GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO (è stato questo 20 giugno) – 80 MILIONI DI PERSONE IN FUGA DA CONFLITTI, PERSECUZIONI E VIOLENZE – La CRISI DELL’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI degli ultimi anni, è incapacità nostra ad accogliere – Come prospettare un mondo dove ci sia posto per tutti

POSTER GIORNATA DEL RIFUGIATO – GIORNATA MONDIALE DEI PROFUGHI (da Wikipedia, l’enciclopedia libera) – La GIORNATA INTERNAZIONALE DEL RIFUGIATO, indetta dalle NAZIONI UNITE, viene celebrata il 20 GIUGNO di ogni anno, per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati (Convention Relating to the Status of Refugees) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Venne celebrata per la prima volta il 20 giugno 2001, nel cinquantesimo anniversario della suddetta Convenzione. Ogni anno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) seleziona un tema comune per coordinare gli eventi celebrativi in tutto il mondo. Nel 1914 venne istituita la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato dalla Chiesa cattolica, che, dal 2019, si celebra ogni anno nell’ultima domenica di settembre.

20 GIUGNO – GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

da https://www.onuitalia.it/

   Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.

Mappa dei paesi inseriti nel rapporto annuale dell’International Rescue Committee (da https://www.osservatoriodiritti.it/) – Nell’ultimo RAPPORTO dell’INTERNATIONAL RESCUE COMMITTEE sono elencati i DIECI PAESI che affrontano le MAGGIORI CRISI UMANITARIE NEL MONDO. YEMEN, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, SIRIA, NIGERIA e VENEZUELA sono i primi cinque paesi segnalati. In assoluto l’AFRICA è il Continente più presente (40% del totale) (Fabio Polese, da https://www.osservatoriodiritti.it/, 29/1/2020) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Per celebrare la Giornata, l’UNHCR ha lanciato la campagna #WithRefugees che durerà fino al 19 settembre. La campagna ha come obiettivo quello di far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: PRENDERSI CURA DELLA PROPRIA FAMIGLIA, AVERE UN LAVORO, ANDARE A SCUOLA E AVERE UN POSTO CHE SI POSSA CHIAMARE “CASA”. Molti attori e personaggi pubblici stanno partecipando alla campagna inviando messaggi e foto con lo slogan #WithRefugees. Lo scopo della campagna consiste nel mostrare ai leader mondiali che i cittadini sono dalla parte dei rifugiati e vogliono inviare un messaggio ai governi affinché collaborino per migliorare le loro condizioni.

Nel mondo una persona su 97 è in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze. Alla fine del 2019, 79,5 MILIONI DI PERSONE ERANO VITTIME DI ESODI FORZATI (il 40% dei quali minori) con un incremento di quasi 9 milioni rispetto al dato del 2018 (foto da il quotidiano IL RIFOMISTA https://www.ilriformista.it/)

   La petizione #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 19 settembre e consisterà in una serie di richieste rivolte ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.

da Avvenire del 18 giugno 2020 (ripreso dal blog https://francescomacri.wordpress.com/) – “(…) L’incremento annuale dei PROFUGHI rappresenta il risultato di DUE FATTORI principali. IL PRIMO riguarda le nuove crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del CONGO, nella regione del SAHEL, in YEMEN e in SIRIA, quest’ultima responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di persone, più di un sesto del totale mondiale. IL SECONDO è relativo a una migliore mappatura della situazione dei VENEZUELANI che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo. (…)” (19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Negli ultimi dieci anni, l’UNHCR ha presentato la richiesta per il reinsediamento in favore di più di 1 milione di rifugiati a 30 diversi paesi, ma il numero di persone che necessitano di reinsediamento supera di gran lunga le opportunità disponibili in un paese terzo.

LA PETIZIONE #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 19 settembre e consisterà in una serie di richieste rivolte ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità. (da https://www.onuitalia.it/)

   Nel rapporto Projected Global Resettlement Needs 2017 che fotografa questa situazione, si afferma che in virtù dell’aumento delle quote di reinsediamento da parte di alcuni paesi, e dell’aumento delle richieste, il numero previsto di persone che necessiteranno di reinsediamento nel 2017 raggiungerà i 1,19 milioni, ovvero il 72% in più rispetto al 2014.

POSTER DA WIKIPEDIA – Global Trends mostra che dei 79,5 MILIONI DI PERSONE CHE RISULTAVANO ESSERE IN FUGA alla fine dell’anno scorso, 45,7 MILIONI ERANO SFOLLATI ALL’INTERNO DEI PROPRI PAESI. La cifra RESTANTE È COMPOSTA DA PERSONE FUGGITE OLTRE CONFINE, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. (19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/)

   Il reinsediamento è una delle soluzioni migliori per i rifugiati, insieme all’integrazione nella società di accoglienza e al rimpatrio volontario. Grazie a questo strumento, ai rifugiati che non possono rimanere nel Paese di primo asilo, né possono rientrare nel proprio, viene data la possibilità di cominciare una nuova vita in un Paese terzo.

AMERICA LATINA e CARAIBI, circa 3,9 MILIONI DI MIGRANTI E RIFUGIATI VENEZUELANI: IL FLUSSO MIGRATORIO PIÙ GRANDE AL MONDO – Il report dell’UNICEF – Quest’anno oltre 1,9 milioni di bambini, inclusi sia i migranti venezuelani che quelli delle comunità ospitanti, avranno bisogno di assistenza. (CARLO CIAVONI, 10/1/2020, da “la Repubblica”)

   Nel 2017 i siriani, seguiti da cittadini del Sudan, dell’Afghanistan e della Repubblica Democratica del Congo, saranno tra coloro che maggiormente necessiteranno di un programma di reinsediamento.

   L’UNICRI sta conducendo un programma per lo sviluppo di meccanismi regionali e nazionali di risposta rapida alle sfide poste dalla migrazione irregolare, alla tratta di esseri umani e al traffico di migranti in Nord Africa. In particolare, l’iniziativa si basa sul rafforzamento della cooperazione fra i principali attori (governi, ONG e organizzazioni internazionali e regionali).

Nella Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno 2020) CARITAS ITALIANA dedica il suo 57° DOSSIER CON DATI E TESTIMONIANZE (DDT) agli “SFOLLATI. UOMINI, DONNE E BAMBINI PROFUGHI NEL PROPRIO PAESE” . Un focus specifico è riservato alla situazione dell’Iraq, paese in cui Caritas Italiana sostiene da anni interventi in favore degli sfollati ed altre fasce vulnerabili della popolazione in collaborazione con Caritas Iraq ed altre realtà della Chiesa locale. Vedi il link: https://www.caritas.it/materiali/Mondo/mor_naf/iraq/ddt57_iraq2020.pdf

   La Summer School organizzata dall’UNICRI e dalla John Cabot University dall’11 al 15 luglio si focalizzerà sulle violazioni dei diritti umani dei migranti a livello globale ed in particolare sugli abusi che i rifugiati subiscono da parte dei trafficanti.

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GIORNATA MONDIALE RIFUGIATI. DAL PICCOLO ALAN AGLI HOTSPOT, LA CRISI DELL’ACCOGLIENZA

di Maurizio Ambrosini, 20 giugno 2020 da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– A 5 anni dall’esplosione della questione rifugiati in Europa, cosa è cambiato e cosa resta da fare. Un’inchiesta di “Avvenire”, “La Croix” e “Nederlands Dagblad” –

   Sono passati cinque anni dal 2015, entrato nell’immaginario collettivo come l’ANNO DELLA “CRISI DEI RIFUGIATI”. In quell’anno lo Stato islamico avanzava in Iraq. In Siria la guerra civile aveva sradicato milioni di persone. Il 20 aprile 800 PERSONE ERANO AFFONDATE NEL MEDITERRANEO, in acque libiche ma non lontano dall’isola di Lampedusa. Un fatto purtroppo non nuovo, che riattualizzava la memoria del naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto a poche miglia dal porto di Lampedusa, con un bilancio di 368 morti accertati e circa 20 dispersi.

   A fine anno le vittime accertate sarebbero state 3.328, più del doppio del 2014 (1.456) e meno che nel 2016 (4.481). Cominceranno a calare nel 2017 (3.552), poi ancora nel 2018 (2.275) e nel 2019 (1.283), a fronte però di una drastica contrazione degli arrivi, a seguito degli accordi con i PAESI DI TRANSITO: TURCHIA, NIGER, LIBIA. La pericolosità delle traversate infatti è aumentata: la stima è di una vita persa ogni 60 arrivi riusciti, secondo il Dossier Idos 2019.

Le parole di Merkel

Le tragedie delle migrazioni non avvenivano però soltanto in mare. Il 28 agosto 2015 le autorità austriache scoprirono i corpi di 71 persone in un camion frigorifero abbandonato in prossimità del confine ungherese. Si trattava del drammatico epilogo di un ramo del flusso di centinaia di migliaia di persone, che soprattutto dalla Siria cercavano di raggiungere il territorio dell’Unione Europea via terra, attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”, passando attraverso Turchia e Grecia. L’Ungheria era il primo Paese dell’Ue che incontravano sul loro cammino, e lì venivano ammassati in campi di detenzione e sostanzialmente abbandonati, per effetto del regolamento di Dublino III.
Il 29 agosto i richiedenti asilo accampati alla stazione Keleti di Budapest decisero di intraprendere una “marcia della speranza” verso il confine austriaco, nel tentativo di raggiungere la Germania. Il 31 agosto la cancelliera Angela Merkel, durante la visita a un centro di accoglienza per rifugiati a Dresda, pronunciò le famose parole «ABBIAMO GESTITO COSÌ TANTI PROBLEMI, GESTIREMO ANCHE QUESTA SITUAZIONE»: una dichiarazione che segnò l’inizio di una svolta nella politica tedesca in materia.

Il dramma di Alan

Pochi giorni dopo, il 2 settembre, la foto del piccolo Alan Kurdi annegato durante la traversata dell’Egeo, scosse per un attimo la coscienza dell’opinione pubblica europea. Sull’onda di quel sentimento, il 5 settembre Angela Merkel decise di sospendere l’applicazione del regolamento di Dublino III. Bus e treni furono mandati a raccogliere i profughi in Ungheria, per trasferirli in Germania attraverso l’Austria. Nelle stazioni che attraversavano, i rifugiati erano accolti con applausi, fiori, musica, doni di varia natura. Per la prima volta dal 1989 i confini dell’Ue venivano aperti a masse di non-cittadini, anche se in maniera selettiva: ai siriani arrivati via terra in cerca di asilo. Si formò in quella circostanza un movimento spontaneo di accoglienza che si stima abbia mobilitato tra il 10 e il 20% della popolazione adulta tedesca, per la maggioranza mai prima coinvolta in iniziative analoghe ed estranea ai circuiti della solidarietà organizzata.

L’invasione che non c’è

Secondo i DATI EUROSTAT, i paesi dell’Ue hanno ricevuto complessivamente 1,3 milioni di domande di asilo nel 2015 e 1,2 milioni nel 2016. La Germania ne ha catalizzato la maggior parte. L’incremento rispetto agli anni precedenti è stato sostanzioso, ma anche in quegli anni oltre l’80% dei richiedenti asilo ha continuato ad essere accolto in Paesi in via di sviluppo, principalmente quelli confinanti con le aree di crisi.

Solo un’OTTICA EUROCENTRICA ha potuto alimentare la leggenda di un’EUROPA INVASA DAI RIFUGIATI: di una “crisi dei rifugiati”. L’unico Paese dell’Ue che compare tra i primi dieci del mondo per numero di rifugiati registrati è appunto la GERMANIA: 1,1 milioni di persone accolte e 370.000 domande pendenti (fine 2018).

   L’apertura tedesca tuttavia rivelò le profonde spaccature politiche all’interno dell’Ue sull’argomento. Alcuni governi cominciarono ad adottare posizioni di rifiuto e ostilità nei confronti dei rifugiati che premevano ai confini. Il 15 settembre 2015 il primo ministro ungherese Viktor Orban decise di chiudere il confine con la Serbia. In ottobre le autorità ungheresi completarono la costruzione di una barriera al confine con la Croazia. A novembre fu la volta del governo austriaco, che intraprese la costruzione di un muro lungo il confine con la Slovenia, mentre il governo sloveno fortificava con filo spinato il confine con la Croazia.

La nascita degli hotspot

La svolta nei sentimenti di molta parte dell’opinione pubblica dei paesi dell’Ue si verificò bruscamente nel mese di novembre, a seguito degli attacchi terroristici di Parigi. Un altro scossone per la cultura dell’accoglienza derivò dai fatti di Colonia nella notte di Capodanno: aggressioni e molestie sessuali attribuite a uomini di origine araba. Il collegamento tra musulmani, terrorismo e stupri alimentò un’ondata di paura e rifiuto nei confronti dei profughi.
Nel frattempo era però maturata a Bruxelles una decisione politica carica di conseguenze: l’istituzione degli HOTSPOT nei punti d’ingresso, sostanzialmente ITALIA e GRECIA, con l’obbligo di identificazione dei nuovi arrivati anche mediante il prelievo forzoso delle impronte digitali. In cambio, la commissione Ue presieduta da Juncker proponeva una ripartizione dei richiedenti asilo tra i Paesi membri.

   Mentre tuttavia gli hotspot sono entrati rapidamente a regime, la successiva redistribuzione è andata a rilento, o non è avvenuta affatto. Il GRUPPO DI VISEGRAD (UNGHERIA, POLONIA, REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA) la respingeva sdegnosamente, altri con toni più felpati (DANIMARCA, REGNO UNITO, IRLANDA), altri ancora facevano mostra di accettarla ma non l’attuavano, o in minima parte. Quando infine la misura è stata ingloriosamente archiviata, soltanto 13.000 richiedenti asilo erano stati trasferiti dall’Italia e poco più di 20.000 dalla Grecia.

Tensioni xenofobe

La politica dell’asilo non scritta da parte italiana e greca consisteva nell’agevolare il transito verso l’interno dell’Ue dei profughi, che perlopiù non chiedevano di meglio. Gli hotspot, rafforzati dai controlli di frontiera introdotti dagli Stati confinanti, hanno fatto impennare le richieste di asilo nei Paesi di primo ingresso.

   Sul numero delle persone sbarcate dal mare, nel 2014 solo il 37% avevano presentato domanda di asilo in Italia (66.066); nel 2015 il dato sale al 56% (103.792), poi al 68% nel 2016 (176.554), finendo per superare il 100% nel 2017, pur calando in valore assoluto (119.310), a causa dei respingimenti da altri Paesi Ue e degli ingressi via terra dal confine orientale.

   L’accresciuto impegno nell’accoglienza e la visibilità dei nuovi arrivati contribuisce ad alimentare nel Paese un’ondata xenofoba: mentre complessivamente l’immigrazione è stazionaria, l’insediamento dei rifugiati (circa 300.000 a fine 2018, su circa 6 milioni d’immigrati: dati Unhcr) viene presentato come UN’INVASIONE.

Mentre l’immigrazione, in Italia come nel resto dell’Europa occidentale, è prevalentemente femminile ed europea, un diffuso senso comune gonfiato da una propaganda ostile identifica gli immigrati con i giovani maschi africani arrivati dal mare.

I decreti «sicurezza»

Già nel 2016, nel frattempo, il problema degli ingressi di profughi principalmente siriani attraverso la Turchia veniva risolto con l’ACCORDO del 18 marzo CON ANKARA. In cambio di ingenti aiuti economici e concessioni politiche, tra cui la tolleranza non scritta per la svolta autoritaria di Erdogan, LA TURCHIA ASSUMEVA IL RUOLO DI GENDARME ESTERNO DELLE FRONTIERE EUROPEE.

   Nel 2017 anche il CORRIDOIO DEL MEDITERRANEO CENTRALE veniva chiuso grazie agli accordi di Marco Minniti, allora ministro degli Interni italiano, con il governo e con le milizie locali libiche. In questo caso, anche personaggi ambigui e coinvolti nel traffico di esseri umani erano ingaggiati nel controllo dei transiti. I DECRETI SICUREZZA di Matteo Salvini, nel 2018-2019, hanno completato il quadro, spingendo più avanti una scelta di contrasto ai salvataggi in mare che ha condotto a criminalizzare le Ong e a scacciarle dal Mediterraneo. Già nel 2017 il numero delle richieste di asilo nell’Ue scendeva a 700.000, per poi continuare a calare negli anni successivi: 646.000 nel 2018, di cui circa 60.000 in Italia; 613.000 nel 2019: 142.000 in Germania, 35.000 in Italia.

L’identità tradita

Soprattutto, le politiche europee sono riuscite a schiacciare gli ingressi dal mare: ERANO STATI 1.015.000 NEL 2015, SI SONO RIDOTTI A 114.000 NEL 2018. Quasi il 90% in meno. Per l’Italia il dato è sceso a 23.000. Il fantasma dell’invasione si dissocia sempre più dai dati effettivi, a cui la svolta sovranista del nostro Paese ha solo impresso un supplemento di disumanità.

   Più che di “crisi dei rifugiati” occorre dunque parlare di “CRISI DELL’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI”. Nel 1999-2000 un’Ue più piccola dell’attuale accolse un numero di richiedenti asilo dal Kossovo pari a quello del 2015. Ma 15 anni dopo opinioni pubbliche impaurite e governi incerti, pressati dal nazional-populismo in crescita, hanno scelto di disattendere progressivamente i propri impegni umanitari. Come hanno mostrato i violenti respingimenti di inizio marzo al confine greco-turco, hanno deciso di trincerarsi in una fortezza Europa sempre più lontana dai propri principi fondativi. (Maurizio Ambrosini, 20 giugno 2020, da AVVENIRE) – Questa analisi è pubblicata in contemporanea da La Croix, Avvenire e Nederlandsdagblad

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GIORNATA DEL RIFUGIATO. DALLA SIRIA ALLO YEMEN, VOLTI E STORIE DI UOMINI IN FUGA

19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/

– Nel mondo una persona su 97 è in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze. Alla fine del 2019, 79,5 milioni di persone erano vittime di esodi forzati (il 40% dei quali minori) con un incremento di quasi 9 milioni rispetto al dato del 2018 –

   Una persona su 97 nel mondo è in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze, pari a più dell’1 per cento della popolazione mondiale. È il dato senza precedenti emerso dal rapporto annuale Global Trends pubblicato dall’Unhcr in vista della Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno.

   Il documento rivela che, alla fine del 2019, 79,5 milioni di persone erano vittime di esodi forzati – il 40% dei quali minori – con un incremento di quasi 9 milioni di persone rispetto al dato del 2018. Il rapporto segnala che 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi.

   Il numero di persone in fuga è quasi raddoppiato dal 2010 alla fine del 2019 (41 milioni allora contro 79,5 milioni oggi). Il documento, inoltre, rileva come per i rifugiati sia divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno, mentre negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000.

   Global Trends mostra che dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante è composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi.

   L’incremento annuale rappresenta il risultato di DUE FATTORI principali. IL PRIMO riguarda le nuove crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del CONGO, nella regione del SAHEL, in YEMEN e in SIRIA, quest’ultima responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di persone, più di un sesto del totale mondiale. IL SECONDO è relativo a una migliore mappatura della situazione dei VENEZUELANI che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo.

   Due terzi delle persone in fuga all’estero provengono da cinque Paesi: SIRIA, VENEZUELA, AFGHANISTAN, SUD SUDAN e MYANMAR. L’Unhcr rivolge oggi un appello ai Paesi di tutto il mondo affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga. “Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. “È necessario adottare sia un atteggiamento profondamente nuovo e aperto nei confronti di tutti coloro che fuggono, sia un impulso molto più determinato volto a risolvere conflitti che proseguono per anni e che sono alla radice di immense sofferenze”.

Le nuove vite di Youssef e Noureldin, rifugiati siriani

Youssef Mustafa Akil lavora in un negozio di alimentari a Beirut. Era un carpentiere a Idlib, in Siria dove è nato 22 anni fa. Aveva 14 anni quando andava in officina e pochi di più quando con la sua famiglia è scappato in Libano per sfuggire alla guerra. Noureldin Moutaweh di anni ne ha 45 anni e viene dalla regione di Damasco dove aveva un negozio di telefonia. Adesso a Beirut ne ha uno di ferramenta che gli consente di mantenere la sua numerosa famiglia: moglie e sette figlie. Noureldin e Youssef sono riusciti a rifarsi una vita, ma hanno perso la speranza di tornare un giorno nel loro Paese d’origine.

   Il 17 giugno è entrato in vigore il Caesar Act, un pacchetto di sanzioni economiche che colpisce pesantemente il governo siriano e riguarda non solo chi investe in Siria, ma qualunque scambio nei settori delle costruzioni, dell’ingegneria o dell’aviazione militare, un freno alla ricostruzione economica del Paese. Sono permesse le importazioni di alimenti essenziali e l’ingresso in Siria degli aiuti umanitari destinati alla popolazione civile ma i controlli saranno molto rigidi.

   I riflessi si accuseranno anche in Libano, che non solo è un canale tradizionale per il commercio e per gli investimenti in Siria, ma che da lì si rifornisce per il fabbisogno energetico.

   Dalla Siria al Kurdistan Secondo l’Unhcr sono circa 245.810 i rifugiati siriani che vivono nella regione del Kurdistan. Nojin Adnan e suo marito Mohammad Nabhan, entrambi di 27 anni, posano per un ritratto a Erbil, la capitale della regione del Kurdistan, in Iraq. Sono di Afrin, nel nord della Siria, e sono fuggiti nel 2012 per unirsi ai peshmerga. Hanno un bambino piccolo, che rimane con i nonni quando partono per qualche operazione militare al confine siriano.

   A Erbil si è stabilito anche Adnan Morad, di 62 anni, padre di quattro figli. Era un avvocato in Siria e oggi lavora per una ditta di trasporti. Ali Shaikhi, 33 anni, mostra un’immagine di Kobane, da cui è fuggito nel 2012. La sua casa non esiste più: è stata distrutta nel 2014 durante l’occupazione dell’Isis. A Erbil, nel Kurdistan lavora come meccanico per mantenere la moglie e i suoi cinque figli. Anche Barkhodan Demir, viveva a Kobane. A Erbil fa il sarto e sa che non tornerà mai più in Siria. Lo sa anche Zaynab Khalil, 22 anni. Ne aveva dieci quando è scappata da Al-Hasakah con la sua famiglia. Vive nella casa di sua sorella a Erbil e lavora in un centro di bellezza, sette giorni alla settimana per 12 ore al giorno. La guerra in Siria ha portato Yasser, alias Abo Aly, fino al Cairo in Egitto. Lavora in un laboratorio di gelateria, la stessa occupazione svolta a Damasco nel grande mercato della città per 25 anni. ​

   Secondo l’Unhcr mentre alcuni rifugiati dipendono totalmente dagli aiuti internazionali attraverso le ONG, altri iniziano una nuova vita, cambiando tutto dall’occupazione, allo status sociale, per adattarsi alle loro nuove realtà.

Vite nei campi profughi

Sono sempre di più i rifugiati che vivono in contesti urbani fuori dai campi profughi. Alcune crisi sono durate così a lungo che i campi sono ormai diventati aree urbane edificate. Come è successo a Hana Khalil Emselem Edieb, 86 anni. Vive nel campo profughi palestinese di Baqaa, vicino ad Amman, in Giordania. Ha lasciato Dawaymeh, un villaggio vicino a Hebron per fuggire dalla violenza nel 1948 per trasferirsi a nella valle di Ariha in Giordania da cui è nuovamente scappata durante il conflitto arabo-israeliano del 1967. Da allora non ha mai lasciato il campo di Baqaa, ma ha conservato la chiave della sua vecchia casa nel villaggio.

   La sua storia è simile a quella di Layla Said Ahmed Abu Kechek, settantasette anni, originaria di Yafa, sfollata nel 1948 e poi trasferitasi in Kuwait negli anni 60 per seguire il marito. E’ arrivata nel campo di Baqaa dopo la prima Guerra del Golfo. Conserva la chiave e i documenti della sua vecchia casa.

   Il fornaio e la foto di casa Nacir è arrivato in Giordania da Damasco nel 2012. In Siria frequentava una scuola alberghiera e grazie ai voti si era garantito un lavoro in una famosa catena di hotel. Dopo essersi trasferito ad Amman, ha iniziato a fare volontariato per aiutare altri rifugiati ad adattarsi alle loro nuove vite, e ha frequentato un corso di formazione specializzandosi come fornaio. Della Siria gli restano i pochi oggetti che ha portato con sé: la sua collezione di “gemelli” perché prima indossava solo camicie, monete siriane, la foto di sua madre, il passaporto e l’uniforme scolastica. Di “casa” gli mancano gli alberi che vedeva dalla sua finestra, di cui conserva gelosamente una foto.

   I sarti e le mascherine Javad, Hossein e M. Jan hanno circa trent’anni e sono rifugiati afghani in Malaysia. Si sono reinventati come sarti e il loro lavoro è stato utilissimo durante la pandemia.

   Secondo le stime Unhcr, dalle mani dei rifugiati impegnati nelle sartorie sono stati confezionati più di 7000 set di equipaggiamento di protezione, tra camici e mascherine, per i medici e gli infermieri degli ospedali di Kuala Lumpur.

La crisi dello Yemen: storie di chi non ha più nulla

Fathia, ha 32 anni e lava i panni circondata dai suoi figli davanti alla stanza in affitto a Sanaa, Yemen. “Io, mio ​​marito e i nostri cinque figli, ci siamo trasferiti a Sanaa dopo che nel nostro villaggio nello Yemen occidentale tutto è andato distrutto a causa della guerra. Lavoravamo la terra, adesso mio marito raccoglie oggetti di plastica usati per poter pagare l’affitto (quasi 16 dollari USA)”. Anche Abdullah Deman, 19 anni, è sfollato dalla città di Hajjah nello Yemen nord-occidentale a causa della guerra che ha distrutto la sua casa. Vive nel retro di un camioncino ed è disoccupato. Come Naji, 15 anni, che vive con la famiglia sotto un ponte a Sanaa. “Avevo una casa e ora non ho più niente”, dice. – (19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/)

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CRISI UMANITARIE: ECCO I DIECI PAESI A MAGGIOR RISCHIO NEL MONDO

di Fabio Polese, da https://www.osservatoriodiritti.it/, 29/1/2020

– Nell’ultimo rapporto dell’International Rescue Committee sono elencati i dieci paesi che affrontano le maggiori crisi umanitarie nel mondo. Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Nigeria e Venezuela sono i primi cinque paesi segnalati. In assoluto l’Africa è il Continente più presente (40% del totale) –

   Le novità dell’ultimo rapporto Emergency Watchlist” si chiamano Burkina Faso, Burundi e Ciad. Per il resto, il documento pubblicato anche quest’anno dall’International Rescue Committee (Irc) elenca gli stessi paesi menzionati nel 2019 tra quelli che stanno affrontando le maggiori crisi umanitarie del mondo. Le dieci nazioni segnalate devono far fronte in gran parte a guerra, epidemie e catastrofi naturali.

   Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Siria, Nigeria e Venezuela sono le prime cinque crisi segnalate nel documento dell’Irc del 2020, paesi presenti anche nella top 10 dello rapporto precedente.

«Ci sono stati pochi cambiamenti nei paesi che sono stati classificati ai primi posti in termini di bisogni umanitari rispetto allo scorso anno», ha dichiarato Bob Kitchen, vice presidente dell’organizzazione per le emergenze. «Questa è la prova della natura protratta di molte di queste crisi e sottolinea il fallimento collettivo della comunità internazionale nel risolvere le loro cause profonde», ha aggiunto.

   I paesi mostrati nel rapporto rappresentano meno del 6% della popolazione mondiale, ma ospitano oltre la metà di tutte le persone identificate come bisognose a livello globale. Significativo, inoltre, l’impatto sui migranti: queste zone hanno prodotto quasi tre quarti dei rifugiati del mondo.

CRISI UMANITARIE: YEMEN PRIMO IN CLASSIFICA

Lo Yemen, dove dal 2015 infuria una guerra sostenuta da una coalizione guidata dai sauditi, è in cima alla lista dell’Irc per il secondo anno consecutivo.

   «Sebbene vi siano alcuni segnali positivi che riguardano gli sforzi diplomatici per risolvere il conflitto, questi devono ancora tradursi in una forte riduzione del bisogno umanitario», si legge nel rapporto.

Dal 2015, circa 250 mila persone sono morte a causa della guerra: 100 mila direttamente a causa dei combattimenti, il resto è stato causato dalla mancanza di cibo e da varie malattie. Secondo le Nazioni Unite, inoltre, 24 milioni di yemeniti – ovvero l’80% della popolazione – hanno bisogno di assistenza umanitaria.

AFRICA: RD CONGO TRAVOLTA DA GRUPPI ARMATI ED EBOLA

La Repubblica Democratica del Congo orientale, che ospita oltre 100 gruppi armati, è anche alle prese con il secondo più grande focolaio di Ebola nella storia.

   Il Paese, con poco più di 5 milioni di persone, ha il più grande numero di sfollati in Africa. Quasi 16 milioni di persone richiedono assistenza umanitaria e 15,6 soffrono di livelli di crisi di insicurezza alimentare.

   Secondo l’Irc «il continuo conflitto armato, l’instabilità politica e la diffusione dell’Ebola potrebbero innescare un grave deterioramento della crisi nel 2020. Se la malattia si diffondesse in una zona di conflitto attiva o in una grande città, la crisi umanitaria sarà ancora più grave».

IN SIRIA È CRISI UMANITARIA DAL 2011

La guerra in Siria, che imperversa dal 2011, ha causato lo sfollamento di più della metà della popolazione. Il conflitto ha creato 5,7 milioni di rifugiati e 11 milioni di siriani (il 65% del totale) hanno bisogno di assistenza umanitaria.

   Per l’organizzazione, «la situazione in Siria rimane instabile soprattutto nel Nord-Ovest e nel Nord-Est e la popolazione del Paese avrà comunque bisogno di aiuti umanitari a lungo termine, anche se il conflitto cesserà del tutto».

CONFLITTI E COLERA METTONO IN GINOCCHIO LA NIGERIA

La Nigeria si trova ad affrontare molteplici conflitti, in particolare un’insurrezione che dura da un decennio nel Nord-Est e la crescente violenza comunitaria nelle aree centrali.

   La situazione è aggravata da un persistente rischio di siccità, inondazioni durante la stagione delle piogge e dalla diffusione del colera.

   L’instabilità regionale ha prodotto circa 540 mila sfollati nelle regioni settentrionali.

CRISI UMANITARIA IN VENEZUELA

Il Venezuela affronta una crisi umanitaria in rapida ascesa radicata in tumulti politici ed economici. Più di 4 milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese nel novembre 2019, molti di loro sono andati in paesi vicini come la Colombia e il Brasile.

   Secondo i dati diffusi dall’Irc, quasi un quarto della popolazione all’interno del Venezuela richiede assistenza umanitaria e il 94% delle famiglie vive in condizioni di povertà.

   «Le sanzioni internazionali potrebbero approfondire la crisi economica e le tensioni politiche potrebbero intensificare i disordini, determinando un ulteriore spostamento della popolazione nel 2020 e mettendo ulteriormente a repentaglio la capacità e le risorse dei governi ospitanti nella regione», si legge nel rapporto. «I paesi vicini potrebbero imporre maggiori restrizioni ai venezuelani che attraversano le frontiere, spingendoli a utilizzare rotte illegali, aumentando così la loro vulnerabilità». (Fabio Polese, da https://www.osservatoriodiritti.it/)

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CHE DIFFERENZA C’È TRA PROFUGHI E MIGRANTI?

20 giugno 2013

di Anna Franchin, da https://www.internazionale.it/

Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato. Ma che differenza c’è tra essere un immigrato, un rifugiato o un profugo?

Apolide

L’apolide è una persona che non ha la cittadinanza di nessun paese (convenzione di New York del 1954 relativa allo status degli apolidi).

Migrante/immigrato

Chi decide di lasciare volontariamente il proprio paese d’origine per cercare un lavoro e condizioni di vita migliori. A differenza del rifugiato, un migrante non è un perseguitato nel proprio paese e può far ritorno a casa in condizioni di sicurezza.

Immigrato regolare/irregolare

L’immigrato regolare risiede in uno stato con un permesso di soggiorno rilasciato dall’autorità competente. Il migrante irregolare è una persona che:

– è entrato in un paese evitando i controlli di frontiera;

– è entrato regolarmente in un paese, per esempio con un visto turistico, ma ci è rimasto anche quando il visto è scaduto;

– non ha lasciato il paese di arrivo anche dopo che questo ha ordinato il suo allontanamento dal territorio nazionale.

Clandestino

In Italia si è clandestini quando pur avendo ricevuto un ordine di espulsione si rimane nel paese. Dal 2009 la clandestinità è un reato penale.

Profugo/profugo interno

Profugo è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di guerre, invasioni, rivolte o catastrofi naturali. Un profugo interno non oltrepassa il confine nazionale, restando all’interno del proprio paese.

Rifugiato

La condizione di rifugiato è definita dalla convenzione di Ginevra del 1951, un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 paesi. Nell’articolo 1 della convenzione si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

Dal punto di vista giuridico-amministrativo è una persona cui è riconosciuto lo status di rifugiato perché se tornasse nel proprio paese d’origine potrebbe essere vittima di persecuzioni. Per persecuzioni s’intendono azioni che, per la loro natura o per la frequenza, sono una violazione grave dei diritti umani fondamentali, e sono commesse per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. L’Italia ha ripreso la definizione della convenzione nella legge numero 722 del 1954.

L’anno scorso nel mondo ci sono stati più di 45,2 milioni di rifugiati.

Richiedente asilo

Un richiedente asilo è una persona che, avendo lasciato il proprio paese, chiede il riconoscimento dello status di rifugiato o altre forme di protezione internazionale. Fino a quando non viene presa una decisione definitiva dalle autorità competenti di quel paese (in Italia è la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato), la persona è un richiedente asilo e ha diritto di soggiornare regolarmente nel paese, anche se è arrivato senza documenti d’identità o in maniera irregolare.

Beneficiario di protezione umanitaria

Chi beneficia della protezione umanitaria non è riconosciuto come rifugiato, perché non è vittima di persecuzione individuale nel suo paese ma ha comunque bisogno di protezione e/o assistenza perché particolarmente vulnerabile sotto il profilo medico, psichico o sociale o perché se fosse rimpatriato potrebbe subire violenze o maltrattamenti. Le norme europee definiscono questo tipo di protezione “sussidiaria”.

Protezione sussidiaria

La protezione sussidiaria è una forma di protezione internazionale prevista dall’Unione europea riconosciuta a chi rischia di subire un danno grave se rimpatriato, a causa di una situazione di violenza generalizzata e di conflitto. Inoltre può ottenere la protezione sussidiaria chi corre il pericolo di subire tortura, condanna a morte o trattamenti inumani o degradanti per motivi diversi da quelli previsti dalla convenzione di Ginevra.

(Anna Franchin)

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20 Giugno 1951

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

L’UMANITÀ MESSA IN DISCUSSIONE

di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, 19 giugno 2020, da https://www.peacelink.it/

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

   Il giorno 20 giugno 1951, l’ONU ha stabilito la Giornata Mondiale del Rifugiato. Attualmente il Giorno del Rifugiato si celebra in memoria delle innumerevoli morti in mare, delle molteplici vittime donne, uomini e soprattutto bambini assassinati dalle guerre e da governi guerrafondai, razzisti e nazisti. Si tratta di un bilancio troppo drammatico: non una statistica, ma una tragedia umanitaria.

   E’ più che mai necessario fare memoria e denunciare questi orrori per la Giornata Mondiale del Rifugiato, pensando alle migliaia di persone deportate e imprigionate nei centri di detenzione in Libia e nei campi profughi di Lesbo.

   La Giornata Mondiale del Rifugiato esiste per non dimenticare che il diritto d’asilo, il diritto a un rifugio, il diritto alla migrazione sono imprescindibili e impliciti nelle costituzioni dell’umanità. La dichiarazione dei diritti umani del 1948 e la costituzione italiana e le costituzioni nate dall’antifascismo prevedono l’abbattimento dei muri, dei limiti e dei confini per creare un dialogo tra le nazioni e per stabilire il diritto e il dovere di accogliere vicendevolmente tutte le persone che fuggono da terrorismo, guerre, disastri ambientali, manovre economiche e che cercano assistenza, accoglienza e solidarietà in modo legale e sicuro nei territori che dovrebbero essere ospitanti.

   La Giornata Mondiale del Rifugiato costituisce un monito alto per questi ideali e valori imprescindibili nelle carte costitutive dell’umanità. Al contrario, purtroppo, i vari governi non ottemperano i diritti dei rifugiati, ma perseguono in politiche guerrafondaie, in azioni violente di riarmo e di corsa agli armamenti. Infatti le spese militari nel mondo sono in continuo incremento e nel contempo aumentano la miseria e i pericoli per l’intera Umanità come il rischio di una guerra nucleare, che potrebbe avvenire anche per errore. Per gli errori dei computer preposti al controllo radar dei cieli delle varie nazioni belligeranti che applicano il principio altamente rischioso della deterrenza nucleare.

Per quale motivo le Nazioni Unite si vedono costrette ad instituire giornate mondiali per i diritti fondamentali?

Il diritto di movimento e mobilità e migraione alla ricerca di condizioni vivibili di Pace è una salvifica opportunità per milioni di persone costrette a lasciare tutto ciò che hanno di più caro nei paesi di origine dove sussistono condizioni di vita drammatiche e disastrose.

   La storia certamente non è maestra perché se l’umanità imparasse a non commettere più gli orrori del passato e del presente più attuale vivremmo tutti liberi, certamente non schiavi del potere mercificatorio che contrappone uomo a uomo, fratello a fratello in un calvario che non ha mai fine, ma che non può e non deve più avvenire.

   Un esempio universale di accoglienza è rappresentato dal piccolo borgo jonico di Riace che è un fiorire di incontri e interscambi tra genti, etnie, popoli, minoranze che provengono da lontano e dai più disparati angoli di mondo, di terra e cielo, portati dal vento…

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