IL CAOS MEDIORIENTE – L’uccisione del generale iraniano QASSEM SOLEIMANI (per alcuni eroe contro l’Isis, per altri feroce assassino) sconvolge ancora di più un MEDIO ORIENTE possibile esportatore di una guerra planetaria – E’ poi vera la notizia di altre bombe atomiche USA nella Base di Aviano (Pordenone)?

Venerdì 4 gennaio 2020, le forze americane hanno ucciso a BAGHDAD il generale iraniano QASSEM SOLEIMANI (nella foto, con quel che resta dell’auto e di chi c’era all’interno). Qassem Soleimani era una delle figure chiave dell’Iran, molto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah ALI KHAMENEI, e considerato da alcuni il potenziale futuro leader del Paese. Un raid, quello statunitense, condotto con un drone, e ordinato da DONALD TRUMP. E che fa salire la già alta tensione fra Stati Uniti e Iran, ma anche in tutto il Medio Oriente e in tutto il mondo

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Che cosa può succedere ora tra Usa e Iran dopo la morte di Soleimani? Verso una guerra aperta? (immagine da https://www.open.online/)

L’ATTACCO USA. MIGLIAIA IN PIAZZA A TEHERAN, L’EUROPA È PREOCCUPATA

da Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/

– Con un attacco mirato, condotto con drone, gli Usa hanno ucciso a Baghdad un generale iraniano. Teheran: “Ci vendicheremo”. Altri 3.500 soldati Usa in Medioriente –

   Le forze americane hanno ucciso a Baghdad il generale iraniano QASSEM SOLEIMANI, una delle figure chiave dell’Iran, molto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah ALI KHAMENEI, e considerato da alcuni il potenziale futuro leader del Paese. Un raid, quello statunitense, condotto – secondo indiscrezioni – con un drone e ordinato da Donald Trump. E che rischia di far salire la già alta tensione fra Stati Uniti e Iran, ma anche in tutto il Medio Oriente.

   La reazione iraniana è immediata, con Teheran che parla di “atto di terrorismo” e fa sapere che ci saranno ritorsioni.

   Gli Stati Uniti hanno deciso di inviare altri 3.500 soldati in Medio Oriente. Lo hanno riferito tre funzionari della Difesa e un ufficiale militare a Nbc News. Le nuove truppe saranno dispiegate in Iraq, Kuwait e altre parti della regione.

MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO GLI USA NELLE CITTÀ IRANIANE – Manifestazioni di protesta contro gli Usa si sono tenute in diverse città iraniane. A TEHERAN decine di migliaia di persone hanno sfilato con le foto di Soleimani, gridando “MORTE ALL’AMERICA”; manifestazioni simili si sono svolte ad ARAK, BOJNOURD, HAMEDAN, HORMOZGAN, SANANDAJ, SEMNAN, SHIRAZ e YAZD. Un fiume di gente vestita di nero ha manifestato in una sorta di corteo funebre nella città natale di Soleimani, KERMAN; la guida della preghiera locale, HASSAN ALIDADI, ha affermato che l’uccisione di Soleimani porterà alla “fine della presenza militare Usa nella regione e alla vittoria finale del fronte della resistenza su Israele”. I media iraniani mostrano donne vestite a lutto, che piangono per le strade di TABRIZ. (Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/)

 

Migliaia in piazza contro gli Usa nelle città iraniane

Manifestazioni di protesta contro gli Usa si sono tenute in diverse città iraniane. A Teheran decine di migliaia di persone hanno sfilato con le foto di Soleimani, gridando “morte all’America”; manifestazioni simili si sono svolte ad Arak, Bojnourd, Hamedan, Hormozgan, Sanandaj, Semnan, Shiraz e Yazd. Un fiume di gente vestita di nero ha manifestato in una sorta di corteo funebre nella città natale di Soleimani, Kerman; la guida della preghiera locale, Hassan Alidadi, ha affermato che l’uccisione di Soleimani porterà alla “fine della presenza militare Usa nella regione e alla vittoria finale del fronte della resistenza su Israele”. I media iraniani mostrano donne vestite a lutto, che piangono per le strade di Tabriz.

Mappa città dell’Iran

Il Nunzio in Iran: abbassare la tensione

È importante in questo momento “abbassare la tensione, chiamare tutti al negoziato e credere al dialogo sapendo, come la storia ci ha sempre insegnato, che la guerra e le armi non sono le soluzioni ai problemi che affliggono il mondo di oggi. Bisogna credere nel negoziato. Si deve credere nel dialogo. Bisogna rinunciare al conflitto e si deve ‘armarsi’ con le altre armi che sono quelle della giustizia e della buona volontà”. Così il Nunzio apostolico in Iran, monsignor Leo Boccardi, raggiunto telefonicamente a Teheran da Vatican News. Per monsignor Boccardi, occorre “continuare a prodigarsi e a portare all’attenzione della comunità internazionale la situazione del Medio Oriente. Una situazione che deve essere risolta e si devono chiamare tutti alla responsabilità diretta che abbiamo. Pacta sunt servanda, dice una regola importante della diplomazia. E le regole del diritto devono essere rispettate da tutti”.

“(…) TRUMP, subito dopo l’uccisione di Soleimani, si è limitato a twittare la BANDIERA DEGLI STATI UNITI sul suo profilo Twitter, ma vari analisti ritengono che GLI STATI UNITI NON AVREBBERO LE IDEE CHIARE SU COME PROCEDERE e soprattutto SU COME FRONTEGGIARE UNA POSSIBILE ESCALATION MILITARE COL PAESE DEGLI AYATOLLAH (…)” (da https://www.wired.it/, 3/1/2019)

Teheran: dagli Usa una folle escalation

“Il lavoro e il cammino del generale Qassem Soleimani non si fermeranno e una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste sono insanguinate con il sangue di Soleimani e altri martiri dell’attacco della notte scorsa”, ha detto la guida suprema iraniana Ali Khamenei.

   Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha commentato: “L’atto di terrorismo internazionale degli Stati Uniti con l’assassinio del generale Soleimani, la forza più efficace nel combattere il Daesh, Al Nusrah e al-Qaeda, è estremamente pericoloso e una folle escalation”. E poi: “Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità di questo avventurismo disonesto”.

Washington: Soleimani era responsabile degli attacchi all’ambasciata

“Il generale Soleimani stava mettendo a punto attacchi contro diplomatici americani e personale in servizio in Iraq e nell’area”, afferma il Pentagono confermano il raid e assumendosene la responsabilità. “Il generale Soleimani e le sue forze Quds sono responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di altri migliaia”, aggiunge il Pentagono, precisando che il generale iraniano è stato anche il responsabile degli “attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad negli ultimi giorni”. Il raid punta a essere un “deterrente per futuri piani di attacco dell’Iran. Gli Stati Uniti continueranno a prendere tutte le azioni necessarie per tutelare la nostra gente e i nostri interessi del mondo”, mette in evidenza il Dipartimento della Difesa.

Solo due giorni prima dell’uccisione di Soleimani c’era stato un assalto (nella foto) all’ambasciata statunitense in Iraq, innescato dalla tensione fra Stati Uniti e Iran. Trump aveva subito accusato l’Iran di averlo “orchestrato”. Ma l’inaspettata risposta Usa con l’uccisione di Soleimani complica i fragili equilibri nello scacchiere mediorientale con possibili conseguenze a livello mondiale.(…) (da https://www.wired.it/, 3/1/2019)

   L’attacco americano segue l’avvertimento lanciato dal ministro della Difesa, Mark Esper, dopo le tensioni degli ultimi giorni con ore e ore di guerriglia e diversi tentativi di penetrare il compound che ospita la sede diplomatica Usa nella capitale irachena, la cui torretta all’ingresso principale è stata data alle fiamme. La dichiarazione del Pentagono arriva dopo ore di confusione, fra voci che si rincorrevano e nessuna rivendicazione della responsabilità. Trump, avvolto nel silenzio, si è limitato a twittare una foto della bandiera americana prima che il ministero della Difesa uscisse alla scoperto.

L’attacco mirato, all’aeroporto di Baghdad

La Guardia Rivoluzionaria iraniana, confermando la morte di Soleimani, afferma che il generale è stato ucciso da un attacco sferrato da un elicottero americano (si tratterebbe però di un drone). Secondo le ricostruzioni iniziali, Soleimani e MOHAMMED RIDHA, il responsabile delle public relation delle forze pro-Iran in Iraq, erano da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad ed entrati in una delle due auto che li attendeva quando l’attacco è stato sferrato. L’attacco è seguito al lancio di tre razzi all’aeroporto che non causato alcun ferito.

   I parlamentari americani non sono stati avvertiti dell’attacco, ha reso noto in un comunicato il deputato democratico Eliot Engel. Il raid eseguito in Iraq contro l’iraniano Qassem Soleimani “ha avuto luogo senza alcuna notifica o consultazione con il Congresso”, recita la nota: Soleimani era “la mente di una grande violenza” e ha “il sangue degli americani sulle sue mani”. Tuttavia, ha proseguito, “intraprendere un’azione di questa gravità senza coinvolgere il Congresso solleva seri problemi legali ed è un affronto ai poteri del Congresso nella sua veste di ramo paritetico del governo”.

Medio Oriente mappa

Israele alza lo stato di allerta, l’Europa preoccupata

Intanto, Israele ha elevato lo stato di allerta dopo aver appreso dell’uccisione di Soleimani, considerato nello Stato ebraico come il principale artefice da molti anni della sistematica penetrazione militare dell’Iran in vari Paesi della Regione.

Preoccupazione. E inviti alla moderazione

Le reazioni alla morte del comandante iraniano, Qassem Soleimani, sono pressoché unanimi. Berlino, con la portavoce della cancelliera Ulrike Demmer, ha espresso “preoccupazione” per il “pericoloso momento di escalation” in cui ci si trova, e sollecita “oculatezza e moderazione, per contribuire alla distensione” nella regione.

   La Gran Bretagna ha lanciato un appello alla calma. Il ministro degli Esteri, Dominic Raab, ha ribadito che Londra “ha sempre riconosciuto la minaccia aggressiva” rappresentata da Soleimani e dalla sua unità d’elite Forze Qods e ha aggiunto: “In seguito alla sua morte, sollecitiamo le parti alla de-escalation. Un ulteriore conflitto non è nel nostro interesse”.

   L’uccisione del comandante iraniano Qassem Soleimani ha reso il mondo “più pericoloso”. Lo ha dichiarato il ministro francese per gli Affari Europei Amèlie de Montchalin. “Ci siamo svegliati in un mondo più pericoloso”, ha detto Montchalin, aggiungendo che il presidente Emmanuel Macron avrà presto un confronto con “gli attori della regione”. “Il nostro ruolo”, ha concluso, “non è schierarci ma parlare con tutti”.

   La Russia ha avvertito che l’uccisione da parte degli Usa di Soleimani, a Baghdad, aumenterà le tensioni in Medio Oriente. “L’uccisione di Soleimani rappresenta un passo avventurista che aumenterà le tensioni nella regione”, ha ammonito il ministero degli Esteri, commentando a Ria Novosti il raid Usa. “Soleimani serviva la causa della protezione degli interessi nazionali dell’Iran con devozione”, ha aggiunto il dicastero, “esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano”.

Biden: Trump getta dinamite in una polveriera

“Nessun americano piangerà la morte di Qassem Soleimani, meritava di essere consegnato alla giustizia per i suoi crimini contro le truppe americane e contro migliaia di innocenti nella regione”, ma col raid che lo ha ucciso a Baghdad, il presidente Donald Trump ha gettato dinamite in una polveriera”. Così in una dichiarazione ufficiale il candidato alle primarie democratiche per la Casa Bianca, Joe Biden, sottolineando che ora Trump “deve al popolo americano una spiegazione sulla strategia e il piano per tenere al sicuro le truppe statunitensi e il personale dell’ambasciata, come pure i nostri interessi a casa e all’estero”. “L’Iran risponderà sicuramente, potremmo essere sull’orlo di un grande conflitto in Medio Oriente”, ha avvertito Biden, dicendo di temere che l’amministrazione Trump non abbia “la necessaria visione a lungo termine”.

L’Iraq: gli Usa ci hanno attaccato, ci sarà guerra

   Il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, ha definito “un’aggressione” da parte degli Usa, il raid compiuto a Baghdad, avvertendo che questo “scatenerà una guerra devastante” in Iraq. “L’assassinio di un comandante militare iracheno, che occupa un ruolo ufficiale, è un’aggressione all’Iraq, al suo Stato, al suo governo e al suo popolo”, ha denunciato il premier. Al-Muhandis era il numero due di Hashed, una coalizione di forze paramilitari filo-iraniena, integrate nelle forze governative irachene. (da Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/)

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Da Incirlik’ ad Aviano? – AVIANO TRASFORMATA NEL DEPOSITO ATOMICO PIÙ GRANDE D’EUROPA: 50 TESTATE NUCLEARI IN ARRIVO DALLA TURCHIA? – Alla base dell’operazione ci sarebbe l’inaffidabilità del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, che starebbe spingendo la Nato e gli Stati Uniti, che in ANATOLIA usufruiscono della BASE AEREA DI INCIRLIK, con annessi depositi di bombe nucleari di propria pertinenza, a trasferire l’arsenale atomico in un avamposto alternativo. La soluzione ottimale sarebbe stata individuata proprio nell’aeroporto pordenonese “Pagliano e Gori”, sede di uno stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. (…) (da https://www.liberoquotidiano.it/news/, 31/12/2019)

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(Nucleareurope, da http://www.notizie.tiscali.it/) – DATI RELATIVI ALLA PRESENZA DI BOMBE ATOMICHE AD AVIANO E A GHEDI TORRE fanno riferimento al 1998 e sono citati da parecchie fonti; a seconda delle fonti i dati oscillano leggermente ma restano costanti i nomi delle postazioni. Dal 1987 le basi devono soddisfare certi requisiti per ospitare le armi nucleari, il cosiddetto WS3 (Weapons Storage and Security Systems). Nel 1998 le uniche basi italiane con sistemi WS3 erano Aviano e Ghedi Torre. Aviano ospita bombe atomiche dagli anni ’50, Ghedi dal 1963.

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BOMBE NUCLEARI NEL PIANETA: DOVE SI TROVANO? I paesi segnati in ROSSO possiedono armi nucleari, quelli segnati in GIALLO sono parte di un’alleanza militare che ha a disposizione bombe atomiche, mentre i paesi segnati in ARANCIONE ospitano questo tipo di ordigni in base al trattato di condivisione nucleare della NATO (mappa tratta da https://www.tpi.it/)

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L’aeroporto militare di AVIANO (nel pordenonese) “Pagliano e Gori”, BASE NUCLEARE NATO-AMERICANA

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LA SFIDA LETALE DELLA CASA BIANCA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 4/1/2020

   «È la mossa più rischiosa compiuta dall’America in Medio Oriente dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003». Così il New York Times giudica l’uccisione del generale Qassem Soleimani, il capo militare iraniano eliminato su ordine di Donald Trump. La reazione da Teheran è così minacciosa che lo stesso Trump sembra in cerca di giustificazioni, o di un’improbabile distensione.
Dice che la sua decisione era necessaria, perché «Soleimani preparava attacchi imminenti e sinistri contro diplomatici e militari americani». Questa motivazione ufficiale è la risposta alle accuse dell’opposizione democratica americana. Trump aggiunge: «Ho deciso quest’azione per fermare una guerra, non per cominciarla».

   Ma davvero la Casa Bianca è sorpresa dalla reazione dell’Iran, di cui ha eliminato uno dei massimi capi militari? Ora Washington teme una vendetta durissima: il Dipartimento di Stato esorta gli americani a lasciare l’Iraq, cioè uno Stato alleato, dove l’America ha investito migliaia di vite umane e risorse economiche ingenti.

   L’eliminazione di un singolo nemico, per quanto importante, può valere la perdita d’influenza in Iraq?

Il fattore Golfo

Per spiegare quel che ha condotto all’eliminazione di un combattente di quel livello, mentre si trovava sul territorio iracheno “invitato come consulente” dal governo di Bagdad, bisogna ricostruire le ULTIME PUNTATE DI UN CRESCENDO DI TENSIONE.  Gli ATTACCHI IRANIANI CONTRO NAVI PETROLIERE DI DIVERSE NAZIONALITÀ, NEL GOLFO PERSICO: una sfida diretta al ruolo degli Stati Uniti come garanti della libertà di navigazione in quella parte del mondo (anche se il petrolio che vi transita non viene più importato dagli americani, ormai autosufficienti, è tuttavia vitale per alleati come Europa, India e Giappone, o rivali come la Cina).

   La DISTRUZIONE DI UN DRONE USA DA PARTE DEGLI IRANIANI. Il micidiale ATTACCO, SEMPRE AD OPERA DI DRONI IRANIANI, CHE MISE FUORI USO IMPORTANTI IMPIANTI PETROLIFERI DELL’ARABIA SAUDITA: un colpo tremendo ad un alleato strategico di Washington, non tanto per il danno economico ma per l’enorme caduta di credibilità militare di Riad. Da ultimo, l’UCCISIONE DI UN CITTADINO AMERICANO IN IRAQ e l’ASSALTO-ASSEDIO ALL’AMBASCIATA USA A BAGDAD, attribuiti a fazioni filo-iraniane manovrate dagli ayatollah e forse dal generale Soleimani.

   Da mesi l’Iran stava sfidando l’America, colpo su colpo ne logorava la credibilità in tutto il Medio Oriente. Questa sfida risponde a uno scenario di deterioramento programmato delle relazioni: fu Trump a stracciare l’accordo voluto dal suo predecessore Barack Obama, che aveva offerto la fine dell’embargo all’Iran in cambio di un congelamento del piano nucleare. Quell’accordo secondo Trump era un grave errore.
Allineandosi con le preoccupazioni di Israele e dell’Arabia saudita, i suoi due “mentori” in Medio Oriente, Trump ha optato per la linea del REGIME CHANGE: LA TEOCRAZIA SCIITA DI TEHERAN VA ROVESCIATA, a meno che si ravveda completamente dai suoi crimini e rinunci alle sue ambizioni egemoniche in alcune aree limitrofe (Libano, Siria, Yemen).

   Indurendo le sanzioni Trump sperava di indebolire Khamenei e i falchi iraniani; forse ha ottenuto l’effetto opposto di indebolire i moderati del regime come il presidente Rohani. L’economia iraniana si avvita in una crisi grave, la popolazione si rivolta contro il regime; quest’ultimo non esita a rispondere con una repressione sempre più sanguinosa (centinaia di morti).
Il crescendo

L’una e l’altra parte sembrano avviate verso un crescendo quasi ineluttabile, rafforzato da due narrazioni contrapposte, bellicose e belliciste.
Washington è convinta che il regime iraniano cerchi la guerra per distrarre dal suo malgoverno e dalle sue difficoltà interne; affrontare il Grande Nemico americano giustifica leggi marziali e zero tolleranza contro le proteste. Teheran ribatte descrivendo un Trump che vuole la guerra per sfuggire all’impeachment o risollevare le sue chance elettorali.

   Sul fronte interno americano, colpisce la divisione. QUESTA NON È UN’AMERICA CHE SI COMPATTA DI FRONTE A UN CONFLITTO INTERNAZIONALE. Dalla presidente della Camera Nancy Pelosi in giù, i dirigenti del partito democratico criticano o condannano Trump; c’è chi paventa l’illegalità dell’esecuzione di Soleimani, e chi denuncia l’esautorazione del Congresso. E’ lontana l’unità nazionale che dopo l’11 settembre consentì a George W. Bush di trascinare il paese nell’invasione dell’Iraq.

   Un’altra DIVISIONE interna indebolisce gli Stati Uniti: quella FRA LA CASA BIANCA E IL PENTAGONO. I MILITARI NON VOGLIONO AFFATTO RITIRARSI DAL MEDIO ORIENTE, costringono questo presidente a uno STOP-AND-GO, prima si ritira dalla Siria poi manda nuove truppe in Arabia saudita. Più che guerrafondaia quest’AMERICA sembra INDECISA A TUTTO, e così facendo incoraggia ogni sorta di avventure. E ancora una volta, come ai tempi di Jimmy Carter quarant’anni fa, la sorte di una presidenza americana può dipendere dal comportamento dell’Iran. (Federico Rampini)

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IL BLITZ AMERICANO

di Guido Olimpo, dal Corriere.it del 3/1/2019 (https://www.corriere.it/)

– Così è stato ucciso Soleimani: il generale, che sei sentiva al sicuro, tradito da un drone – Gli americani hanno preparato il terreno da tempo, fondamentale l’intelligence. Quelle sue parole di sfida a Trump, che adesso suonano come una beffa –

C’era una finestra di opportunità – così spiegano – e gli Usa hanno ucciso Qasem Soleimani. Ma per farlo hanno preparato il terreno e da tempo. Il generale non era una pedina, servivano una decisione politica e mosse accurate.

Morte dal cielo

Le ricostruzioni iniziali attribuiscono lo strike a un drone, il cecchino dei cieli, l’arma preferita dei presidenti americani. Da Obama a Trump. Testimonianze aggiungono l’ipotesi della presenza di elicotteri d’attacco Apaches, già schierati da tempo nelle installazioni statunitensi in Iraq. La morte è arrivata dal cielo, con precisione. I missili hanno distrutto i due veicoli sorpresi su una strada vicina all’aeroporto di Bagdad.

L’intelligence

Fondamentale l’intelligence. Agli americani non mancano orecchie elettroniche e occhi umani, hanno molti alleati che avevano un conto aperto con Soleimani (leggi il suo ritratto). Il network che fa riferimento all’apparato guidato dal generale è possente ma anche ampio, questo apre fessure per le infiltrazioni.

   L’alto ufficiale aveva scelto di spostarsi con un convoglio minimo, appena due veicoli e scorta ridotta. Si sentiva al sicuro o non eccessivamente esposto, in fondo ricopriva un doppio ruolo. Leader di un sistema segreto e personaggio che doveva intervenire personalmente per necessità ma anche per ambizione. Non stava certo nascosto in un tunnel, alcune delle sue uscite pubbliche erano diffuse sui social e interagiva via twitter.

   Se – come raccontano – è arrivato in aereo ha attraversato uno spazio dove le antenne Usa sono in grado di captare molto. Stazioni di monitoraggio e velivoli-spia sono una presenza costante. È anche probabile che vi fossero sul terreno membri delle forze speciali o paramilitari Cia che hanno date le ultime conferme.

La catena di eventi

Immaginiamo la catena. Trump ha autorizzato l’inserimento di Soleimani nella lista dei bersagli. Le spie hanno raccolto il dato cruciale: è in arrivo a Bagdad. È scattata l’operazione esecutiva su due livelli: i cacciatori si sono preparati con i droni, il Pentagono ha fatto affluire rinforzi nella regione come risposta all’assalto all’ambasciata da parte delle milizie. Gli spotters che seguono sulla rete i movimenti degli aerei hanno segnalato nelle 48 ore precedenti al raid i voli in arrivo dagli Usa e da altre basi. Il trasferimento di parà dell’82esima, lo schieramento di 100 marines giunti dal Kuwait, le ricognizioni hanno fatto in qualche modo da schermo per mettere in piedi un dispositivo nel caso di una rappresaglia.

Il monito

Su The Guardian hanno ricordato le parole pronunciate dal generale diciotto mesi fa: «Mr Trump, ti avverto, siamo vicini a te in luoghi dove tu non puoi immaginare…Tu inizierai la guerra, ma saremo noi a finirla». Soleimani, però, non ci sarà. (Guido Olimpo)

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PERCHÉ L’UCCISIONE DEL GENERALE IRANIANO SOLEIMANI È COSÌ IMPORTANTE

di Alessio Foderi, da https://www.wired.it/, 3/1/2019

– In un raid americano all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, è stato ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, figura chiave di molto di ciò che è successo in Medio Oriente nell’ultimo decennio. Trump rischia davvero di innescare un nuovo conflitto globale –

   Il potente generale iraniano Qassem Soleimani, comandante delle milizie speciali al-Quds dei guardiani della rivoluzione (le forze armate iraniane), è stato ucciso nella notte fra giovedì e venerdì (2 e 3 gennaio, ndr) all’aeroporto internazionale di Baghdad durante un raid con droni ordinato dal presidente americano Donald Trump.

   Nell’attacco avrebbero perso la vita almeno otto persone, fra cui anche il principale comandante milizia irachena filo-iraniana Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, e il capo delle pubbliche relazioni delle Forze di mobilitazione popolare (le forze sciite di stanza in Iraq) Mohammed Ridha Jabri.

   Solo due giorni fa c’era stato un assalto all’ambasciata statunitense in Iraq, innescato dalla tensione fra Stati Uniti e Iran. Trump aveva subito accusato l’Iran di averlo “orchestrato”. Ma l’inaspettata risposta Usa con l’uccisione di Soleimani complica i fragili equilibri nello scacchiere mediorientale con possibili conseguenze a livello mondiale.

   Secondo quanto riporta il pentagono, l’ordine di uccidere Soleimani è partito direttamente dal presidente Trump con l’obiettivo di “evitare futuri attacchi iraniani”, come si legge nel comunicato diramato dall’amministrazione. Qui si specifica anche che il generale era stato responsabile della morte e di centinaia di militari statunitensi.

   La morte di Soleimani segna però l’inizio di fortissime tensioni in Medio Oriente: Teheran, dove Soleimani era di fatto visto come un eroe nazionale, non ha tardato a parlare di un vero e proprio “atto di terrorismo internazionale”. La condanna è arrivata anche con le parole del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che ha poi puntualizzato: “Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità di questo avventurismo”. L’Ayatollah Ali Khamenei ha indetto tre giorni di lutto nel paese, affermando che l’uccisione del generale raddoppierà la motivazione della resistenza contro Stati Uniti e Israele.

Chi era Qassem Soleimani

Nato nel 1957, dal 1998 era a capo delle forze speciali Al Quds, ovvero il corpo speciale delle guardie rivoluzionarie iraniane incaricato di compiere operazioni segrete all’estero. Negli ultimi vent’anni è stato quindi regista di quasi tutte le più importanti operazioni militari: dall’Afghanistan alla Siria al Libano. Fra le ultime cose Suleimani si era occupato anche della repressione delle proteste antigovernative irachene da parte dalle milizie sciite filo-iraniane presenti in Iraq.

   Oltre a essere a capo del comando militare, dirigeva la raccolta di informazioni dell’intelligence ed era molto vicino alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, figura religiosa più importante del paese. Per molti anni, gli uomini della Cia impegnati nella regione l’hanno definitoil più potente funzionario che si trova oggi in Medio Oriente”.

   Aveva solo 22 anni quando si era arruolato con le Guardie rivoluzionarie islamiche, nate appunto per proteggere la repubblica degli ayatollah, e 41 quando ne aveva preso il comando, facendo diventare le forze speciali di Al Quds sempre più influenti in Medio Oriente. E forse proprio per questo nei suoi confronti, lo scorso ottobre era stato pianificato un attentato, poi sventato dai suoi. Secondo quanto aveva riportato l’intelligence dei guardiani della rivoluzione si trattava di un piano “arabo ed ebreo” in atto da anni con l’obiettivo di screditare le forze speciali.

   Di Soleimani sappiamo inoltre che era stato la mente (e l’esecutore materiale) dietro i principali conflitti mediorientali degli ultimi anni: aveva organizzato la guerra del presidente siriano Bashar al-Assad contro i ribelli, la presenza filo-irachena in Iraq e, da un certo momento in avanti, anche la lotta contro l’Isis.

Altissima tensione

Se non è ancora chiarissima la dinamica dell’attacco – le prime ricostruzioni parlano di missili a pioggia lanciati da un drone su più di un convoglio – le conseguenze di un gesto simile saranno con ogni probabilità ingenti: la scelta di uccidere Soleimani era fra l’altro stata evitata in precedenza dai passati presidenti degli Stati Uniti proprio per scongiurare l’eventualità di una guerra fra Iran e Usa, o per non mettere a repentaglio l’incolumità degli agenti americani in Medio Oriente. Non a caso il New York Times scrive che l’uccisione di Soleimani sarà vista dall’Iran come “un atto di guerra”. Anche Reuters parla di una “drammatica escalation” fra i due paesi, ricostruendo quanto successo ultimamente. La missione Usa di questa notte infatti arriva dopo l’assalto all’ambasciata statunitense di Baghdad, che era a sua volta una risposta a un attacco americano contro la milizia irachena filo-iraniana Kataib Hezbollah, dopo che un contractor americano era stato ucciso a dicembre.

   E mentre Trump si è limitato a twittare la bandiera degli Stati Uniti sul suo profilo Twitter, vari analisti ritengono che gli Stati Uniti non avrebbero le idee chiare su come procedere e soprattutto su come fronteggiare una possibile escalation militare col paese degli ayatollah.

   Sempre da Teheran è arrivato anche il commento del presidente Hassan Rohani: “Gli iraniani e le altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali”. Intanto Israele, vicino agli Usa, ha elevato lo stato di allerta e convocato un vertice sulle possibili ripercussioni regionali. Ora che il dado è tratto, le conseguenze sono soltanto ipotizzabili. Quel che è certo è che ci saranno: l’analista esperto di Medio Oriente Hassan Hassan ha definito l’omicidio di Soleimani “probabilmente il più significativo e importante dell’ultimo decennio”. (Alessio Foderi)

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INTERVISTA A IAN BREMMER (POLITOLOGO, DIRETTORE EURASIA)
“L’IRAN AVEVA SUPERATO IL LIMITE MA TRUMP NON VUOLE LA GUERRA”

di Gianni Riotta, da “La Stampa” del 4/1/2020

– IAN BREMMER “Non scoppierà un conflitto mondiale. È un messaggio a Teheran: non devono alzare il tiro” INTERVISTA –

NEW YORK – «Non scoppierà la Terza guerra mondiale, il presidente Trump non la vuole, l’Iran non la vuole. Ci saranno rappresaglie delle milizie Quds, che il generale Qassem Soleimani comandava e che lo considerano un eroe, ripercussioni sul prezzo del greggio e sui mercati, ma non un’escalation tragica. Più grave, dopo il raid a Baghdad, l’allontanarsi degli alleati, vedi il presidente francese Macron, alienati dall’amministrazione Usa».

   Ian Bremmer, che dal 1998 dirige il CENTRO DI RICERCA EURASIA, fondato a soli 29 anni, non si unisce alle paure di social media, piazze mediorientali e diplomazie e tenta un’analisi controcorrente delle nuove strategie.

   «Qassem Soleimani ha ordinato la morte di centinaia di militari americani e guidava l’offensiva in corso in Iraq. Trump non ha mosso un dito quando i motoscafi iraniani facevano scorrerie nel Golfo Persico o quando blitz di Soleimani danneggiavano gli impianti petroliferi sauditi. Ma per il presidente esiste una linea da non oltrepassare, colpire gli Stati Uniti. Soleimani l’ha fatto, sottovalutando Trump. Chi pensa che il raid sia partito perché Trump teme l’impeachment e fa il duro, sbaglia: non cerca guerra, sfida gli iraniani a non alzare il tiro».

Chi era “Haji Qassem”, il pellegrino Soleimani come i suoi adoranti miliziani lo chiamavano?

«Ha combattuto nella guerra con l’Iraq in prima fila, faceva parte del governo ma era anche un eroe popolare, carismatico, si prendeva cura delle famiglie dei caduti, “i martiri”. Era soprattutto l’architetto del terrorismo e delle guerriglie che l’Iran promuove. Quando Obama ha eliminato Osama bin Laden il colpo ad al Qaeda, organizzazione informale, è stato duro, l’Iran è invece uno Stato consolidato, con gerarchie civili e militari, andrà avanti».

Si parla già del nuovo capo di Quds, il generale Esmail Ghaani, ma Trump che ha a lungo proposto di ritirarsi dalle guerre, perché cambia marcia?

«Non è un colpo di testa. L’intelligence gli avrà detto, Soleimani è a Baghdad e possiamo colpirlo, e ha dato l’ok. Trump non pensa strategicamente, sa poco di politica estera e Medio Oriente, non ragiona sulle conseguenze profonde dei suoi atti, va d’istinto. Soleimani l’aveva irriso e sfidato, “Non c’è nulla che Trump possa farmi”, il presidente l’ha visto a bersaglio e ha premuto il grilletto».

Il leader iraniano Khamenei era amico di Soleimani, dopo i funerali con la celebrazione rituale «Ha bevuto il nettare del martirio» come reagirà?

«Difficile da dire, neppure Soleimani controllava il network degli alleati, a volte apprendeva degli attacchi di Nasrallah e degli Hezbollah dai giornali. A Teheran è in corso una guerra di fazioni, i nazionalisti andranno all’attacco, magari contro alleati Usa, i sauditi, o contro basi Usa, o contro sedi civili, come alla sinagoga di Buenos Aires nel 1994. Anche attacchi di cyberguerra sono possibili. L’Iran non vuole la guerra e Trump non la vuole, ma la situazione può sfuggire di mano a tutti, nel regime non decide una sola persona, come Kim Jong-un in Corea del Nord».

Gli ayatollah dedurranno che se avessero avuto l’atomica alla Kim, Soleimani sarebbe vivo: l’accordo nucleare è morto?

«Sì, non vedo, come americani, europei o russi possano impedire il ritorno all’arricchimento dell’uranio in Iran».

La Russia protesta, la Cina invita alla calma, gli europei son preoccupati, il premier inglese Johnson non è neppure stato informato: tu parli di G0, un mondo senza leadership, ora che succederà?

«La Cina medierà, Putin cercherà di guadagnare terreno, come pure Erdogan e la Turchia, l’Iraq si ritrova fragile e in prima linea, gli europei si persuaderanno che la coalizione atlantica è finita e guarderanno a nuovi equilibri. Macron, che crede la “Nato abbia l’elettroencefalogramma piatto” ha subito discusso della situazione con Putin».

La morte di Soleimani influenzerà la campagna presidenziale Usa 2020?

«No. Gli americani non votano sulla politica estera, se il prezzo del greggio non sale, tra un anno nessuno se ne ricorderà. La guerra commerciale con la Cina peserà invece a novembre».

Obama aveva eliminato Osama, non è che Trump volesse con Soleimani un trofeo da esibire?

«Non credo. Quando il consigliere per la Sicurezza John Bolton, che ieri ha twittato auspicando il “cambio di regime” a Teheran chiedeva mano forte contro l’Iran, Trump disse di no e lo licenziò. Perfino il generale Mattis proponeva, da ministro della Difesa, rappresaglie contro l’Iran senza mai ottenerle. Trump scommette che l’Iran reagirà, ma senza scatenare la guerra, vedremo se ha ragione». (intervista a Ian Bremmer di Gianni Riotta, da “la Stampa”)

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“IL SOLDATO-STRATEGA LODATO DALLA STAMPA PER AVER SCONFITTO IL MOSTRO DAESH”

di Camille Eid, da “Avvenire” del 4/1/2020

   «Sono nato soldato e morirò da soldato». Questa promessa l’aveva fatta Qassem Soleimani all’ayatollah Ali Khamenei in una lettera diventata di dominio pubblico. Promessa che il generale aveva sempre mantenuto, ignorando l’invito dei suoi simpatizzanti a candidarsi alla presidenza dell’Iran, come avevano fatto diversi altri capi pasdaran.

   Come comandante della famigerata Brigata Gerusalemme (la forza più popolare del presidente Rohani), guidava la Forza QUDS, e il Times l’aveva posto tra gli astri nascenti del 2020.

   E Soleimani era diventato, nel giro di pochissimi anni, una figura seconda solo alla Guida suprema, tanto che era risultato in un sondaggio del 2018 molto più popolare tra gli iraniani dello stesso presidente Rohani.

   In verità, l’ascesa del generale risale a molto prima, più precisamente al 2014, quando aveva promesso in una diretta televisiva di sconfiggere il Daesh in tre anni, allorché il gruppo jihadista sembrava invincibile dopo la proclamazione del Califfato. Nello stesso anno la rivista americana Newsweek gli dedicava una copertina che lo raffigurava con la sua solita espressione sobria, incorniciata dalla divisa verde e la barba grigia.

   «Prima combatteva contro l’America, ora sta schiacciando il Daesh», il titolo altisonante. Soleimani era giunto qualche mese prima in Iraq per assistere le milizie sciite locali nell’offensiva contro i jihadisti in base a una precisa strategia. «Dobbiamo – spiegherà in un’intervista – mettere in quarantena le nostre frontiere per aiutare i nostri vicini ed evitare che questo cancro (il Daesh, ndr) si diffonda nel nostro Paese».

   Nel corso di queste imprese militari, era diventato il proconsole di Teheran in una vasta area che si estende dall’Iraq al Mediterraneo, senza considerare il suo presunto ruolo in Afghanistan e Yemen. Dal ritratto tracciato da MARCO CAMELOS, già ambasciatore italiano in Iraq, emerge un Soleimani «campione di strategia», «scoperto» un po’ tardi dagli americani. Camelos rivela che solo nel 2008, ossia un decennio dopo la nomina di Soleimani a capo della Brigata al-Quds, il generale David Petraeus, all’epoca comandante statunitense in Iraq, ha confidato a Silvio Berlusconi di essersi reso conto «solo di recente dell’importanza di Soleimani nelle dinamiche del Medio Oriente».

   «Non sorprende quindi – commenta Camelos – che Soleimani sia stato in grado di muovere liberamente le sue pedine nella regione, sconfiggendo i suoi nemici». Circa l’interesse americano al personaggio, Camelos contesta la narrazione ufficiale. Il diplomatico italiano afferma, infatti, che furono gli americani a cercare di stabilire una relazione con gli iraniani. «Per oltre due anni a Baghdad, i funzionari statunitensi mi hanno chiesto più volte di trasmettere messaggi alle milizie sciite, e soprattutto di promuovere un dialogo diretto con le loro controparti iraniane. Ciò è stato sistematicamente respinto da due diversi ambasciatori iraniani con cui ho avuto a che fare, entrambi considerati membri dei pasdaran, e quindi agli ordini di Soleimani».

   Puro stratagemma oppure volontà sincera di dialogo? Non lo sapremo mai. Soleimani sapeva di essere nel mirino degli Stati Uniti e di Israele. Eppure, non stava, come al-Baghdadi, nascosto in un tunnel. Lo si vedeva spesso sui diversi fronti siriani e iracheni insieme ai soldati, con gli stivali sporchi di fango, oppure seduto per terra a bere tè, a mangiare, a pregare.

   Era nello stesso tempo inafferrabile, compariva e scompariva. «E’ spesso a Baghdad e nel nord dell’Iraq», aveva detto di lui un leader sciita iracheno. «Il governo lo sa benissimo. E’ intelligente. E’ anche un uomo appassionato di guerra. Sa di essere bravo in essa». Ieri Khamenei ha nominato il successore. Si tratta del generale di brigata ESMAIL QAANI, «uno dei comandanti più decorati» nella guerra contro l’Iraq, combattuta negli anni Ottanta. Toccherà ora a lui mostrare la sua bravura. (Camille Eid)

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«LA MEZZALUNA SCIITA» DA SEMPRE LA SUA OSSESSIONE: ARMAVA LUI HAMAS E HEZBOLLAH

di Benny Morris*, da “il Corriere della Sera” del 4/1/2020 (* Benny Morris, 71 anni, è uno storico israeliano ed è docente universitario)

– Teheran non ha altri uomini così –

   A Gerusalemme e a Tel Aviv, sede del quartier generale della Difesa e dell’Intelligence israeliano, si è tirato un sospiro di sollievo, e ci si è scambiati forse troppi sorrisi quando è giunta la notizia che gli Stati Uniti erano riusciti, con un attacco mirato, a eliminare Qassem Soleimani, il leggendario capo delle forze Quds, unità delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Finora non ci sono state indiscrezioni su un possibile coinvolgimento israeliano nell’operazione.
Le FORZE QUDS, che operavano sotto il diretto comando di Soleimani sin dal 1998, gestiscono tutte le attività di intelligence, eversione e diffusione dell’ideologia rivoluzionaria khomeinista fuori dalla Repubblica islamica. Pare che nel 2008 lo stesso Soleimani avesse dichiarato a funzionari americani di «controllare di persona la politica iraniana riguardante Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan». Da allora, sicuramente, avrà incorporato anche Siria e Yemen sotto la sua «giurisdizione», e con ogni probabilità sarà stato direttamente coinvolto nelle operazioni iraniane nel Golfo persico, come il sabotaggio delle petroliere straniere e le ripetute aggressioni contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita nel corso degli ultimi mesi.

   Dai leader politici di Teheran, Soleimani aveva ricevuto l’incarico ad ampio raggio di consolidare la «mezzaluna sciita», quella fascia di territorio sotto il controllo sciita che si estende tra Iraq, Siria e Libano e che garantisce all’Iran un corridoio di terra e d’aria verso il Mediterraneo. Questo significava che avrebbe potuto agevolmente piazzare forze militari terrestri e aeree direttamente sul confine Nord e Nord-Est di Israele: una minaccia esplicita. Durante gli ultimi cinque anni, l’Iran ha gradualmente installato basi militari in grado di formare, armare e dirigere forze sciite locali in una Siria devastata dalla guerra civile; ha armato inoltre l’organizzazione guerrigliera e terroristica sciita libanese, Hezbollah, e rifornisce le milizie (sunnite) di Hamas nella Striscia di Gaza.

   Secondo stime israeliane, Hezbollah oggi dispone di un arsenale di 130.000 missili, composto in maggioranza da vecchi razzi Katyusha, ma non mancano missili più accurati a medio e corto raggio. Proprio come voleva Soleimani, questo è servito da deterrente per Israele, che dal 2006 non ha più attaccato Hezbollah – e serve ancora da deterrente.

   Secondo gli analisti più esperti, Soleimani è stato uno stratega di primissimo ordine e un architetto brillante di operazioni di intelligence ed eversione, abilissimo nell’organizzare il suo manipolo di fanatici delle forze Quds (pare che l’organizzazione disponga di un organico di sole 3.000 unità), che gestivano operazioni anti israeliane e anti americane sia in Medio Oriente che altrove. L’utilizzo di effettivi filo-iraniani è sempre stato il principio fondamentale delle Quds, e difatti nelle decine di attacchi dell’aviazione israeliana in Siria negli ultimi anni hanno perso la vita centinaia di combattenti sciiti locali, pochissimi iraniani.

   La morte di Soleimani con ogni probabilità non cambierà la politica iraniana in Medio Oriente. Il suo successore, o successori – ci vorranno forse diversi ufficiali per ricoprire tutti i ruoli riuniti nella sua persona – proseguirà nell’intento di rafforzare la «mezzaluna sciita», di trasformare l’Iraq in un vassallo dell’Iran, e di sostenere Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza.

   Ma qualcosa forse è cambiato, e drasticamente. Nei primi mesi del 2008, i servizi segreti israeliani erano riusciti ad eliminare Imad Moughniye in un sobborgo di Damasco, utilizzando un esplosivo sofisticato nascosto nella ruota di scorta del suo Suv. Moughniye, responsabile della morte di centinaia di americani e israeliani negli anni Ottanta e Novanta, era la mente dell’intelligence di Hezbollah e ricopriva un ruolo simile a quello svolto da Soleimani in Iran. Difatti, i due uomini avevano spesso collaborato e gestivano il contrabbando degli armamenti tra Teheran, Siria e Libano.

   A giudicare dal fallimento di diversi interventi di Hezbollah al di fuori dei confini libanesi dalla morte di Moughniye sembrerebbe che l’organizzazione non abbia ancora trovato un degno sostituto, anche dopo aver nominato un certo numero di ufficiali a capo dei vari settori di cui si occupava personalmente Moughniye.

   La stessa cosa potrebbe accadere in Iran dopo la scomparsa di Soleimani. I 23 anni da lui trascorsi alla testa delle forze Quds gli avevano dato una visione a tutto campo e una vastissima esperienza operativa che i leader di Teheran troveranno difficile da rimpiazzare a breve. L’eliminazione di questo personaggio potrebbe davvero aver salvato un gran numero di vite umane. (Benny Morris, traduzione di Rita Baldassarre)

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AVIANO TRASFORMATA NEL DEPOSITO ATOMICO PIÙ GRANDE D’EUROPA: 50 TESTATE NUCLEARI IN ARRIVO DALLA TURCHIA

da https://www.liberoquotidiano.it/news/, 31/12/2019

   Le tensioni tra Usa e Turchia potrebbero trasformare Aviano in un arsenale nucleare. E non un deposito qualsiasi, ma il più grande d’Europa, con ben 50 testate custodite. A lanciare ufficialmente l’allarme su quelle che fino ad oggi erano poco più che indiscrezioni è stato il coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli. «Con il trasferimento di 50 testate l’Italia diventerebbe il deposito di armi nucleari più imponente di tutta Europa perché queste si sommerebbero ad altre 30 testate già presenti nella base italiana di Aviano, in Friuli Venezia Giulia», ha denunciato Bonelli. «Sarebbero le forze aree militari americane (Usaf)», ha proseguito l’esponente dei Verdi, «ad aver scelto la base di Aviano e considerata la gravità di questa possibile scelta chiediamo al governo se conferma questa notizia e di portare immediatamente il problema alla valutazione del Parlamento».

   Alla base dell’operazione ci sarebbe l’inaffidabilità del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che starebbe spingendo la Nato e gli Stati Uniti, che in ANATOLIA usufruiscono della BASE AEREA DI INCIRLIK, con annessi depositi di bombe nucleari di propria pertinenza, a trasferire l’arsenale atomico in un avamposto alternativo. La soluzione ottimale sarebbe stata individuata proprio nell’aeroporto pordenonese Pagliano e Gori, sede di uno stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. A caldeggiare l’ipotesi del trasferimento, qualche tempo fa, era stato il generale Charles Chuck Wald, già comandante del 31esimo Fighter Wing di Aviano dal 1995 al 1997, secondo cui la scelta del sito friuliano sarebbe quella più semplice dal punto di vista logistico.

   L’ipotesi del trasferimento delle bombe nucleari DA INCIRLIK AD AVIANO era stata ventilata già nel 2016 quando Erdogan, aveva sventato un golpe militare contro di lui ed aveva additato gli Usa tra i possibili fiancheggiatori del colpo di stato. Erdogan aveva addirittura fatto staccare l’energia elettrica alla base militare Usa, interrompendo l’attività operativa del locale contingente americano. La tensione venne risolta ma negli ultimi tempi le relazioni tra l’ex alleato Nato e Washington è schizzata di nuovo verso l’alto soprattutto con la decisione turca di acquisire aerei e contraerea dalla Russia.

   Staremo a vedere se il Parlamento e il governo italiani si faranno carico di fare chiarezza sulla vicenda. Difficile fare previsioni, anche perché fino ad ora, anche per ovvie ragioni di sicurezza nazionale e di segretezza militare, la presenza delle bombe già stoccate in Italia non è mai stata confermata. Secondo quanto riportato lo scorso maggio dal Messaggero Veneto, sarebbero 40 le bombe nucleari nascoste nelle due basi. La notizia della presenza di ordigni era arrivata (ancora una volta) dal Bulletin of the atomic scientists della Fas, la Federazione degli scienziati americani.

   La Fas ritiene che le testate nucleari in possesso degli Usa (3.800 in tutto) siano stoccate in 24 luoghi diversi, 11 negli Stati Uniti e sei in cinque Paesi europei: AVIANO e GHEDI in Italia, BÜCHEL in Germania, ICIRLIK in Turchia, KLEINE BROGEL in Belgio e VOLKEL nei Paesi Bassi dove complessivamente sarebbero stoccate 150 bombe. Ma nessuno dalla Nato o dagli apparati militari Usa ha mai confermato i dati. (da https://www.liberoquotidiano.it/news/, 31/12/2019)

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IL NUCLEARE IN ITALIA: LE ATOMICHE

da https://www.progettohumus.it/atomiche/

Ancora 31.535 bombe atomiche sparse nel mondo

Secondo un recente studio del Natural Resources Defense Council ci sono ancora 31.535 bombe atomiche sparse nel mondo, e il numero è da ritenersi sicuramente sottostimato in quanto considera solo gli stati che hanno ammesso ufficialmente di possedere armi nucleari, cioè USA (10.500 bombe), RUSSIA (20.000), GRAN BRETAGNA (185), FRANCIA (450), CINA (400). Mancano i dati relativi a ISRAELE, INDIA e PAKISTAN, che non hanno ammesso di essere in possesso di bombe atomiche (India e Pakistan però hanno già effettuato 5 test nucleari). Il SUD AFRICA ne costruì 4 o 5, ma poi le distrusse insieme ai progetti, rinunciandone alla costruzione (almeno così disse De Klerk nel 1993).

Dove sono dislocate realmente queste testate nucleari?
A parte quelle nelle basi per l’uso da parte di missili e bombardieri, UNA BUONA PARTE SONO NEI SOTTOMARINI che rappresentano l’unico mezzo in grado di circolare più o meno liberamente con il proprio carico distruttivo. Per gli Stati Uniti, quasi il 40% delle loro testate nucleari sono nei 18 sottomarini che compongono la flotta nucleare americana. Di questi, in media la metà sono IN GIRO PER IL MONDO, due o tre per oceano, mantenendo la medesima media dei tempi della guerra fredda.

   Dal 1951 gli Stati Uniti hanno sparso le loro bombe un po’ dappertutto, raggiungendo il massimo nel 1970 con 7.000 ordigni nucleari in Europa e 2.000 nel Pacifico. Oggi, dopo i trattati internazionali che hanno posto fine alla proliferazione nucleare, rimangono ancora parecchie atomiche in giro. In Europa sono dislocate nelle varie basi americane circa 181 bombe atomiche (66 in Germania, 33 in Gran Bretagna, 29 in Italia, 25 in Turchia, 11 in Belgio e Olanda, 6 in Grecia). Le 29 atomiche italiane, tutte del tipo B61 (200 volte più potenti rispetto a quelle di Hiroshima e Nagasaki), sono divise tra le basi di Aviano (18 bombe) e Ghedi Torre (11).

   Ancor più preoccupante è lo scenario riguardante il PLUTONIO, ovvero l’elemento fondamentale per l’innesco della reazione nucleare degli ordigni atomici. Se lo schema di costruzione di una bomba atomica oggi è alla portata di tutti, nel senso che è ormai stato reso pubblico e chiunque può trovarlo, anche in rete (ad es. sul sito della Federation of American Scientists), l’aspetto principale è la quantità di plutonio (circa 3 Kg) necessaria. Il plutonio deriva dal combustibile utilizzato per la fissione nei reattori nucleari, ma quello ad uso militare richiede una successiva separazione.

   Nel mondo ci sono circa 400 reattori nucleari divisi in 20 paesi, e potenzialmente tutti questi possono avere il combustibile necessario per la costruzione di una bomba atomica. Attualmente risulta che solo gli stati in possesso della bomba atomica hanno un programma di produzione di plutonio ad uso militare, ma altri (come Giappone, Corea, Germania) conservano plutonio separato. Una recente foto satellitare ha mostrato come la Corea abbia probabilmente avviato un programma di costruzione della bomba atomica e di missili balistici.

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  DATI RELATIVI ALLA PRESENZA DI BOMBE ATOMICHE AD AVIANO E A GHEDI TORRE fanno riferimento al 1998 e sono citati da parecchie fonti; a seconda delle fonti i dati oscillano leggermente ma restano costanti i nomi delle postazioni.
Dal 1987 le basi devono soddisfare certi requisiti per ospitare le armi nucleari, il cosiddetto WS3 (Weapons Storage and Security Systems).
Nel 1998 le uniche basi italiane con sistemi WS3 erano Aviano e Ghedi Torre. Aviano ospita bombe atomiche dagli anni ’50, Ghedi dal 1963.
Negli anni precedenti, nel culmine della guerra fredda, l’Europa era piena di bombe (circa 7000) e 19 basi italiane ospitavano bombe atomiche. Non e’ noto quali fossero queste 19 basi, si dice solo che l’Italia era l’unico paese ad ospitare testate nucleari in tutti i tre tipi di base (esercito, aviazione e marina). E’ comunque certa la presenza di testate nucleari in quel periodo nelle basi di AVIANO, GHEDI TORRE, RIMINI, LONGARE, COMISO, GIOIA DEL COLLE, LA MADDALENA.
(Fonte: Brokings Institution).

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