LA FUSIONE dei COMUNI ITALIANI procede in minima parte e casualmente, e porta al decadimento degli enti locali, inadeguati a dare servizi efficienti e non dispendiosi, con la diminuzione delle opportunità di vita per giovani e meno giovani – La riorganizzazione territoriale geografica delle istituzioni locali è cosa urgente

Nel corso del 2019 sono state approvate 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Il numero complessivo dei comuni italiani è diminuito di quaranta unità passando da 7.954 a 7.914

   La fusione di comuni italiani non decolla. Il mettersi assieme per creare nuove realtà istituzionali, più adeguate ai tempi, territorialmente più confacenti allo spostarsi quotidiano dei propri abitanti, ma, in particolare, creando realtà locali (comunali) che abbiano un “senso di città”, dove appunto i cittadini aumentano le loro opportunità di vita (di studio, di assistenza, di socialità…), ebbene questo “sciogliersi” di realtà locali troppo piccole per creare nuove città non sta per niente avvenendo.

“Il rapporto 2019 dell’UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI di VENEZIA sui COMUNI ITALIANI, ha rilevato che negli ultimi 25 anni SONO STATI I COMUNI PIÙ PICCOLI AD AVERE MAGGIORI DIFFICOLTÀ FINANZIARIE. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Non molti meno, 58, quelli con abitanti tra i 5 e i 15 mila. «È il motivo per cui LE FUSIONI RAPPRESENTANO UNA RISPOSTA PER SCONGIURARE PROBLEMI FINANZIARI» ha detto Stefano Campostrini, docente a Ca’ Foscari che ha seguito il report, «mettersi assieme è una risposta alle complessità degli enti». (…)” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019)

   Oppure qualcosa accade: ma in modo del tutto minimale e sporadico, frutto di capacità virtuose di amministratori locali che sanno anche rinunciare al loro “piccolo potere”, a esigue rendite di posizione, e decidono di mettersi in gioco, scommettendo sul rinnovo della propria realtà territoriale; “provando” appunto a creare un nuovo ente locale assieme al comune (ai comuni) vicini, limitrofi, con amministratori che lì sentono la loro stessa esigenza.

Fasi della fusione (da http://www.comunitrentini.it/)

   Nel 2019 sono state approvate nel nostro Paese solo (ribadiamo: solo) 31 fusioni di comuni, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Attualmente ci sono in Italia 7.914 comuni. E di questi ben 5.498 sono sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani (il Piemonte è la regione che ha il maggior numero di piccoli comuni, ne conta 1.045, cioè il 19,01% del totale nazionale, seguita a ruota dalla Lombardia con 1.035).

VALBRENTA è un nuovo comune di 5.186 abitanti della provincia di Vicenza, appunto nella Valle del Brenta, a nord di Bassano verso Trento (l’inizio della Valsugana). Istituito nel 2019, dopo un referendum approvativo è frutto della fusione degli ex comuni di CAMPOLONGO SUL BRENTA, CISMON DEL GRAPPA, SAN NAZARIO e VALSTAGNA (SOLAGNA, 1900 abitanti, non ha aderito)

   E a proposito di comuni sotto i 5mila abitanti, secondo un rapporto del 2019 dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, risulta che negli ultimi 25 anni sono stati i comuni più piccoli ad avere maggiori difficoltà finanziarie. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Ma, sempre secondo Ca’ Foscari, anche nei comuni da 5mila a 15mila abitanti la realtà finanziaria non è andata tanto meglio: lì ci sono stati 58 casi di dissesto.

VAL DI NON, REFERENDUM: UNO DEI TANTI CASI DI BOCCIATURA DELLA FUSIONE. NO AL NUOVO COMUNE DI BELVEDERE D’ANAUNIA

   Pertanto il Rapporto 2019 sui Comuni italiani dell’Università veneziana lancia l’allarme sul rischio default di tanti comuni, che non ce la fanno a garantire i servizi minimi essenziali per i cittadini. E proprio per questo devono rivedere la loro organizzazione, i loro bilanci. E, appunto, l’UNIONE TRA COMUNI diventa un elemento essenziale per individuare la “misura giusta” per superare le inefficienze economiche di scala: secondo Ca’ Foscari non si può essere in ogni caso sotto i 10mila abitanti; ed è pur vero, si sottolinea, che le inefficienze di scala vi sono anche con i medio-grandi comuni: sopra i 60mila abitanti vi possono essere problemi di spesa fuori misura.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE”: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   Pertanto la frammentazione rappresenta un problema di efficienza degli apparati pubblici, incapaci di raggiungere standard adeguati nell’esercizio delle funzioni e nell’erogazione dei servizi. E’ anche vero che non basta associarsi, creare un comune con un numero di abitanti più adeguato (noi in questo blog geografico abbiamo sempre proposto la creazione di nuove città sulla misura di 60mila abitanti): secondo Ca’ Foscari «per rispondere alle problematiche dei comuni si devono anche individuare nuovi modelli di governance, innovazione sociale e partecipazione, che mettano in rete pubblico e privato sociale».

UN ESEMPIO IN CORSO IN PROVINCIA DI TREVISO: IL CASO DELLA PROPOSTA DI FUSIONE DI 4 COMUNI – Quattro Comuni sono pronti a superare la logica dei campanili verso una possibile fusione. I sindaci di CAVASO, POSSAGNO, CASTELCUCCO e MONFUMO si sono già riuniti per aprire un tavolo di lavoro (nella foto il TEMPIO progettato e voluto da ANTONIO CANOVA a POSSAGNO)

   E poi, noi pensiamo che non sia solo un problema di bilanci ed efficienza della macchina amministrativa (che non sarebbe in ogni caso poco!). E’ anche una questione, per un nuovo comune, una “nuova città”, di autorevolezza, di capacità di porsi attivamente nel contesto delle istituzioni pubbliche e private regionali, nazionali e oltre; di creare un dibattito interno che possa rilevare e mettere concretamente in pratica le specificità di un territorio (specificità ambientali, turistiche, di determinate produzioni industriali, o agroalimentari, di forme artigianali di pregio, artistiche, etc…). Insomma di creare un volano per essere più innovativi su quella che è la vocazione sulla quale investire, “crederci”, di un territorio. E così anche dare spazio ai giovani, che possono trovare “in loco” scuole e lavoro in grado di poter farli restare, e sviluppare nel proprio luogo di appartenenza le proprie specificità e capacità.

“(…) IL NUMERO IDEALE DI ABITANTI PER NON RISCHIARE DIFFICOLTÀ? Sopra i 10 mila abitanti. «Sotto a tale soglia emergono inefficienze di scala, le stesse che si ritrovano poi in comuni sopra i 60 mila abitanti» ha precisato a riguardo Marcello Degni, magistrato e docente a Ca’ Foscari (… )” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019) (immagine da http://www.tuttitalia.it/)

   Pertanto la scarsa, lenta ridefinizione territoriale delle istituzioni pubbliche che vi è in questo momento (la fusione tra comuni in primis), è un problema serio da non sottovalutare (attualmente non se ne parla proprio nella dialettica politica e culturale italiana). Lo ribadiamo ancora a forte voce da questo blog geografico: impegniamoci a allargare a tutto il territorio nazionale la necessità di ridurre drasticamente gli attuali quasi 8 mila comuni, arrivando a creare al loro posto nuove città (noi, ripetiamo, pensiamo debbano essere di almeno 60mila abitanti). (s.m.)

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Alleghiamo qui di seguito il link di un PowerPoint di una conferenza tenuta da Geograficamente il 28 gennaio 2018 a Valstagna in occasione dell’allora imminente referendum per la proposta di fusione dei comuni della VAL BRENTA.

«SCIOGLIERE PER CONSERVARE»: IL RIDISEGNO DEI COMUNI
tra OPPORTUNITA’ (da saper cogliere) e RISCHI (da evitare)
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SCIOGLIERE PER CONSERVARE_ LE FUSIONI TRA COMUNI IN NUOVE REALTA URBANE

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CA’ FOSCARI: «I COMUNI A RISCHIO DEFAULT: SOLO L’UNIONE LI SALVERÀ»

di Alessandro Bozzi Valenti, da “la Tribuna di Treviso” del 21/9/2019

– Campostrini: «Soglia di sopravvivenza a 10 mila abitanti» – Il viceministro Castelli: «Allo studio percorsi di risanamento» –

Treviso – Niente rischi finanziari, nel 2018, per i comuni del Veneto. Ma l’attenzione va tenuta alta, andando a favorire le unioni e progetti che mettano in sinergia pubblico e privato. È quanto fatto emergere (il 20 settembre 2019, ndr) nella presentazione del rapporto dell’università Ca’ Foscari sui comuni italiani,evento che a palazzo dei Trecento (a Treviso, ndr) ha fatto da anteprima a StatisticAll, il festival di statistica e demografia che è stato ospitato con più proposte in città. Nella nostra regione e nella Marca, di recente, non si sono registrati casi di comuni che hanno dichiarato il dissesto finanziario. L’ultimo in ordine di tempo, poi ritirato, è stato quello di Povegliano Veronese.

   In provincia di Treviso, da tre anni a questa parte, è stato invece il comune di Farra di Soligo a far parlare di sé, vista la sconfitta nel 2016 in una causa legata a degli espropri (per cui sono stati bloccati più di 4 milioni di euro, che hanno fatto rischiare il default al municipio). La situazione, ad oggi, sta andando ripianandosi.
Non è però un caso, secondo lo studio di Ca’ Foscari, che negli ultimi 25 anni siano stati i comuni più piccoli ad avere maggiori difficoltà. Dal 1993 al gennaio di quest’anno, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Non molti meno, 58, quelli con abitanti tra i 5 e i 15 mila.

   «È il motivo per cui le fusioni rappresentano una risposta per scongiurare problemi finanziari» ha detto Stefano Campostrini, docente a Ca’ Foscari che ha seguito il report, «mettersi assieme è una risposta alle complessità degli enti».

   Il numero ideale di abitanti per non rischiare difficoltà? Sopra i 10 mila abitanti. «Sotto a tale soglia emergono inefficienze di scala, le stesse che si ritrovano poi in comuni sopra i 60 mila abitanti» ha precisato a riguardo Marcello Degni, magistrato e docente a Ca’ Foscari.

   Ma per rispondere alle problematiche dei comuni servono anche «nuovi modelli di governance, innovazione sociale e partecipazione, che mettano in rete pubblico e privato sociale» ha aggiunto Campostrini, citando l’esempio del futuro campus universitario in città.

   E se il governo, come spiegato ieri in collegamento video dal viceministro all’economia Laura Castelli, ha attivato dal canto suo uno specifico tavolo di studio sul dissesto – «nell’obiettivo di prevedere procedure di assistenza che accompagnino gli enti ad uscire da criticità finanziarie» ha detto il viceministro – dai municipi si chiedono anche altri interventi.

   «Uno dei nodi essenziali è quello delle assunzioni: vanno aiutati i comuni virtuosi ad assumere» è infatti la presa di posizione di Maria Rosa Pavanello, presidente Anci Veneto, «i nostri comuni su questo fronte sono alla canna del gas, le procedure vanno rese più agevoli e non possono avere, com’è oggi, durata di più di sei mesi. I casi di dissesto in Veneto? Risalgono a vari anni fa e, perlopiù, sono sempre dipesi da fattori esterni. Nella nostra regione c’è prudenza: si preferisce erogare meno servizi piuttosto di mettere in difficoltà i conti. Questa è però una stortura: servono procedure e regole più semplici, che non cambino ogni 15 giorni». (…) (Alessandro Bozzi Valenti)

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FUSIONE COMUNI

NUOVI COMUNI 2019

   Nel corso del 2019 sono state approvate 31 fusioni di comuni, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani è diminuito di quaranta unità passando da 7.954 a 7.914.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono state Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5).

Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso.

L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati.

Il processo di fusione di due o più comuni contigui è disciplinato dagli articoli 15 e 16 del D.Lgs. n.267/2000 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”[1].

Tali articoli fanno riferimento agli articoli 117 e 133 della Costituzione Italiana e dispongono che spetta esclusivamente alle Regioni modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni e istituirne di nuovi mediante fusione.

L’obbligo per il legislatore regionale è quello di “sentire le popolazioni interessate” al processo di modifica territoriale mediante lo strumento del referendum consultivo.

La Legge n.56/2014 di riforma degli enti locali[2] ha introdotto ulteriori disposizioni e misure agevolative ed organizzative in materia di fusioni di comuni, in particolare ai commi da 116 a 134 dell’art.1.

Le funzioni amministrative dei nuovi comuni riportati in tabella 1 sono state esercitate da commissioni straordinarie rimaste in carica fino alle elezioni amministrative 2019.

Note

Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” ^

Legge 7 aprile 2014, n. 56 “Disposizioni sulle citta’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”. ^

(vedi tutti i comuni che si sono uniti in un unico ente nel 2019: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/)

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NUOVI COMUNI 2020

   Per il 2020 sono finora previste 5 fusioni di comuni, di cui due per incorporazione, per un totale di 13 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani diminuirà di dieci unità passando da 7.914 a 7.904.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2020 sono Lombardia (1) e Trentino-Alto Adige (4).

Per il nuovo comune di Borgo d’Anaunia era stato scelto inizialmente il nome di Alta Val di Non, poi modificato nell’attuale denominazione mediante un secondo referendum consultivo.

(vedi la specifica di tutti i Comuni in possibile fusione nel 2020 in : https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2020/ )

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FUSIONE FALLITA (nel 2014, con il referendum) tra Villorba e Povegliano (provincia di Treviso) – i consigli del sindaco proponente

SERENA (SINDACO DI VILLORBA): “ECCO GLI ERRORI CHE HO FATTO E NON RIPETEREI”

(dalla rivista “Paesi & Città” del 20 maggio 2018, prima del referendum di fusione che ha confermato il nuovo comune di PIEVE DEL GRAPPA)(comune di circa 7mila abitanti nato il 30/1/2019 dalla fusione di Crespano del Grappa e Paderno del Grappa)

   Fa un grande in bocca al lupo ai cittadini e ai sindaci di Paderno e di Crespano Marco Serena, sindaco di Villorba. “Se vincessero i sì alla fusione sarebbe un bel segnale per tutti, anche per chi ha fallito l’obiettivo della fusione”.

   Serena aveva provato nel 2014 a fondere il proprio comune con Povegliano, un’idea respinta proprio dai suoi concittadini. “Cosa consiglio ai sindaci Bertoni e Rampin? Di non temere a spendere per la comunicazione. Noi abbiamo proposto la fusione senza tirare fuori un euro di denaro pubblico per spiegare questa operazione. E’ stato un grande errore. Anzi, ci siamo autotassati per stampare un po’ di volantini e lanciare un po’ di messaggi. Sbagliammo. Anche perché tutto quello che si spende per spiegare ai cittadini la necessità della fusione, viene poi ampiamente ripagato dai consistenti trasferimenti statali e i vantaggi che ne derivano a tutti i cittadini”.

   Povegliano e Villorba avevano pensato a un nome nuovo per il nuovo Comune: TERRALTA, ma anche questo fu un errore. “Consiglio di pensare bene al cambiamento del nome, per me basta semplicemente affiancare i due nomi, un nome nuovo non è accolto dalla gente”.

   Serena è convinto che quello della fusione sia uno degli elementi di più grande novità che si possa introdurre in Italia. “Nel nostro paese abbiamo circa 8mila comuni, se in pianura stabilissimo la quota minima a 30mila abitanti, in montagna a 5mila e nella zone depresse a 10mila, arriveremmo a neppure 1.000 sindaci. Sindaci che però avrebbero un enorme peso specifico, in grado di confrontarsi alla pari con i parlamentari e di dare indicazioni forti per il governo del Paese”.

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1/11/2019 – DECRETO FISCALE 2020 – FUSIONE COMUNI, rendiconto gestione comuni, fiscalità regionale e trasporto pubblico locale

tratto da quotidianopa.leggiditalia.it

Decreto Fiscale 2020 – Fusione comuni, rendiconto gestione comuni, fiscalità regionale e trasporto pubblico locale

di Girolamo Ielo – Dottore commercialista/revisore contabile Esperto finanza territoriale

Nel D.L. 26 ottobre 2019, n. 124, contenente “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”, ci sono alcune novità riguardanti la finanza e i tributi degli enti locali. Qui di seguito la seconda parte delle novità.

Contributi fusione comuni

SONO INCREMENTATE LE RISORSE FINANZIARIE PER LA CONCESSIONE DEI CONTRIBUTI STRAORDINARI PREVISTI PER LA FUSIONE DI COMUNI dall’art. 15, comma 3, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, nell’importo di 30 milioni di euro per l’anno 2019. Quest’ultima disposizione, per favorire la fusione dei comuni, PREVEDE CHE LO STATO EROGHI APPOSITI CONTRIBUTI STRAORDINARI PER I DIECI ANNI DECORRENTI DALLA FUSIONE STESSA, commisurati ad una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli comuni che si fondono. Si ricorda che il contributo non riguarda gli enti locali appartenenti ai territori delle regioni autonome Friuli-Venezia Giulia e Valle d’Aosta nonché gli enti locali appartenenti alle province autonome di Trento e Bolzano, in quanto trattasi di territori in cui vige una speciale disciplina per l’attribuzione dei trasferimenti agli enti locali (art. 42).(……) (da www.segretaricomunalivighenzi.it/)

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REGIONE VENETO, dicembre 2019, UN PASSO INDIETRO SULLA INCENTIVAZIONE POLITICA ALLA FUSIONE?

La commissione regionale del Veneto “affari istituzionali”, ha approvato a maggioranza il progetto di legge di iniziativa della giunta regionale che modifica la legge 25 del 1992 “Norme in materia di variazioni provinciali e comunali”. C’è la ridefinizione dell’iter procedimentale, attualmente diviso nelle fasi di iniziativa, giudizio di meritevolezza e conseguente indizione e svolgimento del referendum consultivo delle popolazioni interessate. Da una parte c’è una semplificazione, ovvero la giunta regionale può deliberare il referendum consultivo a prescindere dal preliminare giudizio di meritevolezza del consiglio. Tra le novità previste nella proposta, la norma sulle spese per lo svolgimento del referendum, che prevede una compartecipazione da parte del Comune; in sede di Commissione, inoltre, è proseguito il dibattito relativo al quorum necessario al successo della consultazione referendaria tra le popolazioni coinvolte, che si attesterà al 50% degli aventi diritto. Infine l’obbligo di predisporre sondaggi e studi di fattibilità che diano un senso alla richiesta di fusione dei Comuni stessi.

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IL PROCEDIMENTO DI FUSIONE TRA COMUNI NELL’ESPERIENZA PIEMONTESE: PROBLEMATICHE E PROSPETTIVE

di Roberto Medda, da (vedi tutto l’articolo in: http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/ )

  1. Le fusioni di Comuni come rimedio alla frammentazione del tessuto comunale: nascita ed evoluzione.

La frammentazione della mappa comunale è, fin dalla sua origine, uno dei tratti identitari dell’ordinamento locale italiano. La Regione Piemonte non fa eccezione: anzi, proprio su tale territorio si concentrano 1181 Comuni su 7914[2], ossia quasi il 15% del totale in Italia. A fronte di un numero elevato di Comuni, la popolazione residente corrisponde al 7% sul totale nazionale, a dimostrazione del fatto che la mappa comunale si presenta, nella Regione Piemonte, estremamente parcellizzata.

   Da una prospettiva amministrativa, la frammentazione rappresenta un problema di efficienza degli apparati pubblici, incapaci di raggiungere standard adeguati nell’esercizio delle funzioni e nell’erogazione dei servizi.   Pertanto, fin dalla legge 142 del 1990 sono stati numerosi i tentativi di affrontare tale problema. Di fianco alla promozione dell’esercizio associato delle funzioni attraverso forme associative di diversa natura, come consorzi, convenzioni o unioni, uno degli strumenti sui quali hanno scommesso i legislatori, in primo luogo quello statale, è rappresentato dalla fusione di Comuni. Ciononostante, nella fase successiva all’entrata in vigore della riforma della legge comunale e provinciale i processi di fusione hanno faticato a materializzarsi, anzi, si è giunti al paradosso che il numero totale di comuni nel periodo 1991-2001 è addirittura cresciuto di un’unità, passando da 8100 a 8101.

Tuttavia, la grande crisi finanziaria ormai un decennio fa ha prodotto un effetto dirompente sul sistema delle autonomie locali. In questo settore, infatti, il legislatore è intervenuto a più riprese, anche con misure di tipo ordinamentale, tanto da rimodellare in maniera rilevante il sistema locale con la legge 56/2014. In questo contesto, alcune delle innovazioni più importanti hanno cercato di affrontare il problema della parcellizzazione del territorio comunale. Già a partire dal 2008 il legislatore statale e alcuni legislatori regionali, in particolare quelli delle Regioni centro-settentrionali, hanno rafforzato le forme di incentivazione, specie di natura finanziaria, volte a favorire i processi di aggregazione comunale[3]; la legge 56 ha poi dettato per la prima volta una disciplina dei comuni nati da incorporazione, nella prospettiva di contribuire a risolvere una serie di nodi interpretativi e di stimolarne ulteriormente lo sviluppo[4]. L’effetto delle politiche introdotte in tale stagione è stato quello di un incremento deciso del numero delle fusioni di Comuni, tanto che dagli 8092 Comuni del 2011 si è passati, nel 2019, a 7918[5].

La Regione Piemonte ha partecipato attivamente a tale processo. Nel corso dell’ultimo decennio sono stati conclusi ventuno procedimenti di variazione territoriale che hanno comportato la soppressione di quaranta Comuni, con una diminuzione del 2,1% rispetto al numero di enti registrato nel 2008. Questi numeri assumono un certo rilievo e collocano il Piemonte tra le Regioni che con maggiori risultati hanno perseguito l’obiettivo della riduzione della frammentazione comunale[6].

Tuttavia, nonostante la crescita costante e progressiva sia dei progetti di fusione e incorporazione, sia delle aggregazioni effettivamente portate a termine, si registrano alcuni segni di stanchezza. In alcune tornate elettorali, in diverse zone del Paese gli elettori hanno manifestato – attraverso lo strumento del referendum consultivo, passaggio obbligato in tutti i processi di variazione territoriale in base all’art. 133, co. 2, Cost. – la mancata condivisione dei progetti di riordino delle circoscrizioni comunali. Tale situazione si è verificata anche in quei territori, come l’Emilia-Romagna, dove le esperienze di fusione sono da tempo consolidate[7] e ha provocato un generalizzato congelamento dei processi di fusione, stante la volontà dell’Assemblea regionale di adeguarsi alla volontà espressa dagli elettori. E ciò, nonostante la circostanza che, come si vedrà in maggior dettaglio nel proseguo della trattazione, i risultati referendari non abbiano la forza giuridica di opporre un veto alla successiva valutazione discrezionale del Consiglio in merito alla variazione territoriale da approvare.

Una situazione per certi versi simile si è verificata nella Regione Piemonte, dove non sono mancate consultazioni referendarie contraddistinte dalla prevalenza dei voti contrari alla fusione. Tuttavia, le conseguenze sono state opposte: il Consiglio regionale ha ritenuto procedere comunque alla fusione, nonostante il risultato non univocamente favorevole restituito dal referendum. Trattasi dei casi che hanno portato all’istituzione dei Comuni di Cassano Spinola (AL), Lu e Cuccaro Monferrato (AL), Valchiusa (TO), Varallo (VC), Gattico-Veruno (NO). Se con riguardo ai primi quattro casi, nonostante in qualche Comune chiamato al voto siano prevalsi i no, nel conteggio complessivo i voti favorevoli hanno comunque prevalso, nella consultazione referendaria per l’istituzione del Comune di Gattico-Veruno i voti contrari sono stati superiori sia nelle singole circoscrizioni comunali, sia nel computo totale.

Le indicazioni che provengono dai territori, sintomo di insofferenza verso le aggregazioni comunali, rendono necessaria una riflessione sulla disciplina delle fusioni di Comuni e, più precisamente, sulle regole che governano la fase decisoria del procedimento di variazione territoriale. Infatti, le vicende delle aggregazioni comunali sembrano essere entrate in una nuova fase, nella quale l’entusiasmo per i vantaggi di natura amministrativa e finanziaria lasciano il posto alla preoccupazione per la difesa dell’identità comunale. Se questo è vero, occorre che le discipline regionali sulle fusioni siano capaci di contemperare i diversi interessi in campo, al fine di evitare sia il congelamento di qualsiasi tentativo di riordino territoriale, sia, al contempo, un’imposizione dall’alto della ridefinizione dei territori comunali. Per tale ragione, è di sicura rilevanza guardare alle leggi regionali che disciplinano i processi di fusione per valutare se queste dotino le Regioni degli strumenti adatti per governare tali fenomeni. A un rapido sguardo questo non pare essere il caso: anche alla luce del fatto che buona parte delle leggi regionali sono state introdotte svariati anni fa, quando le variazioni territoriali erano sporadiche e riguardavano principalmente l’istituzione di nuovi Comuni, queste non paiono adeguate alle sfide poste dal gran numero di progetti di fusione avanzati negli ultimi anni e dalle resistenze che queste spesso sollevano. E, come si cercherà di dimostrare, la legislazione della Regione Piemonte non rappresenta un’eccezione in questo quadro.(…)

(vedi tutto l’articolo in: http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/index.php/il-procedimento-di-fusione-tra-comuni-nell-esperienza-piemontese-problematiche-e-prospettive )

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UN ESEMPIO IN CORSO IN PROVINCIA DI TREVISO: IL CASO DELLA INIZIALE PROPOSTA DI FUSIONE DI 4 COMUNI

VALCAVASIA (PEDEMONTANA DEL GRAPPA): QUATTRO COMUNI IN UNO: PARTE LA FUSIONE

di Maria Chiara Pellizzari, da “La Tribuna” del 18/12/2019

   Quattro Comuni sono pronti a superare la logica dei campanili verso una possibile fusione. I sindaci di CAVASO, POSSAGNO, CASTELCUCCO e MONFUMO si sono già riuniti per aprire un tavolo di lavoro. «Con Possagno abbiamo già iniziato a ragionare come un unico Comune per la progettualità relativa ai plessi scolastici», anticipa il sindaco di Cavaso, Gino Rugolo, «Non appena sarà possibile accedere ai fondi regionali predisporremo il piano di fattibilità per la fusione di Cavaso con Possagno, Castelucco e Monfumo».

Quattro per uno

Il sindaco Gino Rugolo, alla guida dei 2.937 abitanti di CAVASO con la sua lista “Cavaso Viva”, guarda con entusiasmo all’ambizioso progetto che ridimensionerebbe il numero delle poltrone ma porterebbe nuove risorse.

   La sinergia è già stata instaurata: «Già l’anno prossimo vorremmo far partire lo studio di fattibilità per capire gli effetti che una fusione potrebbe avere, i fondi per il progetto dovrebbero essere messi a disposizione dalla Regione», conferma il sindaco di POSSAGNO (2.160 residenti), Valerio Favero, altro volto nuovo della politica, eletto nel 2017 con “Possagno Cambia”.

   Non ha alcun dubbio sull’adesione al progetto il sindaco di CASTELCUCCO, Adriano Torresan: «La strada verso la fusione diventa sempre più una necessità di bilancio per la sopravvivenza di Comuni piccoli come il nostro. Dopo i tagli delle risorse subiti negli anni passati, nonostante il riequilibrio dei fondi facciamo fatica a reperire da soli i soldi per gli investimenti». Con i suoi 2.228 abitanti, Castelcucco ha in particolare una priorità a cui fare fronte: «Il municipio non è a norma dal punto di vista antisismico, ma non sappiamo dove trovare le risorse», spiega Torresan, «Negli anni scorsi, con grandi sacrifici, siamo riusciti a fare grossi investimenti anche nel plesso delle scuole. Ma ora non sappiamo come concretizzare altri interventi necessari».

Il progetto

Allora, per superare i limiti, GLI AMMINISTRATORI VIRTUOSI GUARDANO OLTRE, fanno rete e cercano di trovare insieme delle soluzioni. È stato IL VESCOVO MICHELE TOMASI a indicare la strada durante il tradizionale scambio degli auguri con gli amministratori della Marca: «SÌ AI CAMPANILI, NO AI CAMPANILISMI, la strada per gli amministratori è quella della collaborazione».

   Anche il sindaco di MONFUMO, Luciano Ferrari, eletto nel 2016, seppur con prudenza, è pronto a collaborare: «Vale la pena verificare quali possibilità ci sono, la volontà di capire quali fondi e opportunità ci siano, ora resta da chiarire ogni aspetto, a partire dal piano di fattibilità. Per ora è bene essere prudenti, l’obiettivo è di garantire ai cittadini un miglioramento dei servizi e prima dobbiamo studiare a fondo ogni questione, ma prendere una posizione a priori sarebbe sbagliato. Siamo aperti al confronto».

I numeri

Cavaso (2.937 abitanti), Castelcucco (2.228), Possagno (2.160), Monfumo (1.386) insieme formerebbero un Comune di 8.711 abitanti, coi numeri attuali. Secondo i primi cittadini ci sono tutti i presupposti per partire con l’iter. «L’alternativa per noi – osserva Torresan da Castelcucco – sarebbe quella di agganciarci a Pieve del Grappa – ma si tratterebbe di un’annessione, più problematica».

   I quattro Comuni sono geograficamente contigui e simili per dimensioni. Fanno già tutti parte dell’Unione Montana dei Grappa insieme a Pieve del Grappa e Borso. Un test sull’utilità della collaborazione c’è già stato e le sinergie tra gli amministratori continuano a esserci. Ora la strada per l’ulteriore step verso la fusione, che pure richiederà del tempo per tutti i passaggi necessari, nelle menti dei sindaci sembra già segnata. Maria Chiara Pellizzari)

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PIEVE FA GIÀ DA APRIPISTA SONO ARRIVATI 600 MILA EURO

di Maria Chiara Pellizzari, da “La Tribuna” del 19/12/2019

   La prima fusione tra Comuni nella Marca trevigiana è stata quella tra CRESPANO e PADERNO che lo scorso 17 dicembre, praticamente un anno fa, è stata approvata dalla maggioranza dei cittadini chiamati alle urne per il referendum, portando alla nascita di PIEVE DEL GRAPPA.

   Il nuovo Comune è stato formalmente istituito con legge regionale lo scorso 24 gennaio 2019. «La Regione ha già versato i fondi, sono arrivati 600 mila euro», dice l’ex sindaco di Paderno, Giovanni Bertoni, ora consigliere comunale di maggioranza. «L’altra novità positiva è che, mentre il precedente Governo aveva tagliato le risorse ai fondi per le fusioni, l’attuale governo li ha ripristinati».

   Oltre alle risorse che vengono messe in circolo dalla Regione e dallo Stato per agevolare le fusioni, l’accorpamento dei Comuni è un processo che porta a ridurre i costi tramite le economie di scala. Certo, qualcuno deve rinunciare alla poltrona: «Ora sono consigliere comunale, ho lasciato spazio ai giovani», dice l’ex sindaco Bertoni, «Sono sicuro che questa è la strada giusta».
Durante il referendum a Crespano il 78 per cento dei votanti si era espresso per il sì, a Paderno i sì erano circa il 57 per cento. Il voto era stato preceduto da molti incontri per condividere la strada con la popolazione. (Maria Chiara Pellizzari)

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«UNITI, SENNÒ I PAESI MUOIONO» E PER IL NOME SPUNTA CANOVA

di Elia Cavarzan, da “La Tribuna di Treviso”, 19/12/2019

MONFUMO. L’idea di guardare al di là dei singoli campanili è molto accreditata e piace, ma qualcuno ha qualche riserva. Tra le vie e gli esercizi commerciali di POSSAGNO, MONFUMO, CASTELCUCCO e CAVASO, durante tutta la giornata di ieri è stato un continuo confrontarsi sull’ipotesi dell’unione dei Comuni.

   In molti a Monfumo ripongono le proprie speranze nell’unione; dall’OSTERIA DALLA RIVA fanno sapere che «in paese si vedono persone solo nel weekend, mentre durante la settimana non c’è nessuno. Siamo favorevoli all’unione dei Comuni, speriamo sia un modo per evitare che questo paese continui a essere un dormitorio dove i giovani trovano casa e lavoro a Castelcucco e le imprese edili sono ferme da anni».

   A un certo punto spunta anche la parola «MIGRAZIONE» per dire che ormai, i giovani di Monfumo, se ne vanno tutti. Dall’OSTERIA CASA STRACHIN, sempre a Monfumo, c’è il titolare Mauro Furlanetto, nonché ex sindaco, che apprezza l’idea dell’unione senza nascondere qualche interrogativo: «Bene l’unione. Sicuramente ci saranno dei vantaggi per i commercianti e i cittadini. È un passaggio obbligatorio che prima o poi doveva coinvolgerci. Trovo strano però che il nostro sindaco in questi anni abbia investito tempo e forze per togliersi dalla condivisione dei servizi che già erano in essere tra Asolo, Monfumo, Cavaso e Possagno. Ora invece torna indietro per andare verso la completa condivisione; è stato tutto uno spreco di forze».

   A qualche chilometro svetta il TEMPIO DI POSSAGNO, ai sui piedi riaprirà questo sabato il CAFFÈ CANOVA. Ieri pomeriggio il titolare, tra una faccenda e l’altra, ha voluto dire la sua davanti a un caffè: «Finalmente la facciamo, era ora. Tutti sanno che è meglio nuotare in mare aperto invece che nello stagno. Ci siamo svegliati tardi secondo me, basta campanilismi, basta manovre politiche, è tempo di metterci insieme per lo sviluppo delle nostre comunità. All’estero funziona così».

   A meno di 200 metri dal suo locale c’è l’OSTERIA ROER, storica presenza in paese: «Per me l’unione è inutile se non si opera un serio taglio al personale dei Comuni, senza questa operazione l’accorpamento non avrebbe senso. Dovremmo unire non solo quattro Comuni, ma tutti quanti, da Pederobba a Bassano per risparmiare sulle spese». Poi una considerazione sul nome: «Spero che il nuovo nome non dimentichi il Canova. Se lo perdiamo per strada mi spiacerebbe moltissimo».

   A Cavaso del Tomba invece si tirano le somme già all’ora di pranzo: «È tutto il mattino che si parla dell’unione dei Comuni», spiega la titolare della LOCANDA ALLA POSTA, «Qualcuno sta già pensando al referendum per il nome, ad altri piace la sfida e più generalmente sembra essere passata l’idea che l’unione fa la forza. Vedremo nei prossimi giorni». Dal RISTORANTE AL RINGRAZIAMENTO di Cavaso, Diana Bertuola esulta: «Unione necessaria per tutelare le bellezze del nostro territorio e farle conoscere a tutti. Un’occasione d’oro per unire e fortificare le nostre comunità».

   A Castelcucco invece, sembra esserci calma piatta. «Castelcucco è sempre stata una realtà a sé, forte, viva, attiva», spiegano dal BAR HOTEL MONTE GRAPPA che sorge di fronte al municipio, «Sicuramente i Comuni avranno i loro vantaggi da questa unione, noi possiamo solo limitarci a seguirne gli sviluppi». (Elia Cavarzan)

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SI PARTE DAL RISIKO DELLE SCUOLE CON LA “SPONDA” DEL CAVANIS

di Maria Chiara Pellizzari, da “La Tribuna” del 19/12/2019

– Quattro milioni di euro per il nuovo plesso di Cavaso con un giro di trasferimenti per gli alunni delle medie in attesa dei lavori –

CAVASO. «Da settembre gli studenti delle scuole medie di Cavaso, frequentate anche dagli allievi di Possagno, si trasferiranno nel nuovo plesso scolastico di Possagno di fronte al Tempio Canoviano, di proprietà comunale». Il sindaco di Cavaso, Gino Rugolo, ha incontrato i genitori per condividere la novità che, oltre a confermare che i Comuni di Cavaso e Possagno già vanno a braccetto, ha due effetti positivi.

   Partiamo dal primo: nel breve termine e in via temporanea (da settembre per circa due anni) il trasferimento «darà ai nostri giovani una struttura non solo adeguata ma d’alto livello», precisa Rugolo, «L’attuale struttura comunale di Cavaso che ospita le aule della scuola media va infatti adeguata dal punto di vista sismico». Ma il principale nodo che è stato risolto è un altro, di natura giuridica: «A luglio il Comune è stato sfrattato dai locali sede della mensa e della “palestra comunale”, spazio quest’ultimo non adeguato per le attività di educazione fisica».

   Rugolo, in carica da maggio scorso, chiarisce che «abbiamo dovuto risolvere un problema ereditato dalla precedente amministrazione, la società di leasing ci ha chiesto di liberare i locali. Una soluzione andava trovata in fretta, così ci siamo attivati e abbiamo trovato la soluzione grazie alla collaborazione del sindaco di Possagno».

   I ragazzi saranno ospitati nell’ala est del nuovo plesso scolastico comunale che Possagno ha inaugurato lo scorso agosto. «L’ala est era stata messa a disposizione dell’istituto Cavanis, che dopo aver appreso dell’emergenza ha lasciato temporaneamente lo spazio nella disponibilità della scuola media», precisa il sindaco di Possagno Valerio Favero. «Nella nuova struttura i ragazzi avranno finalmente una palestra degna di tale nome e un ambiente moderno», aggiunge Rugolo.
Per passare al secondo effetto positivo del trasferimento va chiarito che il trasloco è temporaneo, perché prelude «a una seria riorganizzazione degli spazi scolastici in fase di discussione insieme al Comune di Possagno». È l’assessore di Cavaso con deleghe al bilancio, Michele Cortesia, ad anticipare la progettualità: «Ora Cavaso ha una scuola elementare e una media a servizio anche di Possagno, Possagno ha un’altra scuola elementare. L’obiettivo, per il futuro, è di accorpare la scuola elementare in uno dei due Comuni e di mantenere la scuola media nell’altra».

   I due sindaci sono d’accordo e continuano a lavorare per migliorare le strutture condividendo soluzioni al passo coi tempi. A gennaio partiranno a Cavaso i lavori per l’ampliamento della scuola elementare: l’intervento, del valore di quattro milioni di euro, sarà completato in circa due anni. E poi? «Stiamo ragionando già ora su come riorganizzare i plessi nei due Comuni per offrire soluzioni all’altezza». (Maria Chiara Pellizzari)

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«CHIAMIAMOLO TERRE DI CANOVA MA ANCHE VALCAVASIA VA BENE»

di Maria Chiara Pellizzari, da “La Tribuna” del 20/12/2019

POSSAGNO. – C’è chi suggerisce “TERRE DI CANOVA”, come il direttore del Museo Canova Mario Guderzo, come nome per il comune che nascerà dal matrimonio tra POSSAGNO, CAVASO, CASTELCUCCO e MONFUMO, ammesso che il piano di fattibilità sulla fusione evidenzi più vantaggi che criticità. C’è chi, come il sindaco di Cavaso, Gino Rugolo, fa notare che «ci sono diverse possibilità, tra cui il nome VALCAVASIA, ad esempio».

   E poi arriva il critico d’arte VITTORIO SGARBI, presidente di Fondazione Canova, con la sua intuizione: «Terre di Canova ha una sua dignità, oppure si potrebbe chiamare MON CASTEL CANOVA». Mon Castel Canova è un nome che Sgarbi, in pochi minuti, ha tirato fuori dal cappello: «In questo modo nel nome resterebbe “MON” per Monfumo, “CASTEL” per Castelcucco, ma anche “CA” per Cavaso. Resterebbe fuori solo Possagno, che è già compreso nel nome di CANOVA». Secondo Sgarbi si tratta di un’opzione da prendere in considerazione, perché «rimarrebbe la memoria di tutti i paesi».

   Anche VALCAVASIA «è un nome che avrebbe un senso, perché accomunerebbe tutti i comuni, ma non sarebbe giusto imporlo. La scelta deve avvenire al termine di un percorso condiviso», precisa Rugolo da Cavaso. Sembra già che, nel brainstorming collettivo alla ricerca del nome che conquista più residenti, LA PRESENZA DI “CANOVA” SIA RITENUTA DA MOLTI UN VALORE AGGIUNTO.

   Ne è convinto Sgarbi, che vede il percorso verso fusione come «una strada da intraprendere perché farebbe nascere un paese più robusto», unendo un territorio che è conosciuto essenzialmente per Canova.

   Ne è entusiasta il direttore del Museo e della Gipsoteca Canoviana MARIO GUDERZO, che immagina già «grandi vantaggi per tutti dalla fusione». Unendosi sotto il nome di Canova, «personaggio di richiamo a livello internazionale», il quattro comuni potranno fare un upgrade. «Del resto ora i quattro comuni non hanno un’identità forte che li rende attrattivi per chi non ci abita, fatta eccezione che per Canova». Inoltre, «Castelcucco, che significa Castello di un cucco, cioè di un uccello del malaugurio, è un nome dispregiativo (in un paese che di positivo ha molto, a partire dalle virtù dei cittadini nella raccolta differenziata e dal decoro urbano ndr)», osserva Guderzo. «Trovo TERRE DI CANOVA una bellissima terminologia».

   Per ora i nomi più papabili sono dunque “MON CASTEL CANOVA”, “TERRE DI CANOVA” e “VALCAVASIA”.

   Secondo il sindaco di Possagno Valerio Favero «il nome verrà da sé, valorizzando le peculiarità del territorio». Quello che è certo è che la decisione dei quattro sindaci di agganciare i fondi per partire l’anno prossimo con il piano di fattibilità, raccoglie sempre più consensi.

   «Accogliamo con grande favore il rinnovato interesse per i progetti di alleanza e fusione nei Comuni trevigiani», dichiara Fiorenzo Corazza, vicepresidente di Assindustria VenetoCentro Imprenditori Padova Treviso, associazione nata dall’integrazione tra due associazioni imprenditoriali, che ben può testimoniare i vantaggi dell’aggregazione.

   «Nel caso degli enti riteniamo che una maggiore scala dimensionale possa rendere più incisiva la rappresentanza della comunità locale. Inoltre, grazie anche agli investimenti in digitalizzazione, la fusione può migliorare l’offerta di servizi ai cittadini senza perdere la presenza diretta nel territorio». Da parte degli imprenditori «continuerà il supporto alle fusioni, che vanno incentivate e premiate con opportuni provvedimenti legislativi». (Maria Chiara Pellizzari)

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vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2017/11/20/fusione-tra-comuni-con-listituzione-di-nuove-realta-urbane-processo-necessario-per-una-grande-riforma-territoriale-degli-enti-istituzionali-ma-tutto-e-lasciato-nella-mani-di-ammi/

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23 Agosto 2019

da https://www.ageiweb.it/gruppi-di-lavoro/territori-amministrati-regioni-citta-metropolitane-aree-vaste-e-la-nuova-geografia-politica-dellitalia/

TERRITORI AMMINISTRATI. REGIONI, CITTÀ METROPOLITANE, AREE VASTE E LA NUOVA GEOGRAFIA POLITICA DELL’ITALIA

PER UNA NUOVA GEOGRAFIA POLITICA DELL’ITALIA

L’elemento condiviso alla base del gruppo AGeI Territori amministrati è la convinzione che la travagliata vicenda normativa delle Autonomie locali abbia rappresentato uno degli elementi (storici) di maggiore criticità del processo italiano di formazione dello Stato, specie per quanto riguarda gli ultimi settant’anni (il periodo repubblicano), e in particolare l’ultimo quarto di secolo – quando vasti processi di mutamento avrebbero richiesto un’intelligenza politica e una capacità di innovare che il nostro Sistema non ha manifestato, paralizzandosi, complicandosi e ingarbugliandosi fra numerosi inattuati tentativi di riforma.

   Corollario di questa constatazione è che la discutibile morfologia amministrativo-territoriale del nostro Paese sia stata uno dei principali fattori di ostacolo allo sviluppo delle sue potenzialità, sub specie economica ma anche politica e civile, e anche questo è vero in particolar modo per gli ultimi venticinque anni.

   Ciascuno di noi osserva questo dannoso condizionamento dal punto di vista per lui più interessante: l’evolversi in Italia del fenomeno metropolitano; i connessi processi di transizione che riguardano le aree interne, con le più rare traiettorie di recupero e le più frequenti traiettorie di marginalizzazione o ulteriore marginalizzazione; il modificarsi delle coerenze territoriali e le diverse geometrie che originano dal mutamento dei mercati e delle specializzazioni territoriali; l’incrudelirsi dei differenziali geografici interni di sviluppo, dilatatisi, dopo le “Bassanini”, proprio quando un’accurata capacità di innovazione amministrativa avrebbe dovuto controindicarli; le faticose (e talvolta fantasiose) zonizzazioni operate per le proprie politiche territoriali dagli Enti locali nel quadro di vincoli normativi centrali irrazionali ma infrangibili; il variabile impatto sui territori e sulle strutture amministrative decentrate degli obiettivi e delle politiche comunitarie; e così via.

   Tratto comune e non eludibile di ciascuna di queste declinazioni è il riferimento alla Legge 56/2014, la quale sta fornendo, nelle forme e nei limiti del suo processo di attuazione, il quadro pratico entro il quale tutti quei processi si vanno manifestando, ciascuno portando il suo peculiare contributo alla riscrittura della mappa del rapporto fra amministrazione e territorio in Italia.

   Tale processo ha iniziato a prendere corpo con lo svuotamento delle province, anche se presto  frustrato dal risultato referendario del dicembre 2016; con il loro aggiornamento conservativo nella veste delle Aree vaste; con il primato vigorosamente attribuito alle Città metropolitane e la fattuale distinzione fra Regioni di serie A e di serie B sulla base della presenza di una Città metropolitana; con un’intercomunalità auspicata ma non adeguatamente incentivata e lasciata di fatto all’iniziativa delle Regioni, con la conseguente enorme variabilità geografica; con la mancata messa in discussione delle Regioni autonome e con l’implicita riconferma delle loro libere autonomie; con la richiesta di nuove autonomie differenziate da parte di alcune fra le Regioni più forti. Questo è il binario entro il quale, con l’attuazione quotidiana della norma da parte degli attori territoriali, si muove la riscrittura pratica di quel rapporto – che è larga parte del rapporto fra potere e territorio.

   È apparso naturale, in questo senso, che un Gruppo di lavoro all’interno dell’Associazione dei Geografi Italiani si incaricasse di osservare l’evoluzione di questo processo che si va delineando con modalità distinte nelle varie Regioni, a seconda delle capacità di resilienza delle comunità locali, come anche della fisionomia assunta dall’articolazione vettoriale degli interessi che si vanno coagulando nei vari livelli territoriali e a livello centrale, e nel quadro dei condizionamenti che provengono ai livelli sovra-scalari e sovra-nazionali.

   In pratica la costruzione di un tale osservatorio si è basata sul presupposto che gli indirizzi politici alla guida dei vari livelli amministrativi del Paese – dal governo centrale a quelli regionali, dalle Città metropolitane ai grandi Comuni – si muovessero all’interno di un’accettazione – pur se talvolta controversa e sofferta – dell’impianto della nuova gerarchia territoriale. Era nostra intenzione su questa base sviluppare una collezione di conoscenze che, delineando le esperienze in atto nelle diverse parti del Paese, ne consentisse l’analisi comparata e una valutazione ragionata sugli esiti, sia quelli in atto che quelli in proiezione – e con questi ultimi intendiamo gli impatti, gli scenari e naturalmente le raccomandazioni operative su ciascuna delle tematiche territoriali chiamate in causa.

   Questo progetto ha incrociato nel dicembre del 2016 l’esito – infausto per i proponenti – del referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi, che per quanto attiene il Titolo V era della legge 56 il necessario complemento. Benché formalmente quest’ultima restasse intatta e in vigore, la rinnovata protezione costituzionale alle province si muoveva in senso opposto rispetto all’impianto prefigurato dalla norma ordinaria, con l’effetto di complicare, rallentare e rendere potenzialmente ancor più confuso il processo della sua attuazione. Ma v’era in proiezione assai di più: la sconfessione della ratio della norma mostrava infatti il logoramento dell’idea (non soltanto amministrativa) di Paese sottostante alla legge 56. E puntualmente, quindici mesi dopo, questo processo di deterioramento si è completato, con l’avvento al governo di forze politiche che leggono storicamente il rapporto fra Stato centrale e autonomie regionali in modo drasticamente differente dal neo-centralismo delle pregresse maggioranze parlamentari.

   La nuova situazione politica, dopo le elezioni del 4 marzo 2018, conferisce a questo progetto un ulteriore grado di complessità e, al momento almeno, di impregiudicatezza. Se da un lato si attende ancora una stabilizzazione del quadro amministrativo delle Città metropolitane e ci sono (nuove) amministrazioni regionali che decidono di rivedere l’approccio al territorio derivante dalla legge 56 (ad esempio Veneto, Lombardia e Emilia Romagna con la richiesta di un’autonomia differenziata o il Friuli Venezia Giulia con un progetto restauratore), dall’altro è molto difficile fare ipotesi sugli orientamenti – non diciamo sul Progetto-Paese – che emergeranno dalle vicende politiche del prossimo futuro. Questa condizione non può non produrre incertezze foriere, come suggeriscono alcuni episodi, di una stasi e, forse, una ridiscussione del processo così come era stato pensato nel precedente quadro politico.

   Qualcuno ha detto che, quando è grande la confusione sotto il cielo, la situazione va considerata eccellente. Non siamo del tutto sicuri che una valutazione del genere sia correttamente applicabile al nostro Paese; crediamo però che mantenere vivace l’attenzione sui processi sopra sommariamente descritti, oltre che avere i tratti del dovere civico, sia intellettualmente stimolante e scientificamente rilevante dal punto di vista politico, intellettuale e scientifico.

coordinatori: Francesco Dini e Sergio Zilli

Principali iniziative partecipate da membri del gruppo sul tema

Il riordino territoriale dello Stato. Riflessioni e proposte della geografia italiana, Società Geografica Italiana, Roma, 8 marzo 2013.

Il riordino territoriale dello Stato. Rapporto annuale della Società Geografica Italiana, 2013-2015.

Neo-centralismo e territorio fra aree vaste, città metropolitane e legge 56, sessione di (S)radicamenti, Giornata di studio della Società di Studi Geografici, Torino, 16 dicembre 2016.

Neo centralismo e territorio fra Città metropolitane, aree vaste e intercomunalità, sessione in XXXII Congresso Geografico Italiano. L’apporto della Geografia fra rivoluzioni e riforme. Roma, 8 giugno 2017.

Riordino territoriale e sviluppo locale, seminario, Giornate della Geografia, Bologna, 8 settembre 2017.

Regioni, città metropolitane, Aree Vaste e la nuova geografia politica dell’Italia, sessione di Barriere/Barriers, Giornata di studio della Società di Studi Geografici, Pescara, 1 dicembre 2017.

Metro-Conflicts. Rappresentazione e governo dei conflitti di area vasta, Sessione Speciale di Congresso INU, Crisi e rinascita delle città, Napoli, 15 dicembre 2017

Territori amministrati, seminario, Giornate della Geografia Public geography: ricerca didattica terza missione, Padova, 14 settembre 2018

Una nuova geografia politica dell’Italia, sessione di Mosaico/Mosaic, Giornata di studio della Società di Studi Geografici, Novara, 7 dicembre 2018.

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Bibliografia di riferimento

Michele Castelnovi, Il riordino territoriale dello Stato. Riflessioni e proposte della geografia italiana, Società Geografica Italiana, Roma, marzo 2013, http://societageografica.net/images/stories/Pubblicazioni/e-book_il_riordino_territoriale_dello_stato_pdf.

Pasquale Coppola, Geografia politica delle regioni italiane, Torino Einaudi, 1997.

Fiorenzo Ferlaino, Paolo Molinari, Neofederalismo, neoregionalismo, intercomunalità. Geografia amministrativa dell’Italia e dell’Europa, Bologna, il Mulino, 2009.

Francesco Dini, Sergio Zilli, Neo-centralismo e territorio fra aree vaste, città metropolitane e legge 56 in E. Dansero, M. G. Lucia, U. Rossi e A. Toldo (a cura di), (S)radicamenti, Giornata di studio della Società di Studi Geografici Torino, 16 dicembre 2016, Firenze, Società di studi geografici, pp.15-16. http://societastudigeografici.it/pdf/MG2017_def_29_11.17.pdf

Francesco Dini, Sergio Zilli, Territori amministrati. Regioni, Città metropolitane, Aree vaste e la nuova geografia politica dell’Italia, in M. Fuschi (a cura di), Barriere/Barriers. Giornata di studio della Società di Studi Geografici. Pescara, 1dicembre 2017, Firenze, Società di Studi Geografici, 2018,pp. 459-452. http://societastudigeografici.it/pdf/Barriere-Barriers.pdf

Francesco Dini, Sergio Zilli, Neo centralismo e territorio fra Città metropolitane, aree vaste e intercomunalità. Introduzione,in F. Salvatori (a cura di), L’apporto della Geografia fra rivoluzioni e riforme. Roma, 7-10 giugno 2017, Roma, A.Ge.I., 2019, pp. 2213-2218.  https://ageiweb.it/wp-content/uploads/2019/02/S30_p.pdf

Francesco Dini, Sergio Zilli (a cura di), Il riordino territoriale dello Stato. Scenari Italiani 2014. Rapporto annuale della Società Geografica Italiana Onlus, Roma, Società Geografica Italiana, 2015.  societageografica.net/wp/wp-content/uploads/2016/09/Rapporto-2014.pdf

Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Bari, Laterza, 2019.

Bibliografia su Città metropolitane, riordino territoriale e conseguenze sulla struttura sociale

pubblicata su L.Viganoni (a cura di),  Commercio, consumo e città. Quaderno di lavoro, Milano, FrancoAngeli, 2017, https://francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro/aspx?id=24923

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La bibliografia minima sulle città metropolitane e i relativi problemi rispetto all’ordinamento amministrativo e all’organizzazione territoriale dell’Italia raccoglie interventi di geografi ma non solo e si divide in tre parti. La prima si riferisce alle opere che vanno dall’avvio della Repubblica al 1995, anno in cui esce la ampia guida bibliografica curata da Floriana Galluccio;  la seconda arriva fino ai prodromi della nuova legge sul riordino e la terza segue l’emanazione della legge 56 del 2014. Ove disponibile, è indicato il collegamento al sito internet ove reperire il testo.

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1.L’elenco si apre con il contributo di Aldo Sestini al Congresso geografico del 1947, dove si discute della nuova struttura che di lì a poco sarebbe stata compresa nella Costituzione, cui seguono i lavori che ne mettono in discussione l’organizzazione (Compagna, Muscarà, fond. Agnelli, Archibugi), contributi che ne identificano alcuni limiti costitutivi (Gambi, Bonora, Tinacci), spostano il discorso su altri livelli di struttura  (Landini/ Salvatori, Dematteis/Ferlaino, Coppola)

Aldo Sestini, Le regioni italiane come base geografica della struttura dello Statoin Atti del XIV Congresso Geografico ItalianoBologna 8-12 aprile 1947, Bologna, Zanichelli, 1949, pp. 128-143.

Francesco Compagna, Dalla piccola regione uniforme alla grande regione coerente, in L’Europa delle regioni, Napoli, ESI, 1964, pp.13-108.

Lucio Gambi, Compartimenti statistici e regioni costituzionali, in Questioni di geografia, Napoli, ESI, 1964, pp. 153-187.

Calogero Muscarà, Una regione per il programma, Padova, Marsilio, 1968.

Lucio Gambi,Le «regioni» italiane come problema storicoIn “Quaderni storici”, XII (1977), n. 34, fasc. I, pp. 275-298.

Fondazione Giovanni Agnelli (a cura di), La riforma dell’amministrazione locale, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1980.

Maria Tinacci Mossello, Le regioni come unità di pianificazione, in G.Corna Pellegrini, C.Brusa (a cura di), La ricerca geografica in Italia 1960-1980, Varese, ASK, 1980, pp.855-864.

Pier Giorgio Landini, Franco Salvatori (a cura di), I sistemi locali delle regioni italiane (1970-1985), in “Memorie della Società Geografica Italiana”, XLIII (1989)

Giuseppe Dematteis, Fiorenzo Ferlaino, Le aree metropolitane tra specificità e complementarietà. Il caso italiano alla luce della legge n. 142/1990, dibattiti n.2, IRES-Piemonte, Torino, 1991, (digibess.it/fedora/repository/object_download/…/openbess_TO082-01370.pdf)

Fondazione Giovanni Agnelli (a cura di), Nuove regioni e riforma dello Stato, Torino, 3-4 dicembre 1992, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1992.

Floriana Galluccio, Bibliografia generale, in L.Gambi, F. Merloni, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 481-539.

Lucio Gambi, L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative, in L.Gambi, F. Merloni, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 23-34

Paola Bonora, Dall’approvazione del titolo V al «nuovo federalismo»: una regionalizzazione mancata, in L.Gambi, F. Merloni, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.35-43.

Piero Antonelli, Gaetano Palombelli, Le Province: la storia, il territorio, in L.Gambi, F. Merloni, Amministrazioni pubbliche e territorio in Italia, Bologna, Il Mulino, 1995, pp.69-92

Pasquale Coppola (a cura di), Geografia politica delle regioni italiane, Torino, Einaudi, 1997.

Franco Archibugi (a cura di), Eco-sistemi urbani in Italia. Una proposta di riorganizzazione urbana e di riequilibrio territoriale e ambientale a livello regionale-nazionale, CNR- Progetto strategico “Quadroter”, Roma, Gangemi, 1999.

2.La seconda parte presenta una rassegna di analisi sul dibattito che si sviluppa attorno alla necessità di rivedere la gerarchia territoriale, che comprende sia studi di geografi sia di altre discipline. In particolare a partire dall’inizio del secondo decennio la prospettiva di un intervento deciso di riordino territoriale diventa centrale e apre da un lato a varie ipotesi  (Ferlaino/Molinari, Dematteis, Castelnovi), ma dall’altro evidenzia la priorità della questione “città metropolitana”, che viene affrontata sotto diversi punti di vista.

Calogero Muscarà, Il paradosso federalista, Padova, Marsilio, 2001.

Paola Bonora, Pierluigi Cervellati, La città metropolitana: madre di città, in “Archivio di studi urbani e regionali”, 2003, n. 78, pp. 203-210.

Manuela Basta, Elena Morchio, Simona Sanguineti, Aree metropolitane in Italia. Indagine empirica alla luce del Censimento 2001, Firenze, Alinea, 2009.

Dino Borri, Fiorenzo Ferlaino (a cura di), Crescita e sviluppo regionale: strumenti, sistemi, azioni, Milano Franco Angeli, 2009.

Paolo Costa, Mariolina Toniolo (a cura di), Aree metropolitane e sviluppo regionale, Milano, Franco Angeli, 2009.

Fiorenzo Ferlaino, Paolo Molinari, Neofederalismo, neoregionalismo, intercomunalità.Geografia amministrativa dell’Italia e dell’Europa, Bologna, Il Mulino, 2009.

Giuseppe Dematteis (a cura di), Le grandi città italiane: Società e territori da ricomporre, Venezia, Marsilio, 2011

Maria Luisa Sturani, L’inerzia dei confini amministrativi provinciali come problema geostorico, in Filiberto Agostini (a cura di), Le amministrazioni provinciali in Italia.Prospettive generali e vicende venete in età contemporanea, Milano, Angeli, 2011, pp. 62-79.

Brunetta Baldi, Giovanni Xilo, Dall’Unione alla fusione dei Comuni: le ragioni, le criticità e le forme, in “Istituzioni del federalismo”, 2012, quad. n.1 pp. 141-165.

Carlo Deodato, Le città metropolitane: storia, ordinamento, prospettive, in “it”, 2012n. 19 (http://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=21925).

Alberto Lucarelli, Prime considerazioni in merito all’istituzione della città metropolitana, in “Federalismi.it”, 2012, n.19 (http://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=20945)

Alessandro Pirani, Verso la città metropolitana. Quali funzioni, appunto per il gruppo di lavoro su “L’istituzione delle città metropolitane: procedure, problemi, ostacoli, opportunità”17/11.2012, http://www.astrid_online.it

Massimo Allulli, Walter Tortorella, Le Città metropolitane secondo la legge 135/2012, in “Amministrare”, 2013, fasc.1, pp.153-170.

Luigi Benvenuti, Riflessioni in tema di città metropolitana, in “Federalismi.it”, 2013, n.5 (http://www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?artid=21926)

Michele Castelnovi (a cura di), Il riordino territoriale dello Stato, riflessioni e proposte della geografia italiana, Roma, Società Geografica Italiana, 2013.

Giovanna Marotta, Ernesto Pastena, Le città metropolitane, Padova, Cedam, 2013.

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Paolo Testa (a cura di), Le Città Metropolitane, Roma, Cittalia – Fondazione ANCI Ricerche, 2013.

3.Il terzo blocco parte con la pubblicazione del Rapporto della Società Geografica Italiana sul riordino territoriale in cui la questione viene discussa a livello delle diverse regioni, sottolineando le ricadute sulla società locale delle nuove scelte politiche. Se da un lato emerge la debolezza della resilienza del territorio, da un lato spicca la questione della città metropolitana come nuovo fulcro della società italiana, cui vengono dedicati numeri monografici in riviste di diverse discipline (“Meridiana”, “Federalismi.it”, “Le Regioni”).

Francesco Dini, Sergio Zilli (a cura di), Il riordino territoriale dello Stato. Rapporto 2014, Roma, Società geografica italiana, 2014

Chiara Agnoletti, Roberto Camagni, Sabrina Iommi, Patrizia Lattarulo (a cura di), Competitività urbana e policentrismo in Europa. Quale ruolo per le città metropolitane e le città medie, Bologna, Il Mulino, 2014.

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Silvio Casucci, Alessandro Leon, Cambiamenti in atto nelle città metropolitane del nostro paese, in “Meridiana”, 2014, n.80, pp. 19-40.

Città metropolitana, numero monografico di “Meridiana”, 2014, n.80.

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Gennaro Macrì, Profili istituzionali del dibattito sulla città metropolitana, in “Meridiana”, 2014, n.80, pp.173-196.

Francesco Merloni, Sul destino delle funzioni di area vasta nella prospettiva di una riforma costituzionale del Titolo V, in “Istituzioni del Federalismo, 2014, n. 2, pp. 215-249(http://www.regione.emilia-romagna.it/affari_ist/Rivista_2_2014/Merloni.pdf)

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Gianfranco Perulli (a cura di), La città metropolitana, Torino, G. Giappichelli Editore, 2014.

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Gianfranco Perulli , Il piano strategico metropolitano, Torino, G. Giappichelli Editore, 2015.

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Stefano Soriani, Alessandro Calzavara, Riordino territoriale e governance metropolitana nel caso veneziano, in “Rivista geografica italiana”, CXXIII (2016), fasc. 3, pp. 259-280.

Flavio Spalla, La città metropolitana: problemi istituzionali, in “Quaderni di scienza politica”, 2016, n.1, pp.137-160.

Giovanni Vetritto, Dopo la legge Delrio. Ridisegnare la geografia amministrativa italiana, in “Nuova Etica Pubblica, 2016, n. 6, pp. 36-42 (http://www.eticapa.it/eticapa/wp-content/uploads/2016/05/NuovaEtica-Maggio-20161.pdf).

Fiorenzo Ferlaino, Francesca Silvia Rota, La competitività delle città metropolitane italiane nel contesto europeo, in Riccardo CappellinMaurizio BaravelliRoberto CamagniEnrico MarelliMarco BellandiEnrico CiciottiSalvatore Capasso (a cura di), Investimenti, innovazione e nuove strategie di impresa. Quale ruolo per la nuova politica industriale e regionale?, Egea, 2017, pp. 301-316 (http://www.egeaonline.it/ita/prodotti/economia/investimenti-innovazione-e-nuove-strategie-di-impresa.aspx).

Marco Orlando, La città metropolitana: speranze di una visione e realtà dei dismorfismi, in Città metropolitana, numero monografico di “Politichepiemonte”, 2017, n. 46., pp. 5-8 (http://www.politichepiemonte.it/site/index.php?option=com_content&view=article&id=566:la-citta-metropolitana-speranze-di-una-visione-e-realta-dei-dismorfismi&catid=88:citta-metropolitana&Itemid=108)

Città metropolitana, numero monografico di “Politichepiemonte”, 2017, n. 46.

Francesca Silvia Rota, Torino e le altre città metropolitane, in Città metropolitana, numero monografico di “Politichepiemonte”, 2017, n. 46, pp. 13-16.

… 

Ambiti tematici riferiti al quadruplice livello sovraregionale, regionale, di area vasta (distinguendo le tre tipologie della CM, del capoluogo regionale non CM e delle altre Aree vaste ex-legge 56), e infine comunale, al fine di evidenziare gli argomenti e i processi che dovrebbero essere, per ciascuna regione, il nostro campo di indagine.

Stato e territorializzazione

Stato ed evoluzione della normativa sulle autonomie locali

[nello specifico modifiche alla legge 56/2014]

Proposte di revisione (costituzionale e non) dell’attuale ordinamento regionale italiano

Monitoraggio e discussione dell’idea di Paese quale si afferma e si evolve nella prassi politica, con specifico riferimento agli Enti territoriali

Regione e territorializzazione

Forma territoriale della programmazione regionale (PRS e altri eventuali strumenti)

Iniziative e progettazioni di inter-regionalità da parte della Regione e/o altri stakeholder

Politiche della Regione sulla zonizzazione dei principali servizi

Forma territoriale del sistema sanitario regionale

Città metropolitana

Stato di istituzionalizzazione della CM

Modello di CM adottato (per esempio più o meno centralizzato sul comune metropolitano)

Congruenza CM all’area metropolitana

Rapporti di potere fra Regione e CM

Rapporti di potere fra CM e altre Aree Vaste

Area Vasta centrale (capoluogo di Regione non CM)

Stato di istituzionalizzazione delle AV nelle regioni prive di CM (AV centrale)

Rapporti di potere fra Regione e AV centrale

Area Vasta non centrale

Stato di istituzionalizzazione delle AV non centrali nelle rispettive regioni

 Rapporti di potere fra Regione e AV non centrali

Comuni

Politiche della Regione sulla fusione e unione dei comuni

Mobilità comunale da AV ad AV (da Regione a Regione)

Quadro dell’intercomunalità in ambito regionale

 

 

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