli, 15/8/2019, da https://www.huffingtonpost.it/)

………………..

SULLE PROTESTE DI HONG KONG È PIOMBATA L’OFFENSIVA MEDIATICA CINESE

di Simone Pieranni, da “Il Manifesto” del 18/8/2019
– il 17 agosto si è anche tenuta una manifestazione a favore del governo di Hong Kong e Pechino – Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli. –
   Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un’atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell’ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
SE NEI PRIMI GIORNI delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le «violenze» dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di «terrorismo».
Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all’estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c’è anche chi «tifa» allo stesso modo contro la Cina).
I MANIFESTANTI sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi «privilegiati») e in balia dell’ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne «agenti» con finalità anti cinesi.
Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell’apparato statale cinese – comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell’ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza –  costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione – spesso giustificata – che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse, o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l’impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all’aeroporto.
Un’altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell’esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l’eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent’anni fa a Pechino, a TIANANMEN.
LA CINA È PIÙ POTENTE di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo.
Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l’ampio fronte anti Pechino.
Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di CARRIE LAM. (Simone Pieranni)

…………………………………

HONG KONG: LA POSTA IN GIOCO

di Maurizio Sacchi, 16/8/2019, da https://www.atlanteguerre.it/

– Pechino al bivio fra repressione e diplomazia ribadisce: Hong Kong è Cina –   Il 12 e 13 agosto, l’aeroporto di Hong Kong è rimasto chiuso al traffico aereo in seguito alla occupazione dello scalo da parte dei manifestanti. La protesta si origina dal mancato ritiro della proposta di legge sull’estradizione, che avrebbe permesso alle autorità dell’ex colonia britannica di affidare alla giustizia di Pechino gli incriminati per una serie di reati.

   Già dall’inizio delle proteste la norma è stata congelata; ma si chiedono sia il suo ritiro definitivo, sia le dimissioni della governatrice, accusata ora anche di brutalità nella repressione. I manifestanti hanno promesso di continuare il loro movimento fino a quando le loro richieste fondamentali non saranno soddisfatte, come le dimissioni della governatrice della città, CARRIE LAM, un’inchiesta indipendente sulle tattiche della polizia, un’amnistia per gli arrestati e un ritiro permanente del disegno di legge.

   Il 14 di agosto, foto da satellite diffuse dai media hanno mostrato forti contingenti di forze cinesi addensati nella città di Shenzen, proprio al di là del confine con Hong Kong. Le autorità cinesi hanno commentato che si tratta di esercitazioni programmate da tempo; ma, davanti alle proteste e agli ammonimenti che vengono da più parti nello scenario internazionale, ha anche reagito con durezza, invitando a non interferire negli “affari interni” della Cina.

“UN PAESE, DUE SISTEMI”

Benché nel trattato che sanciva la fine del Dominion britannico fosse previsto che la ex colonia godesse di ampia autonomia, e di un sistema democratico aperto, il principio chiaro era che Hong Kong è Cina. Il modo di conciliare l’economia capitalista della ricchissima metropoli con quella mista del resto del Paese si riassume in questa formula – “Un Paese, due sistemi” che fino ad oggi è sembrata funzionare.

   Per 24 anni consecutivi Hong Kong è stata classificata come l’economia più libera del mondo nell’indice di libertà economica della Fondazione Heritage, sin dalla sua istituzione nel 1995. Heritage è un think-tank americano, di orientamento conservatore, che ogni anno valuta i Paesi per quanto riguarda le opportunità di mercato, e la libertà di impresa e di concorrenza. Hong Kong è l’unica economia ad aver segnato 90 punti o più sui 100 punti della scala, meta raggiunta nel 2014 e nel 2018. Il sistema bancario di Hong Kong è aperto e internazionale. Ma le prime sei banche sono tutte nate e hanno base a Hong Kong, dalla potentissima Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC), alla Bank of China.

   La sua economia è governata da un non-interventismo positivo ed è fortemente dipendente dal commercio e dalla finanza internazionali. Per questo motivo è considerata tra i luoghi più favorevoli per avviare un’azienda. In effetti, uno studio recente mostra che Hong Kong è passata da 998 start-up registrate nel 2014 a oltre 2800 nel 2018, eCommerce (22%), fintech (12%), software (12%) e pubblicità (11%) i settori di attività più importanti (CNN Business).

   Il diplomatico cinese Yang Jiechi ha intimato agli Stati Uniti di “smettere immediatamente di interferire negli affari di Hong Kong in qualsiasi forma”. Yang Jiechi è un politico e diplomatico cinese di alto livello. Dal 2013 è direttore dell’Ufficio degli Affari Esteri del Partito Comunista Cinese. Rispondeva a Donald Trump, che è intervenuto sulla questione   raccomandando un “trattamento umano” per i dimostranti.  La risposta più significativa del governo di Hong Kong alla minaccia rappresentata dalle manifestazioni è stato l’annuncio di una serie di misure di sostegno sociale, con l’intento di togliere consenso ai dimostranti: abolizione di 27 tasse  governative; riduzione degli affitti per la maggior parte delle locazioni di terreni pubblici a comunità e imprese; potenziamento di due fondi governativi  a sostegno del consumo interno e del marketing per l’esportazione; e sostegno del credito alle piccole e medie imprese.

   Un intervento armato di Pechino sarebbe un fallimento per l’attuale dirigenza della Repubblica popolare, che non solo vedrebbe riapparire lo spettro di piazza Tienanmen di 30 anni fa, e mostrerebbe la sua incapacità di conquistarsi il consenso dei 7 milioni di abitanti di Hong Kong, ma sarebbe soprattutto un colpo fatale per la sua immagine di porto sicuro per affari e finanza internazionali. (Maurizio Sacchi)

……………………………..

HONG KONG, ANCHE I PROFESSORI SCENDONO IN PIAZZA PER L’11° WEEKEND DI PROTESTA. E PARTE LA CONTRO MANIFESTAZIONE A FAVORE DI PECHINO
da https://www.ilfattoquotidiano.it/ 17/8/2019
– Sfidando la pioggia i docenti hanno espresso la loro solidarietà agli studenti e agli attivisti che 11 settimane fa hanno cominciato a dichiarare il pieno dissenso contro la legge sulle estradizioni in Cina –
Hanno marciato indossando abiti neri e annodando nastri bianchi alle inferriate di metallo intorno alla Government House. Così migliaia di professori sabato 17 agosto hanno dato il via all’undicesimo weekend di proteste a Hong Kong. Sfidando la pioggia battente hanno espresso la loro solidarietà agli studenti e agli attivisti che 11 settimane fa hanno cominciato a dichiarare il pieno dissenso contro la legge sulle estradizioni in Cina, accusata di ridurre l’autonomia dell’ex colonia britannica a favore di una maggiore interferenza di Pechino.
Si preannunciano altri due giorni di tensione viste le centinaia di mezzi e blindati, e le migliaia di unità paramilitari cinesi convenuti a Shenzhen, a pochi chilometri dall’ex colonia. E, anche se il governo cinese ha assicurato che “non ci sarà una seconda Tienanmen”, non è detto che non venga “usata la forza”.
I docenti hanno indossato abiti neri, il colore scelto per le proteste pro-democrazia. Il corteo, secondo quanto riferiscono i media locali, ha anche ribadito la convinzione che la governatrice Carrie Lam debba ascoltare e dare risposte alle domande dei dimostranti, smettendo di fare ricorso alla violenza della polizia per disperdere coloro che partecipano alle manifestazioni.
I sindacati dell’Hong Kong Professional Teachers, promotori dell’evento – dedicato alla “tutela della prossima generazione, lasciamo che le nostre coscienze parlino” – hanno cominciato il raduno a Chater Garden, nel cuore della città, prima di avviare la marcia verso la Government House. La marcia dei professori è solo il primo dei tre appuntamenti in programma oggi nella città, tutti approvati anche se con diverse correzioni e limature della polizia.
Intanto diverse migliaia di persone hanno dato il via a una contro-manifestazione a favore di Pechino, convocata per condannare l’opposizione ed esprimere sostegno alla polizia, accusata da varie parti di uso eccessivo della forza. Le persone si sono radunate vicino al complesso del Consiglio legislativo, il parlamento locale, sventolando bandiere sia della città autonoma sia della Cina. Il fronte pro-establishment, ricordano i media locali, difende l’operato degli agenti per tenere sotto controllo le proteste pro-democrazia, accusando i manifestanti avversari di aver minato la stabilità e l’ordine di Hong Kong.
Il clou della protesta è previsto per domani. Gli attivisti ritengono infatti che le nuove manifestazioni possano dimostrare alla Cina e ai leader non eletti di Hong Kong che il loro movimento ha ancora un vasto sostegno popolare, nonostante le tattiche violente usate da una minoranza di manifestanti.

………………………….

LA CRISI DI HONG KONG, SPIEGATA BENE

17/8/2019, da https://www.ilpost.it/

– Le contraddizioni secolari di un posto unico al mondo sembrano arrivate a un punto di rottura: chi protesta, da quanto, perché e come –

   La crisi a Hong Kong va avanti da due mesi e mezzo, con manifestazioni e proteste che si tengono ogni weekend e che incontrano la repressione sempre più violenta della polizia, la condanna del governo locale e la minaccia di un intervento militare cinese. Quello che sta accadendo sta attirando parecchie attenzioni per la particolare storia di Hong Kong, che fino al 1997 fu controllata dal Regno Unito e governata secondo le sue leggi, e poi passò sotto il controllo della Cina, che cominciò fin da subito a essere molto presente nella vita politica del territorio.

   Un movimento di protesta si era già manifestato negli ultimi anni, ma oggi sembra essere diventato più determinato, organizzato e bellicoso.

Un passo indietro: cos’è Hong Kong
Dal punto di vista geografico, Hong Kong è composta dall’isola principale (chiamata appunto Hong Kong), dalla penisola di Kowloon, dai cosiddetti Nuovi Territori e da più di 200 altre isole, di cui la più grande è Lantau. Si trova circa duemila chilometri a sud di Pechino, affacciata sul delta del fiume delle Perle e sul Mar Cinese Meridionale. Ci abitano 7 milioni di persone, in poco più di mille chilometri quadrati, una superficie meno estesa della provincia di Vibo Valentia.

   Dal 1997 Hong Kong è una regione amministrativa speciale cinese, cioè fa parte della Cina ma ha una forma di autonomia. Prima, dal 1842, era stata una colonia britannica strappata all’Impero cinese dopo la guerra dell’Oppio. Inizialmente i britannici controllavano solo l’isola di Lantau, ma negli anni seguenti si espansero sulla terraferma e nel 1898 ottennero dalla Cina la cessione per 99 anni dei territori che corrispondono all’attuale Hong Kong. A parte il periodo della Seconda guerra mondiale, Hong Kong rimase per decenni sotto il controllo del Regno Unito, con un’economia aperta al capitalismo; il sistema scolastico era modellato su quello inglese, così come quello giuridico e legislativo. A Hong Kong una ricca comunità di europei conviveva con gli esuli cinesi scappati dall’avvento di Mao e del comunismo.

   Nel 1979, con la scadenza della cessione che si avvicinava, l’allora governatore di Hong Kong – lo scozzese Murray MacLehose – chiese al presidente cinese Deng Xiaoping come la si dovesse affrontare. Deng voleva che Hong Kong venisse restituita alla Cina. Nel 1984 il primo ministro cinese e quello britannico firmarono a Pechino la Dichiarazione congiunta sino-britannica: stabiliva che tutti i territori di Hong Kong sarebbero tornati a far parte della Cina a partire dal primo luglio 1997, anche se la Cina si impegnava a non instaurare immediatamente il sistema socialista, lasciando invariato il sistema economico e politico della città per almeno 50 anni, fino al 2047. Il primo luglio del 1997 una grande cerimonia presenziata dal principe Carlo d’Inghilterra, dal primo ministro britannico Tony Blair e dal presidente cinese Jiang Zemin sancì la restituzione e la fine del dominio coloniale britannico su Hong Kong.

Un paese, due sistemi
“Un paese, due sistemi” è il principio, stabilito da Deng, su cui si regge il complicato rapporto tra Cina e Hong Kong. Da un lato viene ribadita l’unità nazionale della Cina, dall’altro viene riconosciuta la diversità di Hong Kong, contraddistinta da un proprio ordinamento giuridico, politico e legislativo, e da un diverso sistema economico.

   Hong Kong non è una piena democrazia: in una certa misura è sottoposta al rigido monopartitismo cinese. Alle elezioni possono presentarsi molti partiti, ma il capo del governo – che si chiama Capo dell’esecutivo e attualmente è Carrie Lam – è scelto dal ristretto numero di persone che compongono il Comitato elettorale.  Questo è formato da 1.200 persone, scelte con un meccanismo molto complesso che si basa sull’assegnazione di un certo numero di rappresentanti a ordini professionali e settori economici della società, ed è pesantemente controllato dal governo cinese. Il sistema giudiziario è indipendente e si basa sulla common law, il principio del diritto consuetudinario dei paesi anglosassoni. La Legge Fondamentale di Hong Kong, scritta dopo il passaggio delle consegne tra Regno Unito e Cina, stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto la politica estera e la difesa.

   Hong Kong era considerata la cugina ricca, prospera e all’avanguardia della Cina e negli anni Ottanta e Novanta era vista come un modello per molti abitanti della Cina continentale. Quando i due paesi si riunirono, molti cinesi sperarono che la Cina diventasse un po’ più simile a Hong Kong, ma poi l’economia cinese cominciò a crescere a ritmi molto elevati, e le cose cambiarono. Oggi i rapporti tra abitanti della Cina continentale e abitanti di Hong Kong non sono sempre facili, anche a causa della propaganda del regime cinese che non spiega il vero motivo delle proteste in corso da due mesi e mezzo.

La rivoluzione degli ombrelli
La Cina nel tempo ha infiltrato il sistema economico di Hong Kong e molti ricchi cinesi hanno comprato le sue case migliori. Il Partito comunista cinese ha cercato inoltre di rafforzare la sua presa anche sul sistema politico e giudiziario. Il primo luglio 2014, durante le celebrazioni per l’anniversario della restituzione di Hong Kong alla Cina, a Hong Kong venne organizzata una manifestazione per chiedere più autonomia: fu l’inizio della cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”.

   Dietro c’era l’annuncio di una riforma del sistema elettorale: dal 2017 il Comitato elettorale vicino a Pechino avrebbe pre-approvato un massimo di tre candidati per il ruolo del Capo dell’esecutivo, che una volta eletto dalla popolazione sarebbe stato formalmente approvato dal governo centrale. Le proteste iniziarono a fine settembre come sit-in pacifici organizzati da vari enti: le organizzazioni studentesche Hong Kong Federation of Students e “Scholarism”, guidata dal 17enne Joshua Wong, che divenne il volto delle proteste, e Occupy Central, un movimento locale di disobbedienza civile che nel giugno del 2014 aveva organizzato un referendum per chiedere elezioni libere.

   Le manifestazioni si allargarono e chiesero più autonomie, libertà democratiche e le dimissioni del governatore Leung Chun-ying, ritenuto troppo vicino alla Cina. Gli ombrelli che danno il nome alla protesta erano usati dai manifestanti per difendersi dagli spray al peperoncino e dai gas lacrimogeni utilizzati dalla polizia; le proteste furono perlopiù occupazioni pacifiche e gli scontri con i poliziotti furono rari e subito condannati. Dopo 79 giorni di occupazione, l’11 dicembre la zona dell’Ammiragliato, cioè il centro delle proteste, venne sgomberata dalla polizia, segnandone di fatto la fine.

   In tutto vennero arrestate 955 persone, mentre circa 1.900 denunciarono la polizia. Il 3 dicembre i fondatori di Occupy Central si consegnarono alla polizia di Hong Kong, venendo rilasciati senza accuse. Wong venne arrestato insieme ad altri due attivisti, condannati a pene tra i 6 e gli 8 mesi di carcere; nel febbraio 2018 la Corte Suprema di Hong Kong ordinò di proscioglierli.

   Nel giugno del 2015 il Parlamento di Hong Kong respinse la legge elettorale proposta dalla Cina con 28 voti contrari su 70 e solo 8 favorevoli (gli altri si astennero). Nonostante questo, la Cina continuò a far pesare la sua influenza e nel novembre del 2016 annullò l’elezione di due giovani parlamentari filo-indipendentisti che durante la cerimonia di giuramento si erano rifiutati di dichiarare fedeltà alla Cina con il discorso di rito.

   Nel febbraio del 2016 c’erano stati gravi scontri tra polizia e manifestanti, che il Wall Street Journal ha definito il momento di passaggio dal pacifismo della Rivoluzione degli ombrelli alle proteste più violente di questi giorni. In quell’anno si parlò molto anche di cinque editori e librai vicini alla casa editrice Mighty Current, che pubblicava testi critici verso la Cina: nel 2015 erano scomparsi senza che se ne sapesse niente per mesi e secondo gli attivisti erano stati sequestrati dalla polizia cinese. Nell’ottobre del 2018 chiuse anche l’ultima libreria di Hong Kong che pubblicava testi censurati in Cina.

   Nel 2017 si tennero le attese elezioni per il nuovo governatore: venne scelta la 59enne Carrie Lam, la prima donna a ricoprire questo ruolo, decisamente vicina alla Cina. Come stabilito dal sistema di Hong Kong, Lam era stata scelta dal Comitato apposito, di cui fa parte lo 0,03 per cento degli elettori di Hong Kong, e che è composto da notabili della città perlopiù fedeli al governo centrale cinese. Aveva ottenuto il 66,8 per cento dei voti ma nei sondaggi era data a 26 punti di distacco dal candidato più popolare. Alla cerimonia di insediamento, avvenuta il primo luglio, era presente anche il presidente della Cina, Xi Jinping.

Cosa sta succedendo adesso
Le nuove manifestazioni sono cominciate all’inizio di giugno e inizialmente riguardavano l’emendamento a una legge sull’estradizione che, se approvato dal Parlamento locale, avrebbe consentito di processare nella Cina continentale gli accusati di alcuni crimini gravi, come lo stupro e l’omicidio. La legge era stata proposta dopo che nel febbraio 2018 un 19enne di Hong Kong era stato accusato di aver ucciso la propria fidanzata di 20 anni durante una vacanza a Taiwan. Taiwan aveva cercato di ottenere l’estradizione del giovane, ma le leggi di Hong Kong non lo avevano permesso, cosa che sarebbe stata invece possibile con l’emendamento.

   Ad aprile c’erano state alcune prime manifestazioni, ma solo a giugno erano diventate una cosa di massa, con migliaia di persone in strada. Secondo i movimenti e molti gruppi che difendono i diritti umani, l’emendamento sarebbe stato un primo passo verso l’ingerenza cinese nel sistema giuridico di Hong Kong e avrebbe consentito alla Cina di usarlo contro i suoi oppositori, perché nulla avrebbe impedito al regime di inventare accuse allo scopo di estradare qualcuno.

   Il 12 giugno ci furono i primi scontri con la polizia, che respinse con violenza i manifestanti, usando spray urticanti e cannoni ad acqua: in tutto 72 persone vennero ferite, di cui due gravemente; 11 furono invece arrestate. Il 15 giugno Carrie Lam annunciò in una conferenza stampa la sospensione dell’emendamento, ma le proteste non si fermarono. In molti la accusarono di voler rimandare la discussione per disperdere le proteste e recuperare l’emendamento a settembre, con la riapertura dell’anno legislativo e scolastico (molti manifestanti sono studenti). Lam si ritrovò in una posizione scomoda: aveva deluso il governo centrale cinese e si era inimicata gli attivisti, che la condannavano per la repressione della polizia e la vicinanza a Pechino, chiedendone le dimissioni. Da allora le proteste non si sono fermate e si sono trasformate in una aperta ribellione contro la Cina, e nella richiesta di libertà e autonomia.

   Gli scontri si sono fatti via via più violenti e organizzati, coinvolgendo persone di tutte le età, le professioni – compresi i dipendenti pubblici, solitamente neutrali – e i ceti sociali. I manifestanti non si sono limitati a scendere in strada con gli ombrelli, ma si sono anche muniti di occhiali per proteggere gli occhi dagli spray urticanti, di elmetti contro i proiettili di gomma e gli sfollagente, di maschere e bandane per nascondere il viso alle telecamere di sorveglianza. Per lo stesso motivo negli ultimi giorni sono stati usati anche puntatori laser durante le manifestazioni: dopo che la polizia ha arrestato un ragazzo che ne possedeva alcuni definendoli pericolosi, c’è stata una scenografica protesta pacifica piena di laser colorati davanti al planetario di Hong Kong.

   Uno dei pochi ad aver mostrato il suo volto è un giovane di 25 anni, Brian Leung, che è entrato nella sede del parlamento con altri manifestanti si è sfilato la maschera per farsi fotografare. «La crescita della punizione richiede una crescita di sacrificio», ha detto poi.

   Le proteste non si sono sviluppate attorno a una guida, contrariamente al 2014, ma sono state organizzate sporadicamente da leader di piccoli gruppi, spesso coordinandosi su Telegram, Facebook e un sito simile a Reddit di nome LIHKG. Per questo è difficile prevenirle: può accadere che all’improvviso una strada venga occupata da centinaia di persone, che ci restano per ore. «Non c’è una struttura piramidale di comando», ha spiegato Leung al Wall Street Journal, «Ci sono snodi, come in un social network».

   Lo scorso weekend è stato il decimo weekend di proteste consecutive, con centinaia di migliaia di persone in strada, e lunedì e martedì gli attivisti sono riusciti a bloccare il traffico stradale, aereo, ferroviario e metropolitano per alcune ore e hanno organizzato uno sciopero generale, il primo in 50 anni. Ci sono stati cortei in sette aree diverse di Hong Kong, culminati in scontri con la polizia. Dal 9 giugno sono state arrestate 420 persone, 44 accusate di crimini che prevedono fino a 10 anni di carcere.

   Oggi il responsabile cinese dei Rapporti con Macao e Hong Kong ha detto che la città-stato tra attraversando la sua crisi più grave da quando è ritornata sotto la sovranità cinese. La Cina sta iniziando a mostrare apertamente la sua contrarietà: domenica scorsa i giornali governativi avevano pubblicato articoli di condanna verso le proteste, tra cui un editoriale di Xinhua, l’agenzia di stato, che sosteneva che «il governo centrale non resterà con le mani in mano e non permetterà a questa situazione di continuare». Gli osservatori internazionali hanno cominciato a chiedersi cos’abbia intenzione di fare la Cina per reagire alle proteste: finora ha usato solo censura e minacce, ma avrebbe la possibilità legale e concreta di usare la forza all’interno del territorio autonomo di Hong Kong.

   Di stanza a Hong Kong ci sono circa 5mila soldati dell’esercito cinese: fino a due settimane fa avevano mantenuto un profilo molto basso, ma il 31 luglio è stato diffuso un video in cui svolgono esercitazioni militari a Hong Kong e si sente un militare urlare nel dialetto cantonese locale: «Tutte le conseguenze sono a vostro rischio e pericolo». La scorsa settimana poi più di 12mila agenti di polizia si sono riuniti a Shenzhen, nella provincia meridionale cinese del Guangdong (vicina a Hong Kong), per un’esercitazione che ha incluso anche misure anti-sommossa simili a quelle adottate nelle ultime settimane dagli agenti di polizia di Hong Kong contro i manifestanti.

   Nell’ultima settimana in ogni caso gli scontri tra manifestanti e polizia sono già diventati più violenti. Uno dei più recenti simboli delle proteste sono le bende sull’occhio macchiate di rosso indossate da molti partecipanti alle manifestazioni: domenica scorsa una donna è stata gravemente ferita all’occhio destro da un tipo di proiettile non letale usato dalla polizia. La polizia ha ammesso che gli agenti hanno in dotazione quel genere di proiettile ma ha detto di non sapere se quello che ha colpito la donna sia stato sparato da un agente. (17/8/2019, da https://www.ilpost.it/)

……………………………..

HONG KONG, IL DRAGONE CINESE PREPARA LA PROVA DI FORZA MENTRE TRUMP SI APPELLA A XI

MIGLIAIA DI UOMINI DELLA POLIZIA MILITARE CINESE HANNO SFILATO IN UNO STADIO A SHENZEN, AL CONFINE CON HONG KONG

di Umberto De Giovannangeli, 15/8/2019, da https://www.huffingtonpost.it/

   La prova di potenza fa presagire il peggio. Migliaia di uomini della polizia militare cinese hanno sfilato in uno stadio a Shenzen, al confine con Hong Kong. Nello stadio, secondo quanto accertato da un cronista dell’agenzia France Presse, ci sono anche veicoli armati per il trasporto di truppe, il che accresce i timori di un intervento militare cinese nel territorio.

   Questo sfoggio di mezzi e potenza militare –  anticipato dallo stesso regime – arriva dopo più di 10 settimane di proteste pro-democrazia nell’ex colonia britannica, spesso sfociate in violenti scontri tra i manifestanti e la polizia. Domenica è prevista una nuova manifestazione e si teme che in quella occasione Pechino possa usare la forza come ha più volte minacciato.

   La Cina non “starà a guardare” ed è pronta a “reprimere i disordini rapidamente” se la crisi di Hong Kong diventa “incontrollabile”, ha ribadito l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming. “Se la situazione peggiora ulteriormente in disordini incontrollabili da parte del governo il governo centrale non resterà a guardare.  Abbiamo abbastanza soluzioni e abbastanza potere per reprimere i disordini rapidamente”, ha detto.

   “Violenza chiama violenza”: più sarà dura la repressione poliziesca delle manifestazioni popolari più gli scontri a Hong Kong registreranno una escalation, con disordini che proseguiranno finché il governo locale si manterrà arroccato sulle sue posizioni. L’opzione peggiore è l’intervento militare di Pechino, “ma dipenderà da un’analisi tra costi e benefici che la Repubblica Popolare Cinese sta ancora soppesando”: a sostenerlo, in una intervista a l’Agi, è Jason Y. Ng, coordinatore del Progressive Lawyers Group (il Gruppo pro-democratico dei giuristi progressisti), noto scrittore già presidente del locale Pen Club, insignito nel 2013 e 2014 con l’Harvard Book Award a Hong Kong.

   “La protesta era cominciata a giugno contro l’extradition bill, ma la polizia ha reagito con la mano pesante e questa sua stessa violenza ha ampliato l’obiettivo delle proteste”, spiega Jason Y. Ng nell’intervista. “Proprio lo scorso fine settimana, una ragazza colpita da un proiettile a cuscinetto ha perso un occhio. Perciò adesso tutta la rabbia si rivolge contro le forze dell’ordine e i manifestanti stanno chiedendo non soltanto l’istituzione di una commissione indipendente per indagare sugli abusi della polizia, ma anche che siano incriminati gli agenti responsabili di avere provocato lesioni gravi”.

   Le proteste, scoppiate all’inizio di giugno contro un progetto di legge che avrebbe autorizzato le estradizioni verso la Cina continentale, si sono estese e ormai sono incentrate sulla denuncia di un arretramento delle libertà e contro le ingerenze della Cina. In virtù del principio di “un Paese, due sistemi” stabilito con il ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese dal governo coloniale del Regno Unito nel 1997, la regione gode di libertà inesistenti nella Cina continentale, fino al 2047.

   Ma numerosi residenti hanno la sensazione che Pechino calpesti sempre di più le loro libertà. I dimostranti, dunque, chiedono le dimissioni di Carrie Lam, capo del governo locale pro Pechino, nonché l’elezione di un successore a suffragio universale diretto (e non la sua designazione da parte della Cina come previsto attualmente). Chiedono anche un’inchiesta sulle violenze di cui accusano la polizia e l’abbandono definitivo del controverso progetto di legge che autorizzerebbe le estradizioni verso la Cina continentale. “Hong Kong sta pagando un duro prezzo per l’assenza di leadership politica. La governatrice Carrie Lam continua a esasperare la situazione rifiutando di ritirare del tutto la Legge sull’estradizione e di ordinare indagini indipendenti sull’operato della polizia”, afferma Man-kei Tam, direttore di Amnesty International Hong Kong.

   “La combinazione tra la formulazione di accuse ambigue, il ripetuto uso eccessivo della forza da parte della polizia e l’arbitrario divieto di alcune manifestazioni mostrano il disprezzo delle autorità di Hong Jong per il diritto di manifestazione pacifica”, sottolinea Tam.

   Durante le proteste dei giorni scorsi, la polizia di Hong Kong ha diffusamente fatto ricorso a lacrimogeni, proiettili di gomma e granate di spugna in maniera eccessiva e illegittima. “I cannoni ad acqua non sono giochi che la polizia di Hong Kong può usare come dimostrazione di forza. Sono armi potenti che colpiscono in maniera indiscriminata e possono procurare ferite gravi o anche la morte: possono provocare perdita di conoscenza, causare cecità, spingere una persona in maniera violenta facendola urtare contro altri oggetti o rendere questi ultimi dei veri e propri missili. Nelle nostre strade affollate il loro impiego può provocare un disastro”, rimarca ancora il direttore di Amnesty International Hong Kong.

   Hong Kong è il più importante snodo cinese a livello globale sul piano economico e soprattutto finanziario anche grazie al fatto di essere il quinto porto più importante a livello mondiale. La città rientra in un preciso progetto cinese chiamato Area della Grande Baia, finalizzato a integrare la città di Hong Kong all’interno della Cina allo scopo di accelerare il processo di integrazione sia politico che economico. Ad esempio, la costruzione dell’infrastruttura che permette di collegare Hong Kong, Zhihai e Macao rientra proprio in questo obiettivo. Allo stesso modo il fatto che Hong Kong sia divenuto membro dell’Asian Infrastructure Investment Bank dimostra la ferma volontà da parte di Pechino di proseguire nel suo progetto di integrazione anche in relazione alla realizzazione della Nuova Via della seta. Un progetto megamiliardario che la Cina intende difendere con ogni mezzo.

   “La Cina – annota Giulia Sciorati, Ispi China Programmae – si trova oggi di fronte a un dilemma: qualsiasi compromesso troppo poco stringente potrebbe creare un precedente che rischierebbe di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre regioni contese come MACAO, TAIWAN, TIBET, XINJIANG e MONGOLIA INTERNA. D’altra parte, altrettanto rischioso sarebbe agli occhi di Pechino far finta che nulla sia successo, poiché proprio in queste regioni le proteste di Hong Kong potrebbero trovare facili emuli”.

   Ieri, l’Ufficio Affari di Hong Kong e Macao ha affermato che gli attacchi dei “manifestanti radicali” di Hong Kong agli agenti di polizia rappresentano “un crimine grave”, rivelando “i primi segni di terrorismo”. Al contempo, Pechino ha fatto sentire la propria voce a Ginevra. La Missione diplomatica cinese alle Nazioni Unite ha denunciato la “dichiarazione ingiustificata” sulle manifestazioni a Hong Kong dell’Alto Commissariato per i diritti umani. “Tale dichiarazione – afferma – contraddice i fatti, interferisce con quanto accade a Hong Kong, che sono affari interni della Cina, e invia un segnale sbagliato a criminali violenti. Le manifestazioni hanno recentemente preso una piega violenta con comportamenti che non hanno nulla a che fare con una manifestazione pacifica”.

   Il governo centrale cinese sostiene le autorità di Hong Kong e l’operato delle forze dell’ordine, prosegue il comunicato della Cina che evoca inoltre alcune violenze che mostrano una tendenza a ricorrere al terrorismo. “Pechino esorta quindi l’Ufficio Onu per i diritti umani a cessare di interferire negli affari di Hong Kong nonché a smettere di fare commenti irresponsabili“, conclude il comunicato del portavoce della missione. La Cina mette in guardia la comunità internazionale: Hong Kong è un affare interno.

   Intanto, la situazione all’aeroporto internazionale di Hong Kong è tornata alla normalità dopo le proteste di questi ultimi due giorni che hanno costretto alla cancellazione di circa 979 voli. L’Airport Authority, ha spiegato l’amministratore delegato Fred Lam, ha ottenuto un’ingiunzione temporanea che impedisce ai manifestanti di entrare in alcune aree dello scalo. Attualmente non ci sono più manifestanti nel terminal e diversi checkpoint sono stati installati. Solo il personale dell’aeroporto e i passeggeri in partenza con biglietti aerei o carte d’imbarco per le prossime 24 ore e documenti di viaggio validi saranno ammessi nei terminal. E dopo giorni di silenzio sulla crisi è intervenuto il presidente Usa, Donald Trump, che ha chiesto un incontro con l’omologo cinese, Xi Jinping, per parlare di Hong Kong.

   “Conosco molto bene il presidente cinese Xi. È un grande leader che ha un grande rispetto per il suo popolo. E’ anche un uomo buono nelle situazioni difficili. Non ho dubbi che se vuole risolvere il problema di Hong Kong in modo rapido e umano, può farlo”, ha twittato il presidente Usa, che conclude il messaggio con una frase, “Personal meeting?”, che sembra una esortazione ad un vertice con il collega cinese. Gli Usa hanno espresso “forte preoccupazione” per la concentrazione di militari cinesi al confine e allo stesso tempo hanno condannato la violenza nelle proteste e hanno esortato le due parti alla “moderazione”: la crisi rischia di danneggiare i delicati negoziati commerciali in corso da settimane fra Pechino e Washington. Ma “Donald il paciere” non sembra avere molte carte da giocare. E la parata di Shenzen dimostra che il Dragone cinese è pronto a colpire.(Umberto De Giovannangeli)

…………………………………..

A HONG KONG L’UNDICESIMO WEEKEND DI PROTESTE: I MANIFESTANTI SFIDANO I DIVIETI

16 Agosto 2019 da LA STAMPA

– Nessuna delle cinque manifestazioni è stata autorizzata dalle autorità e si dimette il ceo della compagnia aerea Cathay Pacific. L’attrice cino-americana Liu Yifei dà il suo sostegno alla polizia –

HONG KONG. Undicesimo weekend consecutivo di proteste antigovernative a Hong Kong, dove i manifestanti continuano a sfidare i divieti delle autorità nonostante i preoccupanti movimenti di truppe cinesi al confine. In programma fino alla notte di domenica almeno cinque manifestazioni (una dai sostenitori di Pechino). Gli scontri tra polizia e manifestanti sono gradualmente aumentati dall’inizio delle proteste e Pechino ha già definito le violenze dei manifestanti “atti terroristici”. Stasera alle 20.00 (le 14.00 in Italia) è in programma una manifestazione degli studenti che si riuniranno sotto lo slogan “Sostieni Hong Kong, potere al popolo”, dove è atteso anche l’attivista Joshua Wong, leader delle proteste del 2014. Prevista anche la presenza della cantante-attivista Denise Ho.

   In questo evento i manifestanti, che ritengono non sia rispettata la Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, con cui Pechino si impegno’ a rispettare i diritti e le libertà dell’ex colonia britannica, chiederanno al Londra di imporre sanzioni ai responsabili e ai complici della “soppressione dei diritti e delle libertà di Hong Kong”.

   Stessa richiesta è rivolta al Congresso Usa. Sabato mattina alle 11.00 (le 5.00 in Italia) è prevista una marcia dei docenti fino alla residenza della leader Carrie Lam, mentre alle 15.30 (le 9.30 in Italia) è in programma una nuova protesta tra i quartieri popolari tra i turisti cinesi di Hung Hom e Kwan Wan.

Nessuna di queste manifestazioni è stata autorizzata dalle autorità. Più tardi, alle 17.00 (le 11.00 in Italia) prenderà il via un evento a sostegno del governo di Hong Kong e di Pechino, durante il quale, annuncia il quotidiano ufficiale China Daily, “è attesa una grande folla che dira’ ‘no’ alle violenze di manifestanti”; i partecipanti sono stati invitati a vestirsi di bianco o azzurro, in contrasto con il nero, il colore dei manifestanti antigovernativi.

   Un colore, che riporta alla memoria gli indumenti bianchi indossati dalle presunte bande di criminali che il 21 luglio attaccarono indiscriminatamente con bastoni di bambù e spranghe metalliche, i passeggeri di una stazione della metropolitana, in particolare quelli vestiti di nero. Domenica alle 14.30 (le 8.30 in Italia) è in programma l’evento principale, non autorizzato, organizzato dal Fronte civile dei diritti umani contro “la brutalità della polizia”.

Dopo le proteste si dimette il ceo di Cathay Pacific 
Cathay Pacific ha annunciato le dimissioni del Ceo Rupert Hogg a distanza di pochi giorni dalle aspre critiche della Cina verso la compagnia aerea basata a Hong Kong per l’appoggio del suo personale, tra cui i piloti, alle proteste pro-democrazia dell’ex colonia. In una comunicazione all’Hong Kong stock exchange, Cathay ha detto che Hogg “si è fatto carico delle responsabilità come leader del vettore alla luce dei fatti recenti accaduti”. Il manager è stato sostituito da Augustus Tang, veterano di Swire Group, principale azionista della società.

Anche Hollywood si muove

Liu Yifei, l’attrice cino-americana che la Disney ha scelto per l’atteso remake di «Mulan», ha provocato un’ondata di polemiche postando su Weibo, il Twitter cinese, la sua solidarietà alla polizia dell’ex colonia britannica. «Io sostegno la polizia di Hong Kong, ora potete attaccarmi tutti. Che vergogna per Hong Kong», ha scritto l’attrice provocando un’immediata reazione nel mondo dei social. Su Twitter – che è vietato in Cina – ha subito iniziato a circolare l’hashtag #BoycottMulan on Twitter, e in poche ore sono stati circa 40mila i tweet di sostegno al boicottaggio. «Liu è una cittadina americana naturalizzata e offende le persone che lottando per la democrazia», si legge in uno di questi tweet. Sta invece ricevendo entusiastico sostegno su Weibo: «Credere nel governo, nel governo centrale e nel Paese», si legge in uno dei post.

……………………………

LE PROTESTE DI HONG KONG E IL DILEMMA DI PECHINO

di Simone Pieranni, da “Il Manifesto” del 15/8/2019
– Hong Kong. Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina –
   La «presa» per due giorni dell’aeroporto internazionale di Hong Kong da parte dei manifestanti ha acuito la problematicità di quanto sta accadendo nell’ex colonia britannica. L’azione è stata giustificata come una sorta di ultima spiaggia dagli stessi protagonisti, che sono però incorsi in errori che in parte complicano la loro legittima lotta. Il quadro attuale è il seguente: chi protesta ha dimostrato di poter reggere una mobilitazione che dura ormai da giorni.
Per quanto «orizzontali e senza leader» i manifestanti hanno mostrato un’ottima organizzazione capace di coordinare le tante istanze anti-cinesi che hanno unito le centinaia di migliaia di persone scese in piazza. Sono stati commessi però alcuni errori tattici: in primo luogo la comparsa delle bandiere americane e poi quelle di epoca coloniale. Poi la vicinanza di alcuni dei personaggi più in vista durante le proteste con personale dell’ambasciata americana.
Non segnalare una pubblica distanza dagli Usa ha dato la possibilità alla Cina di accusare i manifestanti di essere sostenuti dagli Usa.
Possibile che Washington abbia provato a complicare le cose alla Cina ma un’eterodirezione è una falsità riguardo le motivazioni delle proteste, che sono profonde e non avevano bisogno di essere aizzate da forze esterne.
Poi all’aeroporto i manifestanti sono incorsi in un altro errore: hanno malmenato e bloccato una persona sospettata di essere un poliziotto infiltrato. Invece era un giornalista dell’ultra nazionalista quotidiano di Pechino, il Global Times, che ha avuto buon gioco a scatenare specie sui social cinesi (WeChat in primis) nuove accuse contro i manifestanti.
Ieri da diversi gruppi che partecipano alle proteste sono arrivate le scuse per questo evento, ma al di là di questi errori tattici, quello che pare mancare al momento è la possibilità reale di arrivare a qualche risultato dopo settimane di manifestazioni che hanno spinto la tensione a un punto tale da rendere complicata una soluzione che permetta alla Cina di non perdere la faccia.
Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, piuttosto sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina.
In questo senso le richieste di dimissioni della chief executive Carrie Lam e quella di un’indagine sulle violenze della polizia, potrebbero essere due argomenti sui quali Pechino potrebbe addirittura essere disposta a trattare. Ma quanto i manifestanti sembrano sottovalutare, è proprio l’attuale situazione politica della Cina.
Bisogna dunque procedere in due direzioni differenti. Quasi tutti i sinologi sono concordi nel rileggere tutta la storia imperiale cinese proprio attraverso la complessità del rapporto tra centro e periferia. È questa dinamica a costituire il motore politico della Cina imperiale.
A questo proposito il concetto di impero in Cina è arrivato dall’Occidente (e dal Giappone) durante il periodo Qing, l’ultima dinastia cinese. Nella visione cinese, infatti, vigeva il concetto di tianxia «tutto quanto sta sotto il cielo». Si tratta di una visione che rapportandosi non solo agli altri, bensì al cosmo intero, concepiva l’influenza cinese attraverso cerchi concentrici capaci di arrivare anche in posti ben distanti territorialmente dal «centro».
Il sistema dei tributi fu uno degli strumenti che la Cina utilizzò per gestire questa serie di relazioni.
Il concetto di Stato-nazione ha complicato enormemente le cose e Hong Kong è un esempio di quanto questa relazione centro-periferia sia ancora oggi un dilemma in Cina e quanto la «modernità anti-moderna» come l’ha definita l’intellettuale Wang Hui, abbia portato Pechino a dover concepire nuove forme di interazione con le sue articolazioni periferiche.
C’è poi un tema contemporaneo: cosa farà Xi Jinping? Esistono forze interne che, forse, stanche del suo enorme potere potrebbero spingere a prendere la decisione sbagliata su quanto sta accadendo a Hong Kong. Non è semplice saperlo, ma l’intensa attività di puntellamento della propria autorità ha per forza di cose lasciato strascichi.
Parte dell’esercito cinese è a Shenzhen, si tratta di un dato confermato perfino dall’ambasciata cinese in Italia; nella sua newsletter il personale dell’ambasciata ha specificato che «secondo quanto stabilisce la legge della Repubblica Popolare Cinese, tra i compiti della polizia armata figurano la partecipazione a operazioni volte a sedare ribellioni, rivolte, incidenti violenti e illegali, attacchi terroristici e altre minacce alla sicurezza sociale».
Xi Jinping ha in mano le carte e deve scegliere: trovare un compromesso capace di salvare la faccia alla Cina, perfino concedendo qualcosa ai manifestanti, oppure optare per la via della repressione, forte del fatto che la comunità internazionale, ormai, sembra piuttosto disposta ad accettare qualsiasi scelta arriverà da Pechino. (Simone Pieranni)

………………………………..

PROTESTE SENZAFINE

LA GOVERNATRICE DI HONG KONG: «SIAMO SULL’ORLO DELL’ABISSO»

di Stefano Carrer, da “il Soli 24ore” del 14/8/2019
– Ancora bloccato l’aeroporto, dove ci sono stati scontri tra dimostranti e polizia – Trump: « Movimenti di truppe cinesi al confine». L’invito è alla calma –
   Per un attimo, è sembrata trattenere le lacrime. Ma il messaggio lanciato ieri dalla chief executive di Hong Kong Carriel Lam – in una conferenza stampa in cui ha svicolato dalle domande – è stato duro nella sostanza e senza aperture, al di là dei tocchi emotivi: le proteste violente stanno creando «panico e caos» facendo imboccare una «strada senza ritorno» che rischia di spingere verso un «abisso».
Un discorso che ha fatto da prologo agli scontri tra polizia e dimostranti avvenuti in serata all’aeroporto, rimasto semi-paralizzato per il secondo giorno consecutivo. Mentre il ricorso a metodi di repressione più brutali da parte della polizia ha spinto negli ultimi giorni i manifestanti ad alzare la posta – nella speranza che infliggere danni all’economia possa avvicinare l’accoglimento delle loro richieste -, una parallela escalation di minacciosi avvertimenti comincia a rendere concreta la sensazione che Pechino stia perdendo la pazienza e si prepari a intervenire se le autorità locali non riusciranno a riportare la situazione sotto controllo.
Per la verità, il governo cinese in serata è tornato a esprimere il suo pieno appoggio a Carrie Lam e al suo governo: lo ha fatto attraverso una nota della missione a Ginevra in cui ha respinto con durezza la presa di posizione della responsabile per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, che ha raccomandato alle autorità di Hong Kong di agire con moderazione e di investigare sul ricorso a eccessivi mezzi di repressione in violazione delle norme internazionali.

   Per Pechino, si tratta di una interferenza nei suoi affari interni che invia «un segnale sbagliato a violenti criminali». Inquietante è l’aggiunta che i dimostranti stiano «mostrando una tendenza a ricorrere al terrorismo». In un messaggio ufficiale alla comunità internazionale, insomma, si evoca il «terrorismo», ossia l’elemento che potrebbe essere utilizzato per una giustificazione legale di un intervento diretto nella regione amministrativa speciale. Ingenti forze paramilitari sono già confluite nella metropoli limitrofa di Shenzhen, come evidenziato dal rilascio di nuovi video.
Dopo le accuse cinesi di interferenze americane, il presidente Donald Trump – che si era attirato critiche per aver parlato di “sommossa” e di affari interni cinesi – ieri ha twittato «Molti stanno dando la colpa a me e agli Stati Uniti per i problemi in corso a Hong Kong. Non riesco a immaginare il perché» e «La nostra intelligence ci ha informato che il governo cinese sta spostando truppe al confine con Hong Kong. Tutti stiano calmi e tranquilli”!».

   A voce ha parlato di «situazione molto difficile» a Hong Kong, che spera si risolva pacificamente e «per la libertà». Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha stigmatizzato gli ultimi commenti di alcuni leader del Congresso di opposti schieramenti, come Mitch McConnell e Nancy Pelosi, anche come ulteriore prova di interferenze statunitensi. Molto preoccupato appare l’ultimo governatore britannico di Hongk Kong, Chris Patten, secondo cui è necessario un «processo di riconciliazione», mentre un intervento cinese «sarebbe una catastrofe per la Cina e ovviamente per Hong Kong».
Intanto la Borsa locale ha perso un altro 2,1%: ha spazzato via tutti i guadagni di quest’anno e risulta del 16% sotto i picchi di aprile (-8% dal 12 giugno, quando la protesta prese slancio). Il dollaro HK è sceso a ridosso del limite della sua fascia di oscillazione sul dollaro Usa . Molti analisti pronosticano un ulteriore indebolimento dei mercati, in quanto i crescenti rischi politici si riverberano in pressioni verso un deflusso di capitali. (Stefano Carrer)

………………………………..

A HONG KONG SI METTE MALE. CINA: «PROTESTE SONO TERRORISMO»

di Simone Pieranni , da “Il Manifesto” del 13/8/2019
– Hong Kong. I media cinesi mostrano assembramenti di truppe a Shenzhen. Voli annullati nell’ex colonia britannica fino a stamattina per i sit-in organizzati in aeroporto. Week end di scontri: la polizia ha usato gas lacrimogeni contro i manifestanti –
   Dopo ormai dieci settimane di proteste a Hong Kong, da ieri c’è una domanda che aleggia nella tensione generale dell’ex colonia britannica: la Cina sopporterà ancora le manifestazioni senza compiere nessun atto concreto? Fino a ieri l’ipotesi di un intervento militare sembrava completamente fuori discussione: le due conferenze stampa tenute dall’ufficio politico di Pechino a Hong Kong avevano lanciato avvertimenti, avevano bollato le proteste come «rivoluzione colorata» aizzata dagli Stati uniti, e si erano limitate a sottolineare le violenze dei ragazzi e delle ragazze per strada contro la polizia locale, cui la dirigenza cinese aveva espresso sostegno.
Da oggi, invece, pur apparendo ancora un azzardo, l’ipotesi militare acquisisce un peso diverso nelle valutazioni: ieri Pechino ha invece accusato apertamente i manifestanti di Hong Kong di «terrorismo» a causa della loro «violenza», con la quale secondo la Cina hanno affrontato la polizia locale. Ma non solo perché nella giornata di ieri i media cinesi, prima l’ultra nazionalista Global Times e poi l’organo ufficiale del partito comunista, il Quotidiano del popolo, hanno mostrato un video di truppe dell’esercito cinese radunate a Shenzhen, la città confinante con Hong Kong e dalla quale si può raggiungere la città in tempi brevissimi.
SECONDO I DUE MEDIA CINESI si tratterebbe «apparentemente di esercitazioni», ma la vicinanza geografica e la tensione palpabile non lasciano troppo spazio all’ottimismo.
Resta da chiedersi se la Cina davvero possa permettersi un eventuale colpo di mano militare, dopo anni di faticosa costruzione di una reputazione internazionale capace di accreditarla come potenza responsabile.
Tutto quanto raccontato nelle occasioni internazionali rispetto alla propria «ascesa pacifica» potrebbe essere smentito con una semplice decisione.
La Cina – nel caso di un intervento militare – potrebbe giustificarlo con la scusa che Hong Kong è «un affare interno» come più volte ripetuto.
PROPRIO COME FA con il Xinjiang, la regione nord occidentale a maggioranza musulmana. Se ancora qualcuno nutre dei dubbi riguardo l’esistenza di veri e propri campi di rieducazione – che la Cina definisce «vocazionali» – nessuno può mettere in discussione la clamorosa campagna securitaria e repressiva che si è abbattuta sulla minoranza uigura. Eppure, ben pochi a livello internazionale hanno protestato contro il comportamento cinese. Per quanto riguarda Hong Kong, però, c’è anche un altro elemento: bisogna prendere atto che politicamente un compromesso politico al momento è impossibile.
Kerry Brown, grande conoscitore della Cina, su The Spectator ha scritto un commento nel quale ritiene che la mancanza di uniformità tra le anime dei manifestanti possa costituire un vantaggio per Pechino. Ma questa frammentazione, unita alla mancanza di un programma politico unificante da contrapporre innanzitutto al governo cittadino, potrebbe risultare anche un’eventualità capace di mettere in difficoltà il governo centrale cinese: Pechino infatti, posto che voglia trattare, al momento non ha alcuna proposta su cui si può davvero arrivare una mediazione.
I CITTADINI DI HONG KONG che protestano, soprattutto giovani di tutte le fasce sociali, non vogliono vivere in una città sotto il dominio cinese. Aspirazione legittima ma purtroppo per loro inattuale: nel 2047 come stabilito tra Cina e Gran Bretagna, Hong Kong passerà definitivamente sotto l’egida politica di Pechino, che a sua volta sceglierà come amministrare la città. L’obiettivo politico dei dimostranti, dunque, dovrebbe poter trovare un possibile compromesso alla luce di questo passaggio. Difficile sapere quale.
UN POSSIBILITÀ potrebbe essere quella di spingere sulla richiesta di suffragio universale, così come garantito – pur all’interno di passaggi graduali – dall’articolo 68 della Basic Law, la Costituzione (sottoscritta da Pechino) potrebbe essere un primo passo.
Intanto, in questi giorni, il sit in all’aeroporto ha ottenuto grande solidarietà nonostante i disagi, da parte di tante persone che hanno portato ai manifestanti cibo e acqua. Oggi il sit in, che ha bloccato tutti i voli, continuerà nonostante non sia stato autorizzato: i manifestanti tra le altre rivendicazioni chiedono anche un’inchiesta seria e trasparente sulle violenze compiute dalla polizia che nei giorni scorsi – dopo la figuraccia internazionale per l’«aiuto» avuto da criminali delle triadi lanciati in giro a picchiare ragazze e ragazzi inermi all’interno di una stazione della metro – ha fatto largo uso di gas lacrimogeni e di infiltrati, come denunciato in rete e sui canali di Telegram. (Simone Pieranni)

……………………………

Leggi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/10/25/gli-ombrelli-di-hong-kong-e-le-proteste-dei-giovani-primavere-arabe-semifallite-disoccupazioni-giovanili-nei-paesi-occidentali-stati-pseudo-islamici-nati-specie-contro-la-liberta-delle-giovani-don/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...