UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE mondiale rimarrà SENZ’ACQUA? – Il più importante bene per la vita è in crisi: per i cambiamenti climatici, l’esplosione demografica, l’utilizzo non virtuoso della RISORSA ACQUA – E cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e spreco diffuso sono le cause della scarsità d’acqua

SECONDO UNA RICERCA DEL WRI (WORLD RESOURCES INSTITUTE, ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) attualmente ci sono al mondo 17 PAESI CHE OSPITANO UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE CHE STANNO AFFRONTANDO UNA GRAVISSIMA CRISI IDRICA: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. La crisi idrica riguarda soprattutto MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17 (la foto è ripresa da GettyImages, da https://thevision.com/scienza/)

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Il WORLD RESOURCES INSTITUTE in sigla WRI (ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) è una organizzazione no-profit di ricerca mondiale nata nel 1982 con fondi della FONDAZIONE MACARTHUR (la dodicesima fondazione privata più grande degli Stati Uniti, con sede a Chicago: eroga sovvenzioni per sostenere negli USA e in tutto il mondo organizzazioni no profit sui temi ambientali; con attività focalizzate su 6 aree: CIBO, FORESTE, ACQUA, ENERGIA, CITTÀ, e CLIMA)

   Uno studio del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali, sostiene che 17 paesi al mondo (che ospitano un quarto della popolazione del pianeta), stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere (il prelievo idrico supera largamente la ricarica). Del consumo totale d’acqua nel pianeta, il 70% va all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% alle famiglie.

(da https://oggiscienza.it/)

   La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente e Nord Africa, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. La crescita della popolazione mondiale (la prospettiva è di arrivare a quota 9,7 miliari di persone entro il 2050…) (…adesso siamo 7 miliardi e mezzo…), con un bisogno pro-capite di 50 litri giornalieri (che garantiscono corretta idratazione e igiene) fanno capire che la situazione è assai seria, e la mancanza d’acqua sufficiente sarà un’altra delle emergenze ambientali che da qui a poco dovremo affrontare in forma di emergenza.

(da WORLD RESURCE INSTITUTE, https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019

   Inoltre la domanda globale è aumentata di sei volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere al ritmo dell’1% ogni anno. In questo contesto più di due miliardi di persone sono costrette a bere acqua non potabile e oltre 4,5 miliardi non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri. E l’80% delle acque reflue viene sversato direttamente nell’ambiente.

“(…) Il WRI (World Resources Institute ) dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate (…)” (https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (immagine da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Lo spreco d’acqua è generalizzato: da noi, nella Penisola Italica, l’acqua prelevata quotidianamente è al più alto livello pro-capite nell’Unione europea, ma se ne consuma molto meno di quel che si preleva, perché quasi la metà si perde nel tragitto a causa di acquedotti colabrodo. E poi più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione, cioè alle attività agricole (anche qui l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia darebbe più resa e meno spreco) (…e l’agricoltura chimica richiede molta più acqua di quella biologica).

IN ITALIA (acqua e rubinetto da http://www.greenreport.it/) – “(…) In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu e celebrata ogni anno il 22 marzo, l’ISTAT come di consueto ha elaborato un REPORT per fotografare lo STATO DELL’ARTE: «Il VOLUME DI ACQUA complessivamente prelevato PER USO POTABILE dalle fonti di approvvigionamento presenti IN ITALIA è di 9,49 MILIARDI DI METRI CUBI nel 2015 – si legge nel dossier – pari a un VOLUME GIORNALIERO PRO CAPITE DI 428 LITRI, IL PIÙ ALTO NELL’UNIONE EUROPEA. Tuttavia, QUASI LA METÀ di tale volume (47,9%) NON RAGGIUNGE GLI UTENTI finali a causa delle DISPERSIONI DI RETE». Significa che, attraverso un piano d’investimenti adeguato per migliorare le condizioni di tubazioni e condotte idriche, potremmo SALVARE OGNI ANNO buona parte degli OLTRE 4,5 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA potabile che oggi vanno inutilmente sprecati. (…)” (Luca Aterini, 22/3/2019, da http://www.greenreport.it/)

   Pertanto in Africa, nel Medio Oriente, qui da noi… (con le opportune rispettose distinzioni), altrove nel pianeta, lo spreco d’acqua e la carenza idrica sono cosa seria: e i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne.

“(…) L’ACQUA non manca sul “Pianeta Blu” – che ne è costituito per il 70% – ma quella DISPONIBILE
PER L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE UMANA E PER L’AGRICOLTURA non ne è che una minima parte, dato che IL 97,5% DI TUTTA L’ACQUA ESISTENTE È SALATA e un altro 1,75 % SI TROVA SOTTO FORMA DI GHIACCIO O PERMAFROST.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Oltre a riuscire a consumare (e sprecare) meno acqua possibile (e questa è la prima cosa da farsi) occorre mettere in atto interventi per sottoporre a trattamento la maggior parte delle acque che si utilizzano (obiettivo possibile: il 100 per cento delle proprie acque reflue); per poi nel contempo avere strumenti per il riutilizzo massimo di queste acque “recuperate”.

LAGO ARAL, UNA DISTESA DI SABBIA SALATA – IL CASO DEL LAGO ARAL– “(…) il LAGO D’ARAL fino agli anni Cinquanta del secolo scorso era tra i più grandi al mondo e fonte di sostentamento per la popolazione delle sue sponde in UZBEKISTAN e in KAZAKISTAN, grazie alla PESCA e all’INDUSTRIA TURISTICA. La sua SCOMPARSA IN TEMPO RECORD è dovuta alla DECISIONE DEL GOVERNO SOVIETICO di incrementare la produzione di COTONE E RISO nella regione, DEVIANDO I DUE AFFLUENTI DELL’ARAL. Negli ANNI NOVANTA il lago si era RIDOTTO DEL 75%, fino a diventare UNA DISTESA DI SABBIA SALATA impregnata di fertilizzanti: oltre al crollo dell’economia legata alla pesca e al turismo, fu registrato anche un aumento vertiginoso dei casi di cancro alle vie respiratorie e della mortalità infantile, perché il vento disperdeva le sabbie nocive. La COSTRUZIONE DI UNA DIGA ha riportato in vita un “PICCOLO ARAL” sul lato kazako, mentre in Uzbekistan i fondi per riparare il danno più scarsi e un’economia ancora basata sulla coltivazione del cotone continuano a prosciugare l’acqua del lago.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Ovviamente nel mondo la crisi idrica viene vissuta in modo diverso a seconda del grado di ricchezza di un Paese: può essere una cosa che dà fastidio il non poter riempire d’acqua le piscine della California negli USA; è cosa drammatica e tragica non avere acqua a sufficienza per bere, alimentarsi, in alcuni Paesi africani o del Medio Oriente.

“(…) Nella REGIONE del SAHEL in MAURITANIA negli ultimi anni si sono verificati ripetuti SCONTRI TRA PASTORI E AGRICOLTORI a causa della sempre più dura siccità. I pastori per salvare i propri animali sono costretti a spostarsi alla ricerca di acqua e pascoli, attraversando i campi degli agricoltori e danneggiandoli. La creazione di un CORRIDOIO sicuro di 2500 km per spostare le mandrie, grazie al PROGETTO BRACED per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ha migliorato la situazione, mentre in SUDAN solo l’intervento della FAO ha scongiurato il disastro umanitario, portando aiuti alimentari e veterinari ai 30mila capi di bestiame di 5mila famiglie. Procedure di emergenza come queste non potranno continuare a essere impiegate in situazioni che sono sempre più spesso la norma. (…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   L’acqua, tra tutte le risorse a rischio esaurimento (come quelle energetiche, petrolifere…) come elemento più necessario, la sua mancanza porta a gravi problemi nei fabbisogni primari (di igiene, di alimentazione…). E lo spreco d’acqua non è pertanto solo la quotidianità delle persone, con la doccia prolungata o dar troppo da bere al giardino di casa (che comunque sono problemi di spreco per niente da trascurare…), ma è la struttura economica, dei consumi globali della popolazione, che portano a un utilizzo di fonti acquifere eccessivo, inusitato.

LE TRE SOLUZIONI ALLE CRISI IDRICHE – “(…) il WRI suggerisce tre soluzioni: 1-i paesi dovrebbero MIGLIORARE L’EFFICIENZA DELLA PROPRIA AGRICOLTURA, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono MENO ACQUA e migliorando le TECNICHE DI IRRIGAZIONE; 2-i CONSUMATORI potrebbero fare qualcosa, RIDURRE LO SPRECO DI CIBO, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura; 3-bisogna poi INVESTIRE IN NUOVE INFRASTRUTTURE PER IL TRATTAMENTO DELLE ACQUE e in bacini per la CONSERVAZIONE DELLE PIOGGE, e infine cambiare il modo di pensare alle ACQUE REFLUE: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.(…)”( https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (nell’IMMAGINE: INDIA da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Come accennavamo, la chimica delle coltivazioni agricole richiede enormi quantità d’acqua (che non vi sono nell’agricoltura biologica); gli allevamenti intensivi e l’eccessivo uso di carne da parte della popolazione, portano ad un utilizzo dell’acqua fuori di ogni misura sostenibile.

   Da tutto questo, è comunque difficile pensare che una “riconversione ecologica” delle nostre società, sia sì gestita con efficienza dai governi (e su questo… “speriamo bene…”); ma anche la nostra quotidianità deve essere più consapevole (ad esempio, il consumo di carne porta ad un uso spropositato di risorse idriche negli allevamenti; e allora dovremmo consumare meno carne, o per niente). (s.m.)

Solutions to the Worlds Water (da http://www.plef.org/)

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UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE RISCHIA DI RIMANERE SENZ’ACQUA

da https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019

– E anche l’Italia non se la passa molto bene –

   Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali.

   Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità.  Paesi come QATAR, ISRAELE, LIBANO e IRAN ogni anno prelevano in media più dell’80 per cento delle proprie risorse totali di acqua, e rischiano seriamente di rimanerne a corto. Ci sono poi altri 44 paesi, che ospitano un terzo della popolazione mondiale, che prelevano ogni anno il 40 per cento dell’acqua di cui dispongono. Per questi paesi, che comprendono anche l’Italia (al 44esimo posto), il WRI calcola un alto rischio di terminare le risorse idriche: meno elevato dei primi 17, ma comunque preoccupante.

   Dal 1960 a oggi, scrive il WRI, il prelievo di acqua in tutto il mondo è più che raddoppiato, a causa dell’incremento della richiesta, e non dà segni di diminuire. Diverse grandi città, dove la domanda di acqua è più alta, negli scorsi anni hanno subìto gravi crisi idriche, rischiando di arrivare a quello che il WRI chiama il “Giorno Zero”: il giorno in cui tutte le risorse idriche di una città o di un paese termineranno. Tra queste ci sono SAN PAOLO in Brasile, CITTÀ DEL CAPO in Sudafrica, CHENNAI in India, e anche ROMA, che nel 2017 aveva dovuto razionare il prelievo di acqua a causa della siccità.

   Tra le cause che hanno portato a un aumento così consistente del prelievo di acqua c’è da considerare il CAMBIAMENTO CLIMATICO, che ha portato a periodi di siccità più frequenti, rendendo più difficile l’irrigazione dei terreni agricoli e costringendo di conseguenza a un utilizzo maggiore dell’acqua prelevata dalle falde acquifere. Al tempo stesso, l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua presente nei bacini idrici con più facilità, esaurendo quella a disposizione per il prelievo.

QUALI SONO LE ZONE PIÙ INTERESSATE
La CRISI IDRICA riguarda soprattutto MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. Qui i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne. I paesi del GOLFO PERSICO, per esempio, sottopongono a trattamento di purificazione circa l’84 per cento di tutte le proprie acque reflue, ma poi ne riutilizzano solamente il 44 per cento.

   Ci sono ECCEZIONI VIRTUOSE: l’OMAN è al 16esimo posto dei paesi più a rischio idrico, ma sta emergendo come un esempio da seguire; sottopone a trattamento il 100 per cento delle proprie acque reflue e ne riutilizza il 78 per cento. Un paese che invece desta molta preoccupazione è l’INDIA, che è al 13esimo posto dei paesi a maggiore rischio idrico, ma che ha una popolazione tre volte superiore a quella di tutti gli altri 16 paesi della classifica messi insieme.

   Un altro dato di cui tenere conto è che ci sono anche paesi dove il rischio di crisi idrica in generale è basso, ma che presentano zone interne densamente abitate con un rischio maggiore. È il caso degli STATI UNITI (che sono al 71esimo posto della classifica del WRI) e del SUDAFRICA (al 48esimo posto), dove rispettivamente lo stato del New Mexico e la provincia del Capo Occidentale soffrono una grave crisi idrica e le cui popolazioni prese singolarmente sono maggiori di quelle di alcuni dei primi 17 paesi nella classifica.

COSA SI PUÒ FARE
Il WRI dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate. Qualcosa si può fare per fermare questa crisi idrica, e il WRI suggerisce tre soluzioni.

   Innanzitutto i paesi dovrebbero migliorare l’efficienza della propria agricoltura, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono meno acqua e migliorando le tecniche di irrigazione (utilizzando meno e meglio l’acqua a disposizione). Inoltre anche i consumatori potrebbero fare qualcosa, riducendo lo spreco di cibo, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura. Bisognerebbe poi investire in nuove infrastrutture per il trattamento delle acque e in bacini per la conservazione delle piogge, e infine cambiare il modo di pensare alle acque reflue: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne. (da https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019)

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PIÙ DEL 50% DELL’ACQUA COMPLESSIVAMENTE UTILIZZATA IN ITALIA È DESTINATA ALL’IRRIGAZIONE

di Luca Aterini, 22/3/2019, da http://www.greenreport.it/

– Istat, l’Italia spreca 4,5 miliardi di metri cubi di acqua potabile a causa di una rete colabrodo.

Nel nostro Paese il volume di oro blu prelevato giornalmente allo scopo è il più alto nell’Ue a livello procapite, ma poco meno della metà si perde nel tragitto –

   L’acqua è uno specchio particolarmente efficace per osservare l’avanzata dei cambiamenti climatici, e l’Italia sotto questo profilo si trova esposta a più livelli di criticità: il 20% del Paese è già esposto a rischio desertificazione, e senza adeguate (e tempestive) azioni a contrasto niente lascia immaginare che le cose miglioreranno da sole. Anzi. Secondo i dati elaborati dal Cnr il 2017 è stato l’anno più siccitoso almeno dal 1800 (per l’Ispra invece è andata peggio solo nel 2001), e negli ultimi dieci anni si stima che la siccità abbia provocato danni per 14 miliardi di euro solo al comparto dell’agricoltura; un dramma che continua a ripetersi (…).

   Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, la buona notizia è che i margini per migliorare la gestione dell’acqua sono ancora incredibilmente ampie, visti i ritardi accumulati su questo fronte. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu e celebrata ogni anno il 22 marzo, l’Istat come di consueto ha elaborato un report per fotografare lo stato dell’arte: «Il volume di acqua complessivamente prelevato per uso potabile dalle fonti di approvvigionamento presenti in Italia è di 9,49 miliardi di metri cubi nel 2015 – si legge nel dossier pubblicato oggi – pari a un volume giornaliero pro capite di 428 litri, il più alto nell’Unione europea. Tuttavia, poco meno della metà di tale volume (47,9%) non raggiunge gli utenti finali a causa delle dispersioni di rete». Significa che, attraverso un piano d’investimenti adeguato per migliorare le condizioni di tubazioni e condotte idriche, potremmo salvare ogni anno buona parte degli oltre 4,5 miliardi di metri cubi d’acqua potabile che oggi vanno inutilmente sprecati.

   Ad oggi gli investimenti nel servizio idrico nazionale ammontano a 3,6 miliardi di euro/anno, in netto aumento (circa il triplo) rispetto al 2013, ma – in un contesto che rischia di essere stravolto dalla proposta di legge Daga (M5S) su “l’acqua pubblica” in corso d’esame parlamentare – occorre crescere ancora per arrivare almeno alla quota di 5 miliardi di euro/anno, finanziata attraverso la tariffa idrica, ritenuta necessaria dalla aziende di settore. Diminuire le perdite idriche e aumentare la qualità dell’acqua del rubinetto (per l’Istat ancora non si fida il 29% delle famiglie) sarebbe non solo un importante risparmio di risorse naturali, ma anche un beneficio economico per i cittadini, contando che nel 2017 la spesa media mensile di una famiglia per il consumo di acqua minerale è stata pari a 11,94 euro, contro i 14,69 euro legati alla fornitura di acqua nell’abitazione di ogni famiglia: rispetto al 2014, si osserva infatti una crescita delle spese familiari per ACQUA MINERALE (+20,6%) maggiore rispetto a quelle per la fornitura di acqua alle abitazioni (+11,8%).

   Senza dimenticare che gran parte della battaglia per migliorare la gestione delle risorse idriche nazionali andrà combattuta sui CAMPI AGRICOLI. Il settore «si contraddistingue per essere il maggiore utilizzatore di acqua – testimonia l’Istat – Più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione». Eppure anche in questo caso un incremento dell’efficienza andrebbe a beneficio innanzitutto degli agricoltori. Al proposito Confagricoltura sta sviluppando con Netafim, multinazionale del settore, un programma di intervento fondato sulla strategia “Di più con meno”: l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia, dove possibile in relazione alle infrastrutture irrigue presenti, consente di incrementare le rese e diminuire l’utilizzo dell’acqua in modo sensibile. Nel caso del pomodoro si registra ad esempio un aumento della resa pari al 54% insieme a un risparmio idrico del 20%; per il riso siamo rispettivamente a +23% e -50%, mentre con l’olivo addirittura a +108% e -33%.

   Anche in questo caso non si tratta di investimenti futuribili, ma da mettere in campo subito. «La gravità della situazione in queste ultime settimane – conferma Confagricoltura –  è stata tale che in diversi casi gli agricoltori hanno dovuto irrigare i campi per non creare danni alle colture: già a marzo stiamo parlando di grave emergenza idrica per la siccità». In tale contesto occorre agire rapidamente, con gli agricoltori che chiedono di accelerare la conclusione degli iter procedurali per l’apertura dei cantieri previsti dal PIANO IRRIGUO NAZIONALE, dal FONDO STRUTTURALE DI COESIONE e dal PIANO INVASI e, contemporaneamente, concentrarsi sulle nuove necessità infrastrutturali dei diversi territori italiani relativamente alla gestione dell’acqua e della prevenzione del DISSESTO IDROGEOLOGICO. (Luca Aterini)

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2 MLD DI PERSONE RISCHIANO DI RESTARE SENZ’ACQUA. QUELLA IDRICA È L’EMERGENZA DA AFFRONTARE ORA

di Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/

   Nell’estate del 2017 Roma si è trovata ad affrontare un’emergenza idrica, scongiurata solo dai temporali che l’hanno allagata a inizio settembre. Gli eventi climatici estremi – come le onde di calore prolungate ed estremamente siccitose sempre più frequenti anche alle nostre latitudini – non fanno che peggiorare la situazione di un sistema idrico con gravi problemi strutturali.

   Cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e spreco diffuso sono le cause della scarsità di acqua nel nostro Paese. Se alcune città italiane d’estate devono fare i conti con l’erogazione ridotta del servizio, per una fetta consistente della popolazione mondiale la carenza d’acqua non è più un’emergenza, ma una realtà quasi quotidiana.

   L’accesso all’acqua potabile e pulita è un diritto umano riconosciuto e tutelato dalle leggi internazionali, eppure il World Water Development Report dell’Onu ha rilevato che poco meno di due miliardi di persone vive in aree in cui la scarsità d’acqua è un rischio classificato come “elevato” (erano 240 milioni di persone un secolo fa).

   La cifra raddoppia se si contano tutti coloro che vivono questa condizione  almeno un mese all’anno, mentre in 22 Paesi il rischio che questo accada supera il 70%. L’acqua non manca sul “Pianeta Blu” – che ne è costituito per il 70% – ma quella disponibile per l’alimentazione e l’idratazione umana e per l’agricoltura non ne è che una minima parte, dato che il 97,5% di tutta l’acqua esistente è salata e un altro 1,75 % si trova sotto forma di ghiaccio o permafrost.

   Il ciclo dell’acqua che si studia a scuola sarebbe di per sé un sistema perfetto: l’acqua che evapora dai bacini idrici, dai laghi, dalle piscine o dalle cisterne raggiunge l’atmosfera e torna a terra sotto forma di precipitazioni che permettono all’acqua piovana di penetrare il terreno e rifornire le falde acquifere. Purtroppo questo sistema non basta a garantire sicurezza alla popolazione della Terra, che deve fare fronte all’aumento di richiesta dovuto a vari fattori, tra cui la sua crescita e il cambiamento climatico. Se pensiamo che la prospettiva è di arrivare a quota 9,7 miliardi di persone entro il 2050, e che il bisogno pro capite è di 50 litri giornalieri, che garantiscono corretta idratazione e igiene, abbiamo un quadro dell’emergenza che ci aspetta in futuro.

   Del cambiamento climatico è difficile quantificare l’impatto sulla disponibilità d’acqua, ma stando agli studi un aumento di 2 gradi della temperatura rispetto ai livelli preindustriali, esporrebbe un ulteriore 8% della popolazione mondiale a una nuova o più grave carenza idrica rispetto al 2000. Già oggi diverse regioni del mondo sono allo stremo a causa del clima, che rende le regioni umide sempre più umide e quelle aride sempre più aride.

   Nella REGIONE del SAHEL in MAURITANIA, ad esempio, negli ultimi anni si sono verificati ripetuti scontri tra pastori e agricoltori a causa della sempre più dura siccità. I pastori per salvare i propri animali sono costretti a spostarsi alla ricerca di acqua e pascoli, attraversando i campi degli agricoltori e danneggiandoli. La creazione di un corridoio sicuro di 2500 km per spostare le mandrie, grazie al progetto Braced per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ha migliorato la situazione, mentre in Sudan solo l’intervento della Fao ha scongiurato il disastro umanitario, portando aiuti alimentari e veterinari ai 30mila capi di bestiame di 5mila famiglie. Procedure di emergenza come queste non potranno continuare a essere impiegate in situazioni che sono sempre più spesso la norma.

   Nel NORDEST DEL BRASILE l’anno scorso il periodo di siccità – che normalmente dura 2 o 3 anni ogni 10 – è arrivato al settimo anno di fila prima di essere interrotto dalle precipitazioni. La situazione aveva raggiunto un livello di gravità tale da costringere alcune città a essere rifornite quotidianamente con le autobotti, a causa della durata del periodo arido che ha prosciugato tutte le riserve idriche della regione.

   In altri casi sono le decisioni dei governi a far pagare all’ecosistema i danni della scarsità d’acqua. È il caso del LAGO D’ARAL, che fino agli anni Cinquanta era tra i più grandi al mondo e fonte di sostentamento per la popolazione delle sue sponde in Uzbekistan e in Kazakistan, grazie alla pesca e all’industria turistica. La sua scomparsa in tempo record è dovuta alla decisione del governo sovietico di incrementare la produzione di COTONE E RISO nella regione, deviando i due affluenti dell’Aral. Negli anni Novanta il lago si era ridotto del 75%, fino a diventare UNA DISTESA DI SABBIA SALATA impregnata di fertilizzanti: oltre al crollo dell’economia legata alla pesca e al turismo, fu registrato anche un aumento vertiginoso dei casi di cancro alle vie respiratorie e della mortalità infantile, perché il vento disperdeva le sabbie nocive. La costruzione di una diga ha riportato in vita un “PICCOLO ARAL” sul lato kazako, mentre in Uzbekistan i fondi per riparare il danno più scarsi e un’economia ancora basata sulla coltivazione del cotone continuano a prosciugare l’acqua del lago.

   Tra le aree più critiche per la scarsità di acqua ci sono Medio Oriente e Nord Africa, non solo per la siccità della regione, ma anche a causa dei CONFLITTI che danneggiano la rete idrica e rendono più difficile ai cittadini accedervi: non a caso i Paesi che recentemente sono peggiorati di più in questo senso sono Siria e Yemen. Nonostante il supporto della Fao ai governi di queste regioni per riorganizzare il sistema idrico e di irrigazione, anni di guerra hanno causato perdite di acqua che raggiungono anche il 40% del totale in alcuni villaggi della Cisgiordania, con danni da migliaia di dollari per ogni singolo agricoltore.

   Come accennato, lo spreco è un problema cronico non solo per aree di conflitto e in difficoltà economica come la Palestina, ma anche in Italia. Se la diminuzione della dispersione idrica della rete di Roma fa notizia, sono le cifre dello spreco ancora in corso a dover scandalizzare: c’è poco da festeggiare se in un Paese come il nostro, che deve fronteggiare il cambiamento climatico particolarmente duro delle regioni mediterranee, lo spreco idrico è passato nel 2018 dal 45 al 38%, come nel caso della rete Acea della capitale, grazie a centinaia di interventi di riparazione e bonifica.

   ASIT BISWAS, docente della Lee Kuan Yew School of Public Policy di Singapore, sostiene che “questioni come la mancanza di soldi o la scarsità della risorsa sono tutte scuse. Il problema è ovunque la cattiva gestione”. In Italia più della metà delle infrastrutture del sistema idrico ha oltre 30 anni e avrebbe bisogno di più attenzioni; la manutenzione richiede circa 80 euro all’anno per singolo cittadino, ossia più del doppio degli attuali investimenti, già aumentati rispetto al disinteresse degli anni passati. Il risultato è che tra giunture difettose, danni del tempo non riparati e consumi non autorizzati, in media in Italia gli sprechi ammontano al 47,9% dell’acqua prelevata dalla fonte, per una perdita di circa 3,45 miliardi di metri cubi di acqua e 4 miliardi di euro l’anno, più di quelli che servirebbero per rinnovare l’intera rete.

   Sul nostro territorio, oltre alla manutenzione dei sistemi idrici inefficienti, alcune soluzioni possono essere lo studio di mezzi per RICICLARE E RIUTILIZZARE LE ACQUE PIOVANE E GRIGIE, l’ottimizzazione dell’acqua dei sanitari (in Italia lo sciacquone usa spesso acqua potabile) e l’impiego delle smart technologies per registrare eventuali anomalie di consumo per intervenire in modo mirato, obiettivo del progetto Green Smart Technology for Water dell’Università di Bologna e di Ferrara.

   Sprechi delle reti urbane a parte, ad assorbire la maggiore quantità di acqua al mondo è il SETTORE AGRICOLO, che oggi usa circa il 70% del prelievo globale d’acqua, principalmente per l’irrigazione. È su questo settore che serve fare gli investimenti più urgenti prima che il mondo intero resti a secco, come ha già fatto chi vi è costretto dal clima (e può permetterselo economicamente), come Israele, dove lo sviluppo di sistemi sofisticati per ottimizzare le risorse, dalla desalinizzazione dell’acqua marina all’irrigazione goccia a goccia, ha messo le basi di un comparto agricolo all’avanguardia.

   Anche se non sono i consumi individuali a incidere sul bilancio idrico mondiale, dobbiamo comunque ricordare che le nostre scelte quotidiane – specie se si tratta di abitudini e non di strappi alla regola – hanno un peso sulle risorse di tutti: basti ricordare che il comparto dell’abbigliamento usa circa 2700 litri d’acqua per produrre una singola t-shirt e il panino del fast food ha un impatto molto simile.

   Detto questo, non possiamo illuderci che la salvezza delle risorse idriche del Pianeta sia garantita da atti virtuosi come chiudere il rubinetto lavandosi i denti. Come singoli dobbiamo impegnarci anche per chiedere una rete idrica che non faccia letteralmente acqua da tutte le parti, chiedendo alla politica di agire prima che sia troppo tardi. (Silvia Granziero)

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ONU: LA CRISI IDRICA MONDIALE COLPIRÀ 5 MILIARDI DI PERSONE

da http://www.rinnovabili.it/, 19/3/2018

– Passare dalle infrastrutture grigie a quelle verdi per rendere la gestione idrica più sostenibile e resiliente ai cambiamenti climatici. Questo il monito di un panel di esperti –

NEW YORK – Oltre 5 miliardi di persone potrebbero in un futuro non troppo lontano conoscere gli effetti della crisi idrica mondiale. I cambiamenti climatici in corso, l’aumento demografico e un inquinamento delle risorse che non mostra segni di recessione, sono destinati, infatti, ad acuire un problema che già oggi affligge tutti i continenti. A lanciare l’allarme è il nuovo studio redatto dalle Nazioni Unite, dal titolo “Making Every Drop Count: An Agenda for Water Action”. Il report, pubblicato in vista della Giornata mondiale dell’Acqua (il 22 marzo) batte il martello su un problema ormai noto: lo stress su fiumi, laghi, falde acquifere, zone umide e bacini idrici sta aumentando.

   Ma se da un lato il problema è oramai noto, dall’altro l’approccio risolutivo risulta essere di gran lunga inefficace. Secondo quanto riportato dal Global Water Forum, attualmente gli esseri umani consumano circa 4.600 chilometri cubici di acqua ogni anno, di cui il 70% va all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% alle famiglie. La domanda globale è aumentata di sei volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere al ritmo dell’1% ogni anno. In questo contesto più di due miliardi di persone sono costrette a bere acqua non potabile e oltre 4,5 miliardi non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri. Non solo. Circa l’80% delle acque reflue viene sversato direttamente nell’ambiente e le catastrofi legate all’acqua rappresentano il 90% delle 1.000 disastri naturali più devastanti dal 1990 a oggi.

   Siccità e degrado del suolo sono i due più grandi rischi da affrontare. “La siccità è probabilmente la più grande singola minaccia provocata dai cambiamenti climatici”, si legge nel documento. Entro il 2050, secondo il rapporto, tra 4,8 e 5,7 miliardi di persone vivranno in aree scarsamente idriche per almeno un mese all’anno, rispetto ai 3,6 miliardi di oggi, mentre il numero di persone a rischio di inondazioni aumenterà fino a 1,6 miliardi, da 1,2 miliardi. Nelle cosiddette drought belts (zone particolarmente aride che comprendono il Messico, il Sud America occidentale, l’Europa meridionale, la Cina, l’Australia e il Sudafrica) è probabile che le precipitazioni diminuiscano. Un deficit idrico che non potrà essere compensato da forniture sotterranee, un terzo delle quali è già in pericolo.

   Anche la qualità dell’acqua si sta deteriorando. A partire dagli anni ’90, l’inquinamento è peggiorato in quasi tutti i fiumi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina e prevede peggiorerà ulteriormente nei prossimi vent’anni, principalmente a causa dei deflussi agricoli di fertilizzanti e altri prodotti chimici.

   Si può già palare, dunque di crisi idrica mondiale, ma è anche possibile mettere subito in pratica nuove soluzioni, basate sulla natura, le cosiddette infrastrutture verdi, per arginare il problema. Su questi strumenti sta lavorando dal 2016 un panel di esperti – autori del report ONU – che si batte per politiche basate sulle evidenze e approcci innovativi che rendano la gestione delle risorse idriche e dei servizi connessi attraenti per gli investitori mondiali.

   “Per troppo tempo, il mondo si è dedicato prima alle infrastrutture “umane” o “grigie” per migliorare la gestione dell’acqua. In tal modo, ha spesso spazzato via la conoscenza tradizionale e indigena che abbraccia approcci più verdi”, spiega dalla prefazione Gilbert Houngbo, presidente di UN Water. “Di fronte a un consumo accelerato, al crescente degrado ambientale e agli impatti multiformi dei cambiamenti climatici, abbiamo chiaramente bisogno di nuovi modi per gestire le richieste di acqua dolce”. (da http://www.rinnovabili.it/)

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Ambiente

CLIMA: LE SOLUZIONI PER LA CRISI IDRICA MONDIALE ARRIVANO DAI LUOGHI PIÙ ARIDI DEL PIANETA

da http://www.plef.org/

   Di fronte alla crescita esplosiva della popolazione umana, il nostro approvvigionamento di acqua dolce continua a diminuire, mettendo in pericolo una risorsa preziosa e indispensabile. Globalmente, una persona su tre vive in un paese che si trova ad affrontare una crisi idrica a livello nazionale, ma tale percentuale sottovaluta il numero di persone che devono affrontare severe restrizioni sulla disponibilità di acqua.

   Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura dell’ONU, oltre il 95% dell’umanità vive in paesi in cui l’accesso all’acqua pro capite è più limitato rispetto a 20 anni fa.

   Per quanto riguarda il nostro paese, il 13° rapporto ISPRAGli indicatori del clima in Italia“, ha confermato come la siccità sia stata il maggiore problema climatico nel 2017. La siccità ha interessato gran parte del territorio causando gravi problema di gestione delle risorse idriche. Ovunque da febbraio ad agosto il clima è stato più caldo della norma, così come la temperatura superficiale dei mari. Scarse le precipitazioni piovose (il 2017 risulta al secondo posto tra gli anni più secchi dopo il 2001).

   Analizzando ciò che funziona in paesi con scarsità d’acqua cronica, possiamo prendere in prestito idee efficaci e imparare a gestire meglio la risorsa idrica. Ecco TRE LEZIONI CHE I PAESI POVERI DI ACQUA POSSONO INSEGNARCI su come prosperare in un mondo sempre più arido.

1- Comunicazione trasparente e niente sterili allarmismi
Tra il 1997 e il 2009, l’AUSTRALIA ha dovuto affrontare la sua peggiore siccità nella storia. I livelli di stoccaggio dell’acqua a Melbourne sono scesi intorno al minimo storico del 26%. Tuttavia, invece di ammonire incessantemente sul pericolo collegato alla gravità della situazione, i leader politici della città installano dei semplici cartelloni elettronici lungo le autostrade per mostrare i livelli di giacimento. Questa tattica mostrava in tempo reale alle persone con che velocità stessero finendo l’acqua, creando un senso di urgenza che ebbe il pregio di aggregare la comunità. I cittadini, infatti, compresero la situazione iniziando a compiere azioni responsabili. Alla fine della siccità, quasi un cittadino su tre di Melbourne aveva un serbatoio di acqua piovana nella propria casa.

2- Azioni incisive per il risparmio idrico
Non solo! Se rendere consapevoli i cittadini fu un importante punto di partenza, il maggiore impatto avvenne grazie ad iniziative specifiche che incoraggiavano le persone a risparmiare acqua. Un modo per raggiungere questo obiettivo fu quello di chiedere agli abitanti di trascorrere meno tempo nella doccia. Tuttavia, come nell’esempio utilizzato dal nostro fondatore P. Ricotti nei testi PLEF, molte persone sono riluttanti a rinunciare ad abitudini di consumo consolidate (le lunghe docce), quindi la città offrì loro tecnologie efficienti, in grado di non disperdere acqua, sviluppando un regolatore di flusso per i soffioni esistenti che consentì ad un numero sempre maggiore di persone di risparmiare acqua. In quattro anni erano stati sostituiti più di 460.000 soffioni ed erano state inviate 100.000 richieste alla città, ottenendo una riduzione della domanda di acqua pro capite di quasi il 50%.

   Questo discorso può essere naturalmente esteso anche alle imprese. Negli EMIRATI ARABI UNITI, al secondo posto nel mondo tra i paesi con scarse risorse idriche, i funzionari governativi hanno lanciato una campagna nazionale per la conservazione di energia e acqua. Un Heroes Business Toolkit ha insegnato alle aziende a monitorare e ridurre il loro consumo di acqua installando dispositivi per il risparmio idrico. La campagna ha funzionato. Centinaia di aziende hanno scaricato il toolkit e diversi hanno aderito alla rete Corporate Heroes, che li ha sfidati a raggiungere obiettivi di riduzione specifici entro un anno. Le aziende che hanno completato la sfida hanno ridotto il consumo di acqua di oltre un terzo.

3- Molteplici soluzioni, anche dove non te lo aspetti
In NAMIBIA, uno dei paesi più aridi dell’Africa meridionale, i cittadini bevono acqua riciclata dal 1968. Sebbene molti paesi utilizzino acque reflue riciclate per scopi irrigui, paesaggistici e industriali, poche di essi riciclano acqua potabile. Ma la Namibia ha purificato le acque di scarico nell’acqua potabile per 50 anni. Il paese è diventato un pioniere nella gestione delle acque reflue, allentando le carenze idriche e fornendo un approvvigionamento sicuro di acqua potabile per oltre 300.000 cittadini nella capitale di Windhoek. Le infrastrutture installate dal comune permettono di trattare fino al 35% delle acque reflue che poi vengono utilizzate per approvvigionare le riserve di acqua potabile; nonostante la resistenza riscontrata in altri paesi africani per progetti analoghi, da anni esistono altri esempi positivi, come quello degli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale che riutilizzano la stessa acqua riciclata da oltre 17 anni.

   Nessuna soluzione è adatta ad ogni contesto. I leader politici devono pensare in modo creativo a come la conservazione dell’acqua possa essere adattata per funzionare all’interno del proprio contesto territoriale. Un esempio ce lo offre la GIORDANIA; qui un’enorme quantità di acqua dolce una volta andava agli agricoltori per sostenere l’agricoltura. Per ridurre la quantità di acqua consumata dai progetti agricoli, il governo ha identificato le colture a più alta intensità idrica, come le banane, e ha temporaneamente eliminato le tariffe di importazione come mezzo per incoraggiare le importazioni piuttosto che l’agricoltura nazionale di tali colture. Il governo ha anche avuto un certo successo nell’incoraggiare gli agricoltori a coltivare colture resistenti alla siccità e ad alto valore nutrizionale, come datteri e uva.

   Guardando a ciò che hanno fatto i paesi più poveri d’acqua, emerge che esistono già molte soluzioni. Per conoscere il pensiero della Fondazione in merito al tema del water management, vi invitiamo a leggere il contributo scritto per RIO2012 dal nostro fondatore Paolo Ricotti. Ora tocca a ciascuno di noi agire.

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l’inchiesta

ACQUA PULITA? IN ITALIA CI SONO 20MILA SITI CONTAMINATI

di Diana Cavalcoli, da https://www.corriere.it/ 5/2/2019

– L’analisi di Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ASviS, nata nel 2016 dall’Università Tor Vergata di Roma) sull’obiettivo fissato dall’Onu: il 10 per cento della popolazione italiana lamenta irregolarità e cattivo funzionamento del servizio dell’acqua in casa. Il sistema ha diverse falle. Ecco le CITTÀ CRITICHE –

   «Viviamo nell’illusione che l’Italia sia un Paese ricco d’acqua e che fiumi, laghi e ghiacciai siano risorse inesauribili. Non è così. Il rischio è accorgersene troppo tardi». Per ROSARIO LEMBO, presidente del comitato italiano per il Contratto mondiale sull’acqua, tutelare il nostro patrimonio idrico è un dovere non più rimandabile. Soprattutto se si considera che in futuro l’acqua sarà un bene scarso. Si stima che tra cinque anni un terzo della popolazione mondiale vivrà in crisi idrica, cioè con disponibilità di acqua inferiore ai 1700 metri cubi all’anno. Ecco perché è strategico analizzare già oggi i progressi e le criticità nella gestione delle risorse a nostra disposizione. In questo senso il Rapporto 2018 di Asvis offre uno spaccato completo, e a tratti preoccupante, del caso italiano.

   Per inquadrare il problema occorre però fare una premessa: a nove anni dalla risoluzione Onu, che lo introduceva per la prima volta, il diritto all’acqua potabile e ai servizi idrici non è garantito in nessuno Stato del mondo. Secondo Lembo, che per Asvis ha analizzato i risultati ottenuti dall’Italia rispetto al Goal numero 6 dell’AGENDA 2030 dell’ONU, siamo lontani dal centrare l’obiettivo di garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua. «Nel nostro caso – spiega – il tema non è solo l’accesso all’acqua ma piuttosto l’accesso all’acqua di qualità. E questo vale tanto nelle grandi città, come Roma o Milano, quanto nelle zone periferiche dove la rete di distribuzione arriva a fatica». In altre parole, se è vero che abbiamo le risorse è anche vero che le gestiamo male. Basta pensare che sono più di 20 MILA I SITI CONTAMINATI IN ITALIA e il Rapporto Asvis 2018 segnala come negli ultimi anni l’indicatore relativo all’efficienza della rete di distribuzione sia peggiorato. «I dati – aggiunge Lembo – attestano un buon andamento fino al 2014. Dopo, però, si evidenzia una brusca inversione di tendenza ed è un problema che riguarda tutto il territorio nazionale con criticità a Sud e nelle Isole».

   Per dare qualche numero circa il 10 per cento della popolazione italiana lamenta irregolarità e cattivo funzionamento del servizio dell’acqua in casa. In media oltre un terzo dell’acqua immessa nelle reti non arriva all’utenza con punte del 60 per cento nelle province di LATINA, FROSINONE, VIBO VALENTIA, POTENZA e CAMPOBASSO.

   È poi ancora molto alta, oltre il 29 per cento, la quota di famiglie che non si fidano a bere dal rubinetto. Ecco spiegato perché, secondo i dati del Censis, 9 italiani su 10 preferiscono bere acqua in bottiglia. Per di più la mala gestione dell’acqua ci costa caro. L’Italia ha subito due procedure di infrazione da parte dell’Unione Europea che da anni promuove l’efficientamento delle reti idriche e la lotta all’inquinamento. Nel mirino il ritardo nella messa a norma di oltre 100 centri urbani e aree sprovvisti di sistemi di trattamento delle acque reflue. Il risultato è una multa salata: 25 milioni di euro a cui si aggiungeranno 30 milioni ogni sei mesi per ulteriori ritardi negli interventi. «Difficile pensare che si riesca a risolvere la situazione a breve – spiega Lembo – il numero dei centri non conformi alle direttive europee resta alto nonostante vi sia stato un miglioramento. Siamo scesi da oltre cento siti non a norma a circa 70». Passo avanti che non basta a trasformarci in un Paese che ha cura dei suoi bacini idrici e delle sue falde. Siamo anche un Paese che storicamente sottovaluta i rischi legati all’ acqua.

   In pochi sanno ad esempio che in Italia la carenza d’acqua è un’emergenza nazionale. «Eppure, nell’estate del 2017 ben 10 Regioni hanno dichiarato lo stato di calamità. Strategico quindi lavorare sulla prevenzione ed evitare di allertarsi solo quando c’è siccità o un eccesso di precipitazioni. Va cambiato approccio», chiosa Lembo. Per Asvis un primo passo è aumentare il dibattito. «Inutile negarlo c’è scarsa attenzione da parte della politica e del legislatore. Pensi che non disponiamo nemmeno di un bilancio idrico nazionale», sottolinea Lembo. La buona notizia? Se lo Stato manca a farsi sentire è la società civile. «Cresce la sensibilità dei cittadini rispetto alla questione dell’acqua e al monitoraggio dei rubinetti nelle case. Così come l’attenzione di alcuni sindaci che hanno proposto una serie di investimenti per favorire il controllo di qualità». E poi c’è più responsabilità rispetto agli usi. Tra le buone pratiche: la messa a disposizione di informazioni sull’acqua di rete, l’installazione di punti pubblici di erogazione, le cosiddette Case dell’acqua, oltre al moltiplicarsi di iniziative culturali nelle scuole. Quel che ancora manca sono gli interventi sulle infrastrutture.

   Per Asvis l’obiettivo di lungo termine è rinnovare la gestione del ciclo dell’acqua. Che significa potenziare la rete idrica dove serve, bonificare le tubazioni e portare le perdite al minimo in modo da garantire acqua pulita in tutti gli 8 mila comuni italiani. Vitale poi non focalizzarsi solo sulle problematiche legate all’acqua che arriva nelle nostre case. «Ci si concentra sull’uso domestico – conclude Lembo – mentre in realtà parliamo di una risorsa cruciale anche per l’agricoltura o per i cicli industriali. Quindi bene parlare di acqua ma facciamolo a 360 gradi». Sempre con l’idea che da diritto scritto sulla carta, il diritto all’acqua dovrebbe diventare davvero tale.

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VEDI (per l’inquinamento delle falde acquifere) PER IL VENETO: https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas

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I GRANDI FIUMI SI STANNO SECCANDO: MA IL MONDO FA FINTA DI NIENTE DI FRONTE ALLA CATASTROFE

di Mahya Karbalaii, da l’Espresso del 17/5/2018

– Siccità, inquinamento, sprechi e disinteresse dei governi. VENTISETTE GRANDI CORSI D’ACQUA, TRA CUI IL NILO, SONO IN PERICOLO. La loro fine causerebbe una crisi umanitaria e un’emigrazione di massa epocali –

   «C’era una volta un fiume in Medio Oriente, chiamato Eufrate, nominato anche nella Bibbia», racconta l’insegnante di storia ai suoi allievi. «Le regioni dell’Eufrate e del Tigri, un altro fiume importante dell’Iraq, hanno dato la vita alla prima civiltà sulla Terra, i Sumeri. Questi due fiumi fratelli sono i più ricchi di storia del mondo». «Quanti anni dopo Eufrate si è prosciugato?», sarà la prossima domanda dell’alunno fra pochi anni, se l’attuale situazione di crisi idrica sarà lasciata senza azioni immediate.

   Esteso per 2.800 chilometri, l’Eufrate è il fiume più lungo dell’Asia occidentale da almeno 4000 anni. Tuttavia, in meno di cinquant’anni, il fiume ha perso due terzi del suo scarico. Sebbene il cambiamento climatico negli ultimi decenni abbia certamente svolto un ruolo importante, l’egoismo e la negligenza degli esseri umani hanno accelerato il danno.
   Il bacino dei fiumi Eufrate-Tigri è un bacino transfrontaliero distribuito tra Iraq (46 per cento), Turchia (22 per cento), Iran (19), Siria (11), Arabia Saudita (1,9) e Giordania (0,03). Entrambi i fiumi nascono nelle montagne orientali della Turchia, il che conferisce un vantaggio strategico a questo paese. A metà degli anni ’60 la Turchia iniziò a costruire la prima diga sull’Eufrate e il progetto fu concluso nel 1973. Pochi anni dopo un’altra diga fu costruita: era la prima parte del progetto dell’Anatolia sud-orientale (Gap), che cambiò drasticamente il regime di scarico dell’Eufrate. Il Gap consiste della costruzione di 22 dighe nelle montagne dell’Anatolia per fornire irrigazione per 1,8 milioni di ettari e 7,4 megawatt di energia elettrica.
Ashur, un contadino iracheno sessantenne, cammina con i suoi nipoti sul letto del fiume secco della parte meridionale dell’Eufrate, piangendo: «Mai Maaku», non c’è acqua. Invece di coltivare il riso ora la famiglia di Ashur vive raccogliendo sale dai bacini secchi. Secondo il Wwf, su 27 fiumi mondiali in pericolo, nove si trovano in Medio Oriente; sei dei quali in Turchia, proprio a causa del numero di dighe costruite negli ultimi quarant’anni.
La regione Medio Oriente e il Nord Africa (Mena) è la più povera d’acqua al mondo. Il gruppo intergovernativo per i cambiamenti climatici prevede una diminuzione delle precipitazioni fino al 25 per cento e un aumento della temperatura del 20 per cento per la regione per il prossimo secolo. Un paese è chiamato “water-stressed” se non è in grado di soddisfare il bisogno essenziale della sua popolazione. La soglia annuale dalla Banca Mondiale è fissata a 1.700 metri cubi di acqua pro capite: gli abitanti di Mena avevano solo 549 metri cubi nel 2014. Il 6 per cento della popolazione mondiale vive in questa regione, tuttavia solo l’1,5 per cento ha accesso ad acqua dolce rinnovabile attraverso le precipitazioni.

   La prima causa di questa situazione drammatica è da attribuire all’inefficiente gestione delle risorse idriche e all’instabilità politica della regione. La mancanza di cooperazione tra i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente può mettere seriamente in pericolo le generazioni future. Il fiume Nilo, la linea della vita dell’Africa da cinque millenni, ora è drammaticamente minacciato dalla diga Renaissance dell’Etiopia. Uno studio dell’Università del Cairo mostra che se l’Etiopia cooperasse con l’Egitto per riempire il gigantesco serbatoio della diga, il danno sulle terre agricole egiziane potrebbe ridursi al minimo. Riempire il bacino idrico da 74 miliardi di metri cubi in tre anni distruggerebbe il 51 per cento dell’agricoltura egiziana, mentre il riempimento entro sei anni potrebbe colpire il 17 per cento delle terre coltivate. Nell’agricoltura è impiegato un quarto della forza lavoro in Egitto. Ma finora l’Etiopia ha mostrato scarso interesse per qualsiasi cooperazione.
Altri paesi seguono un modello simile; quando l’Afghanistan costruì una diga sul fiume Hirmand, il flusso d’acqua verso il lago Hamoun dell’Iran fu gradualmente tagliato. Oggi, dalle paludi nel sudest dell’Iran, dove per cinquemila anni la gente è vissuta di caccia, pesca e agricoltura, non è rimasto altro che terraferma. I 4 mila chilometri quadrati del lago di Hamoun sono ora solo polvere. Il vento è diventato il terrore dei residenti della regione, poiché si trasforma immediatamente in tempeste di polvere e causa gravi problemi sia per gli abitanti iraniani che per quelli afghani della provincia.
   La mancanza di una visione aggregata del problema persiste in tutta la regione. Il Mar Morto sul confine di Israele, Palestina e Giordania si sta riducendo a un ritmo incredibilmente veloce. Il lago perde un metro del suo livello ogni anno. La superficie è quasi dimezzata dal 1930 e il livello d’acqua ha perso 40 metri. Per stabilizzare il lago è necessario pompare 800 milioni di metri cubi di acqua annualmente. Nel 2015, Israele, la Giordania e l’Autorità palestinese hanno firmato un accordo chiamato “Mar Rosso-Morto” che avrebbe dovuto portare l’acqua del Mar Rosso attraverso una condotta di 180 km verso Israele e Giordania e, dopo la desalinizzazione, lasciare i 200 milioni di cubi metri di acqua salata nel Mar Morto. Il progetto è sospeso da luglio 2017, poiché le relazioni tra Israele e Giordania sono tese.
I conflitti politici internazionali sono solo una parte del problema. Anche le politiche nazionali sbagliate aumentano questa crisi. Il fiume Zayanderud a Esfahan, la storica città dell’Iran, è ormai senza acqua da diversi anni. Il fiume, il cui nome significa “donatore di vita”, non ha più vita da dare, anche se l’ha fatto per migliaia di anni. Due ponti storici costruiti sui fiumi nel 17° secolo e simboli dell’Iran ora sono a rischio perché le loro fondamenta devono rimanere bagnate per conservare solidità. «È lo scenario più triste della città per noi», dice Nima Khosrawi, 37 anni accademica di Esfahan. «Le persone erano abituate a fare un picnic vicino al fiume e, dato che è asciutto, hanno perso questa consuetudine. Ogni volta che passiamo vicino al fiume secco ci prende la malinconia».
   I governi investono molto poco nel miglioramento dei sistemi di gestione delle risorse idriche. La zona del Medio Oriente e del Nord Africa soffre di conflitti da tanto tempo che i governi hanno concluso che meno dipendono dall’importazione di cibo, più sono protetti durante le instabilità. Quasi un quarto delle terre della regione Mena sono votate all’agricoltura, mentre solo il 5,6 per cento del terreno è in effetti coltivabile. A tal fine, viene utilizzato l’85 per cento delle risorse di acqua dolce, fatto che mostra l’elevata inefficienza nella gestione delle risorse rinnovabili. La coltivazione di prodotti che consumano molta acqua, come l’anguria, è un errore che è necessario fermare. Quando le precipitazioni diminuiscono rapidamente, si attinge all’acqua sotterranea, che impiega secoli per essere recuperata.
Sana’a, la capitale dello Yemen, lotta per fornire acqua al 60 per cento dei suoi abitanti. «Tante persone devono portare l’acqua dai pozzi alle loro case», dice Muhammad ibn Abdullah, un uomo d’affari. «Una volta i pozzi raggiungevano l’acqua a 30 metri di profondità, adesso bisogna scavare per oltre 1.200 metri con le trivelle petrolifere». Sana’a potrebbe diventare la prima città nel mondo completamente priva di acqua entro un decennio. I paesi di Mena hanno un altissimo tasso di spreco di acqua. Il 37 per cento del cibo prodotto nella regione è sprecato; questa cifra raggiunge il 60 per cento per frutta e verdura. In media, un terzo dell’acqua viene persa dalla fonte alla tavola.
Pochissimi governi hanno investito nella raccolta e nella riutilizzazione delle acque reflue. Quasi la metà dell’acqua non viene raccolta, e quasi il 60 per cento di ciò che resta torna all’ambiente senza trattamento. Teheran, la capitale dell’Iran, sta costruendo un sistema di acque reflue da un decennio e non è ancora completato. In molte altre città il progetto non è nemmeno stato lanciato. Invece di investire per modernizzare i sistemi di gestione dell’acqua, il consumo di acqua nella regione è fortemente sovvenzionato. Le tariffe idriche nel Mena sono le più basse al mondo. Politicamente questa questione è molto delicata, poiché gli agricoltori sono tra le famiglie a reddito più basso in questi paesi. Tuttavia, non risolvendo il problema, anche il resto della popolazione diventerà povero.
Il tasso di crescita della popolazione della regione Mena ha raggiunto il picco del 3 per cento tra la metà degli anni 80 e 90; si prevede che la popolazione raggiungerà i 600 milioni entro il 2050. Secondo uno studio dell’ecologista britannico Norman Myers, ci sono stati 25 milioni di rifugiati ambientali nel 1995. Myers ha previsto che se il cambiamento climatico non verrà preso sul serio, il numero di rifugiati ambientali potrà raggiungere i 150 milioni entro il 2050. Sebbene le sue previsioni siano state criticate dalle Nazioni Unite, le statistiche mostrano che oltre il 60 per cento della popolazione Mena vive nell’area con uno stress idrico molto elevato, cioè circa 240 milioni.
Poiché l’agricoltura e l’allevamento di animali sono le principali fonti di reddito per questi paesi, il 70 per cento del Pil della regione è minacciato dalla crisi idrica. La Banca Mondiale prevede un calo fino al 16 per cento entro il 2050. La metà della popolazione di molti paesi della regione ha meno di 15 anni: secondo il Fmi, a meno che la crisi idrica non venga adeguatamente gestita in futuro, è molto improbabile che queste giovani generazioni rimarranno nelle loro città d’origine. (Mahya Karbalaii)

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