Possibili cause CLIMATICO-GEOGRAFICHE al VIRUS? E dopo l’attenuarsi della pandemia, QUALE SVILUPPO e ricostruzione per l’Italia, l’Europa, il Mondo? – Ci sarà ancora la lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO?…Con geo-politiche ecologiche concrete e nuovi stili di vita? Oppure tutto sarà come prima?

(immagine da http://www.tempostretto.it/) – “(…) Qualcuno l’ha ribattezzata la “CINTURA DEL CORONAVIRUS”. Si tratta di quella FASCIA, di colore verde, nella quale “COVID-19” STA PROLIFERANDO IN MANIERA “ESPONENZIALE”. I ricercatori dell’UNIVERSITÀ DEL MARYLAND, appartenenti al GLOBAL VIRUS NETWORK, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una INTERESSANTE CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE E LE CARATTERISTICHE CLIMATICHE DELLE ZONE IN CUI SI È MANIFESTATO. Il risultato è che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ definiscono precisamente UNO STRETTO CORRIDOIO COMPRESO TRA 30 E 50 GRADI DI LATITUDINE NORD, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%. Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con LE PIÙ GRAVI EPIDEMIE CHE HANNO INVESTITO LA CINA, L’IRAN, L’ITALIA E LA COREA DEL SUD. (…) (”Daniele Ingemi, 16/3/2020, da https://www.tempostretto.it/)

   Tra le varie ipotesi al diffondersi di questa pandemia da “coronavirus”, che pressoché sta interessando tutto il pianeta (ma alcune aree geografiche “di più”), vi è, tra quelle più accreditate, il cambiamento climatico e lo stravolgimento arrivato a livelli irreversibili degli equilibri nel rapporto tra popolazioni e ambienti naturali di vita: foreste e risorse naturali scarnificate dall’uomo; inurbamento demografico arrivato a livelli elevatissimi e senza significative politiche urbane contro l’inquinamento atmosferico e l’uso dissennato delle risorse naturali (acqua, aria, biomasse…).

WWF: «PANDEMIE, L’EFFETTO BOOMERANG DELLA DISTRUZIONE DEGLI ECOSISTEMI», di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli (consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro). Il LINK: https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm

   Per ora sembra, innanzitutto, essere stata individuata la causa scatenante del virus su tutta la popolazione (cosa non da poco!): cioè il possibile contagio da pipistrello a uomo. Contagio diretto o mediato da un altro animale (uno spillover è l’animale mediatore del patogeno, “Spillover” è anche il titolo di un celeberrimo libro del 2012 di David Quammen ora tornato assai in voga). E quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, tutto questo processo viene chiamato una “ZOONOSI”.

da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm

   Questo pare accaduto nel mercato di WUHAN (la più grande città della Cina centrale, megalopoli di 11 milioni di residenti), mercato di animali vivi, in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento; e che da lì sia iniziata la trasmissione del virus da specie a specie. Pertanto è riconosciuto il fatto che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. Uno sventramento della “foresta” e dei suoi equilibri (anche nei patogeni degli animali selvatici), e l’introduzione nelle città-megalopoli di mercati con elementi incontrollati, fuori di ogni normalità, igiene, controllo sanitario efficace.

la deforestazione dell’Amazzonia (foto da http://www.quotidiano.net/) – Gli squilibri e i totali sventramenti della natura e delle sue regole, ha fatto sì che ci sia stata la “conquista della foresta” distruggendo o tentando di farlo ogni biodiversità che, peraltro, tutelava noi stessi anche da fenomeni letali come questi virus ora in noi, e dall’altra l’inurbamento eccessivo totale, senza regole, ha contribuito a uno squilibrio di cui abbiamo le cause e gli effetti adesso in primis con gli evidenti cambiamenti climatici, l’inquinamento, il surriscaldamento della biosfera. E le malattie da un’introiezione violenta con l’alimentazione di specie animali anche sconosciute.

   E qui veniamo al dunque, cioè del riconoscere indubitabile che la causa scatenante della pandemia è stata data appunto da un disequilibrio totale dell’ecosistema (la foresta sventrata e l’inurbamento di massa di milioni di persone con mercati e servizi incontrollabili); con ripercussioni globali (viviamo in un mondo “unico villaggio” che, come si dice adesso, anche i virus si spostano con gli aerei in poche ore…). che porta alla perdita della biodiversità, ad accelerati cambiamenti climatici, alle alterazioni degli habitat naturali (e in tutto questo ci può stare la diffusione delle zoonosi, ovvero le malattie trasmessa dagli altri animali all’uomo).

   E’ questa anche la tesi del WWF, che in un suo lucido RAPPORTO di queste settimane ( https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm), partendo dal fatto che vi è stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano, dimostra che tutto è strettamente legato ai mutamenti di clima e da azioni umane: appunto, come si diceva, deforestazione, e dall’altra inurbamento sempre più massiccio della popolazione mondiale concentrata nelle città – metropoli – megalopoli.

“(….) Il Rapporto del 2019 dell’IPBES, il COMITATO INTERNAZIONALE E INTERGOVERNATIVO SCIENZA-POLITICA che per conto dell’ONU si occupa di BIODIVERSITÀ e ECOSISTEMI, parla chiaro: il 75% DELL’AMBIENTE TERRESTRE e circa il 66% DI QUELLO MARINO SONO STATI MODIFICATI in modo significativo e circa 1 MILIONE DI SPECIE ANIMALI E VEGETALI, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, SONO A RISCHIO ESTINZIONE. Dati che fanno il paio con quelli del LIVING PLANET REPORT del WWF del 2018, (https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/lpr_2018_ita_highlights_1.pdf ) che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati.(….)” (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   E’ così che, sottolinea il Rapporto del WWF, se le principali epidemie degli ultimi anni sono (tutte) di origine animale; se ad influire nella loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio; se la deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di queste biodiversità tra animali selvatici e uomo (animali che mantenevano una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano); se la conquista umana di tutto ciò che è “selvatico” anche all’interno delle foreste ha aumentato il rischio del contagio (nel caso cinese catturando pure queste specie di animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi); SE TUTTO QUESTO ACCADE (ed è accaduto) la TESI AMBIENTALISTA (che qui condividiamo) è che all’origine della situazione (assai dura) che ora ci troviamo a vivere, deriva dall’azione scellerata dell’uomo; con conseguenza della nostra necessaria attuale segregazione per non diffondere il virus, come contemporaneamente stiamo vivendo negli ultimi anni gli effetti evidenti negativi del CAMBIAMENTO CLIMATICO.

(foto da https://www.lettera43.it/ UNA MANIFESTAIONE DEI FRIDAYS FOR FUTURE) – 3 marzo 2020: LA COMMISSIONE EUROPEA LANCIA LA LEGGE EUROPEA SUL CLIMA proponendo l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’Ue di RAGGIUNGERE ENTRO IL 2050 UN LIVELLO NETTO DI EMISSIONI CLIMALTERANTI PARI A ZERO. “Parole vuote”, “obiettivi lontani”, un testo che “ignora i dati scientifici”, in pratica “una resa”: a bocciare la proposta è la giovane attivista GRETA THUNBERG e tutto il movimento FRIDAYS FOR FUTURE

   È poi interessante andare a vedere la tesi di alcuni ricercatori dell’UNIVERSITÀ del MARYLAND, che hanno stabilito una CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE e le CARATTERISTICHE CLIMATICHE delle zone in cui si è manifestato il virus in modo più virulento. Secondo questi studiosi americani il virus si è manifestato “più forte” su tre caratteristiche omogenee: cioè dal fatto che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ nelle aree fortemente colpite dal virus, SONO LE STESSE, e definiscono geograficamente e precisamente uno STRETTO CORRIDOIO GEOGRAFICO compreso tra 30 e 50 gradi di LATITUDINE NORD, dove le TEMPERATURE MEDIE si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’UMIDITÀ relativa fra il 47% e il 79%. Proprio in questa STRETTA FASCIA CLIMATICA il coronavirus si è diffuso in modo molto forte, con le più gravi epidemie che hanno investito la CINA, l’IRAN, l’ITALIA e la COREA DEL SUD (in quella stessa fascia di latitudine troviamo Wuhan, la Corea del sud, l’Iran, la pianura padana, Madrid e parte della Spagna, New York…).

(da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm) – “(…) E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale.(…) (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   Osservazioni interessante (e che finora la comunità scientifica non smentisce, peraltro giustamente impegnata ad affrontare e ricercare sbocchi immediati all’emergenza…), ma che, in ogni caso, fanno capire che il “DOPO EPIDEMIA” (quando avverrà, non lo sappiamo bene…) non potrà (dovrà) essere quello di un ritorno alla “normalità” accantonando ogni promessa di lotta al cambiamento climatico in tutte le aree geopolitiche del pianeta (in primis la nostra Unione Europea).

   Sennò, l’ipotesi ricorrente è quella che, finita la pandemia, tutto tornerà come prima? Torneremo ad essere liberi di inquinare, spostarsi, viaggiare, consumare allo stesso modo? …se esiste un nesso tra il drastico cambiamento climatico (cui ne eravamo edotti ben prima di quanto sta accadendo) e la diffusione del coronavirus, è assai probabile che di qui a poco ci troveremo in nuove situazioni simili, pandemiche, di diffusione di una nuova peste. Se la causa può essere lo sconvolgimento degli equilibri umani sulla natura, sarebbe (è necessario) mettere in atto pratiche virtuose in modo da non incorrere definitivamente nell’autodistruzione umana sul nostro pianeta.

“LE TRAPPOLE DEL CLIMA. E come evitarle”, di GIANNI SILVESTRINI, G. B. ZORZOLI (edizioni Ambiente, marzo 2020, pagg. 200, euro 19,00) – “(…) Letto ai tempi del coronavirus, “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” FA UN CERTO EFFETTO per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti. EMISSIONI CHE CRESCONO, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi. (…) NE “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” SILVESTRINI E ZORZOLI CI GUIDANO LUNGO UN SENTIERO CHE ATTRAVERSA PAESAGGI VIA VIA PIÙ DRAMMATICI, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo. (…) Occorre allora ESSERE CAPACI DI DARE L’ESEMPIO E DIMOSTRARE CHE GLI STILI DI VITA E IL MODELLO ECONOMICO, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi SIANO MIGLIORI DI QUELLI DI PRIMA e che siano appetibili per tutti. Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano ALEXANDER LANGER: “LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale. Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto (…)” (FEDERICO M. BUTERA, da QUALENERGIA.IT https://www.qualenergia.it/ del 17/3/2020)

   In questo senso poco tempo fa, ricordiamo, la Commissione europea ha presentato il suo piano per un GREEN DEAL EUROPEO, e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare tutte le emissioni di CO2 entro il 2050. Questi progetti sono stati largamente criticati da tutti quelli che credono che siano insufficienti perché a troppa lunga scadenza (il 2050 è un impegno troppo lontano, serve vedere cose pratiche di riduzione dell’inquinamento adesso!). Pertanto provvedimenti che speriamo siano appunto accelerati, o (ipotesi minimissima) perlomeno confermati (e non accantonati com’è il rischio che accada con il pretesto della crisi economica che sicuramente ci sarà, e come probabilmente chiederanno alcuni Stati membri). Un “RICOMINICIARE” che abbia al centro della politica investimenti pubblici straordinari (che ormai tutti gli economisti giudicano necessari), ma investimenti che siano “verdi”; e azioni geopolitiche globali (di tutte le aree geografiche del mondo); e di nuovi STILI DI VITA (come dovremmo individualmente desiderare e volere) per salvare il pianeta e la vita su di esso. (s.m.)

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“SPILLOVER” di DAVID QUAMMEN – Adelphi, 2012, euro 19,50 – Ogni lettore reagirà in modo diverso alle scene che DAVID QUAMMEN racconta seguendo da vicino i cacciatori di virus cui questo libro è dedicato, quindi entrerà con uno spirito diverso nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nel folto della foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi, e apparentemente inoffensivi, gorilla. Ma quando scoprirà che ciascuno di quegli animali, come i maiali, le zanzare o gli scimpanzé che si incontrano in altre pagine, può essere il vettore della prossima pandemia – di NIPAH, EBOLA, SARS, o di VIRUS DORMIENTI e ancora solo in parte conosciuti, che un piccolo SPILLOVER può trasmettere all’uomo -, ogni lettore risponderà allo stesso modo: non riuscirà più a dormire, o almeno non prima di avere letto il racconto di QUAMMEN fino all’ultima riga. E a quel punto, forse, deciderà di ricominciarlo daccapo, sperando di capire se a provocare il prossimo Big One – la prossima grande epidemia –sarà davvero Ebola, o un’altra entità ancora innominata. – DAVID QUAMMEN è autore, oltre che di celebrati reportage per «NATIONAL GEOGRAPHIC» e altre riviste che gli hanno valso per ben tre volte il NATIONAL MAGAZINE AWARD, di numerosi libri. Di lui ADELPHI ha pubblicato ALLA RICERCA DEL PREDATORE ALFA (2005). SPILLOVER è uscito per la prima volta nel 2012 (sempre da Adelphi in Italia). – «QUANDO UN PATOGENO FA IL SALTO DA UN ANIMALE A UN ESSERE UMANO e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, SIAMO IN PRESENZA DI UNA “ZOONOSI”. «È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’INFLUENZA AVIARIA o SUINA, sulla SARS e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. Ci aiuta a capire perché la scienza medica e la sanità pubblica sono riuscite a debellare terribili malattie come il VAIOLO e la POLIOMIELITE ma non altre come la dengue e la febbre gialla. Ci racconta un dettaglio essenziale sull’origine dell’AIDS. ZOONOSI è una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. «EBOLA è una ZOONOSI, come la PESTE BUBBONICA. Lo era anche la cosiddetta INFLUENZA SPAGNOLA del 1918-19 … Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il VAIOLO DELLE SCIMMIE, la TUBERCOLOSI BOVINA, la MALATTIA DI LYME, la FEBBRE EMORRAGICA DEL NILO…». In copertina: Volpe volante delle Comore. Foto di Tim Flach.

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IL CORONAVIRUS POTREBBE NON ESSERE UNA BUONA NOTIZIA PER IL CLIMA

di Gabriele Crescente, 19/3/2020, da INTERNAZIONALE (https://www.internazionale.it/ )

   All’inizio di marzo, quando su internet hanno cominciato a circolare le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione delle emissioni di biossido d’azoto provocata dagli effetti del nuovo coronavirus in Cina, molti hanno pensato che questa terribile crisi avrebbe potuto avere almeno un effetto positivo: fermare (o almeno rallentare notevolmente) il cambiamento climatico.

   Le emissioni di gas serra sono direttamente legate alle attività produttive e ai trasporti, ed entrambe le cose sono state fortemente ridotte dalle limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia.

   A febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019: duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno dall’Egitto.

   Tra l’altro, secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo.

  Il rallentamento dell’economia globale potrebbe avere effetti ancora più consistenti. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, nel peggiore degli scenari presi in esame la pandemia potrebbe ridurre la crescita del pil globale nel 2020 dal 3 per cento all’1,5 per cento. Su The Conversation, Glen Peters del Center for International Climate and Environment Research ha calcolato che questo potrebbe comportare una riduzione delle emissioni di anidride carbonica dell’1,2 per cento rispetto al 2019. Visto che dopo la pubblicazione delle stime dell’Ocse le prospettive economiche sono ulteriormente peggiorate, il calo delle emissioni potrebbe essere ancora più marcato.

   Ma se a prima vista questa può sembrare una buona notizia per il clima, le cose appaiono molto diverse se si guarda oltre il breve periodo.Come nota lo stesso Peters, tutte le recenti crisi economiche (gli shock petroliferi degli anni settanta, il crollo del blocco sovietico, la crisi finanziaria asiatica degli anni novanta) sono state accompagnate da riduzioni delle emissioni – anzi, le crisi economiche sono state gli unici momenti nella storia recente dell’umanità in cui la crescita costante delle emissioni si è interrotta.

   Ogni volta, però, il calo è stato di breve durata, e la ripresa economica ha portato con sé un aumento delle emissioni. Nel 2009 la crisi finanziaria ha provocato una riduzione del pil globale dello 0,1 per cento e un calo delle emissioni di anidride carbonica dell’1,2 per cento. Anche in quel caso molti parlarono di una possibile svolta nella crisi climatica. Ma nel 2010 le misure di stimolo economico provocarono un aumento del 5,1 per cento nelle emissioni, molto più rapido che negli anni precedenti la crisi.

   Il motivo è che l’andamento delle emissioni non dipende solo da quello dell’economia globale, ma anche dalla cosiddetta intensità di emissione, cioè la quantità di gas serra emessa per ogni unità di ricchezza prodotta. Normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo per effetto del progresso tecnologico, dell’efficienza energetica e della diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Ma durante i periodi di crisi questa riduzione può rallentare o interrompersi. I governi hanno meno risorse da investire nei progetti virtuosi e le misure di stimolo tendono a favorire la ripresa delle attività produttive tradizionali.

   Se come molti temono la Cina dovesse rilanciare la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia, a medio termine gli effetti negativi potrebbero cancellare qualunque miglioramento dovuto al calo delle emissioni.

   Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, ha avvertito che la crisi economica prodotta dalla pandemia potrebbe avere conseguenze disastrose per la transizione energetica globale. Il 70 per cento degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche. Per questo, avverte Birol, è essenziale che le misure di stimolo diano la precedenza all’economia verde. Inoltre i governi potrebbero approfittare del crollo del prezzo del petrolio per ridurre i sussidi pubblici agli idrocarburi senza provocare grosse reazioni, e investire quelle risorse nella sanità.

Il ruolo dell’Europa
Recentemente la Commissione europea ha presentato il suo piano per un green deal europeo e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare le emissioni nette entro il 2050. Questi progetti non dovrebbero essere accantonati con il pretesto della crisi economica, come probabilmente chiederanno alcuni stati membri, ma essere messi al centro della politica di investimenti pubblici straordinari che ormai tutti gli economisti giudicano necessaria.

   Inoltre l’Europa avrà la responsabilità di mantenere in piedi i negoziati internazionali sulla riduzione delle emissioni nonostante il caos. La pandemia ha già provocato la cancellazione di alcuni incontri preliminari alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrebbe svolgersi a GLASGOW a novembre, e non è escluso che la conferenza stessa possa essere rinviata. In ogni caso, la lotta al cambiamento climatico scenderà parecchio nella percezione delle priorità globali, e servirà un impegno diplomatico ancora più deciso per evitare un fallimento.

   Sotto questo aspetto, però, la pandemia potrebbe davvero offrire un’opportunità imprevista. Fino a poche settimane fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia statunitense avrebbe potuto impedire la rielezione di Donald Trump alle presidenziali di novembre. Ora quel rallentamento è praticamente certo. Se questo dovesse contribuire a portare alla Casa Bianca un presidente deciso ad annullare l’uscita dagli accordi di Parigi e a riprendere il ruolo di primo piano avuto da Barack Obama nei negoziati internazionali, la crisi del nuovo coronavirus potrebbe avere almeno un effetto duraturo sull’emergenza climatica. (Gabriele Crescente, 19/3/2020, da https://www.internazionale.it/)

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CORONAVIRUS E ALTRE EPIDEMIE: PERCHÉ SONO LEGATE AI CAMBIAMENTI CLIMATICI E ALLA PERDITA DI BIODIVERSITÀ

di Alessandro Sala, da https://www.corriere.it/, 17/3/2020

– C’è una relazione diretta tra le conseguenze dell’azione dell’uomo e la diffusione di malattie devastanti come l’attuale pandemia. Il report del Wwf sul «boomerang» della distruzione degli ecosistemi –

   C’è uno stretto legame tra la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, le alterazioni degli habitat naturali e la diffusione delle ZOONOSI, ovvero le malattie trasmesse dagli altri animali all’uomo e di cui anche l’attuale coronavirus che è diventato pandemia fa parte.

   E per capirlo basterebbe pensare al PANGOLINO. Forse non tutti lo conoscono, soprattutto alle nostre latitudini, ma questo mammifero insettivoro che ha il corpo ricoperto da scaglie che assomigliano ad una corazza da samurai, è una delle specie più a rischio che esistano. Tutte le sue otto varianti sono considerate in via di estinzione dallo Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, e la ragione di questo è da ricercare nel commercio illegale.

   Antiche credenze hanno fatto diventare questo curioso animaletto un ricercatissimo (e redditizio) oggetto del desiderio, sulla base della credenza anti-scientifica che le sue scaglie e la sua carne possano avere miracolosi poteri taumaturgici e afrodisiaci. Che c’entra dunque il pangolino? Secondo alcuni studi potrebbe essere stato proprio lui la specie «ospite» che ha consentito il transito del coronavirus dal pipistrello all’uomo.

Il report del Wwf

Non tutti gli studi sono concordi sul ruolo del pagolino come vettore, gli italiani dell’Università Campus Bio-Medico di Roma tendono per esempio a scagionarlo. Ma sono state trovate corrispondenze tra il genoma del virus Sars-Cov-2 e quelle dei pangolini comprese tra l’85,5 e il 92,4% degli esemplari esaminati. E anche qualora non fosse lui il «taxi» che ha consentito il passaggio dal pipistrello all’uomo — il cosiddetto spillover raccontato anche nell’omonimo libro del 2012 di DAVID QUAMMEN — quello su cui tutti non hanno dubbi è il fatto che vi sia stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano.

   Un passaggio che, sottolinea un report del Wwf pubblicato nei giorni scorsi — «Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi», a cura di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli e con anche la consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro – è strettamente legato ai mutamenti di clima e ambiente causati dall’azione dell’uomo.

Barriere naturali

La tesi è molto semplice: le principali epidemie degli ultimi anni — Ebola, Sars, Mers, influenza aviaria o suina ma anche l’Hiv che causa l’Aids — sono di origine animale. E ad influire la loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio. Le foreste, per esempio, sono sempre state custodi di una vastissima biodiversità e la presenza contemporanea di tante specie animali differenti ha messo i virus di fronte al cosiddetto «effetto diluizione»: avendo la probabilità di attaccare anche specie non ricettive, i virus non trovano un ambiente fertile in cui propagarsi e di conseguenza si bloccano, si indeboliscono, si estinguono.

   La deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di questo «gregge» multiforme e multi-specie che come una sorta di prima linea permetteva di mantenere una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano. Il quale si è invece spinto sempre più, per esplorazione o caccia (anche a specie protette), all’interno delle stesse foreste pluviali, i principali scrigni di biodiversità del pianeta, aumentando i rischi di contagio.

   Come se tutto ciò non bastasse, sempre l’uomo ha pensato bene di catturare specie animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi. Del resto, sembra ormai assodato che l’origine dell’attuale coronavirus sia da ricercare nel mercato di animali vivi di Wuhan, uno dei tanti «wet market» cinesi in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento (il motivo è spesso la mancanza di frigoriferi o congelatori, che impedisce di mettere in vendita animali già morti).

   In questo modo si realizza uno spargimento di sangue che favorisce la trasmissione del virus da specie a specie. In ogni caso, che l’ospite sia stato il pangolino o che il contagio sia avvenuto direttamente tra pipistrello e uomo attraverso il sangue poco cambia: il dato di fatto è che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. E a dire il vero anche la Cina lo ha capito imponendo divieti a seguito del dilagare della Covid-19.

Bushmeat nel piatto

La carne di animali selvatici, la cosiddetta «bushmeat», viene spesso consumata da persone povere, che non hanno altre risorse alimentari e che per questo nelle zone rurali dei Paesi poveri o in via di sviluppo si adattano a considerare cibo specie che in Occidente mai e poi mai ci sogneremmo di considerare alimento, come per esempio le scimmie, catturate nella natura selvatica (da cui il termine bushmeat).

   Ma, evidenzia il Wwf, c’è anche un retaggio culturale che spinge famiglie di origine africana (ma anche di altre aree del Sud del pianeta) emigrate in aree urbane e diventate benestanti a chiedere, per il mantenimento di un legame con la tradizione del Paese di origine, questo tipo di carne, che diventa di conseguenza oggetto di commercio internazionale. La circolazione di animali, vivi o morti, provenienti dal cuore delle foreste pluviali contribuisce alla diffusione dei patogeni.

L’equilibrio violato

Insomma, la relazione diretta tra i comportamenti sbagliati dell’uomo, la perdita di habitat e foreste e la diffusione di malattie è abbastanza evidente. L’equilibrio che la natura era in grado di stabilire viene meno per effetto delle attività umane.

   Di qui anche il riferimento ai cambiamenti climatici: laddove non è la ricerca di nuovi spazi e nuovi terreni a cancellare direttamente le foreste, sono le nostre azioni indirette a farlo. Il rapporto del 2019 dell’Ipbes, il comitato internazionale e intergovernativo scienza-politica che per conto dell’Onu si occupa di biodiversità e ecosistemi, parla chiaro: il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino sono stati modificati in modo significativo e circa 1 milione di specie animali e vegetali, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, sono a rischio estinzione. Dati che fanno il paio con quelli del Living Planet Report del Wwf del 2018, che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati.

   E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale.

   Tutte queste azioni scellerate da parte dell’uomo, che non possono più essere considerate inconsapevoli, hanno non soltanto dei costi umani ma anche dei costi economici notevoli. Basti pensare anche a quanto debbano oggi investire le economie mondiali per fare fronte ai contraccolpi dovuti alla pandemia in corso, che pure è solo agli inizi.

   «Ecco perché è fondamentale riuscire a proteggere gli ecosistemi naturali, conservare le aree incontaminate del pianeta, contrastare il consumo e il traffico di specie selvatiche, ricostruire gli equilibri degli ecostistemi danneggiati e anche frenare i cambiamenti climatici — commenta Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia —. Serve quello che abbiamo definito un New deal for nature and people, che permetta di dimezzare la nostra impronta sulla terra. Iniziare a ricostruire gli ecosistemi distrutti, che sono la rete di protezione naturale da epidemie e catastrofi, è il primo passo da fare». Anche perché, come recita la citazione di Quammen che apre il report, «là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro, come polvere che si alza dalle macerie». (Alessandro Sala)

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CAMBIAMENTI CLIMATICI E CORONAVIRUS: LA PROVA CHE CAMBIARE E’ POSSIBILE

di Jacopo Dionisi, 14/3/2020, da L’ECOPOST, una guida alla sostenibilità (https://lecopost.it/)

   A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

   Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

(Leggi anche: “Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete”)

   Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

   Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

   Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

   La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

   Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

   Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

(Leggi anche: Onu: “CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”)

   Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

   Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo. (Jacopo Dionisi)

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IL WWF: «CON I CAMBIAMENTI CLIMATICI, I VIRUS DIVENTANO PIÙ PERICOLOSI»

di Alessio Cozzolino 17/3/2020, https://www.corriere.it/

   «Esiste un legame strettissimo tra le malattie che stanno terrorizzando il Pianeta e le dimensioni epocali della perdita di natura». A dar l’allarme il WWF, che nei giorni scorsi ha pubblicato un report illustrato — «L’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi» — in cui viene analizzata la stretta correlazione tra l’insorgenza di nuove pandemie e un eccesso di antropizzazione dell’Ambiente naturale.

   Chiaro il messaggio: virus e batteri, alla base delle più importanti pandemie dell’ultimo ventennio, erano al principio innocui, fino a quando la selvaggia distruzione degli ecosistemi ne ha aumentato la pericolosità e – complice la globalizzazione – la diffusione. Alla base di questa affermazione, spiega ancora il recentissimo report del World Wide Fund for Nature, ci son diversi fattori: l’urbanizzazione massiccia delle città, la deforestazione, l’estensione delle zone di caccia, il commercio di specie selvatiche e il cambiamento climatico. «Tout Se Tient, cioè ogni cosa è collegata a tutte le altre — interviene Grazia Francescato, ex presidente di WWF Italia e dei Verdi —, lo dice il primo comandamento dell’ecologia. Cambiamento climatico ed epidemie non conoscono confini».

   «La distruzione degli ecosistemi è la vera minaccia, perché c’è un legame tra quello che facciamo alla natura e l’insorgere di pandemie». Ne aveva sottolineato i rischi anche una ricerca de La Sapienza nel febbraio 2019

   Per questo, spiegano gli ambientalisti «sarebbe criminale non mettersi già oggi al lavoro per fermare il surriscaldamento globale: con un pianeta più caldo potrebbero presentarsi malattie anche peggiori del Coronavirus». A gettar luce sulle conseguenze delle attività umane nella formazione di epidemie/pandemia, ci aveva già pensato un recente studio dell’Università La Sapienza di Roma. La ricerca, condotta a febbraio 2019 col coordinamento del prof. Moreno di Marco, ha confermato ciò che già si sospettava: cioè, che il rischio di insorgenza di pandemie non deriva tanto dalla presenza di aree naturali o di animali selvatici, quanto dalle modalità in cui le attività antropiche influiscono su queste aree e su queste specie. Da qui, l’appello a un nuovo modello di crescita sostenibile, che tenga conto delle necessità del Pianeta.

   «Non si può dire con certezza, per ora, quale tipo di legame ci sia tra coronavirus e climate change — riprende Francescato —. Ma che ci sia una interconnessione tra cambiamento climatico e diffusione delle malattie infettive non è un mistero: da anni, numerosi rapporti di esperti internazionali lo denunciano».

   La mancanza di coscienza ecologica costa cara: in Cina ha causato un deficit commerciale di 7 miliardi e un significativo crollo dell’export. A lungo termine, conterà sempre più investire nella tutela degli ecosistemi

In un’intervista alla rivista Vita, Francescato ha ricordato che «recentemente Giuseppe Miserotti, membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE), ha evidenziato come i picchi delle epidemie diventate più famose, come per esempio la SARS e l’influenza Aviaria nel 2003 e l’influenza Suina nel 2009, si siano verificati in corrispondenza di picchi di temperature di almeno 0,6 o 0,7 gradi oltre la media. Viste le temperature elevate degli ultimi periodi non c’è da stare sereni».

   E i picchi di temperature sono strettamente connessi con l’effetto serra alimentato dalle attività umane. Ad oggi il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino sono stati modificati in modo significativo dall’Uomo, ricorda la World Wildlife Foundation, mentre la popolazione umana è raddoppiata negli ultimi cinquant’anni. La mancanza di coscienza ecologica costa cara anche all’economia mondiale. Alla sola Repubblica Popolare Cinese, il Covid-19, che ha avuto come primo focolaio la città industriale di Wuhan (nell’Hubei), ha causato un deficit commerciale di 7 miliardi e un significativo crollo delle esportazioni.

   Investire nella tutela degli ecosistemi, quindi, si rivela un’azione fruttuosa a lungo termine.

   «Covid-19 è figlio del traffico aereo ma non solo: le megalopoli che invadono territori e devastano ecosistemi creando situazioni di grande disequilibrio nel rapporto uomo-animale», ha scritto la virologa Ilaria Capua sul Corriere della Sera. Le città occupano solo il 3% della superficie del pianeta, ma ospitano quasi il 60% della popolazione mondiale, che consuma il 75% delle risorse naturali. Molte di queste città, sovrappopolate, chiosa lo studio del WWF, versano in condizioni igieniche precarie.

   «Le periferie degradate e senza verde di tante metropoli tropicali si trasformano nell’habitat ideale per malattie pericolose». I mercati delle metropoli, specialmente in Africa e Asia, che incontrano un’alta domanda della popolazione, spacciano spesso tutta la fauna predata: animali selvatici vivi, scimmie e tigri, serpenti, pangolini, pipistrelli (da cui avrebbe avuto origine il successivo spill-over del SARS-CoV-2 all’Uomo) favorendo conosciute e sconosciute zoonosi. A condire il tutto, c’è il CLIMATE CHANGE perché, spiegano dal WWF, «tutti i virus e i batteri prediligono l’umidità delle nuove condizioni climatiche».

Perché la minaccia al Pianeta ci fa meno paura

Perché allora non aggredire il problema, in via cautelativa, con misure drastiche quanto quelle prese per fronteggiare l’emergenza da nuovo Coronavirus? «La differenza è nel tempo. Il fenomeno del climate change — con il surriscaldamento globale, lo scioglimento dei ghiacci artici, l’espansione termica degli Oceani — ha tempi più lenti del Coronavirus che invece in breve ha raggiunto una fase acuta che tocca direttamente la salute delle persone. Il Coronavirus viene percepito come UNA EMERGENZA IMMEDIATA, non procrastinabile, nei cui confronti bisogna prendere delle misure urgenti».

   Per quanto riguarda il fenomeno dei cambiamenti che minacciano il Pianeta, invece, «la percezione è quella di avere ancora tempo per intervenire, anche se non è detto che il tempo a disposizione sia ancora molto», sostiene Anna Oliverio Ferraris, già ordinario di Psicologia all’Università La Sapienza di Roma e autrice del libro Psicologia della paura (Bollati Boringhieri). Insomma: è tutta questione di tempo. E chi lo ha, non lo aspetti. (Alessio Cozzolino)

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LA “FASCIA CLIMATICA DEL CORONAVIRUS” E LE SIMULAZIONI DEI MODELLI DEL GLOBAL VIRUS NETWORK

di Daniele Ingemi, 16/3/2020, da https://www.tempostretto.it/  

   Qualcuno l’ha ribattezzata la “cintura del coronavirus”. Si tratta di quella fascia, di colore verde, indicata dalla sottostante cartina, quella nella quale “covid-19” sta proliferando in maniera “esponenziale”. I ricercatori dell’Università del Maryland, appartenenti al Global Virus network, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una interessante correlazione tra la diffusione e le caratteristiche climatiche delle zone in cui si è manifestato. Il risultato è che latitudine, temperatura e umidità definiscono precisamente uno stretto corridoio compreso tra 30 e 50 gradi di latitudine nord, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%.

   Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con le più gravi epidemie che hanno investito la Cina, l’Iran, l’Italia e la Corea del Sud. Non a caso la Lombardia ha avuto una temperatura media di +9°C e un’umidità tra 68% e 78%. In generale covid-19 non ha mostrato una eccessiva virulenza nelle città dove i termometri scendono sotto la soglia dei +0°C, il che potrebbe significare che non riesce a sopravvivere al freddo. Come il nord Italia, sono state più colpite l’Iran (dove nel mese di febbraio ha fatto più freddo del normale), la Francia, la Spagna, la Germania, l’area nord-occidentale degli Stati Uniti. Tutte queste regioni hanno un’altra caratteristica comune.

   L’esplosione dell’epidemia coincide con temperature relativamente stabili per un periodo superiore a un mese. Non a caso le zone che potevano avere una emergenza maggiore, a causa della loro vicinanza con la Cina, non hanno visto un effetto simile. A Bangkok, in Thailandia, dove vivono decine di migliaia di cinesi (alcuni originari della città di Wuhan, luogo dove è partito il coronavirus) ci sono solo 80 casi. Nel vicino Vietnam i casi accertati sono solo 47, solo 7 in Cambogia (tutti casi importanti da fuori) e in Myanmar nessuno. Invece nel periodo tra gennaio e febbraio in cui c’è stata la massima evoluzione, a Wuhan la temperatura media era di +6,8°C, a Seoul di +7,9°C.

   Qualcuno potrebbe obiettare sull’Iran, visto che viene considerato un paese caldo. Ma in realtà l’Iran è un paese in gran parte montagnoso, e caratterizzato da uno spiccato clima continentale. Nella capitale Teheran, ubicata a circa 1500 metri di altezza, la temperatura media in queste ultime settimane è oscillata fra i +7°C di minima e i +15°C di massima. Rientriamo appieno nella “fascia climatica” sopra descritta. La stessa città di Milano ha mantenuto un andamento termico che rientra nella fascia appena menzionata, con valori minimi sui +5°C +6°C e massime sopra i +10°C. Sembra che queste siano le condizioni che facilitano la trasmissione di comunità, che ha reso il virus così invasivo. In molti ricercatori sospettavano che covid-19 si comportasse come tutte le altre influenze che attaccano l’apparato respiratorio, e dunque fosse sensibile al clima.

   Sopportano meglio il freddo perché hanno un rivestimento di grassi che invece si degrada quando fa caldo. E’ esattamente quello che si scioglie quando entra nel corpo umano, e lo fa diventare virulento, ma se questo accade all’esterno, arriva la morte. E’ anche vero che le condizioni medie delle persone sono migliori in estate, quando il nostro sistema immunitario è più forte. Un’ipotesi è che abbia un ruolo la melatonina, che viene modulata dal fotoperiodo. E anche la vitamina D, attivata dall’esposizione ai raggi ultravioletti riduce l’incidenza di affezioni che riguardano il sistema respiratorio.

   Lo studio dell’Università del Maryland non è l’unico che è stato svolto sul tema. L’attenzione scientifica in questo momento è molto alta, perché tutti sperano di poter dimostrare che l’estate sarà una soluzione. Ma forse non basta visto che zone calde sono comunque state soggette alla pandemia, specie nei luoghi caratterizzati da clima caldo e secco (vedi alcuni paesi della penisola Arabica).

   Nella stragrande maggioranza dei casi, vedi per esempio il Bahrein, si tratta di contagi provenienti da paesi dove erano attivi focolai (nel caso del Bahrein l’Iran). Ricercatori dell’Università di Guangzhou, Cina, hanno però confermato che la trasmissione viaggia meglio intorno agli +8,7°C. Anche studiosi dell’Università di Tsinghua, a Pechino, che hanno utilizzato dati del Centro cinese per il controllo e la prevenzione della malattia, hanno sostenuto che dove temperature e umidità sono state più basse ci sono stati più casi rispetto a quelle dove faceva più caldo e l’umidità era più alta (vedi Bangkok o Kuala Lumpur).

   Quindi l’arrivo dell’estate potrebbe ridurre significativamente la trasmissione. Una ricerca dell’Ospedale di Greifswald e dell’Università Ruhr a Bochum, Germania, ha analizzato il tempo di permanenza di conoravirus simili sulle superfici e hanno trovato che rimane più a lungo in situazioni fresche e umide. A temperature che oscillano fra i +4°C e i +10°C può rimanere per svariate ore. A temperature di oltre +35°C +40°C sparisce in breve tempo. I risultati si possono estendere a quello di questi giorni, ritengono.

   Per questo si consiglia di disinfettare ogni oggetto con soluzioni al 60% di alcol denaturato, o etanolo, acqua ossigenata, ipoclorito di sodio. Attraverso i modelli matematici (simili a quelli usati per le previsioni del tempo) del Global Virus network è ora possibile poter prevedere l’evoluzione della pandemia, il che rende possibile mettere in atto misure di precauzione per evitare la diffusione. A questo proposito è prevedibile che il contagio potrebbe migrare verso nord, salendo di latitudine rispetto all’attuale “fascia”.

   Il che significa per gli Stati Uniti, che il virus si muoverà verso la British Columbia, verranno coinvolte l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda (dove potrebbe scoppiare tra fine marzo e aprile), e il nord della Cina, dove per ora c’era stata poca diffusione. Un aumento di temperatura, se però viene anche mantenuto un abbassamento della densità di popolazione, potrebbe agire come killer. Tutto questo vale se il virus non muta di nuovo, come ha già fatto una volta. Gli epidemiologi ritengono comunque che non vada messa la parola fine, poiché potrebbe sparire in estate, ma tornare di nuovo in autunno. (Daniele Ingemi)

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NON SI PUÒ PIÙ DIFFERIRE: CORONAVIRUS ED EMERGENZA CLIMATICA

di Federico M. Butera, da QualEnergia.it https://www.qualenergia.it/ del 17/3/2020

– Una lettura di Federico Butera de “Le trappole del Clima” di Gianni Silvestrini e G.B. Zorzoli –

   Letto ai tempi del coronavirus, “Le trappole del Clima” fa un certo effetto per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti.

Emissioni che crescono, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi.

   E ora, ora che è venuto il nostro turno, e intendo il turno del resto del mondo, possiamo continuare nell’analogia: sia per il coronavirus sia per il virus del cambiamento climatico non si può differire, ogni giorno di attesa è un giorno che accresce il potenziale catastrofico della diffusione. Dobbiamo da subito cambiare i nostri comportamenti, tutti insieme, anteporre la sopravvivenza di ciascuno di noi e del sistema sociale a qualsiasi altra priorità, e organizzarci per un dopo che non può essere come prima.

   Ne “Le trappole del Clima” Silvestrini e Zorzoli ci guidano lungo un sentiero che attraversa paesaggi via via più drammatici, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo.

Dal pessimismo della ragione all’ottimismo della volontà

La prima parte del sentiero è quella che gli autori definiscono del pessimismo della ragione, che proseguirebbe senza esitazioni nel ramo catastrofico se non intervenisse il bivio, che offre la possibilità di imboccare l’altro ramo, quello dell’ottimismo della volontà.

   Sull’approccio siamo nei guai ma con intelligenza e impegno possiamo farcela si basa tutto il ragionamento che si sviluppa nelle pagine del libro; approccio esplicitato nella premessa citando l’espressione (ahimè non di paternità gramsciana come ho sempre creduto, ma di Romain Rolland – che delusione): pessimismo della ragione e ottimismo della volontà.

   Così, nei paesaggi che si vanno dipanando ai nostri occhi lungo il sentiero, tutta la complessità insita nella tematica ambientale, e la difficoltà di dominarla, viene mostrata senza nasconderci nulla, con crudo realismo.

   Ci si fa notare che è inutile che ci illudiamo, ma anche se oggi, magicamente, azzerassimo le emissioni, la temperatura globale continuerebbe a crescere ancora per un bel po’ di tempo, e i mari a salire, e gli eventi meteorologi estremi a intensificarsi.

Ma solo riducendo prima e poi azzerando le emissioni, a un certo punto, come per i contagi da coronavirus, si arriverebbe a un picco e poi, gradatamente, i fenomeni catastrofici comincerebbero a diminuire. Dunque, dobbiamo ridurre le emissioni il più presto possibile.

Quale economia circolare?

E a proposito dell’economia circolare, che viene posta come elemento centrale del paesaggio mostrato dal sentiero che possiamo imboccare con l’ottimismo della volontà, si mette in guardia dalla comoda interpretazione secondo cui basta riciclare ed è fatta, perché l’economia circolare vera non è questa, ma quella in cui i prodotti sono fatti in modo da minimizzare l’uso di materia prima e le emissioni di gas serra, e sono pure caratterizzati dall’essere durevoli, riparabili, riusabili e solo alla fine di questa catena, riciclabili.

   Nell’economia circolare, quindi, non c’è spazio per l’obsolescenza programmata e per quella psicologica.

   E qui viene messa in evidenza, senza equivoci e sfocature, la contraddizione fra economia circolare ed economia della crescita: l’economia circolare implica una riduzione del numero di prodotti e questo “fa a pugni con col paradigma costitutivo del capitalismo, la crescita della produzione per le imprese e del PIL per le nazioni”, citando le parole degli autori.

   Ma allora bisogna uscire dalla logica che ha governato e governa il mondo, dominata dalla convinzione che l’uomo non ha nessun limite. Non è vero che la green economy sia la stessa economia di oggi, con la sola variante che mettiamo più rinnovabili e ricicliamo di più. No, perché dicono sempre gli autori, “la green economy richiede una trasformazione anche sociale, che investe processi produttivi, prodotti, politiche regolative, stili di vita, uso del territorio (smart cities e smart land). Non può quindi essere pensata come un nuovo settore economico, che si affianca a quelli esistenti, bensì come la trasformazione evolutiva dell’economia tradizionale, energivora e poco rispettosa dell’ambiente, in un’economia responsabile e ambientalmente compatibile”.

   E per mettere in atto questo tipo di green economy, di economia circolare, “va realizzata una parallela trasformazione culturale, in grado di dare vita a una società sobria, i cui stili di vita, anche grazie a coerenti politiche regolatorie, inducano il modello di sviluppo capitalistico a incorporare il senso del “limite” (ambientale, sociale, produttivo) quale nuovo principio di accumulazione”.

E per i paesi in via di sviluppo ed emergenti?

E qui un altro problema. Se pure riusciamo a mettere in atto tutto questo nei paesi sviluppati, quelli in via di sviluppo o emergenti ci diranno: ora che hai fatto indigestione mentre noi, affamati, vi guardavamo gozzovigliare, vorresti che io fossi sobrio perché così ti conviene?

   Occorre allora essere capaci di dare l’esempio e dimostrare che gli stili di vita e il modello economico, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi siano migliori di quelli di prima e che siano appetibili per tutti.

   Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano Alexander Langer: “la conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale.

   Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto, perché un’economia circolare vera nei paesi industrializzati genererebbe il tracollo di quelli in via di sviluppo ed emergenti, perché servirebbero meno materie prime e meno lavoro esternalizzato.

   Dunque, troppo facile dire: sai con la globalizzazione abbiamo sbagliato, ora ci richiudiamo su noi stessi (la gioia dei sovranisti) e arrivederci. No, perché ormai il mondo è profondamente interconnesso e le conseguenze di tracolli politico-economici nei paesi in via di sviluppo o emergenti avrebbe comunque effetti disastrosi anche su di noi.

   Quindi che fare? Un nuovo piano Marshall per i paesi in via di sviluppo, suggeriscono Silvestrini e Zorzoli, all’interno di economia circolare applicata in una visione globale e inclusiva. E avendo ben chiaro che la crisi climatica è strettamente intrecciata con la crescente disuguaglianza, e che se non si risolve l’una non si risolve l’altra. Da qui il riferimento all’enciclica “Laudato si’” quando si dice che i paesi sviluppati possono decrescere per fare crescere quelli in via di sviluppo.

   Gli ostacoli davanti al ramo di sentiero dei paesaggi desiderabili, e che fanno parte di quello del pessimismo della ragione, non si fermano qui, e sono tutti puntualmente esaminati: dalla povertà energetica alle compagnie petrolifere e i loro interessi, dal ruolo della finanza a quello dell’informazione, dall’istruzione all’occupazione, dalle disuguaglianze alle migrazioni, dalla crescita demografica al decoupling, dai fenomeni meteorologici estremi alla salute, dalla mobilità all’e-commerce.

   E poi viene pure discusso il tema della crescita e della decrescita, osservando che il PIL può crescere o decrescere; può crescere in una parte del mondo e decrescere in un’altra, può decrescere temporaneamente e poi ricrescere. Non è questo il punto. L’importante è che si tratti di un sistema economico in cui stiamo bene tanto noi quanto il pianeta, e quindi vanno usati altri indicatori.

Nessun tema rilevante viene tralasciato, con uno stile semplice ed efficace che quasi sempre parte dalle radici storiche di ciò di cui si parla.

Fattori connessi al global warming

L’ampio respiro del libro supera i confini del cambiamento climatico e tratta anche fattori ad esso connessi, che ne amplificano gli effetti negativi.

   Uno di questi, il più importante, è la produzione di cibo. È un altro elemento di complessità introdotto per correttamente completare il paesaggio che si vede dal sentiero del pessimismo della ragione, nel tratto in cui siamo ora, prima della biforcazione.

   Infatti, l’attuale modello di produzione agricola impatta su uso e degrado dei suoli, fertilizzanti e uso dell’acqua, oltre che sul cambiamento climatico. Dunque, pure sulla produzione di cibo occorre intervenire applicando i principi dell’economia circolare, anche perché si intreccia con la produzione di energia rinnovabile a causa della competizione sugli usi dei suoli.

   Quella della produzione agricola è una delle tante interconnessioni che Silvestrini e Zorzoli mettono in evidenza e che ci fanno capire come il problema non possa essere affrontato per parti, ma occorre cambiare modo di operare, e affrontarli in modo sistemico. E soprattutto occorre aver chiaro che i fenomeni fisici e biofisici sono inscindibilmente legati a quelli sociali, politici e psicologici, oltre che economici.

Agire dal basso

Molte sono le azioni che l’ottimismo della volontà deve avviare per frenare il riscaldamento globale, e si tratta di azioni che devono venire tanto dal basso quanto dall’alto. Non basta la buona volontà dal basso, con il cambiamento degli stili di vita, occorrono anche delle iniziative politiche, per indurli, sostenerli, facilitarli, renderli possibili.

   E qui un severo monito, che condensa tutti gli elementi del pessimismo della ragione: “tenuto conto dell’ampiezza della sfida e degli interessi in gioco, l’attuale sistema economico risulta decisamente inadeguato per gestire la crisi climatica”.

   E per farci capire, e coinvolgerci emotivamente, gli autori provano a fare qualche passo nel ramo del sentiero che prosegue sulla stessa traiettoria di quello in cui ci troviamo ora.

   Ci fanno vedere un paesaggio distopico, che si richiama sia a Huxley, il mondo nuovo, sia a Harper, il destino di Roma, che descrive la caduta dell’Impero Romano dovuta alla combinazione di cambiamento climatico ed epidemia (certamente non prevista anticipazione, mentre scrivevano, del COVID-19). Riferimenti uniti a qualche riflessione su regimi politici e dittatura cinese.

   Un tuffo in un possibile futuro da evitare teso a rendere più drammatica la necessità di fare presto a imboccare il sentiero della intelligenza della ragione.

   Infine, la lettura – sempre scorrevole, piacevole e intrigante – induce una riflessione: mentre il paesaggio del percorso del pessimismo della ragione si può anticipare, sia pure a grandi linee, attraverso il passato o attraverso le distopie, quello dell’ottimismo della ragione è molto meno definito, e una buona ragione c’è.

   La ragione è che il percorso del sentiero dell’ottimismo non è prevedibile, perché per l’evoluzione dei sistemi complessi quali quello ambientale e quello sociale a valle di una biforcazione che diverge dal percorso storico si apre una successione di altre biforcazioni che costellano un periodo di incertezza e di instabilità, come ci ha mostrato Prigogine.

   Più che a un sentiero, sia pure con tante curve o tornanti, ma tracciato o tracciabile, somiglia alla rotta di una barca a vela: sai quale è il punto di arrivo, a quello tendi, ma il percorso dipende dal capriccio mutevole del vento e del mare. E può anche esserci il naufragio. Molto dipende anche dall’abilità del nocchiero.

   Tutto questo non deve scoraggiare, però, perché le difficoltà si possono superare, ma solo se si ha un quadro completo del problema, cioè se è soddisfatto il pessimismo della ragione, ed è per questo che “Le trappole del clima” va letto, specie in un momento come questo della pandemia, discrimine fra un prima e un dopo di sicuro profondamente diversi; e il dopo può, deve, essere sostenibile. (Federico M. Butera)

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L’UE LANCIA LA LEGGE SUL CLIMA. PER GRETA “È UNA RESA”

da https://www.adnkronos.com/, 4/3/2020

   La Commissione Europea lancia la legge europea sul clima proponendo l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’Ue di raggiungere entro il 2050 un livello netto di emissioni climalteranti pari a zero. “Parole vuote”, “obiettivi lontani”, un testo che “ignora i dati scientifici”, in pratica “una resa”: a bocciare la proposta è la giovane attivista Greta Thunberg, che oggi ha partecipato alla riunione del Parlamento europeo in occasione della presentazione della Climate Law. E non è l’unica.

Cosa prevede il testo

Istituzioni Ue e Stati membri, se la legge verrà approvata, saranno collettivamente tenuti ad adottare le misure necessarie a raggiungere il target, sia a livello nazionale che a livello comunitario. La legge sul clima fissa il percorso per arrivare a raggiungere gli obiettivi climatici al 2050.

   La Commissione ha poi avviato, spiega il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans, una “valutazione di impatto” per proporre nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030. Entro il prossimo settembre, la Commissione presenterà un piano, comprensivo della valutazione di impatto, per innalzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 “almeno al 50% e verso il 55%” rispetto ai livelli del 1990 e proporrà di emendare la legge sul clima di conseguenza.

   Per raggiungere gli obiettivi incrementati al 2030, entro giugno 2021 la Commissione presenterà inoltre la revisione di numerose leggi, tra le quali la direttiva sull’Ets (il sistema di scambio delle emissioni), il regolamento sullo sfruttamento della terra, sul cambio di destinazione d’uso del terreno e sulle foreste, la direttiva sulle energie rinnovabili e quella sull’efficienza energetica, nonché gli standard delle emissioni di anidride carbonica per automobili e furgoni.

Il discorso di Greta

“Quando l’Ue presenta questa legge climatica con una neutralità al 2050, di fatto sta dichiarando la resa. Vi arrendete dinanzi agli Accordi di Parigi, vi arrendete dinanzi alle vostre promesse e di fare tutto quello che è possibile per garantire un futuro sicuro per i vostri figli – dice Greta rivolgendosi alla platea dell’Europarlamento – State fingendo che questo vostro piano, che ignora i dati scientifici, possa risolvere questa che è la principale crisi che l’umanità si trova ad affrontare, convinti che una legge possa bastare e che voi possiate essere leader climatici continuando a sostenere soluzioni che si basano sui combustibili fossili, pensando che parole vuote possano essere sufficienti”.

   “Non abbiamo bisogno di obiettivi per il 2030 o il 2050, ma per ogni singolo anno: dobbiamo iniziate a tagliare le emissioni in maniera drastica alla fonte fin da ora. I vostri obiettivi lontani nel tempo non serviranno a nulla se le emissioni continueranno ai livelli odierni”, continua Greta che chiede all’Ue di essere capofila nella lotta ai cambiamenti climatici: “avete l’obbligo morale di farlo – sottolinea – E avete l’opportunità unica, economica e politica, che vi consente di essere leader climatici. Noi non ci accontenteremo di nulla che sia al di sotto di un cammino fondato su dati scientifici, solo questo ci darà la possibilità di mantenere la vita sulla Terra così come la conosciamo. Qualsiasi altra cosa sarebbe una resa. Questo testo è una resa, perché la natura non scende a patti, non si possono fare compromessi con la fisica. E noi non vi consentiremo di arrendervi e rinunciare al nostro futuro” conclude Greta, per la quale “se la casa brucia non si aspetta qualche anno per spegnere l’incendio, eppure è questo che ci propone oggi la Commissione”.

Cosa dicono gli ambientalisti

La giovane attivista ispiratrice del movimento dei Fridays for Future non è l’unica a muovere critiche al testo. Una proposta “poco ambiziosa” per Legambiente: per l’associazione infatti, per fronteggiare l’emergenza climatica si deve andare oltre il 55% già proposto da diversi governi europei e dall’Europarlamento e ridurre le emissioni di almeno il 65% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, in coerenza con le indicazioni dell’Emissions Gap Report delle Nazioni Unite.

   Obiettivi da anticipare per il Wwf: per l’associazione del panda, sono necessari tagli alle emissioni e obiettivi più sfidanti e ambiziosi e per evitare che la crisi climatica peggiori, l’obiettivo dell’Ue per il 2030 deve essere una riduzione delle emissioni ambiziosa, del 65%.

   E anche per Greenpeace (che per chiedere di agire subito contro la crisi climatica, ieri sera ha proiettato il Pianeta in fiamme con il messaggio sul palazzo della Commissione Europea) “senza piani per un obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 basato sulla scienza, né misure per porre fine ai sussidi ai combustibili fossili, ci stiamo preparando al fallimento. Decenni di esitazioni e misure insufficienti ci hanno portato al punto in cui la sopravvivenza stessa della vita sulla Pianeta è a rischio a causa del collasso climatico. Il momento di agire è adesso, non tra 10 anni”, dice Sebastian Mang, policy advisor dell’associazione per la politica climatica europea. (https://www.adnkronos.com/, 4/3/2020)

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