VACCINO ANTI-COVID: “renderlo bene comune e gratuito per tutto il pianeta” (Medici S.F.) – La strategia geopolitica degli Stati e Geo-continenti (Usa, Cina, UE, Russia…) nella corsa (ognuno per sé) ai diversi vaccini contro la pandemia – Le molte aspettative e qualche realistica perplessità – la proposta COVAX

“È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020) – (foto da https://www.huffingtonpost.it/)

   Ci sono molte aspettative, più che giustificate, ai vaccini anti-covid che si stanno realizzando nelle varie parti del mondo: alcuni già in fabbricazione (che hanno superato le fasi di verifica), altri ancora in sperimentazione. Una corsa sfrenata di ciascuna casa farmaceutica di grandi dimensioni, accompagnata quasi sempre da finanziamenti pubblici cospicui e a volte totali, e garantita che una volta avuto il prodotto questo sarà “collocato” sicuramente.

   Per la precisione sono attualmente 52 i vaccini in fase di sperimentazione, ma per ora solo 10 sono nella fase 3, l’ultima prima di poter dare avvio alla produzione ed utilizzo: 4 sono in case farmaceutiche negli USA, 3 in Cina, 1 in Russia (denominato lo Sputnik V), 1 ad opera della anglo svedese Astra Zeneca, e uno sperimentato in Brasile.

“Chiediamo a tutti i governi di sostenere con determinazione questa proposta che pone le vite umane al di sopra della logica dei profitti in un momento estremamente critico per la salute globale. Quando questa pandemia sarà finalmente conclusa, i governi dovrebbero chiedersi da che parte vorranno vedersi schierati.” (Stella Egidi Responsabile medico Medici Senza Frontiere Italia)

   Nella speranza e nell’ipotesi che questa corsa alla produzione dei vaccini porti ad un superamento dell’attuale pandemia, non si può non riscontrare come la “corsa al vaccino”, sia un’operazione isolazionista (ognuno per sé) e con una divisione concorrenziale del mondo, ancora una volta in aree di influenza: la Cina sempre più emergente globalmente; gli Stati Uniti finora dominatori del pianeta; l’Unione Europea che cerca di ritagliarsi un suo ruolo; la Russia potenza geo-strategica in Asia e nel Medio Oriente, pur con un’economia non all’altezza degli altri tre soggetti geopolitici citati. E poi, in subordine, Brasile, Cuba (entrambi in fase di sperimentazione del vaccino anticovid), e tutto il resto del mondo, povero e meno povero (come i paesi africani, o l’immensa lndia di 1 miliardi e 300 milioni di persone, che però ha al suo interno case farmaceutiche di rilevante grandezza): paesi che cercano di capire come inserirsi in quella che sarà la logica della distribuzione del vaccino, a loro quanto mai necessario.

Il 27 agosto scorso la COMMISSIONE UE ha siglato un contratto per “acquistare 300 milioni di dosi del vaccino prodotto da ASTRAZENECA, con un’opzione per l’acquisto di ulteriori 100 milioni di dosi da distribuire in proporzione alla popolazione”. L’accordo permetterà di acquistare il vaccino per tutti gli Stati membri dell’UE, oltre che di donarlo ai paesi a reddito medio-basso o ridistribuirlo ad altri paesi europei.

   E le perplessità sulla corsa alla realizzazione del vaccino non è data solo dal capire se le case farmaceutiche sono in grado di garantire una medicina efficace e in particolare senza effetti collaterali (e il caos e la corsa forsennata ma forse giustificata, non aiuta per niente a superare i dubbi….); ma le perplessità sono date anche dal capire se la distribuzione sarà prioritaria e solidale per le categorie più deboli e a rischio (malati, anziani, personale sanitario…) DI TUTTO IL PIANETA, o se invece i paesi poveri DOVRANNO ASPETTARE che i paesi ricchi utilizzino interamente il vaccino, per poi eventualmente pensare “a loro”.

Le fasi di sperimentazione dei vaccini (da http://www.fedaiisf.it/)

   Un rischio più che realistico, che per tentare di evitarlo, ci sono due modi e possibilità che sono state espresse in queste settimane e mesi.

   Una è una proposta di MEDICI SENZA FRONTIERE di sospendere la proprietà intellettuale dei vaccini anti-covid, per renderli UN BENE COMUNE: cioè eliminare le regole internazionali della proprietà intellettuale per l’emergenza Covid-19. Come ai tempi della diffusione dell’HIV (l’Aids), l’obiettivo è non limitare, ma allargare a tutti l’accesso ai vaccini. Così da includere, coinvolgere, i Paesi a medio e basso reddito per favorire una ricerca che tenga conto ugualmente delle istanze dei sistemi sanitari più fragili. E che si possano mettere in campo forze per la fabbricazione e diffusione di “un vaccino per tutti”. Il fatto che molte delle ricerche delle case farmaceutiche siano date da finanziamenti pubblici, e la possibilità eventuale di indennizzare il lavoro svolto, crea le condizioni per la gratuità del vaccino anche per i paesi più poveri. E, sottolinea “Medici senza frontiere”, non è solo una questione di equità, ma è anche la precondizione necessaria per far sì che si inneschi il fenomeno noto come “immunità di gregge”, utile a scongiurare ondate epidemiche successive (un “sano egoismo”, si può definire).

   Una seconda proposta geopolitica di grande spessore, purtroppo in questo momento accantonata, è quella chiamata COVAX, proposta multilaterale e globale fatta pure propria anche dall’UE ad aprile, che però non è andata in porto. COVAX era (se realizzato) un PIANO MONDIALE PER I VACCINI CONTRO IL CORONAVIRUS, che mirava a supportare lo sviluppo e la distribuzione equa di 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 entro la fine del 2021. Uno sforzo globale per garantire che, appena si ha uno o più vaccini funzionanti, tutti i Paesi possano usufruirne.

   Tanti organismi internazionali hanno supportato COVAX, questo tentativo, questa “speranza”, tra cui in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità; e come dicevamo anche l’Unione Europea ha dato il suo appoggio. E ben 171 Paesi ad alto, basso e medio reddito, si sono detti favorevoli (quasi i due terzi della popolazione mondiale), e si sono iscritti a COVAX. Compresa alla fine, in seconda battuta, anche la Cina. Ma la Russia e gli Stati Uniti di Trump no (che sono quest’ultimi anche usciti dall’OMS). COVAX, questo piano solidale e globale, è stato nei mesi surclassato dagli eventi e dalla corsa competitiva geostrategica economica degli stati e delle case farmaceutiche (e paesi ad alto reddito, come Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Unione Europea, hanno firmato ACCORDI BILATERALI con i produttori per garantire dosi di vaccini in sperimentazione…). Però non è detto che non lo si possa riproporre, COVAX, anche a chi in precedenza non aveva accettato di aderire.

Affrontare il contagio in Africa (foto da https://www.worldcoo.com/it/)

   In questo post cerchiamo di fare una sintesi delle grandi aspettative (ma anche perplessità) dell’uso del vaccino, concentrandoci sul contesto geografico delle strategie nella “corsa al vaccino”. Le divisioni del mondo vediamo che rimangono, però la pandemia, se si mette in campo una solidarietà “geografica”, potrebbe unire le popolazione, le persone, ovunque siano (speriamo) (s.m.)

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COVID-19: I GOVERNI DEVONO SOSPENDERE I MONOPOLI SUI BREVETTI DI FARMACI, TEST E VACCINI

19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/

– Alla vigilia dei colloqui all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla proposta avanzata da India e Sudafrica di sospendere la proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici utili a fronteggiare il Covid-19, invitiamo tutti i governi a sostenere questa coraggiosa iniziativa –

   La sospensione della proprietà intellettuale consentirebbe a tutti i paesi di non concedere o depositare brevetti e altre misure di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta al Covid-19 per tutta la durata della pandemia, fino al raggiungimento dell’immunità di gregge a livello globale.

   Un’iniziativa simile alle posizioni assunte dai Governi del Sud del mondo oltre 20 anni fa che hanno determinato l’introduzione e l’utilizzo dei farmaci generici per l’HIV/AIDS a prezzi accessibili, salvando così milioni di vite.

   Dall’inizio della pandemia, le società farmaceutiche hanno mantenuto la loro pratica usuale di fermo controllo sui diritti di proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici, perseguendo accordi commerciali protetti da clausole di riservatezza e monopolistici che escludono molti paesi a basso reddito dal beneficiarne.

   Ad esempio, Gilead ha stipulato una licenza bilaterale restrittiva per uno dei pochi farmaci che ha mostrato potenziali benefici per il trattamento del Covid-19, il remdesivirescludendo quasi la metà della popolazione mondiale dal beneficiare della concorrenza dei generici venduti a prezzi inferiori.

   Inoltre, diversi farmaci nuovi e riutilizzati e anticorpi monoclonali in fase di promettente sperimentazione per il trattamento del Covid-19, sono già brevettati in molti paesi come Brasile, Sud Africa, India, Indonesia, Cina e Malesia.

   Nessuno degli sviluppatori del vaccino Covid-19, eccetto una sola azienda tra quelle che si sono adoperate per la ricerca e sviluppo del vaccino, si è impegnato a trattare sulla proprietà intellettuale in modo diverso.

   Solo un numero limitato di aziende hanno siglato accordi di licenza volontaria e trasferimento di tecnologia per utilizzare la capacità di produzione globale esistente e tentare di mitigare le carenze di approvvigionamento e distribuzione di vaccini potenzialmente efficaci.

   Di fatto questa modalità non è una pratica consolidata e anche quando applicata presenta una serie importante di limiti.

La Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica

In passato sono state adottate misure per superare i monopoli che consentono alle aziende farmaceutiche di mantenere i prezzi elevati.

   Nel 2001, nel picco dell’epidemia di HIV/AIDS, la “Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica” ha confermato il diritto dei governi di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la salute dei propri cittadini facendo ricorso a misure di salvaguardia che consentissero di derogare ai brevetti e ad altri ostacoli legati alla proprietà intellettuale.

   La dichiarazione assegnava ai paesi la guida politica della sanità e la protezione della salute   pubblica, tutelando il diritto alla vita prima degli interessi commerciali.

   Il Covid-9 ha causato oltre 1,3 milioni di vittime, una sofferenza dalle proporzioni devastanti di fronte alle quali i governi non possono più permettersi di perdere altro tempo aspettando la buona azione volontaria da parte dell’industria farmaceutica.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio deve discutere sull’istanza presentata da India e Sudafrica

Il 15 e 16 ottobre, durante il precedente incontro del Consiglio TRIPS dell’OMC, Kenya ed E-Swatini si sono uniti all’India e al Sudafrica per co-sponsorizzare ufficialmente questa iniziativa.

   In totale, 99 paesi hanno accolto e mostrato supporto, tuttavia la proposta di sospensione dei brevetti non è stata accolta favorevolmente da molti paesi ricchi, tra cui USA, Regno Unito, Giappone, Canada, Brasile, Australia, Norvegia, Svizzera e UE. (19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/)

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Covid-19

VACCINI: LA PRIMA VERA SFIDA GLOBALE

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020

   È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente.

Le ipotesi in campo

Gli annunci di Pfizer-BioNTech e di Moderna – la quali dichiarano risultati positivi in oltre il 90% dei casi per i loro ritrovati – segnalano esiti potenzialmente straordinari (da verificare appieno) in una corsa a più campioni che ha travolto metodi e tempi di ricerca. Altre imprese – americane, europee, asiatiche – si preparano a presentare i frutti delle loro ricerche.  Un’eccezionale competizione olimpica mai verificatasi prima, nella quale imprese grandi e piccole, alcune aiutate dai governi, altre no, e laboratori privati hanno dispiegato grandi intelligenze. Con un premio finale, per chi arriva, in termini di prestigio ancora più che di profitto. Vladimir Putin è stato il primo a cercare di raccoglierlo, tra molto scetticismo, lo scorso agosto quando ha annunciato il vaccino Sputnik V prima ancora che fosse in fase di test su umani. Ma anche con delusioni: le azioni delle aziende cinesi concorrenti di Pfizer-BioNTech e Moderna sono cadute quando queste ultime hanno annunciato i loro risultati.

L’imperativo della cooperazione internazionale

La vera parte politica, però, arriva ora e saggezza vorrebbe che per la produzione e la distribuzione del vaccino – le quali non saranno semplici – i diversi Paesi collaborassero. Le capacità produttive attuali delle imprese impegnate nella ricerca fanno pensare a circa quattro miliardi di dosi da realizzare nei tempi necessari per intervenire, sostanzialmente il 2021e qualche mese del 2022. In realtà sarà necessario coinvolgere case farmaceutiche anche dei Paesi emergenti, indiane in testa, che hanno grandi capacità produttive. E quasi certamente si dovrà andare oltre ai primi mesi del 2022. In parallelo, si dovrà organizzare la logistica, con diversi tipi di catena del freddo a seconda delle caratteristiche del farmaco: un problema che potrebbe essere serio nei Paesi poveri, con poche risorse per organizzarsi.

   L’alleanza tra Paesi lanciata da Nazioni Unite e Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) per garantire l’accesso globale al vaccino, Covax, ha raccolto l’adesione di oltre 150 Paesi. Non però quello di Stati Uniti e Russia, almeno finora: questo già racconta che la distribuzione sarà fortemente politicizzata, sia da parte di chi, come l’Amministrazione Trump, ha deciso di non aderire allo sforzo guidato dalla WHO ma anche da parte di chi ha aderito ma vede nel vaccino l’occasione per aumentare la propria influenza politica, particolarmente la Cina. Nonostante le aziende farmaceutiche cinesi siano state battute nella corsa al vaccino – rallentate anche dai relativamente pochi casi di contagio domestici – il loro ruolo sarà essenziale per quella che ormai è stata definita la diplomazia del vaccino di Pechino.

Strategie cinesi

Il giorno successivo all’annuncio di Pfizer, dai vertici cinesi si è sottolineato che il Paese ha già inviato innumerevoli “risorse anti-epidemiche” in tutto il mondo. In effetti, anche per fare dimenticare l’origine della pandemia a Wuhan, la Cina ha da mesi lanciato un’offensiva di aiuti e di interventi diplomatici aggressivi per cambiare la narrazione che la vede responsabile della crisi globale. Ora, la distribuzione dei vaccini sarà la continuazione di questa nuova formula di politica estera. Di soft-power assertivo. Avverrà attraverso canali destinati soprattutto, anche se non esclusivamente, ai Paesi poveri da agganciare più saldamente alle ambizioni egemoniche di Xi Jinping. Un vantaggio che le aziende cinesi possono avere è che i loro vaccini dovrebbero essere più facili da produrre, da stoccare e da trasportare di quelli occidentali resi noti finora, i quali hanno bisogno di una catena del freddo e di una logistica complicate da realizzare.

   Il problema di Pechino, ancor più dopo lo scoppio della pandemia, è che i suoi Paesi amici sono davvero pochi: il Pakistan, la Cambogia e pochi altri. Negli ultimi mesi, ha dunque scelto di combinare una diplomazia aggressiva, con gli ormai famosi interventi diplomatici dei Wolf Warriors, al fine di frenare le critiche con una politica di aiuti, spesso reali, altre volte più che altro propagandistici, per mostrare un volto positivo. Ora, Pechino vede un’occasione molto reale: in tutte le grandi crisi internazionali del passato – ultime lo tsunami nell’Asia del Sud nel 2004 e l’epidemia di Ebola nell’Africa Occidentale tra il 2013 e il 2016 – gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo di leadership ineguagliato; questa volta, l’Amministrazione Trump ha invece abbandonato il campo, in ossequio della politica di “America First”. In questo vuoto lasciato dalla potenza dominante si vuole inserire la potenza emergente cinese.

   Non è detto che la Cina abbia più successo di quanto ne ha avuto con la politica espansiva della Belt and Road Initiative, la quale suscita ormai scetticismo e anche opposizioni nei Paesi che ne sono coinvolti o che potrebbero aggiungersi. Fatto sta che Pechino si vuole presentare come la potenza benevola e cooperativa del Ventunesimo Secolo; nei giorni in cui gli Stati Uniti si ritirano.

L’incognita USA

In realtà, non è detto che gli Stati Uniti si ritirino. Innanzitutto, le loro imprese e i loro scienziati hanno dimostrato di essere ancora all’avanguardia nella ricerca e nella realizzazione del vaccino: la scienza e la libertà di praticarla contano. In secondo luogo, dal momento che la sfida della diplomazia del vaccino riguarda i governi, la Casa Bianca di Joe Biden probabilmente tornerà a collaborare con gli altri Paesi del mondo, anche all’interno dell’alleanza Covax.

   Le ferite alla reputazione americana create dall’approccio di Trump non sono facili da superare, soprattutto creano nel mondo incertezza sull’affidabilità della democrazia leader. Dall’altra parte, però, il desiderio di rivedere gli Stati Uniti di nuovo impegnati nella cooperazione internazionale è alta, la loro assenza è stata molto sentita durante questi mesi di pandemia; e la nuova Washington potrebbe dare segnali in una nuova direzione già dall’inizio del 2021.

Una sfida più complessa

La sfida del vaccino per conquistare amici e influenza, soprattutto in Africa, America Latina e nei Paesi poveri dell’Asia, è insomma aperta. Sarà soprattutto un test per capire come si posizionano Washington e Pechino nella loro rivalità per stabilire l’egemonia politica, diplomatica e culturale del futuro. Per capire quanto terreno possono recuperare gli Stati Uniti e quanto è accettata l’influenza della Cina. Per Biden e per l’establishment americano si tratta di inserire la lotta alla pandemia in un inizio di nuova politica estera nell’era della crescita della Cina, qualcosa che a Washington manca da decenni. Per Xi e per il Partito comunista cinese si tratta di verificare quanto l’offensiva del vaccino può suscitare gratitudine nel mondo e diminuire i timori che il gigante asiatico sempre suscita, a cominciare dai Paesi vicini.

   Nella gara si è inserito anche Putin. Con ambizioni diverse, dal momento che la Russia rimane una potenza militare di grande rilievo ma manca dei muscoli economici per potere perseguire obiettivi troppo ampi. L’impressione è che, in questo passaggio, Mosca intenda essere molto vicina a Pechino soprattutto per mettere la nuova Amministrazione Biden di fronte a un quadro internazionale complicato e difficile da affrontare. Se non si vince sul piano della scienza – sembra la teoria di Putin, per qualche verso condivisa da Xi – si può vincere nella diplomazia della distribuzione del vaccino, soprattutto se si è in due contro uno.

   Il ruolo geopolitico del vaccino è spesso trattato con una certa iperbole. Innanzitutto, è ancora possibile che una collaborazione internazionale venga raggiunta. In secondo luogo, probabilmente la competizione in corso non sarà decisiva per stabilire i prossimi equilibri tra Stati Uniti e Cina e tra loro e il resto del mondo: per definire quelli ci vorrà tempo e ci saranno altri conflitti. Detto questo, la sfida è un momento importante per conquistare posizioni di forza, amicizie, crediti di gratitudine, per sfoderare il proprio soft-power. E per mostrare chi ha la potenza realizzativa maggiore. In fondo, è la prima vera crisi globale dell’era dello scontro tra Washington e Pechino. E, come diceva Mao, anche la marcia più lunga inizia con un primo passo. (Danilo Taino)

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VACCINI E BREVETTI, IL DILEMMA DELLA PROPRIETÀ INTELLETTUALE

di Elena Cristofori Rapisardi, da “il Sole 24ore” del 5/5/2020

   Un appello promosso da Medici Senza Frontiere Italia ha innescato anche nel nostro paese la discussione sull’opportunità di eliminare le regole internazionali della proprietà intellettuale per l’emergenza Covid-19.  Come ai tempi della diffusione dell’HIV, l’obiettivo è non limitare l’accesso a vaccini, farmaci, cure e strumentazioni medicali.
Per far fronte all’epidemia in atto, molti paesi stanno prendendo in considerazione misure di questo tipo. Regno Unito e Canada si stanno indirizzando verso la depenalizzazione dello sfruttamento dei brevetti legati al Coronavirus; mentre i governi di Cile, Israele, Ecuador e Germania si stanno orientando verso licenze obbligatorie per qualsiasi brevetto legato alla gestione del Covid-19.
Se la depenalizzazione significa, limitatamente a una circostanza specifica (in questo caso il Coronavirus), eliminare il reato di contraffazione su qualsiasi prodotto legato alla gestione dell’emergenza, la proprietà intellettuale offre la possibilità di ricorrere alla già citata licenza obbligatoria e all’espropriazione.
La licenza obbligatoria è difficilmente praticabile in breve tempo, poiché prevede un complicato iter processuale. L’espropriazione invece permette agli Stati di impossessarsi rapidamente di qualsiasi brevetto nell’interesse della difesa militare del Paese o per altre ragioni di pubblica utilità, a fronte di una indennità al titolare.
In entrambi i casi, è necessario considerare bene, a livello politico, gli effetti di queste decisioni. Bisogna trovare l’equilibrio tra la difesa delle idee, degli investimenti, e il perseguimento del bene comune in una situazione straordinaria come una pandemia.
L’eliminazione dei brevetti dev’essere circoscritta, altrimenti le imprese potrebbero non investire più in ricerca e sviluppo (basti vedere ciò che succede per le malattie rarissime); d’altro canto, con i brevetti, accessibilità e prezzo di vendita possono essere decisi da chi ne è titolare, rendendo il proprio prodotto esclusivo anche durante un’epidemia mondiale.
In Italia la discussione è appena iniziata, ma è proprio qui che l’emergenza Coronavirus ha già dato prova di quanto sarebbe utile rendere accessibili i brevetti. A Brescia, un’azienda ha trovato il modo di produrre con la stampante 3d le valvole dei respiratori della terapia intensiva e, correttamente, si è rivolta al titolare del brevetto per ottenerne i disegni. Il proprietario ha negato il permesso e l’impresa bresciana ha deciso di fabbricare comunque le valvole, rischiando di essere citata in giudizio.
È dunque evidente come in casi d’emergenza come quello che stiamo vivendo, gli istituti della licenza obbligatoria e dell’espropriazione siano adeguati. Bisogna però che siano ben definiti i casi in cui è lecito farne uso: sia per tutelare e incentivare gli investimenti delle aziende nella ricerca medica, sia per non lasciare da sole imprese virtuose come quella del caso bresciano. (Elena Cristofori Rapisardi)

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Nessuno si salva da solo

PER VINCERE CONTRO IL COVID-19, IL DIRITTO ALLE CURE DEVE ESSERE PER TUTTI. FIRMA L’APPELLO!

https://www.medicisenzafrontiere.it/

La partita contro il Covid-19 è ancora tutta da giocare. Per contenere e sconfiggere l’epidemia servono strumenti diagnostici adeguati, un vaccino e terapie efficaci. E serve che siano per tutti.

Fermiamo insieme la pandemia.

Unisciti anche tu alle nostre richieste!

  1. COLLABORAZIONE TRA STATI E RICERCA TRASPARENTE

Mentre è incoraggiante vedere come nelle iniziative di governi e attori internazionali sia sempre più ricorrente il riferimento al vaccino contro il Covid-19 come a un bene pubblico, è essenziale che i meccanismi che regolano la cooperazione tra stati e le modalità di distribuzione e di accesso al vaccino, una volta disponibile, siano chiaramente definiti in modo da garantire equità e inclusione di tutti i Paesi.

   Esiste infatti una reale preoccupazione che si instaurino meccanismi a più livelli, in cui gli stati economicamente più forti si possano assicurare un vantaggio e una maggiore libertà di utilizzo del prodotto, rispetto agli stati più deboli.

   In tempo di pandemia sarebbe auspicabile assicurare, con la necessaria coordinazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, una condivisione trasparente dei saperi, degli accordi sulle proprietà intellettuali esistenti e dei contributi pubblici ricevuti dall’industria farmaceutica cui non deve essere lasciata libera iniziativa nella definizione del prezzo e della distribuzione del futuro vaccino.

   D’altra parte le Istituzioni internazionali devono arrivare a una chiara definizione delle procedure e delle regole in modo che i futuri prodotti medici sul Covid-19 siano disponibili e accessibili a livello globale.

  1. SOSPENSIONE DEI BREVETTI

Per consentire un accesso globale al vaccino e a terapie efficaci contro il Covid-19, tutti i provvedimenti politici e legali esistenti, inclusi quelli che regolano i diritti di proprietà intellettuale nel commercio internazionale (i cosiddetti TRIPS) dovrebbero essere incoraggiati.

   Per permettere la produzione locale di prodotti farmaceutici in tutto il mondo, deve essere promosso l’uso governativo di licenze obbligatorie. È indispensabile includere, sin da ora, nei diversi tavoli negoziali, anche i Paesi a medio e basso reddito per favorire una ricerca che tenga conto ugualmente delle istanze dei sistemi sanitari più fragili.

  1. NON RIPETIAMO GLI ERRORI DEL PASSATO

Da quasi 50 anni i nostri medici vedono con i propri occhi quanto monopoli e prezzi elevati abbiano un impatto drammatico sulla salute delle persone. Per esempio, le terapie antiretrovirali che hanno sensibilmente ridotto il numero dei decessi da HIV/AIDS nei Paesi ricchi, sono sbarcate in Africa soltanto 10 anni più tardi con la produzione e l’esportazione delle prime versioni generiche indiane. Non possiamo permettere che accada di nuovo.

   Il settore farmaceutico difficilmente andrebbe in crisi né subirebbe perdite anche in caso di una severa regolamentazione dei prezzi.

  1. UN VACCINO PER TUTTI

L’accessibilità universale al vaccino contro il Covid-19 non è solo una questione di equità, ma è anche la precondizione necessaria per far sì che si inneschi il fenomeno noto come “immunità di gregge”, utile a scongiurare ondate epidemiche successive.

   La probabilità che il virus possa circolare liberamente è inversamente proporzionale al numero delle persone vaccinate, che in un mondo globalizzato e interconnesso sappiamo essere cruciale.   Immaginare di rimanere protetti dal proprio sistema sanitario e al sicuro dentro le proprie frontiere, oggi non è più concepibile: i virus valicano confini e la tutela della salute di tutti dipende dal modo in cui si organizzeranno le risposte globalmente. Nessun paese si salverà da solo.

   Non chiediamo mica la luna. Facciamo #spazioallecure

Firma il nostro appello per chiedere l’accesso alle cure per tutti e ricevere le ultime news sulla nostra campagna. 

Firma su:

https://www.medicisenzafrontiere.it/landing/covid19-richieste-accesso-farmaci/

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COVAX: COS’È IL PIANO MONDIALE PER I VACCINI CONTRO IL CORONAVIRUS

di Mario Pappagallo, 12/10/2020, da http://www.cronachediscienza.it/

– L’iniziativa mira a supportare lo sviluppo e la distribuzione equa di 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 entro la fine del 2021 –

   Quando SARS-CoV-2 ha iniziato a diffondersi, i Paesi del mondo non avevano piani di vaccinazione pandemica in atto. Ma in sei mesi sono accadute molte cose. Oggi (12 ottobre 2020) ci sono 40 vaccini candidati per il coronavirus studiati sugli esseri umani, di cui nove nella fase finale dei test. C’è anche il primo tentativo al mondo di uno sforzo globale per garantire che, quando abbiamo uno o più vaccini funzionanti, tutti i Paesi possano usufruirne, indipendentemente dal loro PIL.

   L’iniziativa si chiama COVAX e mira a supportare lo sviluppo e la distribuzione equa di 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 entro la fine del 2021. È il più grande sforzo multinazionale dall’accordo sul clima di Parigi, secondo Seth Berkley, CEO di Gavi, la Vaccine Alliance, uno dei partner dietro Covax, insieme all’Organizzazione mondiale della sanità e alla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI).

   Al 12 ottobre, 171 Paesi ad alto, basso e medio reddito, che rappresentano quasi i due terzi della popolazione mondiale, si sono iscritti a Covax. Compresa la Cina, che in precedenza non aveva accettato di aderire. Ma in parallelo mancano gli Stati Uniti, seguendo la linea di Donald Trump che deciso anche di non finanziare più l’Organizzazione mondiale della sanità. In realtà Covax è una straordinaria impresa di collaborazione, in particolare in un momento in cui globalismo e multinazionalismo sono minacciati.

   Covax ha due componenti principali attive: la “Facility” che è un pool di acquisti per i Paesi a reddito più elevato e l’”Advance Market Commitment”, o AMC, che è uno sforzo di raccolta fondi per i Paesi più poveri.

Promettendo di acquistare un certo numero di dosi di vaccino dai produttori, i Paesi che aderiscono ottengono l’accesso a tutti i vaccini approvati nel portafoglio di Covax, creando al contempo un mercato globale, abbassando i prezzi.

   L’AMC, nel frattempo, dirige gli aiuti allo sviluppo, nonché donazioni del settore privato e filantropiche a Paesi a basso e medio reddito che altrimenti potrebbero non essere in grado di permettersi un vaccino contro il coronavirus. Finora, l’AMC è parzialmente finanziato con circa 1,8 miliardi di dollari. Mancherebbero ancora 200 milioni di dollari per raggiungere l’obiettivo del fondo necessario entro la fine del 2020, secondo quanto riporta Gavi.

   Insieme, tutti i Paesi che fanno parte di Covax dovrebbero seguire un piano per distribuire equamente il vaccino al fine di prevenire l’accumulo di interessi personali a livello nazionale. Lavorando insieme, le persone a più alto rischio in ogni Paese possono essere immunizzate, invece di tutti i residenti delle Nazioni più ricche abbandonando gli altri al loro destino.

   Ma nonostante il grande obiettivo, Covax ha anche dovuto affrontare numerose sfide e alcune critiche. Molti Paesi a più alto reddito hanno firmato accordi bilaterali con i produttori, che Anna Marriott, consulente per le politiche sanitarie di Oxfam, considera un “doppiogiochismo” che rallenta la strategia di un “accesso equo a un vaccino”.

   Inoltre, la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti, ha per l’appunto deciso di mettere da parte Covax, inducendo alcuni osservatori a chiedersi se l’iniziativa senza questo Paese raggiungerà il suo obiettivo. Come afferma Lawrence Gostin, professore di diritto sanitario globale alla Georgetown University: “Covax è un’iniziativa enormemente utile, che spinge il mondo verso l’equità”.

   Ma, senza un Paese importante come gli Stati Uniti, Covax rischia di non “avere il finanziamento e la forza politica per assicurare l’equità globale”. E aggiunge: “Stando così la situazione, prevedo che milioni di persone povere non riusciranno ancora ad avere un accesso rapido e conveniente a un vaccino Covid-19”.

   Grazie a un’intervista di JULIA BELLUZ, su VOX SCIENCE, abbiamo un quadro della situazione vaccini e dell’obiettivo di Covax direttamente dal CEO Seth Berkley. Ecco quello che si definisce il punto della situazione.

Possiamo partire dal contesto storico in cui è stato creato Covax? Che cosa è successo in passato con la produzione di vaccini durante un’epidemia e cosa succederà ora?

“In passato, ci sono state epidemie in cui i ricchi hanno comprato tutte le dosi di vaccino senza lasciarne disponibili per il mondo in via di sviluppo. La nostra idea, il nostro obiettivo, è di avere vaccini disponibili simultaneamente nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Lo sforzo di Covax potrebbe non essere perfetto ma noi ci crediamo e ci stiamo provando. Comunque, già il fatto che il mondo si stia riunendo per cercare di mettere insieme una visione condivisa e una struttura condivisa è evento storico. E credo che questo sia il più grande sforzo multilaterale dall’accordo sul clima di Parigi. Pertanto, in un momento di scarso interesse o di ridotto interesse per il multilateralismo, penso che sia una cosa positiva”.

Il mondo è apparso in ritardo, non immediatamente reattivo, per una pandemia. E anche Covax sembra reazione ritardata. Come mai?

“Con piccole pandemie, catturi l’attenzione delle persone, compresi i media. Ricordo che durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale, Ebola si chiamava ‘ISIS delle malattie infettive’. Era la notizia del decennio. Poi, non appena l’emergenza è finita, all’improvviso così come apparsa, le persone sono tornate alla vita normale ed Ebola è diventata un problema passato. Non risolto, ma del passato. Non aveva davvero catturato l’attenzione dell’opinione pubblica sul lungo termine. La mia speranza è che una volta superata la pandemia Covid-19 la gente questa volta non dimenticherà e dirà: ‘Ok, ora capiamo che le malattie infettive possono davvero fare la differenza’. E la differenza questa volta pesa anche sull’economia globale: il Fondo Monetario Internazionale calcola che i Paesi dovranno investire per contrastare gli effetti economici della pandemia tra i 9 e i 12 trilioni (miliardi di miliardi) di dollari. E questo se si riuscirà a tornare alla normalità entro la fine del prossimo anno. Date le perdite stimate, è ben poca cosa l’investimento in prevenzione che Covax chiede al mondo. La vera sfida è però sempre la stessa: durante il periodo acuto le persone sono interessate, poi passata la paura le persone perdono interesse e non vogliono più investire.  Questa volta, però, la sensazione è che si possa verificare una reazione diversa dal solito”.

Se Covax ha successo, la strategia studiata potrebbe essere utilizzata in future pandemie?

“Questo tipo di solidarietà è fondamentale perché altrimenti ciò che ti ritroverai è solo una costante reintroduzione di infezioni e l’incapacità di tornare alla normalità”.

I Paesi che aderiscono a Covax avranno accesso alla dozzina di vaccini in cui l’organizzazione ha investito, supponendo che gli studi clinici dimostrino che siano efficaci e sicuri. Come sono stati scelti i vaccini sui quali state scommettendo?

“L’idea originale era cercare di ottenere da 12 a 15 diversi vaccini. E questa è una partnership. CEPI (la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) ne fa parte e ha già nove vaccini nel portafoglio, dei quali ovviamente stiamo seguendo gli sviluppi. CEPI era alla ricerca di velocità, scalabilità e accesso a vaccini che potessero essere prodotti su larga scala nel 2021 perché l’idea era di provare a ottenere fino a 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021. Stiamo anche dialogando con altri produttori che non hanno lavorato con CEPI, e anche con la Gates Foundation, che ha un portafoglio. La Fondazione Gates è alla ricerca di vaccini che potrebbero essere complementari a quelli del network CEPI. Quindi, stiamo esaminando diversi tipi di vaccini per ottenere il portafoglio più ampio possibile”.

C’è la possibilità che tutti i vaccini nel portafoglio di Covax falliscano?

“Nessuno sa se qualcuno di questi funzionerà o meno. Ovviamente, i dati stanno cominciando ad arrivare per verificare se il vaccino stimola reazioni immunologiche e anticorpi contro la proteina spike. Ma ovviamente non abbiamo ancora prove definitive che questi anticorpi siano in grado di fornire una protezione duratura contro il virus. Sono queste le domande alle quali dovremo rispondere rapidamente per sapere se la strada è quella giusta o se è meglio abbandonarla. Peraltro, la speranza è che funzionino diversi tipi di vaccino”.

Supponendo di avere vaccini che funzionino, come verrebbero poi introdotti nei diversi Paesi. Per esempio, si parte con dosi per quali gruppi di popolazione per la prima serie di vaccinazioni?

“Inizialmente, si vaccinerà un 20% della popolazione: gli operatori sanitari in prima linea e a rischio, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, gli anziani e altri gruppi ad alto rischio per patologie in atto. Ci sono poi Paesi come il Giappone o l’Italia, dove i dati demografici della popolazione sono tali (molti più anziani) da porli tra le priorità. E ci sono Paesi da seconda ondata di vaccinazioni, come la Nigeria dove l’età media è di 19 anni. Stiamo fissando regole per un equilibrio nei vari Paesi fissando priorità di vaccinazione. È probabile che ci siano limitazioni di fornitura nei primi 12-18 mesi. E quindi proveremmo a portare un vaccino in ogni Paese piuttosto che in pochi Paesi completamente vaccinati mentre tutti gli altri no.

Un gruppo di Paesi ad alto reddito (Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Unione Europea) hanno firmato accordi bilaterali con i produttori per garantire dosi di vaccini, attualmente ancora in sperimentazione, per le loro popolazioni. Questi accordi non minano Covax?

“Certo il mondo starebbe meglio in una situazione in cui tutti lavorassero a livello multilaterale, perché si potrebbero utilizzare le risorse nel modo più appropriato. Anche risparmiando. Cooperando multilateralmente si creerebbero le condizioni per aumentare i candidati vaccini promettenti. Ma la realtà è che i Paesi, o alcuni Paesi, più ricchi fanno accordi bilaterali. Il mio lavoro è provare a collaborare con questi Paesi per assicurarmi un’allocazione equa. Paesi come gli Stati Uniti che spendono 10 o 11 miliardi di dollari possono permettersi un portafoglio completo di vaccini. Ma questo ha enormi vantaggi per la comunità perché loro pagano molti test clinici, inclusi i test di fase 3. E favoriscono processi di produzione molto utili per tutti gli altri gruppi. Molti altri Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di farlo”.

Che cosa potrà far dire a Covax di aver fatto centro, di aver raggiunto l’obiettivo?

“Fornire un vaccino simultaneamente, nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Ottenere la protezione dal virus ovunque, anche se parziale, ma tale da cambiare la dinamica della pandemia a livello locale e, di conseguenza, globale. Mostrano il potere del lavorare insieme, della collaborazione. In una pandemia altamente contagiosa, l’idea di proteggere solo la tua gente, ignorando tutti gli altri, lascerebbe vaste sacche di virus in circolazione. Quindi, non si sarebbe in grado di tornare al commercio normale, al turismo, ai viaggi, a nessuna di queste cose, se persistono focolai attivi. Si deve ragionare in una prospettiva globale e non locale, anche se normalmente le persone pensano alla propria protezione e basta.

Portare i Paesi a pensare globalmente al rischio di malattia è sempre stato difficile.

Ecco perché è straordinario ciò che abbiamo avviato. Peraltro, la cooperazione è fondamentale anche per la ricerca e lo sviluppo del vaccino. Un bene comune globale e una soluzione globale al problema. Ricordo che cosa è accaduto per il vaccino contro Ebola. Tutti i Paesi hanno provato la propria tecnologia e tutti pensavano di vincere. E poi? Quale vaccino ha vinto? Un vaccino canadese, ottenuto con una biotecnologia americana, sviluppato da una multinazionale americana e prodotto in Germania. È così che funziona la scienza. Quindi se tutti dicessero ‘Voglio solo il mio vaccino, la mia produzione, i miei test, i miei adiuvanti’, non si avrebbe la migliore scienza, non si avrebbero le migliori possibilità di successo”.

Infine, in termini di tempistica, avete previsioni su quando potremmo avere un vaccino efficace?

“Nel nostro portafoglio abbiamo nove vaccini nella fase tre degli studi in questo momento. Quindi nel quarto trimestre è probabile che inizieremo a ottenere alcuni dati. E non abbiamo idea se saranno positivi o negativi o se le prove verranno interrotte a causa di effetti collaterali. Ma penso che nei prossimi tre o quattro mesi inizieremo a capire se vedremo protezione o meno e quanto siano efficaci i vaccini”.

(Mario Pappagallo, 12/10/2020, da http://www.cronachediscienza.it/)

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Il contratto tra AstraZeneca e Commissione Europea sui vaccini anti-Covid rimane “top secret”. Un possibile pericolo per la salute pubblica?

COVID: VACCINI “TOP SECRET”

di Lorenzo Poli, 28/10/2020, da “LAVORO e SALUTE”

(pubblicato da Franco Cilenti su LAVORO E SALUTE del 28/10/2020 – Covid: vaccini “top secret” (blog-lavoroesalute.org)

   L’accordo siglato tra la Commissione Ue e Astrazeneca per l’acquisto di 300 milioni di dosi di vaccino anti Covid è stato secretato. L’accordo resterà quindi riservato tra la Commissione e l’azienda che produce il vaccino messo a punto dall’Università di Oxford, in collaborazione con l’italiana Irbm di Pomezia e con gli investimenti del filantro-capitalista Bill Gates.

   Il contenuto resta inaccessibile anche al Parlamento europeo, che lamenta la poca trasparenza di Bruxelles sulla questione. Il 27 agosto la Commissione Ue ha siglato un contratto per “acquistare 300 milioni di dosi del vaccino prodotto da AstraZeneca, con un’opzione per l’acquisto di ulteriori 100 milioni di dosi da distribuire in proporzione alla popolazione”. L’accordo permetterà di acquistare il vaccino per tutti gli Stati membri dell’UE, oltre che di donarlo ai paesi a reddito medio-basso o ridistribuirlo ad altri paesi europei.

   Risulta assurdo che ancora oggi sia impossibile accedere alle informazioni che riguardano l’entità degli accordi, i tempi stimati, i prezzi del vaccino e le clausole di responsabilità. Secondo Sandra Gallina, direttrice generale della direzione generale Salute e sicurezza alimentare, in una risposta inviata al quotidiano La Verità, Bruxelles si appella all’articolo 4 del regolamento 1049/2001: “I documenti che contengono informazioni commerciali sensibili, la cui diffusione al pubblico potrebbe compromettere la protezione dei legittimi interessi delle aziende, sono coperte dalla protezione degli interessi commerciali”.

   Secondo Bruxelles quindi il “top secret” servirebbe per tutelare gli interessi commerciali di AstraZeneca da eventuali concorrenti che potrebbero avere accesso alle sue informazioni commerciali. Ma cosa ha da nascondere? È giusto che i cittadini europei non possano sapere cosa prevede quel contratto? È giusto che si decida sulla salute dei cittadini europei senza che gli organi rappresentativi dei suoi cittadini, come dovrebbe essere il Parlamento Europeo, vengano coinvolti nei processi decisionali? Perché a scegliere della salute dei cittadini non è un organo rappresentativo, ma un organo nominato come la Commissione Europea con aziende farmaceutiche private? La segretezza potrebbe esser giustificata anche da accordi in cui l’Ue solleva Astrazeneca dalla responsabilità di eventuali danni?

   Il Parlamento Europeo a settembre aveva organizzato un’audizione invitando le case farmaceutiche ad esporre sui contratti e sui vaccini. Tra gli invitati solo Sanofi e CureVac erano presenti, mentre AstraZeneca ha declinato l’invito. Sanofi, in audizione, ha raccontato di aver due vaccini candidati, in fase di sperimentazioni diverse frutto di un partenariato con GlaxoSmithKline.

   Il primo vaccino si basa su approccio con proteine Sanofi e integratori Gsk, mentre il secondo è legato alla biotech Translate Bio, una tecnologia innovativa Rna. Nonostante ciò anche Sanofi è stato criptica nel rispondere sull’accordo con l’UE. Presente all’audizione anche CuraVec che con la Commissione ha negoziato l’acquisto di 225 milioni di dosi di vaccino, lavorando su una tecnologia Rna che, a detta del suo chairman Jean Stéphenne, fino ad oggi è un’assoluta novità. Ad oggi su AstraZeneca, invece, sappiamo che il candidato vaccino attualmente è in fase III di sperimentazione, che ha previsto 30.000 partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Brasile e Sud Africa, che da una robusta risposta immunitaria negli anziani e che ci verrà somministrato in futuro. Nulla di più nulla di meno.

   “Oggi abbiamo pochissime informazioni sui termini dei contratti che sono stati firmati dalla Commissione Europea e da alcuni laboratori. Volevamo avere maggiori informazioni sugli impegni presi dai grandi laboratori, se saranno all’altezza di quanto sottoscritto e se saranno in grado di assumersi le proprie responsabilità. Anche l’ammontare di questi contratti, non lo sappiamo”, ha detto l’eurodeputato francese centrista Pascal Canfin, Presidente della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare, sottolineando che “La mancanza di trasparenza di questi contratti è evidente”.

   AstraZeneca aveva sospeso tutti i test clinici sul vaccino dopo il caso di mielite traversa, un’infiammazione al midollo spinale innescata da infezioni virali, riscontrata in un paziente e la morte di un giovane volontaria in Brasile. Dopo che la Food and Drug Administration aveva permesso la ripresa della sperimentazione del vaccino di AstraZeneca anche negli Usa, AstraZeneca si è sentita assolta da dover dare spiegazioni in materia di salute pubblica e legittimata nel proseguire le sue sperimentazioni. Forse perché dopo lo stop ha avuto un calo del 6% a Wall Strett? Non possiamo saperlo.

   Il campanello d’allarme però ci è suonato da lontano: il Perù, uno dei Paesi più colpiti dal Covid, non ha firmato l’accordo per l’acquisto di futuri vaccini da AstraZeneca perché il laboratorio britannico-svedese si è rifiutato di fornire dati sufficienti sulla base del quale firmare un accordo preliminare. “AstraZeneca non ci ha fornito tutti i risultati dei test, nemmeno di quelli che hanno fatto in Inghilterra”, ha dichiarato il primo ministro Walter. La ministra della Salute peruviana Pilar Mazzeti ha dichiarato che tutti i Paesi sono disposti a correre un certo rischio di fronte ad un vaccino di emergenza, però deve trattarsi di un rischio relativo e informato. La questione però non si fermerebbe ai soli dati perché Astrazeneca avrebbe chiesto una considerevole somma di denaro che non sarebbe stata restituita nel caso “il vaccino fallisse”. In più, stando alle parole del premier peruviano, la casa farmaceutica ha offerto minori quantità di vaccini rispetto ad altre che hanno offerto grandi quantità e a costi inferiori. Il fatto che AstraZeneca non voglia dare documentazioni sufficienti agli enti governativi sui suoi studi, fa sospettare di operazioni che già in passato aveva commesso.

   Nella sua lunga storia l’azienda in questione non è certo estranea a truffe, casi di malasanità derivati dalla mancata trasparenza, vedasi il Caso Seroquel, nel 2010, per il quale è stata condannata a pagare una multa di 520 milioni di dollari dopo essere stata accusata di aver fuorviato medici e pazienti enfatizzando la ricerca favorevole al farmaco Seroquel senza rivelare in maniera appropriata studi relativi al fatto che aumentava il rischio di diabete.

   Secondo quanto dichiarato da Piero De Lorenzo, patron della Irbm, dovrebbero arrivare in Italia circa 3 milioni di dosi entro fine anno, anche se sembra impossibile dato che la sperimentazione è ancora in atto. Il comportamento della casa farmaceutica dunque potrebbe essere potenzialmente in contrasto, in Italia, con le disposizioni del Codice del Consumo, previste dal Decreto legislativo n. 206 del 6 settembre 2005 in materia di tutela dei consumatori, il quale riconosce: la tutela alla salute, alla sicurezza e alla qualità dei prodotti e dei servizi, il diritto a un’adeguata informazione e a una corretta pubblicità, all’equità e alla trasparenza nei rapporti contrattuali.
In questo scenario, la Commissione Europea non si configura come vittima ma come organismo che garantisce il laissez faire ai colossi multinazionali che fanno della contraddizione salute-profitto il loro mercato in barba ai diritti delle persone.

Lorenzo Poli

Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

28 ottobre 2020

Articolo pubblicato sul numero di novembre del mensile Lavoro e Salute

http://www.lavoroesalute.org/

In versione interattiva http://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-novembre-2020/

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CRISANTI A TPI: “A METTERE IN DUBBIO IL VACCINO È IL CEO DI PFIZER CHE VENDE LE SUE AZIONI, NON IO”

di ENRICO MINGORI, 20 Nov. 2020, da TPI.IT https://www.tpi.it/

– Intervista al virologo dell’Università di Padova, finito nella bufera per aver dichiarato che a gennaio non farebbe il vaccino contro il Covid-19: “Non potrei essere più distante dai No Vax, ho solo detto che ad oggi non abbiamo i dati per giudicare. Le reazioni di certi colleghi mi hanno amareggiato, mi hanno trattato come se non fossi uno di loro. Ma a minare la fiducia nel vaccino sono certi comportamenti come quello del Ceo di Pfizer, non io. Astrazeneca, Pfizer o Moderna? Troppo presto per dire quale dei tre sia più affidabile. Ma il vaccino di Putin è promettente” –

   Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell’Università di Padova, ha scatenato un putiferio per alcune dichiarazioni sul vaccino contro il Covid-19. Intervistato durante il Festival di Focus, ieri, giovedì 19 novembre, il celebre virologo ha dichiarato: “Non farei il primo vaccino anti-Covid che dovesse arrivare a gennaio”.
Professore, davvero a gennaio non farebbe il vaccino?
“Guardi, ho detto una cosa molto semplice, e cioè: ‘Nel momento in cui ci saranno dati che dimostreranno l’efficacia e la sicurezza del vaccino, mi vaccinerò’. Questo ho detto. Mi è stata fatta una domanda a bruciapelo, mi è stato chiesto: ‘Lei, oggi, si vaccinerebbe?’. E io ho risposto: ‘No, oggi no perché ancora non sono usciti i dati’. Niente di più”.

Le è stato chiesto che farebbe a gennaio, quando sembra che in Italia arriveranno le prime dosi.
“Ma stiamo parlando di un vaccino che ancora non è stato approvato! Abbiate pazienza: possibile che una cosa così lineare debba essere strumentalizzata?”.

Ritiene di essere stato strumentalizzato?
“Ho avuto il coraggio di dire quello che penso. Finora noi possiamo fare valutazioni solo su dichiarazioni fatte dalle aziende. E, sulla base di solo queste dichiarazioni, io il vaccino non lo farei. Bisogna aspettare che la comunità scientifica lo approvi. Non mi sembra così insensato”.

Perché, secondo lei, queste sue parole hanno fatto così clamore?
“Non lo so, guardi. Nessuno però si è scandalizzato per il fatto che il Ceo di Pfizer ha venduto le sue azioni dell’azienda il giorno dopo quell’annuncio (quello secondo cui il vaccino prodotto dalla multinazionale insieme a Biontech ha un’efficacia del 90%, ndr). Eppure lui è la persona più informata: perché si è venduto le azioni se pensa che il vaccino sia efficace?”

Lei cosa pensa?
“Che sono queste azioni che minano la fiducia nel vaccino. Non persone equilibrate che fanno un discorso di sicurezza, come ho fatto io”.
Però in effetti lei sembra quantomeno diffidente rispetto a questi vaccini…
“No, non sono diffidente. É che c’è una mancanza di trasparenza. Ritengo che il comportamento del Ceo di Pfizer sia stato censurabile dal punto di vista etico. É lui che ha generato dubbi sul vaccino, non io”.

Le dà fastidio che alcuni l’abbiano accusata di essere diventato un No Vax?
“La mia posizione non potrebbe essere più distante da quella dei No Vax”.
Cosa risponde a chi accusa lei e altri suoi colleghi, quando mettete in guardia su certe situazioni di rischio, di essere dei menagrami o, addirittura, di trarre vantaggio da un clima di paura?
“Io penso che le persone debbano essere giudicate sui fatti”.

La sento molto amareggiato…
“Sono amareggiato, sì. Soprattutto per le reazioni di certi colleghi, che ritengono che quella mia dichiarazione possa avvantaggiare i No Vax. Quando invece proprio quella mia dichiarazione può indurre le persone a vaccinarsi, molto più di certe loro posizioni manichee. Mi hanno trattato come se non fossi uno di loro. Questo mi ha amareggiato molto”.

Alcuni suoi colleghi hanno detto e scritto che i vaccini contro il Covid sono efficaci.
“Beati loro. Si vede che hanno accesso a informazioni privilegiate che io non ho…  Io penso solo di aver intercettato in modo corretto alcune delle perplessità della gente comune. Se il 70% degli italiani è scettico rispetto al vaccino, ci sarà una ragione: o sono tutti i idioti?”.

I vaccini in produzione sono stati testati in tempi molto brevi, Questo può essere un elemento di rischio?
“Tempi brevi o lunghi, a me non interessa. A me interessa solo che i dati siano solidi”.
Il fatto che le tre fasi siano state svolte in parallelo mina la credibilità di questi vaccini?
“No. In genere queste fasi vengono svolte una dopo l’altra e senza sovrapposizioni, in modo da diminuire i rischi economici. In questo caso hanno pagato i contribuenti e quindi è stata possibile un’accelerazione, che – per carità – è positiva. Però è chiaro che la valutazione di un vaccino su fasi parzialmente sovrapposte è più complessa”.

Ma è vero che per testare un vaccino serve non meno di 5/8 anni?
“No. In genere per sviluppare un vaccino ci volevano dai 5 agli 8 anni, perché le diverse fasi venivano effettuate una dopo l’altra. In questo caso chiaramente hanno fatto prima perché, appunto, le fasi di sperimentazione sono state parzialmente sovrapposte e perché questo è un vaccino genetico, quindi molto più facile da sviluppare”.

Vede profili di rischio particolari?
“Non lo possiamo sapere. Stiamo discutendo di una cosa di cui nessuno sa nulla. Questo è quello che io ho voluto mettere in luce”.
I vaccini che sembrano più vicini all’approvazione sono quelli di Astrazeneca, di Pfizer e di Moderna. Ritiene uno di questi più o meno affidabile degli altri?
“É ancora troppo presto per dirlo”.

E del vaccino russo che ne pensa?
“Su quello, se non altro, stanno iniziando a far vedere qualche dato. E sembra promettente”.
Professore, dopo essere stato accusato di essere No Vax, se ora mi dice che il vaccino di Putin è più affidabile scatena un altro putiferio…
(Ride) “Non ho detto affidabile. Però promettente sì, sulla base di quello che hanno fatto vedere. Se questi dati li avesse fatti vedere una istituzione che ha una reputazione migliore, sarebbe stato meglio”.

Dietro questi annunci sull’efficacia dei vaccini, c’è la spinta delle grandi multinazionali?
“Guardi, non voglio fare questa dietrologia. Mi interessa solo che il vaccino funzioni.”
L’approvazione di un vaccino da parte delle Autorità sanitarie sarà sufficiente per ritenere quel vaccino affidabile?
“Mi fido del giudizio delle Autorità sanitarie e di quello della comunità scientifica. Non ho ragione per dubitarne”.
Quindi, se le autorità scientifiche e regolatorie dei vari paesi approveranno un vaccino e lo riterranno efficace e senza effetti collaterali, lei si vaccinerà?
“Sì”.

C’è troppo entusiasmo attorno a questi vaccini? 

“Questo non lo so, non lo posso sapere”.
Il vaccino non è ancora approvato, ma il Governo e Arcuri parlano già apertamente della campagna di vaccinazione. Se lei fosse al governo, si manterrebbe più prudente?
“Se fossi al governo e avessi informazioni privilegiate, le condividerei”.

Non le stanno condividendo…
“Forse allora non le hanno”.
Allora significa che sono troppo avventati?
“Guardi, se non le hanno, non hanno motivo per parlare. Ma mi faccia aggiungere una cosa…”.
Prego…
“Non è che queste grandi industrie si siano inventate questi dati di efficacia sui vaccini. Se li hanno annunciati così, significa che ne sono certi. Tuttavia va detto, per loro stessa ammissione, che sono parziali. Io ho espresso solo una manifestazione di prudenza”.

(ENRICO MINGORI, 20 Nov. 2020, da TPI.IT https://www.tpi.it/)

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