L’AFRICA CE LA FARÀ A USCIRE DALLE GUERRE CIVILI? Dallo sfruttamento di paesi esterni e lobby locali? E procedere in una via di pace e sviluppo? E’ la questione dominante per individuare veri servizi di cittadinanza (sanità, scuola…) e di limitazione consapevole demografica superando le megalopoli-bidonville

SILENCING THE GUNS IN AFRICA BY 2020 – African Union’s 2020 campaign to achieve peace and end conflict, extremism, crime – (da https://www.un.org/africarenewal/magazine/ ) – “(…) SILENCING THE GUNS iniziativa adottata dall’UNIONE AFRICANA nel 2013, guardava al 2020 come orizzonte temporale per realizzare IL PROGETTO DI UN’AFRICA LIBERA DA CONFLITTI VIOLENTI. All’iniziativa è stato dato nuovo slancio nel 2020: l’obiettivo di “SILENZIARE LE ARMI” in Africa, intervenendo all’origine delle cause di conflitto, resta forse troppo ambizioso, ma senza dubbio necessario a sostenere le prospettive di sviluppo del continente sul lungo periodo.(…) (Camillo Casola, 28/4/2020, da ISPI, https://www.ispionline.it/)

   Segnali di (possibile) concreta distensione stanno avvenendo nel finora disastrato panorama geopolitico africano, dove armi, guerra, violenze su minoranze religiose e popolazione debole sono materia di accadimento da tanti anni. Nell’indifferenza nostra, del mondo.

Il primo ministro del Sudan ABDALLA HAMDOK (nella foto) ha dedicato l’accordo di pace raggiunto nel Paese dopo 17 anni di guerra civile, alle migliaia di bambini nati nei campi profughi, da genitori costretti a lasciare le loro case e che “desiderano giustizia, sviluppo e sicurezza”

   Il recente episodio di distensione avvenuto in SUDAN in 31 agosto scorso, dove il governo attuale e il Fronte Rivoluzionario del Sudan hanno firmato un accordo di pace dopo diciassette anni di guerra civile, è cosa molto importante; anche come esempio, come trend possibile ed auspicabile. Gli accordi di pace in Sudan aprono infatti un processo di riconciliazione dopo quasi due decenni di guerra civile, cosa che assomiglia molto ad altri contesti africani.

SUDAN – Il governo e i gruppi ribelli degli stati sudanesi del DARFUR OCCIDENTALE, del KORDOFAN MERIDIONALE e del NILO AZZURRO si sono accordati per mettere fine a 17 anni di guerra civile (nella mappa: il SUDAN, Divisioni amministrative dopo l’indipendenza del Sudan del Sud nel 2011, da Wikipedia)

   Perché quasi sempre le guerre africane sono guerre civili, “interne”. Poche volte, nel periodo post-coloniale africano (possiamo dire dal 1960 in avanti) ci sono state guerre tra stati: anche per merito di quello che può essere considerato l’Onu africano, l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), che pare abbia funzionato nel redimere le contese fra stati. La guerre africane, catastrofiche per milioni di popolazione, devastanti, si sono basate, e si basano, su conflitti tra governi in carica e gruppi locali di opposizione (a volte “hanno ragione” i contestatori, a volte il governo, ogni situazione geopolitica è a sè…). In ogni caso la violenza l’hanno subìta e la subiscono le popolazioni civili, i più deboli. Emerge ad esempio in questi anni un terrorismo diffuso contro le minoranze religiose; ma non solo questo.

“(…) Per il secondo anno consecutivo troviamo il CAMERUN in cima alla lista nel report 2020 del NORWEGIAN REFUGEE COUNCIL (NRC) che ogni anno pubblica l’elenco delle dieci crisi maggiormente dimenticate. Tre emergenze separate hanno colpito il CAMERUN nel 2019: UN’ESACERBAZIONE DEGLI ATTACCHI DI BOKO HARAM NEL NORD, un CONFLITTO VIOLENTO NELL’AREA OVEST DI LINGUA INGLESE, e la CRISI DEI RIFUGIATI NELLA PARTE ORIENTALE DEL PAESE. (…) Alla fine del 2019, quasi mezzo milione di persone erano state costrette a fuggire, con la violenza che ha aumentato i livelli di fame, spazzato via i mezzi di sussistenza e distrutto le infrastrutture. Anche le complesse tensioni nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali di lingua inglese si sono aggravate accrescendo nel 2019 lo stato di emergenza umanitaria. Intrappolati nel fuoco incrociato tra forze governative e gruppi armati, oltre 3.000 le persone uccise nelle violenze dall’inizio della crisi nel 2016, e quasi 700.000 persone sfollate all’interno del paese, mentre altre 52.000 sono fuggite nella vicina Nigeria per motivi di sicurezza.
«Nonostante il Camerun stia faticando a rispondere a tre crisi separate, raramente ha fatto notizia, guadagnando poca attenzione da parte dei media internazionali – si legge nel report – il Camerun è stato anche uno degli appelli umanitari internazionali a più basso finanziamento al mondo, con donatori che mostrano scarso interesse ad aiutare questa nazione africana in difficoltà. (….)” (Anna Toro, da VITA http://www.vita.it/, 10/6/2020) (foto da https://www.nrc.no/countries/africa/south-sudan/)

   Nell’esperienza del Sudan, che qui di seguito in questo post rappresentiamo, la pacificazione tra governo e gruppi di opposizione in alcune regioni del Sudan, appare come qualcosa di credibile, che avrà un seguito positivo. C’è il ritorno in patria dei milioni di sfollati a causa della guerra, la concessione di un’autonomia amministrativa agli stati del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro (dove c’era lo scontro); addirittura l’integrazione delle forze militari degli ex ribelli all’interno dell’esercito sudanese; e anche un riconoscimento di condivisione delle terre tradizionalmente utilizzate dalle comunità tribali. Un esempio da seguire (come pure è stata la pacificazione tra Etiopia ed Eritrea).

Il CAMERUN in cima alla lista nel report 2020 del NORWEGIAN REFUGEE COUNCIL (NRC) che ogni anno pubblica l’elenco delle dieci crisi maggiormente dimenticate. Tre emergenze separate hanno colpito il CAMERUN nel 2019: UN’ESACERBAZIONE DEGLI ATTACCHI DI BOKO HARAM NEL NORD, un CONFLITTO VIOLENTO NELL’AREA OVEST DI LINGUA INGLESE, e la CRISI DEI RIFUGIATI NELLA PARTE ORIENTALE DEL PAESE. (…)(CAMERUN, foto da http://www.africarivista.it/)

   Nel contesto del presente c’è poi stata la sorpresa (e qualche perplessità) su una possibile pacificazione all’interno della LIBIA. Nella terza settimana di agosto le due parti in causa hanno parallelamente dichiarato un “cessate il fuoco”: da una parte il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez Al Sarraj (in Tripolitania); dall’altro, all’est, in Cirenaica, c’è stata la dichiarazione di pacificazione (cessate il fuoco) del presidente del parlamento libico dell’Est, Aquila Saleh.

Perché in LIBIA l’ACCORDO DI PACE SI REALIZZI resta DA SCIOGLIERE IL NODO TURCHIA che alcune voci autorevoli dicono che si sta preparando ad attaccare SIRTE e JUFRA con le sue navi e fregate per avanzare poi verso la zona della MEZZALUNA PETROLIFERA, a BREGA e RAS LANUF, controllata dal generale Haftar (nella mappa qui sopra, tratta dal sito https://www.difesaesicurezza.com/, si vedono le 4 città strategiche della contesa libica, e perché SIRTE e JUFRA è necessario vengano smilitarizzate dalle due forze che si affrontano, di Haftar e al Seraj; e poi appunto superare le mire della Turchia ai pozzi petroliferi a BREGA e LANUF)

   Le perplessità di questa pacificazione libica sono date dal capire quale sarà l’atteggiamento del generale Khalifa Haftar, a capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e rivale di Tripoli. E la cosa si realizzerà, se tutti i soggetti esterni presenti o influenti in Libia (Turchia, Egitto, ma anche Francia, Russia…) saranno d’accordo (ma sembra si siano espressi favorevolmente, almeno in via ufficiale).

   Quello che aiuta il realizzarsi del processo di pacificazione libica sono due fattori. Il primo che la popolazione tutta della Libia non ne può più, è stremata da questa guerra civile. In Tripolitania è pure scesa in piazza per denunciare la corruzione, il deterioramento dei servizi pubblici, la drammatica situazione sanitaria e le costanti interruzioni di corrente. E il secondo fattore favorevole alla pace è “il petrolio”, il gas: nell’accordo si punterebbe anche e soprattutto alla ripresa della produzione del greggio, che è scesa in questi anni precipitosamente, e le casse libiche (di entrambe le parti) sono in situazione fallimentare con la drastica riduzione delle vendite all’estero (come delle attività dei gruppi stranieri, come l’italiana Eni).

IL TESORO LIBICO TRA GAS E PETROLIO – “(…) LA LIBIA DETIENE UNA DELLE MAGGIORI RISERVE DI GREGGIO DEL CONTINENTE AFRICANO, ma la sua produzione e le sue esportazioni sono diminuite con la guerra e il blocco dei porti petroliferi da parte dei sostenitori di Haftar (…) Secondo la NATIONAL OIL CORP, che ha sede a Tripoli, IL BLOCCO DEGLI IMPIANTI PETROLIFERI DA GENNAIO HA PRIVATO LA LIBIA DI OLTRE 8MILIARDI DI DOLLARI DI ENTRATE, andando ad alimentare la crisi socio-economica che la popolazione si ritrova ad affrontare.”(da https://www.atlanteguerre.it/ del 26/8/2020)

   Motivi di pace dati da un contesto che “della guerra non se ne può più”. Perché nel mondo (e in particolare in Africa) vi sono decine di conflitti che noi non consideriamo, volutamente ignoriamo. E che il desiderio, la necessità di una transizione democratica ed economica è elemento auspicato dalla popolazione tutta.

Libia e petrolio (foto da http://www.energiaoltre.it/)

   Sul tema “pace” in Africa è interessante e preveggente l’iniziativa adottata dall’UNIONE AFRICANA (l’OUA, di cui parlavamo all’inizio) nel 2013, che guardava al 2020 (adesso!) come orizzonte temporale per realizzare IL PROGETTO DI UN’AFRICA LIBERA DA CONFLITTI VIOLENTI. All’iniziativa è stato dato ora (nel 2020) nuovo slancio: l’obiettivo di “SILENZIARE LE ARMI” in Africa, intervenendo all’origine delle cause di conflitto, resta forse un programma troppo ambizioso, ma senza dubbio necessario a sostenere le prospettive di sviluppo del continente sul lungo periodo. Ci vorrà del tempo, più tempo di quello previsto (adesso). Ma non troppo! (s.m.)

“(…) Ogni giorno milioni di bambini, donne e uomini sono intrappolati in conflitti dimenticati negli angoli più remoti del mondo – si legge nel report 2020 del NORWEGIAN REFUGEE COUNCIL (NRC) che ogni anno pubblica l’elenco delle dieci crisi maggiormente dimenticate – L’inazione politica è diffusa e l’attenzione dei media internazionali è gravemente carente. Di conseguenza, IL SOSTEGNO UMANITARIO È SPESSO INSUFFICIENTE per soddisfare le esigenze delle persone, e innumerevoli famiglie vengono abbandonate a se stesse». Nella triste classifica, CAMERUN, REPUBBLICA DEMOCRATICA del CONGO e BURKINA FASO, sono seguiti da BURUNDI, VENEZUELA, MALI, SUDAN del SUD, NIGERIA, REPUBBLICA CENTRAFRICANA e NIGER. (…)” (Anna Toro, da VITA http://www.vita.it/, 10/6/2020) (9 Paesi su 10 sono in AFRICA, ndr) (foto: bambini sfollati, da da http://www.diritti-umani.org/)

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STATI DELL AFRICA – (…) Il NUMERO DEGLI SFOLLATI provocati dai CONFLITTI e altri fattori – tra cui il CLIMA – è un elemento chiave nella ricerca del report 2020 del Norwegian Refugee Council sulle dieci crisi maggiormente dimenticate. «Gli SFOLLATI all’inizio del 2019 avevano raggiunto un livello record di 70,8 milioni. Di questi, 29,4 milioni avevano lasciato il loro paese d’origine e avevano cercato rifugio nei paesi vicini o in altri paesi. All’inizio del 2020, il numero di sfollati interni (rimasti all’interno del proprio paese) era aumentato da 41,3 milioni dell’anno precedente a 45,7 milioni, secondo i dati IDMC (Internal Displacement Monitoring Center). Questo è il numero più alto di sempre».(…) (Anna Toro, da VITA http://www.vita.it/, 10/6/2020)

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IN SUDAN È STATO FIRMATO UNO STORICO ACCORDO DI PACE

da https://www.ilpost.it/, 31/8/2020

– Il governo e i gruppi ribelli degli stati sudanesi del DARFUR OCCIDENTALE, del KORDOFAN MERIDIONALE e del NILO AZZURRO si sono accordati per mettere fine a 17 anni di guerra civile –

   Lunedì 31 agosto il governo del Sudan e il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), un’organizzazione che unisce gruppi ribelli degli stati sudanesi del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro, hanno firmato un accordo di pace che mette fine a diciassette anni di guerra civile.

   L’accordo è stato firmato a GIUBA, capitale del SUD SUDAN, paese confinante che ha mediato fra le parti attraverso lunghi colloqui di pace iniziati alla fine del 2019. Due gruppi ribelli si sono rifiutati di firmare l’accordo.

   Secondo le Nazioni Unite, in DARFUR, dall’inizio del conflitto fra ribelli e forze governative, nel 2003, sarebbero state uccise più di 300mila persone. La guerra nel KORDOFAN MERIDIONALE e nel NILO AZZURRO è iniziata invece nel 2011 a seguito di conflitti mai risolti durante la precedente guerra civile sudanese del 1983-2005.

   Gli ACCORDI DI PACE firmati il 31/8/2020 aprono un processo di riconciliazione dopo quasi due decenni di guerra civile e comprendono il RITORNO IN PATRIA DEI MILIONI DI SFOLLATI a causa della guerra, la concessione di un’AUTONOMIA AMMINISTRATIVA agli stati del Darfur Occidentale, del Kordofan Meridionale e del Nilo Azzurro e l’INTEGRAZIONE delle forze militari degli EX RIBELLI ALL’INTERNO DELL’ESERCITO SUDANESE entro un periodo di 39 mesi. L’accordo, composto da sette protocolli, prevede anche la REGOLAMENTAZIONE DELLE TERRE tradizionalmente UTILIZZATE DALLE COMUNITÀ TRIBALI.

   L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri Josep Borrell, attraverso un comunicato ufficiale, ha dichiarato che l’accordo «rappresenta un’importante pietra miliare per l’attuale transizione democratica ed economica del Sudan» e ha invitato anche i due gruppi che non hanno firmato l’accordo a «unirsi agli sforzi di pace a beneficio delle comunità locali che meritano di beneficiare dei cambiamenti in corso in Sudan».

   In passato gli accordi per porre fine al conflitto non sono durati lungo. In questo caso però si potrebbe trattare di una svolta più duratura perché il Sudan sta attraversando una fase di rinnovamento e di stabilizzazione della sua situazione politica. L’attuale governo, in carica dall’agosto del 2019 e guidato dall’economista ed ex funzionario delle Nazioni Unite ABDALLA HAMDOK, è considerato un esecutivo tecnico e di transizione. Nella gestione del potere è infatti affiancato dal CONSIGLIO SOVRANO DEL SUDAN, un’istituzione composta da 11 persone, in parte militari e in parte civili, e guidato dai militari, tra cui anche membri del SRF. Il governo dovrebbe restare in carica fino a novembre 2022, data in cui sono state fissate le elezioni.

   Nell’agosto del 2019 era stata scritta una bozza costituzionale per il periodo di transizione che aveva regolato il funzionamento delle tre istituzioni (Consiglio, governo e organo legislativo). La bozza stabiliva anche che entro la data prevista per le elezioni sarebbe stata scritta una costituzione definitiva che avrebbe determinato le istituzioni del paese (quindi non è sicuro che le tre attuali siano mantenute) e le modalità delle elezioni del 2022.

   L’accordo per la pace fra il governo e le fazioni ribelli (comprese quelle che avevano già deciso di entrare nel Consiglio Sovrano) sembra essere un ulteriore passo di questo processo verso la democrazia e la pace. Hamdok, dopo la firma, ha dichiarato che la ricerca di un accordo ha richiesto più tempo di quanto inizialmente si era sperato in seguito alla nascita del governo e all’avvio delle trattative nel settembre 2019. Hiba Morgan di Al Jazeera ha confermato che i colloqui di pace sono stati un processo lungo e faticoso, ma che i ribelli hanno ottenuto «la maggior parte di ciò che volevano» ed infatti i leader dei movimenti hanno accolto l’accordo alzando i pugni in segno di vittoria. (da https://www.ilpost.it/)

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I CONFLITTI PIÙ TRASCURATI DEL PIANETA: 9 SU 10 SI TROVANO IN AFRICA

di Anna Toro, da VITA http://www.vita.it/, 10/6/2020

– Nel report 2020 del NORWEGIAN REFUGEE COUNCIL (NRC) che ogni anno pubblica l’elenco delle DIECI CRISI MAGGIORMENTE DIMENTICATE da politica, media e donatori internazionali, al primo posto, per il secondo anno consecutivo, c’è il CAMERUN –

   Esistono tante crisi e conflitti nel mondo di cui si parla poco, ma alcuni sono più dimenticati di altri e, di conseguenza, ricevono scarso sostegno a livello di aiuti, finanziamenti e mediazione internazionale: NOVE DI QUESTE CRISI SU DIECI SONO OSPITATE IN AFRICA, con Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Burkina Faso sul podio delle emergenze più trascurate del mondo. Ad affermarlo, il report del Norwegian Refugee Council (NRC) che annualmente pubblica l’elenco delle dieci crisi che hanno provocato un gran numero di sfollati più trascurate al mondo, per far luce su questi Paesi in difficoltà troppo spesso lasciati da parte.

   «Ogni giorno milioni di bambini, donne e uomini sono intrappolati in conflitti dimenticati negli angoli più remoti del mondo – si legge – L’inazione politica è diffusa e l’attenzione dei media internazionali è gravemente carente. Di conseguenza, il sostegno umanitario è spesso insufficiente per soddisfare le esigenze delle persone, e innumerevoli famiglie vengono abbandonate a se stesse».

Nella triste classifica, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Burkina Faso sono seguiti da Burundi, Venezuela, Mali, Sudan del Sud, Nigeria, Repubblica Centrafricana e Niger.

   L’elenco si basa sullo studio delle crisi e dei paesi con oltre 200.000 sfollati (più di 40) e si basa sui tre criteri citati: la mancanza di finanziamenti, la mancanza di attenzione da parte dei media e l’abbandono politico e diplomatico. Ma qual è il motivo per cui alcune crisi ricevono più attenzione e sostegno di altre ugualmente gravi? «Questa negligenza può essere il risultato di una mancanza di interesse geopolitico. Oppure le persone colpite potrebbero sembrare troppo lontane. O ancora, può anche essere il risultato della mancanza di volontà di compromesso da parte delle parti politiche in conflitto, creando crisi protratte nel tempo e una crescente stanchezza da parte dei donatori».

   E’ così che per il secondo anno consecutivo troviamo il CAMERUN in cima alla lista. Tre emergenze separate hanno colpito la nazione africana nel 2019: un’esacerbazione degli attacchi di Boko Haram nel nord, un conflitto violento nell’area ovest di lingua inglese, e la crisi dei rifugiati nella parte orientale del Paese. A nord oltre 100 attacchi nella regione nel corso dell’anno, uccidendo più di 100 civili. Alla fine del 2019, quasi mezzo milione di persone erano state costrette a fuggire, con la violenza che ha aumentato i livelli di fame, spazzato via i mezzi di sussistenza e distrutto le infrastrutture. Anche le complesse tensioni nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali di lingua inglese si sono aggravate accrescendo nel 2019 lo stato di emergenza umanitaria. Intrappolati nel fuoco incrociato tra forze governative e gruppi armati, oltre 3.000 le persone uccise nelle violenze dall’inizio della crisi nel 2016, e quasi 700.000 persone sfollate all’interno del paese, mentre altre 52.000 sono fuggite nella vicina Nigeria per motivi di sicurezza.

   «Nonostante il Camerun stia faticando a rispondere a tre crisi separate, raramente ha fatto notizia, guadagnando poca attenzione da parte dei media internazionali – si legge nel report – il Camerun è stato anche uno degli appelli umanitari internazionali a più basso finanziamento al mondo, con donatori che mostrano scarso interesse ad aiutare questa nazione africana in difficoltà. Alla fine dell’anno, solo il 43% dell’appello era stato finanziato». E il primo trimestre 2020 non lascia speranza di miglioramento, con attacchi di gruppi armati che, solo a marzo e aprile, hanno costretto quasi 8.000 persone a fuggire dal nord.

   Il report del NRC analizza le crisi – riferite al 2019 – di tutti i 10 paesi presenti nella classifica, tra cui figurano due “new entry”: NIGER e BURKINA FASO, comparsi sulla lista per la prima volta. Il numero degli sfollati provocati dai CONFLITTI e altri fattori – tra cui il CLIMA – è un elemento chiave nella ricerca. «All’inizio del 2019, avevano raggiunto un livello record di 70,8 milioni. Di questi, 29,4 milioni avevano lasciato il loro paese d’origine e avevano cercato rifugio nei paesi vicini o in altri paesi. All’inizio del 2020, il numero di sfollati interni (rimasti all’interno del proprio paese) era aumentato da 41,3 milioni dell’anno precedente a 45,7 milioni, secondo i dati IDMC (Internal Displacement Monitoring Center). Questo è il numero più alto di sempre».

   Il problema è che con l’aumentare del numero di crisi gravi e protratte nel tempo, la volontà di aiutare diminuisce. La necessità di aiuti è ora molto maggiore delle risorse che la comunità globale sta fornendo per porre rimedio alle crisi. Secondo NRC, negli ultimi cinque anni in media solo il 60% dei finanziamenti necessari per coprire la necessità è stato effettivamente raccolto. Nel periodo 2007-2009, la cifra era del 72%. E ad oggi, le previsioni per il futuro sono poco ottimiste. «In generale, ci si aspetta un peggioramento delle crisi umanitarie per tutto il 2020, aggravate dalla pandemia globale di coronavirus che sta aggiungendo ulteriori difficoltà a milioni di persone – ha commentato Jan Egeland, Segretario Generale del Norwegian Refugee Council – il Covid-19 si sta diffondendo in tutta l’Africa e molte delle comunità più trascurate sono già devastate dagli shock economici della pandemia. Abbiamo bisogno di solidarietà per queste comunità colpite dai conflitti ora più che mai, affinché il virus non aggiunga un disastro ancora più insopportabile alla miriade di crisi che già affrontano». (Anna Toro, da VITA http://www.vita.it/)

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LIBIA: SARÀ VERA PACE?

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LIBIA, IL GOVERNO DI TRIPOLI: CESSATE IL FUOCO E ELEZIONI A MARZO

21/8/2020, da https://www.ilmessaggero.it/

   Cessate il fuoco immediato ed elezioni a marzo. Svolta in Libia. Il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez Al Sarraj, ha ordinanato «a tutte le forze militari di osservare un cessate il fuoco immediato e di fermare tutte le operazioni di combattimento in tutti i territorio libici». L’annuncio arriva sulla pagina Facebook del Governo di Tripoli.

   Decisione presa, spiega il governo, «in base alla responsabilità politica e nazionale, alla luce della situazione attuale che sta vivendo il Paese e la regione, e alla luce dell’emergenza coronavirus». Fayez Al Sarraj ha annunciato inoltre prossime elezioni nel Paese, ribadendo «la sua richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari del prossimo marzo sulla base di un’adeguata base costituzionale su cui le due parti concordano».

   Anche dall’Est dichiarano il cessate il fuoco: «Chiediamo a tutte le parti di osservare il cessate il fuoco immediato e fermate tutte le operazioni militari in tutta la Libia», ha detto in una dichiarazione il presidente del parlamento libico dell’Est, Aquila Saleh, secondo quanto riportato da Al Jazeera. «Il cessate il fuoco taglia la strada a ogni ingerenza straniera e si conclude con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie», ha detto ancora Saleh. «Cerchiamo di voltare la pagina del conflitto e aspiriamo ad un futuro di pace e alla costruzione dello Stato attraverso un processo elettorale basato sulla Costituzione».
Le reazioni

«Accogliamo con favore le dichiarazioni del Consiglio di Presidenza e della Camera dei Rappresentanti volte a un cessate il fuoco e all’attivazione del processo politico», afferma la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) dopo l’annuncio delle due parti del cessate il fuoco. Anche Il governo tedesco saluta con favore le prime notizie di un accordo in Libia: «Non conosciamo i dettagli dell’accordo, ma sarebbe un primo segnale importante per la pacificazione del conflitto», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Adebahr, in conferenza stampa a Berlino. «Il governo tedesco spera e si aspetta che tutti gli attori coinvolti vadano avanti su questo processo con spirito costruttivo», ha aggiunto.

   L’Italia «accoglie con grande favore» il cessate il fuoco in Libia e «continuerà a svolgere il suo ruolo attivo di facilitazione per una soluzione politica alla crisi», si legge in una nota della Farnesina. L’Italia «esorta tutte le parti interessate a dare un seguito rapido e fattivo al percorso delineato nei comunicati del Consiglio Presidenziale e dalla Camera dei Rappresentanti» e «auspica una concreta applicazione a tutte le articolazioni dell’industria petrolifera libica su tutto il territorio del Paese».

   «L’annuncio del cessate il fuoco in Libia rappresenta un passo importante per il rilancio di un processo politico che favorisca la stabilità del Paese e il benessere della popolazione», scrive in un tweet il premier Giuseppe Conte.

La situazione

Serraj, riporta il portale ‘Libya Oserver’, ha dato ordine alle forze fedeli al governo di accordo nazionale (Gna) di cessare «immediatamente» le ostilità, precisando che l’iniziativa prevede anche la «smilitarizzazione» di Sirte e al-Jufra, dove saranno dispiegate forze di polizia di entrambe le parti in conflitto per garantire la sicurezza.

   «L’obiettivo finale del cessate il fuoco è ripristinare la piena sovranità sul suolo libico ed espellere le forze straniere ed i mercenari», ha dichiarato in una nota Serraj, che ha quindi sollecitato la ripresa della produzione e dell’export petrolifero attraverso la Noc, la compagnia petrolifera della Libia, con una divisione equa dei proventi sulla base di quanto deciso alla Conferenza di Berlino.

   Secondo ‘Libya Observer’, pochi minuti dopo l’annuncio di Serraj, anche Saleh, leader politico della Libia orientale, ha proclamato un cessate il fuoco a livello nazionale, mentre per il momento non arrivano indicazioni in merito dal generale Khalifa Haftar, a capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) e rivale di Tripoli. Saleh, secondo il portale, ha anche chiesto il trasferimento del «nuovo» consiglio presidenziale a Sirte dopo l’attuazione del cessate il fuoco. (21/8/2020, da https://www.ilmessaggero.it/)

LIBIA, DUBBI SUL CESSATE IL FUOCO

da https://www.atlanteguerre.it/ del 26/8/2020

– L’ipotesi lanciata dal Gna (governo di accordo nazionale, di Serraj) è stata respinta da Haftar, mentre la popolazione, allo stremo, è scesa in piazza. Resta poi il nodo petrolio –

   Persistono forti dubbi sul cessate il fuoco in Libia. Il portavoce del sedicente Esercito nazionale libico (Lna), guidato da Khalifa Haftar, Ahmed al Mismari, ha infatti respinto al mittente l’iniziativa annunciata dal presidente del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, definendola “solo marketing mediatico” per gettare “fumo negli occhi”.

   Il 21 agosto il Gna aveva annunciato un cessate il fuoco immediato in tutto il Paese, chiedendo elezioni presidenziali e parlamentari per il prossimo marzo. Nell’ipotesi si chiedeva anche la SMILITARIZZAZIONE DI SIRTE, la città bastione di Haftar di Bengasi, conosciuta come la PORTA D’ACCESSO AI PRINCIPALI TERMINAL PETROLIFERI DELLA LIBIA e ACCORDI di sicurezza sulla MEZZALUNA PETROLIFERA ORIENTALE, dove gran parte dei terminali e dei porti petroliferi libici sono controllati da Haftar.

   Resta positivo l’inviato delle Nazioni Unite che guida gli sforzi di pace, secondo cui il cessate il fuoco annunciato potrebbe finalmente sbloccare i colloqui bloccati per porre fine a una guerra civile che aveva chiuso i giacimenti petroliferi e attirato forze armate straniere.

   Se il possibile accordo è stato salutato con favore anche da Turchia, Unione Europea ed Egitto, la popolazione è allo stremo ed è scesa in piazza per denunciare la corruzione, il deterioramento dei servizi pubblici, la drammatica situazione sanitaria e le costanti interruzioni di corrente. Dozzine di persone si sono radunate a Misurata e a Tripoli il 23 e 24 agosto.

   Sami Hamdi, direttore dell’International Interest intervistato da Al Jazeera, ha detto che le proteste sono un esempio di “una popolazione libica sempre più arrabbiata” le cui frustrazioni per il peggioramento delle condizioni di vita trascendono la tradizionale divisione del Paese tra Est e Ovest. “[È] una dinamica che è al di fuori del controllo delle potenze internazionali”, ha detto.

   Lunedì 24 agosto, la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha chiesto “un’indagine immediata e approfondita sull’uso eccessivo della forza” da parte del personale di sicurezza pro-GNA a Tripoli durante la protesta di domenica.

   Nell’accordo si punterebbe anche e soprattutto alla ripresa della produzione di petrolio che è scesa precipitosamente. La Libia detiene una delle maggiori riserve di greggio del Continente africano, ma la sua produzione e le sue esportazioni sono diminuite con la guerra e il blocco dei porti petroliferi da parte dei sostenitori di Haftar. Il paese ha pompato solo 100mila barili al giorno a luglio, secondo i dati riportati da Bloomberg, una frazione degli 1,6milioni prodotti prima della rivolta del 2011.

   Secondo la National Oil Corp, che ha sede a Tripoli, il blocco degli impianti petroliferi da gennaio ha privato la Libia di oltre 8miliardi di dollari di entrate, andando ad alimentare la crisi socio-economica che la popolazione si ritrova ad affrontare.

   Resta poi DA SCIOGLIERE IL NODO TURCHIA che secondo il portavoce della fazione di Haftar, Ahmed al Mismari, si sta preparando ad attaccare SIRTE e JUFRA con le sue navi e fregate per avanzare poi verso la zona della Mezzaluna petrolifera, a BREGA e RAS LANUF.

   Ad agosto la Turchia ha concluso un altro accordo con il Gna: la città di Misurata ospiterà una base navale degli uomini di Erdogan e ci saranno reparti aerei turchi ad al-Watiya, verso il confine tunisino. Dopo quello di febbraio 2020 sulle zone di sfruttamento del mare questo è il secondo accordo strategico tra Tripoli e Ankara. A seguito di questo l’ospedale militare italiano, che da alcuni anni opera a Misurata, è diventato scomodo e verrà spostato in un’area definita dal ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini ‘più funzionale’. (da https://www.atlanteguerre.it/)

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IL RUMORE DELLE ARMI: SESSANT’ANNI DI CONFLITTI IN AFRICA

di CAMILLO CASOLA, 28/4/2020, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) https://www.ispionline.it/

   In sessant’anni di storia indipendente, dal 1960 a oggi, le dinamiche di conflitto in Africa subsahariana hanno attraversato mutamenti rilevanti. I livelli di conflittualità a sud del Sahara restano elevati: a mutare è la prevalenza di specifici trend di conflitto, in parte legati alla tipologia di attori (statali o non statali) coinvolti.

   In generale, la storia post-coloniale del continente è stata definita da un numero tutto sommato contenuto di conflitti inter-statali, anche grazie al ruolo dell’Organizzazione dell’unità africana (OUA) e al peso della sua architettura normativa, che sottintendeva l’impegno degli stati membri a rispettare le frontiere ereditate dal colonialismo.

   Enormemente più diffusi, invece, sono stati i conflitti intra-statali, le guerre civili che hanno coinvolto stati e attori non statali (gruppi ribelli, movimenti secessionisti, warlords), contestatari a diverso titolo dell’ordine costituito, spesso in contesti di fragilità statuale (1).

   Questo genere di conflitti tracciano ancora oggi i contorni dell’instabilità di diverse regioni africane. Secondo un rapporto del Peace Research Institute di Oslo, tra il 2013 e il 2018 si è assistito a un incremento costante nel numero di conflitti – state-based, non state-based – ed episodi di violenza nei confronti delle popolazioni civili in Africa.

   Si tratta in buona parte di guerre geograficamente circoscritte; e tuttavia, il peso dei conflitti regionali che oppongono attori statali a movimenti e gruppi armati trans-nazionali assume un’incidenza sempre maggiore in diverse aree del sub-continente, dal Sahel al Corno d’Africa.

   Le indipendenze degli stati africani tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 sono state conseguite pacificamente nella gran parte dei casi, risultato di processi politici avviati (e indirizzati) dalla potenza coloniale (Francia o Gran Bretagna)(2).

   Con la dissoluzione formale degli imperi coloniali, spazi di contestazione dei processi di state-building in corso si aprirono inevitabilmente, in molti casi sotto forma di istanze di auto-determinazione avanzate da gruppi di potere locali, su cui non di rado si innestavano interessi collaterali di attori esterni. È il caso, ad esempio, del conflitto seguito al tentativo di secessione in Katanga, ricca regione mineraria nel sud del Congo, fondato su rivendicazioni di indipendenza che intersecavano gli interessi della grande industria estrattiva; o della sanguinosa guerra in Biafra, a sud-est della Nigeria, dove il sostegno di Francia e Costa d’Avorio ai ribelli contro il governo di Lagos era motivato dalla necessità di contenere l’influenza nigeriana nella macro-regione da parte di Parigi e dei suoi alleati.

   Terreno di scontro tra il blocco sovietico e quello statunitense, l’Africa subsahariana ha fatto da teatro allo scoppio di conflitti per procura negli anni della Guerra fredda. La dottrina Truman, che imponeva alla potenza statunitense di bilanciare della presenza sovietica nei diversi teatri geopolitici globali per contenere l’espansione comunista, è stata all’origine di proxy wars in diverse aree del continente.

   Nella regione del Corno d’Africa, innanzitutto, dove la guerra tra l’Etiopia socialista di Mengistu Haile Mariam e la Somalia di Mohammed Siad Barre per il controllo dell’Ogaden fu occasione di scontro indiretto tra l’Unione Sovietica, alleata di Addis Abeba, e gli Stati Uniti, a supporto di Mogadiscio. In Angola e Mozambico, poi, alle guerre di decolonizzazione dal dominio portoghese combattute dai movimenti di liberazione locali hanno fatto seguito conflitti decennali tra gruppi armati appoggiati da Mosca e Washington, con il coinvolgimento di Cuba, Cina, Sudafrica.

   Con la fine della contrapposizione globale russo-americana, l’interesse delle grandi potenze a sostenere politicamente e militarmente i regimi autoritari in Africa subsahariana veniva meno. Il disimpegno americano e sovietico dal continente e l’imposizione di condizionalità democratiche ai regimi francofoni in Africa centro-occidentale accelerarono il collasso di diversi stati, sulla spinta di insurrezioni armate.

   La destituzione di autocrati – Moussa Traoré in Mali, Menghistu in Etiopia, Siad Barre in Somalia, Mobutu Sese Seko in Zaire – e il crollo di regimi decennali posero le basi, in alcuni casi, per la creazione di nuovi regimi autoritari, favorendo, in altri, lo scoppio di guerre civili particolarmente cruente.

   In Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), la caduta di Mobutu e il vuoto di potere lasciato nel paese e nella regione, inaugurò una stagione di grave instabilità, che avrebbe in ultima istanza prodotto veri e propri conflitti internazionali: la prima e la seconda guerra del Congo, passate alla storia come “guerre mondiali africane”, sono ricordate per l’ampiezza del coinvolgimento degli stati nella regione.

   Dalla fine degli anni ’90, nuove ragioni di tensione latente e di aperto conflitto tra stati sovrani sono emerse nel continente. Solo recentemente, l’accordo di Gedda ha sancito la pace tra Etiopia ed Eritrea: la guerra tra Asmara e Addis Abeba, esplosa nel 1998 per le rivendicazioni di sovranità su alcune aree di confine, si è protratta per due decenni sotto forma di schermaglie e tensioni latenti.

   In seguito all’indipendenza del Sud Sudan nel 2011, la guerra combattuta tra il Sudan e il neonato stato per l’affermazione del controllo sulla regione petrolifera di Abyei ha avuto ripercussioni umanitarie ed economiche profonde sia per Khartoum che per Juba.

   In termini generali, se l’incidenza di guerre tra stati può dirsi limitata, i conflitti civili continuano a tracciare il solco dell’instabilità di molti stati africani, alimentando lacerazioni profonde: in questo senso, il ricordo degli eventi genocidari occorsi in Rwanda ventisei anni fa è ancora vivo nella memoria del continente.

   Le guerre civili che oppongono apparati statali più o meno legittimi e movimenti insurrezionali locali – l’insurrezione in nord Mali del 2012, i focolai di guerra nel sud e nell’ovest del Sudan, le ribellioni anglofone nell’ovest del Camerun – o i conflitti tra gruppi armati e milizie civili auto-organizzate – occorsi, ad esempio, in Centrafrica, tra milizie Séléka e Anti-balaka – sono interpretate ricorrendo al prisma etnico o religioso. Molto spesso, però, le ragioni di fondo che ne sono all’origine, e che intervengono aggravando tensioni preesistenti, attengono agli squilibri socio-economici tra aree regionali o alla diversa distribuzione di risorse e potere tra gruppi sociali.

   Erosione progressiva delle risorse e incremento delle pressioni demografiche su terre e fonti idriche alimentano inoltre scontri violenti tra gruppi di agricoltori stanziali e pastori semi-nomadi, e tra comunità pastorali in conflitto per le rotte di transumanza: si tratta di ragioni strutturali di conflittualità in molte aree del continente, che nulla hanno di nuovo e che tuttavia sono state aggravate negli ultimi decenni dall’incedere di processi di desertificazione nelle aree più colpite dal riscaldamento globale.

   Negli ultimi vent’anni, infine, i conflitti tra stati e gruppi armati trans-nazionali di ispirazione salafita-jihadista hanno delineato un trend in forte ascesa. A partire dai primi anni 2000, l’Africa è stata pienamente integrata in un orizzonte di lotta globale al terrorismo islamico da parte degli Stati Uniti: la militarizzazione crescente dei territori africani lungo l’arco di crisi tracciato da Washington, dal Sahel al Corno d’Africa, ha fatto, in molti casi, da detonatore allo sviluppo di formazioni jihadiste, che hanno radicalizzato gruppi locali in funzione anti-occidentale oltre che in opposizione alle autorità statali.

   I conflitti tra stati e attori non-statali si sono articolati sotto forma di guerre irregolari, asimmetriche, combattute mediante il ricorso alle tecniche di guerriglia e all’uso del terrorismo suicida nei confronti di eserciti spesso drammaticamente impreparati ad affrontare la minaccia. La natura trans-nazionale delle rivendicazioni di tali gruppi si è sovrapposta alla regionalizzazione di conflitti tra stati e movimenti armati affiliati ad al-Qa’ida o allo Stato Islamico in Sahel, nel bacino del Lago Ciad, nel Corno d’Africa e in Africa centrale.

   Pur nel quadro di processi di regionalizzazione, tuttavia, le radici di questi “nuovi” conflitti affondano nelle rivendicazioni emerse in contesti locali, nutriti dall’ostilità verso governi corrotti e dagli abusi delle forze armate nazionali: l’attivismo di gruppi legati allo Stato Islamico nel nord del Mozambico, ad esempio, riflette le istanze di comunità locali marginalizzate ed escluse dai dividendi dello sfruttamento delle enormi risorse petrolifere nella regione.

   Il conflitto, dunque, resta un parametro fondamentale di interpretazione delle relazioni intra-africane. Stabilità e prosperità in Africa passano inevitabilmente dalla capacità dei governi e delle istituzioni multilaterali di agire per limitare l’incidenza dei conflitti sugli equilibri politici, sociali, economici del continente.   Silencing the guns, iniziativa adottata dall’Unione Africana nel 2013, guardava al 2020 come orizzonte temporale per realizzare il progetto di un’Africa libera da conflitti violenti. All’iniziativa è stato dato nuovo slancio nel 2020: l’obiettivo di “silenziare le armi” in Africa, intervenendo all’origine delle cause di conflitto, resta forse troppo ambizioso, ma senza dubbio necessario a sostenere le prospettive di sviluppo del continente sul lungo periodo.

(CAMILLO CASOLA, 28/4/2020, da ISPI, https://www.ispionline.it/)

Per approfondire: Carbone G., L’Africa. Gli stati, la politica, i conflitti, Il Mulino, Bologna, 2012.

Il Camerun ha rappresentato un caso anomalo di decolonizzazione violenta, per lungo tempo dimenticato dalla storiografia ufficiale. La guerra combattuta dagli insorti dell’Union des Populations du Cameroun (UPC), che denunciavano la transizione ‘guidata’ del potere alle classi dirigenti filo-francesi per consentire alle autorità di Parigi di mantenere un controllo sugli equilibri politici camerunensi, ha segnato i primi anni del regime di Ahmadou Ahidjo. 

(Camillo Casola)

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MALI

DOPO IL GOLPE A BAMAKO

da https://www.atlanteguerre.it/ del 21/8/2020

– In Mali Keita costretto a dimettersi. La condanna dell’Unione africana su un Paese lacerato e in conflitto –

   Il 18 agosto un gruppo di militari ammutinati ha preso il controllo della base delle forze armate di Kati, a circa 15 km da Bamako per poi dirigersi sulla capitale, dove sono stati accolti con applausi dalla folla, che si era radunata da alcuni giorni per chiedere le dimissioni del presidente IBRAHIM BOUBACAR KEÏTA.

   Con la minaccia delle armi hanno costretto il presidente a dimettersi, come egli stesso ha annunciato, dichiarando che cedeva il potere per evitare un bagno di sangue. Malgrado l’accoglienza ricevuta davanti al palazzo presidenziale dai golpisti, il passaggio non sarebbe stato pacifico.

   Già da alcune settimane, decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza al seguito del Movimento 5 giugno (M5-RFP) per chiedere le dimissioni del presidente, accusandolo di aver permesso il collasso dell’economia del Mali e di aver fallito sul tema della violenza che devasta il Nord del Paese. Almeno 14 manifestanti e passanti sarebbero stati uccisi durante i tre giorni di disordini il mese scorso a Bamako presumibilmente a seguito di colpi di arma da fuoco da parte delle forze di sicurezza, secondo i portavoce dei gruppi per i diritti umani. E ora si denunciano altri 5 morti almeno durante gli eventi del golpe.

   Il 19 agosto il colonnello Assimi Goita si è presentato come leader della giunta militare, a capo di un “Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo” (CNSP). Il colonnello Goita, comandante delle   forze speciali, mercoledì ha incontrato alcuni alti funzionari, a cui secondo il quotidiano Journal du Mali ha detto: “Non abbiamo ambizioni politiche, siamo soldati, il nostro obiettivo è trasferire rapidamente il potere. Lo Stato continuerà a lavorare tranquillamente.”

   L’UNIONE AFRICANA ha immediatamente espresso la sua condanna: “i colpi di stato militari sono cosa del passato che non possiamo più accettare. Ogni volta che si ha una crisi e i militari fanno un colpo di stato e dicono ‘stiamo rispondendo alla volontà del popolo’, questo modo di rispondere non è affatto accettabile”, ha detto il commissario dell’Ua per la pace e la sicurezza. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha sollecitato un ritorno al governo civile, affermando che “la lotta contro i gruppi terroristici e la difesa della democrazia e dello Stato di diritto sono inseparabili”.

   Nel 2018,  Keïta è stato eletto al suo secondo mandato di cinque anni dopo aver battuto Boubou Cissé al ballottaggio. L’opposizione ha denunciato irregolarità di voto. Membro fondatore del partito ADEMA, storicamente il più grande del Mali, Keïta è stato nell’entourage di Alpha Oumar Konare, presidente succeduto nel 1991 a Moussa Traore, e a un altro colpo di stato militare. Konare lo ha poi promosso da ambasciatore in Costa d’Avorio a Ministro degli esteri, e infine Primo ministro. Pur dichiarandosi socialista, tra il 1994 e il 2000 Keïta ha represso una serie di scioperi che gli hanno fatto guadagnare la reputazione di uomo forte. Ha poi lasciato l’ADEMA per fondare un suo partito, arrivando terzo alle elezioni presidenziali del 2002 vinte da Amadou Toumani Toure, anch’egli rovesciato dieci anni dopo da un colpo di stato militare. In quella occasione Keïta mantenne una posizione morbida con la giunta golpista, dando da intendere che ritenesse il governo responsabile del permanere della povertà e del diffondersi di corruzione e violenza. Nel 2013, Keïta si è presentato, come candidato presidenziale, come figura unificante nel suo paese lacerato, promettendo “tolleranza zero” sulla corruzione – con le stesse parole  del leader del golpe Amadou Sanogo.

   Il suo rivale Boubou Cissé,  rapito alla fine di marzo da uomini armati non identificati, durante una campagna elettorale nel Nord del Paese ha sempre criticato Keita per non aver affrontato in modo efficace la crescente insicurezza del Mali. Dal rapimento, non se ne hanno più notizie.

   Il Mali si trova in un conflitto di fatto dal 2012, quando ribelli di etnia Tuareg, e gruppi armati di varie etnie, collegati sia ad al-Quaeda che allo Stato Islamico hanno preso di fatto il controllo dei due terzi settentrionali del Paese. Ma la reazione delle forze governative non solo non ha ripreso il controllo della zona, ma si è resa tristemente nota per gli abusi e per gli assasinii su base etnica.

   Nel gennaio 2013 una forza multinazionale a guida francese (Operazione Serval) è intervenuta, su mandato ONU, per “ristabilire la sovranità del Mali sui territori sahariani settentrionali”. Nonostante l’avvio di trattative di pace, i ripetuti fallimenti dei colloqui tra i diversi attori (principalmente, i rappresentanti dello Stato, delle diverse etnie, Tuareg e non, nonché di alcuni gruppi islamisti) fanno sì che il conflitto sia da considerarsi ancora attivo. (Red/Ma.Sa.)

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“CONFLITTI IN AFRICA: PERCHÉ IL COVID RENDERÀ TUTTO PIÙ DIFFICILE”

di Francesca Caruso, da https://www.affarinternazionali.it/ del 17/7/2020

   “Penso che sia giunto il momento che i Paesi africani siano i primi responsabili della sicurezza del continente. Il cittadino africano ci sta chiedendo questo. Se da una parte apprezziamo il sostegno straniero che abbiamo avuto in passato, dall’altra è arrivata l’ora di affidare questa responsabilità agli eserciti africani”.   Così Smaïl Chergui, commissario per la pace e la sicurezza dell’Unione africana, ha risposto a AffarInternazionali durante l’intervista-video che è stata fatta tra Roma e Addis-Abeba.

   Questa è la seconda intervista del dossier “Silencing the Guns 2020“, l’iniziativa che l’Unione africana aveva lanciato nel 2013 con l’obiettivo di silenziare le armi su tutto il continente entro il 2020.

Ambasciatore Chergui, il 2020 doveva essere l’anno per celebrare l’iniziativa “Silenziare le armi”, ma il 2020 è anche l’anno della pandemia. In che modo il coronavirus pone all’Africa delle sfide alla sicurezza e alla pace?
“È vero che, normalmente, entro quest’anno dovevamo mettere a tacere le armi. L’intenzione era davvero quella di radunare tutti gli africani attorno a questo nobile obiettivo che oggi, a causa della complessità dei conflitti, di certo non possiamo essere certi di raggiungerlo facilmente. L’impatto del terrorismo è sempre più ampio e le interferenze esterne nel continente complicano i nostri sforzi.

Inoltre, nessuno si aspettava che la pandemia potesse colpire così duramente tutto il mondo e l’Africa, e ciò, se non ha fermato i nostri sforzi, ha quantomeno cambiato radicalmente il nostro modo di lavorare. Basti pensare alla mediazione, che non possiamo più fare perché gli aerei sono fermi, gli aeroporti sono chiusi. Infatti è stato molto difficile, ad esempio, riunirci in Sud-Sudan, a Juba, durante i negoziati tra i gruppi armati sud-sudanesi. E lo stesso è successo in molti altri posti.

Se però il coronavirus ha avuto un impatto enorme sui nostri sforzi, d’altra parte non avevamo altra scelta e per questo abbiamo continuato a proteggere i civili, come per esempio in Somalia dove però ogni giorno dobbiamo affrontare attacchi molto violenti da parte di gruppi terroristici. Lo stesso accade nel Sahel e in Libia.

Quindi sì, l’obiettivo iniziale di liberare l’Africa dai conflitti ha bisogno di un ulteriore sforzo, e l’impatto del Covid è reale ma non possiamo far altro che adattarci ad esso”.

L’iniziativa “Silenziare le armi” è stata lanciata nel 2013. Oggi sappiamo che ci sono ancora molti Paesi africani intrappolati in conflitti violenti, ma ci sono stati anche dei progressi in termini di prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti…
“Assolutamente. I progressi che possiamo evidenziare sono su tre livelli. Innanzitutto, abbiamo rafforzato i nostri strumenti in termini di prevenzione e gestione dei conflitti. E infatti gli investimenti più significativi che abbiamo fatto sono stati nell’ambito nella prevenzione. Non solo, l’Unione Africana ha rafforzato i propri strumenti nel quartier generale di Addis Abeba, ma ha anche migliorato l’interazione e la cooperazione con i gruppi economici regionali e con i loro strumenti di prevenzione. Abbiamo anche migliorato i nostri strumenti includendo nel nostro lavoro la prevenzione strutturale.

Quindi penso che oggi possiamo dire che stiamo lavorando meglio – abbiamo persino incluso nella prevenzione la questione del cambiamento climatico, che rappresenta una delle principali sfide sul continente.

In secondo luogo, abbiamo rafforzato la nostra cooperazione con i nostri partner, e principalmente con le Nazioni Unite. Oggi facciamo delle valutazioni congiunte per ogni situazione e la relazione tra il nostro consiglio di sicurezza e quello delle Nazioni Unite è molto più solido. Come sapete, hanno due sessioni all’anno e stanno anche pianificando visite sul campo. Lo stesso lo stiamo facendo anche con l’Unione europea. Questo è un valore aggiunto per avere un reale impatto su ciò che stiamo facendo.

Il terzo è il dispiegamento dei nostri sforzi militari sul campo in modo tale che siamo noi stessi ad andare. La direzione della Commissione Pace e Sicurezza dell’Unione Africana è stata direttamente implicata nella risoluzione e nelle negoziazioni di alcuni conflitti. È successo nella Repubblica Centrafricana – che mi ha visto coinvolto in prima persona – dove si è arrivati all’accordo di pace nel febbraio 2019.

Lì, sebbene ci siano ancora alcune sfide da affrontare, stiamo avanzando su molte questioni, come per esempio il rafforzamento della presenza statale in zone molto remote e rurali del Paese. Stiamo anche preparando le elezioni presidenziali che si svolgeranno nel dicembre 2020 e questo indica che il Paese si sta via viva normalizzando.

Poi abbiamo il caso del Sudan, dove l’Unione africana – insieme all’Igad – ha ricoperto un ruolo chiave nel garantire l’accordo politico. Penso che questo sia stato un grande successo. Inoltre, i nostri sforzi continuano ad assicurare l’implementazione dell’accordo di pace in Mali e a valorizzare tutto ciò che riguarda la stabilizzazione dei conflitti.

La prevenzione dei conflitti non deve limitarsi solo alla sicurezza e alla difesa, ma deve anche comprendere lo sviluppo, e le questioni di governance – sia politica che economica. Su questo, stiamo andando bene: recentemente abbiamo lanciato la strategia di stabilizzazione nella regione dei Grandi Laghi, che si è basata sui bisogni delle persone provenienti da aree remote che soffrono davvero non solo a causa del terrorismo, ma anche in fase di sviluppo e mancanza di giustizia. Quindi, li abbiamo riuniti tutti insieme e abbiamo sviluppato questa strategia che sta funzionando bene e per questo motivo stiamo pensando di duplicarla anche nella regione del Sahel.

Posso continuare parlando anche della Repubblica Democratica del Congo, dove stiamo impegnando gli sforzi non solo per vedere come possiamo gestire l’enorme numero di gruppi armati che ci sono nell’est del Paese, ma anche in relazione ad altre minacce come il Covid-19 e l’ebola, che purtroppo è ricominciata.

Quindi, tutto sommato, penso che stiamo rispondendo alle sfide molto complesse del continente in termini di sicurezza, sviluppo e inclusione, promuovendo sia il ruolo delle donne che i giovani nel continente. Perché sappiamo tutti che senza inclusione non avremo soluzioni sostenibili e durature”.

Recentemente l’Unione africana ha dichiarato che, al fine di dimostrare la propria solidarietà con il Sahel, dispiegherà una task force congiunta multinazionale e un contingente di 3000 truppe per sei mesi. Ma invece di un’altra iniziativa militare, il Sahel non avrebbe bisogno dall’Unione africana di un coordinamento delle innumerevoli iniziative militari già in atto?
“Questa è una domanda molto pertinente. Sfortunatamente dal 2013-2014 abbiamo assistito a un aumento delle iniziative militari – come per esempio la Minusma o quella di altri partner che sono arrivati nella regione – senza però vedere una riduzione della minaccia che oggi si sta solo espandendo. All’inizio i problemi c’erano solo al nord del Mali, ma recentemente c’è stato un attacco terroristico in Costa d’Avorio, per non parlare del Burkina Faso che sta affrontando tempi molto difficili, e altri paesi della costa dell’Africa occidentale sono in allerta. Quindi, è giusto porsi la domanda: “qual è il valore aggiunto di questa iniziativa africana ad una presenza militare così pesante e tecnologica governata da Paesi molto potenti quando però non possiamo prevenire nuovi attacchi”?

Penso che la nostra idea di schierare questa forza sia innanzitutto per schierare una forza africana, e di esprimere una solidarietà africana per sei mesi verso i Paesi del Sahel, al fine di consentire loro di respirare, di finalizzare l’addestramento delle loro truppe, in modo che possano poi affrontare i problemi da soli.

Penso che siamo tutti del parere che le sfide alla sicurezza del continente debbano essere affrontate dai Paesi africani, sebbene accogliamo con favore il sostegno straniero che abbiamo avuto nel passato. Ma penso che adesso sia giunto il momento. Il cittadino africano ci sta chiedendo questo. Se da una parte apprezziamo il sostegno che abbiamo avuto, dall’altro è ora di avere davvero questa appropriazione e affidare questa responsabilità agli eserciti africani. Se gli africani non si responsabilizzano, questi problemi di sicurezza ci continueranno a colpire e comprometteranno i nostri sforzi in tutto il continente”.

Riprendendo quello che ha appena detto sulla necessità dell’Africa di riappropriarsi del proprio territorio anche in termini della gestione della sicurezza, recentemente abbiamo visto la candidatura dell’ambasciatore Lamamra – ex ministro degli Esteri algerino – al posto di inviato delle Nazioni Unite in Libia. La candidatura è stata respinta. Quanto è importante che il prossimo inviato Onu in Libia provenga da un paese africano?
“Penso che non sia solo una nostra richiesta, ma anche una richiesta di altri partner membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Sfortunatamente, oggi un altro candidato africano non è stato ancora rilasciato per iniziare i lavori in un Paese in cui c’è davvero bisogno di una voce forte dell’inviato delle Nazioni Unite per condurre i negoziati, poiché tutti sono d’accordo che non può esserci una soluzione militare al conflitto libico. Quindi non solo per la Libia, ma per tutte le altre missioni in Africa, gli africani chiedono di avere inviati africani”.

Mentre il Covid-19 fa il suo corso in Africa, la prevenzione dei conflitti e gli sforzi di mediazione sono stati fortemente colpiti. Paradossalmente, questa potrebbe rappresentare un’opportunità per l’implementazione dell’agenda “Donne, Pace e Sicurezza” e in particolare per le donne che lavorano per la pace in Africa?
“Certo. Fino ad oggi nel nostro continente, abbiamo perso o usato non correttamente il potenziale delle donne, che riescono a percepire l’imminenza dei conflitti dei quali sono fra le prime vittime. Per questo sono nella posizione migliore per trovare una soluzione a tali conflitti. A questo proposito abbiamo lanciato con successo una nuova piattaforma – Femwise – che ha ormai due anni e funziona molto bene. Abbiamo già inviato sul campo tre donne in Sudan e in Sud Sudan e nei prossimi giorni nei invieremo altre. Questo è il modo migliore per dare l’opportunità alle mediatrici giovani di far vedere ciò di cui sono capaci. Penso che se gli daremo fiducia e i mezzi necessari, sono sicuro che saranno in grado di contribuire alla fine della violenza di genere, e ci potranno aiutare anche nell’istruzione e nella protezione dei minori. Questo è l’investimento necessario che dobbiamo fare tutti insieme. Voglio anche che i nostri partner credano nella nostra piattaforma Femwise e impieghino più donne”.

Grazie, lo speriamo davvero anche perché, come ben sa, le donne africane, specialmente in Liberia, sono state molto importanti negli sforzi di disarmo.
“Sì, ha ragione, nel fiume Mano hanno avuto un ruolo storico”.

(Francesca Caruso, da https://www.affarinternazionali.it/ del 17/7/2020)

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ETIOPIA, SUDAN ED EGITTO: GUERRA PER L’ACQUA?

da https://www.proiezionidiborsa.it/ del 27/7/2020

– Nuova guerra in Africa? questa volta per le acque del Nilo –

   La questione riguardante le acque del Nilo Azzurro ha portato ad una nuova tensione tra questi  paesi dell’Africa.

   Il Nilo Azzurro nasce dalle acque del Lago Tana.

   La diga costruita dall’Etiopia sul Nilo Azzurro non è mai piaciuta all’Egitto e neanche al Sudan.

Il Grande Nilo Bianco  nella città di Khartum  riceve l’acqua del Nilo Azzurro, senza  la portata di questo immissario al Cairo sarebbe  solo un piccolo ruscello.

   Le immagini satellitari hanno mostrato che gli Etiopi stanno riempiendo la loro grande diga.

   Possibile nuovo conflitto militare tra questi paesi?

   Sui confini si sono verificati scontri tra contadini ed allevatori di questi due paesi.

   L’acqua dolce in Africa vale veramente quanto l’oro, tanto che si può ben definire l’oro blu.

   L’Etiopia ha dichiarato che il riempimento della diga serve soltanto per la produzione di energia elettrica, in quanto vuole diventare il maggiore esportatore di energia elettrica dell’Africa.

   La diga sarà riempita in circa 4 anni, il Cairo chiede per il suo riempimento almeno 7 anni, così l’impatto sul territorio sarà minore.

   L’Egitto, con una popolazione in crescita, vuole rivendicare diritti storici sul grande fiume. Soprattutto perchè fa affidamento su queste acque per oltre il 90% del suo fabbisogno idrico.

   Nel 2100, secondo stime dell’ONU, gli Egiziani saranno 200 milioni. Dove attingeranno l’acqua potabile se non nel Nilo?

   Il progetto di una diga sul Nilo Azzurro è stato per l’Etiopia un progetto grandioso e veramente ambizioso, dato che alla sua completa esecuzione si tratterà della più grande centrale idroelettrica di tutto il continente africano.

   Etiopia, Sudan ed Egitto: perché è importante il Nilo Azzurro?

   Perché trasporta l’84% dell’acqua  e il 96% del limo, anche se la diga egiziana di Assuan ne blocca una grossa parte nel suo bacino.

   Questo progetto iniziato nel 2011 è costato per adesso oltre 5 miliardi di dollari, in parte finanziato anche dalla Cina. È stato il maggiore investimento del governo etiopico.

   A fine anni trenta, nel periodo fascista, durante l’occupazione dell’Etiopia vi fu un progetto di massima per creare una diga sul Nilo.

   I governi egiziani non hanno mai visto di buon occhio questa diga. In compenso i governi dell’Etiopia hanno sempre dichiarato che con questa diga e con la centrale idroelettrica ad essa collegata nemmeno una goccia d’acqua sarebbe stata tolta al grande fiume.

   Tutta l’acqua accumulata nel bacino sarebbe stata poi reimmessa al solo scopo di produzione di elettricità.    E la portata complessiva del fiume non ne avrebbe risentito minimamente.

   Per adesso entrambi i paesi stanno ancora sulle loro rispettive posizioni e le richieste di chiarimento da parte del governo del Cairo sono rimaste senza risposta.

   Le dighe fatte da Addis Abeba sull’Omo hanno praticamente destinato al deserto le sue regioni rivierasche e hanno messo in serie difficoltà il lago Turkana, condannandolo al degrado.

   Molte popolazioni di contadini, agricoltori, allevatori e soprattutto pescatori sono in ginocchio.

Con l’aumento della popolazione in Africa e con i cambiamenti climatici in corso, sicuramente nel futuro a breve ci potremo rivolgere all’acqua dolce come al vero oro blu.

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