LA PANDEMIA COVID-19 e i CONFINI INUTILI. Ogni Stato chiude le frontiere: è sospesa la globalizzazione? – Ma il Mondo capisce che le FRONTIERE non appartengono più al nostro presente – E LA DISPUTA SUI CONFINI fa fare ai CARTOGRAFI (GOOGLE compreso) mappe diversificate a seconda di chi le legge

MILANO E CINA – CORONAVIRUS, SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI: LA COMUNITÀ CINESE REGALA MASCHERINE IN STRADA – Iniziativa del centro culturale cinese con le autorità della provincia dello Zhejiang – “MILANO e Cina, vicine più che mai. Martedì mattina (17 marzo) alcuni volontari del centro culturale cinese della CHINATOWN MENEGHINA hanno distribuito in strada mascherine e guanti in una città che sta facendo sempre più i conti con l’EMERGENZA CORONAVIRUS, che solo in Lombardia ha già fatto registrare già oltre 16mila contagi e più di 1.600 morti. I kit sono stati regalati in VIA PAOLO SARPI, storico cuore “cinese” sotto la Madonnina, a chiunque lo chiedesse. (da http://www.milanotoday.it/, 18/3/2020)

   L’attuale pandemia viene vissuta (nell’emergenza di bloccare la mobilità delle persone, e con loro il diffondersi del virus), come un ritorno al passato, la fine (almeno per un po’) della globalizzazione. Se la chiusura delle frontiere, la sospensione forzata della mobilità umana (che in questa fase storica aveva raggiunto livelli molto elevati…per lavoro, turismo, migrazioni, per curarsi, visite a parenti, interessi personali…), tutto questo fa dire a molti che la vecchia idea delle frontiere chiuse (negli ultimi anni rafforzate dai nuovi muri contro l’immigrazione), fa dire che in fondo si stava meglio prima, e che il chiudersi diventa una necessità vitale.

Venezia (quasi)deserta con la pandemia in corso (foto da http://www.corriere.it/)

   Ci accorgiamo invece, proprio dalla pandemia odierna, che le chiusure in mondi del passato, dimostrano la difficoltà (impossibilità) di poter risolvere in modo efficace e coerente le nuove (anche malefiche) sfide del presente. Adesso ogni Stato-nazione agisce come crede al diffondersi del virus: una pandemia che non rispetta i confini e riesce a penetrare gli stati malgrado si trasmetta da persona a persona (ricordate nel gennaio scorso le notizie dalla Cina, da Wuhan? E l’Italia per prima che, criticata, ha subito bloccato i voli….è servito??). E ognuno adotta misure diverse. Mentre il virus colpisce senza distinzioni di nazionalità (e invece imporrebbe all’Europa di adottare misure nell’interesse di tutti).

EUROPA TRA RIGIDI CONFINI E NUOVI MURI – Filo spinato tra Slovenia e Croazia per fermare la rotta balcanica degli immigrati

   Nei confini attuali esiste (ancora una volta dimostrato) un abisso tra la gestione (la realtà) del mondo, e le barriere imposte nazionalistiche retaggio del periodo del crearsi degli stati nazionali (consolidatisi nell’800, e poi causa di due massacri mondiali nel ‘900). E’ così che fa specie ricordare che, davanti alla attuale emergenza sanitaria, l’unica risposta concreta è prima di tutto di bloccare le (vecchie) frontiere di ciascun Stato. Ben evitando, ribadiamo, politiche e misure concrete sanitarie e comportamentali univoche per affrontare il morbo.

(ESTONIA, mappa da http://www.sapere.it/) – RUSSIA – ESTONIA. L’INCESSANTE QUESTIONE DEL CONFINE INDEFINITO TRA RUSSIA ED ESTONIA – “La questione della ratificazione del confine russo-estone è tornata recentemente al centro delle relazioni tra Mosca e Tallinn dopo che il 18 novembre 2019 Sergei Belyayev, diplomatico russo, intervistato per RIA Novosti ha ribadito la posizione di Mosca, affermando che LA RUSSIA È PRONTA A FIRMARE IL TRATTATO SUL CONTESTATO CONFINE A PATTO CHE L’ESTONIA ABBANDONI LE SUE RIVENDICAZIONI TERRITORIALI, illegittime agli occhi del Cremlino. La risposta del Riigikogu, il PARLAMENTO ESTONE, non ha tardato ad arrivare, rappresentata dal portavoce Henn Põlluaas che non si è risparmiato di ACCUSARE LA RUSSIA DI AVER ANNESSO IL 5% DEL TERRITORIO ESTONE. (…) Per comprendere come mai l’Estonia sia l’unico membro della Nato a non aver ratificato i propri confini con la Russia e perché questa circostanza continui a essere oggetto di contesa tra Tallinn e Mosca, bisogna fare riferimento alla fondazione dell’Estonia come stato-nazione risalente al 1920 con il TRATTATO DI TARTU…”(NDR: per capire il contesto, leggi tutto l’articolo contenuto in questo post, articolo di RAFFAELE MASTROROCCO, 4/12/2019, da https://www.eastjournal.net/)

   Quello che si capisce è che il “dopo”, volenti o no, non può essere “come prima” (cioè ognuno per sé, nel proprio rigido “stato-nazione”). E se qualcuno può pensarlo che “ci si dimentichi” di quel che è stato (“passata la festa, gabbato lo santo”), sarà la stessa “economia” a richiederlo: se vorremmo tirarci fuori dal declino economico, dai tanti debiti accumulati e che stiamo ancor di più adesso accumulando; dalla difficoltà di riprendere lavoro e ricchezza, del voler mantenere (almeno in Europa) un Welfare nonostante tutto così apprezzato (la sanità, la scuola…) ma costoso; dal voler (dover) riprendere quel discorso della crisi ambientale oramai arrivato alle conseguenze definitive visibili…. ebbene dovremmo fare a meno dei confini nazionalisti geografici che tanto cari sono finora stati alla popolazione (sovranista, chiusa) e alle classi politiche nazionalistiche nei vari Paesi…

I confini del Kashmir mostrati su Google Maps agli utenti indiani (a sinistra) e pakistani (a destra)(da https://www.ilpost.it/ )- GOOGLE MAPS SULLA REGIONE DEL KASHMIR mostra mappe diverse a seconda del paese da cui si collega l’utente: chi visita Google Maps DAL PAKISTAN veda i confini del territorio del Kashmir segnati da una linea tratteggiata, poco più scura delle linee tratteggiate che delimitano le regioni all’interno degli stati; gli utenti che utilizzano il servizio DALL’INDIA vedono invece il confine segnato da una linea continua, che indica l’inclusione completa del territorio all’interno dei confini indiani. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020)

   Perché nessun sistema economico può essere in discrasia, e non in armonia, con il sistema culturale in cui è inserito: e il mondo è ora più che mai unico nella sua globalità oramai acquisita, riconosciuta (e le specificità, culturali, linguistiche, etniche, comportamentali… le apprezzeremo meglio senza aver bisogno di frontiere).

barriera di confine tra India e Bangladesh (foto da http://www.dagospia.com/)

   Su questo il pensiero geografico, la GEOGRAFIA, dovrà fare la sua parte: convincere i riottosi a rivedere le loro chiusure mentali sul volere frontiere rigide, sul (addirittura) cercare di mettere su (come sta accadendo da qualche anno) NUOVI MURI di separazione. Questo non esclude (anzi) politiche armoniose di ripartizione territoriale, di solidarietà e cooperazione tra governi e istituzioni extranazionali che dovranno contare di più.

Mappa della Crimea vista dalla Russia – Google mostra due confini diversi per la penisola della CRIMEA agli utenti ucraini e russi. La penisola, che nel 2014 fu occupata e annessa dalla Russia, viene infatti mostrata AGLI UTENTI UCRAINI delimitata da una linea tratteggiata, a rimarcare la disputa che è ancora in corso. Agli utenti che accedono a Google Maps DALLA RUSSIA, invece, la Crimea viene mostrata divisa dall’Ucraina da una linea continua, di fatto come se fosse un territorio separato. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020)

   E il tutto in un PROGETTO FEDERALISTA che individui la “giusta mano” per decidere ogni questione: un potere locale per un problema territoriale limitato al singolo luogo, un potere europeo, mondiale, per problemi di più globale portata, come IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA PACE in alcune aree mondiali in crisi, e, appunto, possibili grandi PROBLEMATICHE SANITARIE che possono accadere, come quella attuale….

SAHARA OCCIDENTALE (mappa da Wikipedia) – Gli UTENTI MAROCCHINI, cercando una mappa del proprio paese, troveranno una nazione intera, mentre quelli che si connettono da altri paesi vedranno una linea tratteggiata che divide la parte settentrionale del paese dal SAHARA OCCIDENTALE, una regione di 266 mila chilometri quadrati che si trova a sud e che confina principalmente con la Mauritania. Il Sahara Occidentale è il più grande territorio non autonomo del mondo riconosciuto dalle Nazioni Unite, ed è conteso da anni sia dal Marocco che dal FRONTE POLISARIO (abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), un’organizzazione militare e politica che rappresenta il popolo Sahrawi, l’insieme dei gruppi tribali locali che reclamano la sua indipendenza. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020

   In questo post dedichiamo anche una buona parte a una CARTOGRAFIA FRA STATI che ora deve fare i conti con pericolosi dissidi territoriali in merito ai confini, e di come Organismi cartografici internazionali (come Google, ma anche strutture più di base, come OpenStreetMap…) devono purtroppo fare i conti, adeguarsi alle contese tra Stati, cercare di “accontentare tutti”: atteggiamento secondo noi a questo punto necessario, virtuoso (per non rinfocolare contrasti…), ma ancora una volta che mostra che i confini e le frontiere meritano di essere superate dal buon senso. (s.m.)

PALESTINA West_Bank_& Gaza_Map (da WIKIPEDIA) – IL CASO DELICATO DELLA PALESTINA – diversi giornali internazionali hanno ripreso la voce secondo cui Google avrebbe rimosso il nome “Palestina” dallo stato palestinese nella sua popolare applicazione Google Maps. La notizia è stata diffusa dal gruppo di giornalisti di Gaza, il Forum of Palestinians Journalists, che in un comunicato del 3 agosto ha sostenuto che Google avesse cancellato l’etichetta “Palestina” sin dal 25 luglio. Decine di media del Medio Oriente hanno parlato della notizia e moltissime persone ne hanno parlato sui social network. LA NOTIZIA PERÒ È FALSA. L’ETICHETTA “PALESTINA” SEMPLICEMENTE NON È MAI ESISTITA: l’equivoco può essere nato dal fatto che da qualche tempo sono sparite da Google Maps le etichette “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza”, che identificano le due parti in cui è diviso lo stato palestinese. Non è chiaro da quando siano sparite: Google ha attribuito l’errore a “un bug” e promesso di rimediare in fretta. La questione è particolarmente delicata: quella fra Israele e Palestina è probabilmente la disputa territoriale più famosa al mondo, e già in passato altre mappe o rappresentazioni grafiche di quei territori sono state criticate perché ritenute scorrette o faziose. (da https://www.ilpost.it/ del 12/8/2016)

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QUELL’ERRORE DI CREDERE FINITO IL MONDO GLOBALIZZATO

di Alessandro Orsini, da “Il Gazzettino” del 19/3/2020

La fase che verrà

   Il coronavirus porrà un freno alla globalizzazione. Gli Stati sospendono i voli e chiudono i confini. Quando il virus sarà sconfitto, il mondo non sarà più lo stesso. Questa, in sintesi, è la tesi prevalente, che ha l’aspetto di un articolo di fede.

   Non esiste infatti nessuna evidenza che induca a una simile conclusione. Il disastro di Chernobyl del 1986 creò una situazione più tragica di quella attuale. A differenza del coronavirus, Chernobyl non infettò soltanto le persone, ma tutto il creato. Se osserviamo l’evoluzione dell’economia mondiale, i dati non lasciano dubbi: dopo Chernobyl, la globalizzazione è diventata più impetuosa e non si riesce a capire perché mai il coronavirus dovrebbe segnare la sua fine, in che modo e con quali finalità.

   La tesi della fine della globalizzazione è come la tesi della fine della storia, elaborata da Francis Fukuyama dopo il crollo del comunismo: radicata nell’immaginazione. È, invece, una tesi opposta che vogliamo presentare e cioè che il coronavirus creerà, molto probabilmente, una crescita della globalizzazione, invece della sua riduzione.

   In primo luogo, il coronavirus ci sta abituando al lavoro da casa che, se si radicherà in virtù dell’abitudine, consentirà alle imprese di ridurre gli stipendi di molti dipendenti. Una cosa è ricevere 1700 euro al mese in cambio della presenza quotidiana in ufficio, che richiede spese di trasporto e pranzi fuori casa, ma anche per accudire figli e genitori anziani, altro è pretenderli per lavorare da casa. Se però lo stipendio diminuisce, i lavoratori dovranno ingegnarsi per guadagnare di più e un mercato globale accresce le probabilità di “arrotondare”.

   Se Milano commercia con tutto il mondo, le probabilità crescono; se commercia soltanto con l’Italia, diminuiscono. Vale anche per le università: perché mai gli studenti dovrebbero pagare le stesse rette, se i professori registrano le proprie lezioni e le rendono disponibili online? Molte registrazioni sarebbero utilizzabili per anni senza aggiornamenti. Il diritto penale resterà lo stesso e la teoria di Einstein non cambierà. Gli studenti graveranno di meno sulle strutture, riducendo i costi d’illuminazione e molto altro. La conseguenza è che le università italiane dovranno parlare sempre di più in inglese e globalizzarsi per raggiungere nuovi mercati e compensare la riduzione delle entrate.

   Potremmo aggiungere decine di esempi, ma preferiamo arrivare al punto: nessun sistema economico può durare a lungo se non è in armonia con il sistema culturale in cui è inserito. I sistemi economici sono modellati soprattutto dalle norme giuridiche, che non possono scontrarsi con i valori dominanti. È dimostrato dalla Cina, che ha inventato un capitalismo a propria immagine e somiglianza.

   Il capitalismo della Cina è diverso da quello degli Stati Uniti perché diverse sono le loro culture politiche. Allo stesso modo, il capitalismo europeo è diverso da quello americano perché europei e americani hanno culture politiche simili, ma diverse. Questo aiuta a comprendere come mai l’assistenza sanitaria sia gratuita in Italia e negli Stati Uniti no.

   Indizi non trascurabili inducono a ritenere che, una volta sconfitto il coronavirus, la cultura della globalizzazione si sarà rafforzata rispetto alla cultura nazionalista. La lotta contro il virus richiede di restringere i confini, è vero, ma impone, nel contempo, una crescita della solidarietà e della cooperazione tra i governi, immortalata dall’arrivo dei medici cinesi a Roma per aiutare gli italiani. La foto di quei cinesi sorridenti è globalista mica nazionalista.

   La crescita della solidarietà si esprimerà, per forza di cose, ovvero per esigenze sistemiche, anche nei provvedimenti della Banca centrale europea, soprattutto dopo l’improvvida dichiarazione di Christine Lagarde – che ha fatto schizzare lo spread di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Francia – poi ritrattata per paura di essere sfiduciata. Se l’Italia fosse l’unico Paese europeo a combattere contro il virus, la cooperazione non sarebbe così intensa.

   Ma il virus colpisce senza distinzioni di nazionalità e impone all’Europa di adottare misure nell’interesse di tutti. Come dimostra la rivolta di Hong Kong, nessuna economia può prosperare a lungo se vive in contrasto con la cultura in cui è immersa, e non è escluso che il coronavirus finisca per promuovere più la cultura delle società aperte che delle società chiuse. Se la cultura sarà globale, il mercato non potrà essere nazionale. (Alessandro Orsini)

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FRANCO FARINELLI

IL CONFINE GEOMETRICO: INTERVISTA AL GEOGRAFO PROF. FRANCO FARINELLI (del 9 gennaio 2018):

https://www.facebook.com/BalcaniCaucaso/videos/10156043147298044/

(DA Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa)

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COME GOOGLE MAPS MOSTRA I CONFINI DEI TERRITORI CONTESTATI

– Con versioni diverse a seconda del paese da cui si accede al servizio: succede per esempio con il Kashmir indiano e la Crimea –da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020

   Google Maps è un servizio usato ogni giorno da milioni di persone per cercare mappe e informazioni geografiche di vario tipo e, in un certo senso, ha preso il posto dei vecchi atlanti per chi vuole farsi un’idea di come sia fatto il mondo. Come diversi servizi di Google, però, anche Google Maps non mostra le stesse cose a tutti gli utenti dei diversi paesi del mondo: è una scelta che può diventare un problema, soprattutto per quanto riguarda temi particolarmente divisivi come quello dei confini.

   SULLA QUESTIONE DEI DIVERSI CONFINI MOSTRATI DA GOOGLE MAPS se n’è scritto parecchio negli ultimi anni, e di recente ne ha parlato anche il Washington Post.

   Il Washington Post, per esempio, ha mostrato come AGLI UTENTI DI INDIA E PAKISTAN VENGANO MOSTRATE MAPPE DIVERSE SULLA REGIONE DEL KASHMIR INDIANO. Il Kashmir indiano (il cui nome formale è Jammu e Kashmir) è uno stato indiano a maggioranza musulmana che si trova al confine con il Pakistan, ed è oggetto di un’antica disputa territoriale tra i due paesi. Sia India che Pakistan ne rivendicano la sovranità, e fino allo scorso agosto lo stato aveva goduto di uno “status speciale”, che era stabilito nella Costituzione indiana e che dava molta autonomia al governo locale.

   Proprio a causa del fatto che si tratta di un territorio contestato tra due paesi, Google mostra mappe diverse a seconda del paese da cui si collega l’utente.

   Succede così che chi visita Google Maps dal Pakistan veda i confini del territorio del Kashmir segnati da una linea tratteggiata, poco più scura delle linee tratteggiate che delimitano le regioni all’interno degli stati; gli utenti che utilizzano il servizio dall’India vedono invece il confine segnato da una linea continua, che indica l’inclusione completa del territorio all’interno dei confini indiani.

   Non è la prima volta che succede una cosa del genere e già anni fa aveva fatto molto discutere la decisione di Google di mostrare due confini diversi per la penisola della CRIMEA agli utenti ucraini e russi.

La penisola, che nel 2014 fu occupata e annessa dalla Russia, viene infatti mostrata agli utenti ucraini delimitata da una linea tratteggiata, a rimarcare la disputa che è ancora in corso. Agli utenti che accedono a Google Maps dalla Russia, invece, la Crimea viene mostrata divisa dall’Ucraina da una linea continua, di fatto come se fosse un territorio separato.

   QUELLI DEL KASHMIR E DELLA CRIMEA NON SONO GLI UNICI ESEMPI di territori contestati che vengono mostrati da Google Maps in modo differente a seconda del luogo da cui ci si connette.

   Gli UTENTI MAROCCHINI, per esempio, cercando una mappa del proprio paese, troveranno una nazione intera, mentre quelli che si connettono da altri paesi vedranno una linea tratteggiata che divide la parte settentrionale del paese dal SAHARA OCCIDENTALE, una regione di 266 mila chilometri quadrati che si trova a sud e che confina principalmente con la Mauritania.

Il Sahara Occidentale è il più grande territorio non autonomo del mondo riconosciuto dalle Nazioni Unite, ed è conteso da anni sia dal Marocco che dal Fronte Polisario (abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), un’organizzazione militare e politica che rappresenta il popolo Sahrawi, l’insieme dei gruppi tribali locali che reclamano la sua indipendenza.

Ci sono poi altri casi in cui le differenze mostrate in Google Maps non riguardano tanto i confini, quanto il nome assegnato a determinati territori.

Le ISOLE FALKLAND, territorio d’oltremare britannico che nel 1982 fu oggetto di una guerra tra Argentina e Regno Unito, vinta dai britannici, sono mostrate agli utenti argentini anche con il nome spagnolo di ISLAS MALVINAS; agli utenti che si connettono dal Regno Unito questo nome non appare.

Un’altra disputa riguarda il MARE DEL GIAPPONE, il nome con cui è conosciuto in tutto il mondo il mare su cui si affacciano Giappone, Corea del Nord, Corea del Sud e Russia. Da tempo c’è una discussione attorno a come chiamare questo mare, con la Corea del Sud che sostiene che il nome più giusto da usare sia MARE ORIENTALE, cioè il nome con cui era conosciuto fino all’inizio del dominio giapponese sulla Corea, nel 1910. Così agli utenti che utilizzano Google Maps dalla Corea del Sud il mare non appare con il nome Mare del Giappone, bensì come Mare Orientale.

   Google ha spiegato che nel decidere quali nomi adottare si consulta con il Gruppo di Esperti delle Nazioni Unite in materia di Nomi Geografici (GENUNG), mentre per quanto riguarda i confini segue le legislazioni locali.

   «Il nostro obiettivo è fornire una mappa il più accurata e completa possibile, sulla base dell’evidenza», ha detto Ethan Russell, direttore del product management di Google. «Restiamo neutrali sulle questioni che riguardano le regioni contestate e i confini, e facciamo ogni sforzo possibile per mostrare oggettivamente sulle mappe queste controversie, utilizzando una linea grigia tratteggiata. Nei paesi in cui disponiamo di versioni locali di Google Maps, seguiamo la legislazione locale quando mostriamo nomi e confini». (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020)

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Coronavirus / Chinatown / Milano, Via Paolo Sarpi

CORONAVIRUS, SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI: LA COMUNITÀ CINESE REGALA MASCHERINE IN STRADA

da http://www.milanotoday.it/, 18/3/2020

– Iniziativa del centro culturale cinese con le autorità della provincia dello Zhejiang –

   Milano e Cina, vicine più che mai. Martedì mattina alcuni volontari del centro culturale cinese della Chinatown meneghina hanno distribuito in strada mascherine e guanti in una città che sta facendo sempre più i conti con l’emergenza Coronavirus, che solo in Lombardia ha già fatto registrare già oltre 16mila contagi e più di 1.600 morti.

   I kit sono stati regalati in via Paolo Sarpi, storico cuore “cinese” sotto la Madonnina, a chiunque lo chiedesse.

   Mascherine e guanti sono stati regalati dalle autorità della provincia dello Zhejiang, da dove arriva la maggior parte dei cinesi che oggi vivono in Italia e in Europa. Da lì sono state donate all’Italia complessivamente oltre 31 tonnellate di merci, 1.638 scatoloni di materiali medicali.

Dalla Cina volo con 10 tonnellate di materiale sanitario

Mercoledì pomeriggio, poi, a Milano atterra un aereo da Shangai carico di 10 tonnellate di materiale sanitario donato da alcune province cinesi all’Italia.

   Ad annunciarlo, con un post pubblicato su Facebook martedì, è stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. “Lo sforzo che l’Italia sta sostenendo in queste settimane è grandissimo. E come Governo abbiamo il dovere di dare risposte concrete, soprattutto verso medici, infermieri e operatori sociosanitari che 24 ore su 24 sono in prima linea a combattere l’emergenza Coronavirus. Domani pomeriggio – ha scritto il ministro grillino – arriverà a Milano, da Shanghai, un volo cargo con circa 10 tonnellate di materiale sanitario”.

   A bordo ci saranno “30 ventilatori polmonari, 400mila mascherine, 60mila kit diagnostici, farmaci, 5.500 tute protettive, 6.700 occhiali protettivi e molto altro. Aiuti che si vanno ad aggiungere a quelli già arrivati nei giorni scorsi” a Roma e martedì mattina a Milano con una donazione della Croce rossa cinese. 

A Milano in arrivo medici dalla Cina

Non solo materiale sanitario. Perché – ha spiegato lo stesso Di Maio – “l’aereo trasporterà anche due gruppi di medici, infermieri ed esperti cinesi che, a seguito delle intese siglate tra i ministeri degli Esteri, della Salute e le Regioni Lombardia e Toscana, si recheranno a Firenze e Milano”, dove continua la lotta per trovare posti in terapia intensiva.

   E nei prossimi giorni la staffetta di solidarietà si ripeterà un’altra volta. “Inoltre – ha sottolineato Di Maio – partirà un altro volo cargo per la Cina che porterà in Italia altri 100 ventilatori polmonari e almeno altri 2 milioni di mascherine, in parte già acquistate dalla Protezione Civile e dal commissario straordinario per le strutture ospedaliere, in parte oggetto di donazioni”.

   “Mentre dalla Germania – ha concluso il ministro – sono in arrivo oltre 1.500 tute mediche destinate agli ospedali della Lombardia. L’Italia non è sola e oggi tutto il mondo deve parlare una sola lingua: quella dell’umanità”. (da http://www.milanotoday.it/, 18/3/2020)

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CONFINI

I CONFINI NELLA SOCIETÀ LIQUIDA

di Gian Marco Moisé, 27/2/2018, da https://www.eastjournal.net/

La parola confine deriva dal latino, e indica la finitezza propria delle cose terrene. Ed è proprio alla delimitazione dei terreni, dei territori che il confine fa riferimento. Fin dal principio i confini sono stati politici, perché sebbene la parola “politica” sia stata inventata dagli antichi Greci, con questo termine si intendeva l’essere elemento attivo di una comunità che i confini dovevano delimitare. Quindi il confine nasce come operazione arbitraria di semplificazione per la protezione e gestione di persone e risorse.

Gli effimeri confini politici

I confini sono un fenomeno temporaneo determinato dalla velocità dei cambiamenti politici. Nel 2014, nel giro di un mese il territorio ucraino è cambiato a favore della Federazione Russa con l’annessione della Crimea. All’opposto, durante la Prima Guerra Mondiale, la battaglia di Verdun ha preso la vita di 700.000 soldati senza che il fronte cambiasse in maniera sostanziale, dimostrando quanto i limiti possano essere inamovibili.

Il confine può avere valore fisico, come nel caso della recinzione fatta erigere dal primo ministro ungherese Orbán per evitare che i migranti affollassero le campagne ungheresi. Eppure il confine può essere impercettibile, come nel tratto stradale tra Trieste e Lubiana, dove a farti presente che stai cambiando territorio restano un paio di cartelli e il messaggio della compagnia telefonica sulle nuove tariffe e addebiti.

I confini possono essere puramente teorici. Sappiamo che ci sono, ma non dove siano, come nel caso del tuttora indeciso confine tra le montagne del Kosovo e del Montenegro. I confini possono essere contesi, proclamati e rafforzati, ma nascono sempre da un atto d’imposizione. Ed è proprio quest’arbitrarietà a generare violenza.

I confini nella società liquida

Oggi abbiamo realmente bisogno di frontiere rigide? Abbiamo bisogno di protezione dai nemici che arrivano dall’esterno? O i nemici si possono trovare anche all’interno della comunità? Da cosa ci stiamo proteggendo?

Comprendere le ragioni storiche dei confini significa comprendere la nostra storia, e il valore del nostro ruolo individuale all’interno delle comunità. Con questa rubrica, East Journal analizzerà alcuni dei confini politici dell’Europa contemporanea per mettere in luce la falsità degli stereotipi nazionalisti, e andando oltre le semplificazioni, mostrare le complesse sfumature delle identità comunitarie.

Siamo naturalmente predisposti a comprendere le cose più concrete e semplici e meno le astrazioni. Un concetto semplice quanto quello di giustizia può risultare vago, ma se la giustizia fosse interpretata come una lealtà per un gruppo più grande, forse potremmo davvero incominciare a pensare senza limitazioni.

Forse è giunto il momento di capire che i confini, come qualsiasi concetto terreno hanno un valore relativo, spesso simbolico, e la loro forza non consiste nella loro rigidità quanto piuttosto nella loro flessibilità e liquidità. Senza muri si potrebbe apprezzare meglio la bellezza delle sfumature. (Gian Marco Moisé)

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L’UNIONE EUROPEA HA CHIUSO I SUOI CONFINI E SOSPESO SCHENGEN PER 30 GIORNI

di Albachiara Re, da WIRED.IT del 17/3/2020 (https://www.wired.it/)

Dalle 12 di martedì 17 marzo, per il prossimo mese, saranno sospesi tutti i viaggi all’interno e all’esterno della zona di libera circolazione. L’Europa torna indietro di 35 anni per combattere il coronavirus

   L’emergenza sanitaria per la diffusione del virus Sars-Cov-2 è arrivata in Europa al suo punto di svolta, forse quello più critico. Il presidente francese Emmanuel Macron, durante un discorso ai cittadini francesi sui nuovi provvedimenti anti contagio, ha annunciato la decisione dell’Unione europea di chiudere le frontiere dell’area Schengen. A partire dalle 12 di oggi, martedì 17 marzo, per i seguenti 30 giorni “tutti i viaggi tra i paesi non europei ed europei saranno sospesi”. Fanno eccezione – come ha aggiunto, in seguito, la presidentessa della commissione europea Ursula von der Leyen – i cittadini europei che si mettono in moto per tornare a casa, il personale sanitario e  i ricercatori, così da “non appesantire ulteriormente i sistemi sanitari”.

Come funziona il trattato di Schengen

Il trattato è una delle conquiste più importanti dell’Unione europea da quando è entrato in vigore, nel 1985. Vi aderiscono 26 stati (22 membri altri 4 non membri) e crea una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono aboliti. Concretamente, quindi, all’interno di questa zona nel perimetro degli stati membri i cittadini e le merci possono muoversi in piena autonomia. In circostanze eccezionali, il trattato può prevedere delle deroghe o può essere sospeso per un massimo di due mesi. Le prime sono state ampiamente impiegate per contrastare la minaccia terrorismo, aumentando i controlli delle persone in transito nell’area. Per la prima volta si è presentata la seconda opzione, riportando il continente indietro di 35 anni.

   Questa decisione aggiunge un ulteriore tassello a una situazione che, di fatto, stava impedendo la piena applicazione del trattato di Schengen. Come riporta il Guardian, finora sono già 10 i paesi che hanno ripristinato i controlli alle frontiere (Austria, Ungheria, Repubblica ceca, Danimarca, Polonia, Lituania, Estonia, Germania, Svizzera e Norvegia). E a questi, da poco, s’è aggiunta la Spagna e, presto, potrebbe essere il turno anche della Slovenia.

   Di fronte a uno scenario simile, l’Europa potrebbe trovarsi totalmente impreparata. Stiamo parlando, infatti, di un meccanismo di circolazione molto consolidato, soprattutto a livello economico e questo potrebbe portare, nello scenario peggiore, a una paralisi del sistema.

Cosa potrebbe accadere

   Eric Mamer, portavoce della Commissione europea, ha delineato un quadro abbastanza preoccupante su ciò che è accaduto con l’introduzione dei primi controlli alle frontiere. “Abbiamo prove di chilometri e chilometri di code in alcuni posti di frontiera” – si legge dal sito d’approfondimento Politico – “con camion che non sono stati in grado di passare a causa dei controlli”. Per scongiurare problemi nel trasporto di merci di approvvigionamento, la Ue è corsa ai ripari. La presidentessa von der Leyen ha proposto “corsie rapide, preferenziali, per il trasporto di medicinali ed equipaggiamenti medici, cibo e servizi essenziali. È vitale per noi mantenere la continuità del trasporto delle merci”.

   Salvaguardare i vari mercati interni è una delle soluzioni per consentire che beni di prima necessità siano sempre disponibili in ogni paese, ma di fronte a una crisi sanitaria così diffusa e grave è necessario che vi sia la collaborazione di tutti gli stati membri. La Commissione ha dettato le linee guida: vedremo quanto saranno rispettate e cosa accadrà nei prossimi giorni. (Albachiara Re, da WIRED.IT del 17/3/2020 https://www.wired.it/)

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GOOGLE MAPS E LA “POLITICA DELL’AMICIZIA”: MAPPE DIFFERENZIATE PER I TERRITORI CONTESI. MA VALE SOLO PER RUSSIA, CINA E INDIA

di Giuseppe Putignano, 26/9/2016, da “Il Fatto Quotidiano”

(https://www.ilfattoquotidiano.it/)

– La visualizzazione di territori come Crimea e Kashmir, sul più utilizzato sito cartografico al mondo, cambia a seconda dello Stato in cui si trova chi osserva. Ma il “servizio” non vale per tutti. Molte le controversie, tra cui la mancata individuazione della Palestina. Da Mountain View informano che viene fatto “il possibile per riprodurre in maniera oggettiva i territori contesi. Laddove disponiamo di versioni locali di Maps, seguiamo le norme locali su denominazioni e confini” –

   A chi appartiene la Crimea? Dipende. Quali sono i confini del Kashmir? Dipende. Questa almeno la risposta di Google Maps, il servizio di mappe online più consultato al mondo. Dipende da chi pone la domanda. E’ la cosiddetta “politica dell’amicizia” di Google: accontentare l’osservatore, ovunque esso si trovi. Eppure Google non si prende la stessa cura di tutti gli amici. Ad essere trattati con i guanti sono pochi. Le mappe personalizzate, in eccezione a quanto riconosciuto dalla comunità internazionale e alle regole della cartografia contemporanea, non riguardano infatti tutti i territori contesi del mondo (riassunti qui in un lungo elenco della Cia), ma essenzialmente quelli che coinvolgono tre superpotenze in particolare: Russia, India e Cina.

   Una disparità di trattamento che crea una lunga serie di controversie cartografiche, ma soprattutto politiche. Una, la più delicata, riguarda la Palestina, che appare come un territorio conteso da dovunque esso si cerchi, anche da un computer di Ramallah. “Google Maps fa il possibile per riprodurre in maniera oggettiva i territori contesi – fa sapere dopo uno scambio di email un portavoce del colosso di Mountain View a ilfattoquotidiano.it – laddove disponiamo di versioni locali di Maps, seguiamo le norme locali su denominazioni e confini”. Una posizione legittima, perché si tratta della scelta di un’azienda privata, ma che crea estrema confusione.

   “Per quanto riguarda la Crimea (contesa tra Federazione Russa e Ucraina) e il Kashmir (conteso da India, Pakistan e Cina), Google non fa che seguire le linee guida della sua “diplomazia” che consiste, in estrema sintesi, nell’elaborare “mappe personalizzate” per le regioni contese”, spiega Paolo Wulzer, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, a cui ilfattoquotidiano.it ha sottoposto le mappe.

   “Si tratta di una sorta di “regionalizzazione” del prodotto, o di “politica dell’amicizia” come l’ha definita qualche esperto, che riflette l’idea di dare ad ogni Paese la rappresentazione più favorevole di se stesso, e non quella riconosciuta all’interno della comunità internazionale”. In tutti gli altri casi “Google sembra invece ispirarsi alle regole della cartografia contemporanea, che prevedono che una modifica territoriale possa entrare a far parte di una mappa ufficiale solo dopo il riconoscimento dell’Onu“.

Come funziona la politica dell’amicizia di Google? Un esempio

Se uno studente di geografia, in Russia, scorre il mappamondo di Google Maps e si sofferma sulla Crimea la vede inequivocabilmente come un territorio russo. Se invece la cerca da un computer di Kiev, gli appare ucraina, anche se una leggerissima linea tratteggiata, al confine della penisola sul Mar Nero, gli ricorda che da quelle parti ci deve essere qualcosa che non va. Se studia in qualsiasi altra parte del mondo, tipo l’Italia (fate un tentativo), diversi trattini molto marcati gli faranno immediatamente capire che, per la comunità internazionale, la Crimea è un territorio conteso: russo solo per i russi, ucraino per tutti gli altri Stati membri dell’ONU. Questa regola vale per i territori contesi di Russia, India e Cina, non per tutti gli altri.

Tutti i casi di mappe personalizzate

Nel dettaglio, oltre alla Crimea, emergono altri casi rilevanti: diversi territori del Kashmir (la zona più “calda” secondo la Cia, perché contesa da tre potenze nucleari come India, Cina e Pakistan), l’Aksai Chin e la Shaksam Valley, riconosciuti ufficialmente come territori cinesi; il Jammu e Kashmir ufficialmente indiano; l’ Azad Kashmir e alcune altre aree nel nord, ufficialmente del Pakistan; la regione Arunachal Pradesh, che la Cina riconosce come parte del Tibet, ma è ufficialmente uno stato indiano; il saliente di Chumbi, una piccola regione nel nord del Bhutan, contesta da Bhutan e Cina; le Isole Spratly, rivendicate da Cina, Malesia, Taiwan, Filippine e Vietnam. I confini di questi territori vengono visualizzati in maniera diversa, a seconda dello Stato (interessato dal conflitto) da cui vengono osservati. Se cercati da un paese “neutro” appaiono palesemente contesi.

Il Kosovo è conteso per tutti

Ma cosa succede se si confrontano queste disposizioni con le centinaia di altri casi di territori contesi nel mondo? Si prenda l’esempio del Kosovo. Un kosovaro, a prescindere che visualizzi il suo paese da un computer di Pristina o da qualsiasi altro luogo, vede il suo stato come un territorio sì conteso ma parte integrante della Serbia. Nonostante la sua indipendenza, proclamata nel 2008, sia stata riconosciuta da 115 stati membri dell’Onu. Google non va incontro ai desiderata della popolazione locale, come avviene in Russia, India e Cina. Questo è uno dei casi in cui, come spiega Wulzer, Google si ispira alle regole della cartografia contemporanea, che contemplano una modifica territoriale in una mappa ufficiale solo dopo il riconoscimento dell’ONU.

Il caso delicato della Palestina

Ma se il criterio discriminante fosse solo il riconoscimento dell’ONU, salterebbe immediatamente all’occhio la situazione controversa della Palestina, che dell’ONU è osservatore permanente come stato non membro, ed è rappresentata nell’assemblea dall’Autorità Nazionale Palestinese, oltre ad essere riconosciuta come stato indipendente da circa 120 paesi. Il modo in cui Google rappresenta i confini della Palestina è identico a quello con cui tratta il Kosovo, nonostante, commenta il professor Wulzer, si tratti di “situazioni diverse sul piano giuridico, ma direi anche sul piano politico”. Anzi, per i kosovari è possibile leggere il nome del proprio Stato sul proprio territorio, per i palestinesi no. L’assenza del nome “Palestina” sulla mappa ha provocato recenti polemiche e proteste in tutto il mondo, ma si è trattato di un equivoco: al contrario di quanto denunciato il nome non è mai stato rimosso, bensì mai inserito.

I territori che meritano di essere “rossi” e quelli che no

Ulteriori anomalie si rilevano utilizzando il motore di ricerca interno a Google Maps. Secondo la prassi, se cercati, i territori di tutti gli Stati, le regioni e i comuni riconosciuti dalla comunità internazionale diventano rossi. Stando a questa ratio, la Palestina non viene quindi individuata ma la striscia di Gaza, intesa come regione di Israele, sì. Fin qui la logica regge. Ma poi cercando ad esempio l’Abkhazia, regione della Georgia rivendicata dalla Russia, e Stato indipendente riconosciuto da 6 membri dell’Onu, la mappa porta nel luogo desiderato ma senza indicarne il nome né evidenziarne in rosso il territorio. Stesso trattamento riservato a situazioni geopolitiche molto diverse, come il Somaliland, stato autoproclamatosi indipendente dalla Somalia ma non riconosciuto da nessuno, o la Transnistria, ex soviet ufficialmente territorio della Moldova, ma in realtà sotto il controllo di un’operazione di peacekeeping dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea composta di truppe moldove, transnistriane, russe e ucraine. Ancora diversa la situazione per il Nagorno-Karabakh, zona contesa tra Armenia e Azerbaijan, che ha proclamato la propria indipendenza, e per Maps neppure esiste: non ne sono evidenziati i confini, non è indicata sulla mappa e se cercata non è neppure individuata.

Mountain View: “Facciamo il possibile per essere oggettivi”

La versione ufficiale fornita a ilfattoquotidiano.it dalla California spiega che “Google consulta un ampio numero di fonti cartografiche quando deve decidere come raffigurare paesi e territori. Google Maps fa il possibile per riprodurre in maniera oggettiva i territori contesi. Il prodotto Maps globale riflette i confini contesi, ove possibile. Laddove disponiamo di versioni locali di Maps, seguiamo le norme locali su denominazioni e confini”. Inoltre Google rimanda all’elenco delle note legali dove tutti gli utenti possono verificare, stato per stato, dove Maps recuperi le informazioni cartografiche offerte. La differenza tra i diversi modi di rappresentare i confini è invece presente in una guida: la linea è netta per quelli riconosciuti pacificamente da tutti, punteggiata per quelli definiti da trattati in divenire o solo temporanei, tratteggiata per quelli contesi. Alla domanda, più volte sollecitata, se vi siano o vi siano state pressioni da parte di alcuni governi per ottenere modifiche specifiche non è stata fornita risposta.

Il commento dell’esperto: “Google dovrebbe essere più accorta per tre motivi”

“La politica di Mountain View in questo campo riflette le legittime scelte aziendali di una compagnia privata” commenta al termine della sua analisi il professor Wulzer. “In generale, sottolineerei almeno tre fattori che dovrebbero imporre più accortezza a Google. In primo luogo, Google negli ultimi anni ha monopolizzato il settore delle mappe online, e rappresenta il più importante ed utilizzato servizio in questo campo. In secondo luogo, il valore politico delle mappe che da sempre, nella storia, non sono mai stato un prodotto neutro o oggettivo. Infine, si tratta di una compagnia statunitense, e questo finisce per dare una particolare valenza geopolitica al suo servizio”. (Giuseppe Putignano, 26/9/2016, da “Il Fatto Quotidiano”  –https://www.ilfattoquotidiano.it/)

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RUSSIA

L’INCESSANTE QUESTIONE DEL CONFINE INDEFINITO TRA RUSSIA ED ESTONIA

di Raffaele Mastrorocco, 4/12/2019, da https://www.eastjournal.net/

   La questione della ratificazione del confine russo-estone è tornata recentemente al centro delle relazioni tra Mosca e Tallinn dopo che il 18 novembre Sergei Belyayev, diplomatico russo, intervistato per RIA Novosti ha ribadito la posizione di Mosca, affermando che la Russia è pronta a firmare il trattato sul contestato confine a patto che l’Estonia abbandoni le sue rivendicazioni territoriali, illegittime agli occhi del Cremlino. La risposta del Riigikogu, il parlamento estone, non ha tardato ad arrivare, rappresentata dal portavoce Henn Põlluaas che non si è risparmiato di accusare la Russia di aver annesso il 5% del territorio estone.

   “Non avendo alcuna base storica né giuridica, la dichiarazione è stata fatta a scopo provocatorio”. È così che la portavoce del ministero degli Esteri russo Zakharova chiarisce la posizione di Mosca sulle recenti affermazioni provenienti da Tallinn. Per il momento, Zakharova ha avuto l’ultima parola in una discussione che in realtà ha portato pochi nuovi risvolti sulla vicenda, in quanto entrambe le parti si sono limitate a ripetere posizioni già sostenute in altre occasioni, alimentando un fuoco per il solo gusto di tenerlo vivo.

   Per comprendere come mai l’Estonia sia l’unico membro della Nato a non aver ratificato i propri confini con la Russia e perché questa circostanza continui a essere oggetto di contesa tra Tallinn e Mosca, bisogna fare riferimento alla fondazione dell’Estonia come stato-nazione risalente al 1920 con il trattato di Tartu.

   Il trattato di Tartu del 1920 venne firmato in seguito alla guerra di indipendenza estone che vide le forze nazionaliste del paese schierarsi contro quelle bolsceviche della repubblica socialista russa. Sancì l’indipendenza dell’Estonia dopo secoli di dominio zarista, ma il paese poté godere della sua nuova condizione solamente per un ventennio, prima di cadere in mano sovietica dal 1940 al 1941 e poi dal 1944 fino a che, con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, dichiarò la propria indipendenza insieme a Lettonia e Lituania. Il problema del confine russo-estone nasce in questo contesto; mentre l’Estonia riconosce i confini dichiarati nel trattato di Tartu, in quanto prima formazione dello stato estone, la Russia riconosce quelli stabiliti dopo il 1991. Questo ha fatto sì che il nuovo confine de facto vedesse alcuni territori, riconosciuti dal trattato del 1920 come parte integrante dell’Estonia, passare alla Federazione russa. I territori interessati includono a sud-est dello stato baltico la città di Petseri (in russo, Pechory) e la sponda occidentale del lago Peipus, mentre a nord-est la parte orientale del fiume Narva, comprendente la città di Jaanilinn, o l’odierna russa Ivangorod. Per il popolo estone, il trattato di pace è la pietra miliare che pone le basi per il riconoscimento dell’Estonia come stato e le rivendicazioni su questi territori trovano così legalità internazionale e giustificazione storica. D’altra parte, Mosca basa le proprie argomentazioni sulle condizioni attuali, insistendo sulla prevalenza della popolazione russa nell’area. Inoltre, la posizione russa può trovare spiegazione nel fatto che all’inizio del 1991 la Russia si trovò coinvolta in 73 dispute territoriali riguardanti i propri confini, che per altro non godevano di alcun riconoscimento nei trattati internazionali, e per questo qualsiasi concessione territoriale avrebbe implicato l’obbligo di doverne fare delle altre, a spese di Mosca (Claes Levinsson, The Long Shadow of History, 2006). Nonostante ciò, l’Estonia fece la prima mossa nel 1992 lanciando un appello al suo vicino orientale di ritirare le guardie di frontiera fino ai confini stabiliti dal trattato di pace di Tartu, sollecitazione fermamente respinta dal Cremlino che accusò Tallinn di avanzare rivendicazioni territoriali ingiustificate. La situazione si aggravò quando la Russia, senza il consenso dell’Estonia, decise di stabilire la linea di confine della Russia socialista come quella ufficiale della nuova Federazione russa. Da allora, Tallinn accusa Mosca di aver annesso parte del suo territorio.

In ogni caso, il parlamento estone ha cercato in più occasioni di riaprire il dialogo con il Cremlino, ma non avendo un forte supporto della comunità internazionale negli anni ’90 la questione non vide alcun risvolto concreto. Con l’accesso dell’Estonia nell’Unione Europea il problema della ratificazione tornò ad essere affrontato in quanto Bruxelles richiedeva agli stati candidati di non avere dispute territoriali con i propri vicini. Nel 2005 sembrò che entrambi i paesi fossero pronti a firmare la ratificazione dei confini, quando la Russia si tirò indietro dopo che l’Estonia aveva aggiunto un preambolo che si riferiva all’occupazione sovietica e al trattato di Tartu. Da quel momento la situazione è rimasta pressoché invariata, anche se le posizioni del Riigikogu sembravano essersi ammorbidite dopo il 2014.

Tuttavia, recentemente la questione è tornata a essere dibattuta in un contesto particolare per l’Estonia. Infatti, il nuovo governo di coalizione tripartitica eletto la scorsa primavera non ha una chiara posizione sulla Russia: si divide tra il Partito di Centro del primo ministro Juri Ratas, quello conservatore di Isamaa e quello di estrema destra EKRE. Quest’ultimo ha linee apertamente russofobe e lo scorso maggio il suo leader Mart Helme ha paragonato la situazione estone a quella dell’occupazione russa dei territori in Ucraina e in Georgia. Mentre Isamaa ha posizioni diffidenti ma più miti, il primo ministro estone sostiene che un certo grado di Realpolitik sia necessario nei rapporti con la Russia e che bisogna guardare alla situazione attuale del confine, così facendo ammiccando implicitamente alla possibilità di accettare la posizione di Mosca.

Le affermazioni di Belyayev e il conseguente botta e risposta tra Estonia e Russia non hanno fatto che ribadire le posizioni già note di entrambe le parti. L’elemento di novità è rappresentato dalla voce ostile di EKRE che si pone come principale difensore del trattato di Tartu e che duramente dichiara che il non riconoscimento dei confini stabiliti nel 1920 indica il non riconoscimento russo dello stato moderno estone; tuttavia, queste posizioni sono fortemente mitigate dalla spinta centrista di Ratas, che invece dichiara che il paese è pronto ad andare avanti con l’accordo. Anche a causa di questa divisione politica interna, l’Estonia non è capace di imporsi con la controparte russa, che sminuisce continuamente le posizioni di Tallinn ripetendo che il trattato ha smesso di essere in funzione quando l’Estonia entrò a far parte della struttura dell’Unione Sovietica.

In una partita in cui le posizioni russe sembrano irremovibili e le dichiarazioni estoni sono definite “provocatorie e assurde” e non utili a migliorare le relazioni bilaterali tra i due paesi, come affermato da Zakharova, Tallinn dovrebbe ritrovare l’unità politica sulla questione in modo tale da ripensare il proprio approccio nel porre fine a questa ciclica rivendicazione territoriale.

(Raffaele Mastrorocco, 4/12/2019,  da https://www.eastjournal.net/)

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CRIMEA, PER APPLE È TERRITORIO RUSSO. L’UCRAINA ACCUSA: “NON VI CURATE DEL NOSTRO DOLORE”

da “Il Fatto Quotidiano” del 28/11/2020 (https://www.ilfattoquotidiano.it/)

– La penisola fa parte della Federazione guidata da Putin solo se l’accesso alla app maps avviene dalla Russia. Per gli altri Paese è territorio di nessuno. Già Google Maps si era posto il problema tempo fa, risolto adottando la “politica dell’amicizia”: accontentare l’osservatore, ovunque esso si trovi –

   La Crimea è territorio conteso da Russia e Ucraina anche sul web. Questa volta è toccato ad Apple: il colosso statunitense sulla sua applicazione di mappe ha riconosciuto la Crimea come parte della Federazione Russa, ma solo se l’accesso alla app viene effettuato all’interno dei confini russi. La penisola, invece, per gli altri Paesi sarebbe territorio di nessuno. Apple così cede alla richiesta della Duma, il parlamento russo.

   Scelta non condivisa dall’Ucraina che accusa il gigante americano, che non ha ancora commentato, di “non curarsi” del suo “dolore“. “Lasciami spiegare nei tuoi termini, Apple – ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri ucraino Vadim Prystaiko – Immagina che tu stia urlando che il tuo design e le tue idee, anni di lavoro e parte del tuo cuore, sono stati rubati dal tuo peggior nemico, ma che dopo qualcuno, ignorante, non si curi del tuo dolore. Ecco come ci si sente quando definisci la Crimea terra russa”.

   Prima di Apple era toccato a Google Maps porsi il problema: nel 2014 la Crimea si era dichiarata indipendente dalla Ucraina e, nello stesso anno, a seguito di un referendum considerato illegale e non valido dalla comunità internazionale, è stata annessa alla Federazione russa con il nome di Repubblica di Crimea. Da qui la difficoltà nel disegnare i confini sul web: se si consulta il mappamondo di Google, la Crimea risulta territorio russo solo se, anche in questo caso, a consultarlo è un cittadino che vive in Russia.

   E ancora: se invece la ricerca avvenisse da un computer di Kiev, apparirebbe una leggerissima linea tratteggiata sul confine tra la penisola e il Mar Nero. Dall’Italia, come in tutti gli altri Paese, la Crimea, infine, è divisa dall’Ucraina da trattini molto marcati come a voler sottolineare che si tratta di un territorio conteso.

   Un comportamento che segue le regole della “politica dell’amicizia“: accontentare l’osservatore, ovunque esso si trovi. Con un’eccezione: queste mappe personalizzate non riguardano tutti i territori contesi del mondo, ma essenzialmente quelli che coinvolgono le tre superpotenze asiatiche. Ovvero: Russia, India e Cina. (da “Il Fatto Quotidiano” del 28/11/2020 – https://www.ilfattoquotidiano.it/)

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Frontiere: OLTRE I CONFINI ANCHE LE BARRIERE (I MURI)

IL MONDO DIVISO DA 70 BARRIERE: MA NESSUNA È INESPUGNABILE

di Danilo Taino, da “Il Corriere della Sera” del 6/7/2019

– La corsa a creare muri al confine tra gli Stati sembra inarrestabile. Alla caduta della Cortina di Ferro si contavano 15 muri di confine. Oggi sono 70 (più 7 in costruzione). «Una reazione alla globalizzazione» –

   Al confine con il BANGLADESH, la polizia indiana ha la mano pesante. Le statistiche dicono che almeno un centinaio di persone vengono uccise ogni anno mentre cercano di passare illegalmente, o con poca attenzione, il muro di filo spinato che divide i due Paesi. Felani Khatun, una ragazza di 15 anni, bangladese, lavorava come domestica a Delhi. Il padre le aveva organizzato un matrimonio in patria ed era andato a prenderla nella capitale indiana. Non avevano documenti regolari e, tornando, decisero di scavalcare il muro con una scala a pioli. Era il 7 gennaio 2011: il padre passò per primo; Felani, seguendolo, rimase impigliata nel filo spinato; le guardie indiane la notarono e aprirono il fuoco. La fotografia della ragazza crivellata di colpi, a cavallo della barriera, camicia rossa e pantaloni blu, fece il giro del mondo. Era l’International Border 947, nella parte Nord del Bengala Occidentale: il corpo rimase appeso agli uncini per un giorno intero. Storie di muri, come ce ne sono tante. Qualche anno prima, sempre nel West Bengala ma più a Sud, nella zona di Basirhat, mi capitò di incontrare un contadino: indiano ma in realtà abitante di una terra di nessuno.

Il confine tra India e Bangladesh, al tempo Pakistan Orientale, fu tracciato con pressapochismo da Cyril Radcliffe, che al momento dell’indipendenza del subcontinente dall’impero britannico presiedeva il comitato che tracciò le linee di frontiera nella Partition tra India e Pakistan. A Est, la Radcliffe Line ha diviso intere comunità, addirittura famiglie. Ma fino agli Anni Ottanta attraverso la linea di frontiera si circolava con non troppa difficoltà. Poi, però, Delhi ha deciso di costruire il muro, la fence di filo spinato: gli accordi erano che non si poteva tirarla su se non a 150 metri dal confine, e così fecero gli ingegneri indiani. Successe però che nella striscia tra il muro di ferro acuminato e il confine con il Bangladesh rimasero una quantità di abitazioni: ancora oggi almeno 90 mila persone vivono in questa striscia, interrotta solo quando il confine è segnato dai fiumi. «Ogni giorno che devo andare al mercato o dal medico devo presentare i documenti alle guardie dei cancelli», raccontava il contadino. E, naturalmente, nella terra di nessuno niente servizi, niente acqua e niente elettricità. Il governo di Delhi spiega l’infinito muro — 3.287 chilometri e non è mai terminato — con la necessità di controllare l’immigrazione, di bloccare i terroristi e di impedire il contrabbando di bovini. Quanto funzioni e quale ne sia il costo, in termini di manutenzione e di vite umane, è questione controversa.

È che ogni barriera di confine non è solo un manufatto inerte: mette in moto dinamiche politiche, sociali, economiche, ambientali difficili da prevedere e controllare. Ciò nonostante, la corsa a tirare su i muri è in pieno svolgimento. La dichiarazione d’intenti più recente e più vicina è quella del ministro Matteo Salvini che non ha escluso la necessità di alzare «barriere fisiche» sulla frontiera tra Italia e Slovenia per fermare l’immigrazione incontrollata. Il progetto più discusso è invece quello di Donald Trump al confine tra Stati Uniti e Messico.

È che viviamo tempi nuovi. Nel 1987, a Berlino Ovest, il presidente Ronald Reagan pronunciò il famoso discorso «Mister Gorbaciov, tiri giù questo muro». In effetti, due anni dopo il Berliner Mauer si sgretolò: sembrava che tutti i muri dovessero crollare, che le frontiere si annullassero, che il mondo fosse finalmente piatto, senza ostacoli da superare. Che la Storia fosse finita, come decretò Francis Fukuyama. Non è stato così. Nel 1990, alla caduta della Cortina di Ferro (il più grande muro politico e fisico mai visto), si contavano 15 barriere di confine, una decina in più di quelle in essere alla fine della seconda guerra mondiale. Oggi ce ne sono settanta e almeno altre sette sono in via di realizzazione o già finanziate. Non è finita la Storia e non è finita nemmeno la geografia: il mondo non è piatto, è sempre più punteggiato da frontiere dure, di cemento e filo spinato, e tecnologiche, telecamere e droni.

Elisabeth Vallet, docente di Geografia all’università del Québec a Montréal ha condotto quello che è probabilmente lo studio più approfondito sulla moltiplicazione dei muri, sulle ragioni per cui sono eretti e sulla loro efficacia. È lei che ne ha contati settanta più i sette in preparazione (sono solo le barriere non mobili, puntualizza). Ed è il suo studio che è stato citato da Trump per dire che tutto il mondo alza muri, non si capisce perché lui non dovrebbe farlo. In realtà, chiarisce Vallet, il presidente ha omesso la seconda parte del suo studio, cioè che queste barriere non funzionano, che sono «una reazione alla globalizzazione». Fatto sta che la mappa dei tanti muri di confine è sorprendente, per dove sono e per le ragioni per le quali sono stati alzati.

Il Botswana, per dire, ha costruito uno sbarramento elettrificato lungo 500 chilometri con lo Zimbabwe dopo un’epidemia di afta epizootica che nel 2003 ha colpito centinaia di allevamenti e forse veniva dal Paese vicino. Vicino che, invece, accusa il Botswana di averlo tirato su per fermare i migranti. Come che sia, la corrente elettrica non è mai stata attivata ma la barriera rimane. Sul filo spinato tra il Sudafrica e il Mozambico, invece, l’elettricità correva a 3.500 volt — localmente era chiamato «serpente di fuoco» — e negli Anni Novanta ha ucciso centinaia di mozambicani che fuggivano dalla guerra civile. Più a Nord, il Sahara Occidentale è attraversato da un muro alto tre metri e lungo 2.600 chilometri formato da sabbia e attrezzato con filo spinato, radar, bunker, chilometri di campi minati e guardato da centomila soldati. Lo ha voluto il Marocco per frenare gli attacchi del Fronte Polisario. Poco si sa anche della barriera a cinque file che l’Arabia Saudita ha eretto sul confine con l’Iraq dopo il 2014, per bloccare i terroristi dell’Isis. Un altro lo sta costruendo alla frontiera con lo Yemen.

A rovescio è invece il muro di una decina di chilometri che l’Egitto ha costruito, con l’aiuto di Washington, per isolarsi dalla striscia di Gaza: si sviluppa sotto terra, per bloccare i tunnel che Hamas ha costruito a scopo di contrabbando e per importare armi. Qualcosa del genere sta facendo Israele sul suo di confine con la Striscia di Gaza, per impedire il rifornimento ad Hamas e per fermarne le infiltrazioni militari nel suo territorio. Molti altri sono stati costruiti negli anni: il più famoso e maggiormente militarizzato, quello che divide Nord e Sud della Corea sul 38° parallelo. Tutto questo, per molti versi è storia. Qualche volta con risultati decenti, altre volte con fallimenti totali: la Grande Muraglia rallentò ma non fermò gli assalti mongoli alla Cina; la Linea Maginot, il complesso di difese che la Francia innalzò negli Anni Trenta come barriera difensiva contro la Germania, fu superata a Nord dagli eserciti di Hitler.

I muri più recenti sono però cronaca, attualità. E a guardare il complesso di quanto è successo e sta succedendo le sorprese sono ancora maggiori. Dagli Anni Novanta a oggi, gli Stati membri dell’Unione europea e dell’Area Schengen hanno tirato su quasi mille chilometri di muri (senza contare le operazioni di pattugliamento e respingimento in mare), secondo uno studio dello spagnolo Centre Delas. Nel primo decennio dopo la caduta del Muro di Berlino, le barriere alzate sono state due; nel 2015, anno della grande ondata di immigrati, il salto fu da cinque a 12; fino alle 15 del 2017. Dei 28 membri della Ue, dieci hanno alzato muri: Ungheria, Bulgaria, Slovenia, Austria, Grecia, Spagna, Lituania, Estonia, Lettonia, Regno Unito. Se si escludono i tre Paesi Baltici, che stanno costruendo barriere di difesa ai confini con la Russia (la Lituania con l’exclave di Kaliningrad), tutte le altre costruzioni sono state giustificate dalla necessità di fermare o rallentare i flussi di migranti. Prima quelli in arrivo dalla ex Jugoslavia, poi quelli spinti dalle guerre in Siria, Iraq, Libia, molti dei quali arrivavano dalla rotta dei Balcani. Fino agli immigrati che tentano di passare in Gran Bretagna da Calais — dove i britannici hanno alzato una barriera — attraverso il tunnel sotto la Manica. Fortezza Europa, dice lo studio del centro Delas: sigillata alle frontiere esterne.

I movimenti migratori, insomma, sono diventati la ragione principale per la quale i governi alzano muri o — come in Australia in modo inflessibile e nel Mediterraneo con meno determinazione — schierano le navi. Gli esperti per lo più sostengono che, così come in guerra i muri sono serviti a poco e al giorno d’oggi servono a nulla, anche per fermare gli immigrati non funzionano molto. In realtà, la rotta balcanica è stata chiusa. È però vero che chi vuole arrivare in Europa cerca altre strade. E qui c’è un punto importante: più è difficile passare un confine, più chi lo vuole superare deve prendere dei rischi. Se il motivo per il quale ha deciso di emigrare è forte — fuggire da una guerra o dalla miseria — calcolerà il pericolo che corre rispetto a quanto rischia rimanendo nel luogo di partenza.

La questione muri che si moltiplicano è dunque complicata. Non sono particolarmente efficienti. In gran parte dei casi sono un’iniziativa di propaganda dei governi per mostrare che fanno qualcosa: si tagliano nastri. Al contrario di quanto dice Trump del «beautiful wall» con il Messico, non sono una visione edificante. Sono però un elemento ricorrente nella storia quando le popolazioni si sentono insicure: ingenuo rigettarli su basi ideologiche. Raphael Cohen, un esperto dell’americana Rand Corporation e insegnante alla Georgetown University di Washington, sostiene che in alcuni casi sono utili in quanto «ostacoli di rallentamento». Ma «nessun muro storico si è dimostrato inespugnabile», aggiunge. Possono essere strumenti tattici: ad alto costo, come racconta la sorte della giovane Felani. La strategia, però, è un’altra cosa. (Danilo Taino)

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CONFINE TRA LA RUSSIA E L’UCRAINA

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

   Il confine tra la Russia e l’Ucraina descrive la linea di demarcazione tra questi due stati. Ha una lunghezza di 1.576 km.  Dispute sui confini sono ancora in corso dalla caduta dell’Impero russo nel 1917.

   Dalla primavera del 2014, la frontiere è stata nuovamente compromessa a causa dell’intervento militare russo in Ucraina. Secondo il capo della Guardia di Frontiera Ucraina Viktor Nazarenko, Kiev non ha il controllo su 409,3 km di confine con la Russia.

   Questa porzione è ora controllata dalla REPUBBLICA POPOLARE DI DONETSK e dalla REPUBBLICA POPOLARE DI LUGANSK. A causa di varie vicissitudini, l’Ucraina non ha più il controllo sullo STRETTO DI KERČ’ e sulla CRIMEA. Più o meno nello stesso periodo in cui ciò è avvenuto, la Federazione Russa ha creato posti di blocco lungo il confine amministrativo ucraino tra Crimea e Oblast’ di Cherson.

   Nel 2014, il governo ucraino ha svelato un piano per la costruzione di un sistema di mura difensive lungo il confine con la Russia, denominato “Progetto Muro”. Il costo ammonterebbe a circa 520 milioni di dollari e richiederebbe quattro anni per essere completato. I lavori per la sua costruzione sono stati avviati nel 2015.

   Il 1º gennaio 2018, l’Ucraina ha introdotto controlli biometrici per i russi che entrano nel paese. Il 22 marzo 2018 il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato un decreto che imponeva ai cittadini russi di comunicare in anticipo alle autorità ucraine le ragioni del loro viaggio in Ucraina.[5] Il 7 novembre 2018 il Codice Penale ucraino è stato modificato al fine di rendere l’attraversamento illegale della frontiera in Ucraina “per danneggiare l’interesse del paese” punibile con la reclusione fino a tre anni.

Dal 30 novembre 2018 l’Ucraina vieta a tutti gli uomini russi di età compresa tra 16 e 60 anni di entrare nel Paese, eccezion fatta che per fini umanitari. (da https://it.wikipedia.org

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