SANTA SOFIA, a Istanbul in Turchia, mirabile luogo architettonico e simbolo della reciproca comprensione tra cristianesimo e islam, dal 1934 museo, ridiventa ora MOSCHEA per volere degli ultra-nazionalisti turchi e di ERDOGAN – Un nuovo passo indietro di una Turchia che poteva essere un ponte di pace tra oriente e occidente

(facciata di Santa Sofia, foto da http://www.bisanzioit.blogspot.com/) – La vicenda della (ri)TRASFORMAZIONE IN MOSCHEA dal 24 luglio 2020 del sito di SANTA SOFIA a ISTANBUL in TURCHIA, fa discutere perché si tratta di un luogo sacro non soltanto per il culto islamico. Costruito nel 537 sotto l’Imperatore GIUSTINIANO I, il padre del Corpus Iuris Civilis, fino al 1453 l’edificio fu una CATTEDRALE CRISTIANO-ORTODOSSA dedicata al Logos, la parola di Dio, e sede del Patriarcato di Costantinopoli, con la sola eccezione del periodo dal 1204 al 1261 quando i CROCIATI saccheggiarono il tempio e lo trasformarono in una CATTEDRALE CATTOLICA. Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente e la presa di Costantinopoli per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano MAOMETTO II, la cattedrale venne trasformata in una MOSCHEA innalzata alla Divina Sapienza e così rimase fino al 1934 (quando il presidente MUSTAFA KEMAL ATATURK, fondatore della moderna, laica, repubblica turca, trasformò SANTA SOFIA IN UN MUSEO, spogliandola, almeno ufficialmente, del valore religioso). Nel 1985, l’UNESCO ha accolto la candidatura dell’AREA STORICA DI ISTANBUL, in cui spiccava il MUSEO DI HAGIA SOPHIA, iscrivendola nella lista dei PATRIMONI DELL’UMANITÀ. La basilica, importante meta turistica, è considerata simbolo d’identità per i nazionalisti che ogni anno, il 29 maggio, davanti alle sue porte, festeggiano l’anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli

   Dal 24 luglio 2020 SANTA SOFIA a Istanbul ridiventa moschea (lo era stata dal 1453 al 1934). Luogo simbolo della reciproca comprensione tra cristianesimo e islam all’interno di una Turchia “stato laico”, come lo aveva prospettato Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della moderna repubblica turca, tutto questo ora viene superato dall’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan (alla guida della Turchia da 18 anni, prima come primo ministro e poi come presidente).

Manifestanti favorevoli alla riconversione di Santa Sofia, il 10 luglio 2020; sul cartellone si vede la faccia di Erdoğan affiancata a quella del sultano Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli (foto da http://www.ilpost.it/)

   Nel 1935 Ataturk, trasformò Santa Sofia in un museo, spogliandola, almeno ufficialmente, del valore religioso. In questi decenni la basilica, oltre che un’importante meta turistica e sito patrimonio dell’umanità per l’Unesco dal 1985, è però anche considerata simbolo d’identità per gli ultranazionalisti turchi, che ogni anno, il 29 maggio, davanti alle sue porte, festeggiano l’anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli (nel 1453 da parte del sultano Maometto II).

(Santa Sofia con la panoramica su Istanbul) – ISTANBUL, sulle rive del Bosforo, è il maggior centro urbano della Turchia (con attualmente 15,5 milioni di abitanti). Prima di chiamarsi Istanbul era COSTANTINOPOLI, nome tenuto dalla città nel periodo intercorrente tra la rifondazione ad opera dell’imperatore romano Costantino I e la conquista da parte del sultano ottomano Maometto II, cioè dal 330 al 1453. Prima del 330 d.C. si chiamava BISANZIO (fondata nel 659 a.C. da coloni greci). E’ dal 1930 che il nome Istanbul venne ufficializzato e reso esclusivo dalle autorità turche. È la città che subì più assedi nella storia umana, capitolando solamente due volte: la prima durante il saccheggio dei crociati nel 1204 e la seconda quando fu definitivamente conquistata dagli ottomani nel 1453. (testo e foto da Wikipedia)

   La condiscendenza e approvazione di Erdogan alla decisione del Consiglio di Stato turco di considerare illegittimo quell’atto del 1935 di trasformazione dell’allora moschea in museo, è da tutti considerato una chiara manovra politica dell’attuale presidente: per vincere le prossime elezioni (in una fase di crisi sua e del suo partito); per togliere il peso agli oppositori interni che stanno crescendo; per ribadire pertanto il controllo sul Paese, ma anche “all’esterno”; per mostrare una Turchia che va controcorrente e si islamizza ancora di più.… E’ così che la trasformazione (ritorno) di santa Sofia in moschea fa parte delle provocazioni di Erdogan, non si sa contro chi e per chi: gli oppositori interni? L’Europa? Il distogliere l’attenzione dalla crisi economica?…..

(foto da http://www.globalist.it/) – Bavaglio e manette. Manette e bavaglio: “L’ex presidente e presidente onorario di AMNESTY INTERNATIONAL TURCHIA, TANER KILIC e la direttrice IDIL ESER sono stati condannati rispettivamente a sei anni e mezzo e a 25 mesi di reclusione. “COSÌ LA TURCHIA RIDUCE AL SILENZIO COLORO CHE DIFENDONO I DIRITTI”. Lo ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia. (…) Taner Kilic è stato condannato per appartenenza a un’organizzazione terrorista affiliata al chierico Fetullah Gulen, mentre Idil Eser e gli altri due imputati sono stati accusati di sostenere la stessa organizzazione. (da https://www.globalist.it/ 3/7/2020)

Paradossale che ci si richiami poi (ancora), in questi mesi, a un’entrata della Turchia nell’Unione Europea, ben sapendo che ogni parametro di democrazia e diritti civili richiesti dalla UE, in questi anni, mesi, e adesso, sono del tutto lontani dall’essere rispettati.

mappa da Wikipedia

   In questo nuovo assetto ultra-nazionalistico, ogni opposizione viene sedata, non ha più senso, significato, nello stato islamico. Non a caso la proclamazione a moschea di Santa Sofia avviene il 24 luglio, venerdì: e non è solo perché giorno della preghiera islamica; ma anche forse perché il 24 luglio è data simbolica per la Turchia: in quel giorno, nel 1923, è stato firmato il Trattato di Losanna che stabiliva i confini della Turchia moderna, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale dell’ormai ex Impero Ottomano. Simboli e significati che si ripropongono per fini esclusivamente attuali di dominio, di potere, interno e internazionale, di paesi e governanti che così rinsaldano sempre più in forma autoritaria un potere che sennò rischia di essere messo in discussione.

INTERNO DI SANTA SOFIA (foto ripresa da http://www.festivaldelmedioevo.it/)

   A nostro parere però la Turchia vive la dicotomia ideale tra realtà urbane che non ne vogliono sapere di uno stato confessionale, religioso, e (forse) aree rurali più tradizionaliste e conservatrici, tra città e campagna. E l’islamizzazione in Turchia convive con costumi e quotidianità molto occidentali… nei consumi (specie per i giovani), nella informazione globale, nella letteratura, nel cinema…nello stesso sport (pensiamo alle squadre turche di calcio, basket inserite in campionati europei….).

(foto da http://www.analisidifesa.it/) – “(…) Le mire turche sul mare hanno causato gli scontri di dicembre con CIPRO per il controverso ACCORDO FIRMATO DA ANKARA CON LA LIBIA. Nascosto nelle pieghe di un presunto corridoio di sicurezza ed assistenza fra Turchia e Libia, si cela il disegno di una VERA E PROPRIA “AUTOSTRADA” A CONTROLLO TURCO per replicare quanto già sperimentato nella Zona Economica Esclusiva (Exclusive Economic Zone, Eez) in acque cipriote. Dal 7 dicembre (2019, ndr) il MEMORANDUM D’INTESA FIRMATO DA ERDOGAN CON IL CAPO DEL GOVERNO DI ACCORDO NAZIONALE DELLA LIBIA, FAYEZ AL-SERRAY, sfida ufficialmente le regole del diritto internazionale. L’accordo stabilisce infatti i CONFINI DELL’ENNESIMA ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA (EEZ) TRA TURCHIA E LIBIA, che però stavolta non ha COME SCOPO SOLO LA SICUREZZA, MA ANCHE LA RICERCA E LA GESTIONE DI RISORSE ENERGETICHE NELLA ZONA.(…)” (“TURCHIA, IL PIANO DI ERDOGAN PER LA CONQUISTA DEL MEDITERRANEO”, di CLAUDIA SEGRE, da https://www.firstonline.info/ del 23/6/2020)

   Insomma difficile pensare che si possa perseguire con successo un progetto di fare della Turchia il centro dell’islamismo mondiale (così sembra volere Erdogan con quest’ultima decisione di far diventare Santa Sofia moschea…). Erdogan che si fa paladino dell’islamismo, ma anche della causa palestinese, del processo all’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi”, il giornalista saudita ucciso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul nel 2018….tutte cause che di per sé possono apparire positive: in un disegno autoritario e senza possibilità di opposizione; oltre il proprio potere personale nulla deve esistere.

“(…) ATATÜRK fu il presidente che RIFORMÒ IL PAESE IN SENSO LAICO DOPO LA FINE DELL’IMPERO OTTOMANO, e per tutto il Novecento era stato considerato il padre fondatore della Turchia. Ma LA SUA EREDITÀ È STATA FORTEMENTE MESSA IN DISCUSSIONE DALL’ATTUALE CLASSE DIRIGENTE del paese e DALLO STESSO ERDOĞAN, che sul suo conto ha espresso opinioni spesso ambigue alimentando il risentimento serbato per decenni dai turchi più conservatori. Molte azioni di governo di Erdoğan, dal divieto di vendita di alcolici vicino alle moschee o la cancellazione del divieto del velo nelle università, sono servite a rendere il paese meno laico un pezzetto alla volte.(…)” (da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020)

   E’ da capire quanto la parabola dispotica di Erdogan possa continuare: se fino a che lui ci sarà; se ci saranno continuatori alla sua linea politica; se le forze democratiche turche riusciranno ad opporsi. Di per sé l’eliminazione di un simbolo, come la basilica di santa Sofia, che era diventata esempio mirabile architettonico e pittorico (visitata da centinaia di migliaia di persone ogni anno, peraltro con un introito economico non da poco), è voler non riconoscere un simbolo di fraternità fra religioni; un altro ponte che cade di comunicazione che la Turchia poteva rappresentare, essere, di scambio fra oriente e occidente, tra mondo islamico, cristiano, ebraico. (s.m.)

“(…) ERDOĞAN è alla guida della Turchia, prima come primo ministro e poi come presidente, da 18 anni, e nonostante alle ultime elezioni presidenziali abbia ottenuto un nuovo mandato fino al 2023, ultimamente le cose non gli stanno andando benissimo. L’anno scorso il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) ha perso – per due volte, dopo che le elezioni contestate dallo stesso presidente erano state ripetute – alle amministrative di Istanbul, città dove Erdoğan è nato e di cui peraltro fu sindaco negli anni Novanta. RICONVERTIRE SANTA SOFIA IN MOSCHEA È CONSIDERATO DAGLI OPPOSITORI DEL PRESIDENTE COME UNA MOSSA PER RIPRENDERE IL CONTROLLO, ANCHE SOLO SIMBOLICAMENTE, DELLA PROPRIA CITTÀ (…)”(da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020)

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LA PROTESTA DELL’UNESCO – La decisione di Erdogan è uno schiaffo in faccia al mondo che chiedeva di mantenere integro «IL LUOGO-SIMBOLO DELLA RECIPROCA COMPRENSIONE TRA CRISTIANESIMO E ISLAM» per dirla con le parole del Patriarca Bartolomeo. L’UNESCO aveva invitato la Turchia a non prendere una decisione unilaterale sul tempio

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SANTA SOFIA. UN LUOGO DI CONTROVERSIE. E UN «RITORNO» CHE DIVIDE

di Franco Cardini, da AVVENIRE del 10/7/2020

   Santa Sofia, come siamo abituati a chiamarla, ossia Aghia Sophia com’era stata intitolata alla fondazione, Ayasofya come la chiamano i turchi: non è mai vissuta fuori dalle controversie. Fondata probabilmente sul modello delle basiliche romane – la tradizione dice da Costantino – e completata dall’imperatore Costanzo II nel 360, ma incendiata poi nel 404 in seguito a una rivolta, venne riedificata come la più ricca e imponente chiesa della capitale imperiale da Giustiniano, che ne mantenne la dedicazione alla Divina Sapienza (in greco, appunto, Aghia Sophia), vale a dire alla Seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio L’imperatore e legislatore affidò agli architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle un complesso lavoro di totale ristrutturazione che durò solo cinque anni in quanto sostenuto da un finanziamento colossale.

   La sua immensa cupola, di circa 30 metri di diametro, crollò nel 555-556 e venne sostituita da un edificio di ridotte dimensioni che tuttavia, con i suoi 61 metri di altezza, 77 di lunghezza e 71 di larghezza, era comunque il più straordinario monumento dell’impero. Marmi e metalli preziosi furono impiegati a profusione per l’edificio, completamente rivestito all’interno di mosaici. Le pietre e le colonne che erano state utilizzate per costruirlo provenivano, a quanto si diceva, da diversi luoghi dell’impero, a cominciare dal saccheggio del grande tempio di Artemide a Efeso.

   A partire dal VII secolo l’Impero romano d’Oriente, che siamo soliti chiamare Bisanzio, fu scosso dalla crisi iconoclasta; diversi imperatori aderirono al movimento contrario alle immagini sacre, fino a quando il lungo periodo di contese si concluse sotto il regno del basileus Michele allorché una cerimonia in Aghia Sophia, tenuta l’11 marzo dell’843, riaffermò solennemente e definitivamente il dettato del secondo concilio di Nicea, legittimando di nuovo la proskynesis (prostrazione) dinanzi alle immagini: secondo un culto di adorazione per Dio, di venerazione per Maria, gli angeli, i santi. Simbolo dell’unità religiosa dell’impero, la chiesa fu gravemente minacciata nelle fasi preliminari della conquista latina di Costantinopoli, nel 1204: in quell’occasione un gravissimo incidente avvenne mentre Alessio IV, il giovane principe che i “crociati” avevano rimesso sul trono, insieme al padre dopo un colpo di stato dello zio, in cambio della promessa di ingenti ricompense, era fuori dalla città accompagnato da alcuni dei baroni franchi in una spedizione contro i bulgari. Una banda di fiamminghi, pisani e veneziani mossero un attacco contro il quartiere musulmano per depredarlo: i residenti risposero con l’aiuto dei greci. Le conseguenze furono terribili perché un incendio divampò e il vento spinse le fiamme in profondità, estendendosi per circa 500 metri e arrivando a sfiorare Aghia Sophia. Seguirono settimane di tensione, al culmine delle quali i crociati saccheggiarono e conquistarono la capitale; preventivamente, i capi della crociata si erano riuniti per accordarsi sulla suddivisione del bottino e dell’Impero: al patriarca veneziano andava Aghia Sophia, convertita dalla confessione greca a quella latina che gli occupanti volevano imporre a una capitale recalcitrante.

   Proprio in quella sede il 16 maggio del 1204 il conte Baldovino IX delle Fiandre venne incoronato imperatore di Costantinopoli mentre il veneziano Tommaso Morosini ne divenne patriarca. Così, quando con l’aiuto dei genovesi, nemici dei veneziani, i greci riconquistarono la città, o quel che ne restava dopo le devastazioni, il 13 marzo 1261 fu sempre in Aghia Sophia che Michele VIII fu incoronato basileus. Chi vuol saperne di più può leggere adesso il bel libro di Marina Montesano, Dio lo volle? (Salerno editore, 2020). L’impero bizantino si trascinò stancamente per un paio di secoli, fino a quando gli ottomani non misero fine all’agonia; tuttavia, non prima che i cattolici imponessero, in cambio dell’aiuto (che comunque non arrivò mai) contro il Turco, la forzata riunione dei greci alla Chiesa di Roma: l’imperatore accettò, mentre buona parte del clero ortodosso e del popolo costantinopolitano si ribellava, e fu ancora in Aghia Sophiache il 12 dicembre del 1452 alla presenza del cardinale Isidoro patriarca latino di Costantinopoli, appositamente giunto da Roma, che si celebrò la fine dello scisma iniziato nel 1054. Dopo la conquista ottomana del 1453, il sultano Mehmet II convertì la chiesa in moschea: come dicono molti cronisti dell’epoca, fra i quali il fiorentino Cristoforo Buondelmonti, al momento della conquista l’edificio si trovava in uno stato fatiscente.

   I restauri e gli abbellimenti continuarono sotto i successori del conquistatore; gli ultimi lavori importanti, realizzati verso la metà dell’Ottocento, furono affidati ad architetti italiani. Dopo lo smantellamento dell’impero ottomano e la rivoluzione nazionalista di Mustafa Kemal Atatürk, nel 1935 si volle trasformare Ayasofya in un «tempio laico», cioè in un museo, in linea con la politica del governo. In anni recenti il presidente Recep Tayyip Erdogan ha permesso, se non favorito, il ritorno di diversi edifici del Paese a luoghi di culto: Chora, un’altra chiesa bizantina di Istanbul che pure era diventata una moschea e poi un museo è ora di nuovo moschea; e fuori dalla capitale edifici simili a Iznik e Trabzon. Da un paio d’anni a questa parte il presidente promette (o minaccia: secondo i punti di vista) di fare lo stesso con Ayasofya che tornerebbe al suo ruolo di luogo di culto. Va detto ch’esso è stato tale – cristiano latino, cristiano greco o musulmano – per oltre 1.500 anni. Evidentemente Erdogan intende con ciò ottenere ulteriore consenso da parte della base tradizionalista (se non proprio fondamentalista) del suo partito, cercando di distogliere l’attenzione da una gestione politica a dir poco controversa.

   Di per sé, il suo ritorno alla funzione sacra originaria può certamente ferire, e le reazioni di tutto il mondo cristiano (non solo) ortodosso lo dimostrano, ma non dovrebbe stupire: soprattutto alla luce del fatto che, come capitale di due imperi, quello romano e quello ottomano, Aghia Sophia/Ayasofya non è mai stata un simbolo neutro. Lo “strappo” vero, più che nel 1204 quanto il santuario passò dai greci ai latini o nel 1453 quando passò dai cristiani ai musulmani, avvenne durante il regime laicista di Kemal, in tempi nei quali perfino il nominare il nome di Dio in Parlamento era considerato un crimine. Oggi, un ritorno parziale al culto, in giorni speciali o attraverso l’organizzazione di uno spazio interno a «sala di preghiera», potrebbe essere comprensibile e persino maturo – si pensi alla visionaria e dirompente proposta del Patriarca armeno di Costantinopoli di consentire sia il culto musulmano sia quello cristiano – eppure accende diatribe e rinfocola dolorose divisioni. I veri problemi sono di altro ordine: interni alla Turchia, al mondo musulmano nel suo complesso e a tutta la nostra società.

   Erdogan persegue da anni una linea di ricerca di consenso in ambienti religiosi che vanno dal pietismo al fanatismo; ciò accade anche in molti altri Paesi musulmani nei quali i governi sembrano consentire sempre di più spinte religiose di vario genere, magari per motivi strumentali; e, spiace dirlo, si rilevano gli stessi atteggiamenti anche nel nostro Occidente laico e democratico. Dietro la volgarità demagogica – e obiettivamente blasfema – dei simboli religiosi ostentati e della preghiere scandite al microfono dinanzi a piazze piene di militanti, è questa nuova strategia di uso del Sacro che coinvolge molti: musulmani, ebrei, cristiani. Contro questi atteggiamenti è necessario vegliare con il massimo rigore al fine d’impedire l’insorgere di equivoci. (Franco Cardini)

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TENSIONE UNESCO-TURCHIA PER LA TRASFORMAZIONE DI SANTA SOFIA IN MOSCHEA

di Giuditta Giardini, da “il Sole 24ore” 11/7/2020, https://www.ilsole24ore.com/

– Dopo il sì del Consiglio di Stato, il presidente Erdogan annuncia la conversione in luogo di culto DAL 24 LUGLIO, ma l’organismo sovranazionale si oppone –

   Il Consiglio di Stato turco dà il via libera alla trasformazione del museo della Grande Hagia Sophia (Istanbul) in moschea accessibile soltanto ai fedeli del culto musulmano. Il supremo organo amministrativo turco si è espresso in favore della NGO islamica (non governmental organization) che aveva presentato ricorso contro un decreto presidenziale del 1934 con cui si apriva la moschea al pubblico.

   Nel 2019, in supporto ai ricorrenti, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha firmato un decreto per la ri-conversione del museo in moschea ritenendo “un grave errore” che quei luoghi non fossero più destinati al culto.
La vicenda fa discutere perché si tratta di un luogo sacro non soltanto per il culto islamico. Costruito nel 537 sotto l’Imperatore Giustiniano I, il padre del Corpus Iuris Civilis, fino al 1453 l’edificio fu una cattedrale cristiano-ortodossa dedicata al Logos, la parola di Dio, e sede del Patriarcato di Costantinopoli, con la sola eccezione del periodo dal 1204 al 1261 quando i crociati saccheggiarono il tempio e lo trasformarono in una cattedrale cattolica. Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente e la presa di Costantinopoli per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano Maometto II, la cattedrale venne trasformata in una moschea innalzata alla Divina Sapienza e così rimase fino al 1934. Nel 1985, l’Unesco ha accolto la candidatura dell’area storica di Istanbul, in cui spiccava il museo di Hagia Sophia, iscrivendola nella lista dei Patrimoni dell’Umanità. Con la decisione della Suprema Corte amministrativa, la visita al museo sarà preclusa a tutti i soggetti professanti un culto diverso da quello islamico.

Una mossa politica
L’Economist definisce l’operato del presidente Erdogan e della magistratura come una mossa nazionalistica contraddistinta da uno spiccato favor religionis in sfregio al diritto pattizio. Secondo la testata inglese, il presidente turco starebbe preparando il terreno per le elezioni che si terranno tra due anni. Questa ipotesi spiegherebbe anche l’accentuarsi delle repressioni delle passate settimane, non soltanto contro membri dell’opposizione, ma anche contro giornalisti, attivisti per i diritti umani, tra cui due rappresentati di Amnesty International, canali televisivi e università.

Le reazioni
Appena appresa la notizia della ri-conversione, confermata dal Consiglio di Stato turco il 10 luglio, l’Unesco, che sotto la presidenza dell’ex ministro della Cultura francese, Audrey Azoulay, è diventato molto politico, non ha esitato ad esprimersi sull’accaduto con toni severi.

   Nel comunicato stampa sul sito Unesco si legge come l’iscrizione nel registro dei Patrimoni dell’Umanità comporta una serie di impegni ed obblighi legali. Lo Stato deve impegnarsi a preservare l’eccezionale valore culturale del sito e nessuna modifica può essere effettuata senza previa notifica all’Unesco e approvazione della misura da parte del Comitato del Patrimonio Culturale.

   L’Unesco non avanza solo istanze legali, ma ricorda inoltre come la fusione di elementi architettonici asiatici ed europei – derivata dalle differenti occupazioni – e quindi l’unicità dell’edificio sono stati decisivi al momento dell’iscrizione di Santa Sofia nella lista dei Patrimoni dell’Umanità.

   Santa Sofia sarà riaperta al culto islamico dalla preghiera del venerdì del 24 luglio, ha annunciato il presidente Erdogan nel suo discorso alla nazione, sostenendo che la riconversione in moschea del monumento simbolo di Istanbul è un «diritto sovrano» della Turchia.

   L’Unesco ricorda, invece, al Governo turco che uno degli impegni presi è proprio quello di garantire l’accesso a ogni individuo senza discriminazioni. Si legge sul sito dell’organizzazione internazionale: “questo requisito [il libero accesso da parte del pubblico] serve a preservare e, allo stesso tempo, trasmettere il valore universale eccezionale del patrimonio culturale e fa parte dello spirito della Convenzione del Patrimonio dell’Unesco del 1972”.

   Lapidario è il congedo dell’Unesco, che ribadisce la preoccupazione internazionale per le misure che sono state adottate unilateralmente e si rammentano i “molti scambi” con il governo di Ankara. La porta dell’Unesco resta aperta ad una conversazione costruttiva, “richiamiamo le autorità turche al dialogo prima che vengano prese decisioni che abbiano un impatto sul valore universale del sito.” (Giuditta Giardini)

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REPRESSIONE: IN TURCHIA CONDANNATI L’EX PRESIDENTE E LA DIRETTRICE DI AMNESTY

da https://www.globalist.it/ 3/7/2020

– Taner Kilic e la direttrice Idil Eser sono stati condannati rispettivamente a sei anni e mezzo e a 25 mesi di reclusione da un tribunale di Istanbul –

   Bavaglio e manette. Manette e bavaglio: “L’ex presidente e presidente onorario di Amnesty International Turchia Taner Kilic e la direttrice Idil Eser sono stati condannati rispettivamente a sei anni e mezzo e a 25 mesi di reclusione. Così la Turchia riduce al silenzio coloro che difendono i diritti”.

   Lo ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia.
“La cosa assurda – sottolinea Noury – è che il processo contro gli attivisti è avvenuto nello stesso tribunale in cui stamani è iniziato il processo per far luce sulla morte di Jamal Khashoggi”, il giornalista saudita ucciso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul nel 2018, e in cui sono finiti alla sbarra venti imputati originari del regno wahabita.
Continua il responsabile dell’ong: “Mentre quindi, in un’aula di Istanbul, la Turchia si mostra paladina dei diritti, in un’altra aula dello stesso tribunale quattro difensori dei diritti umani sono stati condannati al carcere. Tra questi, l’ex presidente e l’ex direttrice di Amnesty international Turchia, in un processo durato dodici udienze, in cui l’infondatezza delle accuse è stata dimostrata più volte”.
Taner Kilic è stato condannato per appartenenza a un’organizzazione terrorista affiliata al chierico Fetullah Gulen, mentre Idil Eser e gli altri due imputati sono stati accusati di sostenere la stessa organizzazione. Al momento, chiarisce Noury, i quattro condannati restano a piede libero in attesa dell’appello, “resta comunque una sentenza di natura politica che li impegnerà per svariati anni”, conclude il responsabile. (da https://www.globalist.it/ 3/7/2020)

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LA RICONVERSIONE DI SANTA SOFIA, SPIEGATA

da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020

– Dietro al ritorno a moschea della basilica di Istanbul ci sono ragioni vecchie e altre più recenti: tutte, ovviamente, riguardano i piani di Erdoğan –

   Venerdì il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha firmato un decreto che ordina la riconversione della basilica di Santa Sofia di Istanbul in una moschea. Con il decreto, Erdoğan ha trasferito il controllo della basilica – sito patrimonio dell’umanità per l’Unesco – al Direttorato degli Affari religiosi turco. La firma è arrivata poco dopo l’annuncio che il Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo della Turchia, aveva stabilito l’illegittimità della decisione con cui nel 1934 il primo presidente turco Mustafa Kemal Atatürk aveva trasformato in museo Santa Sofia, che all’epoca era una moschea.

   È una questione importante e altamente simbolica, che racconta delle cose sul momento che sta attraversando Erdoğan e che allo stesso tempo si inserisce in un contesto assai più ampio: il lungo percorso con cui il presidente ha progressivamente rimesso la religione al centro della vita pubblica della Turchia, un paese a maggioranza islamica che per quasi un secolo era stato conosciuto per la sua laicità.

   Da tempo Erdoğan si diceva favorevole alla riconversione di Santa Sofia. Secondo i suoi oppositori politici è un tema che tirava fuori ogni volta che si trovava in difficoltà, e ultimamente aveva orientato il dibattito nazionale (e non solo, visto il valore culturale internazionale della basilica) sulla riconversione per distogliere l’attenzione dal calo di consensi del suo partito e dalla crisi economica che la Turchia sta attraversando. La discussione su Santa Sofia fa presa sulla parte più conservatrice e religiosa della società turca, ma anche su chi ha sentimenti nazionalisti, alimentando la rivalità nei confronti della Grecia e degli altri paesi occidentali.

   Già l’anno scorso, infatti, Erdoğan aveva detto che la riconversione di Santa Sofia in moschea avrebbe rappresentato una risposta alla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele.

   Poi a fine maggio, in occasione del 567esimo anniversario della conquista di Costantinopoli (l’antico nome di Istanbul) da parte dei turchi, Erdoğan partecipò in diretta streaming a una cerimonia di commemorazione organizzata a Santa Sofia in cui, per la prima volta in più di 80 anni, un imam recitò versi del Corano all’interno della basilica. Questo provocò una reazione da parte della Grecia, paese con cui la Turchia ha una antica rivalità che ha le sue origini proprio nella conquista di Costantinopoli. Il ministro degli Esteri greco Nikos Dendias definì la lettura del Corano dentro Santa Sofia «inaccettabile», e una violazione dello status di patrimonio dell’umanità della basilica.

   In reazione alle proteste della Grecia, che ci sono nuovamente state negli ultimi giorni, Erdoğan ha accusato il paese di voler interferire con gli affari interni della Turchia: «Siete voi che amministrate la Turchia o no? La Turchia ha le sue istituzioni».

   Analisti ed esperti hanno definito talvolta “ottomanismo” il progetto di Erdoğan di recuperare la tradizione e la cultura dell’Impero Ottomano, durato dal Trecento all’inizio del Novecento, e il cui sultano Maometto II conquistò Costantinopoli nel 1453, rendendola la capitale. Quest’operazione è servita ad Erdoğan ad aumentare il nazionalismo nel paese, dandogli però un’impronta nettamente religiosa.

   Atatürk fu il presidente che riformò il paese in senso laico dopo la fine dell’Impero Ottomano, e per tutto il Novecento era stato considerato il padre fondatore della Turchia. Ma la sua eredità è stata fortemente messa in discussione dall’attuale classe dirigente del paese e dallo stesso Erdoğan, che sul suo conto ha espresso opinioni spesso ambigue alimentando il risentimento serbato per decenni dai turchi più conservatori. Molte azioni di governo di Erdoğan, dal divieto di vendita di alcolici vicino alle moschee o la cancellazione del divieto del velo nelle università, sono servite a rendere il paese meno laico un pezzetto alla volte.

   Selim Koru, un membro del think-tank turco Tepav, ha detto all’Economist che la riconversione di Santa Sofia in moschea sarà considerata dai sostenitori di Erdoğan come il culmine della trasformazione della Turchia realizzata dal presidente nei suoi anni di governo. Secondo l’AKP il periodo storico iniziato negli anni Venti con la laicizzazione della Turchia voluta da Atatürk è stato solo una parentesi. «Riconvertire Santa Sofia segnerà la chiusura di questa parentesi», ha spiegato Koru.

   Soner Cagaptay  del Washington Institute, un altro think-tank, la vede in modo simile: «Atatürk rese Santa Sofia un museo per ribadire il suo impegno per il secolarismo, portando la religione fuori dallo spazio pubblico. Erdoğan sta facendo più o meno il contrario». Ovviamente si tratta di un processo più ampio, che non riguarda solo Santa Sofia, e che è stata un’operazione che Erdoğan porta avanti da quasi vent’anni. Tra l’altro in Turchia ci sono altre quattro basiliche di Santa Sofia, che un tempo erano chiese e che erano state trasformate in musei: negli ultimi dieci anni sono tutte state riconvertite in moschee, su richiesta della stessa associazione che ha chiesto la riconversione della Santa Sofia di Istanbul.

   Erdoğan è alla guida della Turchia, prima come primo ministro e poi come presidente, da 18 anni, e nonostante alle ultime elezioni presidenziali abbia ottenuto un nuovo mandato fino al 2023, ultimamente le cose non gli stanno andando benissimo. L’anno scorso il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) ha perso – per due volte, dopo che le elezioni contestate dallo stesso presidente erano state ripetute – alle amministrative di Istanbul, città dove Erdoğan è nato e di cui peraltro fu sindaco negli anni Novanta.

   Riconvertire Santa Sofia in moschea è considerato dagli oppositori del presidente come una mossa per riprendere il controllo, anche solo simbolicamente, della propria città. L’ex ministro della Cultura e del Turismo Ertuğrul Günay, che era stato al governo quando Erdoğan era primo ministro, ha detto in un’intervista televisiva che il presidente sta facendo sì che si parli di Santa Sofia per mostrare di essere ancora padrone di Istanbul nonostante la sconfitta elettorale.

   L’amministrazione di Istanbul comunque non è l’unico problema di Erdoğan. Nell’ultimo anno i consensi dell’AKP hanno continuato a calare e nel frattempo l’epidemia di COVID-19 ha danneggiato l’economia turca, che già era in crisi. Di recente ex membri dell’AKP hanno fondato nuovi partiti politici, minacciando di togliere consensi al partito del presidente tra i conservatori religiosi, che ne sono la base. Anche da questo punto di vista la riconversione di Santa Sofia sarebbe una mossa per riguadagnare consensi.

   Tra gli oppositori di Erdoğan c’è anche chi pensa che sia stata pensata in vista di elezioni anticipate.

Secondo l’Economist questo progetto spiegherebbe anche l’aumento delle misure repressive contro l’opposizione e la stampa avvenuto durante i mesi dell’epidemia. Tre parlamentari dell’opposizione e due giornalisti sono stati arrestati di recente con l’accusa di spionaggio e terrorismo; quattro attivisti per i diritti umani, tra cui due di Amnesty International, sono stati condannati con sentenze da due a sei anni di carcere. Nello stesso periodo a due canali televisivi sono state impedite temporaneamente le trasmissioni e un’università legata a uno dei rivali politici di Erdoğan è stata chiusa.

   Non è chiaro come sarà il futuro di Santa Sofia, ma il portavoce di Erdoğan Ibrahim Kalin ha detto che continuerà a essere accessibile ai turisti, come altre moschee e come tante chiese di tutto il mondo. Quello che ancora non si sa è cosa succederà ai mosaici che mostrano figure religiose cristiane e imperatori bizantini – compresa l’imperatrice Zoe Porfirogenita, una delle quattro donne che regnarono su Costantinopoli – e che nel periodo in cui Santa Sofia fu una moschea erano stati coperti. (ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020)

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TURCHIA, IL PIANO DI ERDOGAN PER LA CONQUISTA DEL MEDITERRANEO

di Claudia Segre, da https://www.firstonline.info/ del 23/6/2020

– Dopo l’accordo con la Libia, l’espansionismo marittimo della Turchia, certificato dal Piano Patria Blu, mira a bloccare qualsiasi velleità di Cipro, Grecia, Egitto e Israele di organizzare il trasporto del gas nel Mediterraneo senza fare i conti la Turchia – Anche a costo di sfidare l’Europa: che farà la presidenza Merkel della Ue? –

   Mentre nel mondo crescono i timori di una seconda ondata del Covid-19, la Turchia è concentrata su qualcosa di molto più importante: la conquista del Mediterraneo.

   Il sogno dell’espansione dell’Impero Ottomano via terra ha prodotto le incursioni in Siria e le dispute sui territori curdi, mentre le mire turche sul mare hanno causato gli scontri di dicembre con Cipro per il controverso accordo firmato da Ankara con la Libia. Nascosto nelle pieghe di un presunto corridoio di sicurezza ed assistenza fra Turchia e Libia, si cela il disegno di una vera e propria “autostrada” a controllo turco per replicare quanto già sperimentato nella Zona Economica Esclusiva (Exclusive Economic Zone, Eez) in acque cipriote. Non a caso, ai primi di dicembre, forze navali greche erano state inviate per far desistere la Turchia dal ricercare fonti energetiche in mare, tanto che il ministro della Difesa greco aveva minacciato di esercitare il diritto all’autodifesa ad ogni costo.

   Un disegno espansionistico di questa portata non nasce per caso: si tratta di un progetto studiato nel tempo, che fin dal giugno di 14 anni fa ha trovato eco nei proclami del suo più acceso sostenitore, l’ammiraglio ultranazionalista Gurdeniz. Una volta fissate le basi militari in Qatar e Somalia ed aver reso operativa una base navale in Sudan, ora l’obiettivo è estendere il piano – anche grazie all’accordo libico – fino a creare una frontiera marittima con l’Egitto, approfittando dell’assenza di un confine marittimo tra Grecia e Cipro.

   Le esercitazioni navali turche del febbraio 2019 erano soprannominate “Mavi Vatan”, o “Blue Homeland”, riprendendo le parole di Gurdeniz (che sono state anche pubblicate in un corposo libro). Dopo di che, lo scorso settembre il presidente Erdogan ha proclamato il successo delle manovre effettuate a dicembre 2018, che – a detta del Sultano – hanno provato la forza di reazione della flotta militare turca, capace di gestire un eventuale conflitto su più fronti: DAL MEDITERRANEO ORIENTALE ALL’EGEO, passando per il MAR NERO. Una dichiarazione che aveva due obiettivi: dimostrare quanto la Turchia contribuisca alla stabilità dell’accordo Nato e preparare il terreno per l’imminente memorandum tra Libia e Turchia.

   L’Unione Europea ha dato già una prima risposta a questa provocazione rigettando il memorandum e confermando il sostegno alla GRECIA e a CIPRO, coinvolti dalla disputa marittima. In 45 anni di controversia egea lungo il 25esimo meridiano, senza esclusione di colpi, ogni volta che una Corte rigettava la speranza turca di un riconoscimento dell’estensione dei propri confini marittimi, basandola sull’assenza di confini tra Grecia e Cipro, la stessa Turchia firmava accordi parziali (come quelli con Bulgaria, Romania e Russia), tracciando i limiti di nuove Zone Economiche Esclusive (EEZ).

   Dal 7 dicembre (2019, ndr), però, il memorandum d’intesa firmato da Erdogan con il capo del Governo di Accordo Nazionale della LIBIA, Fayez al-Serray, sfida ufficialmente le regole del diritto internazionale. L’accordo stabilisce infatti i confini dell’ennesima zona economica esclusiva (EEZ) tra Turchia e Libia, che però stavolta non ha come scopo solo la sicurezza, ma anche la ricerca e la gestione di risorse energetiche nella zona.

   Intanto, secondo quanto pubblicato dall’Osservatorio Nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), centinaia di combattenti non siriani operanti nelle file jihadiste, uniti con combattenti uiguri cinesi dello Xiniang (detto anche Turkestan), si sono trasferiti in campi d’addestramento turchi con destinazione finale la Libia per sostenere le forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli (la notizia è confermata anche da fonti del quotidiano arabo al-Arabya). L’esercito turco ha poi completato lo schieramento di milizie nel nord ovest siriano dopo la tregua a Idlib. Con il piano “Patria Blu”, Ankara punta evidentemente a bloccare sul nascere Cipro, Egitto, Grecia e Israele, che vorrebbero organizzare una linea di trasporto e commercio del Gas senza fare i conti prima con i turchi.

Dal primo luglio comincia il semestre di Presidenza tedesco dell’Unione Europea e le speranze di una conciliazione dei Paesi europei sul Recovery Fund non mancano. Chissà se ci sarà spazio anche per la politica estera: ben presto le questioni del Mediterraneo potrebbero tornare centrali per il nostro Paese, che a giugno 2020 ha cambiato campo, schierandosi a fianco dei greci per arginare le mire turche su gas e petrolio. L’obiettivo è proteggere una serie di contratti Eni e gli 8 miliardi di metri cubi di gas che dai giacimenti libici forniscono ogni anno il nostro mercato arrivando a Gela. (CLAUDIA SEGRE, presidente di Global Thinking Foundation)

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CHI È ERDOGAN, IL “SULTANO” DI ANKARA CHE HA INVASO LA SIRIA E GUARDA ALLA LIBIA

di MIRKO BELLIS, 15/1/2020, da https://www.fanpage.it/esteri/  

– Venditore di focacce da bambino, ex calciatore, politico islamico nella Turchia laica. Erdogan è un leader polemico, criticato per i suoi modi autoritari. Sindaco di Istanbul, tre volte primo ministro e infine presidente della repubblica con pieni poteri. Sopravvissuto al colpo di Stato del 2016, da 30 anni è protagonista della scena politica. Ecco chi è il “Sultano” di Ankara che ha invaso il nord-est della Siria ed esteso la sfera di influenza turca in Libia. –                             

   RECEP TAYYIP ERDOGAN, 65 anni, sposato e padre di 4 figli, politico islamico-conservatore, sindaco di Istanbul, tre volte primo ministro, al secondo mandato come presidente della Turchia. Per i suoi sostenitori ha rilanciato l’economia del Paese. Per i critici, invece, sarebbe un pericoloso autoritario che minaccia la laicità dello Stato. Il 9 ottobre 2019 ha inviato il suo esercito ad invadere il nord-est della Siria scatenando un’ondata di proteste in tutto il mondo. La Turchia, inoltre, è protagonista anche in altri scacchieri internazionali: il 2 gennaio 2020, il parlamento di Ankara ha approvato l’invio di truppe in Libia a fianco del governo di Tripoli, impegnato nella lotta contro il generale Haftar. Chi è quindi Erdogan, il “Sultano” da 30 anni al vertice della politica turca?

   Erdogan nasce il 26 febbraio 1954 ad Istanbul, nel quartiere popolare di Kasımpasa. La sua è una famiglia umile, originaria di Rize, sulla sponda sud del Mar Nero. Nella città natale, che lo vedrà un giorno diventare sindaco, inizia a lavorare quando è alle ancora alle elementari. Per contribuire all’economia familiare, scende in strada a vendere simit, la tipica focaccia turca ricoperta di sesamo. Il padre, un ufficiale della Guardia costiera, lo manda a studiare in un liceo religioso dove il giovane Erdogan comincia a distinguersi come difensore dell’Islam politico. Una posizione rischiosa nella Turchia fondata da Kemal Atatürk, che ha tra i suoi pilastri proprio la laicità dello Stato.

   Nel 1960, l’esercito, a cui la Costituzione affida il ruolo di garante della laicità della Turchia, inaugura la stagione dei colpi di Stato (da allora ce ne saranno altri 4, di cui l’ultimo nel luglio 2016 per cercare di rovesciare proprio Erdogan). I militari accusano il governo del Partito democratico di corruzione e dispotismo, ma anche di essere troppo accondiscendente verso la religione musulmana. Tanto basta perché il primo ministro Adnan Menderes, e altre importanti figure del suo esecutivo, finiscano impiccati. E’ in questo contesto in cui maturano le convinzioni politiche di Erdogan.

   La sua militanza comincia a 15 anni quando partecipa alle prime manifestazioni dell’Unione nazionale degli studenti turchi, organizzazione in cui presto passa a ricoprire ruoli di responsabilità. In questo periodo conoscerà il suo mentore, Necmettin Erbakan, fondatore del partito Partito dell’Ordine Nazionale (Mnp), contrario alla laicità, anti-comunista e avversario dell’occidentalizzazione della Turchia. Sono gli stessi ideali abbracciati anche da Erdogan.

   Dopo solo 15 mesi di vita, l’Mnp è sciolto da un altro colpo di Stato, quello del 1971. Ma ormai l’ideologia nazional-islamista comincia a farsi strada. Il futuro presidente della Turchia da giovane è stato anche un calciatore. Negli anni del liceo è soprannominato dai suoi compagni di squadra “Imam Beckenbauer”, come il famoso giocatore tedesco. Una passione che lo accompagnerà per anni e che lo vedrà impegnato in varie squadre a livello semi-professionale.

SINDACO DI ISTANBUL E PRIMO MINISTRO

Dopo il colpo di Stato del 1980, Erdogan, laureatosi nel frattempo alla facoltà di economia e scienze amministrative dell’Università di Marmara, si allontana dall’agone politico. Ci ritorna nel 1983 con un’altra formazione islamista, il Partito del Benessere (Refah Partisi, Rp). Nel 1989 viene candidato per la prima volta a sindaco di Istanbul. Non viene eletto, nonostante il discreto risultato elettorale. Dovrà aspettare il 1994 per diventare primo cittadino con un successo inaspettato.

   Una delle sue misure da sindaco è la proibizione della vendita di alcolici nei caffè della città, destando le prime preoccupazioni negli ambienti laici. Nelle elezioni generali del 1995, l’Rp è il primo partito e la coalizione di governo nomina Erdogan primo ministro, carica che ricoprirà per tre volte nell’arco della sua lunga carriera politica.

IN CARCERE PER INCITAMENTO ALL’ODIO RELIGIOSO

Erdogan ha conosciuto anche il carcere. Il 28 febbraio 1997, l’esercito interviene un’altra volta con un ultimatum al governo. L’Rp viene messo fuori legge e inizia un periodo di repressione contro gli islamisti. Nel dicembre dello stesso anno, in un meeting politico, Erdogan legge una poesia di Ziya Gökalp che afferma: “Le moschee sono le nostre caserme. I minareti sono le nostre baionette. Le cupole sono i nostri elmetti. I fedeli sono i nostri soldati”. Gli costerà una condanna a 10 mesi di carcere e l’interdizione dai pubblici uffici per aver incitato all’odio religioso. Sconterà solo 4 mesi di prigione. Uscito dal carcere, fonda il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp), di ispirazione islamista con una visione moderata. Pur vincendo le seguenti elezioni, Erdogan diventa di nuovo primo ministro solo nel 2003, al termine dell’interdizione prevista dalla sua condanna. L’Akp dominerà la politica turca fin dal 2002, arrivando a quasi il 50% del consenso popolare nelle elezioni del 2011.

ISLAMIZZAZIONE DELLA TURCHIA

Con l’avvento al potere, Erdogan avvia una progressiva islamizzazione della Turchia. Nel 2008, il suo partito approva in parlamento un emendamento che rimuove il divieto di indossare il velo nelle università e nei luoghi pubblici. Viene reintrodotto il reato di blasfemia. È proibito il consumo di alcol. L’apparato burocratico è infarcito di nuovi elementi più fedeli all’ideologia islamista. Anche la riforma dell’istruzione del 2012 va in questa direzione e i programmi delle scuole pubbliche cominciano a cambiare con l’introduzione di lezioni sulla “storia del Profeta Maometto” o sul Corano.

   Infine l’esercito, da sempre visto da Erdogan come un avversario. È esteso il controllo del parlamento sui militari e si permette ai tribunali civili di giudicare i soldati. Il fallito golpe del 15 luglio 2016 sarà anche l’occasione per eliminare, con delle vere e proprie purghe, quei militari ritenuti troppo critici o pericolosi per il nuovo “Sultano” di Ankara. Tutte queste misure saranno criticate da dissidenti e oppositori che vedono il governo sempre più orientato a reintrodurre i valori islamici nella politica e nella società turca.

LE PROTESTE DI PIAZZA TAKSIM, IL PUGNO DURO DI ERDOGAN

Nel maggio 2013, la demolizione a Istanbul del parco di Gezi nella piazza Taksim, per far posto ad un centro commerciale, scatena le proteste degli ambientalisti. Le manifestazioni ben presto assumono un carattere antigovernativo. Erdogan, di fronte al rifiuto dei dimostranti di abbandonare la piazza, autorizza la polizia ad usare il pugno duro: per disperdere la folla radunata nel centro di Istanbul verranno usati gas lacrimogeni, spray al peperoncino, cannoni ad acqua, cariche e persino munizioni vere. Le accuse di brutalità e uso eccessivo della forza piovono sul governo turco. Ad Erdogan, tuttavia, sembra non importare di essere considerato un leader autoritario. Nel frattempo, le manifestazioni si estendono dalla capitale al resto della Turchia. A luglio di quello stesso anno, il bilancio sarà di 22 morti e oltre ottomila feriti. Decine di migliaia gli arrestati. Il “Sultano” inizia anche ad imporre limiti alla libertà di riunione, di stampa e di parola. Offendere Erdogan può costare il carcere: dal 2014, quasi 2mila persone sono arrestate con l’accusa di vilipendio al capo dello Stato.

LA QUESTIONE CURDA

Dai primi anni ’80 del secolo scorso, si stima che il conflitto tra Ankara e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) abbia provocato la morte di circa 40mila persone. Nel 2013, il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, annuncia dal carcere la fine della lotta armata e il governo turco avvia un processo di pacificazione. La guerra in Siria, però, darà il colpo di grazia alla possibile risoluzione della questione curda. Esercito e polizia turca, infatti, riprendono la repressione. Cizre, in particolare, finisce sotto assedio nel 2015 provocando le critiche del Consiglio europeo per l’uso sproporzionato della forza contro i civili. Da luglio 2015, il conflitto tra le forze di sicurezza turche e il Pkk – considerato un’organizzazione terroristica anche da Washington e Unione Europea – ha causato oltre 4.600 vittime in Turchia e nel nord dell’Iraq. Più della metà sono militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan.

IL GOLPE MILITARE DEL 2016: ERDOGAN PRESIDENTE “CON PIENI POTERI”

Nel 2007, il Capo di Stato della Turchia è eletto per la prima volta dal popolo e non dal parlamento. Nel 2014 Erdogan si candida e vince. Il ruolo che gli riconosce la Costituzione però gli va stretto: il presidente della repubblica, infatti, ha un ruolo per lo più formale e non è dotato di veri poteri. Tutti gli sforzi di riforma del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo trovano la ferma opposizione del parlamento. La grande occasione arriva con il golpe militare del 15 luglio 2016. Il tentativo di rovesciare Erdogan con la forza fallisce e darà il via ad autentica “caccia alle streghe”. Migliaia di soldati, ufficiali di polizia, insegnanti, giudici e funzionari sono cacciati dai loro posti di lavoro e finiscono in carcere per la loro presunta collaborazione con il colpo di Stato.

   A pagare l’ira di Erdogan sarà anche la libertà di stampa: diversi quotidiani sono chiusi e i giornalisti scomodi sono arrestati. E’ in questo scenario che nell’aprile del 2017 si svolge un controverso referendum costituzionale. Con un piccolo margine è approvata l’abolizione della figura del primo ministro e il passaggio dei poteri esecutivi al presidente. Un’altra vittoria per Erdogan, nonostante le critiche dell’opposizione che denuncia brogli elettorali. Il 24 giugno 2018 alle elezioni presidenziali, Erdogan ottiene il suo secondo mandato come presidente. Dopo il suo insediamento il 9 luglio, assume poteri allargati per cui la Turchia ha di fatto modificato il suo sistema da parlamentare a presidenziale.

OTTOBRE 2019: LA TURCHIA DÀ AVVIO ALL’INVASIONE DEL NORD-EST DELLA SIRIA

Il 2019 vede l’economia della Turchia in crisi. La Lira turca si svaluta, con l’inflazione stabile al 18%. Non va certo meglio sul fronte del lavoro dove il tasso di disoccupazione raggiunge quasi il 14%, il peggior dato dal 2005. Anche sul piano politico il partito di Erdogan, nonostante abbia vinto le elezioni locali del 31 marzo scorso, perde grandi città come Istanbul, Ankara, Izmir, Antalya, Adana e Diyarbakir. La ripetizione delle consultazioni in seguito al ricorso presentato dall’Akp non porta i risultati sperati. Anzi, Ekrem Imamoglu, il candidato sindaco del Partito Popolare Repubblicano (Chp), ottiene un successo ancora maggiore della prima tornata.

   Un clima di malcontento, infine, pervade una parte dell’opinione pubblica che comincia a non gradire più la presenza di 3,6 milioni di rifugiati siriani ospitati in Turchia. È in questo quadro che si inserisce l’Operazione “Primavera di Pace, l’offensiva dell’esercito turco contro i combattenti curdi dell’Ypg nel nord-est della Siria. Un intervento militare che, in poco più di una settimana, ha provocato quasi 200mila sfollati e la morte di centinaia di civili.

AMBIZIONI GEOPOLITICHE SENZA LIMITI: ERDOGAN PROTAGONISTA ANCHE IN LIBIA

Gli obiettivi geopolitici di Erdogan non conoscono limiti e la Turchia interviene anche nella crisi libica, che vede contrapposti da una parte il Governo di Accordo Nazionale (Gna) di Tripoli, presieduto da Fayez al-Serraj, e dall’altra l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Il 2 gennaio 2020, infatti, il parlamento turco ha dato il via libera al dispiegamento di forze militari in Libia a fianco del governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu.

   Dopo il voto è seguito l’annuncio di Erdogan di aver iniziato l’invio di truppe per “sostenere il governo internazionalmente riconosciuto di al-Serraj ed evitare un disastro umanitario”. Non è ancora chiaro quanti saranno i soldati schierati e se, come promesso, avranno compiti solo di addestramento oppure entreranno in combattimento contro l’esercito di Haftar, appoggiato da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Di fronte alla passività dell’Unione europea, comunque, la Turchia è stata molto abile nel ritagliarsi un ruolo nello scenario libico.

   A sancire il protagonismo di Erdogan c’è il vertice con il presidente russo Vladimir Putin celebrato a Istanbul l’8 gennaio, in cui i due leader si sono accordati su una proposta di cessate il fuoco tra le parti libiche in lotta. Appare chiaro, insomma, che le ambizioni del “Sultano” non si limitino solo al Medio Oriente ed Erdogan sia intenzionato ad espandere l’influenza turca anche nel cuore del Mediterraneo. (MIRKO BELLIS, 15/1/2020, da https://www.fanpage.it/esteri/)

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