NAGORNO KARABAKH: LA TREGUA del 10 ottobre voluta dalla Russia nella GUERRA tra AZERBAIJAN e ARMENIA, nel Caucaso – L’eredità del passato sovietico delle due repubbliche sovraniste crea tensione e scontro in luoghi ricchi di etnie diverse – A quando la fine di barriere e confini, e scontri nelle terre di mezzo?

“SIAMO LE NOSTRE MONTAGNE” è il titolo del grande monumento situato a STEPANAKERT, la capitale della repubblica del NAGORNO-KARABAKH. Il monumento, completato nel 1967 da SARGHIS BAGHDASARYAN (1923-2001, è stato uno scultore armeno), è significativamente considerato come il simbolo principale del NAGORNO-KARABAKH. Costruito in tufo, raffigura un uomo anziano ed una donna che emergono dalla roccia, a rappresentare la gente delle montagne del NAGORNO-KARABAKH

   Una tregua, un “cessate il fuoco” tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, è stato per fortuna raggiunto tra sabato e domenica 9-10 ottobre, dopo due settimane di intensi scontri che hanno provocato centinaia di morti tra i soldati e almeno 50 vittime tra i civili, dei quali almeno 70 mila in fuga dalle loro abitazioni (se si considera che il Nagorno-Karabakh ha circa 150mila abitanti, quasi metà della popolazione è fuggita dalle loro case e città).

STEPANAKERT distrutta, foto da “la Repubblica” del 6/10/2020) – NAGORNO KARABAKH IN FIAMME, la capitale STEPANAKERT BOMBARDATA tutta la notte dal 26 settembre al 9 ottobre – LA TREGUA DEL 10 OTTOBRE 2020: “(…) I governi di ARMENIA e AZERBAIGIAN hanno concordato di avviare “trattative sostanziali” per arrivare “quanto prima” a una risoluzione pacifica del conflitto in Nagorno-Karabakh. Lo ha riferito il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che ha guidato la difficile trattativa che ha portato nella notte tra il 9 e il 10 ottobre al CESSATE IL FUOCO DOPO DUE SETTIMANE di intensi scontri che hanno provocato CENTINAIA DI MORTI TRA I SOLDATI E ALMENO 50 VITTIME TRA I CIVILI dei quali almeno 70 MILA SONO IN FUGA DALLE LORO ABITAZIONI. (…)” (da https://www.analisidifesa.it/ del 10/10/2020)

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ULTIM’ORA 10 NOVEMBRE 2020

IN NAGORNO KARABAKH C’È UN SOLO VINCITORE, LA RUSSIA

da “La Stampa” del 10/11/2020

   Martedì 10 novembre l’Azerbaigian, l’Armenia e la Russia hanno firmato un accordo per porre fine allo scontro militare sul Nagorno-Karabakh. Tutti i territori circostanti (7 regioni) occupati dall’Armenia saranno restituiti all’Azerbaigian, mentre gli sfollati e i rifugiati azeri torneranno alle loro case sotto la supervisione dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati.

   In adempimento dell’accordo forze di pace russe saranno schierate lungo la linea del fronte nel Nagorno-Karabakh e nel corridoio di Lachin tra la regione e l’Armenia. La durata del loro incarico è di cinque anni con proroga automatica di altri cinque. In questo modo Mosca, che ha già basi militari a Gyumri (Armenia), rafforza ulteriormente la sua presenza nel Caucaso meridionale.
L’accordo negoziato con la Russia consegna l’Armenia ai tumulti politici e la sua giovane democrazia a un futuro imprevedibile. In Armenia stanno scoppiando proteste di massa che etichettano l’accordo come un tradimento e chiedono le dimissioni del primo ministro Pashinyan. Se così sarà (e appare difficile che Pashinyan abbia un’alternativa) il Cremlino otterrà un doppio guadagno da questo accordo. L’Armenia è un partner strategico per la Russia, ma le relazioni bilaterali tra i due sono cambiate dal 2018 e precisamente dopo la rivoluzione che ha portato al potere il primo ministro Pashinyan. Le riforme democratiche che ha intrapreso e la sua lotta alla corruzione, conclusasi con l’incarcerazione di alcuni oligarchi affiliati alla Russia e dell’ex presidente filo-russo Kocharyan, non sono state apprezzate dal Cremlino. Adesso Putin può vendicarsi.
Oltre a essere riuscita a fermare il timido percorso dell’Armenia verso un governo democratico, Mosca toglie di mezzo così anche il Gruppo di Minsk dell’OSCE, evidenziando ulteriormente l’incapacità delle potenze occidentali (in particolare Francia e Stati Uniti) di esercitare una qualche influenza su un negoziato durato anni. L’accordo russo arriva dopo due cessate il fuoco falliti mediati prima dalla Francia e poi dagli Stati Uniti.

   Ultimo, ma non meno importante, le trattative trilaterali Russia, Azerbaijan, Armenia segnano una modesta vittoria anche per Ankara. Secondo l’accordo, l’Armenia dovrà fornire un corridoio tra l’Azerbaigian e la sua Repubblica autonoma di Nakhichevan, quindi un collegamento di trasporto diretto tra Turchia e Azerbaigian.

  (Traduzione di Carla Reschia) – Nona Mikhelidze, PhD, Head of the Eastern Europe and Eurasia Programme – Istituto Affari Internazionali (IAI)

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  Il NAGORNO KARABAKH, ex geo-regione autonoma all’interno dell’allora ex Azerbaijan Sovietico, geo-regione però a maggioranza di popolazione armena, ed ora sotto il prevalente dominio militare e politico armeno (dopo la guerra tra Armenia e Azerbaijan nel 1991-1994, ripresa nel 2016, che di fatto ha visto la prevalenza bellica armena), si diceva con circa 150mila abitanti, è adesso una regione sotto il controllo militare e politico dell’Armenia, che però “non va bene” al vicino e coinquilino Azerbaijan che per primo ha innalzato il livello di scontro in questi giorni (da domenica 27 settembre scorso) bombardando la regione.

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CAUCASO (da https://it.wikivoyage.org/

Il CAUCASO è una regione situata TRA MAR NERO E MAR CASPIO. L’omonima catena MONTUOSA è normalmente considerata linea di CONFINE FRA I CONTINENTI EUROPEO E ASIATICO. Geograficamente è considerata parte dell’ASIA OCCIDENTALE ma da un punto di vista culturale LE NAZIONI DELLA REGIONE (TUTTE EX REPUBBLICHE SOVIETICHE) fanno parte dell’EUROPA ORIENTALE. Si è soliti distinguere la TRANSCAUCASIA dalla CISCAUCASIA. La prima si estende sul versante meridionale della catena. La 2^ sul versante settentrionale. È possibile suddividere il Caucaso in DUE MACROREGIONI: il CAUCASO SETTENTRIONALE, i cui confini meridionali sono costituiti dalla catena del Grande Caucaso, catena montuosa lunga 1.200 km che è fra le più alte del mondo (Monte Elbrus, 5.642 m s.l.m.), fra Mar Nero e Mar Caspio, ed il PICCOLO CAUCASO. Appartiene all’era terziaria (come le Alpi) e ha circa 25 milioni di anni (era Oligocene). (da https://it.wikivoyage.org/)

GRANDE CAUCASO PICCOLO CAUCASO (carta fisica da http://it.nextews.com/)

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   La più importante e bellissima città capitale del Nagorno Karabakh, STEPANAKERT, è stata messa a ferro e fuoco dai bombardamenti azeri, sia nei palazzi e monumenti più importanti, che nei quartieri residenziali, facendo strage della popolazione (quella sopravvissuta è fuggita quasi completamente dalla città), che di militari armeni (cui l’esercito armeno a sua volta si è pure lui macchiato di atrocità nell’intera regione contesa).

(Detailed Map of the Conflict Zone, mappa da https://www.crisisgroup.org/) – “(….) i BOMBARDAMENTI hanno colpito quartieri residenziali in entrambi i paesi, Armenia e Azerbaigian; anche al di fuori delle zone contese. COLPI DI ARTIGLIERIA PESANTE E RAZZI HANNO RAGGIUNTO LA CAPITALE DEL NAGORNO KARABAKH, STEPANAKERT, e le città azere di Ganja e Mingachevir. Secondo la Croce Rossa Internazionale (CRI) si contano già decine di morti e feriti tra i civili, con centinaia di scuole, ospedali e abitazioni distrutte. Questi fatti, secondo la CRI, violano il diritto internazionale umanitario che vieta gli attacchi indiscriminati e sproporzionati. (…)” (Pierre Haski, France Inter, 6/10/2020, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

   Un conflitto in un angolo della Terra quasi del tutto sconosciuto, al quale non si presta attenzione; in una situazione geopolitica assai complicata tra i tre contendenti (Armenia, Azerbaijan e lo stesso Nagorno Karabakh); che vede la Turchia appoggiare il “musulmano-sciita” Azerbaijan (interessata anche alle risorse petrolifere del paese assai più ricco della “povera” Armenia, cristiano-ortodossa, più filo-russa); e, a proposito di Russia, con Putin che solo adesso (il 9-10 ottobre) ha deciso di intervenire imponendo una tregua, senza aspettare di vedere come andava a finire la guerra, il massacro; e gli altri soggetti internazionali assenti e anche un po’ impotenti a prospettare qualsivoglia soluzione diplomatica.

   E’ la situazione di tanti contesti di regioni “di confine” tra due stati (piccoli stati, che hanno conquistato l’indipendenza da poco) che ribadiscono la loro forte sovranità. E a farne le spese sono regioni “di confine”, multietniche, che dovrebbero adottare (essere messe in gradi di adottare) soluzioni di pacifica interna convivenza tra etnie diverse; in un clima di condivisione, collaborazione, pacificazione e rispetto delle diversità altrui. Progetto questo, peraltro, di un possibile Governo Mondiale, che intervenga dove ci sono atrocità umane contro la popolazione (come è accaduto adesso in Nagorno Karabakh), e proponga istituzioni civili di democrazia basato su un progetto federalista mondiale che rispetti minoranze e diversità.

I maggiori centri urbani del Nagorno-Karabakh (mappa da http://www.sicurezzainternazionale.luiss.it/)

   E’ la condizione di un contesto di pace e sviluppo cui hanno bisogno la maggior parte di quelle aree regionali multietniche, diffuse in varie parti del mondo, dimenticate da tutti (da noi in primis), e dove accadono crimini che non si sanno, o si fa finta di niente (e nemmeno la Storia li ricorderà).

   Veniamo qui di seguito a raccogliere notizie per cercare di dipanare la complicata e tragica situazione del Nagorno Karabakh, al fine almeno di tradurlo in una nostra minima conoscenza di quel che sta accadendo. (s.m.)

(Tanap-Tap, MAPPA DA https://it.insideover.com/) – “(…) Nella striscia di terra tra il MAR CASPIO e il MAR NERO scorre la sopravvivenza energetica dell’Europa: PETROLIO e GAS. Dal TAP (Trans-Adriatic Pipeline), gasdotto che dall’Azerbaigian arriva in Italia attraverso la PUGLIA, al CMG (Corridoio Meridionale del Gas), senza dimenticare l’OLEODOTTO BAKU-TBILISI-CEYHAN (Pierfrancesco Curzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 29/9/2020) – Pertanto È DAL TERRITORIO AZERO che partirà il GASDOTTO TRANSADRIATICO (TAP Trans-Adriatic Pipeline) (gasdotto in costruzione che dalla frontiera greco-turca attraversa Grecia e Albania per approdare in Italia, sulla costa adriatica della provincia di Lecce), permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio (Azerbaigian) in Italia e in Europa, e che contribuirà alla ulteriore diversificazione dei canali di approvvigionamento nazionale (vedi qui sopra la mappa)

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IMPORT DI PETROLIO IN ITALIA: I PRIMI VENTI PAESI FORNITORI (AL SECONDO POSTO L’AZERBAIGIAN)

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Il pregresso

Il NAGORNO KARABAKH era una REGIONE AUTONOMA a MAGGIORANZA ARMENA all’interno dell’AZERBAIJAN SOVIETICO. A partire dalla fine degli anni Ottanta, tensioni crescenti e rivendicazioni sono dapprima sfociate in episodi di violenza localizzati, poi in pogrom, ed infine in una guerra aperta, conclusasi con un CESSATE-IL-FUOCO NEL 1994. Da allora, la quasi totalità dell’ex-regione autonoma del Nagorno Karabakh nonché alcune aree circostanti (all’epoca interamente abitate da azeri) sono SOTTO IL CONTROLLO DI FORZE ARMENE, e LA POPOLAZIONE AZERA è stata COSTRETTA AD ABBANDONARE LE PROPRIE CASE; ad oggi, si registrano circa 600.000 SFOLLATI IN AZERBAIJAN. In NAGORNO KARABAKH vi è un GOVERNO DE FACTO la cui indipendenza non è riconosciuta a livello internazionale da alcun membro delle Nazioni Unite; gode comunque di esplicita e diretta assistenza dell’Armenia.

(da https://www.balcanicaucaso.org/ )

NAGORNO KARABAKH IN FIAMME, la capitale STEPANAKERT BOMBARDATA tutte le notti dal 26 settembre al 9 ottobre (foto da https://fai.informazione.it/)

Dossier

Il 27 settembre 2020 si è aperto un NUOVO, GRAVE E VIOLENTO CAPITOLO DEL CONFLITTO TRA ARMENIA ED AZERBAIJAN SUL NAGORNO KARABAKH, con centinaia tra morti e feriti. Un conflitto che in trent’anni non è mai stato risolto.

La guerra ebbe inizio nel 1988, con rivendicazioni irredentiste nella regione azera del Nagorno Karabakh, la cui popolazione era costituita per i 3/4 da armeni. La situazione nel 1991 sfociò in una guerra tra l’ormai indipendente Azerbaijan e l’Armenia.

La guerra aperta si concluse con gli ACCORDI PER IL CESSATE IL FUOCO FIRMATI A BISHKEK (KIRGIZISTAN) NEL 1994, da quel momento il territorio rimase SOTTO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELL’ARMENIA.

Nell’aprile del 2016 vi fu una recrudescenza con la “Guerra dei quattro giorni” che si è conclusa con una tregua tra le parti in conflitto: NAGORNO KARABAKH E ARMENIA DA UNA PARTE E AZERBAIJAN DALL’ALTRA. Un cessate il fuoco formale che non ha però mai fermato gli scontri sulla linea del fuoco, dove militari e i civili vengono regolarmente uccisi. Le parti in conflitto continuano ad accusarsi a vicenda di violare il cessate il fuoco.

Nell’ambito del Gruppo di Minsk dell’OSCE (con tre co-presidenti: USA, Francia e Russia) (il Gruppo di Minsk è la struttura operativa creata dall’Osce nel 1992 e dedicata proprio al conflitto in Nagorno Karabakh, ndr), non si sono mai raggiunti progressi concreti verso la risoluzione del conflitto.

(da https://www.balcanicaucaso.org/ )

Fumo rimasto dopo un bombardamento a STEPANAKERT, nel Nagorno-Karabakh (da https://edition.cnn.com/ del 4 ottobre 2020)

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COSA C’È DIETRO GLI SCONTRI NEL NAGORNO KARABAKH

di Gwynne Dyer, 29/9/2020, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

– È stato probabilmente l’Azerbaigian a dare il via alla nuova fase di ostilità con la vicina Armenia. Il che non significa che sia tutta colpa di Baku –

   Gli scontri cominciati domenica 27 settembre sono i più gravi dal cessate il fuoco del 1994: ci sono elicotteri abbattuti, carri armati distrutti e decine di morti. La cosa potrebbe andare per le lunghe – la guerra combattuta tra il 1992 e il 1994 provocò trentamila vittime e un milione di profughi – o potrebbe concludersi in pochi giorni. Ma non risolverà niente.

   Nel Caucaso i paesi confinanti possono essere estremamente diversi: l’Azerbaigian è un paese musulmano sciita e parla quello che è in realtà un dialetto orientale del turco, mentre l’Armenia è cristiano-ortodossa e parla una lingua che non ha parenti noti nella famiglia indoeuropea. Ma i due paesi condividono una lunga storia d’oppressione.

   Entrambi avevano trascorso quasi un secolo sotto l’impero della Russia zarista, ritrovando brevemente l’indipendenza durante la rivoluzione, per poi passare altri settant’anni nell’Unione Sovietica. Quando entrambi hanno recuperato nuovamente l’indipendenza nel 1991, tuttavia, si sono dichiarati quasi immediatamente guerra.

   La colpa è di Iosif Stalin. Quando era commissario per le nazionalità, tra il 1918 e il 1922, disegnò i confini di tutte le nuove “repubbliche sovietiche” non russe nel Caucaso e in Asia Centrale secondo il classico principio del divide et impera. Ogni “repubblica” includeva minoranze etniche delle repubbliche vicine, per minimizzare il rischio che sviluppassero una vera identità nazionale.

   All’Azerbaigian Stalin attribuì la provincia del Nagorno Karabakh anche se la popolazione di quell’area era per quattro quinti armena. Quando l’Unione Sovietica cominciò a sgretolarsi, settant’anni dopo, le minoranze locali di entrambi i paesi cominciarono a fuggire verso le zone dov’erano in maggioranza per mettersi al sicuro, anche prima che scoppiasse la guerra.

   La guerra vera e propria è andata avanti dal 1992 al 1994, ed è stata un conflitto brutale con pulizie etniche: seicentomila azeri e trecentomila armeni sono fuggiti dalle loro case. Sulla carta, l’Armenia avrebbe dovuto perdere, perché ha una popolazione di soli tre milioni di persone rispetto ai nove milioni di quella dell’Azerbaigian, ma in realtà ha vinto la maggior parte delle battaglie.

Il bisogno della guerra
Quando la Russia postsovietica ha mediato per un cessate il fuoco tra le due parti in causa, ormai esauste, l’Armenia è riuscita a mantenere non solo il Nagorno Karabakh, ma anche un’ampia porzione di territorio (ormai svuotato dagli azeri) che collegava quest’ultimo con l’Armenia vera e propria. Ed è precisamente lì che il confine – o più precisamente la linea del cessate il fuoco – è rimasto fino a oggi.

   L’ultima volta che ho visitato la linea del fronte era poco dopo la fine della guerra. Quindi perché dico che è stato l’Azerbaigian a cominciare questo scontro? Per tre motivi.

   Il primo è che l’Armenia controlla già tutto il territorio che rivendica, e anche di più. Tuttavia, ai sensi del diritto internazionale, non ha alcun diritto su di esso e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite le ha chiesto quattro volte di ritirare le sue truppe. Perché l’Armenia dovrebbe attirare ulteriori e sgradite attenzioni sul fatto che da 26 anni occupa illegalmente un territorio “straniero”?

   Il secondo è che l’Armenia è molto più debole sul piano militare. Non solo ha meno abitanti, ma è anche povera, mentre l’Azerbaigian ha accumulato grandi ricchezze grazie al petrolio. Entrambi i paesi acquistano buona parte delle loro armi dalla Russia, ma negli ultimi vent’anni l’Azerbaigian ha speso nove volte più dell’Armenia in armamenti.

   Infine il dittatore “eletto” dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha un grande bisogno politico di una guerra in questo momento, al contrario del nuovo leader dell’Armenia, il primo ministro Nikol Pashinyan.

Pashinyan è salito al potere nel 2018 vincendo regolarmente le elezioni, dopo che delle proteste non violente avevano costretto alle dimissioni il suo predecessore, che stava cercando una soluzione “alla Putin” (ovvero rimanere al potere dopo aver concluso i suoi due mandati da presidente, trasferendo i poteri effettivi al primo ministro, e assumendo poi in prima persona tale incarico). Oggi l’Armenia ha una stampa indipendente e un presidente popolare.

   In Azerbaigian, Aliyev lotta per prolungare il regime dinastico della sua famiglia per una terza generazione, nonostante le proteste. Suo padre, Heydar Aliyev, era un funzionario del Kgb che era diventato leader del Partito comunista dell’Azerbaigian, convertendosi poi in dittatore dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Lo stesso è accaduto nella maggior parte delle ex repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica.

   Heydar riuscì a trasferire il potere a suo figlio Ilham prima di morire nel 2004. Ilham ha modificato la costituzione per eliminare i limiti al mandato presidenziale nel 2009. Nel 2016 ha perfino abbassato il limite d’età per diventare presidente, preparando il terreno per l’ascesa al trono di suo figlio, allora diciannovenne.

   I partiti d’opposizione dell’Azerbaigian, nonostante l’oppressione, la prigione e la tortura, stanno resistendo alla dittatura di Aliyev, e l’occupazione del Nagorno Karabakh da parte dell’Armenia è lo strumento politico più efficace che hanno a disposizione. Gruppi di manifestanti hanno occupato il centro di Baku nelle scorse settimane, chiedendo al governo di rispondere con i fatti, e questa miniguerra è il tentativo di Aliyev di calmarli.

   La situazione si placherà se l’Armenia riuscirà a resistere abbastanza a lungo da permettere alla Russia d’imporre un nuovo cessate il fuoco. Altrimenti le cose potrebbero prendere di nuovo una piega molto spiacevole. (Gwynne Dyer, traduzione di Federico Ferrone)

PAESI DEL CAUCASO (mappa da https://www.analisidifesa.it/)

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TREGUA IN NAGORNO-KARABAKH: PUTIN METTE FUORI GIOCO ERDOGAN

di Gianandrea Gaiani, 10 ottobre 2020. da https://www.analisidifesa.it/

   I governi di Armenia e Azerbaigian hanno concordato di avviare “trattative sostanziali” per arrivare “quanto prima” a una risoluzione pacifica del conflitto in Nagorno-Karabakh. Lo ha riferito il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che ha guidato la difficile trattativa che ha portato nella notte tra il 9 e il 10 ottobre al cessate il fuoco dopo due settimane di intensi scontri che hanno provocato centinaia di morti tra i soldati e almeno 50 vittime tra i civili dei quali almeno 70 mila sono in fuga dalle loro abitazioni.

   Difficile per ora disporre di dati attendibili anche perché l’Azerbaijan non comunica le sue perdite militari ma rivendica, come del resto fanno anche gli armeni, di aver eliminato migliaia di soldati nemici.

   Come in tutte le guerre è inutile attendersi trasparenza e ci si deve accontentare della propaganda: anche la democratica Armenia ha rafforzato le norme della legge marziale vietando dichiarazioni e pubblicazione critiche nei confronti del governo e che possano minare lo sforzo bellico.

   Lavrov ha accolto a Mosca i suoi omologhi azero e armeno, Jeihun Bayramov e Zohrab Mnatsakanian, convocati venerdì scorso dal presidente russo, Vladimir Putin, nel tentativo di porre fine al conflitto scoppiato il 27 settembre e Lavrov, dopo dieci ore di colloquio, ha annunciato l’entrata in vigore dalle 12 di oggi (le 10 in Italia)  un cessate il fuoco per “ragioni umanitarie”, che consentirà lo scambio dei prigionieri e dei corpi dei caduti sotto la mediazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

   Erevan e Baku hanno inoltre ratificato una formula di mediazione che prevede la supervisione del Gruppo di Minsk, la struttura messa in piedi nel 1992 dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per prevenire il riaccendersi delle ostilità nel Nagorno-Karabakh.

   Il Gruppo è formato da Stati Uniti, Russia e Francia e nel 1994 riuscì a far cessare (non a risolvere) il conflitto che aveva provocato 30 mila morti (un numero enorme considerato che gli abitanti del Nagorno-Karabakh sono appena 150 mila) determinando il successo armeno.

   Il ruolo riconosciuto del Gruppo di Minsk nella gestione dei colloqui post-tregua significa che non sarà possibile per altri Paesi subentrare nella gestione negoziale tagliando fuori la Turchia dall’accesso al tavolo delle trattative.

   Elemento quest’ultimo che permette di ipotizzare anche una convergenza tra Mosca, Parigi e Washington, determinate evidentemente a non lasciare ulteriori margini di manovra all’espansionismo turco.

   Del resto se i russi svolgono da tempo un ruolo di contenimento della Turchia, la Francia resta (insieme ad Atene) il più fiero e determinato avversario europeo di Ankara mentre gli Stati Uniti hanno rinnovato il 9 ottobre per un altro anno le sanzioni al governo turco (incluse quelle militari) per l’invasione della regione curda siriana.

   L’amministrazione Trump ha ribadito che “le azioni del governo di Ankara per condurre un’offensiva militare nel nord-est della Siria minacciano la campagna contro lo Stato islamico, mettono in pericolo i civili minano i tentativi di portare pace, sicurezza e stabilità nella regione. Inoltre, le iniziative turche continuano a costituire una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera statunitensi”.

   Il cessate il fuoco in Nagorno Karabakh rappresenta quindi un successo russo che, in funzione di argine alla Turchia, fa comodo a molti. Mosca non solo vede premiato il suo atteggiamento quasi neutrale nel conflitto (gli aiuti militari russi all’Armenia hanno avuto poca visibilità), funzionale a mantenere la forte influenza russa sul regime azero ed evitando di gettarlo tra le braccia della Turchia.

   Non a caso il ministero degli Esteri turco ha emesso un comunicato in cui definisce il cessate il fuoco entrato in vigore oggi in Nagorno Karabakh “l’ultima chance per l’Armenia per ritirarsi da un’area che non le appartiene”. Nel comunicato si ribadisce il sostegno incondizionato della Turchia “a tutte le decisioni che prenderà il governo dell’Azerbaigian”, con Ankara che sosterrà Baku “sia politicamente che sul campo”.

   Il successo diplomatico di Mosca conseguito col cessate il fuoco, si è basato sulla valutazione militare che l’offensiva azera sostenuta e alimentata dalla Turchia non sarebbe riuscita a conquistare la regione contesa con una guerra-lampo.

   La tenace resistenza armena pagato con forti perdite in truppe e mezzi e i rifornimenti giunti da Mosca (che in Armenia mantiene due basi militari, terrestre e aerea) hanno limitato i successi conseguiti dagli azeri sulle due direttrici d’avanzata  portando di fatto a una situazione di stallo in cui entrambi i contendenti rischiano di esaurire le risorse militari e finanziarie necessarie ad alimentare un conflitto convenzionale a medio-alta intensità.

   Condizione riscontrabile da alcuni giorni sul campo di battaglia, come i russi hanno potuto cogliere monitorando costantemente gli sviluppi sul terreno, che ha portato alla convocazione da parte del Cremlino dei ministri degli esteri azero e armeno.

   L’Azerbaigian, forte di una popolazione di 10 milioni dio abitanti (più del triplo dei 3 milioni di armeni) e delle ricchezze determinate dall’export di gas e petrolio ha puntato su un massiccio riarmo rafforzatosi anche negli ultimi anni nonostante il crollo delle quotazioni energetiche avesse ridotto le capacità finanziarie di Baku,

   In termini geopolitici il conflitto nasce anche da motivazioni interne al regime azero del presidente Ilham Alyiev che dall’ottobre 2003 è succeduto al padre e ha sempre mantenuto le redini del Paese e che sembra puntare sul richiamo nazionalistico per far tacere le opposizioni e il malcontento popolare determinato anche dalle difficoltà economiche.

   In queste ore i due contendenti si sono accusati reciprocamente di continuare gli attacchi prima dell’entrata in vigore della tregua. Baku ha affermato di aver distrutto nelle ultime ore 13 tank armeni, 4 lanciarazzi e una serie di equipaggiamenti militari. Il ministero della Difesa armeno ha accusato i nemici per l’uso di droni con l’obiettivo di “modificare la situazione” sul terreno “prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco” e di aver lanciato altri razzi contro “quartieri abitati” della città di Stepanakert, capoluogo del Nagorno Karabakh.

   Si tratta delle consuete dichiarazioni che accompagnano da sempre ogni cessate il fuoco e che sanciscono la necessità dei contendenti di mostrare alla propria opinione pubblica vantaggi e successi che giustifichino i sacrifici determinati dal conflitto.

   In questo contesto non è difficile individuare vincitori e sconfitti, o per meglio dire chi si trovi in vantaggio in una fase che potrebbe rappresentare solo l’intervallo in vista del secondo tempo della “partita” tra Armenia e Azerbaigian.

   Sul campo gli azeri hanno conseguito con la guerra un successo territoriale limitato ma hanno probabilmente dissanguato le risorse logistiche necessarie a continuare ad alimentare l’offensiva. Gli armeni hanno perso terreno, mezzi e truppe ma resistono su posizioni difensive favorite dalla geografia della regione.

   In termini tattici l’Azerbaigian è in vantaggio ma in termini strategici sono gli armeni a vantare un buon punto avendo rallentato e arrestato la pesante offensiva nemica.

   Baku non cercava solo una limitata esibizione muscolare poiché gli ambiziosi obiettivi dichiarati dal governo azero prevedevano che le ostilità cessino solo quando l’intero Nagorno Karabakh sarà liberato: il fallimento nel conseguire al momento questo obiettivo determina la sconfitta azera.

   Sul piano politico-strategico è Vladimir Putin a uscirne vincente a spese di Recep Tayyp Erdogan. Mosca si conferma nuovamente arbitro indiscusso delle crisi alle porte di casa, dove da tempo in molti cercano di ridurne l’influenza sulle repubbliche ex sovietiche ai suoi confini, dall’Ucraina alla Georgia, dal Caucaso agli “stan” dell’Asia Centrale.

   Ankara vede invece per il momento frustrato il tentativo di conseguire un successo militare eclatante in Nagorno Karabakh dove ha schierato al fianco degli azeri aerei, droni, consiglieri militari e qualche migliaio di mercenari jihadisti siriani già impiegati dai turchi come carne da cannone in Libia.

   Erdogan, alle prese con una profonda crisi economica e finanziaria che sta mettendo in grave difficoltà buon parte della popolazione, aveva bisogno di un successo eclatante che confermasse il valore della costosa politica “imperialistica” neo-ottomana che in un anno ha visto i turchi scendere in campo con le armi nel Kurdistan siriano (Rojava), ai confini terrestri con la Grecia guidandovi ondate di immigrati illegali, nella provincia siriana di Idlib, in Libia, nel Mediterraneo Orientale e infine in Caucaso.

   Missione almeno per ora fallita quindi per la Turchia, espostasi forse su troppi fronti al punto che, tenuto conto anche delle contestazioni politiche e delle difficoltà economiche interne, varrebbe la pena chiedersi se oggi una limitata ma dolorosa umiliazione militare non possa sensibilmente indebolire o destabilizzare il regime di Erdogan. (Gianandrea Gaiani, 10 ottobre 2020. da https://www.analisidifesa.it/)

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NAGORNO KARABAKH, IL PETROLIO AZERO O GLI STORICI RAPPORTI CON L’ARMENIA: GLI INTERESSI ITALIANI NEL CONFLITTO DEL CAUCASO MERIDIONALE

di Pierfrancesco Curzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 29/9/2020,

https://www.ilfattoquotidiano.it/

– Economia e storia cozzano nel momento in cui il nostro Paese dovrà in qualche modo mostrare da che parte stare tra le due ex Repubbliche sovietiche. Da una parte le risorse energetiche di Baku, primo fornitore di Roma, dall’altra il legame culturale con Yerevan e la crescente presenza di aziende italiane nel Paese –

   I nuovi scontri tra Armenia e Azerbaigian in Nagorno Karabakh toccano anche gli interessi dell’Italia. Baku è infatti il primo fornitore di petrolio di Roma, particolare che influirà inevitabilmente sulla posizione italiana dopo la recrudescenza del conflitto nel Caucaso meridionale. Sul piatto della bilancia, gli interessi economici potrebbero avere un peso maggiore rispetto ai tradizionali rapporti storico-culturali tra l’Italia e l’Armenia, nonostante la presenza di molte aziende italiane nel Paese.

   Economia e storia cozzano nel momento in cui il nostro Paese dovrà in qualche modo mostrare da che parte stare tra le due ex Repubbliche sovietiche, impegnate in una grave escalation del conflitto per la contesa del Nagorno Karabakh. Per ora, sul solco della strategia delle relazioni estere dei nostri governi, l’Italia non ha preso una posizione netta, unendosi alla voce dell’Europa che auspica una gestione politico-diplomatica della crisi.

   Da Paese non autonomo a livello energetico, per l’Italia è difficile condannare l’aggressione militare messa in atto domenica mattina (29 settembre, ndr) dall’Azerbaigian nei confronti della popolazione civile della Repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta a livello internazionale: “L’Italia è un Paese strategico per l’Azerbaigian ed ha una memoria istituzionale sul conflitto. In particolare ha interessi vitali per la propria economia”, conferma l’ambasciatore azero in Italia Mammad Ahmadzada. Che aggiunge un dettaglio strategico militare molto importante: “L’Armenia ha avviato le sue operazioni militari a luglio nel distretto sul confine armeno-azero di Tovuz, il territorio interessato dai progetti di infrastrutture per l’energia, non a caso pochi mesi prima dell’entrata in funzione del Corridoio Meridionale del Gas (Cmg). Yerevan persegue un disegno chiaro, ostacolare questi progetti energetici così importanti per l’Europa e, di conseguenza, per l’Italia”.

   Non va neppure dimenticato un fattore determinante: a livello geografico e politico il Nagorno Karabakh appartiene all’Azerbaigian, ma dopo la prima parte del conflitto, conclusa nel 1994, quelle terre sono abitate dagli armeni che hanno fondato la Repubblica separatista dell’Artsakh. Detto questo, l’offensiva di domenica scorsa (27 settembre, ndr) porta la firma di Baku, con bombardamenti anche su obiettivi civili, secondo quanto denunciato dalla controparte.

   Il Caucaso resta un terreno di interesse economico di larga scala e il conflitto più lungo del mondo viene monitorato proprio cercando di rispettare i vincoli e i rapporti di forza delle grandi potenze regionali: la Turchia da una parte, in totale appoggio a Baku, al di là delle vecchie questioni del genocidio armeno di oltre un secolo fa, e la Russia dall’altra, vicina a Yerevan.

   Nella striscia di terra tra il mar Caspio e il mar Nero scorre la sopravvivenza energetica dell’Europa: petrolio e gas. Dal Tap, che dall’Azerbaigian arriva in Italia attraverso la Puglia, al Cmg, senza dimenticare l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che dribbla proprio l’ortodossa Armenia e lo sciita Iran, Paesi non graditi alle forze sunnite di Baku e Ankara.

   Dovessimo basarci su questi rapporti, effettivamente l’Italia potrebbe strizzare più di un solo occhio al presidente azero Ilham Aliyev. Ne vale della qualità di vita nel Belpaese. Come dimenticare però gli ottimi rapporti con l’Armenia che si perdono nel tempo? La comunità azera in Italia non ha numeri importanti. Diverso il discorso per quella armena, a causa della diaspora seguita al genocidio del 1915. Per non parlare delle testimonianze culturali: “Diverse città italiane hanno santi patroni armeni, come San Gregorio IlluminatoreSan BiagioSan Miniato e così via – spiega l’ambasciatrice armena a Roma, Tsovinar Hambardzumyan – Viaggiando per l’Italia, da nord a sud, si possono trovare innumerevoli testimonianze antiche dell’amicizia tra i nostri popoli. Mi limito a citare il primo libro stampato in lingua armena che fu pubblicato proprio in Italia nel 1512. I fili che legano i nostri popoli sono così forti e profondi che dopo l’indipendenza dell’Armenia dall’Urss non c’è voluto alcuno sforzo particolare per stabilire ottimi rapporti interstatali con l’Italia. Apprezziamo l’equilibrio mantenuto dall’Italia nel conflitto per il Nagorno Karabakh, sperando in un mantenimento delle posizioni all’interno della cornice delineata nel Gruppo di Minsk (una struttura operativa creata dall’Osce nel 1992 e dedicata proprio al conflitto in Nagorno Karabakh, ndr)”.

   Storia ma non solo. A quanto pare i rapporti tra Italia e Armenia si basano anche sull’economia, sebbene non paragonabili ai volumi espressi a livello energetico con l’Azerbaigian: “Attualmente in Armenia sono presenti più di 170 imprese con partecipazione a capitale italiano – aggiunge la massima rappresentante diplomatica armena in Italia – Cresce l’interesse degli imprenditori italiani nel nostro Paese, gli investimenti effettuati recentemente si riferiscono ai settori del tessile, della ceramica, dell’energia. Negli ultimi due anni il nostro fatturato commerciale è aumentato quasi del 50%. Purtroppo, a causa della pandemia  da coronavirus, nella prima metà di quest’anno abbiamo registrato una diminuzione del fatturato commerciale del 21%”. (Pierfrancesco Curzi)

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LA GUERRA TRA L’ARMENIA E L’AZERBAIGIAN DIVENTA PIU’ SANGUINOSA

di Pierre Haski, France Inter, 6/10/2020,

da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Il Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) è un’istituzione svizzera fondata oltre centocinquant’anni fa, ed è all’origine delle convenzioni di Ginevra che hanno codificato il diritto di guerra (anche nei conflitti armati esistono regole che tutti gli stati sono tenuti a rispettare). Di conseguenza, se il Cicr ha deciso di denunciare la direzione intrapresa dal conflitto tra Armenia e Azerbaigian, non lo ha fatto sicuramente a cuor leggero.

   I combattimenti sono in corso ormai da più di una settimana, ma nelle ultime 48 ore i bombardamenti hanno colpito quartieri residenziali in entrambi i paesi, anche al di fuori delle zone contese. Colpi di artiglieria pesante e razzi hanno raggiunto la capitale del Nagorno Karabakh, Stepanakert, e le città azere di Ganja e Mingachevir.

   Secondo il Cicr si contano già decine di morti e feriti tra i civili, con centinaia di scuole, ospedali e abitazioni distrutte. Questi fatti, secondo il comitato, rischiano di violare il diritto internazionale umanitario che vieta gli attacchi indiscriminati e sproporzionati. La Francia, gli Stati Uniti e la Russia, i tre paesi che costituiscono il gruppo di Minsk incaricato di organizzare una missione nella regione, hanno condannato la piega presa dalle ostilità nella giornata del 5 ottobre.

   Perché l’aumento della violenza? In questo genere di guerra tra stati, i belligeranti sanno bene che le pressioni internazionali impediscono di prolungare i combattimenti. Per questo motivo, ed è sicuramente il caso dell’Azerbaigian, spesso si cerca di cambiare la situazione sul campo prima di un eventuale ritorno al tavolo dei negoziati.

   La situazione nella zona contesa era rimasta stabile per quasi trent’anni, dopo che una vittoria militare aveva permesso all’Armenia di assumere il controllo del Nagorno Karabakh, una regione dell’Azerbaigian popolata soprattutto da armeni, ma anche di una zona cuscinetto azera, che è stata svuotata della sua popolazione.

   È proprio questa zona cuscinetto a essere finita nel mirino dell’esercito di Baku. L’improvvisa escalation è dovuta al fatto che dopo quasi trent’anni di immobilità l’Azerbaigian sta cercando di riconquistare le sue posizioni sul campo.

   Chi può fermare questa guerra? La domanda ne innesca subito altre: se l’esercito azero, più potente rispetto a quello armeno, riuscirà a riprendere la zona cuscinetto, accetterà davvero di fermarsi? O cercherà di sfruttare il suo vantaggio per riconquistare il Nagorno Karabakh? Se fosse così, chi potrebbe impedire un disastro umanitario tra gli armeni della regione? E cosa accadrebbe se l’Azerbaigian attaccasse il territorio della Repubblica armena propriamente detta?

   Queste sono le grandi incognite di un conflitto che potrebbe avere tre potenziali terreni di scontro, ognuno con il suo status, la sua storia e la sua popolazione. Per non parlare delle ripercussioni al livello internazionale. La Russia ha già un accordo di difesa con l’Armenia, e non lascerà che il paese sia travolto. Ma l’intesa non riguarda la zona cuscinetto e non è chiaro se comprenda il Nagorno Karabakh. (Pierre Haski)

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NAGORNO-KARABAKH, IL RUOLO DELLA TURCHIA

di Gianni Sartori, 6 ottobre 2020, da https://riforma.it/

– L’attuale conflitto tra Armenia e Azerbaijan appare propedeutico all’intervento diretto della Turchia contro l’Armenia. E la comunità internazionale cosa può fare? –

   Nella guerra intrapresa dall’Azerbaijan, il ruolo di Ankara si va sempre più definendo. In particolare con la fornitura di migliaia di mercenari e jihadisti provenienti dalla Siria (e forse anche dalla Libia) per combattere a fianco degli azeri contro gli armeni.

   Un destino, quello della cittadina al confine turco-armeno di Kars, analogo a quello delle città frontaliere di Ceylanpinar e di Reyhanli nel conflitto siriano. Ugualmente utilizzate per smistare le milizie islamo-fasciste.

   Per il giornalista curdo Mustafa Mamay non ci sarebbe quindi da stupirsi se «da ora in poi vedremo i salafiti passeggiare per le vie di Kars».

   D’altra parte era quasi scontato che Erdogan intervenisse a gamba tesa nella questione del Nagorno-Karabakh ai primi segnali di ripresa del conflitto.

   Mettendo a disposizione di Baku, oltre ai già citati mercenari e terroristi, aerei F-16, droni Bayraktar TB-2, veicoli e consiglieri militari.

   Niente di strano e niente di nuovo.

   Ancora nel 2009 (10 ottobre) a Zurigo la firma – già concordata – dell’accordo di “normalizzazione diplomatica” e per la riapertura delle frontiere tra la Turchia e l’Armenia era rimasta per molte ore in sospeso.  Il motivo? La legittima contrarietà della delegazione armena per il previsto discorso del ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu. Addirittura, la berlina di Hillary Clinton – già in viaggio verso l’Università di Zurigo per raggiungere le delegazioni svizzere, francesi, russe ed europee – aveva fatto repentinamente dietrofront per ritornare all’hotel da dove – secondo alcune versioni direttamente dal parcheggio – avrebbe tempestato di telefonate i ministri turco e armeno per sbloccare la situazione.

   Poi la cosa era rientrata e il discorso rimasto nel cassetto. Ma il giornale Hurriyet ne era ugualmente entrato in possesso appurando che il contenzioso verteva proprio sulla questione del Nagorno-Karabakh. In sostanza Davutoglu esigeva il ritiro di Erevan dalla provincia, formalmente sottoposta all’Azerbaijan, ma controllata dall’Armenia dal 1993.

   Posizione ribadita – anche per rassicurare il governo di Baku – nei giorni successivi dal primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan. Storicamente amico e alleato di Ankara, l’Azerbaijan vedeva tale accordo come fumo negli occhi.

   Ostilità che trovava precise assonanze nel Parlamento turco che avrebbe dovuto poi ratificare l’accordo.  Per il parlamentare kemalista Onur Oymen (esponente dell’opposizione nazionalista) si trattava nientemeno che di una «abdicazione, di un cedimento alle pressioni esterne» esprimendo «inquietudine per l’avvenire del Paese» (senza però specificare se si preoccupasse più della Turchia o dell’Azerbaijan).

   Contestazioni, se pur in tono minore, provenivano anche dall’Armenia, in particolare dal partito nazionalista Dachnak. Migliaia di persone avevano partecipato a una manifestazione indetta a Erevan  chiedendo che prima di ogni accordo la Turchia riconoscesse le proprie responsabilità in merito al genocidio del 1915.

Risalivano al febbraio 1988 le manifestazioni degli armeni nella città di Stepanakert per la riunificazione con l’allora sovietica Repubblica d’Armenia.

   E il 20 febbraio – dopo essere echeggiata anche per le vie di Erevan – la richiesta dei manifestanti veniva approvata dal parlamento regionale del Karabakh con 110 voti contro 17. Rigettata da Mosca, forniva comunque l’innesco per le prime avvisaglie del lungo, aspro conflitto armeno-azero. Il 22 febbraio una marcia – non certo spontanea – di migliaia di azeri si muoveva da Agdam in direzione di Askeran (nel cuore dell’entità autonoma: oblast, provincia) prendendo di mira sia la popolazione, sia le proprietà armeni. Nei disordini di Askeran si conteranno decine di feriti (sia armeni che azeri) e almeno due azeri uccisi. E’ il segnale per una miriade di scontri “settari” tra le due comunità, sia nel Nagorno-Karabakh che nell’Azerbaijan, ai danni soprattutto delle rispettive minoranze.

   Mosca intanto permaneva nella sostanziale incomprensione del problema ponendo, nel novembre 1989, la provincia autonoma sotto il diretto controllo dell’amministrazione azera.

   Quanto alla richiesta ufficiale di riunificazione, proclamata con una sessione straordinaria del Soviet supremo armeno e del Consiglio nazionale del Nagorno- Karabakh, resterà lettera morta. Nel novembre 1991 lo statuto di autonomia veniva definitivamente abolito e il Nagorno-Karabah si ritrova interamente sottoposto al totale controllo di Baku.

   In un referendum organizzato per il 10 dicembre 1991 – boicottato dalla minoranza azera –  la proposta di uno Stato indipendente sarà approvata con il 99% dei voti.

   E a questo punto anche la proposta di ripristino di un’ampia autonomia – tardivamente avanzata da Mosca – veniva rispedita al mittente (sia dagli armeni che dagli azeri, anche se per ragioni opposte). La parola passava definitivamente alle armi al momento dell’indipendenza dell’Armenia (23 settembre 1991) e dell’Azerbaijan (18 ottobre 1991).

   Mentre la situazione andava precipitando e il conflitto si alimentava con la partecipazione di migliaia di combattenti, per la provincia – erroneamente definita “separatista” –  il sostegno militare dell’Armenia indipendente risulterà nevralgico.

   A fianco degli azeri, oltre ai Lupi Grigi turchi, anche combattenti afgani e ceceni.

   Con gli armeni miliziani provenienti dall’Ossezia e –  discretamente e solo a livello logistico – la Grecia.

Entrambi i belligeranti inoltre avrebbero fatto ricorso a mercenari provenienti dai territori dell’ex URSS (russi e ucraini).

   Quanto alla Russia, sembrava volersi mantenere equidistante vendendo armi a entrambi i belligeranti.

   Le vittime, combattenti e civili, alla fine del 1993 si contavano a migliaia. Centinaia di migliaia, come previsto, gli sfollati e rifugiati interni su entrambi i fronti.

   Ai primi di maggio del 1994 gli armeni ormai controllavano circa il 14% del territorio dell’Azerbaijan e i primi negoziati (cessate il fuoco del 12 maggio) prendono il via sotto la supervisione di Mosca.

   Con la creazione nel maggio 1994 del Gruppo di Minsk per la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (attualmente denominato OSCE) Francia, Russia e Stati Uniti (a cui successivamente si uniranno Italia, Turchia, Germania…) avevano inteso promuovere una soluzione pacifica del conflitto.

   Tuttavia – vien da dire – con scarsi risultati, vista l’attuale deriva.

   Qualche considerazione in merito alle operazioni propagandistiche in atto (soprattutto da parte di Baku e Ankara) e rivolte principalmente ai media europei. Con qualche discreto risultato, pare. Forse perché – tutto sommato – conviene schierarsi con l’Azerbaijan (e con la Turchia) piuttosto che con la piccola, quasi insignificante sullo scacchiere internazionale, Armenia.

   Per esempio, spesso gli armeni del Nagorno-Karabakh vengono impropriamente definiti “separatisti”. Una definizione mai utilizzata per il nord di Cipro occupata dalla Turchia fin dal 1974. Per non parlare della continua evocazione di una – al momento inesistente – partecipazione di militanti del PKK ai combattimenti (a fianco degli armeni ovviamente).

   Nel frattempo (gli affari sono affari) pare che la Francia non abbia smesso di vendere armi e tecnologia militare all’alleato della Turchia, l’Azerbaijan. Non è l’unico paese a farlo naturalmente. Ma la cosa appare stridente pensando al ruolo di antagonista storico di Ankara assunto periodicamente da Parigi. Anche recentemente nella recente querelle sulla questione dell’espansionismo turco nelle acque del mar Mediterraneo.

   Armi sofisticate, comunque. Forse le stesse con cui le forze militari di Baku stanno colpendo direttamente la popolazione di Stepanakert.

   Una cosa comunque va detta. In qualche modo l’attuale conflitto tra Armenia e Azerbaijan appare propedeutico all’intervento diretto della Turchia contro l’Armenia (o ne è addirittura la “vetrina”). Mi auguro di sbagliarmi, ma intravedo una prosecuzione (magari “con altri mezzi”, ma poi neanche tanto) di quella politica e di quella strategia che nel 1915 avevano determinato lo sterminio della popolazione armena. (Gianni Sartori)

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(IL CONTESTO PRECEDENTE AI FATTI DI ADESSO)

GUERRA DEL NAGORNO KARABAKH

da Wikipedia, l’enciclopedia libera

   La guerra del Nagorno Karabakh è stato un conflitto armato che si è svolto tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, nella piccola enclave del Nagorno Karabakh, nel sud-ovest dell’Azerbaigian, tra la maggioranza etnica armena del Nagorno Karabakh, sostenuta dalla Repubblica Armena, e la Repubblica dell’Azerbaigian.

   Preceduto, a partire dal 1988, da atti di violenza e di pulizia etnica compiuti da entrambe le parti, il conflitto scoppiò in seguito al voto del parlamento del Nagorno Karabakh il quale, facendo leva su una legge sovietica allora vigente, dichiarò la nascita della repubblica del Karabakh Montagnoso (Nagorno Karabakh)-Artsakh.

   In base a tale legge del 3 aprile 1990 (Registro del Congresso dei deputati del popolo dell’Urss e Soviet Supremo, n.13 pag 252) se all’interno di una repubblica che decideva il distacco dall’Unione vi era una regione autonoma (oblast’), questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall’Urss. Il 30 agosto 1991, l’Azerbaigian decise di lasciare l’Unione e diede vita alla repubblica di Azerbaigian. Il 2 settembre il soviet del Nagorno Karabakh decise di non seguire l’Azerbaigian e votò per la costituzione di una nuova entità statale autonoma. Il 26 novembre il Consiglio Supremo dell’Azerbaigian riunito in sessione straordinaria approvò una mozione per l’abolizione dello statuto autonomo del Karabakh ma la Corte Costituzionale sovietica due giorni dopo la respinse, in quanto non più materia sulla quale l’Azerbaigian poteva legiferare. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh votò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento.

   Il 6 gennaio 1992 venne ufficialmente proclamata la repubblica, il 31 dello stesso mese cominciano i bombardamenti azeri sulla regione. Alla fine della guerra, nel 1994, il Nagorno-Karabakh si consolida come repubblica de facto non ancora riconosciuta peraltro dalla comunità internazionale. L’Azerbaigian lamenta la perdita del suo territorio e rivendica il principio di integrità territoriale, mentre dal canto loro gli armeni rivendicano quello di autodeterminazione dei popoli.

   Per gli armeni del Nagorno-Karabakh il territorio ricompreso nei confini dell’oblast’ sovietico e dal quale è nata la nuova repubblica non ha mai fatto parte ufficialmente della nuova repubblica dell’Azerbaigian la quale peraltro nel suo Atto Costitutivo del 1991 (art. 2) rigettava l’esperienza sovietica e si richiamava alla prima repubblica democratica (1918-20) nella quale il Karabakh non fu mai compreso perché venne assegnato all’Azerbaigian (sovietico) solo nel 1921. Rimangono non eseguite le quattro Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (n. 822, 853, 874 e 884, tutte del 1993 mentre era in corso il conflitto) sul “ritiro delle forze di occupazione dalle aree occupate appartenenti alla Repubblica dell’Azerbaigian”. Dalla fine della guerra, i rapporti tra Armenia e Azerbaigian sono ancora molto tesi. Nel 2008, il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato che “il Nagorno-Karabakh non sarà mai indipendente, questa posizione è sostenuta dai mediatori internazionali, nonché l’Armenia, deve accettare la realtà”.

   I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra e il governo dell’Azerbaigian minaccia di riconquistare il Nagorno-Karabakh con la forza militare, se la mediazione dell’OSCEGruppo di Minsk, non riuscirà nel suo compito.

   Le zone di confine tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbaigian rimangono militarizzate in un regime di “cessate il fuoco” spesso violato da entrambe le parti.

(VEDI TUTTO: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Nagorno_Karabakh)

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IL CONFLITTO TRA ARMENI E AZERI NEL NAGORNO KARABAKH: IL RUOLO (AMBIGUO) DI MOSCA E L’AGGRESSIVITÀ TURCA

di CRISTIN CAPPELLETTI, da https://www.open.online/, 3/10/2020

– Nella regione del Caucaso si incrociano interessi energetici e strategici di politica interna e internazionale, spiegano a Open CARLO FRAPPI, docente dell’Università di Venezia, ed ELEONORA TAFURO, ricercatrice dell’Ispi –

   Da una settimana sono riprese le ostilità tra Armenia e Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh. Gli scontri sono i più gravi scoppiati dal 2016, e prima ancora dal 1991 quando la dissoluzione dell’Unione Sovietica spinse la popolazione a maggioranza armena del Nagorno Karabakh a separarsi dall’Azerbaigian. Le violenze tra Baku e Yerevan portarono da entrambe le parti a una pulizia etnica. Furono 30mila le vittime di un conflitto che durò fino al cessate il fuoco del 1994.

   Il presidente russo Vladimir Putin e quello francese Emmanuel Macron hanno chiesto una sospensione totale dei combattimenti. Il ritorno delle ostilità era nell’aria. «Non soltanto per i segnali inequivocabili che sono continuati ad arrivare da luglio nella regione, ma anche perché ancora una volta – come già in passato – al “campanello d’allarme” suonato con gli scontri armati della scorsa estate non è seguita una ferma presa di posizione della comunità internazionale», spiega a Open Carlo Frappi, professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e ricercatore dell’ISPI.

Baku si oppone allo status quo

In un conflitto che si protrae da trent’anni, gli scontri «sono dettati dalla evidente insostenibilità di uno status quo che vede una parte significativa del territorio internazionalmente riconosciuto all’Azerbaigian – ovverosia il Nagorno-Karabakh propriamente detto e sette distretti circostanti – sottratto all’esercizio della sovranità di Baku dalla conquista e occupazione militare armena», dice Frappi secondo cui due colpevoli di questo stallo negoziale sono la comunità internazionale e l’opinione pubblica: «L’unico quesito da porsi non era se il conflitto si sarebbe riacceso, piuttosto quando».

   A garantire un proseguo dei negoziati doveva essere il Gruppo di Minsk dell’Ocse guidato da Francia, Russia e Stati Uniti che però ha mancato, fa notare Frappi, di dare una «spinta più risoluta utile a portare i belligeranti al tavolo negoziale, sulla base dei principi per la risoluzione pacifica della controversia definiti e accettati dalle parti già da tempo».

Gli interessi di Russia e Turchia

Ma se da una parte c’è stata una mancanza di visione – e volontà – da parte degli organi internazionali scelti, dall’altra lo scontro tra Armenia e Azerbaigian è andato a intrecciarsi con dinamiche di politica regionale e internazionale, nonché di politica interna con i ruoli giocati nelle ultime settimane da Russia e Turchia. Tuttavia, «è impossibile paragonare il peso che Mosca riveste nel Caucaso meridionale a quello di Ankara – decisivo il primo, rilevante ma chiaramente più limitato il secondo», aggiunge Frappi.

La Russia sta giocando una doppia partita nel conflitto. Da sempre viene descritta come la protettrice dell’Armenia, «ma rispecchia questa realtà fino a un certo punto», fa notare invece Eleonora Tafuro, Research fellow dell’ISPI. Mosca ha mantenuto rapporti economici e di partnership con entrambi i Paesi, in particolare nell’ambito della vendita di armi con «uno sconto molto forte all’Armenia, e tecnologia più sofisticata trasferita all’Azerbaigian» che dispone delle risorse economiche per permettersi armi più avanzate, dice Tafuro.

La partita di Ankara e i rapporti energetici con l’Azerbaigian

Sul fronte turco, sin dal crollo dell’Unione Sovietica Ankara ha cercato di diventare il leader dei paesi turcofoni e tra Baku e Ankara c’è sempre stato un rapporto guidata innanzitutto dalla «stretta affinità etnico-linguistica», ricorda Frappi. Dal punto di vista economico da anni la Turchia ha portato avanti investimenti reciproci, e ricevuto forniture di idrocarburi dall’Azerbaigian e «il ruolo turco di snodo nel sistema di infrastrutture di trasporto energetico tra Baku e i mercati europei – è tutt’altro che secondario», aggiunge Frappi. Ma la strategia turca nel conflitto del Nagorno Karabakh con l’invio, non ancora confermato, di mercenari siriani nel territorio, è la prova, ulteriore, di come «la Turchia sia diventata più assertiva e meno incline al compromesso in campo internazionale», dice Tafuro.

Il legame (di petrolio) tra Roma e Baku

Ma non è solo la Turchia ad avere un forte rapporto economico con Baku. L’Azerbaigian è stabilmente tra i primi tre fornitori di petrolio all’Italia ed è dal territorio azero che partirà il gasdotto transadriatico (TAP) «che contribuirà alla ulteriore diversificazione dei canali di approvvigionamento nazionale», dice Frappi che nota come lo scorso febbraio la visita del primo ministro azero Ilham Aliyev traccia i contorni di una rilevanza dell’Azerbaigian per l’Italia che sembra «potersi ampliare notevolmente anche al di fuori del comparto energetico».

Lo stallo internazionale

Intanto entrambi gli schieramenti hanno comunicato vittime tra civili e l’intensità degli scontri, con carri armati non si vedeva da decenni. Sicuramente – dice Tafuro – la scintilla di questo nuovo confronto «è stata accesa il 27 settembre dall’Azerbaigian che ha più interesse nel cambiare lo status quo». Mentre Francia e Russia si sono fatte portavoce del gruppo di Minsk chiedendo alle parti di diminuire l’escalation e arrivare a un cessate il fuoco è chiaro che a Mosca «non conviene inimicarsi la Turchia più di tanto – aggiunge Tafuro – perché in Medio Oriente si trova immischiata in vari fronti di crisi e il rapporto con Ankara è fondamentale». (Cristin Cappelletti)

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NAGORNO KARABAKH: IL PERCHÉ DI UNA GUERRA

di Giorgio Comai, da “Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa”,

https://www.balcanicaucaso.org/

del 6/10/2020

– Le ragioni di lungo periodo del conflitto in Nagorno Karabakh sono ormai note. Ma cosa ha causato un intervento militare così esteso come quello che stiamo osservando in questi giorni ad oltre 25 anni dal cessate-il-fuoco? E cosa si può e dovrebbe fare ora? Un’analisi –

   A partire da domenica 27 settembre vi è nuovamente guerra aperta in Nagorno Karabakh lungo tutta la linea di contatto che separa forze armene ed azere. Senza forze di pace sul campo e con opposti eserciti che occupano le proprie posizioni a distanze estremamente limitate, violazioni del cessate-il-fuoco raggiunto nel 1994 erano da anni all’ordine del giorno. Oggi stiamo però assistendo a un’operazione militare molto più estesa, che ha già reclamato centinaia di vite tra i militari coinvolti e decine tra i civili. Sia in Azerbaijan che in Armenia si è dato inizio a una mobilitazione estesa in preparazione a una guerra che potrebbe protrarsi a lungo, o fermarsi per riprendere poi a pochi mesi di distanza.

   Dopo un 2019 relativamente calmo, con meno violazioni del cessate-il-fuoco e qualche segnale incoraggiante, tra cui un riconoscimento ufficiale da entrambi i governi della necessità di preparare le proprie popolazioni alla pace, cosa ha portato a un tale inasprimento del conflitto nell’autunno del 2020?

Il fallimento dei negoziati

Nonostante vi sia da anni un generico consenso sugli elementi principali  di un potenziale accordo di pace – ripristino del controllo dell’Azerbaijan sui territori adiacenti all’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh, status ad interim per quest’ultima, ritorno degli sfollati, e forze di pace internazionali a tutela dell’accordo – oltre venticinque anni di negoziati non hanno portato alcun risultato tangibile.

   La responsabilità per l’effettivo stallo dei negoziati non è imputabile a una sola delle parti.

   L’Armenia ha un comprensibile interesse strutturale nel difendere lo status quo che si è stabilito in seguito alla propria vittoria militare di inizio anni Novanta. Senza una reale disponibilità a cercare di raggiungere compromessi, la retorica nominalmente pacifista promossa da parte armena è però molto problematica. La situazione che si è consolidata negli ultimi venticinque anni è legittimamente inaccettabile per l’Azerbaijan e sia a Yerevan che a Stepanakert – sede delle autorità de facto del Nagorno Karabakh – dovrebbe essere chiaro che lo status quo non può essere alla base di una pace duratura. Al contrario, da parte armena si è continuata a promuovere una posizione massimalista del tutto incompatibile con un sincero impegno a cercare un compromesso in sede negoziale.

   La posizione dell’Azerbaijan certo non aiuta. Premesso quanto sia inaccettabile lo status quo, i toni bellicosi che sempre più esplicitamente vengono espressi dalla leadership di Baku rendono impossibile quel minimo di rispetto e fiducia reciproca indispensabile al tavolo dei negoziati. Azioni militari come quella a cui stiamo assistendo in questi giorni non possono che rafforzare la convinzione che qualsiasi concessione territoriale metta a rischio la sopravvivenza stessa della comunità armena.

   Dopo oltre venticinque anni di negoziati infruttuosi, e senza alcun segno che la via diplomatica possa offrire qualche possibilità di ottenere alcunché, quali opzioni restavano a Baku? Nessuna se non la guerra, pare essere la risposta della leadership dell’Azerbaijan – una risposta che però non tiene in considerazione delle proprie forti responsabilità nel rendere impercorribile una soluzione negoziata.

   Dalla comunità internazionale, dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla co-presidenza del gruppo di Minsk dell’OSCE, emergono richiami a interrompere gli scontri e a riprendere i negoziati. È un messaggio giusto, ma agli appelli deve seguire un impegno concreto.

   Affinché i negoziati abbiano qualche possibilità di successo, è necessario che vi sia un impegno diplomatico e politico serio: attori di peso che siano in grado non solo di convincere le parti a sedersi al tavolo dei negoziati e di fare pressioni affinché raggiungano un compromesso, ma anche di offrire credibili garanzie a tutela di qualsiasi accordo possa emergere in questo contesto. Di questo, purtroppo, non vi è traccia da anni.

   Le priorità a livello internazionale sono ben altre: gli Stati Uniti sono in questa fase pressoché assenti, l’Unione europea non ha mai avuto un ruolo rilevante, e la Russia – che anche in passato ha cercato di svolgere il ruolo di mediatore – non è nella condizione di convincere le parti a trovare un compromesso.

   La posizione esplicitamente pro-bellica della Turchia emersa in questi giorni complica ulteriormente le cose.

   Gli Stati Uniti hanno organizzato negoziati di pace nel 2001 a Key West, senza però finalizzare un accordo. L’allora presidente russo Dmitri Medvedev ha cercato di fare pressione per raggiungere un compromesso organizzando un incontro a Kazan nel 2011, ma non si è fatto alcun passo avanti. Vladimir Putin ha ospitato a San Pietroburgo un nuovo incontro dopo le violenze dell’aprile 2016, ma già non vi erano le circostanze per fare passi avanti concreti. Vent’anni prima, nella seconda metà degli anni Novanta, le parti davano segni di rispetto reciproco e i negoziati effettivamente discutevano di soluzioni concrete per superare il conflitto.

   Ma da allora, dal punto di vista dei negoziati, le cose sono andate sempre peggio. In anni recenti, un breve momento di speranza seguito alla vittoria elettorale di Nikol Pashinyan in Armenia nel 2018 ha presto lasciato spazio allo sconforto: le parti sempre più hanno insistito su posizioni massimaliste e hanno negato in ogni modo la propria disponibilità a trovare un compromesso. Nel 2019, Pashinyan ha dichiarato pubblicamente che il Nagorno Karabakh è Armenia. Se però da parte armena non emerge nessuna apertura a cedere territori, da parte dell’Azerbaijan i negoziati perdono di significato, come ha ribadito Aliyev nei giorni scorsi.

   Complice il coronavirus, negli ultimi mesi non vi sono stati incontri di rilievo tra le parti, ma con queste premesse sarebbe stato comunque molto difficile ottenere alcunché.

Una nuova guerra iniziata a settembre 2020

Più di venticinque anni di negoziati senza risultato e nessuna speranza di ottenerne nel prevedibile futuro rappresentano certamente gli elementi fondamentali che hanno spinto l’Azerbaijan ad iniziare un’ampia azione militare contro le aree controllate da forze armene.

   Vi sono comunque altre dinamiche sia locali che regionali e non strettamente legate al conflitto che hanno contribuito a fare in modo che si arrivasse ad un’estesa azione militare proprio a questo punto. Tra queste, vi è sicuramente un progressivo cambiamento dei rapporti di forza determinato dal significativo aumento di risorse per il bilancio di Baku ottenute grazie ai propri giacimenti di gas e petrolio nel Mar Caspio.

In questi anni, se da una parte l’Armenia non vedeva motivo per affrettarsi a rinunciare allo status quo emerso dalla vittoria sul terreno di inizio anni Novanta, per l’Azerbaijan ogni anno d’attesa rendeva il paese più ricco e militarmente più forte, grazie a un bilancio per la Difesa notevolmente più alto di quanto si potesse permettere Yerevan.

   Nel complesso da parte di Baku vi è una consapevolezza della propria forza economica e militare rispetto ai vicini. Accompagnata da una retorica bellicosa promossa ai massimi livelli e da una critica forte di quella comunità internazionale che dovrebbe porsi come garante di eventuali accordi, ha contribuito a creare un immaginario pubblico in Azerbaijan in cui la guerra è l’unica e inevitabile soluzione. Ampio consenso per la guerra è emerso in modo evidente in occasione di un’ampia manifestazione spontanea lo scorso luglio  e di nuovo in questi giorni di guerra.

   Inoltre, in assenza di coinvolgimento attivo di altri attori regionali influenti, negli anni scorsi la Russia ha utilizzato la propria influenza  su entrambi i paesi per limitare il rischio di una guerra come quella che vediamo in questi giorni. Neppure la Russia ha mai avuto però la forza (né l’effettivo interesse) a forzare un compromesso sulle parti. L’esplicito sostegno all’intervento militare della Turchia a favore dell’Azerbaijan ha sparigliato le carte, mostrando che la Russia non è l’unico attore regionale di peso nel Caucaso del sud.

   Una comunità internazionale assente e un coinvolgimento diretto della Turchia sono quindi tra gli elementi che hanno contribuito a rendere possibile una guerra come quella che stiamo osservando in questi giorni.  Un processo negoziale in stallo da anni, un Azerbaijan reso più assertivo dalla crescente forza economica e militare, nonché le posizioni massimaliste e belligeranti ripetutamente espresse dalla leadership di Baku e Yerevan rimangono in ogni caso le cause più prossime di questa escalation ampiamente preannunciata.

   Quando l’Azerbaijan attaccò nell’2016 – nella cosiddetta “guerra dei quattro giorni” durante la quale la parte azera ottenne il controllo di alcune alture – lo scopo non era principalmente militare, bensì un tentativo (controproducente) di forzare la mano per attirare attenzione internazionale e convincere la parte armena a negoziare. L’attuale azione militare iniziata lo scorso 27 settembre ha invece il chiaro obiettivo di cambiare i fatti sul terreno: l’intenzione è quella di riconquistare quantomeno una parte significativa delle aree rivendicate dall’Azerbaijan. Se anche si dovesse arrivare a un cessate-il-fuoco nei prossimi giorni, si tratterebbe probabilmente solo di una pausa prima di un nuovo tentativo da parte di Baku di ottenere con le armi ciò che fino ad ora l’Azerbaijan non è riuscito ad ottenere in altro modo.

   Mentre le azioni belliche continuano, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha reso esplicite le proprie condizioni  per fermare l’intervento militare: scadenze certe per il completo ritiro delle forze militari armene e un chiaro impegno a riconoscere la sovranità dell’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh e i territori adiacenti.   Richieste chiaramente inaccettabili per la parte armena, che mantiene le proprie posizioni e anzi suggerisce che potrebbe decidere di riconoscere formalmente l’indipendenza del Nagorno Karabakh, un passo che formalmente non ha mai fatto in passato per non deragliare i negoziati.

   Non vi è quindi purtroppo ancora traccia di una logica militare o politica che indichi la strada verso una fine duratura della guerra in corso.

(Im)plausibile accordo di pace

Cosa dovrebbe accadere, quantomeno in teoria, perché si arrivi a un accordo di pace in qualche misura accettabile da entrambe le parti? Prima di tutto, entrambe le parti dovrebbero riconoscere pubblicamente che parte sostanzialmente inevitabile di ogni negoziato è un compromesso in cui nessuno ottiene la totalità di quello che vorrebbe. Esprimere ambizioni massimaliste è legittimo, ma dichiarare di volere negoziati e allo stesso tempo negare di essere disponibili a cedere alcunché è un controsenso.

   Un elemento centrale dei “Principi di Madrid” alla base del lungo processo negoziale è la differenziazione tra l’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh e i territori adiacenti abitati quasi esclusivamente da azeri fino alla guerra di inizio anni Novanta, ma da allora sotto il controllo di forze armene. In sostanza, in linea con questi principi, la gran parte dei territori adiacenti dovrebbe passare sotto il controllo di Baku, mentre il Nagorno Karabakh (o meglio, l’area che definiva la regione autonoma del Nagorno Karabakh in epoca sovietica) otterrebbe uno status ad interim, che dovrebbe essere definitivamente stabilito in seguito a un successivo referendum. Centinaia di migliaia di azeri costretti ad abbandonare le proprie case potrebbero quindi farvi ritorno e iniziare un lungo processo di ricostruzione. Perché questo sia possibile, dovrebbe esservi un accordo solido che prevenga il rischio di nuove violenze nonché tutele che garantiscano effettivamente la sicurezza della popolazione del Nagorno Karabakh.

   Di tutto questo, purtroppo, non vi è traccia. Molte tra le mappe utilizzate dai media internazionali anche in questi giorni per rappresentare il conflitto riportano i confini della regione autonoma del Nagorno Karabakh, un referente geografico che però è sparito da tempo sia sul terreno, che dalle mappe utilizzate dalle parti in causa.

   Con una riforma amministrative interna, le autorità de facto del Nagorno Karabakh hanno eliminato ogni distinzione tra ex-regione autonoma e territori adiacenti, formalizzando un processo di nuovi insediamenti in queste aree in corso da anni: ad oggi, circa 15.000-17.000 armeni vivono nei territori adiacenti  . La regione autonoma del Nagorno Karabakh è stata abolita in Azerbaijan nel 1991 e formalmente mai ristabilita nella legislazione di Baku; una riforma amministrativa dell’Azerbaijan ha peraltro ufficialmente cambiato la copertura geografica dei distretti che formavano il Nagorno Karabakh sovietico, che quindi scompare a tutti gli effetti dalla cartografia ufficiale utilizzata in Azerbaijan (su cartografia, conflitto, e immaginari territoriali, sono di particolare interesse gli articoli di Toal e O’LoughlinToal e Broers, e Broers). Il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha pubblicamente dichiarato la propria disponibilità ad offrire una qualche forma di autonomia alla popolazione armena del Karabakh sotto la sovranità dell’Azerbaijan, ma nella retorica di Baku la priorità rimane sempre l’integrità territoriale, non le persone che vi abitano. Nel contesto attuale, è difficile immaginare una soluzione militare del conflitto che non risulti in pulizia etnica.

   L’attuale situazione è quindi anche risultato di un lungo processo in cui le parti hanno continuato a promuovere posizioni massimaliste nelle parole e nei fatti, rendendo sempre più difficile – politicamente e concretamente – trovare un compromesso. Con la buona volontà delle parti, fino a qualche settimana fa, gli elementi alla base di un percorso negoziale di successo avrebbero potuto essere i seguenti: innanzitutto dichiarazioni di intenti visibili e azioni concrete sul terreno per cercare di trovare soluzioni di compromesso, incluso uno stop alla costruzione di nuovi insediamenti nei territori adiacenti da parte armena; poi la formalizzazione di un processo che permettesse a migliaia di sfollati azeri di ritornare nelle proprie città natali nei territori adiacenti, offrendo quindi alla parte azera risultati tangibili e spendibili politicamente, in cambio di promesse convincenti sulla sicurezza e il pieno autogoverno della popolazione armena del Nagorno Karabakh.

   Ma se la retorica militarista dominante e il disinteresse internazionale rendevano questo percorso già estremamente complesso e improbabile, la guerra di questi giorni lo fa apparire del tutto implausibile. È possibile ipotizzare che l’Azerbaijan stia cercando di implementare con la forza e alle proprie condizioni alcuni elementi di questo percorso, conquistando un pezzo alla volta  i territori a cui ambisce; in ogni caso, una dinamica di questo tipo avrebbe scarsa possibilità di successo e più probabilmente porterebbe a una guerra “totale” tra le parti o comunque a scenari devastanti.

Cosa rimane da fare

In meno di dieci giorni questa nuova guerra ha già causato centinaia di vittime tra i militari e decine tra i civili. La Croce Rossa Internazionale denuncia  attacchi contro centri abitati e infrastrutture civili; Amnesty International condanna  in particolare l’impiego di bombe a grappolo; Human Rights Watch  ricorda l’importanza di non attaccare civili. Vi è un forte rischio di catastrofe umanitaria più ampia se i combattimenti dovessero coinvolgere in modo ancor più significativo i grossi centri abitati della regione, alcuni dei quali sono peraltro già sotto frequenti attacchi di artiglieria.

   La parte armena denuncia attacchi che hanno provocato la morte di civili, ma, almeno in parte per orgoglio militare, dice di avere la situazione sotto controllo. Pubblicamente nega di aver bisogno di aiuto militare esterno, ma lo fa anche perché finché le azioni belliche rimangono quasi esclusivamente sul territorio internazionalmente riconosciuto dell’Azerbaijan, difficilmente potrebbe ottenerlo. La scarsità di informazioni affidabili dal campo rende difficile capire l’effettiva dinamica dello scontro militare, ma appare chiaro come nel medio periodo il rischio per la comunità armena del Nagorno Karabakh sia esistenziale.

   La reazione a questa grave minaccia potrebbe quindi essere scomposta e coinvolgere, come in parte stiamo già vedendo in questi giorni, attacchi a centri abitati a decine di chilometri dalla linea di contatto. Uno scenario che può portare a una spirale di violenza dall’impatto umanitario disastroso, in una situazione difficile in cui le forze regionali più vicine – Russia e Turchia – potrebbero decidere di rimanere a guardare oppure di intervenire solo indirettamente. Anche nel caso in cui si riesca ad arrivare ad un cessate-il-fuoco strategico di breve periodo, senza un più ampio e diretto coinvolgimento internazionale è difficile immaginare scenari che non includano rinnovate ostilità estese con le tragedie umanitarie che inevitabilmente ne seguirebbero.

   Ciononostante, l’attenzione internazionale verso questa guerra rimane ancora estremamente limitata, e pressoché inesistente da parte di paesi europei e Stati Uniti. Apparentemente, nessun leader europeo vuole investire capitale politico in questo conflitto, almeno in parte perché è difficile immaginare un cessate-il-fuoco immediato come ad esempio fu il cosiddetto accordo Medvedev-Sarkozy che sancì la fine delle ostilità tra Russia e Georgia nell’agosto del 2008 a conclusione della guerra in Ossezia del Sud.

   In un contesto internazionale complesso, le priorità sono tante. Ma il silenzio della diplomazia europea ed internazionale riguardo a quanto sta avvenendo in Nagorno Karabakh è un’abdicazione di responsabilità tragica e inaccettabile. Nessuna missione diplomatica d’emergenza, nessun summit  , nessuna effettiva pressione sulle parti, nessuna reale offerta di sostegno al processo di pace. Questo silenzio pressoché totale da parte della diplomazia non può che rafforzare l’idea già forte a Baku che sia inutile sperare di ottenere alcunché attraverso negoziati e mediazione internazionale; è un silenzio quindi che contribuisce attivamente alle dinamiche distruttive in atto in questo conflitto.

   Se l’attuale co-presidenza (Francia, Russia e Stati Uniti) del Gruppo di Minsk dell’OSCE che dovrebbe guidare il processo negoziale non riesce ad intervenire se non attraverso generici messaggi, altri membri permanenti del Gruppo di Minsk  dovrebbero giocare un ruolo più attivo: tra questi vi sono Germania, Italia, Svezia e Finlandia, oltre alla Turchia, il cui coinvolgimento nei negoziati in qualche forma a questo punto pare ineludibile.

   Il fatto che la Germania abbia attualmente anche la presidenza di turno dell’UE dovrebbe spingere Berlino ad avere un ruolo più attivo, proprio come la presidenza di turno della Francia nell’agosto del 2008 contribuì a giustificare il protagonismo di Sarkozy durante la guerra in Ossezia del Sud. Come allora, e considerati i tempi decisionali più lenti di Bruxelles, l’Unione europea potrebbe avere un ruolo più rilevante in una fase successiva al cessate-il-fuoco, offrendo sostegno ad attività umanitarie, di monitoraggio e ricostruzione nel quadro di accordi più ampi.

   Per interrompere le azioni militari a questo punto non possono bastare generici messaggi come quelli resi pubblici, tra gli altri, proprio dalla co-presidenza del gruppo di Minsk  e dal ministero degli Esteri tedesco  : per dare un segnale forte c’è bisogno che figure di rilievo di paesi importanti prendano l’aereo per parlare direttamente con la leadership di entrambe le parti, coinvolgendo anche Russia e Turchia, dimostrando concreta disponibilità a sostenere attivamente il processo negoziale e su questa base chiedere davvero un cessate-il-fuoco.

   Per ora, di tutto questo non vi è traccia. Negli ultimi anni, Russia, Turchia e Unione europea si sono ritrovati in numerose occasioni in contrasto tra loro in varie situazioni. Considerato però che un’escalation regionale o una guerra prolungata sono entrambi scenari indesiderabili per tutti gli attori coinvolti (si tratta purtroppo degli scenari attualmente più probabili), non è del tutto implausibile immaginare un minimo di cooperazione in questo frangente.

   Per quanto appaia difficile, ampliare il fronte della diplomazia può essere la via di uscita più efficace per sbloccare l’attuale situazione in cui a uno stallo diplomatico corrisponde una spirale di violenza sul terreno. Senza il coinvolgimento di paesi terzi, è difficile immaginare un percorso negoziale funzionale sostenuto esclusivamente da Russia e Turchia. La scelta da parte della diplomazia occidentale e dei paesi europei di continuare ad ignorare la guerra che sta avendo luogo in questi giorni in Caucaso del Sud li rende corresponsabili di una tragedia umanitaria che, forse, è ancora evitabile. (Giorgio Comai, da “Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa”, https://www.balcanicaucaso.org/ del 6/10/2020)

…………..

Confini mappa fisica Europa (da http://www.pearson.it/)

 

Una risposta a "NAGORNO KARABAKH: LA TREGUA del 10 ottobre voluta dalla Russia nella GUERRA tra AZERBAIJAN e ARMENIA, nel Caucaso – L’eredità del passato sovietico delle due repubbliche sovraniste crea tensione e scontro in luoghi ricchi di etnie diverse – A quando la fine di barriere e confini, e scontri nelle terre di mezzo?"

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