L’AMAZZONIA CHE BRUCIA (che viene bruciata) – Uccisa dalle produzioni globali di carni bovine e del cuoio; ma anche alle ricerche minerarie e petrolifere – UN PATTO CON IL GOVERNO BRASILIANO perché per ogni aiuto economico ci sia l’impegno a preservare la foresta e le popolazioni indigene che lì vivono

22 agosto 2019 – INCENDI IN AMAZZONIA, IN UN VIDEO LA DENUNCIA DIVENTA VIRALE: “TERRE DEGLI INDIGENI BRUCIATE DAGLI ALLEVATORI” – https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/incendi-in-amazzonia-in-un-video-la-denuncia-diventa-virale-terre-degli-indigeni-bruciate-dagli-allevatori-_3227502-201902a.shtml – IL GRIDO DI DOLORE LANCIATO DA UNA DONNA DEL GRUPPO ETNICO PATAXÒ PUNTA IL DITO CONTRO LA POLITICA DI DEFORESTAZIONE PORTATA AVANTI DAL PRESIDENTE BRASILIANO BOLSONARO – Sullo sfondo la foresta amazzonica in fiamme, in primo piano lei, un’indigena del GRUPPO ETNICO DEI PATAXÒ (2MILA INDIVIDUI CIRCA NELLO STATO BRASILIANO DI BAHIA), che grida tutto il suo dolore e lancia pesanti accuse contro il presidente Bolsonaro e la sua politica di deforestazione. Il video della denuncia dal Brasile è diventato virale grazie al supporto dell’associazione ecologista americana SUNRISE MOVEMENT. – “Per due anni abbiamo combattuto per preservare la nostra riserva (quella Caramuru-Paraguaçu, ndr) e questi str…i sono entrati e l’hanno bruciata”. Così la donna del video, con toni concitati, esprime la sua angoscia, mentre indica la distruzione alle sue spalle, causata dal fuoco, che devasta la foresta amazzonica. – Nella sua denuncia, la portavoce degli indigeni incolpa per la deforestazione l’allevamento di bestiame, un’attività che il presidente brasiliano Bolsonaro incoraggia attivamente. – “Stanno uccidendo i nostri fiumi, le nostre fonti di vita e ora hanno incendiato la nostra riserva – continua la video-denuncia. – Voglio che tutti i media vedano questo”. – Il commento via Twitter dell’associazione Sunrise Movement, che ha pubblicato le immagini e le ha rese virali, suona come un grido di battaglia: “Non possiamo tollerare programmi politici di deforestazione. Non vedremo bruciare il nostro futuro”.

   L’incendio dell’Amazzonia è un 20% dei nostri polmoni che non respirano più. Perché l’Amazzonia è il polmone verde del mondo: infatti, insieme con il verde, se scompare poco a poco questa foresta, perdiamo il 20% della produzione di ossigeno del pianeta (e il 10% della biodiversità mondiale di flora e fauna).

Il fumo degli incendi si eleva dagli Stati brasiliani di Amazonas, Mato Grosso e Rondônia

   L’Amazzonia è considerata l’ecosistema più ricco di biodiversità al mondo: ospita circa 60.000 specie di piante, 1.000 specie di uccelli e oltre 300 specie di mammiferi. Si estende su un’area di circa 6,5 milioni di chilometri quadrati e attraversa nove paesi del Sud America (BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE) per circa il 5% della superficie terrestre. Ma è il Brasile il Paese più interessato alla presenza della foresta (che per circa il 65% è nel suo territorio).

Il settore dell’allevamento nell’Amazzonia brasiliana, incentivato dalle produzioni internazionali di carni bovine e di cuoio, è il responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e di circa il 14% della deforestazione annua totale nel mondo, ed è la maggiore causa mondiale di deforestazione. Nel 1995, il 70% delle terre precedentemente sotto forma di foreste in Amazzonia, e il 91% dei terreni disboscati dal 1970, è stato convertito in allevamento del bestiame. Gran parte delle deforestazione rimanenti nell’Amazzonia è stata opera da parte degli agricoltori per ottenere terreni per l’agricoltura di sussistenza su piccola scala o per la produzione meccanizzata di soia, palma e altre colture.

   L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella di questa grandiosa foresta. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne bovina in scatola in Europa (anche da noi!), proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica. E la cosa si sta estendendo. Sempre più popolazioni chiedono di incentivare il consumo di carne (pensiamo adesso alla Cina), e gli allevamenti di bestiame si stanno espandendo (a danno della vegetazione).

   C’è poi in Amazzonia il fenomeno costante che, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno appunto per nuovi appezzamenti agricoli.

i grandi incendi della FORESTA AMAZZONICA_da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina _ htts___twitter_com_teleSURTV – “(…) In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE) l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013 (…)” (Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/)

   Ma alla radice di questo aumento del ritmo di incendi e deforestazione che stiamo vivendo in queste settimane convulse e preoccupanti, c’è il nuovo corso del governo brasiliano (rispetto alle politiche di conservazioni avviate dai governi precedenti, che avevano dato dei buoni risultati).  L’attuale nuovo presidente JAIR BOLSONARO non crede nell’importanza della conservazione della flora e fauna, della vegetazione, e sta incentivando lo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica con lo sviluppo delle pratiche di deforestazione. Adesso, allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti dal governo ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste.

Un’area di Amazzonia deforestata per attività minerarie illegali in Brasile. Il suolo spoglio è avvelenato da contaminanti come il mercurio.

  Molti di questi territori sono elementi di vita fondamentale per le popolazioni indigene, che così subiscono ulteriori irreversibili limiti alla loro sopravvivenza. Insomma un vero disastro, per queste popolazioni che subiscono direttamente la violenza degli incendi creati, e poi indirettamente per l’ecologia mondiale.

SAN PAOLO DEL BRASILE OSCURATA – “(…) Il sole invernale a sud del Tropico del Capricorno tramonta poco prima delle 18. Lunedì a SAN PAOLO alle 16 non c’era già più. LA CITTÀ È PIOMBATA IN UN’OSCURITÀ SURREALE. Non era un’eclissi, ma L’AGONIA DELL’AMAZZONIA, a 2.700 CHILOMETRI DI DISTANZA, che bruciava come non era mai successo prima. I social sono impazziti con teorie apocalittiche, e stavolta anche i media. La causa l’ha centrata un utente su Facebook: “C’è puzza di bruciato. Questa oscurità è la diretta conseguenza della politica di deforestazione di Bolsonaro (…)”. (Raffaella Scuderi, da “la Repubblica” del 22/8/2019)

   Nel tempo è maturata una sensibilità ecologica che non si limita alla pura salvaguardia della flora e fauna del pianeta: ma che considera anche le persone che vivono in luoghi “sacrificati al progresso”, e che perdono il loro equilibrio di vita. Proprio in Amazzonia, nel 1988, è stato ammazzato CHICO MEDES, un sindacalista dei seringueros (i raccoglitori di caucciù) che aveva posto nella sua attività sindacale e politica la tutela dei diritti dei suoi colleghi lavoratori, in rapporto e direttamente connessa anche con i “diritti della foresta”, cioè la salvaguardia e conservazione contro il disboscamento.

CHICO MENDES, sindacalista dei seringueros e difensore della conservazione della foresta amazzonica, assassinato nel 1988

   Pertanto, in questo momento di crisi globale anche segnato dalla preoccupazione per la sopravvivenza della foresta amazzonica dagli incendi che si estendono (senza che si faccia nulla), dobbiamo trovare una strada di convergenza tra conservazione ecologica (da praticare concretamente) con i diritti delle persone colpite direttamente dai disastri ambientali (come sono adesso gli indios amazzonici). (s.m.)

fotografías huaorani (maggio 2019, da http://losbuffo.com/ ) – Dopo anni di contenziosi giudiziari, battaglie, avvocati e magistrati, in ECUADOR si respira un’aria di vittoria: i WAORANI, POPOLAZIONE INDIGENA RESIDENTE NELLA FORESTA AMAZZONICA, sono riusciti a FERMARE LA STRAPOTENZA DI ALCUNE COMPAGNIE PETROLIFERE che intendevano trivellare quei territori pressoché incontaminati. L’ECUADOR accoglie una PICCOLA PARTE DELLA FORESTA AMAZZONICA, principalmente estesa lungo il confine orientale del paese, eppure è dal 1972 che petrolieri e multinazionali ne prosciugano i giacimenti petroliferi, danneggiando irreversibilmente i popoli indigeni e la vegetazione circostante e distruggendo così uno dei luoghi caratterizzati da una ricchissima biodiversità. (continua la lettura su http://losbuffo.com/2019/05/28/la-vittoria-degli-indigeni-un-riscatto-storico/ )

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INCENDI IN AMAZZONIA: QUELLO CHE C’È DA SAPERE

di Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/

– I roghi nella foresta pluviale in Brasile sarebbero intenzionali e strettamente legati alla deforestazione: è un problema grave e noto da tempo, che non ha origine dal riscaldamento globale. –

   L’Amazzonia brucia, e diversamente dagli incendi che hanno interessato diversi Paesi artici nelle ultime settimane, non si tratta di roghi spontanei. L’abbondanza di incendi che nel mese di agosto ha investito la più grande foresta pluviale al mondo, estesa per 5,5 milioni di chilometri quadrati, oltre la metà dei quali sul territorio brasiliano, ha portato l’Amazonas (il più esteso Stato del Brasile, in gran parte coperto dalla foresta) a dichiarare un’emergenza nel sud del Paese e nella capitale, Manaus.

Una storia che si ripete. Purtroppo, i roghi nella foresta pluviale in questa stagione non sono una novità di quest’anno, come potrebbe sembrare da alcuni titoli di giornale, né sono causati dal riscaldamento globale – piuttosto, andranno ad aggravarne le conseguenze.

   Il fenomeno è, come spiega il sito di Quartz, strettamente legato alla deforestazione. I livelli di umidità in questo ecosistema dal clima equatoriale sono tali da rendere altamente improbabile lo sviluppo di incendi spontanei. Invece, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno per nuovi appezzamenti agricoli.

   Si tagliano gli alberi, si lascia il legname ad asciugare e quindi lo si brucia, usando le ceneri per fertilizzare il suolo. Al ritorno delle piogge, a novembre, dal terreno fertile nascerà prato per nutrire il bestiame. Per gli agricoltori, il fuoco è anche un modo per ripulire il terreno in attesa della nuova stagione. Ma appiccare fuochi nella stagione secca è illegale, per l’alto rischio di incendi.

I dati ufficiali. In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE)  l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013.

   Oltre la metà dei roghi – non la totalità, come si è letto in alcuni siti – è avvenuta nella foresta pluviale. Il numero totale di incendi (oltre 39.000) negli Stati ricoperti dalla foresta amazzonica è molto preoccupante, ma non da record, almeno per ora; anche se in alcuni Stati, come l’Amazonas, Rondônia e Parà, è in aumento rispetto alle stagioni secche degli ultimi anni.

Monetizzare sulle foreste. Il supporto dell’attuale presidente brasiliano Jair Bolsonaro allo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica ha incoraggiato le pratiche di deforestazione, come da tempo denuncia l’INPE: nel giugno 2019 il tasso di abbattimento di piante nel polmone verde del Pianeta è stato più alto dell’88% rispetto allo stesso mese nel 2018. La denuncia del trattamento delle foreste è costata il posto a Ricardo Magnus Osório Galvão, ex capo dell’organizzazione, accusato da Bolsonaro di “aver manipolato i dati” sul tema.

Non è colpa del global warming. Il clima attuale nella regione non sarebbe invece anomalo: attribuire al clima secco lo sviluppo di incendi in Amazzonia è inaccurato. Come ha precisato all’agenzia Reuters Alberto Setzer, ricercatore dell’INPE, «la piovosità nella regione amazzonica quest’anno è solo lievemente sotto la media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma appiccare un fuoco, in modo deliberato o accidentale, è un’azione dell’uomo». (Elisabetta Intini)

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da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina (htts://twitter.com/teleSURTV)

 

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Il PAPA ha convocato (nello scorso febbraio) l’ASSEMBLEA SPECIALE DEL SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA, da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019. Il Sinodo avrà come tema «AMAZZONIA: NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE». La PANAMAZZONIA è composta da nove Paesi: BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE

EMERGENZA AMBIENTE

MA AMAZZONIA E GROENLANDIA SONO DI TUTTI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 23/8/2019

   Vasti incendi stanno divampando in un patrimonio dell’umanità. Brucia il più grande generatore d’ossigeno e “assorbente” di CO2, la foresta dell’Amazzonia. La tragedia ci interpella tutti e pone un problema di principio:un simile tesoro, da cui dipende l’abitabilità della terra, può essere affidato alla sola potestà del presidente brasiliano Jaìr Bolsonaro? Dilemma tanto più acuto in quanto questo leader di estrema destra, negazionista sul cambiamento climatico, ha mosso grottesche accuse alle Ong ambientaliste additandole come responsabili degli incendi. Mentre è noto che in Amazzonia i piromani sono spesso agro-business privati che lucrano dalla deforestazione, collusi con il potere politico, capaci di azioni criminali e perfino di omicidi contro gli ambientalisti o i leader delle comunità native.
La tragedia amazzone coincide per puro caso con la comica danese di Donald Trump, che ha cancellato la visita a Copenaghen per ripicca, visto che non gli vogliono vendere la Groenlandia. Questa farsa tradisce però la visione privatistica del presidente americano, per il quale la terra è un grande gioco di Monopoli, compravendite e speculazioni. La Groenlandia non è devastata come l’Amazzonia ma si trova in un’altra zona del pianeta delicata e contesa. Subisce con forza l’impatto del cambiamento climatico (scioglimento dei ghiacciai).
È già concupita e accerchiata da Russia e Cina, tra le prime potenze a sfruttare economicamente lo scioglimento dei ghiacci con la navigazione commerciale in quelle aree: fonte di inquinamento e futuri disastri ambientali. Anche gli appetiti militari stanno crescendo a dismisura. Trump è solo l’ultimo ad accorgersene.
Chi ha gli occhi aperti su quel che sta accadendo al pianeta, avverte l’assurdità che le frontiere più fragili dell’ecosistema siano affidate alla proprietà privata o alla sovranità assoluta di governi nazionali. In un’epoca che oggi ci appare molto lontana, Stati Uniti e Unione sovietica seppero pensare “oltre” i sovranismi, per esempio con l’accordo internazionale contro la militarizzazione dello spazio (in piena guerra fredda).
Oggi l’idea di “commissariare” i diritti di sfruttamento dell’Amazzonia susciterebbe l’immediata accusa di neocolonialismo, un ritorno d’ingerenza dei vecchi paesi ricchi sull’emisfero Sud. I sovranismi sono nati anche in questo modo: in Cina e in India molto prima che in Occidente apparissero Trump, Johnson, Salvini.

   Quando Barack Obama riuscì nel “miracolo” di convincere Xi Jinping a firmare gli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico, lo fece pagando un prezzo considerevole. Da quegli accordi manca un meccanismo stringente di controlli esterni, sovranazionali, sul rispetto degli obiettivi di riduzione delle emissioni carboniche nei singoli paesi. Mancano inoltre le sanzioni qualora quegli obiettivi non vengano raggiunti. Questo fu l’unico modo per acquisire l’adesione di Cina e India. Che altrimenti avrebbero denunciato come un’ingerenza neocoloniale la pretesa di verificare e sanzionare i loro risultati nella lotta all’inquinamento. Non importa il fatto che i controlli sarebbero stati affidati ad esperti scientifici indipendenti, sotto l’egida dell’Onu dove la Cina siede nel Consiglio di sicurezza.
Un comportamento più aperto c’è stato da parte dei paesi più poveri della terra, che sono anche i più esposti ai danni del cambiamento climatico (alluvioni e tsunami, esodi di rifugiati da calamità ambientali). Quelle nazioni hanno bisogno di sostanziali aiuti economici per investire in uno sviluppo sostenibile. In cambio dei trasferimenti di risorse dal Nord al Sud è possibile ottenere una gestione e una vigilanza sovranazionale. Alla prossima crisi economica in cui il Brasile dovesse bussare alla porta del Fondo monetario, sarebbe più che legittimo chiedere che accetti una supervisione internazionale sull’Amazzonia.
Ma sto immaginando una rivoluzione culturale, che forse spetta alla “generazione Greta”. (Federico Rampini)

bambino che abbraccia un grande albero nella foresta (da http://losbuffo.com/)

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RECORD DI INCENDI IN AMAZZONIA: “COLPA DI BOLSONARO”

di Raffaella Scuderi, da “la Repubblica” del 22/8/2019

– Un anno drammatico per il polmone verde del mondo: la foresta pluviale amazzonica. Gli incendi di quest’anno hanno superato di gran lunga quelli del passato. Lo denuncia l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), il cui capo è stato silurato dal presidente Bolsonaro perché i dati che aveva raccolto secondo il leader sono falsi –

   Il sole invernale a sud del Tropico del Capricorno tramonta poco prima delle 18. Lunedì a San Paolo alle 16 non c’era già più. La città è piombata in un’oscurità surreale. Non era un’eclissi, ma l’agonia dell’Amazzonia, a 2.700 chilometri di distanza, che bruciava come non era mai successo prima.

   I social sono impazziti con teorie apocalittiche, e stavolta anche i media. La causa l’ha centrata un utente su Facebook: “C’è puzza di bruciato. Questa oscurità è la diretta conseguenza della politica di deforestazione di Bolsonaro”.
Il 2019 sta battendo ogni record per gli incendi nella foresta pluviale amazzonica. L’Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile (Inpe), attraverso i satelliti ha rilevato un aumento dell’83% dei roghi rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: 73 mila incendi contro 40 mila. Il blackout che ha immobilizzato San Paolo si è verificato a distanza di pochi giorni dal siluramento del direttore dell’Inpe, Ricardo Galvão, deciso dal presidente Jair Bolsonaro. La colpa dello scienziato, che ha accusato il leader di comportarsi “come se fosse in un bar”, è stata quella di avere denunciato il vertiginoso aumento del tasso di disboscamento dell’Amazzonia: il 67% in più rispetto al 2018. Un’accelerazione che coincide con l’insediamento del presidente populista.
Soltanto lo scorso mese in Amazzonia sono stati distrutti 2.253 km quadrati di vegetazione. Stiamo perdendo il più grande polmone verde mondiale, e il governo Bolsonaro incoraggia la deforestazione, tanto da avere unificato il ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura. “È colpa delle Ong”, ha attaccato invece il presidente, salvo poi smentire per mancanza di prove, sostenendo che loro appiccano i fuochi per vendetta, perché sono stati tagliati i fondi.  (Raffaella Scuderi)

Deforestazione in Brasile _ Foto della NASA

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L’AMAZZONIA BRUCIA, L’EUROPA PREOCCUPATA: “PRONTI AD AIUTARE”

– Merkel con Macron: “Ne parli il G7”. Bolsonaro: “Colonialisti”. Greta: la guerra contro la natura deve finire –

da ANSA, 23/8/2019, http://www.ansa.it/

   La Commissione europea è “seriamente preoccupata” per gli incendi in corso in Amazzonia, “appoggia l’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron di discutere” dell’emergenza “al prossimo meeting del G7” ed “è in contatto con le autorità brasiliane e boliviane, pronta a fornire assistenza”. Lo ha detto la portavoce dell’Esecutivo Ue Mina Andreeva ai giornalisti che chiedevano della posizione dell’Ue.

L’Amazzonia bruciata dagli incendi rappresenta una priorità, “una situazione di grave emergenza” che deve essere discussa al G7. Lo afferma la cancelliera tedesca Angela Merkel rilanciando la proposta del presidente francese Emmanuel Macron che aveva scatenato l’ira del capo di Stato brasiliano Jair Bolsonaro.

   Su twitter il presidente francese aveva lanciato l’allarme sulla “crisi internazionale” che rappresentano gli incendi forestali in Brasile, reclamando al G7 di iscrivere la questione all’agenda del suo vertice, ma il suo collega brasiliano lo ha accusato di cedere al “sensazionalismo” per “interessi politici personali”, dimostrando inoltre una “mentalità colonialista”.

   Bolsonaro ha ammesso che i proprietari agricoli potrebbero essere responsabili dell’ondata di incendi forestali nel paese – con un aumento dell’82% da gennaio al 18 agosto scorso, rispetto allo stesso periodo del 2018 – ma è tornato a dire che “i sospetti principali” muovono verso le ong ambientaliste, anche se non esistono prove che dimostrino la loro colpevolezza. Interrogato dai cronisti sulle sue insinuazioni riguardo alle ong – definite “irresponsabili” e “assurde” da dirigenti ambientalisti – e la possibilità che siano i proprietari rurali che appiccano i roghi, Bolsonaro ha detto che “certo, possono essere stati i ‘fazendeiros’, tutti sono sospettati”, ma ha aggiunto subito che “i sospetti principali puntano verso le ong”.

“Persino qui, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, ho sentito del record di incendi devastanti in Amazzonia. I miei pensieri sono con le persone colpite. La nostra guerra contro la natura deve finire”. E’ il tweet dell’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg che sta compiendo un viaggio in barca a vela a New York per il summit dell’Onu.

   L’Istituto brasiliano per l’ambiente (Ibama) ha lanciato un concorso per ingaggiare un’azienda privata che si occupi del monitoraggio della deforestazione in Amazzonia, dopo le polemiche sui dati diffusi dall’Istituto nazionale delle ricerche spaziali (Inpe), che hanno portato all’allontanamento del suo direttore, Ricardo Galvao.

   “A causa della deforestazione, la foresta amazzonica nel territorio brasiliano sta perdendo una superficie equivalente a oltre tre campi da calcio al minuto e siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno per quello che, non solo è il più grande serbatoio di biodiversità del Pianeta, ma rappresenta uno dei pilastri degli equilibri climatici”, è l’allarme del WWF.
“Il saccheggio dell’Amazzonia e delle sue straordinarie risorse – afferma Isabella Pratesi, responsabile di Conservazione del WWF Italia – è accompagnato da un drammatico aumento delle violenze verso le popolazioni indigene che vivono in quei territori. Cacciate dalle loro foreste, assassinate e torturate per il commercio di legna, miniere d’ oro, pascoli o coltivazioni, le tribù amazzoniche sono le prime vittime di un efferato crimine contro l’umanità e il pianeta rispetto al quale i nostri occhi e le nostre orecchie rimangono sigillati”.

   Il fumo prodotto dagli incendi che stanno devastando l’Amazzonia in questi giorni può essere visto persino dallo spazio: a catturarne le immagini, il 20 e 21 agosto, sono stati il satellite Sentinel 3, del programma europeo Copernicus dell’Agenzia spaziale europea (Esa), e quello della Nasa, Suomi National Polar-orbiting Partnership. La foto di Suomi Npp mostra il fumo e gli incendi che si estendono per diversi stati brasiliani, tra cui quelli di Amazonas, Mato Grosso, e Rondonia. “Non è inusuale vedere incendi in Brasile in questo momento dell’anno – scrive la Nasa sul suo sito – per via delle alte temperature e della poca umidità. Il tempo ci dirà se quest’anno si è segnato un nuovo record o si è entro i normali limiti”.

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L’AMAZZONIA IRROMPE NEL G7, TUTTI CONTRO IL PRESIDENTE BOLSONARO

da “Il Messaggero.it” del 23/8/2019

   «La nostra casa brucia». Le parole di Emmanuel Macron incendiano la vigilia del G7 di Biarritz e l’Amazzonia in fiamme si aggiunge ai tanti problemi che lacerano la comunità internazionale e complicano ogni tentativo di accordo. Mentre va in fumo la più grande foresta pluviale del mondo, uno dei polmoni del pianeta, Macron – già impegnato su diversi fronti internazionali – ha preso la guida dell’offensiva contro il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, accusandolo senza mezzi termini di «mentire» e di non agire per fermare l’avanzata delle fiamme. Le immagini che stanno facendo il giro del mondo, i 2.500 nuovi focolai di incendi delle ultime 48 ore, hanno portato in primo piano il dramma dell’ Amazzonia.

   Da Macron non sono arrivate soltanto parole ma anche l’annuncio che si opporrà alla ratifica del trattato di libero scambio Ue-Mercosur, firmato a metà giugno, «visto l’atteggiamento del Brasile in queste ultime settimane», come ha sottolineato l’Eliseo in una nota. Mettendo nero su bianco che «Bolsonaro ha mentito nel vertice del G20 di giugno ad Osaka, decidendo di non rispettare i suoi impegni sul clima e di non impegnarsi sulla biodiversità».

   Germania e Norvegia avevano già sanzionato i brasiliani in settimana bloccando una sessantina di milioni di euro di sovvenzioni ma la miccia si è accesa oggi con la presa di posizione di Macron contro la politica del populista Bolsonaro, da sempre accusato di favorire la deforestazione e gli incendi: «crisi internazionale» l’ha definita il leader francese, chiamando i membri del G7 a «discutere di questa emergenza» domani a Biarritz, dove il sole e il caldo accolgono giornalisti e delegazioni in una cittadina insolitamente vuota di turisti, con le bellissime spiagge completamente deserte. Macron può certamente contare sull’appoggio della cancelliera Angela Merkel e del primo ministro canadese Justin Trudeau per aprire il dibattito già nella giornata di domani.

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DEFORESTAZIONE: CAUSE E RIMEDI CONTRO IL GRANDE NEMICO DELLA TERRA.

di Alessandro Nicoletti, 1° agosto 2019, da https://www.keeptheplanet.org/

   La deforestazione è probabilmente il grande male della società moderna, il primo problema che l’umanità deve assolutamente risolvere il prima possibile.

La riconversione di ampie aree naturali in coltivazioni e zone urbane è un fenomeno storico dalle origini antiche, ma mai nelle proporzioni attuali.

La fame di risorse naturali è inarrestabile e sta mettendo in pericolo i delicati equilibri degli ecosistemi.

La popolazione mondiale ha raggiunto livelli mai visti in passato, 7,5 miliardi a cui si aggiungono circa 80 milioni ogni anno.

Una crescita esponenziale che non si fermerà, ma che obbliga la società a prendere delle misure serie e veloci.

La risposta ai problemi ambientali è la rivoluzione tecnologica, il necessario passaggio da una società fondata sulle energie fossili alle energie rinnovabili e la microbiologia.

Alcuni piccoli passi avanti sono stati fatti, ma non nelle proporzioni necessarie.

Con questo articolo apporterò il mio piccolo contributo in ottica positiva al problema della deforestazione, tema a me particolarmente caro.

Prima di andare avanti con la lettura, volevo avvisarti della possibilità che hai di fermare la deforestazione tu in prima persona  partecipando ad uno dei nostri progetti di volontariato ambientale in tutto il mondo.

Cosa sono le foreste

La foresta è un’area naturale non antropizzata dove la superficie è interamente ricoperta da alberi ad alto fusto che crescono in maniera autonoma.

Si distingue dal bosco per la sua estensione, per essere definita foresta infatti deve avere una superficie minima di 0,5 ha.

Le foreste mondiali vengono distinte e classificate seguendo sia un punto di vista botanico che geografico.

La suddivisione standard segue un gradiente latitudinale che caratterizza la composizione botanica della stessa.

Dal punto di vista geografico abbiamo:

Foresta Equatoriale;

Foresta Tropicale;

Foresta Mediterranea;

Foresta Boreale;

Foresta Australe.

All’interno di ogni macro categoria a sua volta individuiamo delle sottocategorie che si distinguono prevalentemente dal tipo di flora presente.

Un ulteriore distinzione si fa tra foreste primarie e secondarie.

Le prime sono foreste intatte dove l’intervento dell’uomo non ha alterato il funzionamento e la composizione originaria.

Le foreste primarie si distinguono da quelle secondarie che invece hanno subito delle modificazioni rispetto alla situazione originale.

Le foreste crescono solamente in particolari climi non troppo freddi e non troppo aridi.

Le foreste stesse hanno un forte impatto sul clima, possono essere intese come degli organismi viventi nel loro complesso, hanno al loro interno dei meccanismi di recupero e di gestione.

Questo permetterebbe all’uomo di gestire la foresta in maniera sostenibile attraverso pratiche di gestione e disboscamento controllato che non intacchi la salute dell’ecosistema.

Perché le foreste sono di vitale importanza

Senza foreste non ci sarebbe vita sulla terra.

Dura e drammatica verità.

Le foreste sono il polmone della terra, sono loro che hanno trasformato il nostro pianeta in un’oasi verde adatta alla vita.

Milioni di anni fa l’atmosfera terrestre era composta da una miscela inadatta alla vita organica, l’ossigeno non era presente e tanto meno l’ozono così importante per l’attenuazione dei raggi ultravioletti.

A seguito dell’abbassamento delle temperature della superficie terrestre, grandi masse d’acqua iniziarono a condensarsi e a formare gli oceani.

Da lì iniziò la meravigliosa storia evolutiva del nostro pianeta, da organismi unicellulari acquatici si differenziarono le prime piante terrestri che a loro volta, grazie alla fotosintesi clorofilliana, iniziarono a trasformare la composizione dell’atmosfera fino a renderla adatta alla vita degli organismi superiori, uomo compreso.

Ed è proprio la fotosintesi che aiuta l’umanità a contrastare il cambio climatico.

Miliardi di tonnellate di Co2 viene sottratta all’atmosfera e trasformata in ossigeno. Il contrario degli incendi che sono una delle prime cause del riscaldamento terrestre.

Se continuiamo a perdere foreste come stiamo facendo oggi, la nostra stessa sopravvivenza è in pericolo.

Le foreste inoltre sono la casa della biodiversità, è qui che si concentra la varietà della vita, l’80% della biodiversità terrestre si concentra proprio all’interno di questo meraviglioso habitat.

Specie simbolo come il gorilla, l’orango tango e la tigre non possono sopravvivere senza foreste.

E non solo animali, circa 300 milioni di persone vivono dentro o nelle vicinanze delle foreste, senza di esse sarebbero costretti a lasciare le loro terre e aggiungersi alla grande massa urbana già vicino al tracollo.

Non solo ossigeno, senza foreste non pioverebbe nemmeno, la loro semplice presenza crea le condizioni per le precipitazioni terrestri.

Numerosi studi scientifici hanno evidenziato che nelle aree soggette alla deforestazione le precipitazioni sono calate considerevolmente.

E ancora, le foreste aiutano a contrastare le alluvioni, le radici infatti rafforzano il terreno. Anche nel nostro paese molte delle frane sono dovute al disboscamento.

Lo sapevi che la maggior parte delle sostanze che oggi consideriamo medicine e farmaci derivano da sostanze presenti nelle foreste?

L’importanza delle foreste non è opinabile, l’umanità deve fare un passo avanti e dichiarare tutte le foreste del mondo patrimonio dell’umanità.

Deforestazione nel mondo

Il manto forestale mondiale ha subito delle variazioni durante le varie ere geologiche.

Circa 20.000 anni fa, quando la terra si trovava in piena era glaciale, vaste aree dell’Europa erano ricoperte da una spessa coltre di ghiaccio.

In quel periodo, l’asse terrestre mutò improvvisamente inclinazione esponendo l’emisfero nord a un maggior irraggiamento solare con il conseguente scioglimento dei ghiacci.

Alla fine dell’ultima glaciazione, le foreste sostituirono i ghiacci raggiungendo la più ampia copertura forestale di cui si abbia evidenza.

Tutta la storia dell’umanità è legata all’esistenza delle foreste.

Gli antichi popoli lo sapevano benissimo, le grandi civiltà del passato si svilupparono proprio grazie ai materiali che la foresta gentilmente offriva.

Questo delicato equilibrio di sfruttamento sostenibile tuttavia si ruppe già in passato, basti pensare alla quasi scomparsa delle foreste in Europa, per poi raggiungere percentuali spaventose nel 20° secolo.

La crescita lenta ma costante della popolazione infatti ha cambiato di dimensioni in questi ultimi decenni fino a raggiungere i livelli attuali.

Ad oggi, circa il 30% della superficie mondiale è ricoperta da foreste più o meno degradate, infatti solo il 7% della superficie mondiale è occupata da foreste primarie intatte.

Nell’ultimo report della FAO redatto nel 2016 ricaviamo:

7 milioni di ettari di foresta persi ogni anno nel periodo 2000-2010;

il 40% dovuto alla conversione in campi coltivatati;

12 nazioni hanno aumentato la superficie forestale;

le più grosse perdite le troviamo nella fascia tropicale;

mentre le aree boreali hanno visto aumentare il manto forestale;

le percentuali più alte di deforestazione le troviamo nei paesi poveri;

casi studio hanno evidenziato che il benessere dei popoli serve a contrastare la deforestazione.

Il tasso di deforestazione più ampio si è raggiunto nel 1990, da quel momento le politiche di conservazione hanno arginato la scomparsa delle foreste che tuttavia registrano i dati sopra elencati.

I dati, nonostante i miglioramenti, comunque rimangono preoccupanti perché c’è una forte variazione tra i vari paesi, in alcune regioni del mondo infatti la deforestazione è sicuramente sopra la media e sta portando alla scomparsa di numerose specie selvatiche e di biodiversità.

I dati generali sulla copertura infatti non rispecchiano la reale salute della foresta, una foresta secondaria infatti non ha gli stessi indici di biodiversità di una foresta intatta.

Deforestazione in Amazzonia

La foresta Amazzonica è forse la più grande tra le meraviglie che abbiamo sulla terra.

7 milioni di Km quadrati, di cui 5,5 ricoperti da foresta pluviale che quotidianamente offre cibo e riparo a circa a decine di migliaia di specie animali tra cui molte ancora sconosciute.

Rappresenta oltre la metà della foresta mondiale divisa tra 9 nazioni, tra cui il Brasile che ne occupa circa il 60%.

La foresta Amazzonica è anche dimora delle ultime popolazioni indigene ancora incontaminate dalla modernità, rendendola una delle aree più importanti del pianeta sia per la biodiversità sia per il ruolo ecologico svolto nel controllo del clima mondiale.

Formata nell’Eocene, l’Amazzonia esiste da almeno 50 milioni di anni, sin dal tempo dei dinosauri.

Il primo contatto con l’uomo avvenne circa 11.000 anni fa, ma solo negli ultimi decenni questo rapporto ancestrale si sta rompendo in maniera preoccupante.

Fino al 1960 infatti, la foresta era pressoché intatta in quanto la costruzione di strade era proibita. Nel 1970 si avviò il progetto della Trans-Amazonian Highway, un’autostrada di 5000 chilometri che penetra nel cuore della foresta facendo da veicolo alla deforestazione.

La strada permette l’accesso ad aree altrimenti irraggiungibili aprendo la via alle attività distruttive quali miniere, bracconaggio e taglio illegale di legname.

Fortunatamente, la strada è soggetta a periodici allagamenti che ha di fatto bloccato il progetto nella sua interezza.

Ad oggi il dibattito è aperto circa la pavimentazione della strada e la continuazione della stessa.

Un altro progetto che spaventa l’Amazzonia è la costruzione di una ferrovia che collegherà i due oceani, Atlantico e Pacifico.

Dal 1960 ad oggi la deforestazione dell’Amazzonia ha continuato a ritmi alterni, nel periodo 1991-2004 è stato raggiunto la quota massima con circa 27.000 chilometri di foresta persa ogni anno.

Dal 2004 il tasso di deforestazione è leggermente calato, ma resta ancora lontano l’obiettivo del 2030, anno in cui il Brasile si è impegnato ad azzerare la sua quota di deforestazione.

Il 91% delle aree deforestate sono oggi occupate da allevamenti intensivi di bovini.

Dei 5 milioni di chilometri del 1970, oggi sono rimasti circa 3 milioni di Km quadrati di foresta amazzonica.

Deforestazione in Indonesia

Quando parliamo di deforestazione non possiamo non rivolgere il nostro sguardo all’Indonesia.

E’ proprio qui infatti che i tassi di deforestazione massima raggiungono i picchi più elevati. L’Indonesia è la casa di animali unici al mondo come gli Oranghi e la Tigre di Sumatra, se nulla verrà fatto preso scompariranno.

Solo 100 anni fa, l’Indonesia era ricoperta interamente da foresta pluviale.

A partire dal dopoguerra, la deforestazione ha raggiunto tassi spaventosi.

Una ricerca pubblicata su Nature ha evidenziato che dal 2000 al 2012 sono andati persi 6 milioni di ettari. A differenza del Brasile e dell’Amazzonia dove i tassi stanno rallentando, in Indonesia la distruzione avanza sempre più velocemente.

L’80% della deforestazione è illegale, nonostante la moratoria del 2013, la conversione delle foreste in coltivazione da palme continua sotto il peso del profitto di pochi.

Disboscamento in Italia

L’Italia, come del resto dei paesi occidentali, ha fatto enormi passi in avanti circa la deforestazione.

I secoli di rampante distruzione sono ormai alle spalle, la coscienza ambientale circa l’importanza delle foreste è ormai di dominio pubblico e pertanto difficilmente troveremo situazioni simili a quelle dei paesi in via di sviluppo.

Il rapporto della Guardia Forestale parla chiaro, negli ultimi 20 ani, il patrimonio forestale è aumentato di 1,7 milioni di ettari, per un totale di 12 miliardi di alberi e 10 milioni e 400 mila ettari di superficie boscosa.

Tuttavia, i passi in avanti che dovrebbe fare il nostro paese e l’Europa tutta è quella di aumentare la vigilanza circa i prodotti acquistati all’estero.

E’ inutile controllare il proprio patrimonio boschivo e poi partecipare nel commercio di prodotti derivanti dalla deforestazione in altri paesi.

Tra il 2000 e il 2012 infatti, la superficie complessivamente disboscata per alimentare i consumi europei ammonterebbe a circa 2.4 milioni di ettari.

Da una parte proteggiamo, dall’altra partecipiamo alla distruzione.

Rimedi contro la deforestazione

Cosa possiamo fare nel concreto per fermare la distruzione del pianeta?

Ovviamente i governi hanno l’ultima parola sulla conservazione, ma anche noi come semplici cittadini possiamo far sentire la nostra voce.

Esistono diversi metodi per partecipare alla lotta alla conservazione, e tutti passano per i nostri consumi e atteggiamenti.

Prima cosa è boicottare tutte quelle aziende coinvolte nello sviluppo insostenibile del nostro pianeta.

Caso esemplare è l’olio di palma, una delle prime cause di deforestazione e la carne bovina proveniente dagli allevamenti intensivi del Sud America.

Stai attento al marchio FSC, Forest Stewardship Council, un attestato rilasciato dall’omonima Ong che certifica la provenienza dei prodotti da foreste gestite in maniera sostenibile.

E ancora, quando pianifichi le tue prossime vacanze inserisci sempre una gita ad un Parco Nazionale.

Solo grazie al nostro diretto supporto i parchi possono sopravvivere e prosperare. Impariamo a vivere la natura, non c’è bisogno di attraversare il mondo, c’è il parco dietro casa, in Italia ne abbiamo di fantastici dove possiamo vivere la natura in prima persona.

Non è retorica, visitare un parco nazionale è il miglior modo per proteggere le foreste.

Molto importante è inoltre ridurre il consumo di carne, specialmente bovina. Non è un mistero che la prima causa di deforestazione è la conversione della foresta in campi coltivati per dare da mangiare ai bovini appunto.

Lo stesso discorso è valido per tutte quelle colture che provengono da paesi lontani.

Noto il caso dell’avocado in Messico e Cile: la crescente richiesta del prodotto da parte dell’occidente sta infatti causando molti problemi nei paesi.

La regola generale è mangiare prodotti locali dall’origine tracciabile.

Noi di Keep the Planet inoltre abbiamo il nostro progetto concreto per fermare la deforestazione, stiamo infatti realizzando un film contro lo sfruttamento illegale delle foreste del Borneo, per favore clicca qui per leggere il progetto.

Tu in prima persona puoi contrastare la deforestazione partecipando ad uno dei nostri progetti di volontariato ambientale in tutto il mondo.

Considerazioni finali di Keep the Planet

Spero che tu voglia condividere questo articolo con tutti i tuoi contatti, la conservazione inizia dalla condivisione della conoscenza, noi di Keep the Planet abbiamo il nobile scopo di apportare il nostro piccolo contributo.

Tutti insieme possiamo contrastare la distruzione del pianeta, ne abbiamo solo uno, ed è bellissimo, dobbiamo preservarlo per le generazioni future perché è un nostro dovere mantenere la bellezza della biodiversità.

Noi di Keep the Planet faremo tutto il possibile per dare risalto a quei progetti di conservazione in grado di creare queste situazioni di economia alternativa in grado di fermare la deforestazione.

Continua a seguirci, non perdere gli aggiornamenti, iscriviti alla newsletter e partecipa attivamente alla protezione delle specie in via d’estinzione.

Il miglior modo per rimanere in contatto con l’associazione è iscriversi al gruppo Facebook Amici di Keep the Planet. (Alessandro Nicoletti, 1° agosto 2019, da https://www.keeptheplanet.org/)

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VATICANO. IL SINODO SULL’AMAZZONIA SI TERRÀ DAL 6 AL 27 OTTOBRE

A.M.B., 25 febbraio 2019 da AVVENIRE

– Il Papa ha reso noto le date. Il tema del Sinodo è «AMAZZONIA: NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE» –

   Papa Francesco l’aveva convocato con due anni di anticipo, mettendo così in modo la fase preparatoria. Ora, quando mancano sette mesi alla riunione dei vescovi, si conoscono anche le date. Il Papa Francesco ha convocato l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica, da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019. Lo rende noto la sala stampa della Santa Sede.

Il Sinodo avrà come tema «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale».

PERCHÉ UN SINODO SULL’AMAZZONIA?

Il 15 ottobre 2017, papa Francesco ha convocato un Sinodo Speciale per la regione Panamazzonica, indicando che l’obiettivo principale è quello di «trovare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, in particolare le persone indigene, spesso dimenticate e senza la prospettiva di un futuro sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di fondamentale importanza per il nostro pianeta».

CHI VI PARTECIPERÀ?

Al consiglio chiamato Sinodo dei Vescovi partecipano vescovi scelti da diverse regioni del mondo. Tale Sinodo, rappresentando tutto l’episcopato cattolico, è un segno che tutti i vescovi sono partecipi in gerarchica comunione della sollecitudine della Chiesa universale.

COM’È ORGANIZZATO UN SINODO?

Ogni Sinodo è articolato in tre fasi: la fase preparatoria, in cui ha luogo la consultazione del Popolo di Dio (spesso tramite questionari) sui temi indicati dal Pontefice; la fase celebrativa, caratterizzata dal raduno assembleare dei vescovi; la fase attuativa, in cui le conclusioni del Sinodo approvate dal Pontefice devono essere accolte dalle Chiese.

DOVE SI TERRÀ IL SINODO SULL’AMAZZONIA?

In Vaticano c’è l’Aula del Sinodo dei Vescovi, dove si tiene ogni Sinodo compreso quello del prossimo ottobre sull’Amazzonia.

QUALI SONO I PAESI DIRETTAMENTE COINVOLTI?

La Panamazzonia è composta da nove Paesi: BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE. È una regione, abitata da 34 milioni di persone, che è una fonte importante di ossigeno per tutto il pianeta. Vi si trova il 20% di acqua dolce non congelata di tutto il pianeta.

COME SAPERNE DI PIÙ?

All’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi sull’Amazzonia il Vaticano ha dedicato un sito internet, sul quale è pubblicato anche il Documento Preparatorio.

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Amazzonia: l’abbeveramento di un armadillo scampato a un incendio della foresta, da parte di Pedro Ribas Alves (foto ripresa da facebook) (da IL MESSAGGERO)

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