LE GUERRE IN AFRICA all’epoca del Coronavirus – L’ ETIOPIA, grande Paese mosaico di etnie, dopo la pace con l’Eritrea, inizia una possibile GUERRA CIVILE, dove il governo federale di Addis Abeba si scontra con gli autonomisti del TIGRAY – Come trovare MODI DI CONVIVENZA tra tante etnie negli Stati Nazione?

Soldati etiopi ad un posto di blocco (da http://www.perlapace.it/)

“(…) Venti sempre più forti di guerra civile in Etiopia. Il governo federale di ADDIS ABEBA ha ordinato il 4 novembre un attacco nella REGIONE SETTENTRIONALE del TIGRAY. Sono state tagliate le comunicazioni telefoniche e i collegamenti internet, anche la compagnia aerea nazionale Ethiopian airlines ha sospeso i voli interni per il capoluogo tigrino MAKALLÈ, la città santa di AXUM, per GONDAR e SHIRÈ. Ma i comandanti dell’esercito federale nello Stato settentrionale dell’Etiopia, secondo diverse agenzie si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini di guerra. (…)” (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

ETIOPIA, mappa da https://it.wikivoyage.org/ – autore Peter Fitzgerald

SCONTRO MILITARE NEL TIGRAY

di Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– Africa. Venti di guerra civile in Etiopia: offensiva militare nello Stato del TigrayUna controffensiva dopo che il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf), il partito al potere nella travagliata regione dell’Etiopia, “ha attaccato una base militare federale” –

   Venti sempre più forti di guerra civile in Etiopia. Il governo federale di ADDIS ABEBA ha ordinato il 4 novembre un attacco nella REGIONE SETTENTRIONALE del TIGRAY. Sono state tagliate le comunicazioni telefoniche e i collegamenti internet, anche la compagnia aerea nazionale Ethiopian airlines ha sospeso i voli interni per il capoluogo tigrino MAKALLÈ, la città santa di AXUM, per GONDAR e SHIRÈ. Ma i comandanti dell’esercito federale nello Stato settentrionale dell’Etiopia, secondo diverse agenzie si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini di guerra.

(Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed, foto da AVVENIRE) – Il PRIMO MINISTRO ETIOPE ABIY AHMED ALI è stato insignito del PREMIO NOBEL PER LA PACE 2019 per lo storico accordo con l’Eritrea di cui è stato il promotore. Ma il capo del governo deve fronteggiare la difficile complessità interna al suo PAESE FORMATO DA 10 STATI REGIONI CON FORTISSIME SPINTE IDENTITARIE (Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/)

   L’offensiva è la risposta del premier etiope Abiy Ahmed – nonostante sia premio Nobel per la pace – a un attacco a una base militare condotto, secondo le accuse del premier etiope, dal partito al governo della regione, il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) per prendere armi e materiale bellico.

(Militanti del FRONTE POPOLARE di LIBERAZIONE del TIGRY – foto da http://www.lindro.it/) – IL TPLF (FRONTE DI LIBERAZIONE POPOLARE DEL TIGRAY) PER UN QUARTO DI SECOLO HA GUIDATO L’ETIOPIA DOPO AVERLA LIBERATA NEL 1991, insieme al fronte di liberazione eritreo, dalla dittatura comunista di Menghistu, il “negus rosso”. Il partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina, che si considera erede della tradizione semitica dell’ondata di nazionalismo etnico che sta lacerando il Paese, era considerato l’unica soluzione praticabile per mantenere l’unità della seconda nazione più popolosa dell’Africa, divisa dal conflitto tra gli AMHARA, da cui proveniva la classe dirigente imperiale fino al 1975, e gli OROMO, discendenti degli schiavi somali. Ma CON L’ARRIVO AL POTERE DEL PREMIER ABIY, UN OROMO, IL TPLF È STATO GRADUALMENTE ESTROMESSO DALLE STANZE DEL POTERE

   Nella dichiarazione, pubblicata sui social Abiy ha detto che le forze di difesa etiopi “hanno ricevuto l’ordine di portare a termine la loro missione per salvare il Paese”. E ha aggiunto: “La linea rossa è stata superata.  La forza viene utilizzata come ultima misura per salvare le persone e il Paese”. Il Tigray confina con l’Eritrea, con cui Abiy ha siglato la pace nell’estate 2018 dopo 18 anni di guerra-non guerra, e buona parte dell’arsenale etiope si trova nello Stato di frontiera.

(IL LIBRO di PAOLA PASTACALDI “L’AFRICA NON E’ NERA”) – “(….) L’ETIOPIA è IL PIÙ ANTICO DEI PAESI AFRICANI, il più importante dal punto di vista della popolazione. Ha una storia antichissima fondamentale per l’Africa, spiega PAOLA PASTACALDI (scrittrice con origini etiopi), ma anche per il mondo. Viene definito UN MOSAICO DI ETNIE e purtroppo NON RIESCE A TROVARE VERA PACE. Negli anni recenti l’economia ha conosciuto un buono slancio: il Pil cresce, ma in generale RESTA UN PAESE POVERO, con una popolazione fondamentalmente povera. La classe dirigente imperiale, ci spiega ancora la scrittrice, che ha guidato la lunga monarchia che si è conclusa nel 1975 proveniva dall’ETNIA AMHARA, cui da sempre si contrappone l’ETNIA OROMO, discendenti degli schiavi somali. Abyi, divenuto primo ministro nel 2018, proviene dall’etnia Oromo. Ma il punto è che si sono creati così TANTI GRUPPI E SOTTOGRUPPI che ormai è difficilissimo trovare gli interlocutori. (….)” (Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/)

   Il Tplf (Fronte di liberazione popolare del Tigray ) per un quarto di secolo ha guidato l’Etiopia dopo averla liberata nel 1991, insieme al fronte di liberazione eritreo, dalla dittatura comunista di Menghistu, il “negus rosso”. Il partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina, che si considera erede della tradizione semitica dell’ondata di nazionalismo etnico che sta lacerando il Paese, era considerato l’unica soluzione praticabile per mantenere l’unità della seconda nazione più popolosa dell’Africa, divisa dal conflitto tra gli Amhara, da cui proveniva la classe dirigente imperiale fino al 1975, e gli Oromo, discendenti degli schiavi somali. Ma con l’arrivo al potere del premier Abiy, un Oromo, il Tplf è stato gradualmente estromesso dalle stanze del potere.

Guerra in Tigray, Etiopia (foto da http://www.africarivista.it/)

   Le tensioni tra il governo di Abiy e il Tplf sono cresciute in maniera esponenziale negli ultimi mesi e sono culminate con le elezioni tenutisi in Tigray lo scorso settembre senza l’autorizzazione di Addis Abeba che le ha dichiarate illegali e le ha rinviate nel resto del Paese causa Covid. Makallè ha accusato il governo centrale di aver bloccato la spedizione di droni per sterminare le locuste che stanno divorando i raccolti e di non aver inviato dispositivi di protezione anti Coronavirus ai bambini delle scuole. E nel frattempo ha impedito il dispiegamento di nuove truppe e nuovi ufficiali del comando Nord dell’esercito federale. I vecchi comandanti avrebbero disobbedito in questa ore ad Abiy.

(nella mappa: la nuova diga e il percorso del Nilo azzurro) – “(….) …si aggiungono le VARIABILI DI CRISI REGIONALE, dove da una parte si registra UN INCREMENTO DELLE TENSIONI CON L’EGITTO in merito allo sviluppo della diga GRAND ETHIOPIAN REINASSANCE DAM – GERD (costruita anche con il contributo dell’italiana Salini SpA) (v. la mappa dove si trova la diga, qui sopra, ndr), e dall’altra quelle tra l’Eritrea e le autorità regionali del Tigrai. La QUESTIONE DELLA DIGA GERD è tornata ad assumere un profilo di rischio elevato ALL’INDOMANI DELL’AVVIO DA PARTE DELL’ETIOPIA DEL RIEMPIMENTO DEL PRIMO BACINO IDRICO, contestato dall’Egitto che chiede di definire con accordi specifici la GESTIONE DEI FLUSSI DEL NILO nel proprio interesse e quello del Sudan. La crisi nel Tigrai potrebbe essere quindi sfruttata dal Cairo per alimentare l’instabilità anche nella REGIONE DEL BENISHANGUL-GUMUZ, dove sorge il cantiere della diga e dove da mesi si registrano incursioni di miliziani addestrati ed armati oltre il confine sudanese.(…)” (NICOLA PEDDE, Direttore Institute of Global Studies, 05/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

Il presidente dello Stato del Tigray Debrestion Gebremichael ha dichiarato che “il governo centrale ci attacca per punire la regione per aver organizzato le elezioni a settembre”. Ha aggiunto che il popolo tigrino non vuole la guerra, ma è pronto a combattere.

Gli indipendentisti del TIGRY hanno accusato il governo centrale di Addis Abeba di aver bloccato la spedizione di droni per sterminare le LOCUSTE CHE STANNO DIVORANDO I RACCOLTI e di non aver inviato DISPOSITIVI DI PROTEZIONE ANTI CORONAVIRUS ai bambini delle scuole (…) (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE)

   Sia l’Ue, attraverso l’alto rappresentante per gli affari esteri Joseph Borrell, che il governo degli Stati Uniti attraverso l’ambasciata ad Addis Abeba, hanno chiesto alle parti di fermare l’escalation che sta portando dritto al primo conflitto nell’era della pandemia. Oltre alla pace nel Corno d’Africa, ora è in pericolo il destino stesso dell’Etiopia. (Paolo Lambruschi)

(mappa da http://www.eritrea.be/) – UN RUOLO, con ogni probabilità non secondario, NELLA CRISI, POTREBBE AVERLO L’ERITREA. Gli indizi sono molteplici. Il primo sono sicuramente i RIPETUTI INCONTRI TRA I DUE LEADER nel corso di quest’anno, sia ad Addis Abeba che ad Asmara, uno dei quali, nella scorsa primavera, seguito da quello del capo di stato maggiore dell’esercito eritreo, Philipos Woldeyohannes, che si è recato ad Addis Abeba dove ha avuto diversi incontri. L’altro sono le voci ricorrenti, negli ultimi mesi, di MOVIMENTI DI TRUPPE ERITREE VERSO IL CONFINE ETIOPICO, nella regione del Gash Barka, dove si trova Badme, il villaggio conteso che era stato teatro del primo scontro nella guerra del 1998/2000. (Bruna Sironi, da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/, 5/11/2020)

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(nella foto: Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019, parla alla nazione – foto da http://www.vaticannews.va/) – “(…) Sia l’Ue, attraverso l’alto rappresentante per gli affari esteri Joseph Borrell, che il governo degli Stati Uniti attraverso l’ambasciata ad Addis Abeba, hanno chiesto alle parti di fermare l’escalation che sta portando dritto al primo conflitto nell’era della pandemia. Oltre alla pace nel Corno d’Africa, ora è in pericolo il destino stesso dell’Etiopia. (…)” (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE)

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LE VIOLENZE IN ETIOPIA E I RISCHI DI UN PAESE ANTICO E POPOLOSO

di Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/

   Dopo il massacro avvenuto nello Stato regionale dell’OROMIA domenica scorsa (1/11/2020, ndr), è altissima la tensione anche nel territorio più a nord dell’Etiopia, quello di TIGRAY. Il primo ministro ABIY, PREMIO NOBEL PER LA PACE NEL 2019, deve fare i conti con diversi fronti di conflittualità in un Paese “mosaico di etnie”, come spiega la scrittrice con origini etiopi PAOLA PASTACALDI.

   Il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, ha condannato gli attacchi affermando che “i nemici dell’Etiopia” sono determinati a “governare o rovinare il Paese”. Ha spiegato che la strategia usata è “armare i civili e sferrare attacchi barbari basati sull’identità. “E’ straziante – ha aggiunto – vedere accadere questo,  come cittadino e come leader”.

La contrapposizione nel Tigray

Il primo ministro, Abiy Ahmed, ha autorizzato un’offensiva militare nel Tigray, la regione più a nord del Paese dove è al potere il Fronte di liberazione popolare (Tplf), dopo aver sottolineato che è stata attaccata nell’area una base militare federale. “Le nostre forze di difesa hanno ricevuto l’ordine di assumersi il compito di salvare la nazione. L’ultima tappa della linea rossa è stata superata. La forza è usata nella stessa misura per salvare il popolo e il Paese”, ha scritto Abiy Ahmed in un testo pubblicato su Facebook e Twitter.

   Da parte sua, il presidente della regione del Tigray, DEBRESTION GEBREMICHAEL, ha dichiarato che il governo intende reagire perché nello Stato regione sono state organizzate le elezioni per il parlamento, a settembre, nonostante che il governo federale e il consiglio elettorale avessero chiesto di rinviarle. Il governo di Abiy ha definito il voto “illegale” e il Consiglio elettorale nazionale ha fatto sapere che le elezioni generali dovrebbero tenersi a maggio o giugno del prossimo anno.

La strage nello Stato di Oromia

Per Amnesty International sono almeno 54 le vittime di etnia Amhara rimaste uccise negli attacchi sferrati domenica primo novembre in tre villaggi nella zona di West Welega dell’OROMIA, mentre la Commissione etiope dei diritti umani (Ehrc) ha parlato di 32 morti come bilancio provvisorio, affermando che quello finale sarà più alto. Uomini armati hanno sparato sui civili, hanno razziato il bestiame e hanno bruciato le case. Secondo le autorità, gli aggressori sono dell’Esercito di liberazione Oromo, che si è scisso dal Fronte di liberazione Oromo – non più impegnato nella lotta armata – ed è accusato di altri omicidi, attentati e rapimenti. Gli attacchi sono avvenuti il giorno dopo il ritiro delle forze federali da un’area considerata vulnerabile con una decisione che “suscita domande cui si deve rispondere”, ha detto in una nota Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale. Il primo ministro etiope ha fatto sapere che le forze di sicurezza sono state dispiegate nuovamente nell’area. Il presidente della commissione dell’Unione africana (Ua), Moussa Faki Mahamat, ha condannato i recenti attacchi in Etiopia.

La condanna dell’Unione africana  

In una dichiarazione pubblicata sul sito web dell’Unione africana, il presidente CYRIL RAMAPHOSA invita tutte le parti interessate ad adoperarsi per allentare le tensioni nel Paese. Incoraggia inoltre gli attori politici a impegnarsi in un dialogo nazionale inclusivo e a costruire un consenso nazionale su questioni chiave”, sottolineando che il fallimento di un’intesa “può avere seri impatti non solo nel Paese, ma nell’intera regione”. Ramaphosa ribadisce il sostegno dell’Unione africana alle riforme avviate dal governo e si dice pronto ad assistere l’Etiopia nei suoi sforzi per promuovere la pace e la stabilità nel Paese”.

Pace con l’Eritrea ma non all’interno dell’Etiopia

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali è stato insignito del Premio Nobel per la pace 2019 per lo storico accordo con l’Eritrea di cui è stato il promotore. Ma il capo del governo deve fronteggiare la difficile complessità interna al suo Paese formato da 10 Stati regioni con fortissime spinte identitarie, come sottolinea Paola Pastacaldi, scrittrice italiana con una nonna etiope, autrice, tra gli altri libri, di un testo intitolato “L’Africa non è nera”:

La complessità di un Paese antico

L’Etiopia è il più antico dei Paesi africani, il più importante dal punto di vista della popolazione. Ha una storia antichissima fondamentale per l’Africa, spiega la Pastacaldi, ma anche per il mondo. Viene definito un mosaico di etnie e purtroppo non riesce a trovare vera pace. Negli anni recenti l’economia ha conosciuto un buono slancio: il Pil cresce, ma in generale resta un Paese povero, con una popolazione fondamentalmente povera. La classe dirigente imperiale, ci spiega ancora la scrittrice, che ha guidato la lunga monarchia che si è conclusa nel 1975 proveniva dall’etnia Amhara, cui da sempre si contrappone l’etnia Oromo, discendenti degli schiavi somali.

   Abyi, divenuto primo ministro nel 2018, proviene dall’etnia Oromo. Ma il punto è che si sono creati così tanti gruppi e sottogruppi che ormai è difficilissimo trovare gli interlocutori. Alla base della conflittualità nella regione dell’Oromia c’è la questione della gestione della terra ma si tratta in generale di gestione del potere e comunque è una contrapposizione molto complessa con radici antiche. Sappiamo che gli Oromi rappresentano il 35 per cento della popolazione e sono l’etnia più popolosa, salvo essere molto divisi tra loro, ma non sono al potere. Gli Amhara sono di meno.

Conoscere i fatti e la cultura di un popolo

Pastacaldi afferma che andrebbero studiate molto bene le singole etnie, sottolineando il forte valore identitario, le peculiarità linguistiche e religiose di ognuna. La scrittrice ribadisce che nell’insieme il quadro del Paese è molto complesso e che lo era anche quando c’è stata, negli anni trenta, la campagna fascista che però in qualche modo ha dato un’immagine massificata, non corretta. Pastacaldi sottolinea la difficoltà di avere informazioni attuali per poter analizzare davvero questo “mosaico” ricordando che i media non hanno dato grande copertura in questi anni ma riconoscendo anche di recente alcune testate stanno cercando di farlo meglio. E poi, insieme con lo sforzo di seguire i fatti recenti, Pastacaldi sottolinea che sarebbe importante conoscere meglio lo spessore culturale di questo grande Paese dell’Africa recuperando la ricchezza della storia del secolo scorso, che racconta un Paese molto più ricco rispetto a quello che è emerso finora nella storiografia italiana. (Fausta Speranza)

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ETIOPIA, VENTI DI GUERRA CIVILE

di Bruna Sironi, da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/, 5/11/2020

– Dal 4 novembre la regione del Tigray è isolata e nel paese è in vigore lo stato d’emergenza. Il primo ministro Abiy Ahmed ha inviato l’esercito a nord per “per salvare il paese e la regione dalla spirale dell’instabilità” –

   Le tensioni tra il governo centrale di Addis Abeba e il governo dello stato federale del Tigray si sono ormai trasformate in venti di guerra.

   Il presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha parlato alla televisione regionale chiedendo alla sua gente di essere pronta a difendere il territorio con le armi, nel caso venisse aggredito. Ha accusato il governo di Addis Abeba e un paese straniero, alludendo chiaramente all’Eritrea, di aver complottato per portare lo scontro dal livello politico a quello militare.

   Nelle stesse ore si sono avuti scontri al comando della regione settentrionale dell’esercito federale, a Macallé, capoluogo del Tigray. Nelle prime ore di mercoledì 4 novembre l’ufficio del primo ministro diffondeva un comunicato in cui affermava che il governo regionale aveva passato il segno e che, per questo, aveva ordinato all’esercito federale di intervenire.

   Le divergenze erano cominciate quasi immediatamente dopo l’insediamento di Abiy Ahmed nella carica di primo ministro. La sua nomina, nell’aprile del 2018, aveva chiarito che gli equilibri politici vigenti nel paese dalla fine della guerra di liberazione, nel 1991, erano cambiati.

   Il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) che, pur rappresentando solo il 5% della popolazione aveva tenuto saldamente la barra del potere per quasi trent’anni, era stato di fatto esautorato.

   Personaggi potenti ed influenti nell’amministrazione pubblica, nell’esercito e nei servizi di sicurezza erano stati presto messi da parte, molti nel quadro di riferimento di una campagna contro la corruzione. Abiy Ahmed e il suo governo erano stati fatti bersaglio di attacchi, e anche di attentati, dietro cui, in molti casi, erano stati fatti intravedere disegni tigrini più o meno accertati che avevano portato ad altri arresti e dismissioni.

   Le divergenze politiche erano emerse ancor più chiaramente al momento della formazione del Partito della prosperità, nel novembre dello scorso anno, in cui erano confluiti tre dei partiti che formavano la coalizione di governo, l’Ethiopian peoples’ revolutionary democratic front (Eprdf).

   Il quarto, il Tplf appunto, si era chiamato fuori. Poi, a settembre, il governo regionale del Tigray aveva organizzato le elezioni, nonostante le decisioni del governo centrale di posporle a causa della pandemia da coronavirus che si stava diffondendo velocemente nel paese.

   Addis Abeba le aveva liquidate come illegali. Da quel momento le tensioni si sono trasformate in conflitto politico conclamato. Nelle ultime settimane le due parti si erano accusate reciprocamente di complottare per portare la tensione al parossismo, mentre alcuni membri del parlamento chiedevano di dichiarare il Tplf (e un movimento di opposizione armata oromo) formazione terroristica.

   Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente che sta portando il paese sull’orlo della guerra civile. Nel comunicato del primo ministro, citato sopra, si dice che il comando dell’esercito federale di stanza nella regione è stato attaccato per impossessarsi di armi pesanti. Il governo del Tigray afferma invece che gli uomini dell’esercito federale hanno disertato e che si sono uniti alla protesta della regione.

   Questa versione è stata immediatamente smentita da Addis Abeba. Sta di fatto che ambienti diplomatici e altri testimoni dicono che nella zona ci sono stati prolungati combattimenti in cui sono state usate anche armi pesanti. Ma ormai la regione è isolata. Le linee telefoniche e informatiche sono state immediatamente bloccate e dunque è molto difficile verificare le poche informazioni che riescono a trapelare.

   E sarà ancor più difficile nei prossimi giorni, dal momento che il governo di Addis Abeba nel corso della giornata del 4 novembre ha proclamato lo stato di emergenza per sei mesi e ha interrotto i voli verso la regione.

   Un ruolo, con ogni probabilità non secondario, nella crisi, potrebbe averlo l’Eritrea. Gli indizi sono molteplici. Il primo sono sicuramente i ripetuti incontri tra i due leader nel corso di quest’anno, sia ad Addis Abeba che ad Asmara, uno dei quali, nella scorsa primavera, seguito da quello del capo di stato maggiore dell’esercito eritreo, Philipos Woldeyohannes, che si è recato ad Addis Abeba dove ha avuto diversi incontri.

   L’altro sono le voci ricorrenti, negli ultimi mesi, di movimenti di truppe eritree verso il confine etiopico, nella regione del Gash Barka, dove si trova Badme, il villaggio conteso che era stato teatro del primo scontro nella guerra del 1998/2000.

   Nei giorni scorsi ATV, emittente dell’opposizione eritrea nella diaspora, aveva diffuso informazioni molto precise al riguardo: 12 camion avevano trasportato 2 brigate dell’esercito eritreo verso Bada, uno dei teatri degli scontri più sanguinosi del conflitto; per facilitare il movimento di truppe, una delle strade della zona era stata chiusa; studenti del college di Mai Nefhi, non lontano da Asmara, erano stati portati al training militare di Sawa dopo aver ricevuto il diploma.

   Tutte notizie impossibili da verificare in modo indipendente, ma confermate indirettamente da numerose testimonianze raccolte informalmente nel paese. Ad un accordo tra Addis Abeba ed Asmara si è riferito anche il presidente del Tigray nel discorso televisivo che ha dato inizio al precipitare della crisi.

   E un accenno c’è anche nel comunicato dell’ufficio del primo ministro. Vi si accusa il governo del Tigray di aver fatto confezionare divise militari uguali a quelle dell’esercito eritreo per costruire una falsa narrativa degli scontri, scaricando la responsabilità sui vicini.

   Mentre la tensione aumentava nella zona, le organizzazioni regionali, l’Unione Africana e la comunità internazionale non sono intervenute, almeno ufficialmente, in nessun modo. Solo a conflitto ufficializzato e iniziato, si sono affrettati a chiedere alle due parti di smussare le tensioni e di arrivare ad un accordo pacifico. E tutti ci auguriamo che sia ancora possibile.

   Anche perché una guerra civile in Etiopia, con il probabile coinvolgimento dell’Eritrea, aggiungerebbe benzina ad uno scenario regionale già particolarmente complesso, con paesi gravemente instabili da decenni, come la Somalia e il Sud Sudan – ma per certi versi anche il Sudan in cui la via della stabilizzazione è ancora ben lontana dall’essere consolidata – e la minaccia terroristica sempre incombente.  (Bruna Sironi)

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L’ETIOPIA SULL’ORLO DELLA GUERRA CIVILE

di Nicola Pedde, Direttore Institute of Global Studies, 05/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/

   Nella notte tra il 3 e il 4 novembre si sono verificati scontri a fuoco nella capitale regionale del Tigrai, Macallè, e nella cittadina di Dansha, dove si sono fronteggiate le forze dell’esercito federale e quelle regionali agli ordini del Tigray People’s Liberation Front – TPLF.

   Secondo fonti locali, che citano il primo ministro Abiy Ahmed, ci sarebbero state numerose vittime nel corso degli scontri e il governo federale avrebbe dichiarato di voler ripristinare l’ordine attraverso l’impiego della forza.

   Il primo ministro accusa le autorità ribelli del Tigrai di aver attaccato una caserma dell’esercito federale, al culmine di un’escalation politica che ha ormai oltrepassato la fatidica “linea rossa” del conflitto, mentre i vertici del TPLF da Macallè rigettano ogni accusa ed anzi denunciano le forze federali per aver aperto il fuoco contro le locali forze di sicurezza.

   Un quadro incerto, allo stato attuale, la cui analisi è resa difficile dalla scarsità di informazioni che giungono dal paese, soprattutto in conseguenza della sospensione delle connessioni alla rete internet in buon parte delle province settentrionali, nell’ambito di una risposta da parte del governo centrale orientata a non permettere ulteriori insubordinazioni da parte delle autorità regionali.

   Le frammentarie informazioni che giungono dal Tigrai non permettono di comprendere quale possa essere allo stato attuale l’effettiva compattezza e lealtà alle autorità centrali delle unità militari della Divisione Settentrionale dell’esercito etiopico. Voci non confermate parlano di numerose defezioni tra cui, in particolar modo, quelle di alcuni alti ufficiali. Circostanza che potrebbe lasciar presagire la sussistenza di un quadro complessivo ben più articolato e complesso di quello emerso alle prime luci dell’alba di oggi.

   Il primo ministro Abiy Ahmed ha invece confermato l’adozione dello stato d’emergenza per sei mesi e l’adozione di provvedimenti atti a ristabilire l’ordine attraverso l’impiego delle forze armate, di fatto dichiarando definitivamente conclusa ogni ipotesi di compromesso con le autorità ribelli del TPLF nel Tigrai.

   Il rischio, quindi, è adesso quello di una diffusione della violenza su vasta scala e, soprattutto, la possibilità di determinare un conflitto locale che interessi ampi strati della popolazione tigrina, che potrebbe già aver ricevuto istruzioni e armi per resistere all’offensiva del governo centrale predisponendosi a una modalità di combattimento di lungo periodo soprattutto nei principali centri urbani.

   Scopo di questo conflitto sarebbe l’autodeterminazione e quindi il distacco formale dalla federazione etiopica, avviando un pericoloso processo di crisi e un gravissimo precedente, che potrebbe determinare un effetto a catena catastrofico per l’Etiopia.

Le ragioni della crisi

Il quadro politico domestico dell’Etiopia è interessato da forti tensioni determinate dalla crisi del modello federale su base etnica. Con la vittoria politica del premier Abiy Ahmed (di etnia Oromo) nel 2018, il dominio di governo quasi trentennale della componente Tigrina è stato interrotto, provocando crescenti tensioni tra il governo centrale di Addis Abeba e la regione del Tigrai.

   La crisi ha subito un’accentuazione nel corso del 2020, in conseguenza della decisione del premier di spostare la data delle elezioni politiche nazionali a causa della diffusione della pandemia del Covid-19, strumentalmente utilizzata dalle autorità del Tigrai per respingere la decisione federale, non riconoscere la continuità di governo del primo ministro e organizzare una propria tornata elettorale nello scorso mese di settembre, vinta con schiacciante maggioranza dal locale partito di governo, il TPLF.

   In un crescendo di tensioni, la scorsa settimana le autorità del Tigrai hanno impedito al generale comandante della Divisione Settentrionale dell’esercito federale (Gen. Belay Seyoum) di recarsi al proprio comando di Macallè (capitale del Tigrai), mentre il suo vice (Gen. Jamal Muhammad) è stato trattenuto in aeroporto e poi espulso con rientro ad Addis Abeba. Un affronto che ha fortemente indispettito i vertici militari della capitale, soprattutto perché accompagnato ad un invito alla resa anche delle due nuove divisioni recentemente create e dislocate nei pressi di Addis Abeba e Bahir Dar.

Quali scenari?

Oltre alla possibilità di un conflitto civile che interessi buona parte dell’area settentrionale dell’Etiopia, è necessario considerare come e quanto la crisi del Tigrai possa rappresentare la scintilla di una più ampia e grave crisi regionale.

   L’Institute for Global Studies ha realizzato uno studio sulla crisi etiopica in cui si evidenziano le principali variabili di crisi e gli scenari potenzialmente determinabili nel breve e nel medio periodo.

   In primo luogo non deve essere dimenticato come la crisi del federalismo etnico non interessi solo i rapporti tra Addis Abeba e Macallè ma si estenda anche alle regioni dell’Oromia, dell’Amhara e dei Somali (o Ogaden), con un incremento della violenza che solo pochi giorni fa ha portato ad una strage che ha contato ben 54 civili Amhara, tra cui numerose donne e bambini.

   Sebbene il primo ministro Abiy Ahmed sia di etnia oromo, la sua personale visione del potere e la conduzione alquanto arbitraria della repressione delle proteste lo ha inimicato anche nel suo consesso d’origine, determinando un concatenarsi di crisi e rivalità che rendono di giorno in giorno la stabilità domestica dell’Etiopia sempre più a rischio.

   A questo si aggiungono le variabili di crisi regionale, dove da una parte si registra un incremento delle tensioni con l’Egitto in merito allo sviluppo della diga Grand Ethiopian Reinassance Dam – GERD (costruita anche con il contributo dell’italiana Salini SpA), e dall’altra quelle tra l’Eritrea e le autorità regionali del Tigrai.

   La questione della diga GERD è tornata ad assumere un profilo di rischio elevato all’indomani dell’avvio da parte dell’Etiopia del riempimento del primo bacino idrico, contestato dall’Egitto che chiede di definire con accordi specifici la gestione dei flussi del Nilo nel proprio interesse e quello del Sudan. La crisi nel Tigrai potrebbe essere quindi sfruttata dal Cairo per alimentare l’instabilità anche nella regione del Benishangul-Gumuz, dove sorge il cantiere della diga e dove da mesi si registrano incursioni di miliziani addestrati ed armati oltre il confine sudanese.

   Per quanto concerne il ruolo dell’Eritrea, invece, il governo di Asmara presieduto da Isaias Afewerki condivide con il primo ministro etiopico Abiy Ahmed una forte ostilità nei confronti del vertice politico del TPLF, che reputa l’artefice dei conflitti che hanno interessato il paese dalla guerra d’indipendenza ad oggi, rifiutando di accettare il rispetto dei confini stabiliti in sede internazionale. L’Eritrea è accusata dal TPLF di pianificare uno scontro militare contro il Tigrai al fianco di Addis Abeba, e, se l’ipotesi di un intervento militare diretto dell’Eritrea al momento appare alquanto improbabile, meno lo è quella di un sostegno indiretto alle forze federali etiopiche per sostenerne lo sforzo militare, soprattutto rendendo le frontiere impermeabili a qualsiasi possibilità di rifornimento. (Nicola Pedde)

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SU GEOGRAFICAMENTE, A PROPOSITO DELL’ETIOPIA:

https://geograficamente.wordpress.com/2020/02/22/corno-dafrica-linvasione-delle-locuste-cavallette-mette-a-rischio-milioni-di-persone-in-kenya-etiopia-somalia-sudan-eritrea-e-si-estende-al-sud-sudan-alla-tanzania/

https://geograficamente.wordpress.com/2020/07/26/great-ethiopian-renaissance-dam-gerd-una-futura-guerra-per-lacqua-la-diga-piu-grande-dafrica-in-etiopia-sul-nilo-azzurro-crea-tensioni-con-sudan-ed-egitto-la-risorsa-acqua/

https://geograficamente.wordpress.com/2019/10/13/geograficamente-in-pillole-abiy-ahmed-ali-primo-ministro-etiope-ha-vinto-il-nobel-per-la-pace-premiato-per-i-suoi-sforzi-nel-raggiungere-la-pace-e-la-cooperazione-internazionale-e-per-ave/

ETIOPIA _ mappa

 

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