L’AMERICA IN RIVOLTA per l’assassinio a MINNEAPOLIS (Minnesota) di GEORGE FLOYD – “I CAN’T BREATHE”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd è lo slogan contro la polizia – E torna il grido “BLACK LIVES MATTER”, le vite nere contano – E la PROTESTA è MULTIETNICA, neri e bianchi insieme

“Non riesco a respirare” (foto da http://www.perlapace.it/) – “La sera del 25 maggio GEORGE FLOYD va a comprare le sigarette nel solito negozio di MINNEAPOLIS (città del Minnesota) ma porge all’impiegato una banconota da 20 dollari falsa, l’impiegato se ne accorge e chiama il 911. LA POLIZIA ARRIVA. UNO DEI POLIZIOTTI, Derek Chauvin, ferma l’uomo, lo blocca, si accanisce, PER 8 MINUTI SPINGE IL SUO GINOCCHIO CONTRO IL PETTO DI FLOYD che ripete “NON RIESCO A RESPIRARE”, il poliziotto non si ferma, Floyd muore. Il tutto è ripreso con i telefonini dei testimoni, il video finisce sul web, ESPLODE IL CASO, POI LA PROTESTA, SI RIEMPIONO LE PIAZZE CONTRO LA POLIZIA E TRUMP, L’AMERICA È IN RIVOLTA, torna il grido di questi ultimi anni “Black lives matter”, le vite nere contano.(…)”(Angela Manganaro, da “il Sole 24ore” del 1/6/2020)

   Gli Stati Uniti stanno vivendo un momento particolarmente duro e difficile. La protesta per la morte a Minneapolis (città del Minnesota, in un’area urbana di 3 milioni e mezzo di abitanti) di un cittadino 46enne nero, George Floyd, ad opera della polizia (di fatto soffocato dal ginocchio del poliziotto che lo teneva a terra…senza che la vittima avesse opposto alcuna resistenza), questa uccisione ha riaperto la vecchia e mai sopita (e mai risolta) ferita del razzismo in America nei confronti dei neri (gli afroamericani sono il 12 per cento della popolazione). Un contesto di disperazione collettiva sembra aver preso gli Stati Uniti, nella protesta dilagante.

(nella foto, la manifestazione antirazzista a Washington di sabato 6 giugno – foto da https://it_euronews.com/) – GEORGE FLOYD: WASHINGTON, SABATO 6 GIUGNO, EPICENTRO DELLA PROTESTA, MOBILITAZIONI IN EUROPA (da https://it.euronews.com/ – 6/6/2020) – Non si fermano negli Stati Uniti le manifestazioni in memoria di George Floyd, morto lo scorso 25 maggio, e di protesta contro la brutalità della Polizia. CENTINAIA DI PERSONE LO HANNO COMMEMORATO A FAYETTEVILLE, sua terra d’origine, nel NORTH CAROLINA, stesso discorso ad ARLINGTON, in VIRGINIA: per loro, questa morte deve diventare l’occasione per cambiare le carte in tavola sul fronte “discriminazione”. “Non importa chi siamo, da dove veniamo, che aspetto abbiamo o chi amiamo – dice il Reverendo Adrian Nelson – purché riconosciamo che siamo nella stessa comunità e tutti esseri umani: quello che si è perso a Minneapolis è l’umanità di George Floyd”. Intanto, spunta l’ennesimo video che infiamma ancor più l’America – involontario protagonista un 33enne afroamericano morto lo scorso marzo dopo essere stato fermato da alcuni agenti – proprio nel giorno della MEGA MANIFESTAZIONE A WASHINGTON. Qui, CENTINAIA DI MIGLIAIA LE PERSONE IN PIAZZA, CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I METODI DELLA POLIZIA nei confronti degli afroamericani, in una delle più grandi manifestazioni della storia della capitale.

   Parte di questa disperazione deriva sicuramente anche dalla pandemia da coronavirus, che ha stressato (sta stressando) la popolazione (ne viviamo pure noi l’esperienza…): e questo ha portato finora negli USA a centomila decessi per Covid-19, più di un milione di positivi e oltre 20 milioni di persone che hanno perso il lavoro (il tasso di disoccupazione è il più alto dal dopoguerra). In tutto negli USA abbiamo un numero di disoccupati arrivato a 40 milioni, e quasi 20 milioni di lavoratori che rischiano o perderanno di certo la propria copertura sanitaria.

(mappa Minnesota, dove c’e MINNEAPOLIS, immagine ripresa da https://www.ultimenotizieflash.com/) – MINNEAPOLIS è la città principale dello STATO DEL MINNESOTA (centro-nord degli USA), e capoluogo della CONTEA DI HENNEPIN. La città è situata nella parte sud-orientale del Minnesota, lungo le sponde del MISSISSIPPI poco a nord della confluenza con il fiume Minnesota. Con la vicina capitale dello Stato SAINT PAUL, forma la cosiddetta AREA METROPOLITANA DELLE TWIN CITIES (CITTÀ GEMELLE), SEDICESIMA AREA METROPOLITANA PIÙ POPOLOSA DEGLI STATI UNITI con una popolazione complessiva di oltre 3 500 000 ABITANTI. Nell’area cittadina si trovano oltre VENTI LAGHI E AREE UMIDE, le RIVE DEL MISSISSIPPI, numerosi TORRENTI e CASCATE, molti di questi sono collegati da un SISTEMA DI PARCHI. Fu proprio l’abbondanza di acqua a suggerire ai fondatori il nome della città. Il nome Minneapolis deriva infatti dall’unione dei termini mni, che significa acqua in lingua Dakota e polis, città in greco. La città è anche nota con il nomignolo di “Città dei laghi” oppure “Mill City”, in passato infatti l’attività economica principale era la molitura del grano. (da WIKIPEDIA)

   Pertanto la morte di George Floyd per mano delle forze dell’ordine ha incendiato un Paese in forte tensione sanitaria ed economica, di dilagante perdita di lavoro, con una povertà che si estende giorno per giorno sempre di più; e un Paese da sempre diviso e diseguale, riportando così la questione razziale al centro del dibattito.

USA, POLIZIOTTI IN GINOCCHIO CHIEDONO SCUSA PER LA MORTE DI GEORGE FLOYD (foto da https.www.huffingtonpost/) – Sui social network troviamo però anche la capo della polizia di Atlanta che parla con i manifestanti o lo sceriffo di Flint, la città natale di Michael Moore, che decide di marciare assieme ai manifestanti. Qualcosa sta cambiando è nella reazione di diverse forze di polizia, che in parte si stanno schierando dalla parte dei cittadini. Un segno di speranza. Questa scelta dovrebbe venire particolarmente apprezzata perché tra le rivendicazioni che si sentono urlare in strada c’è proprio la richiesta di veder riconosciuta l’esistenza di un razzismo istituzionale. Poi ci sono migliaia di persone, la maggioranza, che ovunque manifestano pacificamente, impediscono i saccheggi, cacciano gruppi di manifestanti organizzati arrivati per scontrarsi con la polizia.

   Per di più, una delle differenze rispetto al passato, è che queste manifestazioni sono scoppiate in varie città, dall’Atlantico al Pacifico, contemporaneamente, oltre a Minneapolis, Los Angeles, Oakland, Denver, Cleveland, Washington, Chicago, Portland… (ora estendendosi a movimenti per i diritti civili presente anche in tante città d’Europa).

Negli Stati Uniti ci sono 917 GRUPPI ORGANIZZATI CHE INNEGGIANO ALL’ODIO RAZZIALE. “Hate groups” li definisce il SOUTHERN POVERTY LAW CENTER che li ha inseriti in un’unica mappa. I dati arrivano al 2019 e sono scaricabili. La cartina (qui sopra) che, STATO PER STATO, rappresenta IL LATO PEGGIORE DELLA NAZIONE PIÙ POTENTE DEL MONDO. Il SOUTHERN POVERTY LAW CENTER è una organizzazione non-profit che si occupa del monitoraggio delle attività dei gruppi di “haters” degli Stati Uniti. Dal KU KLUX KLAN al MOVIMENTO NEO-NAZISTA. SPLC dichiara di tenere sotto traccia 1.600 gruppi estremisti che operano in tutto il Paese. 940 solo nel 2019. (da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 2/6/2020)

   Si tratta comunque di una situazione atipica, diversa dalle altre, l’opposizione e l’indignazione per la crudele uccisione di George Floyd. Perché il fatto “positivo” (se così si può dire nella tragicità del contesto…) è che LA RIVOLTA, LA PROTESTA, E’ MULTIETNICA (si è per la prima volta superata la barriera che voleva che a protestare fosse solo la comunità nera colpita). Una situazione molto diversa da episodi simili del passato (con l’uccisione di un afroamericano disarmato da parte di un poliziotto bianco). Addirittura in certe città (come Atlanta) si sono uniti a chi protestava anche autorità politiche e gli stessi poliziotti.

5 giugno 2020: Manifestazione a NEW YORK per la morte di George Floyd (foto da https.www.open.online/) – Quello che si è visto in tutte le città è stato uno scenario diverso per molti aspetti, non solo per la violenza della protesta che ha portato a incendiare macchine della polizia, cassonetti, innalzare barricate, ma per la non omogeneità razziale di questa protesta. La trasversalità etnica la si era vista altre volte in passato, ma in singoli luoghi, per l’episodio accaduto. Ora è invece la prima volta che in ogni parte degli USA (ma la protesta si è diffusa in tante parti del mondo) le manifestazioni hanno come partecipanti persone di “origine” diversa (difficile dover pronunciare ancora queste differenziazioni che apparivano superate, dimenticate, e invece la violenza razzista sui neri è cosa reale ancora…)

   Ciò non toglie che molto spesso sono manifestazioni di estrema violenza, con episodi di distruzione e anche, è accaduto, con vittime. Però è una situazione composita. La stragrande maggioranza di chi protesta (nel racconto dei testimoni degli accadimenti di questi giorni) sembra mostrare uno spirito sì arrabbiato (incazzato), una situazione di stanchezza (che dicevamo, per il virus, la disoccupazione, l’economia, ora anche il ritorno razzista…), ma anche un andare in piazza per ribadire “la voglia di cambiare”. Cioè la gente è unita sul fatto che è arrivato il momento di cambiare.

Diverse migliaia di manifestanti si riuniscono a Oakland, California (foto ripresa da https://it.euronews.com/) – Dal 25 maggio molta America dimentica lockdown e cautele antipandemia e si riversa in strada a manifestare. “I can’t breathe”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd diventa il nuovo slogan contro la polizia stampato sulle mascherine anti-coronavirus

   L’inadeguatezza spaventosa di un presidente americano che fomenta la rivolta anziché dare un senso di autorevolezza e superamento delle difficoltà, crea un contesto di necessità di scendere da casa per protestare, per “cercare una soluzione” al caos, al razzismo, alle difficoltà economiche che sempre più persone vivono. Nel caso americano, è da capire se esiste ancora una “maggioranza silenziosa” che voterà per Trump, o se per lui è difficile essere rieletto alle elezioni di novembre. Ma il qualsivoglia presidente che l’America sceglierà a novembre, è da capire se riuscirà a dare una svolta positiva a un paese in così gravi difficoltà.

Manifestazione a Roma (come in tutta Europa) contro l’uccisione di George Floyd (foto da http://www.welfarenetwork.it/) – BLACK LIVES MATTER (BLM, letteralmente “LE VITE DEI NERI CONTANO”) è un MOVIMENTO ATTIVISTA INTERNAZIONALE, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella LOTTA CONTRO IL RAZZISMO, perpetuato a livello socio-politico, verso le persone nere. (da WIKIPEDIA)

   Quel che accadde in America di solito accadde qualche tempo dopo anche da noi (così si diceva, e veniva dimostrato, una volta). Sarebbe pertanto importante non guardare solo da spettatori passivi e distaccati alla “crisi americana”; perché anche da noi qualsiasi episodio negativo anche individuale, minimale, potrebbe avere conseguenze generali esplosive per tutti. Per questo emerge la necessità e la fatica di ciascuno di noi, nelle strutture sociali che viviamo, di “cambiare in meglio” nell’epoca post coronavirus, cercando concretamente di essere migliori e per un mondo nuovo possibilmente più giusto. (s.m.)

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LARRY SABATO: “VIRUS, CRISI ECONOMICA, RIVOLTA RAZZIALE. LA MIA AMERICA SMARRITA E SENZA GUIDA”

di Anna Lombardi da “la Repubblica” del 31/5/2020

Parla il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di una newsletter sempre ricca di informazioni, “Sabato’s Crystal Ball” –

È come se l’America fosse stata maledetta: stiamo affrontando un cigno nero dopo l’altro, una serie di eventi imprevisti che però a guardarli bene non sono poi così sorprendenti. Qui la pandemia è ancora attiva, il collasso economico somiglia a quello drammatico degli anni Trenta, abbiamo 40 milioni di disoccupati. L’ultima cosa che serviva era una rivolta razziale“. Larry Sabato, 67 anni, è il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di una newsletter sempre ricca di informazioni, “Sabato’s Crystal Ball”.
L’America è in fiamme. Da dove viene tutta questa rabbia?
“La questione razziale ha radici profonde. Ma in questo momento la combinazione virus, economia, rivolta è sicuramente la peggiore possibile. Sta mettendo a nudo le contraddizioni della società americana tutte insieme. La connessione virus, rabbia nelle piazze può non essere evidente, ma a fare da collante c’è il disastro dell’economia. Fra coloro che protestano per una legittima causa, l’ennesimo afroamericano assassinato dalla polizia, ci sono sicuramente tanti disoccupati, gente che ha perso il lavoro in questi mesi e ha perso ogni prospettiva di futuro. L’America in fiamme è il simbolo di un’America smarrita”.

Una situazione difficilissima da affrontare…
“Esatto. Quanti shock può reggere una società già di per sé non sana, prima di sgretolarsi? Eravamo già di fronte a divisioni profonde. Ora quelle divisioni sembrano sempre più insanabili. Sono molto preoccupato, tanto più con un presidente come Donald Trump, che non fa altro che gettare benzina sul fuoco“.

Perché lo fa?
“Non si preoccupa del bene del Paese ma solo di se stesso. Guarda a ogni situazione sempre e solo in termini elettorali: cosa lo aiuterà a vincere un secondo mandato il prossimo 3 novembre? Il suo eroe è il Richard Nixon del 1968 che usò razza, legge e ordine per attaccare Lyndon Johnson. Se questo significa più violenze e divisioni, ebbene, Trump si assume volentieri il ruolo del divisore”.

Una strategia che può funzionare?
“A questo punto la situazione è andata troppo oltre anche per lui. È vero, la sua base è come una setta, vivono nel culto del presidente. Ma la strategia Nixon poteva funzionare nel 2016. Non nel 2020 dove è lui il responsabile della situazione creatasi negli ultimi 4 anni. Invece continua a non prendersi la responsabilità di nulla. Ha agito con sei settimane di ritardo rispetto alla pandemia e la colpa è dei cinesi e dell’Oms. L’economia è colpa dei democratici. Le rivolte colpa dei teppisti e non del suo costante incitamento all’odio. Ma che gli piaccia o no, è sulla base della realtà che la gente deciderà cosa votare”.

Joe Biden è la persona giusta per riunificare il Paese?
“Non è un candidato fortissimo ma ha le sue chance. E comunque i democratici non hanno di meglio. Certo, mi colpisce che in un momento in cui serve speranza, si sceglie un candidato molto anziano; che ha già detto potrebbe correre per un solo mandato. Non è certo una prospettiva a lungo raggio, quella che offre. Anche per questo la potenziale vice di Biden diventa cruciale. Quella persona diventerà facilmente presidente entro 4 anni. Molti vedevano in Amy Klobuchar quella persona. Il suo Minnesota in fiamme ora le ha quasi certamente levato quella possibilità. Ecco, un altro cigno nero. Non so proprio cos’altro possa accadere: la guerra con la Cina?”. (di Anna Lombardi da “la Repubblica”)

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LA RIVOLTA SI PRENDE L’AMERICA E DIVENTA UNO SCONTRO DI CLASSE

di Marina Catucci, da “IL MANIFESTO” del 31/5/2020

– Stati uniti. Da Minneapolis il movimento si allarga a decine di città. Due morti, un 19enne e un agente. Vetrine in frantumi, incendi. La polizia picchia e arresta, gli autobus si rifiutano di portare i fermati in prigione –

NEW YORK – Prima MINNEAPOLIS, poi LOUISVILLE, NEW YORK, LOS ANGELES e CHICAGO, alla quarta notte di scontri le proteste si sono diffuse in tutti gli Stati uniti, da una costa all’altra e tutto quello che c’è nel mezzo, smettendo di essere proteste e diventando rivolta.

   Quello che sta accadendo non si vedeva dagli anni ’60, come ripetono i giornalisti e commentatori politici statunitensi ed è molto diverso da altre manifestazioni di Black Lives Matter viste a Ferguson, New York, St Louis e scaturite per la stessa ragione: l’uccisione di un afroamericano disarmato da parte di un poliziotto bianco.

   Quello che si è visto in tutte le città è stato uno scenario diverso per molti aspetti, non solo per la violenza della protesta che ha portato a incendiare macchine della polizia, cassonetti, innalzare barricate, ma per la non omogeneità razziale di questa protesta.

   Questa trasversalità si era vista a New York, qualche anno fa, a seguito dell’uccisione di Eric Gardner che aveva portato migliaia di persone a marciare per le strade della città. «Non c’è bisogno di essere neri per sentirsi oltraggiati da questo omicidio», recitavano i cartelli, ma da una città così interconnessa e multirazziale come New York è difficile aspettarsi qualcosa di diverso.

   Ora questo approccio è arrivato ovunque e mostra il cambiamento all’interno del movimento per i diritti civili degli afroamericani e il cambiamento della società americana in sé dove il sentimento di appartenenza di classe sembra essere diventato più forte di quello della divisione razziale.

   Nella notte durante gli scontri un autista newyorchese si è rifiutato di guidare l’autobus che doveva portare i fermati in questura, come ha fatto anche un suo collega di Minneapolis. Solidarietà alle manifestazioni è arrivata da soggetti inusuali come la comunità Amish, e a Minneapolis, dove tutto è partito, finora l’approccio delle autorità è stato di ascolto e comprensione. Potrebbe cambiare nelle prossime ore.

   Durante la notte a Minneapolis l’ordine di coprifuoco è stato ignorato, nuove vetrine sono andate in frantumi, altri stabili sono stati dati alle fiamme.

   La mattina seguente mentre i cittadini scendevano in strada per ripulire le strade che si presentavano come uno scenario post apocalittico, la senatrice ed ex candidata presidenziale Amy Klobuchar, il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, hanno tenuto diverse conferenze stampa per chiedere ai cittadini di restare in casa, che l’arresto del poliziotto che ha ucciso GEIRGE FLOYD è solo l’inizio di un processo di giustizia.

   Hanno parlato di infiltrati che la senatrice Patricia Torres Ray ha definito «terroristi e suprematisti bianchi infiltrati per creare scontro. Vengono da fuori, vogliono confondere e intossicare gli attivisti. Distribuiscono alcool. Ci sono tattiche, un piano. Noi siamo una città progressista e di attivisti, io lo sono e so riconoscere un agitatore infiltrato».

   Per la stessa ragione Walz ha dichiarato che la guardia nazionale verrà impiegata nelle strade per mantenere la calma durante il coprifuoco e ha chiesto agli attivisti locali di non uscire.

   Pochi minuti dopo il procuratore generale William Barr ha rilasciato una dichiarazione opposta, dicendo che «i facinorosi sono antifa di sinistra e non saremo tolleranti».

   In molte città, anche senza la guardia nazionale, gli scontri fra manifestanti forze dell’ordine ci sono già stati: a New York la polizia ha affrontato brutalmente le manifestazioni di Brooklyn che sono durate tutta la notte spostandosi in zone sempre più residenziali. ATLANTA, DETROIT, OAKLAND e PORTLAND sono state tra le piazze più difficili.

   A Portland i manifestanti hanno fatto irruzione e devastato il Multnomah County Justice Center, che ospita il carcere e il distretto di polizia. Il sindaco Ted Wheeler ha dichiarato lo stato di emergenza e indetto il coprifuoco dalle 20 di oggi. A Detroit un ragazzo di 19 anni è stato ucciso da colpi di arma da fuoco sparati da una macchina contro la folla.

   Seguendo la stessa prassi ad Oakland un agente di sicurezza federale è stato ucciso e un altro è rimasto ferito fuori dal tribunale a causa di colpi sparati da una macchina.

   Ad Atlanta uno scontro molto brutale tra la polizia e manifestanti è avvenuto alla sede della Cnn, in uno stabile che ospita anche un commissariato di polizia. Una delle maggiori firme legali della città, Lawrence Zimmerman, ha fatto sapere che lo studio difenderà pro bono gli attivisti arrestati durante gli scontri.

   Le proteste sono arrivate fino alla Casa bianca, entrata in lockdown mentre fuori dai cancelli avvenivano scontri violenti con lanci di transenne tra manifestanti e servizi segreti.

   Mentre la rivolta si diffonde in decine di città, il Pentagono ha fatto il raro passo di ordinare all’esercito di mettere diverse unità di polizia militare in servizio, pronte a schierarsi a Minneapolis, per cominciare. (Marina Catucci)

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L’OMICIDIO DELL’AFROAMERICANO A MINNEAPOLIS

di Angela Manganaro, da “il Sole 24ore” del 1/6/2020

– Cos’è il caso George Floyd e perché infiamma l’America – Il quaranteseienne nero ucciso da un poliziotto bianco diventa il simbolo del razzismo contro i neri mai estirpato nel Paese –

   La sera del 25 maggio George Floyd va a comprare un pacco di sigarette nel solito negozio di Minneapolis ma porge all’impiegato una banconota da 20 dollari falsa, l’impiegato se ne accorge e chiama il 911. La polizia arriva. Uno dei poliziotti, Derek Chauvin, ferma l’uomo, lo blocca, si accanisce, per 8 minuti spinge il suo ginocchio contro il petto di Floyd che ripete “non riesco a respirare”, il poliziotto non si ferma, Floyd muore. Il tutto è ripreso con i telefonini dei testimoni, il video finisce sul web, esplode il caso, poi la protesta, si riempiono le piazze contro la polizia e Trump, l’America è in rivolta, torna il grido di questi ultimi anni “Black lives matter”, le vite nere contano.

Chi era e cosa è successo a George Floyd

George Floyd aveva 46 anni ed era nato a Houston, in Texas, viveva da molti anni a Minneapolis dove lavorava come buttafuori, ma negli ultimi mesi, come milioni di americani, era rimasto senza lavoro a causa del coronavirus. Floyd andava spesso in quel negozio, era una faccia conosciuta ma quella sera alla cassa non c’era il proprietario, Mike Abumayyaleh, ma un ragazzo che non conosceva Floyd e che ha seguito la procedura in questi casi, chiamare la polizia. Era ubriaco, ha poi detto il ragazzo. Floyd avrà pure bevuto ma non era pericoloso: secondo le ricostruzioni grazie anche ai telefonini dei testimoni, Floyd cerca di discolparsi e resiste blandamente alle manette, ormai ammanettato si ribella quando cercano di portarlo via con la volante della polizia, alcuni poliziotti cercano di convincerlo, lui grida “sono claustrofobico”, la situazione non è ancora fuori controllo finché non interviene Chauvin: in otto minuti, quello che era una resistenza a un pubblico ufficiale per aver tentato di usare una banconota falsa, diventa un omicidio mentre Floyd in manette e col ginocchio di Chauvin pressato sul collo supplica “please, please, please”.

Cosa sta succedendo in America

Dal 25 maggio, molta America dimentica lockdown e cautele antipandemia e si riversa in strada a manifestare. “I can’t breathe”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd diventa il nuovo slogan contro la polizia stampato sulle mascherine anti-coronavirus.

   Negli ultimi anni Ferguson, New York, Baltimora, a cui Prince ha dedicato una canzone citando altre due vittime afroamericane della polizia, Gray e Brown, sono state le città centro e simbolo della protesta anti-razzista, di scontri violenti con la polizia e di marce pacifiche come ora lo è Minneapolis, dove alcuni violenti bruciano palazzi, la maggioranza manifesta pacificamente, i Boogaloo Boys, gli estremisti di destra si infiltrano e scatenano il caos, denuncia il governatore del Minnesota.

   A una settimana dall’omicidio Floyd, la protesta è degenerata in violenza e 40 città reduci dal lockdown hanno ora dichiarato il coprifuoco. Sul suo profilo Instagram, la giovane deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez pubblica un manuale per manifestare in sicurezza, mixando la mascherina per proteggersi dal coronavirus e gli occhiali per ripararsi dai lacrimogeni sparati dagli agenti.

Il caso Floyd e il caso Cucchi

In Italia il caso George Floyd è in queste ore paragonato al caso di Stefano Cucchi, il trentenne romano sottoposto a custodia cautelare pestato a morte dai carabinieri in caserma. Le ricerche su Google accomunano i due nomi.

   In comune i casi Floyd e Cucchi hanno l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine culminato nell’omicidio di due cittadini disarmati che hanno subìto il sistema anziché esserne protetti.

   Divergono i tempi del castigo. La verità sull’omicidio Cucchi è emersa dopo anni di omertà, anche dei medici che curarono il pestaggio selvaggio, dopo un lungo processo e grazie alla tenacia della famiglia Cucchi, in particolare della sorella Ilaria. Nel caso Floyd il poliziotto Chauvin è stato scoperto, giudicato e condannato in tempo reale grazie a smartphone e web.

   In Italia inoltre ci sono stati altri casi Cucchi, come ad esempio il caso di Federico Aldrovandi, lo studente ferrarese ucciso da quattro poliziotti, ma è anche vero che il caso Floyd in America è parte di una diversa storia.

Uccisi perché afroamericani

George Floyd è l’ultimo di una lunga lista di afroamericani uccisi da poliziotti bianchi. Perché negli Stati Uniti una questione di ordine pubblico spesso malcela il problema del razzismo mai risolto anzi reso più evidente negli anni del primo presidente nero, Obama.

Basti ricordare:
– il diciassettenne Trayvon Martin ucciso da un vigilante perché sospetto (Florida 2012);
– Il diciottenne Mike Brown ucciso da un poliziotto bianco mai incriminato a Ferguson città simbolo perché centro di proteste violentissime per quell’omicidio (Missouri, 2014);
– Il dodicenne Tamir Rice di Cleveland che con in mano una pistola giocattolo non obbedisce all’ordine di alzare le mani (Ohio, 2014);
– Eric Garner, 43 anni, cerca di vendere illegamente sigarette a Staten Island quando viene fermato da alcuni poliziotti. L’agente Daniel Pantaleo lo blocca, lo sbatte per terra, fa pressione su collo e petto per diversi minuti, Garner come Floyd supplica “non riesco a respirare”, come Floyd muore poco dopo. Scoppiano le proteste dopo che l’agente Pantaleo non viene incriminato (New York, 2014).
– Freddie Gray, 25 anni di Baltimora, viene arrestato e portato a forza in un van della polizia. Un passante filma le sue grida, “non riesco a respirare”, la sua resistenza e i modi in cui viene sbattuto dentro alla volante. Entra subito in coma, muore una settimana dopo per lesioni alla spina dorsale. (Maryland, 2015).

Impressiona come quasi sempre le vittime dei poliziotti non sono pericolosi criminali ma persone che spesso muoiono per futili motivi e al massimo potrebbero essere incriminati per piccoli reati.

La guerra Twitter-Trump

“La morte di George Floyd è triste e tragica, sarà fatta giustizia”, twitta il presidente Trump quando vede per la prima volta il video dell’omicidio. La compassione dura poco più di un giorno, fin a quando invia la Guardia nazionale e definisce “THUGS”, teppisti, chi manifesta anche pacificamente contro l’omicidio di Floyd; quindi riesuma un vecchio motto dei poliziotti di Miami degli anni sessanta, “quando si inizia a saccheggiare, si inizia a sparare”.

   Così che si apre un altro fronte, Twitter contro Trump. Il social media censura per la prima volta il presidente che deve parte del suo consenso agli incessanti tweet che hanno definito più di qualsiasi altro tic e iniziativa il suo primo mandato che termina a novembre.

   Non così ancora una volta Facebook che rifiuta di agire contro i post di Donald Trump sulle tensioni sociali censurati da Twitter perché incitavano alla violenza. Ancora una volta Mark Zuckerberg è più attento alla sua creatura che ai diritti civili e difende la posizione di Facebook sui post presidenziali perché la sua piattaforma è “un’istituzione impegnata per la libertà di espressione”.

   Ma i dipendenti del social non sono d’accordo con Zuckerberg. “Mark sbaglia e farò ogni tentativo per fargli cambiare idea”, twitta Ryan Freitas, responsabile del tema di design di News Feed di Facebook. “Lavoro a Facebook e non sono orgoglioso di come stiamo emergendo”, posta Jason Toff, arrivato a Facebook come direttore del product management un anno fa. “La maggior parte dei colleghi con cui ho parlato si sente nello stesso modo. Stiamo facendo sentire la nostra voce”. (Angela Manganaro)

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USA, LE RAGIONI DELLA PROTESTA

di Martino Mazzonis, 1/6/2020, da TRECCANI,

http://www.treccani.it/magazine/atlante/

   Nel 2015 la polizia degli Stati Uniti ha ucciso 1146 persone, 307 tra queste erano afroamericani. Nel 2016 i morti furono 1093 e tra questi i neri 266. I dati sul 2017 sono più completi e ci raccontano di 1477 uccisi, 149 tra questi erano disarmati e i neri erano 51. Le differenze tra Stati e dipartimenti di polizia sono abissali e non hanno nulla a che vedere con il tasso di criminalità così come il tasso di incriminazione dei poliziotti che uccidono non ha nulla a che vedere con la gravità degli atti compiuti (1%). La popolazione afroamericana degli Stati Uniti è pari a circa il 12% del totale e questi pochi dati messi in fila spiegano bene perché intere città d’America siano in fiamme dopo che il video in cui George Floyd viene soffocato a morte per nessun motivo è finito in rete.

   MINNEAPOLIS, LOS ANGELES, OAKLAND, DENVER, CLEVELAND, WASHINGTON, CHICAGO, PORTLAND sono tra le città dove più forte è la protesta e in cui sono in vigore forme di coprifuoco. Ma ci sono differenze e questioni su cui porre l’attenzione. Partiamo dalla reazione delle forze dell’ordine che è molto differenziata e contribuisce non poco a far crescere la tensione o a calmare gli animi. Sui social network i video che mostrano azioni sopra le righe non si contano: SUV contro la folla a New York, pallottole di gomma contro le finestre aperte da parte della guardia nazionale in un quartiere tranquillo di Minneapolis, gesti razzisti da parte di agenti in divisa o in borghese, diversi fotoreporter, giornalisti, cameraman feriti, picchiati o arrestati.

   Sui social network troviamo però anche la capo della polizia di Atlanta che parla con i manifestanti o lo sceriffo di Flint, la città natale di Michael Moore, che decide di marciare assieme ai manifestanti. Questa scelta dovrebbe venire particolarmente apprezzata perché tra le rivendicazioni che si sentono urlare in strada c’è proprio la richiesta di veder riconosciuta l’esistenza di un razzismo istituzionale. Poi ci sono migliaia di persone, la maggioranza, che ovunque manifestano pacificamente, impediscono i saccheggi, cacciano gruppi di manifestanti organizzati arrivati per scontrarsi con la polizia.

   Chi manifesta lo fa con due diversi ordini di argomentazioni: uno più ideologico e radicato nella storia radicale della politica afroamericana; un altro meno articolato ma altrettanto duro. Il primo non invita necessariamente allo scontro ma lo giustifica con la storia della comunità nera: quando smetterà la violenza istituzionale, allora finiranno le reazioni violente. Prima non c’è nulla di cui scusarsi. La seconda spiegazione è la più diffusa e proviamo a sintetizzarla con le parole di una ragazza che urla alla polizia durante una manifestazione ad Atlanta: «Ci dite non bruciate la città, ci dite tornate a casa, ci dite non fate questo e non fate quello. Quel che vi chiedo è: cosa dobbiamo fare perché la giustizia funzioni per me allo stesso modo che per un poliziotto che uccide una persona inerme?».

   Il tema è lo stesso in entrambi i casi e lo riporta bene Keeanga-Yamahtta Taylor sul New York Times: «Se noi e coloro che stanno con noi non ci mobiliteremo per difenderci, nessuna istituzione lo farà mai. I giovani neri devono sopportare le contusioni causate dai proiettili di gomma o l’acre bruciatura dei gas lacrimogeni perché lo Stato ci ha abbandonati. Le vite dei neri contano (Black Lives Matter) solo se le faremo contare noi».

   Ci sono città che hanno affrontato il tema dell’uso eccessivo della forza da parte della polizia con nuove regole di ingaggio e corsi su come intervenire in casi in cui la persona di cui si devono occupare sia palesemente affetta da qualche forma di disagio mentale. Ma il problema è più radicato e profondo e non si risolve con il re-training. Lo dimostra la mancata messa in stato di accusa di chi, padre e figlio, ha ucciso Ahmaud Arbery mentre faceva jogging due settimane fa in Georgia. I due sono finiti in carcere solo dopo che il video del loro omicidio a sfondo razziale è divenuto virale; prima di allora il caso era stato derubricato come legittima difesa – alcuni Stati hanno leggi che espandono la portata di questa fattispecie a dismisura, il frutto del lobbying della NRA, la lobby delle armi da fuoco.

   Qualche giorno fa a Central Park, New York, un afroamericano ha chiesto a una donna bianca di tenere il suo cane al guinzaglio e lei, in tutta risposta, ha chiamato la polizia dicendo «c’è un nero che mi minaccia».  Anche questa scena è finita in rete, la donna è stata licenziata e all’uomo non è successo nulla. Ma immaginate se sul posto fosse arrivata una pattuglia con il poliziotto che ha ucciso George Floyd. A chi avrebbe creduto? E se l’uomo avesse dato in escandescenze di fronte a una denuncia senza fondamento, come avrebbe reagito la pattuglia?

   La morte di Floyd e questo episodio minore raccontano con la cronaca quella sensazione di costante tensione e paura di cui ha parlato la sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms parlando dei suoi figli adolescenti che probabilmente erano in strada durante le manifestazioni o quella descritta da Ta-Nehisi Coates: «La minaccia della violenza è sempre presente. Penso a quanto del mio spazio mentale sia stato posseduto dal tenere al sicuro il mio corpo, a quanto abbia avuto a che fare con il modo in cui ero vestito, con chi camminavo, a come mi comportavo (…). La minaccia non ci abbandona mai del tutto. Perché una volta che non abbiamo più paura del quartiere, si scopre che in realtà dobbiamo avere un po’ di paura proprio per le persone pagate con le nostre tasse per proteggerci».

   Il problema del razzismo istituzionale, sostiene Konnie Hasset-Walker, che studia il tema e insegna Criminal Justice alla Kean University, è radicato nelle origini della polizia americana: al Sud si trattava della ex polizia degli schiavi, nelle grandi città di squadre per mantenere l’ordine pubblico minacciato da immigrati, masse di poveri e neri.

   A feccia e teppisti ha fatto riferimento il presidente Trump, che punta chiaramente a sfruttare i disordini come strategia elettorale. Il presidente spera che lo spavento faccia irrigidire una parte di America bianca più moderata che non voterebbe per lui in tempi normali. La presenza nelle foto di alcuni personaggi legati all’estrema destra nelle piazze – oltre che gruppi di quelli che qui chiameremmo black block – lascia intuire che Trump non è il solo a voler approfittare del disordine.

   Nel 2014 gli USA furono scossi dalle proteste di Black Lives Matter e da allora una generazione di attivisti e intellettuali neri lavora per dare voce a una comunità che in questi mesi è anche vittima predestinata del Coronavirus. Dalle marce per i diritti dei primi anni Sessanta alle rivolte del Sessantotto, passando per Watts, messa a ferro e fuoco nel 1995 quando il pestaggio di Rodney King venne per caso ripreso da una telecamera, il tema del rapporto tra istituzioni e popolazione afroamericana si ripropone tragicamente identico. In questi anni di tecnologie è cresciuta la visibilità degli episodi: George Floyd o Philando Castile, ucciso anche lui a Minneapolis, li abbiamo visti morire tutti.

   In un articolo di recente pubblicazione Omar Wasow, professore a Princeton, raccoglie i dati relativi alle proteste e verifica come la narrazione costruita dalla politica e dai media attorno alle proteste dipenda molto dalle tattiche usate dai manifestanti. I successi politici per gli afroamericani sono venuti quando la tattica è stata quella della resistenza passiva e la risposta delle istituzioni brutale. Come e cosa sarà di questa ondata del 2020 non possiamo prevederlo.

   Possiamo però dire due cose, la prima la dice bene Kareem-Abdul Jabbar: «Quel che dovreste vedere quando guardate ai manifestanti neri nell’era di Trump e del Coronavirus sono persone spinte al limite, non perché vogliono bar e saloni di bellezza aperti, ma perché vogliono vivere, respirare. Quel che vedete dipende dal fatto che viviate nell’edificio in fiamme o che siate davanti alla TV in attesa dell’inizio di NCIS». L’altra osservazione è meno profonda: il tema della giustizia, del carcere e della violenza istituzionale nei confronti delle minoranze rimarrà alto nell’agenda politica. Chissà che prima o poi un presidente si decida ad affrontarlo. (Martino Mazzonis)

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USA, VOCI DA UNA RIVOLTA INARRESTABILE: “CON TRUMP LE NOSTRE VITE E LA DEMOCRAZIA SONO IN PERICOLO”

di Umberto De Giovannangeli, da https://www.globalist.it/world/ del 3/6/2020

– Voci della rivolta che sta infiammando l’America. Una rivolta contro lo “Sceriffo” della Casa Bianca e le sue minacce da autocrate con l’emetto. –

Voci della rivolta

   “Queste proteste non riguardano solo George Floyd”, dice in un’intervista al San Francisco Chronicles, lattivista Cat Brooks, una dei fondatori dell’Anti Police-Terror Project. “Si tratta di Philando Castile, Breonna Taylor e tutte le altre vittime e della rabbia dei neri e delle persone di colore che va avanti da molti anni”.

Ma perché questa volta è diverso quindi?

“Una delle differenze è che in questo momento molte persone che partecipano alle proteste hanno vissuto il lockdown, hanno perso il lavoro e non sanno se riusciranno a guadagnarsi da vivere“, dichiara Brooks. “Sono sotto stress e arrabbiati”. “Tutta questa storia era una polveriera in attesa di esplodere”, spiega l’attivista. “Prima della pandemia, era già abbastanza grave. Ma ora i neri sono ancor più colpiti: si infettano con il coronavirus in numero maggiore rispetto agli altri, devono andare al lavoro più degli altri e sono quindi più esposti”.

   Della stessa opinione, anche Rahsaan Hall, direttore del programma di giustizia razziale per l’American Civil Liberties Union (Aclu) del Massachusetts. Parte di questa disperazione deriva, secondo lui, dalla pandemia di coronavirus, come ha raccontato in un’intervista al canale tv Wgbh: “La vulnerabilità della vita delle persone di colore è sempre stata al centro della narrativa americana. Ciò che è diverso è che ora stiamo vivendo questa situazione nel bel mezzo di una pandemia sanitaria globale, incorniciata da queste profonde ingiustizie e disparità razziali“.

   Per di più, una delle differenze rispetto al passato, è che queste manifestazioni sono scoppiate in varie città, dall’Atlantico al Pacifico, contemporaneamente.

   “Siamo in un momento storico in cui le cose sono peggiorate, ma la gente è unita sul fatto che è arrivato il momento di cambiare”, dichiara sempre al San Francisco Chronicles l’attivista Rachel Jackson, che per anni ha organizzato proteste nel nord della California. “Migliaia di persone stanno manifestando spontaneamente per le strade di tutta la nazione. La cosa eccezionale è che le città si stanno svegliando tutte insieme”, spiega Jackson. “In passato, in un certo senso, lo facevano una dopo l’altra. Ma ora? Sono in più della metà degli Stati, tutti insieme“.

Parla Spike Lee

A fianco dei “rivoltosi” si schiera anche Spike Lee, in un’intervista a The Associated Press. in occasione della presentazione del suo cortometraggio “3 Brothers”, nel quale collega la morte di Radio Raheem (protagonista di “Do the Right Thing”, “Fa’ la cosa giusta” del 1989), con quella di Eric Garner e George Floyd.

   “Sono nato nel ’57, quindi avevo 11 anni quando ho visto la protesta nata, dall’assassinio del dottor King (Martin Luther King Jr, ndr.), più tardi con Rodney King e il verdetto di Simi Valley, poi con Trayvon Martin e Ferguson”.

   “La gente è arrabbiata per un motivo, non si nasce arrabbiati. La gente è arrabbiata perché i neri vengono uccisi in ogni modo e i poliziotti lasciati liberi, per la disparità tra l’avere e il non avere… istruzione, acqua potabile, razzismo, aspettativa di vita, la lista potrebbe essere infinita”, ha detto Lee,
Il razzismo non è prerogativa degli Stati Uniti, ha continuato, “c’è in tutto il mondo, era una pandemia prima del coronavirus”, ma negli Usa si ritrova nelle fondamenta del Paese, segnato da “genocidio, furto di terra e schiavitù”. A peggiorare la situazione c’è un presidente che è “un gangster, che sta cercando di fare il dittatore”, ha proseguito Lee, condannando duramente lo sgombero di manifestanti pacifici avvenuto ieri, con gas lacrimogeni, per permettere a Donald Trump di recarsi in una chiesa vicino alla Casa Bianca e farsi riprendere con la Bibbia in mano. Uno spettacolo “ridicolo”, ha commentato il regista: “Con la mia famiglia abbiamo urlato increduli vedendolo. Non ho mai visto in vita mia qualcosa del genere da parte di un leader mondiale”.

   Per quanto Lee veda la storia ripetersi, c’è un elemento dell’attuale rivolta che colpisce il regista: “La gente è stanca e scende in strada. Sono rimasto molto colpito dalla diversità dei manifestanti”, ha detto Lee. “Non vedevo questa diversità di proteste da quando ero un ragazzino”, ha detto Lee, citando i movimenti degli anni ’60. “Sono sollevato dal fatto che le mie sorelle e i miei fratelli bianchi siano là fuori per strada”.

   Un fatto che fa ben sperare il regista hollywoodiano: “Questa è la speranza di questo Paese, di questa diversa e più giovane generazione di americani, che non vuole perpetuare la stessa ‘stupidata’ in cui si sono fatti coinvolgere genitori, nonni e bisnonni. Questa è la mia speranza”.

A ribellarsi è anche il mondo dello sport.

“Non riesco a credere che abbiamo un presidente che non riesce a dire Black Lives Matter  -. È un codardo: crea situazioni complicate e poi scappa come un ragazzino impaurito”, dice a The Nation Gregg Popovich, il 71enne coach degli Spurs, un’autorità nel basket Nba.

   E’ un torrente in piena, Pop. Un torrente che travolge The Donald: “Se Trump avesse un cervello, anche se fosse al 99% cinico, cercherebbe di dire qualcosa che unifichi la gente. Ma l’unità è una cosa di cui non gli importa. Nemmeno adesso. È un pazzo. Gli importa solo di sé stesso, di quello che gli dà vantaggio a livello personale. Non del bene comune. Avremmo bisogno di un presidente che dica tre semplici parole: Black Lives Matter. Ma lui non lo farà e non può. Per lui è più importante fomentare quel piccolo gruppo di follower che convalida la sua follia. Ma qui c’è molto più di Trump: il sistema deve cambiare. Io farò il possibile per aiutare, perché è quello che fanno i leader. Ma lui non può fare nulla per metterci sulla strada giusta, perché non è un leader. È semplicemente inadatto. Abbiamo un folle come presidente, mentre la persona che veramente comanda, il senatore Mitch McConnell, distrugge questo paese per generazioni. Trump è solo un burattino nelle sue mani, e la cosa più divertente è che nemmeno lo sa. Trump non è semplicemente divisivo. È un distruttore. Essere in sua presenza ti porta alla morte. Ed è capace di mangiarti vivo per i suoi interessi. Sono inorridito dal fatto che abbiamo un leader che non sa dire Black Lives Matter. È per questo che si nasconde nei sotterranei della Casa Bianca. È un codardo, uno che combina guai e poi scappa come un ragazzino. Non c’è nulla che possa fare per migliorare questa situazione, perché è semplicemente un pazzo idiota”.

   Intanto a Minneapolis, la città dove Floyd è morto, la madre della figlia lo ha ricordato come un buon padre, che il mondo sappia, che la piccola ha perso un buon padre, ha voluto dire Roxie Washington, madre della figlia di 6 anni di Floyd, Gianna: “Sono qui per la mia bambina e sono qui per George – ha detto davanti alla folla la donna – perché voglio giustizia per lui, voglio giustizia per lui perché era buono. Qualunque cosa pensi qualcuno, era buono.”

   I funerali di George Floyd, un altro nero morto durante l’arresto, si terranno la prossima settimana. L’agente protagonista del misfatto, colui che gli ha tenuto il ginocchio sul collo schiacciandolo a terra mentre l’uomo non riusciva a respirare, è in attesa di processo.

Rabbia sociale

Da Chicago a Philadelphia, da Miami a Los Angeles, da Seattle a Las Vegas, americani in larga misura appartenenti alla “working-class” non solo di colore hanno dato vita a una protesta quasi senza precedenti, innescata di fatto da un altro omicidio della polizia, ma alimentata come benzina sul fuoco da una crisi sociale aggravatasi a causa del tracollo dell’economia provocato dall’emergenza Coronavirus.

   Un numero di disoccupati schizzato a 40 milioni praticamente dall’oggi al domani, quasi 20 milioni di lavoratori che rischiano o perderanno di certo la propria copertura sanitaria e un governo impegnato ad assicurare migliaia di miliardi di dollari ai grandi interessi economico-finanziari sono le vere ragioni di fondo di quanto sta accadendo oltreoceano in queste ore.

   È difficile in definitiva non constatare, come ha spiegato il filosofo e attivista Cornell West, “il fallimento definitivo dell’esperimento sociale americano” e del modello di capitalismo Usa, in grado di generare ingiustizie sistematiche, disuguaglianze dalle dimensioni quasi incomprensibili e un’oligarchia irremovibile che controlla ogni aspetto dell’economia e della società.

Dem all’attacco

Le parole di Trump hanno incendiato il dibattito politico: Joe Biden, ex vicepresidente e avversario democratico di Trump alle prossime elezioni, ha accusato il presidente di voler usare l’esercito americano contro il popolo americano. “Le sue parole ‘quando cominciano i saccheggi cominciano gli spari’ non sono degne di un presidente, ma di un capo di polizia razzista nella Miami degli anni Sessanta”, ha dichiarato in un comizio elettorale a Philadelphia.
“Donald Trump – ha continuato – ha trasformato questo Paese in un campo di battaglia devastato da vecchi risentimenti e nuove paure. Pensa che la frammentazione lo aiuti. Il suo narcisismo è diventato più importante del benessere della nazione che guida. Chiedo a tutti gli americani: guardate dove siamo e ripensateci”.

   Sulle rivolte è intervenuto anche l’ex presidente Barack Obama che ha fatto riferimento alla pandemia di coronavirus: in questo momento gli americani vogliono “tornare alla normalità, ma dobbiamo ricordare che per milioni di americani essere trattati in modo diverso a causa della razza è tragicamente, dolorosamente, esasperatamente normale, sia che si tratti di avere a che fare con il sistema sanitario o di interagire con il sistema giudiziario o di fare jogging strada, o semplicemente di guardare gli uccelli nel parco. Questo non dovrebbe essere normale nel 2020 in America”.

   Ancora più dura è Elizabeth Warren: nell’America di Trump “le nostre vite e la democrazia sono in pericolo”, ha denunciato la senatrice del Massachusetts, ex candidata alla presidenza degli Stati Uniti ed ora sostenitrice di Biden.

   Quanto a Trump, lo “Sceriffo della Casa Bianca” ha già ripreso la sua esplosiva routine su Twitter. Sostiene di aver fatto per gli afroamericani “più di qualsiasi presidente dai tempi di Lincoln”. E, tra l’altro, chiede al governatore di New York (Andrew Cuomo) di schierare la Guardia Nazionale contro “i ladruncoli da suburra”.

   Lo “Sceriffo” continua a “sparare” da una casa Bianca trasformata in un bunker. A rispondergli per le rime è un uomo che di certo non è dalla parte dei “ladruncoli della suburra”. “Se non hai qualcosa da dire, come Forrest Gump, allora non dirla”. Il consiglio al presidente viene da Art Acevedo, capo della polizia di Houston, dopo che Trump aveva chiesto ai governatori di “dominare” i manifestanti. “Parlo a nome dei capi della polizia di questo Paese – ha detto il poliziotto intervistato dalla Cnn -. Per piacere se non hai qualcosa di costruttivo da dire tieni la bocca chiusa perché stai mettendo uomini e donne ventenni a rischio”. (Umberto De Giovannangeli)

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RAZZISMO USA: LE MAPPE DELL’ODIO. TRE LUOGHI E QUALCHE DATO PER CAPIRE COSA STA ACCADENDO

da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 2/6/2020

   Gli analisti l’hanno definita la tempesta perfetta. Con oltre centomila decessi per Covid-19, più di un milione di positivi e oltre 20 milioni di persone che hanno perso il lavoro (il tasso di disoccupazione è il più alto dal dopoguerra) la morte di George Floyd per mano delle forze dell’ordine ha incendiato un Paese da sempre diviso e diseguale riportando la questione razziale al centro del dibattito.

   Secondo uno studio di Pew Research Center più di 150 anni dopo che il 13 ° emendamento abolì la schiavitù negli Stati Uniti, la maggior parte degli adulti statunitensi afferma che l’eredità della schiavitù continua ad avere un impatto sulla percezione della comunità afroamericana nella società di oggi. Più di quattro su dieci affermano che il paese non ha compiuto progressi sufficienti verso l’uguaglianza razziale e c’è un certo scetticismo, in particolare tra i neri, secondo cui i neri avranno mai uguali diritti con i bianchi.

   Per contestualizzare con qualche dato quanto sta accadendo ecco tre mappe e tre link che ci possono aiutare a capire quanto sta accadendo.

1) La mappa dell’odio.

Negli Stati Uniti ci sono 917 gruppi organizzati che inneggiano all’odio razziale. “Hate groups” li definisce il Southern Poverty Law Center che li ha inseriti in un’unica mappa. I dati arrivano al 2019 e sono scaricabili. La cartina che, Stato per Stato, rappresenta il lato peggiore della nazione più potente del mondo. Il Southern Poverty  Law Center è una organizzazione non-profit che si occupa del monitoraggio delle attività dei gruppi di “haters” degli Stati Uniti. Dal Ku Klux Klan al movimento neo-nazista. SPLC dichiara di tenere sotto traccia 1.600 gruppi estremisti che operano in tutto il Paese. 940 solo nel 2019.

2) Bianchi e neri nei quartieri.

Più scenografico è il progetto dello statistico Nathan Yau di FlowingData. Ha utilizzato i dati aggiornati dell’American Community Survey quinquennale del 2018. Sarebbe una ricostruzione del progetto dJim Vallandingham del 2011, che si basa sulla mappa diretta dalla forza di Mike Bostock . Maggiore è la differenza nella popolazione da bianco a nero tra due aree vicine, maggiore è la distanza. Qui trovate l’animazione.

Le città sono state scelte in base all’indice di integrazione-segregazione FiveThirtyEight .

3) La segregazione razziale, il racconto visual.

I dati non sono aggiornati ma il progetto è che trovate qui è quello di illustrare un fenomeno più che di misurarlo. Nasce da un ricercatore dell’Università della Virginia che alcuni anni fa ha pubblicato una mappa online con un punto per persona in tutti gli Stati Uniti – oltre 320 milioni di punti – con codice colore secondo le principali categorie del censimento per razza ed etnia: una blu punto per persona bianca, un punto verde per persona nera, un punto rosso per persona asiatica e un punto giallo per persona ispanica (fai clic e trascina la mappa per esplorarla in dettaglio):

   Queste mappe sono state uno spunto interessante per università ed esperti di dati per studiare e tracciare la divisione nei quartieri in base alla razza e ai redditi. sono nate numerose elaborazione che descrivono le città americani come ghetti in cui esiste una chiara correlazione tra colore della pelle e denaro. Uno degli studi più interessanti sotto questo punto di vista lo trovate su Pew Research. Race in America 2019 è una narrazione di dati e sondaggi sulla segregazione Usa. Qui la sezione dedicata alla disuguaglianza. Online c’è anche la possibilità di scaricare numerosi dataset utilizzati per il progetto.

(da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 2/6/2020)

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LA RIBELLIONE DEI NERI D’AMERICA: DISCRIMINAZIONE RAZZIALE NEGLI STATI UNITI E IL MOVIMENTO PER I DIRITTI CIVILI

– Fino a metà degli anni ’60 in molti stati degli USA erano in vigore leggi che discriminavano duramente i neri, negando loro i più elementari diritti civili. La lotta dei neri d’America per l’emancipazione fu uno dei grandi episodi della storia degli anni Sessanta. –

da https://www.peacelink.it/storia/a/5434.html

Fonte: http://mail.gentileschi.it/approf68/costellazione68/societa02.html

IL PROBLEMA

Nell’immediato dopoguerra uno dei problemi più scottanti negli Stati Uniti è quello della segregazione razziale. Bianchi e neri sono divisi in ogni attività quotidiana della società civile: si acquista in supermercati e negozi diversi, si mangia in ristoranti separati, si soggiorna in hotel distinti, le scuole sono diverse: bianchi e neri sono diversi, pertanto non possono stare insieme o, se stanno insieme, i neri devono comunque essere riverenti, portare rispetto ai bianchi e seguire certe regole.

ALCUNI FATTI

Uno degli attacchi più significativi sferrato a questo status quo parte dal sistema educativo: nella speranza che scuole per bianchi e per neri non vengano unificate, gli stati del sud, dove il problema è più sentito, investono, negli anni ‘50, somme ingenti per migliorare il livello di istruzione dei neri. Tali iniziative non servono comunque allo scopo prefissato, in quanto il movimento contro la segregazione nelle scuole parte da Washington per allargarsi poi a tutta la nazione.
La decisione emanata dalla Corte Suprema il 17 maggio 1954 nel caso Brown contro il Ministero dell’Istruzione resta una delle sentenze più significative del XX secolo; in quell’occasione viene dichiarato: “…nulla è più importante per la nostra democrazia della decisione unanime della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che la segregazione razziale viola lo spirito della nostra costituzione.
Nonostante ciò molti degli stati del Sud perseverano nella pratica della segregazione razziale: pareva che il sistema avesse comunque il sopravvento. Ma un altro evento, non meno significativo, avviene il 1 dicembre 1955 quando la signora ROSA PARKS di Montgomery, Alabama, si rifiuta di cedere il posto da lei occupato, su di un autobus extraurbano, ad un uomo bianco. Rosa Parks viene arrestata e accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione della città. In risposta a tale evento, un allora sconosciuto MARTIN LUTHER KING organizza un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery, per protestare contro la segregazione razziale. La comunità di colore di Montgomery non prenderà gli autobus per spostarsi quotidianamente per ben 381 giorni. M.L.King viene arrestato in quell’occasione insieme ad altre 90 persone di colore con l’accusa di aver intralciato un servizio pubblico, King ricorre in appello e vince. Il 4 giugno 1956, una corte distrettuale degli Stati Uniti d’America emana la sentenza che la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana è anticostituzionale. La resistenza pacifica del reverendo M.L.King e della comunità di Montgomery non solo aveva causato l’emanazione di quella sentenza, ma aveva anche dimostrato che il boicottaggio era un valido ed efficace strumento di lotta.

LA POSIZIONE DEGLI STATI UNITI NEGLI ANNI ‘60

Tuttavia, il non osteggiare una situazione di ingiustizia razziale diventa sempre più difficile in correlazione con la partecipazione degli Stati Uniti d’America -in realtà principali promotori- alla creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è particolarmente imbarazzante obiettare alle ingiustizie razziali di paesi di altri continenti, mentre, proprio negli Stati Uniti, si negano palesemente gli stessi diritti ai concittadini di colore.

   Ma non è questo l’unico motivo che pare accelerare il processo di desegregazione: a partire dal 1957 alcuni degli stati africani raggiungono l’indipendenza e ciò influenza notevolmente la gente di colore degli Stati Uniti che si identificano con le popolazioni africane e vivono con orgoglio questo mutato scenario politico a dimostrazione del fatto che la gente di colore è in grado di assumersi responsabilità ad alto livello.
Intorno agli anni’60 l’esigenza di far riconoscere i diritti civili di tutta la popolazione, senza discriminazioni, si fa sempre più sentita. Proprio in questi anni sia i partiti politici che le istituzioni religiose si battono in favore di tali principi, lentamente si modifica anche l’atteggiamento che i bianchi hanno contro la partecipazione dei cittadini di colore ad alcune attività in settori rilevanti della società. Così, in questi anni, aumenta la percentuale di professori universitari di colore, di stimati avvocati e giudici, di atleti famosi, di artisti e scrittori.

LA RESISTENZA PASSIVA

La linea di pensiero del reverendo Martin Luther King Junior arriva ormai ovunque ed è molto sentita e condivisa in tutta la nazione, il suo credo nel valore e nell’efficacia della resistenza passiva come forma di protesta sociale, spinge alla ribellione la maggior parte della popolazione di colore.
Nel 1960 a Greensboro, nella Carolina del nord, quattro studenti entrano in un supermercato dove, dopo aver acquistato alcuni articoli, chiedono un caffè al banco, naturalmente la risposta è un netto rifiuto, come di consuetudine, ma loro se ne stanno lì, seduti, fino alla chiusura del negozio; nasce così il sit-in che diviene una forma efficace di protesta contro la segregazione e la discriminazione, basti pensare che immediatamente dopo questo avvenimento la tattica del sit-in viene adottata in ben 15 città di 5 stati del sud.

IL CIVIL RIGHTS ACT DEL 1964

Il movimento verso l’emancipazione della popolazione di colore viene sostenuto dal Presidente allora in carica, John Fitzgerald Kennedy, il quale, nell’aprile del ‘63, chiede al Congresso di emanare leggi che garantiscano ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, che non sia permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisca alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardino la discriminazione razziale.
Il messaggio del 19 giugno 1963 del presidente Kennedy alla nazione non ha solo un valore storico ma è una pietra miliare nel cammino degli Stati Uniti verso l’uguaglianza. Nel 1964, ad un anno dalla sua morte, il Civil Rights Act diviene legge.
Nell’aprile ‘63, M.L.King organizza una marcia di protesta di 40 giorni nella quale vengono arrestate più di 2500 persone di colore; le manifestazioni si moltiplicano su tutto il territorio degli Stati Uniti, a sud come a nord, ed hanno anche il risultato di attirare l’attenzione sui musulmani di colore (Black Muslims, Nation of Islam) i quali si dichiarano convinti che gli Stati Uniti non concederanno mai l’uguaglianza alla popolazione di colore, pertanto rifiutano ogni tipo di collaborazione dedicandosi allo sviluppo della loro cultura ed istituzioni.
Il 28 agosto del ‘63 vi è una marcia memorabile su Washington contro la discriminazione razziale alla quale partecipano tutte le maggiori associazioni di colore e non, studenti universitari, cittadini qualunque, star del cinema e della canzone, ministri; in quell’occasione ogni attività viene sospesa. L’America guarda l’avvenimento alla televisione, ma tutto il mondo ne viene a conoscenza tramite quotidiani e riviste.
Coloro che marciano a Washington vogliono sottolineare che credono fermamente nelle istituzioni democratiche e nella capacità del potere legislativo di far rispettare la giustizia, ma vogliono anche enfatizzare quanto sia importante la promulgazione del Civil Rights Act.
Quando il Presidente Kennedy viene assassinato il 22 novembre 1963 molti leaders del movimento nero temono che il cammino verso l’uguaglianza e la giustizia subirà un fase di arresto.

LA SITUAZIONE ALL’INDOMANI DEL CIVIL RIGHTS ACT

Nonostante questo fervore di giustizia e uguaglianza che percorre tutta la nazione restano dei notevoli impedimenti in tutti gli stati e a tutti i livelli al processo di desegregazione, tutto procede a passi molto lenti, dal settore dell’educazione a quello dell’occupazione, fino al gesto banale e quotidiano di bersi un caffè.

   Il tutto è reso più aspro e difficile dal fatto che, in maggiore misura dei bianchi, i neri vivono in estrema povertà; in una società dove l’abbondanza e il lusso imperano, i neri non trovano lavoro, diversamente dai loro coetanei bianchi. Buona parte della popolazione nera riceve sussidi sociali e vive nei ghetti in condizioni inumane, dove spesso l’unica attività possibile è la criminalità.

   Sebbene la violenza sia limitata e sia da considerarsi marginale, tuttavia persistono avvenimenti drammatici come assassinii e attentati non solo contro neri, ma anche a danno di quei bianchi che hanno fatta loro la lotta alla discriminazione. Organizzazioni quali il Ku Klux Klan o i meno noti White Citizens Councils (Comitati di cittadini bianchi) esistono e sono ancora attivi.

I BLACK MUSLIMS E MALCOLM X

Negli anni ‘60 il movimento di protesta dei neri si sviluppa a tal punto che Martin Luther King ne rappresenta solo una voce, sebbene predominante, rispetto ad altre.
I BLACK MUSLIMS, un movimento sorto negli anni ’30 ad opera di Wallace Fard, sostengono di essere originariamente figli dell’Islam e di avere come loro Dio Allah: se in nome di questa religione i neri americani si uniranno e svolgeranno un ruolo attivo in essa, riusciranno ad acquisire nuovamente il potere perso.

   I Black Muslims, convinti che la causa principale della discriminazione sia da imputare alla mancanza di potere economico da parte dei neri, cercano di favorire qualsiasi attività in proprio. Nel ‘64 MALCOLM X è il leader più significativo del movimento ed il primo a parlare apertamente di Rivoluzione Nera. Lo stesso anno egli si stacca dal movimento per fondarne uno collaterale denominato ORGANIZATION OF AFRO-AMERICAN UNITY (Organizzazione dell’unità afroamericana), neppure un anno dopo verrà assassinato.

Sebbene Malcolm X abbia avuto una personalità e abbia professato un credo politico e religioso totalmente diverso da M.L.King, egli resta una figura di spicco del movimento nero, anche grazie alla sua autobiografia che ha notevolmente contribuito a renderlo famoso dopo la sua morte.

IL BLACK POWER E IL BLACK PANTHER PARTY

La delusione nelle istituzioni dei bianchi e nella lotta eterna alla discriminazione, spinge i musulmani neri a credere che la strada verso l’eguaglianza sia definitivamente sbarrata per loro; da qui nascono gli atteggiamenti di sfida agli Stati Uniti e alle loro istituzioni.

   Nasce così, nel 1966, con STOKELY CARMICHAEL, il BLACK POWER (POTERE NERO). Nella sua accezione più positiva il Potere Nero vuole promuovere l’autodeterminazione, il rispetto di sè e la piena partecipazione alle decisioni riguardanti i neri. Carmichael sostiene che solo il raggiungimento di questi ideali può obbligare i bianchi a trattare con i neri.

   In realtà questi gruppi associativi, così come la RIVOLUZIONE NERA, sono dei movimenti nazionalisti che originariamente non inneggiano al rovesciamento del sistema politico, economico e sociale, ma che in seguito ne saranno coinvolti. Il più noto e diffuso di questi è il BLACK PANTHER PARTY, fondato nel ‘66 a Oakland, California, da BOBBY SEALE e HUEY P.NEWTON. La denominazione per esteso del partito, BLACK PANTHER PARTY FOR SELF-DEFENSE, sta ad indicarne la funzione primaria: porre fine alle crudeltà della polizia bianca tramite la organizzazione di gruppi armati di autodifesa all’interno delle comunità nere. Il tutto risulterà in una guerriglia serrata con le forze dell’ordine.

VERSO GLI ANNI ‘70

Gli anni ‘66, ’67’e ‘68 vedono molte ribellioni violente causate dalle condizioni di vita nei ghetti: i neri vogliono un lavoro, case decenti e scuole migliori. MARTIN LUTHER KING VIENE ASSASSINATO A MEMPHIS IL 4 APRILE 1968, la sua scomparsa non è solo un evento storico drammatico e deprecabile che sembra indicare la fine di una ribellione non-violenta, ma mostrò, come nel caso dell’assassinio di J.F.Kennedy e del senatore Robert Kennedy, allora candidato alla presidenza, a quanto gli uomini potevano giungere per impedire che si realizzassero quegli ideali di giustizia ed uguaglianza fondamentali per una società democratica.

   In quegli stessi anni l’INDAGINE KERNER, finanziata dal governo, rivela che il paese si sta dirigendo sempre di più verso due società distinte, separate e diseguali: quella dei bianchi e quella dei neri. I Black Muslims e il Black Power non vogliono l’integrazione pacifica, ma la distinzione netta, i neri non hanno trovato una valida alternativa alla violenza come mezzo per raggiungere dei giusti ideali e il senso di frustrazione che ne è derivato li conduce all’ostilità nei confronti delle istituzioni e del governo.
Il processo di desegregazione tuttavia procede incessantemente e con risultati positivi. Nell’arco di 20 anni (dal ‘50 al ‘70) molte cose sono cambiate per la gente di colore, il CIVIL RIGHTS ACT ha stabilito dei punti di riferimento inamovibili per la lotta all’uguaglianza e alle pari opportunità.

(da http://mail.gentileschi.it/approf68/costellazione68/societa02.html)

Una risposta a "L’AMERICA IN RIVOLTA per l’assassinio a MINNEAPOLIS (Minnesota) di GEORGE FLOYD – “I CAN’T BREATHE”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd è lo slogan contro la polizia – E torna il grido “BLACK LIVES MATTER”, le vite nere contano – E la PROTESTA è MULTIETNICA, neri e bianchi insieme"

  1. Nadia Breda lunedì 8 giugno 2020 / 11:10

    Ringrazio infinitamente per queste rassegne stampa. Nadia

    Nadia Breda Prof. of Cultural Anthropology, University of Florence (Italy). https://www.unifi.it/p-doc2-2015-0-A-2b333c2f392d-0.html

    Chercheure invitée au Laboratoire d’Anthropologie Sociale (LAS), CNRS/EHESS/Collège de France, Paris, http://las.ehess.fr/index.php?2848; nadia.breda@college-de-france.fr

    Last Formation : Institut National des Langues et Civilisations Orientales (INALCO), Département EURASIE, Langue Mongole. http://www.inalco.fr/langue/mongol

    Last Workshop: http://www.poeweb.eu

    Last publication: Humans, Water, and stones. https://ojs.uniroma1.it/index.php/semestrale-geografia/article/view/15379

    Page: Academia https://unifi.academia.edu/nadiabreda

    >

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