Nell’UNIONE EUROPEA da luglio inizia il semestre di presidenza della GERMANIA, cioè di ANGELA MERKEL – Mai il caso (nella rotazione alfabetica degli stati alla presidenza) è stato così propizio: la cancelliera tedesca sembra crederci agli STATI UNITI D’EUROPA (riuscirà a sconfiggere sovranisti e nazionalisti?)

(19 giugno 2020) – La CANCELLIERA ANGELA MERKEL guarda negli occhi i 709 deputati del BUNDESTAG ma PARLA AL CUORE DEI 446 MILIONI DI ABITANTI DELL’UNIONE EUROPEA, dieci giorni prima che la Germania assuma la presidenza di turno del Consiglio Ue. Con UN DISCORSO STORICO da vera “Mutti” dell’Europa e FIGLIA DEI PADRI FONDATORI DELLA COMUNITÀ che «non è semplicemente un’eredità storica regalata che possediamo ma qualcosa che dobbiamo formare, gestire e migliorare tutti insieme». (Sebastiano Canetta, Il Manifesto, 19/6/2020 – https://ilmanifesto.it/)

   Vien da chiedersi, nello scenario mondiale di grave crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus “cosa sarebbe stato di noi”, cioè dell’Italia, se non fossimo integrati in un’Unione Europea, colpiti “di più” come siamo stati nella UE (assieme a Spagna e Francia) dall’epidemia di questi ultimi mesi.

   Il “progetto europeo”, tanto screditato nel recente passato (a volte con motivazioni anche ragionevoli) mostra adesso concretamente la capacità di aiutare chi è in difficoltà. Fin dall’inizio la Banca centrale Europea ha comprato titoli (come del resto sta facendo da anni) dagli Stati a salvaguardia in primis del welfare nazionale (sanità, scuole, sicurezza…). Ora con quelli che originariamente chiamavano EUROBOND, ma che sono diventati “RECOVERY FUND” o a dir si voglia RECOVERY PLAN (una specie di piano Marshall per l’Europa, proposto dalla Commissione europea) le speranze di ripresa economica, pur difficili, sono maggiori, che sennò si sarebbe sprofondati nel pessimismo più acuto.

NEI MESI DI MARZO E APRILE IN PARTICOLARE L’EUROPA E’ STATA L’EPICENTRO DELLA PANDEMIA

   Che se ne fa la Germania, nella sua forte economia, se sarà circondata di paesi in crisi e in decadimento? …è inevitabile che sarà coinvolta al suo interno; e il sogno e la necessità di un’Europa unita per affrontare alla pari economie di grande scala (come quelle di Cina e Usa), ma anche aiutare tanti Paesi ad uscire dal sottosviluppo (ed incentivare processi di pace nelle tante aree di crisi mondiale), tutto questo può avvenire solo se il “progetto europeo” non fallisce.

L’UNIONE EUROPEA DEI 27 (da Wikipedia)

   La cancelliera tedesca Merkel non ha un compito facile: affrontare i nazionalismi e le chiusure di tanti Paesi sovranisti (quelli dell’est, l’Austria, l’Olanda, la Svezia…) che non ne vogliono sapere di aiutare i paesi del sud dell’Europa più colpiti dal Coronavirus. Ma ha anche il compito di “CONVINCERE NOI” a non sprecare le risorse finanziarie che la UE metterà in campo, affinché possiamo cambiare in meglio il nostro Paese (non solo sollevarsi dalla crisi per poi tornare come prima). Non vorremmo che, in mancanza di nuove idee di sviluppo, si pensasse di utilizzare i fondi europei per fare inutili GRANDI OPERE (incredibilmente in questa fase si sta paventando per l’ennesima volta la costruzione del PONTE SULLO STRETTO tra Calabria e Sicilia).

(Eurozone participation) La ZONA EURO indica informalmente l’INSIEME DEGLI STATI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA CHE ADOTTANO L’EURO COME VALUTA UFFICIALE ovvero formano l’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA dell’Unione europea. SONO 19 I PAESI CHE ATTUALMENTE FANNO PARTE DELL’AREA EURO: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna (da Wikipedia)

   Una scommessa pertanto di due livelli: per noi, per riuscire a essere migliori, senza sprechi inutili, con servizi più efficienti, cercando opzioni e sviluppi possibili per tutte le geo-aree del nostra Paese; e una scommessa anche per l’EUROPA, che riesca finalmente ad avere strutture di governo uniche e autorevoli (nella politica estera, nella difesa, nella fiscalità, nel welfare…). E si parla molto e continuamente di NEW GREEN DEAL, cioè della svolta ecologica…che poi non è proprio una RICONVERSIONE ECOLOGICA come auspicabile (cioè una riduzione dei consumi inutili, un risparmio energetico che parta dal basso, di noi popolazione, anche un cambiamento “personale”…), ma in ogni caso, se di riduzione di CO2 si tratta, alla fine si potrà credere di migliorare la qualità delle nostre città e periferie, del vivere quotidiano.

DOMENICA 28 GIUGNO CI SONO LE ELEZIONI PRESIDENZIALI IN POLONIA. Il candidato con più probabilità di vittoria è IL PRESIDENTE USCENTE ANDRZEJ DUDA (nella FOTO), indipendente ma legato a Diritto e Giustizia (PiS), il PARTITO DI DESTRA CHE HA LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO DAL 2015. IL SUO AVVERSARIO PRINCIPALE È RAFAŁ TRZASKOWSKI, ESPONENTE DI PIATTAFORMA CIVICA (PO) – PARTITO LIBERALE DI CENTRODESTRA che è stato al governo dal 2007 al 2014. (…) Dal 1989 (quando ebbe fine l’influenza comunista dell’Unione Sovietica sul paese) le elezioni presidenziali polacche si svolgono ogni cinque anni. Se al primo turno un candidato ottiene più della metà dei voti viene eletto immediatamente: in caso contrario i due più votati vanno al ballottaggio. (…) Molti analisti interpretano le evoluzioni politiche della POLONIA DEGLI ULTIMI ANNI COME UN ALLONTANAMENTO DALLA DEMOCRAZIA VERSO UNA POLITICA AUTORITARIA, e QUESTE ELEZIONI SONO VISTE COME UNA PRIMA POSSIBILITÀ CHE LE COSE CAMBINO: in Polonia il presidente della Repubblica ha pochi poteri, ma può bloccare le leggi che ritiene antidemocratiche. (..) (da “il post.it” del 23/6/2020 https://www.ilpost.it/)

  La “presidenza Merkel” del secondo semestre 2020 viene così vissuta con tante speranze, una “scommessa da vincere”, aiutati dalla “fortuna” che non sia capitato di avere una presidenza di qualche Stato sovranista e populista di cui è purtroppo ricca l’Europa in questo momento.

   Per tutto questo Vi invitiamo, se appartenete a qualche associazione culturale o politica, a firmare, e a far firmare, l’appello che qui di seguito vedete proposto dal MFE (Movimento Federalista Europeo). (s.m.)

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UNA RIPARTENZA PER L’EUROPA: APPELLO MFE (Movimento federalista Europeo) da firmare (da http://www.mfe.it/sito39/ giugno 2020)

   Dopo la presentazione al Parlamento europeo delle proposte della Commissione per il nuovo Recovery Plan for Europe, e in vista delle scadenze europee dei prossimi mesi per l’approvazione sia del nuovo Fondo straordinario Next Generation EU, sia del nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea, il MFE, insieme alla GFE (Gioventù Federalista Europea, NDR), ha avviato un’azione sull’Appello UNA RIPARTENZA PER L’EUROPA di raccolta firme rappresentative del mondo politico, economico, accademico e del terzo settore a tutti i livelli, rivolta al Parlamento europeo.
Si chiede al Parlamento europeo, in quanto unica istituzione che rappresenta direttamente i cittadini europei, di esercitare una funzione di indirizzo e di guida per avviare la trasformazione dell’Unione europea in una unione politica federale, solo modo per rendere permanente la svolta politica prospettata in queste settimane a livello europeo sotto la spinta dell’emergenza della crisi pandemica. In particolare si chiede al    Parlamento di attivarsi su TRE PUNTI:

1- vigilare affinché la ambizioni espresse nelle proposte della Commissione non vengano svilite da compromessi al ribasso tra gli Stati, respingendo in tal caso l’accordo del Consiglio europeo;

2- battersi affinché le nuove risorse proprie dell’Unione vengano valutate, raccolte e gestite a livello europeo, avviando subito il confronto sull’attribuzione di una competenza fiscale all’Unione europea;

3- guidare il processo delle riforme politico-istituzionali necessarie per costruire l’unione politica, elaborando, e proponendo alle altre istituzioni europee un progetto di Costituzione federale europea in vista del confronto con i cittadini nel quadro del rilancio del processo della Conferenza sul futuro dell’Europa.

PER FIRMARE L’APPELLO:

http://www.mfe.it/sito39/index.php/appello-form

Hanno aderito all’appello “UNA RIPARTENZA PER L’EUROPA”:

http://www.mfe.it/sito39/index.php/appello-adesioni

MANIFESTAZIONE DEL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO A STRASBURGO

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IL MESSAGGIO DI MERKEL AL BUNDESTAG PER «UN’EUROPA RESISTENTE»

Lo storico discorso. Dieci giorni prima che la Germania assuma la presidenza del consiglio Ue

di Sebastiano Canetta, da IL MANIFESTO del 19/6/2020 (https://ilmanifesto.it/ )

BERLINO – Pace, multiculturalismo, libertà di pensiero, religione e politica. Ma anche «orgoglio europeo», gratitudine, e soprattutto «la promessa democratica di uguaglianza che – come tedesca che ha vissuto 35 anni nella Ddr – ancora oggi mi riempie, obbligandomi a impegnarmi con tutte le mie forze per onorare questo impegno».

   La cancelliera Angela Merkel guarda negli occhi i 709 deputati del Bundestag ma parla al cuore dei 446 milioni di abitanti dell’Unione europea, dieci giorni prima che la Germania assuma la presidenza di turno del Consiglio Ue.

   Con un discorso storico da vera “Mutti” dell’Europa e figlia dei Padri fondatori della Comunità che «non è semplicemente un’eredità storica regalata che possediamo ma qualcosa che dobbiamo formare, gestire e migliorare tutti insieme».

   Ricordando che lo spirito europeo non deve cambiare anche se ci sono stati «equivoci conflitti, ferite» e perfino la Brexit.

   «Paradossalmente proprio questa decisione, che certo noi non abbiamo desiderato, comporta che ora siamo guidati con ancora più forza dalla certezza che solo come comunità possiamo continuare a fare vivere i nostri valori e affermarli in tutto il mondo».

   Messaggio diretto per chi tifa per la disintegrazione dell’Ue, ma anche il mea culpa per non avere saputo contrastare in tempo la pulsione dei nemici dell’Europa che «soffre perché noi europeisti per troppo tempo abbiamo considerato ovvia la nostra Unione e troppo raramente abbiamo detto di cosa siamo orgogliosi. E perché abbiamo permesso ai nostri avversari di parlare dell’Europa invece di costruirla accettando passivamente le loro idee».

   La parola d’ordine per l’ex “ragazza dell’Est” è creare «l’Europa resistente», nell’epoca storica in cui l’Ue è chiamata ad affrontare «la più grande sfida della sua storia».

   Partendo dalla capacità di «creare futuro» dopo le crisi che hanno rischiato di affossare il progetto comunitario che la cancelliera elenca uno per uno. Dal rifiuto della Costituzione europea nel 2007 alla crisi finanziaria del 2008, dall’emergenza profughi del 2015 al coronavirus che «è costato la vita a oltre 100mila persone».

   Anche se Merkel è ben consapevole dei piedi di argilla dell’Europa: «Sono bastate poche settimane di stallo dell’economia per rimettere in discussione tutte le nostre conquiste. Il diritto alla libertà degli europei, che davamo per scontato, è stato ristretto. Un prezzo molto alto che ha pesato su chi ha preso le decisioni, me compresa». Senza dimenticare le risposte scomposte, «più nazionali che europee», e che il Covid-19 ha dimostrato quanto l’Europa sia «dipendente a Paesi terzi nella produzione dei farmaci, apparecchiature mediche e mascherine».

   La lezione imparata dalla cancelliera è che «nessuno Stato può superare la pandemia da solo, e la Germania è forte solo se lo sono anche gli altri Paesi». Per questo, secondo lei, l’Europa non può tornare alla “normalità” di prima e servono cambiamenti radicali: «Dall’economia CO2-free alla digitalizzazione, fino ai posti di lavoro che devono essere sicuri in modo duraturo». Da qui l’impegno per un «fondo economico di ripresa da definire prima dell’estate e ratificare entro fine anno»; non solo un progetto ma «un urgente imperativo» se si vuole estinguere il fuoco del sovranismo.

   «Non dobbiamo essere ingenui: le forze anti-democratiche e i movimenti autoritari aspettano la crisi economica per abusarne politicamente – e qui qualcuno potrebbe sentirsi chiamato in causa – e alimentare le paure sociali diffondendo insicurezza. Per questo dobbiamo impegnarci per lo sviluppo sostenibile di tutte le regioni dell’Europa. Per avere uno strumento politico contro i populisti». (Sebastiano Canetta)

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La cancelliera tedesca Angela Merkel

STATI UNITI D’EUROPA. CONSIGLIO EUROPEO E PRESIDENZA TEDESCA. IL DISCORSO DI ANGELA MERKEL AL BUNDESTAG

da ADUC (Associazione Dirittti Consumatori e Utenti) https://www.aduc.it/ del 19/6/2020

– di seguito, il discorso in versione integrale pronunciato al BUNDESTAG il 19 giugno scorso dalla cancelliera tedesca ANGELA MERKEL, alla vigilia del Consiglio europeo e IN VISTA DELL’INIZIO DELLA PRESIDENZA TEDESCA DEL CONSIGLIO UE, DAL PRIMO LUGLIO –

   “Egregio presidente, care colleghe e colleghi, signore e signori: il primo luglio inizia la presidenza tedesca del consiglio Ue, ed è un compito del quale sono molto felice, così come ne è felice tutto il governo federale. Perché l’Europa ha bisogno di noi cosi come noi abbiamo bisogno dell’Europa. Non solo come eredità storica che ci è stata regalata, ma come un progetto che ci porta verso il futuro. L’Europa non è qualcosa che semplicemente possediamo, ma è qualcosa che dobbiamo possiamo e dobbiamo formare e gestire.

   Europa è un ordine aperto e dinamico di pace e libertà, che dobbiamo e possiamo costantemente migliorare. L’Europa era a terra quando è stata fondata, era distrutta, devastata e litigiosa, dopo la catastrofe della guerra di annientamento e della rottura di civiltà della Shoah, causate dalla tirannia del nazionalsocialismo in Germania. E ai padri e alle madri della fondazione è riuscito non dimenticare e non negare la profonda diffidenza e le amare esperienze della guerra e della deportazione, ma di adottarle e di trasformarle in un’Europa pacifica e democratica. Crearono allora una comunità europea dalle macerie di Stati nazionali nemici fra di loro, con l’incondizionata volontà alla riconciliazione. Partendo da una comunità economica, i membri si impegnarono ad abolire i controlli alle frontiere e di garantire la libertà e lo stato di diritto”.


“Questo era l’insegnamento della guerra terribile: che in Europa mai più la follia nazionalista potesse escludere e disumanizzare singole persone o gruppi di persone, che in Europa la molteplicità politica, culturale, religiosa non solo dovesse essere rispettata, ma anche protetta. Siamo cresciuti, come Unione europea. L’Unione europea non solo si è allargata, ma si è anche approfondita.

   L’Europa non è solo diventata più grande, ma con ogni vertice, ogni negoziato, ogni conflitto, ogni contrapposizione ha guadagnato in sostanza e – sì, anche questo, talvolta pure in modo infinitamente faticoso – nella comprensione reciproca. Questo ci ha anche permesso di superare molte crisi: il rifiuto della Costituzione europea prima della presidenza tedesca del 2007, la crisi finanziaria e la crisi del debito europeo che ci hanno scosso nel 2008 ed infine nel 2015 i grandi movimenti dei profughi. Davvero non è stato tutto sempre semplice. Ci sono stati amari conflitti, e ci sono state anche ferite. E ci sono stati ogni volta anche equivoci oppure valutazioni sbagliate. Ma non hanno mai portato alla rottura, ma al rifiuto dell’Europa.

   Per quanto possa sembrare paradossale, a questo non cambia niente neanche un taglio netto come l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Anzi: anche questa decisione, che certamente non abbiamo desiderato, alla fine ha portato che noi 27 Stati membri dell’Unione europea siamo guidati con ancora maggiore forza dalla certezza che solo come comunità ce la faremo a vivere i nostri valori e interessi europei e di affermarli in tutto il mondo. Questa è uno straordinario risultato di tutti nell’Unione europea.

Forse, signore e signori, l’Europa soffre anche del fatto che noi, che vogliamo l’Europa, troppo di rado diciamo di cosa siamo orgogliosi. Forse l’Europa soffre anche del fatto che per troppo tempo l’abbiamo considerata ovvia, che abbiamo troppe volte permesso agli avversari di parlare dell’Europa, invece di farne, noi che siamo convinti dell’Europa, il cuore della discussione politica”.

   Tutto questo implica ovviamente anche critica o impazienza, di cui l’Europa ha bisogno proprio come la fantasia e la vocazione civile. Per cui lasciatemi dire anche in modo del tutto personale: come tedesca, come qualcuno che ha vissuto i suoi primi 35 anni di vita nella Ddr, l’Europa mi riempie con la sua promessa democratica di libertà e di uguaglianza in modo immutato, con grande gratitudine e con il dovere di impegnarmi con tutta la forza per questa promessa europea; perché l’Europa non è l’Europa che vogliamo se noi l’accettiamo passivamente e in modo comodo.

L’Europa crescerà e si svilupperà solo se noi indirizziamo su di lei tutta la nostra forza, se sviluppiamo l’ambizione per quello che l’Europa potrà ancora diventare. Accogliamo questa responsabilità in un momento in cui l’Unione europea sta dinnanzi alla più grande sfida della sua storia. Ecco perché per il governo federale questa presidenza tedesca dell’Ue in mezzo alla pandemia è una sfida così grande. Perché da una parte dobbiamo avere la meglio sulle conseguenze della crisi, ma allo stesso tempo dobbiamo rendere l’Europa più resistente e maggiormente capace di creare futuro.

   La crisi che stiamo vivendo è diversa da tutto quello che abbiamo vissuto sin dalla fondazione dell’Europa. La pandemia del coronavirus ci colpisce tutti, senza colpe e impreparati, in Germania, in Europa e in tutto il mondo. Solo in Europa è costata la vita a oltre 100 mila persone. Poche settimane di stallo dell’economia sono bastate a mettere in pericolo molto di quello che abbiamo costruito negli anni. Diritti di libertà ovvi delle cittadine e dei cittadini sono stati provvisoriamente ristretti. Questo è stato un prezzo molto alto, che ha pesato molto a tutti coloro che erano coinvolti in queste decisioni, anche a me. Le voci critiche verso le restrizioni dei diritti fondamentali erano importanti.

   Una società democratica non sarebbe tale se in essa nessuno reagisce quando vengono toccati diritti democratici fondamentali. Ma ci sono state e ci sono particolari circostanze, per le quali non solo ritengo che queste misure siano state giuste ma anzi irrinunciabili, e alcune, come il rispetto della distanza minima di un metro e mezzo oppure l’indossare negli spazi pubblici una protezione per bocca e naso, le considero ancora irrinunciabili”.


“Perché, care colleghe e colleghi, il virus ancora non è andato via. E’ presente finché non ci sarà un vaccino o un farmaco; in effetti lo vediamo ogni giorno. Ma dobbiamo anche ammettere: la pandemia ha dimostrato quanto sia ancora fragile il progetto europeo. I primi riflessi sono stati piuttosto nazionali e non decisamente europei. Erano, per quanto buone ragioni ci siano pure state, soprattutto irragionevoli. Perché una pandemia globale richiede un’azione comune e internazionale nonché un sostegno reciproco.

   Sono contenta che la Commissione europea sotto la sua presidente Ursula von der Leyen abbia agito in modo così rapido e prudente, incitandoci ogni volta a intese comuni. La pandemia ha anche reso chiara la dipendenza dell’Europa dai Paesi terzi nella produzione di farmaci o di equipaggiamenti protettivi. Le mancanze nell’approvvigionamento, stoccaggio e distribuzione di apparecchiature mediche si sono rese evidenti.

   E, sì, anche le differenze delle situazioni economiche e di bilancio dei vari Paesi membri dell’Ue si sono rese più acute tramite la pandemia. A ciò si aggiunge che la pandemia ha sì colpito tutti, ma non tutti allo stesso modo. Le conseguenze mediche ed economiche della crisi approfondiscono le diseguaglianze nella comunità europea. La pandemia ci mostra che la nostra Europa è vulnerabile.

   E per questo dico con la massima convinzione: la coesione e la solidarietà in Europa non sono mai state così importanti come oggi. Nessun Paese può sostenere questa crisi isolato o da solo. La crisi viene superata solo se noi agiamo uno insieme all’altro e uno per l’altro. Il nostro comune obiettivo ora deve essere quello di far fronte alla crisi in modo comunitario, durevole e con lo sguardo rivolto al futuro: e proprio questo sarà il ‘Leitmotiv’ della nostra presidenza di consiglio Ue. Sono convinta che dinnanzi alla pandemia l’impegno per l’Unione europea non solo si impone, ma che l’appassionato impegno per un’Europa solidale dimostrerà di essere anche economicamente più sostenibile di qualsiasi altra cosa. E ovviamente un’Europa forte ha bisogno di una Germania forte”.


Affinché questo rimanga così il governo si impegnerà con tutta la forza, nella misura in cui combattiamo in maniera decisa contro le conseguenze della pandemia, e grazie a voi, grazie alla rapida e decisa azione del Bundestag, abbiamo potuto varare dei pacchetti di sostegno che già adesso mostrano alcuni effetti. E non ci siamo limitati a questo ma abbiamo presentato un pacchetto congiunturale per il futuro dell’entità di 130 miliardi di euro del quale si discute in questi giorni nel Parlamento.

   Ma al tempo stesso non dovremmo dimenticare che le nostre misure nazionali avranno successo solo se anche gli altri Stati membri dell’Ue sono forti e se la nostra azione nazionale sarà accompagnato dall’azione europea. Per dirla ancora una volta con grande chiarezza: la pandemia ed il crollo economico ad essa collegato sono la più grande sfida nella storia d’Europa. Come l’Europa affronterà queste crisi in confronto ad altre regioni del mondo deciderà del benessere delle cittadine e dei cittadini europei, così come del ruolo dell’Europa nel mondo.

   Ma il compito è addirittura ancora più grande: perché in effetti è doppio. Perché viviamo in un tempo in cui, del tutto indipendentemente dalla pandemia, il nostro modo di vivere e di gestire l’economia attraversa profondi cambiamenti, mosso da due diversi sviluppi: il cambiamento climatico, che dobbiamo affrontare con un modo di vita a basso tenore di carbonio e, nel futuro, in modo neutrale in termini di Co2, e la digitalizzazione, che cambia in maniera fondamentale il nostro modo di lavorare e di vivere insieme, e questo con una velocità rapidissima.

   Da questo consegue che la risposta alle conseguenze economiche e sociali della pandemia non può, appunto, essere un ritorno ad un lavoro e ad un’economia convenzionali, ma deve rafforzare e velocizzare la trasformazione verso un nuovo modo di lavorare e di fare economia. Da questo dipende se dopo la pandemia avremo imprese creative, competitive e posti di lavoro sicuri in modo duraturo. E sappiamo che altri nel mondo non si stanno riposando, ma stanno agendo in modo molto deciso e molto robusto”.


“In questo spirito a metà maggio ho proposto insieme al presidente francese Emmanuel Macron un fondo forte di 500 miliardi di euro per la ripresa economica dell’Europa. Questo deve rafforzare nei suoi primi anni il nuovo quadro finanziario dell’Ue e soprattutto deve sostenere con investimenti le regioni d’Europa colpite con più forza dalla pandemia e la loro capacità di affrontare il futuro. Saluto con grande favore che la Commissione europea abbia presentato insieme alla proposta per il prossimo quadro finanziario a medio termine anche il proprio piano per la ripresa economica, nel quale si ritrovano anche numerosi aspetti dell’iniziativa franco-tedesca.

   Gli attuali numeri in effetti dimostrano il drammatico calo dell’attività e della forza economiche in Europa, ed è per questo che adesso dobbiamo agire in maniera decisa e rapida. E’ per questo che mi impegnerò affinché al prossimo Consiglio europeo si arrivi possibilmente presto ad un’intesa sia per il quadro finanziario pluriennale che per un fondo di ripresa. La situazione di partenza è tutt’altro che semplice. Ma io spero che tutti gli Stati membri adesso agiscano nello spirito del compromesso, dinnanzi a questa situazione del tutto inedita.

   La cosa migliore sarebbe se riuscissimo a trovare un accordo prima della pausa estiva. Così tratteremmo durante la nostra presidenza del consiglio con il parlamento europeo e i parlamenti nazionali avrebbero il tempo per la ratifica delle decisioni sulle proprie risorse entro la fine dell’anno. A quel punto sia il quadro finanziario pluriennale che il piano per la ripresa dell’Europa – che in effetti sono legati l’uno all’altro – realizzeranno i propri effetti per il bene dell’Europa all’inizio del 2021. Il Consiglio europeo di domani, che si terrà come videoconferenza, per ora è pensato solo come primo scambio, e poi si saranno consultazioni intensive tramite il presidente del Consiglio Ue”.

Decisioni ci potranno però essere solo ad un incontro fisico del Consiglio europeo. Il piano per la ripresa d’Europa è riferito esplicitamente alla pandemia, è orientato ad uno scopo e limitato temporalmente. Alla Commissione europea viene eccezionalmente dato il potere di porre sul mercato titoli in nome dell’Unione europea e di utilizzarli per aiuti legati alla crisi. Sin dall’inizio ci siamo impegnati che questo accada su una base di diritto certa, che richiede l’unanimità del Consiglio e che rispetta i diritti di bilancio dei parlamenti nazionali.

   Saluto per questo con favore la proposta della Commissione europea di ancorare questa misura eccezionale e la sua limitazione temporale nelle decisioni sulle risorse proprie che poi devono essere ratificata da tutti gli Stati membri. Questo fondo rappresenta un urgente imperativo di quest’ora, volto a rendere possibile una ripresa economica duratura di tutte le regioni e di tutti gli ambiti economici in Europa. Solo così potremo assicurare nel lungo periodo convergenza, competitività e coesione in Europa.

   Non dobbiamo permettere che la pandemia possa condurre ad un progressivo divergere delle prospettive economiche dei Paesi membri dell’Ue e che così indebolisca il mercato interno comune, che è un elemento centrale dell’Europa. E lavoreremo con decisione contro il pericolo che una profonda spaccatura si allunghi attraverso l’Europa. Non dobbiamo essere ingenui: le forze antidemocratiche, i movimenti radicali, autoritari, aspettano le crisi economiche solo per abusarne politicamente qualcuno qui sembra sentirsi chiamato in causa. Aspettano soltanto di alimentare paure sociali e di diffondere insicurezze. Impegnarsi per uno sviluppo sostenibile in tutte le regioni d’Europa rappresenta anche uno strumento politico contro populisti e forze radicali”.


“Signore e signori, le aspettative verso la presidenza tedesca dell’Ue sono alte: di questo dobbiamo essere consapevoli. Per questo abbiamo precisato le nostre priorità nella pandemia, ma allo stesso tempo abbiamo uno sguardo fermo anche sulle altre grandi sfide del nostro tempo. Voglio in questo punto nominare tre ambiti.

   Primo. La difesa del clima e con essa il passaggio ad un’economia climaticamente neutrale. Dato che il cambiamento climatico ed anche il progresso digitale cambiano profondamente ed in modo radicale il nostro modo di fare economia, di lavorare e di vivere, abbiamo, sulla base delle decisioni sul clima dell’anno scorso, puntato in modo chiaro sia nel nostro pacchetto nazionale rivolto al futuro che nel fondo di ricostruzione sulla promozione di una crescita verde e sul progresso digitale.

   La strategia presentata dalla Commissione europea per un ‘green deal’ offre una linea di condotta centrale proprio per la ripresa dell’economia europea e anche una grande opportunità, soprattutto per le imprese europee dotate di grande forza innovativa. Con lo sguardo rivolto alla capacità dell’Europa di formare il futuro e al futuro delle prossime generazioni continueremo a condurre consultazioni per una legge europea per la difesa del clima, con lo scopo di raggiungere una posizione comune degli Stati membri. Il nostro obiettivo, per il quale abbiamo già molto lottato, è di fissare in termini di diritto la neutralità climatica dell’Europa entro il 2050 e di adattare di conseguenza anche gli obiettivi per il 2030.

   Secondo. Vogliamo portare avanti la digitalizzazione dell’economia e della società. Per assicurare anche in futuro il successo economico dell’Europa e con esso la sua capacità d’azione, l’Europa deve acquisire una propria sovranità sia tecnologicamente che dal punto di vista digitale. Perché la pandemia ha mostrato con grande chiarezza in quale stato di dipendenza si trovi l’Europa in campo digitale, sia per quello che riguarda la tecnologia, sia per quello che riguarda i servizi”.


Ma sovranità digitale non significa che noi in Europa dobbiamo essere capaci di fare qualunque cosa. Però dobbiamo essere in grado di decidere da soli dove è necessaria una indipendenza europea e come la vogliamo realizzare. Questo riguarda per esempio la realizzazione di una infrastruttura di dati europea sicura e affidabile; ma riguarda anche la costruzione delle capacità in tecnologie critiche come per esempio l’intelligenza artificiale oppure il computing quantistico. In questo vogliamo utilizzare la nostra presidenza Ue, per andare ancora avanti.

   Terzo. Le conseguenze drammatiche a livello mondiale della pandemia richiedono che l’Europa si accolli maggiori responsabilità globali, e questo in un tempo nel quale il clima politico non solo in Europa, ma anche in tutto il mondo, è diventato più ruvido. I conflitti antidemocratici, autoritari e pieni di disprezzo per il prossimo stanno aumentando. Vogliono negare quello per cui l’Europa combatte. Vogliono svuotare lo stato di diritto e la divisione dei poteri. Vogliono mettere in discussione la dignità dell’uomo, mettere in questione i diritti umani e i diritti civili. Vogliono mettere fine ai confronti con la storia, alla cultura della memoria. E vogliono anche prenderci quello di cui abbiamo bisogno in modo esistenziale in ogni tempo: la capacità di distinguere la verità dalla menzogna, l’informazione dalla disinformazione, il sapere dall’ignoranza.

   A questo ci dobbiamo contrapporre con decisione: non solo qui da noi, non solo in Europa. L’Europa e le sue promesse di pace, libertà e uguaglianza sono preziose. Non possiamo rimanere indifferenti, se queste vengono danneggiate dall’interno e dall’esterno. Ogni generazione ha il compito di realizzare tutto ciò in modo nuovo, e questo non è un peso storico, ma un regalo democratico”.


“Il mondo ha bisogno proprio in questo tempo la forte voce dell’Europa, per la protezione della dignità umana, della democrazia e della libertà; perché anche molte crisi umanitarie si stanno aggravando, ma finiscono evidentemente sullo sfondo a causa delle vicende attuali.

   Pertanto terremo conto durante la nostra presidenza anche delle necessità, delle richieste e dei bisogni dei nostri partner nel mondo. Così anche l’Africa sarà una delle priorità nella politica estera della presidenza tedesca dell’Ue. Già adesso si profila come gli Stati dell’Africa soffrano in modo particolarmente forte le conseguenze economiche e sociali della pandemia da coronavirus. Allo stesso tempo proprio gli Stati d’Africa hanno molta esperienza nella lotta delle pandemie, come mostrano in modo impressionante i successi del Ruanda, dell’Uganda o del Ghana nella lotta contro il virus Ebola.

   Nel vertice dell’Unione europea con l’Unione africana il prossimo ottobre si tratterà anche di trovare risposte comuni alla crisi, su come gli effetti della pandemia possano essere alleggeriti. Ma si tratterà anche di vedere l’Africa come continente del futuro e di formare ulteriormente le nostre relazioni come partenariato.

Anche le relazioni dell’Europa con la Cina saranno ancora al centro della nostra presidenza. La decisione di rinviare l’incontro Ue-Cina pianificato per il 14 settembre a Lipsia a causa della pandemia non è stato facile per noi. Con il presidente del Consiglio Ue Charles Michel e il presidente cinese Xi Jinping sono d’accordo che recupereremo questo incontro. Perché proprio di fronte ad un partner strategico come la Cina è importante che l’Europa parli con una voce, quella di tutti i 27 Stati membri. Solo così potremo impegnarci in maniera convincente per i nostri valori e interessi europei”.

“Io sono favorevole ad un dialogo aperto, nel quale possiamo continuare a collaborare con la Cina in temi così importanti come il varo di un accordo sugli investimenti, come i progressi nella difesa del clima, oppure come il nostro comune ruolo in Africa, ma anche nelle questioni dello stato di diritto e dei diritti umani, e non ultimi del futuro di Hong Kong, dove siamo mossi dalla preoccupazione che il principio così importante di ‘un Paese, due sistemi’ possa essere svuotato sempre di più.

   Questo dialogo lo proseguiremo anche nella presidenza tedesca del Consiglio e sperabilmente lo raggiungeremo come Ue in quanto a risultati nella difesa del clima, del libero commercio e del multilateralismo.

   Signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, la pandemia da coronavirus ha completamento messo sottosopra la nostra vita sociale, economica e politica. Viviamo nella pandemia. Ma così come l’Europa ha superato le ultime crisi, confido che anche questa crisi la supereremo insieme, chiedendoci per tempo quali insegnamenti possiamo trarne per l’Europa e come la Germania vi possa contribuire.

   La conferenza proposta dalla presidente della Commissione von der Leyen sul futuro dell’Europa potrebbe essere in questo senso un formato adatto. Se in questo quadro ci concentreremo su pochi temi, potremmo arrivare in tempo prevedibile a risultati concreti e tangibili, tra cui come sviluppare ancora il sistema di Schengen, modernizzare il diritto di competizione, per adattarlo alle sfide della digitalizzazione e della globalizzazione, e sviluppare una prevenzione alle pandemie in tutta Europa oppure creare un Consiglio di sicurezza europeo nelle questioni di politica estera.

   Tutto questo è di grande importanza, ma decisivo e su tutto sovrastante è che in Europa ci faremo forti con coraggio, l’uno per l’altro, e che percorreremo insieme nuove vie. “Rendere l’Europa di nuovo forte, insieme”: proprio questo è il motto della presidenza tedesca. Per questo la Germania, per questo il governo federale, per questo io mi impegnerò con tutta la forza e la passione nella nostra presidenza tedesca del Consiglio Ue. Io vi prego: fate che realizziamo tutto questo insieme. Vi chiedo il vostro sostegno per intraprendere questa strada. E sono convinta: varrà davvero la pena impegnarsi per l’Europa”. (ANGELA MERKEL)

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LA DIMENSIONE POLITICA DELL’EUROPA POST-COVID

di Michele Chiaruzzi, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ del 22/6/2020

   La rilevanza del Consiglio dell’Unione Europea appena concluso si comprende nel contesto in cui è maturato, più che di per sé. Non conta, difatti, in quest’occasione, l’elemento di novità, bensì quello di continuità. Esso è rappresentato dalle linee già definite dalla Commissione europea per una politica comune di aiuti collettivi, volta a fronteggiare la crisi pandemica. Tale politica è ancora oggi, dopo il Consiglio europeo, la direttrice su cui convergono gli Stati dell’Unione.

   Salvo fatti imprevedibili, d’ora in poi si svolgerà, com’è naturale, un processo d’elaborazione tecnica e maturazione negoziale. Resta tuttavia intatta tale politica comune. La quale, a conti fatti, ha superato un’altra prova cruciale e s’avvia ad essere sancita dalla presidenza tedesca dell’Unione. Se nulla accadrà in contrario, il Consiglio dovrà presto accordarsi non su quale politica di aiuti ma su come questa politica di aiuti dovrà svolgersi. In concreto, dovrà decidere, tra l’altro, come ripartire prestiti e sussidi per circa 750 miliardi di euro.

   Se è così, lo sviluppo politico della pandemia consegna già un fatto di prima rilevanza. Nel quadro mondiale degli aiuti internazionali, ossia ciò che uno Stato concede all’altro a condizioni di favore, gli aiuti internazionali incomparabilmente più cospicui sono quelli che, in varie forme, l’Unione Europa garantisce ai suoi 27 Stati nazionali. La portata di questo evento è impressionante. Non è nota, nella storia del mondo, un’unione di 27 Stati sovrani che, in circa tre mesi, abbia mai stabilito aiuti internazionali di tale dimensione. Naturalmente conta anche la dimensione qualitativa: il piano detto Next generation riguarda difatti un progetto innovativo e senza precedenti di aiuti non solo alla ricostruzione dei danni postpandemici, ma anche alla riconversione ambientale e all’inclusione sociale.

   Per quanto impressionante sia la dimensione qualitativa e quantitativa, colpisce anzitutto la dimensione politica legata alla sicurezza collettiva e al mutuo soccorso in un sistema di Stati sovrani. Occorre ricordare due fatti interdipendenti, spesso trascurati, del contesto in cui si colloca.

   Il primo è che la crisi pandemica aveva colto giocoforza impreparata l’Unione Europea; giocoforza perché l’Unione europea non può definire le politiche sanitarie in Europa, né l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari o di assistenza medica. Essa è riservata agli Stati (art. 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea). Giusto o sbagliato che sia, l’impreparazione collettiva derivò anzitutto da questo e quell’impreparazione al soccorso reciproco immediato è stata, per dir così, bilanciata dalla capacità di mutuo soccorso successiva.

   Il secondo fatto riguarda l’azione di potenze esterne all’Unione. L’emergenza virale fu il terreno sul quale si diffuse, soprattutto in Italia, una propaganda velenosa, legata proprio alla questione degli aiuti inviati dall’esterno. La politica degli aiuti durante l’emergenza sanitaria si trasformò in un fattore destabilizzante la coesione europea, grazie alla propaganda che, esaltata da referenti locali, celebrò l’invio di aiuti relativamente trascurabili, imparagonabili a quelli europei. Forse tali potenze esterne seguivano una direttrice spontanea della politica estera: disunire l’Unione.

   Sia come sia, il Consiglio europeo ha bloccato, per il momento, l’azione disgregante non solo delle proprie debolezze interne ma anche quella delle pressioni esterne di questa matrice. Con ciò sembra aver maturato un traguardo interessante, al solito trascurato o persino taciuto, vale a dire che l’elemento cardinale dell’Unione Europea è l’elemento morale, insieme a quello dell’interesse materiale. Sostenere l’elemento morale del mutuo soccorso in Europa, in attesa di definire l’interesse materiale, ci consegna una sintesi politica lungimirante in attesa di concretizzazione tecnica.( Michele Chiaruzzi, da

http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ del 22/6/2020)

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QUELL’EUROPA FATTA D’ACCIAIO E CARBONE

di Valerio Castronovo, da “il Sole 24ore” del 25/6/2020

I 70 ANNI DELLA CECA

   Oggi che nel Vecchio continente l’industria siderurgica arranca sotto i pesanti contraccolpi della pandemia da Coronavirus, sta vacillando uno dei pilastri che ha fatto da base, settant’anni fa, alla nascita della Comunità europea.

   Risale all’incontro, il 6 giugno, col collega italiano Carlo Sforza la decisione del ministro degli Esteri francese ROBERT SCHUMAN di tradurre in atto la dichiarazione con la quale, un mese prima, aveva auspicato la creazione di una unione economica, e in prospettiva politica, fra gli Stati dell’Europa occidentale. A ispirare questo suo proposito era stato quanto aveva affermato nell’agosto 1943 JEAN MONNET, allora membro del Comitato di liberazione nazionale: ossia che non vi sarebbe stata in futuro pace in Europa se gli Stati non si fossero riuniti in una federazione per garantire ai loro popoli prosperità economica e sviluppo sociale.

   Questa impostazione pragmatica e funzionalista della causa europeista sostenuta dal governo francese non era la stessa che il MOVIMENTO FEDERALISTA ITALIANO aveva concepito, all’insegna degli ideali contemplati nel MANIFESTO DI VENTOTENE, redatto nel settembre 1941 da ALTIERO SPINELLI, ERNESTO ROSSI ed EUGENIO COLORNI, confinati dal regime fascista nell’isola pontina. Ma per il momento era l’unica prospettiva praticabile.

   Anche LUIGI EINAUDI, fautore sin dalla fine della Grande Guerra di un’associazione politica sovranazionale, riteneva comunque che fosse importante compiere intanto un primo passo concreto che servisse a rimuovere le cause che avevano fino ad allora determinato le discordie e le divisioni fra i vari Paesi europei, la principale delle quali consisteva nella disputa territoriale fra Parigi e Berlino che riguardava le ricchezze minerarie della Ruhr e della Saar, in quanto aveva acceso più volte la miccia del conflitto tra Francia e Germania.

   D’altra parte, gli Stati Uniti erano interessati a una ripresa economica della Germania occidentale, quale avamposto per arginare le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica in Europa. Di conseguenza la COMUNITÀ DEL CARBONE E DELL’ACCIAIO, per una gestione in comune delle risorse carbosiderurgiche, quale proposta da Parigi, si prestava perfettamente a questo obiettivo perseguito da Washington.

   Ma non fu un’impresa facile giungere a un’intesa sulla CECA, in quanto mancò l’adesione della Gran Bretagna e ci volle, per il resto, un forte impegno, oltre che di Monnet e Schuman, di altri autorevoli leader europei come DE GASPERI, ADENAUER e SPAAK.

   Inoltre se SFORZA e MERZAGORA seppero creare le condizioni per un largo consenso dell’opinione pubblica sul terreno politico, fu invece più complesso acquisire un risultato analogo sul piano economico, poiché la partecipazione dell’Italia alla Ceca esponeva la nostra industria siderurgica, che non sarebbe stata più protetta dalle vecchie tariffe doganali, a un’agguerrita concorrenza straniera.

   Fu così necessario, da un lato, sostenere un duro scontro con i principali gruppi privati del settore, guidati dal senatore ENRICO FALCK, sebbene il presidente di Confindustria ANGELO COSTA fosse, in linea di principio, favorevole alla liberalizzazione degli scambi; e, dall’altro, chiedere seppur in via provvisoria alcune agevolazioni in sede comunitaria per reggere il confronto con l’industria tedesca (ciò che fecero per altro anche i governi di Parigi e di Bruxelles).

   Ad ogni modo l’ingresso nella Ceca si rivelerà negli anni successivi un fattore decisivo per lo sviluppo della siderurgia italiana, e in particolare per il processo di conversione al ciclo integrale, patrocinato da un tecnico di primordine come OSCAR SINIGAGLIA, presidente della FINSIDER che raggruppava gli stabilimenti di CORNIGLIANO, PIOMBINO e BAGNOLI, facenti capo alla mano pubblica.

   Dopo la firma nell’aprile 1951 del trattato istitutivo della Ceca, fu UGO LA MALFA (quale ministro del Commercio con l’estero dal luglio 1951), a sostenere una linea di condotta tacciata dai suoi avversari come “suicida” a che mirava invece, con l’ampliamento dei mercati a promuovere la crescita dell’economia italiana in modo tale da consentire sia un progressivo equilibrio dei conti con l’estero sia una crescita del reddito nazionale.

   Di fatto, anche se all’inizio venne mantenuto un livello di protezione relativamente più elevato che in altri Paesi a favore di alcune produzioni agricole e di determinati prodotti industriali (come i filati, le automobili, i trattori e gli apparecchi elettrici), si procedette speditamente all’eliminazione di vincoli e contingentamenti e alla riduzione della maggior parte delle aliquote doganali. Tant’è che l’Italia giunse entro la fine del 1953 a liberalizzare completamente, e prima di ogni altra nazione, le importazioni dai Paesi dell’Oece, sia per i prodotti agricoli e le materie prime sia per i manufatti e i semilavorati. (Valerio Castronovo)

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MERKEL: L’ITALIA UTILIZZI TUTTE LE RISORSE UE

di Francesca Sforza, da “La Stampa” del 27/6/2020

– Battaglia per il RECOVERY FUND: da solo non basta, per un paese con il debito elevato ha più senso ricevere sovvenzioni che prestiti – INTERVISTA CON LA CANCELLIERA TEDESCA: basta parlare di Paesi del Nord e del Sud. Il premier Conte: sul Mes decideremo da soli

BERLINO – Spacca il minuto e entra da sola, la Bundeskanzlerin, portando dei fogli in mano che non leggerà. Si siede e sorride, si rende conto che la sala è molto grande – è quella che la Cancelleria dedica in genere agli incontri internazionali – e che in tempi diversi sarebbe stata più raccolta. «E’ il distanziamento», osserva uno dei suoi consiglieri, dando voce all’espressione della Cancelliera.

   Angela Merkel si sistema appena la giacca blu cobalto, si sofferma sui giornalisti presenti durante il giro dei nomi: ognuno ai suoi occhi è un Paese, e l’impressione è che lei riconosca la particolarità che ciascuno rappresenta in Europa. Guarda Italia e Spagna con simpatia, la Francia con complicità, la Polonia con indulgenza, la Gran Bretagna con un filo di distanza.

   Concentrata e sintetica, è molto attenta a usare le parole, non dice frasi di troppo che è poi costretta a ritirare o a rettificare, non si espone mai. In una sola occasione le scappa un sorriso, ed è quando chiediamo se secondo lei l’Italia farebbe bene a utilizzare il Mes: «Non abbiamo messo a disposizione tutte queste risorse perché restino inutilizzate».

   Prima di iniziare l’intervista guarda l’orologio, fa un calcolo interno del tempo che avrà per rispondere a ogni domanda: «Cominciamo».

Cancelliera Merkel, il Semestre di presidenza tedesco si apre in un periodo di crisi senza precedenti, e le aspettative nei confronti della Germania sono altissime. Qual è il suo stato d’animo in questo momento?

«Il primo Semestre di presidenza del mio cancellierato è stato nel 2007. In Francia e nei Paesi Bassi era stato respinto il Trattato sulla costituzione europea e ci eravamo prefissi di realizzare un nuovo trattato. E ci siamo riusciti. Poi sono arrivate la crisi finanziaria internazionale, le turbolenze dell’euro e la questione dei rifugiati, quindi i momenti di tensione ci sono sempre stati. E a più riprese si è constatato che l’Europa non è ancora sufficientemente resistente alle crisi. Nella crisi dell’euro ci mancavano gli strumenti per reagire in modo adeguato. Durante i movimenti dei rifugiati nel 2015 sono emerse le lacune del sistema di asilo dell’UE. Ora la pandemia del Coronavirus ci pone di fronte a una sfida di portata senza precedenti. Ha investito noi tutti senza che ne avessimo colpa. Da un lato interrompe un andamento economico favorevole in tutti gli Stati membri dell’UE, dall’altro va di pari passo con i due altri grandi fenomeni dirompenti della nostra epoca, che comunque trasformano la nostra vita e la nostra economia: il cambiamento climatico e la digitalizzazione. A tutto questo lavoro con grande concentrazione».

Crede che questa volta sia in gioco il futuro stesso dell’Unione?

«Non dovremmo porci troppo spesso la questione dell’esistenza dell’UE, ma fare il nostro lavoro. Tutti gli Stati membri hanno un interesse assoluto ad avere un mercato unico europeo che sia forte e a presentarsi compatti sulla scena internazionale. Conto sul fatto che, in una situazione così straordinaria, gli Stati membri abbiano un grande interesse in ciò che ci accomuna».

La crisi non colpisce solo l’Europa, tutto il mondo lotta contro la pandemia e forze politiche spesso oscure. Che rischi vede?

«Sì, è vero che in questo momento a livello internazionale i toni sono aspri. Dopo la crisi finanziaria del 2008 era scoccata l’ora del multilateralismo. All’epoca si avviò il G20 a livello dei Capi di Stato e di Governo e i Paesi dettero una risposta molto compatta. Oggi questo non accade. Oggi dobbiamo fare tutto il possibile per non cadere nel protezionismo. Se l’Europa vuole essere ascoltata, deve dare il buon esempio. Io punto su questo, e comunque non mi faccio illusioni sulla difficoltà dei negoziati».

La proposta di un fondo per la ripresa è venuta incontro in particolare ai Paesi dell’Europa del Sud. Quali impegni di riforma si aspetta in cambio?

«Non credo si debba parlare dei Paesi del Nord, dei Paesi del Sud e dei Paesi dell’Est. Non è tutto bianco e nero. Mi aspetto che ognuno di noi si metta sempre anche nei panni dell’altro e osservi i problemi da diverse prospettive. In linea di principio, le risorse del fondo servono ad aiutare, a essere solidali e a rendersi conto che i Paesi sono investiti dalla pandemia con intensità diverse. Tuttavia, anche se stanziamo, ad esempio, l’1% del PIL dell’UE, si tratta sempre solo di un 1%. Restano quindi ancora tante prestazioni che devono essere fornite dagli Stati stessi. Pertanto, la chiave per il successo consiste nell’amministrare bene in tutti i nostri Paesi e parallelamente incrementare la convergenza nell’UE».

Si tratta di molti soldi, crede che ci saranno problemi nella ripartizione?

«Per via dell’impatto differenziato della pandemia è necessario utilizzare una chiave di ripartizione diversa rispetto ad un normale bilancio europeo. Spero che questa argomentazione sarà convincente. Una sfida straordinaria richiede un percorso straordinario. Per i Paesi che hanno già un livello di indebitamento molto elevato ha più senso ricevere sovvenzioni anziché ulteriori prestiti. Lavoro per convincere anche i Paesi che finora hanno approvato i prestiti, ma hanno respinto le sovvenzioni».

Il gruppo dei cosiddetti “frugali” persegue un approccio difensivo. Perché la Germania stavolta ha preso una strada diversa?

«La pandemia del Coronavirus ha avuto un impatto enorme, per esempio, sulla Spagna e sull’Italia, dal punto di vista economico, medico e ovviamente anche emotivo, per via delle numerose vittime. È necessario che la Germania non pensi solo a se stessa, ma che sia pronta a compiere un atto di solidarietà straordinario. È questo lo spirito con cui il Presidente francese Macron ed io abbiamo fatto la nostra proposta».

Un livello d’indebitamento maggiore comporta per la Germania un’inversione di rotta. Che ne è stato della Cancelliera alfiere del risparmio?

«In una crisi come questa ci si aspetta che tutti facciano ciò che è necessario. In questo caso era necessario fare qualcosa di straordinario. La Germania aveva un tasso di indebitamento basso e pertanto poteva permettersi di indebitarsi maggiormente in questa situazione eccezionale. Per noi è anche molto importante che il programma resti nel quadro dei Trattati europei. Abbiamo trovato una via per farlo. E ovviamente agiamo anche nel nostro interesse. È nell’interesse della Germania che il mercato unico sia forte e che l’Unione Europea cresca insieme, anziché disgregarsi. Ciò che fa bene all’Europa faceva e fa bene anche a noi».

Il fondo per la ripresa ha generato una strana armonia, non crede che il dispiegamento di risorse mascheri il populismo e i nazionalismi latenti?

«Il fondo per la ripresa non può risolvere tutti i problemi dell’Europa. Ma se non lo avessimo, tutti i problemi si aggraverebbero. La situazione economica dell’Europa è determinante per così tanti ambiti: un tasso di disoccupazione molto elevato in un Paese può diventare dinamite politica. Aumenterebbero così i rischi per la democrazia. Perché l’Europa sopravviva, deve sopravvivere anche la sua economia».

L’Italia dovrebbe avvalersi delle offerte del Meccanismo europeo di stabilità?

«Questa è una decisione italiana. Abbiamo creato gli strumenti, mediante la BEI, il MES con linee di credito precauzionali o mediante il meccanismo SURE per la cassa integrazione. Tutti possono utilizzare questi strumenti. Non li abbiamo messi a disposizione perché restino inutilizzati».

Lei è l’ultimo Capo di Governo della generazione dell’89, oggi vede rischi di disgregazione?

«Anche il Presidente del Consiglio ungherese Orban era già politicamente attivo nell’89. All’epoca, l’ordine della democrazia liberale si era imposto sulla dittatura del socialismo e del comunismo. Era, però, solo una parte della verità. Scoppiarono i conflitti nei Balcani occidentali e poi nel mondo islamico. La Cina è diventata una grande potenza economica. Proprio l’esempio della Cina dimostra che anche uno Stato non democratico può avere successo economico e ciò mette a dura prova le nostre democrazie liberali. Poi è emersa la sfida del terrorismo islamico, in particolare con l’attentato dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. A questo si è aggiunta la delusione che ha fatto seguito alla primavera araba. Finora non siamo riusciti a fornire la prova schiacciante che il sistema liberale vincerà. E questo mi preoccupa».

La Presidenza vuole trovare una linea comune nel rapporto con la Cina. È ancora un obiettivo realistico?

«A causa della pandemia non possiamo tenere il vertice con la Cina a settembre come programmato. Ma intendiamo recuperarlo. Il vertice ha il compito di far progredire le relazioni tra l’UE e la Cina. Abbiamo interessi condivisi, come ad esempio nella cooperazione per la tutela del clima. Stiamo negoziando da tempo un accordo di investimenti, ma non si registrano veri progressi. Dovremmo discutere della nostra politica di sviluppo in Africa, dove la Cina persegue in parte approcci diversi. Allo stesso tempo, il vertice ci obbliga a elaborare una posizione europea unitaria nei confronti della Cina. Ciò non è così semplice. Dovremmo sviluppare una politica che rifletta i nostri interessi e valori, poiché il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto e le nostre inquietudini sul futuro di Hong Kong sono temi che s’infrappongono tra la Cina e noi e che vengono menzionati chiaramente. Non parlarsi non sarebbe di certo una buona idea».

Gli Usa hanno cambiato atteggiamento nei confronti dell’Europa, il Presidente Trump critica la Germania e vuole ritirare truppe militari. E’ una minaccia che la colpisce?

«Pensiamo che l’Alleanza atlantica abbia un grande valore per ogni Stato membro. In Germania sappiamo di dover spendere di più per la difesa e negli ultimi anni abbiamo già apportato notevoli aumenti, e continueremo a farlo per le nostre capacità militari. Le truppe americane in Germania servono sia alla protezione della Germania e della parte europea della Nato, sia agli interessi degli Stati Uniti d’America».

È giunto ora il momento per un’autonomia strategica dell’UE e un’effettiva sovranità europea in tema di difesa?

«Guardi al mondo, guardi alla Cina o all’India: vi sono ragioni preponderanti per continuare a puntare sulla comunità transatlantica di difesa e sullo scudo nucleare comune. Ma, ovviamente, l’Europa deve dare un contributo maggiore rispetto al periodo della guerra fredda. Siamo cresciuti con la consapevolezza che gli USA vogliano essere una potenza mondiale. Se ora gli USA dovessero abbandonare questo ruolo di propria spontanea volontà, dovremmo avviare una riflessione molto approfondita».

Nell’Europa orientale la minaccia proveniente dalla Russia viene percepita come particolarmente forte. La Germania sottovaluta il pericolo?

«Riconosciamo che le campagne di disinformazione e i mezzi della cosiddetta guerra ibrida sono parte dell’arsenale e dello schema d’azione russi. D’altro canto, ci sono buoni motivi per continuare ad avviare un dialogo costruttivo con la Russia. In Siria o in Libia, nei Paesi che sono i vicini diretti dell’Europa, l’influenza strategica della Russia è forte. Per questo continuo ad adoperarmi per una cooperazione». – (Francesca Sforza, da “La Stampa” del 27/6/2020)

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IL MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO E LA GIOVENTÙ FEDERALISTA EUROPEA CHIEDONO UNA NUOVA RIPARTENZA PER L’EUROPA

16 giugno 2020, di Gioventù Federalista Europea

   Dopo la presentazione al Parlamento europeo delle proposte della Commissione per il nuovo Recovery Plan for Europe, e in vista delle scadenze europee dei prossimi mesi per l’approvazione sia del nuovo Fondo straordinario Next Generation EU, sia del nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea, il Movimento Federalista Europeo, insieme alla Gioventù Federalista Europea, hanno avviato un’azione di raccolta firme sull’Appello UNA RIPARTENZA PER L’EUROPA, con l’intenzione di riunire il consenso di rappresentanti del mondo politico, economico, accademico e del terzo settore a tutti i livelli, nella formulazione di 3 richieste precise al Parlamento Europeo. È possibile sottoscrivere questo appello sul sito del Movimento Federalista Europeo.

   La Commissione europea ha presentato al Parlamento europeo un pacchetto ambizioso per il Recovery Plan for Europe. La Presidente von der Leyen, con un discorso ricco di indicazioni politiche, ha voluto fare appello al profondo valore storico, politico, civile e morale dell’unità degli Europei. L’insieme di strumenti che ha proposto sono pensati per lasciare in eredità alle prossime generazioni una nuova Europa leader globale della nuova economia digitale, verde, solidale, inclusiva e sociale.

   Il cambio di passo dell’Unione europea di fronte alla crisi pandemica è evidente. La pressione delle sfide politiche esterne e la drammatica recessione economica, che mette a rischio l’intera Unione a causa del destino intrecciato delle economie nazionali, legate dalla moneta e dal Mercato unico, e ormai strutturate come un sistema produttivo unico, ha reso prioritario il salvataggio e il rilancio di tutta l’Unione. Su queste nuove basi la Germania ha scelto di appoggiare le richieste avanzate da Italia, Francia, Spagna e dagli altri promotori della cosiddetta Lettera dei nove per il rafforzamento e l’evoluzione politica dell’Unione europea, facendo così venir meno l’asse dei cosiddetti Paesi creditori.

   Queste proposte coraggiose devono ora essere difese con forza nel Consiglio europeo. Da parte sua, il Parlamento europeo ha già minacciato di bloccare l’approvazione del Quadro finanziario pluriennale se non sarà adeguato alle ambizioni presentate dalla Commissione europea e se non includerà anche una riforma delle risorse proprie. Si tratta di un punto fondamentale anche nel disegno della Commissione europea per garantire l’emissione di debito europeo. Questo ad oggi implica, oltre a misure che rientrano nelle competenze comunitarie – come il Carbon Border Adjustment Mechanism – che gli Stati acconsentano anche ad imporre nuove tasse sui giganti della finanza e del web, e su chi inquina, per trasferirne poi il gettito al bilancio europeo.

   Le scelte che verranno fatte nei prossimi mesi, in particolare in merito alla questione delle risorse proprie, influiranno in modo determinante sull’evoluzione dell’Unione europea, e in particolare sulla possibilità che l’Unione europea approdi in tempi ragionevolmente brevi a quell’unione politica federale indicata nel progetto dei Padri fondatori che ora finalmente sta tornando punto di riferimento del dibattito europeo.

   Su questa base noi chiediamo al Parlamento europeo, in quanto unica istituzione che rappresenta direttamente i cittadini europei, di porre l’attenzione su tre punti, e di esercitare a tale scopo la sua funzione di indirizzo e di guida: #- Vigilare affinché gli accordi intergovernativi sul Quadro finanziario pluriennale e sul Fondo straordinario Next Generation EU non sviliscano le nuove ambizioni europee. Chiediamo al Parlamento europeo di non approvare accordi inadeguati e di contribuire con il suo peso politico ad impedire che alcuni paesi riescano ad esercitare un potere di ricatto e di veto, mantenendo così fede al suo impegno. #- Battersi affinché le nuove risorse proprie dell’Unione vengano valutate, raccolte e gestite a livello europeo, coerentemente alle priorità politiche e strategiche individuate dalla Commissione.

   La creazione di una porzione di bilancio federale è una condizione necessaria per rendere strutturale il nuovo approccio europeo. In questo senso è indispensabile che il Parlamento europeo avvii subito il confronto sull’attribuzione di una competenza fiscale all’Unione europea, affinché le risorse proprie europee possano essere decise a maggioranza direttamente dal Parlamento e dal Consiglio, abolendo il passaggio delle ratifiche nazionali (ad oggi indispensabili in quanto gli Stati membri sono gli unici titolari del potere fiscale e quindi gli unici che possono imporre tasse direttamente sui cittadini e sull’economia). #- Guidare il processo delle riforme politico-istituzionali necessarie per costruire l’unione politica, rese ancora più urgenti dal nuovo indirizzo impresso al processo europeo. Gli stessi strumenti per la ripresa e il rilancio europeo devono essere iscritti in un quadro che ne garantisca il carattere permanente. In questo senso una revisione dei Trattati e una profonda riforma dell’Unione europea fanno parte della risposta duratura e efficace necessaria per poter uscire dalla crisi.

   Riteniamo pertanto necessario che venga avviata al più presto la Conferenza sul futuro dell’Europa durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Unione europea. Chiediamo al Parlamento europeo di battersi affinché la Conferenza sia mirata a discutere, coinvolgendo i cittadini, un progetto concreto di unione politica. Il Parlamento europeo ha la legittimità democratica e la vocazione istituzionale per imporre una simile agenda in vista della Conferenza. Per questo lo esortiamo a elaborare, discutere e proporre alle altre istituzioni europee un progetto di Costituzione federale europea, analogamente a quanto fece nella prima legislatura sotto la guida di Altiero Spinelli. È questo il modo migliore anche per raccogliere il testimone del Club del Coccodrillo, di cui ricorre il 40° anniversario il 9 luglio prossimo.

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DOMENICA IN POLONIA CI SONO LE PRESIDENZIALI

da “il post.it” del 23/6/2020 https://www.ilpost.it/

– Il presidente uscente Andrzej Duda – sostenuto dal partito di destra Diritto e Giustizia – è il favorito, ma si andrà probabilmente al ballottaggio e potrebbero esserci sorprese –

   Domenica 28 giugno ci saranno le elezioni presidenziali in Polonia, rimandate di un mese e mezzo circa rispetto alla data inizialmente prevista a causa dell’emergenza legata al coronavirus.

Il candidato con più probabilità di vittoria è il presidente uscente Andrzej Duda, indipendente ma legato a Diritto e Giustizia (PiS), il partito di destra che ha la maggioranza in Parlamento dal 2015. Il suo avversario principale è Rafał Trzaskowski, esponente di Piattaforma Civica (PO) – partito liberale di centrodestra che è stato al governo dal 2007 al 2014 – ma ci sono altri candidati interessanti, anche se con pochissime possibilità di vittoria: un conduttore televisivo con scarsa esperienza politica che si è candidato come indipendente e l’ex sindaco di una città del nord del paese, dichiaratamente ateo e omosessuale.

Dal 1989 (quando ebbe fine l’influenza comunista dell’Unione Sovietica sul paese) le elezioni presidenziali polacche si svolgono ogni cinque anni. Se al primo turno un candidato ottiene più della metà dei voti viene eletto immediatamente: in caso contrario i due più votati vanno al ballottaggio. Sembra molto difficile che un candidato superi la metà dei voti il 28 giugno, quindi si arriverà probabilmente al ballottaggio fra il presidente uscente Andrzej Duda (PiS), al momento al primo posto in quasi tutti i sondaggi con più del 40 per cento dei voti, e un altro dei candidati.

Qual è il contesto delle elezioni
Molti analisti interpretano le evoluzioni politiche della Polonia degli ultimi anni come un allontanamento dalla democrazia verso una politica autoritaria, e queste elezioni sono viste come una prima possibilità che le cose cambino: in Polonia il presidente della Repubblica ha pochi poteri, ma può bloccare le leggi che ritiene antidemocratiche.

L’ultimo governo ha attaccato due pilastri dello stato di diritto: l’indipendenza del sistema giudiziario e la libertà di espressione, aumentando l’influenza governativa sui mezzi d’informazione pubblici, introducendo una legge per ridimensionare le responsabilità della Polonia nei campi di concentramento nazisti e minacciando i diritti della comunità LGBTQ+.

Per questi motivi le elezioni di fine mese sono guardate con particolare attenzione anche dagli altri paesi europei: si teme che una nuova vittoria di Diritto e Giustizia significhi un’ulteriore deriva del paese verso l’autoritarismo. Inoltre, anche se Duda ha promesso in campagna elettorale che il paese non lascerà l’Unione Europea, il suo partito promuove l’isolamento economico e sociale della Polonia, mentre Piattaforma Civica è apertamente favorevole all’Unione Europea. Le elezioni di domenica determineranno quindi anche i futuri rapporti del paese con le istituzioni europee.

Chi è Trzaskowski
Rafał Trzaskowski ha 48 anni, è originario di Varsavia e ha un dottorato in Scienze politiche. Ha fatto parte del Parlamento europeo per quattro anni – nel gruppo del Partito Popolare Europeo – e nel 2018 è stato eletto sindaco di Varsavia con grande vantaggio sul suo avversario di Diritto e Giustizia.

La sua elezione a sindaco, insieme ad altre vittorie di Piattaforma Civica alle elezioni amministrative e regionali, fecero pensare che Diritto e Giustizia stesse perdendo consensi nel paese dopo tre anni di governo. Trzaskowski stesso si fece subito notare firmando una dichiarazione a favore della comunità LGBTQ+, marginalizzata e discriminata dal governo, ma alle elezioni parlamentari dell’ottobre scorso Diritto e Giustizia ha ottenuto di nuovo ottimi risultati, allargando la sua maggioranza rispetto a quattro anni prima.

Duda, 48enne originario di Cracovia con un dottorato in legge, ha reagito alla candidatura di Trzaskowski puntando sull’immagine di “difensore della famiglia tradizionale”, per attirare gli elettori cattolici e compattare i sostenitori di Diritto e Giustizia (in Polonia il 90 per cento della popolazione, nel 2015, si definiva cattolica). Duda ha inserito nel suo programma elettorale la Karty Rodziny (“carta della famiglia”), che ribadisce l’impossibilità di matrimoni e adozioni per le coppie omosessuali.

Un articolo dell’Economist suggerisce che Trzaskowski per queste elezioni stia puntando a convincere soprattutto i conservatori moderati, stanchi del radicalismo e del nazionalismo di Diritto e Giustizia.

Altri candidati
Szymon Hołownia è un giornalista e conduttore televisivo di 44 anni, che si è candidato da indipendente puntando molto sulla sua estraneità al mondo della politica. Hołownia – che deve la sua popolarità anche al passato come conduttore di Mam talent!, la versione polacca del format di Italia’s got talent – sottolinea spesso che i due principali partiti non fanno che litigare, e che l’unico modo di uscire da questa situazione è con un presidente apartitico.

È l’unico candidato a cui la maggior parte dei sondaggi attribuisce un consenso superiore al 10 per cento, oltre a Duda e Trzaskowski, e un sondaggio gli attribuisce più voti che a Trzaskowski. Anche se molto probabilmente non arriverà al ballottaggio, il suo appoggio a un candidato nel secondo turno sarebbe molto prezioso. Nel suo programma prevede di annullare alcune riforme approvate da Diritto e Giustizia, ed è quindi possibile che appoggi Trzaskowski.

Tra gli altri candidati si è fatto notare anche Robert Biedroń, 44 anni, dichiaratamente ateo e omosessuale, con un passato di parlamentare nella Camera dei deputati. In passato Biedroń aveva fatto parte di Alleanza della Sinistra Democratica (SLD), il partito di sinistra che governò la Polonia negli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila, ma ora la sua candidatura è sostenuta da Wiosna (Primavera), un partito che ha fondato lui stesso nel 2019. I sondaggi gli attribuiscono fra il 3 e l’8 per cento dei voti al primo turno, ed è probabile che al secondo turno Biedroń decida di sostenere Trzaskowski.

È invece meno facile capire cosa farà il Partito Popolare Polacco (PSL), che tradizionalmente è più forte nelle aree rurali della Polonia. È considerato vicino a Diritto e Giustizia per la difesa dei valori cattolici, ma ha un passato di collaborazione con Piattaforma Civica, insieme a cui ha aderito al Partito Popolare Europeo. Il suo candidato è Władysław Kosiniak-Kamysz, nei sondaggi i suoi risultati variano dal 3 fino a quasi il 10 per cento.

Il partito euroscettico di destra Confederazione Libertà e Indipendenza invece appoggerà quasi sicuramente Duda al secondo turno e il suo candidato – Krzysztof Bosak – è dato tra il 4 per cento e l’8 per cento dei voti al primo turno.

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