QUANDO I BAMBINI DEL MERIDIONE vittime di guerra, rivolte e calamità, erano accolti al Nord: una politica solidale del passato – E’ possibile ora una politica solidale sull’immigrazione dal Sud del Mondo? 1-La pratica dei CORRIDOI UMANITARI, 2-Come rinnovare con garanzie sui diritti umani il MEMORANDUM Italia-Libia sui migranti?

“PASTA NERA. STORIE DI BAMBINI IN VIAGGIO TRA DUE ITALIE” (docu-film, 2011) – Nel dopoguerra 70.000 bambini meridionali in condizioni disperate vennero ospitati per lunghi periodi (talvolta per una vita intera) da famiglie italiane del centro-nord. Lo ha raccontato nel 2011 UN DOCUMENTARIO DI ALESSANDRO PIVA

PASTA NERA: Storie di bambini in viaggio tra due Italie (docu-film, 2011)

Pasta nera. Come e perché.

– L’eccezionale movimento collettivo di accoglienza delle famiglie emiliane, marchigiane e toscane che, grazie alla rete dei comitati di Solidarietà Democratica, accolsero come figli adottivi i bambini del Sud.

– La sorpresa dei “piccoli” meridionali rispetto agli agi e alle comodità a loro sconosciuti e l’integrazione in una società a loro vicina ideologicamente ma lontanissima come tenore di vita.

– La “scoperta” di un mondo culinario totalmente differente (il cioccolato, la brioche, le tagliatelle…) rispetto ai cibi poveri del Sud del dopoguerra.

– La felicità dei bambini nel comunicare tra loro nonostante la mancanza di una lingua comune determinata dall’utilizzo esclusivo dei rispettivi italiani dialettali.

– Il difficile ritorno dei bambini nella famiglia d’origine o la dolorosa scelta di alcuni di rimanere nella nuova realtà sociale appena conosciuta.

– Le vite parallele, dopo la liberazione dal carcere, delle famiglie meridionali e settentrionali accomunate da un’esperienza comune.

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“I TRENI DELLA FELICITA – Storie di bambini in viaggio tra due Italie” di GIOVANNI RINALDI, ed. CARTABIANCA, gennaio 2009, euro 10

I TRENI DELLA FELICITA’

   Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, anni fa si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali.

   Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati. Mezzo secolo dopo un cineasta, ALESSANDRO PIVA, e uno storico, GIOVANNI RINALDI, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario PASTA NERA e QUESTO LIBRO, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia.

   Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in UN’ALTRA ITALIA. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna.

   Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche LA STORIA DELLE «DUE ITALIE» e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.

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IL TRENO DEI BAMBINI, di VIOLA ARDONE (romanzo), ed. EINAUDI, settembre 2019, euro15

IL TRENO DEI BAMBINI – Viola Ardone (ROMANZO) – È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

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IMMIGRAZIONE DAL SUD DEL MONDO ADESSO: QUALI POLITICHE DI SOLIDARIETA’ SONO PRATICABILI? 

– LA PRATICA DEI CORRIDOI UMANITARI

– RIVEDERE SUBITO IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI

 

da https://www.sositalia.it.jpg

Migranti

CORRIDOI UMANITARI: COSA SONO E COME FUNZIONANO

da https://www.sositalia.it/news/, 29/6/2018

   I corridoi umanitari sono uno tra i tanti modelli di accoglienza che gli Stati Europei hanno a disposizione come alternativa sicura e legale ai viaggi della disperazione.

   I corridoi umanitari sono un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR).
In un’Europa tuttora incapace di dare una risposta significativa e corale alla tragedia del crescente numero di persone che muoiono nel tentativo di raggiungere la salvezza o sono esposte a gravi abusi e sfruttamenti, i corridoi umanitari sono una via sicura e legale per l’ingresso nel nostro Paese di persone richiedenti asilo.

Come funzionano i corridoi umanitari in 4 passi

   Il primo passo spetta alle associazioni proponenti, le quali inviano sul posto esperti e volontari che, attraverso contatti diretti nei Paesi interessati dal progetto o grazie a segnalazioni provenienti da attori locali (ONG, associazioni, organismi internazionali, chiese, ecc.), predispongono una lista di potenziali beneficiari.

Ogni segnalazione viene verificata dai responsabili delle associazioni per poi essere inviata al Ministero dell’Interno italiano per un ulteriore controllo.

   Terminati i controlli, le liste dei potenziali beneficiari sono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti le quali rilasciano, qualora ritenuto opportuno, dei “visti umanitari con validità territoriale limitata” (solo per l’Italia) ai sensi dell’art. 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009.

   Una volta arrivati in Italia, i profughi sono accolti dai promotori del progetto i quali, in collaborazione con altri partner, li ospitano in strutture disseminate sul territorio nazionale secondo il modello dell’“accoglienza diffusa” e offrono loro la possibilità di un’integrazione nel tessuto sociale e culturale, attraverso  l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minorenni e altre iniziative.

Gli effetti sulla sicurezza dei corridoi umanitari

Questo metodo di accoglienza offre una piena sicurezza per chi arriva e per chi accoglie: i migranti evitano i “viaggi della morte” e di finire intrappolati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Il Paese di ingresso, inoltre, può selezionare gli accessi attraverso gli attenti controlli effettuati dalle autorità preposte alla concessione dei visti.

Il progetto italiano

Il progetto “Apertura di corridoi umanitari” ha preso il via in Italia il 15 dicembre 2015  a seguito della firma di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il Governo italiano, ed è stato rinnovato il 7 novembre 2017.
Il progetto non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la sua realizzazione – dal sostegno economico per il trasferimento in Italia all’assistenza ai migranti una volta arrivati – provengono interamente dalle associazioni promotrici, in larga parte dall’otto per mille dell’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi e, per il resto, da altre raccolte e donazioni, come quelle arrivate a seguito di una campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.
I corridoi umanitari attivati verso il Libano e il Marocco a seguito del Protocollo sottoscritto nel 2015 hanno permesso, nel biennio 2016- 2017, l’arrivo in Italia dal Libano di 1.000 richiedenti asilo, in prevalenza di nazionalità siriana. Il primo corridoio umanitario effettuato dopo il rinnovo del Protocollo nel novembre 2017 ha portato in salvo 30 persone sbarcate a Roma Fiumicino.

La nostra esperienza nel Villaggio SOS di Saronno

Il Villaggio SOS di Saronno accoglie dal 27 ottobre 2017 una famiglia siriana di dieci persone giunta in Italia attraverso i corridoi umanitari predisposti dalla Comunità di Sant’Egidio. Il periodo di accoglienza durerà 2 anni, tempo considerato utile per l’acquisizione della lingua italiana, l’integrazione nel territorio, il raggiungimento di un’autonoma sistemazione lavorativa e abitativa e, soprattutto, per la completa guarigione di uno dei bambini affetto da una grave malattia e in cura presso l’Ospedale di Monza. Il Villaggio SOS, senza alcun contributo economico pubblico, ha messo a disposizione della famiglia una casa e una rete di sostegno molto forte che l’accompagna in tutte le sfide e le difficoltà dell’integrazione.
La famiglia si è ben inserita nel Villaggio SOS e si sta abituando alla sua nuova vita. I bambini sono stati inseriti gradualmente in una scuola pubblica e, per garantire loro una più facile integrazione, vengono seguiti anche a scuola da un educatore. Di recente, poi, è nata la bambina di uno dei figli più grandi, giunto in Italia insieme alla moglie, e le è stato dato il nome di Salam, pace. Ora, dopo aver aiutato i membri della famiglia a concludere positivamente l’iter per l’ottenimento della residenza, la rete costituita dal Villaggio SOS ha come obiettivo principale quello di affiancare alcuni di loro, in particolare i ragazzi più grandi, nella ricerca di un lavoro.

I corridoi umanitari in Europa

L’iniziativa italiana si propone come modello replicabile nei Paesi dell’area Schengen. Il progetto dei corridoi umanitari ha ottenuto il plauso di diversi esponenti istituzionali, italiani e internazionali, nonché di leader religiosi, primi fra tutti Papa Francesco, e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ed è stato insignito di prestigiosi premi, come la “Colomba d’oro per la pace”, il Premio “Terra e Pace”, il Premio “Giuseppe Dossetti” e il Premio giornalistico “Marco Luchetta”.
Corridoi umanitari sono stati realizzati anche da Francia e Belgio: due viaggi, sono stati effettuati verso Bruxelles dal Libano e dalla Turchia. Il 29 gennaio 2018 è stato effettuato dal Libano a Parigi un terzo viaggio che ha permesso a 40 persone di raggiungere la Francia in sicurezza.
L’obiettivo finale è consentire l’arrivo di 500 persone in Francia e di 150 persone in Belgio e, soprattutto, di coinvolgere al più presto altri Paesi europei.

L’appello delle ONG

Queste riflessioni hanno portato alcune importanti ONG – tra cui Amnesty International, Caritas Europa e Terre Des Hommes – a lanciare un appello alle istituzioni europee e agli Stati membri.
Partendo da una statistica dell’UNHCR e dello IOM secondo la quale più di 5.000 persone, solo nel 2016 sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, le ONG si rivolgono agli Stati membri delle Nazioni Unite affinché facciano del salvataggio di vite umane attraverso l’apertura e l’utilizzo di canali sicuri e legali una priorità.
Le ONG sottolineano, in particolare, come gli Stati europei abbiano a disposizione una vasta gamma di strumenti con cui garantire percorsi legali e sicuri di protezione – programmi di ammissione per motivi umanitari, visti umanitari, procedure di ricongiungimento familiare, ricollocamento dei migranti, ecc. – che permetterebbero ai migranti di non doversi affidare ai trafficanti di uomini e rischiare la vita o quella dei propri figli in viaggi della speranza condotti in condizioni disumane e ribadiscono come l’utilizzo di tali strumenti sia ancora troppo limitato. (da https://www.sositalia.it/news/)

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“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” (di Mario Marazziti, ed. PIEMME, ottobre 2019, euro 16,00)

“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” – L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI, UN MODELLO DI INTEGRAZIONE CHE DÀ NUOVA VITA AI MIGRANTI E ALLE NOSTRE COMUNITÀ –   Porte aperte: della comunità, della propria casa, della mente. Le storie raccolte in questo libro iniziano così, da persone che, vincendo la diffidenza, hanno accolto in vario modo persone in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla morte. Attraverso di loro la RETE DEI CORRIDOI UMANITARI promossi dalla COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO, dalla FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE e dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA si è allargata ed è diventata il modello concreto e praticabile di una vera integrazione. MARIO MARAZZITI, esperto e protagonista di politiche sociali innovative, ha attraversato l’intero Paese, da Treviso a Palermo, visitando città e piccoli centri, per raccogliere esperienze di un tipo di accoglienza diffusa che funziona e non richiede finanziamenti pubblici e che, mentre offre una nuova vita ai profughi, fa rinascere anche le comunità locali intorno a un progetto comune.   NEL SUO VIAGGIO DÀ VOCE ALL’ITALIA CHE NON CEDE ALLA PAURA, non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli altri; a cittadini che a partire dalle ragioni della solidarietà e di un umanesimo profondo, hanno dato l’avvio a una significativa trasformazione sociale. E nella conclusione offre proposte operative per le politiche italiane ed europee. UN LIBRO DI STORIE AUTENTICHE che lasciano intravedere un futuro alternativo ai muri e ai porti chiusi e rappresentano l’antidoto alle narrazioni che impediscono di vedere nell’altro la somiglianza con noi stessi. (MARIO MARAZZITI, nato a Roma nel 1952, giornalista e scrittore, autore di diversi libri, è stato per anni editorialista per il Corriere della Sera, Avvenire, Famiglia Cristiana, Huffington Post e portavoce della Comunità di Sant’Egidio. Presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ha portato a termine, tra l’altro, la riforma delle professioni sanitarie, la legge di sostegno ai disabili gravi «Dopo di noi», e quella sul recupero degli sprechi alimentari. È cofondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.)

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da https://www.santegidio.org/

Ci siamo chiesti: come evitare le morti in mare di migliaia di persone, tra cui molti bambini?
La risposta è stata: creiamo dei…

CORRIDOI UMANITARI PER I PROFUGHI

   E’ un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, completamente autofinanziato.
Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.
E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
Arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle nostre associazioni in strutture o case. Insegniamo loro l’italiano, iscriviamo a scuola i loro bambini, per favorire l’integrazione nel nostro paese e aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate quasi 2500 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa.

 DOSSIER DEI CORRIDOI UMANITARI – aggiornato a giugno 2019. FREE DOWNLOAD
Come funzionano?
I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il governo italiano.
Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.
Come sono finanziati?
I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li hanno promossi.

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DOSSIER SANT’EGIDIO SUI CORRIDOI UMANITARI:

https://www.santegidio.org/downloads/Dossier-Corridoi-Umanitari-20190627-web.pdf

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IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI DA RIVEDERE

Migranti in Libia – foto da NIGRIZIA

LAGER LIBICI: IMMAGINI FUNZIONALI ALLA SOTTOMISSIONE

di Gad Lerner, da Nigrizia (aprile 2019)

   La trasmissione televisiva Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ha meritoriamente dedicato ampio spazio in prima serata a filmati dei centri di detenzione per migranti in Libia.

   Con testimonianze dei reclusi, ma anche con terribili scene di tortura e interviste ai carcerieri. Questi ultimi hanno tra l’altro rivendicato di essere, parole loro, proprietari di schiavi e sfruttatori di donne condannate alla prostituzione forzata.

   La diffusione di tali messaggi, naturalmente, non può essere avvenuta senza il beneplacito di questi criminali trafficanti, i quali peraltro coincidono spesso con le autorità di polizia. Per nulla disturbati dalla cattiva fama che gliene deriva, al contrario favoriscono la circolazione di immagini spaventose considerandole funzionali alla sottomissione dei loro prigionieri. Uomini e donne che arrivano in Libia già depredati di ogni loro avere durante il viaggio nel Sahel o nel Sahara, e che hanno già assistito a numerose morti violente o per stenti durante l’itinerario compiuto.

migranti in un centro di detenzione in Libia (da IL MANIFESTO)

   Ora si tratta di convincerli, attraverso l’intimidazione, che la loro unica speranza è di sottoporsi disciplinatamente a un duro periodo di lavori forzati gratuiti, la cui retribuzione consisterà, dopo sei mesi o un anno, in un passaggio su imbarcazioni malsicure verso la sponda nord del Mediterraneo.

   Sia ben chiaro. Non critico affatto Piazzapulita né gli altri media europei che hanno trasmesso quelle immagini. Tanto i migranti che affrontano il viaggio vengono comunque bombardati con sistematicità da quella propaganda del terrore che scorre in rete fino ai loro smartphone. È bene, dunque, che l’opinione pubblica dei nostri paesi ne sia messa al corrente, anche con l’oscena brutalità di quelle immagini.

   Nessuno potrà dire che non sapeva. Neanche quei governanti che continuano a vantarsi di avere fermato gli sbarchi. SONO GLI STESSI CHE DA UN QUARTO DI SECOLO HANNO BLOCCATO I CANALI DI IMMIGRAZIONE REGOLARI E SICURI (gli unici, tra l’altro, che consentono un controllo accurato su chi arriva) regalando ai trafficanti di esseri umani, contro cui levano grida ipocrite, il monopolio assoluto sulle rotte mediterranee.

   QUEI FILMATI CI RACCONTANO L’ESITO DEGLI ACCORDI DI FINANZIAMENTO E RIFORNIMENTO ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, LA QUALE OPERA NOTORIAMENTE IN SIMBIOSI CON GLI SCHIAVISTI. Chi si vanta della diminuzione del numero di morti in mare, non solo tralascia di specificare che le traversate sono diventate molto più rischiose, ma soprattutto finge di ignorare l’aumento del numero dei morti nel deserto, e il crimine contro l’umanità che si consuma nei campi di concentramento. (Gad Lerner)

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Migranti riportati in Libia

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MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Che cos’è il memorandum Italia Libia sui migranti e perché fa discutere

Il patto sottoscritto da Minniti ha fatto crollare gli sbarchi ma ha sollevato problemi di natura umanitaria per il trattamento a cui i profughi sono sottoposti nei campi libici

di Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019

   Il 2 novembre è scattato automaticamente il rinnovo del cosiddetto memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al Serraj per limitare gli sbarchi dal Nordafrica: un patto che ha effettivamente fatto crollare il flusso lungo la rotta centrale del Mediterraneo ma che al tempo stesso è stato oggetto di ripetute critiche (di organizzazioni umanitarie, di settori della politica) per il ruolo affidato alla Libia e per le violenze e le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti i migranti trattenuti al di là del mare. Sia il ministro degli esteri Luigi Di Maio che la collega degli interni Luciana Lamorgese ritengono possibili modifiche al trattato e la prossima settimana è prevista una discussione in Parlamento ma il documento non verrà revocato.

Cosa dice il memorandum

L’accordo è figlio della situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2017, quando l’arrivo di migranti dalla Libia e l’attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160.000 con una punta di ben 12.000 in appena 48 ore (tra il 25 e il 27 giugno 2017). Il flusso era alimentato dal fatto che la Libia non esercitava da tempo alcuna sorveglianza sulle sue coste e su questo punto si innesta in via primaria l’accordo promosso dall’allora ministro degli interni Marco Minniti. Il memorandum impegna l’Italia ad addestrare la Guardia Costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall’Unione Europea.

Il crollo degli sbarchi

Gli effetti dell’accordo sono immediati: già da luglio 2017 unità navali libiche cominciano a pattugliare la loro zona Sar di competenza (ben più ampia delle semplici acque territoriali) e a riportare indietro barconi e gommoni carichi di migranti. Il numero di sbarchi in Italia – secondo i dati rintracciabili sul sito del Viminale – crolla già nel 2017 a 111.000 che diventano 22.000 l’anno successivo. A ottobre 2019 gli arrivi sono 9.600. Secondo i calcoli dell’Ispi (Istituto di studi di politiche internazionali) dall’entrata in vigore dell’accordo oltre 38.000 migranti sono stati riportati in Libia, il 50% di quelli che partiti.

Ma la Libia non è «porto sicuro»

Bilancio positivo, dunque? Non proprio ed ecco apparire l’altra faccia della medaglia. Il personale della cosiddetta Guardia Costiera è costituito da componenti delle milizie protagoniste della guerra civile, l’utilizzo dei fondi stanziati non è trasparente e si teme vada ad alimentare traffici illeciti, la qualità dei soccorsi è scarsa: i numeri di telefono da chiamare spesso squillano a vuoto, chi risponde dall’altro capo del filo spesso parla solo arabo e non inglese. Ma soprattutto: in base alla convenzione di Ginevra e in base a sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo la Libia non è considerata «porto sicuro» per i richiedenti asilo: organizzazioni umanitarie hanno più volte documentato le torture, le violenze, gli stupri, le terribili condizioni di vita a cui sono sottoposte le persone ferme nei cosiddetti centri di detenzione in attesa di imbarcarsi per l’Italia; concordi sono le testimonianze di chi è arrivato in Italia. La Ue, inoltre, vieta espressamente a navi battenti bandiera di uno Stato dell’Unione di riconsegnare migranti soccorsi in mare alla Guardia Costiera libica.

Quanti migranti in Libia? (Numeri discordi)

Un altro interrogativo riguarda il numero delle persone che attendono di prendere la via del mare verso l’Italia e l’Europa. In ripetute dichiarazioni il capo del governo di Tripoli Al Serraj ha minacciato di far arrivare in Italia 600.000 persone che si trovano nei suoi campi. Rapporti dell’intelligence italiana parlano invece di 5-8.000 migranti trattenuti in quei lager. Cifre oggettivamente troppo discordanti. In più, negli ultimi mesi la rotta del Mediterraneo è mutata: sempre più barche (e di dimensioni più piccole) arrivano non più dalla Libia ma dalla Tunisia.

Realpolitik o diritti umani?

La partita, dunque, dalla prossima settimana si sposta nel parlamento italiano. Sul fronte politico italiano, esponenti sia del Pd che del M5S chiedono la cancellazione del memorandum; altri ne auspicano modifiche, ad esempio attraverso l’apertura di strutture in Libia controllate da organizzazioni internazionali. La Ue ha però già escluso l’apertura di hotspot sotto il suo controllo. La contraddizione dunque si fa evidente: da un lato l’intesa è necessaria per ragioni di Realpolitik e per non far esplodere di nuovo il problema degli sbarchi; dall’altro l’Italia deve affidare il compito di «gendarme» a un partner come la Libia, preda di un’assoluta instabilità politica e militare e totalmente al di sotto degli standard umanitari. (Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019)

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MIGRANTI, SCONTRO SUL NUOVO PATTO ITALIA-LIBIA: 25 DELLA MAGGIORANZA NON CI STANNO. MEDICI SENZA FRONTIERE: «MAQUILLAGE UMANITARIO»

31 Ottobre 2019, da https://www.open.online/ – Per Di Maio, interrompere gli accordi sarebbe un vulnus politico. Ma è la società civile a ritenerne la stessa esistenza del memorandum un vulnus: «un accordo internazionale che non ha visto alcun passaggio parlamentare». 25 esponenti della maggioranza scrivono una lettera aperta contro il rinnovo –

   «Si rinnoveranno il 2 novembre, giorno dei morti. Mai data fu più tragicamente idonea per la stipula di un contratto sulla pelle delle persone». È la sintesi che BAOBAB EXPERIENCE, realtà di attivisti che si occupa a Roma di migranti transitanti, fa del rinnovo degli accordi Italia-Libia previsto per sabato. «Annullatelo», chiede al governo il TAVOLO ASILO, che unisce molte associazioni che si occupano di immigrazione.

   Un appello al momento inascoltato dall’esecutivo giallorosso, da più parti accusato di non segnare alcun cambio di passo rispetto al precedente governo gialloverde: i decreti sicurezza sono ancora lì. E gli accordi con la Libia andranno avanti: nonostante le inchieste giornalistiche, la guerra, le denunce di realtà sovranazionali su quanto accade nel paese e a chi tenta di fuggirne. Si faranno però, questa la posizione della maggioranza, delle modifiche inerenti soprattutto la questione dei centri di detenzione: proprio quelli dove si consumano «orrori inimmaginabili». Modifiche che non cambieranno nulla, ribattono dalla società civile.

La versione di Minniti

Il Memorandum di intesa sui migranti – Memorandum of understanding, Mou (qui un’analisi di cosa prevede punto per punto) tra il governo italiano e quello di Tripoli, è stato firmato il 2 febbraio 2017. Era l’era di Marco Minniti al Viminale: oggi l’ex ministro dell’Interno su Repubblica difende quella scelta in un’intervista a Gad Lerner: «Gli 8 articoli di quella intesa non sono le Tavole della Legge. Resto però dell’avviso che non lo si possa cambiare in maniera unilaterale», spiega.

   Nessun rimpianto, nessun passo indietro per Minniti. «Non ho mai autorizzato accordi che sacrificassero l’etica e i diritti umani», assicura il predecessore di Matteo Salvini. Nega oggi qualsiasi ‘patto col diavolo’: «Non abbiamo lasciato una delega in bianco ai libici. Non gli abbiamo chiesto: “Aiutateci a fermarli”. Gli abbiamo detto: “Aiutateci a cambiare la Libia”», dice Minniti a Repubblica.

   «Sono arrivato al Viminale alla fine del 2016, anno in cui si contarono 180 mila sbarchi in Italia. Il nostro sistema di accoglienza era sull’orlo del collasso». Rivendica, Minniti, quel memorandum e oggi il suo rinnovo. Perché «non possiamo lasciare la Libia a se stessa», dice.

A che prezzo?

Il governo

Per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, interrompere gli accordi sarebbe un vulnus politico. Pensare che è la società civile, insieme a molti esperti giuridici, a ritenerne la stessa esistenza del memorandum un vulnus: perché «si tratta di un accordo internazionale che non ha visto alcun passaggio parlamentare – come invece Costituzione prevederebbe», spiega Antonello Ciervo di Asgi, associazione studi giuridici sull’immigrazione.

«Dovrà cambiare radicalmente, aveva assicurato Nicola Zingaretti, segretario Pd. «Lavoriamo per migliorarlo», dice il suo alleato di governo Di Maio. Che spiega: «Una riduzione dell’assistenza italiana potrebbe tradursi in una sospensione delle attività della guardia costiera libica con conseguenti maggiori partenze, tragedie in mare e peggioramento delle condizioni dei migranti nei centri di accoglienza».

   Difficile però immaginare come potrebbero ulteriormente peggiorare le condizioni di quei centri di detenzione (in Libia l’immigrazione irregolare è punita con la reclusione) definiti da più parti «lager» dove si consumano «orrori inimmaginabili» sulla pelle delle persone qui nel limbo. Orrori raccontati da chiunque riesca ad arrivare in Europa partendo dalla Libia sulla rotta del Mediterraneo centrale.

   «Non è possibile procedere al rinnovo degli accordi con la Libia per una via burocratica. La Libia è un tassello troppo importante e le notizie sulla violazione dei diritti umani sono così orrende che si deve procedere a una verifica dei risultati prodotti dagli accordi», dice Lia Quartapelle, capogruppo Pd in commissione Esteri di Montecitorio, a margine del Question Time, durante il quale Laura Boldrini, deputata dem, interrogando il governo sulle modifiche da apportare, ha sottolineato che «riteniamo necessario modificare il memorandum d’intesa con la Libia, perché nel frattempo in Libia è scoppiata una guerra civile e non è possibile considerarlo un porto sicuro». (E Boldrini sa bene che non era considerato tale neanche prima).

   «Sono necessarie profonde modifiche perché rapporti Onu e inchieste giornalistiche hanno documentato come i centri di detenzione si siano trasformati in luoghi di violenza e tortura. Questi rapporti ci dicono anche che componenti della guardia costiera libica sono collusi con i trafficanti di esseri umani».

Le modifiche al Memorandum

Dalla firma del memorandum a oggi, «almeno 38.229 migranti sono stati intercettati e riportati in Libia», ricorda Matteo Villa, ricercatore Ispi esperto in migrazioni. «Dal calo degli sbarchi di luglio 2017, quasi 1 migrante su 2 è stato intercettato. E 2.602 persone sono morte in mare».

   «Per ogni persona evacuata dai centri di detenzione nel 2019, più di 4 sono state intercettate in mare e riportate in quegli stessi centri», spiega oggi Médecins Sans Frontières. «Il 75% delle persone nei centri sono considerate a rischio dall’UNHCR, ma continuano a essere intercettate e riportate indietro. Nell’ultimo anno il tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale è considerevolmente aumentato, confermandolo la rotta migratoria più letale al mondo».

   Le modifiche sul piatto dovrebbero comunque essere approvate anche dai libici: gli scambi diplomatici sono appena cominciati, in Libia c’è la guerra civile, continuano a coesistere due governi e il tempo scadrà il prossimo 3 febbraio. Interesserebbero la presenza di organizzazioni umanitarie nei centri di detenzione, ma anche timidi corridoi umanitari, riattivando programmi di evacuazione e rimpatrio.

   L’intento è anche quello di migliorare la condizione dei 19 centri governativi ufficiali: un tentativo non inedito, in una situazione “complessa” – per usare un eufemismo. I centri infatti sono oggi controllati dalle varie milizie che si spartiscono il territorio: UNHCR e organizzazioni umanitarie riescono ad avere un accesso assai limitato.

   Ma la carta che gioca Luigi Di Maio è proprio quella di un ulteriore coinvolgimento delle Nazioni Unite, che dovrebbero aumentare i loro investimenti in programmi alternativi alla detenzione nei centri: un progetto già in atto per esempio a Tripoli, dove vengono erogati dei fondi per l’alloggio dei rifugiati.

   Punti che smonta, in una nota, l’ong Medici senza Frontiere: modifiche «irrilevanti» rispetto all’impianto dell’accordo. «I programmi di evacuazione si fanno solo se i paesi di destinazione accettano di reinsediare le persone; l’esperienza pratica dimostra che la presenza di organizzazioni umanitarie e Nazioni Unite, in un contesto di generale difficoltà di accesso, non basta a garantire una protezione di base né a migliorare in modo sostanziale le condizioni dei centri di detenzione; i programmi alternativi di detenzione urbana non riescono a rispondere ai bisogni di sicurezza e protezione in un ambiente estremamente pericoloso, caratterizzato da scontri armati, traffico di esseri umani e violenza, e nella maggior parte dei casi hanno scarso impatto e utilità».

   E si rispolvera anche un vecchio mantra già veicolato in epoche ‘così vicine, così lontane’: centri di accoglienza in Libia sotto l’egida dell’Unione europea. Un progetto da finanziare spostando le risorse di Frontex: 9 miliardi.

   Un’ipotesi però già smentita, a poche ore, dalla stessa Europa. «Questo piano non esiste», dice la portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulle indiscrezioni pubblicate dal quotidiano La Repubblica su un piano dell’Unione Europea per creare degli hotspot di migranti in Libia sotto il controllo Ue. «Un piano non esiste. Non c’è alcuna intenzione che questo piano esista in futuro», dice Bertaud. Quanto alla Libia, ha ribadito, «non ci sono le condizioni per considerarlo come un paese sicuro».

I dissidenti nella maggioranza

«Il fondo rimpatri avrà circa 20-25 milioni di euro, che ci serviranno a chiudere gli accordi per i rimpatri nei Paesi di provenienza, come la Tunisia e altri. Potremo avere i fondi per finanziare progetti di cooperazione allo sviluppo», assicura ancora Di Maio.

   Ma di fronte al rinnovo e alle modifiche proposte, 25 esponenti giallorossi non ci stanno: 22 parlamentari più tre eurodeputati, Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino, Massimiliano Smeriglio. In un documento chiedono di sospendere con effetto immediato gli accordi. Tra i firmatari, Rossella Muroni, Nicola Fratoianni, Stefano Fassina di Leu ma anche, nella minoranza Pd vicina a Matteo Orfini, Giuditta Pini, Fausto Raciti e Francesco Verducci. Firmano – riporta ancora Repubblica – anche i renziani di Italia Viva Davide Faraone, Massimo Ungaro e Gennaro Migliore. Insieme a loro ex M5s come Paola Nugnes e Gregorio De Falco, Riccardo Magi di più Europa e un’unica dissidente M5S: Virginia La Mura.

‘Maquillage umanitario’

Medici senza frontiere chiama le modifiche proposte all’accordo Italia-Libia «un contraddittorio ‘maquillage umanitario’». «Mentre si annuncia di voler migliorare le cose – con soluzioni difficilmente realizzabili – si perpetuano scellerate politiche di respingimento e detenzione sulla pelle delle persone», spiega Marco Bertotto, responsabile advocacy di MSF.

   «L’unica soluzione umanitaria possibile è superare del tutto il sistema di detenzione arbitraria, accelerare l’evacuazione di migranti e rifugiati dai centri favorendo efficaci alternative di protezione, e porre fine al supporto dato alle autorità e alla guardia costiera libica che alimenta sofferenze, violazioni del diritto internazionale e l’odioso lavoro dei trafficanti di esseri umani, a terra e in mare», conclude l’ong. (da https://www.open.online/)

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L’INTERVISTA a CARLOTTA SAMI, portavoce per l’Italia dell’ALTO COMMISSARIATO ONU per i RIFUGIATI
SAMI (UNHCR) “QUEI CENTRI SONO DISUMANI L’ITALIA NON FINANZI LA GUARDIA COSTIERA LIBICA”

di Maria Novella De Luca, da “la Repubblica” del 2/11/2019

– «I migranti che fuggono dalla Libia non devono essere riportati indietro. È un atto disumano. Soltanto una piccola parte di loro finisce nei centri di detenzione legale, luoghi terribili ma pur sempre più sicuri dei centri clandestini, in mano ai trafficanti di uomini, dove ogni atrocità è possibile. Soprattutto adesso che con la guerra la Libia è nel caos». –
   Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, ha una posizione netta: «chi scappa dalla Libia non può tornare in Libia. Anche se a intercettare i migranti è la Guardia costiera libica e questo è proprio l’accordo firmato con l’Italia. Ma tornare spesso significa morire, lasciare un inferno per tornare in un inferno forse peggiore».
Da oggi però quel Memorandum che permette i rimpatri forzati verrà rinnovato.
«Ma noi lo diciamo da più di due anni: no ai rimpatri, i centri di detenzione sono luoghi disumani che andrebbero chiusi. Abusi, fame, malattie. Lì dentro ci sono oggi circa 4.700 migranti, di cui 3.700 avrebbero diritto a essere accolti in Europa».

Pochissimi in confronto ai quarantamila riportati indietro dalla Guardia costiera libica.

«Sbarcati nei porti e finiti probabilmente nei lager dei trafficanti. Oggi la situazione in Libia è così drammatica che alcuni migranti ci hanno addirittura chiesto di rientrare nei centri di detenzione ufficiali, pur di sfuggire all’orrore di quelle prigioni di fatto. La verità è che con la guerra tutto è precipitato nel caos. Non sempre la guardia costiera agisce in accordo con il ministero dell’Interno».
Del resto un noto trafficante di esseri umani come Bija è di nuovo a capo della Guardia costiera libica.
«Un esempio di quanto sia oggi complicato lavorare in Libia».
Quindi, a suo parere, l’Italia dovrebbe rivedere l’accordo “anti-sbarchi” sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni e il governo di Tripoli?

«Sì, senza dubbio. Noi sappiamo cosa accade a chi viene rimpatriato. Inaccettabile. Ma è la strategia degli aiuti che deve cambiare».
In che senso?

«I fondi che l’Italia destina alla Libia dovrebbero andare a sostenere altre istituzioni governative oltre alla Guardia costiera. E soprattutto supportare le Ong che ancora cercano di lavorare in quel paese, nonostante la guerra».
Voi siete riusciti ad evacuare molti migranti “vulnerabili”.
«Oltre cinquemila dal 2017, con un enorme sforzo, perché i paesi europei ne accettano pochissimi.
Ma cerchiamo anche di sostenere, con centri diurni, quelle migliaia di immigrati che arrivano in Libia dai paesi di confine, e in Libia cercano di restare e sopravvivere. Anche in condizioni terribili».

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L’ITALIA VUOLE CAMBIARE I PATTI CON LA LIBIA

di Matteo Villa, da IL POST.IT del 31/10/2019 https://www.ilpost.it/

– Di Maio ha detto che proporrà delle modifiche all’accordo che serve a trattenere i migranti in Libia, ma senza stravolgerlo –

   Il governo italiano ha annunciato che intende rinnovare il controverso Memorandum d’intesa (PDF) firmato nel 2017 con il governo di unità nazionale libico guidato da Fayez al Serraj, proponendo alcune modifiche. Il Memorandum è ritenuto una delle principali misure con cui il governo italiano di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni riuscì a ridurre drasticamente le partenze di migranti dalla Libia.

   L’altra misura fu l’accordo con alcune milizie militari presenti in Libia, mai confermato dal governo ma raccontato da numerose inchieste giornalistiche. Il Memorandum era stato firmato nel febbraio 2017 e aveva una durata triennale.

   Negli anni sia il Memorandum sia l’accordo con le milizie sono stati pesantemente criticati dagli esperti di diritti umani per varie ragioni, fra cui di fatto avere accettato che i migranti fossero trattenuti nei centri di detenzione libici fra violenze e torture, purché non partissero per l’Italia. In una interrogazione parlamentare tenuta ieri alla Camera, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ammesso che il Memorandum può essere «modificato e migliorato», elencando alcune proposte che intende sottoporre al governo di Serraj, ma ha precisato che il governo non intende cancellarlo, come hanno chiesto alcuni esponenti dell’ala sinistra del Partito Democratico.

Cos’è il Memorandum
Nonostante un testo molto generico, il Memorandum servì soprattutto ad addestrare e fornire mezzi alla cosiddetta Guardia costiera libica, formata da milizie private spesso in combutta coi trafficanti di esseri umani, e finanziare quelli che il documento chiama «centri di accoglienza» in Libia. Il governo italiano non ha mai comunicato quanti soldi abbia speso per la cosiddetta Guardia costiera libica, né per i centri di detenzione: secondo un calcolo della ong Oxfam sono stati in tutto 150 milioni di euro: 43,5 nel 2017, 51 nel 2018 e 56 nel corso del 2019. A questi fondi vanno aggiunti quelli arrivati dall’Unione Europea, cioè 91,3 milioni per finanziare la Guardia costiera e altri 134,7 milioni per migliorare le condizioni dei migranti.

   Il potenziamento delle attività della Guardia costiera e l’apertura di diversi centri di detenzione – che l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, che promosse il Memorandum, continua a chiamare «centri di accoglienza» – sono stati decisivi nel blocco della partenze. La prima misura ha permesso alla Guardia costiera di intercettare migliaia di migranti in mare, ed evitare che arrivassero nei pressi delle coste italiane.

   Secondo un calcolo del ricercatore dell’ISPI Matteo Villa dalla firma del Memorandum ad oggi almeno 38mila migranti sono stati fermati in mare e riportati in Libia; a partire dal luglio 2017, il primo mese in cui gli sbarchi calarono drasticamente, è stata intercettata più o meno la metà dei migranti che provavano la traversata.

   L’apertura dei centri ha permesso invece alle autorità libiche di stipare i migranti in luoghi chiusi e controllati da personale armato. Al momento ne esistono 19, e secondo una stima citata dal Corriere della Sera ospitano fra i tremila e i seimila detenuti. Non è chiaro invece quanti vivano nei centri non ufficiali.

   L’Italia e l’Unione Europea hanno ricevuto moltissime critiche per aver finanziato questi centri di detenzione. La Libia non ha mai ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, e le leggi locali prevedono che chi entra irregolarmente nel territorio libico vada arrestato e processato.

   In realtà, spiega un rapporto dell’ONU pubblicato nel dicembre 2018, «la stragrande maggioranza di migranti e rifugiati viene incarcerata arbitrariamente senza essere incriminata», e mantenuta in condizioni spesso disumane.

   Le condizioni variano da centro a centro e sono tendenzialmente disumane, molto al di sotto degli standard internazionali per i diritti umani. In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni o altre strutture inadatte ad essere abitate e caratterizzate da scarsa igiene, ventilazione e illuminazione inadeguate e accesso limitato ai bagni. […]

   La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondata da spazzatura e avanzi di cibo. In alcuni centri, abbiamo contato due o tre latrine intasate che venivano usate da centinaia di prigionieri. Questo comportava che gli ospiti defecassero e urinassero in bottiglie e secchi, quando disponibili, oppure nei capannoni. […] In alcuni centri la mancanza di cibo e acqua potabile ha causato problemi di diffusa malnutrizione. Gli ospiti si lamentano spesso della scarsa qualità e quantità del cibo: la loro dieta giornaliera si compone spesso di un piccolo pezzo di pane e di qualche carboidrato poco cotto – solitamente della pasta.

   Le violenze nei centri sono all’ordine del giorno. I funzionari che formalmente gestiscono i centri per conto del ministro dell’Interno sono in combutta con i trafficanti, e la maggior parte dei migranti viene costretta a pagare un “riscatto” per poter partire, che spesso viene estorto dopo sessioni di torture oppure ottenuto dai parenti dei migranti. Chi non ha soldi viene costretto a lavori forzati. Nel caso delle donne, significa soprattutto essere esposte alla violenza sessuale o costrette alla prostituzione.

Cosa vuole fare il governo
Nella sua informativa alla Camera, Di Maio si è concentrato soprattutto sulla necessità di «migliorare l’assistenza dei migranti salvati in mare e le condizioni dei centri». Secondo fonti vicine al governo citate dal Corriere della Sera, le modifiche al Memorandum che Di Maio proporrà ai libici sono tre e riguardano soprattutto i centri di detenzione.

   La prima sarà quella di «intensificare innanzitutto l’evacuazione e lo svuotamento dei centri di detenzione, attraverso la formula dei CORRIDOI UMANITARI e dei RIMPATRI ASSISTITI». I CORRIDOI UMANITARI sono uno STRUMENTO PER TRASFERIRE IN ITALIA MIGRANTI PARTICOLARMENTE VULNERABILI. Sono stati spesso indicati dagli ultimi ministri dell’Interno come soluzione efficace per contrastare l’immigrazione irregolare verso l’Italia, ma il grande non detto è che riguardano pochissime persone. Di Maio stesso ha riferito che dal 2017 ad oggi hanno riguardato 859 persone (26 persone al mese dalla firma del Memorandum).

   I RIMPATRI VOLONTARI vengono invece gestiti soprattutto dall’OIM, l’agenzia dell’ONU che si occupa di migranti, e consentono in sostanza ai richiedenti asilo che hanno meno possibilità di ottenere una forma di protezione di tornare al proprio paese con un po’ di soldi. È una pratica piuttosto contestata dagli esperti di diritti umani, secondo cui i migranti vengono cinicamente posti di fronte alla scelta se accettare dei soldi per tornare in patria – rinunciando alla possibilità di chiedere protezione – oppure provarci comunque rischiando la vita. Nel 2019, secondo dati rimasti fermi ad aprile, 3,175 migranti sono stati rimpatriati dalla Libia con questo meccanismo.

   Parallelamente allo svuotamento dei centri, il governo italiano chiederà all’ONU di «investire di più nelle soluzioni alternative alla detenzione, come i programmi urbani già attivi a Tripoli che prevedono l’erogazione di contributi per l’alloggio dei rifugiati», scrive il Corriere della Sera. In altre parole, il governo chiederà all’ONU di contribuire all’affitto di case e appartamenti da parte dei migranti. È una proposta quantomeno bizzarra, soprattutto se si considera che la Libia è in guerra civile dal 2011 e che negli ultimi mesi ci sono stati scontri con decine di morti proprio a Tripoli, dove il governo italiano vorrebbe evacuare i migranti ospiti dei centri.

   La seconda proposta del governo prevede di RAFFORZARE LA PRESENZA DELLE AGENZIE dell’ONU – l’OIM ma anche l’UNHCR, l’agenzia per i rifugiati – nei centri di detenzione libica. In passato Minniti si è spesso vantato di essere riuscito a fare entrare le organizzazioni internazionali nei centri più problematici. In realtà, come scrive la giornalista Annalisa Camilli su Internazionale, «le organizzazioni umanitarie hanno un accesso molto limitato», che si limita solo ad alcuni centri.

   La terza proposta sarà «un grande piano per l’Africa, con investimenti nei vari Paesi di provenienza dei migranti per favorire il loro ritorno in patria e l’inserimento nel circuito economico locale», cioè sostanzialmente una cosa che l’Unione Europea fa già da anni col suo Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, che nel 2015 ha mobilitato circa 4 miliardi di euro in investimenti.

   In un articolo di retroscena, Repubblica scrive anche che Di Maio avrebbe accettato una proposta del Partito Democratico che prevede l’apertura di alcuni hotspot in Libia che permettano di «registrare sul posto i richiedenti asilo e ridistribuirli con i corridoi umanitari» con l’aiuto dell’Unione Europea. È una proposta che circola da anni ma si è sempre scontrata con l’ostilità dei libici di accogliere nel proprio territorio una presenza italiana ed europea più strutturata di quella attuale. Non ci sono altre conferme sul fatto che Di Maio la proporrà ai libici.

   Il governo diffonderà ulteriori informazioni sulle sue proposte e le trattative coi libici nell’informativa che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese terrà alla Camera il 6 novembre. (Matteo Villa, da IL POST.IT del 31/10/2019 https://www.ilpost.it/)

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IL TRENO DEI BAMBINI, LA STORIA DEI BIMBI POVERI DEL SUD CHE TROVARONO UN FUTURO GRAZIE A UN AFFIDO DI MASSA (TEMPORANEO) DELLE FAMIGLIE DEL NORD

di Stefania Massari | 31 OTTOBRE 2019 Il Fatto Quotidiano

– L’ultimo libro di Viola Ardone racconta “l’operazione” del Pci che nel Dopoguerra organizzò l’accoglienza al Settentrione di circa 70mila bambini. Un viaggio carico di speranza, ma anche di dolore che il volume – caso editoriale già prima di uscire – rende con uno stile unico e puro. –

   Amerigo ha sette anni e vive con la madre Antonietta in un quartiere popolare della città di Napoli: spesso non hanno di che mangiare, vivono di espedienti. Ma nel rione gira voce che i bambini poveri possono avere una speranza: vivere al Nord per qualche tempo. Amerigo verrà dunque accompagnato, insieme ad altri bambini, a prendere il treno che lo porterà verso una destinazione a lui sconosciuta, Modena, dove troverà una famiglia accogliente che lo farà sentire protetto e amato.

E’ la trama dell’ultimo libro di Viola Ardone Il treno dei bambini (Einaudi, 248 pagg, 17,50 euro) che, partendo dal racconto di una storia realmente accaduta, apre la finestra su una storia quasi sconosciuta: “l’operazione ideata” nel Dopoguerra dal Partito comunista insieme all’Udi, l’Unione delle donne italiane, per portare, tra il 1946 e il 1952, circa 70mila bambini poveri del Sud in affidamenti temporanei in famiglie del Nord. Li chiameranno i “treni della felicità“: i bimbi infatti potranno vivere molte “prime volte”, a partire dal primo viaggio in treno fino alla prima cameretta tutta per loro.

   Dietro, però, la realtà era più complessa, più drammatica, più dolorosa com’era la separazione dai genitori.  Fu un affido di massa. Le comunicazioni erano limitate e le informazioni giungevano solo tramite lettera e, spesso, dato il tasso di analfabetismo elevato, bisognava ricorrere a chi sapeva leggere. E poi le dicerie, le leggende nere: si raccontava che i comunisti gli avrebbero tagliato le mani e che li avrebbero mangiati o che da quel treno non sarebbero ritornati vivi perché spediti in Russia.

In realtà, ovviamente, non accadde nulla di tutto questo, ma la condizione di fragilità psicologica in cui vertevano le famiglie era tangibile. In un’Italia lacerata dal conflitto, era necessario ripartire in qualche modo e la soluzione più immediata per garantire un futuro degno ai propri figli fu questa. Bambini dai 4 ai 12 anni furono portati, per un breve periodo, nelle regioni del Centro Nord e furono affidati ad altre famiglie di modo che potessero superare l’inverno.

   E tra i protagonisti di quella storia ci fu anche Amerigo, ragazzino proveniente dai Quartieri Spagnoli, che si ritrovò ad affrontare il viaggio della speranza. Dal suo finestrino vedeva paesaggi sconosciuti, cercando di farsi forza quando il ricordo della madre si faceva più insistente e, nel frattempo, chiacchierava con i suoi amici più cari, Tommasino e Mariuccia, che avrebbero condiviso con lui il suo stesso destino. Ecco che il viaggio diventa metafora, il luogo perfetto per guardarsi dentro e maturare.

   Il treno dei bambini, caso editoriale già prima di uscire – all’edizione 2018 della Fiera di Francoforte – e in corso di traduzione in venticinque lingue, è un romanzo che racconta uno spaccato d’Italia che commuove e Viola Ardone ha saputo, con il suo stile unico e puro, confezionare un libro di una bellezza straordinaria. Ha dato voce agli ultimi, si è immedesimata in Amerigo, rendendolo un protagonista coraggioso, fiero e sensibile ed ha riscattato la sua condizione, partendo dalla sua voglia di imparare e di sentirsi accettato, senza doversi più nascondere all’interno di una società che lo vedeva come un reietto.

   Amerigo della dignità ha fatto il suo scudo e trasmette una grandissima lezione di vita: non importa dove sei nato, se tu vuoi, con spirito di sacrificio e determinazione, puoi arrivare dove tu desideri. L’importante è crederci. Questo darà la spinta ai sogni. Lui ce l’ha fatta e, da ragazzo di quartiere con le scarpe bucate, è diventato un uomo che della sua passione ne ha fatto un mestiere. Prendere quel treno, forse, ne è valsa la pena. (Stefania Massari)

Un’illustrazione di Isabella Labate tratta dal libro “Tre in tutto” scritto da Davide Calì (Orecchio acerbo)

 

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