I DRONI CONTRO IL PETROLIO SAUDITA: siamo nella ETERNA sanguinosa GUERRA in MEDIO-ORIENTE, in primis tra ARABIA SAUDITA e IRAN (con alleanze e crudeli conflitti di tutti i Paesi di questa area geografica) – Dopo l’attacco al petrolio saudita, IL CONFLITTO DELLO YEMEN DIVENTA GLOBALE

Arabia Saudita, 14 settembre 2019, alle quattro del mattino droni attaccano due giacimenti-impianti petroliferi

   L’attacco del 14 settembre scorso in Arabia Saudita contro gli impianti petroliferi di ABQAIQ e KURAIS sono una cosa grave che farà infiammare ancor di più i conflitti nel Medio Oriente, e avrà (nelle prossime settimane, nei prossimi mesi) conseguenze dirette e indirette in tutto il mondo (il prezzo del petrolio che sale, un possibile aumento del terrorismo, ulteriori tensioni tra Stati.. quasi non ce ne fossero abbastanza…).

(Raffinerie colpite dai droni, infografica ANSA, da https://www.vaticannews.va.it/) – L’ATTACCO del 14 settembre scorso in Arabia Saudita contro gli impianti petroliferi di ABQAIQ e KURAIS: il primo è il più grande sistema di lavorazione del mondo del petrolio, di proprietà della SAUDI ARAMCO. L’impianto di trattamento del greggio di Abqaiq, danneggiato sabato 14 settembre, fornisce quasi un decimo di tutte le esportazioni mondiali, e oltre il 6 per cento della produzione globale.

   E’ peraltro incredibile che “si possano colpire” impianti (petroliferi) così strategici per un Paese come l’Arabia Saudita, senza essere tra l’altro sicuri da dove venisse veramente l’attacco (alle quattro del mattino).

LA GUERRA DEI DRONI: USA, RUSSIA, IRAN, TURCHIA, EGITTO, ISRAELE… E’ già iniziata, anzi è in corso, la prima GUERRA DEI DRONI. Succede in MEDIO ORIENTE dove a scontrarsi ed operare non sono i cloni di Guerre Stellari ma i droni di mezzo mondo. Teatro, il Medio Oriente, dove provare nuovi strumenti e nuove tecniche di guerra, come già successo molte volte in passato, e dove operano, direttamente o per interposta milizia, Usa, Russia, Israele, Turchia. Iran, Arabia Saudita, Egitto, Siria e Yemen. Tra quello che sta accadendo nella penisola Arabica e il film ‘La Guerra dei Cloni’ delle saga di Star Wars non c’è solo un’assonanza fonetica, ma nell’uno come nell’altro caso c’è una guerra combattuta per interposta ‘persona’.(…) POLVERIERA IL MEDIO ORIENTE, come è sempre stato, capace di far sempre traballare gli equilibri geopolitici mondiali.(…) Ultimo atto di questa guerra, l’ATTACCO AI TERMINAL PETROLIFICI DELL’ARABIA SAUDITA (…) (Riccardo Galli, https://www.blitzquotidiano.it/, 16/9/2019) (Nella foto: DRONI ARMATI cinesi sui cieli mediorientali, da http://www.agcnews.eu/)

   L’impianto di ABQAIQ è il primo e più grande sistema di lavorazione del mondo del petrolio, e fornisce quasi un decimo di tutte le esportazioni mondiali, e oltre il 6 per cento della produzione globale e, così (è stato dichiarato) è stato colpito dalla etnia yemenita degli HUTHI, che controllano la capitale (dello Yemen) San’a, e che sono SCIITI come l’Iran (grande nemico in Medio Oriente dall’Arabia Saudita). E gli Huthi (e l’Iran) sono storici alleati della Russia e del regime di Assad in Siria (si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente sia al contrario sunnita).

Bombardamenti dell’Arabia Saudita in Yemen (da https://www.controinformazione.info/)

   La guerra crudele e sanguinosa che l’Arabia Saudita sta facendo nello Yemen (appoggiando la guerra civile ma anche lanciando bombe e missili contro la popolazione), ha come primo obiettivo proprio quello di far cadere i ribelli HUTHI; di fatto conquistare un predominio e un’influenza diretta sullo Yemen (creando un governo fantoccio), e così indebolire il (grande nemico) IRAN.

(mappa da http://www.documentazione.info/) “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli HUTHI che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli HUTHI (che dichiarano di essere loro ad aver lanciato il 9/9/2019 i droni contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, NDR) nello Yemen, vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, da https://www.money.it/)

   Manovre per il predominio in un Medio Oriente disastrato da decenni di guerre di tutti i tipi. E lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni e mezzo, dal marzo 2015) da questa lotta tra sciiti e sunniti. E’ di fatto UNA GUERRA CIVILE INTERNA, che, come dicevamo, vede militarmente coinvolta anche, in modo più che diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita). Pure l’Italia ci mette del suo: fornendo bombe all’Arabia Saudita contro la popolazione yemenita (ne abbiamo parlato in un post di qualche mese fa:

https://geograficamente.wordpress.com/2019/05/05/bombe-italiane-sui-bambini-dello-yemen-nella-guerra-dimenticata-in-yemen-nel-tragico-scontro-in-medio-oriente-tra-sciiti-e-sunniti-larabia-saudita-sgancia-bombe-prodotte-in-italia-sulla-p/)

da https://www.limesonline.com/ (aprile 2018) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   I droni che hanno colpito il 14 settembre i due grandi impianti petroliferi sauditi hanno fatto sì che la produzione è stata dimezzata, e i sauditi hanno chiesto aiuto agli alleati (l’America, intesa come Trump, gli Usa), per far fronte alla richiesta di greggio del mercato globale. Sintomatica questa alleanza “petrolifera” tra USA e Arabia Saudita (uno tra i più autoritari Stati, nel senso di dittatura e diritti civili violati, che ci sia al mondo).

GLI USA MAGGIORI PRODUTTORI DI PETROLIO E SHALE GAS _ U.S. leads global oil and gas production for third year (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Facciamo notare, in tutto questo contesto di risorse petrolifere arabo-saudite, che vi è una sintomatica supremazia USA: gli Stati Uniti d’America sono il maggior stato consumatore di petrolio, il maggior produttore (di petrolio) e, e qui sta il nodo, il maggior stato mondiale importatore di petrolio. Se tanto mi da tanto, si può capire come va il mondo (la concentrazione di ricchezza e i disequilibri…).

GLI USA I MAGGIORI CONSUMATORI AL MONDO DI PETROLIO – (i 10 maggiori consumatori di petrolio, da “the economist”)

   Tornando alla questione medio-orientale tra Yemen e Arabia Saudita, sembra logico aspettarsi che lo sviluppo atteso non si limiterà a coinvolgere Houthi e sauditi, ma tirerà dentro l’Iran (sponsor militare degli yemeniti) e avrà contraccolpi sulla instabilità generale, rendendo la regione medio-orientale più favorevole al crescere del terrorismo.

GLI USA I MAGGIORI IMPORTATORI DI PETROLIO AL MONDO (A sinistra i dieci maggiori Paesi importatori di petrolio. A destra i dieci maggiori importatori di gas – da https://www.researchgate.net/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Inoltre la “Polveriera medio-orientale” è capace, come è sempre stato, di far traballare gli equilibri geopolitici mondiali. Aspettiamoci pertanto delle conseguenze anche da noi. Anche per questo non si può, come Europa, come Italia, come “tutto” (società civile) stare passivamente a guardare.

L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU CONDIZIONATA DALLE TENSIONI IN MEDIO ORIENTE – All’apertura della settantaquattresima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si sta tenendo a New York (dal 17 al 27 settembre) soffiano fortemente i venti di guerra innescati dall’attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita. (…) In questo contesto, sembra difficile che si possa sfruttare l’occasione del summit di New York per un dialogo diretto fra Trump e Hassan Rohani (…) Il vertice dell’ONU sarà comunque condizionato dai rischi di guerra e dall’innalzamento del prezzo del petrolio. Rimane comunque inalterata l’agenda dei lavori, che riguardano temi decisivi per il futuro del pianeta: l’eliminazione della povertà, la qualità dell’istruzione, l’azione per il clima e l’inclusione sociale. (…)L’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sul CLIMATE ACTION UN summit previsto per il 23 settembre; preceduto sabato 21 settembre dal Youth summit, a cui parteciperanno giovani attivisti provenienti da diversi Paesi, tra cui la svedese Greta Thunberg e l’italiana Federica Gasbarro; (…) (17/9/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/news/)

   Inquietante vedere che questi atti bellici e terroristici servono anche a mettere alla prova e testare le nuove tecniche di guerra. E’ già iniziata, anzi è in corso, la prima GUERRA DEI DRONI: e succede (come quasi sempre) nel disastrato Medio Oriente, dove si scontrano i droni di mezzo mondo.

(nella foto: Yemen, membri armati HUTHI, Foto Getty) – Siano o non siano stati loro a lanciare i droni contri gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, gli HUTHI dallo Yemen (che controllano la capitale San’a), colpiscono ormai quasi giornalmente il territorio saudita, e stanno diventando il vero unico avversario in YEMEN contro la guerra civile perpetrata dall’ARABIA SAUDITA e i suoi alleati paesi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) – immagine HUTHI: per saperne di più sugli HUTHI: https://it.wikipedia.org/wiki/Huthi

   Pare che ogni tentativo di pacificazione possibile (un ipotetico incontro tra il leader persiano Rouhani e Trump…sul modello di quanto avvenuto nella Corea del nord…), ebbene tutto questo sia rientrato; non può più accadere. Qualcuno, sempre accade in medio Oriente, sembra voglia mantenere nella regione un costante conflitto a bassa intensità, con lo scoppiare poi (spesso) di guerre sanguinosissime. Chi vuole questo conflitto costante lo possiamo trovare nelle varie parti geografiche del Medio Oriente ma anche fuori di quest’Area (..gli oltranzisti iraniani, le linee dure a Riad, le anime guerresche rimaste all’interno dell’amministrazione Usa, chi in Israele vuol costruire consensi attorno al tema del nemico…). Ecco perché un ruolo fondamentale e strategico potrebbe averlo l’Unione Europea, se solo volesse avere una politica estera unica, comune a tutti gli Stati confederati. E cominciare ad esercitare un ruolo di autorevole mediazione. (s.m.)

Yemen, la distruzione dopo uno dei bombardamenti della coalizione saudita (da Repubblica.it)

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GLI ATTACCHI ALL’ARABIA SAUDITA, TRA ASTUZIA E CONTESTO

di Michele Chiaruzzi, 19/9/2019, da TRECCANI –

http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/

   Nel contesto della guerra, diceva Carl von Clausewitz, l’astuzia è un gioco di prestigio per mezzo di azioni, come il sofisma è un’illusione in fatto di idee (Vom Kriege, X). Gli attacchi condotti contro l’Arabia Saudita sono stati un astuto gioco di prestigio per mezzo di azioni in un contesto di guerra. Per discuterne possiamo considerare proprio questi tre aspetti: astuzia, abilità, contesto.   L’astuzia è stata quella di mostrare con la violenza, ma senza vittime, che l’Arabia Saudita è incapace di difendere il proprio territorio da attacchi a distanza. Colpire con tale precisione e controllo il possessore di uno dei bilanci militari più grandi del mondo, alleato della principale potenza mondiale, afferma un concetto d’offesa e difesa esemplare.

   Traduce in pratica la capacità d’infliggere danni crescenti e insopportabili, grazie a una creatività strategica imprevista e – appunto – notevole astuzia. In caso di una rappresaglia contro l’Iran, tale capacità – è stato detto da fonti iraniane – «non sarebbe limitata alla fonte» diretta della rappresaglia. Essa colpirebbe a sorpresa tra i vari obiettivi americani e alleati nella zona del Golfo, almeno entro «duemila chilometri».

   L’astuzia, associata alla potenza, ha generato una condizione di deterrenza chiara e concreta che bilancia capacità militari sulla carta imparagonabili. Non solo: tale condizione contribuisce a divaricare le opzioni diplomatico-strategiche degli alleati dell’Arabia Saudita che, possibili bersagli di attacchi analoghi, mediteranno sui costi crescenti del proprio allineamento, come già hanno fatto gli Emirati con il loro disimpegno nello Yemen e un atteggiamento assai cauto proprio verso l’Iran.

   Il gioco di prestigio è stato quello riuscito a chi ha recato il maggior danno della storia alla produzione petrolifera saudita e mondiale, penetrando in profondità lo spazio saudita, ma celando finora la propria identità e le sue modalità. È l’incertezza, vera o voluta, su chi e come abbia portato attacchi così devastanti materialmente e simbolicamente.

   Essa è certamente destinata a scemare, o persino scomparire, quando, tra non molto, i calcoli balistici non di parte indicheranno per approssimazione i responsabili dell’attacco contro l’Arabia Saudita. Sia come sia, ciò non invalida affatto il successo di questo gioco di prestigio bellico. Il quale, come ogni gioco di prestigio, trova la sua ragion d’essere non nella durata del suo effetto, ma nell’istante del suo accadere, ciò che crea incertezza e disorientamento in chi vi assiste e talvolta, come stavolta, una sorta di panico paralizzante.

   Il contesto di guerra in cui gli attacchi contro l’Arabia Saudita s’inquadrano – terzo punto che merita attenzione – non è quello della guerra virtuale regolarmente minacciata dalla cosiddetta crisi tra Iran e Stati Uniti – uno strano concetto di crisi che dura dal 1979, ossia da quarant’anni.

   È invece quello di una guerra vera, quella dello Yemen, che infuria da quattro anni tra arabi, persiani e rispettivi alleati, yemeniti e non, generando un’ecatombe quotidiana sui corpi, le menti e le cose che hanno la sfortuna di trovarsi nello Yemen.

   L’attacco contro ARAMCO (Arabian American Oil Company) è stato il colpo più violento subito dall’Arabia Saudita da quando combatte la guerra dello Yemen. Ma neanche un danno storicamente ineguagliato alle infrastrutture petrolifere saudite e mondiali, un colpo di scena così clamoroso, ha riportato l’attenzione sulla guerra dello Yemen. Tantomeno della cosiddetta “opinione pubblica” che non se ne preoccupa particolarmente, costi quel che costi: persino il pieno di benzina, l’unico problema che sembra degno d’attenzione.

   Cosicché a taluni spetterebbe il compito di ricordare, pacatamente, che Arabia Saudita e alleati sono in guerra su un fronte bellico quadriennale senza esclusione di colpi, sanguinoso e letale. A quei colpi essi partecipano copiosamente e senz’indugi, contribuendo, insieme agli antagonisti, a ramificarne gli effetti. Tutti gli sforzi e le speranze di mediazione nello Yemen sono stati finora frustrati e l’attacco all’Arabia Saudita non sarà certo un viatico di pace.

   La guerra yemenita è un orribile disastro umano con milioni di profughi, ammalati, affamati e migliaia di morti. Proprio le Nazioni Unite ritengono che i combattenti locali di «Ansar Allah», cosiddetti Houthi, sostenuti dall’Iran, abbiano ormai sviluppato capacità militari in grado di colpire a maggiori distanze di quelle raggiunte finora, forse fino a 1.500 km: Riyad, Abu Dhabi o Dubai.

   Sarebbe perciò utile abbandonare sofismi e illusioni su quella guerra e considerare il suo lacerante effetto sul conflitto politico che dilania il Golfo, del quale lo Yemen rappresenta il fronte principale. Sarebbe intelligente capire che – in tale contesto – non esistono soluzioni militari durevoli al posto di una diplomazia ragionevole, prove di forza finali al posto di accomodamenti parziali. Occorrerebbe soprattutto ricordare che il nemico, chiunque esso sia, non è stupido: il nemico è intelligente e persino sorprendente; ciò vale per tutti, sempre. (Michele Chiaruzzi)

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ATTACCHI IN ARABIA SAUDITA

GOLFO: DRONI E “SOVRANITÀ”, LA MOSSA REGIONALE DEGLI HOUTHI

di Eleonora Ardemagni, 17 settembre 2019, da https://www.ispionline.it/

Chissà che cosa direbbe SALEH AL-SAMMAD, già capo del Consiglio Politico Supremo degli HOUTHI yemeniti, ascoltando i suoi rivendicare gli attacchi a Saudi Aramco del 14 settembre scorso. “Il 2018 sarà l’anno balistico per eccellenza”, aveva infatti dichiarato nell’aprile 2018, pochi giorni prima che un raid saudita lo uccidesse. Alcuni, nel movimento-milizia che rappresenta parte degli sciiti zaiditi del nord dello Yemen, avevano ironizzato che, in fondo, il missile è il loro miglior ambasciatore e che l’obiettivo era ormai colpire l’Arabia Saudita ogni giorno, come ritorsione ai bombardamenti in Yemen.

L’ambizioso traguardo è stato sicuramente raggiunto, con il determinante sostegno tecnologico e di expertise di Iran e Hezbollah libanesi: gli houthi colpiscono ormai quasi giornalmente il territorio saudita e, dall’anno scorso, danneggiano infrastrutture civili (aeroporti) ed energetiche (impianti petroliferi), colpendo obiettivi civili e causando feriti tra la popolazione saudita. E pensare che, in origine, il warfare degli houthi era fatto di semplice guerriglia, quasi una desueta guerra di posizione tra le montagne natie della regione settentrionale di Saada, come testimoniato dalle “sei guerre di Saada” (2004-2010), combattute fra gli insorti e le forze di sicurezza dell’allora presidente Ali Abdullah Saleh.

Eppure, gli attacchi a Saudi Aramco restituiscono un quadro più complesso. Non vi è alcuna certezza, a dispetto delle rivendicazioni, che i droni (oppure missili) che hanno colpito Abqaiq e Khurais siano stati davvero lanciati dallo Yemen per mano degli houthi. C’è un precedente: il 14 maggio scorso, sette droni armati colpirono Petroline, l’infrastruttura che trasporta il petrolio saudita dai giacimenti dell’est (Golfo) ai terminal dell’ovest (Mar Rosso). Gli houthi rivendicarono l’azione: gli Stati Uniti dichiararono poi che i droni provenivano dal sud dell’Iraq, quindi dalle milizie sciite irachene filo-Iran, non dallo Yemen. Il livello di sofisticatezza, nonché di precisione, degli attacchi a Saudi Aramco (e prima a Petroline) alimenta quindi il dubbio che, anche in questo caso, non si tratti di un’operazione realizzata dagli houthi. O che essi non abbiano comunque agito da soli.

Dal fumo di Abqaiq e Khurais, due dinamiche nuove prendono però forma. Innanzitutto, il coordinamento fra gli houthi e le milizie del network transnazionale dell’Iran è in crescita: c’è una singolare sincronia temporale, per esempio, fra gli attacchi alle petroliere e il lancio di missili da parte degli insorti yemeniti. Tre esempi: il sabotaggio di quattro navi al largo di Fujairah (12 maggio, Emirati Arabi Uniti) e l’attentato contro l’oleodotto Petroline (14 maggio, Arabia Saudita, rivendicato dagli houthi ma partito dall’Iraq); l’attacco houthi con missile contro l’aeroporto civile di Abha (12 giugno, Asir saudita, 26 feriti) e quello a due petroliere nel Golfo di Oman (13 giugno); gli attacchi rivendicati dagli houthi contro Saudi Aramco (14 settembre) e la nave commerciale emiratina sequestrata dai pasdaran dell’Iran al largo dell’isola occupata di Greater Tunb (16 settembre).

In secondo luogo, gli houthi ostentano sempre di più i legami con l’Iran e la sua galassia di milizie sciite. Nel mese di agosto, una delegazione del movimento si è recata a Teheran per incontrare il rahbar Ali Khamenei, nominando persino un “ambasciatore” in Iran. Qassem Suleimani, il capo degli Al Quds della Repubblica Islamica, ha subito salutato l’attacco contro Saudi Aramco e la “resistenza” degli houthi, sfoggiando una retorica finora riservata alle azioni di Hezbollah contro Israele. Gli insorti del nord, attori yemeniti per genealogia e agenda politica, sembrano quindi aver intrapreso un percorso di graduale saldatura tattica (ma forse non strategica) con l’Iran: una “proxy-ization” tardiva che non tradisce, tuttavia, la natura duttile ed estremamente pragmatica degli houthi, evidenziandone invece le note capacità di opportunismo geopolitico.

Infatti, gli insorti yemeniti stanno sfruttando l’escalation fra sauditi e iraniani per fini di politica interna: mostrarsi capaci di fare ‘così tanto male’ a Riyadh, rivendicando gli attacchi contro le sue installazioni petrolifere, è una strategia per contare di più a livello negoziale, costringendo l’Arabia Saudita a scendere a patti in Yemen. Uno scenario che appare ancora lontano, ma non surreale. Per gli houthi, il riconoscimento informale della governance sul nord del paese passerebbe proprio dall’essere accettati come interlocutori, facendo leva su crescenti capacità offensive e di coordinamento transnazionale.

Perché gli insorti del nord alzano il livello dello scontro, con un mix di droni, missili e propaganda, proprio adesso? La scelta dei tempi non è casuale. Il 5 settembre scorso, gli Stati Uniti hanno pubblicamente confermato, tramite un loro alto diplomatico in visita nel regno, che gli americani hanno avviato colloqui con gli insorti sciiti per risolvere il conflitto yemenita: il preludio a un possibile contatto fra houthi e sauditi mediato da Washington, che implicherebbe il ritorno al tavolo negoziale.

E poi c’è il sud dello Yemen: da agosto, i sauditi lottano indirettamente per controllare almeno questa parte dello Yemen, mediante le forze del governo riconosciuto dalla comunità internazionale. E il regno saudita non può permettersi due fronti aperti (nord e sud) contemporaneamente, specie ora che gli alleati Emirati Arabi Uniti si sono ritirati dalla costa ovest. Ad Aden e in altre aree meridionali, il fronte militare anti-houthi è infatti in guerra al suo interno: i secessionisti meridionali filo-emiratini combattono apertamente contro i governativi sostenuti da Riyadh.

Per l’Arabia Saudita, lo spettro dell’accerchiamento aereo e marittimo (Iran, houthi, Hashd al-Shaabi; Hormuz e Bab el-Mandeb), è ormai una realtà. La minaccia alla sicurezza nazionale dei  sauditi è fortissima e un problema altrettanto grave per alleati e sicurezza globale. È allora singolare che nessuno, in Arabia Saudita, neanche il principe ereditario Mohammed bin Salman Al Saud, abbia finora accusato direttamente l’Iran, e neppure gli houthi, degli attacchi a Saudi Aramco, limitandosi a definire “armi iraniane” quelle utilizzate. Il segno che, forse, l’inaccettabile strategia balistica degli houthi, fra realtà e propaganda, non ha ancora soffocato le ultime chance negoziali per lo Yemen e, forse, per l’intera regione. (Eleonora Ardemagni)

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LA GUERRA DEI DRONI: USA, RUSSIA, IRAN, TURCHIA, EGITTO, ISRAELE…

di Riccardo Galli da https://www.blitzquotidiano.it/, 16/9/ 2019

   E’ già iniziata, anzi è in corso, la prima guerra dei droni. Succede in Medio Oriente dove a scontrarsi ed operare non sono i cloni di Guerre Stellari ma i droni di mezzo mondo. Teatro, il Medio Oriente, dove provare nuovi strumenti e nuove tecniche di guerra, come già successo molte volte in passato, e dove operano, direttamente o per interposta milizia, Usa, Russia, Israele, Turchia. Iran, Arabia Saudita, Egitto, Siria e Yemen.

Tra quello che sta accadendo nella penisola Arabica e il film ‘La Guerra dei Cloni’ delle saga di Star Wars non c’è solo un’assonanza fonetica, ma nell’uno come nell’altro caso c’è una guerra combattuta per interposta ‘persona’. E se nella pellicola a scontrarsi erano i cloni creati per formare un esercito che prima non c’era, nella realtà sul campo di battaglia ci sono i droni, apparecchi a pilotaggio remoto che sgravano gli eserciti che prima si combattevano da perdite umane e responsabilità dirette.

   Polveriera il Medio Oriente, come è sempre stato, capace di far sempre traballare gli equilibri geopolitici mondiali. Ma anche scenario e luogo dove mettere alla prova e testare le nuove tecniche di guerra. Accadde negli anni ’60 quando, nella guerra del Kippur, si affrontarono i carri armati di nuova generazione americani e sovietici; negli anni ’70 quando toccò ai caccia, sempre Usa-Urss e sempre di nuova generazione e quando, nel kibbutz di Maalot, fu messo in pratica per la prima volta un attacco terroristico ‘moderno’. Ed è lì che furono messi in campo i camion bomba ed usati i primi cyberattacchi.

   Un percorso e un terreno di prova in cui ora tocca ai droni, per la prima volta usati su larga scala e soprattutto da tanti Paesi diversi. Ultimo atto di questa guerra, l’attacco ai terminal petrolifici dell’Arabia Saudita. Attacchi rivendicati dai ribelli yemeniti Houti ma che potrebbero essere partiti anche da Nord, anziché da Sud.

   Paradossalmente è però quasi irrilevante da dove siano partiti perché, in quella Regione, in molti usano ribelli o milizie non ufficiali per condurre le proprie operazioni. Così gli Houti, sciiti, sono armati dall’Iran contro l’Arabia Saudita, paladina dei sunniti. Iran, principale forza sciita della regione, che usa la tecnologia dei droni non solo attraverso lo Yemen ma anche attraverso Hezbollah in Libano e anche direttamente contro le petroliere nel Golfo Persico. Droni iraniani che sono però in nutrita compagnia perché, negli stessi cieli, volano anche quelli americani, come sempre all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, anche se almeno uno è stato abbattuto proprio dagli iraniani.

   E ci sono poi quelli russi, da sempre tecnologia alternativa a quella a stelle e strisce che, dalla Siria e dalla basi costruite in quel Paese, testano le proprie capacità operative. Ci sono quelli Turchi e quelli egiziani, i primi in volo sulle teste dei curdi e i secondi a pattugliare il Sinai a caccia di cellule jihadiste.

   E poi ci sono, naturalmente, i droni europei dislocati a pattugliare le rotte del contrabbando, dei traffici illeciti e del traffico di esseri umani.

   Tanti attori in un teatro piccolo ma dal sicuro successo, almeno dal punto di vista militare. Lì infatti come racconta la storia recente si sono spesso misurati gli equilibri e le forze in campo a livello mondiale. Lo si è fatto con tanti tipi di armamenti diversi nel tempo e lo si fa ora con l’ultimo ritrovato a livello bellico: i droni. E’ cominciato poco più di un anno fa, nell’estate del 2018, quando un velivolo senza pilota iraniano fu abbattuto nei cieli israeliani. Dodici mesi dopo è la prima guerra dei droni. (Riccardo Galli)

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L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU CONDIZIONATA DALLE TENSIONI IN MEDIO ORIENTE

17/9/2019 da http://www.treccani.it/magazine/atlante/news/

   All’apertura della settantaquattresima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà a New York dal 17 al 27 settembre soffiano fortemente i venti di guerra innescati dall’attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita. Donald Trump ha dichiarato che sono in corso verifiche per accertare eventuali responsabilità dirette dell’Iran nell’attacco e che gli Stati Uniti sono pronti a una guerra, pur volendola evitare.

   Esperti dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti stanno visionando le immagini satellitari, che potrebbero dimostrare che gli attacchi non provengono dallo Yemen, smentendo così la rivendicazione dei ribelli Houthi.

In questo contesto, sembra difficile che si possa sfruttare l’occasione del summit di New York per un dialogo diretto fra Trump e Hassan Rohani. Anche il presidente iraniano, che si è incontrato il 16 settembre ad Ankara con Putin e Erdoğan, per discutere di Siria, non sembra contemplare questa possibilità.

   Il vertice dell’ONU sarà comunque condizionato dai rischi di guerra e dall’innalzamento del prezzo del petrolio. Rimane comunque inalterata l’agenda dei lavori, che riguardano temi decisivi per il futuro del pianeta: l’eliminazione della povertà, la qualità dell’istruzione, l’azione per il clima e l’inclusione sociale.

   L’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sul Climate action UN summit previsto per il 23 settembre; il segretario generale dell’ONU António Guterres ha chiesto ai leader mondiali di intervenire direttamente e di assumere impegni concreti per la riduzione dei gas serra, con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette nel 2050, superando anche gli impegni previsti dall’Accordo di Parigi.

   Il vertice del 23 sarà preceduto sabato 21 settembre dal Youth summit, a cui parteciperanno giovani attivisti provenienti da diversi Paesi, tra cui la svedese Greta Thunberg e l’italiana Federica Gasbarro; a loro sarà chiesto di contribuire a stilare le raccomandazioni da sottoporre alle nazioni. Sicuramente anche gli incendi che hanno imperversato in Amazzonia e in Alaska solleciteranno il summit a prendere iniziative per la prevenzione dei disastri ambientali. Decisioni e iniziative che naturalmente sarebbero facilitate da una situazione internazionale non attraversata da divisioni e conflitti.

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LA GUERRA DEI DRONI (DELL’IRAN) AVRÀ GRAVI CONSEGUENZE. ECCO QUALI E PERCHÉ

di Ferruccio Michelin, da https://formiche.net/, 15/9/2019

– Chi ha colpito gli impianti petroliferi sauditi? Gli Houthi rivendicano responsabilità, ma Washington e Riad indagano su un’azione diretta iraniana, forse dall’Iraq. A rischio la volontà di Trump di costruire un nuovo equilibrio regionale –

   Il portavoce dei ribelli yemeniti Houthi ha rivendicato con una conferenza stampa l’attacco del 14 settembre contro gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais (il primo è il più grande sistema di lavorazione del mondo, di proprietà della Saudi Aramco). Ha parlato di un’azione condotta con droni sofisticati e ha detto che “è uno dei più grandi attacchi compiuti dalle nostre forze” in Arabia Saudita, dove gli Houthi dall’inizio del conflitto in Yemen e dall’intervento saudita per ristabilire l’ordine, era il 2015, hanno colpito più o meno un centinaio di volte. Secondo quanto dichiarato dal portavoce, in questa occasione prima di agire c’è stata “una raccolta di informazioni di intelligence e un monitoraggio approfondito”, nonché un coordinamento con le cellule locali: da ora in poi, dice, “le operazioni si espanderanno ancora”.

   Queste ultime parole, presa per vera la rivendicazione (su cui vedremo ci sono dubbi) rappresentano i dettagli fondamentali della dichiarazione. Gli Houthi affermano di aver condotto un bombardamento sofisticato non solo per tipologia/efficacia dei mezzi usati a centinaia di chilometri di distanza (probabilmente un drone Qasef 2F di ultima generazione, quelli del tutto simili agli altri in dotazione ai Pasdaran, chiamati Ababil-T, e in mano anche ai libanesi di Hezbollah, che li chiamano Mirsad-1). Inoltre dicono di essere in possesso di intelligence di qualità raccolta prima dell’azione.

   Prima di andare avanti, un passaggio necessario sulle conseguenze provocate dal raid: i danni prodotti sono stati ingenti, le strutture sono componenti chiave dell’economia saudita, la produzione petrolifera di Riad ha subito un colpo severo.

   La produzione è stata dimezzata perché gli impianti sono stati chiusi del tutto, Riad ha detto di aver già aperto le riserve strategiche e chiesto aiuto agli alleati per far fronte alla richiesta di greggio del mercato globale (gli Stati Uniti hanno già annunciato che sono disposti a usare anche le proprie riserve di petrolio); il prezzo del greggio potrebbe salire; l’attacco destabilizza i processi di quotazione in borsa della Aramco, passaggio cruciale per il piano di differenziazione studiato dal nuovo erede al trono. Dunque sembra logico aspettarsi che lo sviluppo atteso non si limiterà a coinvolgere Houthi e sauditi, ma tirerà dentro l’Iran — che viene considerato sponsor militare degli yemeniti — e avrà contraccolpi sulla instabilità generale, rendendo la regione più favorevole alle dinamiche che muovono i gruppi terroristici sunniti e sciiti.

   Per comprendere la complicazione nel quadro regionale occorre allora accedere a ciò che mette in dubbio la rivendicazione Houthi, ossia a informazioni pubblicate in esclusiva dal Wall Street Journal tramite insider da Washington e Riad: funzionari sauditi e americani stanno indagando sulla possibilità che gli attacchi alle strutture petrolifere saudite abbiano coinvolto missili da crociera lanciati dall’Iraq o dall’Iran.

   L’attacco ad Abqaiq e Khurais pare fuori dalla portata degli yemeniti, e sembra suggerire che possa essere stato condotto non da sud (Yemen) ma da nord, dunque dall’Iran o dall’Iraq — in Iraq gli iraniani controllano diverse milizie sciite alle quali nell’ultimo anno potrebbero aver passato missili balistici e da crociera, secondo accuse avanzate dagli Stati Uniti a maggio e dagli israeliani (che negli ultimi due mesi hanno bombardato alcuni trasferimenti di armi dei Pasdaran sul suolo iracheno).

   Il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha dichiarato in un tweet che “non ci sono prove che gli attacchi siano arrivati ​​dallo Yemen” e ha accusato Teheran di essere dietro a “un attacco senza precedenti alla fornitura di energia del mondo”. Pompeo, quattro mesi fa, fece saltare all’ultimo minuto una visita a Berlino per volare a Baghdad a informare il primo ministro iracheno che l’intelligence statunitense aveva ricevuto dettagli (dagli israeliani) su un raid del 14 maggio contro un gasdotto saudita lanciato dall’Iraq e non dallo Yemen, e sull’invio, dall’Iran, di missili sofisticati ad alcune milizie sciite irachene. Erano stati piazzati su alcune imbarcazioni, dicevano gli Usa, forse da utilizzare contro asset petroliferi lungo il Golfo — in quei mesi furono colpite alcune petroliere con sabotaggi che secondo Washington, Riad e Gerusalemme sono stati opera dei Pasdaran, ci furono dei mezzi sequestrati con le armi, altri episodi tesissimi, e si aprì la cosiddetta “crisi delle petroliere” che ha portato al rafforzamento della presenza americana nell’area, in collaborazione con inglesi e israeliani.

   Il ministero degli Interni saudita ha dichiarato che l’attacco su Abqaiq e Khurais è stato condotto con droni, ma altri funzionari “del Golfo Persico” hanno detto al WSJ che si sta esaminando la possibilità che siano stati usati missili da crociera, sia al posto che insieme ai droni.

   Anche gli Hoithi hanno usato diverse volte missili in passato, spesso Scud non troppo efficaci, ma hanno dimostrato recentemente di avere a disposizione armamenti di livello come il nuovo Quds, anche questo un derivato di un’altra tecnologia iraniana. Quest’estate, due di questi missili da crociera hanno colpito l’aeroporto di Abha, nel sud-ovest dell’Arabia Saudita, vicino al confine con lo Yemen controllato dagli Houthi. Un terzo ha colpito un impianto di desalinizzazione nella stessa parte del paese.

   Inutile dire che se Teheran avesse effettuato direttamente l’attacco si creerebbe una nuova sfida per la sicurezza regionale, e allo stesso tempo sarebbe un problema anche per la Casa Bianca, con il presidente Donald Trump che potrebbe essere costretto a far naufragare i piani di un incontro storico con l’omologo iraniano, e forse potrebbe essere anche costretto a rispondere colpendo l’Iran.

   A guadagnarci sarebbe chi vuol mantenere nella regione un costante conflitto a bassa intensità che invece con negoziati Trump-Rouhani potrebbe venire meno creando potenzialmente una nuova architettura di sicurezza generale: gli oltranzisti iraniani, le linee dure a Riad, le anime guerresche rimaste all’interno dell’amministrazione Usa, chi in Israele vuol costruire consensi attorno al tema del nemico. Naufraga certamente anche il tentativo americano di avviare colloqui di pace diretti con gli Houthi con cui mettere fine a una guerra sanguinosa che in Yemen ha devastato la popolazione. (Ferruccio Michelin)

………………………………………

ATTACCHI IN ARABIA SAUDITA, IL PREZZO DEL PETROLIO FA UN BALZO DEL 19%
di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 16/9/2019,
– Il Brent arriva fino 71 dollari al barile, poi ripiega. Gli Usa: è stato l’Iran con missili cruise –
GERUSALEMME – Il prezzo del petrolio ha fatto un balzo del 19 per cento, con il Brent quotato a 71,95 dollari al barile, dopo gli attacchi di sabato agli impianti petroliferi dell’Arabia saudita. Era dal 1988 che non si vedeva un aumento di tale portata in un giorno. Allora era la «guerra delle petroliere» scatenata da Saddam Hussein a mettere sotto pressioni i mercati. Oggi è il taglio di quasi 6 milioni di barili alle esportazioni saudite. L’impianto di trattamento del greggio di Abqaiq, danneggiato sabato, fornisce quasi un decimo di tutte le esportazioni mondiali, e oltre il 6 per cento della produzione globale.
Il West Texas Intermediate, riferimento per i prezzi in Nord America è cresciuto del 15 per cento, fino a 63,34 dollari al barile, per poi ripiegare nel corso della mattinata. A causa dei danni all’impianto di Abqaiq l’Arabia saudita ha dovuto ridurre la sua produzione di 5,7 milioni di barili, cioè di oltre la metà. In questo periodo Riad produceva in media 9,8 milioni di barili al giorno, e ne esportava 7.
L’attacco è stato rivendicato dai ribelli sciiti Houthi dello Yemen. Le autorità saudite hanno confermato ma negli Stati Uniti ci sono dubbi crescenti. Un funzionario della Casa Bianca ha rivelato alla tv Abc che Washington ritiene che il raid di sia partito dall’Iran con «droni e 20 missili cruise». Ieri Donald Trump ha detto di essere pronto a una rappresaglia.
L’Iran ha respinto le accuse, definendole «assurde». Media arabi hanno puntato il dito anche contro le milizie sciite in Iraq, che avrebbero lanciato loro i droni per vendicarsi «dei recenti attacchi sulle loro basi», attribuiti a Israele con l’appoggio logistico dell’Arabia saudita. Ma sono tutte ipotesi. Sia l’America che la Corea del Sud hanno detto di essere pronte a usare le riserve strategiche di greggio per stabilizzare i prezzi. (Giordano Stabile)

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L’ATTACCO

ARABIA SAUDITA, ATTACCO CON I DRONI AI SITI PETROLIFERI DI SAUDI ARAMCO

di Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 14/9/2019

– In fiamme due importanti siti petroliferi dell’Aramco. L’azione rivendicata dagli Houti, yemeniti di fede sciita approvvigionati dall’Iran –

   È la guerra dei droni. Dal Libano fino alla penisola arabica. Stati e guerriglie li usano con successo. L’ultimo episodio in Arabia Saudita dove sono stati colpiti siti petroliferi di grande importanza. Un’incursione rivendicata dal movimento yemenita di fede sciita Houti che ha precisato di aver usato dieci velivoli. Rottami trovati nel deserto hanno tuttavia fornito indicazioni diverse: è possibile che siano stati «sparati» anche dei missili cruise Qods. Una serie di deflagrazioni, seguita da roghi estesi, ha scosso un luogo strategico per l’Arabia Saudita.

   Il primo attacco ad Abqaiq, quindi la «coda» a Kharais, a circa 200 chilometri di distanza. Entrambi gli impianti sono gestiti dalla Aramco. Testimoni hanno riferito anche di aver sentito raffiche di mitragliatrice mentre le immagini hanno mostrato grandi colonne di fumo unite ai lampi delle fiamme. Difficile valutare i danni che potrebbero essere comunque consistenti. Secondo Bloomberg Riad avrebbe ridotto della metà la sua produzione petrolifera, mossa non da poco in una fase economica critica.

   In passato questi complessi sono stati l’obiettivo di falliti attentati da parte di al Qaeda e dunque dovevano avere un livello di protezione adeguato. Ma tutto questo non è bastato a impedire l’assalto contro uno dei simboli del Regno. Una situazione delicata al centro di un colloquio telefonico tra il principe Mohammed e Donald Trump: l’alto esponente saudita ha affermato che il suo paese è pronto e in grado di rispondere a «questa aggressione». Il presidente ha risposto che gli Usa sostengono il diritto all’autodifesa dell’alleato. Ancora più esplicito il segretario di Stato Pompeo che ha accusato direttamente Teheran. Segnali di un rialzo ulteriore della tensione nello scacchiere.

   Quanto è avvenuto porta ad una serie di considerazioni.
1) Gli Houti si sono specializzati in questo tipo di missioni, in passato hanno preso di mira anche degli aeroporti sauditi. Un crescendo legato all’uso di mezzi forniti dall’Iran.
2) Da dove sono partiti? I target sono a oltre 1000 chilometri dal territorio yemenita. Sembra una distanza considerevole. Sarà interessante capire l’origine e modus operandi. Una delle ipotesi è che li abbiano «lanciati» dall’Iraq, magari con l’appoggio delle milizie sciite (e dell’Iran). Esperti hanno sottolineato, dopo il bombardamento, un’intensa attività di un aereo per la guerra elettronica saudita proprio nelle regioni settentrionali mentre sono stati segnalati presunti passaggi nello spazio kuwaitiano. Tutti elementi da valutare nelle prossime ore.
3) I guerriglieri sciiti rispondono ai pesanti bombardamenti della coalizione composta da sauditi, Emirati e alleati locali. Tengono testa al nemico e dimostrano di poter arrivare dietro le linee.
4) Israele di recente ha impiegato velivoli senza pilota per distruggere sistemi sofisticati a Beirut sud del movimento pro-iraniano Hezbollah. Si è ipotizzato che siano decollati da una nave che incrociava al largo. Stessa cosa in Iraq. A loro volta le milizie appoggiate da Teheran hanno tentato di «spedire» droni-kamikaze verso il territorio israeliano. In Siria i ribelli sunniti hanno provato spesso a violare la base russa di Latakia ricorrendo ancora ai velivoli dotati di piccoli ordigni. E in Libia i contendenti, grazie a supporto di Turchia e Emirati, lanciano strike con apparati cinesi e turchi.
5) È evidente che questo tipo di arma offre molti vantaggi a chi li impiega: vanno in profondità, sono flessibili, il costo è relativo, sono alla portata di fazioni e anche piccoli nuclei. (Guido Olimpio)

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