VENEZIA INVASA DALL’ACQUA E UN PIANO, CHE MANCA, PER ESSERE SALVATA (contro l’acqua alta, i cambiamenti climatici, la manutenzione dei rii… il turismo che la soffoca, le grandi navi e il moto ondoso dei motoscafi… Il calo demografico, le speculazioni nel commercio e negli alloggi…) (si inizierà a fare qualcosa?)

LA MAREA AL16/11/2019 – A Venezia la punta massima di marea si ferma a 115 – La marea ha toccato una nuova punta massima di 115 centimetri sul medio mare a Venezia, poco dopo la mezzanotte. Un fenomeno classificato come molto sostenuto (codice arancio), e non eccezionale, come i picchi degli ultimi tre giorni. L’allagamento in questo caso interessa soprattutto le aree più basse della città, come San Marco. Per domani domenica 17 il Centro maree del Comune prevede un’altra massima di 120 centimetri, alle 11.55 (DA CENTRO MAREE COMUNE DI VENEZIA, https://www.comune.venezia.it/ )

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(foto: L’ALBA del giorno dopo, 13 novembre) – ACQUA ALTA A VENEZIA oltre ogni limite martedì sera e notte del 12 novembre 2019– EMERGENZA VENEZIA

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Il PROGETTO – IL MOSE è un sistema pensato per difendere Venezia dall’acqua alta. È costituito da 78 paratoie mobili posizionate sui fondali in grado di chiudere le tre bocche di porto Laguna Mare Paratoia Laguna Mare fino a 90º VENEZIA Chioggia (380 m) Lido (800 m) Malamocco (400 m) Laguna Mare 2 immissione di aria compressa espulsione dell’acqua. Entra in funzione quando la marea è superiore ai 110 cm 1 3 Le paratoie bloccano la marea Le 3 bocche di porto Le persone al lavoro in una prima fase, poi diventate 1.500 a regime 700 I miliardi di euro stanziati in 15 anni di lavori che diventano 8 con le opere di contorno 5,5 ANDREA MEROLA / ANSA

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CON IL MOSE LA LAGUNA DIVENTERA’ UNA FOGNA?

La barriera che non c’è

QUEI 200 MILIONI PERSI NELLA BUROCRAZIA CHE FERMANO IL MOSE

di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 14/11/2019

   E il Mose? Ecco la domanda del giorno dopo. Il Mose. Dov’è, a che punto siamo, perché le 78 paratoie mobili già installate sul fondale delle tre bocche d’ingresso in Laguna (Lido, Chioggia e Malamocco) non si sono alzate per proteggere Venezia? Il Mose non c’è ancora. Il Mose non è finito. E anche quando sarà terminato (ora dicono alla fine del 2021, se il Provveditorato si deciderà a erogare gli ultimi 200 milioni) a lungo andare potrebbe fare più danni di quelli che deve prevenire.
“Ce la faremo, ma…” Ormai i numeri del Mose sono grani di un rosario che gli italiani conoscono a memoria. Se ne parla dagli anni Ottanta, il progetto definitivo viene approvato dal “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia nella primavera del 2003, nel 2006 il governo Prodi dà il via libera decisivo.
Un nome che è un acronimo (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), ma che evoca il biblico Mosé e la separazione delle acque del Mar Rosso. Doveva costare 3,4 miliardi di euro, ne costerà 5,49. Doveva essere finito nel 2016, lo vedremo in funzione, se va bene, tra due anni.

   «Penso che ce la faremo», dice a Repubblica Giuseppe Fiengo. E in quel “penso” ci sta tutta l’inquietudine dei 259 mila abitanti della Serenissima. L’avvocato Fiengo è uno dei due commissari (erano tre, poi Luigi Magistro si è dimesso) del Consorzio Venezia Nuova, nominati nel 2015 dall’Anticorruzione dopo la retata della Guardia di finanza che decapitò il Sistema Mazzacurati. Il cui riverbero tuttora influenza il cronoprogramma.
«Ci manca da ultimare la parte impiantistica, quindi le paratoie non possono ancora essere chiuse tutte contemporaneamente». Quel che racconta Fiengo spiega bene come giravano le cose ai tempi del Sistema.
«Oltre alle criticità sulle cerniere dei cassoni, già arrugginite, abbiamo scoperto che gli impianti non erano nemmeno stati inseriti nel progetto: era prevista la fornitura dei macchinari, ma senza i collegamenti».
“Ci devono dare 200 milioni” Il Mose oggi è costruito al 94%. Il denaro per finirlo c’è, perché lo Stato ha messo a disposizione l’intero importo, solo che per percorrere l'”ultimo miglio” servono i 200 milioni fermi al Provveditorato di Venezia.
«Non li eroga – sostiene Fiengo – per cavilli burocratici: ne abbiamo bisogno per rimediare ai difetti di costruzione, per la manutenzione, per le prove delle paratoie, per pagare i 240 dipendenti del Consorzio; ci rispondono che da regolamento possono sbloccarli solo a Saldo avanzamento lavori come da capitolato del progetto». Non per lavori extra, dunque, necessari per riparare alla malagestione precedente, quando vigeva il Sistema.

L’acqua alta ha invaso anche piazza San Marco. C’è grande apprensione per la Basilica: nel momento del picco, al suo interno si misurava un metro e 10 d’acqua e la cripta, ha riferito la polizia municipale, è stata sommersa completamente. Intaccati anche i marmi e le colonne che erano già stati danneggiati, e poi in parte sostituiti, dalla marea del 30 ottobre 2018.

   Il Sistema Mazzacurati. Funzionava così: il patron del Consorzio Giovanni Mazzacurati (morto in California lo scorso settembre a 87 anni, senza sottoporsi al processo) ungeva con mazzette, favori e regali tutta la filiera da cui dipendeva l’avanzamento del progetto Mose e il rubinetto dei finanziamenti. È andata avanti fino al 2014, quando il pool di magistrati veneziani scoperchiò il Sistema. Sono arrivate condanne in primo e secondo grado, più una sfilza di patteggiamenti tra gli imprenditori, e spesso si dimenticano le reali dimensioni dello scandalo Mose: i finanzieri hanno calcolato che il Consorzio, tra il 2004 e il 2014, si è mangiato 250 milioni di euro in tangenti, sovrafatturazioni, evasioni fiscali, fondi neri, consulenze fittizie; solo in mazzette sono stati dissipati almeno 40 milioni di euro, tutti (e anche qualche milione in più) rientrati nelle casse dello Stato grazie alla strategia seguita dai pm veneziani per accordare i patteggiamenti agli indagati.

Una laguna è un luogo umido costiero che comunica con il mare attraverso varchi, o bocche di porto, in modo tale che il movimento dell’acqua all’interno sia governato dalla marea ed è un ambiente di transizione tra terra e acqua, in stato di perenne instabilità.

“La Laguna diventerà una fogna”

Secondo il piano dei commissari, già nell’autunno 2020 le barriere, seppur in fase di sperimentazione, si chiuderanno per difendere la città dalle maree. E serviranno almeno 80 milioni di euro all’anno per la manutenzione, che saranno pagati dall’ente gestore ancora da individuare.

   Una parte, assai nutrita, di ingegneri idraulici e ambientalisti dubita però della reale efficacia del Mose. Già nel 2006 uno studio di Principia, leader mondiale nel campo della modellistica, metteva in guardia: con particolari condizioni di mare (onda di 2,2 metri con frequenza di 8 secondi), si può generare l’effetto “risonanza”, che rende le paratoie instabili e inefficaci.

   Non solo. Armando Danella, membro dell’associazione AmbienteVenezia, consulente della ex giunta Cacciari, spiega: «Nel 2003, quando hanno definito il progetto Mose, hanno calcolato un innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale, di appena 22 centimetri in un secolo. Ipotizzavano di azionarlo 6 volte all’anno, quando l’alta marea raggiungeva 1 metro e dieci dal medio mare. Hanno sottovalutato tutto: le più recenti previsioni stimano in 90 centimetri l’innalzamento del livello del mare, e infatti già nel 2018 il Mose sarebbe entrato in funzione venti volte. In questo modo, senza il ricircolo dell’acqua e l’ossigenazione necessaria, la Laguna diventerà una fogna». (Fabio Tonacci)

13/11/2019: vaporetti alla deriva

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Nel centro storico di Venezia e nelle isole della laguna è in funzione un SISTEMA ACUSTICO DI ALLERTAMENTO in caso di acqua alta basato sulle tradizionali sirene e sui nuovi segnali digitali volti a segnalare quattro livelli di marea previsti. L’allarme marea viene diffuso dal SUONO DELLA SIRENA seguito da un secondo segnale acustico volto ad indicare il livello di marea previsto, ovvero: 110 cm – un suono prolungato a nota costante, 120 cm – due suoni in scala crescente, 130 cm – tre suoni in scala crescente, 140 cm e oltre – quattro suoni in scala crescente. I segnali vengono ripetuti più volte e vengono emanati su frequenze facilmente udibili anche dagli anziani. I diffusori acustici sono installati all’interno dei campanili e su altri edifici comunali o demaniali, sono collegati fra loro con una rete WiFi dedicata che può essere eventualmente utilizzata in caso di necessità anche per comunicazioni diverse dall’allarme marea.

MA IL MOSE DOV’È?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 14/11/2019

   «Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere montare l’acqua alta, l’altra notte, i veneziani hanno rivissuto i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.
Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22.50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 km orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23.30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno della disastrosa «aqua granda» del 1966.

   Anche i più previdenti, come Gianpietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’acqua alta a Venezia», un libro pieno di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza della marea. Sul portone di casa aveva montato una robusta paratoia che arrivava a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

   Gondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. E poi vaporetti sollevati come barchette e sbattuti di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come il Gritti coi divani e i tavolini del Settecento galleggianti tra le stanze dorate col ritratto di un doge severo appeso alla parete. Negozi di oreficeria e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con borse e borsette che affogano in un liquido scuro. Maschere da carnevale inzuppate e sformate. Negozianti con le mani nei capelli. La cripta di San Marco invasa dalle onde e così la Basilica e la Piazza, coi turisti che si muovono silenziosi trascinando gli stivaloni. Eccetto il solito bulletto, che sguazza ridendo nell’acqua per la foto ricordo. Del tutto ignaro della tragedia che si va compiendo. E sintetizzata dal procuratore di San Marco così: «Siamo stati a un soffio dall’Apocalisse».

   Solo la piena del ’66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene». I danni gravissimi al patrimonio umano, artistico, culturale non servirono neppure a rallentare la costruzione in corso del grande Canale dei Petroli. Che c’entrava, quel canyon scavato in una laguna profonda in media 110 centimetri, con l’acqua alta?

   Tre anni dopo, nel 1969, Indro Montanelli si sfogava contro certe iniziative «prese e tirate avanti senza che si fossero studiati gli effetti che potevano sortire sul delicato equilibrio acqua-aria-terra su cui Venezia si regge, e che ora dà segni di catastrofico sconvolgimento». E ammoniva che a Venezia «non si può procedere al buio. Uno sbaglio, che a Milano può essere corretto e rimediato, per Venezia può significare la morte. Ci si astenga quindi da imprese, di cui prima non si siano studiate a puntino le conseguenze».

   Ci pensarono per quasi vent’anni, dopo l’alluvione, prima di decidere. Poi scelsero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al Doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno». Già nel 1982, come prova un’ Ansa, c’era chi era perplesso. Ma nell’85 ad Amburgo il progetto fu lanciato con turbo-ottimismo: «La marea sarà prevedibile con un anticipo minimo di cinque ore e le paratoie, suddivise in “porte” da cinque metri ciascuna, saranno innalzabili in meno di un’ora e capaci sia di resistere a mareggiate molto forti…».

   Nell’86 Bettino Craxi diede il via libera definitivo: «Le opere per la difesa di Venezia verranno ultimate entro il 1995». Due anni dopo, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratoie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Poi Mose.

   Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: «È il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1.100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratoia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Riva degli Schiavoni ancora nell acqua _ foto (da il Manifesto)

   Ma i tempi? De Michelis: la scadenza «resta quella del 1995». Certo, precisava, «potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Sono passati, dallo spot pubblicitario di Amburgo, 34 anni. Quasi quanti quelli trascorsi dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. E qual è la situazione? Prendiamo dall’ Ansa l’ultima promessa, il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

   Rileggiamo: «Fase sperimentale». Tre decenni e passa di prove tecniche. Polemiche. Sprechi. Mazzette. Rinvii. Inchieste giudiziarie. Manette. Dimissioni. Commissari. E buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: lo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il deus ex machina del Consorzio che se l’era già filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

   Otto miliardi di euro, contando i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: quasi il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. Prospettive? Un’ottantina di milioni l’anno per la manutenzione delle cerniere sottomarine. Se andrà bene. Notizia d’agenzia del 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco». Colpa della scoperta di «vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico».

   Vale la pena di insistere? Questo è il nodo. «La domanda che va posta è se una scelta tecnologica fatta quarant’anni fa sia tuttora idonea, soprattutto alla luce dell’analisi costi benefici», scrivono in Corruzione a norma di legge Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, «Si dirà che oggi è troppo tardi, ma è una domanda che, in quarant’anni, mai è stato consentito porre, sempre con la scusa che “ormai i lavori sono quasi finiti”». Manca poco… Manca poco…

   E intanto la città che fu serenissima è andata di nuovo sotto. Con la paura che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»… (Gian Antonio Stella)

Il Patriarca di Venezia Moraglia e il sindaco Brugnaro nella cripta allagata della Basilica di San Marco (foto da Gente Veneta Facebook)

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IL MOSE CHE NON C’È

di Gianfranco Bettin, da “IL MANIFESTO” del 14/11/2019

– Venezia. La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo –

   La paura, il pericolo, avanzano a Venezia con un doppio passo: con i giorni, le notti, di catastrofe, come ieri, come il 4 novembre del 1966, e con la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale.

   Le due dinamiche – eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato tragicamente, come da tempo facevano già i rilievi sul campo, scientificamente.

   Il dramma odierno è quello di una città che, a dispetto di quanti la credono ormai semivuota, è ancora – parliamo della città d’acqua e del Lido – di oltre 90 mila residenti (come l’intero comune di Treviso, ma concentrati in uno spazio urbano molto minore) e dunque da difendere, oltre che per il suo valore storico e artistico, perché abitata da una comunità viva, attiva, che infatti resiste, anche se soffre. Soffre sia per le difficoltà di restarvi (scarsità di alloggi alla portata di tanti, invadenza della monocultura turistica, costo della vita spesso impervio, difficili spostamenti ecc.), sia per la crescente esposizione a rischi ambientali (emissioni delle grandi navi e del traffico acqueo tutto, moto ondoso, degrado degli edifici, acque alte più frequenti e violente). Su queste fragilità di fondo, si abbattono i singoli eventi catastrofici e grava la crisi strutturale dell’ecosistema.

   La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, entro i prossimi decenni.

   Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora.

   In realtà, i mutamenti dell’ecosistema e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, compromettendo laguna e porto. Sulla effettiva possibilità che funzioni, però, il pessimismo aumenta, tanti sono i difetti che stanno emergendo (corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi…), insieme ai costi enormi della manutenzione (almeno cento milioni l’anno) che non è chiaro chi pagherà (né chi sovrintenderà al funzionamento).

Uno studio dell’Enea indica le aree costiere e i porti a rischio inondazione al 2100. Interessati l’Alto Adriatico (da Trieste a Ravenna); la foce del Pescara; Lesina e Taranto; Versilia, Cecina, Follonica, Piombino; Fondi; l’area di Cagliari (da “La Stampa”, 27/2/2019)

   Era una strada obbligata, quella del Mose? Niente affatto. Nel 2006 il Comune di Venezia promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative (tra le quali, sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili ecc., combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, ripristino della morfologia, potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto ecc.) vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa.

   Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo».

   Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare . Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, sta soffrendo. (Gianfranco Bettin)

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da https://ytali.com/

MOSE. C’È ANCORA UN’ALTERNATIVA

da https://ytali.com/ , scritto da ARMANDO DANELLA, Associazione Ambiente Venezia, 3 Maggio 2018

– Vale la pena voler ultimare un’opera che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita? E che comporterà ingenti oneri di manutenzione e gestione nei prossimi cent’anni? –

   l CHE FARE di fronte a una grande opera sbagliata e costosa qual è il Mose che si rivelerà a breve anche inutile per l’aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro

Oggi il Mose appare contrassegnato dallo scandalo che l’ha coinvolto, da quella realtà fatta di corruzioni, tangenti, rapporti tra controllori e controllati, fondi neri che la magistratura è riuscita a far emergere.

Un impressionante sistema di potere malavitoso e criminale che coinvolge politici, amministratori, imprese,   magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti.

   La meritevole azione collegiale degli organi preposti al ripristino della legalità che tanta attenzione mediatica sta provocando rischia però di relegare in secondo piano la sostanza del sistema che interessa il Mose. Si sta assistendo a un atteggiamento diffuso di non voler sapere, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cos’è stato tecnicamente il Mose nel suo divenire. Ed è sulla base di questa per alcuni versi morbosa attenzione verso l’operato della magistratura che rimane sullo sfondo o addirittura scompare la contrarietà motivata a questa opera, alla sua natura, alla sua struttura, alla sua funzionalità; sembra quasi che un destino ineludibile debba far portare a compimento questa opera datata così com’è stata voluta dai progettisti e da coloro che l’hanno approvata.

    Tutto procede senza ripensamenti: il rigore scientifico, il “cogito ergo sum”, l’eustatismo incipiente che cancellerà definitivamente quest’opera non “rientrano” nello stato di avanzamento dei lavori.
Così sulla questione del Mose si continua a ignorare o fraintendere quanti interventi possibili e alternativi alle bocche si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare di azioni il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici.

   Nell’ambito degli interventi per la difesa di Venezia dalle acque alte, va applicata una linea di azione (costruita sulla base di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica e alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica) che dimostra:

1- che si può operare alle bocche di porto con la riduzione parziale delle sezioni attraverso il rialzo dei fondali e l’inserimento di opere di restringimento trasversali sia fisse che removibili stagionalmente in modo da aumentare le resistenze al flusso delle correnti di marea con una significativa riduzione dei livelli marini in laguna rispetto al mare;

2- che si può ottenere con una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna un migliore regime idraulico della laguna permettendo fra l’altro di contrastare la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la morfologia lagunare;

3- che va separata la logica degli interventi delle acque medio-alte da quelle necessarie per la difesa dalle acque alte eccezionali;

4- che va ridotta la penalizzazione della portualità veneziana attraverso la differenziazione delle funzioni portuali delle tre bocche, con la chiusura parziale dei varchi mobili per le acque medio-alte e con la chiusura totale per le sole acque alte eccezionali;

5- che si può così impiegare il tempo necessario per perfezionare e sviluppare i metodi di difesa più idonei, anche a più vasta scala territoriale, conseguenti ai cambiamenti climatici prevedibili (interventi di iniezioni di fluidi su strati geologici profondi volti al sollevamento antropico).

   L’inserimento di OPERE REMOVIBILI STAGIONALMENTE ha il vantaggio di permettere di operare sulle bocche di porto con due diversi gradi di restringimento:meno spinto nel periodo estivo, quando in linea di principio è auspicabile un maggiore scambio tra mare e laguna, più spinto nel periodo tardo autunnale e invernale durante il quale le acque alte si presentano con maggiore frequenza e un meno vivace ricambio delle acque è più sopportabile dalla laguna.

   Per quanto riguarda poi quelle strutture che provvederanno alla chiusura dei varchi mobili vanno individuate quelle soluzioni tecnologiche (per esempio pontoni sommergibili removibili con paratoie a gravità) che escludano quei fenomeni legati alla risonanza e alla instabilità dinamica che le paratoie del Mose presentano e che ancora oggi incomprensibilmente si evita di verificare.

   Questi interventi rappresentano una PRIMA FASE che consente una forte riduzione dei colmi di marea, in particolare per quanto attiene a quelli medio-alti che sono quelli che si verificano con maggiore frequenza in città, il che ha anche l’effetto, fondamentale, di fornire il tempo necessario per perfezionare e sviluppare in una SECONDA FASE i metodi di difesa più idonei, anche a più vasta scale territoriale, conseguenti ai cambiamenti climatici prevedibili.

   Tutto ciò rappresenta una radicale variante del progetto Mose, di fatto un suo abbandono. E il nuovo onere finanziario da sostenere, pur beneficiando di un drastico abbattimento degli alti costi di manutenzione e gestione che la struttura del Mose impone e di un parziale recupero di materiali già esistenti e messi in opera per il Mose, deve prendere atto della perdita di danaro speso per tutti quegli interventi che non possono a nessun titolo venir recuperati e che sono figli di una sciagurata impostazione progettuale avvalorata da un regime malavitoso.

   Qualora s’insista nel proseguimento dell’opera senza tener conto delle criticità denunciate, e dal momento che la sua non funzionalità si potrà constatare solo in futuro a opera ultimata, bisogna prefigurare un danno erariale a fecondità ripetuta mettendo sotto sequestro cautelativo il patrimonio di tutti quei soggetti, politici e tecnici, che con la loro firma su specifici documenti (documentazione depositata dal Comune di Venezia presso tutte le istituzioni interessate all’iter procedimentale del Mose) hanno contribuito a far sì che il presidente del consiglio Prodi e parte del suo governo respingessero le proposte alternative indicate dal Comune di Venezia nel 2006 – sindaco Cacciari – (che sviluppano peraltro concetti scientifici propri del “Progettone” del 1981 a cui fanno seguito autorevoli pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici degli anni successivi o della Valutazione di Impatto Ambientale del 1998), il cui impianto ancora oggi può verosimilmente rappresentare soluzioni più funzionali, anche per il riequilibrio lagunare oltre che per la portualità, con un’ottica di diminuire drasticamente gli alti costi di manutenzione e gestione del Mose e di una maggiore consapevolezza dell’evoluzione dell’aumento dei livelli del mare.

   Tutto questo però non può sfuggire alla domanda che tanti si pongono: ma VALE LA PENA BLOCCARE I LAVORI DI UN’OPERA CHE STA VOLGENDO AL TERMINE E CHE È GIÀ COSTATA QUASI SEIMILA MILIONI DI EURO?
Una legittima domanda a cui ne potrebbe far seguito un’altra: ma VALE LA PENA, anche in nome di un rigore scientifico che ha sempre caratterizzato le azioni della salvaguardia, VOLER ULTIMARE UN’OPERA CHE SI SA GIÀ CHE NON RAGGIUNGERÀ GLI OBIETTIVI PER CUI È STATA CONCEPITA E CHE COMPORTERÀ INGENTI ONERI DI MANUTENZIONE E GESTIONE NEI PROSSIMI CENT’ANNI (tanto è il tempo di vita previsto dell’opera) che graveranno peraltro sul nostro debito pubblico? Ultimare un’opera sbagliata, che si sa sbagliata per la conoscenza di critiche fondate e documentate, rappresenta in uno stato di diritto un altro delitto punibile.

   E ancora: a fronte di uno scenario di riscaldamento globale con l’innalzamento dei livelli marini in Adriatico in base alle previsioni del 4° Rapporto IPCC presentato alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 1° dicembre 2015, da cui deriva la necessità di modificare il rapporto altimetrico mare-suolo mediante il sollevamento del suolo stesso, PERCHÉ INSISTERE come una sorta di accanimento terapeutico sul proseguimento di un’opera che i valori di quello stesso Rapporto mettono già all’indice per l’altissimo numero di chiusure delle bocche di porto?

   Il riscatto dello scandalo Mose può passare solo attraverso il riconoscimento degli errori commessi, la sua sostanziale messa in discussione progettuale e con la rivincita-affermazione di quel sapere scientifico indipendente che la storia malavitosa della “grande opera” ha volutamente respinto e ignorato.

   Un giusto riconoscimento alle mobilitazioni e a quell’Assemblea permanente NO MOSE che aveva coniato l’indovinato slogan “Il Mose: un’opera utile solo a chi la fa”

Associazione Ambiente Venezia (documento del 3 maggio 2018)

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L’ESPERTO: “L’EUROPA COME I TROPICI. I CICLONI DIVENTERANNO LA REGOLA”

di Giacomo Talignani, da “la Repubblica” del 14/11/2019

– PASCALE, l’italiano che a Stanford studia i “medicanes” – Si possono ipotizzare sistemi per arginare il problema, ma la vera sfida è contenere il global warming –

   Fenomeni devastanti come quelli che hanno colpito Venezia, Matera o il Salento saranno sempre meno eccezionali e più intensi. E l’Italia, penisola circondata dal mare, tra consumo di suolo, erosione costiera e cementificazione, verrà penalizzata dall’avanzare della crisi climatica.
Non è un caso se negli ultimi 83 anni il 55% dei fenomeni eccezionali di acqua alta a Venezia (quelli superiori al metro e 40), è avvenuto dal 2000 in poi: ben 11 casi su venti. «Questi fenomeni c’erano anche in passato ma con il livello del mare più alto e i venti che soffiano più forti ora cresce il fenomeno dell’acqua alta e cresceranno anche i danni», sostiene dalla California SALVATORE PASCALE, climate scientist alla Stanford University e studioso dei medicanes, i cicloni tropicali del Mediterraneo. A lui chiediamo perché gli eventi climatici estremi sono una nuova grande minaccia per l’Italia.
Nei suoi studi sostiene che, sebbene non sia chiaro se la frequenza dei cicloni aumenterà, quando impatteranno saranno sempre più potenti.
«Sì, quando colpiranno anche in Italia lo faranno in maniera sempre più intensa a livello di potenza del vento e intensità della pioggia. E questo avrà ricadute anche su zone già fragili come Venezia. Abbiamo pubblicato una ricerca sul problema, basata su modelli matematici che provano a ipotizzare gli scenari futuri. Purtroppo, non positivi».
Davvero in futuro si potrebbe ipotizzare una Venezia sommersa?

«L’acqua alta si è sempre verificata quando il vento di scirocco soffia in maniera più importante. Ma oggi il livello dei mari globali, per espansione termica e per lo scioglimento delle calotte come Groenlandia e Antartide, continua a salire: è chiaro che con questo scenario a ogni vento di scirocco Venezia sarà sempre più in sofferenza. Non so se si possa dire sommersa, ma diversi studi evidenziano le criticità di tutte le zone costiere e non solo a causa dei fenomeni meteo del futuro».
Si può calcolare quando colpiranno i medicanes?

«Difficile dirlo, ma solitamente in Italia e nel Mediterraneo c’è più probabilità che si verifichino fra fine estate e inizio autunno. È il periodo in cui il mare più caldo favorisce scambi più intensi di energia con l’atmosfera e quest’ultima, carica di vapore acqueo a causa del surriscaldamento, è pronta a rilasciare piogge straordinarie».

Intende devastanti?

«I medicanes hanno caratteristiche tropicali ed extratropicali: rispetto a quelli che distruggono le coste degli Stati Uniti, che possono avere un raggio anche di 1.000 chilometri, questi sono più piccoli, parliamo di 200, massimo 300 chilometri. Essendo più piccoli rispetto ad altri uragani i modelli di clima globale, che hanno una risoluzione spaziale bassa, non li vedono e non li simulano bene. Così abbiamo usato un modello climatico globale ad altissima risoluzione in grado di vedere meglio le loro caratteristiche: ne abbiamo dedotto che quando arriveranno saranno molto più potenti, con venti anche oltre 150 chilometri orari e piogge devastanti».
Esistono soluzioni per arginarli?

«A Venezia come altrove si possono ipotizzare infrastrutture per arginare i problemi, ma la sfida vera oggi è contenere il riscaldamento globale, come ci ricordano i giovani. Soltanto 4 giorni fa un medicane si era creato vicino all’Algeria per poi svilupparsi all’interno di una circolazione ciclonica più ampia che ha portato piogge e venti nel Sud Italia. Questi cicloni, come trombe d’aria più potenti e temporali estivi, ci sono già, e a causa del global warming colpiranno con più violenza un Paese già fragile per cementificazione e consumo di suolo».

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DA VENEZIA A MATERA L’EMERGENZA CLIMATICA È QUI, È ORA, È IN ITALIA

13/11/2019, da https://www.huffingtonpost.it/  

   Da Venezia a Matera l’emergenza climatica è qui, è ora, è in Italia Il decidere di non decidere presenta il conto e lo sta facendo mettendo a rischio la vita di molte persone e i luoghi della cultura, simboli dell’Italia nel mondo.

   Un difetto di prospettiva che ha accompagnato la discussione sul riscaldamento globale e sull’emergenza climatica (almeno fino a quando gli adolescenti di tutto il mondo non sono riusciti a farsi ascoltare dalla politica) ha a che fare con la percezione di vicinanza/lontananza dal problema. Molti cittadini del cosiddetto primo mondo, e i loro governanti, hanno continuato a rinviare il momento in cui intervenire per evitare che l’ecosistema collassasse sotto i colpi dell’inquinamento perché, tutto sommato, non ne sperimentavano il disagio immediato.

   Se la temperatura d’estate sale di un po’, o se in autunno piove un po’ più forte, in fondo non casca il
mondo, avrà pensato più di qualcuno. Il decidere di non decidere, però, sta presentando il conto e lo sta facendo in modo profondo, doloroso e (per paradosso) così evidente da non poter più essere ignorato. E lo sta facendo nel nostro Paese.

   Di più: lo sta facendo continuando a mettere a rischio la vita di molte persone e i luoghi della cultura, i simboli dell’Italia nel mondo. Le inondazioni stanno facendo annegare ciò che di più prezioso abbiamo. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, in un drammatico video notturno registrato in Piazza San Marco, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno che tutti ci diano una mano, e bisogna essere tutti uniti per affrontare questi che sono evidentemente gli effetti dei cambiamenti climatici.”

   Ciò che fino a qualche tempo fa era un tema marginale nel dibattito pubblico – e che ancora oggi è fortemente sottovalutato in molti partiti, fondazioni e redazioni – è diventato improvvisamente ‘evidente’. I numeri, che a volte possono apparire noiosi, hanno però spesso il merito di essere inflessibili.

   La Basilica di San Marco, dove l’acqua alta ha raggiunto 70 centimetri di altezza (causando danni ancora da quantificare), è stata colpita da simili inondazioni per sei volte negli ultimi 800 anni. Tre di questi sei casi è avvenuto negli ultimi venti anni, ben due negli ultimi dodici mesi. MATERA, capitale europea della cultura 2019, è stata colpita da un’alluvione (con venti fino a 150 km/h) che ha portato le strade a riempirsi di acqua piovana. L’acqua è defluita direttamente nella zona dei Sassi, causando danni agli edifici storici e commerciali. PORTO CESAREO, una delle località di maggiore pregio del Salento, è colpita da un paio di giorni da onde che hanno raggiunto anche i cinque metri di altezza. In alcune zone costiere non c’è più la spiaggia, e lo scirocco ha spostato le barche ormeggiate per centinaia di metri.

   L’emergenza climatica è qui, è ora, è in Italia. Colpisce i luoghi della cultura e mette in pericolo intere comunità. Anche il momento della decisione non può che essere ora. In Scozia, la Galleria Nazionale, in accordo con le istituzioni, ha deciso di non accettare più le sponsorizzazioni di British Petroleum, perché incompatibili con la propria missione di fare “il possibile per affrontare l’emergenza climatica”. Sono decisioni forti, ma certamente chiare, conseguenza di scelte politiche non più rinviabili.

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Intervista a MASSIMO CACCIARI

“SERVIVA MANUTENZIONE, NON LO STUPIDO MOSE “

di Ferruccio Sansa, da “il Fatto Quotidiano” del 14/11/2019

– Tre volte sindaco, Massimo Cacciari: “Basta, ne ho le scatole piene di parlare di Venezia. È inutile. In questo Paese non ha senso predicare, non c’è nessuno che ti ascolta. Volevano tutti il loro Mose … io me li ricordo, destra e sinistra, Prodi e Berlusconi … tutti ad applaudire alle cerimonie … e poi i giornali e le tv a osannare. E adesso siamo ancora lì con questa rogna dell’acqua alta“.

Massimo Cacciari, lei è stato tre volte sindaco di Venezia. L’ultima fino al 2010. Ma il Mose non le è mai andato giù …

Basta, non si possono fare battaglie da solo. Io cerco di dimenticare … nella vita bisogna saper dimenticare. Ma a volte bisogna anche ricordare.

Macché, non gliene frega niente a nessuno. Ma io me lo ricordo quando nel 2006 c’è stata la commissione e io sono stato l’unico a votare contro. L’unico. E ho preteso che fosse messo tutto a verbale, anche i dubbi dei pochi tecnici che non erano a libro paga del Consorzio Mose. E poi gli ho detto: auguri, spero che finiate nel 2013-2014 come avete promesso.

Battaglia finita?

Sì. Io non sono come i Cinque Stelline che se cambia amministrazione si cambia decisione. Ero contro il Mose, ho perso, ne ho preso atto. Almeno, mi sono detto, se proprio vogliono farselo speriamo che non caccino al vento miliardi di euro. Invece … Miliardi sperperati e siamo sempre in alto mare. Ora i nodi sono venuti al pettine. Pensi … hanno appena rinviato la prova al 2020 o al 2021, chi lo sa. E già ci sono problemi di manutenzione e guai alle giunture. Sarà mai pronto questo benedetto Mose? Nel frattempo le strutture sono rimaste in acqua decenni. E se non funziona il cerino resta in mano ai commissari.

Ma lei come lo avrebbe risolto il problema?

Serve fare manutenzione alla città, come era stato fatto dal 1966 al 1994. Come avevamo fatto noi negli anni ’90. Avevamo rialzato le fondamenta, si era lavorato sulle fogne. C ‘era una legge speciale, i fondi arrivavano presto e venivano spesi per Venezia. C’era anche un progetto per rialzare la basilica. La città era stata davvero risanata. Invece… da venticinque anni il Mose ha assorbito tutto, ogni euro è finito lì. Addio alla manutenzione, addio al restauro dei ponti. E tutti ad applaudire. E adesso il disastro dell’acqua alta… Parliamoci chiaro: è acqua alta, non è il Vesuvio che erutta. Non è un terremoto. Funziona così: l’onda prima arriva e poi se ne va. Certo, se dura cinque giorni allora mangia le strutture e incentiva l’esodo dei vecchi, perché vivere a Venezia è sempre più duro.

Venezia è morta?

Macché morta, è una città stupenda. Durerà secoli, molto più di me e di lei. È una grande grana e soprattutto si poteva evitare. Ma ormai io ho rinunciato, non ascolta nessuno.

E il sindaco Luigi Brugnaro come si è comportato? Ci ha parlato?

Chi se ne frega di Brugnaro. Ma si figuri se ci parlo. La colpa stavolta non è sua, ma anche lui vuole il Mose… sempre questo Mose.

Cacciari, lei si è arreso?

In questa Italia i competenti non contano un cazzo, nessuno li ascolta. Anche al Governo ci voleva gente competente, ma uno come Carlo Cottarelli non lo vuole nessuno. Va bene, ascoltate i Cinque Stelle e la Lega, dai. Sono anni che diciamo che prima o poi una nave da crociera sfonderà piazza San Marco. E intanto quelle continuano ad andare. Un giorno ce le troveremo in basilica, vedrà.

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LE COLPE DEL CLIMA E LE NOSTRE

di Sergio Rizzo, da “la Repubblica” del 14/11/2019

   Di fronte a ciò che sta accadendo, con Venezia sommersa da quasi due metri d’acqua, nemmeno i negazionisti più accaniti possono far finta di non vedere gli effetti dei cambiamenti climatici. O fare spallucce con la tranquillizzante vulgata secondo cui nel passato “era già successo”.
Vero: l’Istituto per la protezione ambientale ricorda che 125 mila anni fa il livello dei mari risultava 7 metri più alto, mentre con l’ultima glaciazione (20 mila anni or sono) si abbassò anche di decine di metri.
Resta il fatto che “il livello del mare non ha mai subito accelerazioni così alte come quella avvenuta in questo secolo”, sottolinea l’Enea. E in una recente ricerca informa che in Italia ci sono 33 “aree sensibili che sulla base della loro posizione sono particolarmente vulnerabili al futuro innalzamento del livello del mare”.
In cima a tutte, la costa settentrionale dell’Adriatico fra Trieste e Ravenna. Poi le pianure costiere della Versilia, la pianura pontina, le piane dei fiumi Sele e Volturno, Taranto e la costa catanese nonché Cagliari e Oristano. Oltre a Fiumicino, con il suo aeroporto intercontinentale.

   Insomma, nel giro di cent’anni 7.500 chilometri quadrati del nostro Bel Paese, una superficie pari al 2,5 per cento dell’intero territorio nazionale, potrebbero finire allagati. Di cui la maggior parte, fino a ben 5.451 chilometri quadrati, nel solo Nord Adriatico con epicentro Venezia: dove peraltro non sale soltanto l’acqua, ma è anche il suolo che si abbassa. Sempre che, naturalmente, non si verifichino accelerazioni ulteriori dei mutamenti climatici. In tal caso, per finire sott’acqua la laguna veneta ci metterebbe assai meno di un secolo.
Basterebbe questo per capire come la decisione di Donald Trump di far uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi non sia un gran viatico per il nostro pianeta.
Perché se con il riscaldamento globale il livello dei mari è destinato a crescere, il problema non può riguardare soltanto Venezia e pezzi del nostro Paese, ma il mondo intero. È stato calcolato che 177 milioni di persone vivano oggi in aree potenzialmente sommerse entro il 2100. Fra queste, quelle su cui abitano attualmente appena (si fa per dire) 840 mila italiani.
Rischiano grosso alcuni Stati asiatici quali Vietnam e Bangladesh. Ma anche Paesi europei come Germania, Francia, Regno Unito, e Italia. Per non parlare dell’Olanda, con il 47 per cento della popolazione residente in aree che potrebbero venire sommerse dal mare. Ragion per cui l’Unione europea, dove la sensibilità e l’attenzione agli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici sono decisamente maggiori che altrove, invita da anni i Paesi membri a dotarsi di “piani nazionali di adattamento al clima”. Anche perché sulla base di questi piani vengono messi a disposizione finanziamenti a valere sui fondi comunitari nella misura del 20 per cento del totale. Risorse da utilizzare per la messa in sicurezza delle aree più rischiose attraverso interventi strutturali.
Piccolo particolare: un “PIANO DI ADATTAMENTO AL CLIMA” l’hanno messo a punto pressoché tutti, ma per quanto è dato sapere l’Italia non ce l’ha ancora. Eppure è proprio quello che sarebbe indispensabile per non essere costretti a trovarsi in emergenza continua; comunque, avendo almeno delineato una strategia per affrontare situazioni eccezionali che saranno destinate a ripetersi.

   Invece continuiamo a commettere sempre lo stesso errore, senza aver imparato mai nulla dal passato né dai nostri errori precedenti. Così oggi sentiamo il coro dei politici chiedere a gran voce la solita toppa.  Questa volta si chiama MOSE o “Modulo sperimentale elettromeccanico”, vale a dire il sistema delle dighe mobili costato miliardi ai contribuenti, avviato trent’anni fa, finito nel 2014 al centro di una inchiesta per corruzione, mai completato e già aggredito pure dalla corrosione marina.

   Nessuno escluso, nel coro al quale si sono associati sindaci, costruttori, professionisti. Dal capo della Lega Matteo Salvini a esponenti di Forza Italia e del Partito democratico, per arrivare fino ai grillini: proprio loro, i nemici più acerrimi del Mose che chiedevano di sospenderne i lavori e sono arrivati a definirlo, per bocca del capogruppo alla Regione Jacopo Berti «simbolo del degrado delle istituzioni che si rivela anche in tutta la sua inefficienza tecnica, bruciatore di soldi dei cittadini, monumento alla corruzione…». Ora invece si turano il naso e insieme a tutti gli altri invocano: «È costato lacrime e sangue, finiamolo e facciamolo funzionare per quanto potrà. Non possiamo permetterci un inutile rottame in laguna».

   Certo, al punto in cui siamo meglio un’opera finita che l’ennesima tragica incompiuta. Ma sia chiaro che è inutile illudersi di fermare questa natura fatta impazzire dall’uomo con una diga pensata dopo l’alluvione del 1966. Più di mezzo secolo fa. E quando i cambiamenti climatici, per inciso, nessuno sapeva ancora che cosa fossero. (Sergio Rizzo)

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L’intervista al climatologo MAURIZIO FERLA (ISPRA)

«SUCCEDERÀ ANCORA: L’ADRIATICO SI ALZERÀ DI NOVE CENTIMETRI»

di Valentina Arcovio, da “il Messaggero” del 14/11/2019

– Maurizio Ferla (Ispra): «un tempo gli episodi di acqua alta erano 6 all’anno, adesso anche 18. è il clima che sta cambiando» –

   «Non è la prima volta che Venezia deve affrontare ondate di acqua alta. Tuttavia, negli ultimi anni questi fenomeni sono sempre più frequenti probabilmente a causa dei cambiamenti climatici». A spiegarlo è Maurizio Ferla, dell’Istituto Superiore per la Protezione e al Ricerca sull’ambiente e dirigente del Centro Nazionale Coste.

Di quanto è aumentata la frequenza di questi episodi?

«Basta guardare le statistiche. Fino agli anni ’90 avevamo in media 6 o al massimo 8 episodi di acqua alta all’anno. Oggi la media è salita a 10-12 episodi con un picco eccezionale anche di 18. Siamo di fronte a cambiamenti importanti delle dinamiche del mare cui occorre saper far fronte specialmente in vista del futuro».

Perché prevede peggioramenti per il futuro?

«Le proiezioni elaborate dal Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti climatici (Cmcc) mostrano per l’Adriatico un incremento dei livelli del mare di circa 9 centimetri entro il 2030, cioè tra appena una decina di anni. Significa che dovremo far fronte a eventi sempre più frequenti e importanti sotto il profilo dell’altezza della marea».

In che modo possiamo prepararci?

«Davanti a questi scenari, gli interventi in difesa della città sono di due ordini: uno che riguarda le maree fino ad un’altezza di 110 centimetri, che dovrebbero essere contrastate con misure locali sul tessuto urbano come il rialzo delle rive. Per quelle più elevate dovrebbe pensarci il Mose, il sistema di 78 dighe mobili che, una volta ultimato, dovrebbe isolare la laguna di Venezia dal resto del mare Adriatico».

Quindi le attuali difese non sono sufficienti?

«Le difese di Venezia contro questi fenomeni sono state concepite almeno una quarantina di anni fa. In questo lasso di tempo la sfida dei mutamenti climatici è diventata quanto mai concreta e attuale. Serve fare un aggiornamento delle strategie messe in campo non solo per la difesa della città ma anche per la Laguna».

Quali sono i rischi di un mancato aggiornamento?

«A parte il grande stress per la città e per le persone che ci vivono, l’acqua alta ha ripercussioni dirette su tutti i sistemi, da quelli economici e commerciali a quelli di approvvigionamento elettrico ed energetico. E non interessano solo la città ma, quando ci sono situazioni come quella di questi ultimi giorni, è tutta la costa che va dalla Foce del Po a Ovest fino a Monfalcone a Est a essere messa alla prova. L’acqua alta non è infatti una sfida solo per Venezia. A risentire di questa situazione è tutto il litorale settentrionale adriatico. Il mare spinto dal vento erode i litorali sabbiosi e crea una serie di problemi non indifferenti».

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PROPOSTE ALTERNATIVE AL MOSE E PER SALVAGUARDARE VENEZIA DELL’ACQUA ALTA (datate -2007- ma ancora valide, da realizzare)

Le proposte alternative per salvare Venezia e la Laguna

da www.italianostra-venezia.org/

LE “PROPOSTE PROGETTUALI ALTERNATIVE” PER LA REGOLAZIONE DEI FLUSSI DI MAREA MEDIANTE CHIUSURA DELLE BOCCHE DI PORTO (documento del 2007 della sezione di Venezia di ITALIA NOSTRA)

LA LAGUNA: UN MOSAICO VIVENTE

L’equilibrio tra mare e Laguna, tra terra e acqua e tra acque salmastre e dulcicole, come recita il Parere della Commissione VIA, “non è semplicemente uno stato morfologico ed idrodinamico, ma è la ragione della sopravvivenza del mosaico ambientale ed antropico che definisce la natura stessa della Laguna”.

   Tale equilibrio non può che “essere ottenuto con un insieme articolato di opere ed interventi nel rispetto delle caratteristiche della sperimentalità, reversibilità e gradualità”, caratteristiche prescritte per legge.

GLI “INTERVENTI DIFFUSI”

Sempre la Commissione “ritiene che il complesso degli interventi diffusi previsti dalla legislazione speciale costituisca la base indispensabile per il riequilibrio morfologico della Laguna”.

   Per “interventi diffusi” si intende quel complesso di opere capaci di riequilibrare la Laguna e di contrastare l’aumentata frequenza e aggressività delle acque alte. Come si può intuire sono antitetici al progetto MoSE: al posto di un unico intervento, la legislazione speciale prevede una pluralità di azioni capaci di una risposta specifica a ciascun problema della Laguna.

IL PIANO GENERALE DEGLI INTERVENTI

Nel 1999 il Piano generale degli interventi, sottratto al Consorzio Venezia Nuova e affidato al nuovo Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano (coordinato dal Ministero dell’Ambiente), ha rovesciato le tesi del Consorzio, dimostrando che se si riduce la portata delle bocche di porto (e cioè la quantità d’acqua che entra in Laguna dai porti) diminuiscono, e significativamente, le punte delle acque alte. Dopo aver negato tale assunto per anni, anche il Consorzio recentemente ha dovuto ammettere tale evidenza.

UN PIANO DI AZIONE PER LA SALVAGUARDIA DI VENEZIA DALLE ACQUE ALTE IN 25 PUNTI

Tutti gli studi più recenti in materia di salvaguardia, nonché le prescrizioni ineludibili delle leggi speciali, sono confluiti in un piano generale, le cui proposte sono di seguito sinteticamente raccolte per punti:

1) proibizione di estrarre sia gas naturali (metano) dal sottosuolo dell’intero arco Adriatico settentrionale sia acqua dalla falda acquifera. L’emungimento artesiano (cioè il prelievo di acqua sotterranea) da parte dell’industria di Marghera ha determinato un abbassamento totale del suolo di Venezia di 12 cm. Se l’estrazione di idrocarburi (metano) è oggetto di un’aspra battaglia che vede alleate molte forze politiche, l’estrazione di acqua dal sottosuolo per l’industria agricola e turistica è purtroppo ancora praticata in Laguna e zone contermini grazie a deroghe alle leggi vigenti;

2) riapertura alle maree delle valli da pesca (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata) in modo comunque da non impedire l’attività di pescicultura. Le relazione finale del Gruppo di lavoro per l’Ufficio di Piano, presentata nel 2002 al Ministero dell’Ambiente, ha dimostrato che a Burano il solo provvedimento di riapertura delle vicine valli produrrebbe una riduzione delle acque alte di 10 cm;

3) riapertura alle maree delle casse di colmata (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata), cioè di quelle vaste aree lagunari già interrate ma non utilizzate dall’industria;

4) predisposizione di governi speciali delle acque dei fiumi contermini alla Laguna. Il rischio idraulico, in caso di eventi eccezionali come quello occorso nel ’66, è ancora elevatissimo: basti ricordare che le piene del Sile scaricano ancor oggi in Laguna;

5) controllo e irregimentazione degli apporti della rete idraulica di bonifica di terraferma;

6) estromissione dalla Laguna del traffico petrolifero (prescritta dalla legge 139/1992 e non ancora attuata);

7) estromissione dalla Laguna del traffico passeggeri e delle grandi navi da crociera con la creazione di un avamporto, come già avviene a Monaco, al fine di poter rialzare i fondali delle bocche di porto e di eliminare il danno prodotto dal passaggio delle navi stesse. La massa d’acqua spostata è infatti pari al dislocamento delle navi stesse: fino a 60.000 tonnellate. Le moderne navi da crociera sono inoltre dotate di enormi eliche trasversali che generano violenti getti subacquei. Lo spostamento di queste grandi masse d’acqua provoca, nel fragile ambiente veneziano, erosione dei fondali lagunari, delle fondazione delle rive e degli edifici prospicienti i rii che sboccano in Bacino;

8) restringimento della sezione delle bocche di porto e rialzo dei fondali (consentito dall’estromissione del traffico petrolifero e passeggeri): -6 m al Lido, -12 a Malamocco, -8 a Chioggia. Il rialzo verrebbe attuato con tecnologie flessibili e reversibili, servendosi di limi e sabbie incapsulati e vegetati con alghe. La riduzione della profondità dei fondali e dell’ampiezza delle bocche ridurrebbe la marea di -24 cm (come attestano i recenti studi di Umgiesser e Matticchio, CNR);

9) aumento della scabrezza dei fondali al fine sia di intercettare efficacemente e rompere la forza dell’onda montante della marea, sia di trattenere i sedimenti in uscita dalla Laguna o in entrata dal mare;

10) costruzione di “lunate” cioè di scogliere a mare, a forma appunto di semi-luna, presso le tre bocche di porto, per ridurre l’onda montante del vento di scirocco che spinge in Laguna la marea;

11) costruzione di pennelli trasversali alle tre bocche di porto al fine di smorzare l’onda della marea;

12) modifica della forma delle dighe foranee, che si protendono in mare, parimenti al fine di ridurre la forza della marea;

13) riduzione della profondità dei canali industriali, Malamocco-Marghera o dei Petroli, Vittorio Emanuele etc., concausa del fenomeno erosivo e dedll’appiattimento della Laguna;

14) reimmissione, in modo controllato e reversibile, di una parte delle piene del Brenta nel bacino lagunare, al fine di arrestare il processo erosivo con l’apporti di sedimenti;

15) protezione e recupero delle barene, erose dal moto ondoso e dalla aumentata idrodinamica del bacino lagunare, avvalendosi di tecniche di ingegneria naturalistica. Gli interventi di “recupero morfologico” di barene già attuati dal Consorzio presso Burano e Le Giare impiegano una brutale conterminazione con pali in legno e pietrame che di fatto rende queste pseudo-barene una struttura morfologica ben diversa dalle barene naturali, e cioè delle specie di casse di colmata non accessibili alle alte maree. Si possono invece utilizzare materiali più compatibile con l’ambiente naturale (quali burghe e buzzoni, moduli cilindrici in tessuto degradabile riempiti con materiali naturali etc.) come prevede il “Progetto life natura 1999 – Barene, cofinanziato dalla Comununità europea;

16) abbattimento del moto ondoso provocato dai natanti a motore che transitano a velocità elevate in Laguna; si stima che in un ambiente così fragile le imbarcazioni a motore siano raddoppiate negli ultimi 20 anni; con conseguente vertiginoso aumento dell’inquinamento idrodinamico;

17) disinquinamento della Laguna e del bacino scolante, in vista di un minore ricambio idrico conseguente alla riduzione della officiosità delle bocche (cioè della massa d’acqua che entra in Laguna);

18) avvio di studi per garantire una miglior circolazione dell’acque lagunari: D’Alpaos sotiene infatti che si possono ridurre le portate della bocche anche del 40 % senza pregiudicare la qualità ambientale: infatti “a minori volumi può corrispondere una miglior circolazione”;

19) difesa locale degli abitati insulari (prevista dalla legge 139/1992): cioè rialzo della pavimentazione veneziana alla quota di +110/+120; questo genere di interventi è già iniziato;

20) difesa locale dell’isola di S. Marco, area particolarmente bassa (+80 cm) con un sistema complesso di impermeabilizzazioni in verticale; il progetto presentato dal Consorzio in Salvaguardia, è per ora fermo perché ritenuto troppo invasivo e distruttivo;

21) difesa dei litorali dall’aggressione marina (prevista dalla legge 139/1992), intervento in fase di completamento;

22) attivazione di una politica di monitoraggio e controllo del livello marino nell’Adriatico e anche nell’intero bacino del Mediterraneo, come suggerito dalla Commissione VIA, “in modo da riconoscere per tempo eventuali effettivi trend di crescita eustatica e da prendere al tempo giusto le decisioni più appropriate del caso”;

23) ripresa degli studi e sperimentazioni, già avviati e testati dal CNR a Poveglia, “di tecnologie consolidate o sperimentali, per il sollevamento territoriale” come raccomandato dalla Commissione VIA;

24) approfondimento progettuale di interventi di chiusura delle bocche portuali alternativi e più moderni del MoSE. E’ stato recentemente proposto in Consiglio comunale un nuovo sistema di chiusura, il progetto ARCA: “Apparecchiature Rimovibili Contro l’Acqua alta. Si tratta di un sistema flessibile di sbarramenti, composto da cassoni affondati alle bocche, dal costo esiguo rispetto al MoSE (350 miliardi di lire), dai tempi di posa in opera ridotti (2 soli anni), di contenuto impatto ambientale, in quanto non necessitano di sottofondazioni ciclopiche né di isole artificiali, posizionati a soli -8 m di fondale e facilmente rimovibili. Il progetto di fatto aderisce ai requisiti di “sperimentabilità, reversibilità e gradualità” prescritti dalla legislazione speciale per Venezia;

25) avvio di uno studio progettuale di chiusura delle bocche di porto con strutture fisse qualora i livelli marini dovessero crescere in modo considerevole. Si sarebbe così pronti ad affrontare un trend eustatico sfavorevole ma in una situazione completamente mutata: la Laguna risanata, in equilibrio con le bocche, sottratta ai fenomeni erosivi sarebbe in grado di reggere gli impatti e le sollecitazioni di un sistema di chiusura più compatibile con l’ambiente lagunare, “un progetto – come conclude la Commisione VIA – che non presenti le gravi carenze di quello attuale”.

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BERENGO GARDIN: “LA MAREA ERA PITTORESCA ORA È UNA MALEDIZIONE”

di Michele Smargiassi, da “la Repubblica” del 14/11/2019

– Abbiamo addosso gli occhi del mondo, siamo responsabili di un gioiello senza paragoni e non sappiamo custodirlo –

   Negli anni Sessanta, per un fotografo, l’acqua alta era un’ispirazione. Gianni Berengo Gardin, 89 anni, il poeta visivo di Venezia a cui ha dedicato molti dei 280 libri di una carriera ammirata in tutto il mondo, a quel tempo ancora ci abitava. Quando la laguna gonfiava la schiena, metteva gli stivaloni e usciva a cercare immagini e storie. Ma oggi no, non gli reggerebbe il cuore.
«Non è più una cosa insolita e pittoresca. È una catastrofe e a me non piace fotografare catastrofi», dice al telefono da Camogli, amareggiato davanti alle immagini dei telegiornali. «Con l’acqua alta, Venezia aveva una specie di patto. Mi sembra che quel patto ormai sia spezzato».
Che ricordo ha della sua acqua alta?

«Io abitavo al Lido, dove il problema non c’è, ma il negozio di vetri della mia famiglia, dove lavoravo, era in calle larga San Marco, e qualche volta l’acqua è entrata. Io la ricordo come una seccatura, più che come una maledizione. L’acqua gonfiava i pavimenti di legno, lasciava il sale… Ma si rimediava, non era questa cosa qui. Allora diciamo, l’acqua alta a Venezia è tollerabile, perfino simpatica se è un’acqua alta bassa… Vogliamo dire fino a settanta centimetri? Oggi siamo a quasi due metri. Il bar che oggi è al posto del nostro negozio sarà andato sotto. Anche gli amici del Florian, difesi dai loro tre gradini, credo se la siano passata male. Non c’è più da scherzare».
Lei ricorda l’acqua alta del ’66?

«Certo, e allora la fotografai, per documentarla. C’erano cinque o sei situazioni molto critiche, ma quello che vedo adesso mi sembra un dramma molto più generale. Le passerelle inutili, sommerse, galleggianti. Un vaporetto affondato, un motoscafo in una calle, c’è stato anche un morto, non era mai successo, che io ricordi, morire di acqua alta».
Eppure, con l’acqua alta Venezia ci convive da tanto.
«Sì, diciamo che aveva imparato a conviverci, con pazienza e sopportazione, come si fa con certi malanni di stagione. La fotografia che riuscii a prendere dal campanile di San Marco, la piazza come una piscina, la passerella e sopra solo due persone con l’ombrello, credo dia l’idea di questa convivenza. Ricordo certe scene di strada perfino grottesche.   Dove non c’erano le passerelle i facchini convertivano il carrello dei bagagli in una specie di risciò acquatico, portavano in giro la gente che non voleva bagnarsi i piedi, i bambini, qualche turista divertito… Qualcuno dava passaggi sulle spalle, per una mancia… Altri semplicemente si tiravano su i calzoni come se niente fosse, impiegati di banca con la valigetta e i piedi a mollo… Ho fotografato tutto questo, ma non stiamo più parlando di questo».

Di cosa stiamo parlando?

«Di una città invasa, sotto attacco.   Lei sa bene, ho fotografato le grandi navi, quei mostri che sovrastano questa città di vetro.   Non c’entra molto, o forse sì, ma anche l’acqua alta mi sembra un’invasione ostile adesso. Non c’è difesa contro due metri d’acqua.   Di recente ho fatto un libro fotografando Venezia da una sola finestra, quella con la veduta più bella del mondo, sta nel palazzo Erizzo Bollani dove visse anche Pietro Aretino, che decantò quella visione sul Canal Grande e Rialto.   Bene, tutto quello che c’è in quel libro ieri è andato sott’acqua».
Stiamo perdendo Venezia?

«Non riesco a immaginare una soluzione. Eppure gli olandesi ci sono riusciti, no? Il Mose, tutti dicono il Mose, abbiamo speso miliardi, ma con due metri d’acqua anche il Mose mi dicono che sarebbe insufficiente.
Abbiamo addosso gli occhi del mondo, siamo responsabili di un gioiello senza paragoni e non sappiamo custodirlo. Non vorrei che l’unica soluzione, prima o poi, fosse trasformare Venezia in una cosa finta, da Disneyland, magari vendendola a qualche straniero. Col pretesto di salvarla».

…………………………..

LUCA DE MICHELIS “SIAMO UN PORTO VIVO NON UN MONUMENTO”

di Francesco Merlo, da “la Repubblica” del 14/11/2019

– «L’acqua – dice Luca De Michelis – ha invaso anche la casa di papà, 60 centimetri di acqua. Ed è un immagine lugubre quella dei libri che galleggiano». –
   Figlio di Cesare De Michelis, ne ha ereditato il mestiere di editore. «Per un editore l’immagine è ancora più drammatica. I libri antichi si potevano persino lavare, la cartapecora si lava, visto che è pelle di pecora. Ma i libri moderni, quando vengono aggrediti dall’acqua, si rovinano subito. Bastano pochi spruzzi».
Quanti sono i libri della biblioteca di suo padre?

«Quarantacinquemila volumi. Non abbiamo ancora quantificato il danno. Ma è facile immaginare che i libri che stavano più in basso…».
Qual è il rapporto tra il libro e l’acqua?

«A Venezia è nata l’editoria con Aldo Manuzio. Ed è nata lì anche perché Venezia era un repubblica libera che non riconosceva l’inquisizione. E dunque venivano a pubblicare libri da tutta l’Italia e da mezza Europa.
Possiamo dirla cosi: l’acqua favorisce la libertà, genera il commercio e apre la mente. Ecco perché dove c’è acqua ci sono libri, come diceva mio padre, che sul rapporto tra Venezia e il libro, ha scritto pagine bellissime: ‘far libri, stamparli, leggerli, scriverli, raccoglierli, venderli, recensirli… È come se un’ossessiva passione mi avesse travolto appena ragazzo’».
A Venezia?

«E dove se no?».
L’odore di Venezia è quello dell’acqua. L’acqua alta, per voi veneziani, è una minaccia?

«In condizioni normali, no. Le madri non tenevano i bimbi a casa quando c’era l’acqua alta. Certo, da bambini avevamo gli stivali, sentivamo le sirene due volte al giorno, qualche volta la scuola finiva prima. E per tornare a casa studiavamo i percorsi migliori come oggi si fa con il traffico. Ma il disagio era anche divertimento. E del fenomeno straordinario avevamo una certa fierezza. Lo dico per far risaltare ancora di più la tragedia che ha messo in ginocchio la mia città. Ci sono morti, vaporetti travolti, quartieri allagati, danni incalcolabili… Ecco: la nuova violenza di quest’acqua rischia di travolgere anche i ricordi più romantici …».

La città era impreparata?

«Una delle più dannose abitudini italiane è quella di sparare sul pianista. Io non so se il Mose andava progettato e fatto, non ho le competenze e non mi pronuncio. Però, una volta cominciato, andava finito. E, se ancora si può, andrebbe finito. Magari non era il progetto giusto, ma l’incompiuta è diventata un genere italiano, anzi un de-genere».

Forse, questa tragedia, va detto con pudore, può servire. Genova ha saputo reagire al crollo del ponte Morandi.
«Il pericolo è che la città infelice si chiuda ancora di più, e metta il sigillo finale a quella stupida sconfitta della grande ingegneria italiana che è stato appunto il Mose, con le sue tangenti, le sue ruberie, il suo clientelismo… Ma non mi piace l’idea che Venezia debba esser protetta come un monumento. Venezia è un porto vivo e lo dico anche pensando alle polemiche sulle grandi navi. Venezia va salvaguardata ma non tramortita di protezioni, non soffocata di paure.  Bisogna invece che reagisca con la vita, con la modernità e dunque con il rischio dei suoi progetti. Sa perché sono contrario al referendum che vuole staccare Mestre da Venezia? Perché credo nelle connessioni e non nelle disconnessioni. La città deve restare nel mondo. E provare a domare anche i nuovi eccessi del clima».

In Olanda l’acqua dell’Oceano non entra…
«Appunto. Ci sono luoghi del mondo dove l’ingegneria ce l’ha fatta».
Dicono che l’acqua alta dipenda dalla pioggia intensa, dal vento di scirocco e dalla luna.
«E da altro ancora. È un fenomeno molto complesso, e non è certo una novità».

   Ma la luna e lo scirocco influiscono anche sul carattere, lo rendono instabile. Costruita sui pali e sul fango, Venezia parte ogni giorno da un livello diverso. C’è quel magnifico monumento alla Partigiana del grande architetto veneziano Carlo Scarpa, fatto con cubi di pietra. Ogni giorno sembra misurare il nuovo inizio di Venezia.
Luigi Nono, veneziano, ha dedicato a questi nuovi inizi di Venezia una famosa composizione.
E Franco Basaglia, il massimo studioso italiano dell’instabilità mentale, era veneziano.
«So quello di cui sta parlando, non è certo il solo a dire queste cose, ma io non mi ci riconosco. Capisco quel che dice, ne percepisco la suggestione e ne sento anche la poesia, ma non vedo l’identità veneziana nell’instabilità. Lei è siciliano ed è forse portato a credere che ci sia somiglianza tra l’acqua di Venezia e il suo vulcano. Secondo me, non è un paragone giusto. È vero che subiamo le influenze speciali di una città fondata sull’acqua, di una città che si muove, ma l’acqua alta non somiglia alle eruzioni e alla lava vulcanica, meno che mai al terremoto. L’imprevedibilità atmosferica di Venezia non danneggia la nostra idea di futuro.
Non dico che noi siamo solidi, ma Venezia non si è mai spaventata, non ha mai perso la sicurezza nel domani, nonostante da sempre la diano per spacciata, chi in un ventennio, chi un cinquantennio, chi in un secolo…
Ci sono proiezioni sui cambiamenti climatici che prevedono tra le catastrofi anche la fine di Manhattan. Non mi addentro in queste cose. Ma se davvero il pianeta dovesse affrontare queste nuove emergenze, Venezia sarà li a fare la sua parte insieme alle altre più belle città del mondo».
Lei non sembra amare neppure l’idea di decadenza. Non associa Venezia al romanzo di Thomas Mann?

«È un romanzo bellissimo. Ma l’ha scritto un tedesco, non un veneziano».

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“IL DESTINO DI VENEZIA È NELLE MANI DEL CASO”

di Alberto Vitucci, da “La Stampa” del 14/11/2019

FRANCESCO MORAGLIA, Il patriarca: basta, facciamo qualcosa COLLOQUIO

VENEZIA «Ho visto San Marco spazzata dalle onde. Terribile. Vorrei che si vedessero quelle immagini di piazza San Marco alle 23 di martedì: io non ho mai assistito a una cosa del genere, sembrava di essere in riva al mare. Era già successo l’anno scorso. E se questi eventi si ripetono, non si può più dire che sono imprevedibili. Bisogna gestirli».

   In abito nero e stivali di gomma, il patriarca Francesco Moraglia parla in conferenza stampa nella sede della Protezione civile a Marghera. Un allarme lanciato al mondo per la Basilica e i suoi tesori d’arte in pericolo, ma soprattutto un grido di dolore per la città.

   «Venezia non è più una città abitata, somiglia a Disneyland o a Pompei – scandisce – non ci sono più i bambini, gli anziani sono pochi e spesso abitano in appartamenti con tante scale, per loro irraggiungibili. È desolante vedere le case vuote a pochi metri dagli itinerari affollati dai turisti. Serve una politica della casa per i giovani, che devono poter vivere in questa città, non è possibile che ci siano tanti guadagni per pochi».

   Moraglia affronta in modo insolitamente chiaro e determinato nodi concreti della politica veneziana. «Venezia non è Taranto, dove non si riesce a risolvere la lotta tra ambiente e lavoro, è una città unica e fragile, deve essere capita». E poi una frecciata ai problemi irrisolti. «Abbiamo un sistema di difesa dalle acque alte che ancora non funziona, le navi continuano a passare… forse ci sono tanti interessi in gioco. Mi dispiace dirlo, so che non sarò simpatico a qualcuno ma bisogna dirlo. Io oggi lo dico da veneziano e da persona che ama questa città».

   Quasi un programma per avviare la “rifondazione della città” basata sulla concordia degli obiettivi comuni. «Il mio primo pensiero – ha aggiunto – va a chi ha perso la vita. Ma solo un anno fa abbiamo vissuto una situazione analoga, un’emergenza anche se di proporzioni minori. Era chiaro che si sarebbe potuta ripetere». «Venezia – ripete Moraglia – è una città unica, e l’intervento di soccorso richiede tempi, risorse e procedure che nessuna altra città conosce. È bene saperlo, lavorarci per tempo. Non basta risolvere l’emergenza. Occorre ripartire. Venezia è una città ferita, si deve risollevare. Ho fiducia che avverrà».

   La Basilica ferita San Marco e la Basilica ferita, il cuore della religiosità, un tesoro artistico con pochi eguali al mondo, i pavimenti, le colonne, i mosaici. Allarmi ripetuti, e per decenni ignorati. I soldi per Venezia non finivano nella manutenzione, ma nel progetto del Mose. Nella notte di martedì nella Basilica c’erano un metro e dieci centimetri di acqua salata. Salsedine che è penetrata in profondità, come succede sempre più spesso. Portando danni che verranno alla luce solo tra qualche tempo.

   «Noi accettiamo che la nostra Basilica venga visitata dalle acque in modo accettabile – continua il patriarca – poche decine di centimetri sono giustificabili, da sempre fanno parte della storia di Venezia. Ma lo scenario di questa notte ci dà l’impressione che il destino di Venezia sia nelle mani del caso. Sono coincidenze che diventano sempre più frequenti. E bisogna fare qualcosa. Tutti insieme». Il concetto lanciato all’attenzione della politica è che la città deve essere aiutata. «Venezia è una città ferita, ma non può essere ferita ogni anno».

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vedi anche in questo blog:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/06/07/il-mose-nella-bufera-grandi-opere-e-rischio-corruzione-quando-procedure-semplificate-concessioni-in-monopolio-project-financing-commissiario-straordinario-fanno-lievitare-i-co/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/07/28/il-mose-a-venezia-le-speranze-di-chi-ha-vinto-ora-che-lo-si-sta-realizzando-e-lo-scetticismo-di-chi-voleva-qualcosa-di-diverso-il-mose-risolvera-i-problemi-dell’acqua-alta-a-venezia-e-l/

https://geograficamente.wordpress.com/2019/09/07/citta-che-affondano-o-invase-dallacqua-marina-e-le-improbabili-nuove-citta-sicure-da-costruire-il-caso-giacarta-indonesia-le-citta-subiscono-la-subsidenza-i/

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