TRENT’ANNI FA LA FINE DEL MURO DI BERLINO: i vari risvolti problematici di quel pur importante e felice evento – Popoli dell’Est “liberatisi”, ma che sono diventati un problema per l’Ovest (non preparato ad accoglierli); nuovi muri che sono sorti; il mondo “liberato” ma nell’anarchia, e anche in mano a nuovi despoti (in Africa, in Russia…); gli immigrati da Sud a Nord

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Celebrando anche noi l’evento della caduta, trent’anni fa, del muro di Berlino, non possiamo che unirci al giubilo di quell’evento fatidico che ha messo fine al “blocco Est-Ovest” sorto con la fine della seconda guerra mondiale, e che sicuramente aveva avuto (il blocco, la contrapposizione) come simbolo il muro costruito tra le due parti (est-ovest) della città di Berlino nel 1961 (ma per niente simbolo era!).

9 novembre 2019 – ANGELA MERKEL RICORDA LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E LE PERSECUZIONI CONTRO GLI EBREI – La cancelliera alle celebrazioni ricorda la notte dei cristalli che diede il via alle azioni naziste contro la comunità ebraica e le persone uccise perché tentavano di fuggire dalla Ddr e arrivare a Berlino ovest – Un ricordo molto sentito in un paese riunificato nel quale sta tornando il pericolo neo-nazista: “Il 9 novembre è un giorno fatidico della storia tedesca”. Oltre alla caduta del Muro, “oggi ricordiamo anche le vittime dei pogrom di novembre dell’anno 1938”, “i crimini che furono perpetrati nella notte tra il 9 e il 10 novembre” ai danni “di persone ebree e quello che seguì fu il crimine contro l’umanità e il crollo della civiltà rappresentato dalla Shoah”: lo ha detto la cancelliera Angela Merkel alle commemorazione per i 30 anni della caduta del Muro di Berlino.(…) (da https://globalist.it/world/ del 9/11/2019)

   Come spesso accade un evento geopolitico di grande portata è salutato positivamente, e tutti quelli che credono un po’ nella giustizia umana, nella libertà per tutti, etc…. non possono che esserne felici. Anche se poi accade che sorgono problemi irrisolti all’origine dell’accadimento. Pensiamo alla fine del colonialismo in Africa, di tante potenze imperialiste che se ne sono andate (magari alcune indirettamente però rimaste con il loro peso economico, militare…). E la fine del colonialismo quasi sempre non ha portato per i popoli africani pace, ricchezza, sviluppo, serenità… ma è stato motivo per l’insediamento di despoti (dittatori) locali; a volte molto più feroci dei colonialisti europei, e che hanno fatto accumulare alla loro cerchia di adepti ricchezze immense sulla pelle della popolazione in miseria.

(manifesto nella DDR dopo la caduta del muro, ripreso da http://www.doppiozero.com/ – “(…) LA BANANA era il simbolo per antonomasia delle CARENZE NELLA DDR. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ANANAS e la PESCA erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio LA BANANA, tra tutte le cose, SAREBBE DIVENTATA UNO DEI SIMBOLI DELLA CADUTA DEL MURO.(…)”(Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/,9/11/2019)

   Anche la caduta del muro di Berlino, la fine di quell’epoca di guerra fredda, di suddivisione del mondo fra Unione Sovietica e Stati Uniti… anche in questo caso, salutato felicemente da tutti, ha portato e sta ancora portando un caos poco descrivibile nella frammentazione generale: nazionalismi esasperati che sono tornati a galla (pensiamo ai paesi dell’Est); l’immigrazione di massa da Sud a Nord che non riusciamo a governare; il rispuntare, specie all’est di movimenti fascisti e nazisti che parevano sepolti per sempre; nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso la carneficina balcanica (dopo la morte del dittatore Tito e appunto il riemergere delle nazionalità, del nazionalismo esasperato e dell’odio etnico…).

9/11/2019: Il violoncellista MSTISLAV ROSTROPOVIČ, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al CHECK POINT CHARLIE, suonando BACH per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga

   L’Occidente, noi, poi, non eravamo per niente preparati ad accogliere i nostri “fratelli” dell’est, a cui fino a quel momento auguravamo di liberarsi dal giogo comunista sovietico: era come il parente disperso in guerra che ritorna in modo imprevisto dopo trent’anni a casa, e li si è occupata la sua camera, perché lo si dava per morto, e porta a grandi difficoltà e imbarazzo ad accoglierlo… Spesso poi “la liberazione” ha portato sfruttamento (la prostituzione delle ragazze dell’est) e caos economico (i nuovi mercati dell’est, il lavoro mal pagato di queste nuove braccia…).

   Un mondo in confusione totale che però non ci fa per niente dire che “prima era meglio”: sarebbe comunque stato un bene che “la politica” fosse stata in grado di governare meglio il passaggio: ad esempio nel 1991 il riconoscimento da parte della Germania della Slovenia e in particolare della Croazia come stati indipendenti, disconoscendo la loro appartenenza alla Iugoslavia, è stata una decisione scellerata che ha dato il via alla guerra civile nei Balcani. Per dire, che le scelte politiche (geopolitiche) fatte o meno con meditazione ed accortezza, incidono sugli eventi portandoli da una parte (positiva, la pace) o dall’altra (negativa, la guerra).

    Per ora, in questo post limitiamoci anche noi a celebrare questo evento dei trent’anni della caduta del muro, senza la necessità di fare sintesi difficili, e proponendo alcuni spunti bibliografici (libri) pubblicati in questo momento, che riteniamo di notevole interesse. (s.m.)

immagine da IL CIELO SOPRA BERLINO film di WIM WENDERS (film di due anni prima della caduta del muro)

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ANIME PRIGIONIERE di EZIO MAURO

EZIO MAURO:

“I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino. Qualcuno ha pensato che la storia fosse finita e che con il passare del tempo il mondo intero sarebbe stato sempre più simile all’Occidente. Ma la storia si nasconde nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Nel 1989, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si libera dalla prigionia del Muro, che separa il mondo correndo per 106 chilometri e divide così una città e l’Europa intera. È un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera. È un’arma. “Chi è salito molto in alto cadrà nell’abisso,” così scrivono con lo spray i ventenni a Prenzlauer Berg, nella Berlino che vive di notte e si muove col buio.  Se la caduta del Muro è un segno inciso nell’identità di coloro che l’hanno vista in televisione, ma anche di coloro che sono nati dopo, è perché da allora le cose hanno preso una direzione nuova e, soprattutto, diversa da quella che ci aspettavamo.

Le fughe folli e l’ipnosi del potere, i divieti, i permessi, le minacce e i silenzi.  Berlino: cronaca dell’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. “I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del Muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che separava il mondo correndo per 156 chilometri e divideva così una città e l’Europa intera. Era un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera: era un’arma. Ed era destinato a fallire. La caduta del Muro riunisce le due Berlino, che in una notte ritornano per sempre una sola città, e libera il pezzo di Europa che per decenni era finito dietro la Cortina di ferro, segnando il passaggio da un’epoca all’altra. È l’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. È una storia che sa dove vuole andare, e adesso sta correndo. Ma, come tutte le grandi storie, nasconde il suo segreto nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, fino a quando ”il Muro non garantisce ormai più il potere e il potere non protegge più il Muro. Questa è la formula della caduta, la chiave di Berlino, il saldo del Novecento”. “La storia passerà tra pochi minuti attraverso questo buio.”

IN EDICOLA EZIO MAURO RACCONTA IN UN LIBRO E UN DVD. Il racconto di cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108mila chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che divideva così una città e l’Europa intera. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, nel libro “Anime prigioniere” e nel dvd “1989. Cronache dal muro di Berlino” (editi da Repubblica), entrambi in vendita in edicola a 12,90 euro

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BERLINO, 9/11/19, TRENT’ANNI DOPO IL MURO: ENTUSIASMO O RIFLESSIONE?

di Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/ del 9/11/2019

   Sono già passati trent’anni dalla sera del 9 novembre 1989 quando alle 18,53 il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski, ministro della Propaganda della DDR, da quando le nuove Reiseregelungen (regole di viaggio) che avrebbero permesso ai cittadini orientali di varcare il confine con la Germania Federale sarebbero entrate in vigore. Schabowski, preso alla sprovvista e non avendo un’idea precisa, improvvisò: “Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. […] Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente!”.

   Il simbolo per antonomasia della guerra fredda, il Muro che per 28 anni aveva diviso in due Berlino, costringendo la Germania Ovest a spostare a Bonn la capitale e riempiendo d’orgoglio quella Est per essere rimasta l’unica a vantare Berlino come Haupstadt, lo sbarramento che aveva separato famiglie, amicizie, amori causando vittime tra coloro che avevano ripetutamente cercato di infrangerla, cadeva quasi per caso, come in conseguenza di una risposta azzardata. Il primo sentimento nei cittadini che seguivano in televisione la conferenza stampa, dopo svariate settimane di disordini e proteste, fu di incredulità e spaesamento.

   Non era realistico che un confine tanto feroce e blindato potesse perdere da un momento all’altro il suo potere e smettere di essere temibile e dannato. Ampiamente note sono le azioni che seguirono, i volti basiti delle impotenti e sconcertate guardie di confine (memorabile resta la scena del film comico Bornholmer Straβe, 2014, in cui le sentinelle di frontiera la fatidica sera del 9 novembre 1989 si trovano alle prese con un tentativo di sconfinamento da parte di un cagnolino), gli assalti, reali e metaforici, alle barriere di cemento armato, le lunghe code di Trabant che si formarono per lasciare la DDR, le entusiastiche accoglienze (con tanto di post-coloniali banane in omaggio) agli Ossis da parte dei Wessis, i “fratelli” occidentali.

   Era il simbolo per antonomasia delle carenze nella DDR: la banana. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ananas e la pesca erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio la banana, tra tutte le cose, sarebbe diventata uno dei simboli della caduta del muro. Euforia, empatia, solidarietà, eccitazione. Pareva che soltanto di buoni sentimenti fosse colma la Germania in quei giorni. Il violoncellista Mstislav Rostropovič, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al Check Point Charlie, suonando Bach per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga.

   Trent’anni dopo la situazione è assai cambiata. Non è questa la sede per affrontare bilanci politici o sociali. Segnalo doverosamente il fenomeno (ampiamente e debitamente oggetto di approfonditi studi) dell’Ostalgie, nostalgia per l’universo dell’Est, non necessariamente sinonimo di rimpianto per un regime dittatoriale ma piuttosto per un sistema di vita basato su principi e consuetudini socialisti troppo in fretta sradicati e gettati al macero.

   Simboli e riferimenti culturali che avevano costituito la base di molte esistenze vennero cancellati nel giro di poche ore. La situazione socio-economica del Paese prese una piega inusitata: moltissimi posti di lavoro scomparvero assieme alle aziende rottamate (l’86% della popolazione lavorava in imprese statali), esodi massicci e frenetici svuotarono le città. I cittadini orientali, in seguito all’unificazione delle Germanie (1990) avrebbero progressivamente percepito l’operazione come un’annessione, indiscutibile portatrice di nuove libertà, ma al contempo umiliante e penalizzante per chi ancora oggi si considera tedesco di serie B. (segue: vedi il link https://www.doppiozero.com/materiali/berlino-91119-trentanni-dopo-il-muro )

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L’ETA’ DEI MURI: Breve storia del nostro tempo, di CARLO GREPPI

Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, Carlo Greppi racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, L’ETÀ DEI MURI. – «Trent’anni fa, quando crollava il muro di Berlino, pensavamo che fosse finita un’epoca. Ma era solo un nuovo inizio»

Nel 1941 un soldato della Wehrmacht, Joe J. Heydecker, scavalca un muro e scatta le foto che testimonieranno il terribile esperimento del ghetto di Varsavia, nel cuore nero dell’Europa nazista. Intanto lo storico Emmanuel Ringelblum, imprigionato dietro quel muro con la famiglia, raccoglie dati, “contrabbanda storia” perché qualcuno la possa raccontare. Quasi mezzo secolo dopo John Runnings, un reduce canadese della Seconda guerra mondiale, è a Berlino per il venticinquesimo anniversario della “Barriera di protezione antifascista”. Ed è il primo a salire sul Muro per abbatterlo. Sarà ricordato come il “Wall Walker”. Nell’anno in cui cominciava la costruzione del simbolo della Cortina di ferro, il 1961, un giovane giamaicano nato nel 1945 stava inventando un nuovo genere musicale per cantare la lotta contro l’oppressione politica e razziale. Il suo nome era Bob Marley, e veniva da una famiglia di costruttori che avrebbe fatto fortuna: anche lui, senza saperlo, aveva in mano il suo pezzo di muro. Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, CARLO GREPPI racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, l’età dei muri. Sono più di quaranta le barriere che dividono popoli e paesi nel mondo e oltre tre quarti sono state innalzate dopo il 1989. «È tutto collegato. Il mondo sembra in fiamme, oggi, e non sappiamo cosa verrà fuori da queste macerie, da questo business impressionante, da questa nuova religione dell’esclusione».

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Muro che delimita la città di Melilla in Marocco (da http://www.ilbolive.unipd.it/)

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Il recinto di confine tra Rastina (Serbia) e Bácsszentgyörgy (Ungheria), costruito nel 2015 per fermare i rifugiati e i migranti in arrivo (19 marzo 2016). da http://www.treccani.it/)

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Muro tra Stati Uniti e Messico a Tijuana. (Foto Mohammed Salem da http://www.ilboliveunipd.it/)

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Muro al confine tra Ungheria e Serbia (da http://www.ilbolive.it/)

OLTRE IL MURO, I NUOVI MURI

di Luca Attanasio, 8/11/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/

   «Il Muro – ebbe a dire nel gennaio 1989 l’allora presidente della Germania dell’Est Erich Honecker, con scarsissima visione profetica – resisterà per altri 50, 100 anni». Pensava che quei 150 km di striscia grigia che separavano due mondi, sarebbero sopravvissuti all’idea di Comunità Europea che si stava espandendo e che, di lì a poco, avrebbe addirittura concepito l’abbattimento delle barriere e inaugurato la libera circolazione nell’area Schengen. Il muro era un archetipo prima che una costruzione fisica. Un concetto di separazione e chiusura dal resto del pianeta, di protezione da possibili attacchi o invasioni, di respingimento, di paura.

   30 anni dopo, di quel muro non resta nulla.Le macerie provocate dall’irresistibile picconata globale innescata in quella magnifica notte del 9 novembre 1989, simboleggiano lo sgretolamento di un pensiero oltre che l’apertura di fenditure. Il mondo intero fu investito dalla sensazione di inizio di una nuova epoca, l’evo del ‘senza muri’, il secolo dell’incontro pacifico al di là di confini fisici e culturali.

   Fa quindi una certa impressione scoprire che, nel corso di questi 30 anni, in realtà, il vizio di erigere barriere, divisioni, muri e muretti, non abbia assolutamente ceduto il passo e che quella che veniva salutata come una «nuova era di cooperazione  e apertura attraverso i confini», sembri essersi trasformata nel suo opposto.

   A partire dal 1990, molti Paesi europei – così come di tante altre zone del mondo – hanno riesumato la vecchia usanza di fabbricare muri con sempre maggiori convinzione e colate di cemento. Quasi tutti, hanno una funzione antimigranti.

   Secondo il rapporto Building walls. Fear and securitization in the European Union, pubblicato lo scorso anno da Transnational Institute (TNI), i muri eretti all’interno della Unione Europea, ammontano a oltre 1000 km, sei volte tanto quello di Berlino. Alcuni di questi sorgono addirittura in zone di confine in piena area Schengen. Il simbolo di questa regressione politica e ideale è senza dubbio l’Ungheria del primo ministro Viktor Orbán. È lui che, in totale spregio dei principi che regolano l’Unione, ha fatto elevare una barriera di 150 km lungo il confine con la Serbia e un’altra, lunga il doppio, sulla frontiera con la Croazia. Il premier magiaro, però, è in ottima compagnia.

   A Calais, estremo limite nord-occidentale del continente, sulla sponda sud del Canale della Manica, gli inglesi, hanno preferito securizzare ulteriormente i confini invece di attrezzarsi per analizzare le richieste di ingresso di migliaia di migranti  che vogliono ricongiungersi con i propri famigliari o parenti già da tempo integratisi nel Regno Unito: sgombrata l’area passata agli atti come ‘The Jungle’ (una boscaglia dove si sono ammassati in condizioni subumane fino a 13.000 migranti), hanno proceduto, nel 2016, al finanziamento e all’erezione di un muro lungo 1 km e alto 4 metri, in territorio francese. Nel 2015 è stato alzato un muro di 3 km tra Austria e Slovenia, mentre tra Grecia e Turchia è comparsa una barriera di filo spinato lunga circa 13 km. L’elenco è solo abbozzato.

   Uscendo dai confini dell’Unione, ma rimanendo sempre nell’ambito delle operazioni finanziate da Bruxelles al fine ultimo di difendere il continente, si giunge in Turchia. Qui, l’Unione Europea, nella cornice dell’accordo del 2016 che eroga a Erdoğan 6 miliardi per ‘accogliere’ i migranti in fuga dalla Siria (utilizzati di continuo, anche recentemente, come minaccia di ‘sganciamenti’ verso l’Europa in caso di opposizione alle operazioni anticurde), fornisce ad Ankara oltre 80 milioni di euro per il pattugliamento del muro di ferro e cemento di 800 km innalzato al confine con la Siria.

   La tendenza, però, non riguarda solo il nostro continente. L’ascesa al potere di Trump negli Stati Uniti d’America ha portato con sé, tra i tanti esiti, quello di immaginare una società sempre più arroccata.  L’esempio certamente più lampante è il controverso muro al confine col Messico. Ma la sua idea di chiusura a riccio non è certo frutto di improvvisazione. La politica di controllo maniacale e decisa militarizzazione dei confini americani ha una tradizione almeno trentennale e il budget a essa consacrato è passato da 1,2 miliardi nel 1990 a quasi 24 nel 2018.

   Barriere e recinzioni, poi, sono state sparse a pioggia un po’ in tutto il mondo a partire proprio dagli anni immediatamente successivi alla caduta del muro. Ve ne sono vari in Africa – al confine tra Marocco e Spagna, all’altezza dell’enclave di Melilla in funzione antimigranti, sempre in Marocco, ma al Sud, per marcare, con mine, la frontiera con la ‘calda’ regione del Sahara Occidentale, tra Botswana e Zimbabwe ecc. ‒, in Asia, tra India e Bangladesh e tra vari altri Stati.

   Di certo, però, il nostro continente resta il più attivo negli ultimissimi anni. Tutto il fronte orientale è caratterizzato dal fiorire di muri che da Ungheria e Bulgaria, passando per Macedonia, Serbia e Grecia, si estendono fino a Slovenia e Austria. Sono state ventilate costruzioni anche al Brennero e l’Italia del precedente governo ha più volte fatto riferimento alla possibilità di ricorrere a barriere al confine sloveno.

   Come, però, spiega bene TNI nel rapporto The business of building walls, pubblicato l’estate scorsa, è importante considerare che i muri non sono solo grigi e fisici. Le moderne barriere antimigranti, sono piuttosto le innumerevoli forme che la tecnologia mette a disposizione dei governi: sistemi radar, droni, camere di sorveglianza o biometria. «Alcuni dei muri più pericolosi d’Europa – sostiene l’autorevole centro di ricerca – non sono fisici né su terra. Le navi, gli aerei, i droni utilizzati per pattugliare il Mediterraneo, ad esempio, hanno alzato una barriera marittima e generato un cimitero a cielo aperto per migliaia di migranti che non hanno vie di accesso legale per esercitare il loro diritto di ricerca di asilo».

   A guardare le immagini dei ragazzi increduli che sciamavano da una parte all’altra del muro, si è quindi presi da un senso di inquietudine, non solo euforia, 30 anni dopo. «Il Muro – disse nel ventennale l’allora presidente della Germania Horst Köhler – era un edificio di paura trasformatosi in un luogo di gioia».  Il trentennale può essere l’occasione giusta, al di là delle sacrosante celebrazioni, per riflettere se la paura non stia nuovamente impossessandosi dell’Europa e del mondo. (Luca Attanasio)

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DAL MURO DI BERLINO A QUELLO DI TRUMP: DAL 1989 AD OGGI SONO TRIPLICATI

di Antonio Massariolo, 21/1/2019, da https://ilbolive.unipd.it/

   “Ci sono ora 77 muri importanti o significativi costruiti nel mondo”. Sono queste le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump scritte, come consuetudine, su twitter per supportare nuovamente le sue politiche anti immigrazione.

   La fonte di tale informazione probabilmente è un articolo apparso su Usatoday nel maggio scorso o un rapporto di Fox Business che aveva esaminato il problema la sera prima del tweet (la Casa Bianca non ha mai riferito la fonte ufficiale di tale affermazione), che parlavano appunto della presenza di ben 77 barriere che delimitano i confini ancora esistenti ed utilizzate.

   Ma sono veramente 77? Innanzitutto quando si parla di “muro” bisogna capire che cosa si intende.

Quando noi italiani o Europei in generale pensiamo a questa parola inevitabilmente ci viene in mente il muro di Berlino, vedendolo oramai come un pezzo di storia anacronistica da leggere sui libri. I muri però spesso sono anche altro, da chilometri di filo spinato fino ai muri invisibili del mare. I muri, soprattutto in Europa, non fanno parte della storia ma della stretta attualità, basti pensare che dal 1989 ad oggi le barriere sono aumentate, e di molto, passando dalle 15 alle oltre 70.

   Come ha scritto Valerio Calzolaio sulle pagine de Il Bo Live qualche mese fa per analizzare i muri nel mondo “si può partire da quello sui 3.200 chilometri di frontiera fra Usa e Messico che il presidente Trump vorrebbe presto completare. Oppure dai muri fra Israele, gli altri Stati vicini e il non-Stato della Palestina: Egitto (245 chilometri) e Siria, Cisgiordania (quasi 710) e Gaza (60). Per allargare poi lo sguardo all’intero Medio Oriente (muri fra tutti, in particolare ora costruiti da Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, Turchia) e alle città piene di militari, dove le recenti guerre e la diffusa presenza di terroristi hanno fatto esportare il modello della “zona verde” di Baghdad recintata nel 2003”.

I muri in Ungheria e Austria

Muri sono anche quelli presenti dalla fine degli anni ‘60 in Irlanda del Nord ma muri sono anche quelli creati in questi ultimi anni in Ungheria e Austria. Il primo è stato creato nel 2015, è alto 4 metri e percorre tutti i 175 km del confine tra Ungheria e Serbia. La costruzione di questa barriera è stata realizzata per bloccare i flussi migratori provenienti dalla rotta balcanica, e di fatto è composta da due diverse sezioni, la prima realizzata nel 2015 dal primo ministro ungherese Viktor Orbán è un lungo filo spinato, la seconda, a rinforzo, è una barriera completata nel 2017 dotata di sensori che rilasciano scosse elettriche a chi tenta di passare.

   Un muro è anche quello creato dall’Austria nel luglio scorso, mobile, senza le fattezze di una grande muraglia in cemento ma estremamente simbolico di un’Europa divisa tra Schengen e paura del diverso.

I muri nell’Unione Europea quindi sono stati creati principalmente nel 2015, anno in cui più di 850 mila persone hanno seguito la rotta balcanica, cioè hanno cercato d’entrare in Europa non dalla Spagna o dall’Italia, bensì dalla Turchia e dalla Grecia, proseguendo poi verso la Serbia e da lì all’Ungheria.

I muri che dividono le città

   Oltre ai muri che dividono gli stati, come gli esempi di cui abbiam già parlato o come la barriera già presente in alcuni punti del confine tra Stati Uniti e Messico e che il presidente Trump vuole ampliare, ci sono poi i muri che dividono le città.

   Sempre rimanendo in Europa esistono due situazioni tanto particolari quanto emblematiche. Ceuta e Mellilla sono due roccaforti spagnole situate all’interno del territorio del Marocco. Queste città sono completamente rinchiuse da muri e, solo nel 2018, sono entrate 6.505 persone. (Antonio Massariolo)

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vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2018/04/26/un-mondo-di-muri-i-confini-le-barriere-che-crescono-di-giorno-in-giorno-non-per-motivi-ideologici-comunismo-capitalismo-ma-per-fermare-i-poveri-i-derelitti-dellum/

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I MURI CHE DIVIDONO IL MONDO di TIM MARSHAL

TIM MARSHAL – I MURI CHE DIVIDONO IL MONDO – Garzanti, 2018, pp. 272, € 19,00

di Gianni Ballarini, da NIGRIZIA

   Spopola il filo spinato. Trionfano i muri. Si scavano trincee sempre più profonde. S’idolatrano società sempre più chiuse. Almeno 65 paesi, più di un terzo degli stati nazionali del mondo, hanno costruito barriere lungo i propri confini dalla fine della Guerra Fredda, ovvero dall’abbattimento del muro di Berlino. Metà delle barriere erette a partire dalla Seconda guerra mondiale è stata creta dal 2000 a oggi. Sono gli effetti paradossali della globalizzazione: ci ha avvicinati e allo stesso tempo ci ha divisi.

   È partito da qui il lungo viaggio del giornalista Tim Marshall, per molti anni corrispondente della Bbc in zone di guerra, sui luoghi della “separazione”. Muri visibili e muri invisibili. Ha raccontato la Cina della muraglia, che ha contribuito a definire il paese sia all’esterno sia all’interno dei suoi confini.

Ma anche le barriere che separano i nuovi ricchi cinesi dal resto della popolazione, con livelli di disuguaglianza che ha pochi eguali al mondo. Ha raccontato i piani del presidente americano Trump (costruire un muro che va dall’Oceano pacifico al Golfo del Messico) che cozzano contro il muro della realtà. Ma poco importa, perché «il muro è un simbolo fisico rassicurante e a volte il simbolismo pesa più degli aspetti pratici».

   E nell’America delle divisioni, quelle più profonde restano tuttavia le separazioni razziali, che neppure un presidente nero come Obama (quello che ha raddoppiato le barriere ai confini) è riuscito a smantellare. Marshall ha viaggiato nel mondo dei muri ebraici e palestinesi e in quelli dell’identità etnica e tribale africane.

Spiegando come proprio «le separazioni forzate e gli scontri sanguinosi siano gli effetti estremi di ciò che accade quando costruiamo muri». E ora anche l’Europa, per fermare i migranti, si chiude in tante piccole fortezze. «Ma esse evidenziano anche le più ampie divisioni e l’instabilità che caratterizzano la struttura stessa dell’Unione europea».

   Per lunghi tratti del libro sembra emergere “la” tesi dell’autore: «I muri non funzionano quasi mai, ma sono potenti simboli di azione contro i problemi percepiti». Sorprende il finale del saggio, come se Marshall si arrendesse alla realtà, senza indicare una via alternativa al filo spinato. Scrive: «In quasi tutte le lingue c’è un proverbio che suona più o meno così: “Buone recinzioni fanno buoni vicini”.

   Non è un banale luogo comune. Afferma une verità ineludibile sui confini fisici e psicologici. Progettiamo un futuro in cui speriamo nel meglio e temiamo il peggio e sulle ali di questa paura costruiamo muri». Una posizione arrendevole che tenta di temperare col pannicello caldo dei ponti: «La nostra capacità di pensare e di costruire ci dà la possibilità di riempire di speranza gli spazi divisi dai muri con la speranza: costruire ponti».

   Accetta la soluzione della gabbia in attesa di tempi migliori. (Gianni Ballarini)

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Frontiere

IL MONDO DIVISO DA 70 BARRIERE: MA NESSUNA È INESPUGNABILE

– La corsa a creare muri al confine tra gli Stati sembra inarrestabile. Alla caduta della Cortina di Ferro si contavano 15 muri di confine. Oggi sono 70 (più 7 in costruzione). «Una reazione alla globalizzazione» –

di Danilo Taino, da Corriere.it del 6/7/2019

   Al confine con il BANGLADESH, la polizia indiana ha la mano pesante. Le statistiche dicono che almeno un centinaio di persone vengono uccise ogni anno mentre cercano di passare illegalmente, o con poca attenzione, il muro di filo spinato che divide i due Paesi.

   Felani Khatun, una ragazza di 15 anni, bangladese, lavorava come domestica a Delhi. Il padre le aveva organizzato un matrimonio in patria ed era andato a prenderla nella capitale indiana. Non avevano documenti regolari e, tornando, decisero di scavalcare il muro con una scala a pioli. Era il 7 gennaio 2011: il padre passò per primo; Felani, seguendolo, rimase impigliata nel filo spinato; le guardie indiane la notarono e aprirono il fuoco.

   La fotografia della ragazza crivellata di colpi, a cavallo della barriera, camicia rossa e pantaloni blu, fece il giro del mondo. Era l’International Border 947, nella parte Nord del Bengala Occidentale: il corpo rimase appeso agli uncini per un giorno intero. Storie di muri, come ce ne sono tante. Qualche anno prima, sempre nel West Bengala ma più a Sud, nella zona di Basirhat, mi capitò di incontrare un contadino: indiano ma in realtà abitante di una terra di nessuno.

   Il confine tra India e Bangladesh, al tempo Pakistan Orientale, fu tracciato con pressapochismo da Cyril Radcliffe, che al momento dell’indipendenza del subcontinente dall’impero britannico presiedeva il comitato che tracciò le linee di frontiera nella Partition tra India e Pakistan.

   A Est, la Radcliffe Line ha diviso intere comunità, addirittura famiglie. Ma fino agli Anni Ottanta attraverso la linea di frontiera si circolava con non troppa difficoltà. Poi, però, Delhi ha deciso di costruire il muro, la fence di filo spinato: gli accordi erano che non si poteva tirarla su se non a 150 metri dal confine, e così fecero gli ingegneri indiani.

   Successe però che nella striscia tra il muro di ferro acuminato e il confine con il Bangladesh rimasero una quantità di abitazioni: ancora oggi almeno 90 mila persone vivono in questa striscia, interrotta solo quando il confine è segnato dai fiumi. «Ogni giorno che devo andare al mercato o dal medico devo presentare i documenti alle guardie dei cancelli», raccontava il contadino. E, naturalmente, nella terra di nessuno niente servizi, niente acqua e niente elettricità. Il governo di Delhi spiega l’infinito muro — 3.287 chilometri e non è mai terminato — con la necessità di controllare l’immigrazione, di bloccare i terroristi e di impedire il contrabbando di bovini. Quanto funzioni e quale ne sia il costo, in termini di manutenzione e di vite umane, è questione controversa.

   È che ogni barriera di confine non è solo un manufatto inerte: mette in moto dinamiche politiche, sociali, economiche, ambientali difficili da prevedere e controllare. Ciò nonostante, la corsa a tirare su i muri è in pieno svolgimento. La dichiarazione d’intenti più recente e più vicina è quella del ministro Matteo Salvini che non ha escluso la necessità di alzare «barriere fisiche» sulla frontiera tra Italia e Slovenia per fermare l’immigrazione incontrollata. Il progetto più discusso è invece quello di Donald Trump al confine tra Stati Uniti e Messico.

   È che viviamo tempi nuovi. Nel 1987, a Berlino Ovest, il presidente Ronald Reagan pronunciò il famoso discorso «Mister Gorbaciov, tiri giù questo muro». In effetti, due anni dopo il Berliner Mauer si sgretolò: sembrava che tutti i muri dovessero crollare, che le frontiere si annullassero, che il mondo fosse finalmente piatto, senza ostacoli da superare. Che la Storia fosse finita, come decretò Francis Fukuyama. Non è stato così.

   Nel 1990, alla caduta della Cortina di Ferro (il più grande muro politico e fisico mai visto), si contavano 15 barriere di confine, una decina in più di quelle in essere alla fine della seconda guerra mondiale. Oggi ce ne sono settanta e almeno altre sette sono in via di realizzazione o già finanziate. Non è finita la Storia e non è finita nemmeno la geografia: il mondo non è piatto, è sempre più punteggiato da frontiere dure, di cemento e filo spinato, e tecnologiche, telecamere e droni.

   Elisabeth Vallet, docente di Geografia all’università del Québec a Montréal ha condotto quello che è probabilmente lo studio più approfondito sulla moltiplicazione dei muri, sulle ragioni per cui sono eretti e sulla loro efficacia. È lei che ne ha contati settanta più i sette in preparazione (sono solo le barriere non mobili, puntualizza). Ed è il suo studio che è stato citato da Trump per dire che tutto il mondo alza muri, non si capisce perché lui non dovrebbe farlo. In realtà, chiarisce Vallet, il presidente ha omesso la seconda parte del suo studio, cioè che queste barriere non funzionano, che sono «una reazione alla globalizzazione». Fatto sta che la mappa dei tanti muri di confine è sorprendente, per dove sono e per le ragioni per le quali sono stati alzati.

   Il Botswana, per dire, ha costruito uno sbarramento elettrificato lungo 500 chilometri con lo Zimbabwe dopo un’epidemia di afta epizootica che nel 2003 ha colpito centinaia di allevamenti e forse veniva dal Paese vicino. Vicino che, invece, accusa il Botswana di averlo tirato su per fermare i migranti. Come che sia, la corrente elettrica non è mai stata attivata ma la barriera rimane.

   Sul filo spinato tra il Sudafrica e il Mozambico, invece, l’elettricità correva a 3.500 volt — localmente era chiamato «serpente di fuoco» — e negli Anni Novanta ha ucciso centinaia di mozambicani che fuggivano dalla guerra civile. Più a Nord, il Sahara Occidentale è attraversato da un muro alto tre metri e lungo 2.600 chilometri formato da sabbia e attrezzato con filo spinato, radar, bunker, chilometri di campi minati e guardato da centomila soldati. Lo ha voluto il Marocco per frenare gli attacchi del Fronte Polisario. Poco si sa anche della barriera a cinque file che l’Arabia Saudita ha eretto sul confine con l’Iraq dopo il 2014, per bloccare i terroristi dell’Isis. Un altro lo sta costruendo alla frontiera con lo Yemen.

   A rovescio è invece il muro di una decina di chilometri che l’Egitto ha costruito, con l’aiuto di Washington, per isolarsi dalla striscia di Gaza: si sviluppa sotto terra, per bloccare i tunnel che Hamas ha costruito a scopo di contrabbando e per importare armi. Qualcosa del genere sta facendo Israele sul suo di confine con la Striscia di Gaza, per impedire il rifornimento ad Hamas e per fermarne le infiltrazioni militari nel suo territorio.

   Molti altri sono stati costruiti negli anni: il più famoso e maggiormente militarizzato, quello che divide Nord e Sud della Corea sul 38° parallelo. Tutto questo, per molti versi è storia. Qualche volta con risultati decenti, altre volte con fallimenti totali: la Grande Muraglia rallentò ma non fermò gli assalti mongoli alla Cina; la Linea Maginot, il complesso di difese che la Francia innalzò negli Anni Trenta come barriera difensiva contro la Germania, fu superata a Nord dagli eserciti di Hitler.

   I muri più recenti sono però cronaca, attualità. E a guardare il complesso di quanto è successo e sta succedendo le sorprese sono ancora maggiori. Dagli Anni Novanta a oggi, gli Stati membri dell’Unione europea e dell’Area Schengen hanno tirato su quasi mille chilometri di muri (senza contare le operazioni di pattugliamento e respingimento in mare), secondo uno studio dello spagnolo Centre Delas. Nel primo decennio dopo la caduta del Muro di Berlino, le barriere alzate sono state due; nel 2015, anno della grande ondata di immigrati, il salto fu da cinque a 12; fino alle 15 del 2017.

   Dei 28 membri della Ue, dieci hanno alzato muri: Ungheria, Bulgaria, Slovenia, Austria, Grecia, Spagna, Lituania, Estonia, Lettonia, Regno Unito. Se si escludono i tre Paesi Baltici, che stanno costruendo barriere di difesa ai confini con la Russia (la Lituania con l’exclave di Kaliningrad), tutte le altre costruzioni sono state giustificate dalla necessità di fermare o rallentare i flussi di migranti. Prima quelli in arrivo dalla ex Jugoslavia, poi quelli spinti dalle guerre in Siria, Iraq, Libia, molti dei quali arrivavano dalla rotta dei Balcani. Fino agli immigrati che tentano di passare in Gran Bretagna da Calais — dove i britannici hanno alzato una barriera — attraverso il tunnel sotto la Manica. Fortezza Europa, dice lo studio del centro Delas: sigillata alle frontiere esterne.

   I movimenti migratori, insomma, sono diventati la ragione principale per la quale i governi alzano muri o — come in Australia in modo inflessibile e nel Mediterraneo con meno determinazione — schierano le navi. Gli esperti per lo più sostengono che, così come in guerra i muri sono serviti a poco e al giorno d’oggi servono a nulla, anche per fermare gli immigrati non funzionano molto. In realtà, la rotta balcanica è stata chiusa. È però vero che chi vuole arrivare in Europa cerca altre strade. E qui c’è un punto importante: più è difficile passare un confine, più chi lo vuole superare deve prendere dei rischi. Se il motivo per il quale ha deciso di emigrare è forte — fuggire da una guerra o dalla miseria — calcolerà il pericolo che corre rispetto a quanto rischia rimanendo nel luogo di partenza.

   La questione muri che si moltiplicano è dunque complicata. Non sono particolarmente efficienti. In gran parte dei casi sono un’iniziativa di propaganda dei governi per mostrare che fanno qualcosa: si tagliano nastri. Al contrario di quanto dice Trump del «beautiful wall» con il Messico, non sono una visione edificante.  Sono però un elemento ricorrente nella storia quando le popolazioni si sentono insicure: ingenuo rigettarli su basi ideologiche.

   Raphael Cohen, un esperto dell’americana Rand Corporation e insegnante alla Georgetown University di Washington, sostiene che in alcuni casi sono utili in quanto «ostacoli di rallentamento». Ma «nessun muro storico si è dimostrato inespugnabile», aggiunge. Possono essere strumenti tattici: ad alto costo, come racconta la sorte della giovane Felani. La strategia, però, è un’altra cosa. (Danilo Taino)

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LA MEMORIA

SCHÄUBLE “SOTTO IL MURO ACCADDE UN MIRACOLO”

di Tonia Mastrobuoni, da “la Repubblica” del 9/11/2019
– L’allora ministro dell’Interno racconta “Una rivoluzione felice” –

   Il presidente del Bundestag WOLFGANG SCHÄUBLE ha fatto la storia della Germania. Temuto e potente ex ministro delle Finanze nella Grande crisi, quando cadde il Muro di Berlino, era responsabile dell’Interno del governo Kohl. In questa intervista esclusiva con Repubblica rievoca quei momenti che hanno cambiato la storia del mondo.

Presidente, dov’era il 9 novembre 1989?

«Ero ministro dell’Interno, ero a una riunione per decidere come trovare una sistemazione ai tanti tedeschi dell’Est che stavano già scappando a Ovest».

Cosa ha provato quando è caduto il Muro?

«Una gioia incredibile. Ma ero anche angosciato. Pensai: “Speriamo vada tutto bene”. La mia generazione era cresciuta con la certezza che una modifica del Muro non fosse possibile, che avrebbe scatenato una guerra. E invece accadde il miracolo».

È stato il momento più felice della storia tedesca?

«Sì, assolutamente. Quello è stato il momento più felice della storia tedesca».

Un mese dopo lei rivelò al Bundestag che 344.000 tedeschi dell’Est erano già scappati dall’inizio dell’anno. Ma Helmut Kohl fu più un visionario o fu pragmatico, spinto da un popolo che stava già “votando con i piedi”, scappando in Occidente?

«Con la caduta del Muro, la Ddr era finita. Ed era chiaro che la maggioranza delle persone non volessero più vivere nel comunismo. E non volevano più due Stati: questo era il desiderio di una minoranza. Ma il risultato delle elezioni del 18 marzo del 1990 nella Ddr fu eloquente».
La Cdu stravinse quelle prime elezioni libere nella Ddr; i partiti che sognavano la ‘”terza via” tra comunismo e capitalismo andarono male.

«C’è ancora chi critica che il marco dell’Ovest sia stato introdotto troppo velocemente. Ma fu inevitabile: il popolo gridava “se il marco non verrà da noi, saremo noi ad andare dal marco”. Se avessimo aspettato ancora un anno, la stragrande maggioranza della popolazione della Ddr si sarebbe trasferita a Ovest».
In cosa è consistita l’impresa storica di Kohl?

«Con il sì al doppio binario della Nato, Kohl si era conquistato un’enorme fiducia in Europa e nella Nato. Insieme alla cautela con cui procedette dopo la caduta del Muro, fu il motivo per cui la Riunificazione non fece paura».
In primavera, però, François Mitterrand aveva ancora dichiarato che “due cose potrebbero scatenare una guerra in Europa: se la Germania si procurasse una bomba atomica o se un movimento popolare spingesse per la Riunificazione tedesca”…
«Infatti era quello il motivo della mia preoccupazione. Erano gli europei a nutrire le paure maggiori: Margaret Thatcher e Mitterrand. Ma il presidente francese accettò velocemente la Riunificazione».
Anche perché in cambio del sì alla Riunificazione, Kohl gli promise un’accelerazione sull’euro.
«Non è così semplice. Mitterrand aveva molti dubbi. Intorno a Natale i due si incontrarono. E Kohl promise a Mitterrand che la Germania unificata sarebbe sempre rimasta fortemente ancorata al processo di integrazione europea. Ciò avrà accelerato il processo dell’unione monetaria. Ma non fu un semplice do ut des».
Prima della caduta del Muro, Kohl aveva sventato un tentativo di putsch nel suo partito. Quanto è stato importante l’89 per la sua carriera?

«Tra il 1982 e il 1986 Kohl fu un cancelliere di grande successo. Ma senza la caduta del Muro non avrebbe vinto le elezioni federali del 1990».

Qualcuno sostiene che non fu Riunificazione ma annessione.
«Se i cittadini della Ddr avessero voluto rimanere divisi, lo avremmo accettato. Hanno deciso autonomamente la Riunificazione».
Quanto è stato difficile per Kohl convincere i tedeschi a rinunciare al marco?

«Il marco era un simbolo di stabilità e affidabilità. Convincere i tedeschi a rinunciare al marco non è stato facile».

Lei in Europa è ancora il simbolo dell’austerità.
«Io mi sono battuto perché i partner europei adottassero le misure più adatte ad aumentare la competitività dei loro Paesi. Non è possibile lanciare accuse agli altri e chiedere la solidarietà senza rendersi conto delle proprie responsabilità».

L’euro è una valuta debole, se paragonata con la forza economica della Germania. Ed è debole perché è “diluita” con altri Paesi. Perché i politici spiegano così raramente ai tedeschi quanto approfittino dell’euro?

«È vero, noi approfittiamo dell’euro. Anche i tedeschi lo hanno capito. Ma la domanda è: vogliamo indebolire la Germania o non è meglio se gli altri diventano più competitivi? Dobbiamo fare le riforme. Emmanuel Macron lo fa con grande coraggio e successo. Spero che anche l’Italia ci riesca».
Pensa che la Germania dovrebbe rinunciare allo “zero deficit”?

«Nel 2010, quando scrissi la prima finanziaria da ministro delle Finanze, la crisi ci aveva imposto un disavanzo che valeva 1/4 del bilancio. Quando l’economia cominciò a riprendersi, ridussi il deficit. Che è poi il nocciolo della filosofia keynesiana. E ho puntato allo “zero deficit” soltanto quando ho capito che sarebbe stato realistico, nel 2014. Non è un feticcio. E il problema è che tanti fondi previsti dal bilancio non vengono mai usati. Siamo farraginosi. Pensa che l’aeroporto di Berlino non si riesca a finire perché mancano i soldi? Il problema è l’incapacità di usarli».
A Halle un neonazista tedesco ha attaccato la sinagoga. Com’è possibile, dopo che la Germania ha fatto i conti con il nazismo come nessun altro?

«Abbiamo fatto i conti col nazismo in modo così accurato per il semplice motivo che nessun altro Paese ha sterminato degli esseri umani così sistematicamente. Uno dei presupposti della nostra democrazia liberale è stata la promessa “mai più”. Perciò siamo così scioccati per i fatti di Halle. Se i cittadini ebrei si sentono insicuri in Germania, per noi è una vergogna. È una fortuna per il nostro Paese che ci siano di nuovo gli ebrei. Non possiamo mettere a rischio questo fatto».

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Il celebre attore svizzero BRUNO GANZ (da poco scomparso), uno dei due angeli nel FILM di WIM WENDERS “IL CIELO SOPRA BERLINO”

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