CITTÀ CHE AFFONDANO o INVASE DALL’ACQUA marina, e le improbabili nuove città “sicure” da costruire – Il caso GIACARTA (Indonesia) – Le città subiscono: la SUBSIDENZA (il peso che le fa sprofondare); e i CAMBIAMENTI CLIMATICI che ALZANO mari e oceani (e il PERMAFROST si scioglie) (CHE FARE?)

GIACARTA STA AFFONDANDO – la capitale dell’Indonesia è sprofondata di due metri e mezzo in 10 anni – una velocità doppia rispetto alle altre città costiere – se si rompesse la “GRANDE GARUDA”, la muraglia che serve ad arginare le mareggiate, la città diventerebbe il più grande wc del mondo – VENEZIA e NEW ORLEANS, le altre città a rischio (foto da https://m.dagospia.com/)

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   La nuova guerra mondiale pare essere “ambientale”. Se gli innumerevoli conflitti armati che ci sono nel pianeta portano sofferenze e dolore a tante popolazioni (in Africa, in Medio Oriente….), ma preservano alcune aree del pianeta dall’esserne coinvolti (come da noi…), i CAMBIAMENTI CLIMATICI, con l’aumento delle temperature e le innumerevoli conseguenze sulle città, campagne, boschi, ambienti marini…., vanno a colpire tutto il pianeta nelle conseguenze oramai sempre più visibili e concrete (appunto, anche da noi, nei nostri luoghi, territori di vita quotidiana preservati dai conflitti armati in questi decenni…).

GIACARTA (o JAKARTA). Città dell’Indonesia (10.516.927 abitanti nel 2017), capitale dello Stato, situata nel Nord Ovest dell’isola di GIAVA, sulla costa del Mar di Giava. Il clima è di tipo tropicale caldo-umido, con temperatura media annua di 26-27 °C e piogge annuali intorno ai 1800 mm. (da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

   E, nel trattare in questi ultimi post geografici alcuni di questi eventi ambientali drammatici procurati dalla non virtuosa azione umana (l’acqua da bere che nel mondo drammaticamente si riduce…, le foreste come l’Amazzonia che bruciano…, lo scioglimento dei ghiacci e gli incendi al Circolo Polare Artico (in Siberia, Alaska, Groenlandia)…, l’inquinamento diffuso delle falde acquifere (da PFAS in Veneto)…, ebbene a questo lungo e drammatico elenco vi si può aggiungere l’argomento che qui cerchiamo di trattare: cioè le CITTÀ CHE AFFONDANO per l’innalzamento dei mari e oceani a causa del surriscaldamento climatico; e che affondano anche perché “troppo pesanti” nel loro divenire gigantesco (il cemento che copre ogni città), e negli eccessivi sfruttamenti e prelievi di falde acquifere che hanno creato vuoti sotto di esse (città), fenomeno chiamato “subsidenza”.

Traffico caotico a Giacarta all’ora di punta (REUTERS, Willy Kurniawan, da http://www.it.euronews.com/) – “(…) Affacciata a nord sul MARE DI JAVA, circondata A SUD da FORESTE DOVE PIOVE 300 GIORNI L’ANNO e da MONTAGNE CHE SCARICANO A VALLE ACQUA PIOVANA incanalata in 13 fiumi, i primi fondatori la chiamarono JAYAKARTA, «la città vittoriosa». Ma minacciata com’è dal LIVELLO DEI MARI CHE SI ALZA a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi rischia di perdere la battaglia per la sopravvivenza. (…)” (Carlo Pizzati e Luca Mercalli, 14/8/2018, https://www.lastampa.it/esteri/)

   C’è la crescita del livello del mare a causa del surriscaldamento climatico, ed è così che le città costiere rischiano allagamenti, e pian piano di essere sommerse. Gli insediamenti umani prevalentemente sono sorti, per ragioni storiche (di difesa, commerci, agroalimentari…), nei pressi di corsi d’acqua o nelle zone costiere marine, cioè sopra terreni ricchi di infiltrazioni liquide. Oltre all’innalzamento dei mari, il peso crescente del centro urbano, dovuto alle costruzioni massicce, fa pressione sul suolo e i suoi sedimenti che, se funzionavano quando si trattava di sostenere piccoli villaggi, ora cedono e si compattano sotto il peso di una grande metropoli.

GIACARTA, bambini che giocano sull’acqua sempre più diffusa (da “la Stampa”) – “(…) PERCHÉ PREOCCUPARCI OGGI DELL’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEL MARE? Due sono i motivi principali. Il primo fa riferimento alla CRESCENTE PORTATA DEGLI IMPATTI: la popolazione mondiale è giunta a quasi 7 MILIARDI DI PERSONE colonizzando la totalità delle terre emerse, TRE QUARTI DELLE MEGALOPOLI SI AFFACCIANO SULLA COSTA e circa IL 50% DEGLI ABITANTI MONDIALI VIVE ENTRO I PRIMI 60 KM DA ESSA. È chiaro quindi che modifiche rispetto alla ‘regolarità’ dei nostri oceani vadano ora a impattare un numero elevatissimo di esseri umani, con conseguenze ancora non del tutto immaginabili su versanti economici, produttivi e sociali. Il secondo pertiene LA NUOVA RELAZIONE TRA UOMO E NATURA. Al contrario di qualche decennio fa, OGGI PER LA PRIMA VOLTA CI SI CONFRONTA CON UNA CAPACITÀ DIRETTA DI MODIFICARE PERCORSI GLOBALI DELLA BIOSFERA, scoprendo di non essere attrezzati –in primis culturalmente – per questa sfida.(…)” (SANDRO CARNIEL, OCEANOGRAFO, da https://www.linkiesta.it/, 9/8/2019)

   Inoltre, come dicevamo, grandi metropoli (megalopoli) (come Shanghai, Teheran, Città del Messico…) hanno a lungo accompagnato il processo di crescita urbana all’estrazione dell’acqua del sottosuolo, impoverendo le risorse idriche e assottigliando lo spazio tra i sedimenti, creando le condizioni allo sprofondamento poco a poco del suolo.

LE CITTA ASIATICHE A RISCHIO (da “La Stampa”)

   Qui (in questo post) ci concentriamo in particolare sul caso di GIACARTA, in Indonesia. Questa megalopoli, 10 milioni di abitanti, e con più di 30 milioni di persone che vivono nel suo hinterland, sta sprofondando a ritmi ben più considerevoli rispetto alla velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo: Giacarta-nord è già sprofondata di due metri e mezzo negli ultimi 10 anni, un intero piano di un’abitazione, con una media di 25 cm l’anno.

26/8/2019: Il presidente JOKO WIDODO (nella foto), rieletto pochi mesi fa, ha annunciato il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia (in un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo) (foto da “la Repubblica del 26/8/2019)(nella foto: ll Presidente dell’Indonesia Joko Widodo (al centro) e il suo vice Jusuf Kalla (a destra nella foto).

   A Giacarta tutti gli eventi peggiori nella stabilità della città stanno accadendo: dal livello dei mari che si alza a causa del surriscaldamento, alla subsidenza (il terreno che sprofonda a causa dei prelievi d’acqua). Ci sono quartieri con palazzi abbandonati con il pianterreno sommerso dall’acqua; fabbriche semi-allagate; un groviglio di grattacieli e autostrade in una città abnorme, senza verde, solo cemento che si sgretola all’acqua. E anno dopo anno, il terreno affonda sempre di più.

Vista su Giacarta, la capitale dell’Indonesia (REUTERS, Kurnawian, da http://www.it.euronews.com/)

   Giacarta sprofonda perché tutte le “sue” fondamenta sono state indebolite anche dal pompaggio delle falde acquifere, che sembra (nonostante i divieti) ora continuare. E l’anarchia delle trivellazioni per estrarre acqua dai pozzi si aggiunge al fatto che il 97 per cento del territorio è asfaltato e cementato; dove tutti o quasi i campi aperti sono divenuti gettate di cemento; e dove non ci sono più le mangrovie (vegetazione spontanea in continuità e piante acquatiche), che aiutavano i canali a far defluire l’acqua: ora (campi e mongrovie) sono palazzi residenziali o baraccopoli.

Indonesia, mappa turistica (da https://it.maps-indonesia.com/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Bisognerebbe ripristinare almeno le mangrovie, restituire parte della città al mare, ma non vi è alcuna intenzione politica di fare questo. Anzi: la soluzione che viene proposta in Indonesia è quella di andarsene da Giacarta e approdare in una foresta posseduta e controllata dal governo indonesiano (nella provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo), dove attualmente la popolazione è fatta di pochi villaggi, e c’è la volontà lì di costruire ex novo una grande metropoli: fondare una nuova città, una nuova megalopoli, la nuova capitale dell’Indonesia.

   Idea a nostro avviso semplicemente irrazionale, infruttuosa, carica di drammatiche future conseguenze: spostare masse di persone, servizi, centri di potere… in un luogo senza alcun legame storico con il territorio, la regione, l’area geografica…è cosa che non può che portare che nuovi irrimediabili danni sociali, ambientali, esistenziali per milioni di persone… (ma così si sta procedendo da parte delle autorità politiche).

ITALIA: I PORTI A RISCHIO ALLAGAMENTO NEL 2100 (da Enea e Confcommercio) ((CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Venendo a noi, ai nostri luoghi di vita, le conseguenze del surriscaldamento ambientale si faranno e si stanno facendo già sentire: sulle coste italiane entro la fine del secolo è previsto un innalzamento dei mari da un minimo di 50 centimetri a un massimo di 1,40 metri. Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (la previsione è del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change).

Aree italiane a rischio allagamento al 2100 (da Enea e Confcommercio) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pensiamo, tra le nostre tante città costiere, a Venezia; che continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di ogni passata previsione. A Venezia non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza, e le sue fondamenta urbane lignee che cedono.

VENEZIA continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il LIVELLO DEL MARE che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche IL SUOLO CHE SI ABBASSA, per il fenomeno della SUBSIDENZA. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno. Gli studiosi legano il fenomeno all’estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’INABISSARSI DEI SUOLI NELLE ZONE UMIDE. (CARLO PIZZATI, LUCA MERCALLI 14 Agosto 2018 https://www.lastampa.it/esteri/)

   Cosa accadrà? (a Venezia, come in contesti diversi a Giacarta, e altrove nelle innumerevoli forme urbane grandi, medie e piccole interessate allo “sprofondamento”)?… Misure minime e urgenti che si stanno approntando (dighe, muri, sistemi idraulici che mai temiamo funzioneranno come il Mose a Venezia…) sono in ogni caso sistemi di emergenza, non risolutivi al trend negativo. Occorre cambiare radicalmente il modo in cui si produce e consuma per scongiurare la peggior ‘vendetta’ da parte cambiamento climatico e del degrado ambientale.

   Si torna così a parlare e prospettare un (coraggioso) cambiamento radicale nella vita e nello sviluppo del pianeta che (pur in lunga prospettiva temporale) venga a bloccare il surriscaldamento globale. Tema che, anche da questo punto di vista che tentiamo di illustrare in questo post (le città che sprofondano nell’acqua dei mari), si ritrova inesorabilmente. (s.m.)

(New Orleans, veduta aerea) – NEW ORLEANS STA AFFONDANDO proprio come Venezia: ma ancora più velocemente del previsto. Alcune zone della metropoli patria del jazz stanno andando sotto persino di 2-2.5 cm l’anno: lo studio condotto per due anni usando radar GPS che catturano immagini sino a 7 miglia di altitudine, ha rivelato lo sprofondamento di New Orleans. Il rapporto è pubblicato sul “Journal of Geophysical Research”. Le sezioni più colpite e minacciate per il futuro sono quelle sotto il livello del mare: il quartiere ‘Michoud’ tra i laghi Ponchartrain e Borguen, e il cosiddetto ‘Upper 9th Ward’. Entrambe stanno sprofondando al ritmo di 1-3 cm ogni 12 mesi. La disastrosa inondazione dell’uragano Katrina ha contribuito a rendere drammatica la situazione (da http://www.swissinfo.ch/ita/ )

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“L’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI POTREBBE PROVOCARE 280 MILIONI DI SFOLLATI già entro il 2100 nello SCENARIO “OTTIMISTICO” di un aumento delle temperature mondiali di 2 GRADI centigradi rispetto all’era preindustriale. Lo sostiene lo speciale RAPPORTO dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) dell’ONU su OCEANI e CRIOSFERA (…). Nel dossier, che sarà pubblicato a Monaco il prossimo 25 settembre, si prevede che IN ASSENZA DI UNA PROFONDA RIDUZIONE NELLE EMISSIONI INQUINANTI provocate dall’uomo, il 30% del PERMAFROST DELL’EMISFERO SETTENTRIONALE SI SCIOGLIERÀ entro la fine del secolo, LIBERANDO MILIARDI DI TONNELLATE DI ANIDRIDE CARBONICA e accelerando il riscaldamento globale.(…) (Rita Lofano, 30 agosto 2019, da https://www.agi.it/estero/) (immagine da https://www.urbesmagazine.it/)

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INDONESIA, L’ANNUNCIO DEL PRESIDENTE: “GIACARTA AFFONDA, LA NUOVA CAPITALE SORGERÀ NEL BORNEO”

27/8/2019, da “la Repubblica”

– Sarà costruita in un’area oggi coperta da una foresta vicino alle città di Balikpapan e Samarinda. Il nome non è ancora stato deciso ma il progetto costerà quasi 33 miliardi di dollari Usa. Parti dell’attuale capitale stanno affondando al ritmo di 25 centimetri l’anno e quasi metà si trova sotto il livello del mare –

GIACARTA – Giacarta addio. Il presidente Joko Widodo, rieletto pochi mesi fa, ha annunciato ieri il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia. L’intenzione di spostare la capitale era nota da tempo, ma non era mai stato reso noto dove. Si tratta di un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, in un’area dove il governo già possiede circa 180 mila ettari di terra.Più in particolare tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo.
“La posizione è strategica perché è nel centro dell’Indonesia”, ha affermato Joko, spiegando che in quest’area sono minimi i rischi di disastri legati a inondazioni, terremoti, tsunami ed eruzioni vulcaniche. “Da grande nazione che è indipendente da 74 anni, l’Indonesia non ha mai scelto la sua capitale”, ha detto Widodo in un discorso televisivo, spiegando che il governo ora presenterà al Parlamento un disegno di legge per il trasferimento.

   Il governo punta ad iniziare il trasferimento di uffici e sedi istituzionali verso la nuova capitale, il cui nome non è ancora stato deciso, entro il 2024. Il progetto è molto ambizioso e costerà quasi 33 miliardi di dollari Usa, il 19% dei quali provenienti dalle casse statali e il resto finanziato da privati o partnership miste tra pubblico-privato. A trasferimento avvenuto, non prima di cinque anni, si stima che nella nuova capitale abiteranno e lavoreranno circa un milione e mezzo di funzionari pubblici.
Gli ambientalisti hanno criticato la decisione di Joko, sostenendo che costruire una capitale nel mezzo di una foresta creerà gravi danni ambientali.

   La ‘fuga’ da Giacarta è causata dalle condizioni ‘strutturali’ in cui si trova oggi la megalopoli da 10 milioni di abitanti, le cui fondamenta sono state indebolite anche dal pompaggio delle falde acquifere. Parti della capitale stanno affondando al ritmo di 25 centimetri l’anno e quasi metà si trova sotto il livello del mare. Uno studio dell’Istituto di Tecnologia Bandung ha stabilito che il 36% di Giacarta potrebbe trovarsi sott’acqua entro il 2050. Inoltre la capitale è paralizzata dal traffico per molte ore del giorno ed il governo stima i danni causati in sette miliardi di dollari l’anno.

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GIACARTA AFFONDA NELL’OCEANO: ENTRO 30 ANNI SARÀ SOMMERSA

di Carlo Pizzati e Luca Mercalli, 14/8/2018, https://www.lastampa.it/esteri/

– Surriscaldamento, innalzamento dei mari e speculazione edilizia minacciano la capitale indonesiana. A rischio anche BANGKOK, HO CHI MIN CITY, MUMBAY e DACCA, con gran parte del BANGLADESH –

   La megalopoli di Giacarta, con 10 milioni di abitanti, ma con più di 30 milioni di persone che vivono nella regione, sta smottando al doppio della velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo: Giacarta-nord è già sprofondata di due metri e mezzo negli ultimi 10 anni, un intero piano, con una media di 25 cm l’anno.

   «Non è una barzelletta», assicura Heri Andreas, che studia il fenomeno all’Istituto Badung da decenni, «entro trent’anni la parte costiera della città potrebbe trovarsi al 95 per cento sott’acqua».

   Affacciata a nord sul Mare di Java, circondata a sud da foreste dove piove 300 giorni l’anno e da montagne che scaricano a valle acqua piovana incanalata in 13 fiumi, i primi fondatori la chiamarono Jayakarta, «la città vittoriosa». Ma minacciata com’è dal livello dei mari che si alza a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi rischia di perdere la battaglia per la sopravvivenza.

A PESCA IN FABBRICA

Non è difficile scoprire ragazzini che pescano all’interno di fabbriche semi-sommerse, se e quando si riesce ad emergere dal groviglio di autostrade e grattacieli di una città-mostro dove scovare un parco è più raro che avvistare un rinoceronte giavanese. Nel quartiere di Muara Bari si trovano palazzi abbandonati dove solo la veranda al primo piano è rimasta all’asciutto. E, come i residenti sanno e testimoniano, come conferma anche Ridwan: «Anno dopo anno, il terreno affonda».

   L’Amsterdam dei Tropici, rifondata dai coloni olandesi che costruirono una graticola di canali e strade come nei Paesi Bassi, è ora vessata non solo da alluvioni lampo, ma da un lento e costante sprofondamento della città sotto il livello del mare.

   Una principale concausa del riscaldamento globale è l’anarchia delle trivellazioni per estrarre acqua dai pozzi. L’ente municipale è in grado di far fronte al fabbisogno idrico di solo il 40 per cento della popolazione.  Quindi ha consentito l’estrazione dell’acqua con alle pompe private, anche se, in teoria, non con un volume indiscriminato. Ma il contesto di corruzione e di conflitti tra estremisti islamici e indonesiani laici, tra musulmani e indonesiani di origini cinesi hanno bloccato sia i controlli che il progresso riformista per pulire i fiumi, regolamentare le estrazioni e arginare la cementificazione.

   Così, si continua a scavare per l’acqua, inaridendo caverne profonde, con conseguenti crolli che fanno abbassare il livello della città. Anche la soluzione dei bio pori, scavando pozzetti di 1 m di profondità e 10 cm di diametro per restituire le acque al terreno non ha molto senso, perché gli scarichi non vanno in profondità e anzi annacquano le fondamenta.

   Migliaia di «kampung», i piccoli quartieri improvvisati, costellano la grande capitale. Quelli vicine al mare sono vere è proprie cittadelle su palafitte con le acque sottostanti utilizzate come fogne a cielo aperto.  Quando i fiumi si gonfiano ristagna tutto con risultati insalubri.

   Si è parlato di spostare la capitale, ma con poco successo. Si conta molto su il Grande Garuda, soprannome della muraglia costiera costruita negli ultimi anni con la collaborazione degli olandesi che dovrebbe servire ad arginare le mareggiate. Ma, in realtà, esistono dozzine di punti deboli, dove il muro è più sottile o più basso. Se le acque facessero breccia, il Grande Garuda servirebbe solo a trasformare Giacarta nella più grande tazza del cesso del mondo.

IL 97% È ASFALTO

D’altronde non è possibile aspettarsi molto altro da una metropoli dove il 97 per cento del territorio è asfalto e cemento, dove tutti o quasi i campi aperti sono divenuti gettate di cemento, e dove le mangrovie che aiutavano i canali a defluire sono ora palazzi residenziali o baraccopoli.

   Bisognerebbe ripristinare le mangrovie, restituire parte della città al mare, argomentano le voci più logiche. Ma sono temi impopolari che già sono costati la rielezione dell’ex governatore Ahok, ora in prigione per due anni con accuse pretestuose di blasfemia.

   GIACARTA non è sola. C’è anche la nostra VENEZIA e la sfortunata NEW ORLEANS, in America.

Venezia continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno.

   Gli studiosi legano il fenomeno all’estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’inabissarsi dei suoli nelle zone umide.

   Anche New Orleans deve affrontare una minaccia dal mare e dalla terra. La disastrosa inondazione dell’uragano Katrina ha contribuito a rendere drammatica la situazione: la maggior parte della metropoli nella Louisiana è al di sotto del livello del mare, da 1,5 a 3 metri, e secondo il U.S. Geological Survey il livello del mare sulla città potrebbe innalzarsi da 2,5 a 4 metri.

«Ci vogliono soluzioni immediate»

   Ma anche l’Asia pullula di popolose città costiere a rischio. Nelle ultime settimane si è parlato di BANGKOK, afflitta dai monsoni e di nuovo alluvionata. Se non si interviene, anche lei rischia di finire 5 metri sott’acqua entro 15 anni poiché la capitale tailandese si trova a circa un metro e 60 sotto il livello del mare e sta sprofondando di 2 cm l’anno.

   Un nuovo studio del governo tailandese sostiene che la capitale, con 14 milioni di abitanti, potrebbe finire sott’acqua per la stessa subsidenza di Giacarta. Il Consiglio della Riforma Nazionale ha avvisato che «soluzione immediate e costose sono indispensabili per evitare la catastrofe innescata da eccessive estrazioni d’acqua dalle falde acquifere, dal peso dello sviluppo edilizio fuori controllo e dai livelli del mare che aumentano».

   Poi c’è COLOMBO, nello Sri Lanka, HO CHI MIN CITY in Vietnam, MUMBAI e CHENNAI, in India, e DACCA, con gran parte del BANGLADESH. Qui si prospettano non solo grandi e pericolose alluvioni, ma il vero allagamento di pezzi di città con costi umani al momento incalcolabili. (Carlo Pizzati e Luca Mercalli)

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INDONESIA: GIACARTA, LA CITTÀ CHE AFFONDA

di Cristiano Tassinari, 19/8/2019, da https://it.euronews.com/

GIACARTA (INDONESIA) – Un po’ come Venezia e un po’ come Bangkok – pur se per ragione differenti – anche Giacarta sta affondando, sta lentamente annegando in “se stessa”.

   Il terreno sta cedendo sotto il peso dei palazzi di una città con 10 milioni e mezzo di abitanti, le loro fondamenta sono indebolite dal pompaggio delle falde acquifere. E troppo cemento. Pioggie e alluvioni fanno il resto.
Tutti questi motivi, tra gli altri, spingono il governo dell’Indonesia a spostare la capitale: non più Giacarta, nella caotica isola di Giava, ma Kalimantan, nel Borneo.

   Lo ha annunciato il Presidente Joko Widodo, rieletto in primavera per il secondo mandato, durante il discorso per il 74esimo anniversario dell’indipendenza dell’Indonesia dall’Ôlanda.

2050: GIACARTA SOTT’ACQUA

Costruita su paludi vicino alla confluenza di 13 fiumi, Giacarta è stata indebolita dal rapido sviluppo, con nuovi edifici e grattacieli, traffico intenso e scarsa pianificazione urbana. Cementificazione senza via di fuga…

   Inoltre, i distretti settentrionali di Giacarta non hanno una rete di approvvigionamento idrico, quindi le industrie e milioni di abitanti attingono alle falde sotterranee.

   Nonostante le nuove infrastrutture e le dighe costruite, secondo gli esperti ambientali, a questo ritmo di sprofondamento, nel 2050 un terzo di Giacarta sarà completamente sott’acqua.

Dunque, che fare?

Il governo ha prima pensato a un progetto grandioso: un “muro” da costruire sui fondali di fronte alla città, con isole e ponti che amplierebbero di molto la superficie urbana. Una “meraviglia” che potrebbe essere pronta intorno al 2025 ma che ha tanti punti deboli, a cominciare dai rischi per l’ambiente: danni all’ecosistema (per esempio la barriera corallina), alterazione di correnti e conseguenti minacce alle isole naturali dell’area.  Per il momento, è tutto in stand-by.

   Intanto, come detto, il Presidente Widodo vuole cambiare la capitale.
Non ha indicato un luogo preciso dove costruire il nuovo centro vitale, ma qualcuno ha indicato il sonnacchioso villaggio di PALANGKARAYA come punto di partenza per la nuova “frontiera”. I locali, quando lo hanno saputo – riferiscono i giornali – hanno alzato più di un sopracciglio: non riescono a credere che la loro vita lenta e legata ai cicli della natura (qui meno violenti che nel resto dell’arcipelago) possa essere vicina a una rivoluzione.

IL PROBLEMA DI GIACARTA VA AFFRONTATO AL PIÙ PRESTO. Ma tant’è: il Borneo è noto per le sue foreste pluviali, gli oranghi, le miniere di carbone e le molte tribù primitive che vivono nella giungla. Nel complesso ha 16 milioni di abitanti, pochi più della sola Giacarta, e una vita relativamente tranquilla mentre l’Indonesia, oltre 17 mila isole e 270 milioni di cittadini, soffre in gran parte per la sovrappopolazione e i frequenti terremoti-maremoti e le eruzioni vulcaniche. D’altro canto il governo non ha molta scelta.
Il problema di Giacarta, una delle città più inquinate del mondo, va affrontato al più presto. (Cristiano Tassinari)

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Storie della subsidenza

da https://www.linkiesta.it/, 12/1/2019

LE CITTÀ PESANO TROPPO: PER QUESTO SPROFONDANO

– Sono nate su terreni ricchi di acqua e sedimenti, adatti a sostenere il peso di villaggi o di piccole città: l’urbanizzazione spinta provoca un compattamento del suolo e, di conseguenza, un abbassamento della superficie –

   Non ci si pensa mai, ma anche le città pesano. Chili, quintali, tonnellate. E, di conseguenza, affondano nel terreno. Il fenomeno, chiamato “subsidenza”, viene associato spesso solo a centri come VENEZIA, poggiata su palizzate immerse nell’acqua, ma riguarda anche città enormi come SHANGHAI e TOKYO, che ogni anno scendono di qualche centimetro.

   L’abbassamento graduale della terra avviene di solito per motivi naturali. Il peso della superficie provoca un lento compattamento del terreno, spesso composto da materiali porosi. Nelle aree abitate e in rapida crescita, hanno notato i ricercatori Robert Dolan e H. Grant Goodell, accade in tempi molto più brevi.

   Gli insediamenti umani, spiegano, sorgono per ragioni storiche nei pressi di corsi d’acqua, cioè sopra terreni ricchi di infiltrazioni liquide. Il peso crescente del centro urbano, dovuto alle costruzioni massicce, fa pressione sul suolo e i suoi sedimenti che, se funzionavano alla grande quando si trattava di sostenere piccoli villaggi, cedono e si compattano sotto il peso di una grande metropoli.

   Se si pensa a Tokyo o a New Orleans, si nota che erano state costruite vicino a zone paludose. Altre città, vicine a delta di fiumi o erette lungo pianure alluvionali, vanno incontro allo stesso destino. Se poi si pensa che Shanghai, Teheran e Città del Messico hanno a lungo accompagnato il processo di crescita urbana all’estrazione dell’acqua del sottosuolo, impoverendo le risorse idriche e assottigliando lo spazio tra i sedimenti, si capisce perché la questione sia così veloce e preoccupante. L’abbassamento del terreno, nella maggior parte dei casi, non è omogeneo per tutta la superficie di una città: questo provoca spaccature, buchi e danni di vario tipo, provocando anche morti e feriti.

   Non solo: oltre all’abbassamento del terreno, c’è la crescita del livello del mare: le città costiere rischiano allagamenti, l’arrivo del sale nelle pozze acquifere di acqua dolce, l’indebolimento del suolo. Per questo servono rimedi immediati e decisi: Shanghai ha deciso di sospendere qualsiasi estrazione di acqua dal suo sottosuolo (la fa derivare dai fiumi vicini), e il processo ha funzionato. La subsidenza è rallentata: ma non fermata, perché – spiegano gli scienziati – non è possibile.

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TRA 80 ANNI L’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI POTREBBE PROVOCARE 280 MILIONI DI SFOLLATI

di Rita Lofano, 30 agosto 2019, da https://www.agi.it/estero/

– È quanto sostiene il rapporto dell’Intergovernmental Panel for Climate Change delle Nazioni Unite, anticipato da Afp –

   L’innalzamento del livello dei mari potrebbe provocare 280 milioni di sfollati già entro il 2100 nello scenario “ottimistico” di un aumento delle temperature mondiali di 2 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. Lo sostiene lo speciale rapporto dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (Ipcc) dell’Onu su oceani e criosfera di cui l’Afp ha ottenuto una bozza.

   Nel dossier, che sarà pubblicato a Monaco il prossimo 25 settembre, si prevede che in assenza di una profonda riduzione nelle emissioni inquinanti provocate dall’uomo, il 30% del PERMAFROST DELL’EMISFERO SETTENTRIONALE si scioglierà entro la fine del secolo, liberando miliardi di tonnellate di anidride carbonica e accelerando il riscaldamento globale.

   Il rapporto scientifico è il quarto dell’Onu sul clima in meno di un anno, con i precedenti tre incentrati sull’aumento delle temperature, sullo stato della biodiversità e sulla gestione delle foreste e del cibo.
In tutti e quattro i rapporti si conclude che occorre cambiare radicalmente il modo in cui si produce e consuma per scongiurare la peggior ‘vendetta’ da parte cambiamento climatico e del degrado ambientale.

   Cina, Usa, Europa e India, che producono il 60% delle emissioni globali, secondo l’Onu non sono preparate alle devastanti conseguenze legate all’innalzamento degli oceani e ai cambiamenti irreversibili che ne derivano. Il presidente Donald Trump ha saltato la sessione dedicata al clima del G7 in Francia, confermando di voler uscire dall’accordo internazionale di Parigi per tagliare le emissioni siglato dal predecessore Barack Obama.

   L’India sta sviluppando energia solare ma continua a produrre impianti a carbone. L’Unione europea continua a progredire verso un’economia a zero emissioni, nonostante il freno di alcuni stati membri. Anche la Cina, che vanta un livello di emissioni praticamente pari a quello degli Usa, invia segnali contrastanti.

   La temperatura media delle superficie terrestre è salita di un grado centigrado dal 19esimo secolo ma ai tassi attuali, si conclude nel rapporto, salirà di altri due o tre gradi entro la fine del secolo. (Rita Lofano)

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OCEAN’S TALES

PERCHÉ SE GLI OCEANI SI ALZANO È UN PROBLEMA ENORME (E COSA DOBBIAMO FARE A RIGUARDO)

a cura di Sandro Carniel, Oceanografo, da https://www.linkiesta.it/, 9/8/2019

– 20mila anni fa il mare era 120 metri più basso rispetto ad oggi. Secondo l’IPCC, entro fine secolo potrebbe alzarsi di un altro metro. La scienza ci dice che l’innalzamento degli oceani non è un problema trascurabile per gli ecosistemi mondiali. Se lo faremo, tutti ne pagheremo le conseguenze –

   A partire dalla rivoluzione industriale, la combustione di energie fossili come petrolio o metano ha aumentato la concentrazione di alcuni gas presenti naturalmente nella nostra atmosfera, responsabili del cosiddetto effetto serra. Tuttavia, nell’ultimo secolo l’incremento di queste emissioni ha ‘rinforzato’ questo effetto (i.e. effetto serra antropogenico), tanto che la concentrazione media di CO2 in aria è giunta a essere superiore a 400 parti per milione (cioè lo 0,04 %), mentre negli ultimi 950.000 anni, seppur soggetta a cicli naturali, non aveva mai superato i 290 ppm. Una delle conseguenze acclarate dell’incremento della concentrazione di CO2 (e di altri gas serra quali metano e vapore acqueo) negli ultimi 100 anni è stata il riscaldamento dell’atmosfera.

   Allo stesso tempo, proprio perché il clima è un sistema complesso, altre evidenze oltre al riscaldamento dell’aria hanno iniziato a fare la loro comparsa. In questo senso si deve ricordare come il ruolo degli oceani sia stato a lungo sottostimato, mentre in realtà, la capacità termica del mare è, a parità di volume, quasi 1000 volte superiore a quella dell’atmosfera. In dettaglio, tra il 1993 e il 2010 il tasso medio di innalzamento del livello marino è stato di circa 3,2 mm/anno; di questi, più di 1 mm/anno è dovuto all’espansione termica dell’acqua, mentre almeno 0,5 mm/anno deriva dallo scioglimento delle distese degli strati di ghiaccio di Antartide e Groenlandia e quasi 1 mm/anno da quello dei loro ghiacciai. Entro la fine del secolo, le proiezioni IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) per il sea level rise forniscono stime che variano tra i 0,3 e 1 m rispetto all’inizio del secolo.

   Torniamo però alla nostra domanda iniziale: perché preoccuparci oggi dell’innalzamento del livello del mare? Due sono i motivi principali. Il primo fa riferimento alla crescente portata degli impatti: la popolazione mondiale è giunta a quasi 7 miliardi di persone colonizzando la totalità delle terre emerse, tre quarti delle megalopoli si affacciano sulla costa e circa il 50% degli abitanti mondiali vive entro i primi 60 km da essa. È chiaro quindi che modifiche rispetto alla ‘regolarità’ dei nostri oceani vadano ora a impattare un numero elevatissimo di esseri umani, con conseguenze ancora non del tutto immaginabili su versanti economici, produttivi e sociali.

   Il secondo pertiene la nuova relazione tra uomo e natura. Al contrario di qualche decennio fa, oggi per la prima volta ci si confronta con una capacità diretta di modificare percorsi globali della biosfera, scoprendo di non essere attrezzati –in primis culturalmente – per questa sfida.

   Per comprendere meglio il complesso legame esistente tra innalzamento del mare, altre variazioni al clima globale e gli effetti della tettonica locale sarebbe necessario investire in attività di ricerca scientifica e condividerne a livello globale i risultati. Una maggiore conoscenza è infatti l’unico percorso che possa consentire di realizzare piani di gestione economicamente e politicamente sostenibili nel tempo. (SANDRO CARNIEL, OCEANOGRAFO)

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ESPERTO ARTICO RUSSO, PERMAFROST RISCHIA DI SPARIRE IN 10 ANNI: “SI SCIOGLIE OVUNQUE IN YAKUTIA”

3 settembre 2019, da http://www.ansa.it/canale_ambiente/

   “La situazione è critica, abbiamo passato la soglia di stabilità: negli ultimi due anni infatti il PERMAFROST ha iniziato a sciogliersi ovunque nella nostra regione”. Lo dice all’ANSA SERGHEI ZIMOV, uno dei massimi esperti russi di permafrost e condirettore, insieme al figlio Nikita, della stazione di ricerca nord-orientale della Yakutia. “Se il trend continua di questo passo – aggiunge – nei prossimi 10 anni il permafrost rischia di sparire del tutto”.
“Le previsioni – aggiunge – sostenevano che lo scioglimento sarebbe avvenuto fra 100 anni ma invece è già iniziato”. Serghei Zimov è anche il fondatore del PARCO DEL PLEISTOCENE, esperimento unico al mondo che tenta, attraverso l’introduzione nella regione artica di grandi erbivori, di ricreare l’ecosistema della steppa dei mammut e, così facendo, rallentare gli effetti del cambiamento climatico.

   L’Ansa ha visitato il Parco e ha potuto constatare il deterioramento del permafrost nell’area di CHERSKY, che si trova oltre il circolo polare artico. L’impatto del climate change in Yakutia è particolarmente grave perché, sostiene Serghei, “il nostro permafrost non solo è ricco di CO2 ma di metano, che è un gas serra 25 volte più potente dell’anidride carbonica”.

   Il Parco del Pleistocene è stato istituito nel 1996 su iniziativa di Serghei Zimov e, dati alla mano, dimostra che la geo-ingegneria nell’Artico può essere fondamentale non solo per ridurre lo scioglimento del permafrost ma anche a ridurre i livelli di gas serra, come la CO2, nell’atmosfera terrestre. La stazione di ricerca nordorientale (NESS) è affiliata all’Accademia delle Scienze russa ed è una delle tre stazioni di ricerca artiche più grandi del mondo.

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“SI ALZA IL LIVELLO DEL MEDITERRANEO”: 40 AREE ITALIANE A RISCHIO ENTRO FINE SECOLO

da http://www.today.it/, 13/2/2019

– I porti di Venezia e Napoli subiranno le conseguenze peggiori sei nei prossimi 80 anni il mare Mediterraneo salirà di oltre un metro. A rilevarlo è l’Enea che ha diffuso oggi la mappa del sollevamento del mare nelle coste italiane –

   “The time is now”. Il momento di intervenire, o almeno di studiare quali sono i possibili interventi e le strategie a lungo termine, non è più rinviabile. E’ già tardi. I porti di Venezia e Napoli subiranno le conseguenze peggiori se nei prossimi 80 anni circa il mare Mediterraneo salirà di oltre un metro. A rilevarlo è l’Enea che ha diffuso oggi la mappa del sollevamento del mare nei porti italiani, in un incontro promosso con Confcommercio a Roma. Ma a rischio inondazione c’è un’area pari a quella della Liguria. In base alle ultime rilevazioni, l’innalzamento del mare nei principali porti del nostro Paese nel 2100 è stimato intorno a 1 metro ed i picchi si avranno a Venezia (+1,064 metri), Napoli (+1,040 mt), Cagliari (+1,033 mt), Palermo (+1,028 mt) e Brindisi (+1,028 mt). Nuove politiche di salvaguardia ambientale e sostenibilità non possono più rimanere solo sulla carta.“
“Si alza il livello del Mediterraneo”: 40 aree italiane a rischio entro fine secolo
Il livello del Mediterraneo si sta innalzando velocemente a causa del riscaldamento globale. E, secondo le proiezioni dell’Enea, entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento. In base ai dati diffusi dall’Agenzia oggi, entro la fine del secolo l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri (modello cautelativo) e tra 1,31 metri e 1,45 metri (su base meno prudenziale). Secondo gli esperti dell’Enea, “a questi valori bisogna aggiungere il cosiddetto storm surge, ossia la coesistenza di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che in particolari condizioni determina un aumento del livello del mare rispetto al litorale di circa 1 metro”.

   Il fenomeno dell’innalzamento del Mediterraneo riguarda praticamente tutte le regioni italiane bagnate dal mare: a rischio inondazione un totale di 40 aree costiere.

Con l’innalzamento del Mediterraneo, sommando la superficie delle 15 zone costiere già mappate nel dettaglio si arriva a un’estensione totale a rischio inondazione per le coste italiane di 5.686,4 chilometri quadrati, pari a una regione come la Liguria. In particolare, nella mappa diffusa dall’Enea sugli effetti dell’innalzamento del Mediterraneo, emerge che a rischio sono una vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l’area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana. Andando al Centro-Sud, ad essere minacciate sono la piana Pontina, di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l’area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria.

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SE LE CITTÀ SPROFONDANO E RISCHIANO DI SCOMPARIRE

da URBES https://www.urbesmagazine.it/ 23/10/2018

   La rivista Forbes ha stilato la classifica delle città che rischiano di scomparire. CITTÀ DEL MESSICO sta lentamente sprofondando: colpa della falda acquifera sotto la metropoli. Ogni volta che qualcuno dei 20 milioni di abitanti fa uscire dal rubinetto un getto d’acqua, la città sprofonda un po’ di più. Negli ultimi 100 anni, alcuni quartieri si sono abbassati addirittura di 9 metri.

   In pericolo, poi, ci sono alcune città africane come TIMBUCTÙ, nel MALI, seppellita dalle sabbie del Sahara, e BANJUL, in GAMBIA, che potrebbe essere inghiottita dall’innalzamento dell’oceano Atlantico nel giro di 50 anni.

   Anche SAN FRANCISCO, com’è noto, è tra le città più a rischio, questa volta per i terremoti (il famoso Big One dovrebbe arrivare nel giro di settant’anni). Altre città in pericolo per l’innalzamento del mare sarebbero BANGKOK, in THAILANDIA, e JAKARTA, in INDONESIA. Il rischio maggiore è dovuto all’aumento del livello del mare provocato dal riscaldamento globale, che avviene ad un ritmo di quasi un millimetro all’anno. Se questa tendenza continuerà, entro il 2100 le acque si alzeranno di almeno 65 centimetri, creando seri problemi alle città costiere in gran parte del mondo. Questa crescita in alcune città sembra essere più veloce, dovuto a una serie di concause.

   Jakarta è una di queste. 10 milioni di abitanti, megalopoli indonesiana che i primi fondatori la chiamarono Jayakarta, “la città vittoriosa”, con un territorio che si allarga sino ad inglobare circa 30 milioni di persone che vivono nella regione, sta sprofondando ad una velocità doppia rispetto altre metropoli che vivono sulle coste in tutto il mondo, sta smottando al doppio della velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo.

   La parte nord di Jakarta, negli ultimi 10 anni è già sprofondata di due metri e mezzo. Con una media di 25 cm l’anno la capitale indonesiana entro trent’anni potrebbe trovarsi nella parte costiera. Per Heri Andreas, che studia il fenomeno all’ Istituto Badung da decenni, per il 95 per cento sommersa dalle acque.

   Jakarta che si affaccia a Nord sul Mare di Java, mentre è circondata a Sud da foreste, è inserita in un contesto ambientale dove piove 300 giorni l’anno e dalle montagne si incanalano ben 13 fiumi che vanno verso il territorio urbano. Una megalopoli che è minacciata anche dall’innalzamento del livello delle acque marine, a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi si gioca la sua sopravvivenza. Girando per le zone già sommerse si vedono bambini, che nelle fabbriche abbandonate e in parte sommerse e nel quartiere di Muara Bari si trovano palazzi ormai abbandonati dove i piani terra sono inondati.

   Quella che era l’Amsterdam dei Tropici, città rifondata dai coloni danesi che costruirono una graticola di canali e strade come nei Paesi Bassi, è vittima costante di alluvioni tanto improvvisi che copiosi, lampo, e con un lento e costante sprofondamento della città sotto il livello del mare. Una principale concausa del riscaldamento globale è dovuta alle continue trivellazioni non regolamentate, per poter estrarre acqua dai pozzi, per poter far fronte a una carenza cronica di fabbisogno di acqua, dove l’ente cittadino che si occupa del rifornimento idrico è in grado di far fronte al fabbisogno idrico di solo il 40 per cento della popolazione.

   Quindi per “ragion sociale” si è consentito l’ estrazione dell’ acqua con alle pompe private, anche se, poi si è esagerato. I «kampung», i piccoli quartieri improvvisati che in migliaia costellano la grande metropoli indonesiana, nella parte vicino al mare vede la popolazione vive su palafitte, con la parte sottostante utilizzate come fogne a cielo aperto.

   Non è difficile immaginarsi cosa accade quando i fiumi si gonfiano e veri acquitrini rendono il contesto insalubre. In passato il dibattito si è spostato se spostare la capitale, ma la maggioranza vuole mantenere Jakarta dove è, contando sull’argine posto dal Grande Garuda, nome dato alla muraglia costiera costruita negli ultimi anni con la collaborazione degli olandesi, che dovrebbe servire ad arginare le mareggiate. In realtà il Grande Garuda presenta molti punti potenzialmente permeabili, e se le acque dovrebbero fare breccia l’effetto per la metropoli sarebbe devastante.

   Una metropoli con il 97% del territorio che è asfalto e cemento, dove la parte agricola è stata sostituita da palazzi, dove le mangrovie, possibili argini naturali, sono state estirpate per far posto a nuove soluzioni abitative. Jakarta non purtroppo non è sola.

In questa situazione critica troviamo anche VENEZIA e NEW ORLEANS, in America. Venezia continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso Est. Non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno.

   Gli studiosi legano il fenomeno all’ estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’inabissarsi dei suoli nelle zone umide.

   Anche New Orleans deve affrontare una minaccia dal mare e dalla terra. La disastrosa inondazione dell’uragano KATRINA ha contribuito a rendere drammatica la situazione: la maggior parte della metropoli nella Louisiana è al di sotto del livello del mare, da 1,5 a 3 metri, e secondo il U.S. Geological Survey il livello del mare sulla città potrebbe innalzarsi da 2,5 a 4 metri.

   Ma anche l’ Asia pullula di popolose città costiere a rischio. Nelle ultime settimane si è parlato di BANGKOK, afflitta dai monsoni e di nuovo alluvionata. Se non si interviene, anche lei rischia di finire 5 metri sott’acqua entro 15 anni poiché la capitale tailandese si trova a circa un metro e 60 sotto il livello del mare e sta sprofondando di 2 cm l’anno. Un nuovo studio del governo tailandese sostiene che la capitale, con 14 milioni di abitanti, potrebbe finire sott’acqua per la stessa subsidenza di Giacarta. Il Consiglio della Riforma Nazionale ha avvisato che «soluzione immediate e costose sono indispensabili per evitare la catastrofe innescata da eccessive estrazioni d’acqua dalle falde acquifere, dal peso dello sviluppo edilizio fuori controllo e dai livelli del mare che aumentano».

   Poi c’è COLOMBO, nello Sri Lanka, HO CHI MIN CITY in Vietnam, MUMBAI e CHENNAI, in India, e DACCA, con gran parte del Bangladesh. Qui si prospettano non solo grandi e pericolose alluvioni, ma il vero allagamento di pezzi di città con costi umani al momento incalcolabili. (da URBES https://www.urbesmagazine.it/)

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CITTÀ E TERRITORIO – VENEZIA E LA LAGUNA – TERRA ACQUA E SOCIETÀ
VENEZIA, LA LAGUNA E I CAMBIAMENTI CLIMATICI
di AMBIENTEVENEZIA – da https://www.eddyburg.it/
15 Febbraio 2019. Per comprendere gli impatti dei cambiamenti climatici su una città costiera come Venezia e l’inutilità del sistema Mose, che a gennaio ha visto la posa dell’ultima paratoia, nel salvare la città dalle acque alte. (i.b.)

In questo documento sono stati raccolti e organizzati i materiali preparati dall’Associazione AmbienteVenezia e usciti come due Dossier il 7 e 11 febbraio 2019.
La prima parte è dedicata ai cambiamenti climatici e all’innalzamento dei livelli del mare e dell’impatto sulle aree costiere italiane con particolare riferimento a Venezia.
La seconda parte è un introduzione di Armando Danella a quella grande opera inutile e dannosa che è il Mose. La terza parte spiega, attraverso le parole di diversi esperti, perchè il Mose non è in grado di assolvere alle funzioni per le quali è stato progettato, mettendo in evidenza che, ancora in fase di progettazione, era chiaro per chi volesse ascoltare, che questa opera era inefficace e che volerla costruire a tutti i costi non aveva niente a che fare con risolvere ai problemi di Venezia.
I Pdf originali possono essere scaricati da sito Facebook di AmbienteVenezia. (i.b.)

DOSSIER VENEZIA, LA LAGUNA E I CAMBIAMENTI CLIMATICI
a cura di AmbienteVenezia
Si è concluso da poco la COP24 in Polonia, la 24esima Conferenza sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, con esiti estremamente deludenti.
Il sistema economico e produttivo globale sostenuto da un capitalismo finanziario estrattivo e predatorio dimostra di non volersi impegnare sufficientemente per ridurre l’emissione dei gas serra e per contenere il più presto possibile l’aumento del riscaldamento del pianeta entro un massimo di 1,5 gradi.
L’aumento dei livelli marini si sta presentando molto più rapido anche nei nostri mari dove le previsioni a fine secolo si potevano attestare sugli 80 centimetri come dato più attendibile.
Diversi organismi internazionali (IPCC – organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, WMO – Organizzazione Meteorologica mondiale, UNEP – programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) da diversi anni denunciano una abnorme concentrazione di CO2 nell’atmosfera; la situazione si è aggravata negli ultimi 3 anni. L’allarme degli scienziati è costante e ci avvertono che i prossimi 12 anni sono importanti per invertire questa tendenza.
1. Cambiamenti Climatici
Il mare si innalza, le coste cedono: così l’Italia affonda
Da diversi anni il mondo scientifico attraverso studi, pubblicazioni e convegni internazionali lancia l’allarme e svela scenari estremamente allarmanti. Di seguito riportiamo quanto è emerso in alcuni di questi convegni.

Convegno «Estimating rates and sources of sea-level change during past warm periods»
21-25 ottobre 2013
Un importante convegno internazionale tenutosi a Roma promosso da un gruppo di ricerca internazionale denominato Palsea 2 (acronimo di Paleo Constraints on Sea Level Rise), che si propone di studiare le oscillazioni marine del passato con lo scopo di prevedere quelle future. Nel corso dell’incontro è stato fatto il punto sulle previsioni d’innalzamento dei mari, secondo gli studi più aggiornati svolti dall’IPCC, dalla Noaa (l’Agenzia per gli oceani e l’atmosfera degli Usa) e da altri istituti di ricerca; e poi è stato analizzato il caso italiano. Si è parlato anche di un nuovo studio che dovrà valutare gli effetti cumulativi dell’innalzamento dei mari e della subsidenza del terreno.
Sulle coste italiane entro la fine del secolo è previsto un innalzamento dei mari da un minimo di 50 centimetri a un massimo di 1,40 metri, questo a causa di due fattori: la crescita delle temperature che fa innalzare le acque e la tendenza allo sprofondamento della superficie terrestre che incrementa la sommersione.
Al convegno di Roma sono stati presentati e discussi i dati aggiornati delle zone costiere italiane esposte al rischio di sommersione, tenendo conto, per la prima volta, di tutti i fattori in gioco: climatici, geologici e antropici. La Figura 1 indica le località che potrebbero trovarsi sott’acqua di qui al 2100 (a seconda della rapidità con cui agiranno le varie cause). Lungo il versante tirrenico, dalla Versilia al Salernitano, passando per Grosseto, il delta del Tevere e la piana di Fondi, è tutto un succedersi di coste destinate a scomparire. Sul versante Adriatico gli effetti negativi sono concentrati nell’ampio Golfo di Venezia e attorno al promontorio del Gargano. In Sicilia le saline di Trapani avrebbero i decenni contati. Anche la Sardegna, lungo tutto il perimetro, ha una dozzina di tratti costieri ad alto rischio di sommersione.
La città d’arte italiana più esposta è Venezia, in cui la somma dei vari effetti negativi porta a prevedere, entro il secolo, una salita delle acque fino a un metro e mezzo.

Studio ENEA nel Mediterraneo
marzo 2017
«Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni dal gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC). È quanto emerge da una ricerca sulle variazioni del livello del Mediterraneo coordinata dall’ENEA, che dimostra come le previsioni al 2100 dell’IPCC rappresentino un’evidente accelerazione dell’innalzamento del livello dei mari, dovuta principalmente al cambiamento climatico.
Lo studio, appena pubblicato sulla rivista scientifica Quaternary International dell’editore Elsevier, è stato realizzato insieme a ricercatori dell’INGV e delle Università di Roma “La Sapienza”, Bari “Aldo Moro”, Lecce, Catania, Haifa (Israele), Parigi e Marsiglia (Francia).
La ricerca ha preso in esame l’innalzamento del nostro mare in un arco temporale mai studiato prima”, spiega Fabrizio Antonioli del Laboratorio Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA, che ha coordinato lo studio. “In mille anni – aggiunge Antonioli – il Mediterraneo è aumentato da un minimo di 6 a un massimo di 33 cm, un livello inferiore del 65 per cento rispetto alle più recenti proiezioni dell’IPCC, secondo le quali l’innalzamento del mare a livello mondiale è stimato tra i 60 e i 95 cm entro il 2100. Si tratta di un’evidente accelerazione, dovuta principalmente al cambiamento climatico causato dall’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera, che negli ultimi quattro anni ha superato in modo stabile il valore di 400 ppm, un livello mai toccato sulla Terra negli ultimi 23 milioni di anni.
Per studiare le variazioni del livello del Mediterraneo, il team di ricerca ha preso in esame 13 siti archeologici sulle coste di Italia, Spagna, Francia, Grecia e Israele, in luoghi dove venivano estratte le mole olearie, cioè le grosse pietre utilizzate per la macinazione delle olive. L’aumento più elevato è stato riscontrato in Grecia a Nea Peramos sul golfo Saronico vicino ad Atene, mentre il valore più basso è stato misurato nell’isola spagnola di Maiorca. “Questo studio – sottolinea Antonioli – è stato realizzato in aree stabili da un punto di vista tettonico, alcune anche parzialmente sommerse, coniugando scienza e archeologia”. In Italia l’indagine si è concentrata in tre aree del sud – Scario (Salerno), Torre Santa Sabina, vicino Otranto (Lecce) e Punta Penne (Brindisi) – dove il livello del mare si è innalzato di circa 15 cm negli ultimi mille anni.
“In Italia – conclude Antonioli – sono 33 le aree a rischio a causa dell’aumento del livello del mare.
Le zone più estese si trovano sulla costa settentrionale del mare Adriatico tra Trieste e Ravenna, altre aree particolarmente vulnerabili sono le pianure costiere della Versilia, di Fiumicino, le Piane Pontina e di Fondi, del Sele e del Volturno, l’area costiera di Catania e quelle di Cagliari e Oristano.
Il massimo aumento del livello delle acque è atteso nel Nord Adriatico dove la somma del mare che sale e della costa che scende raggiungerà valori compresi tra 90 e 140 centimetri”.»
Articolo tratto dalla pagina qui raggiungibile.

Vertice ENEA
5 luglio 2018
Nuove mappe di rischio allagamento sono state presentate in anteprima il 5 luglio 2018 a Roma durante il vertice organizzato dall’ENEA su cambiamenti climatici e variazione del livello del Mediterraneo che riunisce fino a domani, per la prima volta in Italia, esperti italiani di organizzazioni nazionali e internazionali, tra le quali Ministero dell’Ambiente, MIT di Boston, CNR, ISPRA, INGV, CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, oltre che ENEA.
Un summit operativo che vede al centro della due–giorni la presentazione di un nuovo modello climatico, su cui i ricercatori dell’ENEA, in collaborazione con il MIT di Boston e la comunità scientifica italiana, stanno lavorando grazie al supporto del supercalcolatore CRESCO6 dell’ENEA, che integra dati oceanografici, geologici e geofisici per previsioni di innalzamento del livello del Mediterraneo molto dettagliate e a breve termine.
Spiega il climatologo Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio di “Modellistica climatica e impatti” dell’Enea:
«Finora le nostre proiezioni di aumento del livello del mare si sono basate su dati dell’Ipcc, la maggiore istituzione mondiale per il clima, che stimano l’innalzamento globale delle acque marine fino a quasi 1 metro al 2100. Ma questi dati difettano di dettagli regionali e per colmare questa lacuna stiamo realizzando un modello unico al mondo che combina diversi fattori, come la fusione dei ghiacci terrestri – principalmente da Groenlandia e Antartide – l’espansione termica dei mari e degli oceani per l’innalzamento della temperatura del Pianeta, l’intensificarsi di fenomeni meteorologici estremi e dalle maree, ma anche l’isostasia e i movimenti tettonici verticali che caratterizzano l’Italia, un Paese geologicamente attivo dove si manifestano con grande frequenza bradisismi e terremoti anche nelle aree costiere. Il Mediterraneo, infatti, ha caratteristiche del tutto particolari: prima di tutto assomiglia più a un lago che a un mare, in quanto bacino semichiuso ‘alimentato’ principalmente dall’Oceano Atlantico, attraverso le Stretto di Gibilterra, ma anche dal Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli. Questo travaso di acque avviene perché l’Atlantico è più alto di 20 cm e il Mar Nero di 50 cm rispetto al Mediterraneo, il cui livello è comunque stimato in crescita nei prossimi anni per l’aumento delle temperature».
La mappatura delle sette nuove aree costiere italiane a rischio inondazione va ad aggiungersi a quelle già individuate dall’Enea nell’area costiera dell’alto Adriatico compresa tra Trieste, Venezia e Ravenna, nel golfo di Taranto e nelle piane di Oristano e Cagliari.
Ma altri tratti di costa a rischio sono stati rilevati in Toscana – Versilia – nel Lazio – Fiumicino, Fondi e altre zone dell’Agro pontino – in Campania – piane del Sele e del Volturno – e in Sicilia – aree costiere di Catania e delle isole Eolie.
Il geomorfologo Fabrizio Antonioli dell’Enea sottolinea:
«Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi 3 mila anni, con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 mm l’anno anno solo negli ultimi due decenni. Senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l’aumento atteso del livello del mare entro il 2100 modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano, con una previsione di allagamento fino a 5.500 km2 di pianura costiera, dove si concentra oltre la metà della popolazione italiana».

2. Cambiamenti climatici, innalzamento dei livelli del mare
Venezia, la Laguna, il sistema MOSE
di Armando Danella
Contro il progetto MOSE ritenuto del tutto inadeguato, inutile e dannoso; si sono mobilitate per molti anni diverse associazioni, diversi comitati e moltissime persone. Vogliamo ricordare le mobilitazioni, i documenti e gli appelli delle diverse associazioni e comitati che lavoravano sin dal 2002 all’interno del Comitato “Salvare Venezia con la Laguna”; le moltissime iniziative promosse per anni dal giugno del 2005 dall’Assemblea Permanente NOMOSE, Assemblee Cittadine, Petizioni al Parlamento Europeo al Parlamento e al Governo italiano con una raccolte di firme di 12.000 persone; esposti e denunce alla Corte dei Conti e alla Magistratura; le manifestazioni; le occupazioni delle sedi del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova; le occupazioni dei cantieri del MOSE per fermare i lavori; e le iniziative, che continuano ancora oggi, promosse dall’associazione AmbienteVenezia nata dalle esperienze del movimento NOMOSE.

Un vecchio manifesto del movimento, profeticamente diceva: “Il Mose serve solo a chi lo fa”! Nel Dicembre del 2006 dopo pochi giorni dell’occupazione della sede del Consorzio Venezia Nuova veniva pubblicato e diffuso il documento NOMOSE intitolato “Le mani sulla Città – Le mani sulla Salvaguardia – appunti per un libro bianco sul Consorzio Venezia Nuova” che svelava il giro di connivenze, complicità, e malaffare tra il CVN (Consorzio Venezia Nuova), il mondo della politica, le istituzioni locali e nazionali, il giro delle imprese e delle cooperative, le università veneziane, il Corila (associazione tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Università IUAV di Venezia, l’Università di Padova, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale).

Si parlava diffusamente del CVN e del partito trasversale degli affari che aveva messo le mani su Venezia e sulla Laguna e si anticipavano di molti anni quanto è poi emerso solo nel 2014 dalle indagini della magistratura, che ha portato a giugno del 2014 all’ondata di arresti in quella che è stata definita dai giornali “La Retata Storica”; successivamente si è arrivati a processare solo alcuni dei responsabili di questo sistema illegale corruttivo che è riuscito a fagocitare un miliardo di euro!

Il progetto MOSE è stato approvato, autorizzato, finanziato e portato avanti solo grazie a questo sistema corruttivo ed illegale.
Ma nel dicembre del 2006 e anche successivamente, nessun magistrato ha voluto verificare le nostre denunce e si è così permesso che tutto questo grande business illegale continuasse.

Neanche il commissariamento del CVN, dal 2014 ad oggi, ha fermato il progetto Mose, non si è fatta alcuna verifica tecnica sulle anomalie e sui molti dubbi a proposito della reale funzionalità del sistema sollevata da diversi esperti indipendenti e da studi come quello di Principia commissionato da Comune di Venezia.

Si è arrivati quindi al 31 gennaio 2019 con la posa dell’ultima delle 78 paratoie del Mose. Sono passati 5.740 giorni, quasi 16 anni, da quel 14 maggio 2003, quando fu posata la prima pietra dell’opera alla presenza dell’allora premier Silvio Berlusconi.

La fase della posa delle paratoie che teoricamente dovrebbero difendere Venezia e la Laguna dalle acque alte è conclusa. Adesso nelle tre bocche di porto (quattro varchi) di Lido, Malamocco e Chioggia sono state calate 78 paratoie: 21 a Treporti, dove il canale è profondo sei metri; 20 a San Nicolò (12 metri di profondità), 19 a Malamocco (14 metri di profondità) e 18 a Chioggia (12 metri di profondità).
Ma le paratoie rimarranno immerse nelle acque delle bocche di porto per molto tempo perché l’impianto che dovrebbe sollevarle, è ancora in fase di progettazione! Senza gli impianti di sollevamento e le riparazioni delle tante criticità verificatesi in questi anni, l’avvio delle dighe non è ancora possibile.
I tempi per la conclusione dei lavori potrebbero allungarsi ancora. La prima prova di sollevamento di una parte ridotta delle paratoie, (meglio sarebbe dire di galleggiamento) fatta nel tratto della barriera di Treporti si è dimostrata un vero e proprio fallimento, infatti le barriere si sono sollevate a stento anche se le condizioni meteo marine erano ottimali (morto d’acqua senza la pressione delle correnti, in assenza di venti, in assenza di onde) e poi dopo la prova di galleggiamento non sono più tornate al loro posto nelle sedi dei cassoni. Colpa dei sedimenti e dei detriti accumulati sul fondale e mai rimossi. È una delle tante «criticità» che adesso si dovranno risolvere, primo passo per avviare davvero a conclusione la “grande opera” da quasi sei miliardi di euro (di cui un miliardo speso in mazzette o intascato illegalmente) e sperimentarne il funzionamento. Operazioni che vanno a rilento.

Annunciate le gare per la sistemazione ad esempio dei buchi nelle tubazioni subacquee nella schiera di Malamocco. L’alluvione del 2016, con l’allagamento dei cassoni e dei corridoi subacquei, aveva provocato gravi danni ai tubi.
La seconda emergenza riguarda le cerniere. Incrostazioni e corrosione denunciate dai periti del Magistrato alle Acque, poi verificate dai progettisti. «Molte andranno sostituite», dicono adesso i commissari del Consorzio e il provveditore Linetti. Ma poi ci sono altri danni che si sono verificati ai portelloni della conca di navigazione di Malamocco, le fessurazioni di alcuni cassoni, per nominarne solo alcune.
Quello che non viene ricordato è che molte di queste problematiche erano già note dal dicembre del 1998 quando venne pubblicato dal Ministero dell’Ambiente il parere di compatibilità ambientale negativo sul progetto MOSE della commissione VIA.

3. Il progetto MOSE sarà in grado di difendere Venezia dalle acque alte e dal previsto innalzamento del livello dei mari?
A questa semplice domanda rispondiamo con alcuni interventi e parti di relazioni fatte da esperti che in questi anni si sono interessati a questo argomento e che sono intervenuti più volte sull’argomento.

Intervento di Armando Danella (ex dirigente del settore Legge Speciale del Comune di Venezia)
Dicembre 2018
Questo sistema economico globale sostenuto da un capitalismo finanziario estrattivo e predatorio attraverso i suoi governi sta dimostrando di non impegnarsi sufficientemente a ridurre l’emissione dei gas serra per contenere il più presto possibile l’aumento del riscaldamento del pianeta entro un massimo di 1,5 gradi ed il conseguente aumento dei livelli marini si sta presentando molto più rapido anche nei nostri mari laddove le previsioni a fine secolo si potevano attestare sugli 80 centimetri come dato più attendibile.
Vari autorevoli organismi internazionali (IPCC – organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, WMO – Organizzazione Meteorologica mondiale, UNEP – programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) denunciano una abnorme concentrazione di CO2 nell’atmosfera con dati che si sono aggravati negli ultimi 3 anni e l’allarme degli scienziati è costante ed univoco avvertendo che i prossimi 12 anni saranno cruciali per un’inversione di tendenza.
In tale contesto di accelerazione di aumento dei livelli marini per Venezia significa più eventi di alta marea e più numerose chiusure delle paratoie del Mose, ma questo comporta che il più frequente isolamento della laguna dal mare impedisce il ricambio idraulico, con conseguente soffocamento della laguna e pesanti penalizzazioni per l’attività portuale che provocheranno il crollo della salvaguardia di Venezia e del suo secolare equilibrio lagunare alimentato dal flusso e riflusso delle maree.
Una situazione che sta dimostrando, anche ai più scettici, che il Mose non rappresenta il metodo di difesa più idoneo: la chiusura delle bocche lagunari non può rappresentare nel medio-lungo termine la soluzione per contrastare gli scenari di eustatismo previsti nel secolo. Altre sono le soluzioni da adottare per un recupero altimetrico quali quelle indirizzate a rendere possibili sollevamenti puntuali e di porzioni di territorio urbane e lagunari attraverso l’immissione di fluidi su strati profondi del sottosuolo.
Anche alla luce dei drammatici dati sui cambiamenti climatici va ribadita ancora di più la decisa contrarietà al Mose, progetto che all’atto della sua approvazione nel 2002 prevedeva un eustatismo artatamente sottostimato con un numero di chiusure delle bocche, quando la marea supera i 110 cm. sul medio mare, di 6 volte all’anno, dato clamorosamente smentito dalla realtà degli anni scorsi, mentre le interruzioni, in linea con le previsioni più pessimistiche del 5° rapporto IPCC – 2014- sull’aumento del livello del mare, saranno talmente numerose (4500 ore/anno) che le bocche rimarranno chiuse non solo per giorni interi, ma anche per settimane e mesi. (vedi nota 1)
Si prospetta uno scenario a distanza ravvicinata in cui le chiusure aumenteranno di frequenza e durata in misura talmente consistente che la laguna sarà praticamente chiusa ad ogni normale alta marea e rimarrebbe aperta solo con il morto d’acqua e la bassa marea.
Questo fenomeno eustatico conferma, suggerisce ed impone, anche per chi non lo avesse ancora capito, un approccio diverso sulla questione della difesa di Venezia dalle acque alte che ha caratterizzato l’era del Mose.
Quel progetto per le sue criticità strutturali e le ricadute negative sul riequilibrio lagunare da sempre denunciate già è stato considerato come opera sbagliata, inutile, costosa e dannosa; con questo trend dell’eustatismo lo si dimostra ancora di più. Esso va abbandonato, anche se è giunto quasi alla fine.
Vanno sospesi i lavori e vanno dirottati gli ingenti costi di manutenzione e gestione previsti per eseguire tutti quegli interventi sostenuti dal mondo scientifico non prezzolato e dal Comune di Venezia del 2006 che già contenevano soluzioni per contrastare gli scenari di eustatismo attesi nel secolo che si ricorda consistere in:
interventi di immissione di fluidi su strati geologici profondi volti al sollevamento antropico
interventi alle bocche di porto con rialzo dei fondali, opere trasversali fisse, opere trasversali removibili stagionali, opere di prolungamento dei moli che tengono conto sia dello scambio idraulico mare laguna che del traffico portuale (con questi interventi non sarebbe più necessario ricorrere alle chiusure delle paratoie perché le bocche con la nuova conformazione abbattono “ naturalmente” le maree medio –alte con conseguente assenza, per questa fascia di maree, di penalizzazione del traffico portuale e le chiusure sarebbero limitate solo per le acque alte eccezionali)
interventi nei centri abitati per “ macroinsulae”
Una fase di gestione che in una prospettiva di futuro prossimo potrà sì ottenere, seppure con lotte e conflitti, qualche risultato di difesa temporanea del nostro territorio, ma che non potrà garantire la sicurezza di quella vita continuativa che accomuna tutti gli abitanti del pianeta se non si cambieranno radicalmente la dimensione globale di un modo di produrre e consumare.

Nota: Il progetto Mose approvato nel 2002 sottostima le frequenze ed i tempi complessivi delle chiusure. Ciò deriva dal fatto che si sono usate medie decennali per valutare il numero delle frequenze delle alte maree che comporterebbero la chiusura delle bocche, mentre, più correttamente, andrebbe evidenziato insieme a tale media anche cosa accadrebbe in occasione di anni che per eventi si collocano fuori delle medie considerate. Per es. il 2002 ha avuto 14 eventi superiori o uguali a più 110 cm. contro le medie considerate negli scenari del CVN di 6 eventi all’anno che sono a base del progetto. Ai tempi della progettazione del Mose il CVN ha scelto di stimare lo scenario di crescita del livello del mare a fine secolo in 22 cm. (pari a 17 cm. di eustatismo e 5 di subsidenza) utilizzando medie distanti non solo da altre posizioni di istituti quali l’IPCC ma distanti da rilevamenti dell’ultimo decennio. La sottostima di questi fattori porta ad una drastica riduzione delle stime della frequenza di chiusura delle bocche. In tutti gli scenari proposti dagli studi del CVN non vi è traccia alcuna dell’utilizzo del principio di precauzione, che avrebbe consentito una evidenziazione degli scenari peggiori che purtroppo si stanno già verificando.

Considerazioni e proposte del Gruppo di lavoro presieduto dal Presidente del Magistrato alle Acque e costituito dagli esperti designati dalle amministrazioni rappresentate nel Comitatone – 1999

Riportiamo qui quanto gli esperti del Gruppo di lavoro proposero per ri-equilibrare la Laguna senza il Mose:
riduzione delle profondità dei fondali alle bocche di porto a quote massime, medie e minime rispettivamente per Lido di 12, 10 e 8 metri; per Malamocco di 14, 12 e 10 metri; per Chioggia di 10, 8, 5 e 7 metri;
Pennelli trasversali alle bocche per ridurre la portata idraulica;
Curvamento dei tratti terminali dei moli e scogliere a mare di fronte alle bocche per ridurre il “set up” (l’onda montante) da vento di scirocco (concausa importante delle acque alte) ;
Ridurre gli impatti dei canali portuali;
Riapertura al flusso delle maree delle valli da pesca.
Gli studi di verifica hanno portato ad una ennesima conferma della possibilità e dell’efficacia degli interventi ipotizzati dal Gruppo di lavoro. In particolare, la relazione finale presentata dal Ministero dell’Ambiente nel Gennaio 2000 valutava positivamente il progetto in merito a:
– Effetti sulla riduzione dei livelli di marea.
Complessivamente le elaborazioni svolte segnalano la possibilità di ottenere (senza MoSE e senza irrigidimento e rivestimento del fondale, con una configurazione dei varchi intermedia tra l’ipotesi larga e l’ipotesi stretta) una riduzione delle punte di marea mediamente di 20 cm.
Si evidenzia infine che per il caso Burano l’efficacia media dell’apertura delle valli da pesca è di quasi 10 cm.»
– Efficacia sulla riduzione degli allagamenti: l’eliminazione di fatto delle acque alte.
Nell’ipotesi di un intervento alle bocche con una configurazione intermedia le simulazioni segnalano che si possono ottenere riduzioni delle punte di marea (dell’ordine di oltre 20 cm) che combinate con il massimo rialzo possibile (difese locali orizzontali) e le difese verticali e a macroinsula possono ridurre II numero degli allagamenti a Punta della Salute (con esclusione dell’evento alluvionale con tempo di ritorno plurisecolare) mediamente ad 1 evento ogni 56 anni (per una durata media di 2 h 40′ e una altezza massima di 9 cm).

Relazione di Paolo Pirazzoli del 4 maggio 2013 al Convegno «Il Mose incontra il mare. La difesa di Venezia e della sua Laguna tra: variazioni climatiche, innalzamento dei livelli del mare, problemi progettuali e stabilità delle paratoie del MoSE, indagini della magistratura»
Il convegno, organizzato dall’associazione AmbienteVenezia, presso la sede del Comune di Venezia a Ca’ Farsetti, ha confermato attraverso le presentazioni degli esperti ing. Paolo Pirazzoli e ing. Vincenzo Di Tella perché il mare continuerà ad inondare Venezia e le paratoie del Mose non potranno impedirlo.

«Evoluzione climatica, innalzamento eustatico e progetti di salvaguardia lagunare
A Venezia, la frequenza dell’acqua alta dipende dal livello delle strade. La zona più bassa della città (Piazza S. Marco) comincia ad essere sommersa quando la marea raggiunge 80 cm sopra lo zero locale.
Quando la marea raggiunge 110 cm (limite ufficiale dell’acqua alta), il 14% della città è sommerso.
A +140 cm, oltre la metà della città è sott’acqua.
A +150cm, il 63% della città è sommerso;
A +160cm, il 69% della città è sommerso;
A +180cm, il 78% della città è sommerso;
A +200cm, l’86% della città è sommerso.

La frequenza dell’acqua alta è aumentata nel corso dell’ultimo secolo, soprattutto dopo il 1930 (pompaggio di acque sotterranee per le industrie di Marghera, approfondimenti alle bocche di porto e scavo di canali navigabili, aumento globale del livello marino).
Vari rapporti dell’IPCC hanno abbondantemente documentato il recente aumento delle concentrazioni atmosferiche di diversi gas a effetto serra (azoto, CO2, metano).

Il rapporto di Copenaghen (2009) ha confermato l’esistenza di una correlazione tra l’aumento dei gas a effetto serra e la variazione media della temperatura. Ha anche mostrato l’accelerazione recente avvenuta per la temperatura media globale dopo il 1850
Queste variazioni di temperatura hanno un triplice effetto sul livello degli oceani:
1- dilatazione termica delle acque oceaniche
2- fusione dei ghiacciai di montagna
3- fusione delle calotte polari (Groenlandia, Antartide)
Le più attendibili previsioni recenti per l’innalzamento del livello marino nell’anno 2100 variano da 50 a 140 cm, con un livello più plausibile di circa 80 cm. Si prevede che l’innalzamento proseguirà nei secoli seguenti.

La legge speciale del 1984, prevedeva la possibilità di costruire alle bocche di porto delle barriere che avrebbero dovuto essere «sperimentali, graduali e reversibili ». Lo studio delle barriere è stato affidato, in condizioni di monopolio, ad un gruppo di società private Consorzio Venezia Nuova che ha proposto il progetto Modulo Sperimentale Elettromeccanico (MoSE). Il progetto comporta 79 barriere mobili alle tre bocche di porto lagunari. Ogni barriera, lunga 20 m, starebbe normalmente sul fondo, ma potrebbe essere innalzata mediante iniezioni di aria compressa.
Si prevede che le barriere vengano innalzate quando l’altezza della marea minaccia di superare il livello di 110 cm sopra lo zero locale.
Si prevede che ogni barriera possa oscillare in modo indipendente con le onde; degli stretti spazi di passaggio per l’acqua rimarranno sempre aperti tra una barriera e l’altra. Ossia, le barriere del MoSE non costituiranno una diga impermeabile.
Ogni barriera sarebbe collegata mediante cerniere ad un enorme cassone di cemento sommerso. Sotto i cassoni, migliaia di pali di fondazione, lunghi decine di metri, sarebbero sormontati da una lastra di cemento continua attraverso la bocca di porto.

Indubbiamente, una simile costruzione non può essere «graduale e reversibile», come richiesto dalla legge speciale del 1984.
Una commissione del Co.Ri.La., su richiesta del Ministero dell’Ambiente, ha presentato ad una riunione dell’Ufficio di Piano, nel novembre 1999, un rapporto che valuta i seguenti scenari di crescita del livello medio del mare a Venezia per l’anno 2100:
Scenario più probabile: 16.4 cm
prudente (raccomandato per il progetto MoSE): 22 cm
pessimistico: 31.4 cm.
Queste sottostime, che ignoravano le conclusioni dei principali esperti internazionali (IPCC) costituiscono una valutazione errata per il progetto MoSE. Valutazione Sono immediatamente contestata, ma le critiche sono rimaste ignorate.

Le barriere del MoSE non possono far fronte ad un innalzamento del livello marino perchè non costituiscono uno sbarramento impermeabile. Le loro oscillazioni con le onde allargheranno gli spazi tra le barriere, permettendo all’acqua marina di innalzare il livello della laguna anche quando le barriere saranno chiuse. Le precipitazioni e le portate fluviali contribuiranno anche loro ad innalzare il livello lagunare. Ciò è stato dimostrato simulando che certe tempeste del passato si riproducano di nuovo mentre il MoSE sarà in funzione..

Il primo esempio simula gli effetti potenziali del MoSE durante una piccola perturbazione nell’ottobre 1980 (che aveva causato una banale acqua alta di 111 cm) supponendo che il livello marino globale sia aumentato di 50 cm. Dopo un innalzamento di 50 cm, l’acqua alta sarebbe di 125 cm e rimarrebbe superiore a 110 cm durante 17 ore.
Basterebbe quindi, dopo il 1980, un innalzamento non di 50 cm ma di soli 35 cm perché il livello di 110 cm sia superato.
Ma un innalzamento del livello marino di 17 cm è già avvenuto dopo il 1980. Basterebbe quindi un nuovo innalzamento di soli 18 cm per rendere il MoSE incapace di evitare l’acqua alta in un caso simile.

Il secondo esempio è una ripetizione dell’acqua alta del 3-5 novembre 1966 con il MoSE in funzione dopo un innalzamento del livello marino globale di 50 cm.
In questo caso l’acqua alta raggiungerebbe 148 cm e supererebbe 110 cm durante 35 ore consecutive.
Un innalzamento del livello marino globale di 12 cm rispetto al 1966 sarebbe dunque sufficiente a provocare acqua alta a Venezia malgrado la costruzione del MoSE.
Ma un innalzamento di 15 cm è già avvenuto dopo il 1966.

Il progetto MoSE sarebbe dunque incapace di evitare l’acqua alta in un caso simile anche con il livello marino attuale.
Recentemente, uno studio idrodinamico svolto per il Comune di Venezia dalla società francese PRINCIPIA R.D., ha mostrato che certe condizioni di onde (Hs=3.2; TP=8s), non rare nella regione, avrebbero creato un comportamento dinamico instabile per le paratoie del MoSE.
In queste condizioni di risonanza, il flusso di acqua marina nella laguna attraverso le barriere aumenterebbe fino ad un livello che non permette di identificare un corretto dimensionamento delle strutture, delle cerniere e dei connettori.
Gli esperti del MoSE sembrano aver sottostimato i risultati si questo studio e non hanno cercato di verificare come i fenomeni di risonanza potevano essere evitati.
Il Comune di Venezia, sfavorevole al progetto MoSE a causa del suo impatto negativo sull’ambiente, ha presentato qualche anno fa vari progetti alternativi, che però sono stati ignorati dal governo italiano.
Uno di essi (Paratoie a gravità) si differenziava nettamente dal MoSE nel principio di funzionamento.
Le paratoie a gravità, molto meno costose del MoSE, avrebbero avuto, secondo lo studio di PRINCIPIA, il grande vantaggio di non essere soggette a fenomeni di risonanza.
[…]
Conclusioni
I lavori per il progetto MoSE continuano ad avere un’incidenza negativa sull’intero ecosistema lagunare.
Il progetto si basa su ipotesi iniziali dell’innalzamento prevedibile del livello marino che sono nettamente sottostimate.
Le paratoie del MoSE essendo dinamicamente instabili, fenomeni di risonanza rischiano di causare inondazioni a Venezia anche con il livello marino attuale.
Nel caso di innalzamento del livello marino anche di meno di 20 cm, è stato dimostrato che certe perturbazioni meteorologiche possono provocare acqua alta a Venezia anche in assenza di risonanza.
Nel caso di una ripetizione della tempesta del 1966, le barriere del MoSE sarebbero incapaci, anche oggi, di evitare che Venezia sia allagata.

In altre parole, il progetto MoSE è inadeguato alla salvaguardia di Venezia. Se venisse completato sarebbe necessario smantellarlo poco dopo la sua costruzione.
Sarebbe quindi urgente che il Governo Italiano, che ha finora imposto a Venezia un progetto obsoleto (MoSE), restando sordo alle varie critiche, consideri infine realisticamente i limiti di questo costosissimo progetto, che sta cercando pateticamente di continuare a finanziare malgrado le attuali difficoltà economiche.
Se fosse ancora possibile introdurre soluzioni tecnologiche, rimpiazzando per esempio le barriere del MoSE con le barriere a gravità, si eliminerebbe la possibilità di risonanza, permettendo di prolungare la vita dell’opera di vari decenni.
Ciò non sarebbe sufficiente per far fronte all’innalzamento marino prevedibile a lungo termine, ma permetterebbe almeno, contrariamente al MoSE, di contrastare un innalzamento eustatico anche di 50-60 cm.»
….
Articolo della rivista scientifica Nature «Le paratoie anti-alluvione di Venezia potrebbero distruggere l’ecosistema lagunare» di Lou Del Bello, del 29 novembre 2018 (qui l’articolo originale in inglese)
Un piano ambizioso per evitare che Venezia sia inghiottita dal mare potrebbe rappresentare un disastro per la laguna che la circonda.
Il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), che è nella sua fase finale di costruzione e il cui completamento è previsto per il 2022, è formato da una complessa rete di 78 paratoie a ribalta progettate per isolare dall’Adriatico la laguna entro cui si trova la città. Ma sulla base di recenti studi di modellizzazione, poiché il livello del mare continua ad aumentare, il MOSE diventerà meno efficace nel prevenire le inondazioni della città senza compromettere il delicato ecosistema lagunare.
L’impatto ambientale del progetto da 6 miliardi di euro è stato un punto scottante fin dalla sua concezione, nel 1992. Nelle ultime settimane, dopo le inondazioni eccezionalmente estese di ottobre – che hanno sommerso gran parte della città sotto 156 centimetri d’acqua – e il rilascio di nuovi dati e simulazioni che hanno evidenziato la vulnerabilità della città all’innalzamento del mare, il MOSE è tornato al centro dell’attenzione.
Ora i ricercatori affermano che la monumentale struttura del MOSE, le cui paratoie si innalzano per creare una barriera artificiale al mare e arginare maree insolitamente alte, danneggerebbe l’ecosistema lagunare e l’economia marittima già nel giro di pochi decenni.
Luigi D’Alpaos, ingegnere ambientale dell’Università di Padova, afferma che il problema non è la struttura in sé, ma il numero di volte che le paratoie dovrebbero essere alzate mentre il livello del mare sale e la frequenza di maree eccezionalmente alte aumenta.
D’Alpaos ha simulato le conseguenze potenziali di diversi livelli del mare, sulla base delle osservazioni relative a tutte le alte maree tra il 2000 e il 2012.
All’inizio di quest’anno, il suo team ha scoperto che con un innalzamento del livello del mare di 50 centimetri – un livello previsto dall’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – la laguna rimarrebbe chiusa fino a 187 giorni all’anno, a volte per settimane intere.
Questo, dicono i ricercatori, ridurrebbe rapidamente l’ossigeno della laguna e, di conseguenza, le popolazioni di pesci e di molte specie di uccelli che nidificano nella zona, come fenicotteri, falchi pellegrini, cigni neri e garzette.
“Per salvare la laguna, dovremmo aprire le paratoie, eliminando l’unica barriera contro le inondazioni”, dice D’Alpaos.

Una misura ambientale discussa
Per evitare l’esaurimento dell’ossigeno, il consorzio Venezia Nuova, incaricato della realizzazione del progetto, afferma che il MOSE sarà attivato solo nei giorni in cui il livello dell’acqua si alzerà di 110 centimetri sopra la media.
Ma è improbabile che questa misura risparmi la città da inondazioni regolari, dicono gli scienziati, tra cui D’Alpaos. Inondazioni causate da livelli d’acqua tra i 70 e i 100 centimetri sopra la media sono comuni e allagano per ore Piazza San Marco e altri monumenti della città.
Le recenti inondazioni di ottobre sono durate 30 ore. Se il MOSE fosse stato attivo, durante quelle inondazioni le paratoie sarebbero state alzate per 20 ore, dice Monica Ambrosini, portavoce del consorzio Venezia Nuova. I modelli mostrano che in futuro le inondazioni si verificheranno più frequentemente e dureranno per giorni interi, richiedendo chiusure più prolungate.

Approfondire la questione
Andreina Zitelli, docente di igiene ambientale all’Università di Venezia, che ha criticato l’impatto ambientale del MOSE, è una delle tante persone che hanno studiato possibili alternative.
Una di queste, che risale agli anni settanta, prevede di iniettare cemento fluido, o addirittura acqua, sotto la città per innalzarla al di sopra dei livelli di piena. Questa tecnica fu sperimentata negli anni settanta sull’isolotto di Poveglia, nella laguna veneziana, sollevandolo con successo di dieci centimetri dopo l’iniezione di un materiale cementizio a dieci metri di profondità.

Altre proposte di adeguamento alle inondazioni includono l’iniezione di acqua a centinaia di metri di profondità, attraverso 12 pozzi intorno a Venezia, riprendendo un metodo molto usato per stabilizzare le piattaforme petrolifere durante le estrazioni.

La scienza alla base di questa idea è solida e ampiamente testata dalle compagnie petrolifere di tutto il mondo, dice Georg Umgiesser, oceanografo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

“Il caso di Venezia sarebbe più complesso, perché la città ha una struttura fragile e ha già sperimentato 25 centimetri di cedimento, quindi qualsiasi intervento dovrebbe prima correggere il problema”, dice Umgiesser. E aggiunge che sono stati investiti troppi soldi e tempo nel MOSE per abbandonare il progetto ora, “ma una volta completato, a quel punto possiamo pensare ad altro”.

Sintesi e alcune diapositive dell’intervento di Luigi D’Alpaos del 22 settembre 2017 al Forum mondiale dei giovani 2017 – 2° Convegno Internazionale sui delta e sulle lagune – effetti del cambiamento climatico nelle zone litoranee.
Proiettando una cartografia del golfo di Venezia nell’Alto Adriatico, ha fatto notare come si tratti di una costa bassa e sabbiosa, ricca di bacini costieri e di valli. Citando Plinio il Vecchio ha rilevato come nell’antichità si potesse navigare da Grado a Ravenna transitando per acque interne. Attualmente gli areali retrostanti la costa sono sotto il livello del mare e sono stati oggetto di estese bonifiche integrali per consentire il ripopolamento e la coltivazione della terra. Ha citato i fenomeni dell’eustatismo e della subsidenza che, assieme all’azione antropica, hanno determinato l’attuale situazione della costa adriatica. L’uomo nei secoli ha creato difese per le sue finalità abitative e produttive: l’esempio più significativo è la Città di Venezia. La laguna di Venezia ha subito dall’anno Mille interventi sempre più importanti, dalle diversioni dei fiumi Sile, Piave e Livenza, ad opera del Magistrato alle Acque per spostarne verso est le foci ed impedire nel tempo l’interramento della parte settentrionale della laguna, per arrivare al progetto del Mose ai nostri giorni. Nello stesso delta del Po il maestoso intervento intorno al 1600 sul Po di Tramontana, con il taglio di Porto Viro atto a consentire il deflusso delle acque del grande fiume direttamente al mare, ha impedito l’interramento della parte meridionale della laguna di Venezia ed ha visto la nascita di Taglio di Po, il Comune che oggi ci ospita. Da quel momento, in 400 anni il delta è avanzato di 25 km. Secondo le evidenze del IPCC, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici fissato nel 1988 dalle Nazioni Unite e dall’UNESCO (Intergovernmental Panel on Climatic Change) e premiato con il Nobel nel 2007 per il valore scientifico degli studi e delle ricerche condotte, alla luce dell’innalzamento realizzato dal mare dal 1700 ad oggi e dell’andamento dei cambiamenti climatici previsto da oggi al 2100, ha individuato in un range tra 50 cm ed 1 metro il probabile innalzamento del livello del mare nell’Alto Adriatico. Le condizioni attuali nella laguna cambieranno di molto. La laguna è sottoposta a grandi processi erosivi e sta segnalando un avanzamento dell’acqua verso terra nella parte meridionale mentre in quella settentrionale avviene una tendenza contraria. L’importante investimento del MOSE si riprometteva di difendere Venezia, nel caso di “acqua alta” ad un livello di 110 cm; di assumere un margine di 22 cm in vista di futuri innalzamenti del livello del mare; di salvaguardare l’attività portuale di Venezia e di Chioggia. Sono valori decisi nella fase di studio del 2000/2002, con un’ipotesi pessimistica di +31 cm dell’innalzamento del mare, quando il IPCC faceva già previsioni di +50 cm: una scala al ribasso in fase progettuale difficilmente spiegabile che solleva pesanti riserve sulla capacità del MOSE di far fronte alle situazioni che si determineranno. Saranno le condizioni di riscaldamento del Pianeta che influiranno sull’innalzamento del livello del mare, se l’aumento delle temperature sarà contenuto al disotto dei 2°C o se andranno oltre. Il range di innalzamento tra i 53 cm al 2050 ed i 97 cm al 2100, è ritenuto al momento il più probabile dagli scienziati più autorevoli, anche tenendo conto del margine di incertezza che condiziona le valutazioni di questi modelli matematici. Al riguardo sono comunque eloquenti le statistiche degli ultimi 30 anni sui colmi di marea in laguna, con acqua alta sopra i 110 cm, rilevati alla Punta de La Salute, con un innalzamento medio di 16 cm (pari a 5.3 mm/anno), che riconducono ai 53 cm all’anno 2100. Un’altra significativa conferma della precarietà della situazione riguarda la previsione del numero di ore in cui il Mose dovrebbe rimanere attivato per reggere i 110 cm di acqua alta. Tenendo conto che il fenomeno dell’acqua alta si è verificato con una frequenza di 2 volte/anno dal 1986 al 1995, e di 8 volte/anno dal 2006 al 2016, un innalzamento del livello del mare di 30 cm al 2100 comporterebbe una chiusura delle bocche di porto per almeno 2000 ore (90 gg), che diventerebbero il doppio (180 giorni) nel caso di un innalzamento di 50/60 cm. Con tutti i problemi ambientali che ne conseguirebbero per il ridotto ricambio d’acqua alla laguna. L’attuale progetto del Mose sembra avere quindi una breve vita di 2° Convegno Internazionale sui delta e sulle lagune. Effetti del cambiamento climatico nelle zone litoranee 5 efficienza operativa (2/3 decenni). Dovranno pertanto essere prese in considerazione altre soluzioni per fronteggiare gli aumenti di livello del mare a quote di +90 cm, previste per fine secolo, monitorando in continuo l’efficacia delle attuali difese (frequenza di sormonti o possibili cedimenti) e pianificando per tempo le nuove soluzioni, con i relativi finanziamenti, per rendere possibile la salvezza di Venezia. (Sintesi estratta dal verbale del convegno qui accessibile).
….
Intervento di Georg Umgiesser «Il cambiamento climatico ed il MOSE» del 21 ottobre 2017 alla Giornata MOSE, che si è tenuta all’ex Cotonificio IUAV e promossa da PER Venezia Consapevole
Il Mose avrà problemi, in un lontano futuro, a salvare Venezia? Attorno a questo quesito e alle connessioni tra cambiamento climatico e progetto Mose verte questo breve intervento che prende inizialmente spunto dall’ultimo report IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).
Per la fine di questo secolo, ovvero sino al 2100, l’IPCC prospetta un innalzamento medio del livello del mare di 50 cm. Ad un’analisi più accurata, però, si può subito constatare come l’incertezza del grafico vari dai 30 ai 100 cm. Quest’ultima è sicuramente la previsione peggiore per il 2100, ma la media di 50 cm è quella migliore di cui al momento si dispone.

A questi risultati si è arrivati attraverso modelli deterministici fisici ma i modelli statistici, ossia semi-empirici, si spingono addirittura a previsioni catastrofiche fino a 1,70 m senza dimenticare che il cambiamento climatico non si arresterà nel 2100.

Il Delta Commitee (il comitato olandese) – molto interessato a queste stime per il sollevamento delle dighe già in funzione nei Paesi Bassi – prevede, nei suoi studi, un innalzamento del livello del mare fino a 3 m per il 2200, mentre uno studio del comitato tedesco WBGU (German Advisory Council on Global Change) – che si spinge fino al 2300 – parla di una forbice tra i 2,50 ed i 5 m.
Il quadro delle previsioni è dunque decisamente pessimistico ma supportato anche da misurazioni di mareografi e satelliti che, negli ultimi 40 anni hanno constatato un innalzamento medio del mare di 3 mm l’anno, un numero che trova riscontro nelle curve più alte dell’IPCC.

Ovviamente, quanto si registra a livello globale non potrà non inficiare Venezia e la sua laguna pure tenendo in debito conto le differenze locali.
Forse il Mediterraneo si innalzerà un po’ meno rispetto ad altri mari ma, alla fine, ciò che si osserverà nell’Oceano Atlantico si ritroverà nel Mediterraneo, nell’Adriatico e, infine, nella laguna di Venezia.

Da un interessante studio di un ricercatore del CNR di Padova che utilizza anche dipinti di Bellotto e di Canaletto, emerge chiaramente come la tendenza di 3 mm l’anno sia suffragata anche dall’osservazione attenta del livello delle alghe in uno stesso luogo a distanza di circa 250 anni.

Come si potrà, quindi, difendere Venezia?
In cinquecento anni il Magistrato alle Acque ha attuato diversi interventi: la deviazione dei fiumi, lo scavo di canali, le dighe foranee, il canale dei petroli per facilitare l’ingresso delle navi in laguna ed ora il MOSE.
Tra questi interventi ve ne sono stati alcuni di dimensioni davvero ciclopiche come, ad esempio, la deviazione di ben 30 km del fiume Brenta attraverso un canale costruito ad hoc per evitare l’impaludamento della laguna.
Venezia e la sua laguna sono sempre state parti di una storia unica, come ben simboleggiato anche dalla Festa della Sensa in cui il Doge prima, ed il sindaco in carica ora, gettano un anello nelle acque proprio a simboleggiare questo connubio indissolubile.
Ora, a fronte di cambiamenti climatici tanto importanti, è arrivato forse il tempo di operare una distinzione fondamentale su ciò che si vuole mettere in salvo: Venezia o la sua laguna?
Sembrerebbe un quesito provocatorio o magari ironico, ma città e laguna potrebbero avere davvero destini diversi.
Salvare e riequilibrare la laguna sarebbe facilmente realizzabile smantellando le dighe foranee, chiudendo il canale dei petroli, introducendo nuovamente i fiumi che con i loro sedimenti alimenterebbero le barene.
Il tempo porterebbe ad un nuovo equilibrio “naturale”.
A salvare la città di Venezia ci dovrebbe invece pensare il MOSE ma nei prossimi 100 anni, per come li abbiamo previsti, anche il MOSE avrà seri problemi.
Anche solo ipotizzando un innalzamento del livello medio dei mari di 50 cm, le paratoie del MOSE dovrebbero essere sollevate dalle 300 alle 400 volte l’anno, in media una volta al giorno con tutto ciò che ne consegue.

La situazione sarà ancora sostenibile?
Si potrebbe obiettare che, forse, non si arriverà ad un innalzamento di 50 cm nei prossimi 100 anni ma ciò non è pertinente. La domanda infatti, non è se, ma quando ciò avverrà.
Non vi è alcuna indicazione in favore di un rallentamento del cambiamento climatico o di una volontà di arginarlo, come dimostra anche il comportamento del presidente americano Donald Trump che ha appena voltato le spalle agli accordi di Parigi sul clima.
Non sarebbe dunque meglio chiudere del tutto la laguna invece di avere le paratie del Mose sollevate per una o due volte al giorno?
Vi sono bellissime lagune di acqua dolce, al mondo, ma per passare ad un altro ecosistema è necessario un tempo di transito di circa 50 anni a cui si deve cominciare a pensare sin d’ora.
La situazione di Venezia però, benché grave non è drammatica se confrontata, ad esempio, con quella del Bangladesh.
“Una casa al mare, l’incubo del contadino bangladese”, recita una pubblicità tedesca.
Sì, perché il 17% dell’area di quella nazione con un innalzamento di 100 cm del livello del mare scomparirebbe entro la fine di questo secolo.
Venezia ha a disposizione una grande ricchezza che le permette di reagire con grande tempestività, mentre lo stesso non si può dire per un paese in sviluppo come il Bangladesh.

Aggiornamento del Piano per il recupero Morfologico e Ambientale della Laguna di Venezia
AmbienteVenezia, 2017
Febbraio del 2017 AmbienteVenezia come molte altre associazioni e molte persone hanno presentato osservazioni sull’aggiornamento del piano proposto dal Consorzio Venezia Nuova e Corila; il piano venne bocciato dalla Commissione VIA del Ministero dell’ambiente; da quanto si legge sui giornali i proponenti stanno facendo una nuova rielaborazione. Ma da alcune anticipazioni sembra che ben poco sia cambiato come ad esempio il tentativo declassificare i fanghi inquinati della laguna per porteli riutilizzare senza alcuna precauzione.

Tra le soluzioni individuate negli elaborati del Piano Morfologico del 1992 il Magistrato alle Acque aveva previsto l’interrimento del primo tratto del Canale dei Petroli, riportando il traffico navale nel canale Fisolo-Melison. Questa soluzione, supportata da simulazioni di ingresso delle navi, esaminava due percorsi: uno ripercorrendo l’intero canale Fisolo-Melison fino al Porto di S. Leonardo (alternativa A); l’altro, prescelto, raggiungendo le Casse di Colmata con un tratto rettilineo a partire dal passaggio dal Fisolo al Melison (alternativa B). (Da: schematizzazione dei differenti tracciati del Canale Malamocco-Marghera, progetto di massima, vol. 7B pag. 137)

Dei semplici dossi sommersi, realizzati in prevalenza lungo i lati a nord-est dei canali preesistenti in localizzazioni tali da intercettare le torbide sollevate e spinte dalle onde di bora, non solo eviterebbero l’ulteriore perdita in mare dei sedimenti con le maree in uscita, ma, fungendo da celle di cattura o da imbuti, porterebbero al recupero di quota nei fondali interessati e indurrebbero flussi coesi, il tutto con rinnovate differenziazioni nella morfologia sommersa. Ciò, grazie alle correnti di marea nuovamente alimentate dal Fisolo, rappresenterebbe la partenza per un ripristino progressivo degli alvei e della natura stessa di laguna canalizzata.

Legenda: Morfologia sommersa e intertidale, soluzioni proposte. 1) occlusione dell’attuale imboccatura del Canale dei Petroli; 2) occlusione del Canale dei Petroli all’incrocio col canale Spignon; 3) dosso sommerso di contenimento delle torbide nell’ansa del canale Fisolo; 4) dosso a protezione della regolarizzazione dell’ansa del Fisolo; 5) dosso di protezione e cattura delle torbide nel raccordo tra Fisolo e Canale dei Petroli; 6) dossi finalizzati a convogliare la corrente nei canali Re di Fisolo e Molini; 7) dossi di cattura delle torbide sui lati a bora delle preesistenti canalizzazioni; 8) dossi a imbuto atti a recepire la bora originando flussi coesi; 9) pennelli soffolti atti a favorire la cattura di sedimenti; 10) superfici di realizzazione di frange barenali relazionate agli impatti della navigazione e alle forzanti meteomarine (Fig. 6).

Contributo di Luciano Mazzolin «La Portualità con i Cambiamenti Climatici, l’innalzamento dei livelli del mare e il Mose»
Gli scenari a dir poco preoccupanti che emergono dalle relazioni che trovate all’interno di questo dossier fanno emergere che se si vuole garantire al Porto di Venezia la normale funzionalità ed attività anche nei prossimi decenni, a media e lunga scadenza, bisogna spostare alcune strutture portuali verso il mare oltre la linea di confine delle strutture del MOSE, cassoni e paratoie.
….
Gli scenari indicano che tra qualche decina d’anni le paratoie del MOSE (sempre se funzioneranno) dovranno alzarsi moltissime volte all’anno bloccando o rallentando le attività portuali per molti giorni, per intere settimane.
Alcuni ipotizzano che le paratoie dovranno alzarsi e chiudere la laguna per 4.500 ore all’anno (equivalente di 187 giorni anno);
Altri ipotizzano che le paratoie del MOSE dovrebbero essere sollevate dalle 300 alle 400 volte l’anno, in media una volta al giorno.
E’ evidente che questi scenari avranno delle pesantissime ripercussioni in tutte le attività portuali future.

Alla luce di questi scenari drammatici il mondo della politica, le varie istituzioni e gli enti locali, gli attuali responsabili del Porto di Venezia, le lobby delle compagnie di navigazione, propongono caparbiamente assurde, pericolose e devastanti soluzioni che vogliono mantenere tutto il traffico all’interno della Laguna, concentrando il traffico navale sul percorso Bocca di Porto di Malamocco, Canale dei Petroli, Porto Marghera, canale Vittorio Emanuele, Stazione Marittima di Venezia.
E’ il caso della soluzione del problema delle navi da crociera dove si aborrisce, si respinge e si tiene fermo l’unico progetto che è stato approvato con parere positivo dalla Commissione VIA del Ministero dell’Ambiente (il 25 novembre 2016) che prevede la costruzione di una nuova struttura crocieristica nella bocca di porto del Lido oltre la linea di confine delle paratoie del MOSE lato mare.
Il progetto è ancora fermo nei cassetti del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti da più di due anni; il precedente Ministro Delrio aveva arbitrariamente bloccato il progetto dal percorso burocratico previsto dalle leggi e anche l’attuale Ministro, che temporeggia e rinvia le sue decisioni, lo tiene fermo!
Chi deve decidere, perde tempo in assurdi ed inutili confronti tra idee varie che vengono proposte e riproposte….alcune di queste già esaminate e bocciate o bloccate dalla Commissione VIA; altre mai presentate ufficialmente come progetto vero e proprio, ma solo come schizzo ed annuncio sulle pagine di qualche giornale.
Chi deve decidere, dovrebbe prendere in considerazione gli scenari futuri che si prospettano con i cambiamenti climatici in corso e con l’innalzamento dei livelli del mare, ma sembra che stiamo pensando ad altro e che vogliano navigare a vista su altre ipotesi…….

Un’ultima considerazione strettamente personale e mai discussa all’interno di AmbienteVenezia.
Leggendo i giornali di questi ultimi giorni, mi lascia alquanto perplesso, la strana velocità e fretta del Provveditore alle Opere Pubbliche del Veneto Linetti che invita il Consorzio Venezia Nuova a procedere allo smantellamento della grande piattaforma di cantiere dei cassoni del Mose di Santa Maria del Mare a Pellestrina; l’operazione di demolizione costerà 10 milioni di euro e i lavori dureranno un anno.
Nel 2017 la stessa area era stata individuata dal presidente del Porto di Venezia Musolino (appena nominato) come area portuale alternativa alla maxipiattaforma offshore in alto mare per il traffico dei container proposta dal suo predecessore Costa.
Dopo qualche giorno dalla proposta lanciata da sui giornali da Musolino, Linetti disse che la proposta era interessante…. Ma sono passati gli anni e forse ci ha ripensato…. Se Linetti valutasse gli scenari futuri dei cambiamenti climatici magari avrebbe meno fretta ad ordinare lo smantellamento e si riserverebbe una pausa di riflessione ed analisi.

(da
http://www.eddyburg.it › 2019/02 › venezia-la-laguna-e-i-cambiamenti , 15 feb 2019 )

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