I MONUMENTI ABBATTUTI come giusta risposta antirazzista? – Dopo l’assassinio di GEORGE FLOYD, vengono RIMOSSE LE STATUE di personaggi famosi considerati razzisti – Come dialogare con la ferocia di tanti avvenimenti storici? e anche con i simboli negativi dei monumenti (senza doverli per forza abbattere)?

MAPPA ALLA CASA GIL A ROMA DELL’AFRICA – “(…) Nel 2019 il festival Short theatre ha svolto alcune delle sue attività anche nel palazzo che un tempo fu la CASA DELLA GIOVENTÙ ITALIANA DEL LITTORIO (Gil). (…) L’edificio è in puro stile razionalista ed è stato inaugurato nel 1937, l’anno dopo la CONQUISTA VIOLENTA DELL’ETIOPIA, proprio per celebrare quella guerra sanguinaria. Nel 2019 un collettivo di studiose (..) hanno portato all’attenzione pubblica la problematicità del palazzo e soprattutto di una MAPPA ESPOSTA NEL SALONE D’ONORE (..). In quella raffigurazione, l’AFRICA è immensa e domina tutta la parete, ma è UN CONTINENTE VUOTO, dove sono segnati solo i POSSEDIMENTI ITALIANI e si vede solo la M di Mussolini (insieme alla sua famosa frase “NOI TIREREMO DRITTO”), che sembra incombere sui territori occupati. Accanto alla mappa i nomi delle città conquistate dagli italiani: ADUA, ADIGRAT, MACALLÈ… COSA FARE DAVANTI A UN TALE SFOGGIO DI FASCISMO COLONIALE? Quella mappa lascia interdetti per la sua ferocia, ma PICCONARLA SAREBBE UN GRANDE ERRORE, perché solo osservandola si capiscono tante cose della nefasta visione che il fascismo aveva del mondo, soprattutto di quei popoli che erano malauguratamente finiti sotto il suo dominio. QUELLA MAPPA VUOTA CI PARLA ANCORA OGGI DELLE VIOLENZE CHE SI SONO ABBATTUTE SUI CORPI DEI COLONIZZATI. (…) (IGIABA SCEGO, scrittrice, 9/6/2020, da INTERNAZIONALE – https://www.internazionale.it/)

   Dopo la feroce e drammatica (che si è potuta vedere!) uccisione di George Floyd a Minneapolis da parte della polizia, le proteste sono sorte spontaneamente in moltissime città (non solo degli USA ma in tutto il mondo), con milioni di persone in piazza contro il razzismo (mai cessato, anche adesso!); e dopo questo tragico episodio, è accaduto che in tanti luoghi degli Usa, della Gran Bretagna, ma in tutta Europa e altri continenti (quasi dappertutto) si è scatenata una protesta popolare collettiva dei manifestanti contro monumenti e statue che esaltano figure famose del passato che erano esplicitamente razziste, nella loro vita, nelle loro attività, nei loro comportamenti.

Morte di George Floyd: A LONDRA il sindaco fa abbattere la statua di un commerciante di schiavi (foto ripresa da http://www.huffingtonpost.it/)

   L’abbattimento di alcuni simboli (che solo adesso ci rendiamo conto negativi?) del passato, avviene quasi sempre con episodi accaduti nel presente (come nel caso di George Floyd, che ha destato vasta impressione…) che creano una psicosi collettiva (peraltro riteniamo in questo caso più che positiva, la protesta per quanto accaduto e il rifiuto del razzismo…); e che fa sì che non si tollerano più simboli del passato che, ci accorgiamo solo ora, magari sono monumenti vicini a casa, ci passiamo ogni giorno davanti…, e rappresentano figure che nella loro vita si sono rivelate razziste, crudeli; e che creano in noi conflitto rispetto all’episodio accaduto nel nostro presente, che contestiamo.

L’immagine della statua di CRISTOFORO COLOMBO al momento di essere abbattuta a MINNEAPOLIS (ripresa da Youtube)

   Ci sono poi ricorrenze (oppure iniziative di singoli) nelle quali “ci si accorge”, che un personaggio storico famoso, venerato, questa persona non meritava statue, intitolazioni di strade, piazze, scuole…un episodio emblematico è quello del generale comandante in capo delle truppe italiane nella prima guerra mondiale (fino alla disfatta di Caporetto) LUIGI CADORNA.

Il generale della prima guerra mondiale LUIGI CADORNA (foto da WIKIPEDIA)

   Solo adesso (pochi anni fa) ci si è accorti della crudeltà delle azioni di Cadorna. Usava una tattica di guerra senza tener alcun conto delle vite umane: attacchi frontali, i nostri soldati a scagliarsi contro le postazioni nemiche a ranghi compatti, offrendo squadre, plotoni e compagnie al tiro delle mitragliatrici. Gli attacchi si concludevano sempre con un numero altissimo di morti, e peraltro quasi nessuna conquista territoriale. Ma non si limitava a questo Cadorna: faceva fucilare chi arretrava al massacro: i carabinieri si distinguevano in questo, qualora il soldato che arretrava non fosse ucciso dal “suo” ufficiale, un plotone di carabinieri “aspettava” nelle retrovie chi si ritirava per fucilarli sul posto. E addirittura, nella giustizia sommaria delle fucilazioni dopo l’eventuale ritirata, si estraeva a sorte chi doveva essere ucciso (lo stesso Cadorna ordinava, in un telegramma inviato a tutti i reparti militari sul fronte, il 1 novembre 1916: «Ricordo che non vi è altro mezzo idoneo per reprimere i reati collettivi che quello della immediata fucilazione dei maggiori colpevoli, e allorché l’accertamento dell’identità personale dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte». Ebbene, questo generale Cadorna è nel nome di tante piazze, strade, scuole, monumenti delle nostre città…. (e solo adesso ci si accorge di cos’era veramente Cadorna, e lo si vuole rimuovere…).

Roma, manifestazione antirazzista dopo l’uccisione di George Floyd (foto da https://www.peopleforplanet.it/)

   Tornando ora alla decapitazione a furor di popolo, antirazzista, di statue di personaggi dichiaratamente razzisti (oppure alla richiesta, meno violenta e “immediata”, di rimozione; o ad amministrazioni comunali che d’iniziativa propria in questo senso deliberano…), vien da pensare che la cosa può anche essere sì auspicabile, condivisibile….ma rischiamo di perdere traccia visibile di certi fatti negativi….e richiederebbe invece un dialogo più ragionato “con la storia”, con gli accadimenti del passato; con una rivisitazione di essi, e capire perché e per come sono accaduti certi episodi spesso crudeli, atroci, che personaggi allora venerati per qualche loro altra azione (magari benefattori e finanziatori di opere cittadine, valenti affermati giornalisti, etc.) ha fatto sì che li si venisse a dedicare una statua (o più d’una) che adesso si vuole abbattere.

Morte Floyd, Virginia: imbrattate statue degli eroi confederati e razzisti

   Il problema è che anche dittature fasciste e violente, anche loro si sono dedicate ad abbattere statue di personaggi del passato. Più di tutti l’Isis negli appena passati anni di dominio assoluto in Siria e altre parti del Medio Oriente ha fatto man bassa di simboli (anche statue) del passato. E prima ancora la rivoluzione Khomeinista in Iran; e perfino i Khmer rossi in Cambogia. Questi esempi comunque non necessariamente possono essere messi sullo stesso piano al fatto che la “rivisitazione storica” che accadde adesso, portata avanti da un movimento antirazzista mondiale in auge in queste settimane, possa avere invece anche degli aspetti positivi.

   Solo è da chiedersi se ha senso questa (temporanea?) furia popolare di rimozione dei monumenti sgraditi, se sia giusta o meno: se invece non si potesse auspicare fatti più concreti affinché episodi e modi quotidiani razzisti non avvengano più. E se si possono mantenere i monumenti, i simboli (negativi) del passato, cercando di “dialogare” e contrapporsi ad essi.

Un dettaglio del bassorilievo di Mussolini a Bolzano sulla facciata dell’ex Casa del Fascio (ora Palazzo delle Finanze) con la scritta impressa “CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE”

   Una soluzione può essere quella che propone in un articolo sul “Foglio” (che in questo post qui di seguito vi proponiamo) Adriano Sofri, riferendosi alla città di Bolzano. A Bolzano, sulla facciata dell’ex Casa del Fascio (ora ci sono gli uffici finanziari) c’è un colossale bassorilievo col duce a cavallo (vedi una parte nella foto qui sopra) e l’epopea fascista, con il motto “credere obbedire combattere”; e si è sovrapposta, in risposta, sul frontone, una scritta luminosa tratta da Hannah Arendt, in italiano, tedesco e ladino: “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”. E questo è avvenuto forse troppo tardi, nel 2017, in ogni caso pacatamente, cercando di rispondere al moto fascista a mente fredda, con la forza della ragione e della convivenza pacifica rappresentata dal pensiero di Hannah Arendt.

“(…) Anche con le storie comuni, anche con la storia dell’intero genere umano, che è andata sempre più ravvicinandosi, possiamo usare, se non un’indulgenza (sì una pietà) una comprensione. Abbattere qualche monumento davvero insopportabile, accostare a qualche altro una buona didascalia, continuare a onorarne altri. A BOLZANO c’è un esempio prezioso, sulla FACCIATA dell’EX CASA DEL FASCIO. Si è conservato il colossale bassorilievo col DUCE A CAVALLO e l’epopea fascista e il motto “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”, e SI È SOVRAPPOSTA sul frontone UNA SCRITTA LUMINOSA tratta da HANNAH ARENDT, in italiano, tedesco e ladino: “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”. Questo è avvenuto tardi, nel 2017, e a mente fredda, per così dire. (…)” (ADRIANO SOFRI, 11/6/2020, IL FOGLIO)

   Nel contesto della GEOGRAFIA, del pensiero geografico, la mappa, la carta geografica, molto spesso si è prestata a strumentalizzazioni fasciste, violente, di dominio e di potere. In una bella mostra tenuta a Treviso dalla Fondazione Benetton tra il novembre 2016 e marzo 2017, i proponenti si chiedevano (e cartograficamente con esempi storici dimostravano) se “la Geografia può servire a fare la guerra”, nella soggettività politica della mappa nel rappresentare i confini, gli stati, le popolazione a volte sottomesse a quel o quell’altro potere (vedi: https://geograficamente.wordpress.com/2016/11/10/la-geografia-serve-a-fare-la-guerra-la-bella-mostra-a-treviso-a-palazzo-bomben-fino-al-19-febbraio-2017-della-fondazione-benetton-rileva-quale-sia-stato-specie-nel-suo/ ).

A BRISTOL la folla abbatte la statua di Edward Colston trafficante di schiavi inglese (foto da “la Repubblica”)

   Tutto questo per dire che ai simboli del passato, come nel caso di queste settimane del diffondersi della volontà di manifestanti (e amministrazioni comunali) di togliere statue di personaggi razzisti, sarebbe forse più utile una risposta (anche popolare) ragionata: acquisire nella propria coscienza personale, e insieme in quella collettiva, i drammi e anche le atrocità del passato, ragionarci su (anche con scritte e sovrapposizioni allo spirito originario razzista del monumento) perché cose del genere non possano più accadere (e dialogare di più con “la storia”) (s.m.)

A RICHMOND, in VIRGINIA, dopo anni si è deciso finalmente di rimuovere anche la statua del comandante delle truppe confederate ROBERT E. LEE dal suo piedistallo (nella foto ora il monumento è “vuoto”, senza statua) (foto ripresa da “il Fatto Quotidiano”)

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(nella foto l’obelisco di Mussolini al Foro Italico a ROMA, con la scritta “MUSSOLINI DUX”) – “(…) Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 GIANNI RODARI scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo “Poscritto per il Foro”. Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo. SI VOGLIONO LASCIARE LE SCRITTE MUSSOLINIANE? Va bene. Ma SIANO ADEGUATAMENTE COMPLETATE. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo BUONI SCRITTORI PER DETTARE IL SEGUITO DI QUELLE EPIGRAFI e valenti artigiani per incidere le aggiunte. Per Rodari le aggiunte dovevano riguardare il dolore che il fascismo aveva inflitto. Un dolore che andava ricordato per non ripetere più un obbrobrio del genere. COMPLETARE QUINDI, PER NON SOCCOMBERE. (…)” (IGIABA SCEGO, scrittrice, 9/6/2020, da INTERNAZIONALE – https://www.internazionale.it/)

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I MONUMENTI ABBATTUTI E LA MEMORIA: NON C’È UN PRINCIPIO CUI SPERARE DI FAR ATTENERE I POPOLI NEI CONFRONTI DELLA STORIA

di Adriano Sofri, 11/6/2020, da IL FOGLIO, https://www.ilfoglio.it/

   La storia, lo studio del passato, è letteralmente un monumento. Nei suoi momenti più esaltati, la rivalsa contro il passato non si accontenta di abbattere alcuni monumenti particolari, ma cerca di fare tabula rasa della storia. Il suo “uomo nuovo” non ha precedenti e non vuole averne.

   Abbiamo assistito a queste sfide smisurate, dalla Grande Rivoluzione francese in poi, fino alla Cina della Rivoluzione culturale, la Cambogia dei Khmer rossi, e possiamo guardare ai nuovi episodi di demolizione o decapitazione delle statue con un maggior distacco.

   Il fatto è che anche ciascuno di noi ha un proprio personale passato, una propria storia, e quanto più è lunga – nella nostra longeva parte di mondo è mediamente lunga – tanto più è stata intrisa di pregiudizi. La Costituzione, che ha anche lei la sua età, stabiliva che tutti i cittadini fossero uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali. Ma non è stato così, per nessuno di noi o quasi. Ciascuno di noi – bastava essere maschio, per esempio – è cresciuto senza riconoscere i propri pregiudizi di sesso, razza, lingua, religione e distanza sociale, e li ha superati, quando ne è stato capace, molto lentamente e attraverso vere rivelazioni. Ma anche la legge ha fatto una gran fatica ad applicare quel principio costituzionale, e ancora non ha finito e del resto non finirà mai, e conosce anche retrocessioni.

   Si era appena rassegnata a far votare le donne, e ci ha messo decenni a far entrare le donne in magistratura, o nella professione militare, a cancellare il delitto d’onore… Nella nostra vita pubblica e in quella privata, di noi vivi al momento, abbiamo eretto altrettanti monumenti piccoli o grandi che, alla luce di quello che crediamo giusto oggi, dovremmo abbattere clamorosamente. Non lo facciamo, naturalmente, salvo che diventiamo dei fanatici e compiaciuti convertiti; possiamo prenderne le distanze e provare a capire com’è andata e a chiederci come sta andando e a fare attenzione a come andrà ancora.

   Dunque anche con le storie comuni, anche con la storia dell’intero genere umano, che è andata sempre più ravvicinandosi, possiamo usare, se non un’indulgenza (sì una pietà) una comprensione. Abbattere qualche monumento davvero insopportabile, accostare a qualche altro una buona didascalia, continuare a onorarne altri.

   A BOLZANO c’è un esempio prezioso, sulla facciata dell’ex Casa del Fascio. Si è conservato il colossale bassorilievo col Duce a cavallo e l’epopea fascista e il motto “Credere obbedire combattere”, e si è sovrapposta sul frontone una scritta luminosa tratta da Hannah Arendt, in italiano, tedesco e ladino: “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”. Questo è avvenuto tardi, nel 2017, e a mente fredda, per così dire.

   Altro affare quando il popolo si desta e va ad abbattere le statue odiate, a furor di popolo appunto, come avviene di nuovo in questi giorni in nome di George Floyd. Ma anche il furor di popolo non è un criterio sufficiente cui affidarsi: anche la guerra scatenata a ogni vestigio del passato dalla rivoluzione khomeinista fu popolarissima.

   Non c’è un principio cui attenersi, cui sperare di far attenere i popoli, nei confronti dei monumenti e della storia in generale. A volte, non di rado, interviene la famosa astuzia della ragione. Statue vengono impetuosamente abbattute, ma resistono gli stivali, a Budapest o a Luanda… I monumenti agli stivali, anche quando si perde la memoria di chi li aveva indossati, sono forse la lezione più pregnante della storia maestra di vita. Con una riserva, oltretutto: che potranno servire per il prossimo titolare. Economia, Orazio, economia! (Adriano Sofri)

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A BRISTOL LA FOLLA ABBATTE LA STATUA DI EDWARD COLSTON, TRAFFICANTE DI SCHIAVI INGLESE

da “la Repubblica” del 8/6/2020

   A Bristol, nel Regno Unito, durante la manifestazione di protesta del movimento Black Lives Matter (“le vite nere contano”, ndr) per la morte di George Floyd, l’uomo di 48 anni ucciso durante un fermo di polizia lo scorso 25 maggio a Minnesota (Stati Uniti), è stata abbattuta la statua in bronzo dedicata a EDWARD COLSTON (1636 – 1721), mercante e commerciante di schiavi africani.

   Colston, tra il 1672 e il 1689, si stima abbia fatto arrivare in America più di 80mila uomini, donne e bambini africani, 19mila dei quali si pensa siano morti durante il viaggio, eppure è stato celebrato nel Regno Unito (con statue e con l’intitolazione di diverse strade) per la sua attività filantropica: coi proventi delle sue diverse attività ha infatti finanziato la costruzione di scuole, ospedali, ospizi, chiese a Bristol, a Londra e in altre città del Regno.

   Alla manifestazione hanno partecipato circa diecimila persone. In un video diffuso sui social si può vedere distintamente tutta la sequenza dell’abbattimento: l’imbragatura della statua di bronzo, la caduta, e la folla che si accanisce sul monumento, prendendolo a calci, imbrattandolo e facendolo rotolare per la strada.

   Sull’abbattimento del monumento indaga la polizia. “Un piccolo gruppo di persone –  ha dichiarato il sovrintendente Andy Bennett – ha commesso un atto criminale abbattendo una statua vicino al porto di Bristol. Stiamo già raccogliendo i filmati dell’incidente”.

   Durante le proteste di ‘Black Lives Matter‘ a Londra, invece, è stato imbrattato il memoriale di Winston Churchill a Westminster. Lo riporta l’Evening Standard.

   Alcuni manifestanti hanno scarabocchiato “era un razzista” sulla statua di Churchill, primo ministro britannico durante la seconda guerra mondiale. A nulla sono valsi i tentativi di coloro che hanno cercato di proteggere la statua che peraltro era stata già deturpata con graffiti verdi durante l’imponente manifestazione contro il razzismo, svoltasi nel 76/mo anniversario del D-Day. Sui social media è anche comparso un post intitolato “un assaggio del vero Churchill” con un elenco di citazioni attaccate al memoriale. (da “la Repubblica”)

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COSA FARE CON LE TRACCE SCOMODE DEL NOSTRO PASSATO

di IGIABA SCEGO, scrittrice, 9 giugno 2020, da INTERNAZIONALE (https://www.internazionale.it/)

   Roma è una città fascista. La frase potrebbe suonare come una bestemmia. Probabilmente lo è. Ma il fatto è che nella storia della capitale sono evidenti le tracce del ventennio. Chi abita nella capitale lo sa bene, i fasci littori spuntano stampigliati sui tombini quando meno ce lo aspettiamo, compaiono su un ponte o in alcuni murales. Spesso quando andiamo in una scuola, all’università o in un ufficio postale incappiamo in qualche palazzo d’epoca che presenta segni più o meno occulti del passaggio del regime. Molte delle case in cui abitiamo sono state costruite negli anni trenta e nei cortili di certi palazzi è visibile la grande M di Mussolini.

   C’è l’ombra del fascismo anche nei nomi delle strade. A volte ci capita di attraversarne alcune che rimandano a conquiste coloniali o, peggio, abitiamo in vie dedicate a feroci gerarchi. Quel passato di violenza e coercizione insomma è ancora tra noi, vivo nello spazio urbano. È un passato che contamina il presente e che se non viene discusso può provocare danni alle generazioni future.

   In occidente il dibattito sui monumenti con un portato storico “pesante” si apre ciclicamente, spesso dopo una qualche azione pubblica. Il dilemma è sempre lo stesso: rimuovere o non rimuovere quelle tracce funeste? Quale azione è più efficace?

Negli Stati Uniti
Non è un caso se dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, il dibattito è ripreso con grande forza e partecipazione soprattutto negli Stati Uniti. Lottare per la sicurezza dei corpi afrodiscendenti è sempre stato intimamente legato alla cura del corpo delle città, e dunque di un paese.

   Le tracce di un passato schiavista, misogino, razzista, omofobo rappresentato dalle tante statue dedicate a politici e militari della confederazione – che durante la guerra civile erano contro i diritti dei neri – sono una ferita nel corpo della nazione. Anche perché tante non risalgono nemmeno ai tempi della guerra civile, sono monumenti messi lì a inizio novecento, quando i neri erano segregati a causa delle leggi razziali di Jim Crow ed erano linciati un giorno sì e un giorno no.

   Furono erette per sfregio, quasi come ultimo tentativo di restaurazione dell’epoca in cui i bianchi prosperavano sulla pelle degli schiavi neri. Tante furono messe sui piedistalli in periodi di tensione, contro ogni tentativo degli afroamericani di alzare la testa e pretendere diritti, come quelle realizzate tra il 1950 e il 1960 quasi per impedire che il movimento dei diritti civili si sviluppasse e crescesse.

   Il movimento BLACK LIVES MATTER ha capito che la distruzione dei corpi dei neri ha anche a che fare con uno spazio urbano che non è neutro. Negli Stati Uniti l’attenzione per questo spazio segnato da tracce di razzismo, violenza e segregazione è cresciuta dal 2015, anno in cui Dylann Roof ha ucciso nove neri a Charleston, in South Carolina, mentre assistevano alla messa. L’intento del terrorista suprematista era innescare una guerra tra razze, e i suoi modelli erano proprio alcune delle personalità rappresentate nelle statue dei confederati, che lui venerava come sue divinità.

   Dopo la morte di George Floyd, Black lives matter ha fatto pressioni affinché alcune di quelle dedicate a schiavisti ed esponenti della confederazione fossero rimosse. A Filadelfia, in Pennsylvania, la statua dell’omofobo e razzista Frank Rizzo – capo della polizia dal 1967 al 1971 e sindaco dal 1972 al 1980 – è stata portata via. A Nashiville, in Tennessee, è toccato un destino simile a quella di Edward Carmack, senatore dal 1901 al 1907, noto per aver preso di mira l’attivista nera Ida B. Wells. Dopo anni si è deciso finalmente di rimuovere anche la statua del comandante delle truppe confederate Robert E. Lee a Richmond, in Virginia, anche se un giudice ha temporaneamente bloccato le operazioni.

   Nel 2017, nella vicina Charlottesville, c’era stato un raduno neonazista e quella statua – ricoperta da slogan antirazzisti dopo la morte di Floyd – era considerata dai molti un oltraggio. Ecco perché dopo l’annuncio della sua rimozione è diventata virale la foto che ritrae Ava Holloway e Kennedy George, due ballerine adolescenti della Central Virginia dance academy, mentre ballano sulle punte su quell’orrore architettonico, dedicato a chi aveva schiavizzato e violentato le loro antenate. Quell’immagine, insieme alla decisione di rimuovere Lee dal suo piedistallo, è sembrata a tanti una riparazione necessaria.

In Europa
Naturalmente questo dibattito si è diffuso anche in Europa, perché sono numerosi gli spettri che si aggirano molesti per il continente. Quello della schiavitù si accompagna in Europa a quello altrettanto nefasto del colonialismo. Qualche anno fa in Sudafrica è nato il movimento #RhodesMustFall, che ha preso di mira le statue dedicate a Cecil Rhodes, il più colonialista tra i colonialisti, colui che si era fatto un nome e una posizione sulle ossa dell’Africa. Tutto è cominciato il 9 marzo 2015, quando lo studente e attivista sudafricano Chumani Maxwele ha lanciato degli escrementi contro la statua di Rhodes che dal 1934 campeggiava all’università di Città del Capo.

   Dal Sudafrica il movimento si è poi allargato ad altre città del continente e ha infine raggiunto la Gran Bretagna, dove ha chiesto la rimozione di altre statue raffiguranti discutibili personaggi del passato. E tutto mentre il pensiero imperialista da “Britain first” aleggiava pericolosamente nella politica britannica a causa della campagna per la Brexit.

   Quando il 7 giugno gli attivisti di Bristol hanno tolto dal piedistallo la statua del mercante di schiavi Edward Colston – reo del trasporto di centomila persone nella tratta atlantica –, e l’hanno fatta rotolare come un birillo nel fiume, in tutta la città si è diffusa una sensazione di sollievo. Erano anni che con petizioni, picchetti e performance creative se ne chiedeva la rimozione, ma il comune era stato sordo a ogni richiesta. E più il clima politico britannico peggiorava, più il razzismo aumentava, più quella statua sembrava uno sfregio ai tanti black british che in quel Regno Unito sono considerati come cittadini di serie b. La città aveva bisogno di decolonizzare la sua storia, far sì che quel passato (e la ricchezza ottenuta dallo sfruttamento) fosse finalmente discusso, per poi voltare pagina tutti insieme. Ma invece di essere ascoltati, i cittadini di Bristol sono stati ignorati. Rimuovere la statua da soli è diventata quindi l’unica soluzione possibile.

In Italia
E gli abitanti di Roma? E quelli dell’Italia intera? Come si pone il nostro paese all’interno di questo dibattito? Prendiamo l’esempio della capitale. È chiaro che qui le tracce del fascismo non possono essere abbattute come una statua. Sono tracce della storia di questa città e di questo paese, in alcuni casi sono esempi di quell’architettura razionalista che, con il suo gioco di linee e sinuosità, ha realizzato monumenti di gran valore. Ma se non possono essere cancellate, cosa possiamo fare? Di certo sono tracce che non possono essere lasciate lì senza un dibattito e un lavoro intorno a loro. Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 Gianni Rodari scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo “Poscritto per il Foro”. Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo.

   Si vogliono lasciare le scritte mussoliniane? Va bene. Ma siano adeguatamente completate. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo buoni scrittori per dettare il seguito di quelle epigrafi e valenti artigiani per incidere le aggiunte.

   Per Rodari le aggiunte dovevano riguardare il dolore che il fascismo aveva inflitto. Un dolore che andava ricordato per non ripetere più un obbrobrio del genere. Completare quindi, per non soccombere. Un tentativo in questo senso è stato fatto nel 2019 quando il festival Short theatre ha svolto alcune delle sue attività anche nel palazzo che un tempo fu la Casa della gioventù italiana del littorio (Gil), restaurato dalla regione Lazio. Ideato nel 1933 dall’architetto Luigi Moretti, che allora aveva 26 anni, l’edificio è in puro stile razionalista ed è stato inaugurato nel 1937, l’anno dopo la conquista violenta dell’Etiopia, proprio per celebrare quella guerra sanguinaria.

   Nel 2019 un collettivo di studiose postcoloniali e femministe formato da Ilaria Caleo, Isabella Pinto, Serena Fiorletta e Federica Giardini hanno, insieme agli organizzatori del festival, portato all’attenzione pubblica la problematicità del palazzo e soprattutto di una mappa esposta nel salone d’onore, un luogo di passaggio tra le palestre e i piani superiori, raggiungibili attraverso una scala di marmo. In quella raffigurazione, l’Africa è immensa e domina tutta la parete, ma è un continente vuoto, dove sono segnati solo i possedimenti italiani e si vede solo la M di Mussolini (insieme alla sua famosa frase “Noi tireremo dritto”), che sembra incombere sui territori occupati. Accanto alla mappa i nomi delle città conquistate dagli italiani: Adua, Adigrat, Macallè…

Cosa fare davanti a un tale sfoggio di fascismo coloniale? Quella mappa lascia interdetti per la sua ferocia, ma picconarla sarebbe un grande errore, perché solo osservandola si capiscono tante cose della nefasta visione che il fascismo aveva del mondo, soprattutto di quei popoli che erano malauguratamente finiti sotto il suo dominio. Quella mappa vuota ci parla ancora oggi delle violenze che si sono abbattute sui corpi dei colonizzati.

   Il dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti.

   Il collettivo di studiose postcoloniali e femministe l’ha inondata di frasi, proiettate o messe lì attraverso dei cartelli, e parallelamente ha organizzato dibattiti pubblici. Il vuoto è stato riempito con domande come: la mia pelle è un privilegio? Chi è civile? Chi è superiore? Gli italiani sono bianchi? Che lingua parlano i tuoi fantasmi? Dov’è la Somalia? Dov’è L’Etiopia? Dov’è l’Eritrea? Chi può parlare? La patria è donna? Perché questa mappa dell’Africa è vuota?

   “Qui, per intervenire, una didascalia, non basta (…) fare memoria è un atto simbolico quanto materiale, e quindi politico, riportando sulla scena le relazioni tra quante rifiutano le narrazioni del colonizzatori. E il come è tutto da inventare”, hanno scritto le studiose.

   LA PAROLA MAGICA È RELAZIONE, ed è la parola che ha adottato il nuovo museo italo-africano nel quartiere Eur di Roma (per inciso: un quartiere nato per l’esposizione universale del 1942, una manifestazione che Mussolini aveva tanto voluto ma che dovette annullare a causa della guerra). Dedicato alla giornalista italiana ILARIA ALPI, uccisa in Somalia insieme all’operatore MIRAN HROVATIN nel 1994, il museo sta ancora archiviando i materiali che presenterà al pubblico nel 2021. Ma intanto ha creato una comunità dialogante di artisti, studiosi, studenti, insegnanti che di temi legati al colonialismo si sono sempre occupati. Perché solo una collettività transculturale (con origini diverse) può prendere queste tracce e reinventarle a seconda dei tempi e delle circostanze.

   Il delicato dibattito sulle tracce del passato non va ridotto all’abbattimento o meno di statue e monumenti. A sdegni incrociati. A veti. A rabbie. Va tutto discusso e reso patrimonio comune. In questa storia non c’è giusto o sbagliato. Ci sono le relazioni. Il consiglio di Rodari, ovvero quello di completare quelle tracce, è sempre da tenere presente. Oltre a monumenti su cui discutere collettivamente – a Roma l’obelisco con la scritta Dux, a Parma la statua dedicata all’ufficiale ed esploratore Vittorio Bottego, sarebbe importante anche costruire monumenti riparativi. Ovvero dare dignità, anche monumentale e statuaria, a chi ha sofferto. Se i nostalgici della schiavitù a inizio novecento hanno progettato statue razziste, forse, soprattutto ora dopo la morte di George Floyd, anche qui in Italia è arrivata l’ora di costruire monumenti dedicati a schiavi, colonizzati, vittime del fascismo.

   Una delle azioni decoloniali più recenti è stata quella del movimento Non una di meno, che ha versato una vernice rosa lavabile sulla statua di Indro Montanelli a Milano. Il giornalista, quando negli anni trenta era in Africa a comando di un battaglione di ascari, aveva con sé una bambina di dodici anni costretta al concubinaggio forzato. L’azione di Non una di meno voleva dare peso, con quella vernice rosa, alla sofferenza di quella lontana bambina colonizzata dell’Africa orientale e con lei a tutte le bambine che soffrono di abusi sessuali più o meno legalizzati nel mondo. Sarebbe bello che qualcuno, che sia uno street artist o un comune, dedicasse una statua, un disegno, un ricordo a quella bambina lontana. Perché hanno ragione Caleo, Pinto, Fiorletta, Giardini: “Una didascalia non basta”. (IGIABA SCEGO, scrittrice italiana di origine somala, 9 giugno 2020, da INTERNAZIONALE – https://www.internazionale.it/)

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GEORGE FLOYD, ABBATTUTE LE STATUE DEI “RAZZISTI”: LE IMMAGINI DAGLI USA A LONDRA. A RICHMOND COLOMBO INCENDIATO E BUTTATO IN UN LAGO

da “Il Fatto Quotidiano”, https://www.ilfattoquotidiano.it/, 9/6/2020

   Abbattute tirandole con delle corde. Poi, in molti casi, incendiate e buttate in laghi o specchi d’acqua. La folla, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, si è scagliata contro le statue di diversi personaggi accusati di essere “razzisti” o “schiavisti”. I manifestanti dal Minnesota a Londra, fino in Belgio, hanno preso di mira diverse effigi tra cui quelle di Robert Milligan, commerciante scozzese proprietario di schiavi, e Cristoforo Colombo, navigatore ed esploratore, già oggetto delle proteste dei vandali in passato. Proprio la statua del conquistatore, considerato un colonizzatore e uno sterminatore di nativi americani, è stata incendiata e buttata in un lago a Richmond, in Virginia

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A MORTE LE STATUE

di Giulia Belardelli, 11/6/2020, da https://www.huffingtonpost.it/

– In poche ore vandalizzate quattro statue di Cristoforo Colombo negli Usa. Dal Regno Unito al Belgio, si allunga la lista dei monumenti colpiti da BLACK LIVES MATTER. Riverberi anche in Italia: nel mirino l’effige di Montanelli –

   Cade un’altra statua, buttata giù dalla rabbia dei manifestanti. L’ultimo episodio ci riporta negli Usa, a Minneapolis, dove tutto è cominciato: davanti al Campidoglio è stata abbattuta la statua di Cristoforo Colombo, figura già finita nel mirino delle proteste a Richmond, Boston, Saint Paul. A Richmond, in Virginia, la statua è stata buttata giù dal suo piedistallo nel Byrd Park meno di due ore dopo che i manifestanti vi si erano radunati. È stata trascinata a terra con delle corde e al suo posto è stato issato un cartello con la scritta: “Colombo rappresenta il genocidio”. La statua è stata poi incendiata e gettata nel lago del parco, come documentano le immagini.

   Brutta fine anche per l’effige di Colombo a Boston: il monumento dedicato all’esploratore genovese è stato decapitato e rimosso dalla sua collocazione nel North End, quartiere italo-americano della città del Massachusetts. Il sindaco Marty Walsh ha annunciato che il monumento sarà messo in magazzino mentre verranno avviate “conversazioni” sul “significato storico” dell’incidente: non è detto che la statua dell’esploratore italiano ritornerà al suo posto. Non era la prima volta, infatti, che Colombo veniva preso di mira: già decapitato nel 2006, quattro anni fa venne imbrattato di vernice rossa con le parole “Black Lives Matter” spruzzate sulla base.

   Ora che il movimento ha preso nuovo vigore, con connessioni fortissime tra le due sponde dell’Atlantico, sono molti gli amministratori tentati di agire preventivamente rispetto ai potenziali vandali. La cronaca dei giorni scorsi, del resto, parla chiaro: da Minneapolis a Londra, nessun monumento in qualche modo legato alla storia imperialista può dirsi al sicuro.

   Negli Usa riprende vigore la lotta alle statue di generali e leader confederati. A farsene portavoce è persino la Speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi: “Le sale del Congresso sono il cuore stesso della nostra democrazia”, afferma la leader democratica in una lettera indirizzata alle altre cariche di Capitol Hill. “Le statue del Campidoglio dovrebbero rappresentare i più alti ideali degli americani, esprimere quello che siamo e quello che aspiriamo ad essere come nazione. Monumenti a uomini che hanno difeso crudeltà e barbarie per un obiettivo razzista – prosegue riferendosi alla politica schiavista della Confederazione – sono un affronto grottesco a questi ideali. Le loro statue sono un tributo all’odio, non alla nostra storia. Per questo – conclude – devono essere rimosse”.

   La costola britannica del movimento Black Lives Matter è estremamente agguerrita. Gli attivisti della Stop Trump Coalition hanno stilato un elenco – con tanto di mappa interattiva – di tutte le statue che vorrebbero abbattere nel Regno Unito perché “celebrative di schiavitù e razzismo”. Il titolo – “Topple the racists” – dice tutto: “rovescia i razzisti”, anche se sono fatti di pietra.

   Le bandierine segnalano i monumenti da abbattere: una sessantina in oltre 30 città del Regno Unito: nella lista, la statua di Robert Milligan, il fondatore del mercato degli schiavi, West India Docks, al Museum of London; quella a Edimburgo dell’ex segretario Henry Dundas, che ritardò l’abolizione della schiavitù; quella di Sir Francis Drake sul Plymouth Hoe.

   Da parte sua il consiglio comunale di Manchester ha deciso di anticipare i vandali e ha annunciato la revisione di tutte le statue della città. A Plymouth, le autorità hanno deciso di ribattezzare una piazza intitolata al mercante di schiavi Sir John Hawkins, anche se hanno fatto sapere che non intendono rimuovere la statua di Sir Francis Drake.

   Tra le crescenti proteste, il Museum of London ha deciso di rimuovere la gigantesca figura bronzea di un proprietario di piantagioni e schiavi, Robert Milligan. Non sarà risparmiato neanche Robert Baden-Powell, fondatore del movimento mondiale dello scoutismo: le autorità di Poole, nel Dorset, hanno annunciato la rimozione della sua statua. Data per assodata la sua “fama internazionale per aver fondato gli scout, riconosciamo che ci sono alcuni aspetti della sua vita meno degni di commemorazione”, ha osservato il leader del consiglio comunale Vikki Slade.

   A innescare l’incendio in Gran Bretagna era stato, domenica 7 giugno, l’abbattimento della statua di Colston eretta a Bristol nel 1895, poi trascinata per le strade e gettata nelle acque del fiume Avon, seguito dallo sfregio, nello stesso giorno, a Londra, della statua di Winston Churchill, il primo ministro conservatore britannico, eroe della Seconda Guerra Mondiale. “Era un razzista”, la scritta comparsa sulla base della statua, dinanzi al Parlamento di Londra. Colston era stato un benefattore della città: con i soldi ricavati dal denaro del commercio e dello sfruttamento degli schiavi aveva finanziato opere filantropiche in case di cura, scuole, chiese; ma a causa della sua attività di negriero, la statua era già stata contestata nel passato e anche oggetto di una petizione cittadina perché venisse fatta sparire. Una volta abbattuta, un manifestante si è scattato una foto in ginocchio sulla figura bronzea, mimando il gesto del poliziotto bianco che ha soffocato George Floyd, a Minneapolis.

   Sempre a Londra un manifestante è salito sul piedistallo di The Cenotaph, il monumento ai caduti di guerra a Whitehall, e ha appiccato il fuoco alla bandiera con la Union Jack. E così il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha annunciato che una nuova commissione rivedrà le statue, i monumenti e i nomi delle strade per assicurarsi che “riflettono la diversità della città”.

   Ma il grido “a morte le statue” non si limita a Usa e Uk. In Belgio si dibatte sulla figura dell’ex re, Leopoldo II, controversa per il passato coloniale. Una statua a lui dedicata è stata rimossa da una piazza di Anversa e sarà conservata nei depositi di un museo locale. Una petizione lanciata da un 14enne belga per chiedere la rimozione da Bruxelles, ma non solo, di tutte le statue del monarca, ispiratore del sanguinoso regime coloniale in Congo, è stata sottoscritta in pochi giorni da più di 44 mila persone ed è stata accolta anche dai partiti di maggioranza in Parlamento. Al governo hanno chiesto di istituire un gruppo di lavoro per “decolonizzare” gli spazi pubblici della regione: rivedere ed eliminare i nomi di strade e piazze che contengono riferimenti alla storia coloniale del Paese, in particolare al re Leopoldo II (1835-1909).

   La crociata contro le statue ha riverberi anche in Italia, dove l’organizzazione antifascista I Sentinelli ha chiesto al sindaco di Milano Beppe Sala di cambiare l’intitolazione dei giardini dedicati a Indro Montanelli e rimuovere la statua del giornalista che si trova nell’omonimo parco. “Fino alla fine dei suoi giorni – si legge nella lettera che motiva la richiesta di rimozione – Montanelli ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale”. Nella Milano Medaglia d’oro della Resistenza questa è “un’offesa alla città e ai suoi valori democratici”. Non si è fatta attendere la reazione del leader della Lega Matteo Salvini, che sui social ha scritto “giù le mani dal grande Indro Montanelli! Che vergogna la sinistra, viva la libertà”. Per l’assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia ed esponente di Fratelli d’Italia, Riccardo De Corato, “è una vergogna, un attacco alla memoria di uno dei più grandi giornalisti italiani. La Floyd mania sta offuscando le menti anche di qualche consigliere comunale”.

(Giulia Belardelli, 11/6/2020, https://www.huffingtonpost.it/)

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FLOYD, IN VIRGINIA IMBRATTATE LE STATUE DEGLI EROI CONFEDERATI E RAZZISTI. MONUMENTO AL GENERALE LEE A BREVE RIMOSSO

https://www.ilfattoquotidiano.it/. 9/6/2020

   I manifestanti hanno coperto di scritte i monumenti a Richmond durante le manifestazioni antirazziali. Ralph Northam, governatore democratico, finora aveva rimandato la rimozione temendo la reazione negativa di una parte degli elettori

   Jefferson Davis era il presidente degli Stati Confederati e Robert Lee il loro generale il durante la Guerra civile americana. A ricordarli due monumenti a Richmond, in Virginia, da decenni simbolo anche delle divisioni razziali dell’America. Entrambi sono stati imbrattati durante le proteste esplose dopo la morte di George Floyd e Ralph Northam, governatore democratico dello Stato, ha annunciato dopo sei giorni di manifestazioni di aver ordinato la rimozione “al più presto” della statua di Lee.

   “In Virginia abbiamo fissato alti ideali di libertà ed eguaglianza ma non siamo stati all’altezza di molti di loro”, ha aggiunto il governatore. Anche uno dei discendenti del generale Lee, che da anni si batte per la rimozione della statua del suo avo, ha partecipato alla conferenza stampa: “Il tessuto stesso della nostra nazione è a rischio, ed io ho scelto di essere dalla parte della storia, a differenza del mio antenato“.

   Northam aveva espresso il suo appoggio alla rimozioni sin dal raduno dei suprematisti bianchi del 2017 a Charlottesville – che considerano la bandiera e le statue confederate il simbolo dei loro ideali razzisti – ma finora aveva rimandato temendo la reazione negativa di una parte degli elettori, anche perché non era chiaro se avesse l’autorità per dare un ordine del genere.

   Ora l’Assemblea Generale della Virginia ha approvato una legge in questo senso. “I simboli sono importanti e la Virginia finora non ha voluto fare i conti con i simboli – ha detto ancora il democratico – era sbagliato allora ed è sbagliato adesso, per questo rimuoviamo la statua”. L’operazione però sarà complessa e la tempistica non è chiara: l’amministrazione, dopo un sopralluogo, ha infatti precisato che l’intervento deve essere fatto in massima sicurezza visto che il monumento pesa 12 tonnellate ed è alto più di 18 metri.

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SCONFITTI DAL PRESENTE DISTRUGGONO IL PASSATO

di Alessandro Campi, da “Il Messaggero” del 12/6/2020

I politicamente corretti

   L’onda fanatica e integralista che si sta abbattendo su alcuni Paesi occidentali, sulla scia delle proteste anti-razziste nate negli Stati Uniti dopo la brutale uccisione di George Floyd, va ormai oltre gli isterismi censori che di solito si imputano al “politicamente corretto”: un movimento di idee nato nei campus americani con l’obiettivo di combattere le discriminazioni contro le minoranze e divenuto una gabbia linguistico-culturale che ormai rischia di soffocare il dibattito pubblico e la stessa ricerca accademica.

   Dall’igiene delle parole, con esiti d’un conformismo spesso grottesco a dispetto delle buone intenzioni iniziali (il rispetto delle differenze e la difesa del multiculturalismo attraverso il bando dei termini potenzialmente offensivi), siamo ormai scivolati nell’iconoclastia (l’abbattimento o rimozione di statue e lapidi, l’oltraggio ai monumenti e la censura alle opere d’arte) e nella violenza come strumento con cui minoranze radicali attive intendono imporre la propria visione ideologica all’intera società: non il riconoscimento degli errori del passato (da spiegare e contestualizzare senza giustificarli), ma la sua cancellazione simbolica e materiale.

   Nulla di nuovo, beninteso. Nel corso del Novecento – e andando indietro nei secoli – s’è visto decisamente di peggio. Di vincitori in armi, di capi politici violenti o di masse infuriate che hanno cercato di cancellare ogni traccia (anche fisica) dei loro nemici privati e pubblici la storia è piena. Il problema è che questa forma odierna di damnatio memoriae, indirizzata contro personalità del passato accusate oggi d’aver praticato o avallato politiche discriminatorie su base razziale quando vigevano altri sistemi di valore e sensibilità, nasce nel cuore del mondo per definizione libero, pluralistico e tollerante.

   La discriminazione delle idee, la censura e la riscrittura del passato sono pratiche correnti nei regimi autocratici e totalitari. Ma come si spiega questo scoppio di settarismo travestito da lotta per i diritti e da indignazione civile nelle democrazie più avanzate? Probabilmente stanno concorrendo molti fattori. Il più banale, e generale, è il clima sociale rabbioso che la pandemia ha creato su scala globale. Il lungo lockdown è stato rivelatore, tra le altre cose, delle grandi ineguaglianze presenti anche nelle società più sviluppate (che in Paesi come gli Stati Uniti sono al contempo economiche e razziali), cui si sono aggiunte le paure per la recessione già cominciata.

   Dalle grandi emergenze storiche si esce sempre attraverso una fase di caos e convulsioni, nella quale probabilmente siamo appena entrati. Nemmeno è da trascurare l’aspetto, anch’esso generico, di rivolta generazionale. Sennonché alla ricorrente lotta dei figli contro i padri naturali s’è aggiunta stavolta quella contro gli antenati e i padri simbolici: tutti colpevoli, come in una catena genealogica che non ammette innocenti, del presente senza futuro che le classi più giovani sentono di vivere per la prima volta nella storia del mondo.

   In questo caso, più che di rabbia sociale si tratta di disperazione individuale e di gruppo. Ma questo è solo lo sfondo del nuovo oscurantismo occidentale, così come il video che riprendeva la morte di un afro-americano per mano di poliziotti bianchi non è stato altro che l’innesco occasionale delle ragioni che più direttamente alimentano questa sorta di movimento luddista applicato alla (propria) storia.

   Ad esempio, la frustrazione politica che attanaglia i movimenti della sinistra radicale o antagonista dacché hanno preso consapevolezza di aver fallito il loro obiettivo generale: cambiare lo stato delle cose, a partire dai rapporti sociali ed economici iniqui creati da un capitalismo che hanno sempre detto di voler abbattere o riformare drasticamente. Nella sua permutazione finanziaria e iper-tecnologica, il capitalismo globale ha però dimostrato di essere una forza storica inarrestabile, capace di inglobare e di piegare alle sue logiche anche chi lo contesta ed è costretto, per farlo, ad utilizzare gli strumenti che esso stesso gli fornisce governandoli dall’alto e sempre secondo logiche di profitto (a partire dai social).

   Nella mentalità pseudo-rivoluzionaria di molti attivisti, l’impossibilità di cambiare il presente (ovvero il fallimento di tutti i tentativi fatti sinora) sembra aver trovato una compensazione, politica e psicologica, nell’attacco simbolico al passato. Invece di criticare Zuckerberg o Bezos, ci si accanisce sulla statua di Churchill o Montanelli. È un rivoluzionarismo che non potendo costruire il “mondo nuovo” (a quello hanno pensato Microsoft, Apple, Amazon e Facebook) prova a riscrivere o cancellare il “mondo vecchio”.

   C’è poi un altro fattore, tragicamente paradossale: le democrazie liberali, sulla base di una perversa osmosi tutta da spiegare, sembrano aver inconsapevolmente introiettato alcuni dei tratti peggiori dei modelli politici che hanno storicamente combattuto. Dai sistemi totalitari viene ad esempio quella concezione pedagogica della politica e della storia che rischia di sconfinare, ove perseguita, nell’indottrinamento dall’alto e nella censura delle idee sgradite al potere: che nelle democrazie odierne sta diventando soprattutto quello anonimo di un’opinione pubblica che in realtà spesso riflette non l’opinione generale, ma l’attivismo di alcune minoranze organizzate particolarmente aggressive e mediaticamente ben supportate.

   Dai regimi fondamentalisti pseudo-religiosi viene invece una visione della convivenza civile che in certe società democratiche tende a basarsi sempre più sui divieti per legge, sull’interdetto sociale, sul conformismo dei valori, sulla codifica pubblica dei costumi, dei comportamenti e del linguaggio, sull’esistenza di una morale pubblica obbligatoria o egemone alla quale uniformarsi come singoli.

   Molto gioca anche, nella moda odierna di dare del criminale genocida a Cristoforo Colombo, non tanto l’ignoranza obiettiva del giovane rivoltoso acculturatosi attraverso la Rete, quanto il rifiuto in sé della storia come forma di conoscenza (in passato non ha niente da insegnarci) e come orizzonte temporale (il presente è l’unica dimensione che riusciamo a padroneggiare mentalmente).

   Rifiuto che si accompagna, nel mondo cosiddetto occidentale, alla stanchezza della storia, tipica di tutte le civiltà decadenti che sentono di aver esaurito la loro spinta propulsiva, e ad un odio di sé penitenziale che nasce non da un’assunzione di responsabilità, che per essere seria richiederebbe un vaglio critico del passato e una sua conoscenza analitica, ma dal desiderio di liberarsi da ogni peso chiedendo scusa, inginocchiandosi e chinando il capo.

   La storia – che come diceva Gramsci “è una unità nel tempo, per cui il presente contiene tutto il passato e del passato si realizza nel presente ciò che è essenziale ” – è per definizione un contenitore di fatti ed eventi controversi, ambigui e laceranti che evidentemente non si ha più la voglia di affrontare: più semplice condannarla e ripudiarla secondo criteri morali o sulla base di interessi politici contingenti. L’auto-flagellazione e la denuncia pubblica sono del resto più semplici (e, a quanto pare, mediaticamente più efficaci) di una rilettura critica del passato.

   Ma cosa si rischia se quest’ondata di furore, giustificata dal desiderio di costruire una società più inclusiva e armonica, dovesse continuare? Secondo l’esperienza non c’è azione che non susciti una reazione. E se la prima è violenta e discriminatoria, lo sarà anche la seconda. Così come un’identità forzatamente negata ne provoca l’irrigidimento.

   Visto che va di moda parlare del rischio di un nuovo fascismo, ricordiamo che quello originario mussoliniano si costruì una base di massa e un vasto consenso quando si trasformò, da aristocrazia delle trincee e da movimento eversivo qual era, in anti-bolscevismo militante, in catalizzatore della grande e piccola borghesia intimorite dallo spettro della rivoluzione comunista.

   Quando si teme una forma di oppressione, nel contesto odierno quella che in nome della “giustizia razziale” finisce per vedere in ogni uomo bianco un oppressore chiamato a vergognarsi del suo passato, il pericolo è che si finisca per aderire, per auto-difesa, ad una di segno opposto. Dalla “giustizia razziale” alla “guerra razziale”, coi movimenti d’estrema destra che già si mobilitano, il passo potrebbe essere tragicamente breve. (Alessandro Campi)

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È GIUSTO ABBATTERE LE STATUE DI PERSONAGGI STORICI RAZZISTI?

di Mattia Salvia, da https://www.rollingstone.it/, 8/6/2020

– In diverse città del mondo i manifestanti di Black Lives Matter hanno abbattuto o vandalizzato le statue di personaggi storici considerati razzisti. Dobbiamo giudicarli con i valori di oggi o scusarli in nome della tradizione? –

   L’ondata di proteste innescata dall’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti ha ormai superato i confini americani dando vita a un fenomeno globale: le manifestazioni di BLACK LIVES MATTER per l’antirazzismo si sono diffuse a macchia d’olio in tutto il mondo, spesso legandosi anche a tematiche locali come la messa in discussione dell’eredità coloniale o – per l’Italia, dove ieri migliaia di persone hanno manifestato in diverse città – lo ius soli, il riconoscimento dell’esistenza degli italiani di seconda generazione e le lotte dei braccianti.

   In tutto questo hanno cominciato a rotolare le teste – o meglio, le statue. I manifestanti di Bristol, ad esempio, questa domenica hanno sradicato la statua di bronzo di Edward Colston, che si trovava sull’omonima Colston Avenue dal 1895. La statua era stata eretta per ricordare l’attività di Colston come filantropo e le sue donazioni per scuole, ospizi e chiese, ma Colston è stato anche un mercante di schiavi e si stima che abbia trasportato dall’Africa occidentale alle Americhe circa 100mila persone tra il 1672 e il 1689. La settimana scorsa una petizione per rimuovere la statua aveva raccolto migliaia di firme e ieri il suo abbattimento è stato celebrato da un grande applauso.

   La statua di Colson non è l’unica a cadere sotto i colpi delle proteste. Solo qualche giorno fa il governatore della Virginia Ralph Northam aveva annunciato l’intenzione di rimuovere la statua del generale confederato Robert E. Lee dalla città di Richmond. “Nel 2020 non possiamo più onorare un sistema che era basato sul comprare e vendere schiavi. Sì, quella statua è lì da un sacco di tempo. Ma era sbagliata allora ed è sbagliata oggi. Per questo la rimuoveremo”, aveva detto Northam, aggiungendo che “rimuovere un simbolo è importante, ma è solo il primo passo”.

   Altre statue non sono state (ancora) rimosse ma sono comunque finite nel mirino del movimento di protesta. A Londra, ad esempio, sulla base di una statua dell’ex premier britannico Winston Churchill è stato scritto “era razzista”, mentre in Belgio, a Gand e Bruxelles, diversi monumenti all’ex re del Belgio Leopoldo II sono stati vandalizzati. In entrambi i casi si è trattato di azioni che volevano sottolineare come queste figure, centrali nella storia dei rispettivi Paesi, abbiano lati oscuri poco discussi che riguardano direttamente la storia del colonialismo occidentale.

   Nel caso di Churchill il riferimento è alle sue politiche che hanno contributo alla carestia del Bengala occidentale nel 1943, in cui si stima siano morti dai 2 ai 3 milioni di persone. Nel caso di Leopoldo II è alla colonizzazione e al saccheggio delle risorse del Congo, un’impresa personale del re del Belgio che avrebbe causato milioni di morti alla fine del XIX secolo. Per andare ancora più indietro nel tempo: qualche giorno fa a Boston i manifestanti hanno vandalizzato la statua di Cristoforo Colombo, coprendola di pittura rossa e scrivendo “Black Lives Matter” sulla base.

   Colston, Lee, Churchill, Leopoldo II e Colombo sono personaggi molto diversi tra loro, che hanno vissuto in periodi storici diversi e sono famosi per motivi diversi. Ad accomunarli è il fatto di aver vissuto in epoche in cui cose che oggi consideriamo inaccettabili erano perfettamente normali e completamente sdoganate. Ai tempi di Colson, ad esempio, il commercio di schiavi era visto come un’attività imprenditoriale qualsiasi e non ha minimamente pesato sull’eredità della sua figura nel mondo in cui si è deciso di dedicargli una statua per celebrare la sua filantropia. È naturale quindi che la rimozione della sua statua susciti una dibattito, riassumibile in due posizioni: da una parte chi pensa che non si possano giudicare figure storiche con i valori di oggi, dall’altra chi pensa che non farlo voglia dire assolvere posizioni oggi inaccettabili in nome della storia e della tradizione.

   IN ENTRAMBE QUESTE POSIZIONI C’È QUALCOSA DI GIUSTO. Da una parte è vero che i periodi storici sono diversi e ogni figura storica è un caso a sé. Il razzismo di Cristoforo Colombo, un uomo del Cinquecento, non è quello di Winston Churchill, morto nel 1965. E di conseguenza anche giudicare Colombo con i valori di oggi è diverso che giudicare Churchill. Dall’altra parte, questa precisazione non può essere sufficiente: il fatto che in passato essere razzisti fosse perfettamente normale non è un buon motivo per non mettere in discussione quel passato. Il punto non è tanto discutere sull’opportunità di abbattere o meno una statua: se mai bisognerebbe chiedersi come mai quella statua sia stata eretta, come mai è rimasta in piedi e cosa ci dice questo sulle similitudini tra il mondo di oggi e quello in cui razzismo e schiavismo erano cose perfettamente normali. (Mattia Salvia, da https://www.rollingstone.it/)

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NESSUNO TOCCHI CHURCHILL

di Nicola Pedrazzi, da IL FOGLIO, 10/6/2020, https://www.ilfoglio.it/

– Non tutte le statue sono uguali e alcuni personaggi storici li possiamo discutere, ma non possiamo eliminarne l’importanza. Chi protesta contro il razzismo ha attaccato un simbolo della vittoria contro il nazismo –

   Non è certo la prima volta che la statua di un governante viene attaccata nel corso di una manifestazione di piazza e non è la prima volta che la figura storica di Winston Churchill viene messa a dibattito. Da un lato la forma di un potere politico – perché questo sono le statue “di Stato” – dall’altro il gesto dissacrante di chi, sfregiando la forza di un simbolo, la utilizza per segnalare al potere di turno che è tempo di ridiscutere il presente e, fatalmente, il passato. La scritta “Churchill was a racist” viene da lì, dalla mai finita negoziazione, indispensabile in una società democratica, tra potere pubblico e pensiero critico.

   Tutto ciò premesso, quanto accaduto a Londra domenica scorsa non può essere derubricato a “già visto”, perché quella piazza si era riunita in solidarietà a George Floyd e ai neri d’America, e l’accusa di razzismo è stata mossa a uno degli autori della Dichiarazione delle Nazioni Unite: un foglio redatto nel 1941, da governanti “convinti che la piena vittoria sui loro nemici è essenziale per difendere la vita, la libertà, l’indipendenza e la libertà religiosa, e di preservare i diritti umani e la giustizia nelle proprie e nelle altre nazioni”.

   Winston Churchill fu solo questo?

   Ovviamente no, ma se nel 1973, otto anni dopo la sua morte, la Regina e il primo ministro Edward Heath inaugurarono la sua statua dinanzi al Parlamento è innanzitutto a memoria della vittoria della Seconda Guerra Mondiale – non per caso la (splendida) posa di quel bronzo si basa su una nota fotografia di Churchill che ispeziona la Camera dei Comuni dopo i violenti bombardamenti nazisti nella notte del 10 maggio 1941.

   Il paradosso è potente: chi protesta contro il razzismo ha attaccato un simbolo della vittoria contro il nazismo. Un fatto che merita di essere sottoposto a critica, perché non tutte le affermazioni vere sono vere, non tutte le vecchie statue sono superate, non tutti i gesti forti sono forti.

   La frase “Churchill era un razzista” è vera, per le stesse ragioni per cui formalmente non mentirebbe chi affermasse che “Lutero odiava gli ebrei”, che “Pasolini era antiabortista”, che “Nilde Iotti era la donna del leader”, o che “Maradona era un drogato”. I personaggi storici sono tali in quanto condivisi, controversi e contestuali; di qualsiasi controverso condiviso possiamo selezionare un aspetto solo interpretandolo con la lente dei nostri valori presenti.

   È quello che ha fatto lo stato inglese edificando una statua a Churchill ed è quello che ha fatto il manifestante incidendola con la bomboletta. Ma se il processo di rilettura è il medesimo (compio una selezione funzionale al messaggio contemporaneo che voglio lanciare), la natura delle due operazioni rimane profondamente diversa, perché la statua del “Churchill selezionato” è stata edificata da un potere pubblico (nel caso specifico democratico) che difende la possibilità di studiare il Churchill storico a tutto tondo. Insomma, non si può fare finta di non sapere che se al posto della statua di Churchill avessimo avuto la statua di Hitler difficilmente quel manifestante avrebbe potuto conoscere, denunciare e attualizzare uno dei “lati oscuri” del vincitore.

   E qui viene il secondo punto, semplice e fondamentale: non tutte le statue sono uguali, non tutti i simboli del potere politico vigente sono ugualmente discutibili, almeno non lo sono allo stesso prezzo. Tanto per restare nell’attualità, la contestazione, a Bruxelles, della statua di Leopoldo II, tiranno del Congo belga, può mettere in difficoltà la già scricchiolante unità nazionale del Belgio, ma non colpisce al cuore un simbolo dell’Europa libera e democratica costruita all’indomani dell’ultima guerra del continente (Balcani esclusi).

   Lo stesso vale per la rimozione della statua di Edward Colston, che a Bristol creò scuole e ospedali, ma con quanto ricavato dal mercato di schiavi; o per la discussione, tutta statunitense, sulla presenza negli spazi pubblici di statue o memoriali ai generali confederati, che molti cittadini cominciano a giudicare inaccettabili. Insomma, ci sono simboli superabili, che lo scorrere del tempo rende sempre più piccoli, parziali e divisivi; e ci sono simboli fondanti, pulsanti e condivisi, che hanno ancora da dire la loro nel mondo di Trump e Putin. Questo è il caso di Winston Churchill.

   Veniamo così alla valutazione di merito, a quel gesto come messaggio e strategia politica. Mettiamoci nei panni di un inglese medio, che le urne ci dipingono sostanzialmente conservatore, forse nazionalista, certamente affezionato alla monarchia. È molto probabile che non tutte le persone riconducibili a questa categoria etico-politica siano felici di quanto sta accadendo nella società americana, molti di loro avranno amici con la pelle diversa (siamo comunque nel Regno unito) e avranno letto con sgomento dell’orribile assassinio di George Floyd; molti di loro non si reputano né vivono da razzisti, al netto dei pregiudizi che purtroppo si annidano nei processi cognitivi degli esseri umani. Non è affatto detto che questo inglese medio non si identifichi nei valori espressi domenica a Londra, quello che invece è abbastanza certo è che se quella piazza si antagonizza a Churchill, egli faticherà a identificarvisi. Non un gran risultato, dal punto di vista dei fragili che si intendeva difendere.

   In conclusione, se, sulla scia delle insopportabili violenze verificatesi negli Stati Uniti, al di qui dell’oceano desideriamo prendere coscienza di cosa sia stato il potere coloniale degli Stati europei nel mondo, questo è molto positivo. Così come sarebbe stupido rammaricarsi a priori di un sempre più diffuso approccio critico alla memoria pubblica, la quale spesso, purtroppo, è straripante di costruzioni falliche e ricorrenze incomprensibili, meritevoli di contestazione (la Risoluzione che il Parlamento europeo ha approvato nel settantesimo anniversario dell’invasione nazista della Polonia restituisce l’idea di quanto sia difficile fare bene in materia di “politiche della memoria”).

   Al contempo, però, bisogna chiedersi se la potenza simbolica sprigionata dalla “correzione” al bronzo di Churchill non sia, anche o invece, la vittoria della logica binaria, pura e memetica dei social network sulla logica complessa e tridimensionale delle istituzioni democratiche. Un processo culturale dentro al quale siamo altrettanto inseriti, che ci rende tanto “attivabili” quanto soli, e comunque sempre meno in grado di maneggiare la complessità e di agire politicamente.

   Che la politica estera sia il regno dell’amoralità e che qualsiasi politico di qualsiasi stato-nazione del Novecento, soprattutto se colonialista, abbia causato terribili sofferenze a esseri umani posti al difuori della propria sovranità legittimante, sono dati di fatto che qualsiasi persona adulta, soprattutto se pacifista, soprattutto se impegnata a difesa dei diritti umani, dovrebbe saper maneggiare. E invece non è (più) così.

Temo che se insieme al Churchill storico non studiamo anche questo problema un giorno non troppo lontano potremmo trovarci la scritta “assassini” sotto ai partigiani di Porta Lame a Bologna, insieme alla tentazione di mettere like ai nipoti degli italiani e dei tedeschi uccisi che nel post rivendicano di non aver scritto nient’altro che la verità. (Nicola Pedrazzi, da IL FOGLIO, 10/6/2020, https://www.ilfoglio.it/)

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La facciata fascista della ex Casa del Fascio a Bolzano (ora Palazzo degli Uffici Finanziari)

ABBATTERE NO, COPRIRE SÌ. L’ARTE CONTEMPORANEA DEPOTENZIA IL BASSORILIEVO DEL DUCE A BOLZANO

di Helga Marsala, 10/11/2017, da https://www.artribune.com/progettazione/architettura/

– Non si placa il dibattito intorno alla legittima conservazione dei monumenti d’epoca fascista. Simboli troppo scomodi? Memorie da occultare? A Bolzano un’opera d’arte mette in discussione un monumentale fregio dedicato a Mussolini. Una soluzione dolce, ma che solleva dei dubbi… –

IL PIÙ GRANDE BASSORILIEVO D’EUROPA? LO VOLLE IL DUCE

Due concorsi per artisti, uno stesso luogo, due scritte che si collocano agli antipodi lungo l’asse della storia. In mezzo quasi un secolo. E la lunga elaborazione di una ferita comune, di una vicenda epocale, di una parabola politico-culturale complessa, controversa, ancora non metabolizzata.
Correva l’anno 1938. A Bolzano veniva bandito un concorso sul tema “la grandezza dell’era mussoliniana”, riservato ad artisti altoatesini. In molti esposero presso il nuovo I.T.C. Cesare Battisti di via Cadorna, diciotto furono premiati: tra questi c’era anche il giovane Hans Piffrader (Chiusa, 1888 – Bolzano, 1950) con un rilievo dal titolo “Veni, vidi, vici”, ispirato alla guerra d’Abissinia e tutt’oggi conservato presso l’Istituto.
Nel novembre di quell’anno a Piffrader venne chiesto di consegnare a Mussolini una piccola copia dell’opera. Gesto che si rivelò decisivo: nominato Cavaliere, ottenne l’incarico per la realizzazione di un bassorilievo destinato alla Cassa di Risparmio di Bolzano e poi per un secondo lavoro sulla facciata dell’odierno Palazzo delle Finanze, in piazza Tribunale, ex sede locale del Partito Fascista. E fu proprio quest’ultima commissione a rendere celebre Piffrader, col suo record imbattuto: il suo è infatti il fregio marmoreo più grande d’Europa, con una fila di 57 lastre e 36 metri di lunghezza, per un’altezza di 5,5 metri, una profondità di 50 cm e un peso di 95 tonnellate. Il racconto mitico si srotola come una pergamena lungo il prospetto del Palazzo progettato da Guido Pellizzari, Luis Plattner e Francesco Rossi, a raccontare la trionfale ascesa del Fascismo attraverso le sue tappe cruciali, dalla vittoria della Prima Guerra Mondiale fino alla Marcia su Roma. Al centro spicca la figura di Mussolini a cavallo, il braccio teso e il piglio imperiale, con una scritta a caratteri cubitali scolpita in basso: “Credere, Obbedire, Combattere”. Il Fascismo in tre parole grevi.

DISTRUGGERE O CONSERVARE? IL PESO DELLA STORIA

Per anni si è discusso di quel monumento. Aulico, altisonante, celebrativo, smaccatamente fascista. Un’ode monumentale in pieno centro, che tra la possanza delle figure e la pienezza delle parole mantiene viva l’ombra di un passato finito nel sangue e infuocato dal conflitto. CHE FARNE? DISTRUGGERLO, RIMUOVERLO, ABOLIRLO, in spregio di qualunque etica della conservazione e della tutela storico-artistica? Soluzione radicale, decisamente non praticabile.

   Eppure il dubbio non è tramontato mai. Tantomeno oggi, all’indomani dell’approvazione della discussa legge Fiano, che – non senza qualche eccesso di retorica – rafforza l’azione punitiva nei confronti di chi propaganda idee e immagini fasciste, fosse pure vendendo un gadget o scrivendo in Rete una frase. E se ne parla in un momento in cui l’avanzata di nuovi fascismi è una preoccupante faccenda di respiro europeo, insieme a quel fiorire antistorico di razzismi virulenti, intolleranze varie, aggressività rideste.

   E intanto, da un capo all’altro del mondo, monta un dibattito sui simboli dell’odio e dei regimi passati, ancora invadenti: dagli scontri sanguinosi di Charlottesville, in cui i neonazisti del Ku-Klux Clan reagivano con violenza alla rimozione della statua del generale sudista e schiavista Robert Lee, alle polemiche esplose di recente sul New Yorker, proprio in relazione ai palazzi e i monumenti del Ventennio, che in Italia – secondo la professoressa Ruth Ben Ghiat – rappresenterebbero un perdurare inspiegabile di memorie feroci, altrove cancellate senza pietà: qualcosa con cui gli italiani, intimamente di destra, convivrebbero in “tranquillità”.

BOLZANO, NUOVA VESTE PER IL FREGIO DELLA DISCORDIA

Ed ecco che Bolzano risponde con una proposta concreta. Anche in questo caso – come 80 anni fa – all’origine c’è un concorso di idee per artisti e progettisti. La sfida: depotenziare quell’imbarazzante fregio, senza distruggerlo, senza abolirlo. Semplicemente trasformandolo. Mediazione politicamente corretta, che dovrebbe soddisfare conservatori e progressisti, difensori della memoria tout court e vendicatori radicali. Le polemiche, invece, non sono mancate.
Vincitori sono Arnold Holzknecht Michele Bernardi, grazie a una semplice operazione di rigenerazione. Un intervento minimale, un capovolgimento forte, una sovrapposizione che mette in crisi, non cancellando ma risignificando: la scritta luminosa trilingue “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”, posizionata davanti all’opera in questo inizio di novembre, la pronunciò in un’intervista Hannah Arendt, filosofa tedesca, cittadina americana, ebrea, allieva di Karl Jaspers, tra le maggiori studiose del totalitarismo e oppositrice del regime nazista.

   Nessuno ha il diritto di obbedire, ovvero: tutti hanno il dovere di disobbedire. Che scritto in capo a Mussolini è una dichiarazione di guerra a tutti i tiranni, di ieri e di domani.

   Una buona soluzione? Interessante, nel suo tentativo di conciliazione che preserva e riscrive, con l’intrigante dialettica tra il visivo e il verbale, la parola e l’icona. L’opera ha una sua misura, una sua fascinazione. Persino una sua dose di coraggio. Ma il retrogusto di una censura gentile resta; e lascia sospeso più di qualche dubbio, soprattutto nell’ipotesi di una presenza permanente. Si tratta di una rimozione a metà, uno spazzar via senza troppo clamore. Ed è l’urgenza di negare, di sovrapporre un’altra voce – giusta per quanto sia –quando invece il passato appare come un’immensa architettura di pieghe e di livelli, di dettagli controversi e di strade che s’intrecciano, s’annullano, si fanno labirinto.
Appiccicarvi un pensiero, seppur alto e monumentale, problematizza oppure semplifica? Si depotenzia così il fastidioso monumento o il passo stesso della storia? E non è forse, a pensarci bene, un’ammissione di fragilità, di debolezza, che finisce con l’esaltare il feticcio da silenziare? Abbiamo ancora bisogno, dopo un secolo da quella vicenda dolorosa, di seppellirne i resti e i segni? E non è la sacrosanta lotta contro il peggiore esprit fascista, repressivo e illiberale, un fatto di cultura, di responsabilità politica, di profonda (e difficile) trasformazione sociale, piuttosto che di coperture, cancellazioni, demolizioni? Domande lecite, che l’opera di Bolzano ha certo il merito di stimolare.
Il punto è che la memoria è un fatto sacro, tragicamente denso, identitario eppure aperto. Ed è segnata da macigni e pause di meditazione, da bellezza e orrore, da scritture e immagini simboliche. Le andrebbero allora lasciati il tempo e lo spazio del sedimento, della trasformazione, della testimonianza. Con tutta la scomodità che a volte ne viene. L’imponente bassorilievo di Hans Piffrader racconta mille cose, e le racconta – pur non essendo un capolavoro – con la finezza e la passione del gesto creativo. Cose che ancora oggi invitano alla riflessione. Non più propaganda, ma documento. Un corpus che il presente ha il dovere di interrogare e di guardare in faccia, continuando a farsi storia, a prendersi il carico, a trascinare in avanti l’eco dei fatti, la fatica delle analisi, l’esercizio della resistenza. – HELGA MARSALA

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