ONG NEL MEDITERRANEO in salvataggio di vite umane: l’INSENSATO IMPEDIMENTO (burocratico, politico) delle autorità italiane (ed europee) a chi soccorre, da morte per naufragio, migranti che rifiutano i lager libici – Se di soluzione alla migrazione va ricercata, non può essere data dal mancato aiuto in mare

11 novembre 2020: IL SALVATAGGIO DI OPEN ARMS, PIÙ DI 100 PERSONE IN MARE. ALMENO 6 i MORTI, ANCHE un BAMBINO di 6 MESI, JOSEPH…. – Nella foto diffusa dalla Ong spagnola OPEN ARMS sui social network (v. qui sopra), vi è l’immagine drammatica del naufragio. Immagine diffusa nel tentativo di fare di nuovo appello alla necessità di avere VIE LEGALI E CANALI SICURI PER L’ARRIVO DELLE PERSONE IN EUROPA, che possano evitare le numerose quotidiane morti in mare

ANCORA STRAGI IN MARE, LA MISURA È COLMA

di Claudio Geymonat, 13/11/2020, da RIFORMA.IT (il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia) –  https://riforma.it/

– Almeno 100 morti ieri in due differenti naufragi nel Mediterraneo, mentre le navi delle Ong sono bloccate nei porti da scelte politiche inaccettabili. Lo sdegno della Chiesa evangelica in Germania –

   Parole se ne sono spese tantissime, di ogni sorta. Ma nulla.

   E allora resta e deve restare sempre la cronaca, il racconto di tragedie senza fine che giorno dopo giorno si ripetono nel nostro mare. Perché nessuno possa dire “Io non sapevo”.

   Ieri (12/11/2020, NDR) 100 morti circa, chissà quale il numero esatto, in due distinti naufragi, che fanno del 12 novembre il giorno con probabilmente il maggior numero di vittime nel mar Mediterraneo nel 2020. Dobbiamo dire probabilmente perché l’Europa non è nemmeno in grado di dare certezze sulla triste conta dei morti.

   Se nessuno vede, se nessuno pattuglia, se nessuno sa, chissà quanti altri sono stati inghiottiti dalle onde. Mille persone circa nel solo Mediterraneo, dicono i dati. Circa. Le uniche realtà che tentano disperatamente di pattugliare il mare e prestare soccorso, le navi delle Ong, vengono fermate con qualsiasi pretesto in un cortocircuito folle dove il salvatore diventa il criminale e dove Ponzio Pilato Europa detta le regole, le “non” regole.

(foto da IL MANIFESTO) – “(…) LE ONG DEL MEDITERRANEO — Sea-Watch, Open Arms, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, SOS Méditerranée, Emergency, ResQ — hanno ora promosso il COMITATO PER IL DIRITTO AL SOCCORSO, chiamato a svolgere una funzione di “tutela morale” delle attività di salvataggio e di difesa giuridica delle sue buone ragioni. Appare urgente PROMUOVERE UNA DISCUSSIONE PUBBLICA intorno al tema del diritto al soccorso come principio essenziale di civiltà giuridica e come legge universale, fondata sul diritto del mare e sul diritto internazionale. La posta in gioco è cruciale: impedire che quel diritto irrinunciabile finisca sommerso dalle acque del Mediterraneo e dal nostro silenzio. (…)” (Luigi Manconi, da “la Repubblica” del 12/11/2020)

   «La perdita di vite umane nel Mediterraneo è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale del mondo», ha detto Federico Soda, capo missione in Libia dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Oim è la principale organizzazione intergovernativa in ambito migratorio. L’Italia è uno dei paesi fondatori. Attualmente gli Stati Membri sono 173. Dal settembre 2016 l’Oim è entrata nel sistema ONU diventando Agenzia Collegata alle Nazioni Unite.

   «Da tempo chiediamo un cambiamento nell’approccio, evidentemente impraticabile, seguito nei confronti della Libia e del Mediterraneo. Non dovrebbero essere più riportate persone a Tripoli e si dovrebbe dar vita al più presto a un meccanismo di sbarco chiaro e prevedibile, a cui possano far seguito delle azioni di solidarietà degli altri Stati. Migliaia di persone vulnerabili continuano a pagare il prezzo dell’inazione, sia in mare sia sulla terraferma».

“(…) Va ricordato che OPEN ARMS è l’unica imbarcazione tra quelle umanitarie che non è stata costretta a rimanere ormeggiata in un porto europeo. DA MARZO A OGGI IL GOVERNO ITALIANO, DI FATTO, HA BLOCCATO SEI NAVI UMANITARIE. Lo scorso 26 settembre era scattato il fermo amministrativo, l’ultimo in ordine cronologico, che ha riguardato la MARE JONIO DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS. In porto forzatamente ormeggiate vi erano già le SEA WATCH 3 e 4, la OCEAN VIKING di MSF, la ALAN KURDI della Ong SeeEye e la AITA MARI che fa capo agli attivisti baschi di PROYECTO MAYDAYTERRANEO. Tutte le contestazioni rivolte riguardano l’attività di «assistenza a migranti in mare», categoria giuridica che di fatto non esiste nel diritto della navigazione.(…)” (Ilaria Solaini 11/11/2020, da AVVENIRE)

   Più di 11.000 migranti sono stati riportati in Libia, in un paese dove possono rischiare di subire violazioni dei diritti umani, detenzione, abusi, tratta e sfruttamento, come documentato dalle Nazioni Unite.

   Dall’inizio di ottobre circa 1.900 migranti sono stati intercettati in mare e riportati in Libia mentre almeno 780 dei migranti arrivati in Italia nello stesso periodo provengono dalle coste libiche.

   «Il peggioramento delle condizioni umanitarie dei migranti detenuti in centri sovraffollati, i diffusi arresti arbitrari e la detenzione, le estorsioni e gli abusi sono allarmanti. In assenza di ogni sicurezza per i migranti riportati nel Paese, la zona di ricerca e soccorso libica deve essere ridefinita per consentire agli attori internazionali di condurre operazioni di salvataggio» dice ancora Soda.

(Khoms, porto di
partenza, mappa da http://www.internazionale.it/) – “(..) Almeno 74 PERSONE SONO MORTE giovedì 12 novembre nel Mediterraneo dopo che un gommone è affondato al largo delle coste della Libia, ha scritto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), un’agenzia dell’ONU. L’imbarcazione trasportava più di 120 persone ed era partita da KHOMS, in LIBIA, mercoledì. Il giorno dopo si è ribaltata in mare. Alcuni pescatori locali e la guardia costiera libica sono riusciti a soccorrere 47 persone e a recuperare 31 cadaveri, tra cui almeno un bambino. (…) DAL PRIMO DI OTTOBRE A OGGI (13/11, NDR), almeno otto imbarcazioni di migranti sono naufragate nel Mediterraneo centrale. E DALL’INIZIO DI QUEST’ANNO SONO MORTE ALMENO 900 PERSONE mentre cercavano di raggiungere l’Europa, secondo i dati della IOM. (..)” (IL POST.IT, 13/11/2020, https://www.ilpost.it/)

   L’Oim sostiene che la Libia «non è un porto sicuro e ribadisce il suo invito alla comunità internazionale e all’Unione europea a intraprendere azioni urgenti e concrete affinché i migranti non vengano più riportati in questo paese. Le continue restrizioni al lavoro delle Ong che conducono operazioni di soccorso devono essere immediatamente rimosse e i loro interventi devono essere riconosciuti quali attività che rispondono all”imperativo umanitario di salvare vite umane».

   Fa sentire la sua voce anche la Chiesa evangelica in Germania, che in questi anni sta cercando di tenere alta l’attenzione sui drammi in mare finanziando varie attività di ricerca e soccorso, in primis la nave Sea Watch 4 e l’aereo di ricognizione Moonbird, ma molte altre sono le azioni di finanziamento e sensibilizzazione messe in atto.

  Il vescovo luterano Heinrich Bedford-Strohm, presidente del Consiglio dell’Ekd, ha espresso sgomento per la situazione nel Mediterraneo. «La morte di così tante persone nel giro di poche ore è terribile. Le atroci sofferenze e le morti insensate nel Mediterraneo devono avere fine».

   In precedenza, il presidente del Consiglio Ekd aveva parlato in un video incontro con la ministra dei Trasporti italiana Paola De Micheli per il rilascio della nave di salvataggio “Sea-Watch 4 – finanziata dalla coalizione United4Rescue“, attualmente bloccata nel porto di Palermo per cavilli giuridici. Nella riunione di giovedì sera, alla quale hanno partecipato anche il comandante generale della Guardia costiera italiana, Giovanni Pettorino, nonché il coordinatore del programma migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese evangeliche in ItaliaPaolo Naso, Bedford-Strohm aveva espresso la sua incomprensione per lo stop della nave nonostante l’evidente emergenza sul Mediterraneo.

salvataggi in mare

   «Finora sono state soprattutto questioni legali che lo hanno impedito. Mi rammarico che fino a questo momento esse abbiano avuto più peso dell’urgenza umanitaria», ha affermato il Bedford Strohm, che allo stesso tempo ha sottolineato che gli sforzi costruttivi per “liberare” la nave sarebbero proseguiti: «Ma resteremo vigili in modo che la Sea-Watch 4 possa fare di nuovo quello per cui è lì: salvare vite umane».

   L’agenzia stampa Nev-notizie evangeliche ha raccolto una dichiarazione di Paolo Naso che si dichiara «indignato». E afferma: «E’ più che mai urgente un’azione concertata di search and rescue nel Mediterraneo. Governo e maggioranza devono prendere atto che, di fronte a tragedie ricorrenti e sempre più gravi, si rende indispensabile l’attivazione di un sistema concertato di azioni umanitarie di ricerca e soccorso in mare».

   La “Sea-Watch 4”, acquistata da donazioni dall’alleanza United4Rescue promossa dalla Chiesa e attrezzata come nave di soccorso, è ancorata nel porto di Palermo sin dalla sua prima missione di soccorso del 20 settembre, durante la quale ha salvato 353 migranti in difficoltà.

   Uno stallo francamente vergognoso.

(Claudio Geymonat, 13/11/2020, da RIFORMA.IT  https://riforma.it/)

foto da http://www.change.org/

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(LAMPEDUSA 3 OTTOBRE 2020 -foto da Il Manifesto-. Studenti sugli scogli di Lampedusa per il ricordo della strage del 3 ottobre 2013) – La TRAGEDIA DI LAMPEDUSA è stata il naufragio di una imbarcazione libica usata per il trasporto di migranti avvenuto il 3 ottobre 2013 a POCHE MIGLIA DAL PORTO DI LAMPEDUSA. Il naufragio ha provocato 368 MORTI ACCERTATI e circa 20 DISPERSI PRESUNTI, numeri che la pongono come UNA DELLE PIÙ GRAVI CATASTROFI MARITTIME NEL MEDITERRANEO dall’inizio del XXI secolo. I superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori. L’imbarcazione era UN PESCHERECCIO LUNGO CIRCA 66 PIEDI (20 metri), salpato dal PORTO LIBICO DI MISURATA il 1º ottobre 2013, con a bordo MIGRANTI DI ORIGINE ERITREA ED ETIOPE. La barca era giunta a circa mezzo miglio dalle coste lampedusane quando i motori si bloccarono, poco lontano dall’ISOLA DEI CONIGLI, per attirare l’attenzione delle navi che passavano l’assistente del capitano ha agitato uno straccio infuocato producendo molto fumo. Esso ha spaventato parte dei passeggeri, i quali si sono spostati da un lato dell’imbarcazione stracolma che si è rovesciata. La barca ha girato su se stessa tre volte prima di colare a picco. (Wikipedia)

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UN COMITATO PER DIFENDERE IL DIRITTO DI SOCCORSO IN MARE

di Carlo Lania, da “Il Manifesto” del 13/11/2020 (https://ilmanifesto.it/ )

Ong . Creato da otto organizzazioni non governative, ne fanno parte giuristi e docenti universitari –

   Salvano vite, ma da troppo tempo vengono viste con sospetto, addirittura additate come presunte complici dei trafficanti di uomini. Eppure sono in mare tutti i giorni a rischiare la propria pelle per salvare quella degli altri. Anzi vorrebbero essere lì, nel Mediterraneo, e non possono esserci perché quasi tutte le navi delle ong sono bloccate nei porti con i pretesti più assurdi, come quello, ad esempio, di avere a bordo troppi giubbetti di salvataggio.

   «Il principio di soccorso in mare è messo pesantemente in discussione», ha spiegato qualche giorno fa il presidente dell’Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, ai membri della commissione Affari costituzionali della Camera. «Per noi costituisce un fondamento di civiltà giuridica e la base costitutiva di tutti gli altri diritti, mentre oggi viene svalutato e sottoposto ad attacchi che lo rendono assimilabile a un comportamento illegale e sanzionato anche penalmente».

   «Il danno principale – ha aggiunto nella stessa occasione il giurista Luigi Ferrajoli – è il fatto che punire un comportamento non soltanto virtuoso ma doveroso, equivale a produrre un abbassamento del senso morale della cultura di massa». Per poi concludere: «Le stragi del mare saranno ricordate come una colpa imperdonabile, perché potevano essere evitate».

   Proprio nel tentativo di ridurre il danno, provare a contrastare l’abbassamento del senso morale della società di cui parla Ferrajoli, otto organizzazione non governative (Sea Watch, Proactiva Open Arms, Medici senza frontiere. Mediterranea – Saving Humans, Sos Mediterranée, Emergency e ResQ) hanno dato vita a un Comitato per il diritto al soccorso al quale hanno aderito anche Aita Mari e Sea Eye.

   A far parte del comitato, oltre a Manconi e Ferrajoli, sono state chiamate personalità come Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Paola Gaeta. Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi e Vladimiro Zagrebelsky.

   Sembra un paradosso ma in Italia, e in Europa, servono dei garanti per tutelare il lavoro di chi salva quanti si trovano in pericolo. Come si è potuto arrivare a un punto simile? «Dopo la campagna denigratoria cominciata nel 2016, abbiamo avuto fasi alterne nei rapporti con le autorità, ma non è mai venuta meno una forma di sospetto, di pregiudizio nei confronti delle attività delle ong», risponde Marco Bertotto, responsabile advocacy di Medici senza frontiere. «Abbiamo capito allora di essere stati messi in un angolo. Nasce così l’idea che, pur senza arretrare un centimetro rispetto al diritto/dovere di salvare chi si trova in difficoltà, abbiamo pensato di proporre a una serie di personalità la costituzione di un comitato».

   Due, principalmente, i compiti che i garanti sono chiamati a svolgere: ricostruire canali di comunicazione con le autorità, sia italiane che europee, e aiutare le ong a far capire all’opinione pubblica che il soccorso in mare non è solo un obbligo, ma anche un diritto. La speranza è di riuscire a ricreare un rapporto di collaborazione con le autorità competenti, a partire dai ministeri dell’Interno e dei Trasporti, in modo da meglio coordinare gli interventi in mare. Cosa che non rappresenterebbe certo una novità, visto che solo fino a qualche anno fa era la stessa Guardia costiera a indicare alle navi delle ong le situazioni di pericolo chiedendo il loro intervento.

   Non a caso nel loro manifesto fondativo le ong ricordano come proprio l’arretramento degli Stati dal dovere di soccorrere chi si trova i difficoltà ha causato la discesa in campo delle ong, salvo poi avviare un processo di criminalizzazione nei loro confronti. «Siamo stupiti – conclude Bertotto – come di fronte al ripetersi dei naufragi la risposta delle autorità sia il boicottaggio delle ong, ma degli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali per gli Stati costieri non si fa mai parola. E’ una dissimmetria che dovrebbe indignare tutti». (Carlo Lania)

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IL SALVATAGGIO DI OPEN ARMS, 100 IN MARE. ALMENO 6 I MORTI, ANCHE UN NEONATO

di Ilaria Solaini mercoledì 11 novembre 2020 da AVVENIRE

– La nave della Ong spagnola si trovava in missione in acque internazionali quando per la prima volta dopo anni un aereo di Frontex le ha fornito via radio le coordinate del gommone in avaria –

   Non succedeva da anni, tanto che sono rimasti sorpresi anche loro, i soccorritori della Ong spagnola Open Arms, quando nella mattinata hanno ricevuto da un aereo di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la segnalazione via radio di un’imbarcazione in avaria con oltre cento persone a bordo.

   Ancor più scioccante è stato per quegli stessi uomini, calati sui rhib, le lancie con cui vengono eseguiti i salvataggi, ritrovarsi davanti agli occhi soltanto i resti di un gommone semi-affondato. E tutto intorno una distesa di mare punteggiato dall’arancione dei giubbetti di soccorso, che fortunatamente i soccorritori nel primo approccio con il gommone in avaria erano riusciti a distribuire alle persone a bordo. Quest’ultima è l’immagine drammatica diffusa dalla Ong spagnola sui social network nel tentativo di fare di nuovo appello alla necessità di avere vie legali e canali sicuri per l’arrivo delle persone in Europa che possano evitare le morti in mare, che inevitabilmente, ci sono state anche oggi 11 novembre 2020.

Le fasi del soccorso sono state concitate e la tensione è salita quando il gommone si è schiantato da solo: le persone sono volate in acqua all’improvviso. In particolare è stato il fondo ad aver ceduto, generalmente costituito di semplici assi di legno che non offrono alcuna garanzia di sicurezza, esso facilmente dopo più di 48 ore di navigazione si può spaccare sotto il peso del carico umano e di sofferenza che trasportano. Una dinamica che i soccorritori più esperti, guidati dal comandante Marc Reig, conoscono fin troppo bene e che ha permesso loro di reagire con prontezza e lanciare subito in mare due safety float, galleggianti a cui le persone in mare hanno potuto aggrapparsi nell’attesa di essere caricate a bordo dei due rhib di salvataggio. Altre ancora cercavano di rimanere attaccate ai resti del gommone semiaffondato e purtroppo sempre dalle immagini drammatiche diffuse, anche attraverso un video, alcuni altri naufraghi, più isolati, si sono ritrovati a distanza di decina di metri dai resti dell’imbarcazione.

Le operazioni di soccorso sono andate avanti per ore: difficile dire quanti siano i dispersi in mare, finora quello che si sa è che almeno 5 sono i corpi senza vita ritrovati e portati a bordo della nave Open Arms, mentre altre 111 persone sono state salvate. A bordo la situazione resta complicata, soprattutto ci sono molte persone che avrebbero bisogno di un’urgente evacuazione medica. Purtroppo in serata è arrivata la notizia della morte accertata di una sesta persona, un bimbo di appena 6 mesi per il quale era stata chiesta una evacuazione urgente. Ma il piccolo non ce l’ha fatta.

   Gli spazi a bordo peraltro sono stretti, considerando che 24 ore prima di ricevere la segnalazione di Frontex, la nave Open Arms aveva già soccorso in un’altra operazione di salvataggio 88 persone e nel contempo aveva continuato l’attività di search and rescue alla ricerca proprio di questa imbarcazione con oltre cento persone a bordo, per la quale gli attivisti di Alarm Phone avevano già diffuso la richiesta di soccorso due giorni fa.

   Va ricordato che Open Arms è l’unica imbarcazione tra quelle umanitarie che non è stata costretta a rimanere ormeggiata in un porto europeo.

   Da marzo a oggi il governo italiano, di fatto, ha bloccato sei navi umanitarie. Lo scorso 26 settembre era scattato il fermo amministrativo, l’ultimo in ordine cronologico, che ha riguardato la Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans. In porto forzatamente ormeggiate vi erano già le Sea Watch 3 e 4, la Ocean Viking di MSF, la Alan Kurdi della Ong SeeEye e la Aita Mari che fa capo agli attivisti baschi di Proyecto Maydayterraneo.

   Tutte le contestazioni rivolte riguardano l’attività di «assistenza a migranti in mare», categoria giuridica che di fatto non esiste nel diritto della navigazione. “Se le persone da noi soccorse non fossero migranti, le stesse presunte irregolarità non verrebbero contestate – aveva spiegato Giorgia Linardi, giurista e portavoce della Ong Sea Watch in un editoriale su Il Domani -. Per questo non possiamo che pensare che alla base del fermo della nostra nave vi siano, anche in questo caso, delle considerazioni di natura politica più che legale”. “La principale di queste contestazioni, per esempio, riguarda il fatto che Sea-Watch 4 ha trasportato un numero di persone superiore rispetto a quelle per cui la nave è certificata. È un’accusa assurda, se si pensa che le persone che abbiamo portato a bordo erano state salvate nell’ambito di operazioni di emergenza, è un obbligo di diritto internazionale soccorrere chiunque si trovi in pericolo in mare”.

   I ricorsi giudiziari delle Ong sono già partiti, ma contestualmente in questi mesi migliaia di altre persone sono annegate nel Mediterraneo centrale svuotato dalle navi di soccorso, nell’indifferenza delle autorità europee. (Ilaria Solaini)

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UNA MADRE PROFUGA E IL BIMBO PERDUTO

di Marina Corradi, venerdì 13 novembre 2020 da AVVENIRE

   Immaginate, una notte, di avere un incubo. Vi trovate in alto mare, sotto a un cielo color piombo. Siete rimaste sole su gommone che si è appena rovesciato, fra onde minacciose. Vi riprendete, ma vi ritrovate con le braccia vuote. E il bambino, mio Dio, il bambino di sei mesi che tenevate stretto come un tesoro? ‘Dov’è il mio bambino? Ho perso il mio bambino!
Dov’è il mio bambino?’, gridate, e in quel momento vi svegliate, il cuore a cento all’ora. Ma non è un incubo, è tutto vero. Nel Mediterraneo, l’altro ieri (l’11 novembre, NDR). Un gommone con cento a bordo naufragato, Open Arms l’unica nave in soccorso, sei i morti accertati. Fra cui Joseph, sei mesi. Prologo, questa tragedia, a UN’ALTRA, di ieri: settantaquattro morti al largo di KHUMS, in Libia. Un nuovo massacro che non troverà molto spazio sui giornali. Ma, troviamo almeno il coraggio di guardare sul web il video del primo naufragio. L’urlo acuto della giovane madre trafigge. ‘Dov’è il mio bambino? Il mio bambino!’ grida in inglese al vento, al mare, ai compagni che nell’acqua annaspano, sordi a ogni cosa se non all’istinto di sopravvivenza.

   Non è un brutto sogno da cui svegliarsi sudati, ritrovando in un istante la propria camera e tutti gli oggetti consueti e cari. È la realtà, a un’ora di volo da Roma. Quella giovane donna venuta dall’Africa, quale tomba si porterà per sempre dentro. Il mare, quasi impietosito, le ha poi restituito il figlio, ma per poco. Era diventato gelido, e non si è più riscaldato. Sino a morirne, povera creatura. Noi madri, padri, nonni, sappiamo tutti bene com’è un bambino di sei mesi, leggero ancora fra le braccia, gli occhi spalancati e curiosi, e i gorgoglii, e i sorrisi (sorridono, a quell’età, come se credessero in un mondo bellissimo). Provate, con uno di questi vostri bambini in braccio, a immaginare di salire su un gommone malmesso, stracarico, in un mare agitato. Come si fa a esporre un neonato al sole a picco dell’estate, alla sete, o alle tempeste dell’autunno e dell’inverno?
Alle onde alte come muri, alla rotta incerta, dentro un orizzonte senza alcuna terra, dentro a notti nere come l’inchiostro? Mentre passano, lontani, pachidermici mercantili indifferenti. E troppi girano al largo. Come si può, con un bambino, sfidare il Mediterraneo? Chi lo farebbe, se non cercando scampo a una morte sicura? In fuga dalle violenze delle prigioni libiche, oppure costretti dai trafficanti signori della guerra che buttano ‘carne’ di disperati in mare per fare pressione sui Governi occidentali: comunque, solo se è incalzata da una minaccia di morte una madre sale su quei gommoni.

   Questo per ricordarci, pure dentro la nostra angoscia di questi giorni, che esistono, e non lontane, altre disperazioni, più grandi, e per noi difficilmente immaginabili. Perdiamolo, un minuto di lockdown, in un esercizio di immedesimazione. Con quel figlio, quel nipote piccolissimo, immaginiamo la notte in mezzo al mare, e quanto fuggiaschi e stremati e inseguiti bisogna essere, per partire. Stringere al seno un figlio di sei mesi, stringerlo tanto più quanto più urla il mare. Finché un’onda più grande ti precipita addosso: poi, il buio.  In settanta sono morti così, ieri. Nella sostanziale indifferenza dell’Europa. Già ci importava poco prima, dei profughi: ora poi, che siamo assediati dal Covid… Ma come grida quella donna in mezzo al mare: credeteci, non si riesce a starla ad ascoltare.

   Sembra non una madre, ma ‘la’ madre, l’archetipo della madre che nei millenni piange i suoi figli perduti.  Quella madre è Eva, e insieme è Maria. Pochi secondi, una coltellata. Eppure, lasciamoci trafiggere. Chiusi in casa, spaventati, a volte perfino ossessionati, apriamo gli occhi a riconoscere altri mondi, e altre brucianti disperazioni. Che il nostro dolore ci serva almeno per imparare a vedere quello degli altri. (Che, forse, ci sia dato anche per questo?). (Marina Corradi)

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IL MARE DELL’UMANITÀ

di Luigi Manconi, da “la Repubblica” del 12/11/2020

Manifesto per le Ong

   Luigi Ferrajoli è uno dei più autorevoli filosofi del diritto europei. Ha compiuto ottant’anni lo scorso agosto e ha appena consegnato all’editore Laterza un milione e trecentomila battute (spazi inclusi), equivalenti a oltre 500 dense pagine, dal titolo La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale, in libreria dal febbraio del 2021.
Tutto in lui suggerisce mitezza: la sottigliezza del profilo, la voce sempre misurata, la tonalità che, nell’argomentare, trasmette pacatezza. Ma quando, venerdì scorso, durante l’audizione presso la Camera dei Deputati, ha dovuto valutare le norme del recente Decreto Immigrazione, la voce di Ferrajoli si è fatta dura.
A suo avviso, l’articolo che limita o vieta l’accesso, il transito e la sosta delle Ong nel mare italiano, produce «l’abbassamento del senso morale a livello di massa».

Questo perché, «con la penalizzazione di fatto dei soccorsi in mare», si determinano due conseguenze:
– La prima è l’ulteriore indebolimento del già fragile sistema di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, che perpetua le stragi e condanna migranti e profughi alla morte in mare o alla vendetta delle milizie libiche, ai campi di detenzione, alle torture.
Risale a poche ore fa la notizia di un naufragio, a 30 miglia a nord di Sabratha, e di numerose vittime, tra le quali un neonato di sei mesi.
– La seconda conseguenza delle norme punitive nei confronti dell’attività di soccorso è che viene messo in discussione, sospeso, talvolta penalizzato, quello che rappresenta un principio irrevocabile di civiltà giuridica: ovvero il mutuo aiuto come diritto-dovere, che fonda il legame sociale e segna il passaggio da individuo isolato a membro della comunità. In altre parole, il diritto al soccorso come prima espressione di quel diritto alla vita sul quale poggia l’intero sistema dei diritti fondamentali.

Sono queste le considerazioni che hanno indotto le Ong del Mediterraneo — Sea-Watch, Open Arms, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, SOS Méditerranée, Emergency, ResQ — a promuovere il Comitato per il diritto al soccorso, chiamato a svolgere una funzione di “tutela morale” delle attività di salvataggio e di difesa giuridica delle sue buone ragioni.

   La scorsa settimana il Tribunale di Ragusa ha emesso una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di Open Arms per i fatti del marzo 2018 (salvataggio di 218 persone). Questa è solo l’ultima delle pronunce della giustizia italiana favorevoli alle Ong, al termine di una ininterrotta sequenza di azioni giudiziarie, conclusesi tutte senza una sola richiesta di rinvio a giudizio. E, tuttavia, l’ostilità verso le Ong si è manifestata attraverso una serie di provvedimenti da parte delle autorità italiane, spesso in collaborazione con altri stati membri Ue e con le istituzioni europee.

   Ancora: le pressioni di parte italiana nei confronti di stati terzi per richiedere il ritiro della bandiera alle navi di soccorso; l’introduzione del divieto di accesso alle acque territoriali e ai porti italiani per i mezzi delle Ong, con relative sanzioni economiche; il ricorso sproporzionato ad attività di controllo ispettivo e il frequente sequestro delle imbarcazioni (attualmente sono sei quelle sottoposte a fermo amministrativo).

   E il nuovo Decreto Immigrazione, come si è visto, riproduce numerose criticità. Ma ciò che più preoccupa è la campagna di delegittimazione in corso da tempo e che rischia di assimilare l’attività di soccorso a un’azione illegale da vietare e sanzionare. Risiede qui la ragione di questo Comitato composto da Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Luigi Ferrajoli, Paola Gaeta, Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi, Vladimiro Zagrebelsky e chi scrive.

   Un organismo, una “lobby democratica”, che vuole contribuire a formare nell’opinione pubblica un costante orientamento di sostegno all’attività di salvataggio.
Un orientamento che solleciti il ripristino di un efficace sistema istituzionale di ricerca e soccorso.
Altra finalità del Comitato è quella di facilitare le relazioni tra le Ong e le istituzioni nazionali, con l’obiettivo di ricostituire condizioni minime di operatività e di collaborazione: sia con le autorità competenti (Ministero dell’Interno e Ministero dei Trasporti), sia con le strutture statuali dell’attività di salvataggio (Guardia Costiera).

   Infine, appare urgente promuovere una discussione pubblica intorno al tema del diritto al soccorso come principio essenziale di civiltà giuridica e come legge universale, fondata sul diritto del mare e sul diritto internazionale.
   La posta in gioco è cruciale: impedire che quel diritto irrinunciabile finisca sommerso dalle acque del Mediterraneo e dal nostro silenzio. (Luigi Manconi)

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ALMENO 74 PERSONE SONO MORTE IN UN NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO, AL LARGO DELLA LIBIA

da IL POST.IT, 13/11/2020, https://www.ilpost.it/

   Almeno 74 persone sono morte giovedì nel Mediterraneo dopo che un gommone è affondato al largo delle coste della Libia, ha scritto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), un’agenzia dell’ONU. L’imbarcazione trasportava più di 120 persone ed era partita da Khoms, in Libia, mercoledì. Il giorno dopo si è ribaltata in mare. Alcuni pescatori locali e la guardia costiera libica sono riusciti a soccorrere 47 persone e a recuperare 31 cadaveri, tra cui almeno un bambino.

   A parte questo naufragio, negli ultimi tre giorni altre 19 persone sono morte nel Mediterraneo quando due diverse imbarcazioni si sono ribaltate in acqua. I passeggeri di entrambe sono stati soccorsi dalla nave della ONG Open Arms, che ha salvato più di 200 persone in tre operazioni.

   Dal primo di ottobre a oggi, almeno otto imbarcazioni di migranti sono naufragate nel Mediterraneo centrale. E dall’inizio di quest’anno sono morte almeno 900 persone mentre cercavano di raggiungere l’Europa, secondo i dati della IOM. (IL POST.IT, 13/1/2020)

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IL DOVERE CIVILE DI AIUTARE LE ONG

di Vladimiro Zagrebelsky, da “La Stampa” del 13/11/2020

   Sommersi dall’incessante informazione sulla quantità delle vittime di Covid, i morti nel mare su cui affaccia l’Italia con la Tunisia e la Libia, non fanno quasi più notizia; ancor meno sollevano emozione. Riesce ad attirare l’attenzione e procura commozione la morte di un bambino, un bebè di sei mesi, che, pur raccolto da una nave della Ong spagnola Open Arms, non è sopravvissuto al naufragio. Ma i morti sono tutti uguali.

   La tragedia che continua a verificarsi nel Mediterraneo, per l’affondamento delle imbarcazioni usate dai migranti per raggiungere le coste italiane, deve continuare a sollevare reazioni, perché misure siano prese per ridurne almeno le dimensioni. E perché coloro che soccorrono chi è in pericolo possano agire e trovare apprezzamento e sostegno.

   Ci sono gli organi dello Stato, naturalmente, la Guardia costiera, la Guardia di Finanza, che operano secondo la legge del mare anche se a tratti l’orientamento politico governativo sembra creare difficoltà, anziché risolverle. E ci sono benemerite Organizzazioni non governative, che pattugliano il mare con le loro navi di soccorso. Dovrebbe essere normale il coordinamento e la collaborazione, la fiducia e la stima reciproca.

   Così dovrebbe esser sempre, come è avvenuto nel caso recente, in cui un aereo di Frontex, l’agenzia europea di guardia delle frontiere e delle coste dell’Ue, ha avvistato il gommone in difficoltà e ne ha avvertito la nave della Ong, che è intervenuta.

   Ma le Ong sono da tempo oggetto di una martellante propaganda di denigrazione. Taxi del mare, sono state dette, complici di criminali scafisti libici, ecc. Ma mai le numerose indagini giudiziarie hanno trovato prove di simili accuse, mentre intanto le leggi (i c.d. decreti-sicurezza) e le pratiche burocratiche si accaniscono per rendere difficile o impossibile l’attività delle loro navi; anche multandole per l’opera di soccorso prestata e bloccandole a terra con sequestri ed esasperanti controlli.

   I decreti del precedente governo Conte, dopo più di un anno, sono ora in via di riforma. Ma ancora si mantengono multe che penalizzano l’opera umanitaria e si propongono norme che rendono difficili le operazioni in mare, sempre urgenti e pericolose. Si può sperare che in Parlamento prevalga umanità e buon senso e si respinga la tentazione di rincorrere la propaganda di chi degli immigrati ha fatto il nemico pubblico e delle Ong i loro correi.

   Intanto e comunque è necessaria un’opera di tutela delle Ong, anche a livello di opinione pubblica, per reagire alla diffamazione e per sollecitare invece l’appoggio. Per questo una serie di Ong che operano in mare ha ottenuto la solidarietà e la garanzia di un Comitato per il diritto al soccorso, promosso da Luigi Manconi. Il Manifesto con cui il Comitato si presenta, si apre richiamando il grido, urgente e incondizionato di «Un uomo in mare!»: il grido che da sempre mobilita tutte le forze al soccorso, senza domandarsi chi sia quell’uomo o quella donna in pericolo e perché si trovi in quella situazione.

   L’obbligo di soccorso corrisponde a un diritto che è basilare condizione della convivenza nella famiglia umana: è assoluto ed è reciproco. Si soccorre chi è in pericolo perché è in pericolo. Si ha fiducia che, a situazione inversa, si sarebbe soccorsi. Sono un obbligo e un diritto che nascono prima delle leggi che li prevedono e che ne puniscono l’omissione. Quell’obbligo si ripromette di promuovere il Comitato di garanzia.

   L’obbligo di soccorso sempre e comunque è questione distinta dal tema generale dei movimenti migratorie dei modi utili a regolarli.

   La storia dell’umanità e quella dell’Europa in particolare sono storie di migrazioni. Se si può riconoscere un diritto alla emigrazione, via dal proprio paese, nel diritto odierno non vi è un diritto a immigrare nel diverso Paese. Gli Stati hanno infatti il potere di regolare gli arrivi di chi non è un loro cittadino. Sono obbligati a ricevere le persone che rischiano nel proprio Paese di subire persecuzioni, tortura, trattamenti inumani, pena di morte.

   Ma al di là di simili casi sono possibili diverse politiche immigratorie, più meno aperte, più o meno sagge, più o meno lungimiranti. Qualunque ne sia il contenuto, il soccorso immediato di chi si trovi in pericolo deve però essere garantito. La garanzia si fonda certo su leggi che l’assicurino, ma in concreto si realizza per l’opera di chi in mare tende la mano a chi annaspa tra le onde. Questi meritano la protezione delle leggi, ma anche l’appoggio della gente, informata e consapevole di ciò che richiede la comune natura umana. (Vladimiro Zagrebelsky)

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PERCHÉ SUI MIGRANTI L’ITALIA È COMPLICE DELLE STRAGI IN MARE

di Umberto De Giovannangeli, 27/9/2020, da https://www.globalist.it/

– Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti al largo della Libia. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile –

   Quel tweet non è un grido di dolore e di rabbia. Certo, è pervaso da questi sentimenti, ma al fondo c’è l’esperienza di un giornalista, Sergio Scandura di Radio radicale, che da una vita professionale racconta, spesso con importanti scoop, la tragedia dei migranti nel “mare della morte”, il Mediterraneo.

   “Bloccate le navi ONG, non fate operare in SAR oltre le 12 miglia nazionali Marina militare e Guardia Costiera. Bugiardo sulla pelle dei disperati. Bugiardo sulla pelle di morti a dozzine, annegati anche a 25-30 miglia sotto Lampedusa. Rivoltante. Vergogna. Vergogna”.

   Non c’è una virgola fuori posto in questo j’accuse. Ma il primo destinatario di questa denuncia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dubitiamo che arrossirà di vergogna.

   E di sicuro non lo farà l’improponibile ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

   E al di là dei toni, composti, e della professionalità, incommensurabilmente superiore a quella del suo sprovveduto (in materia internazionale) collega della Farnesina, la sostanza delle cose non cambia quando a parlare è la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese. “I decreti sicurezza, o immigrazione, dovranno essere esaminati in uno dei prossimi Cdm. Si verificheranno anche gli aspetti delle sanzioni alle Ong, che potrebbero anche diventare sanzioni di carattere penale. Ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti”, ha affermato la titolare del Viminale, giovedì scorso, nel corso dell’ audizione al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen

Complici

Complicità in stragi. Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti lungo la rotta dalla Libia all’Europa. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile, e da un’Europa che promette solidarietà, ma continua a cooperare con le autorità di Tripoli, niente affatto estranee alla continua mattanza.

   Dei cinque naufragi segnalati negli ultimi giorni, il più grave è avvenuto il 21 settembre e si è saputo solo oggi, sabato: 111 morti. “Solo 9 delle 120 persone sono vive, soccorse da un pescatore dopo giorni in mare. Con i sopravvissuti stiamo ricostruendo gli eventi. Serve assistenza medica urgente», scrive su Twitter Alarm Phone.  “Tra le vittime ci sono Oumar, Fatima e i loro 4 figli” aggiunge l’organizzazione che raccoglie le chiamate d’emergenza in tutto il Mediterraneo. Segnalazioni di altri naufragi sono arrivati anche da Cipro e dall’Algeria. Nella notte tra venerdì e sabato «120 migranti riportati in Libia hanno riferito allo staff dell’Oim che 15 persone sono annegate quando il loro gommone ha iniziato a sgonfiarsi», conferma Safa Msehli, portavoce dell’agenzia Onu per le migrazioni.

   Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr-Acnur) al 23 settembre 8.247 persone sono state registrate come intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica.

   La gran parte viene portata nei campi di prigionia ufficiali, dove poi molti vengono fatti sparire. Il 15 settembre, votando il rinnovo della missione Onu in Libia, il Consiglio di sicurezza ha espresso “grave preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria” e per la situazione “affrontata da migranti, rifugiati e sfollati interni, inclusa la loro esposizione alla violenza sessuale e di genere”

   Nessuno può chiudere gli occhi di fronte al grido di dolore di migranti e rifugiati. Come ha detto il Papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare gli sfollati è un dovere universale di ogni popolo civile. La vita umana viene prima di ogni cosa”. Ad affermarlo in un tweet è la leader della Cisl, Annamaria Furlan.

Rapporti dall’inferno

Nonostante sia chiaro che la Libia non possa essere minimamente considerata un paese sicuro, nel 2019 almeno 8.406 persone sono state rintracciate dalla guardia costiera libica e riportate in Libia. Dall’inizio dell’accordo Italia-Libia del febbraio 2017 sono circa 50.000 le persone riportate nelle mani di carcerieri e torturatori libici come ampiamente denunciato da rapporti e dossier.
Dai movimenti e dalle associazioni, ma perfino dall’Unhcr, Oim e Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, a più riprese si sono levate richieste di interrompere immediatamente la collaborazione con i libici e di prevedere l’istituzione di canali di evacuazione verso i paesi dell’Unione europea per tutte le persone detenute nei centri libici.  Ma di fronte a una situazione tanto cristallina e atroce, l’Italia in febbraio ha rinnovato il memorandum con la Libia e il 16 luglio ha dato il via libera al rifinanziamento per l’addestramento alla cosiddetta Guardia costiera libica. La politica di esternalizzazione delle frontiere e dei respingimenti di massa ha nuove morti sulla propria coscienza.

   Migliaia di rifugiati e migranti muoiono e molti subiscono gravi violazioni dei diritti umani durante i loro viaggi lungo le rotte dall’Africa occidentale e orientale verso le coste nordafricane del Mediterraneo, tra le più mortali al mondo. Lo denuncia un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, e dal Mixed Migration Centre (Mmc) del Danish Refugee Council, intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori“, che descrive in che modo “la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, di funzionari pubblici”. Il rapporto segnala che almeno 1.750 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel 2018 e nel 2019 durante questi viaggi. Si tratta di un tasso di almeno 72 morti al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Per quanto riguarda il 2020, sebbene la maggior parte delle testimonianze e dei dati siano ancora in fase di ricezione, è certo che siano almeno 70 i rifugiati o migranti che sono rimasti vittima della tratta, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah, in Libia, a fine maggio. Proprio in Libia, solo nel 2020, sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che “mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone”, ha dichiarato Bram Frouws, responsabile del Mmc.

   Secondo il rapporto, circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 lungo questa rotta si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid a sudest di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l’Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez. “Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati. “Questo rapporto documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. È necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, col supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà, proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili”.

   Nel documento vengono descritte le violenze brutali che si consumano lungo il viaggio dall’Africa alle coste del Mediterraneo, tra cui le ustioni con olio bollente e le scariche elettriche, oltre alla violenza sessuale su donne e bambini. In Libia solo nel 2020 sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che “mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone”

   Solidarietà, porti aperti, inclusione, sostegno al meritorio lavoro delle Ong: sono parole e concetti che non hanno cittadinanza nell’azione politica del governo Conte II, che sulle questioni libiche e dei migranti è una fotocopia in peggio del governo Conte I. In peggio perché più ipocrita.

Torture e sparizioni

“Eravamo in 350 in quella prigione, ci sono rimasto per 5 mesi, fino al dicembre scorso. Dentro Ossama Prison ci hanno picchiato e torturato. Vedi la ferita qui sull’orecchio? Me l’hanno fatta con un lucchetto», racconta un sudanese di 19 anni giunto in Sicilia dopo essere stato messo su un gommone partito da Zawiyah.

   “La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta”. Lo ripete più volte, Sabha, originaria della Costa D’Avorio. Dal settembre 2016 all’aprile 2017 è stata in uno dei centri di detenzione di Sabha: “Mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata lì sette mesi: mi hanno fatto di tutto. Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da alcuni uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso. Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato. Sono maledetta”. La sua testimonianza, raccolta nel Cara di Mineo, fa parte del report “La Fabbrica della Tortura”, reso noto, nei giorni scorsi, da Medici per i diritti umani (Medu)

   Tra le ultime testimonianze raccolte, il team di Medu  umani ha incontrato in un centro a Ragusa uno dei naufraghi che ancora una volta racconta la sua testimonianza dall’inferno libico:

   “Sono stato a Ossama prison per un mese circa, nel periodo del Ramadan di quest’anno. Lì dentro è Osama che comanda: lui tortura in prima persona e fa torturare, beve spesso e bestemmia. Ci sono poi le guardie libiche, armate di kalashnikov, ma anche alcuni prigionieri del sub-sahara vengono utilizzati come aiuto-guardie: fanno un po’ di tutto, dalle pulizie alla distribuzione del cibo. Loro hanno il permesso di picchiare altri prigionieri anche se non gli vengono date armi, usano bastoni o altri oggetti. A Tripoli sono le milizie a rapirti e poi contattano le mafie (termine usato dai migranti per indicare gruppi criminali) le quali ti comprano e poi ti rinchiudono in magazzini nel deserto per chiederti il riscatto in cambio della liberazione. Ogni zona ha la sua milizia ma tutte sono vestite con divisa militare e collaborano con il governo. Tutti qui abbiamo tentato la traversata più di una volta ma la Guardia costiera libica ci ha sempre riportato indietro. A volte la Guardia costiera stessa ti chiede soldi, prima di riportarti in prigione: chiedono 1000 euro altrimenti ti dicono che farai un anno di prigione. So di una persona che ha pagato il giudice 1500 dinari per non finire in prigione”.

   Il rapporto si basa su oltre tremila testimonianze dirette di migranti transitati dalla Libia, raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani nell’arco di sei anni (2014- 2020). Nel periodo considerato sono sbarcati in Italia 660mila migranti, il 90 per cento è passato per il Paese, provenendo dall’Africa occidentale o dal Corno d’Africa, ma anche da alcuni Paesi extra africani come la Siria e il Bangladesh. Numerosi racconti, considerati credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l’Oim sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai Media e dalle agenzie dell’Onu. L’età media dei migranti e rifugiati (88 per cento di sesso maschile e 12 per cento di sesso femminile) assistiti e intervistati da Medu è di 26 anni. Tra di loro sono presenti oltre 300 minori (13 per cento), incontrati negli insediamenti informali di Roma e presso il sito umanitario di Agadez. Le principali nazionalità dei testimoni sono Eritrea, Nigeria, Gambia, Sudan, Senegal, Etiopia, Mali, Costa d’Avorio, Somalia. L’85 per cento ha subito abusi, torture, stupri. Secondo i dati raccolti da Medici per i diritti umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l’85 per cento dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel Paese torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79 per cento è stato detenuto/sequestrato in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico sanitarie, il 75 per cento ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65 per cento gravi e ripetute percosse. Inoltre, un numero inferiore, ma comunque rilevante, di persone ha subito stupri e oltraggi sessuali, ustioni provocate con gli strumenti più disparati, fa-laka (percosse alle piante dei piedi), scariche elettriche e torture da sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, sospensione a testa in giù, ecc).

   Questa tendenza è rimasta invariata – o addirittura si è aggravata – nel corso degli ultimi tre anni, a partire dal 2017, anno di sigla del Memorandum Italia-Libia sui migranti. Tutti i migranti detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.

   Tutti questi report, suffragati da centinaia di testimonianze, da video e perizie mediche, sono di dominio pubblico. Tutti possono leggerli, anche i parlamentari che il 16 luglio scorso hanno votato il rifinanziamento di quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica.

   Una lettura “indigesta” per coloro che hanno avallato questo scempio di legalità. E di umanità. (Umberto De Giovannangeli, 27/9/2020, da https://www.globalist.it/)

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DA LAMPEDUSA IL GRIDO DEI MIGRANTI: «BASTA STRAGI IN MARE»

di Giansandro Merli, 4/10/2020, da IL MANIFESTO

Mediterraneo. Sull’isola il ricordo della strage del 3 ottobre 2013. Da quel giorno altre 20mila persone hanno perso la vita nello stesso mare. Nessuna autorità politica nazionale presente alle celebrazioni

   «Le autorità italiane e internazionali dissero “mai più”, invece da quel giorno sono morte nello stesso mare 20mila persone», dice Tareke Brhane, attivista del Comitato 3 ottobre. In quella data, sette anni fa, trecentosessantotto vite umane furono inghiottite dalle acque che bagnano Lampedusa. Le coste dell’isola erano ormai a vista. Ieri come ogni anno sulla più grande delle Pelagie si sono dati appuntamento sopravvissuti (in tutto furono 151), famiglie delle vittime e una rappresentanza di circa 50 studenti di diverse scuole italiane (da Puglia, Lazio, Trentino e altre regioni). A causa delle misure anti-pandemia le partecipazioni sono state in numero ridotto.

LA TRADIZIONALE MARCIA da piazza Castello alla Porta d’Europa, il monumento in memoria di chi ha perso la vita in mare, è stata percorsa solo da poche persone per evitare assembramenti. Le altre hanno atteso sullo scoglio incorniciato dall’opera dell’artista Mimmo Paladino. «Molti studenti si sono commossi ascoltando le storie dei sopravvissuti e le testimonianze di quel terribile giorno», racconta Don Mussie Zerai, prete cattolico nato ad Asmara e candidato nel 2015 al premio nobel per la pace in virtù del grande impegno a favore dei rifugiati.

DOPO GLI INTERVENTI e le preghiere, i familiari delle vittime hanno regalato a ragazze e ragazzi un fiore da lanciare in mare mentre insieme ai sopravvissuti si dirigevano a bordo dei pescherecci per depositare delle corone floreali nel luogo del naufragio. Alle 18 si è tenuta la preghiera ecumenica officiata dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento.

ALLE INIZIATIVE non ha partecipato nessuna autorità politica nazionale. Si è visto solo il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Di queste assenze non ha colpa il Covid-19. L’attenzione dei politici si è andata riducendo negli anni e già nel 2019 i rappresentati delle istituzioni erano stati assenti ingiustificati. Quel che è peggio, racconta chi ha partecipato alle diverse cerimonie, è che anche tra la popolazione dell’isola c’è stato un cambio di sensibilità forse riflesso nella ridotta partecipazione dei pescatori: i primi anni erano tanti, ieri solo due o tre.

SEGNO CHE I DISCORSI d’odio e la disumanizzazione delle persone migranti rischiano di attecchire perfino nei luoghi che del mare hanno la cultura più profonda. Quella dell’incontro tra diversi, del soccorso come imperativo morale, della contaminazione. «Oggi si ricordano i 368 morti del 3 ottobre a Lampedusa, ma si impedisce il soccorso in mare. Proprio la memoria dell’orrore che ho visto quel giorno di 7 anni fa rende penosa la celebrazione di morti che continuano a morire. La Memoria pretende l’azione per fermare le stragi», ha twittato l’ex sindaca dell’isola Giusy Nicolini.

DUE LE RICHIESTE principali della mobilitazione. «Primo, i sopravvissuti vogliono che sia fatta piena luce su ciò che è accaduto, continuano a ripetere che due imbarcazioni li hanno avvicinati senza soccorrerli – afferma Don Zerai – Secondo, nessun altro essere umano deve essere costretto a rischiare la vita attraversando il mare: servono canali legali di ingresso e un lavoro sui paesi di partenza».

C’È UN ASPETTO della strage del 3 ottobre che non va dimenticato. Lo sottolineò molte volte Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore scomparso prematuramente, nel suo splendido libro La frontiera. 360 dei 368 morti erano eritrei. Non è un dettaglio secondario.

«SONO ARRIVATO in Italia nel 2015 e non ho mai ascoltato una presa di posizione di un governo di qualsiasi colore politico su ciò che accade in Eritrea. Questa è la cosa che mi stupisce di più. Quando arrivano 500 tunisini i politici italiani vanno subito a Tunisi, ma a nessuno sembra interessare perché migliaia di giovani fuggono dal nostro paese», dice Brhane.

OLTRE A QUELLA di Lampedusa ci sono state piazze in diverse città d’Italia: da Palermo a Brescia, da Milano a Pescara. Alle mobilitazioni hanno partecipato anche le Ong attive nei salvataggi in mare. A Roma i manifestanti hanno chiesto: riforma della cittadinanza, abolizione dei decreti sicurezza e cancellazione degli accordi con la Libia. (Giansandro Merli)

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MIGRANTI, NUOVE STRAGI IN MARE, OPEN ARMS A TRAPANI

da https://qds.it/ 13/11/2020

– La nave dell’Ong ha a bordo duecento migranti e i corpi dei morti nel penultimo naufragio. Intanto l’Oim denuncia, almeno altri 94 annegati, con donne e bambini. La salma del piccolo Joseph a Lampedusa, il Sindaco, “piangiamo i morti” –

   La buona notizia è che il Viminale ha assegnato, ieri a tarda sera, il porto di sbarco alla Open Arms, la nave della Ong spagnola con a bordo oltre duecento migranti salvati nel Mediterraneo e che potranno così trovar pace, e anche i corpi dei morti nel naufragio del gommone su cui viaggiava un centinaio di essi.

La cattiva notizia è che le stragi nel Mediterraneo non si fermano.

Almeno 94 morti in nuovi naufragi

A un giorno dal naufragio del gommone soccorso da Open ars costato la vita a sei persone tra cui un neonato, almeno 74 migranti sono morti annegati al largo delle coste libiche secondo quanto reso noto dalla Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). E poco più tardi, sempre al largo della Libia, altri venti migranti annegati: solo tre donne, ha scritto in un tweet Medici senza frontiere, “sono state tratte in salvo da pescatori locali, terrorizzate dopo aver visto i loro cari scomparire tra le onde e morire sotto i loro occhi”.

   Un bilancio altissimo in termini di vite umane di chi cerca di fuggire dalla Libia. Secondo Oim almeno “novecento persone sono annegate nel Mediterraneo cercando di raggiungere le coste europee, alcune a causa di ritardi nel salvataggio. Negli ultimi due giorni almeno 19 persone, inclusi due bambini, sono affogate dopo che due imbarcazioni si sono ribaltate nel Mediterraneo centrale”.

   Per Federico Soda, capo missione dell’Oim Libia “la perdita di vite umane nel Mediterraneo è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale del mondo”.

Interviene l’Unicef

Sull’ennesima tragedia del mare è intervenuta anche l’Unicef Italia.

“E’ una notizia che ci lascia sgomenti – ha dichiarato l’organizzazione internazione – e ribadiamo la necessità di garantire il diritto alla protezione e alla vita di ogni bambina e bambino senza alcune distinzioni e in qualsiasi luogo essi si trovino”.

La salma di Joseph a Lampedusa

In attesa che la Open Arms giunga a Trapani, intanto la salma di Joseph, il piccolo originario della Guinea morto sotto lo sguardo disperato della madre, è stata trasferita ieri nell’obitorio di Lampedusa in attesa della sepoltura.

   Il gommone a bordo del quale si trovava assieme ad altre cento persone ha ceduto in acque libiche e a intervenire per i primi soccorsi sono stati appunto i volontari di Open Arms, l’unica nave umanitaria impegnata in questo momento nell’attività di ricerca e soccorso dei migranti che fuggono dalla Libia.

   Un aereo e una motovedetta della Guardia costiera hanno effettuato un’evacuazione medica urgente per due donne, una delle quali in gravidanza, e per il neonato già morto.

   Altri tre migranti (un bimbo, la madre e un uomo) del gruppo di naufraghi salvati dalla Ong che avevano urgente bisogno di ricovero sono stati portati a Malta.

Lampedusa piange le vittime del naufragio

“Anche Lampedusa – ha dichiarato il sindaco Totò Martello – piange le vittime di questo ennesimo, drammatico naufragio nel Mediterraneo. Vedere arrivare sulla nostra isola due donne soccorse in mare, una incinta e l’altra che piangeva il proprio bambino annegato, provoca rabbia, dolore e una profonda tristezza”.

“Di fronte a eventi terribili come questo – ha aggiunto – l’opinione pubblica si commuove e si indigna, ma a questa reazione non segue un passo conseguente della Comunità Europea sulla necessità di garantire la sicurezza nel Mediterraneo e si continua a scaricare sui territori di confine il peso maggiore della prima accoglienza”.

Martello alla Ue, basta vittime innocenti

“Alla vigilia della definizione del nuovo Patto Ue sulle migrazioni e sul diritto d’asilo – ha concluso Martello – chiediamo alle Istituzioni comunitarie di valutare con la dovuta attenzione il ‘Global Compact for Migration’, il documento delle Nazioni Unite che indica i principi per una migrazione ‘ordinata, regolare e sicura’. Solo con flussi migratori regolati attraverso il coinvolgimento di tutti gli Stati membri si potranno evitare altre vittime innocenti”.

La propaganda di Salvini sul neonato morto

Sui social hanno suscitato fortissime polemiche le dichiarazioni di Matteo Salvini sul neonato morto: “Sono immagini che ti strappano il cuore” ha detto il capo della Lega Nord in tv, aggiungendo di rivolgere “una preghiera per questa mamma”.

   Poi la propaganda: “Le nostre operazioni di controllo e chiusure avevano più che dimezzato queste tragedie perché meno gente parte e meno muore – ha affermato – e il cattivo Salvini non solo ha tutelato i migranti regolari ma aveva dimezzato il numero dei morti in mare. Per chi fa la politica dei porti aperti è chiaro poi che i risultati sono anche questi”.

   La bufala dei porti chiusi propalata agli italiani è stata da tempo svelata proprio dal sindaco di Lampedusa Totò Martello che ha definito Salvini un “mentitore seriale”: gli sbarchi, definiti per questo motivo “fantasma”, quando il capo della Lega Nord era ministro dell’Interno, continuavano ad avvenire, ma nessuno ne parlava.

Quattro sbarchi ieri a Lampedusa

Intanto ieri a Lampedusa sono giunte altre quattro imbarcazioni, per un totale di 186 migranti di varie nazionalità.

   Vanno avanti da tutto il pomeriggio, intanto, i trasferimenti di gruppi di persone dall’hotspot fino a Cala Pisana, dove è ormeggiata la nave quarantena Azzurra.

   Il centro di contrada Imbriacola, nonostante gli sforzi per alleggerire le presenze con trasferimenti sulle navi quarantena e con traghetto di linea o motovedette, resta inevitabilmente sovraffollato. (https://qds.it/ 13/11/2020)

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MORIRE A SEI MESI NEL MEDITERRANEO

di Annalisa Camilli, 12 novembre 2020, da https://www.internazionale.it/

   Si chiamava Joseph, aveva sei mesi, è morto dopo essere stato soccorso nel Mediterraneo centrale insieme a sua madre, una donna originaria della Guinea. L’imbarcazione sulla quale viaggiavano insieme a un altro centinaio di persone era partita dalla Libia ed è collassata, poco prima che arrivassero i soccorsi. La sua morte solleva più di un interrogativo ancora senza risposte sulle politiche migratorie dell’Unione europea e sull’assenza di un sistema comune europeo di soccorso. Alcuni si chiedono inoltre perché non siano intervenuti i mezzi militari della missione Mare sicuro, in attività in quell’area.

   Dopo ore in mare, 88 persone sono state messe in salvo dalla nave spagnola Open Arms, l’unico mezzo di soccorso presente sul posto, mentre altre sei non ce l’hanno fatta. Molte persone tra quelle cadute in acqua erano in arresto cardiaco quando sono state portate a bordo della nave. La segnalazione dell’imbarcazione in difficoltà è arrivata per la prima volta da un aereo di Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea. La nave Open Arms dell’ong spagnola Proactiva Open Arms ha chiesto un’evacuazione medica, ma non c’erano altri mezzi di soccorso né governativi né non governativi nell’area. Il network di volontari Alarmphone, il giorno precedente, aveva allertato sulla presenza di circa duecento persone in pericolo di vita al largo della Libia.

   “Purtroppo nel 2020 c’è ancora bisogno di noi perché l’Europa intera non ha finora messo a punto un sistema davvero efficace di ricerca e di soccorso, c’è l’urgenza di sbloccare le barche delle organizzazioni che oggi sono impossibilitate a operare”, afferma l’operatrice legale di Open Arms Valentina Brinis. “Chi si trova in difficoltà, va salvato. Questo orienta l’azione dei medici, degli infermieri e di tutti quelli che a terra, in questi mesi, stanno affrontando una sfida epocale”, continua l’operatrice, che aggiunge: “La guardia costiera italiana in queste ore si è mostrata molto vicina al nostro equipaggio e alle richieste avanzate: sembrava quasi di essere tornati allo spirito di collaborazione che aveva contraddistinto la modalità operativa fino al 2017”.

   Il 10 novembre sulla stessa rotta altre tredici persone sono annegate al largo della costa libica, secondo quanto riportato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il portavoce Flavio Di Giacomo ha detto che le undici persone sopravvissute al naufragio sono state tutte riportate in Libia, aggiungendo che nel 2020 “oltre 10.300 migranti sono stati intercettati in mare e rimandati in Libia”, nonostante il paese sia considerato non sicuro perché non riconosce la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e permette la detenzione arbitraria degli stranieri. L’agenzia di stampa Associated Press ha detto che si è trattato del “quarto naufragio di migranti al largo delle coste libiche dall’inizio di ottobre”.

   Il portavoce dell’Oim in Libia Safa Msehli ha specificato che l’imbarcazione aveva lasciato la città occidentale di Zuara lunedì sera. Gli undici sopravvissuti al naufragio del 10 novembre hanno detto al personale dell’Oim che “l’acqua aveva iniziato a entrare nel gommone dopo cinque ore di navigazione”. Secondo i dati dell’Oim, il bilancio complessivo dei morti nel Mediterraneo centrale dall’inizio del 2020 è di 575 persone, ma si teme che il dato sia fortemente sottostimato perché al momento non ci sono testimoni governativi e non governativi lungo la rotta.

   Molte imbarcazioni di soccorso tra cui Sea-Watch 4, Alan Kurdi, Louise Michel e la Ocean Viking sono state bloccate nel corso degli ultimi mesi dalle autorità italiane per presunte irregolarità amministrative. Nonostante la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen abbia sostenuto la necessità di ripristinare un sistema europeo di soccorso in mare, lungo la rotta più pericolosa del mondo la situazione è sempre più drammatica.

   Intanto in ventiquattro ore la Open Arms ha tratto in salvo 263 persone – tra donne, uomini e bambini – e sei sono state trasferite a causa di problemi medici. L’imbarcazione di soccorso al momento si trova a largo di Lampedusa e chiede urgentemente un porto di sbarco. (Annalisa Camilli)

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