La RIGENERAZIONE delle FORESTE e dei BOSCHI (in Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli) dopo la tempesta “VAIA” del 29/10/2018, va avanti lentamente, nelle aree più “facili” e turistiche; e il legname ricavato diventa business – L’opportunità mancata di uno sviluppo nuovo della montagna (autonomo dalla pianura)

27-30 OTTOBRE 2018: SCIROCCO ECCEZIONALE, MAREGGIATE E ALLUVIONI IN ITALIA CON LA TEMPESTA “VAIA” – Tra sabato 27 e le prime ore di martedì 30 ottobre 2018 l’Italia è stata colpita da una fase perturbata tra le più intense, complesse e rovinose da molti anni, a causa della profonda depressione “VAIA” che – soprattutto lunedì 29 – ha attivato violentissime raffiche di scirocco, mareggiate, straordinarie onde di MAREA sull’ALTO ADRIATICO, e PIOGGE ALLUVIONALI soprattutto sulle ALPI ORIENTALI. Come avvenuto il 4 novembre 1966, ma con effetti molto probabilmente ancora più rovinosi, LA VIOLENTISSIMA TEMPESTA DI SCIROCCO SI È ACCANITA IN PARTICOLARE SULLE MONTAGNE DEL BELLUNESE, DEL VICENTINO, e anche in parte del FRIULI, del TRENTINO e dell’ALTO ADIGE orientali, con raffiche a 150-200 km/h che hanno RASO AL SUOLO VASTE PORZIONI DI FORESTA. Si stimano circa 8,6 milioni di metri cubi di legname abbattuto sui rilievi del Nord-Est. (da http://www.nimbus.it/eventi/2018/181031TempestaVaia.htm )

  

   L’evento accaduto la notte del 29 ottobre 2018 nelle Alpi italiane nord-orientali (in particolare nella regione del Veneto, ma anche in Trentino, Alto Adige e Friuli), questa distruzione del ciclone denominato “VAIA” (il nome in Europa di un ciclone è scelto dall’Institut für Meteorologie della Feie Universität Berlin, e si riferisce a una donna “reale”, tale Vaia Jacobs), questo ciclone è stato l’evento il più distruttivo mai registrato per le aree boschive del nostro Paese.

   Il numero totale degli alberi abbattuti è stato valutato in 14 milioni di piante, che sono 8 milioni di metri cubi di legname, distruggendo oltre 45mila ettari di foresta: una vera ecatombe di alberi, piante abbattute a fasce, o a macchia di leopardo (o, meglio dire, un rullo compressore che è andato a zigzagare sulle montagne) con versanti disintegrati e altri rimasti intatti, non toccati dalla violenza straordinaria di quel vento. Un tragico disastro senza precedenti.

MIANE (Vallata Vittoriese a nord della Marca Trevigiana) – Il lavoro per rimediare alla tempesta VAIA del 28 ottobre 2019 (foto dal periodico settimanale diocesano L AZIONE)

   Delle regioni del nord, quella più colpita è stata il Veneto, e poi a seguire il Trentino e l’Alto Adige, e anche il Friuli (e in misura molto minore la Lombardia). Tutti questi milioni di alberi oggi sono ancora in buona parte legname a terra.

   E il problema iniziale è stato capire cosa fare degli alberi abbattuti. Lasciati così, che naturalmente si decompongano, comporterà la possibilità che diventino pericolosi nel caso di frane e valanghe; rimuoverli permetterà di rimettere in sicurezza i luoghi dove sono caduti e anche di non sprecare il legno, trattandolo e vendendolo prima che i parassiti lo infestino e lo rendano inutilizzabile. Inoltre la rimozione degli alberi permetterà di liberare lo spazio necessario per poter piantarne di nuovi o permettere all’ecosistema di fare il suo corso e rigenerarsi.

VAL VISDENDE distrutti i boschi – “(…) MILIONI DI ALBERI A TERRA. E un formicaio di LAVORATORI VENUTI DALL’EST che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così IL DISASTRO DIVENTA UN BUSINESS. Che però cambia in peggio l’economia della zona. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   E poi è da valutare quanto sia utile piantare nuovi alberi nelle zone colpite dal maltempo. A questo proposito gli esperti del settore sono prevalentemente d’accordo sul fatto che il ripopolamento della vegetazione delle zone colpite dalla “tempesta Vaia” dovrà avvenire solo in parte artificialmente, laddove c’è l’urgenza della presenza di alberi per problemi di protezione idrogeologica (per esempio per proteggere da valanghe e caduta di massi). Nella maggior parte dei casi invece si dovrà fare affidamento sulla capacità della foresta di ricostituirsi naturalmente. Oppure, sempre secondo molti esperti, una soluzione per la riforestazione dovrà essere quella di piantare specie diversificate di alberi, soprattutto faggi, larici e abeti bianchi.

Nella mappa in evidenza la percentuale di copertura forestale distrutta dalla tempesta Vaia (Fonte GeoLab, Università di Firenze)

   Quel che si capisce è comunque che una catastrofe ambientale come quella accaduta alla fine dell’ottobre 2018, un evento così eccezionale, di fatto non è stato e non si è in alcun modo pianificato; ed è assai probabile che non lo si farà per il futuro (anche se si sa che accadrà ancora…). Questo fa capire la totale impreparazione che c’è stata (e ci sarà) a “reagire”, rispondere all’evento tragico di un ciclone simile. Eppure sono già successi più volte eventi simili in Europa, anche peggiori: nel 1999 in Francia e Germania sono caduti a terra più di 150 milioni di metri cubi di legname, quasi venti volte tanto le cifre del ciclone Vaia.

SCHIANTI DI VENTO IN EUROPA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) La TEMPESTA VAIA del 29 ottobre 2018, nelle classifiche europee non è un record. Nel 1990 UNA SERIE DI OTTO TEMPESTE, tra cui il CICLONE VIVIAN con venti fino a 280 chilometri orari, ha demolito 120 milioni di metri cubi di foreste dal REGNO UNITO alla SVIZZERA attraversando FRANCIA e GERMANIA. E i Cicloni LOTHAR e MARTIN, esattamente vent’anni fa (1999), ne hanno buttate giù per altri 240 milioni. (…)” (Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   Il “post ciclone Vaia” si è poi rivelato (si sta rivelando) deludente nei modi in cui si ripristina la montagna; per tre fattori: a) i lavori di ripristino procedono lentamente (la maggior parte di abeti rossi e altre piante in luoghi impervi sono ancora lì); b) i lavori sono molto “a caso” (si lascia da parte i luoghi impervi e interni rispetto alle strade, e spesso si privilegiano aree vicine alla strada e/o altamente turistiche); e, c) quel che si è fatto e si sta facendo non va in direzione di un “nuovo corso” (un nuovo sviluppo della montagna) ma risulta essere solo di pura speculazione di gestione e vendita del legname.

SCHIANTI DI VENTO IN ITALIA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) Dalla furia che a volte l’Oceano Atlantico ci spedisce siamo sempre stati protetti dalle Alpi, essendo l’Italia sottovento rispetto allo spartiacque. Le cose però cambiano se sono le temperature più calde del Mediterraneo a innescare venti forti, come è accaduto un anno fa: con scirocco e libeccio la catena alpina, per gli effetti di sbarramento sulle precipitazioni e l’accelerazione delle correnti d’aria lungo le valli, non ci salva più. Anzi, peggiora le condizioni. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   A proposito della possibilità (opportunità) mancata per un “nuovo corso”, già avevamo trattato la problematica in questo blog geografico (nel novembre dello scorso anno, dopo il tragico accadimento). E avevamo indicato quelle che, a nostro modesto avviso, potevano essere le premesse per una “rinascita nuova” della montagna e del rapporto che noi abbiamo con essa. Riflessioni che, per noi, rimangono valide anche a un anno di distanza, e che vi riproponiamo.

MAPPA della VAL VISDENDE, dov’è, tra le più devastate dal ciclone Vaia – “(…) Nel cuore della VAL VISDENDE si arriva risalendo il PIAVE. La svolta a sinistra, prima degli ultimi chilometri verso SAPPADA e il Friuli, porta a una degli epicentri della distruzione (…)”. (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29/92019)

   Perché nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE (poteva) anche NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha. Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, le difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
1– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili e riscaldamento domestico ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, spesso pieni di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti… totale disinteresse di tutti);
2– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
3– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, SCOLI e TORRENTI, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il pericolo di smottamenti e fragilità;
4– E’ una montagna, quella “turistica”, fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordante, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
5– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
6– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per eleggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

La strada per il Lago di Carezza, tra la Val di Fassa e la Val d’Ega, ricoperta di tronchi d’abete schiantati, la mattina del 30 ottobre 2018 (f. Vigili del Fuoco). (da http://www.nimbus.it/)

   E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada, etc…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?

ASIAGO E L’ESPERIMENTO DELL’ESPLOSIVO – L’ESPLOSIVO PER ELIMINARE I CEPPI DEGLI ALBERI ABBATTUTI DA VAIA?? (4 settembre 2019) – L’esperimento sull’ALTOPIANO di ASIAGO. Microcariche di dinamite infilate nei ceppi per rimuoverli in sicurezza. In azione l’esperto che ha demolito anche i tronconi del ponte Morandi a Genova. L’idea è semplice: usare piccole cariche di esplosivo per rimuovere i ceppi radicati nel terreno, quel che resta cioè della strage di alberi dopo la tempesta Vaia. L’esperimento è andato in scena sull’altopiano di Asiago. Protagonista Danilo Coppe, l’esperto di esplosivi coinvolto nella demolizione dei monconi del ponte Morandi a Genova. La tecnica potrebbe essere utile soprattutto nelle zone impervie, dove il lavoro dei boscaioli è particolarmente a rischio.

   IL DISASTRO AVVENUTO poteva diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriali dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area di pianura PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…

SVEZIA – Catasta da oltre 1 milione di metri cubi di legname costituita dal legname esboscato dopo la TEMPESTA GUDRUN (2005), legname depositato in un aeroporto abbandonato nel sud della SVEZIA (Fotografia: Ola Nilsson)

   LA CENTRALITA’ della montagna passa anche per garantire i servizi essenziali per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, le Poste, uffici pubblici, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di soggetti locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme il lavoro e le loro competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché, è da chiedersi, il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente lì…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (persone, tecnici, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, organizzativamente, finanziariamente… i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci e condivise dalla comunità.

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, questo sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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“LA VOCE DEL BOSCO”: UN FILM PER L’AGORDINO – DIMITRI FELTRIN, il vicesindaco di Trevignano (comune del trevigiano che di professione fa il regista, ha realizzato un sodalizio artistico con la fisarmonicista FRANCESCA GALLO e dalla loro collaborazione è nato un nuovo FILM-DOCUMENTARIO DEDICATO ALLA MONTAGNA AGORDINA: “LA VOCE DEL BOSCO”. Si narra della MONTAGNA AGORDINA DEL DOPO-VAIA attraverso il racconto dei suoi alberi, delle sue tradizioni, dei suoi antichi mestieri, dei suoi abitanti che continuano a mantenere vitale la montagna. – Il film-documentario sarà proiettato IN PRIMA NAZIONALE A BELLUNO, AL TEATRO COMUNALE, MARTEDI’ 29 OTTOBRE, A UN ANNO ESATTO DALLA TEMPESTA VAIA, all’interno della RASSEGNA “OLTRE LE VETTE”. La prima trevigiana sarà invece il 6 NOVEMBRE, A PALAZZO BOMBEN, IN CENTRO A TREVISO – (da “la Tribuna di Treviso” del 2/10/2019)

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ASIAGO RIPARTE DALL’AUTUNNO E DAL RICORDO. Ad un anno da quel giorno di ottobre in cui la tempesta Vaia colpì il territorio causando, in poche ore, l’abbattimento di 14 milioni di alberi, al MUSEO LE CARCERI di Asiago, dal 27 ottobre al 6 gennaio 2020, si potrà visitare la mostra “IL SENSO DI VAIA”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti da Vaia. Scenografie verdi, profumi, suoni ed esperienze tattili accoglieranno il visitatore in un viaggio culturale che si fa strumento di riflessione. Le installazioni sono dell’artista scledense PAOLO CEOLA (www.paoloceola.com )(come nella foto qui sopra), ed è presentata in collaborazione con l’associazione NaturalArte (www.naturalarte.it )

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LA FORESTA ABBATTUTA

UN ANNO DOPO IL CICLONE VAIA UNA FABBRICA DI BOSCAIOLI SI PRENDE IL LEGNO DELLE DOLOMITI

di Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019

– Milioni di alberi a terra. E un formicaio di lavoratori venuti dall’est che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così il disastro diventa un business. Che però cambia in peggio l’economia della zona –

   Il lamento rauco delle motoseghe arriva dal fondovalle in dentro le pieghe della montagna. Da un anno, tutti i giorni dall’alba al tramonto, è il suono tipico delle Alpi tra Friuli, Veneto e Trentino.

   Quassù, dove si arrampicano le mulattieredella Val Visdende, il calendario arretra nel tempo a mano a mano che si sale. Superati i due cantieri che stanno tagliando e rimuovendo i grovigli di tronchi, ogni tornante ti porta alla mattina del 30 ottobre 2018: migliaia e migliaia di abeti rossi sono ancora qui, rovesciati sul pendio, proprio dove quella notte il respiro di Vaia li ha posati.

   Al primo anniversario dal disastro, metà dei boschi abbattuti sono ancora così, le radici al cielo, i rami a terra, immobili e ormai grigi come la roccia. Ma davanti alla fatica acrobatica con cui i camion a rimorchio scendono questi passaggi a strapiombo, carichi di cadaveri vegetali, è evidente perché non si riesca a fare più in fretta.

   Vaia, la più potente tempesta extratropicale che si è abbattuta sull’Italia negli ultimi cinquant’anni, soffiava raffiche tra i duecento e i duecentodiciassette chilometri orari. E non molte cose avvengono nel mondo a più di duecento all’ora: decollano gli aerei di linea, Charles Leclerc cerca di superare Sebastian Vettel in Ferrari, gli uragani devastano le coste americane. Ma mai da queste parti il vento era precipitato al suolo con un impeto così distruttivo. Nemmeno durante la storica alluvione del 1966, quando anche Firenze e Venezia finirono sott’acqua e le raffiche sfiorarono i duecento orari, ci furono danni tanto estesi: 700 mila metri cubi di alberi schiantati allora, contro gli otto milioni e seicentomila metri cubi di un anno fa.

   «Calcolando circa due metri cubi e mezzo di legno per ogni abete, sono milioni gli alberi caduti», spiega Giambattista De Mattia, 46 anni, esperto forestale di Santo Stefano di Cadore, impegnato con la sua impresa nel difficile lavoro di rimozione dei tronchi. Tradotto in tavoli per sei persone, come se ne trovano ovunque nelle case di queste valli, Vaia ha spazzato via l’equivalente di quarantatré milioni di tavoli in abete con tanto di cassapanca e sedie.

   Nelle classifiche europee non è un record. Nel 1990 una serie di otto tempeste, tra cui il CICLONE VIVIAN con venti fino a 280 chilometri orari, ha demolito 120 milioni di metri cubi di foreste dal Regno Unito alla Svizzera attraversando Francia e Germania. E LOTHAR e MARTIN, esattamente vent’anni fa, ne hanno buttate giù per altri 240 milioni.

   Dalla furia che a volte l’Oceano Atlantico ci spedisce siamo sempre stati protetti dalle Alpi, essendo l’Italia sottovento rispetto allo spartiacque. Le cose però cambiano se sono le temperature più calde del Mediterraneo a innescare venti forti, come è accaduto un anno fa: con scirocco e libeccio la catena alpina, per gli effetti di sbarramento sulle precipitazioni e l’accelerazione delle correnti d’aria lungo le valli, non ci salva più. Anzi, peggiora le condizioni.

   «Il 29 ottobre, il lunedì, pioveva forte da ore quando chiamarono Giambattista nell’alta valle», racconta la moglie, Giulia Fasano, 43 anni, operaia in una fabbrica di occhiali: «Doveva mettere al sicuro i tronchi che una ditta aveva accatastato lungo il Piave per la spedizione. La piena rischiava di portarseli via. Era pericoloso, non volevo che andasse. I pompieri stavano già rinforzando gli argini in paese con blocchi di cemento. Qui in basso non era il vento a preoccuparci, ma l’acqua. Dal pomeriggio le raffiche buttavano secchiate di pioggia contro le finestre. E a mezzanotte gli scrosci sono addirittura aumentati. Chiusi in casa con nostra figlia sentivamo il rimbombo del Piave: erano i massi che sbattevano, trasportati dalla corrente».

   In quelle ore il centro del ciclone si sposta dal Mar Ligure al Piemonte: il suo valore di 978 millibar (o hPa) è il quarto minimo assoluto mai registrato in Italia da quando si misura la pressione atmosferica. E un’area di bassa pressione è come un buco: più è profonda, più i venti intorno soffiano per riempirla. Già da sabato 27 ottobre Vaia sta portando distruzione da Nord a Sud: la mareggiata devasta la costa ligure con onde misurate di 10,3 metri, le raffiche fanno la prima strage di alberi dalla Lombardia alla Campania. Sedici i morti nei quattro giorni di bufera.

   E quel lunedì sera Giambattista De Mattia non riesce nemmeno a uscire dal paese. «Qualunque rio stava scaricando sassi e fango sulle strade», racconta, «Santo Stefano e gli altri comuni del Comelico, del Cadore, dell’Agordino, di tutta la provincia di Belluno erano isolati. E all’improvviso siamo sprofondati nel buio. Resteremo giorni senza elettricità. L’unica luce veniva dalle fotoelettriche dei pompieri piazzate lungo il fiume per controllare la piena». Adesso De Mattia guida il suo fuoristrada nel cuore della VAL VISDENDE. Si arriva risalendo il Piave.

   La svolta a sinistra, prima degli ultimi chilometri verso Sappada e il Friuli, porta all’epicentro della distruzione. Il fondovalle lungo il torrente è già stato ripulito dai tronchi. Al posto del bosco secolare rimane una spianata di ceppi e radici rovesciate. Una distesa di terra e rocce, smosse a ondate dagli abeti che facevano leva sul loro legame con la vita prima di crollare.

   RISUONANO LE MOTOSEGHE. I due cantieri sono poche decine di metri più in alto. Una teleferica di fortuna trascina un tronco senza più fronde verso la piazzola di fango dove una catasta di prima qualità, segnata con la lettera A, attende di essere caricata sui camion.

   Le macerie di un terremoto si rimuovono con le ruspe. Ma qui, su pendenze superiori ai quarantacinque gradi, ogni intervento va fatto a mano. E per quasi ogni albero, bisogna smontare e rimontare la teleferica. È per questo che non si può accelerare il lavoro.

   Alzando lo sguardo appena sopra il cantiere, l’anfiteatro tra i più belli delle Alpi è ancora dopo un anno un cimitero. MIGLIAIA DI ABETI SONO ESATTAMENTE LÌ, DOVE SONO CADUTI. È la fotografia a centottanta gradi del respiro di Vaia. Mentre alle nostre spalle, sul fianco protetto, la foresta è incredibilmente intatta.

   Metà degli alberi raccolti e da raccogliere è stata comprata da imprese austriache. L’altra metà da una ditta di trasporti locale, che venderà il legname sempre in Austria o in Germania. I tronchi di buona qualità diventeranno assi per i mobilifici. La maggior parte sarà invece trasformata in imballaggi e bancali per il commercio mondiale.

   «Era venuta anche una multinazionale italiana», dice De Mattia mentre su una mulattiera militare della Prima guerra mondiale ci arrampichiamo oltre Malga Chivion, in questa stagione già deserta: «Ci promettevano di far lavorare ditte locali. Ma poi il prezzo che ci offrivano non copriva i costi del lavoro e gli oneri fiscali delle imprese italiane. Per questo gli austriaci hanno ingaggiato boscaioli polacchi, croati, romeni e bulgari».

   I lavoratori dell’Est si dividono compensi di circa 35 euro al metro cubo di legname rimosso. Le imprese italiane non possono scendere sotto i 45 euro. In questo momento il guadagno è dato dalla grande quantità, non dal valore del mercato. Giù in paese, nell’ufficio per la progettazione ambientale di Marco Casanova Borca, 50 anni, dottore forestale, la dimensione dei danni è ben chiara. Racconta che il prezzo pagato alle Regole locali, le associazioni dei capifamiglia che gestiscono la manutenzione del bosco, il ripopolamento e la vendita controllata degli alberi maturi, è passato dagli 80 euro a metro cubo per le piante in piedi ai 20 euro attuali per i tronchi a terra.

   La Regola è un’organizzazione antica che da queste parti, attraverso l’autofinanziamento e l’autogestione, non ha mai tradito la conservazione del suolo. La zona di Santo Stefano di Cadore ogni anno vendeva circa 30 mila metri cubi di alberi da abbattere. La tempesta Vaia ne ha schiantati, soltanto qui, trecentomila su cinquecento ettari: una quantità che, non potendo essere abbandonata sul terreno o conservata altrimenti, è finita immediatamente sul mercato facendo crollare il prezzo. Per le Regole di queste valli è un incasso potenziale di sei milioni in due anni, contro i cinque milioni circa di una vendita normale.

   Il vuoto però verrà dopo: un bosco a queste quote impiega un secolo e mezzo per consolidarsi ed essere sfruttabile. Il cinquanta per cento degli alberi, secondo la stima di Casanova Borca, è stato raccolto. «Penso che ce la faremo entro il prossimo anno», rivela: «Più di due anni i tronchi non possono rimanere a terra. Decadono e diventano riparo per parassiti che attaccano le piante sane. Il problema più grave sono comunque le radici divelte o male ancorate al terreno. Sotto il peso della neve aumentano il pericolo di valanghe. Nell’Agordino molte ceppaie sono a ridosso di strade importanti e vanno rimosse».

   RAFAELE CAVALLI, direttore del Tesaf, il dipartimento di Agricoltura e foreste dell’Università di Padova, propone l’uso di microcariche di esplosivo per sbriciolare i ceppi, ridurre il loro peso unitario e accelerare i processi di decomposizione che favoriranno la ricrescita. Regione e ministero dell’Ambiente da un anno stanno riflettendo.

   L’altro pericolo viene dalle future tempeste: la mancanza del bosco, che rallentava l’impatto della pioggia sul terreno, espone i versanti spogli a colate di fango. E l’aumento delle precipitazioni concentrate in poche ore riguarda anche la neve. NATALINO DE CANDIDO, 79 anni, guardia forestale in pensione, dal 1992 la misura nel suo giardino a Santo Stefano, a 900 metri di altezza. Paradossalmente fa più caldo e dal 2006 nevica di più, ma in periodi sempre più brevi: 2,39 metri nell’inverno di tredici anni fa, sei metri nel 2009, tre metri nel 2013, 4,50 nel 2014. E solo 38 centimetri nel 2017, quando la media empirica nel giardino di casa De Candido è di un metro e mezzo ogni inverno.

   «Dopo il disastro abbiamo incontrato la Regione», ricorda De Mattia, «ci hanno detto subito: di soldi non ce ne sono. Così stiamo facendo da soli. Ma servirebbe un sostegno finanziario per aprire nuove piste temporanee nei versanti più lontani. Non tutti i boschi sono raggiungibili dai mezzi e il prezzo così basso del legname non ci permette investimenti. Ecco, siamo arrivati. Guardi in fondo al burrone». La lunga storia di disastri naturali che ha colpito l’Italia non ha mai mostrato nulla di simile. È come se nel cielo qui sopra fosse scoppiata la bomba atomica. Ettari di abeti, tutti schiantati. Verso Est, verso Nord, Verso Ovest. E da questo silenzio immobile anche gli animali se ne sono andati. (Fabrizio Gatti)

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COME SONO MESSE LE FORESTE DELLE DOLOMITI

– Colloquio con RAFAELE CAVALLI, direttore del Tesaf, il dipartimento di Agricoltura e foreste dell’Università di Padova, da https://www.ilpost.it/, 19/6/2019 –

– La tempesta di ottobre (2018) ha abbattuto 8 milioni di metri cubi di legname, che dev’essere recuperato prima che arrivino i parassiti: a che punto siamo, e cosa si farà dopo –

   Tra il 26 e il 30 ottobre del 2018 alcuni giorni consecutivi di temporali e venti molto forti, chiamati dai meteorologi “tempesta Vaia”, hanno provocato ingenti danni su tutto il Triveneto, colpendo in particolare le foreste alpine delle Dolomiti. Si stima che in quei giorni le forti piogge e soprattutto i venti di scirocco molto intensi, che hanno raggiunto velocità superiori ai 200 km orari, abbiano abbattuto 8,5 milioni di metri cubi di legname, un dato mai registrato in Italia, su una superficie di 41mila ettari di terreno. Federforeste e Coldiretti hanno ipotizzato che il numero totale degli alberi abbattuti sia 14 milioni.

   La regione più colpita è stata il Veneto, il cui presidente, Luca Zaia, aveva stimato danni per 1,7 miliardi di euro. Il Trentino-Alto Adige ha stimato invece danni per 400 milioni di euro, mentre in Friuli Venezia Giulia si è parlato di 615 milioni di euro. In maniera meno grave è stata coinvolta anche la Lombardia, i cui danni sono stati quantificati in 40 milioni di euro. Tutti questi milioni di alberi oggi sono legname a terra: vanno tagliati e trasportati altrove, innanzitutto, ma non è una cosa semplice.

   Il problema iniziale è stato capire cosa fare degli alberi abbattuti. Se lasciarli dove sono a decomporre comporta la possibilità che diventino pericolosi nel caso di frane e valanghe, rimuoverli permetterà di rimettere in sicurezza i luoghi dove sono caduti e anche di non sprecare il legno, trattandolo e vendendolo prima che i parassiti lo infestino e lo rendano inutilizzabile. Inoltre la rimozione gli alberi permetterà di liberare lo spazio necessario per poter piantarne di nuovi o permettere all’ecosistema di fare il suo corso e rigenerarsi senza l’intervento dell’uomo.

COSA SI STA FACENDO
ANTONIO BRUNORI – segretario generale di PEFC Italia, associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC, il Programma internazionale di Valutazione degli schemi di certificazione forestale – ha detto che al momento si stima siano stati tagliati in tutto 3,5 milioni di metri cubi di legname (alcuni solo allestiti a bordo strada, in attesa di essere venduti). Alcune aree, come l’Alto Adige, sono più avanti di altre, sia grazie a un settore privato molto efficiente e con una produttività molto elevata, sia grazie ai contributi che sono stati forniti dalla regione ai proprietari dei terreni per i metri cubi esboscati (dai 9 ai 12 euro al metro cubo), in modo da prevenire gli attacchi dei parassiti sul legname a terra.

   Per aiutare le regioni coinvolte a recuperare il legno abbattuto dalla “tempesta Vaia”, nell’ultima legge di bilancio il governo ha inserito un contributo sotto forma di “voucher” per soggetti pubblici e privati interessati dagli eventi di ottobre, pari al 50 per cento dei costi sostenuti e documentati per la rimozione e il recupero di alberi o di tronchi, con un limite di spesa massimo di 3 milioni di euro per il 2019.

   Per quanto riguarda i tempi della raccolta del legname ancora a terra, Brunori ha spiegato che i primi tronchi a essere raccolti sono stati quelli più vicini alle strade, sia perché più facilmente accessibili sia per la messa in sicurezza dei centri abitati, mentre per la rimozione del legname nelle aree interne i tempi potrebbero allungarsi. Brunori ha anche spiegato che non tutto il legno che è stato schiantato dal vento di ottobre verrà esboscato.

   Gli esperti stimano che ci potrebbero volere tre anni per togliere dai boschi tutto il legname abbattuto, dopodiché il materiale sarà talmente deteriorato da non essere più utilizzabile. Questo lavoro però va fatto in fretta, a causa del rischio che nei tronchi abbattuti proliferino PARASSITI – COME IL BOSTRICO, un INSETTO CHE INFESTA SOPRATTUTTO GLI ABETI ROSSI – che distruggano il legname. In alcuni casi, infatti, i boschi si trovano in zone interne e difficili da raggiungere per le imprese di esbosco: in altri casi invece i tronchi non sono in buone condizioni e non vale la pena raccoglierli.

   Secondo ALESSANDRO WOLYNSKI – direttore dell’Ufficio pianificazione, selvicoltura, economia forestale della Provincia di Trento – nel solo Trentino sono stati abbattuti almeno tre milioni di metri cubi di alberi, contro i 500mila metri cubi che si prelevano ogni anno di norma. Il problema è trovare imprese di esbosco e segherie che lavorino tali quantità, e in mancanza bisognerà rivolgersi all’estero.

IL MERCATO DEL LEGNO
FRANCESCO DELLAGIACOMA, vicepresidente di PEFC Italia, ha spiegato che la conseguenza principale sull’economia dei territori colpiti è la difficoltà nella gestione del legname buttato giù dalla “tempesta Vaia”. In Trentino, ha detto Dellagiacoma, «né le ditte locali di boscaioli né le segherie da sole sono in grado di assorbire una tale quantità di legname», e per questo in alcuni casi sono intervenuti boscaioli stranieri per cercare di sostenere quelli italiani.

   Un altro problema è che con quantità così grandi di legno da mettere sul mercato, i prezzi sono crollati. Dellagiacoma ha spiegato che esistono due tipi di vendita del legname: “IN PIEDI” o “A STRADA”. Nel primo caso il proprietario del lotto di bosco (spesso un ente pubblico) si affida per l’esbosco alla ditta interessata all’acquisto di legname, mentre nel secondo è lo stesso proprietario a occuparsi con mezzi propri delle operazioni, vendendo poi il legname in piazzali di accatastamento o a bordo strada.

   In Trentino, per esempio, prima della “tempesta Vaia” nelle vendite in piedi gli alberi avevano in media un prezzo di 60 euro al metro cubo, mentre dopo Vaia il prezzo è sceso a circa 25 euro al metro cubo. Come sottolinea Dellagiacoma, però, si parla di due materiali diversi: nel primo caso erano alberi selezionati, e tendenzialmente molto grossi, mentre nel secondo si tratta di piante non selezionate, e in molti casi più piccole, in condizioni peggiori e più pericolose da raccogliere perché ammucchiate. Per quanto riguarda la vendita a strada, sempre in Trentino, si è passati da circa i 90-95 euro al metro cubo ai 65 euro attuali.

   Nonostante le foreste del nostro paese siano significativamente aumentate negli ultimi cinquant’anni (abbiamo una percentuale del territorio coperto da foreste superiore a quello di Francia e Germania), l’Italia continua a importare gran parte del legname da lavorare. Per questo motivo PEFC Italia ha deciso di sfruttare la “tempesta Vaia” per rivitalizzare l’industria: ha lanciato l’iniziativa “Filiera Solidale”, invitando le imprese del settore e i consumatori ad acquistare il legno proveniente dai danni causati dalla “tempesta Vaia” a prezzi equi. Finora hanno aderito all’iniziativa una cinquantina di aziende, e alcuni dei prodotti realizzati con quel legno si possono acquistare sul sito buynet.it dove sono segnalati con la dicitura “Vaia”.

COSA HA CAUSATO LA “TEMPESTA VAIA”
In un articolo pubblicato su Forest@ – rivista della Società italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) – RENZO MOTTA, professore presso il dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, ha spiegato che le cause dell’abbattimento di un così gran numero di alberi sono da attribuire principalmente all’intensità del vento. È un fenomeno raro ma non mai visto: negli ultimi 30 anni in Europa ci sono stati almeno quattro casi più gravi: nel 1990 la tempesta “Viviane” abbatté in Europa circa 70 milioni di metri cubi di legno.

   Motta spiega che l’intensità e la velocità del vento potrebbero essere dovute ai cambiamenti climatici degli ultimi anni. In particolare l’estate del 2018, molto più calda della media, avrebbe portato a un riscaldamento prolungato delle acque del Mediterraneo e potrebbe spiegare «la particolare intensità del dislivello barometrico osservato». C’è poi un altro aspetto che avrebbe contribuito all’abbattimento degli alberi, e cioè la popolazione forestale composta da un solo tipo di albero (come in Val di Fiemme, dove le foreste sono abitate soprattutto da abeti rossi). «Popolamenti puri, monostratificati e densi», spiega Motta, «sono più facilmente schiantati rispetto a popolamenti misti e pluristratificati».

   È della stessa opinione anche GHERARDO CHIRICI, professore di Inventari Forestali e Telerilevamento all’Università di Firenze, che aveva coordinato il gruppo di lavoro di 47 esperti incaricato di stimare i danni a partire dalle immagini satellitari, e che lo scorso marzo a Linkiesta aveva spiegato che «la monocoltura crea problemi, mentre i boschi misti, non solo per composizione delle specie ma anche per struttura ed età come sono quelli che crescono naturalmente, di fronte alle raffiche di vento interrompono l’effetto domino delle piante che cadono l’una sull’altra».

   MARCO BORGHETTI, professore di Ecologia forestale e silvicoltura all’Università della Basilicata, ha spiegato che quando la velocità del vento supera certe soglie, nessun albero sta in piedi, aggiungendo che però certe zone coltivate artificialmente con un solo tipo di albero sono più esposte a subire danni. «Gran parte degli alberi caduti a ottobre si trovavano infatti in boschi artificiali di abete rosso, che risultano particolarmente vulnerabili, e che sono venuti giù come in un effetto domino», ha detto Borghetti. «Al contrario, sono caduti pochissimi larici, che hanno un apparato radicale profondo con un ancoraggio molto tenace, mente l’abete rosso ha un apparato radicale superficiale».

   Questo sarà un aspetto da tenere in considerazione per il ripopolamento dei boschi distrutti dalla tempesta. Bisognerà soprattutto valutare quanto sia utile piantare nuovi alberi nelle zone colpite dal maltempo. A questo proposito gli esperti del settore sono prevalentemente d’accordo sul fatto che il ripopolamento della vegetazione delle zone colpite dalla “tempesta Vaia” dovrà avvenire solo in parte artificialmente, laddove c’è l’urgenza della presenza di alberi per problemi di protezione idrogeologica (per esempio per proteggere da valanghe e caduta di massi).

   Nella maggior parte dei casi invece si dovrà fare affidamento sulla capacità della foresta di ricostituirsi naturalmente. «Questo processo garantirà nel lungo periodo delle foreste più resilienti (non resistenti, perché poi gli alberi vengono giù lo stesso con il vento), ma essendoci alberi di tipo diverso, riusciranno a reagire più efficacemente al vento intenso», ha spiegato al Post Borghetti. (da https://www.ilpost.it/)

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DOPO LA TEMPESTA: ECCO COME IL TRIVENETO STA RICOSTRUENDO LE SUE FORESTE (PIÙ DIVERSE E PIÙ NATURALI)

da https://www.linkiesta.it/, 15/3/2019

La tempesta “Vaia” che si è abbattuta sul triveneto a ottobre 2018, abbattendo oltre 45mila ettari di foresta, è stata un disastro senza precedenti. – E quel che è peggio è che si ripeterà. La soluzione per la riforestazione? Piantare specie diverse di alberi, soprattutto faggi, larici e abeti bianchi. –

   “L’evento di maggior impatto agli ecosistemi forestali mai registrato fino ad oggi in Italia”. Così l’hanno definita 47 fra ricercatori, scienziati e tecnici forestali coordinati dall’Università di Firenze, parlando della depressione che sabato 27 ottobre 2018 si è sviluppata tra il Baltico e il Mediterraneo occidentale.

   Il 15 febbraio hanno pubblicato un articolo sulla Rivisita italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale per fare il punto e la stima dei danni alle foreste italiane creati dalla cosiddetta tempesta “Vaia”.

   In triveneto e nel nord-est l’evento meteo («d’intensità definibile come epocale, nel senso di fuori dalle statistiche storiche di un determinato territorio» lo ha definito nei giorni successivi la meteorologa Serena Giacomin intervistata da Linkiesta) ha portato venti a 200 chilometri orari. Solo in Friuli sono caduti 900 ml di pioggia in 72 ore, più di quanta ne cada a Milano in un intero anno. La fotografia fatta dai 47 esperti ora parla di 494 comuni interessati da “Vaia”. Danni consistenti o la completa distruzione del bosco hanno riguardato 42.525 ettari di superficie forestale e circa 8,5 milioni di metri cubi di legname caduto a terra. La stima non è definitiva ma a oggi le regioni più colpite per ordine di grandezza sono Trentino, Veneto, Lombardia, Alto Adige e Friuli. È stata la prima volta di un evento di questa intensità a sud delle Alpi. Non l’ultima.

   Chi studia il clima e i cambiamenti climatici è concorde: può ricapitare di avere venti a quelle velocità e piogge di quell’intensità. Le domande quindi ora diventano altre: che fare oggi per ricostituire le foreste danneggiate? Quale tipo di pianificazione mettere in atto per ottenere boschi che, di fronte a eventi come “Vaia” in futuro, subiscano danni ambientali ed economici minori?

   «La diversità del bosco può fare la differenza» – dice a Linkiesta il professore Gherardo Chirici dell’Università di Firenze, che ha coordinato per conto del ministero il gruppo di lavoro di 47 esperti incaricato di stimare i danni, a partire dalle immagini satellitari a disposizione –. La quantità di danni più elevata si è verificata perché abbiamo delle superfici di bosco tutte uguali, anche a causa di scelte prese negli anni ’30, ’40 e ’50 in contesti differenti da quelli di oggi». Per Chirici «la monocoltura crea problemi, mentre i boschi misti, non solo per composizione delle specie ma anche per struttura ed età come sono quelli che crescono naturalmente, di fronte alle raffiche di vento interrompono l’effetto domino delle piante che cadono l’una sull’altra». «Nessuno ha delle verità certe in tasca, perché gli effetti delle scelte prese oggi si vedono almeno fra 100 anni, ma una gestione più orientata a una maggiore naturalità dei boschi crea superiore resistenza a qualunque agente di disturbo, che siano i danni del vento o gli incendi».

   «Con venti a 160 chilometri orari non c’è bosco che tenga – dice Alessandro Wolynski, responsabile dell’ufficio Pianificazione, Selvicoltura ed Economia Forestale della Provincia Autonoma di Trento –. Ma è inevitabile che bisognerà ripensare non tanto alla pianificazione in sé, quanto alla modalità e alla forma della pianificazione». Esempi? «Ci sono situazioni sul territorio trentino in cui l’abete rosso è caduto, mentre il larice è rimasto in piedi perché ha un apparato radicale che si ancora meglio al terreno. Mettere larice al posto dell’abete rosso è qualcosa che verrà fatto, come primo inizio di rimboschimento».

   Di certo la Provincia di Trento non punta a intervenire artificialmente dappertutto. «Non è fattibile per i costi di ripristino che considerando le migliori condizioni possibili ammonterebbero a 100 milioni di euro – spiega Wolynski: Quindi per una certa quota ci si baserà sulla rinnovazione spontanea e la capacità della natura di recuperare spazio, partendo dai boschi limitrofi. Allo stesso tempo lasciare che sia solo la natura a fare il suo corso e trovare equilibri può anche essere teoricamente corretto, ma dal punto di vista pratico comporta problemi: la protezione dei terreni sottostanti, degli abitati e delle case. Per quei luoghi non possiamo permetterci di aspettare 20 anni in più».

   «Lasciar fare tutto alla natura? È azzardato» dice Francesco Della Giacoma, ex responsabile del demanio forestale Fiemme-Primiero (fra i più colpiti dalla tempesta) e oggi vice Presidente di Pefc Italia, la più grande organizzazione al mondo di certificazione forestale. «In prospettiva dei cambiamenti climatici avere la rinnovazione naturale significa anche ottenere un patrimonio genetico più ricco di piante alpine e di certo è una rinnovazione che crea spazi per le specie pioniere. Ma dal punto di vista idrogeologico ci sono aree specifiche in cui è necessario integrare subito le protezioni per caduta massi o valanghe in base a pendenza, esposizioni, quote». Sulla ricostituzione del bosco dice Della Giacoma che «la selvicoltura è già cambiata: un tempo si piantavano solo pini e abeti rossi, sopratutto dopo la prima Guerra Mondiale, mentre ora c’è spazio per boschi meno coetanei (dove non tutte le piante hanno la stessa età, NdR) e più irregolari» e che tuttavia «non si può pensare di lasciare il ciclo naturale su 40mila ettari, perché si rischiano pesanti attacchi parassitari».

   Cosa piantare? «Spazio per le specie come larice, a certe condizioni il faggio ma anche l’abete bianco è interessante per integrare e creare dei nuclei, perché ha un apparato radicale più resistente. Non è in discussione la selvicoltura degli ultimi 50 anni, però la pianificazione deve tenere conto del fatto che eventi come “Vaia” possono succedere ancora, quindi serve maggiore flessibilità». Più in generale «ci sono due ordini di problemi e preoccupazioni – spiega Davide Pettenella, docente del Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali all’Università di Padova –. Il primo è che nella modalità ordinaria di pianificazione forestale la possibilità di eventi eccezionali, come schianti di grandi dimensioni, generalmente non viene contemplata, non si prevedono misure specifiche. Per questo siamo arrivati impreparati a “Vaia”, mentre già nel 1999 in Francia e Germania sono caduti a terra più di 150milioni di metri cubi di legname, quindici volte tanto le cifre di cui stiamo parlando oggi».

   «Il secondo – prosegue Pettenella – riguarda gli indirizzi gestionali: l’attenzione alla diversificazione delle specie e alla creazione di foreste miste c’è stata negli ultimi decenni, però va considerato il gap crescente fra ciò che viene prescritto sulla carta e ciò che si fa concretamente, sopratutto nella logica del non fare e dell’abbandono. I tagli vengono effettuati solo quando convengono e per questa ragione c’è chi va in giro dicendo che la natura ha fatto ciò che l’uomo non ha avuto il coraggio di fare: sulle quote elevate è un conto, ma in zone di fondo falle e sulle quote basse non si può fingere che non ci sia una responsabilità gestionale sui boschi molto densi, coetanei e mono specifici che sono caduti».

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http://www.arpa.fvg.it/export/sites/default/tema/aria/utilita/Documenti_e_presentazioni/tecnico_scientifiche_docs/2019lug18_arpafvg_uniud_tesi_sguazzin_analisi_meteo_ambiente_ciclone_vaia.pdf

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SELVICOLTURA E SCHIANTI DA VENTO. IL CASO DELLA “TEMPESTA VAIA”

di Renzo Motta, Davide Ascoli, Piermaria Corona, Marco Marchetti, Giorgio Vacchiano

da http://foresta.sisef.org/,  dicembre 2018

   Tra il 28 ed il 30 ottobre 2018 ampie zone delle Alpi orientali sono state interessate da venti che hanno superato i 200 km h-1 ed hanno provocato dei danni gravissimi alle foreste in particolare della Lombardia, del Veneto, del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia-Giulia.

   L’evento, chiamato dai metereologici “tempesta Vaia”, ha provocato, secondo le prime stime, l’abbattimento di 6-8 milioni di metri cubi di legname ed è sicuramente il più importante disturbo da vento avvenuto recentemente in Italia, anche perché ha interessato foreste che, oltre ad essere tra le più belle e famose delle Alpi, fanno parte di un paesaggio che è un patrimonio culturale e naturalistico di valore inestimabile e allarghiamo il nostro orizzonte spazio-temporale, osserviamo però che eventi come quello descritto non sono così rari e così lontani dalle nostre regioni.

   Il vento in Europa è il principale fattore di disturbo e agente di danno agli alberi (oltre il 50% del totale) con una media di due tempeste catastrofiche, come quella che ha colpito il Trentino, ogni anno. In totale, il volume di bosco distrutto dal vento in Europa è di circa 38 milioni di metri cubi all’anno. In confronto, gli incendi sono responsabili del 16% dei danni subiti da boschi e foreste, cioè il vento fa tre volte i danni prodotti dalle fiamme.

   Il nord-est è stato interessato in tempi relativamente recenti (4 novembre 1966) da un altro evento avente una magnitudo paragonabile alla tempesta Vaia. In quel caso furono atterrati solo in Trentino circa 700.000 metri cubi di legname oltre a 1.300.000 metri cubi nella vicina Austria.

   Anche escludendo eventi più remoti, di cui pure si ricordano le conseguenze ancora oggi, negli ultimi 30 anni, un periodo relativamente ridotto se rapportato alle dinamiche forestali, in Europa si sono verificati almeno quattro fenomeni che hanno avuto un impatto molto superiore a quello che ha interessato le regioni del nord-est.

   Ma quali sono i fattori che influenzano il verificarsi di così importanti danni alla foresta da parte del vento?

I fattori possono essere divisi in 4 gruppi: (1) condizioni meteorologiche, (2) condizioni stazionali, (3) topografia e (4) struttura del popolamento forestale.

   Dal punto di vista della struttura è evidente che ci sono popolamenti più facilmente interessati da schianti (considerando sia i ribaltamenti e sia le stroncature) rispetto ad altri. In questo caso i fattori importanti sono l’altezza dell’albero (le probabilità di schianto aumentano in modo esponenziale con l’altezza dell’albero, la specie (il tipo di apparato radicale, la forma della chioma e la resistenza meccanica del fusto), le condizioni fitosanitarie e la struttura verticale del popolamento (popolamenti puri, monostratificati e densi sono più facilmente schiantati rispetto a popolamenti misti e pluristratificati.

   In Italia ci sono aree che storicamente, sia per fattori meteorologici, topografici e stazionali e sia per la struttura dei popolamenti forestali, sono particolarmente sensibili ai danni da vento. Tra queste sicuramente si può citare la Valle di Fiemme, dove il problema della vulnerabilità delle estese foreste monostratificate di abete rosso è oggetto di discussione da anni.

   Gli schianti da vento dell’ottobre 2018 hanno però interessato una grande varietà di categorie forestali (pinete, peccete montane pure, peccete subalpine, peccete miste, boschi misti del piano montano con abete, peccio e faggio), tipi strutturali (foreste monostratificate, pluristratificate, pure, miste ed anche cedui) e di settori altitudinali. Infatti, quando il vento supera una certa soglia, i fattori strutturali (altezza dell’albero, specie, diametro, coefficiente di snellezza, struttura del popolamento) svolgono un ruolo marginale, in quanto le forze di resistenza dell’albero sono di gran lunga inferiori a quelle esercitate dalla massa d’aria.   Questa soglia è stata calcolata in circa 94-100 km h-1, o circa 26 m s-1 per il singolo albero, e può salire fino a circa 150 km h-1 , o circa 42 m s-1, per boschi particolarmente resistenti. Al di sotto di questi limiti la vulnerabilità degli alberi e dei boschi ai danni da vento può essere significativamente ridotta con una attenta gestione forestale mentre al di sopra della soglia i popolamenti forestali, indipendentemente dalla struttura e composizione, non sono in grado di resistere alla forza del vento.

   La magnitudo e la frequenza di eventi meteorologici di forte intensità sta però cambiando a causa dei cambiamenti climatici in atto. Nel caso di Vaia, l’attribuzione quantitativa di una relazione tra velocità del vento e cambiamenti climatici è difficile, ma il ruolo di un’estate assai più calda della media e il conseguente riscaldamento prolungato delle acque del Mediterraneo è un forte candidato a spiegare la particolare intensità del dislivello barometrico osservato.

   Parallelamente, negli ultimi decenni è aumentata anche la vulnerabilità delle foreste europee agli schianti da vento (ed agli incendi) in quanto è aumentata la superficie coperta da foreste, la biomassa per unità di superficie, l’età media e l’altezza media dei popolamenti forestali.

   Con l’aumento di frequenza e intensità dei disturbi, occorrerà tenere in maggiore considerazione anche le interazioni che possono verificarsi tra diversi agenti: eventi severi come quello osservato recentemente nel nord-est italiano potrebbero avere altre conseguenze, come le pullulazioni di bostrico che si verificheranno con tutta probabilità al termine della prossima primavera o la diffusione di incendi boschivi.

   Gli schianti da vento sono comunque un fenomeno naturale e la maggior parte delle foreste danneggiate sono in grado, con i tempi delle dinamiche forestali, di rinnovarsi e di ricrescere. Tuttavia è evidente che in molte situazioni, sia per le funzioni ecosistemiche richieste e sia per la necessità di garantire sicurezza ed adeguata qualità della vita alle popolazioni locali, è necessario intervenire per ritornare, nel più breve tempo possibile, ad una copertura forestale adeguata. In questi ultimi decenni le Alpi, soprattutto nel versante nord, sono state interessate da diverse tempeste che hanno permesso di acquisire esperienze e dati quantitativi sulle modalità di ripristino. Ad esempio la tempesta Viviane del 1990 in Svizzera ha provocato danni maggiori di Vaia, ed ha permesso di analizzare performances della rinnovazione artificiale e della rinnovazione naturale, modalità (quantitative e qualitative) di rimozione del materiale schiantato, e impatto degli ungulati selvatici.

Partendo da questa e da altre esperienze recenti il recupero e la ricostituzione del bosco, deve partire da una analisi quantitativa e qualitativa delle aree interessate dalla presenza di schianti e prevedere una priorità di intervento partendo da a) ricostituzione delle foreste che svolgono una funzione di protezione diretta nei confronti di caduta massi, frane e valanghe; b) gestione delle aste fluviali e c) regimazione dei bacini montani.

Già a partire dalle fasi di sgombero del materiale schiantato è necessario tenere conto anche della funzionalità bio-ecologica del bosco e della sua complessità, elemento indispensabile per garantire maggiore resistenza e resilienza ai popolamenti forestali. Sotto questo aspetto è opportuno osservare le dinamiche naturali in atto (ad esempio disponibilità di alberi porta seme ed annate di pasciona) e favorire, dove possibile, i processi di rinnovazione naturale; nello stesso tempo è opportuno rilasciare una adeguata quota di legacies cioè di residui di legno morto ed alberi vivi, pur tenendo conto dei pericoli di pullulazione di insetti e di diffusione di incendi. In Svizzera ed in Valle d’Aosta il rilascio di queste legacies è risultato molto positivo sia nei confronti della biodiversità che nei confronti della protezione e facilitazione nell’insediamento della rinnovazione. Gli effetti del salvage logging (recupero di legname dopo un disturbo naturale) possono, in assenza di precauzioni, provocare danni ambientali come è stato ampiamente discusso e dimostrato in questi ultimi decenni.

Gli schianti da vento, come molti disturbi naturali, provocano dei danni economici e sono degli importanti fattori di rischio per la popolazione ma, dal punto di vista ecologico, rappresentano un nuovo inizio ed una nuova opportunità per l’ecosistema. Allo stesso modo un evento come quello verificatesi alla fine di ottobre 2018 può essere un’occasione anche per l’uomo. Superata la fase di emergenza, che in questo momento è prioritaria rispetto a ogni altra considerazione, Vaia fornirà l’occasione per adeguare strutture e gestione forestale agli scenari di cambiamento climatico. Infatti, se da un lato dobbiamo riconoscere che con venti che superano i 200 km h-1 (schianti 2018) o con lunghi periodi di siccità e temperature elevate (incendi del 2017) è praticamente impossibile evitare danni ai boschi, é però nostra responsabilità lavorare per aumentare la resistenza e la resilienza dei popolamenti forestali a disturbi di minore intensità che, a causa del cambiamento climatico, aumenteranno di frequenza nei prossimi decenni. (Renzo Motta, Davide Ascoli, Piermaria Corona, Marco Marchetti, Giorgio Vacchiano, da http://foresta.sisef.org/,  dicembre 2018)

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DA VAIA AD UNA NUOVA VITA: I PRODOTTI DELLA FILIERA SOLIDALE ARRIVANO SUL MERCATO ONLINE E SULLE SPIAGGE ITALIANE

di Luca Rossi, da https://www.pefc.it/, 7/5/2019

– Gli alberi abbattuti da VAIA hanno seguito il percorso più virtuoso e sono diventati oggetti d’arredo e di edilizia. –
La Filiera Solidale promossa e realizzata dal PEFC Italia sta raggiungendo il suo obiettivo dal momento che alcune aziende di trasformazione hanno acquistato il legno proveniente dalle zone colpite dalla tempesta e ne hanno ottenuto prodotti che sono ora disponibili sul mercato, anche online.
Sul sito https://www.buynet.it/home/ è disponibile, ad esempio, una vasta gamma di prodotti ottenuti dal legno degli alberi caduti a causa della tempesta, come pavimenti e recinzioni per esterni, fioriere, mobili, strutture e accessori, riconoscibili dal logo “Vaia 2018” grazie al quale si è certi di effettuare un acquisto che aiuta i proprietari forestali e una filiera che in questo momento ne hanno estremamente bisogno.
Anche le spiagge del “bel Paese” saranno arredate da attrezzature in legno costruite con legno recuperato dalle foreste abbattute nell’ottobre 2018 grazie a Legnolandia, che è tra le imprese del settore che hanno aderito al progetto, e che lo sta facendo conoscere concretamente già sui litorali del Nordest.
Acquistare prodotti derivanti dal legno della tempesta è quindi un’occasione non solo per salvare il salvabile all’interno di un evento di per sé tragico, ma anche per tornare a valorizzare i prodotti italiani e a distanza prossimale.
Ancora una volta la dimostrazione di come un piccolo gesto di attenzione da parte dei consumatori in fase di acquisto può avere degli effetti benefici sulle realtà socio-economiche locali. (Luca Rossi)

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TEMPESTA VAIA, ”ORA I TURISTI HANNO CAPITO LA PORTATA DELLA PIÙ GRANDE CATASTROFE FORESTALE ITALIANA. IL MINISTERO CONVOCHI GLI ENTI LOCALI”

21 agosto 2019, da https://www.ildolomiti.it/

– Gli effetti della tempesta Vaia sono 41 mila ettari di boschi rasi al suolo, 16 milioni di alberi, 8,6 milioni di metri cubi di legno abbattuti in pochi minuti da raffiche di vento fino a 190 km/h tra Trentino e Alto Adige, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Uncem e Aiel: “A disposizione per rivedere i piani strategici in collaborazione con istituzioni, enti locali e università” –

TRENTO. “Le persone che sono salite nelle valli, nelle località turistiche, negli alberghi e nei rifugi, hanno visto gli effetti della più grande catastrofe forestale italiana“, dicono Domenico Brugnoni, presidente dell’associazione italiana energie agroforestali, e Marco Bussone, presidente nazionale Uncem, che aggiungono: “I turisti che hanno guardato distrattamente quanto successo in televisione, forse non avevano compreso la reale portata dell’evento, ma vedendola direttamente, hanno compreso quanto sia grave la situazione e quanto sia necessario intervenire sull’intero sistema, senza perdere tempo“.

   Sono, infatti, centinaia di migliaia i turisti che in questi mesi estivi hanno visto in prima persona gli effetti, drammatici, della tempesta Vaia: 41 mila ettari di boschi rasi al suolo, 16 milioni di alberi, 8,6 milioni di metri cubi di legno abbattuti in pochi minuti da raffiche di vento fino a 190 km/h tra Trentino e Alto Adige, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia.

   Le associazioni Aiel e Uncem sono impegnate su numerosi fronti istituzionali e operativi lungo la filiera forestale. Il post-emergenza Vaia è tra le maggiori criticità da gestire in stretto accordo con le Università e i soggetti istituzionali che si occupano del ripristino.

   “In diverse occasioni di convegni dedicati al ripristino di quei boschi abbiamo evidenziato come la tempesta Vaia sia un effetto dei cambiamenti climatici in atto – spiegano Bussone e Brugnoni -. Non è un evento isolato, potrà ripetersi, e dobbiamo farci trovare preparati. Questo va spiegato a tutto il Paese, non solo agli addetti ai lavori“.

   Una materia che dovrebbe essere maggiormente presa in considerazione anche dalla politica a Roma. “Il ruolo delle istituzioni è fondamentale – proseguono i vertici di Uncem e Aiel -. Nel post tempesta Vaia hanno agito, ma non sempre in modo organico attraverso il dialogo e il confronto per trovare le soluzioni. Lo scolitide dell’abete rosso, principale insetto che minaccia il legname schiantato, oggi rischia di compromettere anche le foreste dei territori colpiti e rimaste in piedi. Per questo proponiamo che in sede ministeriale debba essere convocato urgentemente un tavolo con Regioni, Enti locali, rappresentanti di imprese, associazioni e università per fare il punto su cosa si sta facendo e cosa va fatto”.

   Un altro fronte è quello della comunicazione. “Serve una campagna informativa – evidenziano Brugnoni e Bussone – in quanto i turisti arrivati in questi giorni nelle valli sanno pochissimo di quanto successo. Non sono a conoscenza di quanto si sta facendo per gestire quella porzione di patrimonio danneggiato. E’ anche molto importante far comprendere che questo grave evento non deve togliere attenzione al tema più generale della gestione attiva dell’intero nostro patrimonio forestale costituito da 11 milioni di ettari di boschi, più di un terzo di tutta la superficie del nostro Paese, che vanno governati e non abbandonati. Solo così potranno essere valorizzati i beni che ci fornisce il bosco i servizi ecosistemici e lo sviluppo locale”.

   Un ultimo ambito urgente che necessita un piano d’azione è quello legato all’attuazione del Testo unico forestale. “La tempesta Vaia ci insegna – concludono Brugnoni e Bussone – che un bosco gestito è più resiliente, ma serve anche un piano per la gestione degli eventi estremi e un adeguamento della pianificazione forestale per affrontare nel lungo periodo situazioni analoghe. Come Uncem e Aiel ci impegniamo a portare il nostro contributo nei tavoli tecnici a supporto della predisposizione dei  decreti attuativi della nuova legge forestale nazionale, in particolare sulla Strategia forestale”.

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AD ASIAGO GLI SCHIANTI DI VAIA DIVENGONO IL RACCONTO DELLA MEMORIA

da www.tviweb.it/, 30/9/2019

   Asiago riparte dall’autunno e dal ricordo. Ad un anno da quel giorno di ottobre in cui la tempesta Vaia colpì il territorio causando, in poche ore, l’abbattimento di 14 milioni di alberi, il Comune di Asiago trasforma in ricordo e speranza le ferite inferte sul suolo e nell’animo della popolazione.

LA RINASCITA DOPO VAIA

Al Museo Le Carceri di Asiago, dal 27 ottobre al 6 gennaio 2020, si potrà visitare la mostra “Il senso di Vaia”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti da Vaia. Scenografie verdi, profumi, suoni ed esperienze tattili accoglieranno il visitatore in un viaggio culturale che si fa strumento di riflessione.

   Le installazioni sono dell’artista scledense Paolo Ceola (www.paoloceola.com ) ed è presentata in collaborazione con l’associazione NaturalArte (www.naturalarte.it ) che promuove eventi e simposi internazionali di arte naturale per sensibilizzare sulle tematiche ambientali (tra cui il sentiero SelvArt a Mezzaselva di Roana). I curatori scientifici sono Gianni Rigoni Stern e Daniele Zovi.

   La mostra è organizzata grazie al sostegno del Comune di Asiago. “In poche ore la vita del nostro territorio – ricorda il Sindaco Roberto Rigoni Stern – è cambiata per sempre e, con essa, anche la percezione di come la forza della natura sia incontrastabile. Ripartire, con una consapevolezza nuova, è stata da subito una priorità ed un forte collante per l’identità della nostra comunità”. Il Comune, anche con le sue diverse attività improntate ad un’attenta politica green, è da tempo impegnato nella consapevolezza ambientale e nella salvaguar­dia del suo patrimonio boschivo unico al mondo: “La tempesta Vaia può aver svalutato economicamente questa risorsa, ma ne ha aumentato in maniera esponenziale il valore simbolico e vitale per l’intera umanità” – dice Nicola Lobbia, Assessore al Turismo del Comune di Asiago – “Per questo crediamo fortemente nella missione di questa mostra come rinascita collettiva e sociale”.

SPERANZA E MEMORIA

Sui diversi livelli del Museo la mostra declina la nuova visione della Vita riletta con la chiave della speranza: al piano terra, lungo il grande corridoio, 14 alberi con nodi ed intrecci ed i tronchi “schiantati” dalla furia di Vaia, si vestono di nuova vita, grazie ad un letto di sottobosco ed all’oro di una vernice che ne cura quasi le ferite e, attraverso la tillandsia che adorna i tronchi, ne eterna il simbolo di perenne ricordo dell’insoluto. Il vero senso della cultura ecologica è creare connessioni: il linguaggio dell’arte è quello che, con più naturalezza, permette di instaurare un dialogo con la natura. Il vero senso di questa iniziativa è parlare di ecologia non attraverso toni catastrofici, ma con scoperta e stupore. Sullo sfondo una scultura in pasta marmorea, ispirata alle movenze del vento, ricorda e simboleggia l’azione di Vaia a confronto con la forza che “rigenera” e riporta a nuova vita gli alberi distrutti, rinsaldando così la speranza per un futuro possibile.

IL RUOLO DELL’ARTE

L’installazione prosegue con i linguaggi della multimedialità: ogni stanza propone un tema ed un linguaggio sensoriale per declinarlo. Si comincia con una installazione sonora esperienziale: in una stanza buia il suono del dolby surround avvolge il visitatore che potrà rivivere e percepire la distruzione di quelle fatidiche ore. A questo momento segue, nel percorso, un breve film che illustra la vita e il valore dei boschi di Asiago, attraverso la voce narrante di una giovane ragazza. Una serie di immagini di foto-arte racconta, poi, i boschi colpiti, fissando la prospettiva della distruzione con uno sguardo originale che riesce a cogliere inaspettate espressioni di una natura che rinasce da sé stessa.

   La successiva sezione espositiva propone, attraverso alcuni pannelli grafici, una lettura più scientifica, con una serie di idee e progetti per la riforestazione e il ripristino boschivo. Infine, ecco Naturalia, un libro, manoscritto da uomo e natura, che ha bisogno di due uomini per essere letto, con le sue pagine oversize tutte da sfogliare, favorendo così l’incontro fra i visitatori che si immergono in una riflessione corale sul senso e la fragilità degli ecosistemi e il valore della biodiversità.

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https://geograficamente.wordpress.com/2018/11/06/la-devastazione-delle-montagne-venete-anche-trentine-e-friulane-delluragano-di-vento-e-pioggia-del-29-ottobre-richiede-uno-sforzo-titanico-per-uscire-dallemergenza-la-ricostruzi/

 

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