Great Ethiopian Renaissance Dam (GERD): una futura GUERRA PER L’ACQUA? – La diga più grande d’AFRICA, in ETIOPIA, sul NILO AZZURRO, crea tensioni con SUDAN ed EGITTO – La RISORSA ACQUA vitale per l’AFRICA: per la vita umana e ogni sviluppo possibile. Tra nazionalismi, crisi demografica, interessi mondiali

(La grande diga della rinascita etiopica sul Nilo Blu, foto da http://www.nigrizia.it/ ) – La GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM è una diga sul fiume NILO AZZURRO in ETIOPIA, che è in costruzione dal 2011, e al luglio 2020 è quasi ultimata (ha iniziato la fase del lento riempimento). Si trova nella regione di BENISHANGUL-GUMUZ in Etiopia, circa 15 km ad est del confine con il Sudan. Con un valore di 6.45 gigawatt, la diga sarà la più grande centrale idroelettrica in Africa una volta completata, nonché la settima più grande al mondo. IL SERBATOIO POTRÀ IMPIEGARE DA 5 A 15 ANNI PER RIEMPIRSI D’ACQUA, a seconda delle condizioni idrologiche durante il periodo di riempimento, e degli accordi raggiunti tra Etiopia, Sudan ed Egitto (….) (da Wikipedia)

   La diga etiope GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM (GERD), è una diga in costruzione dal 2011 in Etiopia, sul fiume NILO AZZURRO (va detto che la costruzione è stata affidata –senza gara d’appalto- all’italiana Salini Impregilo… in un certo senso c’entriamo anche noi…), ed è pressoché ultimata, visto che le autorità etiopi hanno comunicato che è iniziato dai primi giorni di luglio il riempimento della diga.

(grande diga del rinascimento etiope, da http://www.africarivista.it/) – GRANDE DIGA, L’ETIOPIA HA INIZIATO IL RIEMPIMENTO – L’Etiopia ha iniziato a riempire la GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM (GERD), la diga più grande d’Africa: lo ha dichiarato il ministro dell’Irrigazione etiope, secondo quanto riportato da Fana BC, emittente pubblica del Paese africano. La Gerd si trova al centro di una disputa tra Etiopia, Sudan ed Egitto per il controllo delle acque del Nilo di importanza strategica. (15/7/2020, da https://www.africarivista.it/)

   Questa grande diga (usiamo la sigla GERD come viene ora denominata) ha un potenziale di produzione elettrica di 6.45 gigawatt, e a pieno regime e riempimento sarà la più grande centrale idroelettrica in Africa, e la settima più grande al mondo.

   Un enorme invaso che potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi d’acqua; e questo serbatoio potrà essere riempito in tempi che vanno dai 5 ai 15 anni, a secondo dei valori idrologici, delle piogge e/o siccità che ci saranno…. Ma i tempi di riempimento dipenderanno ancor di più dalle condizioni di trattativa geopolitica, assai dura: nel contenzioso che si è creando e si sta inasprendo con i paesi a valle dell’Etiopia fruitori dell’acqua del Nilo azzurro, cioè il Sudan e l’Egitto. In particolare l’Egitto, paese assai attrezzato militarmente, non può tollerare rischi alla sua economia basata totalmente sull’acqua del Nilo.

Il percorso del Nilo e la nuova diga (Grand Ethiopian Renaissance Dam) su di esso segnata in giallo

   L’Etiopia ha fatto sapere di volersi tenere un margine di libertà per gestire la diga nel massimo interesse per lo sviluppo del paese, che ormai ha superato i 100 milioni di abitanti, diventando il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria; e ancora uno dei più poveri dell’Africa. L’Etiopia spera che la diga porti elettricità a decine di milioni di persone che attualmente vivono senza accesso all’energia elettrica.

CI SONO AREE DEL MONDO IN CUI LA VITA È APPESA non ad un filo, bensì AD UNA GOCCIA D’ACQUA. Nelle estese ZONE RURALI, così come nelle AFFOLLATE BARACCOPOLI DELLE METROPOLI DELL’AFRICA, DONNE, UOMINI E BAMBINI SOPRAVVIVONO AD UNA CRONICA MANCANZA DI ACQUA PULITA. Resistono ad ore di cammino in cerca d’acqua, combattono le insidie di virus e batteri che proliferano nelle fonti non sicure da cui sono costretti a dissetarsi. Milioni di persone che rischiano la vita, ogni giorno. (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   Dall’altra l’Egitto – che riceve la maggior parte della sua acqua dolce dal Nilo – teme che lo sbarramento minaccerà la sua fornitura di acqua. Anche, ovviamente, il Sudan vuole garanzie sul fatto che l’approvvigionamento idrico essenziale non venga ridotto. Le Nazioni Unite hanno invitato i tre Paesi in contrapposizione a trovare un punto di accordo.

IL CONSUMO DI ACQUA NEL MONDO (da https://oggiscienza.it/)

   E’ evidente che Egitto e Sudan, a valle della GERD, subiranno un notevole impatto nel flusso delle acque che raggiungono e attraversano i loro paesi: la coperta, dell’acqua africana, è assai corta, e se un paese decide a valle di “tenersi più acqua”, per nobili motivi di sviluppo e sostentamento della poverissima popolazione, dall’altra gli altri sono preoccupati della possibile (probabile) riduzione del loro approvvigionamento idrico. E hanno fatto sapere che non possono accettare l’inizio dell’operatività della diga (come sta avvenendo) senza un accordo complessivo su tutti i punti ancora aperti.

L’ACCESSO A SERVIZI IDRICI SICURI IN AFRICA SUB-SAHARIANA È DEL 24% DELLA POPOLAZIONE CIRCA, contro un tasso mondiale del 71%. Non solo sete, ma anche salute. Tra le PRIME CAUSE DI MORTE IN AFRICA, MA ANCHE NEL MONDO, C’È LA DIARREA causata dallo SCARSO ACCESSO AD ACQUA PULITA O SCARSA IGIENE. Sul “triste podio” accanto alla mortalità per infezioni del tratto respiratorio inferiore. Infezioni di questo tipo colpiscono le vie aeree e i polmoni, possono essere causate da virus, batteri, funghi o parassiti, e le malattie più comuni dovute a queste infezioni sono la bronchite e la polmonite (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   I temi della discordia sono principalmente due: il processo di riempimento dell’invaso in che quantità e in che tempi avverrà? (ovvio che l’Etiopia vuole farlo il più rapidamente possibile, il riempimento fermando l’acqua del Nilo azzurro, in pochi anni, ma gli altri paesi ne sarebbero danneggiati). E il secondo elemento di conflittualità e discordia è stabilire che tipo di gestione ci potrà essere delle acque dell’invaso nel caso di crisi ambientali, siccità (assai probabile con i cambiamenti climatici in corso) o piovosità improvvisa e troppo abbondante: in pratica Egitto e Sudan propongono delle regole molto ferree; o forse una specie di compartecipazione al potere di decisione sulla diga, per non esserne danneggiati.

Il primo ministro dell’Etiopia ABIY AHMED ALÌ (nella FOTO), è il premio Nobel per la pace 2019, per il fatto che ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea ponendo fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane, con un conflitto armato etiope-eritreo nel 1998–2000, continuato poi con un conflitto di frontiera tra i due paesi. Ora sta difendendo anche con proclami pubblici bellicosi il progetto della grande diga….

   Messa così la cosa, sembrerebbero ragionevoli le richieste dei paesi a valle della diga: se si considerassero pari situazioni di economia e benessere tra i Paesi. Invece il contesto dell’Etiopia è quello di uno sviluppo “quasi zero” rispetto all’Egitto. Un’Etiopia, come prima detto, con crescita demografica esponenziale ed economia poverissima; con servizi sociali inesistenti. E poi l’Egitto, il Sudan e il Regno Unito ignorarono completamente l’Etiopia e altri paesi africani nei negoziati che portarono all’accordo del 1959 sulla spartizione delle acque del Nilo. E ora un “riequilibrio politico ed economico” tra Stati, dell’uso delle acque del Nilo, nel protrarsi di nazionalismi assai marcati cui è succube l’Africa (come del resto buona parte del pianeta) impedisce, o limita fortemente, forme di cooperazione che gli orgasmi internazionali faticano a portare avanti.

Diga etiope GERD (foto da http://www.analisidifesa.it/)

   E’ per questo che qualcuno ipotizza in futuro (magari in un momento di acuirsi della crisi ambientale, di siccità o altri problemi…) una probabile possibile guerra (la guerra per “l’oro azzurro”, l’acqua) tra il bellicoso Egitto (fornito di esercito e mezzi bellici non da poco) contro una poverissima Etiopia. E’ pur vero che la decisione di costruire una diga così imponente e il modo spregiudicato di portare avanti il progetto da parte di Addis Abeba è per molti analisti e osservatori geopolitici dell’Africa così grave da rendere inutili le trattative.

Il presidente egiziano, ABDEL FATTAH AL-SISI (nella FOTO), mostra i muscoli, e le armate, all’Etiopia per il controllo di quella che, al suo completamento, sarà la diga più grande dell’Africa. “L’acqua è una questione di vita o di morte”, proclama al-Sisi, “nessuno può toccare la quota d’acqua dell’Egitto”.(…) (da https://www.globalist.it/ 6/7/2020)

   Ma serviva davvero un progetto così faraonico per la povera Etiopia? Noi non sappiamo (non abbiamo notizie sufficienti, si parla di tribù costrette ad abbandonare le loro terre, ma approfondiremo…) dei danni che ha provocato alla popolazione la creazione di questo invaso, e le possibili probabili conseguenze negative future …Su questo la Grand Ethiopian Renaissance Dam assomiglia molto alla diga egiziana di ASSUAN (costruita dai sovietici al tempo di Nasser negli anni ’60 del secolo scorso e definitivamente terminata del 1971) che portò gravi danni a tutta l’agricoltura della Valle del Nilo (non più invasa dalle consuete e prolifiche piene che depositava il fertile limo). La diga di Assuan fu la costruzione della “grande piramide” per l’Egitto di Nasser. La Grand Ethiopian Renaissance Dam (già il nome che evoca il Rinascimento…) è la simbolica piramide dell’Etiopia di adesso….

   Non era meglio creare tanti piccoli invasi, microinterventi (per la produzione energetica) lungo il Nilo azzurro etiope, più consoni a uno sviluppo sostenibile, e senza conseguenze di conflittualità con i Paesi a valle?

(Mappa dei Paesi che compongono l’Africa subsahariana altrimenti detta Africa nera – immagine da https://www.africa-express.info/) – La FAO individua i PAESI DELL’AFRICA SUB-SAHARIANA come i PAESI CHE SOFFRIRANNO MAGGIORMENTE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN TERMINI DI RIDUZIONE DELLA PRODUTTIVITÀ AGRICOLA E INSICUREZZA IDRICA. Nel 2019, nell’intero continente, ai 7,6 milioni di sfollati in fuga da conflitti, si sono aggiunti 2,6 MILIONI DI PROFUGHI DEL CLIMA. Con alcune delle situazioni più gravi che si sono verificate in ETIOPIA, SOMALIA, SUDAN e SUD SUDAN. (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed Ali, è il premio Nobel per la pace 2019, per il fatto che ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea ponendo fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane, con un conflitto armato etiope-eritreo nel 1998–2000, continuato poi con un conflitto di frontiera tra i due paesi. Abiy Ahmed Ali è riuscito a pacificare i due Paesi. Ora sta difendendo anche con pubblici bellicosi proclami il progetto della grande diga…. Ma confidiamo nel suo possibile virtuoso operare, perché la gestione dell’immenso invaso non porti troppi problemi ambientali e sociali, né “guerre dell’acqua” devastanti per la popolazione del suo Paese. (s.m.)

(da http://www.vita.it/ del 22/3/2020)

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Grande diga etiopica, trattative in stallo

GERD: A UN PASSO DA UNA CRISI REGIONALE

di Bruna Sironi, da NIGRIZIA del 23/6/2020 – https://www.nigrizia.it/

– Sale la tensione tra ETIOPIA, EGITTO e SUDAN che da anni cercano invano un accordo sulla gestione delle acque del Nilo Blu, fiume vitale per i tre paesi a monte del quale Addis Abeba ha realizzato un’imponente diga. Che minaccia di iniziare ad usare a partire da luglio –

   Mentre nella regione si attende una stagione delle piogge particolarmente abbondante, sembra che si siano arenate un’altra volta le trattative per accordarsi su diversi punti riguardanti la gestione delle acque a valle della Grande diga della rinascita (GREAT ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM – GERD), la più grande d’Africa, costruita dall’Etiopia sul corso del Nilo Blu a pochi chilometri dal confine sudanese.

   Il primo ministro Abyi Ahmed ha recentemente dichiarato che la diga – la cui costruzione, AFFIDATA SENZA GARA D’APPALTO ALL’ITALIANA SALINI, è iniziata nel 2011 – sarà finita nelle prossime settimane, nonostante la pandemia per il Covid-19 che inizia a farsi sentire nel paese (4.663 positivi e 75 morti i dati complessivi aggiornati al 22 giugno, con una forte crescita dei contagi e delle vittime negli ultimi giorni).

   La decisione è stata presa proprio per essere in grado di cominciare a riempire l’enorme invaso – che potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi di acqua – nel prossimo luglio.

   L’Egitto e il Sudan, a valle della Gerd, subiranno un notevole impatto nel flusso delle acque che raggiungono e attraversano i loro paesi, e hanno fatto sapere che non possono accettare l’inizio dell’operatività della diga senza un accordo complessivo su tutti i punti ancora aperti.

I temi della discordia

Uno è proprio IL PROCESSO DI RIEMPIMENTO DELL’INVASO, che durerà diversi anni. Quanti, dipenderà dall’acqua trattenuta annualmente. L’Etiopia è ovviamente interessata a velocizzare il processo, fermando una grande quantità di acqua già nel primo anno e finendo in quattro o al massimo sette anni, se le piogge non fossero particolarmente abbondanti.

   Questo è ritenuto pericoloso dai due paesi a valle che ne dipendono per lo sviluppo complessivo e per il generale benessere della propria popolazione. Ne è PARTICOLARMENTE PREOCCUPATO L’EGITTO il cui fabbisogno di risorse idriche è soddisfatto per quasi il 100% proprio dalle acque del Nilo, l’85% delle quali deriva dal Nilo Blu che nasce in Etiopia ed è nutrito dalle abbondanti piogge che cadono sull’altipiano su cui si trova il paese. Perciò chiede che l’invaso sia riempito nel corso di dieci anni.

   L’altro punto scottante è la GESTIONE DELLE ACQUE DELL’INVASO FORMATO DALLA GERD NEL CASO DI CRISI AMBIENTALI, SICCITÀ O PIOVOSITÀ TROPPO ABBONDANTE. E chiaro che si tratta di un punto delicatissimo.

   Quanta acqua l’Etiopia sarà disponibile a mettere a disposizione dei paesi a valle nel caso di una prolungata siccità che ne metta in gioco la sicurezza alimentare? Il primo ministro etiopico ha finora dato assicurazioni verbali incoraggianti, ma senza entrare in particolari, che in questo caso sono quelli che contano.

   Il SUDAN è anche preoccupato per la tenuta della sua DIGA SUL NILO BLU, quella di ROSIERES, che potrebbe subire gravi danni nel caso una sovrabbondanza d’acqua nell’invaso della Gerd costringesse l’Etiopia a liberare un flusso troppo abbondante per essere gestito in sicurezza a valle.

   Infine, non è chiaro quanto i tre paesi interessati considerino vincolanti gli accordi, quando saranno raggiunti, e chi dovrà dirimere eventuali contenziosi. L’ETIOPIA ha fatto sapere di volersi tenere un margine di libertà per gestire la diga nel massimo interesse per lo sviluppo del PAESE, CHE ORMAI HA SUPERATO I 100 MILIONI DI ABITANTI, diventando il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, e ancora uno dei più poveri.

Colloqui bloccati

I colloqui, facilitati dal Sudan e svoltisi a partire dal 9 giugno in video conferenza, hanno subito diverse battute d’arresto. Il tavolo tecnico, cioè quello dei ministri competenti, non ha potuto sciogliere i nodi sui punti ancora in discussione e ha passato la palla al livello politico, quello dei ministri degli esteri. Ma il 19 giugno l’accordo non era ancora stato trovato.

   Allora l’Egitto, come aveva già preannunciato, ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma Etiopia e Sudan continuano a dichiarare che preferiscono un negoziato tripartito in cui l’accordo maturi senza pressioni esterne. Quelle, per esempio, che avevano portato al preaccordo di febbraio, durante colloqui facilitati dagli Stati Uniti e cui partecipava come osservatore la Banca mondiale, che sono stati poi sconfessati durante l’attuale giro di negoziati.

Tensioni crescenti

Intanto, la crisi per la gestione della Gerd si acuisce e comincia a preoccupare seriamente la comunità regionale e internazionale. In un’intervista rilasciata lo scorso aprile al The Guardian, autorevole quotidiano inglese, AHMED AL-MUFTI, noto avvocato sudanese per la difesa dei diritti umani ed esperto di diritto della gestione delle risorse idriche, si esprime senza usare veli diplomatici: «PROVOCHERÀ UNA GUERRA PER L’ACQUA». Magari non subito, ma certamente nel futuro, aggiunge. La decisione di costruire una diga così imponente e il modo spregiudicato di portare avanti il progetto da parte di Addis Abeba è, secondo lui, così grave da rendere inutili le trattative, che infatti ha abbandonato già anni fa.

   La mancanza di buona volontà da parte di Etiopia ed Egitto nel raggiungere un accordo negoziato, trapela anche nello studio diffuso il 17 giugno dal think tank internazionale Crisis Group. Il titolo è preoccupante e significativo: Nile dam talks: a short window to embrace compromise (Colloqui per la diga: una stretta finestra per trovare un compromesso). Il documento insiste sulla necessità di trovare un minimo comun denominatore, facendo concessioni per garantire la stabilità regionale.

   La tensione nella zona è salita molto di tono quando si è diffusa la voce che il Sud Sudan aveva concesso all’Egitto di aprire una BASE MILITARE NELLE VICINANZE DEL CONFINE ETIOPICO. La voce è stata subito smentita da Juba ma è stata presa molto seriamente dal primo ministro etiopico che ha dichiarato che un simile atto non sarebbe stato senza conseguenze.

   Una base egiziana nei pressi del confine permetterebbe, infatti, azioni militari dirette contro l’Etiopia, senza attraversare il territorio di altri paesi a cui si dovrebbe chiedere il permesso.

   Ma VENTI DI GUERRA sono purtroppo ormai PERCEPITI DA DIVERSI ANALISTI POLITICI DELLA REGIONE. In un programma di approfondimento trasmesso dall’emittente Al Jazeera in questi giorni su un possibile intervento militare diretto egiziano in Libia, gli esperti interpellati hanno detto di ritenere che potrebbe dipendere dall’andamento dei colloqui con Etiopia e Sudan sulla Gerd. Suggerendo che all’Egitto non converrebbe dividere il suo esercito su due fronti che potrebbero presto diventare altrettanto caldi e problematici. (Bruna Sironi, da NIGRIZIA)

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DIGA SUL NILO, RIUNIONE DELL’UNIONE AFRICANA

da https://www.africarivista.it/, 21/7/2020

   Oggi, martedì 21 luglio, i leader africani si sono riuniti in un incontro virtuale per discutere della controversa Grande diga del rinascimento che vede Egitto e Sudan preoccupati per il mega sbarramento che l’Etiopia sta realizzando sul Nilo azzurro.  L’incontro è stato organizzato sotto l’egida dell’Unione Africana. (qui di seguito i risultati dell’incontro, NDR)

Sin dalla sua progettazione, l’opera ha rappresentato una fonte di forti attriti tra i tre Paesi che si affacciano sul bacino del Nilo e un decennio di confronti non ha portato risultati.

   Un meeting quindi necessario visto che l’Etiopia ha iniziato il riempimento pochi giorni fa nonostante non sia stato ancora raggiunto un accordo. L’Etiopia spera che la diga porti elettricità a decine di milioni di persone che attualmente vivono senza accesso all’energia elettrica, ma l’Egitto – che riceve la maggior parte della sua acqua dolce dal Nilo – teme che lo sbarramento minaccerà la sua fornitura di acqua. Anche il Sudan vuole garanzie sul fatto che l’approvvigionamento idrico essenziale non venga ridotto.

   Le Nazioni Unite hanno invitato i tre Paesi in contrapposizione a torvare un punto di accordo.

Al termine dei lavori la diga, dal costo di 4,6 miliardi di dollari, sarà la più grande del continente e avrà una potenza installata totale di 6,450 MW.

DIGA SUL NILO: PROSEGUONO I NEGOZIATI TRA EGITTO E ETIOPIA

– Un accordo sancisce la ripresa del dialogo, per evitare che la contesa sulle acque del fiume si trasformi in uno scontro –

22/7/2020 da https://www.ticinonews.ch/

Un MINISUMMIT FRA ETIOPIA, EGITTO E SUDAN sulla grande diga etiopica che ridurrà la portata d’acqua del Nilo ha concordato di PROSEGUIRE LE TRATTATIVE per evitare che l’opera diventi un motivo di scontro armato fra il Cairo ed Addis Abeba.

   È quanto emerge da dichiarazioni pubblicate dal ministero degli Esteri egiziano e del premier etiope Abiy Ahmed Ali.

   Nel vertice in videoconferenza del 2 luglio scorso “è stato concordato di continuare i negoziati” per “raggiungere un accordo legalmente vincolante sulle regole di riempimento e gestione della Diga del rinascimento” etiope (o “Gerd”), ha dichiarato il portavoce del dicastero egiziano, Ahmed Hafez.

   Nel parlare di “fruttuoso incontro sulla Gerd”, facilitato dal Sudafrica, il premier etiope ha espresso il proprio “apprezzamento” dei leader di Egitto e Sudan “per la comune intesa raggiunta sulla continuazione di discussioni tecniche sul riempimento” del mega-invaso.

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LA DIGA CHE AVVELENA LE RELAZIONI TRA EGITTO ED ETIOPIA

di Francesca Sibani, giornalista di INTERNAZIONALE, 21/7/2020, da https://www.internazionale.it/

   La settimana scorsa gli egiziani hanno temuto che si materializzasse una delle loro peggiori paure: vedere il Nilo prosciugarsi. Pochi giorni dopo la chiusura senza un accordo dell’ultima tornata di negoziati tra Egitto, Sudan ed Etiopia sul funzionamento della diga GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE (GERD), in costruzione sul Nilo Azzurro, la tv etiope Ebc ha dato la notizia che il riempimento del bacino idroelettrico era cominciato, come dimostravano alcune immagini satellitari che circolavano in rete, e ha citato il ministro delle risorse idriche etiope Seleshi Bekele, secondo cui “la costruzione della diga e il riempimento del bacino erano due processi che andavano avanti di pari passo”.

   Dal Cairo, che pretende di stabilire le modalità di riempimento prima che l’Etiopia passi all’opera, è arrivata subito la richiesta di “urgenti chiarimenti”. Come se non bastasse, il Sudan ha fatto sapere di aver registrato un calo della portata del fiume in corrispondenza di Al Deim, vicino al confine con l’Etiopia, a poche decine di chilometri dalla Gerd.

   Poche ore dopo, la smentita di Seleshi su Twitter: “La costruzione della diga ha raggiunto il livello di 560 metri, contro i 525 di questo periodo dell’anno scorso. Il riempimento del bacino è dovuto alle forti piogge, l’afflusso supera il deflusso e si è creato naturalmente un ristagno. Resterà finché non comincerà il deflusso”.

   Che sia stato intenzionale o no, la diga ha cominciato a riempirsi e questo ha fatto schizzare alle stelle le tensioni tra l’Etiopia, da una parte, e l’Egitto e il Sudan, dall’altra. “Cosa succederà quando gli etiopi cominceranno a immagazzinare miliardi di metri cubi d’acqua, privando l’Egitto di una parte delle sue risorse?”, si chiedeva l’esperto di Medio Oriente Alain Gresh in un articolo su Orient XXI (ripubblicato da Internazionale). Oggi la domanda è più pressante che mai e molti evocano lo spettro di una guerra per l’acqua.

Ricapitolando
La costruzione della diga Gerd, opera dell’azienda italiana Salini Impregilo (Webuild), è cominciata nel 2011. Al termine dei lavori, che sono stati completati per due terzi e sono costati finora oltre quattro miliardi di dollari, sarà la diga più grande dell’Africa, con la capacità di generare 6.450 megawatt di energia, più del doppio di quanto faccia oggi l’Etiopia (dove 65 milioni su 110 milioni di abitanti non hanno la corrente elettrica). In questo modo Addis Abeba spera di sostenere i suoi progetti di sviluppo economico e di industrializzazione, e proporsi come esportatore di energia elettrica nel resto della regione.

   L’Egitto, invece, trae dal Nilo il 90 per cento del suo approvvigionamento idrico, che è già inferiore ai suoi bisogni. Se la portata del fiume dovesse ridursi per colpa di un afflusso ridotto dal Nilo Azzurro, per l’Egitto sarebbe la crisi. Simili sono le preoccupazioni del Sudan, che nel corso degli anni – anche in ragione dei cambiamenti politici interni – ha sostenuto prima le ragioni di Addis Abeba e poi quelle del Cairo.

   L’Egitto, il Sudan e il Regno Unito ignorarono completamente l’Etiopia e altri paesi africani nei negoziati che portarono all’accordo del 1959 sulla spartizione delle acque del Nilo. In base all’intesa, la portata annuale del fiume era divisa nella misura di 55,5 miliardi di metri cubi per l’Egitto e 18,5 miliardi per il Sudan. Il Cairo continua a sostenere la validità dell’accordo, sostenendo che i paesi africani del bacino del Nilo (che oltre i tre paesi già citati comprende anche Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda, e l’Eritrea come osservatrice) beneficiano di precipitazioni piovose ben più abbondanti. Ma i paesi africani ribattono che con il riscaldamento globale le piogge sono diventate meno regolari.

   Nel 2015, riassume Equal Times, i leader dei tre paesi firmarono una dichiarazione di princìpi per risolvere la disputa, ma il documento era vago e ognuno l’ha interpretato in modo diverso. Uno dei punti più discussi è stato quanti anni debba metterci l’Etiopia a riempire il bacino per non lasciare all’asciutto i paesi a valle e cosa debba succedere in caso di uno o più anni di siccità, un evento reso più probabile dai cambiamenti climatici.

   Gli ultimi colloqui, all’inizio di luglio, patrocinati dall’Unione africana rappresentata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, dovevano concludersi il 13 luglio ma ufficialmente sono ancora aperti e devono riprendere oggi, 21 luglio.

Negoziati complicati
A ostacolare l’accordo, come spesso succede, sono le questioni di politica interna e di orgoglio nazionale. Sui mezzi d’informazione etiopi e nei discorsi dei politici la diga assume un grande valore simbolico. Oltre a evocare nel nome l’idea di “rinascimento” e quindi di una nuova epoca di sviluppo e benessere, il progetto è presentato dall’attuale governo di Abiy Ahmed – ma era così anche per quello precedente – come una “diga etiope per gli etiopi”, scrive Thembisa Fakude su Middle East Monitor.

   “Gli etiopi sono orgogliosi di aver raccolto da soli la maggior parte dei fondi per la Gerd e la diga è diventata un vessillo dei nazionalisti. Ogni ostacolo al progetto potrebbe scatenare reazioni distruttive e instabilità regionale”. Non bisogna dimenticare che il paese sta vivendo grandi cambiamenti, anche al livello istituzionale, e che a volte le tensioni tra i vari gruppi etnici hanno dato origine a scontri violenti tra le comunità o tra gruppi di potere rivali all’interno della stessa etnia, com’è successo dopo la morte del musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa.

   I tentativi di regolamentare con un accordo il funzionamento della diga hanno sollevato critiche sui mezzi d’informazione etiopi contro gli organismi internazionali e i paesi (per esempio, gli Stati Uniti) che di volta in volta hanno cercato di mediare, accusati di intromettersi in affari di competenza interna.

   Infine, come spiega la rivista scientifica Nature, l’Etiopia ha fretta: ha solo un’occasione all’anno per riempire la diga e vuole sfruttare le piogge stagionali di luglio e agosto per farlo. In caso contrario, dovrebbe aspettare l’anno prossimo.

Minaccia esistenziale
L’Egitto, invece, che si oppone al progetto fin dall’inizio, considera la diga una “minaccia alla sua stessa esistenza”. Come osservava Gresh su Orient XXI, fu Erodoto nel quinto secolo avanti Cristo a scrivere che “l’Egitto è un dono del Nilo” e ancora oggi il paese conta su questo “bene millenario” per il suo approvvigionamento d’acqua.

   Ma, al completamento della Gerd, sarà qualcun altro a controllare il flusso delle acque e questa prospettiva non è tollerabile dal regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi che, neanche troppo velatamente, ha minacciato di usare la forza per difendere gli interessi del suo paese. Intanto il 20 luglio il parlamento egiziano ha approvato l’invio di truppe in Libia per sostenere l’alleato Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi, e contenere l’avanzata delle forze sostenute dalla Turchia.

   Questa retorica bellicosa porterà a un conflitto sulle acque del Nilo? All’invio di aerei da guerra egiziani per bombardare la diga, che innescheranno la risposta della contraerea etiope? In realtà molti analisti concordano nel considerare la guerra tra i due paesi un’eventualità molto remota.

   Anche se l’Etiopia ha cominciato a riempire la diga, “c’è un unico modo costruttivo di procedere: continuare i colloqui”, scrive su Twitter William Davison, esperto di Etiopia dell’International Crisis Group. Perché, nonostante non sia stato firmato un accordo definitivo, i progressi sulle singole questioni tecniche sono stati notevoli e sarebbe un peccato sprecare il lavoro fatto finora.

   Ashok Swain, ricercatore in studi sulla pace dell’università di Uppsala in Svezia, suggerisce una strategia dei piccoli passi. Innanzitutto i tre paesi dovrebbero provare a firmare un accordo a breve termine. “Ci sono stati vari esempi in passato di intese valide un anno come quella del 1975 tra India e Bangladesh sulla spartizione delle acque del Gange”, ha dichiarato a Nature. “I due paesi non riuscivano ad accordarsi su come far funzionare la diga, così hanno cominciato con un primo accordo della durata di un anno, che è stato esteso a tre, a cinque e infine a trent’anni. Almeno si guadagnerà un po’ di tempo”. (Francesca Sibani, 21/7/2020, da https://www.internazionale.it/)

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EGITTO, IL FARAONE AL-SISI ALLA “GUERRA DELLA DIGA” DEL NILO

da https://www.globalist.it/ 6/7/2020

– Il Presidente gendarme egiziano mostra le armate e i muscoli all’Etiopia per il completamento della diga più grande dell’Africa –

   Il “faraone” alla conquista del Nilo. Il presidente-gendarme egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, mostra i muscoli, e le armate, all’Etiopia per il controllo di quella che, al suo completamento, sarà la diga più grande dell’Africa. “L’acqua è una questione di vita o di morte”, proclama al-Sisi, “nessuno può toccare la quota d’acqua dell’Egitto”. E questo sarebbe lo “stabilizzatore” dell’Africa vaneggiato dal duo Conte&Di Maio! Se non è il petrolio (Libia), è il gas (Mediterraneo orientale). E se non è il gas, è l’oro blu: l’acqua.

   Il Nilo Azzurro porta l’84% dell’acqua e il 96% del limo del Nilo. Nasce in Etiopia, come altri quattro grandi corsi d’acqua che vi confluiscono: Akobo, Tekeze, Atbarah e Baro. Modificarne la portata avrebbe dunque conseguenze serie, visto il contributo modesto dell’altro affluente, il Nilo Bianco, che origina dal lago Vittoria.

E’ questa la ragione per cui da sempre le sue acque sono oggetto di contese e conflitti. Non è un caso che fu proprio l’esigenza di un accordo sull’uso del fiume a far nascere, più di seimila anni fa, il primo stato al mondo. La civiltà egizia, con le sue decine di dinastie e il suo pantheon di divinità, coincide con la storia del Nilo, che i faraoni hanno difeso attraverso i secoli. Gli ultimi scontri armati per il controllo del fiume risalgono alla fine dell’800, quando i pasha ottomani, che all’epoca dominavano l’Egitto, inviarono spedizioni in Sudan ed Etiopia.

   Nemmeno i negoziati della settimana scorsa tra Etiopia, Egitto e Sudan, hanno sciolto i nodi. Tutte e tre i paesi rimangono sulle loro posizioni, senza che vi siano segnali, concreti, che si possa arrivare a un accordo in tempi brevi. Ma ciò che potrebbe aver messo una pietra tombale sulle negoziazioni trilaterali è la decisione di inviare la questione all’Onu. La mossa, annunciata dal ministero degli Esteri del Cairo, invita il Consiglio di sicurezza a intervenire “al fine di affermare l’importanza del proseguimento dei negoziati tra Egitto, Etiopia e Sudan, in attuazione degli obblighi previsti dalle norme di diritto internazionale, con l’obiettivo di raggiungere una risoluzione equa ed equilibrata della questione e di impedire l’adozione di misure unilaterali che potrebbero incidere sulle possibilità di raggiungere un accordo”.

La diga della discordia

L’annuncio non è stato ancora commentato ufficialmente dal governo di Addis Abeba che in precedenza, per voce del ministro degli Esteri Gedu Andargachew, aveva dichiarato che l’Etiopia potrebbe abbandonare il tavolo dei negoziati in corso con Egitto e Sudan nel caso in cui le autorità de Il Cairo lo avessero a loro volta lasciato. Il ministro aveva anche accusato le autorità egiziane di aver cercato di ostacolare i colloqui rimettendo il contenzioso al giudizio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

   “Mentre li invitiamo a negoziare con mentalità aperta ed a discutere questioni basate su principi, gli egiziani stanno pensando in modo diverso e per interrompere la negoziazione”, aveva detto Andargachew. Il capo della diplomazia etiope è nuovamente intervenuto sulla vicenda domenica scorsa, ribadendo in un’intervista all’agenzia di stampa Ena che l’Etiopia non accetterà mai alcun accordo che limiti i suoi diritti idrici sul Nilo Azzurro.

   “L’Etiopia sta discutendo con i due paesi solo del processo di costruzione della diga e non di questioni relative ai suoi diritti di utilizzare il fiume”, ha osservato il ministro, tornando ad accusare l’Egitto di voler limitare i diritti idrici dell’Etiopia. “La partita – rimarca si Africarivista.it Angelo Ravasi, è dunque delicatissima e sia l’Egitto sia l’Etiopia hanno tutti i motivi per difendere le loro posizioni. Dall’acqua del Nilo dipende tutto. Il Nilo è l’Egitto.

   Il paese delle piramidi potrebbe perdere fino a 300 milioni di dollari di elettricità e un miliardo e mezzo di dollari in agricoltura. Il Cairo, inoltre, dovrebbe aumentare le sue importazioni alimentari fino a poco meno di 600 milioni di dollari, con una perdita di circa un milione di posti di lavoro. L’Egitto consuma circa 80 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, di cui 50 provengono dal Nilo.

   L’Etiopia, invece, potrebbe perdere lo slancio economico che sta mettendo in campo il primo ministro Abyi Ahmed. Il balzo del Pil – attualmente la crescita sfiora le due cifre, ma occorre fare i conti con la pandemia di coronavirus – potrebbe rimane una chimera e deludere l’opinione pubblica interna, con conseguenze imprevedibili, vista l’attuale fragilità del tessuto sociale, spesso squassata da rivalità etniche e religiose. Un Pil, tuttavia, che non si riflette sull’economia reale, sul benessere della popolazione. Addis Abeba ha un gran bisogno di questa diga che, non a caso è stata definita ‘diga della rinascita etiope’ e, come ha affermato di recente il premier etiope, la costruzione terminerà tra poche settimane”.


Secondo le stime, la confluenza della palude etiope con le acque del Nilo azzurro causerà nei prossimi anni una serie di devastanti siccità in Egitto e in Sudan e distruggerà il sistema agricolo tradizionale in questi paesi. Solo nel primo anno, circa 1,5 milioni di contadini potrebbero restare senza lavoro.

   Qualcosa di simile è accaduto in Siria dopo che la Turchia ha costruito dighe a cascata sul fiume Eufrate in Kurdistan negli anni ’80. Sebbene l’effetto non fu immediato e durò circa 25 anni, il graduale degrado dell’agricoltura siriana produsse la massiccia migrazione di contadini alla periferia delle grandi città. Tuttavia, i danni immediati in agricoltura non sono l’unico pericolo che le autorità egiziane devono tenere a mente. Va inoltre tenuto presente che, in caso di eventuale rilascio istantaneo di tutte le acque, le sue correnti possono trasportare circa il 70% di tutte le vite egiziane.

I lavori sono iniziati nel 2011 e affidati all’italiana Salini

L’invaso, inoltre, potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi di acqua e il riempimento dovrebbe cominciare, almeno secondo le intenzioni di Addis Abeba, a luglio. L’oggetto del contendere è, infatti, sul riempimento che l’Egitto vorrebbe avvenisse in cinque anni mentre l’Etiopia in tre.

   Lo scorso ottobre, due settimane dopo avere vinto il Premio Nobel per la Pace, il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali parlò di fronte al parlamento del suo paese del più grande progetto infrastrutturale avviato negli ultimi anni in Etiopia: un’enorme diga a servizio di una centrale idroelettrica in costruzione sul Nilo Azzurro, fiume che a Karthoum, la capitale del Sudan, si unisce al Nilo Bianco formando il Nilo, il quale poi sfocia nel Mar Mediterraneo tra le città egiziane di Alessandria d’Egitto e Porto Said.

   Lo stesso Abiy, sempre nell’ottobre 2019, aveva affermato pubblicamente che l’Etiopia «è pronta ad arruolare milioni di uomini ed entrare in guerra per difendere la diga Grande Rinascita». I toni bellicosi del Premio Nobel per la Pace sono stati ripresi la scorsa settimana quando ha affermato che “nemmeno il coronaviurs ostacolerà i piani della diga”. Durante un question time del parlamento etiopico, a una domanda sullo stallo dei negoziati col Cairo sulla gestione delle acque del Nilo dopo il completamento della diga il premier ha così risposto: “Alcuni dicono delle cose sull’uso della forza [da parte dell’Egitto, ndt]. Voglio sottolineare che nessuna forza può impedire all’Etiopia di costruire una diga. Se ci sarà bisogno di andare in guerra, noi potremo avere milioni di persone pronte a combattere. Se qualcuno volesse lanciare un missile, altri [sottinteso: noi altri, ndt] potrebbero rispondere con le bombe. Ma questo non è nell’interesse di tutti noi”.

Due settimane fa si sono registrati scontri militari alla frontiera tra Sudan ed Etiopia. Anche se questi scontri riguardano rivendicazioni territoriali, se non risolti, influiranno negativamente sulla possibilità di risolvere in maniera pacifica il contenzioso regionale sulle acque del Nilo.

La protesta ambientalista

Sono quasi 400 le organizzazioni che hanno firmato la petizione contro la diga più alta dell’Africa. La gigantesca diga Gibe III, in costruzione lungo il fiume Omo, minaccia almeno otto tribù in Etiopia e circa 300.000 persone che vivono attorno al famoso lago Turkana del Kenia. Copie della petizione sono state consegnate in Francia, Germania, Italia, Belgio, Gran Bretagna e Stati Uniti.

   La diga fermerà i cicli naturali delle esondazioni da cui dipendono i metodi di coltivazione delle  tribù della valle dell’Omo. Benché il governo affermi di poter risolvere il problema ricreando delle “piene artificiali”, i costruttori della diga hanno svelato dei progetti che prevedono che le tribù “passino a forme più moderne di coltivazione” dopo “un periodo di transizione”.

   L’imposizione di un cambiamento di questo tipo si rivelerà senza dubbio disastroso – rimarcano le 40 Ong – perché comporterà l’eliminazione delle già inadeguate “piene artificiali” in un panorama di totale mancanza di garanzie di mezzi alternativi di sopravvivenza. “Noi ci nutriamo di quello che ci dà il fiume Omo. Dipendiamo dal pesce che è come il nostro bestiame. Se le piene dell’Omo cessano, moriremo tutti” ha dichiarato un membro della tribù dei cacciatori raccoglitori Kwegu.

   Le tribù  non sono state consultate sulla diga, sul ‘cambiamento’ di mezzi e tecniche di sostentamento e nemmeno sulla cessione delle loro terre agli investitori stranieri, in violazione della stessa Costituzione dell’Etiopia. ( da https://www.globalist.it/ 6/7/2020)

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LA GUERRA DELL’ORO BLU IN MEDIO ORIENTE ED AFRICA

di Angela Mascaro, da https://www.zoom24.it/, 17/4/2020

– La globalizzazione degli idroconflitti mostra un notevole catalogo di orrori. La terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi –

   H2O il miracolo dell’Acqua. E’ una delle formule chimiche conosciuta a tutti. L’acqua è composta da due atomi, uno di idrogeno e l’altro di ossigeno. Ma alla biografia dell’acqua andrebbero associati altri due elementi: guerra e migrazioni.  Una storia antichissima di idroconflitti locali, anche armati, costringe da sempre a ondate migratorie oltre a battaglie sanguinose e spietate per la conquista di questa fondamentale risorsa .

   Le risorse idriche sono distribuite in modo disuguale sulla superficie terrestre, a causa delle diverse condizioni ambientali: piogge, clima, presenza di grandi bacini fluviali o lacustri ecc. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 1 miliardo di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile e circa 2 miliardi e mezzo non dispone di acqua a sufficienza per le comuni pratiche igieniche e alimentari. Il fabbisogno idrico minimo giornaliero di acqua è di circa 40-50 litri. Nei Paesi a più elevato sviluppo economico (come Nordamerica, Europa e Giappone), invece, ogni cittadino può utilizzarne quotidianamente fino a 500 litri e oltre.

   I Paesi economicamente meno avanzati dell’Africa settentrionale, del Medio Oriente e dell’Asia meridionale sono quelli in cui scarsità di acqua e difficoltà di approvvigionamento più incidono sulla sopravvivenza degli abitanti e soprattutto sulla mortalità dei bambini e delle persone più deboli: si stima che ogni giorno 25000 persone muoiano per malattie collegate all’insufficienza di acqua. Bisogna anche tenere conto che circa il 40% della popolazione mondiale vive lungo il corso di fiumi, che risultano però più o meno fortemente inquinati e quindi rappresentano un fattore di rischio per la salute.

   In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, il 22 marzo di ogni anno, è emerso che esiste ancora troppa dispersione ed il 37,3% del volume d’acqua immesso in rete va perduto. È l’ultima fotografia scattata dall’Istat relativa agli anni 2018 e 2019 che ricorda il grande lavoro che c’è da fare sulle infrastrutture idriche, un’azione non più rimandabile imposta dal cambiamento climatico  e dalle crescenti ondate di siccità.

   L’acqua, quindi, pur essendo una risorsa rinnovabile, tende a diventare sempre più scarsa, soprattutto in certe zone della Terra dove è più intenso l’aumento della popolazione. Di per sé, le attività umane non modificano la quantità totale di acqua disponibile, che si mantiene costante, ma ne alterano la qualità, rendendola inutilizzabile, nonostante la Convenzione sulla protezione e l’utilizzo dei corsi d’acqua transfrontalieri e laghi internazionali (Convenzione di Helsinki, o Convenzione Acque)  adottata il 17 marzo 1992 a Helsinki da 26 Paesi Membri della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE) e dalla Comunità Europea, ed è entrata in vigore il 6 ottobre 1996 che ha come obiettivo  la promozione della  cooperazione tra i Paesi per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento dei corsi d’acqua transfrontalieri e dei laghi internazionali e per l’uso sostenibile delle risorse idriche.

   Il problema nasce dal fatto che l’acqua viene in genere prelevata “pulita” e restituita inquinata, e l’acqua pulita viene utilizzata con un ritmo superiore a quello con cui si ricostituiscono le sue riserve. Così facendo, una risorsa rinnovabile si trasforma in una risorsa esauribile.

   Altri fattori, oltre a quelli connessi alla crescita demografica e all’inquinamento, concorrono al depauperamento delle risorse di acqua: tra questi, gli sprechi e le perdite lungo le reti di distribuzione. Vi è poi un altro pericolo incombente: il riscaldamento della Terra, dovuto all’effetto serra, che potrebbe modificare il regime delle piogge e aggravare le condizioni di siccità in molte regioni.

   La criticità si concentra oggi nell’acqua necessaria per la produzione di cibo, e le risorse sono sempre più minacciate da un aumento della richiesta di cibo, da una cattiva gestione dell’ambiente, da irregolarità dovute al cambiamento climatico, dalle difficoltà nel gestire in maniera adeguata ed equa le risorse idriche transfrontaliere. Il forte consumo di acqua in agricoltura raggiunge fino all’80% delle risorse idriche utilizzate nei paesi più poveri, dove le tecniche irrigue sono ancora legate ad alto consumo di acqua o dove le grandi multinazionali hanno concentrato gli interessi per monocolture intensive. Ne consegue un aumento generalizzato dello stress idrico.

   In questo scenario preoccupante per le risorse idriche destinate alla produzione di cibo, si innestano anche i conflitti sul controllo delle acque dei grandi fiumi. Il 40% della popolazione mondiale dipende da risorse fluviali transfrontaliere, in continua competizione sulla qualità e quantità delle acque da gestire, sui loro usi e flussi. Si stimano in 37 i casi di conflitti tra paesi per il controllo dell’acqua, di cui 7 in Medio Oriente, e in 200 i trattati firmati per la gestione delle risorse transfrontaliere (1.228 azioni cooperative contro 507 conflitti, per lo più dovuti alla gestione delle quantità d’acqua e a nuove infrastrutture, quali le dighe).

   Questi bacini rappresentano il terreno di grandi iniquità di distribuzione gestiti da accordi ancora controversi. Oggi sono purtroppo di attualità le minacce alle risorse del Tigri e dell’Eufrate, recentemente target militare del terrorismo, già impoverite dalle numerose dighe, che hanno ridotto di 1/3 il flusso di acqua alla Siria. Grandi riserve d’acqua sono state prosciugate per lo sviluppo economico dell’area, sviluppo che non si è poi dimostrato tale, come nel caso del lago Chad e del lago Aral.

   Sono oltre cinquanta i conflitti che hanno trasformato l’acqua in una potente arma di guerra, in preda o ostaggio. In fondo, la parola “rivalità” deriva dal latino “ rivalis” che indicava l’occupazione del fiume di un altro.

   Altri tempi? Neanche per sogno. La globalizzazione degli idroconflitti mostra un notevole catalogo di orrori e fughe di popolazioni in tutte le direzioni e in tutte le epoche storiche. E la storia si ripete oggi soprattutto in una terra martire come quella mediorientale, intorno ai due fiumi gemelli che scorrono paralleli, il Tigri ed Eufrate, due culle della prima civiltà del Pianeta e teatro della prima guerra dell’acqua, quando la Mesopotamia fu insanguinata da un lungo e tribale conflitto durato almeno cento anni.

   Si fronteggiavano gli eserciti delle due città-stato sumere di Umma e Lagash, in lotta per la conquista delle acque del Tigri. Bastarono però tre giorni di feroci combattimenti per celebrare la prima vittoria di Lagash con la mitica “Stele degli avvoltoi”, conservata nel Louvre di Parigi, che raffigura falange di soldati con i corpi dei nemici sconfitti sotto i loro piedi, sui quali volteggiano avvoltoi con le teste mozzate dei nemici nei becchi. La madre di tutte le guerre dell’acqua si concluse dopo un secolo con il primo trattato tra parti in conflitto per la gestione comune di un corso d’acqua.

   Di idroconflitti ne mette in fila ben 343 la mappa cronologica aggiornata dai ricercatori del Pacific Institute, California, e dal successo della geopolitica dell’acqua o dell’idropolitica, come viene definita dalla diplomazia internazionale, dipenderanno i destini e gli spostamenti di una fetta di popolazione mondiale in fuga da territori resi ancor più vulnerabili dalle anomalie climatiche. Autorità locali e politica internazionale devono “raffreddare” e arginare oggi almeno 55 importanti contenziosi e conflitti per l’acqua in corso, che coinvolgono negoziatori di almeno 20 Stati.

   Il problema è oggi talmente serio che tutti rimpiangono di non aver fatto nulla dal 1995, l’anno in cui Ismail Serageldin, da vicepresidente della Banca Mondiale, ammonì: «Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua». Previsione azzeccata, e rafforzata dall’analisi dell’economista indiana Vandava Shivaun che riassume nel suo libro “ Le Guerre dell’Acqua” , e nascondono spesso contrasti etnici, di religione, sociali, militari,  mostra infatti come  la centralizzazione delle decisioni per attuare i progetti delle grandi imprese esclude i diretti interessati e conduce alla negazione della democrazia, facendo crescere così l’insicurezza e il fondamentalismo.

   L’acqua è tra le chiavi del successo di ogni trattativa di pace tra israeliani e palestinesi che si contendono il Giordano, corso d’acqua condiviso da Israele, Giordania, Siria, Libano e Cisgiordania, prevalentemente sfruttato da Israele, come le risorse idriche sulle alture del Golan. L’acqua innesca conflitti a non finire, da sempre, tra la Turchia, la Siria e l’Iraq, oggi due campi di terrificanti battaglie. Le sorgenti del Tigri e dell’Eufrate, infatti, nascono in territorio turco e i turchi hanno sempre opposto gli stessi diritti “padronali” fatti valere per il petrolio iracheno, e progettano oggi vasti sbarramenti con dighe che avranno l’effetto di sviluppare il Paese ma riducendo il flusso a valle.

   Tra Egitto e Sudan è scontro aperto per il controllo delle acque del Nilo. In realtà, firmarono un trattato di gestione nel 1959 ma creando tensioni con gli altri dieci Stati africani bagnati dal fiume più lungo del mondo, a partire dall’Etiopia e dall’Uganda, aride e assetate.

   L’Etiopia, in particolare, può vantare sulle sue terre l’84% delle acque del grande Nilo, ma è in permanente allarme siccità e carestia e sta innalzando la “Grande Diga della rinascita”, (Grand Ethiopian Renaissance Dam –  GERD), in costruzione sul versante etiope del Nilo Blu, a 40 km dal confine con il Sudan, il più grande progetto idroelettrico d’Africa e un toccasana economico per il poverissimo Paese che ridurrebbe però la portata del fiume proprio verso l’Egitto.

   Le forme di collaborazione su base sovranazionale sono state stimolate a livello globale dalle principali organizzazioni internazionali, come la Banca Mondiale o la FAO (Food and Agriculture Organization) ed hanno portato anche alla creazione di organizzazioni ad hoc, come la Nile Basin Initiative, che coinvolge gli 11 paesi rivieraschi del fiume Nilo o la Commissione internazionale per la protezione del fiume Danubio.

   A fronte di un previsto aumento della popolazione mondiale circa del 40%, secondo l’ONU entro il 2035 la domanda di acqua crescerà dell’85%, e nel 2050 sarà più che raddoppiata. I paesi che più influenzeranno la domanda saranno Cina, India, Brasile e Sud Africa.  L’OCSE sostiene che tra 10 anni 1,8 miliardi di persone vivranno in aree colpite da scarsità d’acqua. Questi dati sono basilari per capire quanto in realtà l’acqua sia un bene finito, destinato ad essere sempre più oggetto di contesa. Con delle proiezioni che illustrano un aumento esponenziale della domanda, affiancate ad una disponibilità che già fatica a soddisfare tutta la popolazione mondiale, diventano essenziali gli investimenti dei singoli paesi.  Da anni la gestione del mercato idrico sta passando in mano a società private.

   La motivazione è semplice, gli Stati non hanno fondi da destinare a grandi progetti strutturali, i privati sì. Molte imprese stanno entrando nel mercato dell’acqua, dalle società di servizi a quelle tecnologiche. Il passaggio di consegna dal pubblico al privato permette ai risparmiatori di investire in strumenti altrimenti non accessibili, dando loro un’ulteriore possibilità per diversificare il portafoglio e considerando i crescenti timori sulla sua disponibilità in relazione alla crescita della popolazione mondiale e al cambiamento climatico, non sorprende che gli investitori inizino a prestarci attenzione.

   L’acqua potrebbe non essere una materia prima negoziabile come il petrolio o l’oro, ma è vitale e con una fornitura limitata. La predominanza del blu è senza dubbio la caratteristica più evidente della superficie del nostro pianeta. Eppure, degli 1,4 miliardi di chilometri cubi che formano il volume totale delle acque, più del 97 per cento è costituito dall’acqua salata di mari ed oceani, mentre le acqua dolci ne rappresentano appena il 2,5 per cento. È per questa percentuale risibile che oggi nel mondo economico si è giunti a ritenere che l’investimento del futuro è quello in acqua, questa par essere destinata a diventare un elemento chiave per definire il futuro dell’umanità ed un investimento con ottime performance nel lungo periodo. E come direbbe Gandhi: “la terra ha abbastanza per le necessità di tutti, ma non per l’avidità di pochi”. (Angela Mascaro, da https://www.zoom24.it/, 17/4/2020)

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LA DIGA ETIOPE GERD E LA “GUERRA PER L’ACQUA” CON L’EGITTO

di Elvio Rotondo, da https://www.analisidifesa.it/ del 24/7/2020

   Dopo la nomina, nel 2018, del primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed Ali, che ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea ponendo fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane (conflitto armato dal 1998 – 2000 e poi il conflitto di frontiera tra i due paesi), il paese si trova nel bel mezzo di un’importante transizione politica e sociale, con impatti importanti ma incerti per la sua economia e la sua sicurezza, in una regione tra le più instabili al mondo.

   Oltre alla ormai nota vicenda della diga GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), il paese si trova ad affrontare anche problemi legati a tensioni di natura etnica.

   Recentemente, il fattore scatenante sarebbe stato l’uccisione del musicista Hachalu Hundessa, avvenuta il 29 giugno, membro del gruppo etnico Oromo che costituisce circa il 35% della popolazione etiope. La vittima era nota per le sue canzoni politiche e aveva un grande seguito tra i giovani del gruppo Oromo.

   Più di 230 persone sono morte a causa delle violenze che hanno seguito l’uccisione di Hundessa, e risulterebbero almeno 10.000 gli sfollati.

   Il 22 luglio 2020, l’Unione Africana (UA) ha tenuto un mini-vertice virtuale per discutere della controversa mega-diga che l’Etiopia sta costruendo sul Nilo Azzurro. L’incontro virtuale è stato ospitato dal presidente dell’UA e dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e ha visto la partecipazione dei leader di Etiopia, Egitto e Sudan.

   Il presidente della Commissione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha ritenuto “assolutamente necessario” che “si raggiungesse un accordo che preservasse l’interesse di tutte le parti” poiché “il Nilo è la fonte di vita e di sviluppo dei tre paesi e dovrebbe rimanere una fonte di pace”. Da parte sua, Cyril Ramaphosa ha affermato, attraverso lo stesso canale, che “i negoziati trilaterali sono ancora sulla buona strada” e ha ringraziato i paesi rivieraschi per il loro “impegno a trovare soluzioni africane ai problemi africani”.

   “Etiopia, Egitto e Sudan hanno concordato di continuare le loro discussioni tecniche sul riempimento (della diga) per continuare il processo guidato dalla UA e procedere a un accordo completo”, ha dichiarato la nota ufficiale etiope, che ha anche messo in evidenza come le recenti piogge nella regione “hanno contribuito riempire la diga”, uno dei principali punti di disputa tra l’Etiopia e le altre due nazioni, che temono una drastica riduzione del loro accesso all’acqua del Nilo. Il governo etiope ha già completato il primo anno di riempimento della grande diga.

   Il Primo Ministro etiope ha affermato che “l’Etiopia è impegnata in una negoziazione equilibrata e reciprocamente vantaggiosa nelle trattative relative alle operazioni di riempimento della diga”. “È diventato evidente durante le ultime due settimane della stagione delle piogge che il primo anno di riempimento della diga è stato raggiunto”.

   Le immagini satellitari della diga etiope hanno mostrato il suo serbatoio pieno proprio mentre il Sudan dichiarava di aver registrato un calo del livello dell’acqua del Nilo Azzurro.

   La Grand Ethiopian Renaissance Dam dal costo di 4,5 miliardi di dollari – una volta completata sarà la più grande centrale idroelettrica dell’Africa, con un bacino idrico enorme – è diventato un tormento nazionale per entrambi i paesi, alimentando patriottismo, paure profonde e persino voci di guerra.

   Il Nilo, il fiume più lungo del mondo, attraversa 11 paesi percorrendo 4.000 miglia, dai fiumi equatoriali che alimentano il Lago Vittoria fino alla sua foce finale nel Mar Mediterraneo. L’Egitto, paese prevalentemente desertico, di 100 milioni di abitanti, fa affidamento sul fiume per il 90 per cento del suo fabbisogno di acqua dolce. Per millenni, gli egiziani sono stati i padroni incontrastati del Nilo, attingendo al fiume per costruire antichi imperi e repubbliche moderne. Il Nilo attraversa i confini di Uganda, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Sudan, Egitto, Etiopia, Burundi, Ruanda e Kenya.

   Nel 1970, il leader egiziano post-indipendenza, Gamal Abdel Nasser, supervisionò il completamento della diga di Assuan, 169 miliardi di metri cubi (BCM), che permise di regolare i flussi stagionali del Nilo trasformando l’agricoltura egiziana. L’Egitto teme che una diga a monte del Nilo azzurro, che contribuisce per circa il 60 percento al flusso del Nilo, potrebbe ridurre l’approvvigionamento idrico e la produzione di energia ad Assuan.

   L’Etiopia, paese dell’Africa orientale di 112 milioni di abitanti, contribuisce alle acque del Nilo per circa l’84 per cento, con i suoi tre affluenti – Nilo AzzurroSobatAtbara.

   Con un’economia in crescita ma altrimenti povera di risorse, l’Etiopia è desiderosa di sviluppare il suo vasto potenziale di produzione di energia idroelettrica per diventare un hub regionale delle esportazioni di energia elettrica.

   Per gli etiopi, la diga è un simbolo delle loro ambizioni: un megaprogetto destinato ad essere il più grande impianto idroelettrico dell’Africa con i suoi 6000 MW  6 di potenza installata, con un potenziale per illuminare milioni di case, guadagnare miliardi dalle vendite di elettricità ai paesi vicini e confermare l’Etiopia come ascendente potenza africana.

   L’accordo più rilevante sulle acque del Nilo è quello del 1959 tra il Sudan e l’Egitto. L’accordo ha permesso di condividere l’intero flusso medio annuo del Nilo tra il Sudan e l’Egitto. A difesa dell’accordo, Il Cairo ha sostenuto che i paesi africani beneficiano di piogge favorevoli e quindi stanno meglio dell’Egitto.

   L’argomento ha suggerito che i paesi africani sul Nilo dovrebbero costruire dighe che potrebbero trarre il massimo beneficio dalle piogge. Gli africani hanno ribattuto che i cambiamenti climatici hanno provocato modelli meteorologici insoliti e imprevedibili.

   La costruzione della diga è iniziata nel 2011 sul Nilo Azzurro, sugli altopiani dell’Etiopia settentrionale (a circa 20 chilometri dal confine con il Sudan) dove scorre l’85% delle acque che affluiscono al Nilo. La mega diga sta causando un contrasto tra Egitto ed Etiopia e con il Sudan che si trova tra i due paesi e che proprio nella capitale Khartoum vede unirsi il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro.

   Se la diga in Etiopia si riempie troppo in fretta, potrebbe ridurre drasticamente il loro approvvigionamento idrico causando danni rilevanti soprattutto all’agricoltura con forti ricadute sulla stabilità sociale. Il novantacinque percento degli egiziani vive lungo il Nilo o nella zona del delta, e il fiume fornisce quasi tutta la loro acqua.

   Gli etiopi avrebbero iniziato a riempire la diga durante la stagione delle piogge, tuttavia, resta da vedere come reagiranno gli egiziani e i sudanesi se il flusso del Nilo dovesse risentirne. Ciò che complica ulteriormente le cose sia per il Sudan che per l’Egitto, è che anche altri paesi che sorgono lungo il Nilo, starebbero cercando di costruire dighe per i loro bisogni energetici. Come l’Uganda che ha in progetto una centrale idroelettrica da 1,4 miliardi di dollari sul Nilo.

Aspetti militari

Dal punto di vista militare Egitto ed Etiopia non hanno confini comuni e l’Etiopia non ha sbocco al mare: quindi non esiste l’ipotesi di uno scontro terrestre, navale o anfibio. Secondo il Global Fire Power l’Egitto si troverebbe al nono posto su 138 paesi in termini di forza militare, mentre l’Etiopia solo alla 60^ posizione.

   La stampa egiziana riporta che l’Aeronautica possiede 1.054 velivoli militari tra cui 215 aerei da combattimento, 59 da trasporto militari, 388 addestratori e 294 elicotteri. L’esercito egiziano ha più di 4.000 carri armati, 10.000 veicoli corazzati, 1.000 pezzi d’artiglieria semovente e oltre 2.189 pezzi d’artiglieria da campo

   Le forze armate etiopiche dispongono di 86 velivoli, 24 dei quali da combattimento, 20 addestratori, 9 da trasporto, 33 elicotteri multiruolo e 8 da attacco, mentre l’esercito etiope ha 400 carri armati e 650 pezzi di artiglieria.

   Non vi è alcun dubbio sulla differenza della potenza militare dei due paesi, ma va comunque detto che l’Etiopia ha un esercito con una certa esperienza, ha combattuto gli insorti in Somalia e ha acquisito esperienza anche nel conflitto con l’Eritrea.

   Secondo fonti delle Nazioni Unite, l’Egitto, in passato, avrebbe favorito i legami con gli avversari dell’Etiopia, inviando armi al governo del Sud Sudan. Inoltre, funzionari etiopi avrebbero accusato in passato l’Egitto di sponsorizzare proteste antigovernative e ribellioni armate, accuse che il Cairo nega.

   Il mese scorso, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi durante un’ispezione ad una base militare aveva dichiarato che “l’esercito egiziano è forte ed è uno degli eserciti più potenti della regione, ma è un esercito ragionevole, un esercito che protegge e non minaccia, un esercito che difende e non aggredisce.

   Ringraziando le unità di combattimento dell’Aeronautica egiziana, aveva dichiarato: “Preparatevi a compiere qualsiasi missione sui nostri confini o, se necessario, al di fuori dei nostri confini”. Era un chiaro riferimento alla Libia, o forse ad altro?

   Anche per ragioni geografiche una guerra tra Egitto ed Etiopia è al momento impensabile anche tenendo conto che i due Stati non confinano, ma nel caso il flusso del Nilo dovesse causare una penuria di acqua in Egitto e la via del dialogo non dovesse funzionare, è ragionevole pensare che l’aeronautica del Cairo possa colpire l’origine del problema, la diga GERD a monte del fiume.

   Del resto Addis Abbeba sta guardando a Francia, Turchia e forse anche Cina per potenziare le sue forze armate puntando anche su nuovi aerei da caccia e sistemi di difesa aerea che presumibilmente dovranno vigilare anche sulla grande infrastruttura strategica. (Elvio Rotondo, da https://www.analisidifesa.it/ del 24/7/2020)

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L’ORO BLU: LA BATTAGLIA PER L’ACQUA

di Giorgio Cancelliere, da http://www.treccani.it/enciclopedia/

   Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU, ha previsto che l’accesso alle risorse idriche e il loro controllo potranno essere una tra le cause delle guerre del 21° secolo. La definizione di oro blu, in riferimento all’acqua, evidenzia come una risorsa basilare e prioritaria, bene comune dell’umanità, stia rappresentando un interesse economico tale da essere paragonato a un bene di consumo e di mercato (Barlow, Clarke 2002). Oggi, alla crisi idrica che coinvolge molte popolazioni che vivono nei Paesi a basso reddito si affianca una scarsità di risorse in quelli più sviluppati che – a causa di politiche ambientali discutibili e della crescita demografica – si stanno trasformando in aree a stress idrico o con scarsità idrica.

dovranno essere potenziate con alti costi di investimento e i prelievi acuiranno il pericolo di un eccessivo sfruttamento delle risorse idriche.

   Il settore più a rischio rimane l’agricoltura, soprattutto nei Paesi a basso reddito, che dipendono in massima parte dalla produzione agricola per il proprio sostentamento. L’International food policy research institute (IFPRI) prevede che, agli attuali tassi di crescita demografica e di consumo idrico, entro il 2025 il fabbisogno di acqua aumenterà di oltre il 50% e gli agricoltori saranno i più colpiti, in particolare nei Paesi a basso reddito, dove i raccolti dipendono molto più direttamente da sistemi di irrigazione ad alto consumo d’acqua rispetto all’America Settentrionale o all’Europa.

   La rapida crescita demografica sta condizionando la disponibilità di risorse idriche soprattutto nei Paesi sotto la soglia di criticità (<1000 m3/abitante). Si stima che nel 2025 saranno circa 3 miliardi le persone a rischio, principalmente nelle aree subsahariane (dove dall’attuale 30% di popolazione senza accesso all’acqua si passerà all’80%), nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale (con una riduzione del 25% di persone che avranno acceso all’acqua), in Cina e India (in particolare nelle aree urbane). È evidente la correlazione tra domanda di acqua e produzione di cibo, e quindi crescita demografica, in quanto, mediamente, la produzione di cibo per una famiglia richiede 70 volte la quantità di acqua utilizzata per uso domestico. Si è stimato che per produrre 1 kg di riso occorrano fra 2000 e 5000l, per un hamburger 11.000 l e per 1 kg di pane 1000 l.

   Sulla base dei dati pubblicati dalla FAO (Food and Agriculture Organization) nel 2006 e rielaborati, nella figura 2 è possibile osservare l’aumento della popolazione che vivrà nelle aree a stress idrico o con scarsità di acqua (UNDP 2006).

Povertà e mancanza di accesso all’acqua

Vi è uno stretto legame tra povertà e accesso alle risorse idriche, in quanto il loro sfruttamento e la loro distribuzione richiedono un ingente investimento; e contemporaneamente la mancanza di acqua limita lo sviluppo economico. Si ipotizza che attualmente l’investimento medio per dare l’accesso ad acqua potabile sia di 100 euro a persona, variando secondo l’economia di scala.

   In ambienti urbani dove gli utenti finali sono concentrati, i costi si abbassano rispetto a zone rurali dove le distanze tra utenti sono molto grandi. Nella distribuzione dell’acqua bisogna anche tener conto dei costi per il suo trattamento e smaltimento, in particolare laddove i consumi superano i 50l per persona al giorno. Infatti, l’acqua distribuita necessita di essere poi smaltita e trattata per non rappresentare un possibile vettore di malattia.

   Le popolazioni con minore percentuale di accesso all’acqua sono principalmente quelle dei Paesi a basso reddito, inferiore a 855 dollari a parità di potere di acquisto nel 2004. Nella maggioranza di questi, gli investimenti più consistenti nella distribuzione di acqua potabile dipendono dagli aiuti internazionali o da fondi governativi che spesso concentrano i finanziamenti nelle capitali, a discapito dei centri urbani più periferici e delle zone rurali.

   Le zone di maggiore criticità, per percentuale di accesso all’acqua e di popolazione, rimangono quelle dell’Africa subsahariana e dell’Asia orientale e meridionale. Tra i Paesi più popolati con minor accesso alle risorse idriche (dati 2004) si segnalano l’Etiopia (22% dei 77,4 milioni di persone), il Mozambico (43% dei 19,8 milioni di persone), il Niger (46% dei 14 milioni di persone), la Nigeria (48% dei 131,5 milioni di persone). In Congo, che è uno dei 13 Paesi più ricchi di risorse idriche rinnovabili, solo il 46% dei 57 milioni di abitanti ha accesso all’acqua.

Acqua e ambiente

Bacini e falde sono contenitori che devono essere sfruttati rispettando il bilancio idrico tra alimentazione e prelievo. L’inquinamento delle risorse idriche superficiali e sotterranee diminuisce la disponibilità di acqua potabile e ne aumenta i costi di gestione, poiché l’utente si fa carico dell’intervento curativo, per quanto precedentemente non preventivato come misura di salvaguardia ambientale.

   Un eccessivo prelievo delle risorse idriche è comune nelle aree che dipendono fortemente dall’agricoltura, come avviene nel bacino dell’Indo-Gange, nelle piane settentrionali della Cina e negli altopiani dell’America Meridionale.

   Si stima che un quarto delle acque del Fiume Giallo nel Nord della Cina sia necessario per mantenere l’equilibrio ambientale, mentre l’attuale prelievo umano lascia solo il 10% delle risorse al fiume, riducendo pericolosamente la sua capacità di far fronte a periodi di minore alimentazione, come avvenne durante la siccità del 1997 quando rimase asciutto per 600 km, causando una perdita di produzione agricola stimata intorno a 1,7 miliardi di dollari (UNDP 2006).

   In Australia il bacino del Murray-Darling fornisce acqua all’agricoltura per circa l’80% della sua capacità. Di fronte a una richiesta dell’ecosistema di circa il 30% delle sue risorse idriche, l’eccessivo sfruttamento del fiume ha innalzato la salinità delle acque, diminuito l’apporto nutritivo ai terreni e ridotto le terre alluvionate. Negli ultimi anni, in superficie, le acque del Murray-Darling non raggiungono più il mare (Pearce 2006). Gli agricoltori vicino a Ṣan῾ā᾿, nello Yemen, hanno approfondito i pozzi di 50 m in 12 anni per far fronte all’abbassamento delle falde acquifere, riducendo la loro produttività di due terzi (Shetty 2006).

   La difficoltà di utilizzare acque superficiali spinge allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, con costi decisamente maggiori e con alto rischio di squilibrio ecologico. In Messico l’80% dei consumi di acqua è destinato all’agricoltura e oggi, a causa della continua richiesta, il 40% delle risorse proviene da pozzi profondi. Tuttavia 100 dei 653 acquiferi sono sovrasfruttati, a rischio quindi di prosciugarsi nel corso degli anni con gravissimo danno economico per i contadini (UNDP 2006).

   L’eccessivo prelievo produce anche parte dell’inquinamento che ha ridotto in questi anni la disponibilità di acqua dolce. Nella Striscia di Gaza, area che fa già parte di una delle regioni di maggiore criticità per le risorse idriche rinnovabili, il continuo sovrasfruttamento della falda ha causato l’ingresso delle acque salate marine nell’acquifero dolce sovrastante, rendendo salmastra la maggioranza delle acque.

   La difficile situazione politica dell’area non ha permesso scelte più rispettose dell’ambiente e la necessità di acqua, in particolare per la produzione agricola, ha superato di gran lunga la capacità di ricarica della falda, comportando così un inquinamento di cloruri e nitrati, abbondantemente sopra i limiti di potabilità fissati dalla WHO. Lo stato delle cose continua a peggiorare in quanto alla domanda crescente si somma il mancato trattamento delle acque utilizzate che vengono rimesse in falda, aumentandone così l’inquinamento sia chimico sia batteriologico.

   Ogni anno 450 km3 di acqua di scarico (pari al 12,1% dei prelievi) vengono riversati nelle falde, nei fiumi e nei mari, aumentando il carico inquinante. Circa il 90% dei liquami e il 70% dei rifiuti industriali vengono smaltiti senza subire alcun trattamento: ne pagano le conseguenze soprattutto le acque superficiali, incanalate nei principali corsi fluviali, e le falde superficiali, con la conseguente necessità di approfondire i pozzi per trovare acque non inquinate, facendo crescere i costi di estrazione e minacciando sensibilmente l’equilibrio ecologico delle falde profonde, la cui ricarica è più fragile rispetto a quelle superficiali.

   Il massiccio utilizzo di prodotti chimici in agricoltura e lo scarico di minerali pesanti da parte dell’industria aumentano sempre più la necessità di impianti di trattamento, incidendo sul costo dell’acqua, che rappresenta uno degli ostacoli al suo accesso per le popolazioni più povere.

   Il disboscamento e i fenomeni sempre più accelerati di desertificazione comportano una minore attività di ritenzione delle acque e di alimentazione degli acquiferi, in quanto l’evapotraspirazione e il forte dilavamento superficiale non permettono all’acqua di penetrare nei terreni e di ricaricare le falde. L’acqua, rimanendo in superficie, tende anche a scaricarsi prepotentemente a valle, aumentando l’erosione e provocando più frequenti piene e inondazioni. Il regime idrico viene pertanto sconvolto, l’accesso alle risorse si rende più difficile, comportando investimenti per riparare danni ecologici talora irreversibili ed esponendo le popolazioni più povere sempre più al rischio idrico.

   In particolare, il continuo allargamento della frontiera agricola nelle regioni boschive andine comporta un accrescimento della velocità delle acque verso valle, con la conseguente perdita di materiale nutriente per le coltivazioni, aumento dei regimi torrentizi e diminuzione delle inondazioni naturali delle aree pedemontane e vallive.

Cambiamento climatico

Si stima che, nel 21° sec., il 20% della scarsità di acqua sarà dovuto ai cambiamenti climatici, che produrranno grandi variazioni nell’evaporazione e nelle precipitazioni, insieme a mutamenti non prevedibili del ciclo idrogeologico.

L’innalzamento delle temperature comporterà una maggiore evaporazione negli oceani, intensificando il ciclo dell’acqua e la formazione di nuvole ma, nello stesso tempo, il sovrariscaldamento delle terre farà sì che una minore quantità di acqua piovana possa raggiungere i fiumi in quanto vaporizzerà più velocemente.

Le zone umide saranno probabilmente interessate da maggiori precipitazioni, più intense e concentrate nel tempo, causando quindi fenomeni alluvionali, mentre nelle zone più aride, nonché in alcune zone tropicali e subtropicali, vi sarà presumibilmente una diminuzione e una maggiore irregolarità delle piogge.

   I cambiamenti climatici potranno incidere negativamente sulle risorse idriche rinnovabili in alcune aree del mondo particolarmente legate alla produzione agricola, come Angola, Malawi, Zambia, Zimbabwe, Senegal, Mauritania, Medio Oriente, parte del Brasile, del Venezuela e della Colombia.

   L’influenza del cambiamento climatico è una combinazione di fattori che condizionano la quantità di precipitazione, l’evapotraspirazione e la durata delle precipitazioni. Nell’area subsahariana, inclusi il Sahel e l’Africa orientale, si potranno avere maggiori precipitazioni distribuite su tempi più brevi e, contemporaneamente, la forte evapotraspirazione, dovuta all’innalzamento del clima, potrà causare periodi di siccità.

   In Asia meridionale si potrà avere un aumento della piovosità con frequenti rischi di alluvione, in quanto i monsoni potranno diventare più intensi per l’innalzamento della temperatura che aumenta la quantità di acqua estratta dall’oceano per evapotraspirazione. Si continuerà ad assistere, in linea generale, a una maggiore imprevedibilità di fenomeni alluvionali e di siccità.

   L’evoluzione e la frequenza degli eventi alluvionali sono strettamente legate sia alla capacità di scarico dei corsi d’acqua sia alle variazioni delle forme di precipitazione e, pertanto, a cambiamenti climatici a lungo termine, determinando quindi un elemento di criticità per il 21° sec., in quanto il regime dei principali fiumi sarà in parte condizionato dagli eventi meteorologici dipendenti dai cambiamenti climatici.

   I ghiacciai si stanno sciogliendo: negli ultimi 35 anni lo spessore è calato del 35%. In gran parte del mondo i ghiacciai agiscono come riserve di acqua, immagazzinando ghiaccio e neve in inverno e rilasciando acqua lentamente con l’aumento della temperatura, che viene in seguito distribuita ai produttori agricoli nelle pianure.

   Le riserve d’acqua dei ghiacciai sono diminuite e i cambiamenti climatici determinano rilasci in tempi più brevi, causando eventi alluvionali in primavera e mancanza d’acqua in estate. I ghiacciai del Tibet e dell’Himalaya forniscono acqua potabile a più di 2 miliardi di persone. Piccoli e medi ghiacciai sono in via di esaurimento nelle zone andine, che rappresentano il serbatoio naturale d’acqua per molti Paesi dell’America Meridionale durante la stagione estiva (UNDP 2006).

   Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il livello del mare potrebbe innalzarsi tra 9 e 88 cm entro i prossimi 100 anni, con conseguenze significative sulla sicurezza all’accesso di risorse di acqua potabile. Oltre all’aumento della salinità degli acquiferi costieri, si assisterebbe a fenomeni di accelerazione dell’erosione delle coste e le inondazioni minaccerebbero milioni di persone.

   Le aree più a rischio sono quelle dei grandi delta, in particolare in Bangla Desh, Egitto, Nigeria e Thailandia, dove vivono attualmente circa 110 milioni di persone. La World bank (ossia la Banca mondiale) stima che in Bangla Desh, alla fine del 21° sec., si perderà circa il 16% delle terre a causa dell’avanzamento delle acque marine, coinvolgendo un’area che supporta il 13% della popolazione e produce, attraverso l’agricoltura, il 12% del prodotto nazionale lordo (PNL).

   L’unico intervento possibile da parte della comunità internazionale per mitigare questo fenomeno è minimizzare il cambiamento climatico, indebolendo il legame tra sviluppo economico ed emissione di anidride carbonica.

   Il passo principale fatto negli ultimi anni nella direzione della mitigazione dei cambiamenti climatici è rappresentato dal Protocollo di Kyoto, sottoscritto da più di 160 Paesi l’11 dicembre 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005 con la firma di 130 Paesi: nell’ottobre 2009 le nazioni firmatarie erano 184. Il trattato prevede l’obbligo per i Paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio e altri cinque gas serra) nel periodo 2008-2012, in una misura non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni registrate nel 1990, considerato come anno base.

Accesso e controllo delle risorse idriche

È convincimento diffuso che l’acqua rappresenterà una delle maggiori cause dei conflitti nel 21° sec., dal momento che la sua accessibilità sarà sempre più difficile e il controllo delle risorse rinnovabili rappresenterà uno strumento politico estremamente importante nell’equilibrio mondiale.

   Le tensioni relative all’accesso e controllo delle risorse idriche hanno diverse scale geografiche. A livello locale, esistono scontri tra gruppi di persone per l’accesso a un punto di distribuzione, tra allevatori e agricoltori per il controllo delle zone di pascolo e di coltivazione, o tra popolazione e Stato per la costruzione di una diga.

   A livello nazionale, differenti gruppi di interessi (agricoltura, industria, turismo, ambiente) si scontrano sulle politiche relative alla gestione delle acque, come, per es., alla locazione di risorse per il settore produttivo o per un centro urbano a discapito della campagna. A livello internazionale, è materia di conflitto tra Stati confinanti il controllo della distribuzione delle acque di fiumi condivisi. Oltre al controllo delle quantità di risorse, è in gioco anche l’impatto sulla qualità, in quanto l’uso a monte del corso d’acqua può condizionarne la qualità a valle, in termini di contaminazione industriale e sottrazione da parte di dighe e sbarramenti delle componenti limose utili alla fertilità dei suoli.

   La captazione di acque per la produzione di energia elettrica può influire sui tempi di rilascio del fiume, danneggiando la produzione dei sistemi irrigui a valle.

   Il 40% della popolazione mondiale dipende da risorse fluviali transfrontaliere, e Paesi con irrigazione intensiva, quali Egitto, ῾Irāq, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan, dipendono per i 2/3 da acque provenienti da altri Paesi. Attualmente esistono 263 bacini idrici condivisi tra Stati e sono ancora latenti 37 casi di conflitti per il controllo dell’acqua, di cui 7 in Medio Oriente. Nel 21° sec. la gestione di bacini transfrontalieri acquisterà sempre più importanza a causa della grande domanda di acqua per l’agricoltura accompagnata dalla progressiva diminuzione delle risorse idriche superficiali. Sarà l’attenta applicazione di trattati internazionali e accordi locali a garantire l’accesso all’acqua per più di 3 miliardi di persone interessate a bacini idrici transfrontalieri.

   I governi esercitano diversi tipi di controllo sulle risorse idriche, a seconda politiche perseguite, protezionistiche oppure espansionistiche. Questi controlli possono rappresentare le radici delle tensioni tra i vari Paesi, laddove si difendano scelte di sviluppo economico o sociale, o anche interessi derivati da espansioni produttive private; possono suscitare iniziative militari, divenendo motivo per invasioni territoriali, strumento di controllo politico su una regione, di consolidamento o accentuazione dell’asimmetria politica tra Paesi che condividono importanti bacini idrografici.

   Verranno brevemente presi in esame alcuni bacini idrografici che forniscono acqua a più Paesi, tra quelli maggiormente abitati del mondo, con una descrizione dei principali motivi di tensione che rappresentano potenziali argomenti di conflitto.

Asia e Medio Oriente

Bacino idrografico del Gange, Brahmaputra, Megna (Paesi interessati: Bangla Desh, Bhutan, Cina, India, Myanmar, Nepal). L’India controlla, attraverso un sistema di dighe costruite dal 1960 al 1970, gran parte delle acque che defluiscono in Bangla Desh il quale, pur avendo il 30% del territorio interessato dalle acque del bacino, ne utilizza solo il 6% per la propria produzione agricola. Questa situazione ha portato a venti anni di ostilità tra i due Paesi a causa della diminuzione delle risorse irrigue in Bangla Desh durante la stagione secca, con conseguente aumento del flusso migratorio verso l’India (UNDP 2006).

   Bacino idrografico del Mekong (Paesi interessati: Cambogia, Cina, Laos, Thailandia, Myanmar, Vietnam). Un quinto delle acque di questo fiume viene utilizzato in Cina anche se solo il 2% del Paese è coperto dalle sue acque. Il 47% della popolazione del Laos e il 90% di quella della Cambogia vive a valle del bacino. La costruzione della diga di Yunnan, nella Cina meridionale, ha causato una riduzione delle attività di pesca in Cambogia e ha rappresentato una minaccia alla produzione di riso per 17 milioni di vietnamiti che vivono sul delta. Anche la nascente industria turistica del Laos è colpita dal calo delle acque del Mekong, in quanto le imbarcazioni turistiche devono spesso aspettare che il fiume ridiventi navigabile.

   Bacino idrografico del Lago Aral (Paesi interessati: Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Turkmeni;stan, Uzbekistan, Afghānistān, Cina). Oltre che per cau;se climatiche, le acque del Lago Aral si sono ridotte di 1/4 dal 1960 a causa della deviazione per usi industriali (cotone) dei suoi immissari, il Sīr Daryā e l’Āmu Daryā. Nel 1990 il lago riceveva già 1/10 delle acque originali. La scarsa collaborazione degli Stati dell’Asia centrale e la caduta del prezzo del cotone hanno causato una grave crisi economica. Il sovrasfruttamento continua e, a causa dell’inquinamento dovuto a fertilizzanti e prodotti chimici, 4/5 delle specie ittiche sono scomparse. Vi sono però segnali positivi, come il progetto della diga del Kok-Aral in Kazakistan per ristabilire il livello delle acque nella parte settentrionale del lago (UNDP 2006).

   Bacino idrografico del Tigri e dell’Eufrate (Paesi interessati: Irān, ῾Irāq, Giordania, Arabia Saudita, Siria e Turchia). La diga di Atatürk nell’Anatolia sud-orientale, la più grande in Turchia e la sesta nel mondo, insieme ad altre 21 dighe del Turkey’s southeast Anatolia project, rischia di ridurre di 1/3 il flusso delle acque in Siria che sta sviluppando progetti sull’Eufrate per la protezione dalle catastrofiche inondazioni, la produzione di elettricità, l’irrigazione, la disponibilità di acqua potabile e per uso industriale. Le dinamiche in atto potrebbero danneggiare gli interessi iracheni, salvaguardati dall’accordo del 1987 con la Turchia, in cui quest’ultima si impegna a garantire un afflusso medio di 500 m3/sec alla Siria che, a sua volta, deve trasferirne il 58% all’Irāq.

   Bacino idrico del Giordano, al-Līṭānī e Yarmūk (Paesi interessati: Egitto, Israele, Giordania, Territori occupati, Siria e Libano). La guerra dei Sei giorni (giugno 1967) prese spunto dal tentativo di deviazione delle acque del Giordano da parte degli Stati arabi in risposta alla costruzione israeliana della ‘via d’acqua nazionale’. La successiva deviazione del Giordano, a nord del Lago Tiberiade, per convogliare le acque in Israele, ha lasciato solo il 10% delle sue acque a valle del lago, influendo sulle terre agricole e sulla ricarica del Mar Morto che fra 40 anni potrebbe prosciugarsi, in quanto l’alta evapotraspirazione non sarà più compensata dall’apporto di acque del Giordano. Dal 1967, la quota di terreni che gli agricoltori palestinesi sono in grado di irrigare è scesa dal 27% a circa il 5%. La distribuzione delle risorse idriche, superficiali e sotterranee, che interessano bacini comuni tra i Paesi è fortemente sbilanciata. Solo il 10-15% delle risorse è destinato alla popolazione palestinese, pari a metà di quella israeliana. I coloni israeliani che vivono in Cisgiordania consumano circa 620 l al giorno pro capite contro i 70 dei palestinesi.

Africa

Bacino idrografico del Nilo (Paesi interessati: Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sudan, Tanzania e Uganda). In tale bacino, che mette in contatto il 97% della popolazione egiziana e gli abitanti di Etiopia e Uganda, vivono 150 milioni di persone. Nel 1929 gli accordi tra Egitto e Regno Unito stabilirono che ogni Paese che avesse voluto utilizzare le acque del Nilo avrebbe dovuto preventivamente chiedere l’autorizzazione all’Egitto; nel 1959 un ulteriore accordo fu firmato tra Egitto e Sudan. Il 14 maggio 2010 Etiopia, Kenya, Uganda, Ruanda e Tanzania hanno siglato un’intesa ‘separata’ per la spartizione delle acque del fiume, senza il consenso di Egitto e Sudan, che da parte loro rivendicano diritti storici sulle acque del Nilo. La posizione dell’Egitto, inizialmente di rifiuto netto dell’intesa, da alcune fonti è sembrata in un secondo momento più possibilista nei confronti di una nuova negoziazione dell’accordo. Nel 2050 si prevede che la popolazione nell’area raggiungerà i 340 milioni, comportando un aumento della domanda di approvvigionamento dal bacino del Nilo, in particolare da parte dell’Etiopia, dal cui territorio proviene l’85% delle risorse del Nilo e che è al contempo uno dei Paesi più poveri al mondo e con minor accesso all’acqua (UNDP 2006).

   Bacino idrografico del Lago Ciad (Paesi interessati: Ciad, Camerun, Niger, Nigeria, Sudan, Algeria, Repubblica Centrafricana, Libia). Il lago ha oggi 1/10 della superficie di 40 anni fa. Oltre a un calo della piovosità e lunghi periodi di siccità, la causa è da ricercarsi anche nel fattore umano. Tra il 1983 e il 1994 la domanda di acqua per irrigazione quadruplicò senza un’appropriata gestione. La diga di Hadejia in Nigeria ha danneggiato le attività ittiche a valle, come altri sbarramenti in Niger, Nigeria e Camerun hanno diminuito l’afflusso delle acque nel lago.

   Bacino idrografico dell’Okavango (Paesi interessati: Namibia, Angola, Botswana e Zimbabwe). Il vasto delta del fiume, nel Botswana settentrionale, attraversa una delle zone più ricche di flora e fauna del mondo, il Kalahari. Nel 1996 la Namibia deviò le sue acque per approvvigionare la capitale Windhoek. Angola e Botswana obiettarono a questa decisione unilaterale, dal momento che avrebbe danneggiato l’ecosistema del fiume e, insieme alla Repubblica Sudafricana, si formò una commissione per risolvere la disputa, che è tuttora aperta.

   Anche nelle regioni a più alto reddito, la gestione dei bacini transfrontalieri rappresenta motivo di continui dibattiti e accordi. Nell’America Settentrionale, Colorado, Arizona e Nevada per anni sono stati contrapposti alla California per i suoi eccessivi prelievi dal Lago Owen e dal fiume Colorado, coinvolgendo anche il Messico (che ora non riceve più acqua dalle precedenti risorse) e alimentando continui motivi di tensione tra i due Paesi. In Europa si ricorda la forte industrializzazione che ha pesantemente sfruttato le acque del bacino idrografico del Dnepr (Ucraina, Bielorussia, Russia), riducendo a 1/5 le acque che oggi raggiungono il mare. Nell’Unione Europea, la protezione degli ecosistemi acquatici viene regolata attraverso la gestione dell’acqua a scala di bacino, sulla base della direttiva comunitaria n. 60 del 23 ottobre 2000, nota anche come Water framework directive. La dimensione sovrannazionale dei grandi bacini fluviali europei impone agli Stati membri di avere una strategia comune sull’approccio combinato per il controllo dell’inquinamento.

Nuova fonte di guadagno?

Negli ultimi anni una nuova causa di tensione per il controllo dell’acqua è rappresentata dal passaggio della gestione delle risorse idriche da parte di autorità pubbliche a società private multinazionali: nel 1980 soltanto 12 milioni di persone erano fornite da imprese private, nel 2000 si era già arrivati a 300 milioni e si prevede che tale cifra crescerà fino a 1,6 miliardi entro il 2025. Tale processo di privatizzazione è favorito da due fattori: da un lato, gli alti costi di investimento e le ridotte capacità finanziarie delle istituzioni per far fronte alla sempre più alta richiesta di acqua, dall’altro, il crescente interesse di società private verso i profitti derivanti dalla vendita di acqua e servizi associati (Clarke, Barlow 2003). La World bank valuta il potenziale mercato dell’acqua intorno ai 1000 miliardi di dollari l’anno. Secondo gli analisti economici l’industria idrica, le cui entrate già oggi sono pari al 40% di quella petrolifera, è destinata a diventare un settore produttivo di grande rilievo.

   Lo slancio verso la privatizzazione nasce con la dominante filosofia del Washington consensus, una dottrina economica suggerita dalla Trilateral commission, costituita nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller, che liberalizza commerci e investimenti senza alcun impedimento da parte dei governi, consegnando al settore privato la responsabilità di programmi sociali e di gestione dei servizi. La stessa World trade organization (WTO) e altre grandi agenzie come la North Amer;ican free trade agreement (NAFTA) e il General agreement on tariffs and trade (GATT) considerano l’acqua come un bene merceologico che segue le stesse regole di mercato, per es., del petrolio e del gas. Ciò significa che se un governo volesse vietare l’esportazione di acqua oppure la concessione dei servizi idrici a una compagnia straniera verrebbe accusato di violazione degli accordi sul libero scambio.

   A capo della cordata di privatizzazioni si inseriscono grandi multinazionali europee (Vivendi, Suez e RWE), determinate, nel lungo periodo, a gestire i sistemi idrici dei Paesi a basso reddito e a risolvere la crisi idrica mondiale. Tuttavia, i fallimenti avvenuti a Buenos Aires, Johannesburg, Nuova Delhi, Manila e Cochabamba hanno fatto cambiare loro obiettivo (Clarke, Barlow 2003), spostando l’interesse verso America Settentrionale ed Europa. L’85% dei servizi idrici negli Stati Uniti è ancora in mano pubblica, ma entro il 2015 le tre grandi multinazionali, acquisendo le maggiori agenzie statunitensi del settore, potranno gestirne il 70%. In Europa diversi Paesi hanno escluso però la possibilità di privatizzazione dei servizi idrici, tra questi Belgio, Paesi Bassi e Portogallo; anche la Svizzera ha tra le norme federali l’esclusiva per la gestione pubblica dell’acqua.

   La reazione verso la privatizzazione dell’acqua, da parte principalmente delle popolazioni più povere, ha portato a conflitti anche violenti, come nel caso di Cochabamba in Bolivia. La terza città del Paese andino è passata sotto la gestione di una compagnia privata che ha innalzato le tariffe tanto da rappresentare per alcuni utenti fino a un quarto del reddito. Dopo un duro e prolungato scontro (culminato nell’aprile 2000), che ha visto 30.000 cittadini manifestare nelle piazze, il conflitto si è risolto con il ritorno della gestione dell’acqua in mani pubbliche (Postel, Wolf 2001).

   Contro la privatizzazione dell’acqua si è diffuso un movimento internazionale, fondato su tre principi: la conservazione delle risorse idriche; l’acqua come diritto umano; la democrazia dell’acqua. Oggetto di maggiore contestazione da parte del movimento è il fatto che il fragile equilibrio tra domanda e sfruttamento delle risorse, accompagnato dalla distribuzione ineguale e da condizionamenti ambientali, non può essere lasciato alla gestione delle multinazionali, spinte da interessi economici.

   Le società private non hanno alcun vantaggio ad applicare politiche di sostenibilità a lungo termine e puntano alla maggior crescita dei consumi nell’immediato, non favorendo un’educazione al risparmio. Il contenimento dei costi di gestione avviene spesso a spese dell’ambiente, con il mancato rispetto della normativa in materia di scarichi, depuratori, bonifiche.

   Allo stesso modo, le privatizzazioni tendono per lo più a trascurare le esigenze sociali, ad anteporre, nelle forniture, le aree residenziali abitate dai ceti abbienti piuttosto che quelle più popolari o degradate, e inoltre comportano sempre un rischio di rincaro delle tariffe: ciò acuisce i problemi di accesso, soprattutto nei Paesi a più basso reddito. Il Manifesto mondiale dell’acqua, che fu redatto a Lisbona nel settembre 1998 da un Comitato internazionale per il contratto mondiale sull’acqua, presieduto da Mario Soares e coordinato da Riccardo Petrella, è il documento finale di una serie di incontri a livello mondiale tenutisi per studiare, approfondire e diffondere il tema dell’acqua, che dev’essere riconosciuta dal punto di vista legislativo come un bene comune pubblico e non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo.

   Per rispondere alle cattive gestioni pubbliche che hanno caratterizzato molti sistemi idrici di questi ultimi anni, la gestione dell’acqua va messa nuovamente in mano ai cittadini e alle comunità locali, che possono essere garanti della sua conservazione, per trasmetterla alle generazioni future e per farla rimanere alla Terra e a tutte le specie, cui in realtà appartiene, seguendo una frase di Vandana Shiva «la soluzione alle disuguaglianze è la democrazia. La soluzione alla crisi dell’acqua è la democrazia ecologica» (2002; trad. it. 2003, p. 32).

Ridurre la pressione idrica

Per far fronte all’aumento del numero di Paesi che si troveranno in situazione di stress o scarsità idrica e per limitare potenziali motivi di conflitto per la gestione delle risorse idriche, nel 21° sec. si dovranno concentrare gli sforzi atti a migliorare la produttività dell’uso dell’acqua in tutti i suoi settori (agricolo, industriale e domestico), ottimizzando il rapporto tra domanda e prelievo.

   In questo modo non solo si proteggeranno le risorse disponibili, ma si potranno salvaguardare quelle economiche per destinarle all’esigenza delle popolazioni che ancora non hanno accesso all’acqua. Questo obiettivo rappresenterà un primo momento di verifica degli impegni della comunità internazionale verso gli investimenti promessi per una politica di lotta alla povertà, di servizi per i più poveri e per una protezione dell’ambiente in conformità al Protocollo di Kyoto.

   Se fino alla metà degli anni Novanta la spinta dei governi e degli aiuti internazionali era proiettata a finanziare infrastrutture dimensionate più sulle risorse estraibili, una revisione strategica, portata avanti in quegli anni dalla World bank, ha spostato l’indirizzo sulla fornitura di servizi adeguati e rispettosi di pratiche ambientali. Si presta oggi più attenzione alla gestione sostenibile delle risorse in termini di capacità dei beneficiari di farsi carico della loro manutenzione e operatività, di relazione con l’ambiente circostante e di tecnologie appropriate alle condizioni in cui si opera, coinvolgendo nella scelta gli stessi beneficiari.

   La risposta per l’ottimizzazione dell’uso delle risorse idriche è nella gestione integrata dell’acqua (dall’estrazione al recupero), che rappresenta una metodologia per prendere decisioni e tramutarle in azioni, considerando aspetti diversi del processo produttivo.

   I passi per realizzare una gestione integrata prevedono la pianificazione del bacino idrografico, l’organizzazione di gruppi di lavoro, l’identificazione dei finanziamenti, la verifica dell’impatto ambientale dalle sorgenti alle piane di inondazione, lo sviluppo di leggi e regolamenti, e il coinvolgimento di tutti gli attori interessati, dalle istituzioni agli utilizzatori finali.

   La maggioranza dell’acqua ritorna nel ciclo idrogeologico, sotto forma di vapore acqueo, infiltrata nel sottosuolo e convogliata nell’acqua marina. Il mantenimento della qualità di queste acque è fondamentale per non sbilanciare continuamente il rapporto tra risorse rinnovabili e domanda mondiale.

   Quindi l’impegno in tutti i settori di utilizzo è di non pensare solo all’acqua nel momento dell’estrazione, ma di incidere maggiormente nella gestione, nel trattamento e nel recupero.

   Se nel mondo si utilizzassero il 60% delle acque che spreca l’agricoltura, il 50% perso nelle reti di distribuzioni vecchie o mal gestite – le stime delle perdite degli acquedotti in Italia sono del 40,1% (Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche 2005) – e il 20% delle acque usate nell’industria, in base ai dati di prelievo del 2004 del Pacific institute (2007), si potrebbero recuperare 1805 km3 di acqua all’anno, pari al 48,6% dei prelievi e a 278 m3 all’anno pro capite. Si stima che ogni euro non speso per la manutenzione comporti 3-4 euro da spendere poi per riparazioni.

   Il grande spreco di acqua in agricoltura può essere combattuto con sistemi di irrigazione a basso consumo, come quelli a goccia che portano acqua direttamente alle radici evitando l’azione di evapotraspirazione e dispersione superficiale. Questa pratica deve essere diffusa principalmente nei Paesi a basso reddito dove l’agricoltura rappresenta l’80-90% dei consumi idrici. Città come Los Angeles e Pechino, che soffrono di carenza idrica, hanno investito nelle aree agricole circostanti in forme di minore consumo e recupero delle acque, ottenendo maggiore quantità di acqua per la popolazione urbana e mantenendo i livelli di produttività dei campi. Laddove il minore consumo di acqua per l’agricoltura e la maggiore produttività dei raccolti aumentano, si possono limitare le costruzioni di grandi dighe o di sistemi di sbarramento, evitando l’insorgere di conflitti e di cambiamenti all’ecosistema.

   La gestione integrata delle risorse idriche prevede forme complementari di raccolta, come quella dell’acqua piovana, combinate a sistemi di pompaggio solari o eolici, diversificazione dell’uso delle acque potabili da quelle per uso domestico, recupero delle acque provenienti da impianti di trattamento, campagne di divulgazione sul corretto uso dell’acqua, inclusi il risparmio e il suo smaltimento, coinvolgimento degli utilizzatori sulla definizione delle tariffe, sull’uso di servizi privati e sugli investimenti.

   L’economista Marianne Fay, nel suo lavoro del 2001, Financing the future: infrastructure needs in Latin America 2000-2005 (World bank, policy research working paper, 2545), stima che le perdite annuali dovute a un’inadeguata politica dei prezzi e dei sussidi e a connessioni illegali ammontavano a 18 miliardi di dollari e quelle derivate dalle perdite nelle tubazioni a 4 miliardi, cifre che potevano rappresentare l’accesso all’acqua potabile per 147 milioni di persone.

   Per centrare l’obiettivo del Millennium summit occorrerebbero 60 miliardi di euro entro il 2015; tale calcolo però non prende in considerazione la crescita demografica e la riabilitazione/ricostruzione di impianti obsoleti fino a quella data. Il trend tra il 1997 e il 2004 degli aiuti internazionali per lo sviluppo delle risorse idriche e dell’igiene ambientale (Global humanitarian assistance 2006, 2006) stagnava intorno a 3,3 miliardi di dollari, con un’impennata a 4,5 miliardi di dollari nel 2004, corrispondenti a 3,6 miliardi di euro.

   La scarsità di risorse in gioco per raggiungere gli obiettivi del Millennium deve essere superata da uno sforzo congiunto sia dei Paesi più ricchi, nel mettere a disposizione più risorse, sia di quelli più poveri a dedicare maggiore percentuale del proprio prodotto interno lordo (PIL) al settore idrico. Molti Paesi a basso reddito hanno infatti destinato bassissime percentuali del proprio PIL a spese per acqua e igiene ambientale, soprattutto a confronto delle spesi militari, come nel caso dell’Etiopia che, nel 2000, dedicava lo 0,6% del PIL a investimenti nel settore idrico contro il 9,6% per spese militari, o del Pakistan, in cui nel 2003 solo lo 0,2% del PIL era indirizzato a investimenti per l’acqua contro il 3,8% destinato agli armamenti.

   Per proteggere le acque sotterranee potrebbe venire applicata un’attenta diversificazione delle tariffe a seconda dell’uso, in modo da incoraggiare il risparmio invece dello spreco. Per combattere il degrado ambientale e il sovrasfruttamento di fiumi e laghi, la World commission on dams (2000) suggeriva un processo aperto, decisionale, su futuri interventi, coinvolgendo tutti gli interessati e valutando attentamente costi e benefici di tali investimenti, incluse compensazioni per le popolazioni coinvolte negativamente. In caso di bacini transfrontalieri, essa auspicava collaborazione e cooperazione regionale, che potrebbero rappresentare una forte spinta a risolvere controversie che ormai si trascinano da decenni.

   La strategia dovrà oltrepassare gli interessi unilaterali dei singoli Paesi e favorire un’azione congiunta, mettendo al centro del dibattito lo sviluppo umano nel suo complesso. La collaborazione delle istituzioni nazionali è fondamentale per mantenere i trattati già in atto, come quello relativo al bacino dell’Indo che fu firmato nel 1960 ed è ancora attivo nonostante sia passato attraverso due guerre tra India e Pakistan.

   Nei Paesi sviluppati per far fronte alla relazione tra governo della domanda e sviluppo dell’offerta bisogna trovare al più presto un giusto equilibrio tra sviluppi di nuove fonti e misure di risparmio dei consumi, sostenendo un approccio integrato del ciclo dell’acqua con investimenti mirati alla ricarica degli acquiferi, al trattamento e recupero delle acque reflue, alla riduzione della salinità e alla raccolta di acque piovane.

   La gestione dell’acqua è stata per secoli proiettata a fornire il maggior numero di risorse alla gente, all’industria e all’agricoltura, migliorando le tecnologie che assoggettassero la natura ai nostri bisogni. Questo successo non ha però creato un mondo sicuro dal punto di vista idrico. «I popoli antichi e quelli che oggigiorno vivono più vicini alle forze della Natura – ricordano Barlow e Clarke – sapevano che distruggere l’acqua equivaleva a distruggere sé stessi. Solo le moderne culture avanzate, spinte dalla logica dell’acquisto e convinte della propria supremazia sulla Natura, hanno mancato di onorare l’acqua» (2002; trad. it. 2004, p. 16). (Giorgio Cancelliere, da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

…………………………………..

COME LE POTENZE STRANIERE STANNO CONQUISTANDO L’AFRICA

di Edoardo Casalino, da https://www.orizzontipolitici.it/, 8/4/2020

   Nei prossimi vent’anni l’Africa è destinata ad essere protagonista assoluta nello scenario geopolitico mondiale. La richiesta di tecnologie, infrastrutture e servizi trainerà la crescita economica che, secondo molte delle aziende residenti nel continente intervistate nel libro “Africa’s business revolution”, sarà tra le più veloci. Il riscatto africano sembra vicino.

   Una ricerca della società di consulenza McKinsey Global ha evidenziato che le aziende africane hanno infinite opportunità di sviluppo e di guadagni nel futuro. Oltre alle prospettive di crescita economica c’è anche un altro fattore importante: la crescita demografica. Entro il 2050 la popolazione africana raddoppierà raggiungendo i due miliardi e mezzo di persone, pari al 25% della popolazione mondiale. Inoltre, dopo decenni di dittatori dispotici, sembra che stia emergendo una nuova classe dirigente più liberale e aperta agli investimenti esteri. Per queste ragioni il “continente nero” ha visto un interesse crescente da parte di alcuni attori internazionali. Come stanno conquistando l’Africa le potenze straniere?

LA PRESENZA DELLA CINA

I primi rapporti commerciali fra la Cina e l’Africa risalgono a più di 3000 anni fa, come dimostrano i resti di ceramica scoperti in varie regioni, ad esempio nel Sahel. I legami dell’era moderna risalgono alla fine degli anni ’50, quando sotto la guida di Mao Zedong la Cina ha iniziato ad interessarsi fortemente all’Africa. Le ragioni erano soprattutto di natura politica, infatti la Repubblica Popolare ha riconosciuto ufficialmente molti nuovi Paesi indipendenti africani. I cinesi immigrati in Africa lavoravano nei settori dell’agricoltura, delle tecnologie e delle infrastrutture.

   Il ruolo principale della Cina in Africa è sempre stato quello della partecipazione agli investimenti in infrastrutture mediante la concessione di finanziamenti ai singoli Stati. La Cina ha finanziato la costruzione di strade, ponti, ferrovie, impianti solari e condotti petroliferi. Risale al 1976 la costruzione della ferrovia Tazara fra Tanzania e Zambia. Si tratta della prima opera completata dalla Cina, alla quale parteciparono ventimila operai immigrati.

   L’elemento distintivo del gigante asiatico è il finanziamento diretto di opere pubbliche da parte dello Stato, di gran lunga maggiore rispetto a quello di imprese cinesi private. I progetti finanziati dalla Cina hanno consentito all’Africa di costruire e migliorare le proprie infrastrutture, mentre attraverso gli investimenti ed i prestiti cinesi il continente ha potuto sfruttare maggiormente il suo potenziale di crescita economica.

Anche il commercio ha visto una crescita esponenziale. Il valore complessivo degli scambi tra la Cina e la totalità degli Stati africani è passato da 10 miliardi di dollari nel 2000 a 204,2 miliardi di dollari nel 2018. Oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Africa.

LE CRITICHE AGLI INTERVENTI DELLA CINA

La crescente presenza della Cina in Africa ha allarmato molte istituzioni internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale (Bm) temono che molti Stati africani possano vedere aumentare fortemente il proprio debito pubblico a causa dei prestiti cinesi. Il debito complessivo del continente è raddoppiato negli ultimi cinque anni e la Cina ne detiene il 14%.

   La Repubblica del Congo è stato il primo Paese che ha riscontrato delle difficoltà legate all’esplosione del proprio debito pubblico. Il Fmi ha spinto il Paese ad una ristrutturazione di parte del suo debito con la Cina. Anche il Gibuti e lo Zambia potrebbero presto trovarsi in difficoltà. Se il Kenya non riuscirà a saldare un debito di circa 3 miliardi di dollari, la Exim Bank of China otterrà il controllo di un’importante linea ferroviaria. Molti parlano di “neocolonialismo cinese“. Secondo i sostenitori di questa tesi la Cina cerca solamente di perseguire i propri interessi economici e politici senza puntare realmente allo sviluppo della società africana. Questo sentimento si sta diffondendo anche fra i cittadini africani. Non sono mancati atti di intolleranza verso gli immigrati cinesi.

IL NUOVO APPROCCIO

Il “Forum di Pechino per la cooperazione Cina-Africa” del 2018 ha sancito le priorità della Cina in Africa per i prossimi anni. A differenza del passato, quando la Cina triplicava ogni anno i suoi investimenti, l’impegno economico del Paese nel continente pari a 60 miliardi di dollari rimarrà costante. L’impegno rimane forte, ma più cauto.
Rispetto all’approccio tradizionale delle “risorse per infrastrutture” la Cina si sta muovendo in un’altra direzione. La nuova strategia è basata su investimenti di capitale effettuati con il coinvolgimento di diversi investitori. Allo stesso tempo all’Africa serviranno molti progressi (soprattutto nel campo della governance) e processi decisionali più trasparenti per diversificare le sue relazioni commerciali con la Cina ed attirare più investimenti.
Pechino sta dimostrando un maggior interesse nell’identificare il proprio contributo come finanziamento dello sviluppo, piuttosto che come aiuto allo sviluppo solidale di stampo tipicamente occidentale caratterizzato dall’assistenzialismo. In passato la Cina prometteva di garantire risultati certi. Oggi si appresta ad offrire all’Africa l’opportunità di accelerare lo sviluppo economico basandosi sulle infrastrutture costruite dai cinesi, l’utilizzo delle tecnologie e della manodopera fornite, e le opportunità di mercato create dalla Cina per accrescere la competizione.

LA STRATEGIA DELLA RUSSIA

La Siria e più in generale il Medio Oriente non è l’unico terreno sul quale la Russia cerca di accrescere la propria influenza. Vladimir Putin si sta infatti concentrando anche sul fronte africano. L’obiettivo è quello di ricostruire i legami con l’Africa andati perduti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (Urss). La Russia sta cercando sempre di più nuovi alleati e nuovi mercati dopo la crisi con l’Occidente provocata dall’annessione della Crimea.

   Durante la Guerra Fredda, Mosca ha giocato un ruolo di primo piano in Africa in diversi campi. L’Urss appoggiò molti Stati africani durante le guerre di decolonizzazione, in particolar modo il Sudafrica di Nelson Mandela. La situazione cambiò radicalmente dopo la caduta del Muro di Berlino. Gli stravolgimenti politici e la crisi economica che ne susseguirono modificarono anche le relazioni internazionali. Molte ambasciate sovietiche furono chiuse e molti progetti di supporto all’Africa cancellati.

   Oggi sembra che la Russia abbia nuovamente bisogno dell’Africa. Per Mosca l’Africa è da tenere in considerazione in quanto rappresenta un blocco di voti significativo nelle Nazioni Unite (Onu) e la sua crescente importanza è fondamentale per la promozione del multipolarismo tanto caro al Cremlino. Allo stesso tempo molti Paesi africani vedono nella Russia una fonte importante di tecnologie di alto livello, soprattutto nel campo della difesa. La Russia assiste molti Stati africani nel rafforzare la loro sicurezza. Negli ultimi anni più di 2500 persone (fonte: tass.com) appartenenti al personale di servizio di parecchi Stati africani hanno completato gli studi presso le Istituzioni educative militari del Ministero della Difesa russo. Mosca è attivamente presente militarmente con operazioni di peace-keeping, ad esempio nella Repubblica Centrafricana, condotte da società militari private. La Russia è anche il principale fornitore di armi del continente.

   La difesa non è la sola area di interesse in Africa. Gli investimenti nell’istruzione e nella formazione sono un altro aspetto caratterizzante dell’approccio russo verso l’Africa. La presenza di oltre diecimila africani che studiano in Russia, per i quali il Governo russo finanzia metà dell’istruzione, testimonia questo aspetto.

Ad ottobre del 2019 si è svolto a Sochi il primo summit della storia Russia-Africa con lo slogan “Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo“. La Russia si è impegnata a raddoppiare il commercio con i Paesi africani nel corso dei prossimi cinque anni e si stima che siano stati siglati una cinquantina di nuovi accordi commerciali.
Putin ha dichiarato pubblicamente che “Non parteciperemo ad una nuova ripartizione della ricchezza del continente; invece siamo pronti ad impegnarci nella competizione per la cooperazione con l’Africa, a condizione che questa sia civile e si sviluppi in conformità con la legge”.

LE DIVERSITÀ FRA RUSSIA E CINA

Sia la Cina sia la Russia sono tornate ad interessarsi all’Africa nel ventunesimo secolo per ragioni politiche ed economiche, entrambe difendendo il principio di non interferenza negli affari interni dei vari Paesi.
Tuttavia non mancano le diversità fra i loro approcci. Mentre il ruolo della Cina è puramente economico, la Russia si è concentrata sulla cooperazione militare, politica ed umanitaria. Inoltre Mosca cerca di vendere la tecnologia nucleare agli Stati africani ed ha accordi riguardanti il petrolio ed il gas con alcuni Paesi. Un’altra differenza riguarda l’orizzonte temporale di intervento. La Cina ha implementato un sistema di soft power costituito dalla presenza dei media, istruzione ed assistenza sanitaria, scambi culturali. Tutto ciò è un esempio dell’impegno nel lungo termine. La Russia, invece, sembra che non abbia né l’intenzione né la capacità di investire in Africa per molto tempo.

   Anche l’approccio economico è diverso. La Russia preferisce concentrarsi sui mercati più redditizi di nicchia come le armi, i minerali ed i combustibili fossili. In questo modo può spendere minori quantità di denaro focalizzandosi su obiettivi specifici. La Cina, invece, ha impiegato maggiori risorse ed è presente in tutti i settori, fra cui infrastrutture ed agricoltura. Per questo è più soggetta a rischi e fallimenti.

   Entrambe le potenze sono impegnate nel settore della sicurezza in Africa, ma con logiche diverse. Per la Cina il coinvolgimento nel settore è stato necessario al fine  di proteggere le rotte commerciali, gli investimenti ed i suoi cittadini. La Russia è stata fin da subito impegnata nell’assistenza militare ai governi, avvalendosi della sua forza di produttore ed esportatore di armi per garantirsi l’accesso ai mercati ed i diritti di estrazione dei minerali. Questa strategia  è stata adottata dal Cremlino prima in Algeria e poi anche nell’Africa australe.

L’UNIONE EUROPEA

Le relazioni fra l’Unione europea (Ue) e l’Africa risalgono agli inizi degli anni Duemila con il primo summit “Africa-Ue” al Cairo. Nel corso degli anni hanno lavorato insieme su molte questioni ed avviato dialoghi politici. L’obiettivo del partenariato è quello di avvicinare l’Africa all’Europa attraverso la cooperazione e lo sviluppo sostenibile.
L’Ue ha fornito ai Paesi nordafricani i benefici dello strumento finanziario Enpi, che viene concesso a tutti i Paesi appartenenti alla Politica europea di vicinato (Pev).

   Entrambi i continenti hanno interessi comuni e lavorano insieme su operazioni di peace-keeping, pandemie globali e cambiamenti climatici. La Commissione europea ha recentemente cercato di introdurre un commissario per l’Africa, ma l’idea è stata poi abbandonata. Esiste anche la strategia comune Africa-Ue (Jaes) che cerca di promuovere, fra l’altro, la pace, la sicurezza, la democrazia e l’uguaglianza di genere.
L’approccio adottato dall’Unione europea è quindi basato su un partenariato con obiettivi comuni di potenziamento delle capacità e della stabilità del continente africano. Mentre i vari Stati membri dell’Ue hanno interessi in Africa talvolta divergenti, come quelli dell’Italia e della Francia in Libia, l’Ue lavora sulla base di uguaglianza ed interessi reciproci.

DIFFERENZE RISPETTO A CINA E RUSSIA

L’Unione europea si sforza di costruire una partnership fra i due continenti basata su relazioni egualitarie, mentre la Cina e la Russia sono mosse da interessi economici e geopolitici. Inoltre le due superpotenze possono trarre beneficio dal fatto che, a differenza di molti Stati europei, non hanno un passato coloniale in Africa. Gli approcci si differenziano anche perché sia la Cina sia la Russia dichiarano di agire sotto un principio di non interferenza. Al di là delle perplessità suscitate sulla corrispondenza tra le dichiarazioni pubbliche e le reali intenzioni di Russia e Cina, va osservato come la non interferenza non richieda condizioni di sviluppo democratico e diritti umani, come è al contrario viene richiesto dall’Ue.

LA STRATEGIA PER L’AFRICA DELLA COMMISSIONE

Per cercare di rispondere alla sempre maggior presenza di Cina e Russia in Africa, la Commissione europea ha recentemente presentato la nuova “Strategia per l’Africa“. La strategia si basa su cinque pilastri: transizione verde e accesso all’energia; trasformazione digitale, crescita sostenibile e lavoro; pace, sicurezza e governance; migrazione e mobilità. Accanto a questi, il documento prevede dieci azioni attorno a cui rinnovare la partnership euro-africana, unendo le priorità comuni ai due continenti.

GLI STATI UNITI: I GRANDI ASSENTI

Durante i primi anni della presidenza di Trump gli Stati Uniti non si sono interessati all’Africa. L’attenzione era focalizzata su altre aree, come la Corea del Nord ed il Medio Oriente. Dopo due anni di immobilismo, nel 2018 è stato lanciato il piano “Prosper Africa“. Gli Usa si sono impegnati a sostenere la crescita della classe media e a migliorare le condizioni delle attività imprenditoriali. Tuttavia l’Africa continua a non essere un luogo di importanza strategica per l’attuale amministrazione. Le recenti attenzioni sono motivate solo dal tentativo di contenere il crescente potere di Cina e Russia.

   Resta da vedere se la nuova strategia dell’Ue sarà in grado di bilanciare i rapporti di forza che oggi vedono Cina e Russia in posizione di vantaggio. Bisognerà inoltre capire quale sarà l’approccio più vantaggioso per le potenze straniere e ancora più importante quale darà maggiori benefici agli Stati africani. (Edoardo Casalino, da https://www.orizzontipolitici.it/, 8/4/2020)

………………………

Per saperne di più (da Geograficamente):

https://geograficamente.wordpress.com/2015/03/14/allarme-acqua-loro-blu-che-manca-e-con-un-consumo-pro-capite-sempre-piu-alto-diretto-e-indiretto-soluzioni-possibili-alle-risorse-idriche-limitate-e-al-superamento-di-ogni-confli/

…..

https://geograficamente.wordpress.com/2018/04/19/la-grande-sete-possibile-in-aumento-nel-pianeta-uso-e-consumo-dacqua-da-rivedere-e-per-le-aree-di-crisi-lafrica-in-primis-e-possibile-investire-sui-dissalatori/

…..

https://geograficamente.wordpress.com/2009/03/22/africa-continente-dimenticato-e-con-molte-sofferenze-ma-che-vive-la-sua-modernita-con-alcune-speranze/

……

https://geograficamente.wordpress.com/2020/02/22/corno-dafrica-linvasione-delle-locuste-cavallette-mette-a-rischio-milioni-di-persone-in-kenya-etiopia-somalia-sudan-eritrea-e-si-estende-al-sud-sudan-alla-tanzania/ 

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