IL DISASTRO AMBIENTALE DELL’AUSTRALIA con GLI INCENDI CHE DISTRUGGONO boschi, uccidono animali, e anche persone – In quelle nubi di fuoco c’è il destino di tutto il pianeta, incapace di affrontare seriamente il cambiamento climatico, di avviare la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre comunità

DAVID BOWMAN, professore di PIROGEOGRAFIA all’UNIVERSITÀ DELLA TASMANIA e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra».(…) (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020) (NELLA FOTO: un vigile del fuoco gestisce un incendio controllato a Tomerong, in Australia, l’8 gennaio 2020)

IL DISASTRO AMBIENTALE

NELLE NUBI DI FUOCO SULL’AUSTRALIA C’È IL DESTINO DI TUTTO IL PIANETA

di Walter Veltroni, da “Il Corriere della Sera” del 11/1/2020

– L’impero romano crollò anche per i cambiamenti climatici, noi possiamo evitarli. I koala assetati tra i roghi non sono in problema diverso dalle alluvioni nelle Filippine –

   Brucia, l’Australia brucia. Ma è lontana e, quindi, chi se ne importa? Il mondo globalizzato, piccolo, raggiungibile immagina che sia possibile acquistare beni di consumo da potenti siti cinesi in un batter d’occhio ma che sia inutile occuparsi del destino delle più di mille case distrutte, delle decine di morti, dei 480 milioni, non è una cifra inventata, di mammiferi che sono stati uccisi o dispersi per effetto del fuoco che divora l’Australia.

Sussex Inlet, nel Nuovo Galles del sud, il 31 dicembre (Sammooy Getty-images, da il post.it/)

   Sono stati divorati dai roghi 50 mila chilometri quadrati di terra, come se fossero bruciati Piemonte e Lombardia. In NUOVA ZELANDA le nubi che vengono dall’Australia hanno colorato di marrone le nevi e i ghiacciai. A CANBERRA sono state distribuite centomila maschere per evitare intossicazioni. Si è arrivati ad abbattere circa diecimila cammelli perché, bevendo, sottraevano acqua agli umani durante la siccità. Le temperature sono costantemente sopra i quaranta gradi e a metà dicembre quel Paese ha vissuto il giorno più caldo di tutta la sua storia.

da http://www.ilbolive.unipd.it/

Negazionismo ambientale

Il governo australiano è tra i più attivi nel negazionismo della questione ambientale, tanto che è arrivato a togliere le tasse sul carbone che limitavano le emissioni di CO2 in atmosfera. I koala, ne sono spariti 8.000 dei 23 mila presenti nella zone incendiate, fanno tenerezza. E magari qualche immagine della loro sete o quella del canguro davanti al cielo rosso, farà sentire più vicino ciò che ormai viviamo alla stregua delle ultime notizie sulle Kardashian.

   Ma il cielo di fuoco del NUOVO GALLES del SUD non è diverso, nei suoi effetti catastrofici, dalla marea grigia delle alluvioni nelle Filippine. Tra il 2007 e il 2014 centocinquanta milioni di esseri umani sono migrati per ragioni ambientali. E secondo la Banca mondiale i cambiamenti climatici produrranno 143 milioni di migranti nei prossimi trent’anni presentandosi come uno dei più potenti fattori di crisi anche per la coesistenza pacifica.

AUSTRALIA CHE BRUCIA (FOTO DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 11/1/2020)

Il confronto con l’impero romano

Catastrofismo? Lo si dica alle persone che in queste ore stanno fuggendo dall’acqua o dal fuoco. Nel suo bellissimo «Il destino di Roma» Kyle Harper si incarica di dimostrare come la sorte dell’impero romano sia stata segnata dai mutamenti climatici. «Nei tre secoli che vanno dal 150 al 450 d. C. l’instabilità del clima mise alle strette le riserve energetiche dell’impero, interferendo drammaticamente con il corso degli eventi…» e aggiunge «I romani non si limitavano a modificare l’ambiente circostante ma imponevano la loro volontà su di esso. Tagliavano e bruciavano foreste; deviavano fiumi; drenavano bacini e costruivano strade attraverso le paludi più impraticabili: l’invasione umana di nuovi ambienti è un gioco pericoloso…». Tanto pericoloso che cambiamenti climatici e pandemie collegate furono fattori decisivi del crollo dell’impero.

I KOALA ASSETTATI TRA I ROGHI (immagine da http://www.tio.ch/)

Tra sviluppo e natura

Si può dire, è giusto farlo, che senza quelle azioni i romani non avrebbero fatto nascere la loro civiltà. Non potevano fare altrimenti, allora, per la modernità. Ma noi invece oggi sappiamo produrre senza carbone, sappiamo usare energie alternative, abbiamo a disposizione la scienza, per non alterare la natura. Ma decidiamo di non farlo. Lo spirito del tempo, che ci rinchiude in fortini sempre più friabili, dismettendo la coscienza dell’unità del mondo, ci trascina verso quel «gioco pericoloso».

   I nuovi potenti dicono che l’Amazzonia riguarda solo i brasiliani, il carbone serve alle industrie australiane, che l’America necessita, per sé, di gas e petrolio. Il pianeta, mai come oggi, avrebbe invece bisogno di un governo mondiale. Possiamo continuare a deridere chi lancia l’allarme sul riscaldamento globale. Ma, finora, la realtà ha dato ragione a chi lo ha fatto. Il rosso dell’Australia e il grigio delle Filippine stanno lì a ricordarcelo. Anzi a gridarcelo. (Walter Veltroni)

Bairnsdale, Victoria, il 31 dicembre (Glen Morey, da il post.it.jpg/) – “(…) DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA – L’Ufficio di meteorologia ha confermato la settimana scorsa che il 2019 è stato l’anno più caldo dell’Australia e il record del giorno più caldo della storia è stato battuto per due giorni di seguito, il 16 e il 17 dicembre. Il 2019 è stato anche l’anno più secco, con una piovosità media nazionale totale di 277 millimetri, la più bassa mai registrata.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

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(Australia, da Wikipedia) – “(…) L’Australia è formata da SEI STATI e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma LO STATO PIÙ COLPITO È IL NUOVO GALLES DEL SUD: lo stato più popoloso, la cui capitale è SYDNEY. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono PIÙ DI CENTO INCENDI ATTIVI, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ETTARI BRUCIATI QUASI CINQUE MILIONI. (…) (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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(Australia, mappa incendi, da http://www.teleambiente.it/) – “(…) Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla COSTA SUD-ORIENTALE, che oltre al NUOVO GALLES DEL SUD riguarda anche gli STATI DI VICTORIA e dell’AUSTRALIA MERIDIONALE, in cui vive la maggior parte degli australiani.(…) Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney” (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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IL PUNTO SUGLI INCENDI SENZA PRECEDENTI IN AUSTRALIA

da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020

– Le cause, la situazione, le aree più colpite, i problemi e quel che si può dire su come potrebbe andare nei prossimi giorni –

   Gli enormi incendi che da settimane sono in corso in diverse aree dell’Australia hanno bruciato quasi duemila case, causato la morte di 25 persone e bruciato più di 6,3 milioni di ettari di terra, un’area grande circa un quinto dell’Italia. Rispetto a inizio anno, in questi giorni la situazione è lievemente migliorata, grazie alle operazioni di contenimento delle fiamme – in certi casi alte diverse decine di metri – e soprattutto grazie alla pioggia.

   Ma a cominciare dal fine settimana le piogge finiranno, le temperature torneranno a salire e la situazione potrebbe diventare ancora più grave. Si teme, per esempio, che alcuni dei circa 200 incendi attivi al momento possano unirsi tra loro. Per di più, in Australia gennaio e febbraio sono i mesi estivi più caldi, in cui le temperature raggiungono i loro massimi: gli incendi potrebbero andare avanti insomma per diverse altre settimane.

   David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra». Daniel Andrews, il premier dello stato australiano di Victoria (lo stato di Melbourne), ha detto ad Associated Press: «Non ne siamo per niente usciti. I prossimi giorni, anzi i prossimi mesi, saranno una sfida».

Un KOALA ferito fotografato a Kangaro Island il 7 gennaio 2020 (foto EPA DAVID MARIUZ ripresa da http://www.today.it/)

Gli incendi
L’Australia è formata da sei stati e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma lo stato più colpito è il Nuovo Galles del Sud: lo stato più popoloso, la cui capitale è Sydney. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono più di cento incendi attivi, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ettari bruciati quasi cinque milioni. Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla costa sud-orientale, che oltre al Nuovo Galles del Sud riguarda anche gli stati di Victoria e dell’Australia Meridionale, in cui vive la maggior parte degli australiani.

   Gli incendi di questi mesi non sono per ora i più mortali della storia australiana – nel “Black Saturday“, nel 2009 in Victoria, morirono più di 170 persone – ma secondo diversi parametri stanno avendo un impatto che nessun incendio aveva avuto negli ultimi decenni. Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney. Owen Price, professore dell’Università di Wollongong, nel Nuovo Galles del Sud, ha detto al Guardian: «Le grandi stagioni di incendi del passato bruciavano al massimo il 20 per cento dei boschi; questa volta arriveremo quasi al 50 per cento. È un nuovo record sotto ogni punto di vista».

   In alcuni casi le fiamme hanno raggiunto anche centri abitati, persino nelle periferie di MELBOURNE e SYDNEY e della capitale CANBERRA. I luoghi abitati in cui gli incendi hanno avuto le peggiori conseguenze sono la piccola città di BALMORAL, nel Nuovo Galles del Sud, e la cittadina costiera di MALLACOOTA, nel Victoria. A fine dicembre Balmoral è stata in gran parte distrutta e nell’ultimo giorno del 2019 circa un migliaio tra abitanti e turisti che si trovavano Mallacoota sono stati evacuati via mare dall’esercito per il concreto rischio che le fiamme – che poi hanno preso una diversa direzione – raggiungessero le loro case.

   Un altro luogo di cui si è parlato in relazione a questi incendi è KANGAROO ISLAND, nota soprattutto per la varietà della sua fauna. Si trova al largo della costa dell’Australia Meridionale, è la terza più grande isola del paese e le fiamme hanno interessato quasi un terzo del suo intero territorio.

il WWF Australia ha lanciato una raccolta fondi su Facebook per aiutare gli animali colpiti dai roghi – Gli incendi in Australia hanno bruciato 8,4 milioni di ettari. La sezione locale del Wwf stima che dei roghi possano essere rimasti vittima oltre un miliardo tra koala, canguri e altre iconiche specie australi e ha lanciato una raccolta fondi su Facebook. – Thank you so much for your support so far. We’ve extended the goal so that we can do more to help our iconic wildlife who have been injured and left homeless by the catastrophic fires. Every dollar helps, we couldn’t do this without you. Thank You! –

I problemi
In conseguenza degli incendi la qualità dell’aria è notevolmente peggiorata in diverse aree, Sydney compresa, con possibili problemi di salute per chi la respira, e sta succedendo sempre più spesso che ci sia scarsa visibilità (a Melbourne ieri era inferiore a un chilometro), con conseguenti possibili problemi, per esempio, per il trasporto aereo.

   Oltre alle abitazioni distrutte e alle persone evacuate, ci sono poi i problemi per l’ecosistema, l’allevamento e l’agricoltura. I giornali parlano per esempio di gravi problemi per l’industria vinicola del sud dell’Australia e si ipotizza la perdita di oltre 100mila capi di bestiame.

   Per quanto riguarda invece gli animali non da allevamento, da qualche giorno gira uno studio fatto da un esperto di biodiversità dell’Università di Sydney che parla della morte di quasi mezzo miliardo di animali. Il dato è basato su una stima degli animali-per-ettaro e non c’è modo di avere numeri effettivi. Ma è certo che gli incendi che stanno bruciano in Australia stanno avendo e avranno in futuro pesanti ripercussioni per molti animali, anche solo per il fatto che ne stanno distruggendo l’habitat. Si parla anche della possibile morte di quasi un terzo dei koala del Nuovo Galles del Sud. Per avere informazioni più dettagliate bisognerà aspettare comunque la fine degli incendi.

INCENDI AUSTRALIA, MANIFESTAZIONI E PROTESTE IN TUTTO IL PAESE – Giornata di proteste, venerdì 10 gennaio, in Australia, dove decine di migliaia di cittadini si sono radunati a Sydney, Melbourne, Brisbane, Adelaide, Hobart e Canberra e in molte altre città per manifestare contro la politica nazionale in materia di cambiamenti climatici, una gestione ritenuta inadeguata degli incendi e per chiedere alloggi di emergenza e risarcimenti per le persone colpite dagli incendi. E c’è chi chiede le dimissioni del primo ministro Scott Morrison, richiesta che diventa social con l’hashtag #SackScoMo su Twitter. Traffico bloccato a Sydney e Melbourne per più di un’ora dai manifestanti. Il bilancio attuale è di oltre 10 milioni di ettari bruciati dall’inizio della stagione degli incendi boschivi, a settembre, almeno 26 morti e diverse migliaia di case distrutte dalle fiamme. Scienziati australiani affermano che almeno 1 miliardo di animali sono morti tra le fiamme. (da https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/ 10/1/2020)

Le cause
La maggior parte degli incendi australiani di queste settimane è causata dal CALDO (a metà dicembre era stato registrato il giorno più caldo della storia dell’Australia) dai FORTI VENTI e da un LUNGO PERIODO SENZA PIOGGE (interrotto solo in questi giorni). Nello specifico, tra le cause più citate di queste particolari condizioni c’è l’INDIAN OCEAN DIPOLE (anche noto come Niño indiano). Molto in sintesi, è un fenomeno che fa sì che le variazioni di temperatura tra la parte orientale e quella occidentale dell’oceano Indiano siano particolarmente pronunciate, e che tra le tante conseguenze ha generato una stagione più arida del solito in gran parte dell’Australia. A questo si sono aggiunte le PARTICOLARI CONDIZIONI DEI VENTI ANTARTICI, che hanno anch’esse favorito un clima secco in Australia, mentre il RITARDO DELLA STAGIONE DEI MONSONI AL NORD ha permesso un aumento delle temperature nella parte centrale del paese. Si tratta, anche qui in breve, di FENOMENI CHE HANNO IN VARIO MODO A CHE FARE CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO.

   Si può dire, quindi, che gli incendi siano legati a una particolare serie di condizioni naturali, in parte conseguenti al cambiamento climatico, ma ci sono stati anche alcuni casi di incendi dolosi.

“(…) COSA SONO LE FORMAZIONI DI CUMULONEMBI – Le formazioni di cumulonembi sono, in pratica, UN TEMPORALE CHE SI FORMA DAL PENNACCHIO DI FUMO DI UN INCENDIO. Il calore intenso del fuoco fa salire rapidamente l’aria, creando una forte corrente ascendente, in base alla descrizione dell’Australian Bureau of Meteorology. MENTRE LA NUVOLA SI ALZA RAPIDAMENTE E QUINDI SI RAFFREDDA a contatto con le basse temperature dell’atmosfera superiore, LE COLLISIONI DELLE PARTICELLE DI GHIACCIO nelle zone alte del cumulonembo TENDONO A GENERARE DELLE CARICHE ELETTRICHE, CHE SI SCARICANO SOTTO FORMA DI FULMINI. QUESTI APPICCANO IL FUOCO ANCHE LÀ DOV’ERA GIÀ SPENTO, rendendo gli incendi più difficili da combattere e provocando focolai nuovi in aree imprevedibili. Le correnti ascendenti, inoltre, risucchiano così tanta aria da sviluppare forti venti, che fanno bruciare più violentemente il fuoco e provocano una maggiore diffusione dell’incendio.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

La situazione
Per provare a spegnere gli incendi sono all’opera da giorni i vigili del fuoco (alcuni dei quali arrivati dall’estero), moltissimi volontari (molti più rispetto ai vigili del fuoco di professione) e i militari (compresi circa tremila riservisti chiamati negli ultimi giorni). Sono impegnati per spegnere gli incendi (una cosa sempre molto complicata, nel caso di incendi boschivi), ma nello stesso tempo anche a rallentarne o evitarne l’avanzata.

   Tra le altre cose, stanno spruzzando una sostanza che serve per ritardare l’avanzata delle fiamme e, in certi casi, stanno realizzando grandi buche o barriere per far sì che gli incendi non possano avanzare. È difficile avere numeri precisi su quante persone siano all’opera nei rispettivi stati, ma CNN scrive che solo nel Nuovo Galles del Sud i vigili del fuoco all’opera sono più di duemila.

   Sia il Victoria che il Nuovo Galles del Sud hanno dichiarato più volte lo stato d’emergenza negli ultimi mesi e il primo ministro australiano SCOTT MORRISON ha finora stanziato 2 miliardi di dollari australiani (circa 1,2 miliardi di euro) per la ricostruzione. Morrison e gran parte del governo australiano (che dal 2013 è guidato dai conservatori) stanno ricevendo però moltissime critiche per non aver saputo dare in questi anni una risposta chiara sul cambiamento climatico, anche a causa del tradizionale legame del paese con l’industria mineraria e del carbone, e per aver dato l’idea di interessarsi poco degli incendi nelle passate settimane.

   Al problema degli incendi si stanno interessando anche diverse celebrità: alcune di loro hanno sfruttato il palco dei Golden Globe, importanti premi statunitensi, del cinema e della televisione, e altri si sono impegnati a donare centinaia di milioni di dollari alla causa. Tra gli altri, l’attore australiano Chris Hemsworth, ha detto che donerà un milione di dollari. Per ora è stato confermato che a partire dal 14 gennaio a Melbourne si svolgeranno gli Australian Open, uno dei più importanti tornei tennistici al mondo.

(immagine di Anthony Hearsey tratta dai dati dei salettelliti NASA) – E’ diventata virale una immagine realizzata da ANTHONY HEARSEY in cui viene mostrata una ELABORAZIONE DEI TERRITORI COLPITI DAGLI INCENDI in Australia tra il 5 dicembre 2019 e il 5 gennaio 2020 attraverso i DATI DEI SATELLITI NASA. – “(….) Per quanto 10,7 milioni di ettari siano molti, ATTENZIONE PERÒ A DIRE CHE “L’AUSTRALIA È IN FIAMME”. Fortunatamente non è così: fino ad ora il fuoco ha percorso “solo” l’1,4% di tutto il territorio australiano pari a 769 milioni di ettari. A CONTRIBUIRE A QUESTA FALSA PERCEZIONE È STATA UN’IMMAGINE PUBBLICATA SU INSTAGRAM DA UN GRAFICO DI BRISBANE, ANTHONY HEARSEY. A una prima sommaria occhiata, l’immagine poteva risultare uno scatto immortalato dallo spazio, con l’Australia ripresa dall’alto e costellata di fuochi. In realtà Hearsey ha utilizzato i dati satellitari raccolti dal sistema FIRMS della NASA per creare un rendering 3D, insomma un’infografica, che mostra la somma di tutti gli incendi sviluppatisi nell’ultimo mese. Ma c’è di più, non solo è una somma di tutti gli incendi dell’ultimo mese e la maggior parte di questi è già spento, ma le dimensioni di ogni singolo fuoco sono state ingrandite – come ha dichiarato l’autore stesso – per aumentare l’effetto di bagliore. (…)” (Francesca Buoninconti, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 9/1/2020)

Il futuro
Non è possibile dire ora quando si risolverà la situazione, o anche solo quanto ci vorrà prima che rientri in qualche modo nella norma. Come detto, sono in arrivo i giorni solitamente più caldi e potrebbero volerci ancora diverse settimane.

Un incendio a Lake Conjola, Aust​ralia, il 31 dicembre 201​9 (Matthew Abbott, The​ New York Times, DA WWW.INTERNAZIONALE.IT/)

   Guardando ancora più lontano, secondo gli scienziati, pochi posti nel mondo sono esposti ai cambiamenti climatici come l’Australia, e da tempo gli esperti avvertono che gli incendi diventeranno sempre più frequenti con l’aumento delle temperature nel paese causate dal riscaldamento globale, che porta periodi di caldo più lunghi ed estremi, così come una maggiore siccità che rende il terreno e la vegetazione più secchi e adatti alla combustione. (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

HARVEY, 19 MESI, DECORATO COL CIUCCIO in memoria del papà pompiere – Il vigile del fuoco volontario è morto lottando con i roghi, una delle trenta vittime degli incendi in Australia. Il figlio piccolo al funerale con la divisa del «Fire Service» (da “il Corriere della Sera” del 5/1/2020)

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GLI INCENDI IN AUSTRALIA ALIMENTANO IL DIBATTITO SULLA CRISI CLIMATICA

(The Economist, Regno Unito, 3 gennaio 2020)

da https://www.internazionale.it/

   A Natale gli incendi sembravano aver dato tregua all’Australia, ma con l’avvicinarsi dell’anno nuovo nel paese è tornato l’inferno. Nello stato di Victoria, mentre le fiamme avvolgevano la città costiera di Mallacoota, migliaia di persone si sono rifugiate in spiaggia alla vigilia di capodanno.  Nel vicino New South Wales Samuel McPaul, un vigile del fuoco volontario, ha perso la vita quando un “tornado di fuoco”, come lo hanno descritto i suoi colleghi, ha ribaltato il suo veicolo. In entrambi gli stati il governo federale ha inviato aerei e navi militari per trasferire le persone rimaste intrappolate sul litorale.

   Secondo gli esperti l’ondata di incendi, la più devastante nella storia del paese, non è ancora finita. Intanto nel paese è in corso un acceso dibattito sull’impatto dei cambiamenti climatici e sul mancato impegno del governo per affrontarlo.

   Il New South Wales Samuel, lo stato più popoloso dell’Australia, ha pagato il prezzo più alto, con 15 vittime e circa 1.300 case distrutte. Le fiamme hanno coperto un’area di circa 40mila chilometri quadrati, grande quasi quanto il territorio della Danimarca ed equivalente a quella andata a fuoco negli ultimi tre anni. Di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, ma nel 2019 gli incendi sono arrivati già a luglio.

   La siccità era cominciata in realtà nell’Australia orientale tre anni fa, creando una grande quantità di materiale secco particolarmente infiammabile. Il 18 dicembre l’Australia ha vissuto la giornata più calda mai registrata, con una temperatura media di 41,9 gradi. Gli incendi si sono diffusi in tutto il paese, arrivando a bloccare l’autostrada che attraversa il NULLARBOR PLAIN e collega l’Australia occidentale alla costa orientale.

   All’inizio di dicembre alcuni ex vigili del fuoco hanno invitato il governo a organizzare un incontro di emergenza per discutere la minaccia incombente, resa più urgente dal riscaldamento globale. Il primo ministro SCOTT MORRISON, però, aveva altri progetti, e senza comunicarlo alla popolazione ha portato la famiglia in vacanza alle Hawaii. Dopo una pioggia di critiche e la morte di due pompieri in sua assenza, Morrison è tornato poco prima di Natale, ma ha respinto la richiesta di cambiare l’approccio della coalizione liberal-conservatrice per affrontare l’emergenza climatica.

   La politica del governo si ispira a quella avviata da JOHN HOWARD, ex primo ministro liberale che in passato ha sminuito gli allarmi ambientalisti parlando di “ultima causa progressista” e di “surrogato della religione”. Quando a novembre gli incendi hanno cominciato a devastare il territorio, il vicepremier MICHAEL MCCORMACK ha accusato i “pazzi di città” di voler collegare per forza i roghi alla politica climatica e all’industria del carbone australiana.

   Il carbone, una delle principali fonti di emissioni di CO2, è al secondo posto tra le esportazioni del paese ed è utilizzato per generare quasi due terzi dell’elettricità. La coalizione di governo ha abolito la tassa sul carbone introdotta dal precedente esecutivo laburista. Per sostituire questo meccanismo, regolato dal mercato, il governo di Canberra ha istituito un fondo pubblico da 3,5 miliardi di dollari australiani (2,2 miliardi di euro), utilizzato in parte per “ricompensare” chi accetta di ridurre le emissioni. I critici sostengono che misure di questo tipo siano assolutamente inadeguate.

   Greta Thunberg, attivista per il clima svedese, ha citato gli incendi in un tweet in cui ha criticato la politica climatica del governo australiano. Morrison ha risposto dichiarando di “non essere qui per cercare di impressionare la gente in altri continenti”. Mentre la situazione dei roghi si faceva sempre più drammatica, i rappresentanti di alcuni paesi alla conferenza sul clima di Madrid si lamentavano delle manovre tentate dall’Australia, che starebbe cercando di utilizzare i crediti carbone legati agli obiettivi per il 2020 per rispettare gli impegni, più ambiziosi, presi per il 2030.

   Il ministro dell’energia ANGUS TAYLOR ha dichiarato che l’Australia, producendo appena l’1,3 per cento delle emissioni globali, “non può avere da sola un impatto significativo”.

   Gli incendi stanno alzando la temperatura del dibattito australiano sulla crisi climatica. Secondo Morrison il surriscaldamento globale è soltanto “uno dei molti fattori” all’origine dell’emergenza. Tuttavia GREG MULLINS, ex capo dei pompieri, è convinto che tutti i fattori siano legati. Insieme ad altri colleghi, Mullins è deciso a organizzare un incontro per discutere il problema anche se il governo continuerà a non interessarsi. “Inviteremo il primo ministro”, ha promesso con sarcasmo.

   La richiesta di un approccio più incisivo al cambiamento climatico è condivisa anche da alcuni leader dell’imprenditoria. PETER HARMER, a capo della compagnia assicurativa Iag, ha parlato di “necessità urgente per l’Australia di prepararsi e adattarsi al cambiamento climatico”. Con una stagione dei roghi che promette di durare ancora a lungo, gli inviti ad agire sono destinati ad aumentare.

(Traduzione di Andrea Sparacino – Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist)

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INCENDI IN AUSTRALIA, ULTIME NOTIZIE: GLI ANIMALI MORTI POTREBBERO ESSERE UN MILIARDO

da https://www.today.it/ 7/1/2020
– Apocalisse Australia: “Morti un miliardo di animali, in fumo un’area vasta come l’Austria” –

   Gli incendi in Australia hanno bruciato 8,4 milioni di ettari. La sezione locale del Wwf stima che dei roghi possano essere rimasti vittima oltre un miliardo tra koala, canguri e altre iconiche specie australi e ha lanciato una raccolta fondi su Facebook.

   Secondo l’ultimo aggiornamento sulla situazione incendi in Australia, oltre un miliardo di animali potrebbero essere stati uccisi direttamente o indirettamente dagli incendi che hanno bruciato 8,4 milioni di ettari in tutta l’Australia, una superficie equivalente all’intera Austria. A comunicare i dati è il Wwf Australia, che parla di “apocalisse”.

   Queste cifre sono state calcolate utilizzando una metodologia che stima l’impatto del disboscamento sulla fauna australiana ed estrapolate dagli studi di Chris Dickman dell’Università di Sydney. Si tratta di una perdita che comprende migliaia di KOALA della costa centro-nord del New South Wales, insieme ad altre specie iconiche come CANGURI, WALLABY, PETAURI, CACATUA, POTOROO e UCCELLI MELIFAGI.

   Gli incendi sono stati DEVASTANTI ANCHE PER LA FAUNA E TANTI LUOGHI SELVAGGI e incontaminati del Paese, dato che sono state bruciate enormi aree di foreste e parchi. Molte aree forestali impiegheranno decenni per riprendersi e alcune specie potrebbero essere sull’orlo dell’estinzione. Fino a quando i roghi non si placheranno, l’entità dei danni reali rimarrà ancora incerta.

   L’associazione ambientalista ha lanciato una raccolta fondi su Facebook per aiutare gli animali colpiti dai roghi.

   Nelle ultime ore è diventata virale una immagine realizzata da Anthony Hearsey in cui viene mostrata una elaborazione dei territori colpiti dagli incendi in Australia tra il 05 dicembre 2019 e il 05 gennaio 2020 attraverso i dati dei satelliti Nasa. (https://www.today.it/ 7/1/2020)

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LA VERITÀ SUGLI INCENDI IN AUSTRALIA

di Giorgio Vacchiano, da https://www.ilpost.it/, 8/1/2020

– Cosa li ha causati, perché non si riescono a spegnere e cosa c’entra il cambiamento climatico, spiegato nel post di un ricercatore diventato virale su Facebook –

   Tra le notizie più raccontate e discusse delle ultime settimane ci sono quelle sui grandi incendi in Australia. Come era già successo per gli incendi nella foresta amazzonica della scorsa estate, è stato molto discusso anche il modo in cui alcuni giornali si sono occupati della questione, in alcuni casi diffondendo informazioni sbagliate. In un post su Facebook, GIORGIO VACCHIANO, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli Studi di Milano (e autore del saggio LA RESILIENZA DEL BOSCO), ha spiegato bene, per punti, tutto quello che c’è da sapere sugli incendi, le loro cause e i loro effetti, la difficoltà di spegnerli e in che modo il cambiamento climatico ha un suo ruolo nella situazione attuale. Abbiamo ripreso il suo post, che trovate di seguito.

1) Quanto territorio è in fiamme?
Gli incendi hanno percorso da ottobre a oggi circa 8 milioni di ettari di territorio tra NEW SOUTH WALES, VICTORIA, SUD AUSTRALIA e QUEENSLAND – una superficie doppia a quella degli incendi del 2019 in Siberia e in Amazzonia combinati, e pari ai quattro quinti di tutte le foreste italiane.

   In sole quattro annate, negli ultimi 50 anni, la superficie bruciata in New South Wales ha superato un milione di ettari, e oggi ha quasi raggiunto il doppio della seconda annata più drammatica (il 1974 con 3,5 milioni di ettari percorsi).

   Un altro aspetto inedito è la simultaneità dei fuochi su territori enormi, che di solito si alternano nell’essere soggetti a incendi. E non siamo che all’inizio dell’estate (le stagioni in Australia sono spostate di sei mesi rispetto alle nostre, quindi ora è come se fosse l’inizio di luglio), perciò queste cifre saliranno ancora, potenzialmente fino a 15 milioni di ettari percorsi dal fuoco. L’Australia è grande 769 milioni di ettari, quindi non possiamo dire che stia “bruciando un continente”. Inoltre, nelle savane del centro-nord bruciano in media 38 milioni di ettari di praterie (il 20 per cento del totale) ogni anno nella stagione secca, che in quella parte di paese è aprile-novembre. Ma si tratta di un ecosistema completamente diverso da quello che ora è in fiamme.

2) Quale vegetazione sta bruciando?
Si tratta soprattutto di foreste di eucalipto e del bush, una savana semi arida con alberi bassi, fitti o sparsi, fatta soprattutto di erbe e arbusti e simile alla macchia mediterranea. Si tratta di una vegetazione che è nata per bruciare: il clima dell’Australia centrale è stato molto arido negli ultimi 100 milioni di anni (da quando l’Australia ha compiuto il suo viaggio dall’Antartide alla posizione che occupa attualmente), e gli incendi causati dai fulmini sono stati così frequenti da costringere le piante a evolversi per superarli nel migliore dei modi: lasciarsi bruciare! Il fuoco infatti, se da un lato distrugge la vegetazione esistente, dall’altro apre nuovi spazi perché le piante si possano riprodurre e rinnovare.

   Molte specie del bush contengono oli e resine molto infiammabili, in modo da bruciare per bene e con fiamme molto intense quando arriva il fuoco. Poiché i semi di queste specie sono quasi completamente impermeabili al fuoco, questo stratagemma è l’unico modo per “battere” la vegetazione concorrente e riprodursi con successo sfruttando le condizioni ambientali avverse a proprio vantaggio. Tuttavia, questa volta le condizioni di siccità sono così estreme che sono in fiamme anche ecosistemi forestali tradizionalmente più umidi e raramente interessati dal fuoco.

3) Cosa ha causato le accensioni?
In Australia, metà delle accensioni sono causate da fulmini, e metà dall’uomo per cause sia colpose che dolose (in Italia invece il 95 per cento ha cause antropiche, prevalentemente colpose). Gli incendi più grandi tendono tuttavia a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane (con la possibile eccezione degli incidenti alle linee elettriche, che sono state responsabili anche dei devastanti incendi in California del 2017 e 2019). Secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, un singolo incendio causato da fulmine (il Gospers Mountain Fire) ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500.000 ettari di bush, e potrebbe essere il più grande incendio mai registrato nel mondo in tempi storici.

   Stanno circolando notizie relative all’arresto di presunti incendiari. In parte sono state dimostrate essere notizie false diffuse per negare il problema del clima. Inoltre non si tratta di piromani, in inglese la definizione di arson include sia il dolo che la colpa. Tuttavia è evidente che qui il problema non è cosa accende la fiamma, ma cosa la fa propagare una volta accesa – sono due fasi diverse e ben distinte.

4) Cosa sta causando il propagarsi delle fiamme?
Il 2019 è stato in Australia l’anno più caldo e più secco mai registrato dal 1900 a oggi. Nell’ultimo anno le temperature medie sono state 1,5 gradi più alte rispetto alla media 1961-1990, le massime oltre 2°C in più, ed è mancato oltre un terzo della pioggia che solitamente cade sul continente.

   Un’ondata di calore terrestre e marino ha fatto registrare nel paese temperature record a dicembre (42°C di media nazionale, con punte di 49), mentre la siccità si protrae ormai da ben due anni. Quando l’aria è calda e secca, la vegetazione perde rapidamente acqua per evaporazione e si dissecca. Più la siccità è prolungata, più grandi sono le dimensioni delle parti vegetali che si seccano. Quando anche le parti più grandi (fusti e rami) perdono acqua, cosa che avviene molto raramente, gli incendi possono durare più a lungo proprio come in un caminetto: i “pezzi” piccoli sono quelli che fanno accendere il fuoco, e quelli grandi sono quelli che bruciano per più tempo. I combustibili forestali vengono infatti classificati come “combustibili da un’ora”, “da dieci ore”, “da cento” o “da mille ore” a seconda della loro dimensione e di quanto a lungo possono sostenere una combustione.

   Quello che diffonde le fiamme, invece, è il vento, che spinge l’aria calda generata dalla fiamma sulle piante vicine. Normalmente, gli incendi più vasti si verificano infatti in giornate molto ventose. Incendi molto grandi e intensi sono addirittura in grado di crearsi il vento da soli: l’aria calda sale così rapidamente da lasciare un “vuoto”: per riempirlo, accorre violentemente altra aria dalle zone circostanti. Il risultato è una firestorm, il “vento di fuoco”, con il quale l’incendio si auto-sostiene fino all’esaurimento del combustibile disponibile.

5) Come mai gli incendi non si riescono a spegnere?
Per estinguere un incendio è necessario eliminare il combustibile. L’acqua e il ritardante lanciati dai mezzi aerei possono solo rallentare la combustione (raffreddando il combustibile o ritardando chimicamente la reazione di combustione), ma per eliminare il combustibile servono le squadre di terra. Incendi di chioma intensi come quelli che si stanno sviluppando in Australia possono generare fiamme alte decine metri, procedere a velocità superiori a dieci chilometri orari (la velocità di corsa di un uomo medio) e sviluppare una potenza di centomila kW per metro di fronte (!!). Le squadre di terra non possono operare in sicurezza già con intensità di 4.000 kW per metro (25 volte inferiore a quella degli incendi più intensi).

6) Quali sono gli effetti degli incendi?
Il bush australiano è un ambiente che desidera bruciare con tutte le sue forze, e bruciando migliora il suo stato di salute e la sua biodiversità – con i suoi tempi, rigenerandosi nel corso di anni o decenni. Anche gli animali conoscono il pericolo e molti sanno rispondere: la stima di mezzo miliardo di animali coinvolti (o addirittura un miliardo) rilanciata dai media è una stima grossolana e un po’ allarmista, che considera ad esempio anche gli uccelli – che ovviamente possono volare e allontanarsi dall’area – con l’importante esclusione dei piccoli e delle uova.

   Gli animali più piccoli e meno mobili (koala, ma anche anfibi, micromammiferi e rettili) possono effettivamente non riuscire a fuggire, e questi habitat saranno radicalmente modificati per molti anni a venire – molti animali non troveranno più condizioni idonee.

   Altri, in compenso, ne troveranno addirittura di migliori. È un fenomeno noto in Australia quello per cui alcuni falchi sono in grado di trasportare rametti ardenti per propagare attivamente gli incendi su nuove aree, liberando così la visuale su nuovi territori di caccia.

   Gli incendi invece possono creare forti minacce alle specie rare di piante (come il pino di Wollemi) e sono soprattutto molto problematici per l’uomo: già 25 vittime per un totale di 800 morti dal 1967 a oggi, il fumo che rende l’aria pericolosa da respirare, proprietà e attività distrutte per miliardi di dollari di danni. In più, gli incendi creano erosione, aumentano il rischio idrogeologico e rischiano di rendere a loro volta ancora più grave la crisi climatica sia a livello globale, contribuendo all’aumento della CO2 atmosferica (306 milioni di tonnellate emesse finora secondo la NASA, quasi pari alle emissioni di tutto il paese nel 2018), che locale, depositando i loro residui sui ghiacciai neozelandesi che, resi così più scuri, rischiano di fondersi con maggiore rapidità.

7) Cosa c’entra il cambiamento climatico?
La straordinaria siccità australiana è stata generata da una rara combinazione di fattori. Normalmente il primo anello della catena è El Niño, un riscaldamento periodico del Pacifico meridionale che causa grandi cambiamenti nella meteorologia della Terra, ma quest’anno El Niño non è attivo. Si è invece verificato con una intensità senza precedenti un altro fenomeno climatico, il Dipolo dell’oceano Indiano (IOD) – una configurazione che porta aria umida sulle coste africane e aria secca su quelle australiane. È dimostrato che il riscaldamento globale può triplicare la frequenza di eventi estremi nell’IOD.

   A questo si è sovrapposto, a settembre 2019, un evento di riscaldamento improvviso della stratosfera (oltre 40 gradi di aumento) nella zona antartica, anch’esso straordinario, per cause “naturali”, che ha portato ulteriore aria calda e secca sull’Australia.

   Il terzo fenomeno è stato uno spostamento verso nord dei venti occidentali (o anti-alisei), i venti che soffiano costantemente da ovest a est tra 30 e 60 gradi di latitudine sui mari dei due emisferi terrestri. Lo spostamento verso nord degli anti-alisei (Southern Annular Mode) porta aria secca e calda sull’Australia, e sembra venga favorito sia dal climate change che, pensate un po’, dal buco dell’ozono. Il cambiamento climatico quindi c’entra eccome, sia nella sua azione diretta (l’aria australiana si è riscaldata mediamente di almeno un grado nell’ultimo secolo) sia indirettamente attraverso le sue influenze sulle grandi strutture meteorologiche dell’emisfero sud.

8) Cosa c’entra la politica australiana?
Molte critiche si sono concentrate sul governo australiano, responsabile di non impegnarsi abbastanza per raggiungere i già modesti impegni (riduzione delle emissioni del 28 per cento dal 2005 al 2030) che il paese aveva contratto volontariamente agli accordi a Parigi. Il problema principale è che l’economia dell’Australia è fortemente basata sull’estrazione e l’esportazione di carbone (soprattutto verso Giappone – 40 per cento dell’export –, Cina e India), un combustibile fossile la cui estrazione non è compatibile con il raggiungimento degli obiettivi di Parigi per contenere la temperatura della Terra al di sotto di 1.5 °C rispetto all’epoca preindustriale.

   L’industria del carbone impiega quasi 40mila lavoratori australiani ed è fortemente sussidiata dal governo. L’attuale governo conservatore, come in altre parti del mondo, è tendenzialmente restio a decarbonizzare l’economia nazionale. Tuttavia non occorre confondersi: ogni nazione è connessa a ogni altra. Gli incendi in Australia non sono solo responsabilità del primo ministro Morrison o di chi l’ha eletto, ma di tutte le attività che nel mondo continuano a contribuire all’aumento della CO2 atmosferica – produzione e consumo di energia (30 per cento), trasporti (25 per cento), agricoltura e allevamento (20 per cento), riscaldamento e raffrescamento domestico (15 per cento) e deforestazione (10 per cento) – tutte cose di cui sei responsabile anche tu che leggi, e anche io che scrivo (sì, anche la deforestazione tropicale).

9) Si poteva prevedere o evitare?
Tutti gli ultimi report dell’IPCC, delle istituzioni di ricerca australiane sull’ambiente, e dello stesso governo, concordano nel segnalare un aumento del pericolo incendi in Australia a causa del cambiamento climatico, con grado di probabilità “virtualmente certo”. Anche l’arrivo di configurazioni meteorologiche di grande pericolosità è monitorato e conosciuto con un buon anticipo. Gli allarmi sono stati diramati e le evacuazioni correttamente effettuate, a quanto mi è dato di sapere. Ma la sfida dei servizi di lotta agli incendi, valida anche in Italia, è come mantenere operativo un sistema che ha bisogno di attivarsi su vastissima scala solo una volta ogni decennio.

   L’altro strumento per evitare gli incendi è la prevenzione, che viene svolta su grandi estensioni con la tecnica del “fuoco prescritto”, che elimina il combustibile utilizzando una fiamma bassa e scientificamente progettata (un tipo di intervento approvato anche da molti ecologisti australiani, e praticato da quarantamila anni dalle popolazioni aborigene). Nel 2018-2019 sono stati soggetti a questo trattamento 140mila ettari di territorio, la cui applicazione è però severamente limitata dalla mancanza di fondi e, sempre lui, dal cambiamento climatico, che riduce il numero di giorni con condizioni meteorologiche idonee ad effettuarlo. C’è da dire che l’intensità della siccità e degli incendi in corso avrebbe messo probabilmente in difficoltà anche i servizi e le comunità più preparate.

10) Cosa possiamo fare?
Ridurre le nostre emissioni con comportamenti collettivi e ad alto impatto. Sforzarci di vedere l’impronta del climate change e delle nostre produzioni e (soprattutto) dei nostri consumi in quello che sta succedendo. Il problema più grande che abbiamo è questo. I koala sono colpiti duramente, ma domani toccherà ancora ad altri animali, altri ecosistemi… altri uomini. E forse anche a noi.

   Per chi vive a contatto con un bosco, informarsi sul pericolo di incendio e sulle pratiche di autoprotezione necessarie a minimizzare il rischio alla vostra proprietà: gli incendi colpiranno di nuovo anche in Italia, con sempre più intensità, e possibilmente in luoghi in cui non ve li aspettereste. Sapersi proteggere è estremamente importante. (GIORGIO VACCHIANO)

Bibliografia, in inglese:

Una sintesi di ciò che sta succedendo in Australia del New York Times.

Il clima australiano nel 2019.

Come sono fatte le foreste australiane.

Cos’è un firestorm.

Cos’è il Dipolo dell’oceano Indiano.

I legami tra il riscaldamento climatico e il Dipolo dell’oceano Indiano.

L’evento di riscaldamento improvviso della stratosfera di settembre 2019.

Cos’è il Southern Annular Mode.

La variabilità del meteo australiano e il cambiamento climatico.

Stima degli animali colpiti dagli incendi.

Le politiche riguardo al cambiamento climatico dell’Australia.

Come funziona la prevenzione degli incendi in Australia.

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L’AUSTRALIA BRUCIA: CAUSE, DATI E FAKE NEWS SULLA SITUAZIONE BUSHFIRE

di Francesca Buoninconti, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 9/1/2020

– L’Australia brucia da settembre, come avevamo spiegato qui, e la conta dei danni sale vertiginosamente di ora in ora. –

   Secondo le ultime stime dell’8 gennaio, siamo a 10,7 milioni di ettari percorsi dal fuoco: un’area pari a Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia e mezza Emilia Romagna messi insieme. Anche le aree protette non sono state risparmiate dalle fiamme, come il Wollemi National Park (sito UNESCO) e Kangaroo Island, solo per citarne due.

   In questi mesi sono andati distrutti oltre 6.000 edifici, di cui 2.000 abitazioni; gli sfollati sono oltre 100.000 e 28 persone sono morte. L’aria densa di fumo, dalle tinte gialle e rosse, è irrespirabile. Mentre le stime sulla fauna colpita – ancora preliminari – fanno rabbrividire. Il bilancio, solo parziale, è già terribile così. Proviamo a capirne di più e diradare il fumo su dati, immagini, cause e notizie che si rincorrono in questi giorni.

La situazione attuale

Per avere un metro di paragone, gli incendi del 2019 hanno spazzato via 900.000 ettari di Amazzonia e 4,5 milioni di ettari in Siberia. È chiaro quindi che in Australia stiamo parlando di incendi che hanno già devastato una superficie pari al doppio dei roghi che hanno sconvolto l’opinione pubblica nel 2019. E purtroppo siamo solo all’inizio dell’estate australiana, che terminerà a fine febbraio.

   Per quanto 10,7 milioni di ettari siano molti, attenzione però a dire che “l’Australia è in fiamme”.     Fortunatamente non è così: fino ad ora il fuoco ha percorso “solo” l’1,4% di tutto il territorio australiano pari a 769 milioni di ettari. A contribuire a questa falsa percezione è stata un’immagine pubblicata su Instagram da un grafico di Brisbane, Anthony Hearsey. A una prima sommaria occhiata, l’immagine poteva risultare uno scatto immortalato dallo spazio, con l’Australia ripresa dall’alto e costellata di fuochi. In realtà Hearsey ha utilizzato i dati satellitari raccolti dal sistema FIRMS della NASA per creare un rendering 3D, insomma un’infografica, che mostra la somma di tutti gli incendi sviluppatisi nell’ultimo mese. Ma c’è di più, non solo è una somma di tutti gli incendi dell’ultimo mese e la maggior parte di questi è già spento, ma le dimensioni di ogni singolo fuoco sono state ingrandite – come ha dichiarato l’autore stesso – per aumentare l’effetto di bagliore. È quindi una rappresentazione artistica dei dati. Non la realtà, né attuale né passata.

Record sì o no?

In generale gli incendi attualmente coinvolgono: NUOVO GALLES DEL SUD, QUEENSLAND, WESTERN AUSTRALIA, VICTORIA e SOUTH AUSTRALIA.

   Lo stato australiano più colpito è sicuramente il Nuovo Galles del Sud con 4,9 milioni di ettari andati a fuoco, 20 decessi e oltre 1600 abitazioni distrutte. Se guardiamo solo alla storia di questo stato, attualmente sì: siamo di fronte a un record. Le stagioni peggiori che il Nuovo Galles del Sud ricordi sono state infatti l’estate australe del 1974-75 e quella del 1984-85, rispettivamente con 4,5 milioni di ettari e 3,5 milioni di ettari bruciati.

   Tornando a una visione globale, fortunatamente siamo ben lontani dalla peggiore primavera-estate che l’Australia ricordi, quella del 1974-1975, in cui bruciarono oltre 100 milioni di ettari, pari al 14% dell’intero territorio nazionale.

   C’è però un incendio che sembra voler sfidare, quello sì, ogni record: il GOSPERS MOUNTAIN FIRE. Provocato dalla caduta di un fulmine, questo incendio da solo ha già percorso da ottobre a oggi oltre 500.000 ettari di bush, il tipico ambiente di savana australiana arida, con erba e arbusti. E secondo Ross Bradstock, dell’Università di Wollongong, potrebbe essere il più grande incendio singolo mai registrato.

In ogni caso, per rimanere aggiornati sulla situazione australiana degli incendi – e degli incendi nel resto del mondo – il sito più attendibile, e con grafiche chiare è il Global Forest Watch Fires. Basta inserire l’intervallo di tempo, anche il singolo giorno, e l’area d’interesse.

Perché gli incendi sembrano inarrestabili?

Partiamo da un dato: la velocità di propagazione del fuoco e le dimensioni. Il fuoco corre, e anche parecchio, molto più di un uomo allenato che riesce a fare una decina di chilometri all’ora. Nel bush il fuoco viaggia a una velocità di circa 22 km/h. Mentre si diffonde tra le chiome degli eucalipti a circa 11 km/h. Questa è già una prima difficoltà nel fronteggiare gli incendi che diventano rapidamente fuori controllo. In alcune aree poi le fiamme hanno raggiunto anche i 70 metri d’altezza e hanno un’energia di 100.000 kW per metro lineare di fronte. In queste condizioni estinguere un incendio è quasi impossibile: i mezzi aerei hanno difficoltà a volare per la scarsa visibilità e quindi a lanciare acqua o agenti ritardanti; mentre i mezzi da terra con i vigili del fuoco non possono operare perché sono ben oltre il limite di sicurezza, che è pari a un’intensità di 4000 kW per metro lineare.

Quali sono le cause?

Le cause e le colpe sono molteplici. Iniziamo col dire che ad accendere la miccia sono stati eventi naturali, in particolare fulmini, ma anche tralicci della corrente caduti per i venti a oltre 100 km/h. Ma molti altri incendi sono attribuibili alla mano umana, tra errori evitabili, divieti temporanei inascoltati e roghi appiccati di proposito. E anche qui, si sono insidiate notizie scivolose e troll dell’ultima ora. Il caso è quello dei “piromani a piede libero” in Australia, ma la realtà – seppur triste – è ben diversa.

   È vero, sono stati avviati procedimenti contro 183 persone accusate – non arrestate – a vario titolo di aver commesso reati connessi agli incendi boschivi tra Nuovo Galles del Sud, Victoria e Queensland. Tuttavia, secondo la smentita del Guardian, questo numero è un’accozzaglia di dati che in parte non si riferiscono neanche all’attuale stagione degli incendi. Insomma, è un numero che non ha molto senso.   Solo per fare un esempio, 43 su 183 sono persone accusate nello stato di Victoria tra il settembre 2018 e il settembre 2019, quindi non c’entrano nulla con gli incendi attuali. E poi non tutti sono piromani: la maggior parte è gente sbadata e poco informata sul pericolo di incendi, che ha gettato a terra mozziconi di sigaretta o fiammiferi, che non ha rispettato il divieto di accendere fuochi e si è concesso una braciata. Dei famosi 183, infatti, solo 24 sono stati realmente arrestati – tutti nel Nuovo Galles del Sud – per aver appiccato intenzionalmente dei roghi in questa stagione. Insomma la prima causa di innesco sono i fulmini, seguiti da disattenzioni delle persone poco informate e solo in piccolissima parte c’è un piromane di mezzo.

Cosa ha permesso ai fuochi di divampare in questo modo?

Qualunque sia stata la scintilla, è evidente che gli incendi si sono propagati velocemente e su grande scala. Come mai? Basta osservare la cartina elaborata dall’Australian Bureau of Meteorology per rendersi conto di come le aree oggi devastate dalle fiamme negli ultimi 34 mesi (dal gennaio 2017 all’ottobre 2019) hanno sofferto una siccità estrema. Solo l’anno scorso, per esempio, l’Australia ha ricevuto precipitazioni inferiori del 40% rispetto alla media.

   A dicembre 2019 l’indice di pericolo incendi boschivi – che tiene conto dei dati relativi a temperatura, velocità del vento, umidità e siccità – è stato molto al di sopra della media in buona parte del paese. Nel resto, il rischio è stato addirittura il più alto mai registrato rispetto a qualsiasi mese a partire dal 1950, da quando cioè sono iniziate le registrazioni.

   Il caldo anomalo dell’ultimo mese, con una media mensile di 42°C e punte di 49°C, ha disseccato la vegetazione ancora di più fornendo le condizioni ideali per l’incendio perfetto. Mentre il vento forte ha fatto poi da comburente alzando le fiamme e consentendo loro di propagarsi più efficacemente.

   Come se non bastasse gli incendi più grandi sono orami in grado di alimentarne altri anche a grandi distanze. L’aria calda generata dagli stessi incendi, insieme a fumo e cenere, sale verso l’alto, si raffredda e si carica di umidità, formando nuvole temporalesche a sviluppo verticale, molto instabili. Si chiamano piro-cumulonembi e possono trasportare le ceneri roventi su aree molto vaste, generare fulmini e innescare così nuovi incendi. Insomma è un cane che si morde la coda. E a tutto questo bisogna aggiungere che i venti caldi e intensi possono dar luogo ai firenado, dei piccoli tornado di fuoco.

Cosa c’entra il cambiamento climatico?

In generale, possiamo dire che in Australia negli ultimi 70 anni le temperature medie annuali si sono alzate di circa 1,5°C e il 2019 è stato l’anno più caldo e più secco dal 1910 a oggi, con temperature da record. Il Paese dei koala e dei canguri, insomma, sta diventando sempre più bollente e arido. Una cosa che può non sorprendere troppo, ma per l’Australia c’è un altro fattore che è entrato in gioco.

   Si tratta del dipolo dell’oceano Indiano (IOD), un’oscillazione irregolare della temperatura superficiale dell’oceano Indiano, per cui la sua parte occidentale diventa più calda (o più fredda) rispetto a quella orientale. Quest’anno il dipolo è stato positivo e la differenza di temperatura tra l’area est e ovest dell’oceano Indiano è stata una delle più accentuate degli ultimi 60 anni. Il che vuol dire che l’IOD ha provocato precipitazioni e inondazioni superiori alla media nell’Africa orientale, mente ha portato siccità e caldo estremo nel sud-est asiatico, Australia compresa. I cambiamenti climatici – oltre a far alzare il termometro della Terra – interferiscono anche con il ciclo del dipolo dell’oceano Indiano ed eventi come questo potrebbero triplicare la loro frequenza. Insomma il cambiamento climatico crea le condizioni ideali perché eventi di questo tipo siano sempre più frequenti e disastrosi. Infine, secondo i dati della NASA, gli incendi di questi mesi in Australia hanno rilasciato circa 350 milioni di tonnellate di CO2. Di fatto, quindi, gli incendi australiani stanno contribuendo alla crisi climatica globale.

Ma gli incendi in Australia ci sono sempre stati

Sì, certo. La storia australiana è costellata di incendi. Lo abbiamo detto anche qui. Bruciano le foreste di eucalipto e il bush. Quella australiana è in buona parte una vegetazione nata con il fuoco: ci sono specie che hanno bisogno del fuoco per rilasciare i propri semi, altre per germinare, altre ancora sono resinose o contengono olii molto infiammabili per approfittare del passaggio del fuoco. Anche gli animali come i canguri approfittano per esempio dell’erba tenera che ricresce dopo gli incendi.

   Il fuoco è quindi parte dell’ecosistema australiano, come lo è della macchia mediterranea che conosciamo meglio. L’ecosistema si rigenera, ma ci vuole tempo. E di tempo per rigenerarsi tra un incendio e l’altro potrebbe essercene sempre meno per colpa dei cambiamenti climatici. Del resto un rapporto del 2009 dello stesso governo australiano lo ammetteva candidamente. Secondo le proiezioni “entro il 2020, le giornate a rischio incendio nell’Australia sud-orientale potrebbero verificarsi dal 5 al 65% più spesso di oggi” e ancora “un aumento di 2 °C della temperatura media annuale aumenterebbe l’intensità degli incendi del 25%, aumenterebbe l’ampiezza dell’area bruciata e dimezzerebbe l’intervallo di tempo medio tra incendi nel territorio della capitale australiana”.

Quanti animali sono morti? E i koala rischiano di estinguersi?

Secondo le stime fatte dall’ecologo Chris Dickman dell’Università di Sydney, dall’inizio di settembre a oggi sarebbero morti a causa degli incendi circa 800 milioni di animali, tra mammiferi terrestri, uccelli e rettili. La sua stima precedente – quando gli ettari bruciati erano 7 e non 10 – ammontava a 480 milioni. In ogni caso il calcolo esclude i pipistrelli, tutti gli anfibi, i pesci e ovviamente tutti gli invertebrati. Dickman, però – e questo va detto – non ha contato gli animali effettivamente morti: i suoi calcoli ci dicono piuttosto “quanti animali potrebbero essere rimasti vittime degli incendi”. Dickman ha infatti stimato la densità di mammiferi, uccelli e rettili per ettaro nel Nuovo Galles del Sud (i suoi dati sono del 2007) e ha moltiplicato questa densità per l’area percorsa dal fuoco. Quindi oltre a non tener conto di pipistrelli, anfibi e invertebrati, la stima non tiene conto neanche della diversa mobilità degli animali: canguri, emù e uccelli possono essere scampati più facilmente alle fiamme. Ciò non toglie che chi è riuscito a sopravvivere al fuoco e al fumo, potrebbe morire nelle prossime settimane a causa della scarsità di cibo e di ripari, o perché più esposto a predatori. Mentre altre specie endemiche (in Australia ci sono 300 mammiferi endemici) potrebbero vedere spazzato via buona parte del loro habitat.

   Per quanto riguarda i koala, le stime parlano di 8.000 koala morti, circa un terzo di quelli presenti nel Nuovo Galles del Sud. Fortunatamente, secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ci sarebbero almeno 100.000 koala in Australia, se non 300.000. Avere una stima più precisa è difficile, ma tanto basta per dire che non sono sull’orlo dell’estinzione. I koala però se la passano male, questo bisogna dirlo. La stessa IUCN li classifica come “vulnerabili”: in 20 anni (1990-2010) la popolazione nazionale è diminuita del 28%, a causa della massiccia deforestazione, delle ondate di calore sempre più frequenti, degli incendi e della siccità estrema, ma anche per la pressione da parte di specie aliene e domestiche. Insomma, senza inutili allarmismi, hanno bisogno di azioni concrete se non vogliamo portarli davvero sull’orlo dell’estinzione.

   Ci sarebbero ancora da chiarire questioni sulla politica australiana conservatrice, che punta sull’estrazione del carbone e non rispetterà gli accordi di Parigi, sul premier Scott Morrison negazionista climatico e sull’utilizzo della poca acqua che l’Australia si ritrova, visto che è coperta per gran parte da deserti e praterie aride. La vera angoscia, però, sta nell’essere consapevoli che la terribile estate australe è iniziata da poco (per convenzione inizia il primo dicembre) e durerà fino alla fine di febbraio. Insomma il bilancio è ben lungi dall’essere quello definitivo. E i danni si conteranno nei prossimi decenni. (FRANCESCA BUONINCONTI, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 9/1/2020)

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EMERGENZA FUOCO

GLI INCENDI IN AUSTRALIA TRASFORMANO IL CLIMA: TEMPORALI E TEMPESTE DI FULMINI

di Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020

– Il fumo degli incendi in Australia sta generando cumulonembi, che provocano uragani di fuoco e scariche elettriche potentissime: «Siamo entrati nel Pyrocene» –

   Con questa nuova ondata di incendi in Australia siamo entrati nel Pyrocene, sostiene Steve Pyne, docente all’Arizona University ed esperto di storia del fuoco: «Abbiamo creato un’epoca equivalente alle ere glaciali, ma sul fronte opposto». Gli incendi australiani si fermeranno sulle coste del continente, ma il Pyrocene colpirà progressivamente tutto il mondo e ci accompagnerà a lungo nel futuro.

   «Anche se dovessimo smettere oggi, per qualche strano miracolo, di bruciare combustibili fossili, i gas serra resteranno ancora per molto tempo nell’atmosfera e gli effetti sul clima saranno persistenti», spiega Pyne, che ha anche scritto un libro sulla storia degli incendi, “Fire: a Brief History”.

I   l bilancio degli incendi è finora tragico: 25 morti, 10 milioni di ettari distrutti , 1.400 abitazioni in cenere, 183 piromani indagati, di cui circa quaranta minorenni, oltre un miliardo di animali, tra cui 8mila koala, vittime delle fiamme da settembre.

   Purtroppo, dovremo aspettarci altri bagliori sinistri nel nostro futuro.
Contrariamente a quanto dichiarano i politici conservatori australiani, compreso il primo ministro Scott Morrison, questa ondata di incendi boschivi è del tutto eccezionale e correlata con la crisi del clima, come sostengono i ricercatori locali. «La siccità è un evento periodico naturale, ma il fatto che questa sia la peggiore siccità mai registrata in Australia e che nel 2019 abbiamo infranto più volte i record assoluti delle temperature è un’indicazione abbastanza inequivocabile che i cambiamenti climatici hanno peggiorato la situazione», sostiene Owen Price dell’Università di Wollongong.

   La popolazione pare essersene resa conto, tanto che nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo un video in cui si vede il primo ministro Scott Morrison, in visita a Cobargo, cittadina pesantemente colpita dagli incendi, contestato dagli abitanti per aver fatto troppo poco contro l’emergenza. Morrison ha anche dichiarato che il suo governo conservatore non rafforzerà le politiche per combattere i cambiamenti climatici, un ennesimo passo falso dopo le polemiche causate dalla sua vacanza natalizia alle Hawaii, nel bel mezzo della crisi.

Uragani di fuoco
L’aspetto più drammatico della situazione è che gli incendi generano un tale calore da creare un proprio ecosistema climatico, da cui si scatenano tempeste di fulmini e uragani di fuoco. Questi fenomeni sono stati registrati soprattutto lungo la costa, 280 chilometri a Sud di Sydney, come ha riferito il Rural Fire Service del New South Wales. «Un temporale generato dal fuoco si è formato sul margine settentrionale dell’incendio di Currowan, vicino a Nowra: si tratta di un evento molto pericoloso», ha ammonito il Servizio sui social media.

   Queste tempeste sono il risultato della formazione di cumulonembi generati dal fumo degli incendi, eventi rari, che potrebbero però diventare sempre più frequenti per gli australiani, in conseguenza dell’emergenza climatica, come ha spiegato il Climate Council in un rapporto del 2019.

   Un vigile del fuoco del Rural Fire Service, in particolare, è stato ucciso la settimana scorsa da un tornado di fuoco causato dal collasso di una formazione di cumulonembi, che si è abbattuta sul camion dei pompieri in cui si trovava il vigile. «Questo tornado improvviso ha causato il ribaltamento di un camion da 10 tonnellate, tanto per fare un esempio della potenza di questi eventi», ha spiegato Shane Fitzsimmons, responsabile del Rural Fire Service.

Cosa sono leformazioni di cumulonembi
Le formazioni di cumulonembi sono, in pratica, un temporale che si forma dal pennacchio di fumo di un incendio. Il calore intenso del fuoco fa salire rapidamente l’aria, creando una forte corrente ascendente, in base alla descrizione dell’Australian Bureau of Meteorology.

   Mentre la nuvola si alza rapidamente e quindi si raffredda a contatto con le basse temperature dell’atmosfera superiore, le collisioni delle particelle di ghiaccio nelle zone alte del cumulonembo tendono a generare delle cariche elettriche, che si scaricano sotto forma di fulmini.

   Questi appiccano il fuoco anche là dov’era già spento, rendendo gli incendi più difficili da combattere e provocando focolai nuovi in aree imprevedibili. Le correnti ascendenti, inoltre, risucchiano così tanta aria da sviluppare forti venti, che fanno bruciare più violentemente il fuoco e provocano una maggiore diffusione dell’incendio.

   Non a caso, l’ondata d’incendi che sta devastando il continente ha battutto tutti i record sotto diversi profili. Nel solo Stato del New South Wales, i 4,9 milioni di ettari bruciati sono la più vasta area distrutta (più grande della Danimarca) dall’inizio della registrazione dei dati. Oltre a battere tutti i record dell’area colpita, gli incendi di quest’anno hanno bruciato una grande quantità di foreste, invece che di praterie.

   Questo li ha resi più devastanti, più difficili da combattere e più pericolosi per le persone e la fauna. «Nella foresta gli incendi sono molto più intensi, producono più fumo e bruciano molto più materiale, quindi c’è una maggiore produzione di gas serra e i territori ci mettono più tempo a riprendersi. Quando raggiungono le case, sono più difficili da fermare – ha spiegato Price -. Alcuni degli incendi nel Nord dello Stato hanno addirittura attaccato la foresta pluviale, ad esempio nel parco nazionale di Kanangra, che non era mai stato bruciato a memoria d’uomo».

«Incendi inestinguibili»
I peggiori incendi della storia australiana sono ricordati con dei nomi precisi e sono diventati pietre miliari storiche, come “Red Tuesday” (1898), “Ash Wednesday” (1983), “Black Christmas” (2001) e “Black Saturday” (2009). A queste pietre miliari si aggiungerà sicuramente anche questa stagione d’incendi ancora senza nome.

   Pyne ha suggerito di chiamarli “FOREVER FIRES”, perché sembrano inestinguibili, bruciano con implacabile insistenza e lanciano lingue di fumo che estendono la propria portata ben oltre l’area in preda alle fiamme. «L’Australia è da sempre terra d’incendi, ma gli ultimi vent’anni sembrano diversi. Gli incendi devastanti sono più frequenti, più dirompenti e più dannosi. Quelli del Black Saturday, che uccisero 173 persone, colpirono con la forza di un attacco terroristico e sembrarono mettere in discussione le basi stesse della sopravvivenza di una società umana in una terra capace di tale furia. I Forever Fires ripropongono questa domanda», ha commentato Pyne.

   Decine di vigili del fuoco hanno confermato la natura senza precedenti dell’ultima ondata. «I più grandi incendi del passato non bruciavano mai più del 20% della foresta, ma stavolta sarà oltre la metà, il che aumenta il richio sia per gli animali che per gli insediamenti umani», ha sostenuto Fitzsimmons. Il ministro dell’Ambiente, Sussan Ley, ha dichiarato che un terzo della popolazione di koala lungo la costa del New South Wales potrebbe essere stata uccisa dagli incendi.

Decennio più caldo della storia
L’Ufficio di meteorologia ha confermato la settimana scorsa che il 2019 è stato l’anno più caldo dell’Australia e il record del giorno più caldo della storia è stato battuto per due giorni di seguito, il 16 e il 17 dicembre. Il 2019 è stato anche l’anno più secco, con una piovosità media nazionale totale di 277 millimetri, la più bassa mai registrata.

   Ma l’Australia non è di certo l’unico territorio che si trova in questa condizione nel mondo. L’Italia, ad esempio, ha chiuso con il 2019 il decennio più caldo di sempre, che ci ha portato i quattro anni più caldi della storia: il 2014, 2015, 2018 e 2019.

   La predisposizione australiana al fuoco lo rende un continente esemplare per il Pyrocene. Ma molti degli stessi fenomeni si stanno verificando anche altrove: nel gennaio scorso è andato in fumo quasi un milione di ettari in Amazzonia e lo scorso luglio sono bruciati 2,6 milioni di ettari di steppa siberiana. Roghi inarrestabili, morti e rifugiati, centri urbani inceneriti, blackout estesi, bacini idrografici danneggiati e inondazioni post-incendi, turismo perduto e servizi pubblici falliti sono ormai di casa in California.

   In futuro queste aree, ormai abituate all’emergenza, paradossalmente potrebbero cavarsela meglio di altre, dove mancano le istituzioni e le infrastrutture per far fronte alla furia del fuoco. (Elena Comelli)

Per approfondire:
● Morti, sfollati e siccità: perché l’Australia sta bruciando?

● Ecco perché si sono scatenati gli incendi
● Australia e l’emergenza incendi, cosa cambia per chi viaggia

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AUSTRALIA, PROTESTE CONTRO IL GOVERNO PER NON AVER AFFRONTATO I CAMBIAMENTI CLIMATICI

di Valerio Magno, 10/1/2020, da https://www.teleambiente.it/

   Migliaia di australiani sono scesi in strada per protestare contro le inazioni del governo per fermare i cambiamenti climatici. La crisi degli incendi ha scatenato le polemiche sul governo di SCOTT MORRISON e sull’assenza di una presa di posizione forte sulla riduzione delle emissioni. Il governo continua a negare l’esistenza di un legame tra gli incendi e l’aumento delle temperature e ha già fatto reso noto più volte che non intende ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra per non mettere a rischio i posti di lavoro e la crescita economica.

   Molte strade di SYDNEY sono state bloccate dai protestanti al grido di “ScoMo deve andare a casa”. Simili proteste si sono svolte nella capitale CANBERRA e a MELBOURNE, due città ancora salve dalle fiamme ma in cui la qualità dell’aria è caduta così in basso da renderle due delle città con la qualità dell’aria più bassa al mondo. A Melbourne la folla è scesa in strada nonostante la pioggia e le basse temperature per manifestare urlando “Cacciamo ScoMo” e “eliminiamo i carbon fossili”.

   Il governo però ha risposto alle critiche che sostengono che non venga fatto il necessario per contrastare i cambiamenti climatici. In un’intervista alla radio 2GB Morrison ha spiegato di essere deluso dal fatto che la gente stia confondendo la crisi degli incendi con gli obiettivi dell’Australia sulle emissioni: “Non vogliamo distruggere i posti di lavoro e l’economia, e anche facendolo, questo non cambierebbe il fatto che stiamo affrontando la più grande stagione degli incendi della storia dell’Australia”.

   La protesta di venerdì ha causato delle controversie anche a livello regionale. DANIEL ANDREWS, governatore della Victoria, ha criticato le proteste perché mal organizzate e perché hanno richiesto risorse della polizia che sarebbero state necessarie altrove: “Il senso comune ci dice che esistano altri momenti per far valere la propria opinione. Rispetto il punto di vista delle persone, sono anche d’accordo con molti argomenti della protesta come i cambiamenti climatici, ma esiste un posto ed un momento per ogni cosa e non penso che una protesta ad oggi sia la cosa più appropriata”. (Valerio Magno)

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