L’INDIA che cambia – Il Paese con la più grande democrazia al mondo, terra del tollerante e non violento Mahatma GANDHI, ora con il governo dell’ultranazionalista Narendra MODI calpesta diritti ed esclude i mussulmani dal diritto di cittadinanza – Riusciranno le realtà dissidenti ad opporsi alla svolta autoritaria?

MANIFESTAZIONI IN INDIA (foto da “Il Messagero.it”) – L’INDIA CHE STA PROTESTANDO CONTRO LA POLITICA DISCRIMINATORIA DEL SUO PRESIDENTE NARENDRA MODI- L’11 scorso c’è stata in India l’approvazione del CITIZENSHIP AMENDMENT ACT. Il provvedimento dispone misure preferenziali per l’ottenimento della CITTADINANZA INDIANA A MIGRANTI irregolari appartenenti a MINORANZE RELIGIOSE INDUISTE, SIKH, BUDDISTI, JAINISTE, PARSI e CRISTIANE perseguitate in PAKISTAN, BANGLADESH e AFGHANISTAN. L’atto, che ESCLUDE ESPLICITAMENTE I MUSULMANI, è stato salutato da ondate di proteste massicce ancora in corso contro ciò che viene percepita come una POLITICA DISCRIMINATORIA SU BASE RELIGIOSA

   In India dal dicembre scorso il Paese sta vivendo una rivolta contro il governo dell’ultranazionalista di estrema destra MODI. La causa scatenante è il Citizen Amendment Act (Caa, già in vigore, e che esclude i mussulmani dal richiedere la cittadinanza) e il National Registry of Citizens (Nrc, cioè il censimento dei cittadini, non ancora introdotto ma che sempre gli islamici vivono come possibile epurazione etnica). In pratica il primo provvedimento già approvato l’11 dicembre, dispone misure preferenziali per l’ottenimento della cittadinanza indiana a migranti irregolari appartenenti a minoranze religiose induiste, sikh, buddisti, jainiste, parsi e cristiane perseguitate in Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. E l’atto esclude esplicitamente i musulmani.

L’INDIA è una FEDERAZIONE DI STATI con parlamenti e governi autonomi. Sono 29 STATI e 7 TERRITORI, fra cui quello della CAPITALE, DELHI. La maggior parte degli stati segue nei confini le FRONTIERE LINGUISTICHE. Certe regioni rivendicano l’autonomia come nuove entità statali. (mappa da Wikipedia)

 Questo è il punto essenziale della protesta (la discriminazione dei mussulmani), protesta che va avanti da dicembre scorso: con la richiesta di ritirare la legge discriminatoria, che viene vista con preoccupazione (e opposizione) da tutte quelle realtà indiane che credono nel valore di quella che viene considerata la democrazia più grande al mondo (l’India, un miliardo e 370 milioni di persone…).

(foto da www-corriere.it) Manifestanti con la foto del Mahatma Gandhi davanti alla Jamia Millia Islamia University, il 16 dicembre, protestano contro la nuova legge sulla cittadinanza che agevola i rifugiati e gli irregolari provenienti da tre Paesi vicini (Afghanistan, Pakistan e Bangladesh), tutti a eccezione dei musulmani (che in India sono 200 milioni). Un’iniziativa per tutelare le minoranze fuggite dagli Stati islamici confinanti, ha spiegato in Parlamento il ministro dell’Interno Amit Shah, il consigliere più ascoltato del premier Narendra Modi, cresciuto come lui in Gujarat militando nelle Rss, il gruppo paramilitare ultranazionalista indù. (Epa) (da https://www.corriere.it/ 16/12/2019)

   Poi, il secondo provvedimento non ancora approvato, quello del censimento (National Registry of Citizens, Nrc), anch’esso viene visto come una discriminazione possibile della comunità musulmana: diventerebbe uno strumento per liberarsi della comunità islamica in India.

MODI con sua madre il giorno del suo 67esimo compleanno (foto da http://www.newsnation.in/) – Narendra Damodardas MODI ha militato nei movimenti paramilitari di estrema destra; e durante la sua carriera politica è stato per tre volte primo ministro dello stato indiano del GUJARAT. NEL 2014, ALL’ETÀ DI SESSANTATRÉ ANNI, È STATO ELETTO PRIMO MINISTRO DELL’INDIA. Appena salito al potere, ha fatto modificare il metodo di calcolo del PIL, permettendo di GONFIARE ARTIFICIALMENTE I DATI DI CRESCITA. Il tasso di disoccupazione è così alto che il Ministero del Lavoro non fornisce più statistiche. I BILANCI GIÀ MOLTO BASSI PER LA SANITÀ E L’ISTRUZIONE SONO STATI TAGLIATI, così come altre spese sociali: sussidi all’occupazione, stanziamenti per le mense scolastiche, piani per l’accesso all’acqua potabile. Dal 2018 ha limitato drasticamente le attività sindacali. (da Wikipedia)

   E la protesta non coinvolge solo i mussulmani discriminati dal richiedere la cittadinanza, ma un blocco di opposizione estremamente ampio: studenti, accademici, anziani, giovani, persone impegnate in forze progressiste… anche hindu, poi appunto musulmani, ma anche cristiani….. Con manifestazioni spesso che si esprimono con scene da guerra civile, che segnano il culmine di proteste e violenze; e che si trascinano appunto da dicembre, in un crescendo d’intensità.

India-map (da http://www.reporterspress.it/)

   In un Paese, dicevamo, di 1 miliardo e 370 milioni di persone, a stragrande maggioranza hindu, i mussulmani sono considerati una esigua minoranza (invisi da sempre ai fondamentalisti hindu cui appartiene il presidente Modi). Esigua si fa per dire: sono ben 180 milioni gli islamici. La giustificazione, molto poco credibile (nessuno ci crede…) del governo sull’esclusione dei mussulmani “irregolari” dal diritto alla cittadinanza, è che questo provvedimento è rivolto a persone in fuga da persecuzioni religiose subite in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, che sono tutti Paesi a maggioranza musulmana. Come se le persecuzioni non potessero essere anche contro mussulmani dissidenti in pur Paesi a maggioranza islamica.

(India: inquinamento atmosferico, foto da https://www.rinnovabili.it/) – L’India è passata dal 140º al 177º posto tra il 2016 e il 2018 nell’ENVIRONMENTAL PERFORMANCE INDEX compilato dai ricercatori delle università di Yale e Columbia. In particolare, lo studio evidenzia il “PREOCCUPANTE” DETERIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELL’ARIA. (da Wikipedia)

   Comunque, a questo motivo scatenante la protesta, si aggiunge forse in modo preponderante il disappunto e il malcontento dilagante della popolazione nei confronti del governo del presidente MODI, e dell’assai influente (nella società indiana) partito del presidente, cioè il Bharatiya Janata Party (Bjp), che porta avanti un ultrainduismo di Stato nel Paese, costringendo tutti a regole induiste e con l’appropriazione di ogni potere nella comunità.

(immagine da https://www.ispionline.it/) – L’attuale POPOLAZIONE INDIANA è di (circa) 1 miliardo e 370 milioni di persone. L’attuale POPOLAZIONE CINESE è di (circa) 1 miliardo 437 milioni di persone (sulla base delle ultime stime delle Nazioni Unite).
Nel 2050 stime delle Nazioni Unite dicono che la POPOLAZIONE INDIANA raggiungerà la cifra record di (circa) 1 miliardo e 660 milioni di persone SUPERANDO LA CINA (secondo la Nazioni Unite il superamento avverrà già a partire dal 2027) (da https://reporterspress.it/ del 6/3/2020)

   Di fatto Modi ha in mano il Paese: se è pur vero che è stato duramente sconfitto alle elezioni amministrative locali dell’11 febbraio scorso, a livello nazionale non ha nessuno in grado attualmente di contrapporsi: e così l’India è nella mani di un ultra-induista, dichiaratamente di estrema destra, che cerca di sospingere fuori dal Paese una delle comunità presenti da sempre in India (cioè quella mussulmana); e in un contesto dove, non essendoci credibili avversari politici, l’opposizione e la protesta non può che esprimersi nelle piazze (come sta accadendo da dicembre).

(Trump e Modi, foto da http://www.tg24sky.it/) – Il presidente Usa è stato accolto il 24 febbraio scorso nell’impianto da cricket di AHMEDABAD, dove al fianco del premier indiano Modi ha anticipato un accordo sulla difesa tra i due Paesi del valore di 3mila miliardi. Diverse le manifestazioni di protesta in tutto il Paese. (da http://www.TG24-sky.it/ )

   C’è poi da dire che dall’esterno, il fatto che Trump sia andato da Modi in India il 24 febbraio scorso, parlando e mostrando adulazione per la politica del presidente indiano (razzista e anti-mussulmana), concentrandosi sull’appoggio geopolitico dell’India alle scelte americane, questo non agevola la possibilità di incidere positivamente, fare pressione, per il rispetto dei diritti di tutte le minoranze in quel Paese. L’Europa (la nostra purtroppo debole Europa) si trova sola nel richiamare l’India al rispetto delle regole della civile convivenza democratica. E il pericolo di perdere al contesto mondiale la PIU’ GRANDE DEMOCRAZIA AL MONDO, si fa reale. (s.m.)

MANIFESTAZIONI IN INDIA contro la legge anti mussulmani (da https://ilmanifesto.it/)

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INDIA_ proteste contro la legge sulla cittadinanza (da http://www.repubblica.it/)

IN INDIA LA RIVOLTA SI ESTENDE, UN BEL PROBLEMA PER IL GOVERNO MODI

di Matteo Miavaldi, da IL MANIFESTO del 21/12/2019

– Il Citizen Act infiamma le piazze in tutto il subcontinente. Fronte eterogeneo ma unito contro la legge di cittadinanza che discrimina gli islamici. La macchina della propaganda dell’ultradestra al governo perde colpi, ma infuria la repressione –

   È difficile ricordare, negli ultimi decenni, un fronte unito così imponente ed eterogeneo protestare compatto in tutto il subcontinente indiano contro il governo.

   NONOSTANTE LA REPRESSIONE violenta delle forze dell’ordine, i manifestanti scesi in strada per protestare contro il combinato disposto del Citizen Amendment Act (Caa, già in vigore) e del National Registry of Citizens (Nrc, per ora ancora una promessa elettorale) stanno aumentando in maniera esponenziale.

   I social media traboccano di foto e video di adunate oceaniche letteralmente estese a macchia d’olio in tutto il paese. Dalla Jama Masjid, l’imponente moschea rossa nel centro di OLD DELHI, fino allo spiazzo di August Kranti Maidan a MUMBAI, passando per decine di proteste nelle università, in SVARIATE MEGALOPOLI, in INTERI DISTRETTI RURALI dal Nord Est al Kerala, l’India che si oppone all’ultrainduismo di stato del Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi non dà segno di cedere alla paura. La richiesta: ritirare la legge che discrimina la comunità musulmana nelle procedure di richiesta della cittadinanza indiana e che, qualora l’Ncr entrasse in vigore, diventerebbe uno strumento per liberarsi della comunità islamica in India.

   PER IL GOVERNO MODI è un problema duplice, di ordine pubblico, ma soprattutto politico. Con intere porzioni di territorio paralizzate dalle proteste e spezzoni di manifestanti che sfogano la propria rabbia incendiando autobus e distruggendo «proprietà private», come dice l’esecutivo, l’intervento coordinato dal ministro degli Interni Amit Shah si è fatto sempre più minaccioso. (….)

   Il bilancio dei feriti e degli arrestati è in costante aggiornamento, nell’ordine delle centinaia in tutta l’India, mentre ai 9 morti in Assam si sono aggiunti ieri almeno 5 morti in Uttar Pradesh. Nel più grande stato indiano, governato da Yogi Adityanath (Bjp), le autorità hanno promesso di «vendicarsi» contro i manifestanti violenti, che secondo Adityanath saranno identificati e dovranno pagare di tasca propria per i danni arrecati alla cosa pubblica. Sarebbe un unicum, nella storia delle manifestazioni di piazza indiane.

   DAL LATO POLITICO, per la prima volta l’eccezionale macchina della propaganda modiana – capace, tra le altre, di far digerire alla popolazione una drammatica demonetizzazione nel 2016 senza quasi incorrere in proteste – si trova in estrema difficoltà. La strategia del divide et impera, con cui il Bjp è sempre riuscito a fiaccare i moti popolari, questa volta sembra non scalfire un blocco di opposizione estremamente ampio: studenti, dalit, comunisti, progressisti, accademici – tra cui spicca lo storico e biografo del Mahatma Gandhi, Ramchandra Guha, arrestato e rilasciato dopo poche ore giovedì – hindu, musulmani, cristiani, anziani, giovani.

   Sono piazze in cui si è ritrovata una comunità unita a difesa di un’idea di India minacciata dal suprematismo hindu: un’India multiculturale, accogliente e orgogliosa della propria unity in diversity, la pietra angolare su cui i padri della patria costruirono l’India indipendente nel 1947.

   Due frasi, tra le centinaia di cartelloni portati in piazza, riassumono il momento storico che sta vivendo il paese: «Mio padre pensa che io sia qui a studiare storia, mentre sto facendo la storia» e «sono hindu, mica stronzo!». Un bel problema, per l’ultradestra al governo. (Matteo Miavaldi)

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The Prime Minister Narendra MODI (da Wikipedia)

da Wikipedia

CHI È NARENDRA DAMODARDAS MODI

   È nato in una famiglia ghanchi, uno dei ranghi più bassi del sistema delle caste indiane, e suo padre era un venditore di . Vegetariano stretto, in gioventù ha militato nel movimento paramilitare di estrema destra hindu Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS).

Durante la sua carriera politica è stato per tre volte primo ministro dello stato indiano del GUJARAT. Durante la sua amministrazione ha rilanciato l’economia, ma è stato accusato di aver fortemente limitato la libertà di stampa, venendo criticato per le sue posizioni dispotiche e le sue idee nazionaliste ed estremiste.

NEL 2014, ALL’ETÀ DI SESSANTATRÉ ANNI, È STATO ELETTO PRIMO MINISTRO DELL’INDIA. Dopo la sua elezione alcuni analistihanno dichiarato di temere che il suo governo possa minacciare le minoranze e tollerare la violenza.

Appena Modi è salito al potere, ha fatto modificare il metodo di calcolo del PIL, permettendo di GONFIARE ARTIFICIALMENTE I DATI DI CRESCITA. Il tasso di disoccupazione è così alto che il Ministero del Lavoro non fornisce più statistiche. Nel 2018, la società ferroviaria ha ricevuto 19 milioni di candidature per 63.000 posizioni. I settori bancario e ferroviario hanno iniziato ad essere privatizzati. I BILANCI GIÀ MOLTO BASSI PER LA SANITÀ E L’ISTRUZIONE (rispettivamente 1,2% e 0,6% del PIL) SONO STATI TAGLIATI, così come altre spese sociali: sussidi all’occupazione, stanziamenti per le mense scolastiche, piani per l’accesso all’acqua potabile. Per quanto riguarda il diritto del lavoro, le modifiche approvate nel 2018 limitano ulteriormente le attività sindacali e tenderebbero ad agevolare i licenziamenti e ad estendere l’orario di lavoro settimanale dei dipendenti.

L’India è passata dal 140º al 177º posto tra il 2016 e il 2018 nell’ENVIRONMENTAL PERFORMANCE INDEX compilato dai ricercatori delle università di Yale e Columbia. In particolare, lo studio evidenzia il “PREOCCUPANTE” DETERIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELL’ARIA. (da Wikipedia)

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INDIA NEL CAOS

di Gianluca Di Donfrancesco 27 febbraio 2020, da https://www.ilsole24ore.com/

A New Delhi gli scontri più violenti dall’uccisione di Indira Gandhi

Le manifestazioni contro la legge sulla cittadinanza sfociano in scene da guerra civile: musulmani (e laici) si scontrano con i sostenitori di Modi

   Sono gli scontri più violenti che si siano visti a New Delhi dal giorno dell’assassinio di Indira Gandhi, nel 1984, quelli iniziati domenica pomeriggio (23 febbraio 2020, ndr) e continuati per giorni: scene da guerra civile, con almeno 24 morti e quasi 200 feriti.

   Due fazioni si sono fronteggiate in numerose zone periferiche della capitale, lontano dal quartiere amministrativo, dove nel frattempo si svolgeva la visita di Stato del presidente Usa, Donald Trump.

   DA UNA PARTE, ci sono migliaia di indiani che contestano le modifiche della legge sulla cittadinanza varata lo scorso anno: sono musulmani, studenti universitari, oppositori del partito di maggioranza Bjp e cittadini indignati per quelle che considerano discriminazioni ai danni di una minoranza religiosa e quindi uno schiaffo insopportabile ai valori laici del Paese. Non il primo, ai loro occhi.

   DALL’ALTRA parte della barricata, ci sono altre migliaia di indiani favorevoli a quella legge: sono i sostenitori del Bjp, il partito nazionalista hindu al Governo, sotto la guida del premier Narendra Modi. In queste fila rientrano i gruppi di persone che negli ultimi giorni si sono scagliate contro le comunità musulmane e, incitate da politici locali del Bjp, hanno devastato e bruciato negozi, case e almeno due moschee, aggredendo persone con bastoni pietre e anche armi da fuoco. Diversi giornalisti sono stati attaccati (uno è rimasto ferito da un colpo di pistola) mentre stavano filmando le violenze.

   E POI C’È LA POLIZIA, che ha impiegato gas lacrimogeni e granate stordenti senza però riuscire a fermare il caos e che conta una cinquantina di feriti tra i propri ranghi: non abbastanza per sfuggire all’accusa di non aver fatto tutto il possibile per ripristinare l’ordine e soccorrere i feriti.

   Scene da guerra civile, appunto, che segnano il culmine di proteste e violenze che si trascinano da mesi, in un crescendo d’intensità. La priorità è ora placare gli animi: «Mi appello alle sorelle e ai fratelli di Delhi perché mantengano sempre la pace e la fratellanza. È fondamentale che si ritorni al più presto alla normalità», ha scritto il premier Modi in un tweet.

   Il governatore di Delhi, ARWIND KEJRIWAL, leader del Partito dell’Uomo comune e appena rieletto dopo una violenta campagna elettorale, ha chiesto il coprifuoco e l’intervento dell’esercito nelle aree colpite dai disordini, ieri pattugliate da forze paramilitari. La presidente del Partito del Congresso, SONIA GANDHI, ha invece chiesto le dimissioni del ministro degli Interni, AMIT SHAH, per non avere bloccato le violenze e avere consentito che la situazione degenerasse. La polizia di New Delhi dipende dal ministero dell’Interno e la sicurezza nella capitale è sua responsabilità. Shah è poi l’ispiratore della riforma della legge sulla cittadinanza.

   A far esplodere le tensioni latenti tra la maggioranza hindu e la minoranza musulmana (180 milioni di persone), è stato l’emendamento approvato a dicembre del 2019 per accelerare l’iter di concessione della cittadinanza, quando a chiederla sono persone in fuga da persecuzioni religiose subite in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, tutti Paesi a maggioranza musulmana. Alla corsia preferenziale sono ammessi i fedeli di tutte le principali religioni della regione, eccetto quella islamica.

   Per il Governo, il motivo è chiaro: per definizione, i musulmani non sono vittime di persecuzione in quegli Stati. Molti musulmani indiani la vedono diversamente: una legge che fa differenze in base alla religione viola di per sé la Costituzione, conferma la sensazione di essere trattati come cittadini di serie B e alimenta il timore che il Bjp, cioè il partito di Modi, voglia creare uno Stato hindu-centrico. Preoccupazioni largamente condivise da chi ha semplicemente a cuore la laicità dello Stato e il lascito di tolleranza e convivenza del Mahatma Gandhi.

   I semi delle violenze scoppiate a più riprese negli ultimi mesi, sono state l’ABOLIZONE (agosto 2019) DELL’AUTONOMIA AMMINISTRATIVA dell’unico Stato a maggioranza musulmana della Confederazione indiana, il JAMMU e KASHMIR, la RETORICA INCENDIARIA DI DIVERSI ESPONENTI di primo piano del Bjp, e l’IPOTESI, avanzata dallo stesso ministro Shah, DI VERIFICARE I REQUISITI DI CITTADINANZA DI TUTTI GLI INDIANI, con l’esclusione dello status per quanti non siano in grado di dimostrarla: i primi a sentirsi vittime di una misura di questo genere sono ancora una volta i musulmani, che arrivano a temerla come una sorta di anticamera alla deportazione.

   Mentre i social media giocano anche da queste parti il loro ruolo di catalizzatori dell’odio e delle fobie, diversi Stati indiani hanno fatto però sapere che non si presteranno a un’operazione tanto controversa.  L’India, fanno presente in molti, «resta una democrazia e ha i suoi anticorpi». (Gianluca Di Donfrancesco)

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A NEW DELHI LA STRATEGIA DEL TERRORE NON PAGA: MODI SCONFITTO ALLE URNE

di Matteo Miavaldi, da IL MANIFESTO del 12/2/2020

– India. Amministrative stravinte dall’Aap 62 a 8 con la ricetta di sviluppo sociale di Kejriwal, premiato da un elettore su due: sanità, scuola, sussidi per acqua ed energia e autobus gratis per le donne. Ma a livello nazionale un’alternativa all’ultradestra non c’è –

   Ieri l’Aam Aadmi Party (Aap) di Arvind Kejriwal ha sbancato all’ultima tornata elettorale per l’assemblea legislativa di New Delhi, respingendo l’avanzata della destra hindu rappresentata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) del primo ministro indiano Narendra Modi.

   Con un bilancio che non lascia spazio a fraintendimenti: su 70 seggi da assegnare, 62 sono andati ad Aap, otto al Bjp.

   Una vittoria schiacciante per una formazione politica nata quasi dieci anni fa dalle ceneri del fortunato movimento popolare India Against Corruption e che ha trovato nella capitale una roccaforte ormai apparentemente inespugnabile.

   Nel sistema legislativo indiano la capitale indiana è trattata come una sorta di territorio a statuto speciale: l’assemblea legislativa può legiferare su tutto tranne temi di sicurezza, ordine pubblico e del demanio, che rimangono a esclusivo appannaggio del governo federale. Ovvero, dal 2014, del Bjp.

   Da oggi (12 febbraio 2020, ndr) inizia il terzo mandato – compreso uno lampo, nel 2013, di poche decine di giorni – di ARVIND KEJRIWAL alla guida di NEW DELHI, premiato da oltre un elettore su due grazie a una serie di politiche efficaci nel risolvere alcuni dei problemi che attanagliano la città: incentivi e sussidi per acqua e corrente elettrica, miglioramento del sistema sanitario e dell’istruzione, autobus gratis per le donne.  Una ricetta di sviluppo locale, già promossa a modello da copiare in altre metropoli indiane, che ha sconfitto la retorica populista e divisiva messa in campo dal Bjp negli ultimi mesi.

   Il partito di Modi ha di fatto tentato di trasformare la tornata elettorale in un referendum su tematiche nazionali come la nuova legge di cittadinanza (Caa) che, secondo i detrattori del governo, discrimina i richiedenti asilo di religione musulmana. E che soprattutto, in coppia al censimento dei cittadini (Nrc) che il Bjp vorrebbe introdurre «presto», potrebbe diventare uno strumento per emarginare ulteriormente la minoranza religiosa musulmana nel Paese.

   Proprio a New Dehli le proteste contro il Caa e l’Nrc hanno mobilitato decine di migliaia di persone, guidate prima dai collettivi universitari della Jamia Millia Islamia University – ciclicamente oggetto della repressione violenta delle forze dell’ordine – e poi dalle donne di Shaheen Bagh, da quasi due mesi accampate a migliaia in uno spiazzo a Delhi sud a pochi passi dall’ateneo musulmano.

   Mentre studenti e società civile manifestano per l’abrogazione delle leggi discriminatorie, a difesa della laicità e solidarietà della Repubblica indiana, gli alti papaveri del Bjp hanno ripetutamente animato comizi al vetriolo, invitando gli elettori a «spazzare via i manifestanti di Shaheen Bagh» e a «sparare ai traditori».

   Quest’ultimo appello è stato raccolto alla lettera da tre simpatizzanti dell’ultradestra hindu, che negli ultimi 10 giorni hanno aperto il fuoco contro cortei di studenti (un ferito) e nei pressi dell’accampamento di Shaheen Bagh. I manifestanti hanno lamentato il mancato intervento delle forze dell’ordine, immortalate letteralmente a braccia conserte mentre uno dei militanti ultrahindu apriva il fuoco.

   L’esito delle elezioni di Delhi ci dice che la strategia del terrore messa in atto dal Bjp non solo non ha attecchito nella capitale, ma sembra non attecchire quasi mai a livello locale. La destra hindu non vince un’elezione amministrativa statale dal 2017. Una crisi che ridimensiona fortemente l’aura di imbattibilità di Modi e dei suoi.

   Ma ci dice anche che A OGGI, A LIVELLO NAZIONALE, NON ESISTE UN’ALTERNATIVA ALLO STRAPOTERE DEL BJP. Non si può, insomma, «ripartire da Aap», partito pressoché inesistente fuori dai confini di New Delhi. Né si può troppo cantar vittoria, nonostante la battuta d’arresto del Bjp a New Delhi abbia acquistato in queste ore un enorme valore simbolico.

   Manca, e continuerà a mancare a lungo, un antidoto di respiro nazionale alla vocazione autoritaria della destra hindu al governo. Antidoto che un tempo era incarnato dall’Indian National Congress della dinastia Gandhi. Che, a New Delhi, ha portato a casa il 5% dei voti, pari a zero seggi. (Matteo Miavaldi)

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INDIA: COS’HA IN MENTE MODI? NON È CHIARO

di Antonio Armellini (ambasciatore d’Italia), 3/3/2020,

da https://www.affarinternazionali.it/

   Narendra Modi non ha lesinato mezzi per Donald Trump (in visita in India il 24 febbraio scorso). Il bagno di folla nello stadio di cricket “più grande del mondo” era stato immaginato come uno spot elettorale per la potente diaspora indiana negli Stati Uniti, sinora tutt’altro che unanime nei suoi confronti, dando al tempo stesso dimostrazione del consenso popolare per Modi.

   Il luogo scelto – Ahmedabad – aveva un forte valore simbolico: da un lato, la città da cui era partito per la scalata al potere; dall’altro, una realtà multietnica, che va da punte di eccellenza tecnologica alla presenza visibile di antistoriche discriminazioni di casta, fino a una minoranza mussulmana per la maggior parte impoverita e relegata in ghetti eredità dei pogrom degli inizi degli anni duemila.

   La presenza di Trump ha acceso il faro dell’attenzione dell’opinione internazionale sulla violenza delle proteste contro la politica anti-musulmana del governo indiano. Infatti, la messa in discussione di una Costituzione laica e tollerante preoccupa la parte più attenta dell’opinione pubblica, anche se non va dimenticato che molti fra i sostenitori di Modi la ritengono un retaggio coloniale in contrasto con la “purezza” induista.

   La prevista consacrazione del suo ruolo di leader mondiale ne è stata compromessa e cosa Modi abbia in mente non è chiaro. Alcuni ritengono che sia ostaggio delle frange estremiste dei suoi sostenitori, le cui idee non sono dissimili da quelle da lui sostenute in passato. Per altri si tratta di un politico troppo cinicamente abile e smaliziato per non rendersi conto che il suo successo si basa su una credibilità internazionale che al dunque si guarderà bene dal mettere a rischio. Quale sia la motivazione prevalente – e personalmente propendo per la seconda – è importante che la comunità internazionale mantenga alta la pressione rendendo ben chiaro che le ambizioni di potenza mondiale dell’India passano attraverso, e non contro, la tutela della sua natura democratica.

   Trump non ha aiutato. Narcisismo a parte, ha esibito nel tripudio di folle plaudenti un’amicizia per il suo interlocutore al limite dell’adulazione. Si è guardato bene dall’associarsi alle critiche sempre più numerose e ha dato più volte l’impressione di voler volgere lo sguardo altrove. Che il modello di democrazia autoritaria proposto da Modi trovi nel Presidente Usa un orecchio non ostile è verosimile, ma il ragionamento va probabilmente oltre, a conferma che per lui la geopolitica pesa con l’India più del rispetto della legalità democratica e dei diritti umani.

   E pazienza se la vecchia idea americana di fare di New Delhi una pedina della strategia di contenimento anticinese rischia di scontrarsi ancora una volta con l’ambizione globale di un’India che si ritiene non alleato, bensì partner con pari influenza e dignità.

   L’unilateralismo americano sta vivendo in Asia una stagione di rinnovata aggressività e tende a lasciare sola l’Europa nel richiamare l’India al rispetto delle regole della civile convivenza democratica.

   Così facendo, ne riduce la capacità di presenza e di influenza in un paese e in un mercato la cui importanza non è minore di quanto lo sia per gli Stati Uniti. È una linea che trova riscontro anche sul piano economico e commerciale, dove, aldilà delle dichiarazioni roboanti, l’ammoina cela la sostanza e la spinta di Trump alla creazione di canali privilegiati rischia di restringere ancor più il campo d’azione dei paesi europei.

   Non per questo l’Europa può rinunciare a far passare con forza il messaggio che è proprio la natura democratica dell’India a farne un unicum in una regione dove ciò costituisce spesso merce rara. Le regole del gioco della solidarietà occidentale sono cambiate e l’Europa dovrà abituarsi a muoversi anche da sola, su linee coerenti con la comune matrice politica e culturale, ma non necessariamente concordanti.

   Un ultimo codicillo italiano. La questione dei nostri marò ha perso il valore politico originario ed è sperabile che si arrivi ad una soluzione accettabile per tutti. Tuttavia, le cose non sono ancora finite e le possibilità di inciampo non sono mai da escludere.  Nel caso improbabile la situazione dovessero farsi complicata, Trump ha dimostrato che non è da Washington che potremmo sperare di trovare sostegno. (Antonio Armellini)

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INDIA: DONNE E RELIGIONE NELL’AGENDA NAZIONALISTA DI MODI

di Emanuela Mangiarotti, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), https://www.ispionline.it/, del 17/2/2020

   Uno sguardo attento all’intrecciarsi di questioni di genere e religione in India può far luce sulle dimensioni meno visibili ma fondamentali a sostenere il progetto di state-crafting e di leadership politica alla base delle recenti mosse del governo guidato da Narendra Modi. La recente assimilazione dell’ex stato del Jammu e Kashmir si collega in questo senso ad altre misure legislative che stanno caratterizzando l’agenda politica del secondo governo Modi. In entrambi i casi, sono in gioco diritti di cittadinanza, la costruzione di una nuova identità nazionale indiana e il suo impatto sui rapporti di forza a livello domestico e regionale.
La politica del governo Modi nel Kashmir 

Quello del Kashmir è un territorio esteso. Suddiviso in aree controllate rispettivamente da India (Jammu e Kashmir e Ladakh), Pakistan (Azad Kashmir e Gilgit Baltistan) e Cina (Aksai Chin), si trova da almeno 70 anni al centro di dispute territoriali, intrise di retoriche nazionaliste e orientate da interessi economici e strategici. Al contempo, la Valle del Kashmir, la parte più popolosa dell’ormai ex stato del Jammu e Kashmir è teatro – dalla fine degli anni Ottanta – di uno sfaccettato, altalenante e mai sopito movimento indipendentista.

   Il 5 agosto 2019, il governo indiano guidato da Narendra Modi – leader del Bharatiya Janata Party, partito della destra nazionalista indù – ha revocato gli Articoli 370 e 35a della Costituzione. Questi attribuivano all’ex stato del Jammu e Kashmir uno statuto speciale che includeva una costituzione e una bandiera separate, posti riservati per impieghi pubblici e borse di studio e diritti di proprietà esclusivi per i nativi kashmiri.  Quest’ultima clausola era volta a prevenire l’acquisto di terre da parte di indiani non kashmiri e preservare così i rapporti demografici nell’unico stato dell’Unione a maggioranza musulmana. Oltre alla revoca dei suddetti articoli, il 5 agosto il governo indiano ha cancellato lo stato dalla mappa politica, smembrandolo in due Union Territories (unità amministrative controllate direttamente dal governo centrale di New Delhi) del Jammu-Kashmir e Ladakh. La mossa è stata preceduta dall’evacuazione di turisti e pellegrini dalle zone turistiche dello stato, l’invio di un massiccio contingente di forze armate che si è andato ad aggiungere alla cospicua presenza già esistente, l’imposizione del coprifuoco, l’oscuramento di tutti i mezzi di comunicazione telefonica e internet e l’arresto preventivo di esponenti di spicco della politica, della cultura e della società civile.

   La popolazione ha vissuto per quasi tre mesi in un isolamento totale. Nonostante l’allentamento di alcune misure, il controllo delle telecomunicazioni, la militarizzazione e la limitazione degli scambi economici, delle iniziative culturali e delle interazioni sociali restano tutt’oggi pervasive. Le notizie che trapelano raccontano di abusi e violenze nei confronti degli abitanti della Valle da parte delle forze armate, che negano le accuse sostenendo invece di proteggere la popolazione dalla violenza di terroristi separatisti. Nel frattempo, la militanza armata ha trovato una nuova spinta organizzativa, adottando misure anche violente per prevenire qualsiasi accenno di ripresa di attività economiche e sociali che potrebbe in qualche modo legittimare la mossa del governo indiano. In questo contesto, il 27 settembre 2019, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Primo Ministro pakistano Imran Khan ha condannato la mossa di New Delhi, definendola contraria agli accordi di Simla del 1972 secondo i quali la disputa territoriale tra i due stati si sarebbe dovuta risolvere in modo pacifico e attraverso accordi bilaterali. Polemizzando il totale silenzio di Narendra Modi al riguardo, Khan ha paventato il rischio di un “bagno di sangue” e di un’escalation del conflitto tra due potenze nucleari.

Il BJP e la “colonizzazione” del Kashmir: cosa c’entrano le donne?

Benché abbia colto molti analisti e osservatori di sorpresa, l’intervento del governo indiano nel Kashmir fonda le sue radici nell’ideologia nazionalista dell’Hindutva, che anima le organizzazioni della destra nazionalista indù da cui provengono il Primo Ministro Narendra Modi e buona parte dei suoi ministri. In quel senso, la posizione del Bharatya Janata Party (BJP) rispetto all’autonomia del Jammu e Kashmir è stata negli anni coerente, proponendo l’integrazione come condizione necessaria a liberare il Kashmir e la sua popolazione dai movimenti separatisti e terroristici sostenuti dal Pakistan.

   Bisogna ricordare che la politica di New Delhi è da sempre colorata di richiami ai “confini naturali” e fondata su un insieme di metodi coercitivi, ingerenza politica, incentivi economici e repressione violenta di istanze separatiste. Tuttavia, le ultime mosse del governo Modi sono state salutate da ministri e sostenitori con toni trionfalistici di conquista che hanno suscitato indignazione e preoccupazione tra gli oppositori del BJP e buona parte della popolazione della Valle. La scrittrice e attivista Arundhati Roy, in un articolo sul New York Times del 15 agosto 2019 ha sottolineato che “il passaggio dell’atto [di revoca degli articoli 370 e 35a] è stato salutato in Parlamento dalla tradizione tipicamente britannica di battere la mano sul tavolo. C’era un chiaro sentore di colonialismo nell’aria. I padroni erano contenti che una colonia recalcitrante fosse stata finalmente, formalmente, riportata sotto la corona. Per il suo stesso bene, ovviamente”.

   In effetti, diverse dichiarazioni del Primo Ministro e di ministri e parlamentari del BJP in proposito risuonano in modo sinistro con una retorica tipicamente coloniale. Auto-investitosi di una sorta di missione civilizzatrice, Modi l’8 agosto 2019, ha elencato i vantaggi che l’amministrazione diretta di New Delhi porterà in Kashmir, sorvolando sulle conseguenze che il blocco delle comunicazioni, delle attività economiche e quella che è a tutti gli effetti una militarizzazione totale stanno già avendo sulla vita quotidiana e le attività economiche in Kashmir.

   A uno sguardo attento, i toni paternalistici di cui si è ammantata la retorica assimilazionista, hanno messo a nudo il lato fondamentalmente misogino della politica nazionalista del BJP. Al centro della missione salvifica del governo Modi sono infatti finite le donne kashmire, dipinte come vittime inermi del patriarcato islamico. Anche in questo caso, vi è una certa continuità nella retorica della destra induista che da sempre utilizza le disuguaglianze di genere per raccogliere consensi in chiave anti-musulmana. Facendo riferimento all’abrogazione dell’articolo 35a secondo cui le donne kashmire che sposavano uomini non residenti perdevano la proprietà della terra e il diritto ad acquisirla, il governo indiano si è proposto come salvatore delle donne. Tale discorso è passato nei media nazionali nonostante una sentenza dell’Alta Corte del Jammu e Kashmir avesse già sostanzialmente reso nulla tale clausola garantendo i diritti di proprietà delle donne kashmire indipendentemente dal loro stato civile.

   Parallelamente, vari leader del BJP hanno rilasciato dichiarazioni – riprese poi da diversi sostenitori online – che senza troppi veli hanno mostrato come la politica nazionalista della destra induista nel Kashmir passi attraverso l’appropriazione dei corpi delle donne. Un parlamentare del BJP ha così commentato l’annessione del Kashmir: “i membri del partito sono molto felici; gli scapoli potranno sposarsi là [nel Kashmir]. Non ci sono più restrizioni ora. Prima esistevano diverse atrocità nei confronti delle donne. Se una donna del Kashmir si sposava con un uomo dell’Uttar Pradesh, la sua cittadinanza veniva revocata. Esistevano due cittadinanze diverse per l’India e per il Kashmir. I musulmani dovrebbero esultare: possono sposarsi con le donne Kashmire dalla pelle chiara. Tutti dovrebbero festeggiare, sia indù che musulmani. Dovrebbero esserci festeggiamenti in tutto il Paese”. Sulla stessa linea, il 10 agosto, CM Khattar, governatore dello stato indiano dell’Haryana, ha dichiarato che “ora che il Kashmir è aperto, le fidanzate saranno prese da lì. A parte gli scherzi, se si migliora il rapporto demografico tra uomini e donne nel nostro stato, allora si ristabilirà un equilibrio nella società”.

   Queste dichiarazioni, in continuità con quelle che giustificano la mossa del governo indiano come un atto di liberazione delle donne del Kashmir, sono spesso trascurate nelle analisi politiche, in particolare quando l’attenzione si focalizza sulle ricadute dell’annessione in termini di sviluppo economico e modernità.      Trascurarle tuttavia significa perdere di vista come il controllo dei corpi delle donne sottenda a un progetto di state-crafting e leadership nazionalista che permea l’agenda politica dell’India nei confronti del Kashmir, dei musulmani indiani e dei rapporti con i Paesi vicini, con risvolti potenzialmente inquietanti per i diritti di cittadinanza e la sicurezza nella regione.

Religione, genere e cittadinanza: la nazione secondo Modi

Per contestualizzare la politica di Modi in Kashmir è necessario uno sguardo ad altre misure che stanno caratterizzando il suo secondo mandato alla guida del Paese. Mentre il governo evita di entrare nel merito delle critiche riguardo la sua politica economica a fronte del peggior rallentamento dell’ultima decade, sta dall’altro puntando su un’esplicita politica nazionalista anti-musulmana, mai così palesemente esplicitata da esponenti di spicco del BJP e attuata attraverso provvedimenti legislativi.

   L’assimilazione del Kashmir si inserisce quindi in un susseguirsi di misure che definiscono nettamente i contorni della cittadinanza indiana e chi ne detiene il controllo e stabilisce le regole, mandando anche chiari messaggi ai Paesi limitrofi. Nell’agosto del 2019 è stato implementato nello stato dell’Assam al confine con il Bangladesh il National Register of Citizens (NRC), che prevede la revoca della cittadinanza a chi non riesca a dimostrare una residenza antecedente al marzo 1972 (anno in cui il Bangladesh dichiarò l’Indipendenza dal Pakistan). La misura è da molti considerata un modo per identificare i “musulmani bangladesi” e colpisce in particolare le donne povere che faticano a produrre la documentazione necessaria a provare i legami di parentela con la famiglia d’origine. Il ministro degli interni Amit Shah non ha esitato a dichiarare che un provvedimento simile potrebbe essere implementato a livello nazionale.

   A questa misura è seguita l’approvazione lo scorso 11 dicembre del Citizenship Amendment Act. Il provvedimento dispone misure preferenziali per l’ottenimento della cittadinanza indiana a migranti irregolari appartenenti a minoranze religiose induiste, sikh, buddisti, jainiste, parsi e cristiane perseguitate in Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. L’atto, che esclude esplicitamente i musulmani, è stato salutato da ondate di proteste massicce ancora in corso contro ciò che viene percepita come una politica discriminatoria su base religiosa.

   Buona parte delle manifestazioni sono guidate da donne, soprattutto a New Delhi dove nelle ultime settimane il BJP si è giocato senza successo le elezioni per l’assemblea legislativa. E anche in questo caso, esponenti di spicco del BJP non hanno esitato ad infiammare il dibattito con dichiarazioni misogine, arrivando addirittura a incitare allo stupro e altre violenze specifiche nei confronti delle dimostranti. Anche se diverse donne indù si sono unite alle proteste, si tratta principalmente di donne musulmane.

   Inoltre, mentre le donne in prima fila nei movimenti di protesta vengono denigrate come anti-nazionali e pericolose sovversive, Modi invoca il sostegno delle “madri della nazione”, definendo l’appartenenza nazionale delle donne sulla base del grado di adesione, organicità e consenso rispetto alle politiche del governo. Misoginia e paternalismo non sono quindi incidentali ma costitutivi delle aspirazioni nazionaliste del governo Modi e devono mettere in guardia rispetto alle implicazioni che il processo di integrazione del Kashmir e le recenti leggi sulla cittadinanza possono avere per i diritti delle minoranze e gli equilibri a livello regionale.

   In questo scenario, la risposta di Stati Uniti e Unione Europea è rimasta piuttosto timida. Sia il Presidente Trump, che ha dapprima pubblicamente approvato la mossa di New Delhi in Kashmir per poi sostenere le richieste di mediazione del Primo Ministro pakistano Imran Khan, che l’Unione Europea hanno mostrato un atteggiamento del tutto ambivalente. Lo scorso novembre un gruppo di parlamentari dell’estrema destra europea in visita in India sono stati eccezionalmente condotti in un tour del Kashmir prima di incontrare di persona il Primo Ministro Modi. Smentendo che si trattasse di una visita ufficiale, gli stessi hanno comunque rilasciato dichiarazioni che suffragavano la versione dal governo indiano riguardo alla situazione nella Valle e celebravano lo sforzo dell’India nella lotta al terrorismo islamico.

   Successivamente, a gennaio di quest’anno, dopo aver presentato diverse risoluzioni che condannavano la legge sulla cittadinanza e l’intervento in Kashmir, il Parlamento europeo ha deciso di rinviare a fine marzo la votazione al riguardo. Tale decisione pare condizionata dall’incombente visita di Modi a Bruxelles in occasione dell’India-EU summit di marzo ed è stata comunque salutata come una vittoria diplomatica dal governo indiano. Per Modi entrambe le questioni restano centrali per dettare i termini del dibattito politico interno e la propria immagine internazionale soprattutto nell’attuale contesto di stagnazione economica che sta colpendo fortemente sezioni già svantaggiate della popolazione e la sua base elettorale.

   A queste categorie, la manovra economica recentemente annunciata dalla ministra delle finanze Nirmala Sitharaman offre poche vie d’uscita concrete. Le misure volte a risollevare la domanda interna paiono infatti poco incisive mentre l’adozione di politiche protezionistiche risuonano con la retorica nazionalista del governo e il suo apparente scetticismo rispetto ad accordi bilaterali e regionali di libero mercato.

   Modi è stato finora in grado di coinvolgere larga parte del suo elettorato attraverso un immaginario di speranza e orgoglio nazionale. Tuttavia, la sua capacità di cristallizzare il dibattito su retoriche nazionaliste che normalizzano rassicuranti gerarchie sociali basate su genere e religione sta rivelando le prime crepe.    Alcuni stati dell’Unione cominciano infatti a mostrarsi recalcitranti rispetto ad alcune scelte del governo Modi. Allo stesso tempo, le tensioni politiche e sociali che stanno attraversando varie aree del Paese a partire dal Kashmir ci raccontano di una capacità di espressione del dissenso sfaccettata ma imponente, che sta mettendo a nudo le debolezze del governo e portando allo scoperto le implicazioni della sua retorica misogina e anti-musulmana. (Emanuela Mangiarotti, da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, del 17/2/2020)

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NEW DELHI: IL TRIONFO DELL’ “UOMO QUALUNQUE” È UN SEGNALE NELL’INDIA DI MODI

di Ugo Tramballi, 12/2/2020, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

https://www.ispionline.it/

   Come Londra dalla Brexit, Budapest dalla “democrazia illiberale” di Orban, Istanbul dal neo-ottomanismo di Erdogan e la gran parte delle metropoli americane dal trumpismo, anche Delhi mantiene le distanze dall’induismo muscoloso del Bjp e di Narendra Modi. Per la terza volta consecutiva le elezioni locali sono state vinte dall’Aap, l’Aam Aadmi Party guidato da Arvind Kejriwal.

   Il Bjp – soprattutto il ministro degli Interni Amit Shah, l’aggressivo ideologo del partito nazionalista – si era impegnato molto in campagna elettorale, nel tentativo di conquistare la capitale indiana: amministrativamente Delhi è “National Capital Territory”, chi la guida non è il sindaco ma il chief minister come negli stati dell’Unione indiana. Rispetto alle precedenti consultazioni del 2015 il Bjp ha guadagnato cinque seggi: ma resta a otto in un’assemblea di 70 deputati. L’AAP ne ha perduti 5 ma ne mantiene comunque 62: può governare da solo.

   È difficile identificare ideologicamente l’AAP. Aam Aadmi in hidi significa “uomo comune” e infatti il suo connotato principale è il populismo. Il movimento era stato creato da Arvind Kejriwal e soprattutto da Anna Hazare per combattere la corruzione dilagante del sistema politico indiano. Noto attivista sociale, nel 2011 Hazare organizzò uno sciopero della fame nazionale per imporre il Lokpal Act, la legge che crea la figura dell’ombudsman: un difensore civico che controlli l’operato del primo ministro e dell’intero governo.

   Anna Hazare è stato paragonato al Mahatma Gandhi e lui non ha mai fatto nulla per impedirlo, entrando con entusiasmo nel personaggio. Il successo travolgente in tutta l’India dello sciopero della fame e delle altre campagne sociali e politiche, aveva spinto alcuni sostenitori di Hazare a trasformare il movimento in partito.  Nonostante la contrarietà del leader e il suo rifiuto di aderirvi, Arvind Kejrwal aveva creato l’AAP il cui successo elettorale tuttavia non è mai andato oltre la cerchia daziaria di Delhi: grande e costante consenso nella capitale ma quasi inesistente nel resto del paese. Alle politiche del 2019 l’Aam Aadmi Party si è presentato solo a Delhi, a Goa e in Punjab; e nell’Haryana ma in coalizione con altri partiti. Tuttavia dell’Uttar Pradesh è riuscito a far eleggere il suo unico candidato: primo deputato transessuale della storia dell’India democratica.

   L’ennesimo successo dell’Aap nel territorio della nuova e della vecchia Delhi non sposta in alcun modo gli equilibri nazionali, sebbene il controllo amministrativo della capitale abbia una certa importanza politica. Serve tuttavia per dimostrare che il Bjp e il suo leader Narendra Modi non sono imbattibili: con leader conosciuti e rispettati, un ricambio generazionale dei candidati presentati all’elettorato, una buona amministrazione e programmi chiari, il nazionalismo religioso del Bjp del XXI secolo non è l‘unica prescrizione per la vittoria.

   Implicitamente, la prova che il partito di Modi non sia imbattibile rivela l’altro elemento politico di questa elezione nella capitale abitata da una ventina di milioni del miliardo e 300 milioni d’indiani: la crisi profonda del Congress, il partito che ha creato l’India democratica. Per decenni Delhi è stato un feudo fondamentale del partito dei Nehru e dei Gandhi. Per la seconda volta consecutiva, quest’anno il Congress non ha conquistato neanche un seggio. Considerando ineluttabile il disastro, il partito non si era nemmeno speso in una campagna elettorale altamente visibile, come quella del Bjp. Ma l’effetto politico dell’irrilevanza del Congress rimane.

   Nonostante due disastrose e consecutive elezioni nazionali – mai il Congress era sceso così in basso nella sua rappresentanza parlamentare e nel numero di stati sotto il suo controllo – Sonia Gandhi e suo figlio Rahul sono ancora alla guida del partito. In un primo tempo si erano dimessi. Poi sono tornati al loro posto, sostenuti da una gerontocrazia partitica che fa assomigliare il Congress indiano al Pcus sovietico ai tempi di Leonid Breznev.

   C’è chi sostiene che al partito familiare non ci sia alternativa: senza Sonia, Rahul e sua sorella Priyanka, il Congress verrebbe distrutto da una lotta di successione fra mediocri. Ma la crisi, un’elezione dopo l’altra, dimostra che è destinato a scomparire anche il partito-famiglia (Rahul e Priyanka sono figli di Sonia vedova di Rajiv, figlio di Indira Gandhi, figlia di Jawaharlal Nehru, figlio di Motilal, fondatore del Congress).

   L’unica speranza di sopravvivenza e di rilancio – comunque difficili – sarebbe aprire il partito a una nuova generazione e a volti nuovi. Che esistono. Tuttavia le uniche vere vittorie elettorali del Congress in Punjab e Mahdya Pradesh, sono principalmente avvenute grazie al successo personale di due efficienti dinosauri della vecchia guardia: Amarinder Singh in Punjab e Kamal Nath, ex storico ministro del Commercio nei governi di Manmohan Singh, ora chief minister  in Madhya Pradesh. Ma questi successi in pochi stati sollevano pericolose illusioni e rendono ancora più difficile il necessario ricambio. (Ugo Tramballi, 12/2/2020, da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale- https://www.ispionline.it/)

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LA POPOLAZIONE INDIANA SUPERERA’ QUELLA DELLA CINA

da https://reporterspress.it/ del 6/3/2020

(da dati elaborati da Worldofmeters (https://www.worldometers.info/it/ ):

Quanti abitanti ha l’India? Attualmente ha più abitanti la Cina o l’India? A quanto ammonta la popolazione in India (aggiornato a Giugno 2019)?

L’attuale popolazione indiana è di 1,373,751,734 abitanti, ossia più di 1 miliardo e 370 milioni di persone.

Sulla base delle ultime stime delle Nazioni Unite.

LA POPOLAZIONE INDIANA È PARI AL 17,74% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE TOTALE.

L’India è al secondo posto nella lista dei paesi più popolati.

LA DENSITÀ DI POPOLAZIONE in India è 455 persone per Km2.

LA SUPERFICIE TOTALE dell’India è di 2,973,190 Km2.

IL 33,2% DELLA POPOLAZIONE DELL’INDIA È URBANA (449,945,237 persone nel 2019).

L’ETÀ MEDIA IN INDIA È DI 27 ANNI.

E quanti abitanti avrà in futuro?

Secondo le stime dei dati forniti dalle Nazioni Unite ed elaborati da Worldofmeters (https://www.worldometers.info/it/):

Nel 2020 gli abitanti dell’India toccheranno quota 1,383,197,753 ossia un incremento di ben 31 milioni rispetto al 2019.

Nel 2050 la popolazione indiana raggiungerà la cifra record di 1,658,978,162 abitanti superando la Cina.

L’attuale popolazione cinese è di 1,436,801,015 abitanti sulla base delle ultime stime delle Nazioni Unite.
La popolazione cinese è pari al 18,54% della popolazione mondiale totale.
La Cina è al primo posto nella lista dei paesi più popolati.
La densità di popolazione in Cina è 151 per Kmq.
La superficie totale della Cina è di 9.388.211 Kmq.
Il 59,3% della popolazione della Cina è urbana (838.818.387 persone nel 2020).
L’ETÀ MEDIA IN CINA È DI 37,3 ANNI.

Se i dati risultassero corretti, l’India diventerà il paese più popoloso del mondo sei anni prima di quanto stimato in precedenza.

SECONDO LE PREVISIONI, L’INDIA AVRÀ 1,5 MILIARDI DI ABITANTI ENTRO IL 2030 E QUASI 1,7 MILIARDI ENTRO IL 2050. La popolazione della Cina, nel frattempo, dovrebbe rimanere stabile fino al 2030, per poi addirittura declinare.

Nel complesso, l’ONU si aspetta che la popolazione mondiale aumenti di 1 miliardo nei prossimi 15 anni, raggiungendo gli 8,5 miliardi entro il 2030. Si prevede che il numero raggiungerà i 9,7 miliardi nel 2050 e gli 11,2 miliardi nel 2100.

Fonte : https://www.italianvagabond.com/

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INTERVISTA a WILLIAM DALRYMPLE

L’ARIA IN INDIA È MICIDIALE (NON SOLO PER LO SMOG)

di Alessandra Muglia, 19/1/2020, da LA LETTURA de “Il Corriere della Sera”

– Lo scrittore scozzese WILLIAM DALRYMPLE vive a Delhi dal 1989; ha fondato e dirige il Festival della letteratura di Jaipur, «il più grande show letterario sulla Terra». Dice il narratore, che ha appena pubblicato un fondamentale volume sull’impero Moghul, sulla sua fine e sul dominio inglese: «La situazione, con l’ultranazionalista Modi al potere, non è mai stata così tremenda. Odio contro i musulmani, proteste. –

NEW DELHI – «L’aria qui a Delhi è tossica, e non soltanto per l’inquinamento», sospira WILLIAM DALRYMPLE. Lo storico dell’impero islamico in India dà appuntamento a «la Lettura» a un passo dal sito Qutb Minar, con il suo minareto e la sua moschea patrimoni dell’Unesco, a ricordare l’inizio dell’era islamica in India. «I musulmani sono qui dal XII secolo: parlavano anche allora la stessa lingua degli indù, il persiano, si sposavano con le donne del posto e spendevano qui i loro soldi. Sono una grande minoranza ma oggi i nazionalisti indù al potere li vogliono marginalizzare», osserva lo scrittore scozzese, indiano d’adozione.
Dalrymple ha un gran da fare di questi tempi: soprattutto le presentazioni del nuovo libro The Anarchy (atteso in Italia a fine anno, per Adelphi) e il «suo» festival della letteratura di Jaipur, ormai alle porte. «La gente qui ha paura di parlare, si autocensura. Non lo avresti mai immaginato possibile in questo Paese, io stesso non scrivo più di politica e ora riesco a stare qui usando un visto per affari legato al festival letterario di Jaipur, e non più giornalistico, come avevo fatto per trent’anni».

   Forse però di politica Dalrymple non ha mai smesso di scrivere. Perché a leggerlo bene, The Anarchy – tra i migliori libri del 2019 secondo i principali quotidiani anglofoni (dal «Wall Street Journal» al «Financial Times», dal «Times» al «Telegraph») e pure per Barack Obama – non è soltanto un testo che getta una luce nuova su un periodo relativamente poco esplorato della storia indiana, quello tra la fine dell’impero islamico e l’inizio del colonialismo britannico, nel Settecento. Il crepuscolo del dominio Moghul iniziò dopo la svolta settaria di Aurangzeb, il figlio del sovrano che fece costruire il Taj Mahal, Shah Jahan. Mezzo secolo di intolleranza gli alienarono il consenso della gente e cancellarono la tradizione di dialogo avviata dal bisnonno, l’illuminato Akbar.
Sullo sfondo di quel passato, DALRYMPLE LANCIA UN MONITO SUL NOSTRO PRESENTE. Con lo stile avvincente di un romanzo, racconta come in un’India ormai lacerata gli smodati interessi economici di una società privata inglese, la Compagnia delle Indie Orientali, abbiano fatto da apripista alla presenza britannica. Una globalizzazione ante litteram che appare subito come una forma d’imperialismo. «Lo Stato travestito da mercanti» sintetizza Dalrymple, citando un illustre testimone dell’epoca, Edmund Burke. «La Compagnia non è stata solo la prima grande multinazionale, è stata la prima a mostrare come grandi società possano diventare più potenti e a volte più pericolose di Stati o di imperi», spiega. Per questo, aggiunge, «l’India oggi dovrebbe temere più i cinesi dei pachistani».

   Delle 400 pagine di The Anarchy (più altre cento di glossario, note e indice) soltanto quattro, le ultime, contengono riferimenti al presente (per quanto la Cina non sia mai citata). La gran parte della narrazione, frutto di sei anni di ricerche d’archivio e viaggi in India e Gran Bretagna, è dedicata a dare conto di come una società privata straniera sia riuscita, di fatto, a schiavizzare un Paese di 200 milioni di persone. Non fu infatti il governo britannico a iniziare a occupare il territorio indiano a metà del Settecento. La transizione al colonialismo avvenne per mano di una società con «un piccolo ufficio, di cinque finestre, a Londra» che aveva come unico obiettivo quello di arricchire i suoi investitori. Nessuna «missione civilizzatrice», come amavano pensare i vittoriani secondo i quali il motore della storia era la politica di uno Stato, non i guadagni di società spregiudicate. A metà dell’Ottocento «ci fu un senso di imbarazzo» per il modo predatorio con cui i britannici fondarono il Raj. E, ricostruisce Dalrymple, «si assistette a una deliberata amnesia sul saccheggio privato che inaugurò il dominio britannico in India».

   «The Anarchy» inizia mostrando come una delle prime parole indiane a entrare nella lingua inglese sia stata «loot», saccheggio, di cui non c’era traccia prima del Settecento.

   «All’epoca del primo contatto tra i britannici e la dinastia Moghul, nell’agosto del 1600, l’impero indiano è al massimo del suo sviluppo, una superpotenza: controlla il 30% del Pil mondiale contro il 3% dell’Inghilterra.  Un secolo più tardi i rapporti di forza si sarebbero ribaltati. Nel 1799 la Compagnia aveva un esercito con 200 mila soldati, tra cui molti indiani, il doppio dell’esercito britannico. Iniziarono con i commerci di tessuti e finirono con l’occupazione di territori, razziando tutto e imponendo tasse. Ma il dominio dei britannici si consolidò anche grazie ai soldi dei banchieri locali che in quell’epoca di anarchia consideravano la Compagnia più sicura».

   Il titolo «The Anarchy» si riferisce allo sgretolamento dell’impero Moghul in tanti piccoli Stati nel Settecento. Lei però non ritiene che la Compagnia ebbe successo soprattutto grazie alle divisioni create dal terribile Aurangzeb (1618-1707, sovrano dal 1658).

   «Certo, la disgregazione che seguì la morte di Aurangzeb spianò la strada agli inglesi pronti ad approfittare delle rivalità locali e dell’odio tra indù e musulmani. Ma credo che il fattore cruciale sia stato il supporto che la Compagnia ricevette dal Parlamento britannico. Il rapporto tra i due divenne sempre più simbiotico durante il XVIII secolo, fino a trasformarsi in quello che oggi chiameremmo una partnership pubblico-privata. Ufficiali della Compagnia come Robert Clive, tornarono a Londra come nababbi, usando la loro ricchezza per comprare deputati; in cambio il Parlamento dotò la società di navi e soldati. A metà del Settecento, un quarto dei deputati possedeva azioni della Compagnia».

   L’INDIA MODERNA È NATA CON LA FINE DEL COLONIALISMO BRITANNICO, MA PER I NAZIONALISTI INDÙ oggi al potere I PIÙ GRANDI «NEMICI» RESTANO I MUSULMANI, eredi dei Moghul. Capita che persino le guide turistiche locali oggi facciano trapelare il proprio disprezzo per le moschee nate sulle ceneri di antichi templi indù.

   «In India è montato un odio diffuso contro i Moghul che si riversa anche sui social. Siamo in un Paese dove anche la storia diventa un campo di battaglia, politicizzata e mitizzata. Per questo il mio libro qui è in testa alle classifiche: la gente apprezza la mia ricerca della verità. L’India è tutta concentrata a difendersi dal Pakistan. Anche al festival, per dire, non possiamo invitare autori pachistani. Ma la vera minaccia è la Cina. La grande storia non detta in questo Paese è che Pechino è chiaramente il più grande rivale».

   Il premier Narendra Modi ha stravinto le ultime elezioni ergendosi a difensore della nazione contro il Pakistan. Dopo questo trionfo lei stimava che per una svolta ci sarebbe voluta almeno una decina d’anni. Oggi, dopo oltre un mese di proteste contro la legge sulla cittadinanza che discrimina i musulmani, che previsione fa?

   «La situazione qui non è mai stata così tremenda, non si erano mai viste bande di uomini mascherati fare irruzione nei campus universitari e picchiare studenti e professori, con l’assenso della polizia. Questo è un nuovo livello di orrore. Con gli agenti che non fanno niente e lasciano andare i violenti impuniti: è terrificante. Siamo a un punto di svolta per il Paese».

Come vede il futuro qui in India?

«Sono molto preoccupato. Non si sa come andrà a finire, non sappiamo quale delle due parti sia più forte. Il tempo ce lo dirà, credo sarà una lotta lunga. Le proteste a Delhi non accennano a placarsi, anzi si rafforzano. Ma sono sorpreso di incontrare ancora tante persone che sostengono i nazionalisti indù. Un esempio: stamattina la mia insegnante di yoga ha buttato lì che i manifestanti dovrebbero andare a cercarsi un lavoro, li considera una fonte di problemi. Sono ancora in tanti a credere in Modi, è molto popolare come lo era da voi Mussolini». (Alessandra Muglia)

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INDIA, UNA CITTADINANZA CHE DIVIDE

di Maria Tavernini, da https://www.qcodemag.it/, del 20/1/2020

– La norma che all’inizio aveva provocato le proteste della minoranza musulmana unisce adesso tutta l’opposizione a Modi –

   Da oltre un mese, il governo nazionalista di Narendra Modi, è stato investito da un’ondata di proteste senza precedenti che ha unito, dal nord al sud dell’India, milioni di persone.

   Le manifestazioni contro la nuova legge sulla cittadinanza – considerata discriminatoria nei confronti della minoranza musulmana – sono dilagate dalle università alle strade di tutto il Paese: la protesta, inizialmente circoscritta agli studenti e alla comunità musulmana, ha coinvolto via via persone di tutte le età, classi sociali e fedi religiose. Un movimento spontaneo che ha preso i contorni di una battaglia dal basso per preservare le basi secolari di un’India schiacciata da anni di politiche sempre più settarie.

   La deriva maggioritaria del governo guidato dal Bahratiya Janata Party (Bjp) – riconfermato alle scorse politiche del maggio 2019 con una notevole maggioranza – è stata evidente fin dai primi mesi del secondo mandato Modi: l’annessione e l’assedio militare del Kashmir in agosto, la sentenza legata al caso di Ayodhya e all’estremismo hindu a novembre, fino alla legge sulla cittadinanza il mese scorso.

   I passi che hanno portato alla progressiva marginalizzazione della comunità musulmana (e delle minoranze più in generale) sono stati un crescendo negli ultimi anni, che lascia ormai pochi dubbi sul progetto sociale del Bjp.

   L’11 dicembre scorso, il parlamento Indiano ha ratificato un controverso emendamento, il Citizenship Amendment Act (Caa). La legge permette alle minoranze provenienti da Bangladesh, Afghanistan e Pakistan di fede hindu, sikh, cristiana, buddista, jainista e farsi, che risiedono in territorio indiano da più di 6 anni, di poter accedere alle procedure per richiedere la cittadinanza indiana. Escludendo apertamente la minoranza musulmana, la legge è stata criticata per essere contraria ai principi base della Costituzione che vietano la discriminazione su base religiosa.

   Il Caa va letto insieme ad altri due disegni di legge. Il National Population Register (Npr), un registro che include i nomi di tutti i residenti in India, e il National Register of Citizens (Nrc), che include tutti quelli “regolari”.

   L’idea è quella di estendere a tutta l’India l’esperimento del Nrc, testato nello stato nord-orientale di Assam, dove ha portato all’esclusione di circa due milioni di persone: una sorta di censimento di massa della popolazione volto a identificare gli “immigrati irregolari” per cui ogni cittadino è chiamato a provare la propria “indianità” dimostrando, con valida documentazione, di essere arrivato in India prima delle date stabilite dalla legge. Chi sarà escluso dal registro, grazie al Caa, potrà comunque applicare per la cittadinanza, ma solo se di fede non-musulmana.

   La protesta contro il Caa ha preso diverse forme, intensità e stili: lunghe marce, sit-in permanenti, fiaccolate, balli, installazioni e il tricolore onnipresente hanno riempito le strade di un paese che fino a un mese fa sembrava spaccato da fratture insanabili. Divisioni che seguono linee religiose, di casta e geografiche.

   In piazza a manifestare sono scesi tutti: studenti, musulmani, dalit, comunisti, in una protesta traversale, dal basso che ha unito le minoranze e le forze progressiste di tutto il Paese. In assenza di un’opposizione articolata, i campus e le strade sono diventati l’espressione più significativa del dissenso e dell’opposizione alle politiche sempre più settarie del governo guidato dal Bjp.

   I manifestanti non si sono lasciati intimorire da detenzioni, arresti, torture, bastonate, lacrimogeni (e anche proiettili) da parte delle forze dell’ordine, che hanno avuto in molti casi carta bianca nel sedare le proteste.

Nella repressione di questo mese sono state uccise 25 persone, migliaia sono invece gli arresti e i feriti in un crescendo di brutalità per mano della polizia e, in alcuni casi, delle organizzazioni legate all’ultra-destra hindu.

   Le immagini delle proteste che sono esplose a catena in tutto il Paese in questo ultimo mese, acquisendo una dimensione di massa, con manifestazioni fiume sorte in maniera spontanea, raccontano di una popolazione che resiste di fronte a una visione dell’India monolitica, come quella voluta dal Bjp e dall’estrema destra hindu.

   La repressione da parte della polizia, impegnata a sedare proteste in larga parte pacifiche, ha interessato inizialmente due università islamiche, la Jamia Millia Islamia di Delhi e l’Aligarh Muslim University in Uttar Pradesh dove le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nei campus malmenando gli studenti.

Proprio in Uttar Pradesh, il più grande stato indiano – governato da un monaco hindu – a fine dicembre la repressione ha assunto i connotati di una punizione collettiva  in cui il target principale era la comunità musulmana.

   La repressione verso il dissenso si è estesa a tutto il paese, e mentre le proteste contro la nuova legge si moltiplicano, sono stati creati una serie di crowdfunding per aiutare a sostenere il movimento e fornire assistenza legale e risarcimento alle famiglie delle vittime.

   La reazione delle forze dell’ordine agli scontri e alle proteste non è stata sempre uguale e sembra piuttosto seguire un chiaro pattern politico. Come quando, a metà gennaio, 50 persone appartenenti ai collettivi studenteschi legati alla destra hindu hanno fatto irruzione nel campus della più prestigiosa università della capitale, Jawaharlal Nehru Univesity, Jnu, picchiando a sangue gli studenti da mesi in protesta contro l’aumento delle tasse, mentre la polizia schierata fuori ai cancelli, non ha mosso un dito.

   Per via delle proteste che da un mese si susseguono in zone diverse della città, a Delhi è stato imposto per i prossimi tre messi il National Security Act, un provvedimento che consente alla polizia di arrestare qualsiasi individuo ritenuto una minaccia per sicurezza nazionale, fino a 12 mesi, anche senza accuse.

   A Shaheen Bagh, un quartiere della capitale, un sit-in contro Caa va avanti da oltre un mese chiedendo la revoca della legge. Lo zoccolo duro della protesta – che prosegue giorno e notte, nonostante il freddo pungente dell’inverno deliota – sono le donne: musulmane e non, di tutte le età e le classi sociali.

Le “nonne e le donne” di Shaheen Bagh hanno ispirato altre donne a scendere in strada, rendendo la partecipazione femminile a queste proteste davvero senza precedenti.

   I cartelli, i murales e gli striscioni de quartiere meridionale di Delhi stanno facendo il giro del web per la fantasia, l’ironia e lo spirito secolare ed egualitario che incarnano. Gli slogan e le canzoni che risuonano in tutte le strade e le piazze uniscono un’India che non era mai stata così compatta: dall’inno del separatismo kashmiri – Azadi! (libertà in urdu) – fino a Hum Dekhenge, poesia di resistenza della tradizione pakistana.

Hum dekhenge, la popolare poesia in lingua urdu dell’intellettuale marxista e poeta pakistano, Faiz Ahmad Faiz, interpretata dalla cantante Iqbal Bano – considerata offensiva dalla destra hindu e già intonata durante passate proteste studentesche – è diventata onnipresente alle manifestazioni di questo mese.

   Scritta nel periodo della dittatura di Muhammad Zia-ul Haq in Pakistan, dove era stata bandita, è una poesia potente, che parla di tirannia e resistenza, e divenne un inno universale di ribellione dopo essere stata cantata da Iqbal Bano in un famoso concerto a Lahore nel 1986, a due anni dalla morte di Faiz.

   “Faiz fa parte di un patrimonio collettivo, un passato condiviso”, ha detto un manifestante. Faiz, nato in Punjab, all’epoca India britannica, scrisse questa poesia nel 1979 come atto di resistenza verso il regime autocratico di Zia. Le registrazioni dal vivo della performance della Bano a Lahore, che oggi risuona nelle strade indiane, si dice furono trafugate e disseminate in tutto il subcontinente. Con la sua voce e la sua interpretazione a quei versi, Iqbal Bano ha reso immortale il rivoluzionario nazm di Faiz: un inno di resistenza, nei tempi bui della tirannia. (Maria Tavernini, da https://www.qcodemag.it/, 20/1/2020)

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INDIA: IL GOVERNO LANCIA IL CENSIMENTO, SARÀ UNA SCHEDATURA?

25/12/2019 da https://www.msn.com/it

   Un altro elemento di tensione sociale arriva in India mentre mezzo Paese è in rivolta contro la legge che apre le porte a migranti provenienti da diversi Paesi asiatici purché non siano musulmani. Il governo ha deciso di fare un censimento della popolazione e in molti temono che l’operazione nasconda l’intento di schedare per religione e provenienza i cittadini proprio mentre in migliaia ogni giorno sono in strada contro la legge antimuslmani e la repressione cresce.

   “Abbiamo lanciato un vasto programma per i cittadini del Paese, il censimento del 2021, tutte le case saranno identificate e catalogate tra aprile e settembre 2020”, ha dichiarato il ministro dell’ambiente Prakash Javadekar.

Registro della popolazione, registro della discordia

L’ultimo censimento risale al 2010, stavolta i cittadini dovranno rispondere a 21 domande tra cui luogo e data di nascita dei genitori. Verrà poi stilato un registro della popolazione (national population register) e da molti viene visto come un passo verso l’estensione a tutti della contestata legge di cittadinanza detta anche anti-musulmani. Nelle proteste contro la legge di cittadinanza già 23 persone sono morte. Tante le università in rivolta. Centro degli scontri New Delhi e lo Stato nord orientale di Assam dove vivono 32 milioni di musulmani. L’ esecutivo Modi ha sostenuto che la legge sulla cittadinanza è necessaria per proteggere gli immigrati dalle religioni minoritarie perseguitate nei vicini Paesi a maggioranza musulmana. Secondo il ministro il censimento costerà 87.540 milioni di rupie (circa 1.109 milioni di euro) alle casse indiane, mentre il costo del registro della popolazione ammonterà a 39.410 milioni di Rs (circa 499 milioni di euro).

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INDIA (flora e vegetazione, fauna, antropologia)

da http://www.treccani.it/enciclopedia/

India: nome della regione meridionale asiatica (circa 4.400.000 km2) limitata, a N, dal grande arco montuoso del Himalaya e protesa, a S, nell’Oceano Indiano con la penisola triangolare del Deccan e con l’isola di Sri Lanka. Dal punto di vista geografico è diviso in tre grandi regioni: l’area himalaiana; la pianura solcata dai fiumi Indo, Gange e Brahmaputra; l’altopiano del Deccan, che occupa gran parte della penisola.

Per quanto riguarda i caratteri geografici ed economici si rinvia alle singole voci degli Stati che vi sono compresi (Bangladesh; Bhutan; India; Nepal; Pakistan; Sri Lanka).

  1. Flora e vegetazione

La vastità della regione e il suo grande sviluppo in latitudine, nonché l’imponenza ed estensione dei rilievi, determinano aspetti diversissimi nella flora e nella vegetazione.

La catena del Himalaya, che appartiene al regno floristico boreale, ha molti elementi estranei alla flora dell’I. propriamente detta, che è compresa nel regno paleotropicale: in questa predominano elementi paleotropicali xerofili. Si possono distinguere diverse regioni: la regione della pianura dell’Indo, con scarse piogge e con vegetazione in prevalenza erbacea (steppe), con poche specie legnose, come alcune palme; la regione della pianura del Gange, che è molto più umida della precedente: il delta di questo e del Brahmaputra consta di numerose isole coperte di foreste sempreverdi e con grande sviluppo delle mangrovie; la regione del Malabar, che si spinge fino a 2700 m di altezza, ha vegetazione lussureggiante che ricorda quella malese, con le dense foreste di palme rampicanti (Calamus) e di bambù, e con praterie di graminacee; a moderata elevazione si notano diverse Dipterocarpacee, Mesua ferrea, Ficus, Artocarpus, Pandanus, e numerose specie di Aracee, palme e felci. Nel Deccan la giungla bassa lungo le coste orientali è caratterizzata da specie di eugenie, Mimusops, Diospyros ecc.; vaste zone sono rivestite da bambù; lungo la costa del semideserto sabbioso dell’estremo S la palma di Palmira costituisce vasti ammassi.

  1. Fauna

La fauna dell’India presenta un’elevata diversità e ricchezza di endemismi, in particolare nelle regioni dei Monti Ghati occidentali (o Monti Sahyadri), del Himalaya orientale, e del confine India-Myanmar, considerate punti caldi (hotspots) della biodiversità.

I Mammiferi sono rappresentati con oltre 400 specie, circa l’8% della mammalofauna mondiale: tra i Primati il gibbone, molte specie di macachi e langur (tra i quali il langur del Nilgiri, Trachypithecus johnii, endemico) e il lori gracile (Loris tardigradus); nei Chirotteri 110 specie, tra le quali il falso vampiro (Megaderma lyra) e la grande volpe volante indiana (Pteropus giganteus). Fra gli Erinaceomorfi va notato il riccio dal ventre nudo (Paraechinus micropus nudiventris), sottospecie endemica; fra i Soricomorfi molte specie di crocidura. I Carnivori sono rappresentati da numerose specie tra le quali: nei Felidi la tigre del bengala, il leone asiatico e il leopardo delle nevi, specie minacciate, e il leopardo, mentre il ghepardo asiatico è estinto in I.; tra i Viverridi molte civette (o zibetti) e il binturong; tra i Canidi il lupo indiano, lo sciacallo dorato, la volpe indiana (Vulpes bengalensis), il cuon; tra i Mustelidi l’endemica martora del Nilgiri (Martes gwatkinsii); molti rappresentanti tra le manguste (Erpestidi), tra i quali la mangusta indiana di palude (Herpestes palustris), endemica; tra gli Ursidi l’orso bruno, l’orso malese e l’orso tibetano; per gli Ienidi la iena striata; alcune tupaie (Scandenti), tra cui la tupaia indiana (Anathana ellioti), endemica; presente anche il panda minore, degli Ailuridi. I Roditori sono rappresentati nella fauna indiana con oltre 100 specie, delle quali circa 70 di Muridi, oltre a vari scoiattoli (Sciuridi), scoiattoli volanti (Pteromidi) e istrici (Istricidi). Tra i Lagomorfi alcune specie di lepri e pika. Fra gli Artiodattili il gaur, il nilgau, il bufalo indiano, lo yak, molte antilopi (tra le quali il chiru, Pantholops hodgsonii, specie minacciata, cacciata per la lana usata per produrre il pregiato tessuto shahtoosh), vari cervi (tra cui il cervo pomellato e il sambar) e muntjak, il cinghiale indiano. Tra i Perissodattili il rinoceronte indiano, mentre i rinoceronti di Sumatra e Giava sono estinti regionalmente. Fra i Proboscidati l’elefante indiano. Nei fiumi si trovano rappresentanti del gruppo dei Cetacei, quali il delfino del Gange (Platanista gangetica). Infine vari pangolini (Folidoti) completano il quadro della fauna mammalogica indiana.

L’avifauna è oltre il 12% di quella mondiale, con circa 1200 specie (la gran parte stanziali, alcune svernanti), in buon numero esclusive della regione.

Tra i Rettili figurano il gaviale del Gange e il pitone reticolato, forse il più lungo serpente al mondo. L’erpetofauna mostra un elevato grado di originalità: il 45% dei Rettili il 55% degli Anfibi presenti in I. sono specie endemiche.

I Pesci sono rappresentati da oltre 2500 specie, circa l’11% delle specie mondiali.

Gli invertebrati del subcontinente sono ancora poco noti, tranne alcuni specifici taxa. Fra gli Artropodi, sono numerosi gli Insetti, notevoli per ricchezza di forme e varietà di colori.

3. Antropologia

A costituire elemento comune della vasta area che comunemente si designa con i termini ‘mondo indiano’ o ‘civiltà indiana’ e che presenta un’enorme eterogeneità dal punto di vista geografico e culturale è l’intrecciarsi dell’elemento religioso induista (➔ induismo) e buddhista (➔ Buddha) con un’organizzazione sociale ancora strutturata in larga misura/”>misura sul sistema delle caste.

La casta è un gruppo sociale chiuso al quale si appartiene per via ereditaria e che prevede l’osservanza di regole precise riguardanti la commensalità e il matrimonio: solo all’interno del gruppo sono possibili la condivisione del cibo e la scelta del coniuge (endogamia). La divisione in caste rientra in un più ampio sistema gerarchico che pervade tutta l’I. e che è fondato in larga misura sul concetto di purità/impurità. Già il Ṛgveda, uno dei principali testi dell’induismo, divide gli uomini in varna/”>varṇa (lett. «colore»), indicando i doveri che spettano a ciascuno di essi: i brāhmaṇa hanno compiti rituali e didattici, i guerrieri (kṣatriya) devono difendere i sudditi, la gente comune (vaiśya) si deve dedicare all’allevamento, all’agricoltura, al commercio, i servi (śūdra) devono servire le tre caste superiori. Accanto a questa divisione in quattro grandi varṇa, un’ulteriore segmentazione si riferisce alle caste vere e proprie (jati, lett. «nascita»), che sono decine di migliaia e spesso sono legate ad ambiti professionali specifici; il termine jati si applica anche ai raggruppamenti di coloro che sono al di fuori dei quattro varna, coloro che un tempo venivano definiti ‘intoccabili’. Tale termine viene oggi evitato per la sua connotazione negativa e si preferisce parlare di Harijan («figli di Hari», cioè di Viṣṇu) – questo il termine scelto da Ghandi per definirli – oppure di dalit/”>dalit («oppressi»); essi rappresentano attualmente circa il 14% della popolazione indiana. L’adempimento del proprio dovere specifico di casta (svadharma) è il principio cardine su cui si fonda l’ideologia della gerarchia castale; esso si intreccia alla dottrina del karman, la regola di retribuzione degli atti compiuti, a sua volta connessa a un’altra fondamentale credenza panindiana, quella nel saṃsāra, la catena infinita delle rinascite e delle rimorti, regolata dal karman, alla quale tutti gli esseri sono soggetti. Lo scopo ultimo dell’esistenza umana è quello di sottrarsi al ciclo delle rinascite attraverso la liberazione spirituale. Benché non possano conseguire la liberazione in questa vita, anche i dalit, purché svolgano adeguatamente i propri compiti, possono contare su una rinascita migliore, e sperare così di risalire progressivamente dalla loro condizione di fuoricasta.

L’organizzazione parentale della famiglia indiana dipende in larga misura dal contesto di residenza. In area rurale i rapporti tra parenti sono molto stretti, e anche se non sempre vi è una residenza comune (famiglia estesa), esistono diritti di proprietà, pratiche rituali e norme di comportamento che sono condivisi. In contesto urbano è più diffusa la famiglia nucleare, anche se occorre tenere presente che sul modello di famiglia ha forte influenza il modello regionale e quindi è difficile effettuare generalizzazioni.

Anche per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità all’interno della famiglia esistono differenze legate alle località: nelle regioni del nord (Gujarat, Rajasthan, Uttar Pradesh, Madhya Pradesh, Punjab e Haryana) l’uomo esercita il potere in modo più forte di quanto non accada nelle aree del sud (Kerala, Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Karnataka e Maharashtra), mentre le zone orientali (Bihar, Bengala Occidentale e Orissa) presentano una situazione intermedia. Il matrimonio rappresenta un rito fondamentale e coinvolge i gruppi di parentela dei due sposi. Di norma i coniugi condividono l’appartenenza alla medesima casta (endogamia) anche se talvolta, nell’ambito della stessa casta, l’uomo può appartenere a una sottocasta superiore (ipergamia/”>ipergamia). Molto sentito, soprattutto presso le famiglie povere, è il problema della costituzione della dote, l’insieme di beni che la famiglia della sposa deve versare nel corso della transazione matrimoniale. Un’altra forma di compensazione matrimoniale, benché meno diffusa, è il prezzo della sposa, che prevede un transito di beni dalla famiglia dello sposo a quella della sposa. La discendenza è generalmente patrilineare (sulla linea paterna), ma esistono delle eccezioni, come quella dei Nayar del Kerala presso i quali vige la regola della discendenza matrilineare. I Nayar sono noti anche per una forma tipica di poliandria (matrimonio di una donna con più uomini) a fronte di una generalizzata monogamia in ambito induista. La forma matrimoniale della poliginia (matrimonio di un uomo con più donne) è diffusa soprattutto tra i musulmani. La residenza del nucleo familiare è generalmente patri- o viri-locale (presso la famiglia del marito), ma anche neolocale in area urbana.

(da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

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